martedì 23 Giugno 2026
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Battaglia Campi Catalaunici

La battaglia dei Campi Catalaunici fu uno degli scontri militari più decisivi nella storia, fra le forze dell’impero romano, guidate da Flavio Ezio, e Attila, il Re degli Unni. Il conflitto ebbe luogo del 451 d.C in Gallia, l’odierna Francia, nella zona di Champagne.

Non conosciamo l’esatta ubicazione della battaglia, ma gli studiosi concordano che il luogo potrebbe trovarsi tra qualche parte fra le città di Troy e Chalons Sur Marne, mentre la data più accreditata per lo svolgimento dello scontro è il 20 giugno del 451 d.C

Questa battaglia è estremamente significativa per una serie di ragioni: innanzitutto questo conflitto fermò l’invasione dell’Europa da parte degli Unni, preservando la sopravvivenza della cultura greco-romana .

Fu anche il primo grande scontro in cui le forze romane furono in grado di fermare l’orda degli Unni, fino a quel momento ritenuta del tutto invincibile.

Due anni dopo i Campi Catalaunici, Attila morì improvvisamente e i suoi figli iniziarono un’aspra contesa per assicurarsi la supremazia. Dopo solo 16 anni dalla morte di Attila, il vasto Impero che era aveva creato, era completamente scomparso.

La situazione dell’impero romano e la migrazione degli Unni

L’impero romano aveva lottato per mantenere la sua coesione fin dalla crisi del III secolo, un periodo segnato da dilaganti disordini sociali, dalla guerra civile e da movimenti separatisti che avevano portati i territori a dividersi in regioni distinte.

Campi Catalaunici Attila Re degli Unni

L’imperatore Diocleziano era riuscito a riunificare i territori romani, ma questi erano ormai talmente vasti e difficili da governare che si era resa necessaria una divisione amministrativa tra l’impero romano d’Occidente, con capitale Ravenna, e l’impero romano d’Oriente, che faceva capo a Bisanzio, in seguito Costantinopoli.

Tra il 305 e il 388 d.C queste due metà dell’impero riuscirono a mantenersi e conobbero un certo livello di benessere, annullato tragicamente dalla battaglia di Adrianopoli del 9 agosto del 378 d.C, dove i Goti, capeggiati da Fritigerno, sconfissero e distrussero le forze di Roma guidate dall’imperatore Valente.

Allo stesso tempo, nell’ultima parte del quarto secolo dopo Cristo, gli Unni erano stati cacciati dalle loro regioni per via della pressione dei Mongoli.

La loro migrazione iniziale prese ben presto la forma di una vera e propria forza di invasione, che distrusse tutti i territori e le popolazioni incontrate sul loro cammino.

In quel periodo storico l’esercito romano era composto in gran parte da non romani, da quando nel 212 d.C, l’imperatore Caracalla aveva concesso la cittadinanza universale a tutti i popoli liberi entro i confini dell’impero romano.

Gli Unni erano stati impiegati nell’esercito insieme ad altri barbari. Ma la coesistenza pacifica era stata messa in crisi da ulteriori invasioni.

L’ascesa di Attila a capo degli Unni

Attila ci viene descritto dallo vescovo goto Giordane, che ha redatto l’unico racconto antico sulla battaglia. Giordane dice di non amare gli Unni, ma ammette che Attila era un uomo “nato nel mondo per scuotere le nazioni”.

Era il flagello di tutte le terre, che terrorizzò tutta l’umanità. “Era altezzoso nel suo cammino, roteava gli occhi di qua e di là, e la forza del suo spirito orgoglioso appariva nel movimento del suo corpo. Era davvero un amante della guerra, ma indulgente con coloro che furono accolti sotto la sua protezione.

Era basso di statura, con un ampio petto, una grande testa, gli occhi piccoli e una barba sottile.

Attila fu sempre raffigurato come il sanguinario “Flagello di Dio”, ma Giordane e lo scrittore romano Prisco, lo mostrano invece come un acuto osservatore, un leader carismatico e un generale di eccezionale abilità.

Alla morte di suo zio, nel 433 d.C, Attila prese il comando. A Roma capirono immediatamente che la politica estera degli Unni aveva subito un radicale cambiamento. Se in un primo tempo Attila mediò con Roma e si impegnò militarmente contro i Parti sasanidi, contro cui perse, le cose cambiarono velocemente.

I romani, credendo che Attila avrebbe onorato il trattato di non belligeranza, avevano ritirato le loro truppe dalla regione del Danubio e le avevano inviate a combattere i Vandali, che minacciavano gli interessi romani in Africa e in Sicilia.

L’imperatore romano d’Oriente, Teodosio II, era così fiducioso che gli Unni avrebbero mantenuto i patti, che si rifiutò di ascoltare qualsiasi suggerimento dei suoi agenti segreti, che lo avvisavano del pericolo.

Ma quando Attila si rese conto che la regione era praticamente indifesa, lanciò un’offensiva sul Danubio nel 441 d.C, saccheggiando e distruggendo le città. L’attacco ebbe notevole successo in quanto completamente inaspettato.

Attila vedeva a questo punto Roma come un debole avversario e così, a partire dal 446 d.C, invase di nuovo la regione della Mesia, nell’area dei Balcani, distruggendo oltre 70 città, schiavizzando la popolazione e raccogliendo un enorme bottino, stipato nella sua roccaforte presso la città di Buda, nell’attuale, Ungheria.

Attila aveva ormai sconfitto le principali forze militari dell’Impero romano d’Oriente e poteva puntare sull’Occidente e sulla sua capitale.

La minaccia di Attila sull’Occidente

Nonostante la sua ferocia, Attila era un fine politico, che necessitava di una scusa legittima per invadere la parte occidentale dell’impero romano.

L’occasione si presentò nel 450 d.C, quando Onoria, sorella dell’imperatore romano d’Occidente Valentiniano, cercò uno stratagemma per sfuggire ad un matrimonio combinato con una senatore. Onoria pensò di inviare un messaggio ad Attila, insieme ad un anello di fidanzamento, chiedendo il suo aiuto.

Attila ebbe finalmente l’occasione che gli serviva per muoversi verso l’Italia.

Appena Valentiniano si accorse dell’iniziativa della sorella, mandò dei messaggeri ad Attila, con l’intento di chiarire il malinteso e spiegando che il gesto di Onoria consisteva in una iniziativa del tutto personale, completamente slegata dalla reale volontà di Roma.

Ma Attila aveva l’appiglio di cui necessitava: il Re degli Unni affermò che la proposta di matrimonio era da considerarsi legittima, che era stata accettata, e sarebbe venuto a reclamare la sua sposa.

In altre parole, Attila ebbe il pretesto legale per mobilitare l’esercito e iniziò la sua marcia verso Roma.

Il grande avversario di Attila, Flavio Ezio

Il generale romano Flavio Ezio si stava preparando per un’invasione su vasta scala fin da alcuni anni prima dell’evento. Il generale aveva vissuto tra gli Unni come ostaggio, durante la sua gioventù : parlava la loro lingua, comprendeva perfettamente la loro cultura e aveva impiegato molte volte gli Unni nel suo esercito.

Aveva stretto addirittura un rapporto personale e amichevole direttamente con Attila.

I suoi contemporanei lo descrivono “di media statura, e ben proporzionato. Non aveva infermità. La sua intelligenza era acuta, ed era sempre pieno di energia. Un superbo cavaliere, un buon tiratore con la freccia. Abile come soldato ed esperto nelle arti della pace, era magnanimo e nel suo comportamento non venne mai influenzato dal giudizio di consiglieri disonesti.”

Questa descrizione era ovviamente idealizzata, ma Ezio fu certamente la scelta più saggia per guidare una forza militare contro gli Unni, dal momento che conosceva alla perfezione le loro tattiche e il loro leader.

Il suo carisma personale e la sua reputazione come comandante gli permisero di radunare cinquantamila uomini.

Ma nonostante questo, il contingente era ancora troppo debole ed Ezio sapeva di avere bisogno di un alleato. Riuscì così, dimostrando notevoli abilità diplomatiche, ad ottenere l’appoggio di un suo ex avversario, Teodorico I, Re dei Visigoti.

Inoltre, Eziò fu in grado di radunare una fanteria mista, composta in gran parte da Alani, Borgognoni, Goti e altre tribù germaniche.

Secondo la maggior parte degli storici moderni, Ezio fu l’ultimo vero romano d’Occidente.

Ma questo “titolo” è in realtà conteso anche dall’imperatore Maggioriano, che regnò fra il 457 al 461 d.C. Maggioriano diede luogo ad una straordinaria campagna militare di riconquista dei territori perduti, promuovendo una serie di riforme della società.

Venne sconfitto solamente dall’improvvisa perdita della flotta navale con cui stava muovendo contro i Vandali e dal tradimento del compagno d’armi Ricimero.

Verso la battaglia dei Campi Catalaunici

Nel 451 d.C, Attila iniziò la sua conquista della Gallia, con un esercito di circa 200 mila uomini. Gli Unni presero possesso della Gallia belgica con poca resistenza.

La reputazione di Attila come forza invincibile, alla guida di un esercito che non concedeva alcuna pietà, gettò le popolazioni nel panico, portandole a fuggire il più rapidamente possibile con tutto ciò che erano in grado di trasportare.

A maggio, Attila raggiunse la città degli Alani di Orléans. Il Re degli Alani, Sangiban, intendeva arrendersi immediatamente, ma Ezio e Teodorico arrivarono sul posto, riuscirono a rompere l’assedio e a costringere Sangiban ad unirsi a loro.

Fu a questo punto che Attila, si ritirò, lasciando dietro di sé un contingente di 15000 guerrieri Gepidi come retroguardia per coprire la sua ritirata. Secondo Giordane questa forza andò completamente distrutta in un attacco notturno orchestrato da Ezio.

Il racconto del massacro dei Gepidi raccontato da Giordane è stato però contestato in diversi punti, in particolare sul numero di uomini che Attila avrebbe utilizzato per la retroguardia.

La battaglia dei Campi Catalaunici: disposizione e schieramento

Era arrivato il momento della battaglia: il generale Unno scelse di accamparsi in una zona vicino al fiume Marna, in un’ampia pianura, rivolto al nord. Attila posizionò le sue forze ostrogote alla sua sinistra e ciò che restava dei Gepidi alla sua destra, mentre i suoi guerrieri Unni avrebbero guadagnato il centro.

Ezio arrivò sul campo, quando Attila era già in posizione. Sistemò Teodorico e le sue forze di fronte agli Ostrogoti e agli Unni, Sangiban al centro e lui stesso prese la posizione più lontana, di fronte ai Gepidi.

Attila aveva scelto di attestarsi in una posizione nella parte inferiore del terreno di battaglia, molto probabilmente pensando di trascinare le forze romane verso il basso e sfruttare al meglio i suoi arcieri e la sua cavalleria.

