venerdì 6 Febbraio 2026
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Arena di Verona: scoperte officine di vetro e metallo negli scavi archeologici

Nell’anfiteatro Arena, un luogo simbolo che un tempo vibrava al ritmo dei giochi gladiatori, recenti scavi archeologici stanno portando alla luce un’anima inaspettata. Le indagini, in corso nell’arcovolo sessantacinque, rivelano un passato produttivo e operoso, rimasto a lungo celato.

Questa ricerca è nata da un’esigenza pratica: rendere il monumento interamente accessibile in vista delle prossime Olimpiadi e Paralimpiadi invernali del 2026. Per consentire alle persone con disabilità motorie di raggiungere la gradinata della media cavea, la Società Infrastrutture Milano Cortina ha promosso la realizzazione di un ascensore. Il progetto è coordinato dalla Soprintendenza locale, in stretta collaborazione con il Comune di Verona e la Fondazione Arena.

Gli scavi, curati dalla società cooperativa Petra, hanno rivelato una realtà molto più complessa di un semplice luogo di intrattenimento. In corrispondenza dell’Ala, l’unica sezione del monumento che conserva ancora l’anello esterno, e proprio all’altezza dell’arcovolo sessantacinque, è venuta alla luce una vera e propria officina vetraria risalente alla tarda antichità.

Gli archeologi hanno scoperto una fornace dedicata alla produzione di vetro soffiato, completa della camera di combustione e della zona usata per la ricottura del materiale. I reperti raccontano di un sistema economico basato sul riciclo, estremamente ben organizzato e tecnicamente avanzato. Tra i ritrovamenti più significativi ci sono frammenti di vetro grezzo, probabilmente importato dalla Siria-Palestina, che venivano fusi insieme a rottami e scarti locali per creare nuovi oggetti.

L’analisi dei reperti ha rivelato la presenza dei cosiddetti “colletti”, ovvero gli scarti che venivano staccati dalla canna dopo la soffiatura, insieme a piccoli grumi informi. Questi grumi erano usati dai maestri vetrai per testare la viscosità e la temperatura del vetro fuso prima di procedere alla lavorazione finale. Non si tratta di un ritrovamento isolato: tracce di attività simili erano già state individuate in passato in arcovoli vicini. Ciò fa pensare che, durante il declino dell’Impero Romano, all’interno delle strutture preesistenti si fosse insediato un vero e proprio quartiere artigianale.

Approfondendo ulteriormente gli scavi, gli archeologi hanno portato alla luce uno strato ancora più antico, rivelando un’attività di lavorazione dei metalli. Sotto i resti della vetreria, sono state identificate almeno cinque fucine, riconoscibili da macchie circolari e scure nel terreno e da un’abbondanza di scorie ferrose. La presenza di un blumo, ovvero un blocco di ferro ancora da depurare, e di sabbie magnetiche che reagiscono immediatamente ai magneti usati durante i rilievi, sono chiare prove del lavoro del fabbro. Si ipotizza anche che l’area fosse dotata di vasche d’acqua per raffreddare rapidamente il metallo appena battuto. Sebbene sembri che le due attività si siano succedute nel tempo, con la metallurgia leggermente precedente alla vetreria, entrambe le scoperte confermano che, tra il IV e il VI secolo dopo Cristo, l’anfiteatro era diventato un centro economico fondamentale per la città di Verona.

Oltre alle strutture produttive, lo scavo ha riportato alla luce oggetti di vita quotidiana che ci permettono di arricchire il quadro storico. Tra i ritrovamenti più interessanti c’è una fibula a cipolla, una spilla in bronzo tipica dei militari, usata per fissare il mantello. È ancora decorata con incisioni, visibili nonostante le incrostazioni del tempo. Sono state rinvenute anche monete bronzee di epoca tardo-antica e frammenti di ceramica rinascimentale, come piccoli boccali e padelle annerite dal fuoco. Questi ultimi erano in strati rimescolati a causa di alcuni lavori di scavo effettuati nell’Ottocento.

Un dettaglio tecnico di grande interesse è il sistema idraulico originario dell’Arena. Gli scavi hanno portato alla luce i condotti di smaltimento per l’acqua piovana, vitali per la gestione di un edificio che ospitava migliaia di persone. Queste condutture, che in origine potevano essere in piombo, convogliavano l’acqua verso la grande platea di fondazione e da lì fino all’Adige. È emerso in modo evidente che i muri interni non poggiano direttamente sulla terra, ma su questa massiccia piattaforma di fondazione, che assicura la stabilità strutturale del monumento da ben duemila anni.

Le autorità e i responsabili della tutela sottolineano che questi ritrovamenti sono una preziosa opportunità di crescita culturale per tutti. La trasformazione degli spazi dell’anfiteatro in laboratori artigianali è un chiaro esempio di come la città abbia saputo riutilizzare i suoi antichi monumenti, adattandoli a nuove necessità sociali ed economiche. Per condividere queste scoperte con il pubblico, la Soprintendenza ha organizzato delle aperture straordinarie del cantiere. I cittadini possono così vedere da vicino il lavoro degli archeologi e confrontarsi direttamente con i professionisti che si occupano della ricerca.

Questa indagine non si limita a vedere l’Arena come un simbolo statico del passato, ma la trasforma in un organismo vivo, fatto di strati e di storie. Ogni strato di terra, ogni scoria di ferro, ogni frammento di vetro rifuso è una tessera fondamentale per capire come Verona abbia affrontato i secoli di transizione verso il Medioevo. Il futuro ascensore, che renderà la gradinata accessibile a tutti, porterà con sé l’eredità di una storia fatta di artigiani e di saperi tramandati. In questo modo, la comunità ritroverà un patrimonio di conoscenze che va ben oltre la sola grandiosità architettonica dei blocchi di pietra calcarea e delle antiche volte.

Image Credit: https://daily.veronanetwork.it/cultura/arena-di-verona-riemerge-unantica-fornace-del-vetro-dagli-scavi-allarcovolo-65/

Maiorca, scoperta un’antica città romana: è la perduta Tucis?

A Montuïri, nel sito archeologico di Son Fornés, sull’isola di Maiorca, è stata fatta una scoperta eccezionale che riscrive la storia della presenza romana nell’arcipelago delle Baleari. Per anni, quest’area era stata considerata un semplice insediamento rurale. Le recenti indagini dell’Università Autonoma di Barcellona, però, hanno rivelato una realtà molto più sorprendente: le strutture monumentali emerse dal terreno suggeriscono l’esistenza di un vero e proprio centro urbano organizzato, una città che è rimasta nascosta per secoli sotto la terra e la fitta vegetazione mediterranea.

Le grandi dimensioni e la meticolosa pianificazione dell’insediamento fanno pensare a un centro abitato di grande importanza. Gli scavi, condotti dal gruppo di ricerca “Archeologia Sociale Mediterranea”, hanno portato alla luce un’area di circa cinquemila metri quadrati, un’estensione notevole, paragonabile a quella del famoso museo cittadino di Palma. La precisione dell’impianto urbanistico ha impressionato gli esperti, dimostrando che non si trattava di un semplice villaggio agricolo isolato, ma di un vero e proprio centro nevralgico per l’amministrazione e la riscossione delle tasse romane sull’isola.

Gli studiosi ritengono che questo sito possa corrispondere a una delle due città, Tucis o Guium, citate da Plinio il Vecchio nei suoi testi classici. Fino ad oggi, queste località non erano mai state identificate ufficialmente. Per anni, gli storici avevano ipotizzato collocazioni alternative in zone vicine, senza però ottenere prove definitive. Il ritrovamento avvenuto a Montuïri potrebbe finalmente colmare questa lacuna nella cartografia storica, definendo meglio la rete di comunicazioni e il controllo territoriale esercitato dalle autorità imperiali nella parte centrale di Maiorca.

