Ci sono prove che Mosca ha chiesto alla Cina di fornire equipaggiamento militare prima dei colloqui che la Casa Bianca considera di fondamentale importanza per l’equilibrio di potere globale
Gli Stati Uniti cercheranno di persuadere la Cina a non fornire armi alla Russia in un incontro ad alto livello a Roma che la Casa Bianca considera di fondamentale importanza non solo per la guerra in Ucraina ma anche per il futuro dell’equilibrio globale.
Jake Sullivan, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, incontrerà il suo omologo cinese, Yang Jiechi, nella capitale dopo le notizie secondo cui la Russia avrebbe chiesto alla Cina armi per rafforzare la sua vacillante invasione dell’Ucraina.
Sullivan sottolineerà che gli Stati Uniti hanno informato Pechino sulle intenzioni di Vladimir Putin mesi prima dell’invasione, ma che la leadership cinese ha ignorato quegli avvertimenti, credendo erroneamente che Putin stesse bluffando per guadagnare potere. Sullivan sosterrà anche che se la Cina fornirà armi a Mosca sarebbe un ulteriore errore storico e un punto di svolta nella politica globale.
La Casa Bianca di Biden è ansiosa di impedire che la guerra in Ucraina cementi ulteriormente una divisione del mondo in due blocchi opposti.
Sullivan e Yang daranno anche seguito agli accordi presi da Joe Biden e Xi Jinping in un vertice virtuale a novembre, per migliorare le comunicazioni di crisi tra le due potenze nucleari.
“Stiamo anche osservando da vicino per vedere fino a che punto la Cina fornisce effettivamente qualsiasi forma di supporto – materiale o supporto economico – alla Russia”, ha detto Sullivan. “È una nostra preoccupazione. E abbiamo comunicato a Pechino che non resteremo a guardare e consentiremoa nessun Paese di risarcire la Russia per le perdite subite dalle sanzioni economiche”.
Sullivan ha affermato che gli Stati Uniti hanno chiarito a Pechino che ci sarebbero “gravi conseguenze” per chi aiuta la Russia a eludere le sanzioni.
Il portavoce dell’ambasciata americana a Washington, Liu Pengyu, ha comunicato però “non aver mai sentito” delle richieste di armi da parte della Russia.
“L’attuale situazione in Ucraina è davvero sconcertante“, ha affermato in una nota. “L’alta priorità ora è impedire che la situazione di tensione si intensifichi o addirittura sfugga al controllo“.
“Sembra che le relazioni USA-Cina si stiano arrivando ad un bivio piuttosto significativo”, ha detto su Twitter Ryan Hass, ex direttore della Cina presso il Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. “Se la Cina contribuisse materialmente alla macchina da guerra russa in Ucraina attraverso la fornitura di materiale o un significativo finanziamento, le azioni della Cina accelereranno la divisione del mondo in direzione di blocchi contraddistinti.“
“È saggio che gli Stati Uniti parlino direttamente e privatamente con i cinesi a livello autorevole ora per chiarire le ramificazioni strategiche durature delle decisioni della Cina in questo momento“.
La copertura mediatica della guerra in Ucraina non ha quasi precedenti. Le televisioni e soprattutto i giornali di tutto il mondo parlano esclusivamente di quanto accade a Kiev. Altre guerre, non ultima quella del Donbass o della Crimea, negli stessi luoghi di oggi, non hanno ricevuto che poche righe sui quotidiani.
Ne abbiamo parlato con Nicola Graziani, quirinalista dell’Agi e per anni inviato per gli esteri: grazie alla sua esperienza, capiremo le cause di comportamenti tanto differenti.
In chiusura, vedremo cosa potrebbe accadere se la Russia si separasse dall’Internet globale, nazionalizzando la sua rete sul modello cinese.
La battaglia di Cinocefale, 197 a.C, è uno scontro che si tenne tra i legionari romani guidati dal generale Tito Quinzio Flaminino, e il Re di Macedonia, Filippo V. Lo scontro, avvenuto in Tessaglia, odierna zona della Grecia, si concluse con la piena vittoria dei legionari romani.
Oltre a frenare le mire espansionistiche della Macedonia, la battaglia di Cinocefale segnò il tramonto della falange macedone come unità militare più potente del mondo antico, in favore della più manovrabile e veloce legione romana.
La battaglia di Cinocefale: gli antefatti
Nel 204 a.C, il Re Tolomeo IV d’Egitto morì e suo figlio e successore, Tolomeo V, diede da subito segnali di voler intraprendere una politica espansionistica. Tolomeo V ottenne in breve l’appoggio dei regni di Pergamo e Rodi, che, con le loro potenti flotte, controllavano vaste zone del mare Mediterraneo orientale.
Nei Balcani, invece, Filippo V di Macedonia, che adottava una politica estera simile, aveva ratificato una alleanza con il Re dell’impero seleucide, Antioco, con l’obiettivo di contrastare l’influenza egizia e creare, insieme, un nuovo grande impero che avrebbe preso il comando del Mediterraneo Orientale.
Il Re di Macedonia aprì la guerra nel 201 a.C, assediando la città di Pergamo e sconfiggendo la flotta di Rodi.
Nel frattempo, la repubblica romana era impegnata a combattere contro Annibale sul suolo Italico, ma guardava con preoccupazione ai movimenti nel Mediterraneo Orientale e temeva più di ogni altra cosa un possibile connubio di forze tra Filippo V ed Annibale. Per questo motivo, non potendo distrarre ulteriori uomini dalla lotta contro il condottiero cartaginese, Roma decise di inviare alcuni emissari per prendere contatto con le popolazioni avverse ai macedoni, mirando ad utilizzare un sistema di alleanze per indebolire l’avversario.
Il Console Sulpicio Galba venne così spedito in Grecia per avviare la campagna militare. Nonostante l’assenza di vittorie, dovute ad una scarsa organizzazione e ad una mancanza di carisma da parte del generale, gli ambasciatori romani furono in grado di allearsi con la lega etolica, delle popolazioni montanare da sempre avversarie del regno di Macedonia, che iniziarono ad infastidire i possedimenti macedoni, rallentando l’opera di Filippo.
Ma gli accordi dei romani nei Balcani, alla lunga, non avrebbero portato ad un risultato definitivo. Un drastico cambio di passo si ottenne infatti con l’arrivo del nuovo generale romano, Tito Quinzio Flaminino, il quale, profondo conoscitore della realtà greca e macedone, riteneva di poter sconfiggere Filippo V direttamente sul campo di battaglia, scongiurando l’alleanza con i cartaginesi, e contribuendo ad espandere l’influenza romana nel mondo greco.
La battaglia di Cinocefale: i movimenti preliminari
L’armata di Filippo V poteva contare sulla storica falange macedone, la formazione più famosa del mondo antico, dotata di possenti lance e in grado di mettere in difficoltà qualsiasi avversario. Flaminino poteva invece schierare i suoi legionari, organizzati in unità mobili note come manipoli.
Le due armate si incontrarono nella zona della Tessaglia. Entrambi i generali cercavano di trovare il terreno più adatto per i movimenti dei loro soldati. Filippo V, che tardava a prendere una decisione definitiva, scelse di marciare verso la città di Scotussa per posizionare i suoi accampamenti e continuare la ricerca del terreno migliore per affrontare Flaminino.
Flaminino, intuendo le intenzioni e gli obiettivi dell’avversario, intraprese un percorso simile per raggiungere Scotussa prima del macedone: per due giorni entrambe le armate marciarono in parallelo, separate da alcune colline, senza mai incontrarsi.
Non conosciamo l’esatta posizione, ma le fonti antiche confermano che gli eserciti si accamparono per la notte a poca distanza l’uno dall’altro. L’esercito di Roma e quello di Macedonia si equivalevano sostanzialmente per numeri e qualità dei soldati, e l’esito dell’incontro era tutt’altro che certo.
Al mattino, una densa foschia ricoprì tutta la zona attorno alle colline: Filippo V decise di far uscire i propri uomini dall’accampamento, ma rimase in dubbio se continuare la marcia per raggiungere definitivamente Scotussa o cercare di intercettare l’esercito romano. Flaminino, che non si aspettava ancora di combattere, scelse di inviare fuori dall’accampamento solamente la metà del suo esercito, opportunamente accompagnata dagli esploratori.
Avvenne in questo modo l’inizio del combattimento: le avanguardie di Filippo e di Flaminino, entrambe inviate per controllare la situazione sulle colline, si incontrarono fortunosamente. Ne nacque subito una lotta furibonda e in questa primissima fase i macedoni ebbero la meglio sui romani, che furono respinti giù dalla collina.
I legionari in difficoltà richiesero immediatamente supporto al resto dell’esercito, ancora nell’accampamento. Sia Flaminino che Filippo inviarono altri rinforzi con l’obiettivo di conquistare la collina, il che avrebbe costituito un vantaggio fondamentale per l’esito della battaglia.
La battaglia di Cinocefale: lo scontro e il vantaggio macedone
Dopo i primi combattimenti, i macedoni riuscirono a mettere in difficoltà i romani, e Filippo V, vedendo che la nebbia iniziava a diradarsi ed incoraggiato dagli iniziali successi dei suoi soldati, si mise personalmente alla guida di una parte delle sue falangi, iniziando a salire sulla collina per raggiungere la sua avanguardia.
Nel frattempo, una terza parte dell’esercito macedone venne richiamata dalla sua missione di esplorazione con l’ordine di raggiungere Filippo appena possibile.
Flaminino aveva invece condotto le sue truppe fuori dall’accampamento e le aveva disposte in formazione di battaglia, ordinando al suo lato destro di rimanere più indietro, assieme agli elefanti. Diede invece ordine al suo lato sinistro di avanzare e supportare l’avanguardia romana, ancora impegnata a combattere con difficoltà l’avanguardia macedone.
Con questa mossa, il contingente distaccato dei macedoni iniziò finalmente a retrocedere.
Appena arrivato sulla sommità della collina, Filippo vide la parziale ritirata delle sue truppe e decise di intervenire immediatamente con le sue falangi per riequilibrare la situazione e tornare in vantaggio. Dispose gli uomini su una sola linea di combattimento, dando l’ordine di attaccare per riguadagnare terreno.
Il grosso dei due eserciti era venuto finalmente a contatto: i romani lanciarono i loro giavellotti ed ingaggiarono battaglia. La spinta della falange macedone si dimostrò però più forte ed inizialmente i romani furono costretti a retrocedere, seppur lentamente. Quello che davvero salvò i legionari in questa fase del combattimento fu la loro capacità di riposizionarsi e ricambiare continuamente gli uomini.
La battaglia di Cinocefale: il contropiede di Flaminino
Fu proprio in quel momento che Flaminino vide la terza parte dell’esercito macedone in avvicinamento, in procinto di ricongiungersi con Filippo e accrescere le file dei suoi soldati. Decidendo di giocare d’anticipo, il fianco destro romano, che era rimasto in attesa, ricevette l’ordine di caricare immediatamente la sinistra macedone in avvicinamento.
I macedoni di rinforzo e in avvicinamento, attaccati prima di avere il tempo di formare un’adeguata linea di combattimento e di affiancarsi ai loro commilitoni, vennero annientati e fatti retrocedere fino all’accampamento.
Mentre gli avversari fuggivano, un centurione capì che la parte destra dell’esercito romano si era spinta quasi sul fondo del campo di battaglia, superando le linee macedoni ed intravvide la possibilità di richiamare una parte dei legionari vittoriosi per farli convergere ed attaccare sul retro la parte delle falangi macedoni ancora in combattimento sulla sinistra.
Così, le falangi rimaste, sorprese dall’estrema velocità dei manipoli romani, vennero attaccate a tergo ed in breve tempo furono disarticolate ed annientate.
La battaglia di Cinocefale: le conseguenze e il tramonto della falange
Dopo la sconfitta, Filippo V era stato privato della parte principale del suo esercito e fu costretto a scendere a patti con Flaminino: nella valle di Tempe, a nord della Tessaglia, venne concordata una pace che prevedeva il ritiro dei Macedoni dalla Grecia, la consegna di tutti i prigionieri e la restituzione al Re Egizio Tolomeo V di tutte le città conquistate dai macedoni. La Macedonia, condannata a pagare un risarcimento di guerra, divenne uno stato strettamente dipendente dalla Repubblica romana nei Balcani.
Oltre alle conseguenze a livello geopolitico, la battaglia di Cinocefale rappresenta il tramonto della falange macedone come formazione più forte del mondo antico, consegnando alla legione romana il primato di formazione più rapida e manovrabile, in grado di vincere su ogni tipo di territorio.
Le Nazioni Unite hanno votato a stragrande maggioranza per una risoluzione che deplora l’invasione russa dell’Ucraina e hanno chiesto il ritiro immediato delle sue forze, in un’espressione globale di indignazione che ha evidenziato il crescente isolamento della Russia.
In una sessione di emergenza dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, 141 dei 193 Stati membri hanno votato a favore della risoluzione, 35 si sono astenuti e cinque hanno votato contro.
La risoluzione, che è stata co-sponsorizzata da 94 paesi, afferma che l’Onu “deplora con la massima fermezza l’aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina”. Ha chiesto che “la Federazione Russa cessi immediatamente l’uso della forza contro l’Ucraina” e “ritiri immediatamente, completamente e incondizionatamente tutte le sue forze militari”.
La risoluzione non è giuridicamente vincolante, ma è un’espressione del punto di vista dell’adesione all’ONU, volta ad aumentare la pressione su Mosca e sul suo alleato, la Bielorussia.
Venerdì, la Russia è stato l’unico voto contrario a una risoluzione simile nel consiglio di sicurezza, ma poiché la Russia è una delle cinque potenze con un veto, la risoluzione non è stata confermata, quindi gli alleati dell’Ucraina hanno deferito la questione all’assemblea generale.
È la prima volta in 40 anni che il consiglio di sicurezza rinvia una crisi all’assemblea e solo per l’undicesima volta dal 1950 viene convocata una sessione di emergenza dell’assemblea generale delle Nazioni Unite.