Attila preferiva infatti non impegnare i suoi soldati in combattimenti ravvicinati e prolungati. Preferiva avvicinarsi al nemico usando le asperità del terreno per nascondere le truppe, finché queste non si trovavano a portata delle frecce.

Alchè, mentre alcuni arcieri tiravano verso l’alto per indurre i difensori ad alzare gli scudi, un’altra linea di attaccanti mirava direttamente alle gambe degli avversari. Dopo aver inflitto un numero sufficiente di vittime, gli Unni si avvicinavano per finire i sopravvissuti.

La cavalleria Unna faceva spesso uso di reti che gettavano sull’avversario, immobilizzandolo e uccidendolo. Il terreno potrebbe aver fornito proprio il tipo di coperture che sarebbe stato a vantaggio di Attila.

Secondo Giordane, Attila avrebbe aspettato fino all’ora nona (le nostre 14:30) per iniziare la battaglia, in modo che il suo esercito avrebbe avuto la possibilità di ritirarsi, qualora necessario, al riparo delle tenebre.

A ridosso dello scontro, sia agli Unni che ai romani apparve chiaro un elemento importante del paesaggio, ovvero una piccola collinetta che dominava la zona. Chiunque avesse conquistato quel modesto rialzo del terreno, avrebbe ottenuto una visuale privilegiata dell’intero campo di battaglia e un indubbio vantaggio tattico.

Gli Unni cercarono di conquistare la collinetta al centro del campo, ma furono respinti dai Visigoti guidati da Torismundo, figlio di Teodorico.

La battaglia dei Campi Catalaunici: lo scontro

Furono gli Unni a lanciare per primi il loro attacco. Sangiban e gli Alani combatterono al centro contro gli Unni, mentre i Visigoti affrontarono gli Ostrogoti respingendoli.

Teodorico fu ucciso in questo scontro, ma contrariamente alle aspettative degli Unni, questo non demoralizzò i Visigoti, ma li fece combattere più duramente. La battaglia divenne feroce, confusa, mostruosa.

Giordane afferma che secondo testimoni oculari e rapporti della battaglia di prima mano, un ruscello che scorreva attraverso il campo di battaglia fu interamente colorato dal sangue dei feriti.

Ezio e le sue forze furono in realtà trattenute dai Gepidi, ma i romani riuscirono a separare questi avversari dal resto del contingente di Attila. Una volta che gli Ostrogoti furono sconfitti dai Visigoti sul fianco sinistro, i Visigoti scesero sugli Unni al centro.

Incapace di utilizzare sia la cavalleria che i suoi arcieri, con il fianco sinistro in rovina e il fianco destro impegnato con Ezio, Attila riconobbe la sua posizione precaria e ordinò di ritirarsi nell’accampamento

I Gepidi si unirono alla ritirata e l’intera forza degli Unni si mosse all’indietro finché non furono ricacciati all’interno del loro campo. Una volta al sicuro, nel loro accampamento, gli Unni furono in grado di respingere gli aggressori.

La battaglia campale si concluse quella notte.

Riferiscono le fonti che vi era la più grande confusione fra i ranghi romani, mentre i soldati procedevano nell’oscurità senza sapere chi avesse vinto la battaglia o cosa avrebbero dovuto fare la mattina dopo.

Al mattino, con il sorgere del sole, la portata dello scontro divenne chiara. Entrambe le parti poterono assistere alla carneficina dei combattimenti del giorno precedente.

Gli Unni continuarono a tenere a bada gli avversari e tentarono alcuni attacchi di distrazione, senza mai muoversi realmente dal campo. Ezio e Torismundo riconobbero che gli Unni erano intimoriti e che le forze romane avrebbero potuto tenerli in scacco nel loro accampamento a tempo indefinito.

La resa di Attila, i calcoli di Ezio

Nonostante la situazione a suo vantaggio, Ezio si trovava in una posizione scomoda. I Visigoti di Teodorico si erano uniti alla sua causa solo perché ritenevano che gli Unni fossero una minaccia maggiore di Roma.

Se gli Unni fossero stati eliminati, non ci sarebbe stato più motivo di continuare l’alleanza, ed Ezio temeva che Torismundo e la sua forza militare preponderante avrebbero potuto rivoltarsi contro di lui e marciare verso Ravenna.

Pertanto, Ezio suggerì a Torismundo che le forze romane erano in grado di gestire il contingente residuo degli Unni e che il suo esercito poteva tornare a casa. Torismundo accettò la proposta e lasciò il campo.

Ezio, rimasto solo con una forza militare solo vagamente organizzata, raccolse gli uomini nuovamente sotto il suo comando e si ritirò dal campo di battaglia.

Attila, nonostante la mancanza di avversari, si ritirò dal luogo dello scontro e in breve tempo si allontanò da tutti gli altri territori romani.

La misteriosa ritirata di Attila

Per quale motivo Attila scelse di ritirarsi? la sconfitta dei Campi Catalaunici, nonostante avesse distrutto la sua aura di imbattibilità, non era stata schiacciante.

Non abbiamo risposte definitive.

Pssiamo ipotizzare che le condizioni a Ravenna fossero tali che Ezio poteva sentirsi al sicuro solo finché era indispensabile. E per rimanere tale era necessario che Attila non venisse annientato del tutto.

Probabilmente venne stipulato un accordo segreto tra lui ed Attila, che comunque, erano amici.

Il fatto che gli Unni non siano stati annientati porta addirittura alcuni studiosi a pensare che questa battaglia potrebbe trattarsi più verosimilmente di un pareggio, piuttosto che come una vittoria romana, come raccontato dalla tradizione.

E’ anche vero che la ritirata di Attila avvenne molto rapidamente, e non solo dal luogo dello scontro ma da tutti i territori che era riuscito a conquistare.

In questo senso, la tradizionale interpretazione della battaglia come una vittoria romana ha più senso.

Ezio e Attila. Morte di due grandi generali

Sia Ezio che Attila sarebbero morti entro pochi anni da quello scontro. Ezio venne ucciso dall’imperatore romano Valentiniano in un’improvvisa esplosione di rabbia nel 454 d.C. Le fonti riportano che “l’unica volta che Valentiniano estrasse una spada, lo fece per tagliare con la sua mano sinistra la mano destra”

A testimoniare che l’atto sconsiderato di Valentiniano aveva di fatto privato l’impero d’Occidente dell’unico grande generale in grado di difenderlo.

Il Re Attila, era morto invece l’anno prima, per lo scoppio di un vaso sanguigno dopo una notte di forti bevute. La sua immensa eredità passò in mano ai figli, che in meno di 20 anni, sgretolarono l’impero degli Unni attraverso incessanti quanto sterili combattimenti per il potere.

Articolo originale: The Battle of the Catalaunian Fields di Joshua J. Mark (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli

Il legionario romano. Noi lo amiamo. I contemporanei… no

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Il Legionario romano. Se facessi un sondaggio chiedendo quale figura romana è più affascinante in assoluto, credo che il legionario vincerebbe a mani basse.

Tutti vorrebbero indossare una lorica segmentata, il gladio appeso, lo scudo e sentirsi portatori della romanità.

Sui social si sprecano le manifestazioni di stima, di ammirazione nei confronti dei legionari romani. Noi le vediamo come un eroe, un portatore di civiltà, una figura “fighissima“.

Quello che incarna il potere di Roma, che inorgoglisce i presenti, fa sospirare le donne e rassicura i bambini.

E’ curiosissimo quanto la concezione dei romani nei confronti dei loro legionari fosse radicalmente diversa.

Il cittadino romano medio vedeva nel legionario una figura assolutamente fondamentale e utile alla sicurezza del territorio, ma dall’estrazione e dal valore sociale alquanto basso.

Nelle fonti romane i legionari vengono più volte denominati come “quelli che sudano“. Il sudore è il concetto immediatamente collegato a questa figura: e dunque persone di fatica, di sforzo, di basso rango.

Bassi operai militari” potremmo definirli.

E allo stesso tempo il cittadino romano teme la rivolta del legionario, ha paura che tutta quella forza bruta e capacità di uccidere possa trasformarlo in un ribelle.

Per questo nell’immaginario collettivo, il legionario doveva sottostare a regole molto rigide e ad un continuo allenamento sotto la supervisione dei centurioni.

Doveva essere talmente inquadrato e affaticato da servire Roma senza poter costituire un pericolo.

C’è poi un altro elemento importante: la “mobilità” del ruolo di legionario.

L’idea di un soldato romano fedele e perfetto, inquadrato in maniera definitiva e inamovibile come servitore della Res Publica non aderisce sempre alla realtà.

Soprattutto nel periodo delle guerre civili vi è una labile linea di demarcazione fra il legionario regolare, quello sulla via dell’ammutinamento, e quello che inizia ad esercitare violenza e sopraffazione sui cittadini, declassandosi a bandito, fuorilegge, quello che le fonti chiamano “latrones”.

Molto spesso decine di migliaia di legionari passeggiano su e giù per questo confine, specie nel primissimo periodo post riforma di Caio Mario, quando i soldati sono prevalentemente una massa di falliti nullatenenti che si arruolano per sopravvivenza.

Un ultimo esempio di questo lo troviamo nelle lapidi e nei monumenti funerari dei legionari. Raramente si trovano raffigurati in azioni di lotta e di violenza, nell’atto di sgozzare un nemico o trafiggere il generale avversario.

E’ invece comune l’uso di immagini simboliche, di legionari che portano ordine, che hanno obbedito agli ordini, che indossano la toga piuttosto che la lorica.

Vogliono essere ricordati da cittadini e da persone di valore, e non come rozzi esecutori di ordini militari. Segno che vi è la necessità, da parte loro, di rompere il luogo comune dominante e per loro sgradito, di uomini sudati e di bassa lega.

Notevole dunque, tornando all’inizio dell’osservazione, quanto spesso vi sia una abissale differenza fra la nostra “innamorata” visione delle figure romane del passato, e la considerazione più pragmatica e disillusa degli stessi romani di un tempo.

Se volete approfondire, non posso che consigliarvi un testo di cui sono innamorato: “L’uomo romano” di Andrea Giardina. Un libro piuttosto pesante e difficile da capire, ma che consente di comprendere fino alle radici alcuni aspetti fondamentali.

Nel capitolo dedicato al legionario, troverete l’approfondimento di quanto spiego in questo pezzo.

La battaglia di Carre

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Marco Licinio Crasso era a suo agio nel ruolo di potentissimo uomo d’affari nonché punto di equilibrio tra gli altri triumviri Caio Giulio Cesare e Gneo Pompeo Magno.

O almeno lo era fino a quando Cesare non iniziò a conquistare territori in Gallia, affacciandosi persino in Britannia : da quel momento il più vecchio dei triumviri iniziò ad essere offuscato dalla fama di Cesare (di cui era il più ingente creditore) e intraprese una spedizione più di carattere personale che strategico per Roma.

