lunedì 2 Marzo 2026
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Tiberio e Germanico. Un confronto tra le imprese di due grandi generali

Non vi è dubbio che Tiberio Giulio Cesare Augusto e Germanico Giulio Cesare siano stati due tra i più grandi generali che abbiano servito sotto le aquile. Ambedue componenti della famiglia Giulio-Claudia, erano legati da un rapporto di parentela tanto di sangue, essendo zio e nipote, che legale, in quanto Tiberio era padre adottivo di Germanico. Infatti, Augusto, dopo avere adottato Tiberio facendone il proprio erede, volle che quest’ultimo adottasse a sua volta Germanico[1], stabilendo così una precisa linea di successione al trono imperiale.

Con questo articolo, intendo offrirvi uno spaccato delle loro imprese belliche, che tratterò e metterò a confronto in un modo credo inusuale, esaminando non solo le loro indubbie doti e capacità, ma anche come la Fortuna abbia diversamente influito sul loro percorso esistenziale dal punto di vista militare, favorendone i successi e determinandone gli insuccessi.

Prima di affrontare l’argomento, ritengo indispensabile un chiarimento. Quando parlo di Fortuna, intendo riferirmi alla dea il cui culto, secondo i Romani, sarebbe stato introdotto da Servio Tullio, il re che, essendone stato più di tutti favorito, le dedicò ben ventisei templi. In realtà, le origini della dea erano antichissime, probabilmente ben antecedenti alla stessa fondazione della città.

Definita Primigenia, in quanto nata prima di tutti gli dèi, era l’espressione di tutto quanto fosse potenziale e latente, ma in grado di svilupparsi in base a pura casualità e il suo ambito si contrapponeva a quello dell’attualità rappresentato da Giove. La sua natura era quindi diametralmente opposta alla corrispondente Tyche greca, che era concepita non come espressione di un potere cieco e fortuito, ma associata al governo universale di Zeus.

Al contrario della divinità greca, in genere benigna, essendo la sorte sfavorevole associata alle Moire che decidevano la durata della vita umana, Fortuna poteva riservare agli uomini la felicità o la sventura e, di conseguenza, il grande santuario sito a Preneste, in cui era celebrata, era famoso in tutto il mondo romano per i responsi oracolari che offriva[2].

Fatta questa premessa esaminiamo e paragoniamo la carriera militare dei nostri protagonisti, in modo da coglierne gli evidenti parallelismi, senza però volermi atteggiare ad un nuovo Plutarco.

La carriera militare di Tiberio ebbe inizio nel 25 A.C. quando, all’età di sedici anni, partecipò come tribuno, alla guerra contro i Cantabri e gli Asturi, volta ad assicurare a Roma il pieno controllo della Spagna. Questa prima esperienza bellica, combattuta contro guerrieri irriducibili e particolarmente abili nella guerriglia, ne temprò il carattere.

Pochi anni dopo, compì una delle sue imprese più spettacolari, in cui, senza perdere un solo legionario e senza ampliare di un piede il territorio dell’impero, seppe ristabilire l’onore di Roma. Venne infatti incaricato da Augusto di muovere verso l’Armenia al comando delle sue legioni, allo scopo di risolvere una controversia dinastica tra il candidato favorito da Roma e quello preferito dai Parti[3].

Ebbene, la semplice notizia dell’avvicinarsi dell’esercito romano, ispirò più miti consigli al re dei re Fraate, facendogli abbandonare ogni pretesa sul trono conteso e inducendolo a restituire ad Augusto le aquile delle legioni di Crasso sconfitte a Carre e a inviargli dei propri figli in qualità di ostaggi. A Tiberio non rimase altro da fare se non incoronare il nuovo re dell’Armenia, alla presenza delle sue legioni[4].

LA BATTAGLIA DI CARRE – VIDEO DI ROBERTO TRIZIO

Le successive imprese furono più cruente. Dopo una spedizione punitiva oltre il Reno contro Sigambri, Tencteri e Usipeti, colpevoli della Clades Lolliana, assieme al fratello Druso sottomise i Rezi e i Vindelici, assicurando a Roma il controllo dell’intero arco alpino fino al Danubio. Nel 12 A.C., alla morte di Marco Agrippa, venne incaricato di pacificare definitivamente la Dalmazia, territorio infido e mai definitivamente domo. Vi riuscì dopo tre anni di guerra ferocissima, al termine della quale venne acclamato quale imperator dalle sue truppe, ma il trionfo gli venne negato da Augusto, forse per non mettere in ombra i giovani figli dello stesso Marco Agrippa.

L’anno seguente, la prematura morte del fratello Druso, che si era coperto di gloria in Germania, lo costrinse a dedicarsi a questo nuovo fronte di guerra, dove occupò i territori fino al fiume Weser, ampliando delle fortezze come Aliso, che era stata fondata dal fratello[5] e deportando in Gallia i Sigambri, che da allora costituirono una tra le migliori truppe ausiliarie di Roma[6].

A partire dal 7 A.C. la sua carriera militare subì una lunga stasi a seguito del volontario esilio a Rodi a cui si sottopose probabilmente per motivi politici. Essa riprese, nel migliore dei modi, solo dopo il 4 D.C., quando, dopo essere stato adottato da Augusto, venne accolto con incredibile gioia da parte dei legionari[7] e riuscì a dare concretezza al sogno augusteo di portare al fiume Elba la nuova frontiera dell’impero.

Dopo una prima campagna in cui riaffermò il pieno dominio di Roma su tutti i territori compresi tra il Reno e il Weser e sui popoli che lì vivevano inclusi i Cherusci, l’anno seguente compì una impresa militare ardita quanto ingegnosa. Infatti, organizzò una numerosa flotta che dopo una pericolosa traversata del mare del Nord, risalì l’Elba.Così facendo sottomise tutte le popolazioni che vivevano ad occidente di questo grande fiume, inclusi i feroci Longobardi[8] e costrinse a diventare clienti di Roma quelle che vivevano ad oriente, inclusi i Semnoni, che a dire di Tacito erano la più nobile tra le tribù germaniche[9].

A questo punto mancava solo la sottomissione della Boemia per completare il progetto di una frontiera Elba-Danubio molto più facilmente difendibile che probabilmente avrebbe cambiato il corso della storia. Preparò una grande manovra a tenaglia, che aveva già sperimentato nella campagna in Rezia al fianco di Druso, che avrebbe dovuto stringere in una morsa i Marcomanni e i Quadi di Maroboduo, unici avversari che potevano ancora opporsi alla integrale conquista della Germania.

Ma a questo punto commise probabilmente il suo primo grave errore, forse per un eccesso di sicurezza. Poiché non era ipotizzabile di affrontare un potente esercito come quello di Maroboduo schierando meno di dieci legioni, spostò sul nuovo teatro di guerra almeno tre legioni che normalmente erano di stanza nell’Illirico.

Le mai dome popolazioni dei Dalmati e dei Pannoni non si lasciarono sfuggire l’occasione di prendere le armi contro le ridotte forze romane rimaste a presidiare la provincia. Così quando la forza d’invasione era giunta a solo cinque giorni di distanza dagli avamposti dei Marcomanni, giunse la terribile notizia della rivolta dell’Illirico[10].

La colpevole sottovalutazione del rischio di lasciare quasi sguarnito un territorio così ampio e infido viene evidenziata dal fatto che solo dopo l’accendersi della rivolta venne indetto un arruolamento straordinario di veterani e liberti che sarebbe stato necessario indire prima per rimpiazzare le truppe destinate in Boemia[11].

La situazione era gravissima, perché con l’eccezione delle due fortezze di Sirmio e di Siscia l’intera provincia era nelle mani dei rivoltosi. Mentre Tiberio stipulava in tutta fretta un trattato di pace con Maroboduo, fu solo per merito di due grandi generali, Marco Messala Messalino e Aulo Cecina Severo, che Roma riuscì ad evitare la completa vittoria dei rivoltosi e a non perdere il controllo dell’intero Illirico.

Tiberio giunse nell’Illirico solo l’anno successivo allo scoppio della rivolta, ma la sua conduzione della guerra non lasciò soddisfatto Augusto che decise di inviare al suo fianco proprio il figlio adottivo Germanico, all’epoca semplice questore ventunenne, per cercare di velocizzare l’andamento delle operazioni belliche[12].

Furono necessari altri due anni per avere ragione dei Dalmati e dei Pannoni poi, pochi giorni dopo il termine di questa guerra ferocissima, giunse la tragica notizia dell’agguato di Teutoburgo e della perdita di tre legioni e dell’intera Germania Magna.

L’ultima campagna militare di Tiberio fu quella condotta in Germania tra il 10 e il 12 D.C.volta a rendere sicuri i confini, impedendo future invasioni della Gallia e a ripristinare l’onore di Roma perduto a seguito della negligenza di Varo. Ma a questo punto devo dire che, a mio avviso, il Tiberio di questa campagna era assai distante dal brillante e audace stratega di un tempo.  Lungi dal tentare la riconquista della provincia perduta adottò una condotta contrassegnata dalla più totale e assoluta prudenza[13].

A differenza del passato, non prese nessuna decisione personalmente, ma solo dopo aver sentito il parere dei suoi sottoposti eimpose ai legionari una disciplina talmente ferrea e rigorosa al punto da applicare punizioni desuete e immotivate di fronte a minime manchevolezze[14]. In definitiva, durante i tre anni della campagna evitò di affrontare i Germani in qualunque scontro in campo aperto e si limitò a devastarne i territori nel corso di semplici scorrerie oltre il Reno, essendo sempre tormentato dal pensiero di poter cadere vittima di un imboscata simile a quella che aveva decretato la fine di Varo.

Credo quindi di potere affermare che, sempre a mio avviso, la campagna in questione non raggiunse nessun risultato concreto, anche perché, se così non fosse stato, non si comprenderebbe il motivo per cui, a solo due anni di distanza, vennero condotte le nuove campagne militari da parte di Germanico, che ottennero dei risultati assai diversi.

Osservo ancora che, in ogni caso, Arminio non avrebbe intrapreso nessuna iniziativa bellica in Gallia a causa del mancato accordo con Maroboduo al quale, dopo Teutoburgo, aveva inviato la testa di Varo confitta sulla punta di una lancia, nella speranza che scendesse in armi al suo fianco[15].Tra l’altro i Germani, nei giorni successivi all’imboscata, non seppero approfittare della confusione e dello scoramento di cui erano preda i Romani, al punto che Lucio Asprenate, nipote di Varo, al comando di due sole legioni seppe tenere inviolato il confine sul Reno[16] e Lucio Cedicio, seppe prima resistere all’assedio a cui fu sottoposto dai Germani nell’accampamento di Aliso che comandava[17] e, successivamente, grazie ad un ingegnoso espediente[18]riuscì a condurre in salvo a Castra Vetera i suoi legionari e numerosi civili che avevano trovato rifugio presso di lui.

Passiamo adesso ad esaminare la carriera militare di Germanico. Come detto il suo esordio avvenne agli ordini del padre adottivo nel corso della rivolta dell’Illirico. Il giovane ufficiale si comportò più che bene in quanto, pur avendo a disposizione truppe di scarsa esperienza in parte reclutate tra i liberti e gli schiavi affrancati, seppe vincere e sottomettere la tribù dalmata dei Mazei[19].

Le cose andarono ancora meglio l’anno successivo, quando riuscì a conquistare due città fortificate, Splono attuale Plevlja in Montenegro, in cui i difensori si arresero facilmente e Raetinum, dove invece la battaglia fu feroce al punto che gli assediati diedero a fuoco alla città dopo l’ingresso al suo interno delle truppe romane[20].

Nell’ultimo anno di conflitto Germanico sottomise dopo accesi combattimenti la città di Arduba, in cui gran parte delle donne che la abitavano preferirono suicidarsi per evitare di essere ridotte in schiavitù, mentre gli uomini si limitarono ad arrendersi[21].

Partecipò poi all’atto che pose fine alla guerra, la resa di Batone il Dalmata e al famoso episodio in cui alla domanda di Tiberio sul perché di una guerra così lunga e cruenta, il ribelle rispose: “Siete voi i responsabili perché a difesa delle vostre greggi inviate dei lupi, anziché dei cani e dei pastori!”[22] Probabilmente i Romani avrebbero dovuto fare tesoro di queste parole, ricordandole al momento di procedere alla nomina dei governatori e scegliendo quelli meno avidi. Germanico partecipò anche alle campagne di Germania del 10/12 D.C. sulle quali non ho nulla da aggiungere a quanto detto.

Nel 14 D.C. gli venne affidato il comando delle otto legioni poste a guardia del Reno e l’imperio proconsolare per la Germania. In tale inedita veste si trovò immediatamente ad affrontare la rivolta delle legioni che reclamavano paghe migliori e più accettabili condizioni di vita, di cui riuscì a venire a capo anche grazie all’intervento della moglie Agrippina[23].

Nei due anni successivi si coprì di gloria in Germania, recuperando due delle tre aquile delle legioni di Varo, dando sepoltura ai resti dei caduti di Teutoburgo che i Germani avevano belluinamente lasciato insepolti, raggiungendo l’Elba come avevano già fatto tanto il padre naturale Druso, quanto quello adottivo Tiberio e, soprattutto, sconfiggendo in due grandi battaglie campali ad Idistaviso e al Vallo Angrivaro, gli eserciti riuniti delle più feroci tribù germaniche sotto il comando di Arminio e dello zio Inguiomero, vendicando la Clades Variana.

Una volta rientrato a Roma gli venne assegnata una difficile missione in Oriente, nella quale era chiamato a risolvere diverse delicate questioni dinastiche, tra cui la successione sul trono dell’Armenia. Come fatto quaranta anni prima da Tiberio, riuscì ad incoronare un nuovo sovrano gradito a Roma[24]. Fu nel corso di questa missione che, nel 19 D.C. trovò morte prematura ad Antiochia.

Non entro volutamente nella annosa questione se a seguito delle vittorie conseguite contro Arminio, Germanico avrebbe potuto sottomettere l’intera Germania, qualora non fosse stato anticipatamente richiamato a Roma da Tiberio, né tantomeno mi esprimo sull’altra vexata quaestio se Tiberio abbia avuto delle responsabilità in ordine alla morte del figlio adottivo.

Osservo invece che Tiberio non fu un “Favorito della Fortuna” solo in merito alla ascesa al trono imperiale,dove ben quattro pretendenti al soglio che lo precedevano nella linea dinastica, come Marcello, Marco Agrippa, Lucio Cesare e Gaio gli premorirono. Lo fu anche dal punto di vista della carriera bellica, dove alle sue indubbie ed eccezionali qualità strategiche si aggiunse il fatto che la Fortuna gli mostrò quasi sempre il suo volto più benigno, quando spesso fu ostica nei confronti di Germanico.

Vediamo adesso su cosa baso questa mia osservazione, mettendo in parallelo le imprese compiute da questi due grandi generali. Cominciamo dal fatto che, come abbiamo visto, entrambi riuscirono a recuperare le insegne perdute in gravi disfatte che poi vennero custodite nel tempio dedicato a Marte Ultore, a perenne monito per i nemici di Roma. Solo che le aquile perse da Crasso a Carre furono restituite spontaneamente dai Parti alla notizia che Tiberio avanzava verso l’Armenia al comando delle sue legioni, Germanico riprese le aquile perse da Varo a Teutoburgo, solo a seguito di feroci combattimenti.

Sempre restando in Oriente, mentre Tiberio incoronò Tigrane quale nuovo re dell’Armenia di fronte alle sue truppe, Germanico fece lo stesso con Artassia, ma non godé della protezione delle legioni di stanza in Siria, in quanto il governatore Gneo Calpurnio Pisone, disattendendo i precisi ordini ricevuti, non le guidò in Armenia[25].

Quanto alle campagne belliche condotte in Germania, Tiberio, come Druso prima di lui, dovette affrontare una per volta le singole tribù germaniche, in quanto le stesse non si erano coalizzate contro i Romani e lo stesso avvenne nel primo anno della rivolta dell’Illirico, quando la mancata riunione tra i Dalmati e i Pannoni, avvenuta solo in seguito, consentì ai Romani di conservare le roccaforti di Siscia e Sirmio, che furono importantissime per le successive operazioni.

Inoltre, all’epoca i Germani non erano adusi ad utilizzare tattiche belliche simili a quelle delle legioni e, anzi, consideravano i generali romani a livello degli déi, come testimoniato dall’episodio in cui un anziano capo, lungo le rive dell’Elba, dopo aver richiesto di toccare la mano di Tiberio dichiarò:” Oggi ho veduto gli déi di cui prima sentivo parlare e non ho desiderato né vissuto nella mia vita giorno più felice!”[26]

Al contrario Germanico dovette affrontare dei nemici che conoscevano benissimo le tattiche romane, avendo in larga parte servito quali ausiliari nell’Illirico e che non nutrivano nessun timore reverenziale, in quanto il loro morale era stato ingigantito dalla vittoria di Teutoburgo. La coalizione che Germanico dovette affrontare includeva i Cherusci, i Marsi, i Catti, i Bructeri e gli Angrivari. Si trattava di una forza paragonabile solo all’esercito dei Marcomanni di Maroboduo, che ammontava a circa settantamila uomini e applicava disciplina e metodi di addestramento pari a quelle dei Romani.[27]

Osservo infine che anche quando Germanico adoperò le stesse tattiche impiegate da Tiberio, imbarcando le sue truppe alla foce del Reno per navigare nel mare del Nord e penetrare nel cuore della Germania, risalendo il corso del Weser, la Fortuna si dimostrò matrigna nei suoi confronti.

Riuscì infatti ad evitare i sempre possibili agguati che l’anno prima avevano messo a rischio le truppe guidate da Aulo Cecina Severo nella battaglia di Pontes Longi, ma, a differenza del padre adottivo dovette affrontare la furia dell’Oceano che, durante il viaggio di ritorno dalle vittoriose battaglie di Idistaviso e del Vallo Angrivariano, determinò l’affondamento di parte della flotta e falcidiò le sue legioni[28], cosa che probabilmente contribuì alla decisione di Tiberio di non prolungare le campagne belliche.

Per questo, sono portato a pensare che Germanico sia stato alla fine superiore a Tiberio essendo riuscito a conseguire gli stessi risultati pur senza essere stato un Favorito della Fortuna e dovendo spesso lottare contro una sorte avversa.


[1] Svetonio. Vita dei Cesari, Caligola 4.

[2] Marco Tullio Cicerone. De Divinatione, XLI 85-86.

[3] Augusto, Res Gestae

[4]Velleio Patercolo, Historiae Romanae, II,94

[5] Cassio Dione, Romaikà LIV, 33

[6]Cassio Dione, Romaikà LV, 6

[7]Velleio Patercolo, Historiae Romanae, II, 104

[8] Velleio Patercolo, Historiae Romanae, II, 106

[9]Tacito, De origine et situ Germanorum, XXXIX

[10] Velleio Patercolo, Historiae Romanae, II, 108-110

[11] Velleio Patercolo, Historiae Romanae, II, 111

[12] Cassio Dione, Romaikà LV, 31

[13]Cassio Dione, Romaikà LVI, 24-25

[14]Svetonio. Vita dei Cesari, Tiberio 18-19.

[15] Velleio Patercolo, Historiae Romanae, II, 119

[16]Velleio Patercolo, Historiae Romanae, II, 120

[17] Cassio Dione, Romaikà LVI, 22

[18] Roberto Trizio, Scripta Manent, L’assedio di Aliso

[19] Cassio Dione, Romaikà LV, 31

[20] Cassio Dione, Romaikà LVI, 11

[21] Cassio Dione, Romaikà LVI, 15

[22] Cassio Dione, Romaikà LVI, 16

[23] Tacito, Annali, I, 41-44

[24] Tacito, Annali, II, 56

[25] Tacito, Annali, II, 57

[26] Velleio Patercolo, Historiae Romanae, II, 107

[27] Velleio Patercolo, Historiae Romanae, II, 109

[28] Tacito, Annali, II, 24-26

Chen Du Xiu: il fondatore del partito comunista cinese, prima di Mao

La storia della Cina moderna nell’immaginario collettivo appare indissolubilmente legata alla figura del “Grande timoniere” Mao Zedong come artefice della creazione dello stato comunista più popoloso del mondo. In realtà Mao non fu l’unico protagonista di tale processo, né fu uno dei fondatori del primo partito comunista cinese. Anzi nel passaggio dalla Cina imperiale ad un progetto di Cina democratica furono altri, in tempi e in contesti differenti, gli artefici di tale passaggio, tra questi, sicuramente, Sun Yat Sen e appunto il meno conosciuto Chen Du Xiu. Del primo non parlerò in questo post ma chiaramente mi soffermerò sull’opera del secondo. 

Nato nel 1880 da una famiglia che aveva prodotto alti burocrati ma che si era impoverita Chen Du Xiu fu educato secondo le più rigide regole del confucianesimo e a 17 anni riuscì a superare i primi due gradi degli esami imperiali. Peraltro già a 18 abbandonò gli studi volti ad una carriera “burocratica” preferendo frequentare una scuola di architettura navale. Affascinato dalla cultura occidentale fu impegnato da subito in movimenti di protesta e rivolta che già una volta nel 1902 lo costrinsero a riparare in Giappone.

Pur non apprezzando in pieno il nazionalismo di Sun Yat Sen partecipò attivamente alla rivoluzione del 1911 divenendo commissario dell’educazione nella sua provincia. Partecipò inoltre alla “seconda rivoluzione” del 1913 e si ritrovò “esiliato on Giappone prima, poi in Francia, in quegli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale che furono tanto significativi per la formazione di nuove prospettive nell’ambito della letteratura, dell’arte e in genere della cultura francese “.

Rientrato in Cina è nel 1915 che il pensiero e l’azione di Chen Du Xiu si concretizzarono nella nascita della rivista Gioventù Nuova, vero e proprio manifesto di rinnovamento culturale, che partendo da una feroce critica all’etica confuciana guardava ad occidente con l’intento di un radicale rinnovamento intellettuale e sociale della nazione cinese. Attirando a sé diversi intellettuali ben presto Gioventù Nuova passò da un interesse di tipo culturale filosofico rispetto le esigenze di modernizzazione della società cinese alla trattazione di tematiche prettamente economico sociali. 

