L’assedio di Numanzia fu un assedio condotto dall’esercito romano nel 133 a.C, guidato dal generale Scipione Emiliano, contro la città ispanica di Numanzia, nell’ambito delle guerre Celtiberiche. Dopo un periodo fra gli 8 e i 16 mesi, Numanzia si arrese ai romani, i quali ottennero una vittoria decisiva, ponendo fine alla guerra.
Le guerre Celtiberiche e i preparativi per l’assedio
Le guerre Celtiberiche furono tre guerre portate avanti dall’esercito romano contro la popolazione dei Celtiberi, nativi della Hispania Citeriore. L’obiettivo dei romani era quello di sottomettere tutte le popolazioni lungo la valle del fiume Ebro. Fu un conflitto ventennale, durante il quale i romani, fino all’assedio di Numanzia, non avevano ottenuto delle vittorie decisive.
Alla fine del 135 a.C, il Senato romano, su pressione dell’opinione pubblica, nominò console Scipione Emiliano, che venne inviato in Spagna per completare quello che i generali prima di lui non erano riusciti a raggiungere.
Arrivato sul teatro di guerra, Scipione trovò che il morale delle truppe era particolarmente basso per via dei lunghi anni di conflitto senza risultati. Inoltre, dal momento che le possibilità di saccheggio erano scarne, i legionari non erano sufficientemente motivati e l’arruolamento di nuove leve procedeva a stento.
Nonostante questo, Scipione fu in grado di radunare un esercito che contava dai 20.000 ai 40.000 uomini, soprattutto grazie all’arruolamento di truppe alleate e mercenarie, tra cui l’efficientissima cavalleria dei numidi guidata dal Re Giugurta.
Scipione si preoccupò di addestrare nuovamente i legionari, imponendo delle condizioni particolarmente severe: gli uomini vennero sottoposti a delle marce costanti e la disciplina venne reintrodotta grazie al carattere carismatico di Scipione Emiliano.
Quando ritenne che il suo esercito fosse pronto a combattere, Scipione marciò contro la città di Numanzia, la capitale e roccaforte dei nemici. In una prima fase, Scipione aveva pianificato di interrompere le linee di rifornimento di Numanzia per costringere gli abitanti ad arrendersi per fame, piuttosto che condurre un lungo assedio.
Ma la resistenza dei Celtiberi costrinse Scipione Emiliano a cambiare i suoi piani.
L’assedio di Numanzia
Scipione decise di costruire delle imponenti opere d’assedio: vennero preparati due accampamenti ai due lati opposti della città. Dopodiché fece costruire un muro, la circonvallazione, attorno a tutta Numanzia. Inoltre, ebbe l’idea di sfruttare una palude vicina per deviare l’acqua e creare un lago artificiale tra le mura della città e le fortificazioni dei suoi accampamenti.
In quella posizione, i suoi arcieri potevano colpire da sette piccole torri fortificate.
Immaginando che alcune tribù sarebbero potute arrivare in soccorso dei numantini, fece anche costruire una controvallazione e un muro esterno per proteggere i suoi accampamenti da eventuali forze di soccorso.
La città più vicina, che avrebbe potuto portare aiuto ai nemici, era quella di Lutia. Si presentò con una parte del suo esercito alle porte della città e costrinse gli abitanti alla sottomissione e alla consegna degli ostaggi.
Un altro centro abitato era quello del Duero: situata vicino ad un fiume, la città poteva costituire un punto di partenza per una possibile sortita. Per questo motivo, Scipione Emiliano fece installare da un lato all’altro del fiume delle lame, per impedire sia alle barche che a piccole imbarcazioni di soccorso di entrare o uscire dal centro abitato.
Il fallito contrattacco di Numanzia
I Numantini tentarono una sortita per liberarsi dell’assedio romano. Il loro miglior generale, Retogene, guidò con successo un piccolo gruppo di combattenti lungo il fiume artificiale creato da Scipione, forzando il blocco. Gli uomini si diressero prima presso gli Arevaci, chiedendo supporto militare, ma le loro richieste furono ignorate.
Si recarono allora Lutia, dove vennero accolti dai giovani guerrieri. Ma gli anziani della tribù, consapevoli della potenza militare romana, avvertirono Scipione, che marciò immediatamente da Numanzia con un piccolo contingente, arrestando 400 giovani lutiani e mozzandogli le mani.
Dopo il ritorno di Scipione a Numanzia, il capo dei Numantini, Avaro, decise di iniziare le trattative di pace.
La fame e la resa di Numanzia
I primi ambasciatori inviati da Numanzia offrirono di arrendersi totalmente in cambio della libertà, ma Scipione rifiutò seccamente.
Quando questi ritornarono in città, riferendo la risposta di Scipione, la popolazione incredula li giustiziò, credendo che avessero stretto un patto segreto con i romani.
La città rifiutò di arrendersi e iniziò a soffrire la fame. La situazione degenerò durante i mesi. Ne seguirono atti orrendi di cannibalismo, fino a che alcuni iniziarono a suicidarsi assieme alle loro famiglie. La popolazione rimanente, stremata dalla fame e dal terrore, decise di dare fuoco alla città prima di arrendersi ai romani.
Scipione entrò a Numanzia e ne fece spianare le rovine, era la tarda estate del 133 d.C
Nonostante la vittoria, diversi storiografi antichi e gli stessi romani ammirarono la resistenza dei Celtiberi contro il loro esercito, e i guerrieri di quella tribù rimasero un esempio di guerriglia che aveva seriamente messo in difficoltà la principale potenza del mondo antico.
Il Pugio, il pugnale degli antichi romani, era un arma corta in dotazione ai soldati e ai legionari dell’esercito romano antico. Derivava da un’arma prodotta dalla popolazione dei Celtiberi nella Spagna centrale, ed era costituita prevalentemente da una lama foliata dai 18 ai 28 cm di lunghezza e 5 cm di larghezza, che venne utilizzata fino al tardo Impero. Si attaccava alla cintura del legionario attraverso degli anelli e veniva infilata in un fodero, molto spesso riccamente decorato.
L’origine del pugnale romano
I principali produttori di pugnali, attorno al IV secolo a.C, erano i Celtiberi, popolazione della Spagna centrale che aveva una ricchissima tradizione metallurgica e di realizzazione di armi e armature.
La loro principale arma corta era il pugnale biglobulare, così chiamato perché la sua impugnatura aveva due globi, uno sull’estremità e uno alla metà, in modo che questa fosse particolarmente ergonomica.
La lama, costituita in ferro, aveva una lunghezza dai 18 ai 28 cm e una larghezza di circa 5 cm: si trattava di una lama foliata, ovvero simile a quella di una foglia, con una costola centrale che rendeva il pugnale più resistente, tagliente e solido.
Durante le guerre Celtiberiche, e in particolare durante l’assedio di Numanzia del 133 d.C, i romani vennero a conoscenza di quest’arma, che fu quasi immediatamente adottata da tutti i legionari.
Il pugnale romano
Il pugnale divenne l’arma corta dei soldati romani: aveva prevalentemente una funzione di bellezza, quasi di rappresentanza, tanto è vero che i pugnali ritrovati sono sempre particolarmente arricchiti con decorazioni. Nella città di Haltern, in Germania, è stato ritrovato uno degli esemplari meglio conservati di pugnale romano.
Il pugnale ha subìto nel corso del tempo poche variazioni, a differenza di tante altre armi, ma si possono identificare tre principali varianti: la prima, quella già citata, aveva una larga lama a foglia con una semplice nervatura al centro. La seconda era dotata di una lama più stretta con due profonde scanalature, mentre la terza, più tarda, aveva una lama ancora più stretta e con i fianchi rettilinei.
Il pugnale si agganciava al fianco dei soldati: i legionari semplici lo portavano sulla sinistra mentre gli ufficiali sulla destra. Alla cintura, chiamata Cingulum, si collegavano degli anelli di sospensione e delle cinghiette di cuoio che sorreggevano il fodero, chiamato anche vagina, dove si inseriva il pugnale.
A differenza di quanto si potrebbe pensare, il pugnale non veniva utilizzato come arma da combattimento, ma più come elemento decorativo dell’intera armatura.
Il Clunaculum, invece, era un pugnale dalla lama molto larga e leggera, che veniva indossato e agganciato dietro alla schiena, appoggiato sulle natiche: questo tipo di pugnale era invece un’arma secondaria da utilizzare qualora si fosse perso il gladio. Quest’arma era anche utilizzata per i sacrifici, in quanto era particolarmente adatta a tagliare la gola delle vittime.
Sappiamo che durante il periodo Imperiale, per diverse motivazioni di carattere produttivo, la resistenza dei pugnali tende a diminuire, così come la loro bellezza.
I pugnali rimasero sempre un’arma degli Ufficiali e degli alti amministratori dell’esercito ed erano particolarmente adatti per le congiure, in quanto si potevano facilmente nascondere nelle pieghe della toga.
Il pugio. Pugnali famosi
Alcuni pugnali sono entrati nella storia romana. I pugnali i più famosi sono quelli che colpirono per 23 volte Giulio Cesare, alle Idi di marzo del 44 a.C. Cicerone racconta che Cesare fu ucciso esattamente con un “Pugio”, molto probabilmente il biglobulare di origine ispanica.
L’imperatore Vitellio, nell'”Anno dei Quattro Imperatori“, consegnò il proprio pugnale al console Primo per rassegnare le sue dimissioni, ma i pretoriani gli impedirono di lasciare il posto e trasportarono il pugnale, simbolo del potere Imperiale, nel tempio della Concordia.
Un pugnale non utilizzato a dovere, fu quello che avrebbe dovuto colpire l’imperatore Commodo durante la congiura portata avanti dalla sorella Galeria Lucilla. L’uomo incaricato di uccidere Commodo avrebbe infatti esclamato: “Questo è il pugnale che ti porta il Senato!”.
In questo modo, l’uomo si scoprì, e la guardia del corpo di Commodo ebbe il tempo di intervenire.
Marco Aurelio Valerio Massenzio (283 – 28 ottobre 312 d.C) è stato un imperatore romano, il cui regno è durato dal 306 d.C fino alla sua morte avvenuta nel 312 d.C.
Venne riconosciuto imperatore dal Senato di Roma e regnò sull’Italia e sul nord Africa, mentre altre zone dell’impero non riconobbero la sua autorità. Era figlio dell’ex imperatore Massimiano e genero dell’imperatore Galerio.
L’ultima parte del suo regno fu afflitta da una guerra civile che dovette combattere contro Costantino e Licinio. Costantino sconfisse Massenzio nella battaglia del Ponte Milvio del 312 d.C: Massenzio, assieme al suo esercito in fuga, morì presumibilmente annegando nel fiume Tevere.
Massenzio fu l’ultimo imperatore a risiedere stabilmente a Roma. Durante il suo breve regno, realizzò diverse opere ed infrastrutture: il Tempio del Divino Romolo, la basilica di Massenzio e il circo di Massenzio.
La giovinezza di Massenzio
Massenzio era figlio dell’imperatore Massimiano e di sua moglie Eutropia. Il padre divenne imperatore nel 285 d.C e Massenzio fu considerato il principe ereditario.
Durante la giovinezza non ricoprì incarichi di particolare rilievo, nè durante il regno di Diocleziano né durante quello di suo padre. Sappiamo solamente che contrasse matrimonio con Valeria Maximilla, la figlia di Galerio, anche se non conosciamo esattamente la data. Ebbe due figli, Valerio Romolo e un altro, di cui non abbiamo informazioni.
In quel periodo vigeva il meccanismo della tetrarchia, inventata da Diocleziano. Il sistema prevedeva l’esistenza di un imperatore romano d’Occidente e di un imperatore romano d’Oriente, chiamati “Augusti”. I due Augusti nominavano due vice, chiamati “Cesari”.
In un determinato momento, gli Augusti sarebbero andati spontaneamente in pensione, e i due Cesari sarebbero diventati i nuovi Augusti, nominando a loro volta due nuovi Cesari, in un meccanismo teoricamente perfetto, che avrebbe dovuto risolvere il problema della successione imperiale.
Nel 305, gli Augusti Diocleziano e Massimiano abdicarono e si ritirarono a vita privata. I loro Cesari, che si chiamavano Costanzo e Galerio, divennero i nuovi Augusti, rispettivamente dell’Impero romano d’Occidente e d’Oriente.
I due nuovi Augusti nominarono come nuovi Cesari, Severo e Massimino.