GUARDA LA BATTAGLIA DI CARRE IL VIDEO DEL BAR DI ROMA ANTICA

La morte del sovrano dei Parti, Fraate III, gli fornì il pretesto a causa delle lotte di successione tra i figli Orode e Mitridate. A spuntarla fu il primo e Crasso andò in soccorso del secondo. Ma c’è da scommetterci che a ruoli invertiti sarebbe stato lo stesso !

L’impero partico era il più ingombrante vicino per Roma : dalla Persia alla Media, passando per la Mesopotamia, gettava un’ombra, con la sua potenza, che poteva offuscare il governo di Roma nelle province locali confinanti con esso.

Così, a sessant’anni suonati, nella tarda primavera del 53 a.c. Crasso si avventurò per il deserto siriano allo scopo di sorprendere con una manovra audace, il comandante dei Parti Surena.

Una manovra alquanto improvvida quella di lasciare la sponda dell’Eufrate che gli avrebbe coperto un fianco, ma quello non fu l’ultimo degli errori del generale romano.

Plutarco narra che fu indotto a questo percorso da tre nobili parti che si presentarono a lui mutilati in modo orribile : privati delle mani, del naso, persino delle labbra. Affermarono di essere stati ridotti in quelle condizioni perchè avversari politici del nuovo sovrano. Furono loro a consigliare il percorso a Crasso facendogli intendere che il grosso dele truppe partiche non si aspettavano una simile manovra.

Inutile aggiungere che quella era una trappola e che i nobili Parti si erano fatti mutilare volontariamente.

Con l’idea di sferrare un colpo tanto devastante quanto inatteso agli avversari, Crasso si mise in viaggio nel deserto con i suoi 43.000 legionari.

Ad attenderlo c’era la cavalleria dei Parti composta da 9.000 uomini più un migliaio di catafratti.

A metà del percorso iniziarono ad essere tormentati dagli arcieri a cavallo. Surena sembrava non volere una battaglia campale e questo rafforzò in Crasso l’idea che i Parti fossero essenzialmente dei vigliacchi.

Il 9 giugno Surena accettò battaglia : a quel punto l’esercito romano era completamente sfiancato dal percorso e dalla calura.

Inizialmente i catafratti (cavalleria pesante diremmo oggi) non riuscirono a infliggere grosse perdite ai legionari, così iniziò una pioggia di frecce che li bersagliò incessantemente.

Ad un certo punto gli arcieri a cavallo si ritirarono e Publio, il figlio di Crasso, che comandava l’ala sinistra dell’esercito, fece una sortita al loro inseguimento.

Gli arcieri utilizzarono la stessa tattica degli Oriazi contro i Curiazi : si allontanarono attirando Publio lontano dalle schiere romane poi accerchiarono i romani e massacrarono tutti, compreso il figlio di Crasso.

Il generale e triumviro affranto per la disfatta, e per la morte del figlio, decise di ritirarsi presso la roccaforte di Carre (nell’odierna Harran, in Turchia) , lasciando i feriti in mano ai Parti.

Cosa accadde di loro si può facilmente immaginare.

Crasso aveva davanti a sé solo due opzioni : o restare nella roccaforte attendendo rinforzi o riparare in un luogo sicuro. Il suo prestigio personale dovette essere ai minimi in quel momento se Gaio Cassio ( il futuro cesaricida) lo contestò apertamente e andò con diecimila legionari dalla parte opposta scelta da Crasso.

Quest’ultimo tentò di riparare a nord, nella vicina Armenia, forse dietro suggerimento di un alleato infedele, di nome Andromaco.

Cassio invece ripassò il deserto siriaco più a sud.

Le truppe del triumviro furono intercettate da quelle di Surena presso la città di Orfa e lì, furono completamente annientate.

Gli unici romani a salvarsi furono quelli comandati da Cassio, l’unico in quella tragica campagna, a salvare l’onore romano.

Crasso fu catturato dai Parti che pare gli inflissero l’amputazione delle mani prima di versargli oro fuso in bocca, per punire la sua sete di ricchezze.

La sua morte (che per efferattezza, forse fu superata solo da quella che gli stessi parti inflissero all’imperatore Valeriano) sancì la fine del triumvirato, lasciando Cesare e Pompeo padroni della situazione politica e militare romana, creando i prodromi per la guerra civile che sarebbe scoppiata, inesorabilmente, pochi anni dopo.

Da questa tragica campagna militare, inoltre, nacque una leggenda avvalorata da Plinio il vecchio: pare che diecimila soldati romani, prigionieri dei Parti, siano stati adoperati come guarnigione di rinforzo partica nella regione Margiana, l’odierno Turkmenistan.

Da lì, una volta affrancati, sarebbero divenuti mercenari, stanziandosi definitivamente nella regione cinese di Liqian, avviando, di fatto, le prime relazioni dirette ed ufficiali tra Roma e la Cina.

Bruno Aliotta

Sara Marcozzi. Intervista: Covid, sanità e politica in Abruzzo

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Il nostro Paese sta vivendo una situazione sanitaria, politica, sociale ed economica molto complessa e in questa fase così delicata abbiamo intervistato Sara Marcozzi, attuale rappresentante del Movimento 5 Stelle al Consiglio regionale d’Abruzzo. Abbiamo toccato vari temi, tra cui il problema dei terremotati, l’Ospedale di Chieti e molti altre domande interessanti.

Nel 2019 da candidata Presidente per la Regione Abruzzo col M5s ha ottenuto un ottimo risultato: il 20%, qual è oggi l’andamento del consenso per il M5s in Abruzzo? Ritiene che le scelte di governo abbiano influito negativamente o positivamente?

“Dietro a quel 20% ci sono anni di lavoro e di abnegazione, senza mai tirarsi indietro. Ascolto e raccolgo con attenzione le istanze dei cittadini. La campagna elettorale non è stata facile, condotta in un periodo complesso per il M5S ma, a conti fatti, sì, abbiamo ottenuto un gran risultato. Non è un caso se l’Abruzzo è stata l’unica regione a confermare il voto della precedente tornata elettorale ed entrare in Consiglio regionale con un componente in più del gruppo rispetto alla precedente legislatura. Non ci siamo mai fermati, essere riusciti a ottenere una fiducia così elevata da parte dei cittadini non è solo motivo di orgoglio, ma anche una responsabilità che onoriamo quotidianamente, col massimo impegno.

È la dimostrazione che, anche a livello territoriale, si possono raggiungere traguardi e costruire percorsi a lungo termine, offrendo una visione chiara come abbiamo fatto noi con un programma di oltre cento pagine in cui spiegavamo, per filo e per segno, la nostra posizione su ogni argomento di competenza regionale. E grazie alla forza che ci ha dato il risultato delle urne siamo riusciti a portare il Movimento 5 Stelle anche all’interno degli organi decisionali della Regione Abruzzo per la prima volta nella storia, con la Vicepresidenza del Consiglio regionale affidata a Domenico Pettinari e la Presidenza della Commissione Vigilanza a Pietro Smargiassi.

Dobbiamo sempre lavorare attraverso un programma a lungo termine, andando oltre gli orientamenti del consenso immediato, che non è mai stato tanto volatile quanto adesso: vedo molti analisti fare le pulci ai numeri del Movimento 5 Stelle e ignorare del tutto il caso della Lega, che dall’agosto 2019 a oggi ha perso tra i 10 e i 15 punti percentuali. E li ha persi stando all’opposizione, un risultato unico! Io resto convinta che lavorando con serietà si possono portare a casa risultati importanti” ha dichiarato Sara Marcozzi.

Qual è la situazione attuale dei terremotati in Abruzzo? Cosa potrebbero fare Regione e Governo?

“Tanti sono ancora i ritardi nella ricostruzione. Regione e Governo dovrebbero avere un confronto istituzionale leale e stabile. Purtroppo vedo ancora oggi che da parte della Regione Abruzzo il focus sembra essere più l’attacco verso il Governo, che un atteggiamento serio e responsabile per mettere a sistema tutte le risorse arrivate all’Abruzzo. Un modo di fare che non è mai cambiato fin dall’inizio della legislatura.

Per quanto riguarda il lavoro delle Istituzioni, lo Stato ha sempre avuto un occhio di riguardo sul tema, basti pensare ai fondi previsti anche nell’ultima legge di bilancio che, per il cratere 2009, stanzia circa 110 milioni di euro. O la sensibilità dimostrata per la ricostruzione culturale e sociale dell’Aquila e delle terre del sisma. Si tratta di una tematica nevralgica per il futuro della nostra Regione e per i diritti dei cittadini abruzzesi che meritano risposte concrete. Mi auguro che in questo anno ci sia un dialogo proficuo e nella direzione giusta e che oltre a quello che si è già fatto si possa continuare a fare sempre di più” ha affermato l’esponente pentastellata in Consiglio Regionale d’Abruzzo.

Recentemente, ha rivendicato l’importanza degli incontri fisici sul territorio per fare una buona azione politica. Come si può fare ora in tempo di pandemia? Quale dovrebbe essere secondo lei il ruolo del web nella vita politica?

Sara Marcozzi Intervista

“Il Movimento 5 Stelle è il precursore dell’utilizzo di internet per coinvolgere e rendere protagonisti i cittadini nella vita politica del Paese. Io stessa ho iniziato così, avvicinandomi al Movimento ben prima che arrivasse in Parlamento, facendo l’attivista tra riunioni sul territorio e banchetti sia nella mia città, Chieti, che in tutta la Regione.

Da allora il mondo è cambiato, e la pandemia non ha fatto altro che accelerare i processi di digitalizzazione che stanno condizionando la nostra vita. Ma se, da un lato, siamo adesso costretti a utilizzare piattaforme online per evitare occasioni di contagio, dall’altro non dobbiamo perdere il contatto con la realtà, con il territorio che siamo chiamati a controllare. Io credo che la forza del Movimento vada calcolata non sul numero di iscritti a Rousseau, ma sulle sedi che apriamo sul territorio. Dobbiamo aumentarle.

Il ruolo che deve avere il web è determinante anche per dare all’utente gli strumenti per costruire un percorso virtuoso di formazione del libero pensiero. Ma questo non deve distrarci dal vero obiettivo di una forza politica, che è quello di risolvere i problemi della gente. E senza una presenza fisica è impossibile riuscire a farlo con efficacia” ha spiegato la candidata alla Presidenza della Regione Abruzzo del M5S.

Si sta occupando attivamente dell’Ospedale di Chieti. Come procede? Qual è la situazione sanitaria in Abruzzo? Ci sono state criticità nella somministrazione del vaccino?

“La pandemia – ha puntato il dito Sara Marcozzi – ha messo in mostra tutte le falle di un sistema già inefficace di per sé, mentre la Giunta Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia si è rivelata incapace di dare le risposte concrete che i cittadini abruzzesi meritano. Abbiamo visto errori e inefficienze che nemmeno la proverbiale propaganda del centrodestra è riuscita a mascherare. A partire da una rete Covid senza chiarezza né coerenza, cambiata più volte in corso d’opera, generando una confusione incredibile. Abbiamo avuto reparti diventati focolai, strutture teoricamente Covid-free in cui ci si contagiava.