L’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, più comunemente NATO è un’alleanza militare intergovernativa tra 27 paesi europei, 2 nordamericani e 1 eurasiatico. L’organizzazione attua il Trattato del Nord Atlantico che è stato firmato il 4 aprile 1949.
La NATO costituisce un sistema di sicurezza collettiva, in base al quale i suoi Stati membri indipendenti si impegnano a difendersi reciprocamente in risposta a un attacco di qualsiasi parte esterna. Il quartier generale della NATO si trova a Bruxelles, in Belgio, mentre il quartier generale delle operazioni del comando alleato è vicino a Mons, sempre in Belgio.
Dalla sua fondazione, l’ammissione di nuovi Stati membri ha aumentato l’alleanza dai 12 paesi originari a 30. L’ultimo stato membro ad essere aggiunto alla NATO è stato la Macedonia del Nord il 27 marzo 2020. La NATO attualmente riconosce la Bosnia ed Erzegovina, la Georgia e Ucraina come aspiranti membri. Altri 20 paesi partecipano al programma di partenariato per la pace della NATO, con altri 15 paesi coinvolti in programmi di dialogo istituzionalizzato. La spesa militare combinata di tutti i membri della NATO nel 2020 ha costituito oltre il 57% del totale globale. I membri hanno convenuto che il loro obiettivo è raggiungere o mantenere il limite di spesa per la difesa di almeno il 2% del loro PIL entro il 2024.
I Paesi aderenti alla Nato
La Nato e i Paesi aderenti
Il Trattato del Nord Atlantico del 4 aprile 1949, ha cercato di creare un contrappeso agli Eserciti sovietici di stanza nell’Europa centrale e orientale dopo la seconda guerra mondiale. I suoi membri originali erano Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti. Unendosi ai firmatari originali sono stati Grecia e Turchia (1952); Germania Ovest (1955; dal 1990 come Germania ); Spagna (1982); Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia (1999); Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia (2004); Albania e Croazia (2009); Montenegro (2017); e Macedonia del Nord (2020). La Francia si ritirò dal comando militare integrato della NATO nel 1966 ma rimase membro dell’organizzazione; ha ripreso la sua posizione nel comando militare della NATO nel 2009.
Il cuore del trattato
…un attacco armato contro uno o più di loro in Europa o Nord America sarà considerato un attacco contro tutti loro; e di conseguenza convengono che, qualora si verificasse un tale attacco armato, ciascuno di essi, nell’esercizio del diritto all’autodifesa individuale o collettiva riconosciuto dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, assisterà la Parte o le Parti così attaccate da intraprendere immediatamente, individualmente e di concerto con le altre Parti, le azioni che ritenga necessarie, compreso l’uso della forza armata, per ripristinare e mantenere la sicurezza dell’area del Nord Atlantico.
La NATO ha invocato per la prima volta l’articolo 5 dopo gli attacchi dell’11 settembre organizzati da Osama bin Laden che distrussero il World Trade Center di New York City e parte del Pentagono fuori Washington, DC, uccidendo circa 3.000 persone.
L’articolo 6 definisce l’ambito geografico del trattato in quanto copre “un attacco armato al territorio di una qualsiasi delle Parti in Europa o Nord America”. Altri articoli impegnano gli alleati a rafforzare le loro istituzioni democratiche, a costruire la loro capacità militare collettiva, a consultarsi a vicenda ea rimanere aperti a invitare altri stati europei ad aderire.
Storia della Nato
Dopo la seconda guerra mondiale nel 1945, l’Europa occidentale era economicamente esausta e militarmente debole, gli alleati occidentali avevano ridotto rapidamente e drasticamente i loro eserciti alla fine della guerra e in Francia e in Italia erano sorti nuovi potenti partiti comunisti. Al contrario, l’Unione Sovietica era emersa dalla guerra con i suoi eserciti che dominavano tutti gli stati dell’Europa centrale e orientale, e nel 1948 i comunisti sotto il patrocinio di Mosca avevano consolidato il loro controllo sui governi di quei paesi e soppresso tutta l’attività politica non comunista. Quello che divenne noto come la cortina di ferro, termine reso popolare da Winston Churchill, era scesa sull’Europa centrale e orientale. Inoltre, la cooperazione in tempo di guerra tra gli alleati occidentali e i sovietici era completamente interrotta. Ciascuna parte stava organizzando il proprio settore della Germania occupata, in modo che emergessero due stati tedeschi, uno democratico a ovest e uno comunista a est.
Nel 1948 gli Stati Uniti lanciarono il Piano Marshall, che ha infuso enormi quantità di aiuti economici ai paesi dell’Europa occidentale e meridionale a condizione che collaborassero tra loro per una pianificazione congiunta per accelerare la loro reciproca ripresa. Per quanto riguarda il recupero militare, ai sensi del Trattato di Bruxelles del 1948, Regno Unito, Francia e Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo hanno concluso un accordo di difesa collettiva chiamato Unione dell’Europa occidentale. Fu presto riconosciuto, tuttavia, che sarebbe stata necessaria un’alleanza più coesa per fornire un adeguato contrappeso militare ai sovietici.
A questo punto Gran Bretagna, Canada e Stati Uniti si erano già impegnati in colloqui esplorativi segreti sugli accordi di sicurezza che sarebbero serviti come alternativa alle Nazioni Unite (ONU), che stavano diventando burocraticamente bloccate dalla Guerra Fredda in rapida ascesa . Nel marzo 1948, a seguito di un colpo di stato comunista in Cecoslovacchia, i tre governi iniziarono le discussioni su uno schema multilaterale di difesa collettiva che avrebbe rafforzato la sicurezza occidentale e promosso i valori democratici. A queste discussioni si unirono infine Francia, Paesi Bassi e Norvegia e nell’aprile 1949 sfociarono nel Trattato del Nord Atlantico.
Il Trattato del Nord Atlantico rimase in gran parte dormiente fino a quando la guerra di Corea non avviò l’istituzione della NATO per attuarlo, per mezzo di una struttura militare integrata: ciò includeva la formazione del quartier generale supremo delle potenze alleate in Europa (SHAPE) nel 1951, che adottò l’esercito dell’Unione occidentale strutture e piani, compresi STANAG e SOFA. Nel 1952 fu istituita la carica di Segretario Generale della NATO come capo civile dell’organizzazione. Quell’anno vide anche le prime grandi esercitazioni marittime della NATO, l’ esercitazione Mainbrace e l’adesione di Grecia e Turchia all’organizzazione. A seguito delle Conferenze di Londra e Parigi, alla Germania occidentale fu permesso di riarmarsi militarmente, poiché si unì alla NATO nel maggio 1955, che fu, a sua volta, un fattore importante nella creazione del Patto di Varsavia dominato dai sovietici, delineando i due opposti schieramenti della Guerra Fredda.
Dal punto di vista politico, l’organizzazione ha cercato migliori relazioni con le nazioni dell’Europa centrale e orientale diventate autonome e durante questo periodo successivo alla Guerra Fredda sono stati istituiti forum diplomatici per la cooperazione regionale tra la NATO e i suoi vicini, tra cui il Partenariato per la Pace e l’iniziativa del Dialogo Mediterraneo nel 1994, il Consiglio di partenariato euro-atlantico nel 1997 e il Consiglio congiunto permanente NATO-Russia nel 1998. Al vertice di Washington del 1999, Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca hanno aderito ufficialmente alla NATO e l’organizzazione ha anche emesso nuove linee guida per l’adesione a “Piani d’azione per l’adesione individualizzati”.
Questi piani hanno disciplinato l’aggiunta di nuovi membri dell’alleanza: Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia nel 2004, Albania e Croazia nel 2009, Montenegro nel 2017 e Macedonia del Nord nel 2020. L’elezione del presidente francese Nicolas Sarkozy nel 2007 ha portato a un’importante riforma della posizione militare della Francia, culminata con il ritorno alla piena adesione il 4 aprile 2009, che includeva anche il ritorno della Francia alla struttura di comando militare della NATO, pur mantenendo un deterrente nucleare indipendente.
Il ruolo della Germania
Una questione seria che la NATO doveva affrontare all’inizio e alla metà degli anni ’50 era la negoziazione della partecipazione della Germania occidentale all’alleanza. La prospettiva di una Germania riarmata fu comprensibilmente accolta con diffuso disagio ed esitazione nell’Europa occidentale, ma la forza del paese era stata a lungo riconosciuta come necessaria per proteggere l’Europa occidentale da una possibile invasione sovietica. Di conseguenza, gli accordi per la partecipazione “sicura” della Germania occidentale all’alleanza furono elaborati come parte degli accordi di Parigi dell’ottobre 1954, che ponevano fine all’occupazione del territorio della Germania occidentale da parte degli alleati occidentali e prevedevano sia la limitazione degli armamenti della Germania occidentale che la l’adesione del paese al Trattato di Bruxelles. Nel maggio 1955 la Germania Ovest si unì alla NATO, cosa che spinse l’Unione Sovietica a formare il Patto di Varsavia un’alleanza nell’Europa centrale e orientale. I tedeschi occidentali hanno successivamente contribuito con molte divisioni e consistenti forze aeree all’alleanza NATO. Alla fine della Guerra Fredda, circa 900.000 soldati, quasi la metà provenienti da sei paesi (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Belgio, Canada e Paesi Bassi), erano di stanza nella Germania occidentale.
Il ruolo della Francia
Le relazioni della Francia con la NATO divennero tese dopo il 1958, come presidente Charles de Gaulle ha sempre più criticato il dominio dell’organizzazione da parte degli Stati Uniti e l’intrusione nella sovranità francese dal numeroso personale e dalle attività internazionali della NATO. Ha sostenuto che tale “integrazione” ha sottoposto la Francia a una guerra “automatica” su decisione degli stranieri. Nel luglio 1966 la Francia si ritirò formalmente dalla struttura di comando militare della NATO e richiese alle forze e al quartier generale della NATO di lasciare il suolo francese; tuttavia, de Gaulle proclamò la continua adesione francese al Trattato del Nord Atlantico in caso di “aggressione non provocata”. Dopo che la NATO ha trasferito il suo quartier generale da Parigi a Bruxelles, la Francia ha mantenuto una relazione di collegamento con il personale militare integrato della NATO, ha continuato a sedere nel consiglio e ha continuato a mantenere e dispiegare forze di terra nella Germania occidentale, sebbene lo facesse in base a nuovi accordi bilaterali con i tedeschi occidentali piuttosto che sotto la giurisdizione della NATO. Nel 2009 la Francia è rientrata nella struttura di comando militare della NATO.
NATO durante la Guerra fredda
Fin dalla sua fondazione, lo scopo principale della NATO è stato quello di unificare e rafforzare la risposta militare degli Alleati occidentali a una possibile invasione dell’Europa occidentale da parte dell’Unione Sovietica e dei suoi Alleati del Patto di Varsavia. All’inizio degli anni ’50 la NATO faceva affidamento in parte sulla minaccia di una massiccia rappresaglia nucleare da parte degli Stati Uniti per contrastare le forze di terra molto più grandi del Patto di Varsavia. A partire dal 1957, questa politica fu integrata dal dispiegamento di armi nucleari americane nelle basi in Europa occidentale. La NATO in seguito ha adottato una strategia di “risposta flessibile”, che gli Stati Uniti hanno interpretato nel senso che una guerra in Europa non doveva degenerare in uno scambio nucleare totale. In base a questa strategia, molte forze alleate furono equipaggiate con armi nucleari da campo e da teatro americane con un sistema a doppio controllo (o “doppia chiave”), che consentiva sia al paese che ospitava le armi che agli Stati Uniti di porre il veto al loro uso. La Gran Bretagna mantenne il controllo del suo arsenale nucleare strategico, ma lo portò all’interno delle strutture di pianificazione della NATO; Le forze nucleari francesi sono rimaste completamente autonome.
Uno stallo convenzionale e nucleare tra le due parti è continuato attraverso la costruzione del muro di Berlino all’inizio degli anni ’60, la distensione negli anni ’70 e la ripresa delle tensioni della Guerra Fredda negli anni ’80 dopo l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica nel 1979 e l’elezione del presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan nel 1980. Dopo il 1985, tuttavia, riforme economiche e politiche di vasta portata introdotte dal leader sovietico Michail Gorbačëv hanno fondamentalmente alterato lo status quo. Nel luglio 1989 Gorbaciov annunciò che Mosca non avrebbe più sostenuto i governi comunisti nell’Europa centrale e orientale, segnalando così la sua tacita accettazione della loro sostituzione con amministrazioni liberamente elette (e non comuniste). L’abbandono da parte di Mosca del controllo sull’Europa centrale e orientale ha significato la dissipazione di gran parte della minaccia militare che il Patto di Varsavia aveva precedentemente rappresentato per l’Europa occidentale, un fatto che ha portato alcuni a mettere in dubbio la necessità di mantenere la NATO come organizzazione militare, specialmente dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia nel 1991. La riunificazione della Germania nell’ottobre 1990 e il mantenimento dell’appartenenza alla NATO hanno creato sia la necessità che l’opportunità di trasformare la NATO in un’alleanza più “politica” dedicata al mantenimento della stabilità internazionale in Europa.
La NATO nell’era del dopo Guerra Fredda
Dopo la Guerra Fredda, la NATO è stata concepita come un’organizzazione di “sicurezza cooperativa” il cui mandato era di includere due obiettivi principali: promuovere il dialogo e la cooperazione con gli ex avversari del Patto di Varsavia e “gestire” i conflitti nelle aree alla periferia europea, come i Balcani. In linea con il primo obiettivo, la NATO ha stabilito il Consiglio di cooperazione del Nord Atlantico nel 1991, successivamente sostituito dal Consiglio di partenariato euro-atlantico per fornire un forum per lo scambio di opinioni su questioni politiche e di sicurezza, nonché il Programma Partnership for Peace (PfP) (1994) per migliorare la sicurezza e la stabilità europea attraverso esercitazioni militari congiunte con stati NATO e non NATO, comprese le ex repubbliche sovietiche e gli alleati. Sono stati inoltre instaurati speciali legami di cooperazione con due paesi del PfP: Russia e Ucraina.