A convincere gli archeologi della rilevanza del sito non è stata soltanto l’estensione, ma anche la straordinaria qualità dei reperti. Tra le rovine, infatti, sono stati portati alla luce numerosi frammenti delle pregevoli tegole chiamate tegulae. All’epoca, queste tegole di raffinata fattura erano un vero e proprio bene di lusso, riservato agli edifici più importanti e prestigiosi. Il costo del trasporto e della manodopera per la loro realizzazione indica che gli abitanti godevano di un elevato benessere economico e mantenevano stretti legami commerciali con le altre regioni sotto il dominio romano. Oltre a questi elementi architettonici, il ritrovamento di anfore usate per il trasporto di merci e di frammenti di vasellame pregiato fornisce la prova inconfutabile di una florida attività economica e sociale, tipica di un centro urbano che doveva rivestire anche funzioni politiche e amministrative.

Il sito archeologico di Son Fornés ci offre un affascinante viaggio indietro nel tempo, coprendo quasi duemila anni di storia umana. In origine, ben prima che arrivassero le legioni romane, quest’area era il cuore pulsante della cultura talaiotica. La riconoscevi subito grazie alle sue imponenti torri circolari in pietra, i talaiot, che fungevano da centri sociali per le comunità del luogo.

Tutto cambiò drasticamente con la conquista delle Baleari da parte del generale Quinto Cecilio Metello, nel 123 avanti Cristo. Questo evento segnò l’inizio di una profonda trasformazione: i vecchi villaggi furono riorganizzati seguendo la struttura burocratica di Roma. Questo passaggio non fu solo amministrativo: segnò la fine di una società preistorica, più comunitaria, e diede vita a nuove élite locali che iniziarono a vivere in eleganti residenze.

Questo sito archeologico offre una chiara testimonianza della fusione tra le tradizioni locali e l’approccio pragmatico delle autorità imperiali. L’elevata quantità di reperti che emergono in superficie suggerisce che il sottosuolo conservi ancora gran parte della magnificenza originaria di quella che, con ogni probabilità, era l’antica città di Tucis. Le future ricerche si concentreranno sull’individuazione del foro, la piazza principale che fungeva da centro della vita pubblica, e degli edifici governativi più importanti. Se le prossime campagne di scavo confermeranno l’identità della città, l’intera comprensione dell’assetto politico dell’isola in epoca classica sarà arricchita da nuovi dati sulla gestione dell’ordine pubblico e del sistema fiscale nelle province insulari.

Il lavoro dell’équipe guidata dall’archeologa Beatriu Palomar è di cruciale importanza per la conservazione del patrimonio culturale spagnolo. Dopo essere rimasta nascosta per secoli sotto il suolo di Maiorca, la città perduta sta finalmente svelando i suoi segreti. Questo ci permette di ricostruire in modo più chiaro come si svolgessero la vita quotidiana e gli scambi commerciali nel Mediterraneo, proprio nel cuore dell’impero.

La cura e la precisione con cui sono state costruite le strade e disposte le abitazioni dimostrano la volontà del potere centrale di lasciare un segno duraturo e di affermare la propria autorità anche in aree geografiche lontane dalla capitale. Ogni reperto, dalla moneta più piccola alla colonna più imponente, contribuisce a delineare un quadro preciso di un’epoca di grande splendore e fermento. Si sta così riscrivendo una pagina fondamentale della storia ufficiale che si riteneva fosse andata perduta per sempre.

Image Credit: https://www.archeomedia.net/spagna-scoperta-archeologica-a-maiorca-riemerge-dal-fango-una-citta-romana-perduta/

Montopoli: scoperto l’acquedotto romano della Villa dei Casoni

A Montopoli di Sabina, in provincia di Rieti, è stata fatta una scoperta archeologica sensazionale: un articolato sistema idraulico di epoca romana è venuto alla luce presso la Villa dei Casoni, nella frazione di Bocchignano. Per secoli, l’esistenza di questa struttura era rimasta un’ipotesi, tramandata solo da antiche testimonianze scritte e racconti locali. Finalmente, grazie a una ricerca congiunta e coordinata tra la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e la provincia di Rieti e il Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio, questo imponente ritrovamento ha trovato una conferma tangibile, offrendo uno sguardo unico sulla storia idraulica romana del territorio.

Il territorio della Sabina, celebre fin dall’antichità per la sua fertilità e l’abbondanza di sorgenti naturali, custodisce in località i Casoni un complesso residenziale di grande rilevanza. Edificata probabilmente tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C. su un preesistente insediamento sabino, la villa è tradizionalmente legata al nome dell’erudito Marco Terenzio Varrone. La struttura si estende per circa diecimila metri quadrati, sviluppandosi su terrazzamenti artificiali che offrono una vista mozzafiato sulle valli del Tevere e del Farfa. L’architettura stessa della residenza è una testimonianza della raffinatezza dei suoi antichi proprietari: all’interno si trovavano ambienti signorili, biblioteche dedicate ai testi greci e latini, e un monumentale ninfeo in opus reticulatum (opera reticolata) aggiunto in epoca imperiale. Quest’ultimo, caratterizzato da nove nicchie absidate, era in origine arricchito da marmi pregiati e intonaci dai colori vivaci.

Oggi, l’attenzione degli studiosi si concentra su un elemento cruciale: l’acquedotto sotterraneo che assicurava l’approvvigionamento idrico a questa imponente residenza di campagna. Il sistema di captazione e drenaggio è situato a circa trecento metri dal corpo centrale della villa, in un’area ricca di sorgenti che hanno continuato ad alimentare il territorio circostante fino a pochi decenni fa. Questo tratto di acquedotto, interamente scavato nel banco di conglomerato naturale e nel tufo, aveva il compito di raccogliere le acque della storica Fonte Varrone per convogliarle verso una grande cisterna posizionata vicino alla dimora. Questa cisterna non solo immagazzinava l’acqua, ma fungeva anche da vasca di decantazione, permettendo ai sedimenti di depositarsi prima che l’acqua fosse distribuita ai vari usi: dalle terme private alle fontane ornamentali, fino alle strutture produttive legate all’agricoltura.

Per scoprire con precisione il percorso dei cunicoli, i ricercatori hanno usato metodi all’avanguardia. Oltre alle esplorazioni dirette degli speleologi, che hanno mappato oltre duecento metri di gallerie, sono state impiegate tecniche di telerilevamento con impulsi luminosi. Questo ha permesso di creare una mappa tridimensionale completa del sistema idrico, mettendola in relazione con le strutture murarie in superficie. Inoltre, l’uso di droni dotati di termocamere ha rivelato i flussi d’acqua residui e i punti più fragili delle condotte sotterranee. Questi strumenti tecnologici hanno confermato l’abilità degli ingegneri romani: calcolando pendenze precise, riuscivano a far muovere l’acqua per caduta, garantendo un rifornimento costante anche durante i periodi di siccità.

Un aspetto emerso con particolare interesse dallo studio riguarda l’origine di queste infrastrutture. Le indagini suggeriscono, infatti, che il sistema di drenaggio possa risalire a un periodo precedente alla romanizzazione della Sabina, avvenuta nel 290 a.C. per mano di Manio Curio Dentato. L’acquedotto non sarebbe, quindi, altro che l’evoluzione di un’opera idraulica più antica, creata da un abitato sabino preesistente, e che fu in seguito integrata e ampliata dai Romani per servire le esigenze di una grande villa di lusso. Questo dettaglio è molto importante: conferma non solo la continuità insediativa, ma anche la notevole capacità tecnica delle popolazioni italiche nel gestire le risorse naturali, e questo accadeva già secoli prima dell’espansione imperiale.