Il personale sanitario è stato prima esaltato e ringraziato sui social, poi umiliato nel momento in cui non veniva loro riconosciuta la premialità per il lavoro inesauribile svolto, ma io voglio ringraziarli una volta di più, perché anche se sotto organico non hanno fatto mai mancare il proprio supporto ai pazienti. Non dimentico poi i pasticci sui tamponi. Vi porto un esempio semplice: la Asl 02 Lanciano-Vasto-Chieti non è mai stata in grado di fornirmi gli atti riguardo al tracciamento dei tamponi, dalla richiesta dei pazienti fino alla comunicazione dell’esito. Devo pensare che si sia navigato a vista nella battaglia contro il Covid, senza una strategia chiara o un’idea di qualche tipo.

Sui vaccini solito discorso: mentre la Giunta faceva propaganda dicendo di essere la prima regione d’Italia a consentire la richiesta di vaccinazione per il personale non sanitario, sia il sistema online a cui i cittadini potevano prenotarsi che l’assistenza telefonica sono andati in tilt per ore. Una grave improvvisazione ancora una volta fatta dal governo regionale”.

“L’ospedale di Chieti – ha continuato l’esponente 5 Stelle – poi è stato abbandonato in questi primi due anni di Giunta Marsilio, ed è solamente grazie alle nostre pressioni e denunce se è stato fermato il project financing, tutto a favore del privato, per la realizzazione del nuovo presidio. Un progetto che, tra sprechi e costi aggiuntivi, avrebbe potuto causare fino a un miliardo di euro di sperpero di denaro pubblico. Eravamo soli quando, diversi anni fa, abbiamo iniziato questa battaglia a colpi di conferenze stampa ed esposti ad ANAC e Corte dei Conti, e solamente in un secondo momento si sono accodati altri in colpevole ritardo.

Mi lascia sconfortata però dover constatare che, parallelamente al blocco del project, questo centrodestra non ha pensato a nulla per fare i necessari interventi alla struttura con soldi pubblici che, col Recovery Fund, aumenteranno ulteriormente. L’Ospedale ha bisogno di interventi di adeguamento sismico urgenti e di acquisto di strumentazioni adeguate. Pensate che adesso la Pet-Tac, un macchinario per i pazienti oncologici, si trova in un container all’esterno della struttura, e per il suo affitto paghiamo 500mila euro all’anno mentre un macchinario di ultima generazione costerebbe 2 milioni di euro! Sono sprechi che si accavallano, a cui nessuno mette rimedio, e che fanno male ai cittadini e alle casse della Regione Abruzzo”.

Da pochissimo è diventata mamma: congratulazioni! Cosa ritiene che andrebbe migliorato e potenziato nell’assistenza alle neomamme? Ci sono servizi appannaggio di pochi?

“Grazie. Questo è sicuramente il momento più felice della mia vita. La nascita di Elena – ha raccontato Sara Marcozzi – è stata una gioia immensa, impossibile da descrivere a parole. Ed è così che dovrebbe essere per tutte le donne che decidono di diventare madri. Purtroppo però, è innegabile, non viviamo in un Paese per mamme, o meglio, per mamme lavoratrici. Troppo spesso le donne sono messe davanti ad un aut aut morale tra carriera e maternità, e questo è assolutamente ingiusto e anacronistico. Le donne oggi sono ancora costrette a fare i conti con un mondo del lavoro che non le tutela, nel pre e post nascita.

E su questo c’è ancora tanto da fare. Ho raccolto tante denunce in questi anni di Consiglio regionale in cui alla gioia per la nascita di un figlio si accompagnava l’ansia per la perdita del lavoro o per la mancanza di strutture adeguate a cui affidare i bambini di età prescolare.
Tanto si potrebbe fare di più anche in tema di assistenza sanitaria, sto lavorando a implementare le prestazioni offerte dalle ASL, in particolare quelle diagnostiche preventive e poco invasive come il test del DNA fetale nel sangue materno. Un test non invasivo che potrebbe sostituire l’amniocentesi ma che è ancora destinato pochi privilegiati, perché molto costoso.


Bisogna guardare al futuro con la consapevolezza che possono essere prese decisioni per dare un sostegno alle neomamme e alle famiglie: penso allo stanziamento di fondi per un bonus babysitter regionale, che sia funzionale e che consenta ai genitori di poter lavorare liberamente. Adeguare anche per i padri gli orari e i permessi per stare accanto ai figli. Ma penso anche a un sostegno che la Regione Abruzzo deve offrire ai comuni per gli asili nido. Troppo pochi e non accessibili a tutti. Ci sono molti punti su cui si può intervenire, e mi auguro di poter aprire un dialogo costruttivo con la maggioranza. Almeno su questa tematica spero che non nascano divisioni”.

Un commento sull’attuale situazione politica di governo. Cosa auspica che succeda? Il M5s che ruolo dovrebbe avere secondo lei?

“Il MoVimento 5 Stelle deve svolgere un ruolo determinante al tavolo delle trattative. Siamo il partito di maggioranza relativa, un elettore su tre, nel 2018, ci ha scelto per governare il Paese per cinque anni e nessuno può permettersi di ignorare questo fatto. Il mio augurio è che la crisi si risolva il prima possibile. Demolition Man Renzi (come lo hanno ribattezzato alcune testate estere), tra una conferenza all’estero e l’altra, ha trovato il modo di far saltare il banco senza essere in grado di far capire agli italiani per quale motivo lo abbia fatto.

Mentre ci fa lo “spiegone” sulla funzione delle Istituzioni, fa dimettere Ministri e Sottosegretari in conferenza stampa, prendendo le consultazioni col Capo dello Stato come fossero un’occasione per un comizio di mezzora. Un comportamento irresponsabile, nei modi e nei fatti, che ha paralizzato il Governo in un momento decisivo per affrontare la pandemia. Il tutto nonostante l’Italia, al netto di qualche inevitabile errore, si sia dimostrata all’altezza del difficilissimo compito da svolgere.

Mi sembra evidente che la gestione dell’emergenza fosse solo una scusa per far saltare il banco, un’idea che immagino Renzi avesse in mente fin dalla nascita del Conte II. Adesso non possiamo che fidarci del lavoro delle delegazioni e del Presidente della Repubblica. Io mi auguro che, prima della nuova nomina dei Ministri, sia firmato un contratto di governo, sul modello del Conte I, che dica con chiarezza gli obiettivi che il nuovo esecutivo deve porsi, responsabilizzando tutti i partiti di maggioranza. Il Movimento non è mai venuto meno ai propri doveri, mettendoci la faccia nel bene e nel male. Adesso è il momento che anche gli altri facciano lo stesso, con la firma in calce” ha commentato Marcozzi.

Immagini di mandare un telegramma al Presidente della Regione Abruzzo Marco Marsilio cosa gli direbbe?

“Visto che tutte le strade portano a Roma
Stop
Ne scelga una e ci torni.
Stop”.

Avv. Luigi Cocchi, Pres. Ordine Avvocati di Genova: “L’urgenza? Semplificare le procedure”

Il mondo della giurisprudenza è stato investito dall’emergenza del Covid, che ha amplificato dei grandi problemi strutturali del sistema giustizia italiano. Con il Presidente dell’Ordine degli avvocati di Genova, Avv. Luigi Cocchi, cerchiamo di capire quale è la situazione dei processi nel nostro paese e come dovremmo cercare di superare questo periodo di incertezza.

La giustizia italiana è talmente lenta che quando si vuole prendere in giro qualcuno e rinviare un problema a mai più si dice: “Mi faccia causa!”. Il Covid, ha ulteriormente peggiorato questa situazione.

Nel discorso di inaugurazione dello scorso anno giudiziario, partendo dalla relazione che era stata da poco pubblicata, insieme al disegno di legge delega per la riforma del Codice di Procedura Civile, avevo tratto tutta una serie di indicatori dei tempi della Giustizia, sia civile che penale, in Italia.

Sono dei numeri veramente molto preoccupanti: come sappiamo in Italia, il sistema giustizia ha una cronica difficoltà su due versanti macroscopici: uno è la lunghezza delle controversie, che ovviamente è già un segno di inefficienza, e la seconda è  la difficoltà di applicare gli effetti  che derivano da una sentenza, anche sul piano puramente esecutivo.

Il sistema di giustizia italiano è ritenuto nel mondo, e anche degli investitori stranieri, un sistema poco efficiente. E questa è una delle ragioni per cui gli investitori stranieri tendono a non investire in Italia, dichiaratamente.

Questa situazione, che già era tale nel dicembre del 2019, è stata stravolta dal Covid, perché evidentemente l’impossibilità di prestare un’attività ordinaria e fisiologica ha portato ad accumulare ritardi su ritardi.

La nostra attenzione in tutto questo periodo si è concentrata nel confronto con i capi degli uffici giudiziari, per esperire al massimo le attività, nell’interesse dell’utenza, degli avvocati e del sistema giustizia. Ovviamente nei limiti in cui ciò era possibile.

Come avete lavorato durante il lockdown e come avete collaborato fra di voi per mandare avanti i processi?

Il rapporto con i capi degli uffici giudiziari a Genova è un rapporto molto molto buono: abbiamo sempre trovato soluzioni per rendere effettivamente possibile il massimo delle attività, ma ai limiti oggettivi, si è venuto ad innestare il problema nel lockdown.

E’ stata accertata una inidoneità delle aule del Palazzo di Giustizia, e dunque non è stato possibile consentire l’attività di udienza. Sono state ricercate delle soluzioni alternative, ma tra la ricerca, la messa a punto dei metodi e dei tempi, questo è stato un periodo di grande difficoltà.

Ancora oggi siamo in grande difficoltà, nonostante gli accordi raggiunti e gli strumenti che abbiamo utilizzato. Abbiamo persino messo a punto un sistema per monitorare l’attività di udienza, in modo che gli avvocati potessero seguire i processi:  abbiamo fatto veramente di tutto.

Il problema di fondo è che nel nostro paese, basta guardare il bilancio dello Stato, l’investimento nel sistema giustizia è un vestimento inferiore a quello che consentirebbe un servizio attento e tempestivo.

Si dice che il ricorso in appello sia utilizzato molto spesso per fini dilatori. Ma molti non vogliono toccare questo diritto fondamentale nel nostro ordinamento. Come si può risolvere la situazione?

Io penso che il problema sia quello strutturale, di adeguare le norme processuali alla realtà attuale e agli strumenti di cui disponiamo, ma in maniera fisiologica. Io non sono mai stato un grande sostenitore dei riti speciali, perché il rito speciale è la confessione della poca funzionalità del rito ordinario. Quindi serve una riforma vera del sistema giudiziario, in cui vengano snelliti i procedimenti, vengano contingentati i tempi e ci sia quindi una efficienza della macchina nel complesso.