Il secondo obiettivo prevedeva il primo utilizzo della forza militare da parte della NATO, quando entrò in guerra Bosnia ed Erzegovina nel 1995 organizzando attacchi aerei contro le posizioni serbo-bosniache intorno alla capitale Sarajevo. Gli accordi di Dayton, siglati dai rappresentanti della Bosnia-Erzegovina, della Repubblica di Croazia e della Repubblica Federale di Jugoslavia, impegnavano ciascuno stato a rispettare la sovranità degli altri e a risolvere pacificamente le controversie; ha anche gettato le basi per lo stazionamento delle truppe di mantenimento della pace della NATO nella regione. Inizialmente è stata dispiegata una Forza di attuazione (IFOR) di 60.000 uomini, sebbene un contingente più piccolo sia rimasto in Bosnia con un nome diverso, Forza di stabilizzazione (SFOR). Nel marzo 1999 la NATO ha lanciato massicci attacchi aerei contro la Serbia nel tentativo di costringere il governo jugoslavo di Slobodan Milošević ad aderire alle disposizioni diplomatiche volte a proteggere la popolazione albanese a maggioranza musulmana nella provincia del Kosovo. Secondo i termini di una soluzione negoziata ai combattimenti, la NATO ha schierato una forza di mantenimento della pace chiamata Kosovo Force (KFOR).
La crisi del Kosovo e la conseguente guerra hanno dato nuovo impulso agli sforzi dell’Unione Europea per costruire una nuova forza di intervento in caso di crisi, che renderebbe l’UE meno dipendente dalle risorse militari della NATO e degli Stati Uniti per la gestione dei conflitti. Questi sforzi hanno suscitato dibattiti significativi sul fatto che il rafforzamento delle capacità difensive dell’UE rafforzerebbe o indebolirebbe la NATO. Allo stesso tempo, si è discusso molto del futuro della NATO nell’era del dopo Guerra Fredda. Alcuni osservatori hanno sostenuto che l’alleanza dovrebbe essere sciolta, osservando che è stata creata per affrontare un nemico che non esiste più; altri hanno chiesto l’inclusione di un’ampia espansione dell’adesione alla NATO della Russia. Ruoli alternativi più suggeriti, incluso il mantenimento della pace.
Durante la presidenza di Bill Clinton (1993-2001), gli Stati Uniti hanno condotto un’iniziativa per ampliare gradualmente l’adesione alla NATO per includere alcuni degli ex alleati sovietici. Nel dibattito simultaneo sull’allargamento, i sostenitori dell’iniziativa hanno sostenuto che l’adesione alla NATO era il modo migliore per iniziare il lungo processo di integrazione di questi stati nelle istituzioni politiche ed economiche regionali come l’UE. Alcuni temevano anche una futura aggressione russa e suggerivano che l’adesione alla NATO avrebbe garantito libertà e sicurezza ai nuovi regimi democratici. Gli oppositori hanno sottolineato l’enorme costo della modernizzazione delle forze militari dei nuovi membri; hanno anche affermato che l’allargamento, che la Russia considererebbe una provocazione, ostacolerebbe la democrazia in quel paese e rafforzare l’influenza degli intransigenti. Nonostante questi disaccordi, la Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Polonia hanno aderito alla NATO nel 1999; Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia sono state ammesse nel 2004; e Albania e Croazia hanno aderito all’alleanza nel 2009.
Nel frattempo, all’inizio del 21° secolo, la Russia e la NATO avevano stretto una relazione strategica. Non più considerata il principale nemico della NATO, la Russia ha consolidato un nuovo legame di cooperazione con la NATO nel 2001 per affrontare problemi comuni come il terrorismo internazionale, la non proliferazione nucleare e il controllo degli armamenti. Questo legame è stato successivamente soggetto a logoramento, tuttavia, in gran parte a causa di ragioni associate alla politica interna russa.
Gli eventi successivi agli attacchi dell’11 settembre 2001 hanno portato alla formazione di una nuova dinamica all’interno dell’alleanza, che ha favorito sempre più l’impegno militare dei membri al di fuori dell’Europa, inizialmente con una missione contro le forze talebane in Afghanistan a partire dall’estate del 2003 e successivamente con operazioni aeree contro il regime di Muammar al-Gheddafi in Libia all’inizio del 2011. Come risultato del ritmo accresciuto delle operazioni militari intraprese dall’alleanza, è stata ripresa l’annosa questione della “condivisione degli oneri”, con alcuni funzionari che hanno avvertito che una mancata condivisione dei costi delle operazioni della NATO in modo più equa sarebbe portare allo scioglimento dell’alleanza. All’epoca, tuttavia, la maggior parte degli osservatori considerava quello scenario improbabile. Successivamente, la questione della condivisione degli oneri è stata sollevata ancora una volta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha ripetutamente criticato altri membri della NATO per non aver destinato una parte sufficiente dei loro budget alla spesa per la difesa.
La struttura della Nato
Tutte le agenzie e le organizzazioni della NATO sono integrate nei ruoli esecutivi civili, amministrativi o militari. Per la maggior parte svolgono ruoli e funzioni che supportano direttamente o indirettamente il ruolo di sicurezza dell’alleanza nel suo insieme.
La struttura civile comprende:
Il Consiglio Nord Atlantico (NAC) è l’organo che ha un’autorità di governance effettiva e poteri decisionali nella NATO, composto da rappresentanti permanenti degli Stati membri o rappresentanti di livello superiore come ministri degli affari esteri o della difesa, o capi di stato o di governo. La NAC si riunisce almeno una volta alla settimana e prende decisioni importanti in merito alle politiche della NATO. Le riunioni del Consiglio Nord Atlantico sono presiedute dal Segretario Generale e, quando devono essere prese decisioni, l’azione è concordata per consenso. Non c’è voto o decisione a maggioranza. Ogni nazione rappresentata al tavolo del Consiglio o in uno qualsiasi dei suoi comitati subordinati conserva la completa sovranità e responsabilità delle proprie decisioni.
Quartier generale della NATO, situato in Boulevard Léopold III/Leopold III-laan, B-1110 Bruxelles, che si trova nel comune della città di Bruxelles. Il personale del Quartier generale è composto da delegazioni nazionali dei paesi membri e comprende uffici di collegamento civili e militari e ufficiali o missioni diplomatiche e diplomatici dei paesi partner, nonché lo Stato maggiore internazionale e lo Stato maggiore militare internazionale costituiti da membri in servizio del forze armate degli Stati membri. Gruppi di cittadini non governativi sono cresciuti anche a sostegno della NATO, in generale sotto la bandiera del movimento di Associazione Consiglio Atlantico / Trattato Atlantic
La struttura militare comprende:
Il Comitato militare (MC) è l’organismo della NATO composto dai capi della difesa (CHOD) degli Stati membri e fornisce consulenza al Consiglio Nord Atlantico (NAC) sulla politica e la strategia militare. I CHOD nazionali sono regolarmente rappresentati nell’MC dai loro rappresentanti militari permanenti (MilRep), che spesso sono ufficiali di bandiera a due o tre stelle. Come il consiglio, di tanto in tanto anche il Comitato militare si riunisce a un livello superiore, vale a dire a livello di capi della difesa , l’ufficiale militare più anziano delle forze armate di ciascuna nazione. L’MC è guidato dal suo presidente , che dirige le operazioni militari della NATO. Fino al 2008 il Comitato militare ha escluso la Francia, a causa della decisione di quel paese nel 1966 di rimuoversi dalla struttura di comando militare della NATO , a cui è rientrato nel 1995. Fino a quando la Francia non è rientrata nella NATO, non era rappresentata nel Comitato per la pianificazione della difesa e ciò ha portato a conflitti tra essa e i membri della NATO. [141] Tale era il caso in vista dell’Operazione Iraqi Freedom. Il lavoro operativo del comitato è sostenuto dallo Stato maggiore militare internazionale
Allied Command Operations (ACO) è il comando NATO responsabile delle operazioni NATO in tutto il mondo.
Il Rapid Deployable Corps include, tra gli altri, Eurocorps , I. German/Dutch Corps , Multinational Corps Northeast e NATO Rapid Deployable Italian Corps , nonché le forze navali di alta prontezza (HRF), che fanno tutte capo alle operazioni del comando alleato.
Allied Command Transformation (ACT), responsabile della trasformazione e dell’addestramento delle forze NATO.
Le organizzazioni e le agenzie della NATO includono:
Il quartier generale dell’Agenzia di supporto della NATO sarà a Capellen in Lussemburgo (sede dell’attuale Agenzia di manutenzione e approvvigionamento della NATO – NAMSA).
Il quartier generale dell’Agenzia delle comunicazioni e dell’informazione della NATO sarà a Bruxelles, così come il personale molto piccolo che progetterà la nuova Agenzia per gli appalti della NATO.
Entro luglio 2012 sarà creata una nuova Organizzazione della NATO per la scienza e la tecnologia , composta da Chief Scientist, un Ufficio del programma per la S&T collaborativa e il Centro di ricerca sottomarina della NATO (NURC).
L’attuale Agenzia di standardizzazione della NATO continuerà e sarà soggetta a revisione entro la primavera del 2014.
L’Assemblea parlamentare della NATO (NATO PA) è un organismo che fissa obiettivi strategici generali per la NATO, che si riunisce in due sessioni all’anno. La NATO PA interagisce direttamente con le strutture parlamentari dei governi nazionali degli Stati membri che nominano Membri Permanenti, o ambasciatori presso la NATO. L’Assemblea parlamentare della NATO è composta da legislatori dei paesi membri dell’Alleanza del Nord Atlantico e da tredici membri associati. Tuttavia è ufficialmente una struttura diversa dalla NATO e ha come scopo di unirsi ai deputati dei paesi della NATO per discutere le politiche di sicurezza in seno al Consiglio della NATO.
Converrete con me sul fatto che la più affascinante impresa bellica del mondo antico, sia stata la campagna condotta da Alessandro il Grande per assoggettare l’India. Come è noto, il condottiero macedone, dopo avere occupato la satrapia dell’India, estremo lembo dell’impero persiano, si spinse nel Punjab, fino al fiume Idaspe (attuale Jhelum) dove in una sanguinosissima battaglia sconfisse il re Poro. L’avanzata avrebbe dovuto proseguire in direzione del Gange, ma venne impedita dal rifiuto delle truppe di proseguire ancora.
Pure, a mio modesto avviso, vi sono due spedizioni militari romane, attestate da storici antichi, che se non fossero state impedite all’ultimo momento dal verificarsi di fattori esterni, ne avrebbero probabilmente oscurato la fama e vi assicuro che non credo di essere influenzato da partigianeria a favore di Roma. Oggi quindi, spero di riuscire ad accendere il vostro interesse parlando della prima di queste due imprese irrealizzate.
La campagna militare per sottomettere l’Etiopia
Sgombriamo subito il campo da possibili equivoci, con questa campagna i Romani non intendevano anticipare la guerra d’Africa combattuta dall’Italia quasi 2 millenni dopo per vendicare la disastrosa sconfitta subita quarant’anni ad Adua e che ebbe il tragico effetto di favorire la successiva alleanza con la Germania di Hitler.
Nell’antichità per Etiopia, parola derivata dal greco che significava letteralmente viso bruciato, designando le popolazioni con la pelle nera, si intendeva quella parte di Africa, delimitata dal Mar Rosso e posta a sud dell’Egitto, che era attraversata dal fiume Nilo. Si trattava di un territorio enormemente più esteso dell’attuale Etiopia e dell’antica Nubia e in gran parte inesplorato, che oggi corrisponderebbe con l’Africa Equatoriale, includendo gli attuali Sudan, Sud Sudan, Eritrea, Etiopia nordoccidentale, nonché Kenya, Uganda e Tanzania settentrionali dove si trova il lago Vittoria, da cui si origina il più lungo fiume del mondo.
Il regno di Kush o di Meroe
In realtà Roma, oltre che esplorare e sottomettere dei territori in gran parte sconosciuti, che le avrebbero dato accesso diretto ai tesori dell’Africa Nera, intendeva assoggettare anzitutto il regno di Kush o di Meroe, dal nome della città che, a partire dal VI secolo A.C. ne costituiva la capitale, sita alla confluenza tra due fiumi il Nilo Azzurro e l’Atbara, in quella parte del Sudan che confina con l’attuale Eritrea.
Il regno di Kush nacque a seguito della decadenza dell’Egitto, susseguente alla fine della XX dinastia e del Nuovo Regno che consentì la liberazione dell’intera Nubia ( all’incirca anno 1069 A.C.). Esso crebbe di importanza al punto che nel corso dell’ottavo secolo A.C. i nubiani invasero l’Egitto, fondando la XXV dinastia. In quegli stessi anni venne fondata la città di Meroe, più a sud della antica capitale Napata che, al tempo dell’occupazione egiziana costituiva il limite estremo del regno faraonico.
Il controllo dei nubiani sull’Egitto durò meno di 100 anni, poi le strade dei due paesi si divisero. Mentre l’Egitto entrava a far parte dell’impero persiano, il regno di Kush elaborava una propria civiltà, certo fortemente influenzata dal regno faraonico, ma che aveva anche degli aspetti originali e che tra l’altro prevedeva anche la possibilità che il trono venisse occupato da elementi di sesso femminile, che in tal caso assumevano il titolo di candace.
Il primo contatto tra Roma e il regno di Kush avvenne all’epoca di Augusto. Come lo stesso imperatore attesta nelle sue Res Gestae, all’incirca nel 25 A.C. la candace di Meroe, ritenendo che, dopo la morte di Antonio e Cleopatra, avrebbe potuto fare dell’Egitto un boccone, assaltò la nuova provincia, subendo una disastrosa sconfitta ad opera del prefetto Gaio Petronio, che non contento di aver raso al suolo la città di Napata, impose anche un tributo sul regno di Kush. Solo il successivo intervento di Augusto, a seguito di accorate preghiere della regina di Meroe, poté annullare questo tributo.
