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La battaglia del Frigido, 394 d.C. I cristiani sconfiggono i pagani

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La battaglia del fiume Frigido, combattuta il 5 e 6 settembre 394, rappresenta uno degli scontri decisivi del tardo Impero romano.

La battaglia vide contrapporsi le forze dell’imperatore d’Oriente Teodosio I e quelle dell’usurpatore occidentale Eugenio, supportato dal generale franco Arbogaste. Lo scontro avvenne presso il fiume Frigido, oggi noto come il Vipacco, situato nell’attuale Slovenia.

La battaglia fu il culmine di un conflitto politico e religioso. Eugenio e Arbogaste, pur essendo pagani, cercavano di riaffermare il paganesimo all’interno dell’Impero, in contrasto con la politica cristiana di Teodosio. La vittoria di Teodosio ottenuta con l’ausilio di un improvviso cambiamento climatico che sfavorì le truppe di Eugenio, consolidò il cristianesimo come religione dominante dell’Impero Romano.

La leggenda narra che una tempesta di vento e pioggia si abbatté sul campo di battaglia, ostacolando le truppe di Eugenio e facilitando la vittoria di Teodosio. 

Dopo la battaglia, Eugenio fu catturato e giustiziato, mentre Arbogaste si suicidò. La vittoria di Teodosio al fiume Frigido fu un momento cruciale che determinò l’orientamento religioso e politico dell’Impero nei secoli successivi, segnando il definitivo tramonto del paganesimo romano e la supremazia del cristianesimo.

La fine di Valentiniano II e il potere di Arbogaste

Il protagonista della battaglia è certamente Arbogaste, un generale franco al servizio dell’Impero Romano, che ebbe un ruolo importante nella politica romana durante il regno dell’imperatore Valentiniano II.

Valentiniano II, salito al trono giovanissimo nel 375, era sotto la tutela di Arbogaste, che esercitava un’influenza sempre più spregiudicata sulla sua corte. Valentiniano II, pur essendo formalmente l’imperatore, si trovava spesso a dover sottostare alla volontà del suo potente generale.

I rapporti tra i due furono sempre tesi, poiché Valentiniano II, crescendo, desiderava affermare la propria autorità, mentre Arbogaste, pagano convinto, ambiva a controllare l’imperatore per mantenere e consolidare il proprio potere.

La tensione tra i due culminò tragicamente nel 392, quando Valentiniano II, ormai ventenne, cercò di liberarsi dal controllo di Arbogaste.

La fine di Valentiniano II fu avvolta nel mistero e nel sospetto. Nel maggio del 392, il giovane imperatore fu trovato morto nella sua residenza a Vienne, in Gallia. Le circostanze della sua morte furono sospette: ufficialmente si parlò di suicidio, ma molti storici dell’epoca e moderni ritengono che possa essere stato assassinato su ordine di Arbogaste, desideroso di eliminare un imperatore che non poteva più controllare.

Con la morte di Valentiniano II, Arbogaste nominò come nuovo imperatore Eugenio, un ex insegnante di retorica, sperando di poterlo manovrare facilmente.

Eugenio fu proclamato imperatore d’Occidente il 22 agosto 392, ma la sua legittimità fu subito contestata dall’imperatore d’Oriente Teodosio I, che si preparò a sconfiggerlo per riaffermare la propria autorità sull’intero Impero Romano e per difendere la causa del cristianesimo contro il revival pagano sostenuto da Arbogaste e Eugenio.

La missione diplomatica per convincere Teodosio

Dopo l’ascesa al trono di Eugenio nel 392, Arbogaste e il nuovo imperatore intrapresero una missione diplomatica nel tentativo di ottenere il riconoscimento ufficiale da parte di Teodosio I, l’imperatore d’Oriente.

La premesse erano negative: Teodosio, profondamente cristiano, era fortemente contrario alla politica pro-pagana di Eugenio e Arbogaste.  

La delegazione, guidata da importanti funzionari e accompagnata da ricchi doni, aveva l’obiettivo di convincere Teodosio che il nuovo regime non rappresentava una minaccia per l’unità dell’Impero. Eugenio cercò di presentarsi come un leader moderato, disposto a tollerare il cristianesimo pur mantenendo il paganesimo come religione ufficiale.

Teodosio, però, era ben consapevole delle reali intenzioni di Eugenio e Arbogaste. I rapporti degli inviati e delle spie dell’imperatore d’Oriente avevano già evidenziato il tentativo di restaurazione pagana e l’influenza dominante di Arbogaste sul nuovo imperatore. Inoltre, la morte sospetta di Valentiniano II aveva già fatto scattare sospetti e indignazione nella corte di Teodosio.

Il fallimento della missione diplomatica fu inevitabile. Teodosio rifiutò di riconoscere Eugenio come legittimo imperatore, vedendo nella sua figura e in quella di Arbogaste una minaccia non solo politica, ma anche religiosa.  

Così, Teodosio dichiarò Eugenio come un usurpatore, e si scatenò la guerra civile.

La marcia di Teodosio verso il Frigido

L’esercito di Teodosio I era composto da una varietà di unità provenienti da diverse regioni dell’Impero Romano d’Oriente. Questa forza eterogenea comprendeva soldati romani, truppe federate e contingenti di alleati barbari. Tra i più importanti alleati vi erano i Visigoti, guidati dal loro re Alarico I, che giocavano un ruolo cruciale nelle strategie militari di Teodosio. L’esercito includeva anche unità di cavalleria pesante, fanteria leggera e arcieri, ciascuna con un ruolo specifico nel campo di battaglia.

Nel 394, Teodosio iniziò la sua marcia verso l’Occidente per affrontare Eugenio e Arbogaste. La marcia dell’esercito orientale fu un’impresa logistica notevole, che richiese l’attraversamento di ampie distanze e territori difficili. Teodosio attraversò i Balcani, una regione montuosa che presentava numerose sfide, tra cui terreni accidentati e condizioni climatiche avverse.

Durante la marcia, Teodosio cercò di mantenere alto il morale delle sue truppe e assicurarsi l’appoggio delle popolazioni locali. Questo fu possibile grazie alla sua reputazione di imperatore giusto e devoto cristiano, che gli assicurò il sostegno delle comunità cristiane lungo il percorso. Inoltre, Teodosio utilizzò la diplomazia per mantenere buoni rapporti con i leader tribali e garantire che il suo esercito potesse attraversare i territori senza incontrare resistenze significative.

Superata la regione della Pannonia, Teodosio si avvicinò al fiume Frigido, situato nell’attuale Slovenia. La scelta del campo di battaglia non fu casuale: il fiume Frigido, con il suo terreno accidentato e i passaggi stretti, offriva vantaggi tattici a un esercito esperto come quello di Teodosio.

Qui, l’imperatore d’Oriente si preparò per lo scontro decisivo con le forze di Eugenio e Arbogaste, consapevole che la vittoria avrebbe consolidato la sua autorità su tutto l’Impero Romano e assicurato la supremazia del cristianesimo.

La battaglia del fiume Frigido: il primo giorno

Eugenio e Arbogaste avevano disposto il loro esercito nelle pianure, adottando una strategia attendista per contrastare l’esercito numericamente superiore di Teodosio. Occupando gli stretti passi delle Alpi, avevano inviato distaccamenti per tendere imboscate alle truppe orientali. 

Teodosio attaccò quasi immediatamente, mandando per primi i suoi alleati goti. Oltre che per affrontare il nemico, l’avanzamento dei contingenti di Goti serviva per indebolirli, dal momento che Teodosio nutriva forti dubbi sulla loro fedeltà.

Zosimo e Orosio raccontano che molte delle truppe alleate di Teodosio furono massacrate, e Orosio specifica che 10.000 foederati goti, schierati in prima linea, perirono nello scontro, sostenendo che “la loro perdita era certamente un guadagno e la loro sconfitta una vittoria”.

Il magister militum Bacurio, facente parte dell’esercito di Teodosio, intervenne con l’avanguardia per soccorrere i foederati goti in difficoltà, riuscendo a mettere in fuga i nemici, ma finendo anch’egli ucciso in un contrattacco.

La giornata si concluse con una difesa vittoriosa delle truppe di Eugenio. Arbogaste, inoltre, inviò un distaccamento, guidato dal comes Arbizione, per chiudere il passo alle spalle di Teodosio, che si trovò circondato e senza vie di fuga.

Teodosio, consapevole della situazione disperata, si prostrò al suolo pregando il Signore per un intervento divino. Subito dopo, gli ufficiali delle truppe di Eugenio stazionate in imboscata sulle alture inviarono messaggeri a Teodosio, dichiarando la loro intenzione di defezionare in suo favore in cambio di posti onorevoli nel suo esercito.

Teodosio accettò l’offerta, scrivendo su tavolette i ruoli di comando che avrebbe conferito loro. Così, gli ufficiali passarono dalla parte dell’imperatore legittimo.

Dopo una notte insonne, Teodosio notò il vuoto lasciato dalle truppe di Arbogaste e decise di attaccare di nuovo. Su cosa avvenne in seguito, le versioni pagana e cristiana differiscono.

La battaglia del Frigido: la versione cristiana dello scontro

La versione cristiana della battaglia, tramandata da Orosio e altri scrittori ecclesiastici, descrive il secondo giorno dello scontro in modo drammatico e miracoloso. 

Mentre i soldati di Eugenio si riposavano, sicuri della vittoria, Teodosio sfruttò il momento di confusione e l’abbassamento della guardia per lanciare un attacco a sorpresa. La versione cristiana della battaglia sostiene che un evento miracoloso avvenne proprio in quel momento: un forte vento, noto come bora, iniziò a soffiare dalle schiere di Teodosio contro quelle nemiche, trasformando dardi e frecce in armi contro chi le aveva lanciate.

Questo vento impetuoso, interpretato come un intervento divino, sfavorì decisamente i soldati di Eugenio, che si trovarono in grande difficoltà nel difendersi dagli attacchi.

Orosio e Sant’Agostino riportano che questo fenomeno meteorologico straordinario era visto come un chiaro segno della provvidenza divina che sosteneva Teodosio e il cristianesimo. Anche il poeta pagano Claudiano, sebbene ostile al cristianesimo, riconobbe nei suoi versi l’intervento provvidenziale della bora a favore di Teodosio, attribuendo la vittoria dell’imperatore al favore degli dei.

Approfittando del caos creato dalla tempesta, le truppe di Teodosio avanzarono rapidamente, rompendo le linee difensive di Eugenio e seminando il panico tra i soldati nemici.

Le forze di Eugenio, già demoralizzate dalla defezione di alcune unità e dalla furia della bora, non riuscirono a riorganizzarsi e crollarono sotto l’assalto dell’esercito orientale.

La battaglia del Frigido: la versione pagana dello scontro

La versione pagana della battaglia del Frigido, tramandata da Zosimo, offre una narrazione molto diversa degli eventi del secondo giorno. Secondo questa versione, la vittoria di Teodosio non fu il risultato di un intervento divino, ma di una serie di circostanze strategiche e tattiche, oltre a un colpo di fortuna sfruttato dall’imperatore orientale.

Convinto che Teodosio non sarebbe stato in grado di lanciare un nuovo attacco imminente, Eugenio concesse ai suoi soldati il meritato riposo, senza temere un’azione a sorpresa da parte del nemico.

Teodosio approfittò di questa sicurezza e della relativa tranquillità delle truppe di Eugenio. All’alba del secondo giorno, mentre i soldati di Eugenio stavano ancora riposando, Teodosio lanciò un attacco a sorpresa con tutte le sue forze.

Questo colpo improvviso colse completamente impreparato l’esercito di Eugenio, che fu incapace di organizzare una difesa efficace. I soldati di Teodosio massacrarono numerosi nemici mentre erano ancora nei loro accampamenti, sfruttando l’effetto sorpresa e la disorganizzazione degli avversari.

La versione pagana non menziona l’intervento di una tempesta o della bora durante la battaglia. Al contrario, Zosimo riferisce di un’eclissi di sole che avrebbe oscurato il campo di battaglia durante il primo giorno di scontri, contribuendo a rendere la battaglia ancora più drammatica.

Eppure i dati astronomici moderni smentiscono l’evento di un’eclissi in quel periodo, suggerendo che gli storici pagani, come Zosimo ed Eunapio, abbiano forse trasformato una forte tempesta in un’eclissi per enfatizzare la drammaticità della battaglia.

Dopo aver travolto le difese nemiche, Teodosio si diresse verso la tenda di Eugenio. Eugenio fu catturato e portato al cospetto di Teodosio, che ordinò la sua immediata decapitazione come punizione per la sua usurpazione.

Arbogaste, vedendo la disfatta completa delle sue forze, fuggì tra le montagne circostanti e si suicidò poco dopo per evitare la cattura.

Anche Virio Nicomaco Flaviano, uno dei sostenitori di Eugenio, seguì lo stesso destino, preferendo il suicidio alla sconfitta.

Le conseguenze della disfatta pagana

La battaglia del Frigido del 394 ebbe conseguenze di lunga durata per l’Impero Romano.

Una delle più immediate e tangibili fu l’abbandono delle difese nelle Alpi Giulie, che permettevano l’accesso alla provincia Venetia et Histria. Secondo il poeta latino Claudio Claudiano, le torri e le mura delle Chiuse (Claustra Alpium Iuliarum), costruite dopo il 284 come difesa contro le invasioni barbariche, furono demolite durante la battaglia.

Di conseguenza, non si ha più notizia di un loro utilizzo né della presenza di truppe romane nelle Alpi orientali durante le successive incursioni di Alarico I in Italia.

La battaglia del Frigido fu anche un momento cruciale per l’evoluzione dell’esercito romano, segnando uno dei primi episodi in cui l’arruolamento massiccio di barbari iniziò a trasformare profondamente la composizione e l’efficacia delle forze armate imperiali.

Dopo la battaglia, i foederati Visigoti, che avevano subito pesanti perdite (circa 10.000 caduti), furono congedati e rispediti nelle loro terre di insediamento in Tracia. Questo evento è soggetto a dibattito tra gli storici: alcuni ritengono che il congedo sia avvenuto nel gennaio 395 ad opera di Stilicone, mentre altri, come la storica Cesa, sostengono che Teodosio non avrebbe permesso a tali alleati di entrare in Italia, datando il loro rientro nell’autunno del 394.