Il problema degli appelli, come i problemi dei ricorsi per cassazione, è un problema limitato. In Cassazione questo problema è stato molto contrastato, attraverso tutta una serie di filtri che sono stati posti sull’ammissibilità dei ricorsi, e filtri di questo genere si potrebbero applicare anche al secondo grado.

Però il punto è che se la giustizia funziona il numero degli appelli alla fine non attanaglia il sistema. Poi esistono sempre degli strumenti processuali che sono in grado di contrastare questo fenomeno, come la responsabilità aggravata per esercizio abusivo del diritto.

Il vecchio tema della seperazione della carriere fra giudice e pubblico ministero, di berlusconiana memoria, a che punto è?

Mi sembra che non ci siamo praticamente mossi. Ma secondo me non è un tema fondamentale:  il problema è che coloro che svolgono la loro attività nel sistema di giustizia, dovrebbero concentrare le loro forze per ottenere dall’esterno le riforme che sono necessarie, più che fare discussioni di questo genere, che sono importanti ma non decisive.

Il problema della separazione delle funzioni  è un problema rilevante,  ma non è che si debbano fare delle battaglie di religione su queste cose. Le battaglie di religione si devono fare nei confronti di chi come legislatore deve accelerare la giustizia e renderla più giusta.

La magistratura è politicizzata?

Il problema va affrontato secondo me in altri termini,  perché quando si parla in termini generali della politicizzazione della Giustizia, non si tiene conto di centinaia di giudici che fanno bene il proprio lavoro e di cui nessuno conosce il nome.

Certo che un certo tipo di “carrierismo” legato a questo problema esiste, questi tipi di fenomeni ci possono essere, però ripeto non vanno dimenticate le centinaia di giudici che tutti i giorni sono sulla loro poltrona, sono bravi, sono intelligenti e fanno per bene il loro dovere.

Quale è il sistema giuridico più efficiente nel mondo che dovrebbe essere preso a modello anche da noi?

Parliamo di sistemi totalmente diversi, così totalmente diversi che è difficile confrontarli. Gli americani e gli inglesi hanno un tipo di giustizia totalmente diversa dalla nostra.

La nostra è una giustizia più formale, più rituale, che ha un altro sistema di individuazione dei giudici, delle norme, della procedura. Viviamo in una società che ha regole diverse.

Io dico sempre che non è importante andare a vedere quali sono le “perfezioni” normative. Secondo me in questo momento bisogna dare efficienza al sistema, bisogna che il sistema sia efficiente per rispondere alle necessità dei cittadini che chiedono giustizia. Efficienza significa anche celerità, perchè per me il processo giusto è il processo veloce.

Facciamo il classico gioco della bacchetta magica, la prima cosa da risolvere?

Noi oggi abbiamo tutta una serie di misure e soluzioni tecnologiche e informatiche che potrebbero aiutare, ma i nostri codici non le contemplano. Abbiamo avuto tutta una serie di norme eccezionali per il Covid, ma anche queste non sono calate in un quadro normale, dove la norma del processo va avanti e la misura strumentale la segue di pari passo.

Improvvisamente abbiamo scoperto l’informatica per la giustizia,  abbiamo pensato di portarlo avanti, ma non ci sono le norme processuali che ci stanno dietro. Qui ci vuole una riforma dei codici di procedura, molto semplificatoria, la semplificazione del processo è un elemento fondamentale.

Poi io sono anziano e ho imparato che ogni volta che vedo nella norma la parola “semplificazione”, sono sicuro di trovarci molte complicazioni.

Come si sceglie un buon avvocato?

E’ entrato in vigore in questi giorni il decreto sulla specializzazione degli avvocati, quindi ci sarà tutto un sistema, anche per gli avvocati, per individuare gli specialisti in base a determinati tipi di criteri, che sono criteri sia di studio che di prassi, molto selettivo. E gli avvocati specialisti hanno un obbligo di formazione continua, molto molto severo.

Questo per esempio consentirà di avere avvocati specializzati in determinate materie e questo certamente sarà un aiuto alla scelta.

Cosa chiederebbe con urgenza al Ministero della Giustizia?

Intanto l’adeguamento la copertura dei posti dei giudici e soprattutto della segreteria, che sono scoperti da molto tempo e minano la funzionalità. Secondo, che nel fare queste riforme del Codice di Procedura, che ormai  sono indifferibili, ci si avvalga anche un po’ dell’esperienza degli avvocati che tutti i giorni sono in prima linea, e che qualche suggerimento possono dare.

Se dobbiamo fare una previsione da qui a 3 anni  come potrebbe evolvere la situazione dell’Ordine degli avvocati?

 Abbiamo dei nostri cavalli di battaglia, perchè riteniamo che gli ordini abbiano ancora la loro funzione. Io per esempio stavo per riuscire a costituire la scuola dell’avvocatura, per avere una casa di comune confronto dal punto di vista scientifico-didattico nei confronti dei tirocinanti, degli avvocati che devono fare formazione continua, degli specialisti.

Dobbiamo pensare che in Italia siamo 250.000 avvocati. Lei pensi che in Francia sono 25mila. La nostra proiezione, non è quella di regredire nel numero.

Lei mi ha chiesto come si fa a scegliere l’avvocato, io le chiedo come si fa a “qualificare” un avvocato? Noi dobbiamo lavorare per creare degli avvocati di qualità, che sappiano rispondere alle esigenze del pubblico e del cittadino. Chiunque va da un avvocato deve sapere che l’avvocato è in gradodi fare.

E dal punto di vista tecnico il professionista che vive la sua professione deve poterlo fare con libertà.

Il cittadino ha ancora dei motivi per fidarsi della giustizia?

La giustizia è un servizio ineliminabile. Diciamo che semmai avrei qualche motivo per diffidare della Giustizia. Secondo me bisogna far vedere al cittadino che la giustizia è efficiente, perchè abbiamo bisogno di efficienza, di accorciare i tempi, di avere più giudici preparati che riescano a dare sfogo alle esigenze di giustizia in tempi ragionevoli.

Ad esempio, oggi il giudice amministrativo, per una serie di ragioni che non stiamo a dettagliare, ha oggi una risposta più rapida rispetto ad altri settori della Giustizia. Questo è un fatto positivo, che va allargato ad altri aspetti.

La battaglia di Idistaviso. Germanico vendicatore di Teutoburgo

La battaglia di Idistaviso rappresentò la vendetta di Roma dopo l’imboscata di Teutoburgo, uno schiaffo morale devastante per l’esercito romano: uno scontro nel quale subì la perdita di ben tre legioni.

L’importanza di vendicare Teutoburgo

A prescindere dalla perdita di per sé stessa è importante comprendere una cosa: dopo Teutoburgo Roma non poteva permettere che le tribù germaniche creassero una coalizione per invadere l’Impero né che i Galli potessero, galvanizzati dalla notizia, meditare di ribellarsi. I romani si trovarono quindi con la necessità di tenere le province sempre sotto controllo.

Allo stesso tempo si riteneva necessario vendicare l’onore dell’esercito Romano e stabilire sul Reno sul un confine sicuro per tutta la popolazione e per tutti i cittadini. Per questi motivi venne incaricato Germanico, un giovane e valente generale, di compiere una campagna di vendetta contro lo smacco e contro l’imboscata di Teutoburgo.

Germanico ovviamente non si comportò come il suo predecessore ma in maniera molto più organizzata: l’esercito romano venne guidato con intelligenza, rimase sempre in assetto da guerra e venne diviso in più colonne in modo da non essere totalmente vulnerabile in caso d’imboscata.

Germanico poteva inoltre contare sull’aiuto di Cecina, militare con 40 anni di carriera alle spalle.

Dopo i primi anni e dopo le prime vittorie, Germanico organizzò una spedizione con delle navi e passando per il fiume Veser decise di combattere direttamente con Arminio, dando vita a quella che può essere definita una vera propria resa dei conti.

La battaglia di Idistaviso e l’intelligenza di Germanico

Nella battaglia di Idistaviso ebbe un ruolo basilare il fiume stesso. I Germani andarono in avanscoperta dei posizionandosi davanti al fiume alla vista dei Romani per impedirgli di attraversare e ovviamente di dispiegarsi con tranquillità.

Germanico, che si trovava dall’altro lato del fiume decise di utilizzare una tattica abbastanza semplice: divise la sua cavalleria in due colonne, in modo da dividere il rischio di essere colpito, rendendo impossibile agli avversari di colpire la cavalleria in un punto unico.

Questa avanscoperta ovviamente costrinse i Germani a dividere le loro forze e a lasciare dietro il resto dell’esercito. La battaglia iniziò nel momento in cui il Vicario Valdo dei Batavi, alleato dei romani, decise di lanciarsi all’inseguimento dei cherusci: una mossa poco furba che si risolse con una intelligente imboscata da parte dei Germani e l’invio della cavalleria di Stertinio ed Emilio in soccorso.

Situazione opposta ebbe invece luogo con le avanguardie romane, che riuscirono con facilità a scacciare l’esercito delle tribù e a costruire il proprio accampamento di fronte alla piana di Idistaviso.

Germanico, tra l’altro, mostrò in questo caso di saper utilizzare in modo corretto il proprio servizio di “intelligence”: grazie a un disertore venne infatti a sapere che i germani erano intenzionati ad attaccare il campo di notte.

Decise quindi di posizionare i propri soldati in assetto da guerra lungo le palizzate: al momento dell’attacco i nemici si resero immediatamente conto che l’effetto sorpresa era sfumato e decisero di ritirarsi per combattere la battaglia l’indomani.

Nella zona dove si svolse la resa dei conti finale ebbe un ruolo importante anche la disposizione degli eserciti: i Germani schierarono una prima linea di arcieri frombolieri pronti ad attaccare con la tecnica della schermaglia e quindi con i dardi da una parte, mentre dall’altra vi erano Arminio e i cherusci che, sempre sfruttando il discorso dell’imboscata e quindi della protezione offerta dalla vegetazione, erano intenzionati sbucare nel momento più opportuno.

Ancora una volta è importante ricordare che in questo caso il loro nemico era Germanico, un generale veramente talentuoso che dispose l’esercito in maniera veramente intelligente.

In prima fila posizionò gli ausiliari, abili con le frecce ma anche con i combattimenti terrestri: subito dietro a controbilanciare posizionò una fila di arcieri appiedati seguiti dalle legioni. La cavalleria, che di norma veniva posizionata sui lati, venne invece schierata dietro ai legionari a formare una specie di “sandwich” che consentì alle truppe romane di essere più protette ma allo stesso tempo di avere facilità e velocità di spostamento.

Germanico invece si posizionò al centro in mezzo alle sue coorti pretoriane poste alla sua destra e alla sinistra con delle coorti alleate di arcieri a cavallo e frombolieri che posizionati anche qui all’indietro dimostrarono che Germanico prevedeva ed era attento a un eventuale attacco alle spalle.