La spedizione di Nerone per il regno di Kush
Come è noto, Nerone era assai poco interessato alle campagne militari, tanto da non essere particolarmente popolare fra i ranghi dell’esercito. L’unica campagna di rilievo svoltasi nel corso del suo regno fu quella condotta contro i Parti da Gneo Domizio Corbulone, originata da contrasti relativi alla successione sul trono dell’Armenia, che alla fine si risolse, dopo la conquista della capitale Artaxata e della città di Tigranocerta, con l’ascesa al trono dei parti del re Tiridate, più favorevole ai Romani.
Ma allora, se Nerone aveva così scarsa propensione alla guerra, come mai potè convincersi a tentare un’impresa così temeraria?
Tutto ebbe inizio con un’esplorazione voluta dallo stesso imperatore. Infatti, Nerone organizzò una spedizione guidata da due centurioni, che avrebbe dovuto scoprire le sorgenti del Nilo. La spedizione attraversò anzitutto il regno di Kush, fino a giungere nella capitale Meroe, dove vennero accolti in modo amichevole dal re dell’epoca, che diede ai centurioni tutta una serie di consigli in merito al difficilissimo viaggio da compiere.
Una volta partiti da Meroe, i legionari, dopo un viaggio assai lungo, raggiunsero una palude immensa e malsana, coperta di piante acquatiche e ricca di sabbie mobili, oltre ad ospitare enormi colonie di coccodrilli e di ippopotami, che poterono superare solo a bordo di piroghe. Si tratta probabilmente del Sudd una pianura alluvionale formata dal Nilo Bianco tra Sudan e Uganda. Il viaggio si concluse quando, secondo la descrizione fornita da Seneca, i legionari giunsero davanti a delle rocce dalle quali la forza del fiume fuoriusciva con incredibile potenza.
Cascate Murchinson National Park, Uganda
Gli studiosi moderni identificano questa zona con le cascate di Murchison in Uganda, non molto distante dal lago Vittoria da cui il Nilo si origina, ritenendo quindi che i legionari abbiano percorso oltre 2000 km a sud di Meroe. Se questa tesi è esatta i Romani giunsero vicini a scoprire le sorgenti del Nilo appena 18 secoli prima della spedizione di Speke e Burton, avvenuta nella seconda metà del diciannovesimo secolo che per l’appunto raggiunse per prima il lago Vittoria. ( occorre precisare che nel 1937 l’esploratore tedesco Burkhart Waldecker ha individuato la sorgente più meridionale del Nilo nel fiume Kasumo che scorre in Burundi e confluisce nel lago Vittoria, ma molti geografi continuano ad indicare nel lago la vera sorgente.)
Quando la spedizione tornò a Roma, dopo un viaggio durato diversi anni, riferirono a Nerone, oltre alle spettacolari descrizioni dei luoghi visitati, anche che il regno di Meroe era in grave difficoltà per le continue incursioni dei regni barbarici vicini, probabilmente allocati nella zona di Axum.
Ecco dunque che si offriva a Nerone una occasione incredibilmente favorevole per estendere i domini di Roma in Africa ed accedere direttamente alle enormi ricchezze della parte centrale del continente, quali avorio, oro, piume di struzzo, legnami pregiati, pietre preziose, animali esotici e quant’altro possa eccitare la cupidigia e la fantasia umana e l’imperatore decise di sfruttarla.
Per metterla in pratica Nerone fece spostare 2 legioni dalla Siria ad Alessandria d’Egitto, cioè la X Fretensis e la V Macedonica, ma la spedizione verso l’Etiopia non si sarebbe mai concretizzata. Nello stesso anno 66 D.C. ebbe inizio la prima guerra giudaica, e la disfatta subita da Gaio Cestio Gallo a Bethoron con la perdita della legio XII Fulminata, costrinse Nerone a far rientrare le 2 legioni in Giudea, affidandole al comando di Vespasiano. Della campagna per la conquista del regno di Kush non si parlò più. Da notare una coincidenza. La prima guerra giudaica del 66/73 D.C. ha impedito questa spedizione, così come la seconda guerra giudaica del 115/117 D.C. costrinse Traiano ha rinunciare a proseguire la guerra contro i Parti, che nei suoi propositi doveva portarlo ad invadere l’India.
Le fonti
Della spedizione alla scoperta delle sorgenti del Nilo parla ampiamente Seneca nelle Naturales Quaestiones libro VI nel trattato de Terrae Motu. L’autore riporta la testimonianza dei due centurioni al comando dell’impresa in questo libro, in quanto confacente alla sua tesi in base alla quale i terremoti sono determinati dalla presenza di enormi laghi sotterranei, come quello da cui riteneva nascesse il Nilo, in base alla descrizione delle cascate.
Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia libro VI 35, riferisce dei propositi di conquista di Nerone e traccia un parallelo con la campagna di Gaio Petronio di quasi cento anni prima.
Giovanni Vantini, storico appartenente all’ordine dei Comboniani, autore di diversi libri sul Sudan e l’antica Nubia, ha per primo individuato nelle cascate di Murchison il punto più a sud toccato dalla spedizione dei due centurioni.
La battaglia di Cartagine (149-146 a.C) o distruzione di Cartagine è il principale ed ultimo scontro della terza guerra punica, combattuta tra Cartagine e Roma. Dopo quasi tre anni di assedio, i romani conquistarono la città e la rasero al suolo, determinando la scomparsa definitiva dell’impero cartaginese.
Nel 149 a.C un grande esercito romano sbarcò nei pressi di Utica, in Nord Africa. I cartaginesi nutrivano la speranza di poter placare l’ira dei romani, ma nonostante avessero ceduto tutte le loro armi, i romani continuarono con l’assedio.
La campagna militare romana subì alcune battute d’arresto fino al 149 a.C, quando il generale Scipione Emiliano, nonostante due iniziali sconfitte, riuscì a stringere definitivamente d’assedio la città, bloccando il suo porto ed impedendo che a Cartagine arrivassero ulteriori rifornimenti.
I cartaginesi, nel frattempo, avevano parzialmente ricostruito la loro flotta, con sorpresa dei romani, ma questi risposero con la costruzione di una enorme struttura in muratura nella zona portuale. Nella primavera del 146 a.C, i romani lanciarono il loro ultimo assalto e nell’arco di sette giorni distrussero la città e ne uccisero gli abitanti.
In un solo giorno vennero fatti 50.000 prigionieri, tutti venduti come schiavi. I territori che appartenevano ai cartaginesi divennero ufficialmente la provincia romana d’Africa, con capitale Utica. Solo un secolo dopo, il sito di Cartagine sarebbe stato ricostruito, sul modello delle città romane.
La battaglia di Cartagine: lo scenario di guerra
Cartagine e Roma avevano combattuto la seconda guerra punica per 17 anni, tra il 218 e il 201 a.C, che si era conclusa con una piena vittoria romana. Il trattato di pace imposto ai cartaginesi li aveva privati di tutti i territori d’oltremare e di alcune vaste zone dell’Africa del nord.
I cartaginesi dovevano pagare l’esorbitante cifra di diecimila talenti di argento in un periodo di 50 anni. Oltre ciò, Cartagine dovette consegnare un nutrito numero di ostaggi, aveva il divieto di possedere elefanti da guerra e la sua flotta venne limitata a non più di 10 navi. I cartaginesi non potevano inoltre dichiarare guerra senza l’esplicito permesso di Roma.
Ricostruzione virtuale di Punto Rec Studios del porto commerciale di Cartagine intorno al 150 a.C.
Molti aristocratici cartaginesi furono riluttanti ad accettare condizioni di pace così dure, ma Annibale convinse il Senato cartaginese all’accordo con i romani, che venne ratificato nella primavera del 201 a.C.
D’ora in poi, era chiaro che Cartagine era politicamente subordinata a Roma.
Alla fine della guerra, l’alleato romano Massinissa divenne il sovrano più potente tra i Numidi, il popolo indigeno dominante nel Nord Africa, ad ovest dell’Egitto.
Massinissa approfittò ripetutamente della debolezza di Cartagine per estendere i suoi possedimenti a danno dei punici. Ogni volta che Cartagine richiedeva l’intervento di Roma per limitare l’espansione di Massinissa o in alternativa il permesso di intraprendere un’azione militare, Roma sosteneva sistematicamente il suo alleato.
Così, le incursioni e le devastazioni di Massinissa nel territorio cartaginese divennero sempre più evidenti. Nel 151 a.C, ormai sfiancata ed incapace di sopportare oltre, Cartagine organizzò un grande esercito, comandato dal generale Asdrubale e, senza il permesso di Roma, attaccò i Numidi. La campagna si risolse in un disastro e l’esercito cartaginese si arrese, contando innumerevoli morti.
Asdrubale fuggì a Cartagine e, nel tentativo di placare la prevedibile ira di Roma, il Senato lo incarcerò per poi giustiziarlo.
In realtà Cartagine aveva pagato la sua indennità, e non rappresentava più una minaccia militare per Roma. Tuttavia, diversi aristocratici all’interno del Senato romano desideravano da tempo la completa distruzione di Cartagine ed utilizzarono la loro iniziativa contro i Numidi, svolta senza il preventivo permesso di Roma, come pretesto per organizzare una spedizione punitiva.
Le ambasciate cartaginesi tentarono fino all’ultimo di negoziare con Roma, ma quando la grande città portuale di Utica passò dalla parte dei romani, nel 149 a.C, la guerra divampò nuovamente.
Nel 149 a.C, un numeroso esercito romano sbarcò ad Utica sotto il comando dei Consoli Manio Manilio e Lucio Censorino. I cartaginesi inviarono immediatamente una ambasciata: i consoli romani chiesero che gli venissero consegnate tutte le armi, cosa che i cartaginesi, seppur con grande riluttanza, fecero.
Le fonti antiche ci parlano di 200.000 armature e 2000 catapulte consegnate da Cartagine ad Utica, in atto di sottomissione. Inoltre, tutte le navi da guerra cartaginesi salparono per Utica, dove vennero bruciate dai romani.
Ma Cartagine, una volta completamente disarmata, ricevette un ulteriore ordine dei consoli romani.
I cittadini dovevano abbandonare la capitale e trasferirsi a circa 16 km dal mare. Cartagine sarebbe stata distrutta. Di fronte a questa minaccia, i cartaginesi abbandonarono i negoziati e si prepararono a difendere con le ultime forze la loro città.
La battaglia di Cartagine: le forze in campo
La città di Cartagine era molto grande, con una popolazione stimata di 700mila abitanti. Era fortificata da oltre 35 km di mura e a difendere l’ingresso principale vi era una tripla linea di difesa, con un muro di mattoni largo 9 metri ed alto 20. Inoltre, vi era un fossato ampio 20 m.
All’interno della città si trovava una caserma in grado di contenere 24000 soldati. La città disponeva in realtà di poche fonti d’acqua sotterranee ma aveva un complesso sistema per raccogliere l’acqua piovana e un grande numero di cisterne per immagazzinarla.
I combattimenti fra romani e cartaginesi durante gli assalti alle mura
I cartaginesi riuscirono a costituire un nuovo esercito, liberando tutti gli schiavi disposti a combattere per difendere la città. Venne così realizzato un contingente di 30.000 uomini, posto sotto il comando del generale Asdrubale, che fu appositamente liberato dalla cella dove attendeva la condanna a morte.
I romani, invece, potevano contare su una forza tra i 35.000 e i 46.000 fanti, oltre a 4000 cavalieri
La battaglia di Cartagine: i tentativi dei romani e le sortite dei cartaginesi
L’esercito romano realizzò due primi attacchi contro Cartagine, tentando di scalare le mura della città, ma dopo essere stato respinto entrambe le volte, dovette organizzare un assedio in piena regola.
Asdrubale rinforzò sempre di più il suo esercito, continuando ad attaccare le linee di rifornimento romane. I romani reagirono costruendo due arieti di grandi dimensioni per abbattere un primo tratto di mura. Riuscirono a creare una breccia e ad assaltarla, ma mentre si arrampicarono vennero respinti dalle sentinelle dei cartaginesi.
In realtà, i romani sarebbero stati decimati, se non fosse stato per l’intervento di Scipione Emiliano, che occupava una posizione militare di medio rango nota come “Tribuno”. Piuttosto che unirsi all’attacco, come gli era stato ordinato, Scipione si era tenuto a distanza, nei pressi di un muro parzialmente demolito e in questo modo riuscì a respingere le sortite dei cartaginesi che stavano inseguendo i romani.
Nel frattempo, l’accampamento dei romani venne spostato, in quanto era stato inizialmente posizionato vicino a paludi che rendevano l’atmosfera malsana. Tuttavia, la nuova posizione dell’ accampamento non era molto ben difendibile, e i cartaginesi riuscirono ad infliggere diverse perdite ai legionari, attaccandoli con la loro artiglieria.
Inoltre, i cartaginesi lanciarono un attacco notturno contro l’accampamento di Manilio: le perdite furono importanti, ma vennero nuovamente limitate dalla pronta azione di Scipione l’Emiliano.
I romani, rendendosi conto della complessità della situazione e della pericolosità delle sortite dei cartaginesi, risposero aumentando le fortificazioni a protezione dei loro accampamenti.
La battaglia di Cartagine: le mosse diplomatiche dei cartaginesi
Nel 148 a.C, i romani elessero due nuovi consoli ma solamente uno di loro venne inviato in Africa, si trattava di Calpurnio Pisone. Lucio Mancinio, comandava invece la flotta come suo subordinato.
L’assedio di Cartagine ricominciò, e i romani tentarono di conquistare le altre città cartaginesi nell’area, fallendo.
Nel frattempo, muovendosi anche sul piano diplomatico, Asdrubale prese l’assoluto comando di tutte le operazioni ed inviò dei messaggeri per contattare gli avversari Numidi di Massinissa. Una capo numida giunse ai cartaginesi con un contingente di 800 cavalieri, pronto ad aiutare Asdrubale.
