sabato 27 Giugno 2026
Home Blog Pagina 35

La battaglia delle Forche Caudine, 321 a.C. I Sanniti umiliano i romani

La battaglia delle Forche Caudine è stata una disastrosa e umiliante sconfitta romana. Nel 321 a.C, durante la seconda guerra punica, i consoli Spurio Postumio Albino e Tito Veturio Calvino furono intrappolati in una valle dall’esercito sannita guidato da Gaio Ponzio.

I romani, per non essere massacrati, accettarono di arrendersi e di passare sotto il giogo dei Sanniti, tornando a Roma distrutti e sfiduciati.

Il contesto storico

La prima guerra sannitica si era conclusa nel 343 a.C. I Sanniti avevano chiesto la pace e si erano solennemente impegnati a mantenersi neutrali nelle continue guerre tra la Repubblica Romana e le popolazioni del Lazio.

Tuttavia nel 327 a.C. il conflitto riprese. I Sanniti, dopo cinque anni di guerra, furono nuovamente sconfitti e furono costretti a consegnare il loro generale, Brutolo Papio, con tutte le sue ricchezze personali. Papio, con un atto di orgoglio, decise di suicidarsi, piuttosto che cadere nelle mani dei romani.

Nonostante la completa resa dei Sanniti, Roma continuava però a rifiutarsi di integrarli nella società in qualità di Socii.

Nel 321 a.C. i romani avevano eletto come nuovi consoli Spurio Postumio Albino e Tito Viturio Calvino.

Nel frattempo, i Sanniti avevano scelto un nuovo condottiero, Gaio Ponzio, figlio di Erennio Ponzio.

Venuti a conoscenza della preparazione di una nuova offensiva, i romani inviarono i loro ambasciatori, che proposero delle nuove e più dure condizioni di resa.

Ma Gaio Ponzio pronunciò un infuocato discorso davanti al consiglio del suo popolo, invitando alla ripresa delle ostilità, il che condusse ad una nuova dichiarazione di guerra.

Gaio Ponzio utilizzò stavolta uno stratagemma. Venne a sapere infatti che l’esercito romano stava per assediare la città di Lucera, in Puglia, ed era sul punto di catturarla. Mandò quindi nella vicina città di Calatia, dove sapeva che erano accampati i romani, dieci soldati travestiti da pastori che fingevano di pascolare il bestiame.

Questi diffusero la falsa notizia che anche i Sanniti avrebbero presto marciato su Lucera, per liberarla dall’assedio dei romani. I romani caddero nella trappola e decisero di mandare il grosso del loro esercito per aiutare Lucera e cogliere i Sanniti in contropiede.

In questo modo, Gaio Ponzio aveva attirato l’esercito romano in un territorio altamente favorevole ad una imboscata.

I numeri degli eserciti

Circa il numero dei contingenti romani e sanniti abbiamo alcune descrizioni da parte delle fonti antiche. Dionigi di Alicarnasso dice che i romani contavano 40.000 combattenti, mentre Appiano arriva a 50.000 soldati.

Le stime moderne riducono invece questo numero: lo studioso Joel Rickard parla di 27.000 soldati. Questo conto è stato elaborato sulla base del fatto che una legione dell’epoca doveva avere circa 4.500 soldati e che ogni console aveva due legioni sotto il suo comando, alle quali si sarebbero aggiunte delle forze alleate.

Lo studioso Paolo Sommella, basandosi sulle stime di Johannes Kromaier, riduce ulteriormente il numero a 12.000 soldati. Amedeo Maiuri stima a 16.000 i romani impegnati mentre Gaetano De Sanctis stima tra i 18.000 e i 36.000.

Non abbiamo invece alcun dato sulle forze sannitiche.

Localizzazione della battaglia: l’ipotesi di Arienzo

Un altro elemento non ben conosciuto è il percorso delle legioni romane per portare aiuto alla città di Lucera e il luogo dello scontro.

Al tempo vi erano due strade per raggiungere quel centro abitato. La prima via era più lunga ma rappresentava un percorso più semplice, dato che seguiva semplicemente la costa del mare Adriatico, nonchè sicuro, perchè in aperta campagna.