Ecco quindi che nel momento in cui i Germanici e Arminio e i cherusci attaccarono, la cavalleria di Emilio e la cavalleria di Stertinio furono in grado di eseguire con velocità una semplice conversione e attaccando il nemico su più lati riuscirono a farlo battere in ritirata.

Battaglia del Vallo Agrivariano

La battaglia però non era ancora finita: dopo la prima sconfitta nella piana di Idistaviso Arminio si riorganizzò arruolando tutti i soldati possibili per combattere e attaccare per la seconda volta i romani tentando un’imboscata ai danni di Germanico. Questa seconda parte degli scontri è conosciuta come la battaglia del Vallo Angrivariano. I soldati romani uscirono dalla Piana.

Arminio voleva stringere Germanico in una morsa e organizzare una imboscata terribile: Germanico, venuto a conoscenza del piano, si dispose in modo davvero innovativo ed efficace.  Piazzò al centro tutta la sua cavalleria che essendo la parte più mobile e ovviamente in grado di reagire più velocemente aveva in questo modo ampio spazio di manovra e partì all’assedio del vallo dietro il quale i nemici erano impegnati a lanciare oggetti di qualsiasi tipo per contrastare i romani.

Una terza parte del suo esercito doveva invece muoversi attraverso le foreste per sopraggiungere e combattere il corpo centrale degli avversari.

Il vero fulcro della battaglia però divenne ben presto il vallo, che ben costruito, rischiava di mietere moltissime vittime tra i romani. Nonostante lo svantaggio, Germanico riuscì a rimanere freddo e lucido fino a sfondare il vallo con grande dispiego di forze. La conformazione territoriale decise per i due generali la modalità di lotta: i Germani per via delle paludi e i Romani per via del fiume non ebbero altra scelta che fronteggiarsi frontalmente fino alla vittoria di uno dei due.

Fu Roma ad avere la meglio grazie alla sua organizzazione professionale, portando Germanico a vincere così la battaglia di Idistaviso assicurandosi un confine naturale che resisterà per 400 anni. Quel che è importante comprendere per ciò che concerne Roma e la Germania è che pur non assoggettandola o averne bisogno, i romani saranno in grado di sfruttarla per ogni loro necessità, in ogni momento.

Le dodici tavole. Le fondamenta del Diritto romano

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La XII tavole erano una serie di leggi che stavano alla base del diritto romano. Esposte nel foro, le dodici tavole enunciavano con precisione diritti e doveri del cittadino Romano.

La loro formulazione fu il risultato di una ribellione da parte della classe plebea, che fino a quel momento era stata sistematicamente esclusa dai maggiori benefici della repubblica romana. Le leggi precedentemente non erano scritte ed erano interpretate esclusivamente da sacerdoti delle classi superiori, i pontefici.

Le dodici tavole sono invece una testimonianza scritta e un codice, sebbene gli studiosi moderni considerino questo solamente come una bozza di legislazione. Le tabelle contengono alcune sequenze di diritti e procedure private da seguirsi nei più comuni casi di contesa.

Dodici Tavole

La formulazione delle Dodici Tavole

Secondo i romani, le dodici tavole della società romana sarebbero nate come risultato della lunga lotta sociale tra patrizi e plebei.

Dopo l’espulsione dell’ultimo re di Roma, Tarquinio Superbo , la Repubblica era governata da una gerarchia di magistrati. Inizialmente, solo i patrizi potevano diventare magistrati e questo limite era fonte di malcontento per i plebei.

I plebei avviarono dunque nel 494 a.C una ribellione nota come “Secessione dell’Aventino”. La tradizione sosteneva che una delle più importanti concessioni ottenute in questa lotta di classe fu l’istituzione delle Dodici Tavole , che stabilivano i diritti fondamentali per tutti i cittadini romani.

Intorno al 450 a.C, vennero designati dieci uomini, o decemviri, per redigere le prime dieci tabelle. Secondo Livio, i romani inviarono un’ambasciata in Grecia per studiare il sistema legislativo di Atene , noto come Costituzione di Solone, che ebbe un ruolo di modello per la creazione delle leggi.

Il contenuto delle dodici tavole

Le Dodici Tavole sono spesso citate come fondamento del diritto romano antico. Le Dodici Tavole fornirono una prima definizione di alcuni concetti chiave come giustizia , uguaglianza e punizione. Queste antiche leggi fornivano protezione sociale e diritti civili sia ai patrizi che ai plebei.

Sebbene le leggi presentassero gravi mancanze che richiesero al più presto una riforma, le Dodici Tavole allentarono la tensione civile e la violenza tra plebei e patrizi.

Anche le Dodici Tavole hanno fortemente influenzato e sono citate nei successivi testi di leggi romane, in particolare nel Digesto di Giustiniano I.

Le Dodici Tavole non esistono più: sebbene siano rimaste una fonte importante per tutta la Repubblica, divennero gradualmente obsolete, mantenendo alla fine solo un interesse storico.

Le tavolette originali potrebbero essere state distrutte quando i Galli di Brenno bruciarono Roma nel 387 aC.

Quello che abbiamo oggi sono brevi estratti e citazioni di queste leggi realizzate da altri autori. Sono scritti in un latino arcaico: non è possibile determinare se i frammenti citati conservino accuratamente la forma originale. Alcuni studiosi sostengono che il testo sia stato scritto in forma semplificata di modo che i plebei potessero memorizzare più facilmente le leggi, poiché l’alfabetizzazione del periodo arcaico romano era estremamente bassa.

Come la maggior parte degli altri primi codici di diritto, erano in gran parte procedurali , combinando sanzioni severe con forme procedurali altrettanto rigorose.

Il secondo Triumvirato di Antonio, Ottaviano e Lepido

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Il secondo triumvirato fu un’alleanza politica e istituzionale tra le tre figure più potenti della fine della repubblica romana: Marco Antonio, Lepido e Ottaviano.

Dopo l’assassinio di Giulio Cesare e la conseguente guerra civile che scoppiò violentemente, queste tre personalità politiche vennero incaricate di stabilizzare la repubblica romana, sconfiggere Bruto e Cassio, ispiratori della congiura contro Cesare che si stavano riorganizzando militarmente in Oriente, e riportare il funzionamento dello Stato romano ad un livello accettabile.

Eccetto Lepido, una figura di garanzia dal ruolo marginale, la collaborazione fra Ottaviano e Marco Antonio ebbe breve durata e culminò nella battaglia di Azio, che vide la sconfitta di Marco Antonio e la definitiva assegnazione del potere in favore di Ottaviano.

La morte di Giulio Cesare

Alle idi di marzo del 44 avanti Cristo, il dittatore a vita Giulio Cesare venne ucciso da una congiura. Il potere assoluto di Cesare aveva cominciato a suscitare paura in gran parte dell’aristocrazia romana e le sue riforme stavano colpendo una vasta serie di interessi economici e politici nella fazione degli ottimati.

Persino alcuni stretti amici di Cesare divennero congiurati contro di lui. Dopo la sua morte, la repubblica romana precipitò nel caos e, dopo un primo tentativo da parte di Marco Antonio di conciliare delle posizioni troppo lontane, i possibili successori di Cesare erano due.

Lo stesso Marco Antonio, il braccio destro di Cesare, e Gaio Ottaviano, un giovane rampollo della famiglia di Cesare, che egli aveva nominato a sorpresa suo successore nel testamento depositato poco tempo prima della morte, presso il tempio delle Vergini Vestali.

Marco Antonio e Ottaviano avevano tutte le ragioni per diffidare uno dell’altro. Nonostante i primi tentativi di collaborazione, Marco Antonio si era creato una forza militare personale, bloccando, in qualità di console, l’accesso di Ottaviano ai soldi del suo patrigno.

Queste tensioni sfociarono in una nuova fase di guerre civili, che videro Marco Antonio fronteggiare le truppe dei consoli Irzio e Pansa, alleati di Ottaviano.

I combattimenti si risolsero con un nulla di fatto. Se da un lato Marco Antonio era stato formalmente sconfitto, era riuscito a fuggire e a riorganizzarsi in Spagna con nuovi legionari a lui fedeli, rimanendo una pedina fondamentale nello scacchiere politico del suo tempo.

Nonostante la sua giovane età, il diciannovenne Ottaviano aveva il sostegno di una parte significativa dell’esercito, specialmente dei legionari che erano stati fedeli a Cesare. Nel 43 a.C, mentre stazionava fuori Roma con il suo esercito, Ottaviano chiese al Senato di concedergli l’autorità politica di cui aveva bisogno, cioè un consolato.

Ottaviano era molto al di sotto dell’età minima richiesta di 33 anni ma quando i soldati fedeli a Ottaviano entrarono in Senato armati, i senatori concessero il consolato ad Ottaviano, insieme a suo cugino Quinto Pedio.

La formazione del secondo triumvirato

Ma il pericolo delle forze armate che Bruto e Cassio andavamo accumulando in Oriente, costrinsero Marco Antonio e Ottaviano ad una pace di comodo.

Nell’ottobre del 43 a.C Lepido e Antonio incontrarono Ottaviano vicino a Bologna per formare un triumvirato – una commissione costituzionale – con poteri simili a quelli di un console. Accanto alle normali funzioni del governo, che avrebbero garantito la gestione ordinaria, i triumviri avevano lo scopo di ripristinare la stabilità della Repubblica.

Questa nuova autorità permise loro di emanare leggi senza l’approvazione del Senato Romano. Il triumvirato venne formalmente riconosciuto dal Senato nella Lex Titia nel novembre del 43 a.C, concedendo ai tre l’autorità suprema per cinque anni (fino al 1 ° gennaio 37 a.C) e assegnando l’importante compito di affrontare Bruto e Cassio.

Il nuovo triumvirato aveva bisogno di eliminare parecchi oppositori politici che avrebbero potuto costituire un problema: 300 senatori e oltre 2.000 cavalieri vennero inseriti nelle liste di proscrizione, per essere uccisi.

Molti scelsero di fuggire da Roma, abbandonando tutte le loro proprietà, mentre la vendita dei beni sequestrati ai coscritti venne utilizzata per finanziare la spedizione militare in Oriente.

La fine di Cicerone e di Decimo

Sebbene non fosse direttamente coinvolto nell’assassinio di Cesare, uno dei nomi inseriti nelle liste di proscrizione era quello di Cicerone, forse il più noto oratore e avvocato romano. Alcune fonti riferiscono dell’intermediazione di Ottaviano per salvare Cicerone, ma le orazioni scritte da Cicerone, con cui aveva attaccato Marco Antonio, lo avevano definitivamente condannato.

Cicerone aveva sempre vissuto secondo un codice personale: il bene più grande era vivere al servizio dello Stato e opporsi a chiunque lo minacciasse. Credeva fermamente che Antonio fosse un nemico dello stato e sarebbe dovuto morire insieme a Cesare.