L’alto numero di perdite subite dai Visigoti durante la battaglia aumentò il loro risentimento verso l’Impero. Questi cominciarono a sospettare che Teodosio li avesse deliberatamente schierati in prima linea per indebolirli e privarli dei privilegi di foederati e della loro autonomia.

Questo risentimento portò i Visigoti, una volta tornati in Tracia, a ribellarsi sotto la guida di Alarico, eletto loro capo unico. Il loro scopo era ottenere il rinnovo del trattato del 382 a condizioni più favorevoli e la nomina di Alarico a magister militum dell’esercito romano. Questa rivolta culminò nel sacco di Roma del 410, un evento che scosse profondamente il mondo romano.

Tradizionalmente, la battaglia del Frigido è stata interpretata come uno scontro tra il paganesimo e il cristianesimo, con l’usurpazione di Eugenio vista come un ultimo tentativo di restaurare il paganesimo in Occidente. Secondo questa interpretazione, il risultato della battaglia segnò il quasi definitivo trionfo del cristianesimo, analogamente a quanto accadde con la battaglia di Ponte Milvio del 312.

Questa visione tradizionale è stata contestata da studiosi moderni come Alan Cameron, che ha sostenuto che la nozione di Eugenio e Arbogaste come pagani o sostenitori dei pagani fu in gran parte un’invenzione successiva, mirata a giustificare la campagna di Teodosio.

Secondo Cameron, altre usurpazioni, come quella di Magnenzio, furono etichettate falsamente come pagane dopo la loro sconfitta. La descrizione della battaglia come un conflitto religioso trova la sua origine nello storico cristiano Rufino, e solo le fonti dipendenti da Rufino menzionano questo carattere religioso dello scontro.

La battaglia del Frigido, comunque, non solo consolidò l’autorità di Teodosio su tutto l’Impero Romano, ma contribuì anche a stabilire il cristianesimo come religione dominante, influenzando profondamente la politica e la società dell’Impero nei secoli successivi.  

Il fuoco greco. Formula e storia dell’arma Bizantina

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Il fuoco greco è una delle armi più misteriose e affascinanti della storia bizantina.

Questo composto misterioso, in grado di bruciare persino sull’acqua, trasformava le battaglie in scenari apocalittici, dove le fiamme sembravano sfidare le leggi della natura stessa.

La sua formula segreta, custodita gelosamente e protetta da pene severe, ha alimentato miti e speculazioni per secoli. 

Le origini del fuoco greco

Secondo Teofane il Confessore, il fuoco greco fu inventato nel VII secolo d.C. da un certo Callinico, un ingegnere di Eliopoli in Egitto. Questa arma incendiaria aveva la straordinaria capacità di bruciare anche sull’acqua, rendendola particolarmente efficace nelle battaglie navali.

Una delle ragioni per cui il fuoco greco è avvolto nel mistero è che la sua formula era un segreto militare strettamente custodito dall’Impero Bizantino.

Oltre ad essere conosciuto solo dagli alti ufficiali bizantini e dall’imperatore stesso, la divulgazione della sua composizione era punita con la morte, per garantire che i nemici non potessero replicare questa devastante arma.

Per questo motivo, non conosciamo con certezza gli ingredienti e il metodo di produzione del fuoco greco; abbiamo solo teorie basate su testimonianze storiche e studi scientifici.

Le teorie sulla composizione del fuoco greco

Anna Comnena, nella sua opera “Alessiade”, menziona in maniera molto frammentaria che il fuoco greco fosse composto da resina vegetale e zolfo. Questa teoria si basa sulle osservazioni storiche dell’epoca, ma non è mai stata confermata in modo definitivo. La resina vegetale, probabilmente la pece, e lo zolfo, sono entrambi materiali infiammabili, e la loro combinazione avrebbe potuto creare un’arma incendiaria efficace.

Un’altra teoria, avanzata da Haldon, Bryne e Davidson, sostiene che il fuoco greco fosse composto da salnitro e polvere da sparo, soprattutto perché secondo le fonti antiche il fuoco Greco creava “tuono e fumo”, il che si collegherebbe bene all’utilizzo di questi due elementi.

Questa ipotesi è però controversa, poiché la polvere da sparo fu inventata solo successivamente in Cina, e non ci sono prove che i Bizantini ne fossero a conoscenza. Inoltre, è strano che i musulmani, i principali chimici dell’epoca, non abbiano mai documentato una composizione simile, considerando la loro competenza nel settore chimico.

Partington propone un’altra teoria secondo cui il fuoco greco era basato sulla calce viva. Questa sostanza, conosciuta sia dai Bizantini che dagli Arabi, quando a contatto con l’acqua, produce una reazione esotermica (rilasciando calore) che potrebbe spiegare l’effetto incendiario. 

Infine, McEvedy suggerisce che il fuoco greco fosse conservato in un recipiente sigillato contenente ossa, urina e fosfato di calcio. Questa miscela, che avrebbe potuto agire come un catalizzatore chimico, sarebbe stata capace di produrre una reazione incendiaria quando esposta all’aria.

Oggi, la maggior parte degli esperti e degli studiosi sostiene che il fuoco greco fosse composto principalmente da petrolio e nafta. Questa ipotesi si basa su diversi elementi storici e linguistici che collegano l’uso di queste sostanze all’arma bizantina.

Innanzitutto, gli Abbasidi avevano delle unità di lancio chiamate naffatun, che erano incaricate di lanciare la nafta durante le battaglie. La nafta è una frazione del petrolio greggio e può essere altamente infiammabile, rendendola una sostanza ideale per un’arma incendiaria.

Inoltre, il fuoco greco è anche noto nell’antichità come fuoco mediano. Questo nome deriva dal fatto che i Greci chiamavano il petrolio con il termine “elaion”, mentre i Persiani lo chiamavano “naft”. Questi termini indicano chiaramente che entrambe le culture avevano familiarità con l’uso del petrolio e delle sue proprietà infiammabili. È probabile che i Bizantini abbiano preso in prestito queste conoscenze per sviluppare la loro arma, e che il loro fuoco greco fosse esattamente basato sulla Nafta.

Un ulteriore elemento a supporto di questa teoria è un testo latino del IX secolo, conservato in Germania, presso la città di Wolfenbuttel, che menziona la parola “nafta” proprio in riferimento al fuoco greco. 

Questi indizi convergono verso l’idea che il fuoco greco fosse basato su una combinazione di petrolio e nafta. Il petrolio avrebbe fornito una base liquida facilmente infiammabile, mentre la nafta avrebbe aumentato drasticamente l’efficacia incendiaria della miscela.

L’uso di queste sostanze spiegherebbe anche perché il fuoco greco poteva bruciare sull’acqua, dato che il petrolio e la nafta galleggiano e continuano a bruciare anche a contatto con l’acqua.

La macchina per il lancio del fuoco greco

A prescindere dall’esatto ingrediente del fuoco greco, la macchina che permetteva di lanciare questo liquido infiammabile era una struttura altamente complessa. Essa era installata prevalentemente sulle navi bizantine chiamate dromoni.

I dromoni bizantini erano potenti navi da guerra, progettate per essere veloci e manovrabili. Con una lunghezza che poteva superare i 30 metri, queste navi erano in grado di trasportare numerosi soldati e marinai, rendendole particolarmente efficaci durante le battaglie navali.

Il sistema che produceva e lanciava il fuoco greco era un dispositivo meccanico complesso, composto da vari elementi.

  1. Soffietto: Il soffietto era utilizzato per introdurre l’aria necessaria a mantenere il fuoco vivo nel braciere. Questo strumento funzionava come una pompa, aumentando l’apporto di ossigeno e intensificando così la fiamma.
  2. Braciere: Il braciere era il cuore del sistema, dove la miscela incendiaria veniva riscaldata e mantenuta pronta per l’uso. Il braciere conteneva il fuoco che doveva essere costantemente alimentato e monitorato per garantire che fosse abbastanza caldo da infiammare la miscela al momento del lancio.
  3. Pompa pressurizzata: La pompa era utilizzata per generare la pressione necessaria a spingere la miscela infiammabile attraverso il sistema. Funzionava in modo simile a una moderna pompa idraulica, creando una pressione che forzava la miscela liquida attraverso i tubi verso l’ugello.
  4. Ugello: L’ugello era la parte terminale del sistema da cui il fuoco greco veniva lanciato. Era progettato per controllare il flusso e la direzione del liquido incendiario, garantendo che fosse proiettato con precisione verso il bersaglio. L’ugello poteva essere orientato e manovrato per colpire navi nemiche o truppe avversarie con grande efficacia.

L’intero sistema era altamente sofisticato per l’epoca e richiedeva una notevole competenza tecnica per essere operato correttamente.

I dromoni dotati di questo dispositivo potevano avvicinarsi alle navi nemiche e lanciare il fuoco greco, causando incendi devastanti e creando il panico tra le file avversarie.

I possibili rimedi contro il fuoco greco

Una delle principali caratteristiche del fuoco greco era la sua incredibile capacità di continuare a bruciare anche a contatto con l’acqua. 

Altri popoli, che furono costretti ad affrontare il fuoco greco, svilupparono vari metodi per tentare di estinguerlo. Secondo le testimonianze storiche, i soli rimedi efficaci includevano:

  1. Urina: L’urina invecchiata era considerata un buon mezzo per spegnere il fuoco greco. Dal momento che contiene ammoniaca vi era, forse, una reazione chimica in grado di “calmare” le fiamme.
  2. Sabbia: La sabbia era un altro metodo utilizzato per spegnere il fuoco greco, in grado di soffocare le fiamme semplicemente coprendole e bloccando l’accesso all’ossigeno necessario per la combustione.
  3. Aceto molto forte: L’acidità dell’aceto potrebbe avere avuto un effetto chimico sulle sostanze infiammabili, aiutando a calmare le fiamme, anche se per poco tempo.

Il sifone portatile e le granate di fuoco greco

La tecnologia Bizantina permise tuttavia di impiegare il fuoco Greco non solo sulle navi da guerra, ma anche in contesti diversi, soprattutto durante gli assedi e i combattimenti sul campo.

Il sifone portatile era infatti una versione mobile del dispositivo utilizzato sui dromoni, che permetteva ai soldati bizantini di utilizzare il fuoco greco in battaglie terrestri o difese fortificate. 

Questo strumento era composto da vari elementi che permettevano di spruzzare il liquido infiammabile con precisione e potenza.

Il serbatoio del sifone portatile immagazzinava la miscela infiammabile del fuoco greco ed era progettato per essere resistente e facile da trasportare dai soldati. Una pompa manuale azionata dai soldati creava la pressione necessaria per spingere il liquido fuori dal serbatoio e attraverso il tubo.

La pompa aumentava la forza del getto e permetteva di raggiungere una distanza considerevole.

L’ugello, un tubo flessibile o rigido, era il mezzo attraverso cui veniva spruzzato il fuoco greco. Questo ugello era spesso dotato di un meccanismo di controllo per regolare il flusso del liquido e direzionarlo con precisione.

L’uso del sifone portatile consentiva ai soldati di difendere le mura delle città o le fortificazioni con un’arma micidiale, dirigendo il fuoco greco contro le forze assedianti e creando barriere di fuoco che rendevano difficile l’avanzamento dei nemici.

Le granate riempite di fuoco greco erano un’altra innovazione strategica dei Bizantini, progettate per essere lanciate contro il nemico e provocare incendi all’impatto.

Queste granate funzionavano in modo simile alle bombe incendiarie moderne. Il contenitore delle granate, solitamente fatto di ceramica, vetro o metallo, era riempito con la miscela del fuoco greco.

Doveva essere abbastanza resistente da contenere il liquido infiammabile fino al momento dell’impatto, ma anche abbastanza fragile da rompersi facilmente e rilasciare il contenuto.

Alcune granate potevano avere una miccia o un altro meccanismo di innesco che accendeva il fuoco greco al momento dell’impatto, ma in molti casi la semplice rottura del contenitore era sufficiente per far sì che il liquido entrasse in contatto con l’aria e si incendiasse.

Le granate riempite di fuoco greco potevano essere lanciate manualmente o utilizzate con macchine d’assedio come catapulte e baliste. Quando le granate colpivano il loro bersaglio, si rompevano e rilasciavano il fuoco greco, che si diffondeva rapidamente e causava incendi devastanti.

Queste erano così particolarmente efficaci contro le formazioni di fanteria nemica, le strutture di legno e altre installazioni vulnerabili al fuoco.

La crociata dei poveri. I pezzenti di Pietro l’Eremita e gli eccidi sugli ebrei

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La Crociata dei Poveri, anche conosciuta come Crociata dei Pezzenti, fu un movimento spontaneo e non ufficiale che precedette la Prima Crociata. Nel 1096, migliaia di contadini, poveri e piccoli nobili risposero all’appello di Papa Urbano II, desiderosi di liberare la Terra Santa dagli infedeli e ispirati dal fervore religioso. Questo esercito improvvisato, guidato da Pietro l’Eremita, partì dall’Europa occidentale con poche risorse e scarsa preparazione militare.

Il viaggio verso Gerusalemme fu arduo e disorganizzato. I crociati attraversarono il Sacro Romano Impero, l’Ungheria e i territori bizantini, saccheggiando e causando disordini lungo il cammino. La mancanza di disciplina e le difficoltà logistiche portarono a gravi sofferenze. Giunti in Anatolia, i crociati furono attaccati dalle forze musulmane selgiuchidi. Senza una guida militare esperta e con armamenti inadeguati, furono facilmente sconfitti nella battaglia di Civetot nell’ottobre 1096.

La chiamata di Papa Urbano II per liberare la terra Santa

Nel XI secolo, l’Europa era caratterizzata da una frammentazione politica e territoriale. I principali poteri erano il Sacro Romano Impero, sotto la guida degli imperatori tedeschi, e il regno di Francia, suddiviso in vari feudi e dominato da nobili locali. La Chiesa cattolica, con il Papa a Roma, era una forza unificante spirituale e politica, ma anche fonte di conflitti con i poteri laici, come dimostrato dalla lotta per le investiture tra il papato e l’impero.

Le campagne militari dei Normanni in Italia meridionale e in Sicilia avevano creato nuovi equilibri di potere. I Bizantini, pur detenendo il controllo di Costantinopoli e di parte dell’Anatolia, erano sotto pressione costante dalle incursioni dei Turchi Selgiuchidi, che avevano conquistato gran parte dell’Asia Minore e minacciavano ulteriormente l’impero.