La seconda via era ben più breve, ma il percorso era più accidentato e con maggiori incognite, dal momento che era caratterizzato da diverse valli, che spesso passavano tra stretti passi di montagna, circondati da profondi burroni e da colline boscose.

Circa il luogo effettivo della battaglia, sappiamo solo che era una pianura coperta d’erba dove passava una strada romana. Per arrivare in questo luogo bisognava attraversare una prima gola e poi avanzare in una seconda.

Non c’è accordo tra gli studiosi moderni su quanto siano affidabili queste descrizioni, che appartengono al solo Tito Livio, il quale scrive secoli dopo gli avvenimenti.

Non è escluso che si discostino dalla realtà per motivi letterari o propagandistici o per mancanza di informazioni e che la descrizione liviana sia in realtà uno stereotipo.

Secondo gli studi moderni il luogo più probabile dove avvenne lo scontro è la valle situata tra Arienzo, Forchia e Arpaia, dove passava la via Appia e che, essendo una valle circondata da montagne e con gole sia ad est che ad ovest, corrisponde perfettamente all’antica descrizione. 

Forse il campo di battaglia si estendeva fino a Santa Maria a Vico. Bisogna inoltre considerare che l’utilizzo del nome “Forca” è attestato dal IX secolo ed è simile al vocabolario romano “Forca”, usato per indicare l’ingresso orientale Arpaia e anche quello occidentale, Cervino.

Gli storici del diciottesimo e diciannovesimo secolo affermavano che esisteva una chiesa chiamata Santa Maria del Giogo, dove presumibilmente avvenne la sconfitta romana.

Un altro elemento a favore di questa localizzazione sono alcuni ruderi di origine medievale presenti sui monti Arpaia, che vennero identificati come un praesidium sannita, citato da Tito Livio.

Bisogna inoltre tenere conto che il cronista romano lascia intendere che la valle dell’imboscata fosse all’epoca disabitata, il che viene confermato dalle prove archeologiche.

Diversi storici hanno però messo in dubbio questa posizione trovando dei difetti in questa localizzazione. Il luogo ad esempio è privo di abbondanti fonti d’acqua e l’ingresso occidentale è troppo ampio, così come le colline, che sono troppo basse per impedire la fuga di un esercito romano.

I sostenitori di questa teoria rispondono che la topografia è cambiata nel corso di due millenni e ci sono prove convincenti che la valle fosse in realtà una zona paludosa.

Inoltre sembra che ci siano i resti di un acquedotto romano a Forchia. Ecco perché l’acquedotto, rilasciando dell’acqua sul lato ovest, avrebbe livellato il terreno e ampliato il passaggio.

Alcuni critici hanno risposto che questi cambiamenti sono troppo radicali per un popolo antico. Inoltre il territorio è considerato troppo piccolo per contenere ben quattro legioni romane.

Nonostante queste diverse interpretazioni, i comuni di Arpaia e Forchia si sono contesi per anni la localizzazione del luogo della battaglia, ma Forchia ha ottenuto il permesso dallo Stato italiano di rappresentare l’evento sul proprio stemma.

L’ipotesi della valle Caudina

Una seconda ipotesi sulla localizzazione della battaglia è la valle Caudina, che sarebbe stata identificata da alcuni studiosi a est dell’Arpaia, a nord del monte Taburno e a sud del monte Paternio.

La sua uscita occidentale era la gola di Sferracavallo. Questa tesi è stata supportata da diversi studiosi e, a differenza dell’opzione precedente, ha il vantaggio che questa valle era molto più grande, adatta a contenere un grande esercito. 

Bisogna però osservare vi sono delle uscite, che avrebbero permesso ai romani di fuggire, a differenza di quanto raccontato da Tito Livio. Inoltre, il passo dell’Arpaia è facile da superare e difficile da bloccare, e le altezze sembrano essere troppo basse per potervi installare una postazione di sorveglianza.

Alcuni studiosi osservano anche che l’ampiezza della valle avrebbe consentito un grande scontro campale, cosa che secondo le fonti romane non ebbe mai luogo. Alcuni ritengono che il luogo sarebbe corretto solo se fosse avvenuta una battaglia, altri ritengono che i romani avrebbero potuto facilmente inviare messaggi di aiuto a Capua.