In realtà, in qualità di figlio di uno degli ex-Augusti, Massenzio si aspettava di essere nominato tra i Cesari, ma l’autore antico Lattanzio ci fa sapere che Galerio odiava Massenzio e che utilizzò tutta la sua influenza su Diocleziano e Massimiano per convincerli ad ignorarlo nella successione.
Forse, a prescindere dalle pressioni di Galerio, anche Diocleziano pensava che Massenzio non fosse abbastanza qualificato e non avesse ricoperto gli incarichi necessari per poter assumere l’ufficio Imperiale. Massenzio, profondamente contrariato, si ritirò in una tenuta a poche miglia da Roma.
Tuttavia, nel 306, Costanzo morì e suo figlio Costantino venne incoronato imperatore direttamente dalle truppe. Costantino inviò una lettera a Galerio per informarlo che le circostanze lo avevano costretto ad assumere la carica Imperiale.
Galerio, nonostante non fosse affatto contento del repentino cambiamento, che andava inoltre a contraddire le nomine imposte dalla tetrarchia, accettò il ruolo di Costantino. Questo fatto, tuttavia, costituì un precedente a cui Massenzio decise di appellarsi per reclamare il suo ruolo di imperatore.
Ascesa al potere di Marco Aurelio Valerio Massenzio
Galerio, per far fronte alla complessa situazione economica che gravava nell’impero, decise di sottoporre la popolazione Italica ad una pesante tassazione. L’Italia era sempre stata esente dalle imposte, per via del contributo che gli italici avevano dato alla crescita di Roma. Così, si sviluppò presto una pesante insofferenza da parte del popolo.
Quando giunse l’ulteriore notizia che gli imperatori avevano intenzione di sciogliere il corpo dei pretoriani di stanza a Roma, scoppiarono dei disordini.
Un gruppo di ufficiali, Marcelliano, Marcello e Luciano, si rivolsero a Massenzio, proponendogli di diventare il nuovo Imperatore, come era accaduto poco prima per Costantino.
Massenzio accettò, promettendo donazioni alle truppe: dopo pochi giorni, fu acclamato imperatore a Roma il 28 ottobre del 306 d.C.
Nel frattempo, alcuni aristocratici poco convinti delle qualità di Massenzio, raggiunsero l’augusto in pensione, Massimiano, nella sua tenuta in Lucania, chiedendogli di riprendere il potere, ma quest’ultimo rifiutò.
Massenzio riuscì a far valere la sua autorità di imperatore in tutta l’Italia centro-meridionale, nelle isole di Corsica, di Sardegna, di Sicilia e nelle province africane, mentre l’Italia settentrionale rimaneva sotto il controllo di Severo, che risiedeva a Milano.
Massenzio si astenne dall’utilizzare i titoli di “Augusto” o di “Cesare” e preferì autoproclamarsi “Principe imbattuto” nella speranza che l’anziano imperatore Galerio lo nominasse ufficialmente. Tuttavia Galerio, che aveva già dovuto accettare la nomina forzata di Costantino, negò il suo consenso.
Al di là dell’antipatia che Galerio dimostrava per Massenzio, la sua azione aveva probabilmente una precisa finalità politica, ovvero quella di non sdoganare il concetto che chiunque avrebbe potuto reclamare la porpora Imperiale sfuggendo al meccanismo della tetrarchia.
Galerio prese questa decisione anche per una motivazione prettamente militare: mentre Costantino era alla testa di un numeroso esercito a lui fedele, Massenzio aveva a disposizione solamente poche truppe. Galerio stimò che la sua usurpazione sarebbe stata repressa con relativa facilità. Così, all’inizio del 307, Severo marciò su Roma con i suoi soldati.
Tuttavia, la maggior parte dell’esercito che andava a combattere contro Massenzio aveva servito per anni sotto il padre di lui, Massimiano: quando Severo raggiunse Roma, i suoi soldati lo tradirono e si unirono alla causa di Massenzio, che concesse agli uomini ingenti donazioni.
Nello stesso anno, Massimiano decise di riprendere il potere e tornò a Roma per riassumere la carica Imperiale e sostenere suo figlio: Severo e la restante parte del suo esercito si ritirarono a Ravenna. Poco dopo, i soldati severiani si arresero a Massimiano, in cambio della vita.
Dopo la sconfitta di Severo, Massenzio prese possesso dell’Italia settentrionale fino alle Alpi e della zona dell’Istria ad est, autoproclamandosi “Augusto”, un titolo che, con la resa di Severo, era diventato vacante.
La lotta contro Galerio e gli altri pretendenti al trono
Il governo congiunto di Massimiano e Massenzio fu messo in pericolo quando lo stesso imperatore Galerio marciò in Italia, nell’estate del 307, alla guida di un grande esercito, per riuscire laddove Severo aveva fallito.
Anche in questo caso, Massenzio convinse i soldati di Galerio a tradire il loro generale, con la promessa di ingenti somme di denaro e grazie all’appoggio di Massimiano.
Vedendo che i soldati lo abbandonavano, Galerio fu costretto a ritirarsi, saccheggiando l’Italia sulla via del ritorno. Nel frattempo, Severo venne messo a morte da Massenzio, probabilmente nella città di Tres Tabernae, vicino Roma. Dopo la fallita campagna di Galerio, il regno di Massenzio in Italia e in Africa si consolidò.
Nel frattempo, Massenzio agiva anche a livello diplomatico: già nel 307 tentò di stabilire rapporti amichevoli con Costantino e nell’estate di quello stesso anno Massimiano si recò nelle Gallie, dove Costantino sposò sua figlia Fausta e dove venne riconosciuto Augusto.
Costantino accettò l’incarico, ma cercò anche di scongiurare la completa rottura con Galerio, evitando di sostenere apertamente Massenzio.
Nel 308, Massimiano, cambiando evidentemente parere sul valore del figlio, tentò di annullare la sua autorità di fronte ad un’assemblea di soldati a Roma: sorprendentemente per lui, le truppe rimasero fedeli al figlio e Massimiano dovette fuggire da Costantino.
Su iniziativa di Galerio, che sentiva il bisogno di ristabilire l’ordine fra gli imperatori, venne indetta la conferenza di Carnuntum: Massenzio si vide nuovamente negare il riconoscimento di legittimo imperatore. Galerio nominò come nuovo Augusto il generale Licinio, a cui diede il compito di riconquistare il dominio sull’Italia.
La situazione per Massenzio peggiorò ulteriormente di lì a poco: il generale Alessandro Domizio venne infatti proclamato Imperatore a Cartagine dalle truppe africane. Così, le province d’Africa si affrancarono dal dominio di Massenzio.
Altre tragedie colpirono Massenzio a livello familiare: nel 309 morì il figlio Valerio Romolo. Massenzio lo fece divinizzare e seppellire nel suo mausoleo sulla via Appia. Nelle vicinanze, Massenzio diede ordine di costruire il circo che avrebbe portato il suo nome, il circo di Massenzio. Nel 309 o nel 310, mancò anche il padre.
Nel frattempo, i rapporti con Costantino peggiorarono rapidamente. Massenzio decise allora di allearsi con Massimino per contrastare l’alleanza tra Costantino e Licinio.
Il piano di guerra di Massenzio prevedeva l’invasione della Provincia di Rezia, a nord delle Alpi, per dividere le forze di Costantino e Licinio, come ci racconta lo storico antico Zosimo. Tuttavia l’esercito di Costantino si mosse più velocemente, vanificando il progetto di Massenzio.
Nel 310, Licinio perse il controllo sull’Istria e non potè continuare la campagna. L’intervento di Galerio sarebbe stato fondamentale, ma alla metà delle 310 il vecchio imperatore era troppo malato per potersi occupare della politica Imperiale e morì poco dopo il 30 aprile del 311 d.C.
La morte di Galerio destabilizzò quanto rimaneva del sistema della tetrarchia. Massimino si mobilitò contro Licinio e conquistò l’Asia minore per poi incontrarlo al fine di concordare delle condizioni di pace. Nel frattempo, Massenzio si dedico a fortificare l’Italia settentrionale contro potenziali invasioni e inviò un piccolo esercito nell’africa del Nord sotto il comando del suo prefetto del Pretorio Rufio Volusiano, che sconfisse e giustiziò l’usurpatore Domizio Alessandro.
Massenzio colse l’occasione per impadronirsi delle ricchezze dell’Africa del nord, portando grandi quantità di grano a Roma. Inoltre, rendendosi conto dell’importanza del Cristianesimo, rafforzò il suo sostegno alla comunità cristiana permettendo loro di leggere il nuovo vescovo di Roma, Eusebio.
Nonostante gli ultimi successi, il consenso nei confronti di Massenzio non era dei migliori. Massenzio non era riuscito a far presa sulla popolazione Italica e le sue capacità di comando e di gestione venivano messe continuamente in dubbio.
La situazione peggiorò nel momento in cui, senza sufficienti entrate fiscali, Massenzio fu costretto a recuperare il progetto di Galerio di sottoporre i popoli italici a tassazione per sostenere il suo esercito e i suoi progetti di costruzione di infrastrutture a Roma.
Anche il permesso accordato ai cristiani di eleggere il vescovo di Roma non contribuì a migliorare la sua reputazione: la precedente persecuzione di Diocleziano aveva diviso la chiesa in fazioni in competizione, soprattutto sulla questione della apostasia, ovvero la possibilità da parte di un individuo di rinnegare la sua precedente religione per abbracciare il cristianesimo.
I cristiani italici ritenevano che Massenzio non fosse in grado e non avesse l’autorità per aiutarli a dirimere queste spinose questioni religiose, mentre guardavano con maggiore interesse a Costantino.
La guerra di Marco Aurelio Valerio Massenzio contro Costantino
Nell’estate del 311, Massenzio approfittò del fatto che Licinio era occupato con i suoi affari in Oriente per mobilitare il suo esercito contro Costantino, dichiarandogli guerra.
La reazione di Costantino si concretizzò soprattutto a livello diplomatico: per evitare che Massenzio e Licinio potessero allearsi contro di lui, cercò di portare Licinio dalla sua parte già nell’inverno del 312, offrendogli sua sorella Costanza in matrimonio.
Massimino considerò l’accordo fra Costantino e Licinio un affronto alla sua autorità. Così, inviò degli ambasciatori a Roma offrendosi di riconoscere l’autorità Imperiale di Massenzio in cambio di sostegno militare.
Si formarono allora due alleanze: Massimino e Massenzio contro Costantino e Licinio.
Massenzio si aspettava un attacco lungo il fianco orientale e decise di stazionare con il suo esercito a Verona. Unendo le forze prelevate dall’Africa alla sua guardia pretoriana e alle truppe che aveva ottenuto da Severo, Massenzio poteva contare su un esercito di circa 100.000 soldati.
Costantino, per contro, poteva contare solamente su un contingente fra i 25.000 e i 40.000 uomini. La maggior parte delle sue truppe, inoltre, non poteva essere ritirata dalle frontiere del Reno senza esporre il confine settentrionale dell’impero alle incursioni delle tribù Barbariche.
Contro le raccomandazioni dei suoi consiglieri e generali, Costantino decise che l’unica mossa realmente valida era quella di agire con tutto il suo esercito e con rapidità, cogliendo Massenzio di sorpresa.
Non appena il tempo lo permise, nella tarda primavera del 312, Costantino attraversò le Alpi Cozie presso il passo del Moncenisio e raggiunse Susa, una città fortificata che gli chiuse le porte. Costantino operò un assedio e conquistò rapidamente Susa, risparmiandole però il saccheggio.
Mentre marciava verso Ovest alla conquista di Torino, Costantino si scontrò con una poderosa forza di cavalleria pesante fedele a Massenzio, costituita prevalentemente da Clibanarii e Catafratti.
Costantino fu costretto ad affrontarli: nella battaglia che si scatenò qualche giorno dopo, Costantino permise alla cavalleria nemica di attaccare ed infiltrarsi al centro dei suoi manipoli. Operò poi un rapido accerchiamento dell’avversario, e la sua stessa cavalleria caricò i catafratti di Massenzio sui lati, colpendoli con mazze ferrate.
Costantino diede poi ordine alla sua fanteria di avanzare contro il nucleo dell’esercito nemico: gli avversari iniziarono a fuggire e la cavalleria di Costantino potè inseguirli per sterminarli.
La città di Torino decise di appoggiare Costantino e di sbarrare le porte ai fuggiaschi dell’esercito di Massenzio. Altre città della pianura padana, riconoscendo le vittorie di Costantino e ammirando la sua clemenza, inviarono ambasciatori per congratularsi dei suoi successi.
Costantino si trasferì così a Milano, dove venne accolto dalla popolazione con gioia.