Nel contesto di un’Europa divisa e di una Chiesa alla ricerca di maggiore autorità, Papa Urbano II vide un’opportunità per rafforzare il potere papale e unificare i cristiani sotto una causa comune. Il 27 novembre 1095, durante il Concilio di Clermont, Urbano II fece un appello storico, esortando i cristiani occidentali a prendere le armi per liberare Gerusalemme e la Terra Santa dal dominio musulmano.

Il suo discorso enfatizzava la sofferenza dei pellegrini cristiani e delle comunità orientali sotto il controllo islamico, richiamando l’idea di una guerra santa (bellum sacrum). Urbano II prometteva indulgenze plenarie a chiunque partecipasse alla crociata, garantendo la remissione dei peccati e l’assicurazione di salvezza eterna. Questo appello non solo rispondeva alla richiesta di aiuto dell’imperatore bizantino Alessio I Comneno, ma anche incanalava le energie bellicose dei nobili europei verso un obiettivo religioso comune, piuttosto che verso i conflitti interni.

La chiamata di Urbano II scatenò un entusiasmo senza precedenti, coinvolgendo non solo i nobili e i cavalieri, ma anche masse di contadini e poveri, desiderosi di partecipare a questa missione divina.

Pietro l’Eremita e l’esercito della Crociata dei Poveri

Pietro l’Eremita è una figura centrale nella storia della Crociata dei Poveri. Nato intorno al 1050, era un predicatore itinerante di origine francese, noto per la sua fervente devozione religiosa e il suo carisma. Dopo aver compiuto un pellegrinaggio in Terra Santa, durante il quale si dice abbia ricevuto una visione divina che gli ordinava di liberare Gerusalemme, Pietro iniziò a predicare con ardore il bisogno di una crociata.

Il suo messaggio trovò eco in un’Europa già predisposta all’idea di una guerra santa, in parte grazie all’appello di Papa Urbano II. Pietro, vestito in abiti poveri e spesso scalzo, percorse città e villaggi, radunando migliaia di seguaci tra i contadini, i poveri e i piccoli nobili. Il suo carisma e la sua eloquenza ispirarono molte persone che vedevano in lui una guida spirituale e un esempio di devozione cristiana.

Ma l’esercito della Crociata dei Poveri era eterogeneo e disorganizzato. Non era un’armata regolare, ma piuttosto un insieme di gruppi di persone di diverse provenienze sociali e geografiche, uniti dal comune desiderio di rispondere all’appello del Papa e di Pietro l’Eremita. La maggioranza dei partecipanti erano contadini e gente povera. Attratti dalla promessa di remissione dei peccati e di salvezza eterna, lasciarono le loro terre nella speranza di trovare una vita migliore e di servire la loro fede.

In questo esercito raccogliticcio, vi erano anche alcuni piccoli nobili e cavalieri, privi di terre e opportunità nelle loro regioni d’origine, che si unirono alla crociata nella speranza di ottenere terre e ricchezze in Terra Santa.

L’esercito della Crociata dei Poveri non aveva una struttura gerarchica chiara o una strategia militare definita. Pietro l’Eremita era il leader spirituale, ma mancava di esperienza militare e organizzativa. I crociati si muovevano in gran parte in maniera autonoma, spesso affidandosi alla provvidenza divina più che a piani concreti. La mancanza di disciplina e organizzazione rendeva il gruppo vulnerabile e mal equipaggiato per affrontare le sfide che avrebbero incontrato lungo il cammino.

Il Percorso della Crociata dei Poveri e gli Eccidi

La Crociata dei Poveri partì dalla Francia e dalla Germania nella primavera del 1096. Pietro l’Eremita e altri leader come Gualtieri Senza Averi guidarono diverse colonne di crociati attraverso il Sacro Romano Impero. Lungo il percorso, questi gruppi si fermarono in varie città per raccogliere ulteriori seguaci e provviste.

Uno degli episodi più tragici fu la serie di attacchi contro le comunità ebraiche della Renania. Questi pogrom furono in parte motivati da una distorta interpretazione religiosa e dalla necessità di fondi per il viaggio. Alcuni crociati credevano che fosse necessario purificare l’Europa dagli “infedeli” prima di liberare la Terra Santa.

I crociati guidati da Emicho di Leiningen arrivarono a Magonza nel maggio del 1096. Qui, la comunità ebraica tentò di negoziare la propria sicurezza offrendo denaro. Ma la violenza esplose quando i crociati assaltarono la città, massacrando circa 1.100 ebrei che si erano rifugiati nelle loro case e nella sinagoga.

Presso la città di Worms, gli ebrei cercarono protezione presso il vescovo locale. Nonostante i suoi sforzi, i crociati fecero irruzione e massacrarono circa 800 ebrei. A Colonia, la comunità ebraica fu dispersa e molte persone furono uccise o costrette a fuggire. Numerosi ebrei furono battezzati forzatamente per evitare la morte.

Dopo aver attraversato il Sacro Romano Impero, seminando distruzione, i crociati raggiunsero l’Ungheria. Le tensioni con le popolazioni locali aumentarono a causa della mancanza di risorse e della condotta indisciplinata dei crociati. In particolare a Zemun, una città sulla frontiera tra Ungheria e l’Impero Bizantino, i crociati attaccarono la popolazione locale, saccheggiando le case e causando molte morti.

Giunti nei territori dell’Impero Bizantino, i crociati continuarono a comportarsi in modo disorganizzato e spesso violento. L’Impero Bizantino, preoccupato dall’arrivo di questa massa disordinata, tentò di limitare i danni. Ma i crociati compirono saccheggi e atti di violenza, peggiorando le relazioni con i Bizantini.

Così, l’Imperatore Alessio I Comneno cercò di facilitare il loro passaggio verso l’Asia Minore, sperando di accelerare il più possibile la loro partenza.

L’arrivo in Anatolia e la sconfitta a Civetot

Dopo aver attraversato il Bosforo con l’aiuto dell’Imperatore bizantino Alessio I Comneno, i crociati della Crociata dei Poveri si stabilirono nei pressi della città di Civetot (oggi İznik, in Turchia). La loro presenza in Anatolia creò subito tensioni con i Turchi Selgiuchidi, che controllavano la regione. I crociati, privi di una guida militare esperta e di una strategia definita, iniziarono a saccheggiare i villaggi locali per procurarsi provviste, provocando la reazione dei Selgiuchidi.

I Selgiuchidi, sotto la guida del sultano Kilij Arslan I, decisero di eliminare la minaccia rappresentata dai crociati. Conoscendo la mancanza di disciplina e la disorganizzazione degli avversari, Kilij Arslan pianificò un’imboscata per annientarli definitivamente.

Il 21 ottobre 1096, i crociati si mossero dalla loro base a Civetot verso Nicaea, l’attuale İznik, per un raid contro i Turchi. Divisi in due colonne principali, una guidata da Geoffroi Burel e l’altra da un gruppo di leader meno noti, avanzavano senza una chiara coordinazione.

I Selgiuchidi approfittarono della mancanza di disciplina e della scarsa preparazione dei crociati. Nelle strette valli e nei boschi della regione, i Turchi si nascosero e prepararono l’imboscata. Quando le due colonne di crociati si separarono, i Selgiuchidi attaccarono con forza superiore e ben organizzata.

La prima colonna, guidata da Geoffroi Burel, fu attaccata di sorpresa. I crociati, colti alla sprovvista, tentarono una difesa disperata, ma la superiorità tattica e numerica dei Selgiuchidi si fece presto sentire. La battaglia si trasformò rapidamente in un massacro.

Nel frattempo, la seconda colonna, più lontana, cercò di venire in aiuto, ma fu anch’essa attaccata e circondata. La mancanza di coordinazione e di un comando centrale efficace rese impossibile qualsiasi strategia di difesa o di controffensiva.

Con i ranghi spezzati e il morale crollato, molti crociati cercarono di fuggire. Ma il terreno sconosciuto e la pressione incessante dei Turchi fecero sì che molti fossero catturati o uccisi. Solo pochi riuscirono a raggiungere la sicurezza delle fortificazioni bizantine.

Le conseguenze

La maggior parte dell’esercito crociato fu annientata. Si stima che solo poche centinaia di crociati sopravvissero alla battaglia e alla successiva cattura. I prigionieri furono venduti come schiavi o costretti a convertirsi all’Islam. Pietro l’Eremita, che non partecipò direttamente alla battaglia, riuscì a sopravvivere e tornò a Costantinopoli.

La disfatta di Civetot segnò la fine della Crociata dei Poveri. Ma questo disastro militare servì come lezione per le future crociate.

Anzitutto la Crociata dei Poveri evidenziò la necessità di una guida militare competente. La mancanza di comandanti esperti e di una chiara strategia militare fu una delle principali cause della disfatta. Infatti, le crociate successive furono guidate da nobili e cavalieri con esperienza militare, come Goffredo di Buglione, Raimondo IV di Tolosa e Boemondo di Taranto.

Le crociate successive si concentrarono inoltre sul reclutamento di cavalieri e soldati addestrati, riducendo il numero di civili e pellegrini non combattenti il che garantì un esercito più efficace e meglio preparato per le sfide militari.

Anche la mancanza di provviste e denaro fu un problema costante per la Crociata dei Poveri. Le crociate successive furono pianificate con maggiore attenzione alla logistica e al finanziamento. Vennero infatti organizzati sistemi di supporto per garantire che le truppe avessero provviste sufficienti lungo il percorso e per evitare il saccheggio delle popolazioni locali.

La Battaglia di Pozzuolo del Friuli

Pozzuolo del Friuli, 30 ottobre 1917 – La battaglia che ebbe luogo in questa località friulana durante la Prima Guerra Mondiale rappresenta un episodio di straordinaria eroicità delle truppe italiane, in particolare della II Brigata di Cavalleria e dei battaglioni della Brigata di Fanteria “Bergamo”. Lo scontro avvenne in un momento critico per le forze italiane, a seguito della disastrosa rotta di Caporetto.

Preludio

Il 24 ottobre 1917 le forze austro-ungariche, rinforzate da unità tedesche, diedero inizio alla battaglia di Caporetto. Le forze tedesche riuscirono a irrompere nella linea del fronte italiana a Caporetto e a sbaragliare le forze italiane che si opponevano. Lo sfondamento costrinse la Terza Armata italiana a ritirarsi verso ovest. Tuttavia, con le forze delle Potenze Centrali che avanzavano rapidamente verso la pianura veneta, la Terza Armata era in pericolo di essere accerchiata.

Pertanto, la II Brigata di cavalleria al comando del generale di brigata Emo Capodilista e il II/25° Battaglione e il III/26° Battaglione della Brigata di fanteria “Bergamo” al comando del colonnello Piero Balbi furono inviati a Pozzuolo del Friuli con l’ordine di ritardare le potenze centrali abbastanza a lungo da permettere alla III Armata di fuggire attraverso il fiume Tagliamento attraverso i ponti di Codroipo e di Latisana . La II Brigata di cavalleria era composta dal Reggimento “Genova Cavalleria” e dal Reggimento “Lancieri di Novara” .

La battaglia

La 2ª Brigata di Cavalleria, sotto il comando del generale Giorgio Emo Capodilista, comprendeva il Reggimento “Genova Cavalleria” (4º), guidato dal colonnello Bellotti, e il Reggimento “Lancieri di Novara”, sotto la guida del colonnello Campari. Tale brigata aveva l’incarico cruciale di difendere a tutti i costi l’ala destra della 2ª Armata, dalla quale dipendevano il 2º Gruppo Volo e il 6º Gruppo Caccia. Questi ultimi avevano, a loro volta, la responsabilità di coprire la ritirata della 3ª Armata, da cui dipendevano il 1º Gruppo e il 5º Gruppo. Tale missione implicava inevitabilmente il sacrificio dei due reggimenti di cavalleria.

La situazione, di una gravità estrema, richiedeva un impegno totale e senza riserve da parte delle forze in campo. La determinazione dei reggimenti di cavalleria nel proteggere la posizione strategica era essenziale per il successo complessivo delle operazioni militari. Le unità aeree di supporto, collegate alla 2ª e alla 3ª Armata, svolgevano un ruolo fondamentale nel garantire la copertura necessaria durante le manovre di ritirata, mostrando una sinergia vitale tra le forze di terra e quelle aeree.

In tale contesto, la difesa dell’ala destra della 2ª Armata non era solo una questione di strategia militare, ma anche un simbolo di resistenza e sacrificio. Il coraggio dimostrato dai soldati della 2ª Brigata di Cavalleria rimane un esempio di dedizione e abnegazione nei momenti di maggior pericolo, sottolineando l’importanza della lealtà e del dovere nei confronti della propria nazione.

La 2ª Brigata fece il suo ingresso a Pozzuolo del Friuli alle 17:30 del 29 ottobre, con i due reggimenti posizionati rispettivamente a est (Genova Cavalleria) e a ovest (Lancieri di Novara) dell’abitato. Il villaggio fu fortificato per la difesa e pattuglie furono inviate verso nord ed est. Una di queste pattuglie fu coinvolta in uno scontro a Campoformido, cadendo vittima di un’imboscata. Quella sera, il generale Capodilista tenne una riunione ufficiali, concludendo con la celebre frase: «Signori, questo deve essere il nostro camposanto». La notte del 30 ottobre, tempestosa e incessantemente piovosa, trascorse relativamente calma.

Mentre la 2ª Brigata si preparava per la difesa, la 1ª Brigata, sotto la pressione di forze nemiche superiori, fu costretta a ritirarsi fino a Codroipo. A seguito di questo evento, il comando della 2ª Armata, interpretando erroneamente i movimenti nemici, credette che la 14ª Armata avversaria stesse avanzando verso ovest e decise di lanciare un contrattacco, utilizzando Pozzuolo del Friuli come fulcro della manovra. Pertanto, fu inviata la Brigata “Bergamo” (25º e 26º Reggimento di Fanteria) per rafforzare la difesa di Pozzuolo del Friuli, posizionata all’ala destra delle forze contrattaccanti.

All’alba del 30 ottobre, pattuglie del Genova Cavalleria e dei Lancieri di Novara furono dispiegate in ricognizione e segnalarono la presenza di unità nemiche, equipaggiate con numerose mitragliatrici, nella zona di Terenzano. Il primo contatto con il nemico fu stabilito da due pattuglie del Genova Cavalleria, a nord dell’abitato di Pozzuolo. Intorno alle 11:00, l’avanguardia della 117ª Divisione Tedesca, proveniente da Terenzano, sferrò il suo primo attacco in forze, ma fu respinta dalle mitragliatrici e dal 2º squadrone del Genova Cavalleria.