Oltre all’acquedotto, la Villa dei Casoni vanta uno dei criptoportici meglio conservati della regione. Immaginate una galleria sotterranea a forma di “L”, lunga circa cinquanta metri, illuminata da piccole aperture (“bocche di lupo”), che serviva a collegare i magazzini del grano con il piano residenziale superiore. Questo ambiente non era solo un comodo passaggio al riparo dalle intemperie, ma anche uno spazio naturalmente fresco, ideale per la conservazione dei prodotti agricoli. A confermare il prestigio del sito contribuiscono poi i pavimenti: negli anni Novanta, ad esempio, è stato scoperto in una delle aree residenziali un raffinato mosaico in tessere bianche e nere con eleganti decorazioni geometriche a losanghe.

Gli scavi e le attività di documentazione, condotti da professionisti come Nadia Fagiani e Cristiano Ranieri, sono parte di una stimolante collaborazione internazionale che vede coinvolta anche l’Università di Basilea, sotto la guida di Sabine Huebner. Queste ricerche non si limitano a proteggere il patrimonio storico, ma puntano a trasformarlo in un motore di sviluppo culturale e turistico per la Sabina. Riscoprire le radici storiche del territorio e capire come veniva gestita l’acqua in passato ci offre nuove e affascinanti prospettive sulla storia dell’archeologia rurale nel cuore dell’Italia centrale.

In futuro, l’obiettivo è ampliare le ricerche alle zone circostanti per scoprire eventuali altre diramazioni di questo ingegnoso sistema idrico. Parallelamente, si prevede di creare percorsi guidati per permettere al pubblico di ammirare da vicino queste incredibili opere sotterranee. La conservazione di questi ritrovamenti, rimasti al sicuro per secoli sotto terra, è una responsabilità condivisa che coinvolge istituzioni e cittadini. L’intento è preservare e studiare l’eredità tecnica e artistica degli antichi abitanti della zona, utilizzando strumenti di indagine sempre più all’avanguardia. La Villa dei Casoni si conferma un sito di grande valore, che continua a rivelare aspetti inediti della vita quotidiana e della sorprendente capacità ingegneristica di un’epoca che, in modi inaspettati, influenza ancora oggi la nostra cultura.

Image Credit: https://www.scintilena.com/scoperta-archeologica-dalla-leggenda-alla-realta-lacquedotto-dei-casoni-riportato-alla-luce/02/04/

Nuova scoperta archeologica a Cassino: riemerge l’antica Casinum

A Cassino, proprio ai margini del centro storico, è emerso un patrimonio di eccezionale valore risalente all’epoca romana antica, grazie a una serie di indagini archeologiche ben pianificate. Queste operazioni, iniziate alla fine di gennaio del 2026, sono il risultato di una stretta sinergia tra il Parco Archeologico del Sannio e l’amministrazione comunale. L’obiettivo era esplorare il sottosuolo in un’area già nota per il possibile rinvenimento di resti monumentali. La scintilla che ha dato il via alle ricerche è stata l’individuazione di significative “anomalie” negli strati sotterranei da parte di un team di topografi, che ha utilizzato sofisticati strumenti a onde elettromagnetiche.

Per diversi giorni, una squadra di archeologi, geologi e tecnici specializzati ha lavorato sul campo con la massima cura. Hanno scavato strato dopo strato, seguendo un protocollo scientifico rigoroso, per garantire la validità delle loro scoperte. Gli scavi hanno portato alla luce più di centoventi reperti, coprendo un periodo che va dal secondo secolo avanti Cristo al primo secolo dopo Cristo. Questo prezioso intervallo cronologico offre una finestra sulla fase repubblicana e imperiale di Casinum, l’antica e fiorente città che un tempo sorgeva qui.

Tra i ritrovamenti più importanti spiccano numerosi frammenti di ceramica decorata e una notevole collezione di monete in bronzo con i ritratti degli imperatori Augusto e Tiberio. Di grande interesse è anche il recupero di una piccola statuetta in terracotta che raffigura una divinità femminile. Questo oggetto suggerisce l’esistenza di antichi riti religiosi domestici o la presenza di un luogo di culto nelle vicinanze. Oltre a queste scoperte, gli scavi hanno portato alla luce un’ampolla in vetro verde contenente residui organici, che saranno analizzati chimicamente, e diversi elementi architettonici in pietra.

Un ritrovamento di grande impatto è un frammento di pietra che reca un’iscrizione in latino: potrebbe essere la prova dell’esistenza di una confraternita religiosa o di un’associazione di artigiani del luogo. La posizione del sito, vicino a un antico tratto della via Appia, fa pensare che l’area fosse un importante insediamento agricolo o un centro per gli scambi commerciali. Tra gli altri resti, si distinguono porzioni di pavimenti in cocciopesto, una tecnica edilizia romana di pregio. Questo dettaglio suggerisce che la struttura potesse essere una lussuosa dimora aristocratica o, in alternativa, un importante edificio pubblico.

Questi ritrovamenti hanno attirato l’attenzione del mondo accademico, con il coinvolgimento diretto di docenti dell’Università degli Studi di Napoli. Gli esperti concordano sul fatto che la scoperta di materiali così importanti, conservati in strati indisturbati, imponga una revisione della cronologia della colonizzazione romana in quest’area specifica. Finora, infatti, si tendeva a considerare la zona più come un semplice punto di passaggio che come un vero e proprio centro culturale autonomo. La profondità a cui sono stati rinvenuti gli oggetti, circa un metro e venti centimetri sotto il livello del suolo attuale, è stata cruciale: ha permesso una conservazione eccezionale, proteggendoli dall’usura del tempo e dalle attività umane successive.

L’entusiasmo per queste scoperte ha contagiato l’intera comunità locale. Nonostante ciò, non sono mancate le preoccupazioni tra i commercianti del centro, timorosi delle possibili chiusure stradali necessarie per proseguire gli scavi. Il sindaco, tuttavia, ha subito rassicurato tutti: questi tesori rappresentano un’opportunità unica per riscoprire l’identità della città, le cui radici affondano in un passato ben più lontano della celebre fondazione del monastero benedettino. Per garantire la tutela dell’area, il comune ha già istituito una zona di rispetto e avviato tutte le procedure per proteggere il sito archeologico.

Tutti i reperti archeologici recuperati sono stati portati al museo archeologico cittadino. Lì, esperti restauratori si prenderanno cura di questi delicati materiali e li sottoporranno a processi di datazione, come l’analisi del carbonio, per scoprirne l’età esatta.

L’obiettivo delle istituzioni è chiaro: rendere questi ritrovamenti accessibili al pubblico il prima possibile. L’assessore alla cultura ha già annunciato che verrà organizzata una mostra itinerante e che una nuova sala espositiva permanente aprirà i battenti il prossimo autunno. Questo importante progetto è finanziato grazie ai fondi regionali destinati alla valorizzazione del patrimonio storico per il 2026.

Queste testimonianze, emerse dalla terra dopo millenni, sono fondamentali. Offrono infatti nuovi e preziosi indizi per comprendere meglio il ruolo cruciale che questa zona ha avuto nelle dinamiche economiche e sociali che un tempo collegavano il sud dell’Italia al cuore dell’Impero Romano.

Image Credit: https://ameve.eu/cassino-scavi-archeologici-in-corso-scoperti-reperti-risalenti-al-periodo-romano-antico/

Gallipoli: stanziati 780 mila euro per il recupero del prezioso relitto romano e del suo carico

Nelle acque di Gallipoli, lungo la costa ionica che si allunga verso Mancaversa, i fondali marini custodiscono una scoperta di grande valore: il relitto di un’antica nave oneraria romana, risalente al primo secolo avanti Cristo.