La battaglia di Ponte Milvio
Massenzio avrebbe potuto utilizzare la stessa strategia impiegata contro Severo e Galerio, cioè quella di rimanere a Roma e sfruttare le fortificazioni della città per costringere Costantino ad un assedio che, alla lunga, avrebbe stremato il suo esercito. Ma cambiò idea.
Le fonti antiche riferiscono che Massenzio consultò degli indovini, in particolare i Libri Sibillini, che gli preannunciarono la vittoria. Incoraggiato dai presagi favorevoli e dal fatto che il giorno della battaglia sarebbe stato anche l’anniversario della sua ascesa al trono, Massenzio decise di cambiare strategia e affrontare l’avversario in campo aperto.
Gli eserciti di Massenzio e di Costantino si incontrarono presso il Ponte Milvio, il 28 ottobre del 312 d.C.
La tradizione cristiana, riportata prevalentemente da Lattanzio e da Eusebio Di Cesarea, sostiene che Costantino ebbe una visione celeste caratterizzata dallo Scudo del Cristo e dalla scritta: “In hoc signo vinces “, “Con questo segno vincerai!”.
Il miracolo avrebbe convinto Costantino a far combattere i suoi uomini sotto le insegne di Gesù Cristo, in modo che lo stesso Dio dei Cristiani avrebbe protetto il suo esercito. Ovviamente, si tratta di un racconto posteriore alla battaglia, che è stato probabilmente inventato dai suoi biografi ufficiali.
Del reale andamento tattico della battaglia di Ponte Milvio non abbiamo molte informazioni: sappiamo che le forze di Costantino sconfissero nettamente le truppe di Massenzio, le quali si ritirarono verso il fiume Tevere, e nel caos del suo esercito in fuga, che tentava disperatamente di attraversare un ponte, Massenzio sarebbe caduto in acqua, annegando.
Il suo corpo venne ritrovato il giorno successivo e fu fatto sfilare per la città di Roma, prima di essere inviato in Africa come prova della sua morte.
L’eredità di Marco Aurelio Valerio Massenzio
Dopo la vittoria di Costantino, la figura di Massenzio venne sistematicamente diffamata e il generale venne presentato come un tiranno crudele, sanguinario e altamente incompetente.
Sebbene Massenzio non abbia eseguito persecuzioni nei confronti dei Cristiani, ma anzi abbia tentato di collaborare con loro, la propaganda Costantiniana successiva lo dipinse come ostile alla nuova religione.
Questa immagine negativa, di cui troviamo tracce in tutti i racconti antichi, ha dominato la visione di Massenzio almeno fino al ventesimo secolo, quando un’analisi più estesa delle fonti, che ha preso in considerazione non solo gli scritti ma anche le monete e le iscrizioni, ci ha riportato un’immagine più equilibrata del personaggio.
Massenzio non era certamente un genio politico, ma non eseguì mai persecuzioni nei confronti dei Cristiani. Inoltre, molti edifici di Roma che sono stati attribuiti a Costantino, furono invece fatti innalzare da Massenzio, come la grande Basilica del Foro romano.
Una delle principali considerazioni sviluppate a posteriori dagli studiosi e dagli appassionati di storia romana, si fonda sull’ipotesi che Massenzio, contrariamente a Costantino, non avrebbe mai fondato una nuova capitale ma si sarebbe impegnato per dare nuova gloria e potere a Roma.
Nel dicembre del 2006, archeologi italiani hanno rinvenuto in un santuario vicino al Colle Palatino, diversi oggetti di fattura Imperiale. Gli oggetti erano avvolti in bende di lino e includono tre lance, quattro giavellotti e un bastone che sembra essere una base per uno stendardo, oltre a tre sfere composte da vetro e calcedonio.
Il ritrovamento più importante fu però uno scettro che regge un globo blu e verde, che si ritiene sia appartenuto allo stesso imperatore.
Queste sono le uniche insegne imperiali mai ritrovate fino a questo momento, oggetti che rappresentano il potere dell’imperatore di cui, fino al 2006, erano visibili solamente in rappresentazioni su monete o in sculture.
Clementina Panella, l’archeologa autrice della scoperta, affermò che i manufatti appartenevano chiaramente all’imperatore Massenzio, e in particolare lo scettro, per via della sua pregiata fattura. Secondo la teoria di Panella, le insegne furono nascoste dai sostenitori di Massenzio per preservare la memoria dell’imperatore dopo la sconfitta nella battaglia di Ponte Milvio.
Gli oggetti sono stati restaurati e sono attualmente in mostra presso il Museo nazionale romano.
Con l’umanità che sta lottando per far fronte all’innalzamento dei mari, tempeste più potenti, ondate di calore mortali ed ecosistemi in rapido cambiamento necessari per sostenere la vita, il vertice globale sul clima di Glasgow si è aperto lunedì con una serie di discorsi che equivalevano a disperati appelli all’azione da parte di grandi nazioni.
“Il cambiamento climatico sta già devastando il mondo“, ha detto il presidente Biden in un discorso al vertice COP26. Ma anche se il riscaldamento globale sta causando danni economici diffusi e sconvolgendo le vite, ha affermato che questo è stato anche un momento di opportunità per rimodellare il modo in cui gli esseri umani vivono in migliore armonia con la natura.
“Siamo a un punto di svolta nella storia del mondo”, ha detto, definendo il cambiamento climatico una “minaccia esistenziale per l’esistenza umana come la conosciamo“.
“Nessuno di noi può sfuggire al peggio che deve ancora venire se non riusciamo a cogliere questo momento“, ha detto.
Sottolineando l’urgenza del momento, con i leader di oltre 120 paesi riuniti per il vertice, il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha affermato che gli effetti del riscaldamento del pianeta si stanno facendo sentire “dalle profondità dell’oceano alle cime delle montagne”.
“L’innalzamento del livello del mare è raddoppiato rispetto a 30 anni fa“, ha detto. Gli oceani sono più caldi che mai, parti della foresta pluviale amazzonica emettono più carbonio di quanto assorbano e nell’ultimo decennio circa quattro miliardi di persone sono state colpite da eventi legati al cambiamento climatico.
“Basta bruciare, perforare e scavare più in profondità“, ha detto Guterres. “Stiamo scavando le nostre tombe“.
L’obiettivo della conferenza è impedire che la temperatura media globale aumenti di oltre 1,5 gradi Celsius rispetto ai livelli precedenti la rivoluzione industriale. Questa è la soglia oltre la quale gli scienziati affermano che i pericoli del riscaldamento globale – come ondate di calore mortali, scarsità d’acqua, cattivi raccolti e collasso dell’ecosistema – crescono immensamente.
Ma Guterres ha affermato che l’idea che l’umanità stia facendo abbastanza progressi era “un’illusione”. Ha invitato i paesi a non tornare al vertice ogni anno per rivedere i loro obiettivi climatici, ma a cogliere l’opportunità di spingersi a vicenda “fino a quando non sarà assicurato il mantenimento di 1,5 gradi, fino alla fine dei sussidi ai combustibili fossili, fino a quando non ci sarà un prezzo carbonio e fino a quando il carbone non sarà gradualmente eliminato”.
Molti paesi spingeranno contro misure così specifiche e l’assenza di leader di Russia e Cina dall’incontro metterà in dubbio quanto il mondo possa essere unito nella lotta.
La Cina, il più grande emettitore di gas serra al mondo, ha proposto un nuovo obiettivo di emissioni che è in gran parte indistinguibile da quello fissato sei anni fa. Gli Stati Uniti, il più grande emettitore storico, hanno un obiettivo ambizioso in materia di emissioni, ma non sono stati in grado di approvare una legislazione per raggiungerlo. E Australia, India e Russia non hanno assunto nuovi impegni per ridurre l’inquinamento climatico in questo decennio.
Nel frattempo, solo pochi paesi ricchi hanno stanziato denaro per aiutare le nazioni povere e vulnerabili a far fronte agli effetti dei disastri climatici che quei paesi hanno fatto poco per causare.
Questi due fattori rendono incerta la probabilità di successo della conferenza, nota come COP26.
Il primo ministro britannico Boris Johnson ha dato il via al vertice con un urgente appello all’azione, paragonando il cambiamento climatico a una bomba pronta a esplodere, pur riconoscendo le sfide future.
“La tragedia è che questo non è un film e il dispositivo del giorno del giudizio è reale“, ha detto. “L’umanità ha da tempo superato le lancette dei cambiamenti climatici. Manca un minuto alla mezzanotte di quell’orologio del giorno del giudizio, e dobbiamo agire ora“.
Il primo ministro delle Barbados, Mia Mottley, ha fatto breccia nelle promesse climatiche di alcuni paesi che si basano su tecnologie che ancora non esistono.
“Questo è nella migliore delle ipotesi avventato“, ha detto, e “nella peggiore delle ipotesi pericoloso“.
L’assedio di Iotapata, giugno del 67 d.C, fu un assedio condotto dal generale romano Tito Flavio Vespasiano assieme a suo figlio Tito, nei confronti della città di Jodfat o Iotapata, nella Galilea del nord, odierno Israele, guidata dai ribelli Giudei comandati dal generale Giuseppe Flavio.
L’assedio si concluse con la vittoria dei romani di Vespasiano, la completa devastazione della città e l’uccisione della gran parte degli abitanti. Si trattò di una vittoria fondamentale per reprimere la rivolta della provincia romana di Giudea, e che fu seguita da altri assedi importanti come quello di Giscala, Gamala e Gerusalemme.
La ribellione dei Giudei del 66 d.C
I romani avevano cercato di gestire la provincia di Giudea coordinando i propri amministratori con le massime autorità giudaiche, come il Sommo sacerdote, il capo del collegio sacerdotale ebraico, e il Sinedrio, la riunione dei saggi, che aveva attività e funzioni di governo del territorio.
I governatori romani, tuttavia, compirono diversi errori e soprusi nei confronti della popolazione giudaica. Molto spesso l’esibizione dei simboli del potere militare di Roma e il censimento per poter imporre le imposte, avevano provocato una violenta reazione da parte dei Giudei.
La situazione precipitò sotto il governatorato di Gessio Floro, il quale, oltre a non onorare alcuni impegni presi di fronte ai leader Giudei, diede ordine di prelevare 23 Talenti direttamente dal tesoro custodito nel tempio di Gerusalemme, per poter finanziare delle opere di manutenzione. Nonostante l’intermediazione dell’aristocrazia Giudea filoromana, una parte sempre maggiore di rivoltosi si organizzò per scacciare i romani.
Il primo episodio di violenza si verificò nella stessa città di Gerusalemme: il contingente romano fu assediato e ridotto allo stremo. Quando i legionari si arresero e si dichiararono disposti a consegnare le armi, i Giudei attesero che i legionari fossero disarmati per poi attaccarli a tradimento e sterminarli.
Venuto a sapere dell’accaduto, il legato di Siria, Cestio Gallo intervenì militarmente per sedare la rivolta, ma i suoi uomini subirono parecchie perdite a causa degli attacchi mordi e fuggi dei Giudei, fino alla disastrosa sconfitta di Beth Horon, sempre nel 66 d.C
Nella prima parte del 66, la provincia romana di Giudea era totalmente fuori controllo.
L’allora imperatore Nerone incaricò così uno dei suoi migliori generali, Tito Flavio Vespasiano, di sedare la rivolta.
Vespasiano poteva contare su due legioni veterane, la X Fretensis e la V Macedonica, mentre suo figlio Tito aveva il compito di convergere con la XV Apollinaris. Supporto militare sarebbe stato garantito anche dal nuovo governatore di Siria, Licinio Muciano.
L’avvicinamento di Vespasiano a Iotapata
Con le sue legioni Vespasiano si mosse verso Cesarea Marittima, la base romana in Giudea. Lì radunò un nutrito contingente di cavalleria, particolarmente adatto a contrastare gli improvvisi attacchi tipici della guerriglia giudaica.
Inoltre ottenne la collaborazione dei mercenari Sebasteni, che erano dotati di una ampia conoscenza del territorio, elemento particolarmente utile in una zona complicata come la Giudea.
Il suo legato, Placido, riuscì ad entrare rapidamente nella città filoromana di Sepphoris, e tentò un primo sommario attacco a Iotapata, che non ottenne successo.
Vespasiano continuò comunque a marciare ordinatamente sul territorio: una delle principali cause delle precedenti disfatte romane risiedeva in un ordine di marcia non sufficientemente prudente che si prestava alle imboscate dei guerriglieri Giudei.
Vespasiano avanzò invece sul territorio con un ordinatissimo ordine di marcia, provocando, alla sola vista dei suoi uomini, la paura dei ribelli guidati dal generale Giuseppe Flavio.