Così, Cicerone divenne una delle prime vittime del triumvirato. Fu sorpreso mentre cercava di scappare dalla sua villa fuori Napoli. Le mani con cui aveva scritto le orazioni contro Antonio furono mozzate, mentre la sua testa venne decapitata e inviata a Roma.

Oltre a Cicerone, un altro cospiratore che incontrò la morte fu Decimo, che fallì nel suo tentativo di unirsi a Bruto in Macedonia. Era stato Decimo a convincere Cesare a recarsi al Teatro di Pompeo dove sarebbe stato assassinato. Dopo essere stato catturato in Gallia e decapitato, la sua testa fu inviata ad Antonio.

La resa dei conti con Bruto e Cassio

Dopo aver eliminato un consistente numero di nemici politici, il triumvirato rivolse la propria attenzione a Bruto, Cassio. Nel giugno del 42 a.C, Bruto e Cassio unirono le loro forze in Oriente. Mentre Lepido occupava la Sicilia, Ottaviano e Antonio attraversarono il mare Adriatico e incontrarono i due congiurati a Filippi, nella Macedonia orientale, per dare battaglia.

Mentre Ottaviano si dimostrò un generale particolarmente incapace, Antonio vinse grazie alla sua esperienza sul campo di battaglia, maturata durante le campagne con Giulio Cesare. Cassio, temendo la cattura, si fece decapitare da uno schiavo, mentre Bruto, spinto dai suoi stessi soldati ad ingaggiare battaglia, perse il secondo scontro e preferì darsi la morte.

Secondo il racconto di Svetonio, la testa di Bruto fu inviata a Roma e gettata ai piedi dell'”immagine divina di Cesare”.

La rottura del secondo triumvirato

Subito dopo la fine dell’emergenza, fra Marco Antonio e Ottaviano scoppiarono di nuovo le ostilità.

Marco Antonio inseguì dei sogni di gloria in Oriente e lasciò ad Ottaviano il compito di redistribuire le terre a centinaia di migliaia di legionari che avevano combattuto a Filippi, convinto di avergli affidato un incarico suicida. Marco Antonio si disinteressò della situazione occidentale, e fece malissimo. Ottaviano, nonostante gli intrighi del fratello di Marco Antonio, Lucio, e di sua moglie Fulvia, riuscì a guadagnarsi il favore dell’esercito e a riorganizzare la società italica.

Nella concorrenza tra Ottaviano e Marco Antonio si inserirono anche questioni di natura familiare. Dopo la morte della prima moglie di Antonio, Fulvia, egli sposò la sorella di Ottaviano, Ottavia. Ma le attenzioni di Antonio si allontanarono progressivamente da Ottavia e si avvicinarono alla regina egizia Cleopatra.

Antonio credeva che i soldi della regina avrebbero contribuito a finanziare alcuni conquiste in Oriente contro il popolo dei Parti e la guerra contro Ottaviano. Nei piani di Antonio e Cleopatra, la città di Alessandria sarebbe diventata la nuova capitale, in sostituzione di Roma.

Ottaviano guardava con particolare sospetto Cleopatra, soprattutto a causa della relazione che aveva avuto con Cesare quando era ancora vivo e a causa della nascita del loro figlio, Cesarione, un possibile pretendente al potere.

Nella sua propaganda, Ottaviano presentava Antonio come un incompetente e malato d’amore, dimostrando al Senato e al popolo romano quanto l’influenza di Cleopatra fosse negativa.

Con un’abile mossa politica, Ottaviano convinse il Senato romano a dichiarare guerra contro Cleopatra, ignorando formalmente Antonio. Lepido, che nel frattempo aveva tentato di prendere il comando del triumvirato con alcune forze militari in Sicilia, fu rapidamente tradito dai suoi soldati, che passarono dalla parte di Ottaviano.

Il protagonista meno importante e noto del secondo triumvirato fu confinato da Ottaviano in una villa, dove fu reso del tutto innocuo.

La battaglia di Azio e il trionfo di Ottaviano

Nel 31 a.C scoppiò la guerra tra Ottaviano e Marco Antonio. Il piano di Antonio era di intrappolare Ottaviano e la sua flotta ad Azio, nel Golfo di Ambracia, sulla costa occidentale della Grecia.

Antonio avrebbe voluto utilizzare le legioni accampate in Macedonia, ma Cleopatra, facendo valere la sua influenza, lo convinse ad affrontare una battaglia navale. Le cose andarono molto diversamente da quanto Antonio aveva previsto: lui e Cleopatra rimasero intrappolati sulle loro postazioni, a corto di scorte e con l’inverno in arrivo.

Durante la battaglia di Azio, sostanzialmente una manovra disperata di Antonio e Cleopatra per sfuggire alle navi di Ottaviano che li controllavano a vista, le navi di Ottaviano ebbero la meglio, grazie al contributo fondamentale dell’ammiraglio Agrippa e alla superiore manovrabilità delle navi.

Tornata ad Alessandria, Cleopatra pianificò le prossime mosse. Rendendosi conto che non poteva proteggere Alessandria contro Ottaviano, suggerì di partire per la Spagna, dove lei e Antonio avrebbero potuto impossessarsi delle miniere d’argento e formare un nuovo esercito.

Antonio era così demoralizzato dalla sconfitta che non rispose nemmeno alle richieste del suo generale Canidio Crasso, che gli domandava urgentemente cosa avrebbe dovuto fare con le legioni in Asia per tentare una rivincita contro Ottaviano.

Ottaviano giunse alle mura di Alessandria nel luglio del 30 a.C. Antonio inviò un contingente militare contro il rivale ma già la mattina del 1° agosto del 30 a.C la maggior parte delle sue truppe aveva disertato, riconoscendo che stavano combattendo per la parte perdente.

Più tardi quel giorno, dopo aver appreso la notizia che Cleopatra era morta, Antonio si pugnalò, chiedendo di essere sepolto vicino alla sua amata.

La notizia era falsa e Antonio resistette giusto il tempo necessario per morire tra le braccia di Cleopatra nel palazzo imperiale dove la donna si era rifugiata. Ottaviano entrò in città dove intavolò delle trattative con la regina egizia, per concederle la vita.

Ma piuttosto che sfilare in catene in quello che sarebbe stato il trionfo di Ottaviano, Cleopatra si uccise il 30 agosto del 30 a.C

Il secondo triumvirato era definitivamente scomparso e il futuro di Roma era ormai nelle mani dell’unico sopravvissuto: Giulio Cesare Ottaviano Augusto.

Articolo originale: Second Triumvirate di Donald L. Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli

Il Primo Triumvirato: il video

Piernicola Pedicini (Verdi europei). MES? Non dovrebbe nemmeno esistere

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Piernicola Pedicini, eurodeputato nel gruppo dei Verdi , definisce il MES come uno strumento difettoso, e l’Europa come qualcosa che ci serve, ma il cui sviluppo è stato intenzionalmente lasciato a metà strada.

Con lui tocchiamo anche temi di innovazione, come la tecnologia alla base delle criptovalute che potrebbe essere applicata a settori come l’agricoltura.

Cosa pensi dei vantaggi e svantaggi dell’accedere al Mes o al Recovery Fund, di cui in Italia si parla tanto?

Questi temi vengono sviluppati in Europa ed hanno una ricaduta molto importante in Italia, diventando soggetto di dibattito senza che spesso si possegga la giusta conoscenza. Mes e Recovery Fund sono due temi che possono figurare insieme ma sono diversi tra di loro e hanno una genesi diversa. Il Mes è uno mezzo del passato: uno strumento di stabilità che nasce dal vecchio fondo salva stati con coloro che aderirono alla moneta unica.

Chi aderisce al Mes e partecipa alla trattativa lo fa solo in modo intergovernativo. Se ti siedi ad un tavolo della negoziazione cercando di ottenere qualcosa in più per il tuo paese non puoi pretendere che collaborino anche gli Stati che non sfruttano lo strumento.

Il Mes nasce come uno strumento “difettoso” dei meccanismi dell’Unione europea: non dovrebbe esistere. È presente solo in Unione Europea perché ha una banca centrale che non fa fino in fondo il suo dovere.

Vi solo delle motivazioni politiche e la BCE dovrebbe riuscire al pari di altre grandi banche centrali mondiali come quella del Giappone, quella Cinese o statunitense a gestire il deficit degli Stati finanziandone il debito. Nel nostro continente non è possibile e gli Stati per finanziarsi devono andare sul mercato a chiedere soldi a delle banche private che acconsentono, ma ponendo condizioni specifiche, ovvero alti interessi. Guadagni per gli istituti che corrispondono a una perdita per i Paesi.

Il meccanismo è stato pensato per intervenire nel momento in cui uno Stato si dovesse trovare in grande difficoltà e non riuscisse ad ottenere il denaro sul mercato, evitando in questo caso il tracollo della stessa Unione Europea per una criticità statale.

Il Mes offre però delle condizioni in grado di mettere in difficoltà importanti gli stati che ne fanno richiesta come è stato osservato anche in Unione Europea con gli esempi di Grecia e Portogallo.

Una versione “light” di Mes è stata pensata per intervenire in questo momento di emergenza pandemica, anch’essa con condizionalità pesanti previste dal trattato e incancellabili dal commissario sebbene modificabili con denuncia alla Corte Europea.

Si potrebbe aggiustare il tiro?

Certo. Prendiamo ad esempio la condizionalità sanitaria, molto pesante. La gente pensa che quei soldi possano bastare per sistemare. Di cosa ha bisogno il sistema sanitario nazionale? Non servono strumentazioni ulteriori, terapie intensive, chirurgie innovative. L’urgenza in questo momento è quella degli operatori sanitari, assunzioni che non possono essere fatte con la condizionalità sanitaria del Mes.

Con il Mes non si può assumere nuovo personale?

No. O meglio si potrebbe anche assumere con degli artifici al limite della legalità, trovandosi poi costretti al licenziamento entro dieci anni. Il Mes farebbe ad ogni modo apparire lo Stato che ne facesse richiesta in difficoltà maggiori di quelle reali, rendendo più difficile, attraverso il mercato, la restituzione dei fondi ricevuti.

Invece per ciò che riguarda il Recovery Fund?

Il Recovery Fund ha un ammontare più importante rispetto a quello del Mes anche se forse non corrisponde pienamente ai bisogni degli Stati, ma è una buona base per pianificare una ripresa grazie al suo valore.

È uno strumento composto da due pilastri, uno dei trasferimenti, detti erroneamente, a fondo perduto: in questo caso quel che l’Italia ha dato ritorna indietro completamente. In pratica dei soldi vengono anticipati, che devono poi essere ridati, senza una contribuzione netta (senza perdere quindi sul capitale) e a interessi bassissimi perché passano attraverso la Commissione Europea.

Il secondo pilastro è quello dei prestiti che l’Italia deve ridare e vi potrebbero essere difficoltà per via del debito elevato. Dobbiamo rilanciare l’economia attraverso progetti creati con assoluta attenzione alle procedure applicate.