Per riportare alla luce questa preziosa testimonianza del passato mercantile del Mediterraneo, e per garantirne la sicurezza, il Consiglio superiore dei Beni culturali ha approvato un finanziamento consistente di 780.000 euro, destinato specificamente alle operazioni di scavo e recupero. Questa cifra rappresenta la parte più significativa di un più ampio piano triennale di lavori pubblici (2025-2027) dedicato al patrimonio storico della provincia di Lecce, che prevede uno stanziamento totale di 870.000 euro.

Immersa a circa quaranta metri di profondità, a sud di Gallipoli, precisamente nei pressi di Posto li Sorgi, giace il relitto di un’antica imbarcazione. Si tratta di un mercantile di grandi dimensioni per l’epoca, i cui resti lignei superstiti ne suggeriscono una lunghezza di circa venti metri. Il sito archeologico è noto agli studiosi dal 1991, anno in cui sono state avviate le prime indagini sistematiche. Oltre alla struttura della nave, il fondale conserva intatti due gruppi di ancore in ferro e una quantità impressionante di anfore: centinaia di esemplari che ci offrono una chiara testimonianza dei traffici marittimi che animavano l’epoca romana.

Grazie alle ricerche di storici e archeologi, oggi sappiamo che la nave trasportava probabilmente vino, destinato ai mercati di Francia o Spagna. Il suo viaggio si concluse in modo drammatico: una tempesta improvvisa o forse un attacco affondarono l’unità con tutto il suo carico. Con il passare dei secoli, il relitto si è depositato sul fondo marino, e le anfore degli strati superiori, staccandosi e franando, hanno causato l’ulteriore interramento dei resti in legno. Questo fenomeno, paradossalmente, ha contribuito a preservare il legname sotto i sedimenti marini.

L’intervento di recupero è diventato una vera e propria urgenza, vista la fragilità intrinseca dei siti archeologici sommersi. La Soprintendenza per la tutela del patrimonio culturale subacqueo non perde di vista quest’area, che è finita sotto la lente d’ingrandimento anche del Nucleo tutela patrimonio culturale di Bari, parte dell’Arma dei Carabinieri. Le autorità hanno quindi intensificato i controlli e le indagini, impiegando esperti subacquei per scongiurare furti o danneggiamenti. Al momento, sull’area interessata dal ritrovamento vige un divieto assoluto di immersione per tutelare l’integrità del cantiere archeologico e garantire la sicurezza delle operazioni future.

L’importanza di questo intervento è stata messa in evidenza dal deputato Saverio Congedo, che si è detto soddisfatto per l’attenzione mostrata dal Ministero della Cultura verso il patrimonio del Salento. Lo stanziamento approvato sotto la guida del ministro Alessandro Giuli non riguarda solo il relitto ionico, ma tocca anche altri elementi cruciali della cultura locale. Oltre ai fondi destinati al recupero della nave romana, sono stati stanziati circa 92.000 euro per il progetto “Città parallela”, il cui obiettivo è la valorizzazione del cimitero monumentale di Lecce.

Il recupero del carico e la successiva valorizzazione del relitto sono parte di una strategia più ampia per rendere la provincia di Lecce un polo di attrazione culturale. L’obiettivo delle istituzioni è trasformare queste scoperte in occasioni concrete per visitatori e studiosi, offrendo uno sguardo approfondito sulle antiche rotte commerciali che univano la Puglia al mondo romano. Le anfore ancora in posizione e la possibilità di recuperare elementi della struttura in legno offrono una rara opportunità di studiare le tecniche di costruzione navale e le modalità di stivaggio delle merci in uso oltre duemila anni fa.

Nei prossimi mesi, il lavoro degli esperti si concentrerà su una fase cruciale: lo scavo e la messa in sicurezza dei materiali. Si tratta di un processo delicato che richiede grande abilità tecnica e l’impiego di attrezzature speciali, indispensabili per operare a ben quaranta metri di profondità. Non appena estratti, i reperti saranno sottoposti a immediati trattamenti conservativi. Questo passaggio è fondamentale per evitare che il deterioramento, causato dal brusco passaggio dall’ambiente marino a quello atmosferico, comprometta il loro stato. Grazie a questa operazione, un capitolo fondamentale della storia marittima locale sarà finalmente restituito al pubblico, rafforzando la posizione del Salento come punto di riferimento nazionale per l’archeologia subacquea.

L’immagine è una ipotesi ricostruttiva basata sui dati archeologici.

Scoperto l’acquedotto romano di Padova: il segreto dell’Arzeron della Regina

A Grantorto, Villafranca Padovana e nel rione di Montà a Padova sono riemerse le tracce di una straordinaria opera idraulica, a lungo dimenticata. Le recenti indagini della Soprintendenza, condotte tra il 2017 e il 2024, hanno permesso di mappare con precisione il percorso dell’antico acquedotto romano che alimentava l’antica città di Patavium. Per secoli, sia gli abitanti che gli studiosi avevano interpretato un imponente rilievo di terra, noto come Arzeron della Regina, come una semplice strada sopraelevata o un argine contro le inondazioni del fiume Brenta. Eppure, i nuovi dati archeologici e geomorfologici hanno rivoluzionato queste convinzioni: l’Arzeron ha finalmente rivelato la sua vera natura, quella di monumentale supporto per una condotta idrica concepita con eccezionale ingegneria.

Le indagini dirette da Matteo Frassine della Soprintendenza e Simonetta Bonomi, in collaborazione con i docenti del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, hanno portato alla luce un’imponente struttura che si estendeva per circa ventiquattro chilometri. Il punto di partenza di questa opera è stato localizzato nella suggestiva area delle risorgive, in una località nota come Fontanon del Diavolo, nel comune di Gazzo Padovano.

Da queste sorgenti naturali sgorgava un’acqua di eccellente qualità, purificata naturalmente dai sedimenti della pianura, e con un flusso notevolmente costante durante tutto l’anno. Un dettaglio tecnico di grande interesse è la temperatura dell’acqua, che si manteneva tra i dodici e i diciotto gradi: questa caratteristica impediva all’acqua di congelare all’interno della condotta, anche nei rigidi inverni che si verificavano nell’antichità.

L’infrastruttura si sviluppava su due tratti principali. Nei primi dodici chilometri, la condotta correva sottoterra, mantenendo una pendenza costante calcolata con precisione millimetrica dagli ingegneri romani. Arrivata in località Boschiera, a ovest di Piazzola sul Brenta, l’opera cominciava a innalzarsi sopra il terrapieno dell’Arzeron della Regina. Questo accorgimento permetteva all’acqua di mantenere la quota necessaria per scorrere spontaneamente verso il centro urbano. Gli scavi condotti a Villafranca Padovana hanno portato alla luce quarantatré strutture quadrangolari, allineate per oltre duecento metri. Queste basi, realizzate in mattoni e malta, erano le fondamenta di circa duemilacinquecento pilastri inseriti all’interno dell’argine. Su questo sistema di sostegno era collocata la condotta vera e propria, una struttura in muratura larga sessanta centimetri, che veicolava l’acqua fino a Padova.

Uno degli aspetti più affascinanti emersi dallo studio geologico riguarda la straordinaria stabilità del terreno su cui fu costruito l’Arzeron. Il professor Alessandro Fontana ha infatti chiarito che l’area non viene allagata dal fiume Brenta da circa ventimila anni, smentendo definitivamente l’ipotesi che il terrapieno avesse una funzione di difesa dalle piene. Gli ingegneri romani, con la loro proverbiale saggezza, scelsero intenzionalmente questa zona così affidabile e sfruttarono una leggera altura naturale per assicurare una pendenza media ideale di circa settanta centimetri per chilometro. Grazie a questa ingegneria meticolosa, l’acquedotto era in grado di convogliare un flusso d’acqua notevole, stimato tra i cento e i centocinquanta litri al secondo, una portata paragonabile a quella dei grandi sistemi idrici delle principali metropoli dell’impero.