Mano mano i Giudei, anziché attaccare i romani in campo aperto, preferirono radunarsi in città fortificate.
Divenne quindi fondamentale per Vespasiano attaccare ed espugnare Iotapata, la principale roccaforte della Galilea settentrionale.
L’accerchiamento di Iotapata
Giunto sul posto, Vespasiano stabilì il suo accampamento a nord di Iotapata. La città sorgeva su una collina circondata su tre lati da ripidi pendii del tutto inattaccabili. L’unico accesso, abilmente fortificato e presidiato, si trovava sulla parte settentrionale.
Iotapata poteva inoltre contare su una poderosa cinta muraria, ottime riserve di cibo e una buona, anche se limitata, disponibilità d’acqua.
In un primo momento, Vespasiano cercò di condurre un attacco rapido: fece circondare la città da due file di fanti e da una fila di cavalieri, per impedire che i suoi legionari potessero essere attaccati dai lati.
In seguito diede ordine ad un contingente romano di sfondare la porta settentrionale. I Giudei attaccarono i romani con estrema ferocia, sfruttando ripetuti e rapidi attacchi seguiti da improvvise ritirate, che misero rapidamente in difficoltà i legionari.
Così, Vespasiano si rese conto che non poteva conquistare facilmente Iotapata, ma che era necessario procedere con un assedio in piena regola.
La costruzione del Terrapieno
Vespasiano fece nuovamente circondare la città da una fila di armi da getto, che avevano il compito di bersagliare le mura e le sentinelle. Nel frattempo diede ordine di costruire un imponente terrapieno, che doveva colmare il dislivello tra il terreno e le mura.
I legionari si misero immediatamente al lavoro: i Giudei iniziarono ad attaccare dalla sommità delle mura, gettando sui soldati romani qualsiasi oggetto contundente. I soldati si proteggevano grazie ad alcune tettoie montate su ruote (Vinae).
Ma oltre al lancio delle frecce, i Giudei eseguivano regolari sortite che decimavano i legionari e distruggevano sistematicamente buona parte delle fortificazioni. I lavori procedevano quindi con estrema fatica.
Nonostante i tentativi dei Giudei di rallentare i lavori, i soldati riuscirono ad innalzare il loro terrapieno, fino a raggiungere quasi la merlatura delle mura.
Giuseppe Flavio fa alzare le mura
Il generale Giuseppe Flavio si rese rapidamente conto che la situazione stava precipitando e le mura non erano in grado di contenere l’intraprendenza dei romani. Così, pensò di operare uno stratagemma.
Diede ordine di fissare dei pali sulla sommità delle mura e di far stendere delle pelli e delle stuoie di cuoio, opportunamente bagnate, per far credere ai romani che Iotapata non stesse soffrendo la sete.
Agli occhi dei romani questa operazione sembrò una classica contromisura per proteggersi dalle frecce.
In realtà la funzione dei pali era molto più importante: si trattava di un trucco per nascondere alla vista dei romani le operazioni di innalzamento delle mura, che dovevano vanificare il lavoro dei legionari.
Proprio quando i romani ritenevano di essere arrivati alla sommità della cinta muraria, Giuseppe Flavio fece cadere i pali, e i soldati si resero conto che il muro era stato innalzato di altri 9 metri sopra di loro.
Vespasiano dovette gestire lo sconforto dei propri uomini e diede ordine di alzare ulteriormente il terrapieno, comandando agli arcieri di bersagliare con sempre maggiore precisione qualunque Giudeo si fosse affacciato alle mura.
Vespasiano fa intervenire l’ariete
I legionari colmarono gli ulteriori 9 metri che li separavano dalla sommità delle mura. Dopodiché, Vespasiano diede ordine di costruire un ariete per attaccare. La macchina d’assedio fu pronta in pochi giorni ed iniziò ad avvicinarsi, attraverso il terrapieno.
Flavio utilizzò allora un altro stratagemma: fece preparare degli enormi cuscini imbottiti di paglia e, con delle funi, li fece calare dalle mura, in modo tale che questi si frapponessero tra il muro e la testa dell’ariete. In questo modo i colpi inferti dalla macchina d’assedio romana venivano attutiti dalla paglia.
I legionari reagirono attaccando sulla sommità di lunghi pali di legno delle falci ricurve, in modo da tagliare le corde che sostenevano i cuscini senza esporsi al tiro nemico.
Giuseppe Flavio comandò allora di attaccare con delle frecce infuocate direttamente l’ariete. Dalle mura di Iotapata si levarono centinaia di dardi, che uccidevano i legionari e appiccavano fuoco alle parti in legno della macchina. L’ariete arrivò a spezzarsi, e i soldati furono costretti ad un momentaneo ritiro.
Una volta riparato, l’ariete ricominciò ad attaccare le mura. Mano mano, la cinta muraria iniziò a cedere e si aprì una breccia, attraverso la quale i legionari potevano penetrare in città.
Il combattimento corpo a corpo
Ora i legionari potevano affrontare i ribelli Giudei in un combattimento corpo a corpo. La situazione morale di Iotapata era disperata: Flavio fu costretto a far rinchiudere le donne nelle loro case, per evitare che i loro lamenti e i loro pianti disperati potessero abbassare ulteriormente il morale dei combattenti.
Dopodiché si posizionò personalmente di fronte alla breccia aperta dai romani e si schierò in prima linea, con alle sue spalle un contingente di guerrieri.
Vespasiano schierò invece alcuni legionari armati di lunghe lance, che avevano il compito di tenere gli avversari a distanza nel frattempo che la fanteria alle loro spalle penetrava in città.
Lo scontro presso la breccia era furioso: i guerrieri Giudei combattevano aspramente e senza paura, mettendo in difficoltà i legionari, che riuscivano a muoversi a stento. Tuttavia, con il passare del tempo, i soldati romani iniziarono a prevalere in virtù del loro migliore equipaggiamento e della tecnica della “Mutatio”, secondo cui uomini freschi si sostituivano a quelli più stanchi.
Rendendosi conto che i suoi stavano indietreggiando, Giuseppe Flavio iniziò a far bersagliare i legionari dalle frecce. Questi si posizionarono a testuggine per resistere all’attacco dei dardi. Flavio fece allora versare sulle testuggini dell’olio bollente, dando ordine di appiccare il fuoco.
I legionari si trovarono stretti in una situazione terribile: l’olio bollente che colava attraverso gli scudi li ustionava. Nonostante questo, riuscirono ad avanzare.
Flavio fece allora lanciare addosso ai soldati nemici del fieno greco. Si trattava di una pianta ricca di sostanze mucillaginose: i romani iniziarono a scivolare, cadendo dalle mura o venendo finiti dai guerrieri Giudei.
Vespasiano, rendendosi conto della complessità della situazione e capendo che stava perdendo troppi uomini, ordinò una ritirata strategica.
La costruzione delle Tre Torri e la distruzione della città
Vespasiano fu costretto ad aggiornare la sua strategia. Diede così ordine di costruire, accanto al terrapieno, tre altissime torri in legno e ferro. Una volta ultimate, dalla sommità delle torri gli arcieri potevano bersagliare i Giudei, fornendo un fuoco di appoggio che si rivelò fondamentale per i legionari.
Nel frattempo la città era sempre più nel caos e un disertore contattò Vespasiano, avvisandolo che era arrivato il momento giusto per sferrare l’attacco finale.
Vespasiano scelse di incaricare il figlio Tito. Alla testa della sua cavalleria e dei legionari, Tito attaccò nuovamente Iotapata, sempre attraverso la breccia aperta il giorno precedente, e fu finalmente in grado di dilagare in città.
I romani dovettero combattere per le strette stradine di Iotapata, ma riuscirono ad uccidere uomini, donne e bambini, senza ritegno. Si trattò di un autentico massacro, che sterminò quasi tutta la popolazione di Iotapata.
Gli ultimi guerrieri scapparono presso le grotte sotterranee, rifugiandosi negli anfratti pur di sfuggire ai romani.
I legionari li inseguirono, dandogli però la possibilità di arrendersi. La gran parte dei guerrieri preferì attaccarli, morendo da eroi piuttosto che collaborare.
Tra i fuggitivi vi era anche Giuseppe Flavio, che fu raggiunto dai romani in una delle grotte di Iotapata.
Vespasiano diede la possibilità a Flavio di arrendersi, riconoscendo il suo valore militare. I guerrieri che erano con lui minacciarono di ucciderlo, affermando che era meglio morire da eroi che da traditori. Ma Flavio, con notevole capacità diplomatica, iniziò un lungo discorso per convincere i compagni che non era necessario sacrificare la vita di fronte ad un nemico valoroso.
I ribelli non lo ascoltarono e scelsero di suicidarsi, uccidendosi l’un l’altro, mentre Flavio, rimasto ultimo e da solo con un altro combattente, lo convinse a risparmiargli la vita e si consegnò spontaneamente ai romani, che lo trattarono umanamente.
Dal punto di vista storiografico, la salvezza di Giuseppe Flavio rappresenta una vera e propria ricchezza. È infatti lui la principale, e a volte l’unica fonte che abbiamo sulle guerre giudaiche.
Le conseguenze della vittoria di Iotapata
La presa di Iotapata spezzò la resistenza giudaica nella Galilea settentrionale. Di lì a poco altre città, da Giscala a Gamala, caddero nelle mani dei romani.
Vespasiano operò in seguito una strategia che si basava sulla conquista delle città più importanti e delle principali roccaforti, nelle quali posizionava puntualmente un presidio di soldati. Inoltre, faceva regolarmente appiccare incendi alle campagne per devastare i raccolti, obbligando i ribelli ad abbandonare le loro posizioni e a convergere verso Gerusalemme, nella quale, tuttavia, si dibatteva furiosa una guerra civile tra fazioni giudaiche diverse.
In questo modo Vespasiano riusciva ad isolare il nemico e a indebolirlo.
In breve, Vespasiano riuscì ad isolare il resto dei combattenti nella città di Gerusalemme, che venne poi assediata da suo figlio Tito nel 70 d.C
La Secessio Plebis, o Secessione della plebe, è stata una protesta generale attuata da parte dei cittadini romani di rango plebeo, simile all’odierno concetto di sciopero generale.
Durante la secessione, la plebe abbandonò in massa i negozi, le botteghe e le officine, interrompendo il lavoro, le transazioni commerciali e i lavori di manutenzione della città, come forma di protesta contro l’ordine Patrizio.
Dal momento che i cittadini plebei costituivano la stragrande maggioranza della popolazione di Roma e producevano la maggior parte del cibo e delle risorse, la Secessione della plebe mise più volte in grave crisi l’ordine degli aristocratici, che furono di volta in volta costretti a concedere maggiori diritti e privilegi in favore della parte più povera e lavoratrice della popolazione.
La prima Secessione della storia romana: 494 a.C
Attorno al 495-494 a.C, Roma era una città-stato governata da due Consoli e dal Senato, che svolgevano le principali funzioni esecutive e legislative. Questi organi erano composti esclusivamente da aristocratici, i cosiddetti Patrizi, che rappresentavano una ricca minoranza del Popolo romano.
I plebei, già fortemente contrariati dall’incontrastato dominio politico dei Patrizi, iniziarono a manifestare grave insofferenza anche per i debiti, protestando ferocemente contro alcune leggi che autorizzavano le percosse e addirittura l’imprigionamento dei debitori da parte dei loro creditori.
In merito a questo è significativo l’aneddoto raccontato dallo storico romano Tito Livio: un ex ufficiale dell’Esercito romano aveva subito l’incendio dei suoi beni e delle sue terre durante la guerra contro i Sabini. Tornato a casa, fu costretto non solo ad affrontare il disastro economico della sua famiglia, ma addirittura a chiedere un prestito ad un usuraio per poter pagare delle tasse che gli erano state imposte.
L’ufficiale aveva dovuto rinunciare a tutte le proprietà della sua famiglia, comprese le fattorie appartenute a suo padre e a suo nonno. Nonostante le rinunce, l’ufficiale non fu in grado di pagare il suo debito e i suoi creditori riuscirono a portarlo in prigione, facendolo frustare e minacciare di morte.
Esasperato dalla situazione, l’ufficiale scappò nel foro romano, dove gridò a gran voce la sua disperazione, attirando una gran folla che ben presto si trasformò in un tumulto.
Nonostante la situazione fosse così grave, l’allora Console Appio, ignorando quanto stava accadendo, fece approvare alcuni decreti altamente impopolari che rafforzavano la possibilità da parte dei creditori di ottenere l’incarcerazione dei loro debitori.