Cartagine strinse inoltre un’alleanza con Andrisco, un pretendente al trono macedone, che invase la macedonia romana e sconfisse l’esercito che era lì di stanza, facendosi incoronare Re e dando il via alla quarta guerra macedone. In questo modo, Asdrubale sperava di distrarre i romani aprendo dei nuovi fronti di guerra, confidando che avrebbero tolto l’assedio a Cartagine.
La battaglia di Cartagine: il comando a Scipione l’Emiliano e lo scontro nel porto
Nel 147 a.C, Scipione Emiliano intendeva candidarsi alle elezioni per diventare un edile, una carica che sarebbe stata naturale per i suoi 36 anni. Purtroppo, era troppo giovane per ottenere il consolato, per il quale l’età minima richiesta era di 41 anni.
Ricostruzione di Cartagine prima dell’assedio. Immagine di Zvonimir Atletić
Ma il popolo, che stava riconoscendo le sue capacità militari, chiese di nominarlo ugualmente Console e di affidargli l’incarico di portare a termine la guerra africana.
Il Senato, constatando le pressanti richieste dei cittadini romani, mise da parte il regolamento e lo nominò console. In realtà, vi erano notevoli manovre politiche dietro queste nomine, molte delle quali non ci sono note, e non sappiamo quanto Scipione abbia orchestrato il risultato. In ogni caso, Scipione Emiliano ottenne il comando unico della guerra in Africa, con il diritto di arruolare tutti gli uomini che desiderava per concludere l’assedio di Cartagine.
Nel frattempo, Mancinio colse un’inaspettata opportunità per passare attraverso il porto di Cartagine e penetrare in città con 3500 dei suoi soldati. Mancinio inviò immediatamente dei messaggi chiedendo rinforzi, credendo che fosse finalmente vicino alla vittoria.
Ma quella stessa sera, Scipione sbarcò ad Utica per prendere il suo posto ed arrivò giusto in tempo per salvare le forze di Mancinio, che erano state espulse da un contrattacco cartaginese e stavano per essere annientate.
Scipione trasferì l’accampamento principale dei romani più vicino a Cartagine, anche se era costantemente sotto il tiro di un distaccamento cartaginesi di ottomila soldati.
Scipione tenne un importante discorso, chiedendo ai suoi uomini una disciplina più rigida ed allontanando quei soldati che considerava mal disciplinati o scarsamente motivati.
Dopodiché, guidò una marcia notturna per attaccare un punto debole nelle mura di Cartagine. Passati attraverso una breccia, 4000 romani entrarono in città. Presi dal panico, nel bel mezzo della notte, i difensori cartaginesi, dopo un’iniziale resistenza, iniziarono a fuggire. Tuttavia, Scipione valutò che la sua posizione sarebbe stata indifendibile una volta che i cartaginesi si fossero riorganizzati alla luce del giorno, e con grande lungimiranza, decise di ritirarsi.
Asdrubale, sconvolto dal modo con cui le difese erano state violate, fece torturare a morte i prigionieri romani che erano stati catturati sulle mura, e le esecuzioni furono compiute alla vista dell’esercito romano, a titolo dimostrativo. In questo modo, Asdrubale contava di rafforzare l’animo dei cartaginesi, ma da questo momento in poi non vi fu più alcuna possibilità di trattativa o addirittura di resa.
Alcuni membri del Senato cartaginese denunciarono le azioni di Asdrubale, ma egli fece mettere a morte anche loro e mantenne il pieno controllo della città.
Scipione ritornò a stringere Cartagine d’assedio, impedendo ogni rifornimento via terra. Esisteva tuttavia un piccolo passaggio marittimo, attraverso il quale la città continuava a ricevere rinforzi. Così, Scipione diede ordine di costruire un immenso molo per bloccare interamente l’accesso al porto.
Vedendo la progressione dei lavori, i cartaginesi risposero creando un nuovo canale per accedere ugualmente al mare. A loro disposizione vi era una nuova flotta di 50 triremi, delle navi da guerra di medie dimensioni particolarmente manovrabili a remi, oltre ad un gran numero di navi più piccole. Una volta completato il canale, la nuova flotta cartaginese salpò, cogliendo completamente di sorpresa ai romani.
Si arrivò così ad uno scontro tra le navi cartaginesi e quelle romane: i cartaginesi resistettero, anche perché le loro imbarcazioni più leggere si rivelarono particolarmente difficili da affrontare per le pesanti navi romane.
Tuttavia, le triremi cartaginesi, mentre coprivano il ritiro delle loro navi più leggere, entrarono in collisione, con il risultato che il nuovo canale appena realizzato venne completamente ostruito. In questo modo, le navi cartaginesi rimasero bloccate contro le mura della città senza più spazio di manovra: i romani poterono così tranquillamente distruggere la nuova flotta cartaginese, mentre i sopravvissuti cercavano riparo all’interno delle mura.
Ricostruzione dell’assedio di Cartagine, da Artstation
I romani, tentarono quindi di avanzare contro le ultime difese cartaginesi. Questi si spostavano lungo le viuzze che costeggiavano il porto durante la notte e diedero fuoco a diverse macchine d’assedio per spaventare i legionari, e molti di essi, presi dal timore delle fiamme, fuggirono.
Scipione fu in grado di intercettare i legionari fuggitivi nell’oscurità, e gli diede immediatamente ordine di fermarsi. Il suo comando, però, venne completamente ignorato. Il generale romano non poteva permettere una tale insubordinazione, e diede ordine alla sua guardia del corpo a cavallo di inseguire i soldati romani disobbedienti e di ucciderli.
Ripreso il controllo della situazione, Scipione conquistò la banchina cartaginese ed iniziò a far costruire un muro di mattoni alto quanto le difese della città. Ci vollero diversi mesi per completare l’opera, ma una volta portata a termine, 4.000 romani furono in grado di colpire le sentinelle cartaginesi a breve distanza.
La battaglia di Cartagine: l’assalto finale
Nel 146 a.C, il comando di Scipione venne prorogato per un altro anno e in primavera venne lanciato l’assalto finale. Asdrubale, aspettandosi un attacco nella zona del porto, aveva appiccato il fuoco ai vicini magazzini. Nonostante ciò, una parte dell’esercito romano era riuscita a fare irruzione e a conquistare la posizione.
Nel frattempo, la principale forza d’assalto dei romani raggiunse la piazza più grande di Cartagine, dove le legioni si accamparono per la notte. La mattina successiva, Scipione condusse 4000 uomini per congiungersi con i soldati posizionati nel porto.
Durante queste operazioni, i soldati si attardarono per spogliare l’oro del Tempio di Apollo e farne bottino. Scipione e i suoi ufficiali, sebbene in disaccordo, furono incapaci di trattenere la furia dei legionari. I cartaginesi invece, si ritirarono in alcune roccaforti disseminate nella città.
Dopo essersi ricongiunti, i romani si fecero strada attraverso i quartieri residenziali della città, uccidendo tutti quelli che incontravano. A volte, i legionari venivano colti da alcune imboscate organizzate dai tetti delle case, e ci vollero altri 6 giorni per liberare la città dalle ultime resistenze.
Gli irriducibili cartaginesi, inclusi 900 disertori romani al servizio del nemico, continuarono a combattere nel tempio di Eshmoun ma, vedendo che ogni speranza era perduta, diedero fuoco alla struttura, morendo anch’essi tra le fiamme.
Ricostruzione di Cartagine in fiamme
A questo punto, Asdrubale si arrese a Scipione, chiedendogli in cambio la promessa della sua vita e la libertà. La moglie di Asdrubale, che osservò la scena da un bastione, maledisse il marito ed entrò nel tempio con i suoi figli per morire con loro in mezzo nel fuoco.
Alla fine di tre anni di assedio, rimasero 50mila prigionieri cartaginesi, che furono venduti per la maggior parte come schiavi.
Il luogo dove sorgeva Cartagine venne maledetto per impedirne il reinsediamento. Tuttavia, l’idea che le forze romane abbiano ricoperto Cartagine di sale è un’invenzione del XIX secolo. In realtà, il sale era un bene estremamente prezioso, per cui è assolutamente inverosimile che una città tanto grande come Cartagine sia stata interamente ricoperta di un prodotto tanto costoso.
Molti degli oggetti religiosi e delle statue che adornavano i templi di Cartagine, compresi degli enormi bottini e delle ricchezze che i cartaginesi avevano conquistato nel corso dei secoli, vennero restituite alle rispettive città, soprattutto siciliane, con delle grandi cerimonie.
La battaglia di Cartagine: le conseguenze
Scipione Emiliano divenne un eroe per i romani e fu insignito del cognome “Africanus“, così come suo nonno adottivo, quello Scipione che aveva vinto Annibale nella piana di Zama.
I territori che appartenevano ai cartaginesi furono annessi definitivamente a Roma, e il Senato costituì la nuova provincia romana d’Africa, stabilendo Utica come capitale.
La Provincia divenne un’importantissima fonte di grano e di generi alimentari. Numerose città puniche vennero occupate dai romani, ma quest’ultimi concessero ai coloni e agli abitanti di mantenere un sistema di governo cartaginese.
Solamente un secolo dopo, il sito di Cartagine venne ricostruito da Giulio Cesare, e la zona ritornò ad occupare un posto di rilievo nella geopolitica del Mediterraneo. La lingua punica, continuò comunque ad essere parlata nel Nord Africa, almeno fino al VII secolo d.C.
Publio Licinio Egnazio Gallieno (218 – settembre 268 d.C) fu imperatore romano assieme al padre Valeriano dal 253 al 260 d.C, e regnò da solo dal 260 al 268 d.C.
Nato in una ricca famiglia senatoria dalla lunga tradizione militare, era figlio dell’imperatore Valeriano e di sua moglie Mariniana. Divenne imperatore nel settembre del 253 d.C, condividendo il potere con il padre. Sconfisse l’usurpatore Ingenuo nel 258 e distrusse l’esercito degli Alemanni a Mediolanum nel 259 d.C.
Dopo la sconfitta e la cattura di Valeriano ad Edessa da parte dell’Impero sasanide, l’impero romano cadde nel caos della guerra civile e Gallieno rimase da solo a controllare tutti i territori di Roma. Fu in grado di sconfiggere gli usurpatori Macriano ed Emiliano, ma non riuscì a fermare la Secessione dell’impero delle Gallie, sotto il generale Postumo.
Aureolo, un altro usurpatore, si autoproclamò Imperatore a Mediolanum nel 268, ma venne sconfitto fuori dalla città dalle truppe di Gallieno. Mentre cercava di concludere l’assedio di Mediolanum e di catturare Aureolo, Gallieno venne pugnalato a morte dall’ufficiale Cecropio.
L’imperatore Gallieno: infanzia e giovinezza
L’esatta data di nascita di Gallieno ci è sconosciuta. Il cronista bizantino Giovanni Malalas, che scrive nel VI secolo d.C, ci dice che Gallieno morì attorno ai 50 anni, il che fa ipotizzare che sarebbe nato intorno al 218 d.C.
Era figlio dell’imperatore Valeriano e di sua moglie Mariniana, probabilmente di rango senatorio. Aveva un fratello, Valeriano Minore. Alcune iscrizioni ritrovate sulle monete che lo rappresentano, lo collegano alla famiglia dei Falerii in Etruria, che potrebbe essere stata la sua terra natale.
L’imperatore Publio Licinio Egnazio Gallieno
Gallieno sposò Cornelia Salonina circa 10 anni prima di salire al trono. La moglie gli diede tre figli: Valeriano II, morto nel 258, Salonino, che fu nominato imperatore ma venne assassinato nel 260 dall’esercito del generale Postumo, e Mariniano, che venne ucciso nel 268, poco dopo l’assassinio del padre.
La nipote di Gallieno potrebbe essere stata Basilla di Roma, che venne decapitata per la sua fede cristiana sotto il regno di Valeriano.
L’imperatore Gallieno: L’ascesa al trono
Quando il padre Valeriano venne proclamato imperatore nel settembre del 253 d.C, chiese al Senato di ratificare l’elevazione di Gallieno a Cesare ed Augusto. Venne designato console ordinario per il 254. Così come secoli prima avevano fatto Marco Aurelio e suo fratello adottivo Lucio Vero, Gallieno e suo padre si divisero l’impero in una situazione di co-reggenza.
Valeriano controllava l’oriente per arginare la minaccia persiana, mentre Gallieno rimase in Italia per respingere le tribù germaniche sul fiume Reno e sul fiume Danubio.
La divisione dell’Impero era una misura ormai necessaria per gestire le sue enormi dimensioni e per fronteggiare le numerose minacce che doveva affrontare sui suoi confini. Inoltre, spesso i nemici chiedevano di comunicare direttamente con l’imperatore, che doveva necessariamente trovarsi nei pressi delle zone di guerra.
Gallieno trascorse la maggior parte dei suoi primi anni di regno nelle province dell’area del Reno: Germania inferiore, Germania superiore, Raetia e Norico. Secondo il resoconto di Eutropio e di Aurelio Vittore, Gallieno era particolarmente carismatico ed energico e riuscì ad impedire alle tribù germaniche di invadere le Gallie.
Secondo diverse prove numismatiche, Gallieno avrebbe ottenuto diverse vittorie, tra cui un trionfo nella Dacia romana.
Nel 255 o nel 257, venne nominato di nuovo console. Anche in piena epoca imperiale, le cariche formali del periodo repubblicano continuavano ad esistere, e rappresentavano un percorso obbligato per raggiungere il potere. In questo periodo, Gallieno avrebbe visitato brevemente Roma, sebbene ne esistano solo delle testimonianze frammentarie.
Ritornato su fiume Danubio, proclamò come Cesare e suo successore il figlio maggiore Valeriano II, e suo luogotenente Valeriano I.