L’acquedotto completava il suo percorso sopraelevato nel rione di Montà, raggiungendo un’altezza di circa diciassette metri sul livello del mare. Grazie a questa notevole elevazione, l’acqua aveva l’energia necessaria per percorrere gli ultimi tre chilometri e mezzo e arrivare alle zone più alte del centro di Padova, che all’epoca si trovavano tra gli attuali Palazzo della Ragione e Piazza del Duomo. Questo dislivello era fondamentale perché permetteva la successiva distribuzione capillare dell’acqua, un bene prezioso, a tutte le fontane, le terme e le abitazioni private della città natale dello storico Tito Livio. Le ricerche indicano che la costruzione di questa imponente opera sia avvenuta nell’ultimo quarto del primo secolo avanti Cristo, un periodo che coincide perfettamente con la grande fase di espansione e urbanizzazione monumentale della Padova romana.

Questa scoperta non solo getta nuova luce sull’Arzeron della Regina, ma ci permette di guardare con occhi diversi anche ad altre strutture simili nella regione veneta. Gli esperti ipotizzano, ad esempio, che un altro rilevato di terra chiamato Lagozzo, che collegava le risorgive alla città romana di Altino, possa aver avuto la stessa funzione acquedottistica. Si tratterebbe di una singolare tecnica costruttiva adottata dai Romani: invece delle imponenti arcate aeree visibili altrove, in queste aree, come in alcuni siti in Belgio e nei Paesi Bassi, preferirono costruire lunghi argini in terra per sostenere le condutture dell’acqua.

Il ritrovamento di questi dati archeologici, unito a moderne simulazioni idrauliche, chiude un cerchio storico lungo millenni. L’Arzeron della Regina non è più solo un misterioso rilievo di campagna, ma diventa il simbolo di un’ingegneria idraulica che sapeva dialogare perfettamente con la geomorfologia della Pianura Padana. Il fatto che alcuni tratti si siano conservati sotto le attuali strade e che i resti siano visibili a Montà, ci offre una preziosa testimonianza: l’intervento umano in antichità ha saputo valorizzare le risorse naturali in modo duraturo ed efficace, assicurando per secoli la salubrità e lo sviluppo della comunità urbana di Padova.

Image Credit: https://www.archaeoreporter.com/it/2026/01/09/a-caccia-dellacquedotto-romano-perduto-il-ritrovamento-a-padova-allarzeron-della-regina/

Pesci fossili: svelata la vita sociale di 50 milioni di anni fa

A Katsuyama, una piccola città nella Prefettura di Fukui, è iniziata una straordinaria ricerca che ha permesso di svelare i segreti della vita sociale acquatica di un’epoca lontanissima. Tutto è partito dal Museo del Dinosauro, dove il biologo Nobuaki Mizumoto ha scoperto una lastra di scisto calcareo grigiastro con un reperto eccezionale: un intero banco di pesci fossilizzato.

La roccia, che proviene dalla famosa Formazione di Green River negli Stati Uniti, ci offre una finestra sulla vita che pullulava nei grandi laghi del Wyoming, Colorado e Utah durante l’Eocene. Questo complesso geologico è rinomato in tutto il mondo per la sua incredibile capacità di preservazione. Il merito è dei fondali lacustri poveri di ossigeno, un ambiente perfetto che ha protetto i resti dalla decomposizione e dai predatori.

La lastra in questione, che misura cinquantasette centimetri in lunghezza e trentasette in altezza, è una vera e propria fotografia preistorica, contenente le impronte di ben duecentocinquantanove esemplari della specie estinta Erismatopterus levatus.

Questi piccoli esemplari, lunghi tra i dieci e i ventitré millimetri, erano chiaramente dei giovani o delle larve, considerando che gli adulti di questa specie raggiungevano abitualmente i sei centimetri. L’identificazione è stata possibile grazie a un’analisi dettagliata delle pinne dorsali: due spine e sei o sette raggi molli, oltre alla posizione delle pinne pelviche, collocata nella zona sub-toracica.

Ciò che ha sbalordito i ricercatori è stata la disposizione degli animaletti sulla pietra, un allineamento quasi perfetto con la quasi totalità dei pesciolini rivolta nella stessa direzione. Un simile ordine non è casuale: suggerisce un movimento coordinato, una vera e propria strategia di sopravvivenza collettiva.

Per confermare questa ipotesi, i ricercatori hanno elaborato un migliaio di simulazioni informatiche. I risultati sono stati inequivocabili: i pesci non si erano aggregati passivamente dopo la morte, ma stavano nuotando attivamente, seguendo precise regole sociali.

Uno studio affascinante ha rivelato che questi antichi organismi adottavano due regole base per l’auto-organizzazione: si tenevano a distanza dai vicini più prossimi per evitare di scontrarsi, ma al tempo stesso restavano uniti ai compagni più lontani per non disperdersi. Questo complesso comportamento sociale, dunque, ha radici evolutive che risalgono a ben cinquanta milioni di anni fa.

La scena è stata congelata nel tempo da un evento catastrofico e improvviso che non ha lasciato scampo al gruppo. L’ipotesi più accreditata è il crollo di una duna sabbiosa in acque poco profonde, un incidente che in pochi istanti avrebbe sommerso e sigillato il banco. Non manca, però, chi propone una dinamica diversa: i pesci potrebbero essere rimasti intrappolati in una fitta rete di alghe filamentose che, appesantendosi con i sedimenti, sarebbe affondata dolcemente, depositando gli animali in modo ordinato sul fondo.

Le antiche acque dei laghi Gosiute e Uinta nascondevano pericoli: erano l’habitat di temibili predatori come i grandi Diplomystus o i Mioplosus. Per questo, nuotare in gruppo era una strategia di sopravvivenza vitale per i giovani pesci, che potevano così sfruttare l’effetto di “confusione sensoriale” per disorientare gli aggressori.

Il banco fossile ritrovato lo dimostra: la sua forma allungata e la maggiore densità al centro sono caratteristiche tipiche delle strategie anti-predatorie. Gli individui si stringevano al centro, cercando posizioni protette per ridurre il rischio di essere catturati. Solo otto esemplari nel reperto mostrano una direzione diversa rispetto alla massa, un dettaglio che potrebbe essere dovuto a piccoli movimenti durante la sepoltura o a tentativi individuali di fuga.

Immaginate il paesaggio dell’Eocene: un ambiente subtropicale, con temperature così miti da essere l’habitat ideale per coccodrilli e foreste rigogliose di palme e sicomori. È in queste acque che nuotavano i piccoli pesci come l’Erismatopterus levatus.

La Formazione di Green River, la cui geologia ci racconta questa stabilità climatica, è composta da strati di fango calcareo così fine da aver conservato reperti incredibili, come le delicate membrane alari degli insetti o persino le impronte delle piante con i segni dei morsi dei parassiti.

In questo scenario, il ritrovamento di un intero banco di Erismatopterus levatus è un indizio fondamentale. Dimostra infatti che le interazioni sociali non sono affatto una “novità” dell’evoluzione. Sono una strategia biologica collaudata ed efficace che funziona e resiste da milioni di anni.

La scoperta di questo reperto è avvenuta quasi per caso. Mizumoto, un esperto di comportamento animale che solitamente studia i termitai, era in vacanza quando ha riconosciuto il valore scientifico della lastra. Grazie alla collaborazione tra istituzioni giapponesi e americane, una semplice curiosità museale si è trasformata in un momento cruciale per la paleontologia comportamentale.