La situazione, arrivata ad un punto critico, provocò una mobilitazione di massa: su consiglio di Lucio Sicinio Velluto, la massa di plebei abbandonò i negozi e le botteghe, raggiungendo il Monte Sacro, a più di tre miglia da Roma.
I plebei si barricarono sulle loro posizioni e rimasero in attesa dell’azione del Senato. Senza il loro fondamentale apporto, Roma era completamente bloccata, così come tutte le attività economiche.
Il Senato fu costretto a cedere e a prendere dei provvedimenti per risolvere la questione. Inviando tre ambasciatori per dialogare con i capi della rivolta, il Senato giunse ad una risoluzione. I Patrizi annullarono una parte dei crediti che avevano maturato nei confronti dei plebei, e concessero loro la possibilità di eleggere un magistrato denominato “Tribuno della plebe”.
Sotto l’aspetto sociale si trattava di una vera e propria rivoluzione: nonostante la massima magistratura, il consolato, poteva ancora essere ricoperta solamente da Patrizi, i tribuni rappresentavano la prima importante carica assegnata esclusivamente ai plebei.
La prerogativa del tribuno della plebe era quella di poter bloccare le leggi che venivano ritenute dannose per la classe plebea, esercitando il proprio diritto di veto. Inoltre, il tribuno era sacrosanto ed intoccabile, il che significa che chiunque avesse tentato di danneggiarlo o di minacciarlo era soggetto alla pena capitale.
La seconda Secessione della plebe: 449 a.C
La seconda Secessione della plebe fu causata dagli abusi compiuti da una commissione di dieci magistrati straordinari chiamati “Decemviri.”
Nel 450 a.C, Roma decise di nominare i decemviri per redigere il primo codice di leggi scritte della repubblica. Alla commissione venne concesso il termine di un anno per svolgere il compito, durante il quale vennero sospese tutte le attività dello Stato.
Dopo aver emanato le nuove norme, note come “Leggi delle XII tavole”, i magistrati rifiutarono però di dimettersi dal loro incarico e mantennero il loro potere con la forza: un ex tribuno della plebe, che si era opposto venne immediatamente ucciso.
Inoltre, uno dei decemviri, Appio Claudio Crasso, tentò di costringere una donna, Virginia, cittadina romana, a sposarlo, affermando falsamente che si trattava di una schiava. Per evitare l’abuso da parte del magistrato, il padre fu costretto a pugnalare la figlia, con un atto che sconvolse la popolazione.
La serie di soprusi operati dai Decemviri portò ad una serie di disordini: i plebei abbandonarono la città e si spostarono sul colle Aventino.
Il Senato fece immediatamente pressioni sui decemviri affinché si dimettessero, ma questi rifiutarono. Il popolo decise allora di spostarsi di nuovo sul Monte Sacro, come era accaduto durante la prima Secessione. In Senato incolpò i decemviri di questa seconda ribellione generale, e riuscì a costringerli a lasciare il loro incarico.
Smantellato il collegio dei decemviri, vennero poi scelti due senatori, Lucio Valerio Potito e Marco Orazio Barbato, per negoziare con i rivoltosi.
La plebe chiedeva sia il ripristino della figura dei tribuni della plebe, il cui potere era stato recentemente ridimensionato, sia l’istituzione del diritto di appello durante i processi, altra norma che i decemviri avevano soppresso. Le loro richieste vennero subito accettate.
Lucio Valerio Potito e Marco Orazio Barbato divennero Consoli nel 449 a.C: rispettando gli accordi, aumentarono il potere e i privilegi dei plebei.
Secondo gli annali, venne decretata una nuova legge, la Lex Valeria Horatia de plebiscìtis che stabiliva che tutte le leggi approvate dal concilio della plebe fossero vincolanti anche per tutti gli altri cittadini romani, compresi i Patrizi.
Le leggi, una volta promulgate, avevano bisogno dell’approvazione del Senato, che deteneva il potere di veto, ma i plebei avevano comunque ottenuto la grande possibilità di emanare delle leggi in piena autonomia.
Tutti i provvedimenti decisi dal concilio della plebe dovevano essere messi per iscritto e custoditi nel tempio di Cerere, sorvegliati dagli edili, dei magistrati plebei. Questo significava che sia i tribuni della plebe che gli edili sarebbero sempre stati a conoscenza del contenuto dei decreti, elemento che un tempo era esclusivo appannaggio degli aristocratici.
I decreti divennero così di pubblico dominio, e la loro consultazione non fu riservata solamente a pochi eletti: i consoli non avevano inoltre la possibilità di abrogarli o alterarli senza confrontarsi con il concilio della plebe.
La terza Secessione della plebe del 445 a.C
Dopo l’istituzione delle dodici Tavole del diritto romano, i decemviri avevano stabilito il divieto di celebrare matrimoni misti tra patrizi e plebei: il tribuno della plebe Gaio Canuleio, nel 445 a.C, propose di abrogare questa legge.
La reazione dei Consoli fu dura: questi sostenevano che il tribuno stava proponendo niente meno che il crollo dello stesso tessuto sociale e morale su cui si fondava Roma, in un momento delicato, perchè la città era minacciata da nemici esterni.
Canuleio rispose pubblicamente, ricordando al popolo i contributi dei romani di umile nascita, e fece notare che il Senato stesso aveva volontariamente concesso la cittadinanza anche a dei nemici sconfitti.
Così, Canuleio ripropose la legge per consentire i matrimoni misti e rincarò la dose: chiese infatti di concedere anche ai plebei la possibilità di candidarsi al consolato.
I consoli risposero chiamando in causa la religione: secondo la loro interpretazione, i figli dei matrimoni misti avrebbero potuto scatenare l’ira degli Dei, ribadendo che proporre una legge del genere in un momento tanto delicato significava, da parte dei tribuni, indebolire la città in un momento di grande pericolo.
I plebei ebbero la meglio: l’opinione pubblica pretese il cambiamento della legge, e fu così abrogato il divieto dei matrimoni misti tra patrizi e plebei.
La proposta che avrebbe consentito ai plebei di candidarsi al consolato, invece, non fu nemmeno portata ai voti. Questa volta gli ottimati minacciarono di scatenare una crisi sociale e parvero irremovibili. Venne quindi realizzato un compromesso: la creazione di una carica chiamata “Tribuno militare con potere consolare.”
In questo modo i plebei, seppur formalmente non potessero ancora accedere al consolato, avevano la possibilità di ricoprire una carica ed una magistratura che gli conferiva dei poteri simili.
La proposta fu ben accolta, e già l’anno successivo furono eletti i primi tribuni consolari.
La quarta Secessione del 342 a.C
Sulla quarta Secessione del 342 a.C non abbiamo fonti precise. Vi è un rapido accenno da parte dello storico Tito Livio, che scrive tuttavia durante il periodo di Augusto. Probabilmente si trattò di una rivolta militare, forse collegata ad un nuovo tentativo da parte dei plebei di ottenere l’elezione diretta di un loro rappresentante tra i consoli.
La quinta Secessione del 287 a.C
Nel 287 a.C, si verificò l’ultima Secessione plebea nella storia romana. Pochi anni prima, nel 290, gli eserciti romani guidati dai Consoli Manio Curio Dentato e Publio Cornelio Rufino avevano conquistato vasti territori nella Pianura di Rieti a danno dei Sabini.
Ma le terre conquistate vennero distribuite esclusivamente ai Patrizi. I contadini plebei, che avevano combattuto la guerra e avevano contribuito in maniera determinante a vincerla, rimasero senza terre, costretti perdipiù a ripagare gli enormi debiti che avevano contratto nel tempo con i Patrizi.
Messi in crisi, i plebei si ritirarono nuovamente sul colle Aventino. Per risolvere la questione, il Senato nominò il dittatore Quinto Ortensio, che convinse la folla a fermare la Secessione.
Poco dopo, Ortensio promulgò una legge, la Lex Hortensia, che andava a confermare in maniera definitiva la Lex Valeria Horazia, emanata qualche anno prima: tutte le leggi decise dalle assemblee dei plebei avrebbero vincolato per sempre tutti gli altri cittadini romani.
In questo modo, la disparità politica tra le due classi venne completamente annullata, chiudendo il cosiddetto “conflitto degli ordini “, dopo circa 200 anni di lotte.
Nonostante le disuguaglianze economiche e le differenze sociali tra patrizi e plebei rimasero evidenti, la storia politica romana conobbe un punto di svolta decisivo.
Si formò infatti un nuovo tipo di nobiltà mista Patrizia e plebea, la “Nobilitas“, che costituì uno dei principali elementi di forza dell’espansione economica e militare di Roma.
La congiura di Catilina fu un complotto ideato dal senatore romano Lucio Sergio Catilina, assieme ad alcuni aristocratici, che aveva come obiettivo quello di rovesciare il Consolato di Marco Tullio Cicerone e Gaio Antonio Ibrida per conquistare il potere nella Roma repubblicana.
Cicerone, attorno alla fine dell’anno 63 a.C, fu in grado di svelare i dettagli della congiura, denunciando Catilina di fronte al Senato e costringendolo a fuggire da Roma. Catilina si scontrò con gli eserciti consolari nella battaglia di Pistoia del 64 a.C, morendo sulla campo di battaglia.
La vita di Lucio Sergio Catilina prima della congiura
Catilina nacque nel 108 a.C dalla gens Sergia, un’antica famiglia Patrizia. I suoi genitori erano Lucio Sergio Silus e la matrona Bellina. Nonostante la sua famiglia avesse un passato di benessere e di ricchezza, da alcune generazioni la gens Sergia conosceva un declino graduale ma inarrestabile.
Catilina ebbe da subito una brillante carriera militare. Durante la guerra sociale nell’89 a.C, servì il giovane generale Pompeo Magno e Marco Tullio Cicerone.
Marco Tullio Cicerone
Negli anni immediatamente successivi, Catilina sposò la nipote di Gaio Mario, comandante della fazione politica dei Populares. Nella successiva guerra civile tra Mario e Cornelio Silla, però, Catilina sostenne quest’ultimo.
In questo periodo, avrebbe compiuto delle azioni piuttosto crudeli: suo cognato, Marco Mario Gratidiano, era un magistrato che aveva causato la morte del padre dell’esponente politico Quinto Lutazio Catulo.
Catilina, per pura convenienza politica, si sarebbe schierato dalla parte di Catulo, uccidendo personalmente il cognato presso la tomba del padre di Catulo, per poi decapitare il cadavere e sfilare per le strade di Roma con la testa di Gratidiano in vista.
Catilina, sempre secondo le fonti antiche, avrebbe anche ucciso la sua prima moglie e suo figlio per poter sposare la ricca e bella Aurelia Orestilla, la figlia del Console del 71 a.C, Aufidio Oreste.
Nei primi anni del 70 a.C, servì come comandante in Cilicia, forse sotto il comando di Servilio Vatia. Nel 73 a.C fu processato per aver commesso adulterio con una vergine Vestale, un crimine che prevedeva la pena di morte. Ma Catulo, capo degli ottimati e memore del servizio che gli aveva reso qualche anno prima, testimoniò in suo favore, scagionandolo.
Nel 68 a.C venne nominato pretore e governatore dell’Africa: al suo ritorno in patria, nel 66 a.C, Catilina si sentì pronto per candidarsi alle elezioni come console, ma una delegazione dall’Africa fece appello al Senato, accusandolo di ripetuti abusi, il che portò il console uscente, Lucio Tullo, a negare il permesso per la sua candidatura.
Sempre per queste malversazioni venne processato nel 65 a.C, ma grazie all’appoggio di molti aristocratici e di uno dei Consoli, riuscì ancora una volta ad essere scagionato e assolto. Diverse fonti confermano che Catilina avrebbe ottenuto questo risultato soprattutto attraverso la corruzione dei giudici.
La prima congiura di Catilina
La prima congiura di Catilina, chiamata anche “Prima cospirazione catilinaria”, fu un complotto per uccidere i Consoli eletti del 65 a.C e prendere il potere con la forza. Alcuni storici considerano improbabile che Catilina abbia ordito un piano così prematuro, e alcuni sostengono addirittura che questa prima cospirazione potrebbe non essere mai esistita.
Comunque sia, Catilina si candidò alle elezioni consolari per il 63 a.C ma venne sconfitto da Antonio Ibrida e da Marco Tullio Cicerone, un uomo scelto e supportato dagli aristocratici.
I nobili temevano infatti il piano economico di Catilina, che mirava a risolvere la difficile situazione della plebe urbana e che prevedeva, tra l’altro, la cancellazione universale di tutti i debiti.