Verso le 12:00 l’attacco nemico venne rinnovato con forze maggiori, ma fu nuovamente respinto, questa volta con l’uso delle baionette. Un successivo tentativo di aggiramento da parte delle truppe tedesche fu sventato grazie a una carica del 4º squadrone dei Lancieri di Novara, comandato dal capitano Sezanne. Nel mentre, la Brigata “Bergamo” riuscì a prendere contatto con la cavalleria dopo una marcia forzata di cinque ore sotto la pioggia battente. Il colonnello brigadiere Piero Balbi, comandante della brigata, dopo un colloquio con il generale Capodilista, proseguì secondo gli ordini ricevuti, dirigendo i suoi uomini verso Carpeneto, a nord-ovest di Pozzuolo, lasciando due battaglioni e il comando nel paese.

Alle 14:00, i reparti della Brigata “Bergamo” a nord di Pozzuolo furono attaccati dalle forze della 5ª divisione tedesca. Contemporaneamente, a Pozzuolo arrivarono unità della 60ª divisione di fanteria austriaca, che, provenienti da est, si unirono alla 117ª divisione. Gli attacchi delle due divisioni furono sostenuti dal Genova Cavalleria fino alle 16:30, quando le truppe austriache e tedesche riuscirono a superare le barricate che bloccavano l’accesso da Terenzano. In questi combattimenti, il tenente Carlo Castelnuovo delle Lanze del Genova Cavalleria fu ferito a morte (MOVM). Ancora una volta, il 4º squadrone dei Lancieri di Novara caricò i nemici per respingerli. Numerosi civili parteciparono alla battaglia, soccorrendo i feriti o sostituendosi a loro sulle barricate. Tuttavia, nonostante gli sforzi congiunti di cavalieri e popolazione, alle 17:30 il nemico riuscì a piazzare alcune mitragliatrici nelle case del paese, rendendo insostenibile la posizione della brigata di cavalleria.

Dopo otto ore di accaniti combattimenti, il generale Capodilista ordinò ai reggimenti di rimontare a cavallo e ritirarsi verso Santa Maria di Sclaunicco. Guidando i reparti in ordine di combattimento, alle 18:30 il generale raggiunse la destinazione. L’ultimo a lasciare Pozzuolo fu il 4º squadrone del Genova Cavalleria, che, sotto la stretta pressione del nemico, effettuò un’ultima carica in cui fu quasi completamente annientato, perdendo il comandante, capitano Ettore Laiolo (MOVM). Il maggiore Sante Ghittoni del Genova Cavalleria, ricevuto l’ordine di abbandonare il paese, ordinò ai suoi uomini di ritirarsi, mentre lui rimase con una mitragliatrice per coprire la ritirata. Esaurite le munizioni, rifiutò di arrendersi e continuò a rispondere al fuoco con la pistola finché, ferito, si tolse la vita per evitare la cattura.

Nel frattempo, anche la Brigata “Bergamo” fu costretta a ripiegare su Santa Maria di Sclaunicco, lasciando molti caduti sul campo e prigionieri nelle mani del nemico, incluso il comando della brigata, catturato a Pozzuolo del Friuli. La resistenza nell’abitato cessò solo alle 19:00, dopo una difesa valorosa riconosciuta dallo stesso nemico.

La mattina del 30 ottobre, la 2ª Brigata di Cavalleria contava nei suoi ranghi 968 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa; alla sera ne rimanevano solo 501. Quindi, tra morti e dispersi, la brigata aveva perso quasi la metà dei suoi effettivi. Le perdite complessive della Brigata “Bergamo” ammontarono a ben 80 ufficiali e circa 3500 fanti. Un sacrificio immenso, quello della valorosa Brigata “Bergamo”, degno delle dure tradizioni della Fanteria italiana, vera Regina delle battaglie, che a fine guerra vide tutte le bandiere dei reggimenti combattenti decorate della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia. Nei duri cimenti della guerra, nella tormentata trincea o nell’aspra battaglia, la Fanteria conosceva ogni limite di sacrificio e ardimento; audace e tenace, domava infaticabilmente i luoghi e le fortune, consacrando con sangue fecondo la romana virtù dei figli d’Italia. La lotta sostenuta dal II/25º e dal III/26º reggimento, tenaci nel resistere a Pozzuolo del Friuli all’irresistibile urto avversario, è ricordata imperituramente nella motivazione della medaglia d’argento concessa alle Bandiere di guerra dei due reggimenti.

L’onorevole comportamento dei reparti di cavalleria a Pozzuolo del Friuli servì a riscattare l’arma dalle incertezze con cui il 24 maggio 1915 aveva esordito nella guerra, quando vi fu la mancata conquista dei ponti di Pieris da parte delle due colonne della 1ª Divisione di Cavalleria. In marcia sin dall’alba di quel giorno, avevano coperto solo la metà dei circa 30 chilometri che separavano Palmanova da Pieris; sicché gli austriaci ebbero modo e tempo di distruggere i ponti, impedendo la prevista rapida avanzata delle fanterie italiane. Per tale insuccesso, il 29 maggio 1915, il tenente generale Pirozzi fu destituito dal comando della 1ª Divisione di Cavalleria.

L’epico sacrificio e la resistenza dei reparti della 2ª Brigata di Cavalleria e della Brigata “Bergamo” non solo rappresentarono un esempio di eroismo e dedizione, ma contribuirono anche a riscattare e onorare l’arma della cavalleria italiana, segnando un capitolo indelebile nella storia militare del paese.

Conseguenze

La resistenza italiana a Pozzuolo del Friuli risultò cruciale. La battaglia permise alla Terza Armata di attraversare il Tagliamento in sicurezza. Nonostante le gravi perdite, con la II Brigata di Cavalleria ridotta a poco più della metà dei suoi effettivi iniziali e le unità della “Bergamo” distrutte, l’eroismo dimostrato valse alla brigata numerose onorificenze. I vessilli dei reggimenti di cavalleria furono decorati con la Medaglia d’Argento al Valor Militare e il Generale Capodilista fu promosso a maggiore generale e insignito dell’Ordine Militare di Savoia.

In totale, furono conferite 176 medaglie e onorificenze agli uomini della “Bergamo” e della cavalleria, tra cui due Medaglie d’Oro al Valor Militare alla memoria: una al Tenente Carlo Castelnuovo delle Lanze, comandante dello Squadrone Mitraglieri della “Genova Cavalleria”, e l’altra al Capitano Ettore Laiolo, comandante del 4° Squadrone della “Genova Cavalleria”, caduto nell’ultima carica.

La battaglia di Pozzuolo del Friuli rappresenta uno dei momenti più gloriosi della resistenza italiana nella Prima Guerra Mondiale, dimostrando il coraggio e la determinazione delle truppe italiane anche nei momenti più disperati. Dopo aver superato la crisi, la II Brigata di Cavalleria fu ricostituita e partecipò con distinzione alle battaglie finali del conflitto, tra cui quella del Piave e di Vittorio Veneto, contribuendo alla vittoria finale dell’Italia.

La battaglia di Ponte Milvio, 312 d.C: Costantino sconfigge Massenzio


La battaglia del Ponte Milvio fu uno scontro militare tra l’imperatore Costantino I e il suo rivale Massenzio, avvenuto il 28 ottobre del 312 d.C, a Roma.

La battaglia prende il nome dal Ponte Milvio, un importante ponte costruito sul fiume Tevere, dove si svolse lo scontro. Costantino ottenne una netta vittoria grazie alla preparazione dei suoi pretoriani, mentre il suo rivale, Massenzio, fu sconfitto e annegò nel Tevere durante la battaglia. Il suo corpo venne prelevato dal fiume e decapitato, e la sua testa fatta sfilare per le strade di Roma come segno della suprema vittoria di Costantino.

La battaglia di Ponte Milvio ha un’importanza storica fondamentale perché rappresenta un punto di svolta sotto molti aspetti: la conquista da parte di Costantino di tutta la parte occidentale dell’impero romano, la fine del sistema di governo della Tetrarchia e la vittoria di un imperatore che favorì la religione cristiana in maniera determinante, traghettando il mondo romano verso una nuova era.

La battaglia del Ponte Milvio è anche ricca di momenti simbolici, come la visione del segno Chi Ro da parte dei soldati di Costantino o l’interpretazione dei libri sibillini da parte di Massenzio. 

La principale testimonianza della battaglia è l’arco di Costantino, una costruzione in realtà precedente ai fatti, ma riutilizzata dall’imperatore per celebrare la sua vittoria, che viene attribuita all’intervento divino di Gesù Cristo.

Il contesto storico della battaglia di Ponte Milvio

Le origini della battaglia possono essere individuate nelle rivalità interne al sistema di governo della tetrarchia, istituito dall’imperatore Diocleziano. 

Il sistema della tetrarchia prevedeva la presenza di un imperatore romano d’occidente, chiamato Augusto d’Occidente, e un imperatore romano d’Oriente, chiamato Augusto d’Oriente. Ognuno dei due Augusti aveva un successore: il Cesare d’Occidente e il Cesare d’Oriente.

Nel 305 d.C. il fondatore della tetrarchia e Augusto d’Oriente, Diocleziano, rassegnò le proprie dimissioni assieme al suo collega, l’Augusto d’Occidente Massimiano. Il nuovo sistema imperiale prevedeva quindi come nuovo Augusto d’Occidente Costanzo, assieme al nuovo Cesare d’Occidente, Severo, e come nuovo Augusto d’Oriente Galerio, assieme al nuovo Cesare d’Oriente, Massimino.

Costantino era il figlio naturale di Costanzo, ma la tetrarchia non prevedeva necessariamente una successione in linea familiare e dinastica, per cui, in un primo momento, egli rimase fuori dalla linea di successione imperiale. Anche Massenzio, figlio di Massimiano, sembrava destinato a non ricoprire la carica di imperatore.

I problemi si verificarono quando l’Augusto d’Occidente, Costanzo, morì improvvisamente nel luglio del 306 d.C. nella città di York, l’antica Eburacum. Come previsto dalle regole della tetrarchia, il Cesare d’Occidente, Severo, era pronto a prendere il suo posto, ma all’improvviso i soldati decisero di eleggere Costantino come nuovo Augusto d’Occidente, portandolo in diretto contrasto con Severo.

Galerio, Augusto d’Oriente, più anziano e con la maggiore auctoritas, fu costretto ad affrontare una situazione complicata. Egli non poteva ammettere che Costantino diventasse il nuovo Augusto d’Occidente al posto di Severo e così rifiutò la pretesa dei soldati costantiniani, ma acconsentì a nominare Costantino come nuovo Cesare d’Occidente.

La decisione di Galerio scontentò profondamente Massenzio, il quale, nonostante fosse figlio di Massimiano, si vide sorpassato da Costantino. 

Massenzio meditò di prendere il potere, sfruttando i suoi appoggi nel Senato di Roma, presso i pretoriani e le truppe stanziate in Italia e in Africa, e si autoproclamò imperatore d’Occidente.

Galerio, preso atto della ribellione di Massenzio, ordinò al suo co-Augusto, Severo, di sconfiggerlo militarmente all’inizio del 307 d.C. Severo mosse il suo esercito, giungendo rapidamente con le sue truppe in Italia, ma nei pressi dell’accampamento di Massenzio la gran parte dei suoi soldati disertò a favore di quest’ultimo.

Severo venne catturato, imprigionato e giustiziato. A questo punto, l’unica speranza per mantenere l’ordine all’interno della tetrarchia era l’intervento dello stesso Galerio, il quale, nell’autunno dello stesso anno, marciò verso Roma.

Nonostante ciò, Galerio non riuscì a neutralizzare Massenzio, sia perché perse tempo prezioso durante la marcia, sia perché, al cospetto della città eterna, che Galerio non aveva mai visto fino a quel momento, provò un senso di soggezione e di rispetto.

Galerio si ritirò senza ingaggiare battaglia con Massenzio, il quale consolidò la sua posizione.

Nonostante l’alta tensione, Costantino cercò di evitare il conflitto armato con Massenzio e anche quest’ultimo tentò di rasserenare i rapporti, concedendo sua sorella Fausta in moglie a Costantino.

Nel 312 d.C, Costantino e Massenzio erano però in aperta ostilità fra di loro.

Nella primavera del 312, Costantino decise di radunare un esercito di 40.000 soldati, prevalentemente britanni e germani, con lo scopo di sconfiggere Massenzio e di prendere il potere assoluto sulla parte occidentale dell’impero.

Costantino invase con grande facilità l’Italia settentrionale, vincendo due importanti battaglie contro i sostenitori di Massenzio: la prima vicino a Torino e la seconda nella battaglia di Verona, dove venne ucciso il prefetto del pretorio Ruricio Pompeiano, il generale più anziano ed esperto di Massenzio.

La visione di Costantino

Uno dei momenti più iconici legati alla battaglia del Ponte Milvio è la cosiddetta “Visione di Costantino”. Le fonti antiche raccontano che la sera del 27 ottobre 312, mentre gli eserciti si preparavano alla battaglia, Costantino ebbe una visione celeste che gli permise di combattere sotto la protezione del Dio cristiano. 

I cronisti del tempo riportano questo fatto con versioni differenti. Lattanzio afferma che la notte prima della battaglia, Costantino ricevette in sogno il suggerimento di disegnare il “segno celeste” sugli scudi dei suoi soldati.  

Il simbolo viene chiamato da Lattanzio “staurogramma” e ci vengono tramandate le sue caratteristiche grafiche: si tratta di una croce latina con l’estremità superiore arrotondata a forma di P. Nonostante il racconto, non vi sono prove storiche o archeologiche che Costantino abbia effettivamente usato quel segno durante la battaglia.

Di Eusebio sopravvivono invece due resoconti. Il primo, il più antico e presente nella sua opera “Storia ecclesiastica”, dice genericamente che il Dio cristiano appoggiò l’opera di Costantino, ma senza menzionare l’episodio della visione celeste. Nell’opera successiva, “La vita di Costantino”, Eusebio ripete la narrazione di quegli anni, aggiungendo stavolta il resoconto della visione, affermando di aver scoperto la storia dalle parole dello stesso imperatore. 

Secondo questa seconda versione più tarda, Costantino stava marciando con il suo esercito, quando alzò gli occhi al sole e vide sopra di esso una croce di luce, con accanto le parole greche Ἐν Τούτῳ Νίκα”.