Questo fossile non ci restituisce una statica immagine di pietra, ma la foto di un vero e proprio balletto coordinato di un gruppo di esseri viventi. Le analisi statistiche lo hanno confermato: l’orientamento uniforme del gruppo, cioè la direzione comune, era impressionante, raggiungendo livelli di polarizzazione simili a quelli che si osservano oggi in specie marine come le aringhe.

Osservare questa istantanea del passato ci permette di comprendere quanto sia profonda l’eredità dei comportamenti collettivi nella storia della vita. Ogni minuscolo pesce fossilizzato nello scisto calcareo partecipava a un sistema sociale regolato da principi elementari ma estremamente efficaci, gli stessi che ancora oggi garantiscono la sopravvivenza di innumerevoli specie. Questo reperto non è solo un affascinante oggetto da museo, ma un capitolo cruciale per ricostruire l’evoluzione della socialità animale.

Gli scienziati ora sperano di scoprire altri esempi di questi comportamenti “cristallizzati” dal tempo, magari coinvolgendo altri gruppi faunistici come crostacei o mammiferi, per tracciare una mappa completa del percorso evolutivo della coordinazione di massa. Resta l’emozione di contemplare un istante di cinquanta milioni di anni fa: un movimento collettivo interrotto all’improvviso e preservato per millenni, che continua a svelarci come la vita abbia imparato a cooperare per affrontare le sfide del mondo esterno.

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Colosseo: una nuova arena tecnologica tra tutela e spettacolo

A Roma il Colosseo si prepara a riscoprire la sua vocazione originaria di grande spazio per lo spettacolo. Un progetto ambizioso prevede la realizzazione di una nuova pavimentazione tecnologica, pensata per ospitare eventi dal vivo e offrire ai visitatori un’esperienza del tutto inedita. Grazie al via libera del governo italiano, sarà possibile tornare a osservare il monumento dal suo centro esatto, una prospettiva che mancava da oltre cent’anni. L’iniziativa segna una svolta nel modo di gestire i siti archeologici della capitale: l’obiettivo è trovare un equilibrio tra la tutela rigorosa delle strutture antiche e una fruizione culturale più vicina alle esigenze del pubblico contemporaneo.

Il progetto nasce dall’esigenza di proteggere gli ipogei, l’intricato sistema di gallerie e ambienti sotterranei in cui, nell’antichità, gladiatori e animali attendevano il loro ingresso nell’arena. Questi spazi, estremamente delicati, sono rimasti esposti alla pioggia, allo smog e agli sbalzi climatici dalla fine dell’Ottocento, quando gli archeologi decisero di rimuovere il pavimento originale per studiare le strutture e i passaggi nascosti sottostanti. La nuova pavimentazione funzionerà come una sorta di copertura protettiva: da un lato impedirà all’acqua di continuare a danneggiare le antiche murature, dall’altro garantirà una ventilazione controllata, fondamentale per la conservazione del sito.

Il contratto per la progettazione e la realizzazione dell’opera, dal valore di circa diciotto milioni e mezzo di euro, è stato affidato a un team di specialisti guidato da una società di ingegneria milanese, affiancata da architetti con una lunga esperienza nel restauro e nella valorizzazione dei beni storici. La nuova arena sarà costruita utilizzando materiali tecnologicamente avanzati, scelti per garantire leggerezza, solidità e sostenibilità ambientale. La superficie calpestabile, che coprirà un’area di circa tremila metri quadrati, sarà realizzata in legno di pino trattato con un processo di acetilazione: una modifica chimica che ne aumenta la resistenza all’usura, ai batteri e ai funghi, senza ricorrere a sostanze tossiche. Questa soluzione assicura una lunga durata nel tempo e una manutenzione più semplice, contribuendo al contempo a ridurre l’impatto ecologico complessivo dell’intervento.

Dal punto di vista tecnico, la nuova pavimentazione sarà formata da centinaia di lamelle mobili, capaci di ruotare e scorrere grazie a un sofisticato sistema meccanico. Questa flessibilità consentirà alla luce naturale di raggiungere gli ambienti sotterranei e favorirà un corretto ricambio dell’aria. Il controllo del microclima sarà affidato a un sistema intelligente di monitoraggio, basato su sensori e algoritmi di intelligenza artificiale, che gestirà ventiquattro unità di ventilazione meccanica collocate lungo il perimetro dell’arena. In questo modo l’aria degli ipogei potrà essere completamente rinnovata in circa trenta minuti, mantenendo temperatura e umidità entro valori ottimali per la conservazione delle antiche strutture in pietra.

Il progetto include anche un sistema per la raccolta dell’acqua piovana, che verrà convogliata e riutilizzata per alimentare i servizi igienici del monumento, permettendo una gestione più efficiente delle risorse idriche. Ogni componente della nuova struttura sarà completamente reversibile: in futuro, la pavimentazione potrà essere rimossa senza lasciare segni permanenti né arrecare danni alle mura originali. Il peso dell’intera installazione sarà distribuito sulle antiche fondamenta romane grazie a speciali strati isolanti, realizzati con materiali polimerici e tessuti non tessuti. Questi elementi sono stati progettati per evitare qualsiasi reazione chimica con la muratura storica e per attenuare le vibrazioni causate dal passaggio dei visitatori, contribuendo così alla tutela del monumento.

Per quanto riguarda l’uso del Colosseo come spazio per lo spettacolo, le autorità hanno precisato che non si trasformerà in una sede per grandi concerti di massa. Gli eventi previsti avranno un alto valore culturale e si svolgeranno su scala contenuta, con un’attenzione particolare alla musica classica, all’opera e alle esecuzioni orchestrali. L’intento è quello di offrire esperienze raccolte e rispettose del luogo, con un numero limitato di spettatori che potrebbe restare al di sotto delle mille persone per ciascuna serata. Gli esperti hanno inoltre analizzato con cura l’impatto delle vibrazioni sonore, stabilendo la necessità di filtrare le frequenze più basse, in particolare quelle inferiori ai duecento hertz, per evitare fenomeni di risonanza che potrebbero mettere a rischio la stabilità delle antiche strutture.

L’acustica dell’anfiteatro, pensata in origine per valorizzare la voce umana e il fragore delle folle, si è rivelata sorprendentemente adatta anche a esaltare in modo naturale i suoni orchestrali e il canto. Ogni esibizione potrà così trasformarsi in un’esperienza capace di creare un legame profondo tra la storia del monumento e le espressioni dell’arte contemporanea. Nonostante le voci circolate nei mesi scorsi su una possibile apertura a gruppi di musica moderna e di grande richiamo internazionale, il Ministero della Cultura ha ribadito che la priorità resta il rispetto della solennità del luogo. Gli spettacoli saranno programmati attraverso calendari ufficiali e realizzati in collaborazione con fondazioni culturali, per garantire che ogni iniziativa sia pienamente coerente con il prestigio dell’Anfiteatro Flavio.

L’apertura alle esibizioni serali consentirà al monumento di rivelare un volto inedito, più silenzioso e suggestivo, illuminato in modo da valorizzarne le forme e la storia. L’obiettivo è promuovere un turismo più consapevole, capace di apprezzare il valore archeologico del sito senza scivolare in una logica di sfruttamento commerciale eccessivo. L’integrazione di tecnologie avanzate, come i sensori per il monitoraggio della salute strutturale e la pavimentazione a scomparsa, trasforma quella che per secoli è stata una rovina statica in una struttura “viva”, in grado di raccontare la propria evoluzione nel tempo. Il ritorno dell’arena non rappresenta dunque solo un intervento di recupero estetico, ma il ripristino della funzione comunicativa e sociale che il Colosseo ha svolto fin dalla sua inaugurazione, nell’ottanta dopo Cristo, sotto l’imperatore Tito. Grazie a una gestione attenta dei flussi e a una vera e propria tutela tecnologica del monumento, la grandezza di questa icona del mondo antico potrà essere compresa più a fondo da chi avrà il privilegio di camminare al suo interno.