A questo punto il Mes sembrerebbe svantaggioso per l’Italia, perché molti spingono per utilizzarlo?

Bisogna vedere quali sono gli accordi. Il Mes è uno strumento di austerità. Chi vuole questo strumento sono gli stessi che hanno svenduto l’Italia in passato e che intendono svenderla ancora adesso.

Nel momento in cui l’Italia si impoverisce, perché soggetta a procedure di austerità, nasce come sempre una vendita dei “gioielli” dello Stato. Come successo anche in Grecia. Gioielli che diversi paesi sono già pronti ad acquistare.

Come potremmo trasformare il nostro patrimonio artistico in posti di lavoro e indotto? Perché nessun governo se ne occupa?

Il settore dell’arte e della cultura, il patrimonio monumentale che non ha pari nel mondo, da una parte suscita grande attrazione, ma dall’altra non produce a chi se ne occupa politicamente, né un grande ritorno in termini di consenso né la possibilità di gestire grandi quantità di denaro.

Da qui lo scarso interesse per un settore dalle importanti potenzialità.

Nel nostro piano nazionale per il meccanismo di ripresa, quello del Recovery Fund, prevede una quota di 8 miliardi per il suo rilancio, quantità inadeguata alle reali potenzialità inespresse: basta pensare a Pompei, ancora in buona parte nascosta sottoterra: mancano i fondi per portarla completamente alla luce ed eseguire una manutenzione mirata e continua o organizzare percorsi turistici ben specifici da seguire, come accade con le attrazioni degli altri paesi europei.

C’è molto da fare, c’è molto da investire e ci vuole un approccio diverso rispetto all’attuale.

Vorresti applicare le tecnologie delle criptovalute all’agricoltura. Ce ne parli?

Ho iniziato ad occuparmi di questa tecnologia partendo dalle criptovalute e ho poi spostato l’attenzione alle sue potenzialità ad altri settori. Ci stiamo occupando dello sviluppo di alcuni progetti tra i quali figura l’applicazione della blockchain in campo agroalimentare: è possibile potenziare l’etichettatura e la registrazione di tutti i passaggi (elaborazione prodotto, trasferimenti) garantendo che le procedure siano rispettate ma anche che il prodotto sia quello descritto sulle etichette.  In questo modo è possibile combattere il fenomeno della contraffazione.

Con l’etichettatura tramite blockchain è possibile registrare tutti i prodotti che vengono commercializzati nel mondo assicurandone provenienza e manifattura. Anche il produttore in questo modo viene tutelato.

Bisogna investire in tal senso e so che il Governo Italiano lo sta facendo.

Garantirebbe anche il controllo sulla provenienza e la qualità?

Sì, e anche sul numero e quindi sulla quantità dei prodotti. Per fare un esempio pratico: se un’azienda produce 100 bottiglie di olio, non è possibile che ve ne siano sul mercato 300.  E quelle che sono inserite nella blockchain sono quelle certificate e reali. Ecco perché in questo modo si può evitare la contraffazione e difendere il made in Italy.

So che sei a favore della liberalizzazione della cannabis in ambito medico, specialmente.

Bisognerebbe fare distinzione tra la cannabis per uso creativo e quella utilizzata in ambito industriale e medico: si parla di potenzialità differenti. In quest’ultimo caso l’Italia soffre di un approccio culturale che viene usato strumentalmente da parte dei detrattori della cannabis industriale e terapeutica.

I detrattori si basano sul fatto che la gente spesso la vede solo come droga, mentre la pianta essere coltivata senza principio attivo e c’è un grande potenziale nei confronti di tante attività produttive.

Mi riferisco in particolare alla Legislazione Europea per la cannabis terapeutica che ha delle formidabili proprietà coadiuvanti in supporto alle terapie oncologiche tradizionali e per ciò che concerne le patologie neuro-degenerative.

Altro discorso è la legalizzazione della cannabis come sostanza attiva: deve essere fatto un discorso importante, legato alla necessità di bloccare il traffico illegale di questo prodotto, spesso in mano alle mafie. Si potrebbe, con la legalizzazione, controllarne la distribuzione e migliorandone la sicurezza d’utilizzo.

Se dovessi inviare un telegramma ad Ursula Von Der Leyen: cosa le diresti?

Sono al Parlamento Europeo da sei anni e mezzo e conosco molto bene i meccanismi dell’Unione Europea: sono un sostenitore convinto della necessità di istituzioni sovranazionali ma devono queste funzionare. L’Europa non può essere solidale a parole: deve esserlo a fatti.

Il processo di unificazione reale è volutamente ancora a metà strada. La mia richiesta è quella di rimuovere tutti quei meccanismi che non lo rendono possibile e che alimentano l’astio dei cittadini nei confronti dell’Unione.

Sergio Tancredi (Attiva Sicilia): mancano almeno 3 miliardi dallo Stato

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Sergio Tancredi di Attiva Sicilia non ci sta: secondo il deputato, chi oggi attribuisce responsabilità all’attuale governo siciliano, ieri ha creato le condizioni per mettere in default qualunque successivo governo regionale. C’è chi tace colpevolmente e strumentalizza questa grave condizione di danno, inflitta anche dallo Stato, che la Regione Siciliana tuttora continua a subire nonostante il suo statuto.

Che cosa sta succedendo in Sicilia?

La storia delle difficoltà economiche della Regione affonda le radici nella scorsa legislatura. Durante il governo Crocetta lo Stato di fatto commissariò la Regione inviando una serie di tecnici come assessori al bilancio.

I quali avrebbero dovuto spegnere qualsiasi velleità della Regione Siciliana, che attendeva i pronunciamenti della Corte Costituzionale sollevati dal precedente governo lombardo, relativamente alla mancata attuazione dello Statuto siciliano, che assegnerebbe risorse alla Sicilia, totalmente derivate da propri tributi, per sopperire alle funzioni aggiuntive che ha la Regione rispetto alle altre regioni a Statuto Ordinario e che, di fatto, la rendono teoricamente quasi uno Stato, con tutto quello che concerne di costi aggiuntivi.

Considera che la piena attuazione vedrebbe un’assegnazione aggiuntiva di somme pari a circa 7 miliardi annui che lo Stato sottrae alla Regione Siciliana.

Faccio un esempio concreto. Per statuto alla Regione andrebbe riconosciuto il 10 su 10 del gettito iva.
Invece viene riconosciuto solo 3.64. Le assegnazioni attribuite alle altre regioni a Statuto Speciale hanno una media sui 10 punti base di 8.7 punti.

La differenza tra la media delle assegnazioni alle altre regioni a Statuto Speciale è di oltre 5 punti.
Considerato che 1 punto in Sicilia ammonta a poco più di 550 milioni di euro, solo arrivando alla media attribuita alle altre regioni parliamo di un’assegnazione annuale aggiuntiva di 2,75 miliardi di euro.

Questa insufficiente attribuzione di varie risorse ha determinato, nei decenni, una serie di poste di bilancio che dovevano essere eliminate essendo partite mai concretizzate, i famosi residui attivi del bilancio che furono cancellati ad agosto del 2015, otre 12 miliardi di partite con lo Stato cancellati che hanno fatto precipitare il bilancio da un attivo teorico ad un passivo reale.

Questa operazione raggiunge il suo obiettivo sotto la guida di Baccei e Crocetta (nonché di tutta la nomenclatura regionale del PD che asseconda questa operazione senza fiatare) e sotto la regia del MEF, sottoscrivendo un accordo che di fatto cancella tutte le somme dovute dallo Stato alla Regione.

Precipitandola in una crisi economica devastante. Ovviamente di tutto questo ci sono decine di atti, anche della Corte dei Conti, che lanciano gli allarmi chiedendo di sedersi a un tavolo e risolvere in maniera equa la questione.

Cosa che non è mai accaduta.

Perché la regione Siciliana è a rischio fallimento?

La Regione ha rischiato il fallimento perché in quella operazione non furono cancellati tutti i residui attivi. Ne furono lasciati un miliardo e 740 milioni. Nascosti dentro il bilancio.

Somme che sono state evidenziate dalla Corte dei Conti nel 2018 e che, poiché non si era provveduto alla cancellazione e al contestuale ripianamento trentennale nel 2015 andavano restituite(!) entro fine legislatura, cioè entro 3 anni.

Una sorta di pacco dono avvelenato lasciato in dono dal governo di centrosinistra al successivo governo di centrodestra(!).

Questo avrebbe determinato il fallimento immediato della Regione, e credo che fosse questo l’obiettivo di alcuni deputati che ora siedono nei banchi dell’opposizione in Sicilia e che remano contro anche in questa situazione drammatica globale.

Da qui si giunge a una mediazione per un ripianamento non in 3 anni ma in 10.
Ma con ulteriori prescrizioni capestro per la Regione.

Una cosa folle. Ratificato ieri sera in consiglio dei ministri.

La Sicilia è davvero sprecona?

Certamente non è un modello organizzativo di eccellenza; e certamente la politica ha usato malamente e in maniera impropria e clientelare una parte delle risorse che le venivano assegnate, ma non dimentichiamo che la Sicilia ha usato solo una frazione di quello che avrebbe dovuto avere.Cosa che altrove invece non è avvenuta.

Io non vedo sprechi superiori al resto della nazione, ma vedo un trattamento contro la Sicilia che da sempre viene trattata da colonia dallo Stato centrale, permettendo a chi l’ha gestita di fare un po’ di interessi propri in cambio di una profonda amnesia rispetto alle risorse che avrebbero dovuto garantire i servizi a tutti i Siciliani.


Chi sta lavorando “contro” la Sicilia dall’interno della regione Siciliana”? E perché?

È presto detto. Coloro che hanno permesso, nella scorsa legislatura che si mettesse una pietra tombale sullo statuto, agevolando tutta una serie di misure che hanno di fatto messo il cappio al collo a chiunque avesse governato la Regione in questa legislatura.

Il PD in primis, che probabilmente non ha nemmeno compreso a fondo i danni definitivi che stava imprimendo al tessuto economico della Regione Siciliana.

E adesso a questi si è aggiunto il manipolo di deputati del movimento che probabilmente non hanno capito l’entità delle mancate attribuzioni e, cosa ancora più importante e avvilente, dalla posizione romana di alcuni componenti del governo calcano la mano contro la Sicilia chiedendo ulteriori tagli che graveranno sui servizi della Regione e sui cittadini.

Probabilmente si soffia sul fuoco della disperazione per abbattere il nemico politico, oggi, per loro, rappresentato da Musumeci, nella speranza al prossimo giro di potersi sedere loro alla guida della Regione.

Il rischio è di guidare una Regione ridotta in macerie dalle loro stesse scelte. Gli ascari in Sicilia esistono. Io li paragono ai collaborazionisti del periodo nazista. I peggiori traditori della loro gente.