Il significato letterale della frase in greco è «In questo segno vincerai», reso in latino con “In hoc signo Vinces”.

Costantino non sarebbe stato immediatamente sicuro del significato dell’apparizione, ma la notte successiva avrebbe fatto un sogno in cui Gesù Cristo gli comandava di impiegare quel segno contro i suoi nemici.

Eusebio descrive poi il Labarum, uno standardo militare utilizzato da Costantino in tutte le guerre successive a Ponte Milvio, il quale conteneva il segno «Chi – Rho», un acronimo che ha un diretto collegamento con il Cristo.

I resoconti dei due autori contemporanei, sebbene non del tutto coerenti e a volte in leggera contraddizione fra di loro, si sono fusi nella tradizione popolare secondo la quale Costantino vide il segno «Chi – Rho» la sera prima della battaglia.

Entrambi gli autori concordano sul fatto che il segno non era immediatamente collegabile alla figura di Cristo, tanto è vero che la prima apparizione del segno ««Chi – Rho» si registra in una moneta d’argento costantiniana coniata solamente nel 317, segno che Costantino utilizzò molti altri simboli durante la sua propaganda.

Alcuni studiosi (P. Weiss) hanno avanzato l’ipotesi che la presunta visione di Costantino possa essere spiegata con un fenomeno meteorologico ed ottico chiamato “alone solare” o “cane solare”, il quale, effettivamente, si adatta molto bene con la descrizione delle fonti antiche.

La visione di Costantino e il collegamento con Gesù Cristo non escludono però la presenza di altre divinità, come quella del Sol Invictus. Vari imperatori prima di Costantino raffigurarono il Sol Invictus nelle loro monete ufficiali, relative ad un’ampia gamma di leggende che mostravano il Sole Invitto come compagno dell’imperatore. 

E anche la monetazione ufficiale di Costantino riporta immagini del Sole, almeno fino al 326 d.C. Vi è inoltre un solidus di Costantino e un medaglione d’oro che raffigurano il busto dell’imperatore sotto il segno del Sol Invictus.

Anche l’arco trionfale scelto da Costantino per celebrare la vittoria venne costruito con cura affinchè si allineasse alla colossale statua del Sole, allora presente presso il Colosseo, in modo che il Sole, avvicinandosi all’arco, comparisse armonicamente sullo sfondo.

Preludio alla battaglia

Costantino raggiunse Roma alla fine dell’ottobre del 312 d.C. attraverso la via Flaminia e si accampò nella località dell’odierna Malborghetto, vicino a Prima Porta. Ancora oggi esistono dei resti di un monumento costantiniano, il cosiddetto: “Arco di Malborghetto” costruito in onore del passaggio dell’imperatore.

A pochi giorni dallo scontro, i cittadini romani e l’esercito si aspettavano che Massenzio avrebbe scelto di rimanere trincerato nella città di Roma e che si stesse preparando ad affrontare un assedio. Effettivamente Massenzio aveva già utilizzato questa strategia per ben due volte durante i precedenti attacchi dei tetrarchi Severo e Galerio.

Massenzio aveva ordinato l’accumulo di grandi quantità di cibo nella città. Ma, con sorpresa di tutti, egli scelse improvvisamente di affrontare Costantino in uno scontro in campo aperto.

Le stesse fonti antiche hanno cercato più volte di comprendere la motivazione di questo brusco cambiamento di tattica. Alcuni, come Lattanzio e Eusebio, attribuiscono questa decisione all’intervento divino, mentre altri, come Zosimo, alla semplice superstizione da parte di Massenzio. 

Molti notano che il giorno della battaglia era lo stesso giorno, il 28 ottobre, in cui Massenzio divenne imperatore, il che era generalmente considerato di buono auspicio. Secondo alcune cronache, Massenzio avrebbe consultato i libri Sibillini, degli oracoli che risalivano i tempi del re Tarquinio il Superbo, in cui si affermava che “il 28 ottobre un grande nemico dei Romani sarebbe morto”.

Massenzio interpretò questa profezia come favorevole a se stesso e con tutta probabilità fu questa fiducia nella protezione degli Dei romani a convincerlo ad affrontare il nemico in campo aperto. Massenzio era inoltre convinto che il Senato romano, nella guerra civile, avrebbe sicuramente favorito il generale in grado di risparmiare alla città le fatiche e il dolore di un assedio.

La battaglia di Ponte Milvio. Schieramenti e disposizione tattica

Massenzio scelse di posizionarsi di fronte al ponte Milvio, un ponte in pietra collegato alla via Flaminia e che, una volta attraversato, permetteva di entrare a Roma da Nord. Il controllo del ponte Milvio era essenziale per la difesa di Massenzio, che voleva tenere il suo rivale fuori dalla città.

Massenzio prevedeva che durante la battaglia il ponte Milvio sarebbe stato attaccato dal nemico, così diede ordine di far costruire un secondo ponte parallelo per permettere al suo esercito di attraversare il fiume.

Le fonti raccontano in maniera diversa la funzione di questo secondo ponte negli eventi della battaglia. Zosimo lo menziona vagamente, accennando che fu costruito in legno e collegato da fissaggi di ferro, mentre altri indicano che si trattava di un più semplice ponte di barche. Le fonti non ci permettono di capire chiaramente se il ponte di barche sia stato deliberatamente costruito come una trappola per l’esercito di Costantino o se avesse una funzione diversa.

La battaglia del Ponte Milvio: svolgimento

Il giorno successivo, i due eserciti si scontrarono e Costantino ottenne una vittoria decisiva e schiacciante

Il principale errore di Massenzio fu nel posizionamento delle sue truppe, schierate troppo a ridosso del fiume Tevere. Massenzio riteneva evidentemente che il Tevere fosse in grado di proteggere le spalle del suo esercito per evitare un pericoloso accerchiamento, ma la breve distanza tra i suoi soldati e il fiume non concesse sufficiente spazio per le manovre. 

Inoltre, qualora le sue formazioni fossero state costrette a cedere terreno, il poco spazio avrebbe rapidamente causato il collasso del suo contingente.

Costantino lanciò la sua cavalleria contro quella di Massenzio, la quale venne rapidamente travolta. Così la fanteria di Costantino ricevette l’ordine di avanzare.

La maggior parte delle truppe di Massenzio si comportò con grande coraggio, ma trattandosi di soldati con poco addestramento furono rapidamente superati dalla capacità degli avversari, che erano tutti veterani britanni e germanici. Le truppe massenziane iniziarono ad essere respinte verso il Tevere.

Massenzio, vedendo che la situazione era vicina al collasso, decise di ordinare una ritirata, intenzionaot a questo punto a trincerarsi in città. Ma per le sue truppe vi era solamente una via di fuga, quella attraverso il ponte Milvio.

Così, la poca disponibilità di spazio consentì a Costantino di infliggere pesanti perdite all’esercito in ritirata. Nel frattempo, il ponte provvisorio allestito parallelamente al ponte Milvio, sul quale stavano scappando molte delle truppe di Massenzio, crollò improvvisamente e coloro che si ritrovarono bloccati sulla riva nord del Tevere vennero uccisi o fatti prigionieri dai Costantiniani.

Nella sconfitta, la guardia pretoriana agli ordini di Massenzio, che lo aveva precedentemente acclamato imperatore, mantenne la propria posizione sulla sponda settentrionale del fiume, disposti a resistere ad ogni costo. 

Nonostante il loro coraggio, vennero tutti rapidamente trucidati, tanto è vero che le fonti antiche spiegano come “i loro corpi coprirono il luogo che avevano scelto per il combattimento”.

Massenzio cadde nel fiume Tevere e morì nel tentativo di riguadagnare la riva. Alcune fonti riferiscono che annegò nel tentativo di salvarsi a nuoto mentre altri affermano che cadde mentre con il suo cavallo cercava di uscire dal fiume.

Lattanzio descrive la morte di Massenzio in questo modo: “Il ponte alle sue spalle era crollato. Alla vista di una battaglia sempre più accesa, la mano del Signore prevalse e le forze di Massenzio vennero sconfitte. Egli fuggì verso il ponte ormai rotto, ma la folla lo incalzava, così che fu gettato a capofitto nel Tevere.”

Le conseguenze

Costantino entrò a Roma il 29 ottobre. Venne preparata una grande cerimonia per il suo arrivo in città e venne accolto dal giubilo della folla.

Il corpo di Massenzio venne ripescato dal Tevere, la testa staccata e fatta sfilare per le strade affinché tutti potessero vederla. Dopodiché venne inviata a Cartagine come prova della sua caduta. L’Africa decise di non opporre più alcuna resistenza al potere di Costantino.

La vittoria nella battaglia di Ponte Milvio diede a Costantino il controllo indiscusso di tutta la metà occidentale dell’impero romano.

Le descrizioni antiche dell’ingresso di Costantino a Roma omettono di menzionare dove e come si concluse la sua processione e non indicano se arrivò al Tempio di Giove Capitolino, dove veniva tradizionalmente offerto un sacrificio in onore degli antichi dei romani.

Non sappiamo quindi a quale divinità Costantino consacrò la sua vittoria. Alcuni ipotizzano che Costantino abbia deciso di mostrare comprensione nei confronti delle comunità cristiane di Roma e abbia evitato consapevolmente il sacrificio a Giove, mentre altri ritengono che questo particolare non può essere considerato come una prova valida che Costantino si fosse già convertito al cristianesimo.

Il nuovo imperatore scelse comunque di onorare la curia dei senatori con una sua visita, durante la quale promise di ripristinare i vecchi privilegi dell’aristocrazia e di assegnare un ruolo importante al Senato romano. Promise inoltre che non ci sarebbe stata alcuna vendetta contro i sostenitori di Massenzio.

Massenzio venne condannato però alla Damnatio Memoriae, tutte le sue leggi vennero invalidate e Costantino riutilizzò i considerevoli progetti urbanistici di Massenzio intestandoli a se stesso, tra cui il Tempio di Romolo e la Basilica di Massenzio.

Costantino decise inoltre di sciogliere per sempre la guardia pretoriana, l’antichissima guarda dell’imperatore che era stata formalizzata da Tiberio e che smise di esistere in quanto ritenuta politicamente avversa. Costantino decise infatti di sostituire le ex guardie imperiali con dei contingenti di cavalieri germanici, chiamati Scholae Palatinae.

Gli storici ritengono che la vittoria di Costantino aprì anche la strada al cristianesimo, che divenne rapidamente la religione dominante in tutto l’impero romano e in definitiva per tutta l’Europa. Effettivamente l’anno successivo, nel 313, Costantino e Licinio, l’Augusto d’Oriente, emanarono il famoso editto di Milano, che rese il cristianesimo una religione ufficialmente riconosciuta e tollerata in tutto l’impero romano.

FONTI

  • Eusebio di Cesarea: “Vita di Costantino” (Vita Constantini), Libro I “Storia ecclesiastica” (Historia Ecclesiastica), Libro IX
  • Lattanzio “La morte dei persecutori” (De Mortibus Persecutorum), Capitolo 44
  • Zosimo: “Storia Nuova” (Historia Nova), Libro II
  • Aurelio Vittore: “Liber de Caesaribus”
  • Anonimo Valesiano:”Origo Constantini Imperatoris”

La battaglia di Boviano, 305 a.C. I romani trionfano sui Sanniti


La battaglia di Boviano è uno scontro avvenuto nel 305 a.C tra la Repubblica Romana e i Sanniti. La battaglia segnò un trionfo per Roma e pose fine alla Seconda Guerra Sannitica. Si tratta tuttavia di uno degli episodi bellici della storia romana di cui abbiamo meno fonti e gli unici racconti ci giungono da Diodoro Siculo e da Tito Livio, che scrivono entrambi secoli dopo gli avvenimenti.

Contesto storico

Verso la fine della Seconda Guerra Sannitica (dal 326 a.C. al 305 a.C.,) i romani elessero come dittatore Publio Cornelio Scipione, accompagnato dal maestro di cavalleria Publio Decio Mure.

I due furono incaricati di presiedere le elezioni consolari: vennero così eletti i consoli Lucio Postumio e Tiberio Minucio. Dopo di loro vennero eletti Quinto Fabio e Publio Decio. Non sappiamo esattamente se i consoli entrarono realmente in carica, dal momento che le informazioni sono piuttosto confuse e la registrazione delle nomine negli annali romani dimostra parecchie incongruenze.

Sappiamo però che in quello stesso anno vi furono diverse incursioni da parte dei Sanniti nelle pianure della Campania. Così entrambi i consoli furono inviati con i rispettivi eserciti nella regione del Sannio, dirigendosi in due zone distinte. Postumio mosse il suo contingente verso la città di Tiferno mentre Minucio iniziò un assedio contro Boviano.

La battaglia sul campo

A Tiferno avvenne il primo scontro tra i Sanniti e i legionari agli ordini di Postumio. La descrizione della battaglia conosce più versioni. Secondo un primo resoconto, i Sanniti vennero sconfitti clamorosamente e furono fatti ben 20.000 prigionieri, senza indicare ulteriori dettagli.

Un’altra versione, più completa, riferisce invece che i due eserciti si allontanarono dopo una battaglia dall’esito incerto e Postumio, fingendo di aver paura del nemico, marciò durante la notte per nascondere le sue truppe sui monti.

I Sanniti iniziarono ad inseguirlo fino al termine della giornata, accampandosi a sole due miglia di distanza dall’accampamento romano e stabilendosi in una posizione ben protetta.

Il console romano fece attrezzare il campo con le migliori difese e con ogni tipo di materiale, per dare l’impressione ai nemici che non si sarebbe mosso da quella posizione. In realtà, dopo aver lasciato una guarnigione armata a presidio dell’accampamento, fece uscire i legionari nel pieno della notte, percorse la via più breve possibile con le sue truppe ben equipaggiate e raggiunse il suo collega, che si era accampato di fronte ad un altro esercito nemico.

Lì, dietro a consiglio di Postumio, Minucio attaccò immediatamente battaglia. Lo scontro andò avanti per tutto il giorno nella massima incertezza, fino a quando Postumio riuscì ad attaccare all’improvviso, con le sue forze ancora fresche, i nemici ormai stremati.

L’assedio e la presa di Boviano

Dopo l’inaspettato attacco romano, i Sanniti non riuscivano nemmeno a fuggire per la stanchezza del combattimento e per le ferite riportate e furono trucidati del primo all’ultimo. I romani dapprima catturarono 21 insegne e poi si diressero verso l’accampamento che era stato approntato da Postumio.