Ed è in questo frangente che Chen Du Xiu matura il suo interesse verso il pensiero socialista e l’analisi storico economica marxista. Chiaramente l’evolversi della situazione in Russia nel 1917 spinse molti intellettuali ad aderire alle idee del bolscevismo tra cui lo stesso Chen Du Xiu (divenuto dal 1916 preside della facoltà di lettere a Pechino) seppure all’inizio si mantenne su posizioni più moderate.

Il 1919 segnò il punto di svolta tra teoria e prassi. Lo scontento seguito alle decisioni di Versailles, che vedevano cedere i territori controllati dai tedeschi in Cina direttamente ai Giapponesi, si trasformò il 4 maggio in una serie di manifestazioni che si allargarono in generale anche ad una opposizione antiimperialista (verso giapponesi ed occidentali).In tal senso il movimento del 4 maggio viene considerato ancora oggi da molti storici l’inizio della storia contemporanea cinese con la crisi definitiva della vecchia cultura confuciana. E’ inutile dire che Chen Du Xiu fu uno dei prestigiosi intellettuali dell’epoca che aderirono al movimento. 

Successivamente a questi eventi, e sulla spinta di queste nuove istanze di rinnovamento, l’idea portata avanti da Chen Du Xiu e Li Da Zhao di formare un partito, venne reputata quindi come indispensabile per un radicale cambio sociale e culturale della Cina. E questo partito fu di matrice marxista leninista. Nacque così il partito comunista cinese nel 1921 e tra i fondatori ci furono Li Da Zhao e appunto Chen Du Xiu che ne divenne presidente.

Partito che dal 1924 entrò in alleanza col partito nazionalista Guomindang del vecchio Sun Yat Sen (Fronte Unito) che nella fase finale della sua vita, cosciente di una impossibilità di collaborazione con altre forze “interne”per la costruzione di una nuova nazione cinese, si rivolse all’URSS e al Comintern.

La forte ingerenza di quest’ultimo nel partito comunista cinese (di cui erano iniziati i rapporti già dal 19) però non fu mai vista di buon occhio da Chen Du Xiu che seppur in minoranza nel comitato centrale del partito, e costretto ad accettare la linea della maggioranza, non risparmiò mai le sue critiche al partito nazionalista e alla linea politica del Fronte Unito. Peraltro il Comintern premeva anche per il rafforzamento della presenza comunista nel Guomindang. 

Chen Du Xiu previse che ciò avrebbe portato ad una crisi con l’ala destra del partito nazionalista di Chang Kai Shek, succeduto dal 1925 a Sun Yat Sen morto nello stesso anno, e ciò avvenne appunto nel 1927. 

Il comitato centrale del PCC da tempo ormai allineato col Comintern ritenne però proprio Chen Du Xiu (insieme ad altri esponenti di partiti) colpevole del fallimento del Fronte Unito che fu quindi rimosso da Presidente. Ritiratosi dal comitato centrale, pur rimanendo nel partito, continuò a scrivere articoli contro il Guomindang. 

Nel 1928 incontrò Lev Trotzky con cui trovò una ampia convergenza di opinioni. Da lì in poi insieme ad altri esponenti del partito tra cui Peng Suzhi costituirà l’ala troskista del PCC e la sua linea politica sarà improntata non sulla classica teoria delle due fasi (prima rivoluzione borghese e poi socialista) ma bensi ,proprio su quella della rivoluzione continua di matrice troskista propensa all’alleanza immediata del proletariato e dei contadini per una rivoluzione socialista.

Inoltre si adoperò per una maggiore democrazia interna del Partito Comunista Cinese. Tale situazione non venne sopportata dal comitato centrale e quindi portò in breve alla sua espulsione dal partito nel 1929. Peraltro i troskisti cinesi non riuscirono ad organizzarsi in un Fronte comune tanto da rendere necessario un incontro nel 1932 a Shangai. Uno dei partecipanti però avvisò la polizia del Guomindang e Chen Du Xiu e gli altri esponenti vennero incarcerati. 

Sede del primo Congresso del PCC , nell'ex concessione francese di Shanghai
Sede del primo Congresso del PCC, nell’ex concessione francese di Shanghai

Rilasciato nel 1939, in anticipo rispetto alla pena di dodici anni, resosi conto che il troskismo ormai si batteva più su questioni teoriche che pratiche (Trotzky peraltro era morto assassinato a città del Messico nel 1938), se ne distaccò, individuando nella lotta al Giappone l’unica possibilità di sollevare le masse cinesi. Nel fare ciò cercò , con scarso successo, di formare nuove alleanze politiche con le forze non allineate col Partito Comunista Cinese o col Guomindang (intanto di nuovo riuniti nel secondo fronte unito). Per tutta risposta il PCC lo accusò di essere una spia giapponese. Proseguirà con questa “nomina” nella sua attività politica con scarso successo. Fuggendo dall’invasione giapponese seguirà il Guomindang fino ad arrivare nella città di Jiangjin dove morirà nel 1942.

Chen Du Xiu, con la sua vita e il suo operato, attraversa tutte le fasi che portano dalla fine del vecchio mondo imperiale cinese agli albori di quella che sarà la nuova Repubblica Cinese di Mao.  In lui si riassumono tutte le fasi di un pensiero che partendo da una semplice esigenza di rinnovamento democratico si avvicina e aderisce al pensiero comunista e approda alla critica “trotzkista” dello stesso.

Personaggio che forse, per onestà intellettuale, fu sempre scomodo per le diverse parti politiche in gioco in quegli anni, e per questo politicamente abbandonato.

Teodosio II: il vero padre del diritto romano

Il secondo imperatore della dinastia Teodosiana fu il figlio di Arcadio e di sua moglie Elia Eudossia, Teodosio II.

E’ preferibile parlare di dinastia Teodosiana e non Teodosiano-Valentiniana in quanto con quest’ultima denominazione ci riferisce soltanto a Galla Placidia (che essendo figlia di Teodosio I e nipote di Valentiniano I riuniva nella sua persona entrambe le famiglie) e ai suoi discendenti.

Arcadio, Onorio e i loro discendenti sono, invece, conosciuti come Teodosiani, dato che non erano direttamente imparentati con la stirpe di Valentiniano I.

Teodosio II nacque a Costantinopoli nel 401 d.C., quarto figlio dell’imperatore Arcadio e suo unico figlio maschio.

Sue sorelle furono Flaccilla (morta in giovane età), Pulcheria, Arcadia e Marina.

Alcuni misero in dubbio la paternità di Teodosio II, ma Arcadio non ebbe mai dubbi riguardo suo figlio e, infatti, quando nel 408 d.C. Arcadio morì di malattia, Teodosio gli succedette senza opposizioni.

Data la minore età del ragazzo, esso venne affidato alle cure dell’eunuco di palazzo Antioco, mentre il suo primo reggente fu il prefetto del pretorio Antemio.

Il periodo in cui Antemio fu al governo rappresentò un buon periodo per l’Impero Romano d’Oriente. Con la collaborazione del sofista pagano Troilo, Antemio migliorò i rifornimenti di grano, venendo incontro alle esigenze della popolazione di Costantinopoli che stava soffrendo la fame; anche i rapporti con l’Occidente cambiarono in positivo, anche a seguito della morte per decapitazione di Stilicone nel 408 d.C.

La morte di quest’ultimo portò ad un’ondata di odio anti-barbaro nell’Impero che in verità non si era mai sopito (in Oriente, per esempio, fu una delle cause della cacciata del prefetto Eutropio nel 399 d.C. e della ribellione della popolazione di Costantinopoli contro il governo oppressivo del barbaro Gaina nel 400 d.C.) Questo spinse molti barbari a unirsi ad Alarico, il quale, avendo perso il suo unico contatto presso l’imperatore d’Occidente, Onorio, saccheggiò Roma nel 410 d.C.

Né Antemio, né Teodosio, poterono far nulla per impedirlo e l’inettitudine dell’imperatore d’Occidente non migliorò la situazione. Antemio, comunque, inviò rinforzi a Onorio e ciò consentì al debole sovrano di salvare la sua capitale, Ravenna, da Alarico.

Antemio, inoltre, aiutò le città del confine danubiano che erano state devastate da Alarico, respinse un’invasione unna guidata da re Uldino, firmò un importante trattato di pace con i Persiani e, per evitare altre invasioni, potenziò la flotta danubiana. 

La sua più grande opera iniziata nel 413 d.C. fu, però, la costruzione di una formidabile cinta muraria (Le Mura Teodosiane), destinata più volte nel tempo a salvare la città durante gli assedi e la cui costruzione continuò durante tutto il lungo regno di Teodosio II (a causa dei terremoti le mura saranno più volte ricostruite).

Dal punto di vista religioso il periodo di reggenza di Antemio si caratterizzò per una maggiore tolleranza verso ebrei e pagani e questo atteggiamento differenzia tale periodo di reggenza da gran parte del regno di Teodosio II.

Le donne della dinastia Teodosiana e la loro influenza : Pulcheria e Elia Eudocia

Nel 414 d.C. Antemio venne sostituito da Aureliano per volere della sorella di Teodosio II, Pulcheria, e anche Antioco venne cacciato per essere sostituito da Pulcheria stessa che, nonostante la giovane età, fu nominata Augusta e tutrice del giovane sovrano, dando il via ad una nuova fase di governo. D’altronde la sua influenza si sarebbe fatta sentire per molto tempo salvo che nel periodo finale del regno del fratello. 

Pulcheria, che sarebbe diventata santa sia per gli ortodossi che per i cattolici, fu una donna molto devota e si mantenne casta per tutta la vita, spingendo anche le sorelle Arcadia e Marina a fare lo stesso e respingendo ogni proposta di matrimonio che gli venne fatta, soprattutto dai potenti generali al servizio dell’Impero (una proposta famosa fu quella di Aspar che in futuro sarebbe stato, nonostante tutto, un suo potente alleato).

Il suo governo, e anche di rimando quello di suo fratello (che divenne maggiorenne nel 416 d.C.), saranno meno tolleranti verso i pagani e gli ebrei, mentre massima tolleranza sarà sempre mostrata dalla famiglia imperiale nei confronti degli ariani, dato che i loro generali di origine barbarica erano proprio ariani.

Questa minore tolleranza fu la causa, nel 415 d.C., del brutale omicidio della filosofa e matematica pagana Ipazia da parte dei Parabolani, un gruppo di fanatici cristiani, e della conseguente rivolta della popolazione pagana di Alessandria d’Egitto.

Il vescovo di Alessandria, Cirillo (in seguito divenuto santo) fu sospettato di aver incitato i Parabolani contro la donna, ma nessuna indagine approfondita venne fatta in modo soddisfacente perché Cirillo era protetto dalla stessa Pulcheria.

Quando Teodosio, ormai maggiorenne, iniziò il suo governo personale le cose non cambiarono di molto e Pulcheria rimase al suo posto, aiutata dal prefetto del pretorio Monassio, che sostituì Aureliano. Data la maggiore età del fratello, la donna si adoperò per trovargli una moglie, dato che Teodosio doveva sposarsi per garantire un successore al trono.

La scelta cadde su una donna greca e pagana di nome Atenaide, venuta a Costantinopoli per chiedere giustizia in relazione ad una questione di eredità.

Donna molto bella e colta (tanto da comporre un poema sulla campagna sasanide del 421 d.C.) attirò l’attenzione di Pulcheria e soprattutto di Teodosio II che se ne innamorò.

Dopo essere stata battezzata e aver cambiato nome in Elia Eudocia, poté sposare Teodosio nel 421 d.C. al quale darà tre figli: due femmine, Licinia Eudossia e Flaccilla, e un maschio Arcadio (morto in tenera età).

Essendo divenuta consorte dell’imperatore (venne nominata Augusta nel 423 d.C. a seguito della nascita della prima figlia) ebbe, in alcuni periodi, e anche in contrasto con Pulcheria, grande influenza sul marito.

A tale influenza si deve negli anni 20 del 400 un periodo di fioritura culturale durante il quale venne potenziata l’Università di Costantinopoli. 

In questo periodo vi fu inoltre una maggiore attività edilizia, con la costruzione di nuove chiese e una maggiore tolleranza religiosa verso i pagani e gli ebrei.

Grazie a lei, i suoi fratelli Valerio e Gessio e suo zio Aclepiodoto ottennero importanti incarichi (lo zio divenne, per esempio, prefetto del pretorio). Molto importante in quel periodo fu il ruolo del praefectus urbi Ciro di Panopoli, poeta e letterato pagano, che fu grande collaboratore dell’imperatrice ed ebbe un ruolo di primo piano nello sviluppo dell’Università di Costantinopoli e probabilmente anche del Codice Teodosiano.

Questo periodo fu però di breve durata: già negli anni 30, con il diminuire dell’influenza della moglie, Teodosio II riprese le persecuzioni arrivando, nel 435 d.C., come si evince dal Codice Teodosiano, ad ordinare la distruzione di tutti i templi pagani.

La politica estera : le guerre contro i Sasanidi

In politica estera Teodosio II poté contare su valenti generali di origine barbarica come l’alano Ardaburio il Vecchio e il figlio di lui, Aspar, ma anche i goti Arnegisclo e Areobindo, che strinsero un solido rapporto di amicizia soprattutto con la sorella Pulcheria.

Nel 421 d.C. scoppiò una guerra con la Persia a causa della persecuzione di re Bahram V nei confronti dei cristiani e delle secolari questioni di confine.

Bahram, forse riprendendo ciò che suo padre Yazdgard I aveva iniziato negli ultimi anni di regno, perseguitò la comunità cristiana, soprattutto quella di Ctesifonte. Molti cristiani fuggirono nel territorio dell’Impero Romano d’Oriente e quando Teodosio si rifiutò di restituire i fuggitivi, scoppiò la guerra.

Le operazioni militari furono affidate ad Ardaburio il Vecchio, magister militum praesentalis, e ad altri generali come Procopio e Areobindo.

Ardaburio mosse guerra dall’Armenia e, dopo aver sconfitto il comandante persiano Narsete, saccheggiò la provincia dell’Arzanene e inflisse altre pesanti sconfitte ai Persiani che furono costretti a ritirarsi verso la Mesopotamia.

Narsete si rifugiò a Nisibi, che venne posta sotto assedio. Ciò spinse re Bahram a muoversi e a coinvolgere nella guerra anche i temibili mercenari saraceni, suoi alleati.

Costoro, però, tradirono il re persiano ma, poiché l’esercito nemico era, comunque, molto numeroso, Ardaburio si ritirò e lasciò Nisibi.

Mentre Ardaburio affrontava e vinceva un contingente persiano, re Bahram assediava Teodosiopoli, ma ben presto veniva fermato e sconfitto da Areobindo e Procopio a Raesena. 

Teodosio inviò un ambasciatore per firmare la pace con la Persia, ma il re persiano, che si fece convincere dai suoi uomini migliori, gli “Immortali”, a continuare la guerra, imprigionò l’ambasciatore.

Gli “Immortali” tentarono di circondare l’accampamento romano, ma non vi riuscirono perché i generali romani, accortisi della manovra di accerchiamento, riuscirono a sventarla.

Bahram fu costretto a firmare una tregua di cento anni con i Romani e, a tal riguardo, Socrate Scolastico riporta che i profughi furono restituiti al re persiano secondo gli accordi.

Nel 423 d.C. Ardaburio fece ritorno a Costantinopoli dove venne celebrato il trionfo e per l’occasione vennero composti panegirici e poemi.

Un’altra guerra contro la Persia sarebbe scoppiata nel 440 d.C. a causa di questioni di confine e della costruzione di fortezze romane vicino alla città persiana di Carre.

Tale guerra, che fu di breve durata, ebbe inizio con un massiccio attacco da parte di re Yazdgard II e finì solo a seguito di un’alluvione che permise ai Romani di mettersi in salvo e impedì al re persiano di invadere il territorio romano.

Moneta di Yazdgard II 

Yazdgard II firmò la pace con il generale romano Anatolio e tra le condizioni di tale accordo era previsto che non venissero costruite nuove fortezze frontaliere né rafforzate le preesistenti.

La politica estera: i rapporti altalenanti con l’impero d’occidente

A partire dalla fine del primo decennio del 400 e per i primi anni del secondo, il rapporto con l’Impero Romano d’Occidente cambiò radicalmente.

Quel periodo vide, infatti, l’ascesa di un nuovo personaggio politico, Flavio Costanzo, generale di origine illirica che si era distinto in numerose battaglie e che aveva sposato la sorella dell’imperatore, Galla Placidia, dalla quale aveva avuto due figli Giusta Grata Onoria e Flavio Placido Valentiniano (il futuro Valentiniano III).

Costanzo, nonostante Onorio non fosse del tutto favorevole, divenne suo co-imperatore con il nome di Costanzo III. 

Teodosio II non lo riconobbe come imperatore e ciò suscitò le ire di Costanzo che, durante i preparativi per raggiungere Costantinopoli e farsi riconoscere imperatore da Teodosio, morì nel settembre del 421 d.C.

Dopo la morte di Costanzo III, forse per aver insidiato Galla Placidia ed essere stato da lei respinto o forse perché la donna aveva complottato contro di lui, Onorio decise di esiliare la sorella che, accolta insieme ai due figli a Costantinopoli, vi rimase fino alla morte del fratello, avvenuta nel 423 d.C.

Il trono imperiale vacante venne affidato dal magister militum, Castino, a Giovanni il Primicerio che era il capo della cancelleria imperiale, ma Teodosio non lo riconobbe e appoggiò le pretese al trono di Galla Placidia e di suo figlio, Valentiniano, di appena quattro anni.

Nel 423 d.C. Teodosio, con l’invio del suo magister militum Ardaburio il Vecchio e del figlio di lui, Aspar, dichiarò guerra all’usurpatore Giovanni. Tale guerra sarebbe durata per due anni fino al 425 d.C.

Ardaburio e Aspar espugnarono Salonae (in Dalmazia) e, mentre Ardaburio si imbarcava da lì per raggiungere le coste italiane, Aspar proseguiva via terra e, dopo aver espugnato Aquileia, continuava la marcia verso Ravenna lasciando Galla Placidia e il figlio nella città appena conquistata.

Ardaburio, a causa di una tempesta, venne catturato da Giovanni ma, dopo aver convinto alcuni sottoufficiali di quest’ultimo a tradirlo, riuscì a catturare l’usurpatore e a far entrare Aspar a Ravenna.

Giovanni, portato ad Aquileia, venne fatto sfilare a dorso di un asino nel trionfo di Galla e Valentiniano e venne poi decapitato nel 425 d.C.

Nel frattempo, il generale Flavio Ezio, fedele a Giovanni, era tornato con un contingente di Unni in aiuto del suo imperatore, che intanto era morto. Questo, però, non evitò lo scontro con l’esercito di Aspar in una battaglia senza un esito certo.

Galla Placidia si accordò con Ezio e, dopo averlo nominato comes per l’Occidente, pagò i soldati unni e, in cambio, Ezio riconobbe il giovanissimo Valentiniano come nuovo imperatore.

Il ragazzo, nel 425 d.C., venne incoronato con il nome di Valentiniano III da un incaricato inviato da Teodosio che, malato, non poté presenziare alla cerimonia. 

Teodosio II e il Codice Teodosiano. La fonte del diritto romano

In quello stesso anno Teodosio rafforzò l’importanza e il prestigio dell’Università di Costantinopoli aumentando la presenza delle cattedre in lingua greca rispetto a quelle in lingua latina.

A tal proposito è opportuno ricordare che lo stesso imperatore fu uomo colto e amante del sapere eccellendo, soprattutto, in astronomia e teologia e divenendo famoso come “il calligrafo” per la sua perizia e passione nel tradurre e ricopiare testi antichi.

Il periodo fra gli anni 20 e 30 del suo regno vide, anche, la compilazione del Codice Teodosiano: una raccolta di leggi di fondamentale importanza anche per il mondo occidentale. 

Il Codice sarà valido in entrambi gli Imperi e per questo sarà firmato anche dal collega occidentale Valentiniano III. Esso sarà pubblicato nel 438 d.C. e entrerà in vigore l’anno dopo. Tale Codice, che costituirà la base di molti codici validi nei regni romano-barbarici, sarà sostituito molto più tardi dal Codice Giustinianeo.

La guerra contro i Vandali

Dall’ascesa al trono di Valentiniano III, il rapporto tra i due Imperi sarà sempre molto stretto tanto che Teodosio II non esiterà ad aiutare l’Occidente quando i Vandali, guidati da Genserico, invaderanno le province d’Africa nel 429 d.C.

Genserico

La guerra contro i Vandali era stata condotta per diverso tempo dal comes Africae, Bonifacio, senza successo e, per tale motivo, Galla Placidia aveva chiesto l’intervento di Teodosio che, nel 431 d.C., in aiuto di Bonifacio, aveva inviato la sua flotta guidata dal magister militum Aspar.

Ciò, tuttavia, non bastò a salvare l’Africa e, soprattutto, Bonifacio : i due eserciti congiunti subirono, infatti, una pesante sconfitta e Bonifacio, tornato in Italia, venne battuto e ucciso in battaglia da Ezio nel 432 d.C.

Aspar rimase a Cartagine fino al 435 d.C. senza però riuscire ad ottenere una vittoria definitiva contro i Vandali.

In quello stesso anno venne, infatti, firmata una tregua (la tregua di Trigezio) con cui Romani e Vandali, che diventarono federati dell’Impero d’Occidente, si spartivano l’Africa.

In questo periodo di tregua nel 437 d.C. Teodosio II strinse legami ancora più stretti con l’Impero d’Occidente acconsentendo alla richiesta del cugino Valentiniano III di sposare sua figlia Licinia Eudossia.

Il matrimonio fu celebrato a Costantinopoli e, in cambio di questo, Teodosio ottenne dal cugino alcuni territori : parte della Pannonia con la città di Sirmium e probabilmente parte dell’Illirico. 

Dal matrimonio sarebbero nate due figlie: Eudocia e Placidia.

La tregua di Trigezio, però, non venne rispettata da Genserico il quale, approfittando del ritorno di Aspar in Oriente e del fatto che Ezio fosse impegnato contro i Visigoti, assediò a lungo Cartagine conquistandola il 19 ottobre del 439 d.C. e iniziò tramite il suo importante porto ad attaccare le città costiere della Sicilia. La conquista delle ricche province d’Africa mise in ginocchio l’economia dell’Occidente e causò non pochi problemi anche all’Oriente.