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Karnak, scoperto un nuovo lago sacro: novità nei riti a Luxor

Luxor, nel sud dell’Egitto, è stata recentemente al centro di una scoperta che getta nuova luce sulle pratiche religiose dell’antico Egitto. Nel grande complesso templare di Karnak, una missione archeologica formata da studiosi egiziani e cinesi ha portato alla luce un lago sacro rimasto per migliaia di anni fuori dai documenti ufficiali e dalle mappe degli archeologi.

Il bacino si trova nel settore settentrionale dell’area sacra, dedicato a Montu, la divinità falco legata alla guerra e all’energia solare. Fino a poco tempo fa, questa zona appariva ai visitatori come un semplice accumulo di rovine e vegetazione incolta, senza lasciare intuire l’importanza che doveva avere in passato.

Il lago, un bacino artificiale situato a ovest del tempio di Maat, è particolarmente interessante perché rappresenta il primo caso noto di un sistema con due laghi sacri all’interno dello stesso recinto templare di Karnak. Infatti, esso è perfettamente allineato lungo l’asse nord-sud con un altro serbatoio già conosciuto, ma finora poco studiato. Questa scoperta contribuisce ad ampliare la nostra comprensione dell’organizzazione rituale e simbolica di uno dei complessi religiosi più importanti dell’antico Egitto.

Il risultato di questa scoperta è il frutto di un lavoro lungo e meticoloso durato otto anni, iniziato nel 2018 grazie alla collaborazione tra l’Istituto di Archeologia dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali e il Ministero del Turismo e delle Antichità dell’Egitto. Le ricerche si sono svolte in condizioni tutt’altro che semplici: gli archeologi hanno dovuto confrontarsi con strati di sabbia fangosa, polvere compatta e una falda acquifera molto superficiale, che ha reso particolarmente complessa l’indagine delle parti più profonde della struttura.

Nonostante queste difficoltà, il lago sacro è emerso in uno stato di conservazione sorprendentemente buono. La struttura ha una forma rettangolare, con dimensioni di circa sei metri e mezzo per sei, per una superficie complessiva che supera i cinquanta metri quadrati. La sua costruzione rivela l’elevato livello di competenza tecnica degli antichi egizi: le pareti sono state realizzate combinando mattoni crudi, mattoni rossi e blocchi di arenaria, utilizzati soprattutto lungo il lato meridionale per rafforzare la struttura e proteggerla dall’erosione provocata dalle variazioni del livello dell’acqua.

Un dettaglio architettonico particolarmente significativo è la scalinata in arenaria collocata sul lato orientale del bacino. I gradini consentivano ai sacerdoti di raggiungere l’acqua per svolgere le abluzioni rituali, un passaggio fondamentale prima di accedere agli spazi più sacri del tempio.

Durante lo studio della scala, gli archeologi hanno individuato tra i blocchi un elemento in arenaria che in origine faceva parte di una porta del tempio di Maat, risalente alla XXV dinastia. Si tratta di un chiaro esempio di reimpiego dei materiali, una pratica molto diffusa nei cantieri edilizi del Tardo Periodo.

Le analisi strutturali hanno inoltre rivelato che il lago sacro non rimase immutato nel tempo, ma fu oggetto di numerosi interventi di restauro e manutenzione, dalla XXX dinastia fino all’epoca romana. Questo dato dimostra quanto il bacino abbia continuato a svolgere un ruolo centrale nella vita rituale del complesso templare per molti secoli.

Oltre alle strutture in muratura, lo scavo ha restituito numerosi reperti che aprono nuove prospettive sulla vita rituale dell’antica Tebe. Nei pressi del lago sacro sono state infatti rinvenute decine di mandibole di bovini: resti animali che indicano la pratica di sacrifici rituali probabilmente legati al culto della dea Maat, simbolo di armonia, ordine e giustizia. La presenza di queste ossa a ridosso dell’acqua rafforza il legame simbolico tra i riti di purificazione e l’offerta agli dèi.

Nella stessa area, gli archeologi hanno inoltre indagato uno spazio dedicato al culto di Osiride. Qui sono emerse tre cappelle votive e numerose statuette raffiguranti il dio della rinascita, realizzate in materiali diversi e di varie dimensioni. Alcune di queste figure mostrano una cura sorprendente nei dettagli, come barbe ornate con frammenti di lapislazzuli, un elemento che testimonia non solo il valore religioso, ma anche quello economico delle offerte lasciate dai fedeli.

La scoperta ha inoltre consentito di chiarire meglio il ruolo della Divina Adoratrice di Amon, una figura sacerdotale femminile dotata di un enorme potere sia religioso sia politico, attiva tra la XXV e la XXVI dinastia. Nell’area del lago sacro e delle cappelle dedicate a Osiride sono stati rinvenuti frammenti di iscrizioni e blocchi riconducibili a queste principesse reali, a conferma del fatto che il distretto di Montu rappresentasse un centro di patronato di primaria importanza durante l’Epoca Tarda.

La presenza di due laghi sacri disposti parallelamente all’interno dello stesso complesso suggerisce inoltre un’organizzazione rituale molto articolata. È probabile che ciascun bacino fosse destinato a divinità specifiche o a differenti momenti dei rituali di purificazione. Questo assetto riflette bene la complessità teologica del periodo, caratterizzato da una continua interazione tra i culti di Montu, Maat e Osiride, che convivevano e si intrecciavano all’interno di uno dei più importanti centri religiosi dell’antico Egitto.

Per arrivare a questi risultati, la missione ha fatto ricorso anche a tecnologie avanzate messe a disposizione dal team cinese. Tra queste spicca il cosiddetto badile di Luoyang, uno strumento tradizionale che permette di sondare il sottosuolo in modo poco invasivo, individuando la presenza di muri e fondazioni sepolte senza ricorrere subito allo scavo estensivo.

Un contributo fondamentale è arrivato anche dalla fotogrammetria tridimensionale, che ha consentito di documentare con grande precisione l’orientamento dei blocchi e lo stato di conservazione delle strutture, nonostante le difficili condizioni ambientali di Luxor, tra luce mutevole e vento costante. I reperti mobili recuperati nel corso delle otto campagne di scavo saranno trasferiti al Museo di Luxor, dove verranno esposti al pubblico.

Nel frattempo, le indagini sul campo proseguiranno con l’obiettivo di consolidare le pareti del lago e di stabilire con maggiore accuratezza la data della sua prima costruzione, una volta risolti i problemi legati alla falda acquifera grazie a nuovi sistemi di drenaggio. Questo nuovo capitolo della ricerca archeologica a Karnak apre prospettive inedite sullo studio dei paesaggi sacri legati all’acqua e sottolinea, ancora una volta, il ruolo fondamentale della cooperazione internazionale nella tutela del patrimonio culturale mondiale.

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Sardegna: il ciclone Harry fa riemergere tombe fenicie a Domus de Maria

Sulla costa sud-occidentale della Sardegna, a Domus de Maria, la natura ha recentemente riportato alla luce tracce sorprendenti del passato. Il passaggio del ciclone Harry, un evento meteorologico di straordinaria intensità che ha interessato l’isola tra il 19 e il 23 gennaio 2026, ha avuto effetti particolarmente violenti lungo il litorale. Le forti mareggiate hanno eroso in modo significativo le spiagge sabbiose, modificandone profondamente l’aspetto.

Proprio questa intensa azione erosiva, che ha asportato diversi metri di sedimenti dalle dune costiere, ha permesso l’emersione di importanti reperti archeologici nella spiaggia di Sa Colonia. Un fenomeno inatteso, ma non raro, che dimostra come eventi naturali estremi possano talvolta rivelare testimonianze rimaste sepolte per secoli.