Gli eserciti romani dei due consoli, dopo aver confuso il nemico e averlo battuto, si gettarono sugli ultimi gruppi di Sanniti, ormai demoralizzati per la evidente sconfitta, e li travolsero, costringendoli a fuggire e catturando altre 26 insegne militari.

Venne fatto prigioniero anche il comandante dei Sanniti, Stazio Gellio, oltre ad altri ufficiali.

Il giorno successivo, l’esercito romano, ormai vincitore sul campo di battaglia, iniziò ad assediare Boviano, ultima roccaforte Sannita, che venne catturata in breve tempo.

I due consoli si coprirono di tanta gloria da meritare entrambi un trionfo.

Circa l’assedio di Boviano, Tito Livio riferisce anche la versione secondo cui il console Minucio riportò una ferita molto grave e morì sul posto, e che per sostituirlo venne nominato un altro console, di nome Marco Fulvio, il quale sarebbe stato il reale autore della conquista della città. 

Nonostante alcuni particolari differenti, la vittoria romana fu evidente. Nel corso di quello stesso anno le città di Sora, Arpino e Cesennia vennero strappate ai Sanniti, mentre i romani, per festeggiare la vittoria della guerra, fecero erigere una grande statua di Ercole nel Campidoglio.

FONTI

  • Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, XX, 80; 90; 101.
  • Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 44.

La battaglia delle Forche Caudine, 321 a.C. I Sanniti umiliano i romani

La battaglia delle Forche Caudine è stata una disastrosa e umiliante sconfitta romana. Nel 321 a.C, durante la seconda guerra punica, i consoli Spurio Postumio Albino e Tito Veturio Calvino furono intrappolati in una valle dall’esercito sannita guidato da Gaio Ponzio.

I romani, per non essere massacrati, accettarono di arrendersi e di passare sotto il giogo dei Sanniti, tornando a Roma distrutti e sfiduciati.

Il contesto storico

La prima guerra sannitica si era conclusa nel 343 a.C. I Sanniti avevano chiesto la pace e si erano solennemente impegnati a mantenersi neutrali nelle continue guerre tra la Repubblica Romana e le popolazioni del Lazio.

Tuttavia nel 327 a.C. il conflitto riprese. I Sanniti, dopo cinque anni di guerra, furono nuovamente sconfitti e furono costretti a consegnare il loro generale, Brutolo Papio, con tutte le sue ricchezze personali. Papio, con un atto di orgoglio, decise di suicidarsi, piuttosto che cadere nelle mani dei romani.

Nonostante la completa resa dei Sanniti, Roma continuava però a rifiutarsi di integrarli nella società in qualità di Socii.

Nel 321 a.C. i romani avevano eletto come nuovi consoli Spurio Postumio Albino e Tito Viturio Calvino.

Nel frattempo, i Sanniti avevano scelto un nuovo condottiero, Gaio Ponzio, figlio di Erennio Ponzio.

Venuti a conoscenza della preparazione di una nuova offensiva, i romani inviarono i loro ambasciatori, che proposero delle nuove e più dure condizioni di resa.

Ma Gaio Ponzio pronunciò un infuocato discorso davanti al consiglio del suo popolo, invitando alla ripresa delle ostilità, il che condusse ad una nuova dichiarazione di guerra.

Gaio Ponzio utilizzò stavolta uno stratagemma. Venne a sapere infatti che l’esercito romano stava per assediare la città di Lucera, in Puglia, ed era sul punto di catturarla. Mandò quindi nella vicina città di Calatia, dove sapeva che erano accampati i romani, dieci soldati travestiti da pastori che fingevano di pascolare il bestiame.

Questi diffusero la falsa notizia che anche i Sanniti avrebbero presto marciato su Lucera, per liberarla dall’assedio dei romani. I romani caddero nella trappola e decisero di mandare il grosso del loro esercito per aiutare Lucera e cogliere i Sanniti in contropiede.

In questo modo, Gaio Ponzio aveva attirato l’esercito romano in un territorio altamente favorevole ad una imboscata.

I numeri degli eserciti

Circa il numero dei contingenti romani e sanniti abbiamo alcune descrizioni da parte delle fonti antiche. Dionigi di Alicarnasso dice che i romani contavano 40.000 combattenti, mentre Appiano arriva a 50.000 soldati.

Le stime moderne riducono invece questo numero: lo studioso Joel Rickard parla di 27.000 soldati. Questo conto è stato elaborato sulla base del fatto che una legione dell’epoca doveva avere circa 4.500 soldati e che ogni console aveva due legioni sotto il suo comando, alle quali si sarebbero aggiunte delle forze alleate.

Lo studioso Paolo Sommella, basandosi sulle stime di Johannes Kromaier, riduce ulteriormente il numero a 12.000 soldati. Amedeo Maiuri stima a 16.000 i romani impegnati mentre Gaetano De Sanctis stima tra i 18.000 e i 36.000.

Non abbiamo invece alcun dato sulle forze sannitiche.

Localizzazione della battaglia: l’ipotesi di Arienzo

Un altro elemento non ben conosciuto è il percorso delle legioni romane per portare aiuto alla città di Lucera e il luogo dello scontro.

Al tempo vi erano due strade per raggiungere quel centro abitato. La prima via era più lunga ma rappresentava un percorso più semplice, dato che seguiva semplicemente la costa del mare Adriatico, nonchè sicuro, perchè in aperta campagna.

La seconda via era ben più breve, ma il percorso era più accidentato e con maggiori incognite, dal momento che era caratterizzato da diverse valli, che spesso passavano tra stretti passi di montagna, circondati da profondi burroni e da colline boscose.

Circa il luogo effettivo della battaglia, sappiamo solo che era una pianura coperta d’erba dove passava una strada romana. Per arrivare in questo luogo bisognava attraversare una prima gola e poi avanzare in una seconda.

Non c’è accordo tra gli studiosi moderni su quanto siano affidabili queste descrizioni, che appartengono al solo Tito Livio, il quale scrive secoli dopo gli avvenimenti.

Non è escluso che si discostino dalla realtà per motivi letterari o propagandistici o per mancanza di informazioni e che la descrizione liviana sia in realtà uno stereotipo.

Secondo gli studi moderni il luogo più probabile dove avvenne lo scontro è la valle situata tra Arienzo, Forchia e Arpaia, dove passava la via Appia e che, essendo una valle circondata da montagne e con gole sia ad est che ad ovest, corrisponde perfettamente all’antica descrizione. 

Forse il campo di battaglia si estendeva fino a Santa Maria a Vico. Bisogna inoltre considerare che l’utilizzo del nome “Forca” è attestato dal IX secolo ed è simile al vocabolario romano “Forca”, usato per indicare l’ingresso orientale Arpaia e anche quello occidentale, Cervino.

Gli storici del diciottesimo e diciannovesimo secolo affermavano che esisteva una chiesa chiamata Santa Maria del Giogo, dove presumibilmente avvenne la sconfitta romana.

Un altro elemento a favore di questa localizzazione sono alcuni ruderi di origine medievale presenti sui monti Arpaia, che vennero identificati come un praesidium sannita, citato da Tito Livio.

Bisogna inoltre tenere conto che il cronista romano lascia intendere che la valle dell’imboscata fosse all’epoca disabitata, il che viene confermato dalle prove archeologiche.

Diversi storici hanno però messo in dubbio questa posizione trovando dei difetti in questa localizzazione. Il luogo ad esempio è privo di abbondanti fonti d’acqua e l’ingresso occidentale è troppo ampio, così come le colline, che sono troppo basse per impedire la fuga di un esercito romano.

I sostenitori di questa teoria rispondono che la topografia è cambiata nel corso di due millenni e ci sono prove convincenti che la valle fosse in realtà una zona paludosa.

Inoltre sembra che ci siano i resti di un acquedotto romano a Forchia. Ecco perché l’acquedotto, rilasciando dell’acqua sul lato ovest, avrebbe livellato il terreno e ampliato il passaggio.

Alcuni critici hanno risposto che questi cambiamenti sono troppo radicali per un popolo antico. Inoltre il territorio è considerato troppo piccolo per contenere ben quattro legioni romane.

Nonostante queste diverse interpretazioni, i comuni di Arpaia e Forchia si sono contesi per anni la localizzazione del luogo della battaglia, ma Forchia ha ottenuto il permesso dallo Stato italiano di rappresentare l’evento sul proprio stemma.

L’ipotesi della valle Caudina

Una seconda ipotesi sulla localizzazione della battaglia è la valle Caudina, che sarebbe stata identificata da alcuni studiosi a est dell’Arpaia, a nord del monte Taburno e a sud del monte Paternio.

La sua uscita occidentale era la gola di Sferracavallo. Questa tesi è stata supportata da diversi studiosi e, a differenza dell’opzione precedente, ha il vantaggio che questa valle era molto più grande, adatta a contenere un grande esercito. 

Bisogna però osservare vi sono delle uscite, che avrebbero permesso ai romani di fuggire, a differenza di quanto raccontato da Tito Livio. Inoltre, il passo dell’Arpaia è facile da superare e difficile da bloccare, e le altezze sembrano essere troppo basse per potervi installare una postazione di sorveglianza.

Alcuni studiosi osservano anche che l’ampiezza della valle avrebbe consentito un grande scontro campale, cosa che secondo le fonti romane non ebbe mai luogo. Alcuni ritengono che il luogo sarebbe corretto solo se fosse avvenuta una battaglia, altri ritengono che i romani avrebbero potuto facilmente inviare messaggi di aiuto a Capua.

Inoltre, secondo Appiano, Gaio Ponzio negoziò con i romani salendo su un carro, cosa non necessaria se l’esercito si fosse trovato nella valle.

L’ipotesi gola dell’Isclero

Un’altra ipotesi è quella che la battaglia si è avvenuta nella gola del fiume Isclero, che attraversa la valle da est a ovest fino a uscire nei pressi di Moiano, attraverso un burrone a nord dello stretto dell’Arpaia.

La gola si apre ad ovest su una zona montuosa, dove si trova Sant’Agata dei Goti. Il fiume prosegue il suo percorso fino a confluire nel Volturno. Questa zona venne identificata come luogo della battaglia dal geografo Filippo Cluverio, ma gli studiosi successivi lo hanno smentito.

Innanzitutto Cluverio non era conoscenza dell’esistenza della città di Calatia, che confuse con Caiazzo, e per questo motivo avrebbe interpretato erroneamente il passaggio della via Appia.

Va tenuto conto che nelle fonti antiche è frequente la confusione tra Calatia e Caiatia. Inoltre, fu scoperta una necropoli tra Sant’Agata e il monte Taburno, che permise di identificare la roccaforte sannitica di Saticula all’imbocco della gola.

Per questo motivo, si ritiene che le legioni non sarebbero mai passate di lì, soprattutto se nelle vicinanze ci fossero state delle vie più sicure e più brevi.

La gola non ha molta acqua a disposizione, all’interno manca dello spazio necessario per il transito di quattro legioni e difficilmente avrebbe potuto ospitare un accampamento romano.

Gli autori romani che transitarono sulla zona, come Orazio, non specificano se quello fosse stato o meno il luogo della battaglia.

L’ipotesi della Piana di Prata

Un’ultima ipotesi è quella della Piana di Prata. Si tratta di una pianura situata tra il monte Taburno a sud e Camposauro a nord, ricca di sorgenti e prati.

Nell’ottocento venne proposta questa teoria dal Maggiore Michele di Cerbo. Un volo sopra la zona lo portò a concludere che si trattasse il luogo della battaglia.

Entrambe le gole sono molto strette, anche se quella occidentale è talvolta considerata più stretta di quella orientale.

Lo scrittore Massimo Cavalluzzo e lo storico militare Flavio Russo sottolineano che i romani, sapendo che non avrebbero mai potuto evitare i sanniti nella loro marcia, decisero di seguire la via meno ovvia per raggiungere Lucera da Calazia, probabilmente Frasso Telesino.

La critica principale a questa teoria è che risulterebbe molto difficile per un esercito scalare le gole di Feriole e imboccare la strada più lunga.

I romani finiscono in trappola

La colonna romana attraversò la prima gola e marciarono nella pianura fino a raggiungere il secondo passo di montagna. I soldati la trovarono però bloccata da una barricata realizzata da tronchi e da grossi massi.

Dopodiché videro degli avamposti dei Sanniti.

I legionari compresero di essere finiti in una trappola e pensarono da subito di fare retromarcia, ma si accorsero che, nel frattempo, anche la gola attraverso la quale erano transitati era ormai bloccata.

I romani rimasero stupiti e storditi, guardandosi l’un l’altro senza parlare né muoversi, finché non videro i consoli dare l’ordine di piantare le tende.

I legionari iniziarono così a costruire un accampamento vicino ad una fonte d’acqua, senza attendere ordini.

Intanto i Sanniti cominciavano ad insultarli e a deridere l’inutilità del loro lavoro. Anche i consoli erano depressi e sconcertati, e per questo non avrebbero voluto convocare un consiglio di guerra, ma i loro ufficiali si riunirono comunque attorno a loro per decidere il da farsi.

Durante la notte, nacquero diverse proposte su come uscire da quella situazione. Alcuni incoraggiavano ad attaccare le barricate per distruggerle, altri suggerivano di scalare le montagne e di sconfiggere i nemici, ricordando che per trent’anni avevano costantemente battuto i Sanniti su ogni tipo di terreno. Altri risposero che una sortita era troppo rischiosa, perchè nessuno sapeva esattamente come scalare le montagne e dove si trovassero i loro nemici.

I messaggi di Erennio

Mentre i romani trascorrevano la notte in preda all’agitazione e alla confusione, i Sanniti mandarono dei messaggi ad Erennio, il padre di Gaio Ponzio, chiedendo consiglio. L’anziano aristocratico si era ormai allontanato dalla politica da molti anni, ma la sua mente era ancora lucida.

Sapeva bene che le legioni romane erano intrappolate tra i burroni delle forche caudine e quando il messaggero gli chiese un parere Erennio gli disse che avrebbero dovuto lasciar andare incolumi tutti i romani.

Il messaggero ritornò, riferendo il suggerimento di Erennio, ma Ponzio lo giudicò assurdo: l’inviato fu rimandato indietro, chiedendo una nuova risposta. Stavolta Erennio disse che la cosa migliore da fare era giustiziare tutti i romani.