Tra il 440 d.C. e il 441 d.C. venne organizzata una spedizione navale congiunta contro il Regno Vandalo e Teodosio II inviò le sue navi guidate da Areobindo, Ansila e Germano in soccorso dell’Occidente.

La spedizione non ebbe risultati, in quanto i Romani persero tempo prezioso e venne poi sospesa perché Teodosio II dovette richiamare la sua flotta a causa della minaccia degli Unni di Attila.

L’Occidente fu quindi costretto a firmare nel 442 d.C. una pace svantaggiosa con Genserico che ottenne per il suo regno l’indipendenza dall’Impero rinunciando alla Mauretania alla Tripolitania e a parte della Numidia.

Negli accordi del 442 d.C. venne inoltre stabilito che la figlia maggiore di Valentiniano, Eudocia, sarebbe andata in sposa al figlio del re vandalo Genserico, Unerico. Tali accordi, quindi, legarono strettamente l’Impero d’Occidente e il Regno Vandalo anche dal punto di vista dinastico.

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IL PRIMO CONCILIO DI EFESO : LA SCONFITTA DI NESTORIO

In quello stesso periodo Teodosio II dovette anche affrontare una questione religiosa che vide contrapposti il patriarca di Costantinopoli, Nestorio, e il vescovo di Alessandria, Cirillo.

Nestorio si rifiutava di riconoscere in Maria la madre di Dio, dato che secondo lui essa aveva generato solo la natura umana di Cristo e non quella divina.

Ciò lo portò allo scontro con Cirillo e, mentre Pulcheria appoggiò il vescovo di Alessandria, Teodosio II appoggiò l’altro contendente.

L’imperatore, per dirimere la questione, convocò nel 431 d.C. il primo Concilio di Efeso che condannò Nestorio dichiarando il Nestorianesimo un’eresia e determinando la vittoria di Pulcheria che vide rinsaldarsi la sua posizione al vertice della politica orientale.

CRISAFIO E LE SCONFITTE DISASTROSE CONTRO GLI UNNI

Gli ultimi dieci anni del regno di Teodosio II (440 d.C.- 450 d.C.) furono caratterizzati dal ritiro della flotta orientale dalla guerra vandalica a causa dell’invasione degli Unni, da nuove dispute religiose e dalle lotte di potere tra la sorella di Teodosio, Pulcheria, la moglie di Teodosio, Elia Eudocia, e un nuovo contendente, il cubicularius Crisafio.

La pace con gli Unni costava all’Impero 350 libbre d’oro, ma le cose cambiarono nel 434 d.C. quando Attila e suo fratello Bleda divennero, insieme, re degli Unni e a partire dal 439 d.C. imposero all’Impero d’Oriente condizioni di pace molto più dure: i tributi vennero aumentati da 350 a 700 libbre d’oro, venne sancita l’apertura dei mercati romani ai commercianti unni e venne stabilito che i Romani non avrebbero dovuto accogliere profughi unni o provenienti da nazioni ostili agli Unni e sarebbero stati consegnati ad Attila e Bleda i figli superstiti del loro predecessore e zio Rua.

Teodosio II, nell’intento di pacificare il fronte danubiano prima della grande spedizione contro i Vandali, fu costretto ad accettare tali richieste.

Nello stesso periodo della spedizione contro i Vandali, gli Unni o meglio i commercianti unni occuparono Costanza sostenendo che il vescovo di Margus si era addentrato nelle loro terre distruggendo i sepolcri dei loro antenati.

Ciò fornì ad Attila –  che già era intenzionato a farlo essendo stato informato, secondo quanto sostenuto dallo storico Giordane, dal re vandalo Genserico che il momento era favorevole in quanto le frontiere risultavano particolarmente sguarnite –  il pretesto per attaccare l’Impero d’Oriente.

L’ipotesi di un asse tra gli Unni e i Vandali non è, però, condivisa da molti storici : è probabile, infatti, che Attila, approfittando del momento di particolare debolezza del nemico, abbia deciso di attaccare in maniera autonoma desideroso di impossessarsi di un ricco bottino e di mettere pressione su Costantinopoli.

Areobindo, avvertito del pericolo, tornò subito indietro ma, nel frattempo, Attila aveva già iniziato a scatenare tutta la sua potenza distruttrice grazie anche alle armi d’assedio di cui fece largo uso.

Tra il 441 d.C. e il 442 d.C. vennero saccheggiate Viminacium, Margus e soprattutto Naissus e altre città balcaniche, come Sirmium, verranno devastate poco dopo e, poiché la flotta non era ancora rientrata, Teodosio II fu costretto ad accettare il pagamento di un tributo ancora più pesante (1.400 libbre d’oro).

Al rientro della flotta Teodosio II, che non voleva darla vinta ad Attila, interruppe il pagamento del tributo, e nel periodo di relativa pace tra il 442 d.C. e il 447 d.C. rafforzò le difese dell’Impero consolidando il limes danubiano, riparando gli accampamenti fortificati e aumentando le pattuglie sui fiumi di confine. 

Attila, d’altronde, aveva altri problemi da affrontare : avendo fatto uccidere, nel 445 d.C. circa, il fratello Bleda, infatti, per diverso tempo fu impegnato a rafforzare la sua posizione e ad eliminare chi si opponeva alla sua autorità e dovette perciò rinviare l’invasione dell’Impero Romano d’Oriente.

Negli ultimi anni del regno di Teodosio II salì alla ribalta della scena politica bizantina un nuovo personaggio.

Si trattava dell’eunuco Crisafio, molto amato da Teodosio II per la sua bellezza, che nel 441 d.C. aveva addirittura convinto l’imperatore a liberarsi del praefectus urbi Ciro di Panopoli. Il poeta pagano si salvò convertendosi al Cristianesimo e prendendo i voti ma, su consiglio di Crisafio, venne mandato in Frigia in qualità di vescovo e venne ucciso dalla popolazione locale che già aveva ucciso i precedenti vescovi.

Crisafio divenuto cubicularius nel 443 d.C. per rafforzare la sua influenza su Teodosio dovette vedersela, sia con Pulcheria (e con i generali di origine barbarica a lei fedeli), sia con Elia Eudocia.

A tal fine convinse l’imperatore che, poiché la sorella viveva una vita praticamente ascetica, fosse opportuno che prendesse i voti, ma la donna, contraria a tale soluzione, decise di ritirarsi a vita privata nel castello di Hebdomon.

Tale operazione fu facilitata dalle sconfitte subite dai suoi generali contro Attila che avevano indebolito la sua posizione a corte senza, tuttavia, pregiudicarla del tutto.

Eudocia, che da tempo non aveva più molta influenza sul marito, fu allontanata da Costantinopoli in quanto l’eunuco convinse Teodosio che la moglie aveva una relazione con il magister officiorum Paolino.

La donna non farà più ritorno a corte e morirà a Gerusalemme nel 460 d.C.

Crisafio governò la scena politica dal 444 d.C. al 450 d.C. nonostante i generali di origine barbarica come Aspar gli fossero ostili così come anche gli Isaurici guidati da Zenone. 

Nel 447 d.C., intanto, Attila, che aveva finalmente risolto le dispute interne al suo regno, inviò i suoi delegati per chiedere il pagamento di 6.000 libbre d’oro arretrate, ma Teodosio II, probabilmente convinto di aver nel frattempo approntato solide difese, si rifiutò di pagare.

Non aveva, però, potuto prevedere che il 27 gennaio del 447 d.C. un violento terremoto distruggesse parte delle Mura Teodosiane consentendo ad Attila di invadere nuovamente l’Impero Romano d’Oriente.

I preparativi fatti da Teodosio furono inutili contro il potente esercito unno (che era composto anche da Eruli, Ostrogoti, Gepidi) e neppure le fortezze di confine, come l’importante fortezza di Ratiaria, resistettero a lungo all’orda unna.

Attila proseguì la sua avanzata seguendo il corso del Danubio fino al fiume Utus dove l’esercito romano, guidato da Arnegisclo, magister militum per Thracias, lo stava aspettando.

La battaglia del fiume Utus fu un trionfo per Attila anche se molte furono le perdite da entrambe le parti. I Romani, nonostante avessero combattuto valorosamente, furono annientati e Arnegisclo stesso cadde sul campo di battaglia.

Attila continuò ad avanzare in Tracia fino a Costantinopoli che pensava di poter conquistare facilmente dato che le mura erano ridotte in macerie. 

Il re unno non sapeva però che il prefetto del pretorio, Costantino, con l’aiuto delle fazioni dell’Ippodromo dei Verdi e degli Azzurri, aveva fatto ricostruire completamente e in poco tempo le mura della città. Questa incredibile e veloce ricostruzione salvò Costantinopoli e impedì ad Attila di conquistarla.

Attila, allora, devastò la Tracia e si diresse verso il Chersoneso dove lo attendevano due eserciti praesentalis, cioè due eserciti di élite, che contavano dai 24.000 ai 36.000 uomini e che erano comandati da Aspar e da Areobindo.

Poiché i due eserciti si trovavano sulle sponde opposte del Bosforo è probabile che Attila abbia affrontato un solo esercito.

Lo scontro si svolse presso Sestus nel Chersoneso e, nonostante fosse in inferiorità numerica, Attila vinse i Romani.

A questo punto la devastazione della Tracia fu totale e solo poche città, come Adrianopoli, si salvarono.

L’esercito unno si divise in tre tronconi e proseguì devastando la Grecia fino alle Termopili.

Con la Tracia e la Grecia devastate, Teodosio, spinto ad accettare da Crisafio e letteralmente terrorizzato da Attila, firmò le nuove e umilianti condizioni di pace: le 6.000 libbre arretrate andavano pagate in toto e il tributo annuale saliva a 2.100 libbre d’oro.

Anche i senatori dell’Impero d’Oriente dovettero contribuire al pagamento di questa smisurata somma. Molti storici moderni, però, ridimenzionando ciò che viene affermato da molti storici antichi, reputano eccessivo ritenere che tale pagamento abbia determinato una crisi nell’Impero d’Oriente, dato che, per esempio, alcune spedizioni militari successive come quella di Leone I contro i Vandali saranno molto di più costose se confrontate con la cifra che fu pagata ad Attila dopo le sue vittorie del 447 d.C. (la spedizione di Leone I avvenuta nel 468 d.C. costerà circa 100.000 libbre d’oro).

Attila impose, inoltre, l’evacuazione di una striscia di terra a sud del Danubio che doveva servire da zona cuscinetto.

L’accettazione di queste condizioni rese impopolare Crisafio ed è per questo che l’eunuco organizzò una congiura per eliminare Attila tentando di corrompere con 50 libbre d’oro Edeco, il capo delle guardie del re unno.

L’omicidio sarebbe dovuto avvenire durante un’ambasceria presso il re unno nel 449 d.C., ma Edeco informò il suo padrone dei piani di Crisafio e Attila, non solo rimandò indietro la borsa con il denaro perché Teodosio e Crisafio potessero vederla, ma chiese anche la testa dell’eunuco.

Teodosio II convinse, però, Attila tramite un’ambasciata ad accettare una forte somma di denaro (parte della quale donata da Crisafio stesso) e a risparmiare l’eunuco rinunciando, inoltre, ad ogni azione bellicosa.

Era chiaro che Teodosio temeva il re unno e voleva conservare, sia pure con un trattato disonorevole, la pace.

IL “LATROCINIUM EPHESI” E LA MORTE DI TEODOSIO II

Il 449 d.C. fu anche l’anno del secondo Concilio di Efeso, dato che la condanna di Nestorio e la vittoria di Cirillo aveva portato negli anni tra il 447 d.C. e il 449 d.C. allo sviluppo di nuove dispute teologiche tra i cristiani.

Tali dispute riguardavano la natura di Cristo : secondo alcuni Questi riuniva in sé sia la natura umana che quella divina mentre, secondo altri, la natura di Cristo era una sola, quella divina, nata dall’unione delle due nature, dopo l’Incarnazione.

Quest’ultima teoria detta Monofisismo era difesa da Eutiche di Alessandria e da Crisafio stesso.

A questa teoria si opponeva Flaviano il patriarca di Costantinopoli e Pulcheria che aveva ancora influenza a corte e che perciò appoggiò Flaviano. 

Crisafio reagì convincendo l’imperatore a esiliare Pulcheria e facendo nominare Dioscoro, nemico di Flaviano, vescovo di Alessandria.

Flaviano condannò il Monofisismo e Crisafio spinse Teodosio a convocare il secondo Concilio di Efeso per risolvere la disputa. 

Il papa di Roma prima del Concilio in una missiva inviata a Flaviano chiese che venisse condannato sia il Monofisismo che il Nestorianesimo. 

L’aria nel Concilio divenne subito rovente e molte furono le minacce e le violenze fisiche compiute contro i partecipanti. Il Concilio, sotto la direzione di Dioscoro, dichiarò che Cristo aveva un’unica natura cioè quella divina.

Flaviano venne espulso durante il Concilio e, malmenato dai monaci alessandrini, morì in esilio poco dopo a seguito delle percosse ricevute. Nonostante questa vittoria dei Monofisisti, il papa di Roma Leone I, che non aveva accettato queste conclusioni anche perché le ritenne frutto di imbrogli e prevaricazioni (lo definì, infatti, “Latrocinium Ephesi” o brigantaggio di Efeso), cercò di convincere Teodosio II a convocare un nuovo concilio, ma l’imperatore, che aveva accettato le tesi di Eutiche e aveva riconosciuto la validità del secondo Concilio di Efeso, morì nel 450 d.C. – a seguito di una caduta da cavallo che gli procurò una frattura della spina dorsale – mentre attraversava il fiume Lycus vicino a Costantinopoli.

LA SUCCESSIONE AL TRONO : MARCIANO

Con la sua morte, all’età di 49 anni, dato che non aveva figli maschi in vita, si estingueva il ramo maschile della dinastia Teodosiana.

Dopo la morte del fratello, Pulcheria fece ritorno a corte e, dopo che vennero esclusi come candidati alla porpora imperiale Valentiniano III (il cugino di Teodosio II e marito della sua unica figlia ancora in vita) e il magister militum, Aspar (che si rifiutò in quanto convinto che non sarebbe stato accettato a causa delle sue origini barbare e della sua fede ariana), Pulcheria, ascoltando i consigli dello stesso Aspar, prese come marito – elevandolo alla porpora imperiale –  un sessantenne vedovo di nome Marciano che aveva combattuto sotto il comando di Ardaburio il Vecchio e Aspar.

Un’altra versione molto simile alla precedente afferma che fu Pulcheria a scegliere Marciano e che Aspar abbia comunque appoggiato tale scelta, dato che Marciano aveva combattuto sotto il suo comando e sotto quello di suo padre.

Secondo altre fonti fu lo stesso Teodosio II a scegliere Marciano come suo successore. Prima di morire l’imperatore convocò Marciano ed alla presenza di Aspar gli disse : “Mi è stato rivelato che tu regnerai dopo di me”. Pulcheria e Aspar avrebbero successivamente rispettato la volontà del defunto imperatore.

CONCLUSIONI : UN REGNO MEDIOCRE

In conclusione il regno di Teodosio II fu davvero un regno ambivalente in cui si alternarono periodi di gloria e ricchezza e periodi di atroci sconfitte.

Teodosio II, molto più attivo come politico e amministratore di suo padre Arcadio, fu uomo intelligente, amante delle arti e della cultura e durante il suo regno opere importanti videro la luce e vennero lasciate ai posteri sia in ambito legislativo, sia in ambito culturale ma, soprattutto, dal punto di vista militare.

Il governo di Antemio con la costruzione delle Mura Teodosiane così come il periodo di maggiore influenza di sua moglie Elia Eudocia furono, ad esempio, i momenti di maggior splendore del suo regno e lasciarono tracce durature per i posteri.

L’influenza di Pulcheria che, praticamente, governò per molto tempo al fianco del fratello e il bigottismo religioso dello stesso Teodosio diedero un colpo decisivo al Paganesimo.

Secondo le testimonianze storiche il Palazzo Imperiale, un tempo luogo di vizi soprattutto carnali, fu trasformato da Pulcheria in una specie di chiostro e Teodosio stesso sembrava a volte un vero sacerdote affiancato dalle devote e pie sorelle. 

L’imperatore particolarmente amante della teologia ebbe un ruolo decisivo durante i due Concili di Efeso abbracciando apertamente il Monofisismo negli ultimi anni della sua vita.

L’imperatore fu anche grande appassionato di scienza, musica e letteratura classica, amava la caccia e introdusse a Costantinopoli il gioco del polo proveniente dalla Persia.

In ambito militare i risultati furono davvero altalenanti, dato che Teodosio II ottenne grandi vittorie contro i Persiani, ma non riuscì a salvare Ravenna e l’Occidente da un lento e inesorabile declino e, soprattutto, fu costretto a sottomettersi ad Attila accettando condizioni umilianti.

La presenza di Crisafio e la sua decisiva influenza si rivelarono deleterie per Teodosio. A sua discolpa va detto che fece di tutto per difendere il suo impero da Attila fallendo, però, in tale tentativo anche per aver sottovalutato il nemico.

In definitiva Teodosio II, pur avendo grandi potenzialità, si lasciò troppo facilmente influenzare da cattivi consiglieri e, per questa ragione, il suo regno non può dirsi né ottimo né pessimo ma soltanto mediocre.

La Guerra dei cent’anni: cause, riassunto, battaglie e cronologia

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La guerra dei cent’anni, che si è sviluppata dal 1337 al 1453, fu una serie di conflitti armati tra i regni d’Inghilterra e Francia durante il tardo medioevo.

Le origini del conflitto risiedono in una serie di rivendicazioni al trono di Francia da parte di diversi regnanti inglesi, ma nel corso del tempo la guerra conobbe una evoluzione e si trasformò in una lotta di potere per il predominio politico e culturale dell’Europa, alimentata da un nazionalismo emergente da entrambe le parti.

Può essere sicuramente considerato il conflitto più significativo del Medioevo, con 116 anni complessivi di guerra, sebbene interrotti da diverse tregue, il coinvolgimento di cinque generazioni di re e la presenza di due dinastie rivali.

Entrambi i Paesi produssero innovazioni sia nella tecnologia che nelle tattiche militari, creando eserciti permanenti professionali, rinnovando l’artiglieria e cambiando per sempre il modo di svolgere la guerra in Europa.

La guerra dei cent’anni ha permesso inoltre lo sviluppo di un sentimento di identità nazionale radicato, che contribuì a trasformare gradualmente i due paesi in potenze globali.

L’origine della guerra dei cent’anni: da Guglielmo il Conquistatore a Enrico II

All’inizio del XIV secolo, la Francia era la nazione più grande e prospera dell’Europa Occidentale che, grazie ai suoi monarchi, in primis Luigi IX, aveva sviluppato una burocrazia e un apparato statale piuttosto efficiente. Per contro, il Sacro Romano Impero era paralizzato da decenni di profonde divisioni, e così l’unico stato europeo in grado di competere con la Francia era l’Inghilterra.

Gli storici identificano in Guglielmo il Conquistatore il capostipite di questo conflitto.

Guglielmo il Conquistatore, considerato dagli storici il capostipite della Guerra dei cent’anni

Egli era re d’Inghilterra, ma deteneva anche importanti feudi francesi in qualità di vassallo del re di Francia:  tra i suoi possedimenti vi era ad esempio tutta l’importante regione dell’Aquitania.

La situazione peggiorò con l’arrivo di Enrico Plantageneto: già signore di importanti territori francesi in qualità di Duca di Normandia dal 1150 e Conte d’Angiò dal 1151, attraverso il matrimonio con la moglie divorziata di Luigi VII di Francia, Eleonora d’Aquitania, divenne anch’egli Duca d’Aquitania. Quando, nel 1154 divenne anche re d’Inghilterra con il nome di Enrico II, quest’ultimo si ritrovò a governare contemporaneamente l’Inghilterra e gigantesche porzioni del territorio francese.

La dinastia dei nobili francesi dei capetingi reagì lavorando per indebolire il suo potere. Dopo una serie di conflitti, si arrivò ad un primo accordo, stipulato tra Enrico III d’Inghilterra e Luigi IX di Francia e ratificato nel dicembre 1259 a Parigi. 

Secondo i termini del trattato, Enrico III poteva conservare il Ducato di Guienna, una zona molto ridotta dell’Aquitania, ma doveva restituire ai francesi la Normandia, l’Angiò e il Poitou. In cambio, il re di Francia si impegnava a consegnare all’Inghilterra alcuni territori di confine: il Saintonge inferiore, l’Agenais e alcune terre nel Quercy.

Sia Enrico II che Luigi IX avevano intenzione di rispettare il trattato, anche perché si ammiravano a vicenda e  avevano profondi legami familiari. Tuttavia qualcosa andò storto: le terre di Saintonge, Agenais e Quercy,  che erano di proprietà del fratello di Luigi IX, Alfonso, sarebbero dovute andare agli inglesi alla morte di quest’ultimo, anche in assenza di eredi. 

Ma quando Alfonso morì, il nuovo re di Francia, Filippo III, cercò di eludere l’accordo e la questione non venne risolta fino a quando il nuovo re d’Inghilterra, Edoardo I, ricevette le terre di Agenais con il Trattato di Amiens (1279) e quelle di Saintonge con il Trattato di Parigi (1286).

La lotta per il possesso della Guienna

Nel frattempo, la nobiltà francese nella Guienna incoraggiava le fasce più scontente della popolazione a fare appello per qualsiasi motivo al Re di Francia e al parlamento di Parigi, contro i sovrani britannici. Questo non faceva altro che peggiorare i rapporti tra la corte francese e inglese.

Una prima grave crisi avvenne nel 1293: alcune navi inglesi furono impegnate in combattimenti minori contro una flotta Normanna nel nord della Francia. Il re di Francia Filippo IV, ritenendo questo un affronto al suo paese, decise che come risarcimento avrebbe confiscato la Guienna. 

A questo provvedimento si aggiunsero le vittoriose campagne militari di suo fratello, Carlo, e di suo cugino, Roberto II, che permisero al sovrano francese di riconquistare quasi tutto il Ducato di Guienna.