Il ciclone è stato seguito con attenzione dagli studiosi dell’Università di Ferrara e dal gruppo di ricerca specializzato nelle dinamiche costiere, che lo hanno descritto come un vero e proprio uragano mediterraneo, caratterizzato da una durata eccezionale. Il sistema ciclonico è rimasto quasi stazionario tra il bacino Tirrenico e quello Ionio per circa settantadue ore, generando onde di oltre sedici metri di altezza, come rilevato dalla boa di monitoraggio situata nel canale tra Sicilia e Malta.

La violenza del mare ha agito sulla spiaggia di Sa Colonia con un effetto sorprendentemente selettivo, rimuovendo gli strati di sabbia più recenti fino a portare alla luce i livelli archeologici compatti dell’antica città di Bithia. Nel pomeriggio del 21 gennaio 2026, una volta superata la fase più intensa della tempesta, sono emerse con chiarezza due tombe fenicie ancora intatte, accompagnate da numerosi frammenti ceramici dispersi sull’arenile.

Il ritrovamento è avvenuto in un’area periferica dell’antico abitato, a conferma di una pratica tipica della cultura fenicia: collocare le necropoli lungo la costa, in luoghi facilmente raggiungibili dal mare ma fisicamente separati dagli spazi della vita quotidiana.

Tra i reperti individuati dal personale della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio si riconoscono anfore da trasporto, probabilmente destinate in origine al vino o all’olio, e raffinati vasi in ceramica che facevano parte del corredo funebre, deposti per accompagnare i defunti nel loro viaggio nell’aldilà.

Questa scoperta crea un suggestivo collegamento con quanto avvenne esattamente cento anni prima, nel 1926, quando una mareggiata di pari violenza riportò alla luce i primi resti della necropoli di Bithia, richiamando l’attenzione dell’archeologo Antonio Taramelli. Anche allora fu il mare, con la sua forza distruttiva, a svelare un frammento importante della storia più antica del territorio.

La città di Bithia fu fondata dai Fenici intorno al 720 a.C. in una posizione strategica, sul promontorio dominato dall’attuale torre di Chia. Dotata di un porto fluviale e naturalmente protetta dai rilievi montuosi circostanti, la città crebbe nel tempo fino a diventare un centro di rilievo prima in età punica e poi in epoca romana. L’abbandono definitivo avvenne tra il IV e il V secolo d.C., probabilmente in seguito alle incursioni saracene che interessarono le coste dell’isola.

Le sepolture emerse recentemente contribuiscono ad ampliare la conoscenza delle pratiche funerarie del sito, documentando una lunga evoluzione nel tempo. Si va dai riti di cremazione in fosse o in ciste di pietra, tipici della fase fenicia più antica, fino alle tombe a cassone realizzate con grandi lastre litiche, caratteristiche dell’età punica. Un patrimonio di informazioni preziose che aiuta a ricostruire la storia e le trasformazioni di una comunità affacciata sul Mediterraneo per oltre un millennio.

Se a Domus de Maria il ciclone ha avuto l’effetto inatteso di rivelare testimonianze del passato, nel vicino comune di Pula le conseguenze sono state ben più drammatiche. Il sito archeologico di Nora ha infatti subito danni strutturali molto gravi a causa della violenza del mare e del vento.

Le onde hanno colpito con particolare intensità i settori più esposti a est e a sud, causando smottamenti nell’area delle terme di Levante e accumulando grandi quantità di detriti marini sul foro romano e nel quartiere punico. A rendere la situazione ancora più critica è stata la forza del vento, che ha superato i cento chilometri orari, abbattendo numerosi pini secolari presenti nell’area.

La caduta degli alberi ha provocato la perdita di porzioni importanti della stratigrafia archeologica: le radici, strappate dal terreno, hanno trascinato con sé frammenti di mosaici e parti di strutture murarie antiche. Anche il sistema di protezione della scogliera situata sotto il Tempio di Esculapio ha riportato danni significativi, aumentando il rischio di instabilità dell’intero promontorio.

Un bilancio pesante che evidenzia quanto i siti archeologici costieri siano vulnerabili di fronte a eventi meteorologici sempre più estremi.

Le autorità sono intervenute con rapidità per proteggere sia i siti archeologici sia i reperti appena emersi. L’area della spiaggia di Sa Colonia è stata subito delimitata e messa in sicurezza dai Carabinieri Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Cagliari, con il supporto delle stazioni territoriali e del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale. Un’azione tempestiva, indispensabile per prevenire episodi di sciacallaggio e garantire la tutela dell’area, oggi sorvegliata anche attraverso sistemi di controllo a distanza.

Parallelamente, i Carabinieri Subacquei hanno effettuato un’ispezione dei fondali davanti alla spiaggia, con l’obiettivo di individuare e recuperare eventuali materiali archeologici trascinati in mare dalla forza delle onde durante la tempesta.

La Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio ha avviato le procedure di archeologia d’urgenza, che prevedono il recupero immediato dei reperti per proteggerli dai danni causati dalla cristallizzazione dei sali una volta esposti all’aria. Dopo il rinvenimento, gli oggetti vengono immersi in apposite vasche di desalinizzazione e accuratamente documentati mediante fotogrammetria digitale, prima di essere trasferiti nei laboratori specializzati per le operazioni di restauro.

Il valore scientifico di questi ritrovamenti è particolarmente elevato, perché permette di osservare in modo diretto l’evoluzione del paesaggio costiero del Sulcis tra il VII e il IV secolo a.C. Si tratta di nuove e importanti tessere che contribuiscono a ricostruire la storia più antica di questo tratto di Sardegna e dei popoli che lo hanno abitato.

Molti dei reperti emersi saranno presto esposti nella Casa Museo di Domus de Maria, che già conserva una significativa collezione di manufatti provenienti dal territorio. Tra questi figurano lucerne, piatti e la ricostruzione di una tomba fenicio-punica, strumenti preziosi per avvicinare il pubblico alla storia e alle pratiche culturali del passato.

La gestione dell’emergenza ha richiesto un intenso lavoro di coordinamento tra le amministrazioni comunali, le istituzioni accademiche e il governo regionale. Sono stati inoltre stanziati fondi specifici sia per il restauro delle strutture danneggiate nel sito di Nora, sia per l’avvio di nuove indagini archeologiche scientifiche nell’area di Chia, con l’obiettivo di trasformare un evento distruttivo in un’importante occasione di conoscenza e tutela del patrimonio culturale.

Il fenomeno delle cosiddette mareggiate archeologiche evidenzia un paradosso emblematico del nostro tempo. Da un lato, i cambiamenti climatici e l’aumento della frequenza di eventi estremi rappresentano una seria minaccia per la conservazione del patrimonio costiero; dall’altro, la stessa forza distruttiva del mare può diventare uno strumento inatteso di scoperta, riportando alla luce testimonianze rimaste sepolte per millenni sotto le dune.

In questo contesto, la rapidità di intervento delle istituzioni assume un ruolo decisivo: riuscire ad agire entro le prime ventiquattro ore dall’evento può fare la differenza tra la perdita irreversibile dei reperti e la loro salvaguardia.

La ricerca scientifica guarda ora al futuro attraverso lo sviluppo di modelli predittivi, pensati per individuare altri tratti di costa particolarmente vulnerabili, dove eventuali tempeste potrebbero rivelare nuovi frammenti della civiltà fenicia. Un approccio che consente di trasformare il rischio in conoscenza e di assicurare che la memoria di questi antichi navigatori continui a essere studiata, protetta e trasmessa alle generazioni future.

L’immagine è una ipotesi ricostruttiva basata sui dati archeologici.