L’imperatore Gallieno: la rivolta di Ingenuo
Tra i 258 e i 260 d.C, mentre il padre Valeriano era impegnato in Oriente a combattere contro il Re dei Sasanidi, Sapore I, Gallieno dovette fronteggiare la rivolta di Ingenuo, governatore delle provincie pannoniche, che si era ribellato all’autorità e si era auto dichiarato nuovo imperatore.
In questo periodo, morì il figlio Valeriano II. Alcuni attribuiscono la sua morte proprio ad Ingenuo, che avrebbe rimosso un rivale per inserirsi nella linea di successione al trono. Per altri autori antichi, fu invece la sconfitta e la cattura di Valeriano durante la battaglia di Edessa a dare innesco alle rivolte di Ingenuo.
In ogni caso, Gallieno reagì con grande rapidità. Lasciò suo figlio Salomino nella città germanica di Colonia, sotto la supervisione e la guida militare di Postumo. Attraversò rapidamente i Balcani, portando con sé un nutrito corpo di cavalleria al comando di Aureolo e sconfisse Ingenuo nella città di Mursa, secondo Aurelio Vittore, o di Sirmio, secondo Zonara.
Ingenuo venne ucciso dalle sue stesse guardie, o fu costretto a suicidarsi annegandosi, dopo aver visto la sua capitale cadere sotto le forze di Gallieno.
L’imperatore Gallieno: L’invasione degli Alemanni
Tra il 258 e i 260, si verificò una importante invasione da parte degli Alemanni: probabilmente la guerra civile tra Gallieno ed Ingenuo aveva creato un vuoto di potere e distratto delle considerevoli forze militari, inducendo gli Alemanni ad approfittarne.
L’imperatore Gallieno in età matura
Mentre la tribù dei Franchi sfondò il confine del basso Reno, invadendo le Gallie, arrivando fino alla Spagna meridionale e saccheggiando la città di Tarragona, gli Alemanni invasero di Agri Decumates, un’area compresa tra l’alto Reno e l’alto Danubio. A loro, si unirono probabilmente gli Juthungi.
Dopo aver devastato la Germania superiore e la Rezia, gli Alemanni penetrarono in Italia, costituendo la prima grande invasione della penisola italica fin dai tempi di Annibale, 500 anni prima.
Quando raggiunsero la periferia di Roma, vennero respinti da un esercito improvvisato organizzato dai senatori, composto prevalentemente da truppe locali, probabilmente guardie pretoriane, e da un nutrito contingente di popolazione civile.
Nella loro ritirata attraverso l’Italia settentrionale, vennero intercettati e sconfitti nella battaglia di Mediolanum, presso l’odierna Milano, dall’esercito di Gallieno che, dopo aver affrontato i Franchi, stava inseguendo gli Alemanni.
La battaglia di Mediolanum fu assolutamente decisiva: gli Alemanni non infastidirono l’impero per i successivi 10 anni. Anche gli Juthungi vennero allontanati, anche se riuscirono ad attraversare le Alpi con un consistente bottino e alcuni prigionieri italici.
Lo storico dell’Ottocento Victor Duruy, ritiene che l’iniziativa del Senato in occasione dell’invasione Alemanna, abbia suscitato la gelosia e il sospetto da parte di Gallieno, provocando una sistematica esclusione dagli alti ranghi militari di provenienti dall’aristocrazia senatoria.
Imperatore Gallieno: la rivolta di Regaliano
Nello stesso periodo dell’invasione degli Alemanni, un nuova usurpatore, Regaliano, che deteneva un certo credito militare nella zona dei Balcani, venne proclamato imperatore dai soldati. Le ragioni di questa iniziativa non ci sono chiare e l’unica fonte di questi eventi, la Historia Augusta, non fornisce un racconto credibile. È possibile che la ribellione sia da attribuire al malcontento dei provinciali civili e militari, che giudicarono la provincia abbandonata e lasciata indifesa dalle invasioni.
L’avventura di Regaliano durò pochissimo: mantenne il potere per circa sei mesi, facendo appena in tempo a far coniare alcune monete con la sua immagine. Dopo aver ottenuto qualche successo contro i Sarmati, il suo dominio terminò quando i Roxolani, una tribù sarmata, invase la Pannonia e lo uccise, conquistando la città di Sirmio.
Alcuni storici ritengono che sia stato proprio Gallieno ad incoraggiare i Roxolani ad attaccare Regaliano, mentre altri respingono questa ipotesi. L’invasione venne comunque frenata in via definitiva dallo stesso Gallieno vicino a Verona, che comandò probabilmente di persona l’esercito.
L’imperatore Gallieno: la cattura del padre Valeriano
In Oriente, Valeriano dovette affrontare seri problemi: bande di Sciti iniziarono a compiere delle incursioni nella regione del Ponto e nella parte settentrionale dell’Asia Minore. Dopo aver devastato la provincia, si trasferirono nel sud della Cappadocia.
Un esercito romano, di stanza ad Antiochia e guidato direttamente da Valeriano, tentò di intercettarli ma fallì. Secondo le cronache di Zosimo, l’esercito venne inoltre contagiato da una pestilenza che lo indebolì gravemente.
Il bassorilievo che raffigura la sconfitta di Valeriano, padre di Gallieno
In quella già difficile condizione, i romani dovettero respingere una nuova invasione da parte del sovrano dell’impero sasanide, Sapore I. L’invasione partì all’inizio della primavera del 260 d.C: l’esercito romano venne completamente sconfitto nella battaglia di Edessa e lo stesso Valeriano venne fatto prigioniero.
L’esercito di Sapore fece irruzione in Cilicia e in Cappadocia, attuale Turchia, saccheggiando la città, come affermano le stesse iscrizioni e fonti sasanidi.
L’imperatore Gallieno: la rivolta di Macriano
Una prima reazione alle invasioni di Sapore I giunse da un funzionario di nome Fulvio Macriano, che riorganizzò i resti dell’esercito romano stanziati ad est, e da un alleato, il Re di Palmira, Odenato e dai suoi cavalieri che iniziarono a respingere i Sasanidi. Macriano, tuttavia, colse l’occasione per proclamare come nuovi imperatori i suoi due figli Quieto e Macriano (omonimo).
Macriano ordinò immediatamente di coniare delle monete che lo ritraevano come sovrano delle principali città dell’oriente. Dopodiché, assieme a suo figlio, si dedicò all’invasione dell’Europa con un esercito di 30.000 uomini, mentre Quieto e Odenato rimanevano sul posto per controllare la situazione con i Sasanidi.
Le legioni di stanza in Pannonia si unirono agli invasori, incoraggiati dalla lunga assenza di Gallieno: lo scontro definitivo tra le legioni di Gallieno e quelle di Macriano si svolse nell’estate del 261 d.C, probabilmente nella zona dell’Illirico, nella parte occidentale dei Balcani, anche se il cronista antico Zonara localizza la battaglia nella stessa Pannonia.
L’esercito degli usurpatori, comunque, fu sconfitto e si arrese, e i loro capi vennero uccisi.
Nonostante avesse ottenuto la vittoria, Gallieno ricevette la notizia della ribellione di Postumo, e non avendo la possibilità di affrontare il resto degli usurpatori, Balista e Quieto, giunse ad un accordo con Odenato, che era appena tornato da una vittoriosa spedizione persiana. Odenato ricevette il titolo di “Dux Romanorum”, e si occupò di assediare gli ultimi usurpatori, che si erano arroccati nella città siriana di Emesa.
Alla fine, lo stesso popolo di Emesa uccise Quieto, cosicchè Odenato potè arrestare e giustiziare l’altro generale, Balista, nel novembre del 261 d.C.
L’imperatore Gallieno: la rivolta di Postumo
Dopo la sconfitta di Edessa, Gallieno perse il controllo delle province della Britannia, della Spagna, di alcune zone della Germania e di gran parte delle Gallie quando un altro generale, Postumo, fondò un proprio regno sotto il nome di “Impero delle Gallie”. La rivolta coincise in parte con quella di Macriano in Oriente.
Tutto iniziò quando Postumo, generale al comando delle truppe sulle rive del fiume Reno, sconfisse alcuni predoni e si impossessò dei loro averi. Ma anziché tenere il bottino per sè, preferì distribuirlo fra i suoi soldati. Quando la notizia raggiunse Silvano, tutore del figlio di Gallieno, quest’ultimo gli chiese che il bottino gli fosse inviato, come prova di fedeltà nei confronti dell’imperatore.
Postumo fece una formale dimostrazione di sottomissione, ma i suoi soldati si ammutinarono e lo proclamarono imperatore. Sotto il suo comando assediarono la città di Colonia e, dopo alcune settimane, i difensori aprirono le porte e consegnarono Silvano e il figlio di Gallieno, Salonino, direttamente a Postumo, che lo fece uccidere.
La datazione di questi avvenimenti è abbastanza incerta, ma alcune iscrizioni scoperte presso la città di Augusta, indicano che Postumo venne proclamato imperatore probabilmente nel settembre del 260 d.C. Postumo rivendicò il consolato per sé e per uno dei suoi principali luogotenenti, Onoraziano, ma secondo alcuni storici non tentò mai di spodestare Gallieno o di invadere l’Italia.
Dopo aver ricevuto la notizia dell’omicidio di suo figlio, Gallieno iniziò a raccogliere dei contingenti per affrontare direttamente Postumo. L’invasione dei Macriani, tuttavia, lo costrinse ad inviare Aureolo con una grande forza militare per opporsi a loro, rimanendo con soldati insufficienti per combattere direttamente contro Postumo.
Dopo alcune sconfitte iniziali, l’esercito di Aureolo fu in grado di sconfiggere i Macriani, e di raggiungere Gallieno per combattere finalmente Postumo. Aureolo venne incaricato di inseguirlo, ma quest’ultimo perse deliberatamente tempo, dando modo a Postumo di fuggire e raccogliere nuove forze.
Gallieno riaccese il combattimento nel 263, assediando Postumo in una città Gallica di cui non conosciamo il nome. Durante l’assedio, Gallieno fu però gravemente ferito da una freccia e dovette lasciare il campo di battaglia. L’impero Gallico, in questo modo, proseguì la sua vita fino al 274 d.C.
Imperatore Gallieno: la rivolta di Emiliano
Nel 262, la zecca di Alessandria iniziò a battere moneta per Gallieno, a dimostrazione che l’Egitto era tornato sotto il suo controllo dopo la repressione della rivolta dei Macriani. Nei 262, la città fu però straziata da alcuni disordini civili a seguito di una nuova rivolta. Questa volta il ribelle era il prefetto d’Egitto, Lucio Mussio Emiliano, che aveva già fornito appoggio durante la rivolta dei Macriani.
Sapendo che non poteva permettersi di perdere il controllo dei granai egizi, Gallieno inviò il suo generale Teodoto contro Emiliano, probabilmente con una spedizione navale. La battaglia decisiva si svolse nei pressi dell’antichissima città di Tebe ed Emiliano venne sconfitto definitivamente.
Imperatore Gallieno: le invasioni degli Eruli
Negli anni fra i 267 e i 269 d.C, i Goti e diverse altre tribù barbare invasero l’impero. Le fonti antiche sono estremamente confuse sulla datazione di queste invasioni, sui partecipanti e sui loro obiettivi. Nemmeno gli storici moderni riescono a comprendere con esattezza se vi furono due o più invasioni o se si trattò di una sola prolungata migrazione di popoli.
Sembra che, in un primo momento, si verificò una ingente spedizione navale condotta dagli Heruli, che partirono dal Mar Nero e portarono devastazione in molte città della Grecia, tra cui Atene e Sparta.
Successivamente, un esercito ancora più numeroso avviò una invasione navale su diverse coste dell’impero. I romani furono in grado di sconfiggere dapprima i barbari sul mare. Poco dopo, l’esercito di Gallieno vinse una battaglia in Tracia, fino ad inseguire gli invasori nei loro territori.
Secondo alcuni storici, Gallieno fu il capo dell’esercito durante la grande battaglia di Naisso, mentre altri ritengono che la vittoria vada attribuita al suo successore, Claudio II.
L’imperatore Gallieno: la rivolta di Aureolo e la morte
Nel 268, poco prima o subito dopo la battaglia di Naisso, l’autorità di Gallieno venne contestata da Aureolo, il comandante della cavalleria di stanza a Mediolanum. Aureolo avrebbe dovuto controllare i movimenti di Postumo, ma in realtà divenne il suo principale luogotenente, fino a rivendicare il trono per se stesso.
La battaglia decisiva si svolse nell’odierna periferia di Bergamo, a Pontirolo Nuovo: Aureolo venne pesantemente sconfitto e respinto, e si rifugiò a Mediolanum (Milano). Gallieno pose d’assedio la città, ma durante le operazioni fu assassinato. Sul suo omicidio vi sono diversi resoconti, ma tutte le fonti antiche concordano sul fatto che la maggior parte dei funzionari voleva la morte dell’imperatore.
Secondo la Historia Augusta, una fonte molto spesso inattendibile e compilata molto tempo dopo rispetto gli eventi, la congiura venne guidata dal capo della Guardia pretoriana Eracliano, dal capo della cavalleria Aureliano e da Marciano. Ma il ruolo di quest’ultimo nella cospirazione non è confermato da nessun’altra fonte antica.
L’imperatore Gallieno: la dinamica della morte
Abbiamo alcuni resoconti sull’esatta dinamica della morte di Gallieno. In particolare, si narra che il comandante dei Dalmati, Cecropio, diffuse la voce che i soldati di Aureolo si stavano arrendendo. Gallieno, fidandosi di questo resoconto, lasciò la sua tenda senza la protezione della sua guardia del corpo e venne ucciso direttamente da Cecropio.
Un’altra versione racconta che il successore di Gallieno, Claudio II, venne scelto direttamente da un gruppo di congiurati. Altri raccontano che Gallieno scelse Claudio come successore di sua volontà sul letto di morte. Una delle principali fonti del tempo, la Historia Augusta, si preoccupa di comprovare la discendenza Costantiniana di Claudio e questo potrebbe spiegare i suoi resoconti che non coinvolgono Claudio nell’omicidio.