Inoltre, secondo Appiano, Gaio Ponzio negoziò con i romani salendo su un carro, cosa non necessaria se l’esercito si fosse trovato nella valle.

L’ipotesi gola dell’Isclero

Un’altra ipotesi è quella che la battaglia si è avvenuta nella gola del fiume Isclero, che attraversa la valle da est a ovest fino a uscire nei pressi di Moiano, attraverso un burrone a nord dello stretto dell’Arpaia.

La gola si apre ad ovest su una zona montuosa, dove si trova Sant’Agata dei Goti. Il fiume prosegue il suo percorso fino a confluire nel Volturno. Questa zona venne identificata come luogo della battaglia dal geografo Filippo Cluverio, ma gli studiosi successivi lo hanno smentito.

Innanzitutto Cluverio non era conoscenza dell’esistenza della città di Calatia, che confuse con Caiazzo, e per questo motivo avrebbe interpretato erroneamente il passaggio della via Appia.

Va tenuto conto che nelle fonti antiche è frequente la confusione tra Calatia e Caiatia. Inoltre, fu scoperta una necropoli tra Sant’Agata e il monte Taburno, che permise di identificare la roccaforte sannitica di Saticula all’imbocco della gola.

Per questo motivo, si ritiene che le legioni non sarebbero mai passate di lì, soprattutto se nelle vicinanze ci fossero state delle vie più sicure e più brevi.

La gola non ha molta acqua a disposizione, all’interno manca dello spazio necessario per il transito di quattro legioni e difficilmente avrebbe potuto ospitare un accampamento romano.

Gli autori romani che transitarono sulla zona, come Orazio, non specificano se quello fosse stato o meno il luogo della battaglia.

L’ipotesi della Piana di Prata

Un’ultima ipotesi è quella della Piana di Prata. Si tratta di una pianura situata tra il monte Taburno a sud e Camposauro a nord, ricca di sorgenti e prati.

Nell’ottocento venne proposta questa teoria dal Maggiore Michele di Cerbo. Un volo sopra la zona lo portò a concludere che si trattasse il luogo della battaglia.

Entrambe le gole sono molto strette, anche se quella occidentale è talvolta considerata più stretta di quella orientale.

Lo scrittore Massimo Cavalluzzo e lo storico militare Flavio Russo sottolineano che i romani, sapendo che non avrebbero mai potuto evitare i sanniti nella loro marcia, decisero di seguire la via meno ovvia per raggiungere Lucera da Calazia, probabilmente Frasso Telesino.

La critica principale a questa teoria è che risulterebbe molto difficile per un esercito scalare le gole di Feriole e imboccare la strada più lunga.

I romani finiscono in trappola

La colonna romana attraversò la prima gola e marciarono nella pianura fino a raggiungere il secondo passo di montagna. I soldati la trovarono però bloccata da una barricata realizzata da tronchi e da grossi massi.

Dopodiché videro degli avamposti dei Sanniti.

I legionari compresero di essere finiti in una trappola e pensarono da subito di fare retromarcia, ma si accorsero che, nel frattempo, anche la gola attraverso la quale erano transitati era ormai bloccata.

I romani rimasero stupiti e storditi, guardandosi l’un l’altro senza parlare né muoversi, finché non videro i consoli dare l’ordine di piantare le tende.

I legionari iniziarono così a costruire un accampamento vicino ad una fonte d’acqua, senza attendere ordini.

Intanto i Sanniti cominciavano ad insultarli e a deridere l’inutilità del loro lavoro. Anche i consoli erano depressi e sconcertati, e per questo non avrebbero voluto convocare un consiglio di guerra, ma i loro ufficiali si riunirono comunque attorno a loro per decidere il da farsi.

Durante la notte, nacquero diverse proposte su come uscire da quella situazione. Alcuni incoraggiavano ad attaccare le barricate per distruggerle, altri suggerivano di scalare le montagne e di sconfiggere i nemici, ricordando che per trent’anni avevano costantemente battuto i Sanniti su ogni tipo di terreno. Altri risposero che una sortita era troppo rischiosa, perchè nessuno sapeva esattamente come scalare le montagne e dove si trovassero i loro nemici.