Proseguendo nel tentativo di eliminare Catilina politicamente, Catone il Giovane, allora questore, lo accusò dell’omicidio del suo cognato Mario Gratidiano, e della morte di altri politici. Nonostante ciò, Catilina riuscì nuovamente a farsi assolvere: alcuni storici suppongono che in questa situazione fu determinante l’influenza del giovane Giulio Cesare, che presiedeva il tribunale, e che forse condivideva una parte del piano di Catilina.
Catilina scelse così di candidarsi nuovamente al consolato per l’anno successivo. Tuttavia, al momento di presentare ufficialmente la sua candidatura, perse gran parte del sostegno politico di cui aveva goduto. Venne nuovamente sconfitto da altri due candidati, Decimo Silano e Lucio Murena.
Così, dopo una serie di brucianti sconfitte, Catilina iniziò a maturare l’idea di prendere il potere attraverso un colpo di stato.
Congiura di Catilina o seconda congiura catilinaria
Deciso ad ottenere il potere con la forza, Catilina riprese la sua politica di cancellazione generale di tutti i debiti attirando a sé molti legionari che avevano combattuto per Silla ma che erano finiti nel disastro economico.
I precedenti decenni di guerra avevano inoltre portato ad un’era di recessione economica in tutta la campagna italica e numerosi contadini avevano perso le loro fattorie, ed erano stati costretti a trasferirsi in città, aumentando drasticamente il numero dei poveri urbani.
Promettendo di risanare la loro situazione economica e di garantirgli un nuovo peso politico, Catilina cominciò ad attirare verso di sé un gran numero di disperati, pronti a prendere le armi per la sua causa.
Catilina inviò Gaio Manlio, un Centurione del vecchio esercito di Silla, a reclutare soldati in Etruria per costituire un esercito privato. Inoltre, diversi messaggeri vennero inviati nei luoghi più importanti d’Italia per ottenere nuovi sostenitori, sfruttando persino una piccola rivolta di schiavi che si stava accendendo presso Capua.
Nel frattempo, Catilina preparava il colpo di stato nel cuore di Roma: il suo piano prevedeva l’omicidio di gran parte dei senatori e una serie di incendi dolosi, che avrebbero dovuto gettare la città nel panico fino all’arrivo dell’esercito guidato da Manlio.
Parte integrante del complotto comprendeva l’assassinio di Cicerone e dei suoi colleghi Gaio Cornelio e Lucio Vargunteio, la cui morte era programmata per il 7 novembre del 63 a.C.
In una situazione di caos generale, Catilina avrebbe preso il controllo del governo.
Tuttavia, il complotto venne compromesso da una fuga di informazioni: Fulvia, amante di uno dei congiurati, Quinto Curio, informò Cicerone del pericolo. Cicerone scampò così alla morte la mattina del 7 novembre, facendosi accompagnare dalle guardie del corpo, che misero in fuga i congiurati.
Il giorno seguente, Cicerone convocò il Senato d’urgenza presso il tempio di Giove Statore, opportunamente circondato da soldati. Con grande sorpresa di Cicerone, Catilina era presente alla sua orazione.
Tempio di Giove Statore
Secondo il racconto di Plutarco, i senatori che sedevano vicino a Catilina si allontanarono lentamente da lui: Catilina rimase solo, lontano da tutti, sotto accusa.
In quella occasione Cicerone tenne la prima delle quattro orazioni catilinarie. Catilina, profondamente offeso dall’attacco di Cicerone, esortò il Senato a ricordare la storia della sua famiglia e di come i suoi avi avevano servito la Repubblica, invitandoli a non credere a calunnie e false voci, ma di fidarsi dell’antico prestigio della sua famiglia.
Alla fine, Catilina accusò i senatori di dare maggior credito a Cicerone, uomo che era nuovo alla politica, piuttosto che ad un aristocratico di vecchia data. Presumibilmente, Catilina concluse con violenza il suo discorso, urlando che avrebbe “spento con il fuoco” le accuse di tutti.
Lasciata la seduta del Senato, Catilina tornò a casa, obbedendo apparentemente alla richiesta di Cicerone di farsi trovare pronto per un’ulteriore interrogatorio. In realtà, Catilina fuggì da Roma nella notte e raggiunse Manlio in Etruria per portare avanti la sua rivoluzione armata.
Mentre Catilina preparava il suo esercito, i cospiratori continuavano con i loro piani. Apparve per i catilinari una possibile occasione propizia: una delegazione di Galli Allobrogi si stava recando verso Roma per ottenere sollievo dall’oppressione del loro governatore.
Così il cospiratore Lentulo Sura ordinò a Publio Umbreno, un uomo che tesseva diversi affari in Gallia, di contattarli e di offrire loro supporto per liberarsi dai soprusi del loro governatore in cambio di supporto militare.
Gli Allobrogi, tuttavia, entrarono in contatto anche con Gabinio Caputo, un altro cospiratore, e vennero pienamente a conoscenza della reale entità della congiura che Catilina stava preparando.
Valutando più sicuro assicurare fedeltà alla Repubblica piuttosto che ad un esercito improvvisato di rivoluzionari, gli Allobrogi informarono Cicerone di quanto stava accadendo. Da ottimo avvocato, Cicerone chiese agli Allobrogi di ottenere delle prove tangibili della congiura.
Gli Allobrogi, facendo il doppio gioco, chiesero ai catilinari di redigere una lettera con il riassunto delle promesse che intendevano onorare. Questa fu per i cospiratori una trappola: le lettere vennero intercettate in transito verso la Gallia all’altezza del Ponte Milvio.
In questo modo, Cicerone aveva ottenuto la prova definitiva della cospirazione di Catilina. Cicerone fece leggere le missive davanti al Senato già il giorno successivo: dopo pochi giorni, cinque congiurati vennero condannati a morte.
La loro condanna capitale stava avvenendo senza processo: un lungimirante Giulio Cesare avvisò di quanto fosse pericoloso condannare un cittadino romano alla pena capitale senza regolare sentenza, ma Cicerone temeva che altri cospiratori potessero intervenire per salvare i condannati a morte, e li fece strangolare senza attendere oltre.
Sembra che Cicerone abbia scortato personalmente i condannati verso il patibolo, e che abbia annunciato la loro morte ad una folla acclamante con le famose parole: “Vixere” ovvero, “Sono vissuti”, “Sono morti”.
La battaglia di Pistoia del 64 a.C e la morte di Catilina
Il fallimento della presa di Roma fu un durissimo colpo per Catilina. Dopo aver appreso della morte di Lentulo e dei principali cospiratori, molti uomini abbandonarono il suo esercito, che si ridusse da 10.000 soldati a 3000.
Con un contingente mal equipaggiato e con pochi uomini, Catilina tentò di marciare verso la Gallia e poi di nuovo verso Roma, nel vano tentativo di evitare una battaglia campale che sapeva di non poter affrontare. Catilina fu tuttavia costretto a combattere quando le tre legioni di Cecilio Metello Celere, Propretore della Gallia Cisalpina, lo intercettarono.
Catilina scelse di scappare dalle legioni di Metello e di attaccare il compagno console di Cicerone, Antonio Ibrida, vicino a Pistoia: nelle previsioni di Catilina l’esercito di Ibrida era sensibilmente più piccolo e una vittoria avrebbe potuto scoraggiare altri eserciti consolari dall’affrontarlo direttamente.
Catilina e tutte le sue truppe di fedelissimi combatterono con coraggio, e lo stesso Catilina si schierò in prima linea. Ma quando vide che non c’era alcuna speranza di vittoria, si gettò nel bel mezzo della mischia.
Il ritrovamento del corpo di Catilina
Al termine dello scontro, quando vennero recuperati i corpi dei catilinari, tutti i soldati di Catilina erano stati uccisi con delle ferite frontali: significava che non avevano mai tentato di scappare e che erano morti con onore. Il corpo dello stesso Catilina venne ritrovato in prima linea.
La sconfitta di Catilina rappresentò un enorme successo per Cicerone, che aveva letteralmente salvato la Repubblica e che venne pertanto soprannominato “Padre della Patria”.
Tuttavia, in tutta questa dinamica, la condanna a morte inflitta ai congiurati senza un regolare processo, permise a Cesare e ai suoi alleati di esiliare Cicerone nel 58 a.C., attraverso lo sfruttamento della Lex Claudia, una legge che esiliava chiunque avesse messo a morte un cittadino senza processo.
Gaio Galerio Valerio Massimiano, fu imperatore romano dal 305 al 311 d.C: il suo regno fu contraddistinto da una grande campagna militare, assieme al generale Diocleziano, contro l’impero dei sasanidi, che si concluse con il saccheggio della capitale Ctesifonte nel 299 d.C.
l’Imperatore Galerio si dedicò anche a combattere la popolazione dei Carpi, oltre il fiume Danubio, ottenendo due vittorie nel 297 e nel 300 d.C.
Gaio Galerio Valerio Massimiano
Sebbene fosse uno strenuo oppositore del Cristianesimo, religione in rapida ascesa, pose fine alla persecuzione di Diocleziano tramite un editto di tolleranza che venne promulgato nel 311 d.C a Serdica.
I primi anni e la carriera militare di Galerio
Galerio nacque vicino alla città di Serdica, attuale Sofia in Bulgaria, nella provincia romana della Dacia mediterranea, anche se alcuni studiosi ritengono che sia in realtà nato a Gamzigrad, attuale Serbia, dal momento che proprio in quel luogo decise di far costruire la sua tomba.
Suo padre era di origini della Tracia e sua madre Romula era una profuga della provincia della Dacia romana attaccata dalla tribù germanica dei Carpi. Nei suoi primi anni seguì l’esempio del padre, lavorando come pastore e mandriano.
Sì dedicò tuttavia abbastanza presto alla carriera militare, servendo come soldato sotto gli imperatori Aureliano e Probo: quando nel 293 d.C l’imperatore Diocleziano istituì il sistema della tetrarchia, che prevedeva la presenza di quattro imperatori in altrettante zone di influenza dell’impero, Galerio venne designato Cesare insieme a Costanzo Cloro, sposando la figlia di Diocleziano, Valeria.
Dopo essersi impegnato in alcune campagne militari contro le popolazioni dei Sarmati e dei Goti sul fiume Danubio, ricevette il comando delle legioni di stanza sui confini Imperiali orientali. Dopodiché venne inviato in Egitto per combattere le città ribelli di Busiris e Coptos.
Imperatore Galerio e la guerra contro la Persia
Campagne sasanidi di Galerio
A partire dal 294 d.C, Galerio fu impegnato contro la Persia. In quell’anno il figlio del Re Sapore I , Narseh, avviò una politica estera estremamente aggressiva. Narseh fece cancellare i nomi dei suoi predecessori dai pubblici monumenti, con l’obiettivo di essere ricordato come l’unico grande sovrano.
Nel 295 dichiarò guerra a Roma, invadendo l’Armenia occidentale e riprendendo alcune terre che erano state consegnate ai romani in seguito ad una pace stipulata nel 287 d.C. Secondo Ammiano Marcellino, l’unica fonte che ci racconta i dettagli di questa invasione, Narseh si spostò a sud della Mesopotamia romana, dove inflisse una durissima sconfitta proprio a Galerio, allora comandante delle forze orientali, in una regione posizionata tra Carre e Callinicum, odierna Siria.
Non sappiamo se Diocleziano, l’ideatore della tetrarchia e più importante dei quattro imperatori, fosse presente sul campo di battaglia. Sappiamo però che Diocleziano costrinse Galerio a sfilare di fronte al suo carro Imperiale.
Potrebbe trattarsi di un atto di rispetto da parte di Galerio nei confronti di Diocleziano, ma è più probabile che l’imperatore abbia deciso di punire il generale sconfitto dimostrando, soprattutto ai soldati, che il fallimento non era dovuto all’incapacità dell’esercito ma alla poca preparazione del suo comandante. Molto probabilmente questa fu una lezione che Galerio non dimenticò mai più.
Nella primavera del 298, l’esercito di Galerio venne rinforzato da nuovi contingenti che derivavano dalle frontiere del Danubio. Galerio guidò quindi una controffensiva, attaccando la Mesopotamia settentrionale attraverso l’Armenia.
Narseh scelse di compiere una ritirata strategica, ma cadde vittima di un errore: l’aspro terreno armeno era particolarmente favorevole alla fanteria romana, che poteva marciare e combattere con facilità, ma non altrettanto alla sua cavalleria sasanide. Così Galerio fu in grado di affrontare il nemico in due battaglie, dove ottenne delle importanti vittorie.