Altre fonti, Zosimo e Zonara, riferiscono invece che la congiura fu organizzata da Eracliano, Claudio e Aureliano.
Moneta aurea di Gallieno
Secondo Aurelio Vittore e Zonara, alla notizia della morte di Gallieno, il Senato di Roma ordinò l’esecuzione della sua famiglia, tra cui suo fratello Valeriano e il figlio Mariniano, e di tutti i loro sostenitori.
In realtà, il successore Claudio II avrebbe inviato un messaggio chiedendo di salvare la vita dei familiari di Gallieno, ma il messaggio sarebbe arrivato troppo tardi.
Si pensa che la tomba di Gallieno si trovi a sud di Roma, al nono miglio della via Appia Antica.
La riforma dell’esercito di Gallieno
La più famosa delle riforme di Gallieno fu la creazione del primo esercito di cavalleria mobile separato, il Tagmata, a Milano come forza di reazione rapida contro le minacce della Gallia, della Rezia e dell’Illiria.
La novità del Tagmata era che le forze di cavalleria legionarie erano state separate dalle loro unità principali e si erano unite alle unità ausiliarie di cavalleria per formare il primo esercito di cavalleria veramente separato e permanente (a differenza dei semplici raggruppamenti temporanei) sotto il proprio comandante.
Questo esercito era composto da unità/legioni di cavalleria di circa 6.000 unità, l’equivalente delle legioni di fanteria.
La creazione di una cavalleria indipendente separata può essere vista come un precursore della successiva divisione delle forze armate sotto un Magister Equitum e un Magister Peditum, anche perchè il titolo ‘Comandante della Cavalleria’ implica che ci deve essere stato un comandante separato per le forze di fanteria.
È infatti evidente che i reparti di fanteria di Gallieno, provenienti da tutto l’Impero – comprese le zone sotto Postumo – necessitavano di un nuovo sistema amministrativo a capo del quale doveva esserci qualche comandante di fanteria.
Va tenuto presente, tuttavia, che sulla base di un papiro del 302 d.C la cavalleria non era ancora considerata del tutto indipendente. Ogni unità di cavalleria legionaria mantenne ancora un collegamento con la propria unità di fanteria per scopi amministrativi fino al regno di Diocleziano (Parker, 1933, 188–9).
Sfortunatamente, non conosciamo il titolo del comandante di fanteria: alcune ipotesi sono Comes o Magister Peditum, o Comes Domesticorum Peditum, o Praefectus Praetorio.
L’eredità di Gallieno nella storia
Gallieno non fu trattato favorevolmente dagli storici antichi, soprattutto perché durante il suo regno si verificò la secessione dell’impero delle Gallie e del regno di Palmira, e la sua incapacità di riconquistare rapidamente quei territori fu alla base di un certo discredito nei suoi confronti.
Al momento della morte di Gallieno, Palmira era ancora nominalmente fedele Roma ma, sotto la guida di Odenato, era ormai indipendente sotto ogni aspetto. Palmira si sarebbe formalmente separata dopo la morte di Odenato e l’ascesa della sua vedova, la regina Zenobia. Fu solo durante il Regno dell’Imperatore Aureliano, alcuni anni dopo, che le province separatiste ritornarono sotto il dominio di Roma.
Solo lo studioso moderno Pat Southern, ha contribuito a rivalutare la figura di Gallieno in una luce più positiva. Secondo questa interpretazione, Gallieno avrebbe infatti prodotto alcune utili riforme.
Il biografo Aurelio Vittore suggerisce anche che Gallieno proibì ai senatori di diventare comandanti militari. Questa politica minò fortemente il potere dell’aristocrazia, e portò ad una nuova generazione di comandanti derivanti dal rango equestre. Secondo Southern, queste riforme aiutarono Aureliano a salvare l’impero qualche anno dopo.
Infine, Gallieno sarebbe stato uno degli Imperatori più decisivi nella creazione del Dominato, un nuovo sistema di potere in cui l’imperatore trattava i territori di Roma come una proprietà privata.
Lucio Quinzio Cincinnato (519 a.C – 430 a.C) era un aristocratico e patrizio romano, statista e capo militare vissuto agli albori della Repubblica romana che diventò rapidamente una leggenda e un simbolo di obbedienza allo stato e di virtù civica, preso ad esempio da tutti i politici delle epoche successive.
Cincinnato era un aristocratico conservatore, che si oppose fieramente alle aspirazioni dei plebei di aumentare i propri diritti nella società romana. Cincinnato lavorava nella sua piccola fattoria, fino a quando il pericolo rappresentato dalla tribù degli Equi costrinse i romani a richiedere il suo intervento.
Cincinnato ottenne il completo controllo sullo stato romano in virtù di dittatore, ma dopo aver ottenuto una rapida vittoria, rinunciò spontaneamente al suo potere e ai suoi privilegi ritornando all’umile lavoro nella sua fattoria.
I successi militari ottenuti, accompagnati dalla straordinaria umiltà del personaggio, ne fanno un simbolo senza tempo di virtù civica e di modestia.
Gli storici moderni mettono in dubbio la veridicità di alcuni dettagli della sua vita, probabilmente legati più alla leggenda che alla realtà o aggiunti successivamente dalla storiografia romana per creare dei paralleli con altri personaggi.
Lucio Quinzio Cincinnato: la giovinezza e le tensioni con i plebei
Secondo i tradizionali resoconti degli annalisti romani, Lucio Quinzio Cincinnato sarebbe nato intorno al 519 a.C, nell’ultimo decennio della monarchia dell’antica Roma. Apparteneva all’antica gens patrizia dei Quinctia, famiglia che, secondo le cronache di Tito Livio, abitava la città di Alba Longa in tempi addirittura precedenti alla fondazione di Roma e che venne trasferita nella nuova capitale dal Re Tullo Ostilio.
Cincinnato di Sebastiano Ricci, 1700, Olio su tela
Il primo console appartenente al clan fu Tito Quinzio Capitolino Barbato, eletto nel 471 a.C. Alcuni studiosi ritengono possibile che Lucio e Tito Quinzio fossero fratelli.
Sappiamo da alcuni indizi nelle fonti antiche che la famiglia era benestante. Significativo era anche il Cognomen, “Cincinnato“. Nella struttura dei nomi romani, composti da Praenomen, Nomen e Cognomen, il Cognomen rappresentava solitamente un elemento distintivo del personaggio. Cincinnato, in particolare, significa “capelli ricci “.
Alla fine del 460 a.C, Roma era impegnata a respingere le incursioni della tribù degli Equi ad est. Nel frattempo, già dal 462 a.C, il tribuno Terentio Harsa aveva avviato una serrata propaganda politica per codificare e mettere per iscritto le leggi romane, fino a quel momento tramandate solamente per via orale, con l’intento di redigere una sorta di “costituzione” della repubblica romana in grado di regolare e limitare il potere quasi assoluto dei Consoli di origine Patrizia.
Negli anni che seguirono, le sue proposte e quelle dei suoi colleghi vennero sistematicamente ignorate o respinte, inizialmente con cavilli e astruse motivazioni procedurali, più tardi con la violenza, portata avanti dai partigiani dei Patrizi, tra cui presumibilmente anche il figlio stesso di Cincinnato, Caeso.
La violenta resistenza dei Patrizi suscitò tanta agitazione che un capopopolo di nome Appio Erdonio, di origine Sabina, riuscì ad impadronirsi del Campidoglio e a scatenare in città delle bande di fuorilegge e di schiavi, secondo il racconto di Tito Livio, o di soldati dei Sabini, secondo il resoconto di Dionigi di Alicarnasso.
Nel tentativo di riacquistare il controllo della città, il Console Publio Valerio Publicola venne ucciso nel 460 a.C. Così, Cincinnato divenne, anche se in maniera probabilmente illegale, console suffetto, sostituto, per il resto dell’anno. Ma il suo incarico venne macchiato dal comportamento del figlio.
Cincinnato abbandona l’aratro per diventare dittatore di Roma, Juan Antonio Ribera, 1806
Lucio Quinzio Cincinnato: l’aneddoto sul figlio Caeso
Secondo alcuni racconti tradizionali, proprio durante il Consolato del padre, il figlio di Cincinnato, Caeso sarebbe stato uno dei più fieri oppositori ai tentativi dei plebei di ottenere giustizia sociale ed in particolare di emanare la Lex Terentilia, che avrebbe codificato una volta per tutte la tradizione giuridica romana e avrebbe circoscritto l’autorità dei Consoli Patrizi.
Caeso avrebbe guidato personalmente un corteo di picchiatori lungo il foro romano alla ricerca dei plebei, interrompendo con la forza le procedure necessarie per approvare la legge.
Venne infine messo sotto processo, con il rischio della pena capitale, nel 461 a.C, ma fu rilasciato su cauzione. In quell’occasione, un plebeo di nome Marco Volscio testimoniò che suo fratello, già indebolito da una malattia, venne picchiato e ferito da Caeso con tale forza che in seguito perse la vita.
Invece di affrontare i suoi accusatori in tribunale, Caeso preferì trovare rifugio presso le città etrusche. Venne così condannato a morte in contumacia e il padre fu sottoposto ad una ingente multa, il che lo costrinse a vendere la maggior parte dei suoi possedimenti terrieri e a ritirarsi dalla vita pubblica per dedicarsi esclusivamente al lavoro nella sua piccola fattoria, in una zona ad Occidente del Tevere.
Gli storici moderni confutano tuttavia il dettaglio della multa, giudicandola un’invenzione successiva, inserita dagli storiografi per giustificare l’improvvisa povertà del dittatore ma anche per accrescerne le virtù morali. Altri storici invece rifiutano completamente questa parte della biografia di Cincinnato.
Lucio Quinzio Cincinnato: la prima dittatura contro gli Equi
Nel 458 a.C, la tribù degli Equi, stanziati ad est di Roma, avevano infranto un trattato di pace stipulato giusto l’anno precedente, e avevano tentato di riprendere il controllo della città di Tusculum, odierna Frascati.
I Consoli di quell’anno, Minucio Esquilino Augurino e Nauzio Rutilo, guidarono due eserciti, uno in soccorso di Tusculum e l’altro per invadere le terre degli Equi e dei loro alleati Sabini. Una volta raggiunto il monte Algido, nei pressi dei Colli Albani, l’esercito di Augurino si accampò e si riposò anziché attaccare immediatamente.
Gli Equi si schierarono rapidamente intorno agli accampamenti e li assediarono con successo. Secondo le cronache, si trattò di un massacro indescrivibile: solamente cinque cavalieri riuscirono a fuggire per annunciare al Senato quanto era accaduto.
Dal momento che il secondo esercito non aveva forze sufficienti ed era a sua volta assediato, i senatori caddero nel panico e autorizzarono la nomina di un magistrato straordinario, un dittatore, per un periodo di sei mesi. E la scelta ricadde su Cincinnato.
Inviati del Senato offrono la dittatura a Cincinnato, Alexandre Cabanel, 1844
Un gruppo di Senatori si recò nelle tenute di Cincinnato per informarlo della sua nomina, trovandolo intento ad arare il terreno. Cincinnato, vedendo il gruppo di senatori, chiese: “Va tutto bene? “ e i messaggeri risposero: “Potrebbe andare meglio sia per te che per il tuo paese “.
I messaggeri chiesero a Cincinnato di indossare la toga e di recarsi in Senato. Cincinnato chiamò così sua moglie Racilia, dicendole di portargli immediatamente la toga che era conservata nella fattoria. Una volta indossati gli abiti ufficiali, la delegazione lo acclamò come dittatore e gli ordinò di raggiungere la città.
Cincinnato attraversò il Tevere su una delle barche ufficiali del Senato e venne accolto dai suoi tre figli e dalla maggior parte dei senatori che lo aspettavano trepidanti. Gli vennero così assegnati dei littori come protezione personale, pronti ad eseguire i suoi ordini.
La mattina dopo, Cincinnato raggiunse il foro e nominò Lucio Tarquinio suo Magister Equitum. Poi si recò di fronte all’assemblea del Popolo e ordinò che ogni uomo in età militare si presentasse al Campo Marzio entro la fine della giornata, portando con sé dei pali per costruire un accampamento, ma 12 volte in più della normale quantità di un legionario.
Con un esercito raccolto rapidamente, Cincinnato marciò in soccorso del console rimasto intrappolato. Durante la battaglia del Monte Algido, gli uomini usarono i loro pali per costruire delle fortificazioni necessarie per assediare gli Equi, che a loro volta assediavano il Console romano in difficoltà.
Una volta ottenuta la vittoria, invece di massacrare i nemici, Cincinnato accettò le loro richieste di grazia e offrì un’amnistia a condizione che i tre principali capipopolo che li avevano guidati fossero giustiziati e che gli altri gli fossero consegnati in catene.
Venne quindi organizzato un giogo, costituito da tre lance posizionate a diverse altezze: gli Equi furono costretti a passare sotto di esso in atto di sottomissione, inchinandosi di fronte a Cincinnato ed ammettendo la loro sconfitta.
Cincinnato sciolse così il suo esercito e tornò immediatamente alla sua fattoria, abbandonando il suo incarico dopo solo 15 giorni dacchè gli era stato conferito.
Lucio Quinzio Cincinnato: la seconda dittatura contro Spurio Maelio
Dopo il suo primo intervento e la sua prima dittatura, Cincinnato era ritornato al suo umile lavoro nei campi. Ma nel 439 a.C viene nuovamente nominato dittatore.
Il ricco plebeo Spurio Maelio stava utilizzando la sua enorme fortuna per comprare la lealtà dei plebei e per affermarsi come Re di Roma. I senatori chiamarono nuovamente Cincinnato per intervenire.
Cincinnato accettò nuovamente la carica e nominò come maestro di cavalleria Servilio Ahala: ordinò poi di portare immediatamente alla sua presenza Maelio per interrogarlo. Nel frattempo lui, assieme ad altri patrizi, presidiò il Campidoglio e posizionò dei soldati nelle altre roccaforti intorno a Roma.