I messaggi di Erennio

Mentre i romani trascorrevano la notte in preda all’agitazione e alla confusione, i Sanniti mandarono dei messaggi ad Erennio, il padre di Gaio Ponzio, chiedendo consiglio. L’anziano aristocratico si era ormai allontanato dalla politica da molti anni, ma la sua mente era ancora lucida.

Sapeva bene che le legioni romane erano intrappolate tra i burroni delle forche caudine e quando il messaggero gli chiese un parere Erennio gli disse che avrebbero dovuto lasciar andare incolumi tutti i romani.

Il messaggero ritornò, riferendo il suggerimento di Erennio, ma Ponzio lo giudicò assurdo: l’inviato fu rimandato indietro, chiedendo una nuova risposta. Stavolta Erennio disse che la cosa migliore da fare era giustiziare tutti i romani.

Confusi da queste dichiarazioni contraddittorie, Gaio iniziò a credere che le capacità mentali di suo padre cominciassero a vacillare, ma cedette ai desideri dei suoi ufficiali e invitò l’anziano al Consiglio di Guerra. Il vecchio Erennio si  recò con un carro presso l’accampamento di suo figlio e, arrivato a destinazione, spiegò le sue risposte.

Egli riteneva che entrambe le sue proposte fossero l’unico vero modo di procedere contro i romani.

Il primo, infatti, avrebbe stabilito un’amicizia duratura con un popolo molto potente. La seconda avrebbe, invece, ritardato la guerra di diverse generazioni, poiché i romani avrebbero impiegato parecchio tempo per riprendersi dalla perdita di tutto il loro esercito. Non esisteva, secondo lui, una terza opzione.

Ma suo figlio e gli altri ufficiali proposero una via di mezzo: l’idea era quella di congedare i romani incolumi, ma solo dopo avergli inflitto una pesante umiliazione, come richiedeva la legge della guerra.

A questa proposta, Erennio rispose che questa era proprio la politica che non creava né amici né nemici. Ben presto si sarebbero resi conto dell’errore che facevano a lasciare in vita degli uomini umiliati così profondamente.

I romani sono una nazione che non è capace di restare in silenzio di fronte ad una sconfitta – spiegò Erennio – Le ferite nelle loro anime li irriteranno per sempre e non permetteranno loro di riposarsi finché non avranno avuto adeguata vendetta.”

Dopo questa dichiarazione, Erennio tornò a casa, senza che i Sanniti avessero preso una decisione definitiva.

Le trattative per la resa

Intanto nell’accampamento romano, dopo diversi tentativi andati a vuoto di uscire dalla trappola, iniziò a scarseggiare il cibo. Questo li costrinse ad inviare degli ambasciatori presso i Sanniti per richiedere un accordo di pace o per sfidarli in una battaglia. Gaio rispose che la guerra era finita, che erano già in trappola e sconfitti, e pretese la consegna delle armi e che passassero sotto il giogo, conservando solamente le loro tuniche.

La richiesta prevedeva anche di evacuare tutta la zona del Sannio e allontanare tutte le loro colonie dalla regione, che sarebbe stata retta esclusivamente dalle leggi dei Sanniti. Queste furono le condizioni presentate ai consoli romani: i Sanniti  avvertirono che se qualcuno le avesse rifiutate non ci sarebbero state successive proposte di pace.

Quando i soldati romani vennero a sapere delle condizioni di pace imposte, lanciarono un grido di angoscia. Seguì un lungo silenzio. I consoli non furono in grado di parlare di fronte ad una capitolazione tanto umiliante quanto necessaria.

Allora, il generale Lucio Lentulo ricordò agli ufficiali che quando i Galli Sènoni avevano assediato il Campidoglio, suo padre era stato l’unico a consigliare di non pagare alcun riscatto, dal momento che non tutte le forze romane si trovavano sul colle e vi era lo spazio per provare una sortita in grado di allontanare i Galli.

Se ci fosse stata la stessa possibilità avrebbe consigliato di combattere, ma dal momento che tutte le legioni di Roma erano intrappolate in quella situazione, se fossero state distrutte nessuno sarebbe stato in grado di difendere la città.

Roma sarebbe rimasta come un paese indifeso, a differenza di quanto accaduto al tempo dei Galli Senoni, dove vi erano ancora altri eserciti in grado di intervenire.