Durante il secondo scontro, la battaglia di Satala del 298 d.C, gli uomini di Galerio conquistarono l’accampamento di Narseh, rubando il suo tesoro, sequestrando sua moglie e tutto il suo harem. La moglie di Narseh venne condannata a vivere come prigioniera in un sobborgo della città di Antiochia, in modo che rappresentasse costantemente per i persiani il ricordo della vittoria romana.
Galerio avanzò quindi nella zona della Media, una regione dell’odierno Iran nord-occidentale, e dell’Adiabene, un antico regno della Mesopotamia settentrionale, ottenendo continue vittorie soprattutto a Teodosiopoli e a Nisibis, il primo ottobre del 298 d.C.
Scese poi con i suoi uomini lungo il fiume Tigri, catturando la capitale dei sasanidi, Ctesifonte, e visitando le rovine di Babilonia, prima di tornare in territorio romano attraverso l’Eufrate. Le fonti antiche non parlano esplicitamente di un saccheggio ai danni di Ctesifonte, ma si presume che sia avvenuto per via del sequestro della moglie e dell’harem di Narseh.
Imperatore Galerio e i negoziati di pace con la Persia
Narseh inviò degli ambasciatori a Galerio per supplicare di restituirgli la moglie e i figli, ma Galerio scacciò gli emissari sasanidi, ricordandogli come il predecessore di Narseh, Sapore, aveva trattato l’imperatore Valeriano una volta catturato.
I romani trattarono comunque con dignità la famiglia di Narseh, forse sull’esempio di Alessandro Magno, che si era comportato con rispetto nei confronti della famiglia del Re Dario III. Nella primavera del 299 iniziarono i negoziati di pace, presieduti sia da Diocleziano che da Galerio. Il loro segretario, Sicorio Probo, raggiunse Narseh per presentargli i termini dell’accordo.
Le condizioni di pace imposte dai romani erano abbastanza pesanti: la Persia cedette gran parte dei suoi territori a Roma, facendo dei fiumi Tigri il confine definitivo tra i due imperi. Ulteriori termini stabilivano che l’Armenia sarebbe tornata sotto la piena dominazione romana e che il forte Ziatha sarebbe valso come confine.
Tutta l’Iberia caucasica prestò giuramento di fedeltà a Roma e venne guidata da un incaricato romano. La città di frontiera di Nisibis diventò l’unico canale di commercio tra la Persia e Roma. Non solo, Roma potè esercitare il controllo sui cinque distretti territoriali della Persia, le satrapie: Ingilene, Sophanene, Aghdznik, Corduene e Zabdicene.
Con la sottomissione di questi territori, Roma avrebbe potuto contare su una roccaforte a nord di Ctesifonte, in modo da controllare, e all’occasione impedire, qualsiasi movimento delle forze persiane attraverso la regione.
Tiridate, Re filoromano, riguadagnò il suo trono e tutte le zone che erano state sotto la sua influenza.
Il regno di Galerio come Augusto
La tetrarchia
Il sistema tetrarchico di Diocleziano prevedeva la presenza di due imperatori maggiori, gli Augusti, e due imperatori minori, i Cesari: ognuno di loro avrebbe governato in autonomia un quarto dell’impero. I due Augusti si sarebbero dovuti spontaneamente ritirare dal comando, lasciando che i Cesari diventassero i nuovi Augusti, i quali avrebbero nominato a loro volta due nuovi Cesari, in un meccanismo apparentemente perfetto che doveva risolvere il problema della successione Imperiale.
Dopo il ritiro di Diocleziano e del suo collega Massimiliano, Costanzo I e Galerio divennero i nuovi Augusti e Galerio dovette scegliere i due nuovi Cesari. Galerio pensò di promuovere due persone sulle quali aveva una forte influenza, in modo da mantenere il controllo su una porzione più ampia dell’impero.
Il primo fu Massimino Gaza, la cui madre era la sorella di Galerio. Si trattava di un giovane abbastanza inesperto e poco educato, che venne investito della Porpora Imperiale e assegnato al comando dell’Egitto e della Siria.
Il secondo fu Severo, un compagno d’armi di Galerio, che venne inviato a Milano per ricevere ufficialmente il controllo dell’Italia e dell’Africa.
Tecnicamente Severo riconosceva l’autorità del suo Augusto, ovvero Costanzo I, ma difatti la sua posizione era del tutto dovuta alla decisione del suo benefattore Galerio, il quale era riuscito ad ottenere il controllo su tre quarti dell’Impero.
Ma le speranze di Galerio furono presto deluse quando il suo collega Costanzo morì a York nel 306 d.C e le sue legioni elevarono suo figlio Costantino nella posizione di Augusto.
Valerio lo scoprì di sorpresa, quando ricevette una lettera personale da Costantino che lo informava della morte del padre, spiegando che l’insistenza delle sue truppe lo aveva praticamente obbligato ad accettare la Porpora Imperiale, prima che potessero sollevarsi problemi o presentarsi usurpatori al trono.
Secondo le fonti antiche, Galerio non riuscì a trattenere la sua delusione e la rabbia, minacciando di bruciare sia la lettera che colui che gliel’aveva spedita.
Ma poco dopo Galerio si rese conto che una guerra contro Costantino sarebbe stata per lui pericolosa. Costantino era stato suo ospite per qualche tempo nella città di Nicomedia, e Galerio aveva avuto modo di rendersi conto che le sue legioni gli erano straordinariamente fedeli.
Così, con un freddo calcolo politico, accettò che il figlio del suo defunto collega diventasse governatore delle province d’oltralpe, ma gli concesse solamente il titolo di Cesare, mentre il posto vacante come Augusto venne assegnato al suo favorito Severo.
Presto si presentò un nuovo problema: la necessità di aumentare la tassazione per rimpinguare le casse statali aveva portato Galerio ad ordinare un dettagliato censimento delle proprietà della popolazione italica. L’Italia era sempre stata esente da ogni forma di tassazione, come segno di riconoscenza nei confronti dei popoli italici che avevano permesso a Roma di diventare grande, ma Galerio ignorò questa tradizione e ordinò di tassare anche le popolazioni della penisola.
Si generò così una ondata di malcontento e di risentimento nei suoi confronti, che venne prontamente accolta e sfruttata da un nuovo pretendente al trono, Massenzio.
Imperatore Galerio ordinò al collega Severo di marciare verso Roma, ma i soldati di quest’ultimo, appena vennero a sapere che il loro vecchio comandante e collaboratore di Diocleziano, Massimiano, era tornato a ricoprire il grado di Augusto, si ammutinarono e giustiziarono Severo.
Galerio fu costretto ad intervenire personalmente per difendere il suo potere. Alla testa di un potente esercito che aveva raccolto nella zona della Illiria e dall’Oriente, penetrò in Italia per vendicare la morte di Severo e punire i ribelli.
Ma Massimiano aveva adeguatamente preparato il territorio dell’Italia, sbarrando le strade all’esercito di Galerio e creando un sistema di fortificazioni particolarmente efficiente. Così Galerio, rendendosi conto che la situazione andava complicandosi, tentò riconciliarsi con Massimiano inviando due ambasciatori per trattare i termini della pace.
Galerio ricordò a Massimiano e a Massenzio che avrebbero ottenuto molto di più della sua generosità piuttosto che attraverso una campagna militare.
Le offerte di Galerio vennero però respinte con fermezza e la sua amicizia rifiutata: Galerio iniziò a rendersi conto che il pericolo di essere ucciso dalle truppe ora fedeli a Massimiano era reale, e che presto avrebbe potuto fare la fine di Severo.
Inoltre, Massenzio e Massimiano avevano avviato una campagna di corruzione delle legioni illiriche, che rappresentavano la base del potere di Galerio, e ci stavano riuscendo perfettamente. Quando Galerio decise di ritirarsi dall’Italia, riuscì a malapena ad impedire ai suoi veterani di abbandonarlo e di consegnarlo al nemico.
Scampato il pericolo, Galerio, nel 308 d.C, decise di richiamare l’imperatore in pensione Diocleziano e di convocare assieme a lui anche Massimiano: si organizzò così un incontro ufficiale a Carnuntum, sul fiume Danubio, con l’obiettivo di ristabilire i ruoli gerarchici nell’impero.
Galerio lasciò al generale Licinio, suo amico personale e compagno militare di lunga data, il controllo della difesa del Danubio, promettendogli che sarebbe diventato Augusto in Occidente con Costantino come suo Cesare. In Oriente Galerio sarebbe rimasto l’Augusto, assieme a Massimino come suo Cesare.
Infine, Massimiano si sarebbe dovuto ritirare a vita privata, mentre Massenzio fu dichiarato un semplice usurpatore.
Il piano di Galerio fallì immediatamente: non appena la notizia della promozione di Licinio giunse in Oriente, Massimino, che governava le province dell’Egitto della Siria, rifiutò la sua posizione di Cesare e pretese lo stesso titolo di Augusto.
Così, ben sei imperatori “Augusti” rivendicavano il diritto di amministrare l’impero romano.
Negli ultimi anni Galerio si rese conto che i contendenti erano troppi, e dovette mano a mano rinunciare alla sua aspirazione di essere il sovrano supremo dei territori romani, anche se più volte il suo parere era quello più influente fra tutti.
Trascorse il resto dei suoi anni fra i divertimenti ma ordinò anche la costruzione di alcune importanti opere pubbliche come lo scarico delle acque superflue del lago Pelso nel fiume Danubio, oltre all’abbattimento delle immense foreste circostanti.
Imperatore Galerio e la persecuzione contro i cristiani
Persecuzioni dei cristiani
Anche se le persecuzioni dei cristiani sono passate alla storia come volontà di Diocleziano, un più attento studio delle fonti dimostra che l’editto del 24 febbraio del 303 d.C, che diede il via ad una nuova serie di violenze, era piuttosto opera di Galerio.
L’imperatore era un fermo sostenitore delle antiche usanze e Dei pagani, e vedeva il cristianesimo come un pericolo.
Fu Infatti per netta insistenza di Galerio che vennero pubblicati gli ultimi editti di persecuzione, ovvero quelli che furono emanati il 24 febbraio del 303: questa politica di repressione durò per diversi anni, almeno fino all’editto di tolleranza di Nicomedia dell’aprile 311, che venne deciso dallo stesso Galerio durante la vecchiaia e probabilmente per via di una malattia.
Secondo il racconto delle fonti antiche, Galerio, ormai malato e prossimo alla morte, avrebbe chiesto ai cristiani di pregare per lui e di perdonarlo. Proprio in questa situazione sarebbe nata l’idea di concedere l’Editto di tolleranza. Dopo 6 giorni Galerio morì.
Dopo appena due anni, nel 313, Costantino e Licinio avrebbero legalizzato il cristianesimo nell’Impero, attraverso il famoso editto di Milano.
La morte di Galerio
Galerio morì alla fine del mese di aprile, o forse di maggio, del 311 d.C per una malattia raccapricciante, raccontataci sia da Eusebio che da Lattanzio, forse un cancro intestinale o una cancrena. Venne sepolto nel suo mausoleo a Gamzigrad, odierna Serbia, azione che fa pensare ad alcuni storici che quella fosse in realtà la sua città natale.
Nel sito archeologico sono stati ritrovati alcuni grumi che, ad una attenta analisi, risultano essere una cotta di ferro, probabilmente una Lorica Hamata. Potrebbe essere stata una armatura di maglia indossata dall’imperatore e bruciata durante il suo funerale.
Il sito dove venne sepolto Galerio è iscritto nella lista dei patrimoni mondiali dell’umanità dal giugno del 2007.
Proprio mentre le economie sembravano tornare alla normalità, una crisi energetica ha colpito la Gran Bretagna, il resto dell’Europa e gran parte del mondo.
Il gas naturale, l’obiettivo principale di questa crisi, è cruciale per la generazione di elettricità, la gestione delle fabbriche e il riscaldamento delle case. È anche visto da alcuni come un combustibile di transizione lontano dal carbone altamente inquinante.
I prezzi del gas naturale sono aumentati di circa sei volte, a livelli record. L’aumento significa che il prezzo all’ingrosso dell’elettricità ha raggiunto livelli stratosferici, facendo notizia in tutta Europa poiché i consumatori, colpiti dalla pandemia, sono ora colpiti da grandi aumenti nelle bollette domestiche e aziendali. Questi costi elevati stanno anche minando l’economia delle aziende che producono fertilizzanti, acciaio, vetro e altri materiali che richiedono molta elettricità.
La Gran Bretagna, il cui sistema energetico dipende fortemente dal gas, sta subendo alcuni dei colpi più duri, creando grossi grattacapi al governo del primo ministro Boris Johnson.