Per tutta risposta, il re d’Inghilterra Edoardo I si alleò con Guido di Dampierre, Conte delle Fiandre, un vassallo ribelle della Francia. La guerra sembrava sul punto di riprendere, quando intervenne come arbitro Papa Bonifacio VIII, che fu in grado di porre temporaneamente fine a questa fase delle ostilità.

Edoardo I d’Inghilterra

Ma le tensioni per quel territorio ricominciarono dopo poco:  il nuovo re d’Inghilterra, Edoardo II, aveva accettato di dichiarare che i suoi possedimenti in Francia erano effettivamente proprietà di re Filippo IV.

Ma Edoardo era riluttante a mantenere la promessa di fronte ai tre figli di Filippo. Il primo di questi, Luigi X, morì prima che Edoardo riconoscesse la sua proprietà sulle terre, mentre il secondo, Filippo V, venne riconosciuto come sovrano da Edoardo solamente nel 1320. Un tale ritardo, offensivo per i francesi, portò il terzo figlio, Carlo IV, a forzare la situazione e a dichiarare la Guienna definitivamente annessa alla Francia nel luglio del 1324.

Gli inglesi tentarono allora di riconquistare il ducato con un’invasione militare. Giunte voci dello sbarco inglese, e seduti nuovamente ad un tavolo per trovare una soluzione, Edoardo II d’Inghilterra e Filippo V di Francia cercarono di individuare dei governatori graditi ad entrambe le corone, come accadde nel caso del genovese Antonio Pessagno. Questo approccio di collaborazione funzionò per un certo periodo, come anche nel caso di Henri de Sully, che era contemporaneamente maggiordomo della casa reale francese ed amico personale di Edoardo II.

Poi, Edoardo rinunciò al ducato a favore di suo figlio, il futuro Edoardo III.

La sfida tra Edoardo III d’Inghilterra e Filippo VI di Francia

Un nuovo conflitto si verificò quando il 1 febbraio 1328 il re di Francia, Carlo IV, morì senza lasciare eredi maschi.  Dal momento che non esisteva una regola definitiva per la successione alla corona francese, si decise di convocare un’assemblea di notabili per scegliere il nuovo sovrano.

I due pretendenti erano Edoardo III d’Inghilterra, che giustificava la sua pretesa al trono di Francia per via della madre, Isabella, sorella di Carlo IV. L’altro era Filippo, figlio di Carlo, a sua volta fratello di Filippo IV.

L’assemblea scelse Filippo, che divenne nuovo re di Francia, con il nome di Filippo VI. Edoardo III protestò vigorosamente, minacciando di difendere i suoi diritti con ogni mezzo possibile. Ma Filippo VI sconfisse alcuni ribelli fiamminghi nella battaglia di Cassel (agosto 1328),  dando al suo avversario una evidente dimostrazione delle sue capacità militari.

Edoardo si convinse così a ritirare le sue pretese territoriali, cosa che avvenne ufficialmente nel giugno del 1329. Filippo, vedendo che la situazione volgeva a favore della Francia, chiese a Edoardo di rendergli omaggio e dimostrò di non avere la minima intenzione di restituire alcune terre che Edoardo aveva richiesto. Trovandosi di nuovo sull’orlo della guerra, Edoardo fu obbligato a rinnovare il suo omaggio al sovrano francese, e alle sue condizioni.

Dopodiché, i rapporti rimasero stabili per più di due anni.

Ma nel 1334 Edoardo sembrò pentirsi della sua debolezza, incalzato anche da Roberto III d’Artois,  nipote del cugino di Filippo IV. 

Egli cercò quindi di recuperare le terre della Guascogna, sia lavorando per interrompere l’alleanza tra la Francia e la Scozia, sia sobillando rivolte contro Filippo nei Paesi Bassi e in Germania. Filippo, capendo il disegno dell’avversario, organizzò in risposta una piccola spedizione per aiutare gli scozzesi contro gli inglesi e strinse un’alleanza con il territorio di Castiglia. 

Era chiaro che entrambe le parti si stavano preparando per la guerra. Così, Filippo dichiarò nuovamente la Guienna confiscata il 24 maggio 1337, mentre Edoardo dichiarò che il regno di Francia era suo di diritto, inviando una sfida formale al suo avversario.

La ripresa della guerra: le campagne di Bretagna e Guascogna

I primi veri scontri della Guerra dei cent’anni si verificarono in mare. Edoardo III si stabilì nella città di Anversa e strinse un’importante alleanza con Jacob van Artevelde, nobile proveniente da Gand e capo delle città fiamminghe.  Queste decisero di schierarsi con Edoardo soprattutto perché l’Inghilterra forniva loro la pregiata lana, fondamentale per le industrie tessili della regione.

Di lì a poco, Edoardo ottenne l’appoggio di suo cognato, Guglielmo II, conte di Hainaut, e Giovanni III, duca di Brabante.

Infine, il sovrano inglese strinse accordi con l’imperatore del Sacro romano Impero, Luigi IV il bavarese. 

Avendo le spalle coperte, Edoardo assediò la città di Cambrai nel 1339. Il 22 ottobre di quello stesso anno, una parte dell’esercito francese e di quello inglese arrivarono finalmente a poche miglia l’uno dall’altro, presso Buironfosse, ma nessuno volle attaccare battaglia.

Nel frattempo, sul mare, le navi di Edoardo furono in grado di sconfiggere la flotta francese durante la battaglia di Sluis, il 24 giugno 1340: i francesi, assieme ai loro alleati castigliani e genovesi furono sbaragliati. Così, gli inglesi poterono dirottare nuove forze militari sulla terraferma.

La battaglia di Sluis (1340) tra Edoardo III d’Inghilterra e la flotta francese

Le ostilità si interruppero brevemente quando la sorella di Filippo VI, Margherita, e Papa Benedetto XII promossero una mediazione fra le due nazioni, che culminò nella tregua di Esplechin, del 25 settembre 1340.

Il teatro della guerra si spostò allora in Bretagna, dove la morte del Duca Giovanni III aveva spinto gli abitanti ad invocare contemporaneamente l’aiuto del re francese e inglese per decidere il successore. I pretendenti erano Carlo di Lois, appoggiato dai francesi e Giovanni di Monfort, sostenuto dagli inglesi.

Le truppe dei due stavano per arrivare a battaglia nel dicembre 1342, quando gli ambasciatori del nuovo pontefice, Clemente VI, intervennero in tempo e riuscirono ad ottenere una tregua nel gennaio del 1343.

In realtà, in questa fase della guerra, nessuno dei due re voleva giungere ad una battaglia definitiva, ma ognuno sperava di ottenere la vittoria con altri mezzi. Entrambi intrapresero infatti un’intensa guerra di propaganda. Edoardo cercò di ottenere il sostegno contro i francesi facendo affiggere proclami sulle porte delle chiese, mentre Filippo sfruttava ogni occasione pubblica per sottolineare la sua legittimità come successore dei capetingi.

Tra il 1343 e il 1344 gli sforzi propagandistici di Edoardo sembrarono fare breccia in una parte della Francia occidentale, che si sollevò contro Filippo, il quale però schiacciò la rivolta con estrema severità. Edoardo riprese allora l’offensiva nel 1345.

Enrico di Grosmont,  primo Duca e quarto Conte di Lancaster, riuscì a sconfiggere una forza francese numericamente superiore nell’ottobre del 1345. L’anno dopo, Enrico respinse ad Aiguillon un esercito francese guidato da Giovanni, Duca di Normandia e figlio maggiore di re Filippo.

L’invasione inglese e la disfatta francese di Crécy

Mentre Enrico continuava la campagna militare nel sud ovest della Francia, Edoardo III in persona sbarcò presso Cotentin, penetrò in Normandia, conquistò la città di Caen e marciò su Parigi. Tuttavia, rinunciò a prendere la capitale e preferì attraversare il fiume Senna, dirigendosi verso la Piccardia e il suo feudo di Ponthieu.

Filippo lo inseguì, raggiungendo l’esercito inglese vicino a Crécy e dando subito battaglia. Ma Crécy si rivelò per i francesi una sconfitta devastante: l’esercito venne annientato, e molti tra i più valorosi nobili vennero uccisi il 26 agosto 1346. 

La battaglia di Crécy (1346): le forze inglesi di Edoardo III annientano l’esercito francese di re Filippo VI

Edoardo scelse però di non inseguire l’avversario, ma preferì marciare dritto verso Calais, che assediò dal settembre 1346 all’agosto del 1347. La città venne difesa valorosamente da Jean de Vienne, e gli assediati opposero una ostinata resistenza, ma la città fu costretta a cedere per fame. 

Così, i nobili di Calais, su ordine di Edoardo, si arresero, uscendo dalla città indossando solamente una camicia leggera e con delle corde al collo, pronti per essere impiccati. Edoardo era deciso a giustiziarli, ma le loro vite furono salvate dall’intercessione della regina Filippa di Hainaut.

Mentre il sovrano inglese era impegnato nell’assedio, in patria si verificarono alcune emergenze: gli scozzesi, guidati dal Re David II, invasero l’Inghilterra ma furono provvidenzialmente sconfitti a Neville’s Cross nell’ottobre del 1346 e lo stesso sovrano scozzese venne catturato. Anche in Bretagna, Carlo di Blois attaccò l’esercito britannico, ma anche quest’ultimo venne sconfitto e catturato.

Nel frattempo, dopo la sconfitta di Crécy , la Francia sprofondò in una confusione politica. Il consiglio del re venne quasi completamente sostituito e Giovanni di Normandia perse gran parte della sua influenza. Alcuni nobili francesi lavorarono ad una proposta di pace, che prevedeva l’adozione da parte di Filippo dello stesso Edoardo come suo erede: il piano, ideato dal Papa e da Santa Brigida di Svezia, si concluse però con un nulla di fatto. 

La guerra arrivò comunque ad un punto morto: la peste nera che dilagava in Europa e le ristrettezze finanziarie di entrambi i governi si tradussero in una situazione di stallo. Così venne firmata la tregua di Calais, nel settembre del 1347, puntualmente rinnovata nei due anni successivi.

Con la morte di Filippo VI, il nuovo sovrano francese divenne Giovanni II. Egli era perfettamente consapevole della grave situazione di debolezza in cui si trovava la Francia, ed era disposto ad ottenere la pace anche a costo di consentire al re inglese di godere liberamente dei suoi feudi nel paese, senza nemmeno volerlo costringere a rendergli omaggio.

Ma l’opinione pubblica francese si indignò talmente che Giovanni non riuscì in alcun modo a perseguire i suoi progetti di pace. E quando Edoardo III si rifiutò di firmare una nuova proroga della tregua, la guerra ricominciò.

La situazione politica francese, nel momento meno adatto, peggiorò ulteriormente. Carlo II, re di Navarra, aveva sposato la figlia di Giovanni II nel 1352. In quanto nipoti di Luigi X per parte di madre, Carlo sostenne  di avere più diritto rispetto ad Edoardo III sulle concessioni di Giovanni. La controversia con il suocero venne inizialmente risolta dai trattati di Mantes (1354) e Valognes (1355),  ma Carlo ritornò rapidamente a litigare con Giovanni, il quale nell’aprile del 1356 lo fece arrestare. Il fratello di Carlo, Filippo, assunse allora la guida della fazione francese avversa a Giovanni, mantenendo il possesso delle terre di Normandia, che Giovanni aveva ceduto a Carlo.

La campagna di Poitiers: Edoardo il Principe Nero 

Le ostilità militari ripresero nel 1355. Edoardo il Principe nero, figlio maggiore di Edoardo III, sbarcò a Bordeaux nel settembre dell’anno, devastando diversi territori fino a Narbonna. In ottobre, un altro esercito inglese marciò su Artois per affrontare l’esercito di Giovanni presso la città di Amiens,  ma alla fine non si giunse a battaglia.

Il Principe Nero lasciò Bordeaux,  marciando a nord fino alla Loira con le truppe inglesi, comandate da John Chandos, assieme agli alleati Guasconi al comando di Jean III de Grailly.  Le forze di Edoardo ammontavano a poco meno di 7000 soldati, ma nonostante questo decise di inseguire gli uomini di Giovanni II. Egli, in risposta, lasciò la Normandia e si accordò con l’avversario per incontrarsi ufficialmente a Poitiers il 17 settembre 1357.

Dimenticando la lezione di Crécy, i francesi lanciarono a Poitiers una serie di assalti durante i quali i loro cavalieri si impantanarono nel terreno fangoso e divennero facili bersagli per gli arcieri del Principe Nero. Il sovrano francese Giovanni II in persona guidò l’ultima carica di cavalleria prima di essere fatto prigioniero, assieme a migliaia di suoi cavalieri. Imprigionato, venne condotto presso Bordeaux, dove fu trattenuto fino al suo trasferimento in Inghilterra, nel maggio del 1357.

Le trattative per la liberazione di re Giovanni II di Francia

Durante la sua prigionia a Bordeaux, il re francese concluse una tregua di due anni con la corona inglese e iniziò a discutere i termini della pace, che si basavano sull’abbandono dell’Aquitania, che sarebbe stata ceduta senza condizioni ad Edoardo.

Giovanni II di Francia si arrende agli inglesi ed è fatto prigioniero (settembre 1356)

Nel frattempo a Parigi si era creata una situazione difficile: un gruppo di riformatori, tra cui Jean de Craon, Robert Le Coq ed Étienne Marcel, erano diventati membri degli Stati Generali e si dichiararono contrari alla cieca approvazione delle decisioni del loro sovrano,  che trattava da prigioniero.

I membri dell’assemblea preferivano continuare la guerra piuttosto che smembrare il patrimonio territoriale della Francia.

L’assemblea di Parigi sperava piuttosto che Carlo avrebbe represso le compagnie di soldati inglesi che stavano devastando e saccheggiando i distretti occidentali della Francia.

Sebbene le ostilità tra Francia e Inghilterra fossero sospese per via delle trattative, questo fu il periodo dove la devastazione degli eserciti sul territorio divenne più grave che mai. Il disordine e la miseria dilagavano ovunque, e assunsero toni drammatici con la cosiddetta “Jacquerie”, una rivolta di contadini a nord della Senna, brutalmente repressa dall’esercito regolare.

Dopo la morte di Etienne Marcel, re Giovanni concluse con Edoardo III il “Primo trattato di Londra”, che prevedeva la cessione agli inglesi del Ducato di Aquitania e il pagamento di 4 milioni di scudi d’oro mentre Edoardo, in cambio, avrebbe rinunciato alla sua pretesa sulla corona francese.

Tuttavia, i ritardi nel pagamento delle prime rate del riscatto invalidarono il trattato e nel marzo 1359 Edoardo impose al suo prigioniero dei termini più severi. Ora le condizioni di pace prevedevano che gli ostaggi francesi sarebbero stati trattenuti dall’esercito inglese fino al pagamento di una parte cospicua del riscatto e dietro la cessione di un ulteriore territorio, ovvero le antiche terre angioine, comprese tra la Loira e la Manica.

Ma i governanti francesi delle regioni coinvolte si rifiutarono di ratificare il secondo trattato ed Edoardo III sbarcò ancora una volta a Calais, marciando attraverso i territori di Artois e Champagne.  Edoardo non riuscì a catturare la città di Reims, ma devastò il distretto di Beauce.

Così, presso Bretigny,  si tennero dei nuovi colloqui di pace tra Edoardo e il figlio di Giovanni II, Carlo V.  La Francia si impegnava a cedere agli inglesi l’intera Aquitania, la città di Calais e Guines, mentre il riscatto venne ridotto a 3 milioni di scudi d’oro. 

Vennero presi degli ostaggi francesi, ma Giovanni sarebbe stato rilasciato dopo aver ricevuto una prima rata di 600mila scudi. Il re francese doveva poi rinunciare a ogni sovranità e giurisdizione su tutti i territori ceduti entro il 30 novembre 1361.

Finalmente, nell’ottobre 1360, Giovanni venne liberato e tornò in una Francia esausta e divisa.  Nel luglio del 1362, Eduardo III trasferì la proprietà del principato di Aquitania a suo figlio, Edoardo il Principe Nero.

La lotta fra Carlo V di Francia e Edoardo III

Nell’aprile del 1364, Giovanni II morì e il figlio Carlo V gli succedette.  Il compito del nuovo re era quello di affrontare la condizione di estrema miseria della Francia, e la pace con l’Inghilterra gli permetteva di dirottare le risorse finanziarie per una ricostruzione.

Eppure, l’opinione pubblica francese non era disposta ad accettare le condizioni inglesi e voleva che fosse recuperato il controllo delle zone cedute al nemico. Sfruttando una clausola secondo cui alcuni territori non erano stati consegnati ai francesi entro il novembre del 1361, Carlo V fece ricorso, portando Edoardo III a ritenere questa sua azione come una provocazione e le ostilità ripresero.

Il figlio di Edoardo, Giovanni di Gaunt, duca di Lancaster, sbarcò a Calais nel 1369 e condusse una incursione di cavalleria nel territorio francese. Sir Robert Knollys avanzò verso ilÎle-de-France , ma il nuovo conestabile di Francia, Bertrand du Guesclin, distrusse parte del suo esercito a Pontvallain (dicembre 1370).

La marina castigliana, in alleanza con i francesi, sconfisse una flotta inglese al largo di La Rochelle (1372), e Giovanni di Gaunt condusse una più ambiziosa incursione di cavalleria attraverso la Francia, devastando i territori da Calais a Bordeaux .

Ad un certo punto venne stipulata una tregua a Bruges, nel 1375, che durò fino al 1377.  L’8 giugno 1376 il Principe Nero morì, mentre il 21 giugno 1377 perì anche Edoardo III: il loro erede, il figlio del Principe Nero, Riccardo II, aveva solo 10 anni. 

La guerra allora si trascinò a fasi alterne, e Carlo V non riuscì ad imprimere al conflitto una direzione definitiva. Così, quando anche Carlo morì nel 1380, gli inglesi non erano ancora stati del tutto cacciati dalla Francia.

Le ribellioni in Inghilterra e le contese al trono di Francia

Negli anni successivi sia il trono inglese che quello francese erano occupati da bambini: Riccardo II e Carlo VI. L’Inghilterra era notevolmente indebolita da lotte politiche interne e la situazione venne ulteriormente aggravata dallo scoppio della prima grande ribellione popolare della storia inglese. 

Il problema risiedeva nella tassa che venne imposta per finanziare la guerra in corso, che provocò il risentimento nei lavoratori e negli artigiani, già gravati dall’istituzione dello “Statuto dei lavoratori” del 1351, che riduceva in maniera stringente i salari e che si era reso necessario dopo la carenza di manodopera causata dalla peste nera. 

Nel maggio del 1381 scoppiò la rivolta dei contadini nel sud est del paese. Il capo della ribellione fu Wat Tyler, che marciò fino a Londra accompagnato da una banda di ribelli provenienti dalla regione del Kent. Il 14 giugno, Tyler e i suoi riuscirono a conquistare la torre di Londra e a decapitare i funzionari responsabili della riscossione delle tasse. Re Riccardo II offrì allora delle concessioni e il giorno seguente il re, appena quattordicenne, incontrò i ribelli nella città di Smithfield.

Durante le contrattazioni scoppiarono però dei nuovi combattimenti, durante i quali Tyler rimase gravemente ferito: fu così catturato dai funzionari del re e decapitato. Poco dopo, la ribellione venne soppressa e tutte le concessioni offerte dal re furono rapidamente ritirate.

La decapitazione del rivoluzionario inglese Wat Tyler (15 giugno 1381)

In Francia, nel frattempo, gli zii di Carlo VI, che regnavano in suo nome, lottavano tra loro per la conquista del potere. La controversia più importante riguardava le Fiandre. Henry Despenser, vescovo di Norwich , guidò una spedizione a Dunkerque e Ypres (1383), ma si rivelò un completo fiasco. Dopo la morte senza eredi maschi (gennaio 1384) di Luigi di Mâle , conte delle Fiandre, il feudo entrò in possesso del genero Filippo il Temerario , duca di Borgogna e zio del re di Francia.

Finalmente nel 1385 i francesi approntarono dei piani per l’invasione dell’Inghilterra ma il progetto venne improvvisamente abbandonato per ragioni ancora oggi sconosciute.

Di lì a poco, in entrambi i Paesi nacquero e presero il potere dei gruppi di nobili favorevoli alla pace, il che portò all’apertura di nuovi colloqui per raggiungere una tregua. Le discussioni iniziarono nel novembre del 1388 e si conclusero con la firma di una tregua di 3 anni.

Gli inglesi accettarono di allontanarsi da alcuni territori come Brest e Cherbourg, e Riccardo II accettò di rendere omaggio al re francese, dichiarandosi suo vassallo, in cambio del permesso di rimanere in una parte della contea. Tuttavia, la definitiva conclusione dei trattati fu impedita dalle controversie sui confini del Ducato.

A questo punto, Riccardo II trattò direttamente con Carlo VI: Il re inglese chiese la mano della figlia di Carlo, Isabella, e il 9 marzo 1396  si svolse un matrimonio per procura.

Infine, importante momento di svolta per l’esito di tutta la Guerra dei cent’anni, i due sovrani decisero di prorogare la tregua per 28 anni: nell’ottobre del 1396, attorniati da magnifici festeggiamenti i due re sottoscrissero l’accordo. Nonostante non fosse un trattato di pace definitivo, l’Inghilterra e la Francia sembravano intenzionate a mantenere finalmente dei rapporti di pacifica convivenza.

Enrico IV d’Inghilterra e la guerra civile in Francia tra Armagnacchi e Borgognoni

Purtroppo, gran parte dei sudditi inglesi non era affatto soddisfatta della tregua. La nobiltà inglese e i cavalieri avevano ancora parecchi interessi economici per tutta la Francia e l’opinione pubblica era rimasta impressionata dalla propaganda che si era sviluppata durante il regno di Edoardo III, e continuava a considerare i francesi degli irriducibili nemici.

Così, quando l’erede di Giovanni di Gaunt, Henry Bolingbroke, conte di Derby, tornò dall’esilio nel 1399 per contendere la sua eredità a Riccardo II, le fasce della popolazione intenzionate a riprendere la guerra si radunarono intorno ad un nuovo leader. Riccardo venne deposto e morì in prigione nel febbraio del 1400 e Bolingbroke venne proclamato re d’Inghilterra, con il nome di Enrico IV. 