Se avessero dovuto salvare la patria attraverso una resa ignominiosa, sarebbe stato corretto farlo. Lentulo disse: “Il vero affetto per la nostra patria esige che la preserviamo, se necessario, sia con la nostra sventura che attraverso la nostra morte.” Poi disse ai consoli: “Andate consoli, consegnate le vostre armi in riscatto per quello Stato che i vostri antenati riscattarono con l’oro.”

I consoli si recarono quindi da Gaio, che insistette per la firma di un trattato scritto. I romani però si rifiutarono, in quanto la firma di un accordo ufficiale era possibile solamente con il permesso del popolo romano e dopo aver celebrato gli opportuni riti propiziatori. Gli ufficiali giurarono comunque su Giove di rispettare quanto convenuto.

I Sanniti chiesero la consegna di 600 cavalieri come ostaggi, dicendo che avrebbero pagato con la vita se l’accordo non fosse stato rispettato. Venne quindi fissato il momento della consegna delle armi: dopodichè l’esercito romano, disarmato, sarebbe stato fatto passare sotto il giogo.

Quando i consoli tornarono all’accampamento, riferendo queste condizioni, regnò nuovamente lo sconforto: alcuni soldati pensarono addirittura di attaccare i consoli, incolpandoli del disastro. I legionari si rammaricarono profondamente di non avere avuto delle guide che conoscessero il terreno.

I soldati guardavano con amarezza le armi e le armature che avrebbero dovuto consegnare, immaginando la futura umiliazione, gli occhi e lo scherno dei Sanniti. “I romani erano stati sconfitti senza ricevere una sola ferita”  scrive Tito Livio “senza usare una sola arma né combattere una sola battaglia, né gli era stato permesso di sguainare la spada o affrontare il nemico. Avevano quindi dimostrato coraggio e forza invano.”

L’umiliazione dei romani

Giunto il momento della vergogna, venne ordinato ai romani di abbandonare le armi e le armature e di presentarsi di fronte ai Sanniti con addosso solamente le tuniche, a cominciare dagli equites, che sarebbero serviti come ostaggi.

Anche i littori e i consoli in persona furono spogliati delle loro armature: i soldati romani distolsero lo sguardo, perchè non volevano essere costretti a guardare i loro consoli umiliarsi in questo modo.

Furono proprio i consoli i primi a passare sotto il giogo dei Sanniti. Venne poi la volta degli ufficiali e, uno dopo l’altro, dei legionari.

I Sanniti cominciarono a schernirli, a puntare contro di loro le spade e coloro che rispondevano ai loro insulti o che ricambiavano il loro sguardo con troppa arroganza, venivano feriti e addirittura giustiziati.

Tito Livio riferisce che la cosa più difficile per i legionari fu quella di sopportare gli sguardi dei loro nemici.

Dopo aver subito l’umiliazione, iniziarono la marcia come sconfitti e riuscirono a raggiungere la vicina città alleata di Capua, prima del calare della notte.

I soldati però non sapevano come sarebbero stati accolti dai loro alleati e provarono tanta vergogna nel presentarsi senza armature che si accamparono sul bordo della strada.

Inizialmente i capuani li accolsero con disprezzo, ma la loro situazione suscitò in loro tanta compassione da convincerli ad inviare armi, vestiario, cavalli e vettovaglia ai soldati. In questo modo, i legionari entrarono in città, accolti felicemente e con tutta l’ospitalità che meritavano come alleati, ma la vergogna dei soldati era tale che evitavano ogni conversazione e non riuscivano nemmeno a parlare.

La mattina successiva, alcuni giovani nobili furono incaricati di accompagnarli fino al confine della Campania, mentre i legionari osservavano un silenzio irreale, fino all’arrivo a Roma. 

Il ritorno a Roma

Al loro ritorno nella capitale, i comandanti si recarono in Senato per rispondere alle domande dei senatori più anziani, mentre i legionari entravano a testa bassa senza ricambiare i saluti.

Tito Livio riferisce che i Sanniti avevano ottenuto non solo una vittoria gloriosa ma anche duratura. Essi non avevano catturato Roma come avevano fatto i Galli prima di loro, ma avevano catturato il coraggio e la tenacia dei romani.