Johnson è già stato spinto a sovvenzionare una fabbrica di fertilizzanti ed è sotto pressione per fare di più per prevenire la chiusura delle fabbriche e la perdita di posti di lavoro. Ha anche utilizzato autisti militari nel tentativo di alleviare la carenza di benzina.
Il picco del prezzo del gas sta avendo anche reazioni geopolitiche. La Russia, il più grande fornitore di gas in Europa, è accusata di manipolare i prezzi. Gli Stati Uniti, a loro volta, hanno avvertito Mosca di non cercare di sfruttare la crisi del gas per i propri fini. Questo potrebbe aprire la strada a maggiori esportazioni di gas naturale liquefatto dalla trivellazione di scisto negli Stati Uniti.
Perché i prezzi del gas naturale sono aumentati così tanto?
La domanda di energia è aumentata mentre l’economia mondiale si è risvegliata dagli arresti causati dalla pandemia. L’improvviso bisogno di gas naturale ha colto di sorpresa il settore energetico e i prezzi sono aumentati. L’avvicinarsi dell’inverno, la stagione principale del consumo di gas, ha aumentato ulteriormente i prezzi, poiché i paesi in Asia, Europa e Nord America si sono superati a vicenda per assicurarsi di avere il carburante per stare al caldo.
La Cina, il più grande importatore di gas al mondo, sta acquistando gas per alimentare le centrali elettriche e ridurre le emissioni di carbonio. Gli acquisti aggressivi della Cina stanno sottraendo gas all’Europa in un momento in cui le consegne dalla Russia, un fornitore chiave, sono state deludenti.
I paesi europei normalmente fanno scorta di gas in estate, quando i prezzi sono relativamente bassi. Non quest’anno. I livelli di stoccaggio europei sono bassi, rendendo i mercati così nervosi che ci sono state alcune delle oscillazioni più selvagge dei prezzi del gas che i commercianti abbiano mai visto.
È tutta colpa della Russia?
No. Molti fattori hanno contribuito. Ma i mercati osservano molto da vicino il più grande fornitore per l’Europa e gli analisti affermano che i recenti segnali della Russia secondo cui manterrà una stretta presa sui flussi di gas verso l’Europa hanno svolto un ruolo importante nei recenti picchi di prezzo.
“Molti di questi sono stati innescati da cose che i russi hanno effettivamente fatto“, ha affermato Trevor Sikorski, capo del gas presso Energy Aspects, una società di ricerca.
Il presidente russo Vladimir V. Putin sta cercando di usare la crisi energetica per i propri fini. Ha affermato che la crisi del gas si allenterà non appena i governi europei avranno approvato il Nord Stream 2, il gasdotto politicamente teso che corre sott’acqua dalla Russia alla Germania. Una volta operativo, il gasdotto rafforzerà probabilmente la presa di Gazprom, la compagnia russa del gas, sui mercati europei.
D’altra parte, alcuni analisti dubitano che il problema si risolverà non appena Unione Europea e Germania firmeranno il nuovo gasdotto. La Russia sta probabilmente affrontando una crisi, secondo Henning Gloystein, direttore dell’Eurasia Group, una società di ricerca politica. Come parte di un accordo con l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio per rafforzare i mercati durante la pandemia, alle società russe è stato ordinato di ridurre la produzione di petrolio e, di conseguenza, anche la produzione di gas è stata ridotta ed è stata lenta a riprendersi.
Perché la Gran Bretagna è in così cattive condizioni?
La Gran Bretagna sta pagando un prezzo per una combinazione di successi e fallimenti. Il paese ha in larga misura eliminato il carbone per la produzione di energia e ha sviluppato capacità nell’energia rinnovabile, in particolare nell’eolico offshore. Queste mosse riducono le emissioni di gas serra e aiutano a frenare il riscaldamento globale.
Ma chiudere le centrali a carbone mentre le vecchie centrali nucleari del paese stanno gradualmente chiudendo ha reso la Gran Bretagna dipendente dal gas per circa il 40% dell’elettricità del paese, molto più di qualsiasi altro combustibile. (In Francia, al contrario, le centrali nucleari forniscono circa il 70 percento dell’elettricità.) Non ha aiutato che le brezze che fanno girare le turbine eoliche della Gran Bretagna, che generano in media circa il 20 percento della potenza del paese, siano state insolitamente deboli negli ultimi mesi.
“Quel successo nella politica climatica sta tornando a farsi sentire“, ha detto Gloystein.
La Gran Bretagna non è ancora abbastanza avanti nel suo passaggio all’energia pulita per sfuggire ai balzi dei prezzi mondiali del gas.
“In questo momento non abbiamo davvero abbastanza energie rinnovabili per dare il massimo“, ha affermato Martin Young, analista di potenza presso Investec, una società di titoli. “Di solito è il gas a stabilire il prezzo“. Le pesanti tasse britanniche sulle emissioni di carbonio si aggiungono anche ai costi dell’elettricità, ha affermato.
Un incendio che ha messo fuori uso un grosso cavo che portava energia elettrica dalla Francia ha aggiunto ai guai. E a differenza di altri paesi europei, la Gran Bretagna non ha investito in impianti di stoccaggio del gas, consentendo invece la chiusura di un importante impianto di questo tipo nel 2017.
I consumatori ottengono qualche sollievo?
L’aumento del prezzo all’ingrosso dell’elettricità viene trasferito ai proprietari di case, allungando i budget e costringendo i governi a intervenire. In Spagna, il governo di recente, in effetti, ha affermato che prenderà i profitti guadagnati sulla generazione di energia elettrica da eolico e solare per compensare i consumatori per i prezzi elevati del gas.
Circa 15 milioni di famiglie britanniche sono state recentemente colpite da aumenti dei prezzi dell’energia nell’ordine del 12% nell’ambito di un programma governativo per limitare i grandi rialzi dei tassi. Le tariffe limitate vengono riviste ogni sei mesi; la prossima revisione, ad aprile, è ampiamente prevista per portare a un salto più grande.
Un altro problema per i proprietari di case: molti fornitori di elettricità che offrivano ai clienti offerte a basso prezzo si sono trovati incapaci di rispettare i loro impegni ai prezzi correnti. Molte di queste società relativamente piccole sono crollate nelle ultime settimane e i conti dei loro stimati 1,7 milioni di clienti vengono venduti all’asta a società più forti. Nessuno perderà potere a causa di questi fallimenti aziendali, ma alla fine quei clienti pagheranno tariffe più elevate e le aziende che assumono i clienti saranno in grado di trasferire spese extra ai pagatori delle bollette.
La battaglia del Monte Gindaro è uno scontro che si tenne nel 38 a.C, tra il generale romano Publio Ventidio Basso e il generale dei Parti Pacoro, figlio del Re Orode. La battaglia rappresentò una vittoria decisiva per l’esercito romano, e costituì una sorta di vendetta per la sconfitta subita da Marco Licinio Crasso a Carre, contro il generale partico Surena.
L’antefatto della battaglia del Monte Gindaro
Dopo che l’esercito romano guidato dal generale Marco Licinio Crasso aveva subito una pesantissima sconfitta nella battaglia di Carre, nel 53 a.C, i Parti avevano compiuto una serie di incursioni nel profondo del territorio romano d’Oriente.
Per contrastare gli attacchi era intervenuto il generale Gaio Cassio Longino, un sopravvissuto della battaglia di Carre, che in qualità di proquestore fu in grado di organizzare una forza militare in grado di difendere i confini romani.
Ma poco più tardi, nel 40 a.C, i Parti ritornarono sul posto con una forza militare ancora più grande e soprattutto con l’aiuto del ribelle romano Quinto Labieno, che fece passare dalla propria parte diversi legionari di stanza sui confini orientali.
In quel periodo storico, una gran parte delle truppe romane schierate in Siria erano ex repubblicani che avevano combattuto al servizio di Bruto e Cassio contro Marco Antonio: molti di loro passarono spontaneamente sotto il comando del loro compagno repubblicano Quinto Labieno, indebolendo ulteriormente i contingenti romani che dovevano proteggere i territori ad Oriente.
Marco Antonio, resosi conto della gravità della situazione, affidò il comando militare ad uno dei suoi migliori generali, Publio Ventidio Basso. Basso fece tesoro degli errori che Crasso aveva compiuto contro i Parti, e dotò il suo esercito di una grande quantità di arcieri e di frombolieri per controbattere le micidiali frecce Partiche.
Basso si rese conto inoltre che tutte le battaglie dovevano essere portate su un terreno collinare, dove la cavalleria dei Parti avrebbe avuto maggiori difficoltà a manovrare rispetto alle ampie distese tipiche del loro territorio.
Ventidio Basso attaccò e sconfisse Quinto Labieno assieme al generale dei Parti, Franipato, in una zona dell’Asia Minore. Labieno tentò di travestirsi da schiavo e di fuggire, ma venne prontamente catturato dalle forze di Ventidio Basso e immediatamente giustiziato.
Così i Parti furono costretti a ritirarsi presso il passo di Amanus, dove incontrarono ancora una volta le forze di Basso. I romani ottennero una nuova vittoria e i Parti furono costretti a ritirarsi dalla provincia di Siria.
La battaglia del monte Gindaro: svolgimento
Dopo aver subito una pesante battuta d’arresto, i Parti organizzarono una nuova invasione, sempre nella provincia di Siria, nel 38 a.C, guidati dal generale Pacoro, il figlio del Re Orode.
Ventidio, che aveva bisogno di guadagnare tempo per riorganizzare le sue truppe, giocò d’astuzia: fece arrivare un finto disertore da Pacoro, in quale informò il generale che sarebbe stato prudente attraversare il fiume Eufrate in una determinata zona.
Pacoro nutrì forti sospetti nei confronti di messaggero così prodigo di informazioni, decise di non fidarsi e scelse di attraversare il fiume molto più a valle: questo era esattamente quello che Ventidio sperava che accadesse. La deviazione decisa da Pacoro diede il tempo a Ventidio di preparare ulteriormente le sue forze per lo scontro.
I Parti poterono guadare l’Eufrate senza alcun disturbo da parte dei romani e procedettero incolumi verso la città di Gindaro, nella zona della Cyrrhestica: i Parti maturarono l’idea che i romani erano codardi e che avevano paura di loro, dal momento che non avevano minimamente tentato di fermare il loro percorso.
Quando arrivarono nei pressi della città, i Parti trovarono le legioni romane disposte in ordine di battaglia sui pendii di una collina. Non sappiamo se si trattò di un ordine di Pacoro o della semplice iniziativa dei soldati, ma l’esercito dei Parti attaccò il nemico immediatamente, salendo sui pendii della collina e attaccando l’avversario in salita.
Basso diede quindi ordine ai legionari di contrattaccare direttamente gli arcieri a cavallo dei Parti: se fossero stati ingaggiati rapidamente, senza avere il tempo di sfrecciare i loro dardi, sarebbero stati neutralizzati. I legionari si comportarono perfettamente, e arrivarono rapidamente ad un corpo a corpo con gli arcieri a cavallo, che dopo una breve mischia, batterono in ritirata, scendendo precipitosamente dalla collina ed investendo i loro compagni provocando grande scompiglio.
I Legionari erano pronti ad attaccare anche la cavalleria pesante dei Parti, che solitamente era di stanza ai piedi della collina, ma Ventidio li richiamò, sostituendoli con i suoi frombolieri, con l’obiettivo di investire la cavalleria pesante avversaria con un grandissimo numero di proiettili e di frecce, mirando soprattutto alla guardia personale dello stesso Pacoro.
I soldati romani riuscirono a identificare Pacoro, grazie alla sua armatura pregiata e vistosa: il generale partico venne raggiunto e ucciso insieme alla sua guardia del corpo.
La cavalleria partica sopravvissuta tentò di sfuggire alla furia dei romani, alcuni riuscendoci a malapena, altri morendo sul campo di battaglia.
L’esercito di Ventidio aveva così ottenuto una vittoria completa, che aveva scongiurato ulteriori attacchi Partici sul territorio.
Ventidio fu in grado anche di prevedere che i Parti avrebbero tentato di fuggire per la via da cui erano venuti e così posizionò la sua fanteria e cavalleria nel luogo che i superstiti avrebbero utilizzato per superare l’Eufrate: così, altri Parti in fuga vennero sistematicamente intercettati e catturati.
Ventidio avrebbe potuto inseguire ulteriormente i Parti per tutto il deserto, ottenendo una vittoria ancora più grande, ma scelse di ritirarsi per non incorrere nell’invidia di Marco Antonio, il generale più potente di quel periodo.
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