Enrico aveva innanzitutto bisogno di consolidare il suo potere in patria e nell’agosto del 1400 permise alla vedova di Riccardo, Isabella, di tornare in Francia. In quel momento, dal momento che il re francese dava segni di malattia mentale, suo fratello Luigi, che presiedeva il consiglio reale, cercò di ostacolare Enrico, sostenendo la ribellione del leader gallese Owen Glendover contro l’Inghilterra. Così, essendo riuscito a distrarre le forze militari di Enrico, Luigi fu libero di avviare la riconquista dell’Aquitania.

Nel 1405 il conestabile di Francia, Charles d’Albret, conquistò molte città della Saintonge e del Périgord mentre Bernardo VII, conte d’Armagnac, minacciava Bordeaux. Nel 1406 i francesi subirono però due battute d’arresto: Luigi non riuscì a conquistare Blaye sul fiume Gironda, mentre Giovanni il Temerario, duca di Borgogna , fu respinto davanti a Calais.

Gli scarsi successi militari della Francia dipendevano soprattutto dalla rivalità tra il duca d’Orleans e Giovanni l’Impavido. Il primo voleva attaccare gli inglesi con energia e rapidità, mentre Giovanni era più propenso ad un accordo con Enrico IV. 

Nel frattempo che Carlo VI, incapace di intendere e volere per lunghi intervalli di tempo, aveva delegato la gran parte delle sue decisioni a sua moglie, Isabella di Baviera, la rivalità personale tra i due principi culminò nell’assassinio del Duca d’Orléans nel novembre 1407 su istigazione di Giovanni l’impavido. 

Così l’omicidio diede il via a un aspra guerra civile che scosse tutta la Francia: le due fazioni che si combattevano era quella dei Borgognoni e degli Armagnacchi,  i quali si dichiaravano, ora l’uno ora l’altro, legittimi successori di Enrico IV.  Gli Armagnacchi cercarono l’aiuto di re Enrico nel 1412, offrendogli la restituzione dell’Aquitania, ma egli morì nel marzo del 1413. Così nel maggio dello stesso anno, i Borgognoni stabilitisi a Parigi emanarono una serie di riforme, prontamente annullate dagli oppositori Borgognoni.

La battaglia di Agincourt e la conquista della Normandia  

Il nuovo re inglese, Enrico V diede immediatamente dimostrazione di voler riprendere la guerra sul continente. Gli emissari diplomatici di Carlo VI ritornarono a mani vuote, dal momento che Enrico avanzava delle richieste particolarmente intransigenti. Il sovrano inglese si imbarcò quindi per la Francia con le sue truppe il 10 agosto 1415, sbarcando sull’estuario del fiume Senna.

Dopo aver conquistato la città di Harfleur (14 settembre)  si diresse verso la Piccardia. Attese poi l’arrivo dell’esercito francese ad Agincourt,  nella regione di Artois, dove, il 25 ottobre 1415, infissi ai francesi una sconfitta devastante, nonostante fosse in netta inferiorità numerica.

La battaglia di Agincourt, 1415: il re inglese Enrico V sbaraglia l’esercito francese pur in grande inferiorità numerica

Tuttavia, Enrico, dal momento che il suo esercito stava soffrendo la fame e le finanze inglesi erano disastrate, non riuscì a sfruttare adeguatamente il suo vantaggio e preferì ritirarsi dapprima a Calais per poi ritornare in Inghilterra.

Anche se la vittoria di Agincourt non fu particolarmente utile ai fini della guerra, la sua dimostrazione di efficienza militare convinse il re tedesco Sigismondo ad allearsi con lui, tanto che nell’agosto del 1416 egli riconobbe come valida la pretesa al titolo di re di Francia di Enrico V.

Nel 1417, Enrico ritornò sul continente, con l’obiettivo di sottomettere la Normandia, città per città. Caen, Alençon ed Evreux gli aprirono le porte senza combattere.  

Vedendo la sua inarrestabile avanzata, Isabella di Baviera e Giovanni l’Impavido firmarono un accordo nel novembre del 1417 e istituirono un governo alternativo opposto a quello ufficiale, guidato dal figlio di Isabella, Carlo. 

Dopo la rivolta parigina del 1418,  Carlo lasciò la capitale, e Giovanni l’impavido entrò trionfante a Parigi. Tuttavia, né lui né Isabella furono in grado di opporsi ad Enrico V, tanto che il sovrano inglese proseguì le conquiste di Rouen (gennaio 1419), del Pays de Caux e di Vexin.

La guerra civile in Francia e l’adesione di Carlo VII

Giovanni l’Impavido fu così allarmato dalle conquiste inglesi da decidere di accantonare momentaneamente le rivalità e mandare immediate proposte di pace sia agli Armagnacchi che a Carlo, ma venne assassinato dall’emissario di Carlo nel settembre del 1419.

Il suo erede, Filippo il Buono, aveva tutta l’intenzione di vendicare Giovanni, e si alleò con Enrico V contro Carlo. Così decise di stipulare, assieme alla regina Isabella, un trattato con il sovrano inglese.  I termini dell’accordo prevedevano di diseredare Carlo e di consegnare la sua eredità direttamente ad Enrico, il quale avrebbe poi sposato Caterina di Valois, una delle figlie di Carlo VI.

Questo accordo aveva lo scopo di istituire una sorta di doppia monarchia, basata sull’unione matrimoniale dei sovrani francesi ed inglesi in modo da mantenere, nel rispetto delle reciproche istituzioni, l’autonomia sui due regni. Ma questa forma di governo non venne mai raggiunta.

La Francia venne di fatto divisa in due parti, controllate rispettivamente da Enrico V, dal Duca di Borgogna e da Carlo. L’autorità di Enrico era abbastanza solida sia in Normandia che in Guienna, mentre Filippo il Buono mantenne un notevole potere nella zona di Parigi e nella Borgogna. 

Le frontiere di questi territori non furono mai chiaramente delineate, dal momento che erano costantemente modificate ed alterate da guerre intermittenti. 

Enrico V iniziò a catturare le fortezze dell’Armagnac che minacciavano i suoi possedimenti. Conquistò la città di Melun (1420) e i suoi luogotenenti invasero Maine e Perche. Dopo essere ritornato momentaneamente in Inghilterra (gennaio-luglio 1421), tornò  sul suolo francese per sbaragliare l’esercito con cui Carlo stava marciando verso Parigi. 

Successivamente Enrico conquistò Meaux e Compiègne (maggio e giugno 1422), ma morì il 31 agosto 1422. Così i territori francesi di Enrico passarono al suo successore, Enrico VI , ancora bambino e per questo sotto la tutela del fratello di Enrico V, Giovanni, duca di Bedford. 

Di lì a poco, anche Carlo VI morì: sette settimane dopo il genero, il 22 ottobre 1422. Il suo lungo regno, che era cominciato sotto i migliori auspici, era finito nel disordine e nella vergogna.

Il suo successore, diciannovenne, si proclamò immediatamente re come Carlo VII. Gli anni successivi vennero dominati da una serie di trattative diplomatiche inefficaci, condotte tra Giovanni V di Bretagna, Giovanni duca di Bedford e Carlo VII. 

All’ennesimo fallimento delle azioni diplomatiche, Giovanni di Bedford decise, nel 1428, di assediare Orléans per conquistare una buona base militare da cui attaccare l’esercito di Carlo VII, stanziato nel sud della Loira. L’assedio iniziò nell’ottobre del 1428, e dopo diversi tentativi di liberare la città, tutti falliti, all’inizio del 1429 la resa di Orléans sembrava imminente.

Giovanna D’Arco e l’espulsione degli inglesi

L’assedio di Orléans rappresentò il punto di svolta della guerra, anche per la comparsa della storica figura di Giovanna D’Arco. Figlia di contadini di Domremy, la giovanissima Giovanna raccontò fin da bambina di aver avuto delle visioni celestiali che le comandavano di impegnarsi personalmente per liberare la Francia dagli inglesi. La ragazza riuscì a convincere il nobile Robert de Baudricourt, capitano di Carlo VII,  della sua missione e riuscì ad essere ammessa in udienza di fronte a Re Carlo.

Impressionato dal suo carisma, Carlo le permise di procedere, nel 1428, con una piccola forza militare per liberare la città di Orléans. Pochi giorni dopo il loro arrivo, gli inglesi decisero di levare l’assedio.  I racconti parlano della presenza di Giovanna, con la sua armatura bianca e la bandiera della Francia, che avrebbe dato una inaspettata svolta al combattimento.

Giovanna d’Arco durante l’assedio di Orleans – 1428

L’effetto psicologico per tutti i francesi fu enorme: il morale dell’esercito salì alle stelle e nel giugno 1429, il capitano francese Richmond sconfisse gli inglesi nella battaglia di Patay.

Lo stesso Re Carlo, persuaso da Giovanna, si recò nella cattedrale di Reims per la sua incoronazione: la città lo accolse a braccia aperte e per la prima volta dopo decenni un re francese venne incoronato e consacrato nella cattedrale, il 18 luglio 1429. Ora la sua posizione di Re legittimo era inattaccabile.

Dopo alcune altre spedizioni, Giovanna entrò nella città di Compiegne, ma durante una sortita cadde nelle mani dei Borgognoni. Spostata da un carcere all’altro, venne infine venduta agli inglesi, imprigionata nella fortezza di Rouen, e sottoposta al giudizio di un tribunale ecclesiastico, dove affrontò un processo farsa, guidato dagli inglesi. Venne infine giudicata eretica e fu bruciata viva nella piazza di Rouen, il 30 maggio 1431.

La morte di Giovanna D’Arco non fermò la riscossa francese: Filippo il Buono aprì infatti le trattative con Carlo VII. Il Trattato di Arras, firmato il 21 settembre 1435, pose fine alla guerra civile e Parigi si sottomise a Carlo il 13 aprile 1436.

Bedford  morì nel settembre del 1435 e venne sostituito come generale e governatore di Francia e Normandia da Richard, Duca di York. Mentre le operazioni militari continuarono a fasi alterne per diversi anni, soprattutto ai confini della Normandia, Carlo VII dovette affrontare il difficilissimo compito di ristabilire l’ordine nel suo regno e sia in Francia che in Inghilterra la corona venne pesantemente indebolita dalla continua lotta di fazioni politiche interne.

Le difficoltà di entrambi i Paesi favorirono l’atmosfera per i negoziati e nell’aprile 1444 venne firmata una prima tregua, rafforzata dal matrimonio di Enrico VIII con Margherita di Anjou, la nipote della consorte del re francese, Maria D’Angiò. Questo tregua stabilizzò la situazione, con gli inglesi che mantennero il Maine, Bordelais, il Pas de Calais e la maggior parte della Normandia.

Poco tempo dopo, vi furono nuovi trattati diplomatici: Jean Jouvenel, arcivescovo di Reims, ottenne la promessa da Enrico VI che avrebbe ceduto il Maine a suo suocero, Renato D’Angiò. Gli inglesi tuttavia furono lenti nell’onorare gli impegni e solo quando l’esercito di Carlo VII circondò la città di Le Mans, questa si arrese.

I francesi, violando la tregua, conquistarono diverse città inglesi e ripresero il controllo sulla Normandia, tanto che Carlo VII fece un solenne ingresso a Rouen, la capitale della regione, il 20 novembre 1449. Per risposta, la primavera successiva, un piccolo esercito inglese sbarcò a Cherbourg recuperando dapprima diverse fortezze, ma finendo infine sconfitto nella battaglia di Formigny, il 15 aprile 1450. 

I francesi conquistarono allora la città di Caen e riportarono sotto il loro controllo l’intera Normandia. 

Le sconfitte ebbero notevoli ripercussioni sulla politica interna dell’Inghilterra: in particolare si verificò la rivolta di Jack Cade e l’aumento dell’influenza della famiglia degli York, in opposizione alla dinastia dei Lancaster.

Le ultime battaglie di Carlo VII di Francia e la conclusione della guerra

Carlo VII e i suoi consiglieri decisero di approfittare della caotica situazione politica in Inghilterra per conquistare gli ultimi baluardi inglesi nella Guienna. Tuttavia, l’invasione francese fu complicata dal fatto che gli abitanti avevano una lunga tradizione Normanna ed erano perlopiù fedeli alla corona inglese. 

La campagna, iniziata nel 1449, continuò con la cattura delle città di Bergerac e Bazas. Jean d’Orléans, conte di Dunois , decise poi di circondare Bordeaux (1451), conquistando la maggior parte delle città da cui dipendeva la difesa strategica della regione. Bordeaux capitolò nel giugno e Bayonne nell’agosto del 1451.

Tuttavia il popolo non si rassegnava alla fine del dominio inglese, tanto che quando il generale John Talbot sbarcò con il suo esercito nell’ottobre del 1452, gli abitanti insorsero contro i francesi. Carlo VII decise allora di radunare un esercito più numeroso, che condusse attraverso la Guienna nei primi mesi del 1453. Gli inglesi subirono dapprima una grave sconfitta nella battaglia di Castillon, il 17 luglio, ma Bordeaux, assediata ancora una volta, finalmente capitolò il 19 ottobre 1453. Questa volta il dominio degli inglesi nell’area era davvero finito.

La pace tuttavia non era ancora vicina, dal momento che gli inglesi non potevano ammettere una così plateale sconfitta. Inoltre le fazioni che si contendevano il dominio della politica inglese, gli York e i Beaufort, non volevano avviare trattative con i francesi per non inimicarsi l’opinione pubblica.

D’altra parte, Carlo VII non poté attaccare nè Calais nè la costa inglese dal momento che il principale alleato di cui aveva bisogno, Filippo di Borgogna, dimostrò di non voler collaborare. 

Così, dopo la morte di Carlo VII, suo figlio e successore, Luigi XIV, preferì stipulare la tregua di Saint-Omer (1463) con Edoardo IV che fu rinnovata, dopo alcune difficoltà, nel 1466 e di nuovo nel 1471.

Dopo il 1474, Edoardo IV si alleò con suo cognato, Carlo il temerario, che si preparò ad una nuova invasione della Francia. Un potente esercito inglese sbarcò, sempre a Calais, nel 1475: le forze francesi ed inglesi si trovarono faccia a faccia presso le due sponde del fiume Somme, ma nessuna delle due parti voleva veramente attraversare il corso d’acqua per unirsi alla battaglia.

Alchè Edoardo IV e Luigi XI si incontrarono a Picquigny, e decisero di stipulare una tregua di 7 anni, promettendosi a vicenda di risolvere ogni controversia futura attraverso la diplomazia piuttosto che con le armi. 

Secondo i termini del trattato, Edoardo doveva ritirarsi della Francia dietro pagamento di 75.000 scudi d’oro oltre ad un’indennità annua di 50.000 scudi.

Questa tregua, apparentemente fragile e non particolarmente diversa da quelle che erano state stipulate precedentemente, riuscì invece a sopravvivere ai vari giochi di potere inglesi e francesi e può essere considerata come la fine della Guerra dei cent’anni.

Nei decenni successivi, infatti, non fu necessario stipulare nessun nuovo trattato di pace.

Calais fu mantenuta dagli inglesi fino al 1553, mentre i re inglesi continuarono a rivendicare il titolo di re di Francia fino al 1801.

Carlo I D’Angiò: biografia del Re di Sicilia

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Questo articolo riporta la biografia completa di Carlo I d’Angiò, ragionata e compatta per una lettura rapida.

Carlo I, detto anche Carlo d’Angiò (1226-1285), era un membro della dinastia reale dei capetingi, fondatore della seconda casa D’Angiò. Fu un importante politico e condottiero del primo duecento, alleato del Papa, re di Sicilia e protagonista delle crociate.

Carlo I D’Angiò era il figlio più piccolo del re di Francia Luigi VII e di Bianca di Castiglia. Fin dall’adolescenza era destinato ad una carriera puramente ecclesiastica. Tuttavia, Carlo era più portato per l’attività militare e attraverso il matrimonio con Beatrice di Provenza divenne signore delle regioni francesi della Provenza e di Forcalquier.

Ben presto i suoi tentativi di accentrare su se stesso il comando della casata dei d’Angiò lo portarono al conflitto con la suocera, Beatrice di Savoia e con la nobiltà francese. Tuttavia, Carlo si dimostrò particolarmente abile nel tessere rapporti con i parenti e con gli altri potenti del suo tempo, arrivando ad ottenere da suo fratello, nuovo re di Francia con il nome di Luigi IX, il controllo del territorio D’Angiò e del Maine.

Carlo D’Angiò e la settima crociata

Carlo accompagnò suo fratello Luigi IX durante la settima crociata (1248-1254). Questa spedizione militare fu promossa da Papa Innocenzo IV, dopo che il regno cristiano di Gerusalemme aveva iniziato a perdere terreno nei confronti dei principi guerrieri musulmani, tanto che nel 1244 la Città Santa di Gerusalemme era stata perduta. Inoltre, il pontefice era preoccupato per le ribellioni nella regione del Baltico e per le incursioni mongole.

La crociata mirava a riprendere il possesso della Terra Santa attraverso l’invasione dell’Egitto, che al tempo costituiva la principale sede del potere musulmano nel Vicino Oriente. 

Inizialmente la spedizione militare ebbe successo, ma alla lunga i musulmani ottennero delle vittorie militari decisive, sconfiggendo la maggior parte dell’esercito crociato, compreso lo stesso re di Francia, che venne catturato dai musulmani e liberato dopo riscatto.

Carlo tornò in Provenza nel 1250 e con il suo esercito privato costrinse tre ricche città autonome, Marsiglia, Arles e Avignone, a riconoscere la sua sovranità, aumentando ulteriormente la sua potenza ed influenza.  Poco dopo, Carlo offrì il suo sostegno a Margherita II, contessa delle Fiandre, contro il di lei figlio maggiore, Giovanni, in cambio della cessione del territorio francese di Hainaut, nel 1253. 

Due anni dopo però, Luigi IX lo convinse a rinunciare alla contea dietro il pagamento da parte di Margherita di un risarcimento di 160.000 marchi. Carlo continuò a sottomettere i nobili delle città provenzali ribelli e allargò la sua sovranità su una dozzina di città e signorie nel regno di Arles.

Carlo d’Angiò e la conquista del Regno di Sicilia

Nel 1263, dopo anni di trattative, Carlo accettò l’offerta del Papa di conquistare il Regno di Sicilia, strappandolo al dominio della dinastia degli imperatori tedeschi, gli Hohenstaufen. Il Regno di Sicilia comprendeva, oltre all’isola di Sicilia, tutta l’Italia meridionale a nord di Napoli.

Stretto l’accordo, Papa Urbano IV dichiarò una crociata contro il Manfredi di Sicilia e aiutò Carlo a raccogliere i fondi necessari per la campagna militare.

Carlo, con un esercito di circa 30.000 uomini, entrò nel Nord Italia alla fine del 1265 e sconfisse rapidamente le numerose roccaforti ghibelline, fedeli all’imperatore del Sacro romano impero, e venne incoronato a Roma nel gennaio del 1266, benché in assenza del Pontefice. 

Poi, Il 20 gennaio, si diresse verso sud, guadando il fiume Liri, e invadendo direttamente il Regno di Sicilia. Dopo alcune schermaglie, gli eserciti rivali si scontrarono nella battaglia di Benevento, il 26 febbraio 1266: Carlo ottenne una decisiva vittoria contro Manfredi, che fu amaramente sconfitto. 

Manfredi, rifiutandosi di fuggire, si precipitò in mezzo ai nemici e morì armi in pugno. Sul suo corpo, seppellito direttamente sul campo di battaglia, venne posto dapprima un enorme ammasso di pietre ma poi, per ordine del Papa, le sue spoglie vennero dissotterrate e allontanate dal territorio Pontificio e sepolte sulla riva del Fiume Garigliano, fuori dai confini della Santa Sede e del Regno di Napoli.

Di lì a poco, il nipote di Manfredi, Corradino, affrontò nuovamente Carlo sul campo di battaglia: nel corso della battaglia di Tagliacozzo del 1268, Carlo ottenne una nuova vittoria, confermandosi come uno dei più talentuosi generali del suo tempo.

Carlò d’Angiò e l’ottava crociata

Poi, nel 1270 prese parte all’ottava crociata, organizzata sempre da Luigi IX di Francia. Questa volta l’obiettivo era abbattere la dinastia musulmana Hafsid in Tunisia. La crociata non vide alcun combattimento significativo, dal momento che Re Luigi, poco dopo essere sbarcato sulle coste della Tunisia, morì di dissenteria e di febbre. 

Si arrivò così al trattato di Tunisi, un negoziato tra gli Hafsidi e i crociati. Seppur senza importanti assegnazioni territoriali, i cristiani ottennero alcuni diritti commerciali e privilegi politici. Soddisfatti, i crociati si ritirarono immediatamente in Europa.

Le vittorie di Carlo avevano assicurato la sua leadership indiscussa tra i principi italiani più fedeli al papato, noti come Guelfi. Tuttavia, la sua influenza sulle elezioni del pontefice e la sua forte presenza militare in Italia cominciò a turbare la Santa Sede: i Pontefici cercarono quindi di incanalare le sue ambizioni verso altri territori.

Lo stesso Papa lo spinse a sfruttare alcune rivendicazioni territoriali per diventare signore dello Stato crociato di Acaia, in Grecia, della città di Gerusalemme e della regione francese di Arles.

Carlò d’Angiò e i Vespri siciliani

Nel 1281, Papa Martino IV autorizzò Carlo ad intraprendere una nuova crociata, stavolta contro l’Impero Bizantino. Le navi di Carlo si stavano radunando a Messina, pronte per iniziare la nuova campagna, quando scoppiò la ribellione nota come “Vespri Siciliani”, il 30 marzo 1282.

I disordini nacquero da una contesa personale: il lunedì di Pasqua del 1282, un soldato francese ubriaco fece degli apprezzamenti nei confronti della moglie di un notabile palermitano, davanti alla chiesa di Spirito Santo. L’aristocratico uccise il soldato francese, e quando i suoi commilitoni cercarono di arrestare l’assassino, la folla attaccò in massa l’esercito francese.