Mentre il Senato si lamentava, Ofilio Calavio, un nobile e vecchio senatore, cominciò a parlare: egli disse che non c’era che il silenzio di fronte ad una tale vergogna, ma che ben presto, superata l’onta, i romani avrebbero dovuto organizzare la vendetta. 

Pertanto quella vergogna avrebbe suscitato un ricordo più amaro per i Sanniti che per i romani: ogni volta che un romano avrebbe incontrato un Sannita avrebbe fatto ricorso al proprio coraggio e i Sanniti non avrebbero mai potuto ottenere un’altra forca caudina.

La città, senza nemmeno un ordine formale, si presentò in lutto, gli affari pubblici nel foro si interruppero, vennero chiusi i negozi e i senatori si spogliarono delle tuniche a righe porpora e dei loro anelli d’oro.

Il popolo era furioso, non solo con i comandanti che avevano accettato la capitolazione, ma anche con i soldati innocenti: dissero infatti che non li avrebbero voluti con loro in città, ma quando si presentarono con un aspetto così pietoso tutti provarono compassione per i loro concittadini.

I vinti entravano in città solamente di notte e per intere giornate non si facevano vedere, né nel foro né in alcun altro luogo pubblico.

Lo stesso fecero i consoli, tanto che il Senato fu costretto a privarli dei loro comandi. Venne quindi nominato il dittatore Quinto Fabio Ambusto, assieme al magister equitum, Publio Elio Peto, ma nemmeno loro furono in grado di tenere le elezioni, perché i cittadini erano furiosi con tutti i magistrati eletti quell’anno.

I senatori furono così costretti a proclamare un interregno e nominare Quinto Fabio Massimo e Marco Valerio Corvo come reggenti, con il compito di ottenere una nuova nomina valida dei consoli.

Grazie alla loro intermediazione, vennero finalmente eletti come nuovi consoli i prestigiosi generali Quinto Publilio Filone e Lucio Papirio Cursore.

Secondo Tito Livio, Roma ottenne delle rivincite nel 320 a.C. costringendo i Sanniti a concordare la pace, ma lo storico Salmon sostiene che si tratti di un’invenzione della storiografia romana successiva e la pace fu dovuta probabilmente ad una tregua, chiesta dai romani dopo la sconfitta delle forche caudine. 

Le ostilità ripresero comunque nel 316 a.C. quando i romani iniziarono a invaderere la Puglia, cosa che costrinse i Sanniti ad intervenire. Dionigi di Alicarnasso dice che i romani riuscirono a vendicarsi di Gaio Ponzio e, dopo aver ottenuto la vittoria, avrebbero costretto lui e i suoi seguaci a passare sotto il giogo.

Lampada Etrusca e la devozione a Dioniso

Recentemente, un approfondito studio condotto dal gruppo di ricerca dell’Università di Melbourne ha portato alla luce nuove interpretazioni sull’iconografia di un’antica lampada in bronzo conservata presso il Museo dell’Accademia Etrusca di Cortona (MAEC). La ricerca, pubblicata sulla rivista Studi Etruschi e Italici di De Gruyter, suggerisce che l’oggetto, databile a circa 2500 anni fa, intorno al 480 a.C., periodo tardo arcaico, fosse dedicato a Dioniso, la divinità greca simbolo di fertilità, euforia, vino e teatro.

Il dottorando Ronak Alburz e il professor associato Gijs Willem Tol hanno rivalutato le decorazioni della lampada, interpretandole come rappresentazioni del tiaso dionisiaco, un gruppo di fedeli devoti al dio. Si ipotizza che l’oggetto fosse utilizzato in rituali cultuali celebrativi all’interno di templi o santuari dedicati a Dioniso.

La lampada è ornata con elementi iconici come corna di toro, delfini (animali sacri a Dioniso) e figure di Sileno, mentore e compagno del dio, disposti intorno a una faccia centrale. Sebbene le corna siano un attributo ricorrente nelle rappresentazioni monetali di Dioniso, non compaiono frequentemente nelle sculture. La loro presenza è documentata anche nelle opere letterarie, come le Metamorfosi di Ovidio.

La devozione a Dioniso era marcata da celebrazioni biennali, coincidenti con le stagioni del raccolto. Figure storiche come Marco Antonio, Spartaco e Alessandro Magno si crede siano stati affiliati al culto dionisiaco, con Marco Antonio che si adornava di corone di edera, simbolo ricorrente del dio nelle arti.