Confusi da queste dichiarazioni contraddittorie, Gaio iniziò a credere che le capacità mentali di suo padre cominciassero a vacillare, ma cedette ai desideri dei suoi ufficiali e invitò l’anziano al Consiglio di Guerra. Il vecchio Erennio si  recò con un carro presso l’accampamento di suo figlio e, arrivato a destinazione, spiegò le sue risposte.

Egli riteneva che entrambe le sue proposte fossero l’unico vero modo di procedere contro i romani.

Il primo, infatti, avrebbe stabilito un’amicizia duratura con un popolo molto potente. La seconda avrebbe, invece, ritardato la guerra di diverse generazioni, poiché i romani avrebbero impiegato parecchio tempo per riprendersi dalla perdita di tutto il loro esercito. Non esisteva, secondo lui, una terza opzione.

Ma suo figlio e gli altri ufficiali proposero una via di mezzo: l’idea era quella di congedare i romani incolumi, ma solo dopo avergli inflitto una pesante umiliazione, come richiedeva la legge della guerra.

A questa proposta, Erennio rispose che questa era proprio la politica che non creava né amici né nemici. Ben presto si sarebbero resi conto dell’errore che facevano a lasciare in vita degli uomini umiliati così profondamente.

I romani sono una nazione che non è capace di restare in silenzio di fronte ad una sconfitta – spiegò Erennio – Le ferite nelle loro anime li irriteranno per sempre e non permetteranno loro di riposarsi finché non avranno avuto adeguata vendetta.”

Dopo questa dichiarazione, Erennio tornò a casa, senza che i Sanniti avessero preso una decisione definitiva.

Le trattative per la resa

Intanto nell’accampamento romano, dopo diversi tentativi andati a vuoto di uscire dalla trappola, iniziò a scarseggiare il cibo. Questo li costrinse ad inviare degli ambasciatori presso i Sanniti per richiedere un accordo di pace o per sfidarli in una battaglia. Gaio rispose che la guerra era finita, che erano già in trappola e sconfitti, e pretese la consegna delle armi e che passassero sotto il giogo, conservando solamente le loro tuniche.

La richiesta prevedeva anche di evacuare tutta la zona del Sannio e allontanare tutte le loro colonie dalla regione, che sarebbe stata retta esclusivamente dalle leggi dei Sanniti. Queste furono le condizioni presentate ai consoli romani: i Sanniti  avvertirono che se qualcuno le avesse rifiutate non ci sarebbero state successive proposte di pace.

Quando i soldati romani vennero a sapere delle condizioni di pace imposte, lanciarono un grido di angoscia. Seguì un lungo silenzio. I consoli non furono in grado di parlare di fronte ad una capitolazione tanto umiliante quanto necessaria.

Allora, il generale Lucio Lentulo ricordò agli ufficiali che quando i Galli Sènoni avevano assediato il Campidoglio, suo padre era stato l’unico a consigliare di non pagare alcun riscatto, dal momento che non tutte le forze romane si trovavano sul colle e vi era lo spazio per provare una sortita in grado di allontanare i Galli.

Se ci fosse stata la stessa possibilità avrebbe consigliato di combattere, ma dal momento che tutte le legioni di Roma erano intrappolate in quella situazione, se fossero state distrutte nessuno sarebbe stato in grado di difendere la città.

Roma sarebbe rimasta come un paese indifeso, a differenza di quanto accaduto al tempo dei Galli Senoni, dove vi erano ancora altri eserciti in grado di intervenire.

Se avessero dovuto salvare la patria attraverso una resa ignominiosa, sarebbe stato corretto farlo. Lentulo disse: “Il vero affetto per la nostra patria esige che la preserviamo, se necessario, sia con la nostra sventura che attraverso la nostra morte.” Poi disse ai consoli: “Andate consoli, consegnate le vostre armi in riscatto per quello Stato che i vostri antenati riscattarono con l’oro.”

I consoli si recarono quindi da Gaio, che insistette per la firma di un trattato scritto. I romani però si rifiutarono, in quanto la firma di un accordo ufficiale era possibile solamente con il permesso del popolo romano e dopo aver celebrato gli opportuni riti propiziatori. Gli ufficiali giurarono comunque su Giove di rispettare quanto convenuto.

I Sanniti chiesero la consegna di 600 cavalieri come ostaggi, dicendo che avrebbero pagato con la vita se l’accordo non fosse stato rispettato. Venne quindi fissato il momento della consegna delle armi: dopodichè l’esercito romano, disarmato, sarebbe stato fatto passare sotto il giogo.

Quando i consoli tornarono all’accampamento, riferendo queste condizioni, regnò nuovamente lo sconforto: alcuni soldati pensarono addirittura di attaccare i consoli, incolpandoli del disastro. I legionari si rammaricarono profondamente di non avere avuto delle guide che conoscessero il terreno.

I soldati guardavano con amarezza le armi e le armature che avrebbero dovuto consegnare, immaginando la futura umiliazione, gli occhi e lo scherno dei Sanniti. “I romani erano stati sconfitti senza ricevere una sola ferita”  scrive Tito Livio “senza usare una sola arma né combattere una sola battaglia, né gli era stato permesso di sguainare la spada o affrontare il nemico. Avevano quindi dimostrato coraggio e forza invano.”

L’umiliazione dei romani

Giunto il momento della vergogna, venne ordinato ai romani di abbandonare le armi e le armature e di presentarsi di fronte ai Sanniti con addosso solamente le tuniche, a cominciare dagli equites, che sarebbero serviti come ostaggi.

Anche i littori e i consoli in persona furono spogliati delle loro armature: i soldati romani distolsero lo sguardo, perchè non volevano essere costretti a guardare i loro consoli umiliarsi in questo modo.

Furono proprio i consoli i primi a passare sotto il giogo dei Sanniti. Venne poi la volta degli ufficiali e, uno dopo l’altro, dei legionari.

I Sanniti cominciarono a schernirli, a puntare contro di loro le spade e coloro che rispondevano ai loro insulti o che ricambiavano il loro sguardo con troppa arroganza, venivano feriti e addirittura giustiziati.

Tito Livio riferisce che la cosa più difficile per i legionari fu quella di sopportare gli sguardi dei loro nemici.

Dopo aver subito l’umiliazione, iniziarono la marcia come sconfitti e riuscirono a raggiungere la vicina città alleata di Capua, prima del calare della notte.

I soldati però non sapevano come sarebbero stati accolti dai loro alleati e provarono tanta vergogna nel presentarsi senza armature che si accamparono sul bordo della strada.

Inizialmente i capuani li accolsero con disprezzo, ma la loro situazione suscitò in loro tanta compassione da convincerli ad inviare armi, vestiario, cavalli e vettovaglia ai soldati. In questo modo, i legionari entrarono in città, accolti felicemente e con tutta l’ospitalità che meritavano come alleati, ma la vergogna dei soldati era tale che evitavano ogni conversazione e non riuscivano nemmeno a parlare.

La mattina successiva, alcuni giovani nobili furono incaricati di accompagnarli fino al confine della Campania, mentre i legionari osservavano un silenzio irreale, fino all’arrivo a Roma. 

Il ritorno a Roma

Al loro ritorno nella capitale, i comandanti si recarono in Senato per rispondere alle domande dei senatori più anziani, mentre i legionari entravano a testa bassa senza ricambiare i saluti.

Tito Livio riferisce che i Sanniti avevano ottenuto non solo una vittoria gloriosa ma anche duratura. Essi non avevano catturato Roma come avevano fatto i Galli prima di loro, ma avevano catturato il coraggio e la tenacia dei romani.

Mentre il Senato si lamentava, Ofilio Calavio, un nobile e vecchio senatore, cominciò a parlare: egli disse che non c’era che il silenzio di fronte ad una tale vergogna, ma che ben presto, superata l’onta, i romani avrebbero dovuto organizzare la vendetta. 

Pertanto quella vergogna avrebbe suscitato un ricordo più amaro per i Sanniti che per i romani: ogni volta che un romano avrebbe incontrato un Sannita avrebbe fatto ricorso al proprio coraggio e i Sanniti non avrebbero mai potuto ottenere un’altra forca caudina.

La città, senza nemmeno un ordine formale, si presentò in lutto, gli affari pubblici nel foro si interruppero, vennero chiusi i negozi e i senatori si spogliarono delle tuniche a righe porpora e dei loro anelli d’oro.

Il popolo era furioso, non solo con i comandanti che avevano accettato la capitolazione, ma anche con i soldati innocenti: dissero infatti che non li avrebbero voluti con loro in città, ma quando si presentarono con un aspetto così pietoso tutti provarono compassione per i loro concittadini.

I vinti entravano in città solamente di notte e per intere giornate non si facevano vedere, né nel foro né in alcun altro luogo pubblico.

Lo stesso fecero i consoli, tanto che il Senato fu costretto a privarli dei loro comandi. Venne quindi nominato il dittatore Quinto Fabio Ambusto, assieme al magister equitum, Publio Elio Peto, ma nemmeno loro furono in grado di tenere le elezioni, perché i cittadini erano furiosi con tutti i magistrati eletti quell’anno.

I senatori furono così costretti a proclamare un interregno e nominare Quinto Fabio Massimo e Marco Valerio Corvo come reggenti, con il compito di ottenere una nuova nomina valida dei consoli.

Grazie alla loro intermediazione, vennero finalmente eletti come nuovi consoli i prestigiosi generali Quinto Publilio Filone e Lucio Papirio Cursore.

Secondo Tito Livio, Roma ottenne delle rivincite nel 320 a.C. costringendo i Sanniti a concordare la pace, ma lo storico Salmon sostiene che si tratti di un’invenzione della storiografia romana successiva e la pace fu dovuta probabilmente ad una tregua, chiesta dai romani dopo la sconfitta delle forche caudine. 

Le ostilità ripresero comunque nel 316 a.C. quando i romani iniziarono a invaderere la Puglia, cosa che costrinse i Sanniti ad intervenire. Dionigi di Alicarnasso dice che i romani riuscirono a vendicarsi di Gaio Ponzio e, dopo aver ottenuto la vittoria, avrebbero costretto lui e i suoi seguaci a passare sotto il giogo.

Lampada Etrusca e la devozione a Dioniso

Recentemente, un approfondito studio condotto dal gruppo di ricerca dell'Università di Melbourne ha portato alla luce nuove interpretazioni sull'iconografia di un'antica lampada in bronzo conservata presso il Museo dell'Accademia Etrusca di Cortona (MAEC). La ricerca, pubblicata sulla rivista Studi Etruschi e Italici di De Gruyter, suggerisce che l'oggetto, databile a circa 2500 anni fa, intorno al 480 a.C., periodo tardo arcaico, fosse dedicato a. . .

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La battaglia del Vesuvio, 340 a.C. I romani sconfiggono i latini

La battaglia del Vesuvio, combattuta nel 340 a.C. tra la repubblica romana e il popolo dei latini, è una delle più importanti battaglie romane dell’epoca alto-repubblicana.

Ebbe luogo nei pressi del Vesuvio, vicino alla città di Neapolis, e vide la vittoria dell’esercito di Roma grazie a Pubio Decio Mure, che morì sacrificando la vita in battaglia, e ad una scelta tattica dell’altro generale, Manlio Imperioso Torquato.

La situazione storica

La battaglia del Vesuvio si inserisce nella lotta tra romani e latini per il controllo della regione del Lazio. 

Secondo Tito Livio, i Latini, con il pretesto di prepararsi alla guerra contro i Sanniti, tenevano in realtà delle riunioni segrete in cui pianificavano un’offensiva contro i romani, probabilmente con la collaborazione dei Campani.

Nonostante il tentativo di mantenere segreti i loro propositi, a Roma giunse la notizia dell’imminente attacco, attraverso alcune delazioni. Questo portò alla richiesta delle dimissioni anticipate dei consoli in carica per accelerare le elezioni dei successori e affrontare immediatamente la crisi.

Venne quindi instaurato un regno temporaneo guidato da Marco Valerio e Marco Fabio, durante il quale vennero nominati i due nuovi consoli: Tito Manlio Torquato e Publio Decio Mure.

Le richieste dei latini e l’ambasciata di Annio

Nel frattempo, i Latini organizzarono un’assemblea per discutere la situazione e proporre ai romani un accordo prima di dichiarare guerra.

Il pretore latino Annio, di fronte all’assemblea riunita, evidenziò come, nonostante l’apparente uguaglianza, i romani si comportassero da padroni e propose che romani e latini avessero diritti equivalenti, inclusa la possibilità di nominare un console di origine latina ogni anno. 

Inoltre, Annio fece notare come i romani, negli ultimi tempi, avessero accettato delle sfide alla loro autorità, il che fu interpretato come segno di debolezza da parte di Roma.

Le proposte di Annio vennero accolte con grande entusiasmo e gli venne conferito il potere di agire e parlare per conto del popolo latino di fronte al Senato di Roma.

Quando i magistrati latini, guidati da Annio, arrivarono a Roma, il Senato li ricevette sul Campidoglio. Annio si espresse con grande fermezza, quasi come se fosse un generale vittorioso, rimproverando subito i romani per il loro trattamento dispotico.

Il delegato latino disse che i suoi cittadini erano disposti alla pace, ma chiedevano come condizione irrinunciabile la nomina di un console che provenisse da una delle città latine, oltre ad una rappresentanza latina nel Senato romano, per formare un unico popolo e stato.

Annio suggerì inoltre che la capitale del nuovo Stato unificato potesse essere una città latina, mentre il nome del popolo sarebbe stato quello di “Romani.”

A queste parole, il console romano Tito Manlio reagì con grande sdegno. Manlio ricordò i precedenti accordi tra romani e latini, stipulati subito dopo la battaglia del lago Regillo, che aveva dimostrato la forza militare dei romani. Manlio disse inoltre che le richieste latine rappresentavano un chiaro tradimento dei patti.

Di fronte a questa reazione, Annio decise di allontanarsi, ma mentre scendeva le scale per abbandonare il Campidoglio scivolò sui gradini, cadendo e battendo la testa con tale violenza da perdere i sensi.

I latini interpretarono questo segno come simbolo della rottura dei trattati. Torquato, testimone oculare della caduta di Annio, interpretò l’incidente come la volontà degli dei di scatenare la guerra ed esortò i romani a prendere le armi.

Le sue parole eccitarono la folla romana, tanto che i delegati latini furono costretti a scappare.