Ben presto, da scaramuccia personale, la situazione degenerò in una vera e propria rivolta contro il dominio francese in Sicilia, tanto che tutti i francesi della città vennero massacrati, assieme ai funzionari di Carlo d’Angiò.

Informato, Carlo ordinò immediatamente il trasferimento dei soldati e delle navi di stanza nel regno di Acaia verso la Sicilia, ma non fu in grado di fermare il dilagare della rivolta in Calabria.

Nel luglio, Carlo salpò per la Sicilia e pose assedio a Messina. Nel frattempo, Pietro III d’Aragona, casata avversaria di Carlo, avviò delle trattative per allearsi con i capi dei ribelli di Palermo. I rivoltosi si resero conto che senza un aiuto straniero non sarebbero stati in grado di resistere all’esercito di Carlo, e riconobbero immediatamente Pietro e sua moglie Costanza come loro re e regina. Così, di fronte allo sbarco dell’esercito Aragonese, Carlo fu costretto a ritirarsi dall’isola, perdendo gran parte del suo esercito.

Carlo non si diede per vinto, e si fermò a Brindisi per preparare una campagna di riconquista per l’anno successivo, dando ordini ai suoi ufficiali affinché riscuotessero una tassa straordinaria per finanziare la riconquista della Sicilia.

Morte e testamento

Tuttavia, il 30 dicembre si ammalò gravemente vicino a Foggia. Fece testamento il 6 gennaio 1285, nominando Roberto II d’Artois come reggente e tutore di suo nipote, Carlo Martello, che avrebbe dovuto governare i suoi regni appena raggiunta la maggiore età. 

Morì la mattina del 7 gennaio 1285. Venne sepolto in un sepolcro di marmo a Napoli, ma il suo cuore fu posto nel convento di Saint-Jacques a Parigi. Successivamente, il suo cadavere venne trasferito in una cappella del nuovo Duomo di Napoli, nel 1296.

La supremazia di Roma ha ucciso le culture preesistenti?

L’affermazione della supremazia romana nel Mediterraneo, ha in qualche modo “ucciso” le culture preesistenti?

Il dibattito nasce da un saggio, “L’America dimenticata. I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo” del Prof. Lucio Russo, fisico, matematico e storico della scienza.

Le opere del Prof. Russo, che è stato anche titolare della cattedra di calcolo delle probabilità presso l’Università di Roma Tor Vergata, godono di notevole attenzione, anche all’estero, per il loro carattere assolutamente rivoluzionario e il netto contrasto con le teorie comunemente accettate. 

“L’America dimenticata. I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo”, tratta soprattutto di geografia e di matematica applicata alla geografia. Come gli altri libri di Russo, sostiene delle tesi provocatorie e di notevole impatto che non si limitano a contestare la teoria tradizionale che esclude o comunque minimizza la capacità dell’Umanità di affrontare lunghi viaggi oceanici in epoche prerinascimentali, ma affrontano un argomento di ben più ampio respiro.

Infatti, la teoria sostenuta dal prof. Russo nel saggio in questione,  è che negli anni 146/145 A.C., con la distruzione di Cartagine e di Corinto e la definitiva affermazione della supremazia romana, si sarebbe verificato un vero e proprio tracollo culturale, venendosi ad interrompere bruscamente uno straordinario sviluppo plurisecolare. 

Si sarebbe quindi  determinata una gravissima perdita di conoscenze e di strumenti intellettuali in settori quali matematica, filosofia, astronomia e soprattutto la geografia, dove la perdita di nozioni già acquisite, avrebbe impedito per oltre 1.600 anni l’ulteriore esplorazione del pianeta. 

Inoltre, Roma, recuperando solo alcuni elementi delle civiltà distrutte, peraltro in forma alterata e lasciando poche tracce di quanto non era stata in grado di assimilare, avrebbe generato una ingannevole impressione di continuità, in realtà inesistente, mentre, al contrario, nel tempo si sarebbe anche persa la capacità di interpretare in modo corretto i principi enunciati dai grandi filosofi e scienziati ellenistici. 

In particolare, il tracollo culturale sarebbe dipeso da un lato dalla distruzione della biblioteca di Cartagine e comunque dal sistematico azzeramento di qualunque traccia della cultura punica a seguito della totale distruzione della città.  Dall’altro, dalla profonda crisi in cui il mondo greco venne a  sprofondare a seguito della conquista romana, divenendo presto incapace di raggiungere come in passato le vette del pensiero umano.

Il saggio del Prof. Russo è diviso in due parti, una dedicata ai viaggi transoceanici dell’Antichità, l’altro al grave errore commesso da Claudio Tolomeo nella sua opera “Geografia”.

La più antica è riportata nel VI Libro delle Storie, dove Erodoto narra che durante il regno del faraone Nekao II (610-594 A.C.), il sovrano egizio organizzò una spedizione navale fenicia che, partendo dall’Egitto, avrebbe dovuto compiere la circumnavigazione dell’Africa, partendo dal Mar Rosso. 

I Fenici impiegarono circa 2 anni per il viaggio e fecero ritorno dopo aver doppiato le Colonne d’Ercole. Strano a dirsi, la veridicità della loro impresa è assicurata da un particolare che, al contrario, secondo Erodoto avrebbe dovuto sancirne l’inaffidabilità.

Infatti, nel resoconto, i Fenici riportarono che a un certo punto della loro navigazione “Si erano trovati il sole sulla destra.” Erodoto, come tutti coloro che vivono al di sopra dell’Equatore, era abituato a vedere il sole a sinistra, a sud. Non poteva quindi sapere che, superando l’Equatore il sole appare a destra, a nord e il fenomeno si accentua avvicinandosi al Capo di Buona Speranza, una volta superato il Tropico del Capricorno. Obiettivamente, non si comprende come i Fenici abbiano potuto immaginare un fenomeno del genere, senza averlo concretamente visto.

Un altro grande viaggio dell’antichità descritto nel libro del Prof. Russo è quello compiuto dal Cartaginese Annone intorno al 450 A.C.. Il navigatore avrebbe comandato una grande spedizione navale che conduceva dei coloni a ripopolare sette città fondate dai Cartaginesi sulla costa atlantica del Marocco ma in realtà si sarebbe spinto molto più a sud, esplorando gran parte della costa dell’Africa Occidentale, fino alle isole al largo della Guinea Equatoriale ex Spagnola. 

Il resoconto del suo viaggio è noto attraverso una traduzione greca dell’originale scritto in lingua punica menzionato da Arriano nella Anabasi di Alessandro e riportato in vari codici medievali, tra cui il Codex Palatinus 398. In particolare Annone riferì di avere incontrati degli individui pelosi che chiamò gorilla e riportò a Cartagine le pelli di tre donne selvagge di quella specie. È per questo motivo che intorno alla metà del XIX secolo, quando il naturalista americano Savage studiò  per la prima volta le più grandi scimmie antropomorfe, le chiamò Troglodites Gorilla.

Ambito e situazioni diverse caratterizzano il viaggio compiuto dal greco Pitea nell’Atlantico Settentrionale intorno al 330 A.C.. L’impresa è descritta nel trattatoSull’Oceano, andato perduto ma di cui compaiono ampi stralci nelle opere di autori successivi. Anche in questo caso, la veridicità del suo racconto, viene assicurata da alcuni particolari che secondo Polibio e Strabone ne provavano la falsità. 

Infatti Pitea, originario di  Massalia attuale Marsiglia, dopo aver raggiunto la Britannia, le isole a nord della Scozia, le isole Faroer e l’Islanda, giunse in un isola che chiamò Thule, dove, in base al suo racconto, la notte durava pochissimo e il mare era congelato. Descrive dunque il sole di mezzanotte che appare a chi supera il circolo polare artico e la banchisa polare.

Si tratta di fenomeni oggi ben noti, ma all’epoca inimmaginabili, salvo per chi vi avesse assistito di persona. Occorre dire che circa 2 secoli prima di Pitea, come riferito da Plinio il Vecchio in Naturalis Historia, il cartaginese Imilcone aveva già raggiunto la Britannia, fondando numerosi empori per il commercio dello stagno.

L’identificazione di Thule è stata a lungo controversa. Il Prof. Russo, come meglio vedremo in seguito, sostiene che fosse la Groenlandia. In effetti, a dimostrazione della possibilità di simili viaggi in epoche precolombiane, nei secoli successivi l’isola venne abitualmente raggiunta dai Vichinghi, che vi fondarono delle colonie, abbandonate solo all’epoca della piccola glaciazione agli inizi del XV secolo. L’isola dal 1126 al 1377  fu anche sede di un vescovado.

L’altro aspetto trattato dal prof. Russo nel suo saggio, è invece l’enorme arretramento nel campo della geografia matematica verificatosi nei pochi secoli che separano le opere dei grandi geografi ellenistici, come Eratostene di Cirene e Ipparco di Nicea, alla stesura della “Geografia” da parte di Claudio Tolomeo, con il clamoroso errore che appare nel titolo del libro del Prof. Russo e cominciamo con il descrivere i protagonisti di questa vicenda.

Eratostene di Cirene, nato intorno al 275 A.C., può essere definito il pioniere della geografia matematica. Illustre matematico e direttore della Biblioteca di Alessandria d’Egitto, inaugurò l’uso sistematico di latitudine e longitudine per individuare le località e calcolò il diametro della Terra con eccezionale precisione, con un errore inferiore all’1% rispetto alla misura attestata dai geografi moderni.

Ipparco di Nicea, nato intorno al 190 A.C., è stato un eccezionale astronomo, autore del più antico catalogo delle stelle visibili a occhio nudo,  scopritore della processione degli equinozi e, probabilmente, inventore dell’astrolabio e del primo sistema per calcolare in modo affidabile le eclissi solari e lunari, oltre che capace di stimare con precisione la distanza tra la Terra e la Luna . 

In campo geografico ha teorizzato, grazie allo studio delle maree, l’esistenza di un altro continente in mezzo all’Atlantico tra Europa e Asia. Inoltre Ipparco ha calcolato la latitudine e la longitudine di due località situate ai confini del mondo conosciuto, rispettivamente ad occidente e a settentrione. Si tratta delle isole Fortunate, situate ad ovest e caratterizzate dal clima dolce, la vegetazione lussureggiante e il terreno fertile al punto da fornire alimenti commestibili senza bisogno di essere coltivato e dell’isola di Thule situata all’estremo nord.

Arriviamo così a Claudio Tolomeo, nato intorno al 100 D.C., quindi  2 secoli e mezzo dopo la data del supposto tracollo culturale. Redige importanti opere in campo  astronomico come “Almagesto”, che fissa i principi del cosiddetto “Sistema Tolemaico” oltre a includere un aggiornamento del catalogo stellare di Ipparco, in campo fisico come “Ottica”e in campo storico come “Canone”.

L’opera di Claudio Tolomeo che ci interessa ai fini del presente articolo è “Geografia”, quella che, per l’appunto” contiene l’errore indicato nel titolo del saggio del Prof. Russo. “Geografia” è suddiviso in 8 libri che includono le coordinate di 6.345 località e 27 mappe di tutto il mondo abitato.

Purtroppo, l’opera di Tolomeo è afflitta da un errore  che  ha comportato il restringimento delle reali misure della superficie terrestre. Eratostene aveva calcolato con accuratezza la lunghezza del meridiano terrestre e questa misurazione era stata accettata da Ipparco. Purtroppo Tolomeo si discostò da questa misurazione molto attendibile e fece sua quella formulata dall’immediato predecessore Marino di Tiro, altro cartografo di origine greca, vissuto al tempo di Traiano,  che aveva assegnato a un grado di meridiano la lunghezza di 500 stadi, anziché i 700 postulati da Eratostene. 

Inoltre, al fine di mantenere l’ampiezza angolare totale del mondo entro i 180 gradi postulati dai suoi predecessori, Tolomeo alterò sistematicamente le longitudini tra le diverse località con un fattore di dilatazione pari a 1,428. Ciò comportò un restringimento della superficie terrestre di circa il 29%, che risulta evidente dall’esame delle mappe ricavate dalla sua opera.

Ma qual’è  il motivo dell’errore commesso da Tolomeo,  visto che aveva a disposizione fonti più accurate di quelle che ha finito per utilizzare? Nel suo libro il Prof. Russo parte da una considerazione. Tolomeo, come Marino,  era sì di formazione ellenistica ma nei tre secoli trascorsi da quando Ipparco aveva redatto le sue opere, si era persa la memoria dei grandi viaggi marittimi e delle località raggiunte tramite essi.

A questo punto entrano in gioco le isole Fortunate di cui parlava Ipparco. Di esse per primi avevano scritto Esiodo in “Le opere e i giorni” e Pindaro in “Olimpica”. In seguito, se ne occuparono anche Diodoro Siculo in “Bibliotheca historica” e Plutarco in “Vita di Sertorio” Entrambi, nel confermarne i pregi riportati da Ipparco, asserirono che si sarebbe trattato di un antico possedimento cartaginese situato nell’Oceano, a molti giorni di navigazione dalle Colonne d’Ercole.

Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis historia”  identifica le  Isole Fortunate con le Isole Canarie, la località conosciuta situata più ad occidente, anche se le condizioni climatiche e ambientali delle stesse non erano certo quelle idilliache vantate dalle fonti più antiche. 

Tale ipotesi venne condivisa da Claudio Tolomeo, che fece passare da quelle che riteneva fossero le isole Fortunate e quindi dalle Canarie il meridiano di riferimento, mentre collocò al parallelo di Thule l’estremo limite settentrionale. Dalle sue fonti, Tolomeo sapeva che le Isole Fortunate  si trovavano sul semi meridiano opposto a quello su cui era situata la capitale della Cina, ma si rese conto che le misure della Terra postulate da Eratostene cozzavano contro tale collocazione. Di conseguenza decise di basarsi nella sua opera  sulle misure di postulate da Marino di Tiro. Ecco dunque spiegato l’errore che restringendo la Terra rese possibile l’identificazione delle isole Canarie con le isole Fortunate, anche attraverso le coordinate geografiche.

Ma allora quali erano le isole Fortunate di cui parlava Ipparco? La tesi del Prof. Russo è che correggendo l’errore di Tolomeo sul fattore di dilatazione e di conseguenza spostando verso ovest la longitudine di quelle che il geografo riteneva fossero le isole Fortunate, si trova un arcipelago posto alla stessa latitudine delle Canarie, che per forma ed estensione è coerente con quanto riporta Tolomeo, ma le cui condizioni climatiche sono simili a quelle di cui parlavano Diodoro Siculo e Plutarco, ovvero le Piccole Antille. 

Raggiunte dai Cartaginesi, che peraltro tenevano segrete le loro rotte marittime, di esse si sarebbe persa la memoria dopo la distruzione di Cartagine, anche se di tanto in tanto, in epoca romana, avrebbero continuato ad essere raggiunte da navi isolate ma non più da flotte organizzate.

Procedendo allo stesso modo, il Prof. Russo applica lo stesso tipo di correzione all’isola di Thule, per come era stata collocata da Tolomeo e spostandone verso ovest la longitudine, trova che la stessa viene a coincidere con la costa orientale della Groenlandia. Viene così provata, da un punto di vista quantitativo, la validità delle opere dei geografi più antichi e la veridicità delle imprese marinaresche greche e cartaginesi.

Il Prof. Russo porta poi alcuni indizi a supporto della sua tesi, come la presenza di mosaici, affreschi e statue di età romana con evidenti raffigurazioni di ananas, o la presenza di gallinacei nelle Americhe o ancora il ritrovamento di statuette munite di ruote in antiche tombe, quando la ruota era sconosciuta ai popoli mesoamericani. 

E’ giusto riconoscere che i Romani hanno primeggiato nell’oratoria ma non nella filosofia, che l’arte romana ha tratto molto più che l’ispirazione da quella greca, che Giulio Cesare affidò ad un astronomo di estrazione culturale greca, Sosigene di Alessandria, il compito di preparare la riforma che nel 45 A.C. diede origine al calendario giuliano. 

Allo stesso modo, è pure necessario ammettere che solo a metà del 1500, Copernico ha rispolverato la teoria eliocentrica elaborata da Aristarco di Samo nel III secolo A.C., mentre per 1.400 anni l’astronomia europea e islamica si è basata sul concetto dell’immobilità della Terra al centro dell’Universo, fissato nel II secolo D.C. in piena epoca romana sempre da Claudio Tolomeo nel trattato “Almagesto”. 

Fatta questa opportuna precisazione, sono assolutamente  convinto della veridicità delle imprese marinare di cui parla il Prof. Russo, come pure della possibilità che le Antille, così come ormai provato per l’isola di Terranova da parte dei Vichinghi, siano state raggiunte navigando da oriente verso occidente in epoca precolombiana.

Tuttavia, mi sento al contempo di affermare che le indubbie scoperte scientifiche antecedenti all’avvento della supremazia romana, sono state pressoché dimenticate nei secoli successivi perché da esse non erano scaturite quelle applicazioni pratiche che ne avrebbero garantito il perdurare. 

Al contrario, il carattere estremamente pratico della mentalità romana ha portato ad esaltare quelle attività che erano funzionali alla grandezza di Roma, vedi le colossali opere ingegneristiche e l’ancora oggi insuperato modello organizzativo e amministrativo che ha consentito a Roma di plasmare a sua immagine quasi l’intero mondo conosciuto, assimilando al contempo quanto ritenuto utile delle altre culture.

Allo stesso modo, se da un lato è indubbio che Roma non abbia mai promosso le grandi esplorazioni marittime di cui sono stati protagonisti Fenici, Greci e Cartaginesi, dall’altro, credo che sorga spontanea una domanda. Il viaggio di Annone è stato effettuato quando la potenza di Cartagine era al suo apice e probabilmente lo stesso vale per gli altri viaggi verso località transatlantiche. 

Perché dunque non hanno dato origine ad un fiorire di colonie, perché non hanno determinato il nascere di città come avvenuto in Africa del Nord, Spagna, Sicilia, Sardegna. Ricordiamo che la stessa Cartagine nacque come colonia fondata dai Fenici di Tiro e, pur non essendo in origine la più importante, seppe ben presto superare la Madre Patria.

La ragione, a mio modesto avviso, è stata duplice. Da un canto il fatto che i viaggi transoceanici seppur possibili erano comunque più pericolosi e impegnativi di quelli mediterranei. Dall’altro che non vi era una pressione demografica ne una motivazione economica che giustificasse il maggior rischio. Lo stesso fatto che i Cartaginesi siano riusciti a tenere segrete le rotte dei loro viaggi transoceanici è un indizio dello scarso interesse dei nemici. La storia ci ha insegnato che un segreto non riesce a rimanere tale a lungo se racchiude una conoscenza importante.

Quanto ai Romani, non me ne voglia il Prof. Russo, non sono d’accordo con il suo minimizzare le esplorazioni subsahariane compiute da Roma in epoca imperiale.

La più importante missione alla scoperta di terre sconosciute svolta in epoca romana, è stata quella compiuta da due centurioni per ordine di Nerone in Africa Centrale, alla ricerca delle sorgenti del Nilo e che stando alle descrizioni contenute nelle opere di Seneca e di Plinio, si sarebbe arrestata davanti alle cascate di Murchison in Uganda. Teniamo presente che soltanto nel XIX secolo, con l’esplorazione compiuta da Speck e Burton gli europei hanno raggiunto le sorgenti del Nilo.  

Ma non sono da trascurare nemmeno le esplorazioni svolte in epoca augustea fino al fiume Niger e al lago Ciad. Ovviamente, si è sempre trattato di spedizioni terrestri, in cui l’esplorazione era finalizzata a possibili acquisizioni territoriali, in armonia con la mentalità pratica dei Romani, non abituati a fare niente per niente.

Tra l’altro visto che, con l’esclusione di Ipparco, nessuno ipotizzava l’esistenza di un continente nuovo al di là delle Colonne d’Ercole, che motivo avrebbero mai avuto i Romani di cercare una rotta transatlantica per raggiungere l’Oriente, quando i relativi prodotti giungevano regolarmente a Roma per via terra e soprattutto, per via mare.

Infatti era pienamente operativo il canale che collegava il Nilo al Mar Rosso, svolgendo egregiamente la funzione che tre millenni dopo sarebbe stata svolta dal canale di Suez. Il canale, secondo un iscrizione nel tempio di Karnak era stato scavato per volere di Seti I il padre del grande Ramses II, anche se Aristotele, Strabone e Plinio il Vecchio, ne retrodatavano la realizzazione al faraone Sesostri III.

Ma chiunque sia stato il primo ad ordinarne lo scavo, è certo che era stato oggetto di lavori  da parte del faraone Necho II, di Dario I di Persia, di Tolomeo II Filadelfo e infine di Traiano, che lo aveva fatto ampliare e migliorare notevolmente al punto che da allora il canale prese il suo nome. In effetti, fin dalla conquista dell’Egitto ad opera di Augusto, il canale divenne l’arteria principale del commercio romano, sottoposto a costanti opere di manutenzione e sorvegliato da forze armate per tutto il suo percorso. 

I traffici marittimi con l’India erano quindi fiorenti e secondo Strabone  superarono enormemente quelli esistenti in epoca tolemaica. Erano favoriti dall’uso dei monsoni ai fini della navigazione che consentivano un viaggio oceanico più sicuro e veloce rispetto a quello costiero, e numerosi empori romani vennero realizzati lungo le coste dell’India Meridionale. 

Una vivida testimonianza di questa attività commerciale ci viene dato dal “Periplo del Mare Eritreo” accurata descrizione di porti siti sul Golfo Persico e sul Oceano Indiano e delle rotte da percorrere per raggiungerli, oltre che di prodotti commercializzati.

Probabilmente scritto nel corso del primo secolo D.C. da un commerciante di origine egizia, si compone di 66 sezioni e attribuisce a Ippalo, navigatore greco del I secolo, la scoperta della rotta oceanica tra Mar Rosso e India che, come detto, fu essenziale per lo sviluppo dei traffici.

Altra dimostrazione della capacità dei sudditi dell’Impero Romano di compiere lunghi viaggi purché con scopi commerciali ci viene data da quanto descritto da Claudio Tolomeo in merito al porto di Kattigara. Infatti, il geografo sostenne di avere avuto notizia di questa località, a suo avviso era il punto più ad oriente dell’Oceano Indiano, direttamente da un marinaio greco di nome Alessandro, che lo aveva raggiunto di persona. 