In un primo momento, Maelio riuscì a ferire le guardie del corpo di Ahala con un coltello da macellaio e iniziò a fuggire in mezzo alla folla. Ahala, al comando di una banda di Patrizi, riuscì di lì a poco ad individuarlo e durante la fuga lo fece uccidere.
Cincinnato chiamato dalla fattoria, Salvador Rosa
Cincinnato, risolto il tentativo di ribellione di Maelio, si dimise nuovamente dalla tsua carica, dopo soli 21 giorni di potere.
Cincinnato, ormai anziano, si ritirò nuovamente a vita privata. Una leggenda che circola sulla sua vecchiaia afferma che un giorno uno dei suoi figli venne accusato di incompetenza militare. Gli avvocati della difesa si rivolsero ai giudici chiedendogli chi sarebbe andato, in caso di condanna, ad annunciare al vecchio Cincinnato che suo figlio doveva finire in prigione. Il figlio venne quindi assolto perché nessuno nella giuria ebbe il coraggio di spezzare il cuore del vecchio condottiero.
La leggenda di Cincinnato e le contestazioni sulla veridicità della sua storia
Cincinnato divenne un’autentica leggenda per i romani. Per due volte gli era stato concesso il potere supremo, e per due volte non lo aveva conservato per un giorno in più del necessario. Aveva costantemente dimostrato grande onore e integrità e si era guadagnato l’alta stima di tutti i successivi politici romani e dei suoi compatrioti.
Tuttavia, diversi storici nutrono dei dubbi su alcune parti della sua esistenza. In particolare la storia di suo figlio Caeso non trova sufficienti riscontri nelle fonti, ed appartiene probabilmente alla leggenda. Inoltre alcune parti della sua vita potrebbero essere state aggiunte successivamente per realizzare dei parallelismi con personaggi più moderni.
Ad esempio, il suo comportamento durante la battaglia del Monte Algido potrebbe essere stata una aggiunta dagli storiografi successivi per creare un parallelo con Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore nel 217 a.C, quando salvò Minucio Rufo da Annibale.
Fonti
Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane , Libro X , 23–25 .
Florus , Epitome della storia romana , Libro I , 11 .
Livio , Storia di Roma , Libro III, 26–29.
Plinio il Vecchio , Storia naturale , Libro XVIII, 4.
Warren Treadgold definisce i tre imperatori della dinastia Teodosiano-Valentiniana che governarono in Oriente dopo Teodosio I come “tre imperatori deboli”.
Mi pare giusto, però, dare una descrizione di questi uomini e del periodo in cui sono vissuti che fu certamente molto delicato per le sorti di Bisanzio e di rimando fu delicato anche per l’Occidente. Flavio Arcadio era nato in Hispania nel 377 d.C. ed era il figlio maggiore di Teodosio I e della sua prima moglie Elia Flaccidia.
Dopo di lui nasceranno il fratello Onorio e la sorella Pulcheria (morta bambina). Teodosio sposerà, in seconde nozze, la sorella dell’imperatore d’Occidente Valentiniano II e sorellastra dell’imperatore d’Occidente Graziano Galla e da lei avrà altri tre figli, di cui però, solo la figlia femmina Galla Placidia arriverà alla maggiore età. Arcadio venne educato da un educatore cristiano Arsenio e dal filosofo pagano Temistio. Divenne Augusto nel 383 d.C. e successivamente divenne console nel 385 d.C. , nel 392 d.C. e infine nel 394 d.C.
Nel 386 d.C. partecipò a una campagna militare del padre contro i Grutungi venendo celebrato nel trionfo insieme a Teodosio.A soli 17 anni si trovò a governare l’Oriente insieme al Prefetto del Pretorio Rufino, mentre suo padre muoveva le sue truppe contro quelle occidentali guidate dall’usurpatore Flavio Eugenio e dal generale Arbogaste. Quando il 15 gennaio del 395 d.C. Teodosio morì l’impero venne diviso in due parti una Occidentale e una Orientale e i due figli maschi di Teodosio Arcadio e Onorio divennero imperatori, il primo in Oriente e il secondo in Occidente. Anche se in precedenza l’impero era stato diviso in due aree di influenza questa nuova suddivisione risulterà definitiva.
Bisogna, però, dire che le leggi promulgate in una parte dell’Impero saranno valide nell’altra e sulle monete ci sarà sempre l’effige di entrambi gli imperatori ma, a parte questo, i due imperi seguiranno strade diverse e avranno destini diversi. Arcadio si trovò a governare due prefetture quella dell’Illirico (Dacia e Macedonia) e quella d’Oriente (Tracia, Asia, Ponto, Oriente e Egitto) ma, per tutto il suo regno, non sarà lui a governare ma, si farà invece governare dai suoi ministri e da sua moglie. Nel 395 d.C. il potere venne tenuto da Rufino uomo ambizioso e privo di scrupoli che da fervente cristiano perseguitò pagani, ebrei ed eretici venendo accusato di innumerevoli omicidi.
Egli avrebbe voluto far sposare sua figlia ad Arcadio, ma il Ciambellano di corte l’eunuco Eutropio suo acerrimo nemico approfittando di una sua assenza riuscì il 27 aprile del 395 d.C. a far sposare una giovane di nome Elia Eudossia figlia di un generale franco con l’Imperatore. Rufino dovette fare i conti non solo con Eutropio e con i nemici presenti a Costantinopoli, ma anche, con un’altra minaccia al suo potere cioè i Visigoti che, guidati da Alarico, avevano invaso la Mesia e la Tracia probabilmente d’accordo con Stilicone tutore di Onorio imperatore d’Occidente. Stilicone si mosse verso la Tessaglia ufficialmente per combattere Alarico ma, fondamentalmente, per altri due motivi : il primo era sottolineare il suo ruolo di tutore legale per entrambi i figli di Teodosio (secondo la presunta volontà di Teodosio in punto di morte) e il secondo era quello di sottrarre l’Illirico all’Oriente.
Flavio Stilicone
Questo fu l’inizio di una serie di sgarbi fatti da entrambe le parti e che caratterizzarono il regno di Arcadio. Rufino, però da abile uomo politico, ottenne da Arcadio il permesso di mandare un messaggio a Stilicone con il quale gli chiese di restituire all’Oriente le truppe al suo comando e di tornare in Italia. Nel frattempo Rufino incontrò Alarico e lo convinse a deviare verso l’Occidente, dopo avergli fatto firmare una tregua. Stilicone tornò a casa, ma lasciò il suo braccio destro Gaina al comando delle truppe che facevano ritorno a Costantinopoli.
Rufino pensò stoltamente di usare quelle truppe per prendere il potere ma, nel novembre del 395 d.C., quando Gaina arrivò a Costantinopoli accolto da Arcadio e da Eudossia, il suo esercito (molto probabilmente su ordine di Stilicone) uccise Rufino. I soldati di Gaina accerchiarono Rufino, mentre quest’ultimo, vestito con vesti sfarzose, cercava di portarli inutilmente dalla sua parte, e fecero brandelli del suo corpo. Presero poi la mano destra e dopo averla staccata dal corpo del Prefetto la portarono davanti ad ogni porta della città dicendo: “Fate l’elemosina all’Insaziabile !!!“
Alla fine del 395 d.C. gli Unni invasero l’Oriente sotto la guida di re Uldino (nonno di Attila) lasciando rovina e distruzione in Armenia. Dopo la morte di Rufino Eutropio divenne Prefetto del Pretorio (divenne anche Console e fu il primo eunuco ad assumere tale carica) e il suo governo che durò fino al 399 d.C. fu meno oppressivo di quello di Rufino verso ebrei, eretici e pagani. Nonostante i rapporti con Stilicone fossero migliori di quelli che aveva Rufino, Eutropio lo temeva molto e a giusta ragione. Infatti quando Alarico, su spinta di Stilicone, invase la Macedonia, Eutropio lo convinse a diventare Federato dell’Oriente nell’Illirico. Ciò spinse Stilicone a rinunciare nuovamente al suo progetto di avere l’Illirico.
Altro motivo di attrito tra Oriente e Occidente si ebbe quando il governatore della provincia d’Africa Gildone si ribellò ad Onorio e Eutropio convinse Arcadio a porlo sotto la protezione orientale. Ciò causò le ire di Stilicone che reagì tramite Gaina .Infatti quando in Oriente il tribuno Tribigildo si ribellò, Eutropio inviò due eserciti contro di lui uno guidato dal fedele generale Leone e l’altro guidato da Gaina.
Gaina prese accordi segreti con Tribigildo e uccise a tradimento Leone e i suoi uomini iniziando insieme a lui a saccheggiare la Bitinia spingendosi fino a Costantinopoli.Il popolo chiese ad Arcadio di sacrificare Eutropio, ma l’imperatore, all’inizio, non volle farlo. Sua moglie Eudossia, però, desiderosa di rimuovere Eutropio per governare lei stessa, convinse Arcadio a sacrificare l’eunuco e ad accettare le richieste di Gaina e Tribigildo. Eutropio venne confinato a Cipro e in seguito condannato a morte nel 399 d.C. con l’accusa di lesa maestà .
Gaina desideroso di ricoprire in Oriente l’incarico che il suo amico Stilicone stava ricoprendo in Occidente e di trasformare l’impero orientale in un fantoccio in mano ai Germani, liberò diversi ostaggi tra i quali molti uomini fedeli a Eudossia e ottenne il permesso da Arcadio di entrare a Costantinopoli. Tra gli ostaggi vi era Giovanni che era molto probabilmente l’amante dell’imperatrice e che da molti storici come Treadgold viene considerato il padre biologico di Teodosio II il successore di Arcadio. Arcadio, però, lo considerò sempre figlio suo non credendo molto probabilmente alle tante voci sul conto della moglie che circolavano a palazzo. Una volta giunti in città però gli uomini di Gaina per lo più Goti la saccheggiarono, ma la popolazione stanca di sopportare le sue prepotenze lo cacciò dopo aver massacrato il suo esercito. Morirono ben 7000 Goti e Fravitta anche lui goto ma fedele a Arcadio (era amico di Giovanni Crisostomo Patriarca di Costantinopoli) riuscì a sconfiggere Gaina e Tribigildo e a cacciarli oltre il Danubio dove vennero massacrati dagli Unni di re Uldino.
Nel 400 d.C. iniziava il governo di Eudossia e costei si fece conferire dal marito il titolo di Augusta scatenando le ire di Onorio. Ella fu madre di ben 5 figli nati tra il 397 d.C. e il 403 d.C. 4 femmine (Flaccilla, Pulcheria, Arcadia e Marina) e 1 maschio Teodosio sulla cui paternità, come detto, ci sono dei dubbi che già aleggiavano a corte. Durante il suo governo durato fino alla morte nel 404 d.C. ella si vendicò di Stilicone e, dopo aver scoperto il suo progetto di invadere l’Illirico, riuscì a convincere Alarico a muovere guerra contro l’Occidente.
Stilicone riuscirà solo dopo la morte della donna a fermare Alarico e nel 405 d.C. lo convinse a invadere la Grecia per conto di Onorio, ma questo progetto non riuscì a causa dello scoppio di una rivolta in Britannia. La donna cercò di rinforzare l’autorità imperiale e si scontrò, per questo motivo, con il Patriarca Giovanni Crisostomo. Costui lanciava feroci invettive contro la donna accusandola di corruzione e chiamandola Jezebel o Erodiade .La donna si riconciliò con lui solo nel 401 d.C. in occasione del battesimo del figlio maschio Teodosio, ma l’uomo continuò a insultare l’imperatrice così come tutti i ricchi che le erano amici a corte. Nel 403 d.C. una commissione voluta da Eudossia depose il patriarca e Arcadio lo mise al bando, ma un terremoto, che colpi la capitale nello stesso anno, spinse la popolazione a protestare e Eudossia si vide costretta a convincere il marito a richiamare il Patriarca. Nel 404 d.C., però, il Patriarca, che non aveva mai smesso di insultare la donna, venne nuovamente esiliato stavolta per aver lanciato un’invettiva in occasione dell’inaugurazione di una statua argentea dell’imperatrice.
La popolazione protestò e Santa Sofia e il Senato andarono a fuoco. Eudossia non sopravvisse a lungo perché morì sempre nel 404 d.C. dando alla luce un figlio nato morto. Nonostante le proteste del Papa Innocenzo I, Arcadio non volle richiamare Giovanni Crisostomo e quando dei messi papali arrivarono in Oriente, insieme ai messi di Onorio, Arcadio li cacciò dopo averli prima imprigionati. Giovanni Crisostomo morì in esilio nel 407 d.C. .Nel periodo finale del regno di Arcadio cioè tra il 404 d.C. e il 408 d.C. il potere venne tenuto dal nuovo Prefetto del Pretorio Antemio. Costui uomo capace sconfisse i briganti Isaurici e tenne sotto stretto controllo Stilicone e Alarico.
Busto in marmo presso l’Altes Museum di Berlino.
Arcadio morì nel 408 d.C. di malattia lasciando il regno al presunto figlio Teodosio II e al prefetto Antemio.Dal punto di vista fisico era basso, di carnagione scura , magro e fragile, inoltre aveva gli occhi sporgenti che gli conferivano un’apparenza sonnolenta. Di carattere fu schivo e timido ed era più interessato alla religione e ad essere un buon Cristiano che a governare il suo impero. Non usciva mai dal suo palazzo e quando lo faceva la popolazione di Costantinopoli lo circondava per guardarlo da vicino più per curiosità che per vera fama. Considerando i fatti fu un fantasma nel suo stesso impero e si fece sempre governare dagli altri senza mai imporsi.
Non era diverso da suo fratello Onorio e condivise con lui la fama di essere un fantoccio nelle mani del potente di turno. Fu forse più fortunato perché il suo impero sopravvisse più a lungo di quanto fece quello del fratello anche se di certo non fu merito suo.
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