Il Senato approvò immediatamente la dichiarazione di guerra e i consoli arruolarono due eserciti, marciando attraverso i territori dei Marsi e dei Peligni e unendosi ai Sanniti, in quel momento loro alleati, vicino alla città di Capua, dove i Latini avevano già concentrato le loro forze.

La disposizione degli eserciti

La disposizione tattica della battaglia seguì la cultura militare del periodo. I romani avevano abbandonato il tipico scudo ovale e la formazione a falange, che derivava dal mondo greco, e avevano adottato la formazione manipolare, secondo quanto ci conferma lo stesso Tito Livio.

I manipoli romani erano divisi in tre linee: gli hastati, con il compito di sopportare il primo attacco, rappresentavano la prima fila. Qualora gli hastati non fossero riusciti a vincere l’avversario e si fossero trovati in difficoltà, sarebbero arretrati lasciando il posto alla seconda fila, composta dai principes, soldati più maturi e meglio equipaggiati.

Se nemmeno i principes avessero avuto ragione del nemico, la terza linea, composta dai triarii, i veterani, sarebbe intervenuta nella fase decisiva della battaglia.

I Latini, che avevano la stessa cultura militare dei romani, utilizzarono un equipaggiamento e un’organizzazione speculare.

I generali dei due schieramenti ordinarono ai loro uomini di mantenere le posizioni senza prendere iniziative personali, per non perdere di coesione.

La punizione di Tito Manlio

Poco prima della battaglia, Tito Manlio, il figlio del console romano e capo di uno squadrone di cavalleria, si imbatté casualmente in alcuni cavalieri della città latina di Tuscolo guidati da Gemino Mecio.

Dopo un breve scambio verbale, Manlio accettò una sfida a duello lanciata da Mecio, nonostante le regole militari romane proibissero in maniera categorica tali iniziative personali. Il duello si svolse con grande violenza, Manlio colpì dapprima l’elmo del nemico e poi, in una seconda carica, il cavallo di Mecio: quest’ultimo, sbalzato dalla sella, venne ucciso da Manlio mentre tentava di rialzarsi.

Manlio raccolse le armi dell’avversario e tornò trionfante all’accampamento romano, presentando le spoglie al padre come prova della sua vittoria e del suo valore. 

Ma nonostante l’atto eroico, il console condannò il figlio per aver disatteso i suoi ordini e violato gravemente la disciplina militare.

In un atto di estrema severità, ordinò l’esecuzione del figlio davanti all’esercito, che venne portata a termine direttamente nell’accampamento, scuotendo profondamente l’animo dei legionari, che reagirono con orrore e lutto.

Il corpo di Manlio venne cremato con onori militari.

L’incidente, oltre a diventare un esempio storico della severità dei generali romani, lasciò un segno importante nei soldati, che iniziarono a comportarsi con grandissima disciplina, diventando più efficienti durante i turni di guardia, il cambio delle sentinelle e nelle operazioni di picchetto.

Poco prima della battaglia, i consoli romani Decio e Manlio eseguirono dei sacrifici agli dèi. L’aruspice preannunciò dei risultati favorevoli per Manlio, mentre Decio ricevette un segno meno chiaro, che venne subito interpretato come la necessità di un sacrificio personale durante lo scontro.

Svolgimento della battaglia

La battaglia iniziò con Manlio alla guida dell’ala destra e Decio alla sinistra. Inizialmente le forze combatterono con grande ardore e inequilibrio, ma dopo qualche ora gli hastati romani iniziarono a cedere di fronte alla pressione dei latini e si ritirarono, come previsto, verso i Principes, il che creò comunque un momento di smarrimento tra le truppe romane.

Di fronte alla situazione critica, Decio prese una storica decisione. Chiamò Marco Valerio, il Pontefice Massimo presente sul campo di battaglia, per compiere un rito di sacrificio.

Seguendo le istruzioni del Pontefice, Decio si vestì con la toga pretesta, si coprì il capo e pronunciò una preghiera solenne, dove offriva la sua vita in cambio della protezione degli dèi per la vittoria di Roma.

Dopo essersi cinto la toga, montò a cavallo, armato, e si lanciò coraggiosamente tra i nemici, causando panico e terrore nelle loro fila. La sua figura appariva quasi sovrumana, come fosse un messaggero celeste inviato a placare l’ira divina.

Decio cadde sotto una pioggia di frecce e la sua morte segnò il punto di svolta della battaglia.

Le truppe latine cominciarono a perdere di coesione e a ritirarsi in modo disordinato, spaventate dalla sua audace incursione, come se gli dèi avessero deciso di abbandonarli.

I romani si lanciarono all’attacco, recuperando il terreno.

I latini tuttavia cominciavano a resistere e così il console Manlio, dopo aver ricevuto la notizia della morte e del sacrificio del suo collega Decio, prese una decisione tattica e organizzò una trappola.

Diede ordine alle truppe di riserva, i cosiddetti “Accensi”, di avanzare in prima linea, per dare l’impressione ai latini che i romani stessero esaurendo le loro forze e fossero costretti a schierare gli ausiliari. 

I latini caddero nell’inganno e, credendo di aver quasi vinto lo scontro, mandarono avanti i loro veterani triarii, nonostante fossero stanchi e male equipaggiati.

Al momento cruciale, i triarii romani, che erano rimasti in riserva sul fondo del campo di battaglia, si alzarono e si unirono allo scontro.

Questo cambio di forze causò il panico e disordini tra i latini, che iniziarono a scappare precipitosamente.

La carica finale dei romani risultò devastante: i latini soffrirono pesanti perdite, tanto che solo un quarto dei loro uomini riuscì a salvarsi.

Conseguenze della battaglia

I latini sconfitti si ritirarono presso la cittadina di Minturno. Il loro accampamento venne abbandonato e catturato dai romani dove molti, soprattutto Campani, vennero catturati e uccisi.

Il corpo di Decio, coperto di frecce e circondato da nemici caduti, venne recuperato il giorno dopo e gli furono tributati i massimi onori.

Dopo il conflitto, i romani riuscirono ad imporre la loro autorità sui latini, estendendo la loro influenza su buona parte del Lazio e ridefinendo a proprio vantaggio gli accordi con le popolazioni circostanti.

FONTI

  • Livio, Ab Urbe condita, VIII, 3-6.

La battaglia del monte Gauro, 343 a.C. Il primo scontro romani-sanniti


La battaglia del Monte Gauro, avvenuta nel 343 a.C., fu la prima battaglia della prima guerra sannitica e fu il primo scontro militare documentato tra i Romani e i Sanniti. Ci viene descritta esclusivamente da Tito Livio, nel settimo libro della sua storia di Roma, “Ab Urbe condita”.

La battaglia fu guidata dal console Marco Valerio Corvo, che sconfisse dopo un duro scontro i Sanniti presso il Monte Gauro, vicino a Cuma, in Campania. Gli storici moderni ritengono che la battaglia potrebbe essere stata inventata successivamente, durante la revisione della storia romana operata nel periodo augusteo.

La datazione della battaglia

Un elemento dibattuto è la data in cui la battaglia si sarebbe verificata. Tito Livio, com’era consuetudine a Roma, datava la battaglia annotando quali consoli erano in carica in quell’anno. Per quanto riguarda lo scontro, Tito Livio ci riferisce che l’episodio avvenne durante il terzo consolato di Marco Valerio Corvo e il primo di Cornelio Cosso. 

Convertita nel calendario in utilizzo in Occidente, secondo la tradizionale cronologia di Varrone, che Livio tuttavia non usò, la data diventa 343 a.C.

Gli storici moderni hanno dimostrato che la cronologia varroniana data la prima guerra sannitica 4 anni troppo presto, a causa dell’inclusione di alcuni anni collegati alla presenza di dittatori romani che non sono poi realmente esistiti. Nonostante questa ben riesaputa inesattezza, la cronologia varroniana rimane comunque in uso per convenzione anche nella letteratura accademica.

Lo scoppio della prima guerra sannitica

Secondo il resoconto di Tito Livio, la prima guerra sannitica scoppiò nel momento in cui i Sanniti attaccarono i Sidicini, una tribù che viveva nel nord della Campania. I Campani, la cui capitale era la città-stato di Capua, inviarono immediatamente un esercito in aiuto dei Silicini, ma vennero sconfitti dai Sanniti.

Così i Sanniti riuscirono ad invadere la Campania, vincendo una seconda battaglia nella pianura immediatamente vicino alla città di Capua, che era seriamente in pericolo.

I Campani furono costretti a chiedere aiuto ai Romani, che rappresentavano una potenza militare emergente nel Lazio.

I Romani avevano tuttavia siglato un trattato di non belligeranza con i Sanniti e inizialmente si dimostrarono restii a violare in maniera tanto palese dei patti. I Capuani, disperati, promisero ai romani che se li avessero aiutati, avrebbero addirittura regalato la città a Roma, tramite il rito della “Deditio”.

I romani si trovavano di fronte ad una occasione irripetibile di ottenere il controllo di una città ricca e influente. Così inviarono degli ambasciatori presso i Sanniti, spiegandogli che Capua apparteneva ora ai romani, e chiedendogli di non attaccare.

La delegazione romana e quella dei sanniti però, forse per una tracotanza da parte di questi ultimi, non fu in grado di trovare un accordo, e si arrivò alla guerra.

L’esercito romano fu affidato ai due consoli Marco Valerio Corvo e Aulo Cornelio Cosso. Il primo condusse la propria legione in Campania, mentre Cosso portò i suoi soldati nel Sannio, attuando la tattica della manovra a tenaglia.

Svolgimento della battaglia

Valerio accampò il suo esercito presso il monte Gaurus e diede immediatamente ordine di confondere i movimenti dei Sanniti attraverso rapide incursioni di disturbo operate dalla fanteria leggera e dagli arcieri. Nel frattempo, preparò il grosso della fanteria e della cavalleria per la battaglia. 

Quando si sentirono pronti, i Romani abbandonarono l’accampamento e iniziò lo scontro.

La battaglia andò avanti per qualche ora, ma nessuna delle due parti riuscì a prevalere sull’altra in quanto le forze si equivalevano. Valerio ordinò quindi una carica di cavalleria nel tentativo di sfondare le linee sannitiche. Purtroppo, la mossa romana fallì e la cavalleria fu costretta a ritirarsi con un nulla di fatto.

Dopo il fallimento della sua idea, Valerio smontò da cavallo e decise di condurre di persona un assalto della fanteria. Ancora una volta però le linee dei Sanniti non si spezzarono, nonostante avessero subito degli ingenti perdite.

La battaglia durava ormai da molto tempo e stava sopraggiungendo il tramonto. I Romani erano stanchi, ma resistevano per la rabbia e la delusione di non essere ancora riusciti a superare il nemico. Valerio chiamò di nuovo a raccolta i suoi soldati che decisero di sferrare un ultimo attacco.

Alla fine i Sanniti furono costretti a cedere ed iniziarono a fuggire.

I Romani, esausti ma vittoriosi, iniziarono a rinseguirli. Una gran parte dei Sanniti sarebbe stata annientata se il calare della notte non avesse posto fine all’inseguimento. Secondo Tito Livio, interrogati sul motivo che li aveva portati a fuggire, i Sanniti risposero che “gli occhi dei Romani, che sembravano ardere, insieme con la loro espressione furiosa e lo sguardo frenetico li avevano terrorizzati.”

Durante la notte, i Sanniti preferirono abbandonare il campo di battaglia e lasciarono che i Romani prendessero possesso del loro accampamento. I campani uscirono da Capua per congratularsi con i Romani per la loro vittoria.

Tito Livio registra altre due vittorie romane contro i Sanniti, una compiuta da Cornelio Cosso, nella battaglia di Saticula, e una seconda condotta da Valerio Corvo nella battaglia di Suessula

Alla fine della stagione militare, entrambi i consoli vennero ricompensati a Roma con un trionfo. Anche i cartaginesi, che avevano stipulato un trattato di amicizia con i Romani nel 348, si congratularono per le loro vittorie, inviando addirittura una corona d’oro del peso di 25 libbre che fu esposta nel Tempio di Giove Ottimo Massimo.

Secondo i Fasti Triumphales, Valerio e Cornelio celebrarono i loro trionfi il 21 e il 22 settembre. Negli anni successivi si registrarono pochi combattimenti, tanto che la prima guerra sannitica terminò nel 341, quando i Sanniti chiesero di rinnovare la pace e accettarono l’alleanza romana con i Campani.

I dubbi sulla storicità della battaglia

Gli storici moderni non credono alla versione fornita da Tito Livio. Le scene di battaglia raccontate dal cronista romano sembrano per lo più delle libere ricostruzioni elaborate dalla sua fantasia e dalle sue fonti. Le perdite dei Sanniti sono state valutate da tutto il mondo accademico come chiaramente esagerate.

Anche il ruolo di Valerio Corvo negli eventi della prima guerra sannitica potrebbe essere stato enfatizzato. Anche perchè, come sostiene lo studioso Salmon, la principale fonte di Tito Livio relativamente a questi fatti sarebbe Valerio Antia, il quale è noto per esagerare i numeri delle battaglie.

Vi è da considerare che le testimonianze dei Fasti Triumphales registrano effettivamente una vittoria romana nel 343 e confermano che in questo periodo i Romani avevano maggiori probabilità di sconfiggere i Sanniti su un terreno pianeggiante che montuoso.

Per questo motivo l’ipotesi più plausibile è che ci sia stata una sola battaglia nel 343, combattuta presso la periferia di Capua, e in particolare vicino al santuario di Giunone-Gaura che Livio, o le fonti su cui si è basato, confusero poi con il nome del Monte Gaurus.

Questo spiegherebbe inoltre la descrizione di Livio dei Capuani che escono per congratularsi con i Romani.

La battaglia potrebbe non essere stata una disfatta così totale dei Sanniti. Bisogna infatti tenere conto che i combattimenti interrotti del calare della notte vennero spesso utilizzati dagli storici romani per mascherare le proprie sconfitte o le vittorie di misura. Anche la ricostruzione eccessivamente entusiasta viene respinta da Oakley, nel suo trattato del 1998, che non crede ad una serie così sfolgorante e numerosa di successi romani.

FONTI

  • Tito Livio, Ab Urbe Condita, VII.29.3–32.1–2.
  • Oakley, S. P. (1998). A Commentary on Livy Books VI–X, Volume II: Books VII–VII. Oxford: Oxford University Press
  • Salmon, E. T. (1967). Samnium and the Samnites. Cambridge University Press