Oggi diversi studiosi ritengono che Kattigara coincida con il porto di Oc Eo in Vietnam, basandosi sul ritrovamento di manufatti romani nella zona e sulla descrizione di Tolomeo dal quale sembrerebbe che Kattigara fosse localizzata all’interno del Delta del Mekong, nel versante interno del golfo del Siam. Ma le coordinate geografiche indicate da Tolomeo non coincidono, collocandosi in pieno Oceano. Sarebbe interessante applicare il metodo seguito dal Prof. Russo per le isole Fortunate e vedere se si riesce a fornire una possibile soluzione all’enigma.

A questo punto la mia personale opinione è che la data del 146 a.C. con la distruzione di Cartagine e Corinto non segni l’avvio di un tracollo culturale, ma un mutamento di indirizzo verso obiettivi diversi dello studio e della conoscenza umana, in quanto i risultati scientifici conseguiti nei secoli precedenti erano frutto di una mentalità speculativa, non in grado di dare risultati concreti nell’immediato.

Il vero tracollo culturale si è verificato secoli dopo, con la decadenza e la caduta dell’Impero Romano.

La peste nera. Nuovi studi: la marmotta vettore dell’epidemia

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Il vettore fondamentale per lo sviluppo della peste nera in Europa è sempre stato considerato il topo: effettivamente fu proprio questo l’animale a infettare i commercianti italiani nei porti del Mar Nero. Ritornati a Messina a bordo delle galee nell’ottobre 1347, furono i genovesi a diffondere l’infezione. 

Tuttavia, sappiamo già da qualche tempo che i topi non sono l’unico responsabile, tanto che nel 2018 alcuni ricercatori di Ferrara e di Oslo hanno dimostrato che anche pulci e pidocchi umani hanno contribuito attivamente allo sviluppo della pestilenza. 

Ma dal momento che i ratti concentrano nel loro sangue dosi molto più elevate del bacillo e vivono vicino agli esseri umani, si continua a ritenere che siano prevalentemente loro ad avere amplificato la virulenza della peste. 

Ma un recente studio introduce sulla scena un nuovo possibile responsabile: la marmotta.

Le origini della peste nera

La provenienza della peste che flagellò l’Europa è alquanto discussa. Sappiamo molto sulla diffusione della malattia dopo il suo arrivo in Europa ma abbiamo molte meno informazioni sul suo percorso prima che questa raggiungesse il mar Nero. 

Infatti, mentre per l’Europa abbiamo resoconti come il “Decamerone” di Giovanni Boccaccio o l’opera “al Kitāb al-‘Ibar” di Ibn Khaldun, la traiettoria asiatica della peste è sostanzialmente priva di fonti documentali.  L’unica opera che potrebbe aiutarci a capire è l‘”Istoria de morbo sive mortalitate quae fuit anno domini MCCCXLVIII” di Gabriele de’ Mussis, ma sulla sua attendibilità vi sono parecchi dubbi, dal momento che sembra che l’autore si sia limitato a raccogliere informazioni senza muoversi da Piacenza, la sua residenza.

Le teorie sulla tratta “asiatica” della peste si sono sprecate: per molti anni si è creduto che il morbo, presente sicuramente nel Caucaso già nel 1347, abbia iniziato il suo viaggio nell’Asia Centrale intorno al 1331, per diffondersi nel sud della Cina e dell’India e ad Ovest attraverso la Persia.

Alcuni, come William McNeill, hanno azzardato un’origine in Himalaya, ma la teoria è alquanto stiracchiata. Negli anni ’90, Rosemary Horrox identificò invece l’origine della peste nelle steppe asiatiche orientali, sostenendo che non meglio specificati cambiamenti ecologici spinsero i roditori più vicino agli insediamenti umani. Ma tutte queste teorie mancano di prove certe.

Un deciso momento di svolta è stato dato dalla paleogenetica: gli scienziati, nel corso degli anni Ottanta, hanno cominciato a capire come recuperare il DNA antico dei resti archeologici, il che ha permesso di rivoluzionare la nostra comprensione della peste nera.

La prima prova pratica venne eseguita prelevando campioni da una fossa comune nello Smithfield di Londra: grazie agli esami, è stato confermato oltre ogni ragionevole dubbio che il bacillo Y. Pestis fu davvero l’agente eziologico dell’epidemia del 1347 e 1353 in Europa.

Poi, gli studi sono proseguiti. Ma come?

La paleogenetica applicata all’origine della peste

Per capirlo dobbiamo comprendere le basi del funzionamento del DNA. Il DNA è costituito da una doppia elica, creata da due filamenti collegati, che assomigliano ad una scala a chiocciola. Ogni “piolo” di questa scala è costituito da una coppia di nucleotidi legati fra loro. Questi sono disponibili in quattro combinazioni: citosina (C), guanina (G), timina (T) e adenina (A).

Nel corso del tempo, il DNA subisce alcune mutazioni casuali. Ad esempio, una coppia AT potrebbe diventare una coppia CT già nella generazione successiva. Ora, non tutte le mutazioni sono significative. Anzi, la maggior parte di esse vengono “superate” dalla versione “originale” e scompaiono nell’arco di pochi anni.

Ma ogni tanto capita che una mutazione prevalga su quelle precedenti. Qualora gli organismi basati su questo tipo di DNA possano vivere in una zona meno popolata e con meno “concorrenza genetica”, questo ramo di DNA può affermarsi più facilmente. Una volta che quel DNA è diventato dominante, il processo può ricominciare. 

Questo significa che possiamo tracciare una sorta di “albero genealogico” per qualsiasi organismo, noto come “Albero filogenetico” che ci permetta di capire cosa succede quando una mutazione di DNA si stacca da quella originale.

Un metodo per comprenderlo è confrontare il DNA odierno con quelli passati. L’operazione è particolarmente difficile, dal momento che i DNA di generazioni precedenti non sempre sono sopravvissuti ad ogni mutazione, e inoltre più si va indietro nel tempo più vi sono probabilità di riscontrare lacune nella documentazione genetica. Ma incrociando i dati, si può ricostruire con una precisione mai riscontrata fino ad oggi la storia genetica di un bacillo.

Il ruolo della marmotta nella diffusione della peste nera

Ed è qui che entrano in gioco le marmotte.

Nell’asia centrale le marmotte sono presenti da millenni, oltre i topi.

Raccogliendo il DNA da marmotte infette e morte recentemente e confrontandolo con il DNA di marmotte decedute in passato è stato possibile ricostruire lo sviluppo del bacillo della peste molto prima che arrivasse in Europa.

Correlando queste informazioni con la posizione in cui i campioni sono stati ritrovati, possiamo addirittura tracciare una mappa della diffusione della peste in Asia.

I risultati sono estremamente interessanti: il primo dato oggettivo è che, contrariamente a quanto pensavamo, non vi fu una sola forma di peste ma si svilupparono almeno quattro varietà principali. La prima è esattamente quella che ha causato la peste nera in Europa, la seconda si è divisa in due sottotipi prima di spostarsi rispettivamente a sud e ad est, verso l’India e il Mar Caspio, mentre la terza e la quarta sono in Siberia, in Mongolia e in Cina. 

Ma la cosa ancora più sorprendente è che tutte e quattro le varianti sembrano essersi discostate dal DNA originale all’incirca negli stessi anni: una vera e propria “esplosione” della peste, una sorta di “Big Bang genetico”, che sarebbe avvenuto nelle montagne del Tian Shan, al confine tra il Kirghizistan e la Cina.

Ma se il Big Bang genetico della peste avvenne in Cina, com’è possibile che i nuovi ceppi di peste si diffusero così velocemente e in continenti diversi? Chiaramente la risposta non sta solo nella marmotte. Questi animali, originari dell’Asia centrale, sono altamente territoriali e tendono a non intraprendere importanti migrazioni su grandi distanze.

Una possibile spiegazione è stata avanzata dalla storica Monica Green: secondo tale interpretazione, le marmotte sarebbero state “aiutate” dai mongoli. Popolo altamente nomade, i Mongoli amavano consumare roditori e specialmente le marmotte, sia per una questione di gusto ma anche per la loro facilità di cattura.

Trovate in gran numero in tutta la steppa mongola, le marmotte erano un’eccellente fonte di carne, di pelle e di cuoio. Così, quando i Mongoli iniziarono le loro conquiste sotto Gengis Khan, avrebbero importato nuove abitudini culinarie, con conseguenze devastanti.

Il primo episodio significativo sarebbero state le conquiste del popolo Qara Khitai, nel 1216. Questa dinastia occidentale governò su un vasto impero che andava dal Kirghizistan moderno alla Cina nord occidentale, fino a parte del Kazakistan, comprese le famigerate montagne del Tian Shan. 

È possibile che a quel punto, il popolo Qara Khitai  incontrò per la prima volta le marmotte portatrici della peste e così facendo accelerarono notevolmente il processo. Ogni volta che un mongolo uccideva un animale infetto ne mangiava la carne, ne conciava la pelle e correva il rischio di contrarre la stessa malattia. E quando i Mongoli operarono le loro migrazioni su vasta scala alla ricerca di nuove conquiste, le carni di marmotta stagionate e le pelli che trasportavano il bacillo furono in grado di stabilirsi con facilità nei nuovi territori.

Dopo aver fornito l’impulso per il Big Band genetico, i Mongoli avrebbero contribuito poi a diffondere le quattro varianti in tutto il continente asiatico. Se confrontiamo le prove genetiche con le epidemie descritte dai resoconti notiamo una notevolissima corrispondenza tra la teoria e la realtà.

Nel 1253, ad esempio, il nipote di Gengis Khan, Möngke (1209-59), inviò un enorme esercito comandato da suo fratello, Hulagu (c.1215-65), contro il popolo Luri nell’Iran. La seconda varietà della peste iniziò ad essere registrata di lì a poco.

A seguito dei grandi assedi, si verificarono focolai a Girdkuh (1254), Lanbasar (1257), Baghdad (1258) e in numerose città della Siria. 

Allo stesso modo, nel 1270, le rivolte in Almaliq e in Mongolia resero necessaria sia la deviazione delle tradizionali rotte postali che una serie di spedizioni punitive su larga scala. In questo caso, la scarsità di testimonianze ha reso difficile individuare gli episodi di una possibile malattia epidemica, ma, come ha sottolineato Green, corrisponde ai luoghi dove il bacillo della peste è stato rinvenuto. 

Inoltre, le campagne militari contro il Khwarazm Shah (1218-25), in Georgia (1220-23) e contro i Bulgari del Volga (1229-32) avrebbero fornito al primo ramo della peste, quello più letale, una rotta diretta dal Tian Shan alla costa del Mar Nero,  dove sarebbe avvenuto l’incontro con i commercianti Genovesi.

Ovviamente, come concorda la stessa autrice dello studio, le tracce sono labili e l’ipotesi altamente speculativa. Molti elementi possono essere messi in discussione da nuovi ritrovamenti e da nuovi studi. 

Ma il dato più importante è che la ricerca paleogenetica ci permette di superare i limiti delle prove documentali e apre le porte a un nuovo straordinario modo di comprendere le origini della peste nera.

Ora che abbiamo questa nuova arma, possiamo chiederci, ad esempio, se vi siano stati focolai di peste anche in altre aree del mondo, come l’Africa subsahariana, per cui non abbiamo ancora rinvenuto alcuna traccia scritta di un’epidemia.

E in fondo, il lavoro di Green ci permette di capire che la peste nera non avrebbe avuto effetti così devastanti in Europa, senza il contributo della marmotta.

Corazzata Bismarck vs incrociatore Hood: il grande duello navale della Seconda Guerra Mondiale

Alla fine di maggio del 1941, sullo sfondo della Seconda Guerra Mondiale, si tenne uno dei più grandi duelli navali della storia: quello tra la gigantesca corazzata tedesca “Bismarck” e il coraggioso incrociatore britannico “Hood“.

La Bismarck venne commissionata direttamente da Hitler affinché fosse la più grande corazzata del mondo. Quel gigante del mare aveva la missione di falciare le vulnerabili linee di rifornimento della Gran Bretagna da tutti gli oceani. Così la Bismarck, non appena avvistava navi inglesi, abbatteva le imbarcazioni piene di cibo, materie prime e petrolio utili a rifornire l’esercito e le industrie belliche britanniche.

Per tutta risposta, la Gran Bretagna disseminò in mare tutte le corazzate a disposizione della sua flotta, ridistribuendo saggiamente le proprie risorse in tutto l’Atlantico, dallo stretto di Gibilterra alle coste delle Americhe. Si scatenò così, nel maggio del ’41, una vera e propria “caccia alla Bismarck”, con l’obiettivo di superare le sue cannonate ed affondare la nave. 

Per gli inglesi, far colare a picco la Bismarck non avrebbe solamente liberato i mari da un terribile pericolo, ma avrebbe umiliato nel profondo Hitler in persona.

La Bismarck venne localizzata da un aereo Spitfire in volo di ricognizione, che sorvolava i fiordi norvegesi, il 21 maggio: la presenza della corazzata, assieme alle navi che la accompagnavano, come l’incrociatore Prinz Eugen, fu immediatamente comunicata agli ammiragli britannici. Così, il comandante della flotta inglese presso Scapa Flow, in Scozia, inviò due delle sue navi, la Hood e la Prince of Wales, con l’ordine di attestarsi nel Nord Atlantico, mentre le altre navi rimanevano in posizione.

L’incrociatore Hood
La corazzata Prince of Wales

Le navi tedesche lasciarono la Norvegia e attraversarono lo stretto di Danimarca tra l’Islanda e la Groenlandia. Il 23 maggio, due navi britanniche, la Norfolk e la Suffolk, iniziarono a seguire con prudenza i tedeschi, continuando a comunicare al resto della flotta le posizioni del nemico via radio.

Tuttavia, la Norfolk si avvicinò troppo alla Bismarck, che sparò un paio di colpi con i suoi cannoni pesanti: i proiettili colpirono entrambi i lati della nave ma l’equipaggio riuscì a virare in tempo e a mettersi in salvo.

La mattina successiva il tempo era bello, il mare tranquillo e la visibilità perfetta, il che permetteva alle navi di calibrare al meglio i movimenti e i colpi. Così, iniziò il più grande duello navale della Seconda Guerra Mondiale.

La nave Hood era stata presentata all’opinione pubblica inglese come la più potente nave della terra, ma in realtà il suo equipaggiamento era relativamente vecchio e solamente l’armatura del ponte era stata aggiornata. Al contrario, la Prince of Wales era nuovissima, tanto che alcuni componenti dovevano ancora essere terminati.

L’ammiraglio Holland, a bordo della Hood, pensò che la cosa migliore da fare fosse accorciare il più rapidamente possibile le distanze e attaccare la Bismarck, dato che le due navi britanniche, insieme, avevano più armi della corazzata nemica.

Alle 05:52, le navi inglesi cominciarono a bombardare la Bismarck: i terribili proiettili, superando una distanza di 14 miglia nautiche, si infrangevano sugli avversari.

L’ammiraglio della Bismarck, Lütjens, in un primo momento fu incapace di reagire. In realtà, sperava di evitare il combattimento contro le navi britanniche ma ora era costretto ad uno scontro indesiderato. Così, il capitano Lindemann, percependo l’indecisione del collega, prese in mano la situazione e ordinò al suo ufficiale di artiglieria di aprire il fuoco dicendo: “Non lascerò che la mia nave venga bombardata sotto il mio culo”.

I tedeschi mandarono a segno alcuni colpi, ma anche la Prince of Wales riuscì a causare dei danni: un proiettile danneggiò il castello di prua della Bismarck che, pur senza esplodere, venne colpito gravemente. Sfortunatamente per i britannici, una danno al castello di prua poteva compromettere la navigazione nel lungo periodo, ma la battaglia si sarebbe conclusa in poche ore.

Alle 05:59, Holland si sentì abbastanza sicuro e vicino alle navi nemiche da ordinare di virare improvvisamente e attaccare i tedeschi con tutta la batteria di cannoni. Ma durante le manovre, si mise involontariamente sulla traiettoria di uno dei cannoni della Bismarck, che fece fuoco.

La corazzata tedesca Bismarck

Il proiettile penetrò nell’armatura del ponte, direttamente nel cuore della carena, esplodendo. Questo generò un’incredibile reazione a catena che provocò lo scoppio dell’intera nave. In pochi minuti la Hood affondò, portando con sé 1415 uomini di equipaggio. Solo tre sopravvissuti vennero successivamente salvati dalle acque da imbarcazioni d’emergenza.

Ora la Prince of Wales era rimasta sola contro la terribile Bismarck e la Prinz Eugen, e venne prevedibilmente investita da un ondata di proiettili. Uno si schiantò contro il ponte e uccise quasi tutti i presenti, mentre un altro perforò la sua armatura e si fermò nelle profondità della nave. Per fortuna questa volta non esplose, altrimenti la Prince of Wales avrebbe fatto la stessa fine della Hood.

Consapevoli di non poter resistere all’attacco combinato dei tedeschi, gli ufficiali della Prince of Wales alzarono una cortina fumogena e fuggirono.

Gli inglesi rimasero sconvolti dal drammatico fallimento del loro attacco, mentre in Germania il ministro della propaganda di Hitler, Joseph Goebbels, pubblicizzò adeguatamente questa inaspettata quanto clamorosa vittoria. Anche il primo ministro inglese, Winston Churchill, accusò gravemente il colpo, descrivendo i giorni successivi come “quelli più duri dall’inizio della guerra.”

La Bismarck riuscì a sfuggire ad alcune navi britanniche mettendo a dura prova i convogli di rifornimenti che rappresentavano la salvezza della Gran Bretagna. 

L’ultima immagine dell’incrociatore Hood, durante il suo affondamento

A questo punto, ferita nell’orgoglio, l’Inghilterra reagì indirizzando ogni singola nave della flotta reale per distruggere la corazzata tedesca. Persino un’antica nave da guerra, la Rodney, in viaggio per essere riparata in America, cambiò drasticamente rotta, abbandonando la sua missione e unendosi alla caccia.

La Bismarck, nel frattempo, preferì evitare nuovi scontri e si diresse verso un porto francese per riparare i danni causati dalla Prince of Wales. Muovendosi nel corso della notte, la Bismarck era riuscita a sfuggire al controllo inglese.

Per i britannici vi furono ore di alta tensione fino a quando, intercettando alcuni messaggi radio decodificati presso la stazione di Betchley Park, e dopo una ricognizione di un idrovolante che operava nell’Irlanda del nord, la Bismarck venne nuovamente individuata. Si trovava a 700 miglia a nord-ovest dal porto francese di Brest e, in caso di pericolo, avrebbe potuto ottenere la copertura degli aerei caccia della Luftwaffe nel giro di 24 ore.

Per questo, l’unica risorsa britannica in grado di fermarla era il contingente di aerosiluranti a bordo della nave HMS Ark Royal, che stava arrivando da Gibilterra.

Verso il tramonto del 26 maggio, durante una burrasca, alcuni aerei biplani Swordfish che trasportavano siluri attaccarono in massa la Bismarck. Volendo a bassissima quota e resistendo al vento che soffiava pesanti spruzzi d’acqua, gli Swordfish operarono il loro eroico tentativo. La Bismarck sparò con il suo armamento principale, sollevando giganteschi muri d’acqua che inzuppavano gli aerei e i relativi equipaggi.

Finalmente, due siluri colpirono la Bismarck: il primo causò un piccolo allagamento, danneggiando lo scafo corazzato, mentre l’altro, per puro caso, colpì il “tallone d’Achille” del gigante tedesco, ovvero un timone non adeguatamente protetto. Così, il timone di sinistra rimase bloccato ed inutilizzabile, nonostante l’equipaggio facesse di tutto per liberarlo.

L’ammiraglio tedesco fu costretto ad ammettere che la sua nave non poteva essere manovrata ma che “avrebbe combattuto fino all’ultimo proiettile”. Al grido di “Lunga vita al Fuhrer!”, la Bismarck si preparò ad una resistenza ad oltranza.

Per tutta la notte i piccoli caccia torpedinieri infastidirono la Bismarck, impedendo al suo equipaggio ogni tregua. Poi, il 27 maggio, due grosse corazzate britanniche apparvero all’orizzonte. I tedeschi erano circondati da tutte le parti, fino a che i proiettili britannici cominciarono a schiantarsi contro la struttura della corazzata. Dopo 20 minuti di battaglia, una granata esplose sul ponte e l’ammiraglio tedesco, il capitano e tutto lo stato maggiore della Bismarck venne ucciso d’un colpo. 

Dopo altri minuti di bombardamento selvaggio, alle 9:30 l’ufficiale tedesco più anziano sopravvissuto ordinò ai suoi uomini di abbandonare la nave.

La Bismarck era un ombra della sua potenza: la sua struttura era ormai fumante, gli incendi stavano devastando ogni parte della nave e i cronisti del tempo parlano di una carneficina difficile da descrivere. A bordo di una delle corazzate britanniche un cappellano supplicò gli alti ufficiali di interrompere il fuoco, ma gli venne chiesto gentilmente di ritirarsi sotto coperta.

Alla fine, le corazzate inglesi, a corto di carburante e con la possibile minaccia dell’arrivo dei sottomarini tedeschi, interruppero lo scontro e affidarono ad una nave più piccola, la HMS Dorsetshire, il compito di sparare gli ultimi siluri sulla Bismarck.

La corazzata Bismarck, l’orgoglio della marina di Adolf Hitler, affondò alle ore 10:40.

L’affondamento della Bismarck ebbe una serie di enormi vantaggi per la marina inglese: non solo l’orgoglio, ma anche l’eliminazione di un grave pericolo per i rifornimenti. Infine, il successo britannico costituiva un esempio per la marina americana, che Churchill stava spronando da diversi mesi affinché si unisse ai combattimenti. 

Al contrario, Hitler era furioso, ma per tutta risposta ridusse i rifornimenti alla sua flotta e non ascoltò i consigli dei suoi ammiragli, cercando di minimizzare quella sconfitta. Il baricentro della seconda guerra mondiale si sarebbe spostato ad est, con l’invasione tedesca dell’unione sovietica nell’ambito dell’operazione Barbarossa. 

Ma la Gran Bretagna avrebbe mantenuto fino alla fine della guerra le sue linee di rifornimento intatte.

E se avesse vinto Massenzio? Che ne sarebbe stato di Roma e del Cristianesimo?

Massenzio è un nome meno conosciuto rispetto al suo grande avversario, Costantino, l’imperatore che traghetterà l’Europa verso il cristianesimo e che fonderà Costantinopoli, sul Bosforo, decretando in un certo senso il declino di Roma.

Ma se “Marco Aurelio Valerio Massenzio” avesse vinto, l’Urbe sarebbe rimasta il centro nevralgico dell’impero? e il cristianesimo? sarebbe stato sradicato?

In parte sì, in parte no.

Il periodo tardo imperiale venne dominato dal meccanismo della tetrarchia: due imperatori, un Augusto d’Occidente e un Augusto d’Oriente, nominavano due successori, il Cesare d’Occidente e il Cesare d’Oriente, che avrebbero dovuto prendere nel tempo il loro posto, in un meccanismo che si sarebbe rinnovato, potenzialmente, all’infinito.

Massenzio, a poca distanza dall’invenzione della Tetrarchia da parte di Diocleziano, rimase fuori dalla successione, nonostante fosse figlio dell’Augusto d’occidente Massimiano, e avesse sposato Massimilla, la figlia del nuovo Augusto d’Oriente, Galerio.

Il motivo dell’esclusione di Massenzio dai giochi di potere imperiali potrebbe risiedere nella sua politica di apertura nei confronti del Cristianesimo, che sarebbe stata particolarmente invisa a Galerio, il quale avrebbe fatto pressioni per scegliere altri candidati, come Severo in Occidente e Massimino in Oriente, più in linea con le sue idee, nonchè più controllabili.

Marco Aurelio Valerio Massenzio

Eppure Massenzio ottenne un grandissimo consenso proprio nella città di Roma e in Italia, raccogliendo l’appoggio del Senato e dei pretoriani, che vedevano diminuire di giorno in giorno il loro potere. Anche la popolazione lo amava, dal momento che, avendo ereditato dal padre il controllo dell’Africa del nord, era in grado di garantire continui approvvigionamenti ai romani, in un periodo di forte incertezza.

La lotta di Massenzio per il potere fu all’ultimo sangue, nonostante vi siano stati da parte sua tentativi di accordo sia con Galerio che con il suo più grande avversario, Costantino, figlio di Costanzo.

La storia ha poi deciso: Costantino, a capo di quarantamila legionari Celti, Germani e Britanni, scese in Italia, vincendo l’esercito fedele a Massenzio prima a Torino e poi a Verona, accampandosi a poca distanza da Roma, pronto ad assediare e a mettere definitivamente fuori gioco il suo avversario.

Massenzio dovette compiere una scelta: asserragliarsi nella capitale vincendo il nemico per sfinimento o affrontare Costantino in una battaglia campale. I sacerdoti, incaricati di consultare un antichissimo oracolo, i Libri Sibillini, riferirono la frase: “Oggi morirà un nemico dei romani“.

Interpretandola come un segno degli Dei, Massenzio decise di combattere. E nella battaglia di Ponte Milvio il suo esercito venne sbaragliato e lui stesso, nel tentativo di risalire il fiume Tevere, cadde disarcionato dal suo cavallo, affogando per il peso della sua armatura.

Gli appassionati di storia romana vedono in Massenzio un grande sconfitto, ma allo stesso tempo uno degli ultimi imperatori che avrebbero considerato Roma il centro dell’impero, a differenza di Diocleziano, che aveva già stabilito altre quattro capitali, e di Costantino, che con la fondazione di Costantinopoli ad Oriente condannò sostanzialmente Roma ad un progressivo oblio.

Quale sarebbe stato dunque il governo di Massenzio? È vero, e ce lo confermano diverse fonti, che Massenzio avrebbe mantenuto Roma come centro politico ed economico. Probabilmente, con lui, lo storico baricentro dell’impero, il Mediterraneo Occidentale e soprattutto l’asse Italia-Africa, sarebbe rimasto intatto. 

L’impero sarebbe quasi certamente rimasto quello che tutti conosciamo, senza quella decentralizzazione verso i confini settentrionali e l’oriente. 

Certo, c’è da chiedersi la bontà di una tale scelta: al netto dei sentimenti degli appassionati di storia romana, che mai avrebbero voluto vedere tramontare il primato di Roma, gli imperatori precedenti, Diocleziano in primis, avevano creato nuove capitali soprattutto per implacabili esigenze difensive e in virtù di dinamiche che, palesemente, non potevano più essere controllate dal centro Italia. 

Se durante la seconda guerra punica, quando l’avversario era Cartagine, la centralità geografica di Roma nel Mediterraneo aveva costituito un vantaggio insuperabile, ora che i pericoli provenivano da settentrione, appare dolorosa, ma ragionevole, la creazione di nuove capitali in zone strategicamente più importanti.

La basilica di Massenzio

Tuttavia, vi è anche da considerare che Massenzio, proprio puntando sull’Africa come principale rifornimento di cibo per l’Italia riuscì a resistere per ben sei anni, contro tutti. Forse, se al posto di una guerra fratricida e civile tra contendenti al trono, gli imperatori fossero rimasti uniti mantenendo l’Italia e l’Africa come fulcro dell’impero, la storia avrebbe preso una piega diversa.

In effetti, gli ultimi colpi di grazia alla centralità di Roma derivarono proprio dall’invasione, ad esempio da parte dei Vandali, del nord Africa. In questo senso, il tentativo di imperatori come Maggioriano di riconquistare esattamente quel territorio, ci fa capire quanto la ricostituzione dell’alleanza tra Italia e Nord Africa avesse il potenziale per resistere al disfacimento dell’impero.

Potrebbe prendere in contropiede, invece, la concezione che Massenzio aveva del Cristianesimo. Secondo la maggior parte degli appassionati, Costantino fu il grande imperatore “opportunista“, sfruttatore del cristianesimo per biechi fini politici, colpevole dell’indebolimento di Roma e del tradimento della sua intrinseca natura. Massenzio, invece, sarebbe stato il grande protettore del paganesimo e delle antiche tradizioni, l’ultimo strenuo difensore della “vera Roma.”

In realtà, recenti ricerche e scoperte, come quelle di Marco Cecini presso la biblioteca Marciana di Venezia, ci restituiscono un’interpretazione più variegata della politica massenziana: certamente Massenzio era pagano, convinto credente dell’antico Pantheon romano. Eppure, emanò un editto di tolleranza, che, andando ad abrogare quello di Diocleziano, palesemente anticristiano, dichiarava il cristianesimo “religio licita”, religione lecita, dimostrando la netta e chiara volontà di fare “pace” con i cristiani.

Stupirà, ma anche Massenzio si era reso perfettamente conto dell’importanza di questo nuovo credo, che non poteva essere ignorato né represso, ma che anzi doveva essere felicemente integrato nei culti dell’impero.

Quindi, più che immaginare Massenzio come un grande persecutore dei Cristiani, come ad esempio Diocleziano o Galerio, è più corretto vedere questa grande figura romana come il fautore di una assimilazione dei Cristiani nell’ambito degli dei classici.

In questo senso, Massenzio dimostra di essere un vero “romano“, aperto e tollerante a condizione che la nuova cultura e il nuovo credo potesse convivere, in un certo senso sottomettersi, alle antiche tradizioni. 

In questo caso, sarebbe stato il cristianesimo stesso, soprattutto nella sua fascia più radicale, a ribellarsi ad un tale progetto. Il cristianesimo, monoteista per natura, non avrebbe mai potuto accettare il culto di Cristo abbinato ad altri dei. 

Tirando una linea, dobbiamo però aggiornare ciò che riteniamo di sapere su Massenzio, limitandoci ad immaginare gli effetti del suo regno se fosse rimasto unico imperatore, al posto di Costantino. 

Certamente, il solo Massenzio non sarebbe bastato ad operare un concreto cambio di passo in un periodo di crisi dell’impero, di affermazione del Cristianesimo e di spostamento del fulcro del potere verso Oriente. Una inversione di tendenza, in altre parole, non sarebbe mai stata possibile con il regno del solo Massenzio, ma, forse, esclusivamente con lo sviluppo di un’intera dinastia di imperatori, impegnati a portare avanti in maniera coerente, e per decenni, la stessa politica.

Senza ciò, Massenzio, seppur da rivalutare, rimane un personaggio controcorrente, come Maggioriano o Giuliano l’apostata, incapaci, da soli, di cambiare il corso di una storia che stava già marcatamente prendendo una piega diversa.

Marciano: l’imperatore bizantino che si ribellò ad Attila

Il fatto che, in occasione dell’incoronazione di un imperatore bizantino, la folla urlasse la frase “regna come Marciano” ci fa comprendere come questo sovrano, il cui regno non fu tanto lungo, fu, comunque, particolarmente amato dal suo popolo.

Flavio Marciano era nato in Illiria o in Tracia nel 392 d.C. figlio di un soldato ed egli stesso soldato, dato che molto giovane si arruolò in un’unità militare presso Filippopoli.

Prese parte nel 421 d.C. alla guerra contro i Persiani, in seguito divenne ufficiale cadetto e, poi, per quindici anni, servì come comandante di reggimento agli ordini di Ardaburio il Vecchio e del figlio Aspar.

Negli anni tra il 431 d.C. e il 434 d.C. fu ufficiale con Aspar durante la guerra contro i Vandali in Africa venendo catturato dal nemico durante un combattimento nei pressi della città di Hippo Regius.

Secondo alcuni storici Genserico lo rilasciò dopo che Marciano gli ebbe promesso che non avrebbe mai più mosso guerra al suo regno.

Grazie all’influenza di Ardaburio il Vecchio e di Aspar, Marciano riuscì a diventare capitano delle guardie e, successivamente, fu elevato al rango di tribuno e di senatore dell’Impero Romano d’Oriente.

E’ molto probabile che in questo periodo si sia sposato ed abbia avuto la sua unica figlia, Elia Marcia Eufemia.

Quando nel luglio del 450 d.C. Teodosio II morì senza eredi maschi a seguito di una caduta da cavallo, Marciano divenne il suo successore e nuovo imperatore.

In verità vi erano altri candidati al trono come, per esempio, Valentiniano III, cugino di Teodosio II e marito della sua unica figlia superstite, ma tale candidato non piaceva né ad Aspar né al Senato orientale; anche Aspar era visto come possibile candidato, ma le sue origini barbariche e la sua fede ariana lo rendevano inaccettabile come imperatore.

Aspar stesso rifiutò tale possibilità sapendo bene che per lui sarebbe stato meglio governare nell’ombra come magister militum e non diventare imperatore.

La scelta di Marciano come successore di Teodosio II viene descritta in modi diversi dagli storici.

Alcuni di loro dicono che fu Teodosio stesso, sul letto di morte e alla presenza di Aspar, a nominarlo suo successore (in quell’occasione disse a Marciano : “Mi è stato rivelato che tu regnerai dopo di me“) e che sia Aspar che la sorella di Teodosio, Pulcheria, abbiano accettato la volontà del defunto imperatore.

Altri, invece, dicono che Pulcheria scelse Marciano come suo marito e successore del fratello e che Aspar abbia appoggiato tale scelta dato che Marciano era stato suo commilitone e subalterno.

E’ anche possibile che il nome di Marciano fosse stato fatto da Aspar stesso e che poi Pulcheria lo abbia scelto.

Indipendentemente da come effettivamente andò, Pulcheria sposò Marciano nel 450 d.C. e riuscì in questo modo a salvare la dinastia Teodosiana almeno per qualche anno. Il matrimonio servì a legittimare la posizione del nuovo sovrano e Pulcheria lo accettò a patto di mantenere la sua verginità.

Il matrimonio sarebbe comunque rimasto sterile dato che Pulcheria aveva più di cinquant’anni e Marciano più di sessanta.

Una delle prime decisioni prese dal nuovo imperatore fu quella di far uccidere il consigliere di Teodosio II l’eunuco Crisafio che era divenuto impopolare a Costantinopoli per aver spinto Teodosio a pagare una smisurata somma di denaro come tributo al re unno Attila e che, soprattutto, era nemico giurato di Pulcheria. 

Marciano nominò suoi consiglieri il maestro degli uffici Eufemio e il prefetto del pretorio Palladio e decise di smettere di pagare il tributo annuale ad Attila.

Quando nel 451 d.C. gli emissari del re unno giunsero a Costantinopoli per riscuotere la tassa, Marciano gli rispose : “Per Attila ho ferro, non oro”.

Attila, dopo aver ricevuto la risposta e dopo aver capito che Marciano non si sarebbe mai sottomesso a lui, fu tentato di condurre le sue armate contro l’Impero Romano d’Oriente, ma poi decise invece di volgere la sua attenzione verso la Gallia e verso l’Impero Romano d’Occidente.

Attila sapeva che non sarebbe mai riuscito a prendere Costantinopoli, che la Tracia e i Balcani erano stati così devastati che ci sarebbero voluti anni per farli riprendere e che la terra di nessuno da lui imposta nei pressi del Danubio non aveva più molto da offrire.

Marciano era, così, riuscito a salvare il suo impero. 

Il 451 d.C. fu anche l’anno del Concilio di Calcedonia : un concilio ecumenico che avrebbe dovuto sanare le diatribe che erano sorte dopo il secondo Concilio di Efeso.

Papa Leone I aveva fatto pressioni sull’Impero d’Oriente affinché venisse convocato un nuovo concilio e venissero condannate come eresie sia il Monofisismo sia il Nestorianesimo.

Una delle basi del nuovo concilio fu il Tomus ad Flavianum : una lettera inviata nel 449 d.C. al patriarca di Costantinopoli Flaviano in cui il Monofisismo veniva condannato.

E’ vero, però, che Leone I avrebbe preferito un’altra sede più neutrale anche perché la situazione politica dell’Impero d’Occidente era drammatica, ma Marciano insistette affinché il concilio si tenesse a Calcedonia.

Nel nuovo Concilio venne condannato il Monofisismo come eresia, così come tutti coloro che nel corso del precedente Concilio avevano sostenuto la tesi monofisista tra cui Dioscoro che perse il suo ruolo di patriarca di Alessandria e lo stesso Eutiche.

Il Monofisismo continuò ad essere diffuso in Egitto e in Siria, mentre venne condannato in gran parte delle province orientali. 

Venne sancito a Calcedonia che Cristo aveva quindi due nature umana e divina ed era perfetto Dio e perfetto uomo. Le nuove definizioni dogmatiche andavano bene a Marciano e a Pulcheria, così come al papa e a gran parte dei vescovi.

I problemi, però, sorsero quando il patriarca di Costantinopoli Anatolio volle che Costantinopoli fosse dichiarata sede di pari importanza rispetto ai patriarcati di Alessandria, Roma e Antiochia e che fosse ampliata la sua giurisdizione su vaste aree come il Ponto e la Tracia.

Gli emissari del papa protestarono perché in questo canone conciliare non si faceva riferimento alla superiorità di Roma e del papa.

Nonostante le richieste dei vescovi orientali, di Marciano e di Pulcheria, papa Leone I non accettò tale canone e ciò rappresentò un passo importante verso la futura separazione religiosa tra Oriente e Occidente.  

Negli anni successivi Marciano attuò importanti riforme finanziarie che fecero rifiorire le finanze orientali : ordinò per esempio ai consoli di non distribuire soldi al popolo, ma di usare quel denaro per mantenere in buone condizioni l’acquedotto cittadino, furono rimessi gli arretrati delle tasse e aboliti i servizi da prestare ai senatori.

In politica estera Marciano fu estremamente cauto per paura di un nuovo attacco unno. 

Nel 452 d.C. represse alcuni disordini in Siria e Egitto e, non essendo sordo alla richiesta di aiuto dell’Impero d’Occidente e nonostante non nutrisse simpatia per Valentiniano III (che all’inizio non l’aveva riconosciuto come imperatore), tra il 451 d.C. e il 452 d.C. inviò truppe ad Ezio per aiutarlo contro gli Unni. Quando Attila invase l’Italia nel 452 d.C. fu probabilmente la notizia dell’arrivo delle truppe orientali a farlo desistere dall’intento di assediare Roma e ad indurlo a lasciare la penisola per paura di essere preso in trappola. 

Dopo le campagne nell’Impero d’Occidente il re unno rivolse la sua attenzione nuovamente a Oriente, ma morì nel 453 d.C. prima di poter muovere guerra contro Marciano.

Il sovrano bizantino dichiarò di aver sognato qualche giorno prima della morte di Attila che l’arco di quest’ultimo si spezzava davanti a lui e ciò era un segno della sua vittoria.

Nel 453 d.C. Pulcheria morì e Marciano si trovò solo come unico imperatore al comando.

Egli decise lo stesso anno di far sposare sua figlia Eufemia con il nobile Antemio (futuro imperatore d’Occidente) e ciò portò al genero nuovi incarichi militari e organizzativi che gli fecero scalare le gerarchie civili e militari (divenne comes per la Tracia, poi magister militum e infine console e patrizio nel 455 d.C.) e che provocarono preoccupazioni ad Aspar che mal sopportava la presenza di Antemio a corte.

Gli ultimi tre anni del suo regno furono caratterizzati da relativa pace e dalla sua quasi totale non ingerenza nelle faccende dell’Occidente.

Dopo la morte di Ezio (454 d.C.) e di Valentiniano III (455 d.C.) la dinastia Teodosiana si era estinta e diversi furono i candidati alla porpora proposti da più parti: uno di questi fu Massimiano che era stato amministratore personale di Ezio, un altro fu Petronio Massimo appoggiato dal Senato romano e un altro candidato ancora di nome Maggioriano venne proposto dalla moglie di Valentiniano III, Licinia Eudossia, e dallo stesso Marciano.

Alla fine la spuntò Petronio Massimo che, però, non venne riconosciuto da Marciano. L’imperatore orientale probabilmente su consiglio di Aspar non fece nulla per salvare il collega occidentale e Roma dal sacco dei Vandali di Genserico avvenuto nel 455 d.C.

Nel 456 d.C. divenne imperatore Avito con il quale Marciano, nonostante fosse sempre deciso a mettere Maggioriano oppure il suo genero Antemio sul trono occidentale, ebbe rapporti meno tesi.

Sempre nel 456 d.C. Marciano decise di non intervenire contro i Persiani in Armenia dove la popolazione era stata costretta ad abbandonare la fede cristiana dal re Yazdgard II e aveva chiesto un suo intervento.

Dato che aveva troppo timore di scatenare una lunga guerra con i Persiani, egli mandò un messaggio al re Yazdgard in cui gli comunicava che non sarebbe intervenuto.

Alla fine del 456 d.C., un colpo di stato guidato dal magister militum Ricimero provocò la caduta di Avito che morì forse assassinato all’inizio del 457 d.C.

Antemio venne visto subito come suo possibile successore e poteva contare sull’appoggio di Marciano stesso. L’imperatore orientale, però, morì nel gennaio del 457 d.C. a seguito di una gangrena, dopo aver compiuto un pellegrinaggio religioso e dopo una lunga agonia.

Entrambi gli imperi furono, per un breve periodo, senza imperatore e governati dai due magister militum ad Occidente Ricimero e ad Oriente Aspar.

Antemio, dopo la morte di Marciano, fu considerato un valido candidato oltre che per l’Occidente anche per l’Oriente.

In Oriente, però, Aspar considerava Antemio pericoloso e poco controllabile e, per questo motivo, appoggiò come candidato e alternativa ad Antemio un altro suo commilitone il trace Leone che, grazie al suo appoggio, fu incoronato imperatore nel febbraio del 457 d.C. con il nome di Leone I.

Aspar aveva dimostrato ad Antemio di essere il “vero padrone” dell’Impero d’Oriente.

In Occidente, in un primo momento, Leone I decise di non scegliere alcun collega, ma nominò sia Ricimero che Maggioriano magister militum. In seguito, però, anche grazie ad un’importante vittoria ottenuta dal comes Burcone e da Maggioriano contro gli Alamanni nei pressi del Lago Maggiore, Leone I decise di scegliere Maggioriano come imperatore d’Occidente e suo collega. 

Maggioriano fu incoronato imperatore il 1 aprile del 457 d.C. ottenendo l’appoggio di Ricimero che mantenne la carica di magister militum. 

Con la morte di Marciano si estinse la dinastia Teodosiana orientale e ebbe inizio quella di Leone I.

A proposito di Marciano si può affermare che fu certamente un valido sovrano e che, grazie ai suoi 7 anni regno, Costantinopoli tornò alla grandezza che aveva prima della devastazione portata da Attila.

Marciano fu un sovrano deciso e dimostrò notevole coraggio nell’affrontare il re unno, oltretutto, al culmine del suo potere.

Ebbe, certamente, la fortuna dalla sua parte considerato che Attila, durante il periodo del suo impero, la prima volta rinunciò ad attaccare l’Oriente e la seconda volta non riuscì a farlo a causa del sopraggiungere della morte.  

I suoi rapporti con l’Occidente furono, invece, molto altalenanti. Molti storici lo hanno definito indifferente alle sorti di questa parte dell’Impero, anche se è necessario ricordare che Marciano aiutò Ezio contro gli Unni e contro i Visigoti.

Non fece nulla, invece, per salvare Roma dai Vandali, sia per le sue antipatie verso Petronio Massimo, sia perché la richiesta di aiuto a Genserico era stata fatta dall’imperatrice Licinia Eudossia (che mal sopportava anche lei Petronio Massimo), sia perché, su consiglio di Aspar, aveva probabilmente compreso che l’Occidente, la cui sorte era ormai segnata, era troppo difficile da salvare ed era destinato a implodere.

L’amicizia e il legame con Aspar accrebbero enormemente il potere del magister militum, ma il generale alano si dimostrò sempre un suo fedele sostenitore e le voci su una possibile morte di Marciano per avvelenamento da parte di Aspar appaiono prive di fondamento considerata, anche, la lunga agonia di Marciano.

Marciano può essere, nel complesso, considerato un buon sovrano per l’Oriente : durante il suo regno risanò le finanze orientali e le sue riforme furono un toccasana per la gente di Costantinopoli che, per questo, lo considerò un ottimo sovrano, degno di essere inserito nel pantheon dei migliori imperatori.