La grande lampada, con un diametro di quasi 61 centimetri e un peso di circa 57,75 kg, fu scoperta nel 1840 in un fossato di proprietà della nobildonna cortonese Luisa Bartolozzi Tommasi, insieme a una targa in bronzo iscritta. L’epoca di appartenenza fu attribuita alla civiltà etrusca, una delle più floride in Italia tra l’VIII e il III secolo a.C., che fu poi assimilata nella Repubblica romana al termine delle guerre romano-etrusche nel IV secolo a.C.

Prima di questa pubblicazione, si riteneva che le figure taurine ornanti il bordo della lampada rappresentassero Acheloo, divinità greca delle acque dolci. Tuttavia, la lampada potrebbe anche contenere riferimenti ad altri simboli astronomici, una pista ancora poco esplorata dagli studiosi. Dioniso è infatti rappresentato in ciascuno dei sedici spicchi sul bordo della lampada, un elemento che i ricercatori hanno interpretato come una simbolizzazione del viaggio del dio attraverso l’universo, inserendo così ogni decorazione in un coerente contesto mitologico.

La battaglia del Vesuvio, 340 a.C. I romani sconfiggono i latini

La battaglia del Vesuvio, combattuta nel 340 a.C. tra la repubblica romana e il popolo dei latini, è una delle più importanti battaglie romane dell’epoca alto-repubblicana.

Ebbe luogo nei pressi del Vesuvio, vicino alla città di Neapolis, e vide la vittoria dell’esercito di Roma grazie a Pubio Decio Mure, che morì sacrificando la vita in battaglia, e ad una scelta tattica dell’altro generale, Manlio Imperioso Torquato.

La situazione storica

La battaglia del Vesuvio si inserisce nella lotta tra romani e latini per il controllo della regione del Lazio. 

Secondo Tito Livio, i Latini, con il pretesto di prepararsi alla guerra contro i Sanniti, tenevano in realtà delle riunioni segrete in cui pianificavano un’offensiva contro i romani, probabilmente con la collaborazione dei Campani.

Nonostante il tentativo di mantenere segreti i loro propositi, a Roma giunse la notizia dell’imminente attacco, attraverso alcune delazioni. Questo portò alla richiesta delle dimissioni anticipate dei consoli in carica per accelerare le elezioni dei successori e affrontare immediatamente la crisi.

Venne quindi instaurato un regno temporaneo guidato da Marco Valerio e Marco Fabio, durante il quale vennero nominati i due nuovi consoli: Tito Manlio Torquato e Publio Decio Mure.

Le richieste dei latini e l’ambasciata di Annio

Nel frattempo, i Latini organizzarono un’assemblea per discutere la situazione e proporre ai romani un accordo prima di dichiarare guerra.

Il pretore latino Annio, di fronte all’assemblea riunita, evidenziò come, nonostante l’apparente uguaglianza, i romani si comportassero da padroni e propose che romani e latini avessero diritti equivalenti, inclusa la possibilità di nominare un console di origine latina ogni anno. 

Inoltre, Annio fece notare come i romani, negli ultimi tempi, avessero accettato delle sfide alla loro autorità, il che fu interpretato come segno di debolezza da parte di Roma.

Le proposte di Annio vennero accolte con grande entusiasmo e gli venne conferito il potere di agire e parlare per conto del popolo latino di fronte al Senato di Roma.

Quando i magistrati latini, guidati da Annio, arrivarono a Roma, il Senato li ricevette sul Campidoglio. Annio si espresse con grande fermezza, quasi come se fosse un generale vittorioso, rimproverando subito i romani per il loro trattamento dispotico.

Il delegato latino disse che i suoi cittadini erano disposti alla pace, ma chiedevano come condizione irrinunciabile la nomina di un console che provenisse da una delle città latine, oltre ad una rappresentanza latina nel Senato romano, per formare un unico popolo e stato.

Annio suggerì inoltre che la capitale del nuovo Stato unificato potesse essere una città latina, mentre il nome del popolo sarebbe stato quello di “Romani.”

A queste parole, il console romano Tito Manlio reagì con grande sdegno. Manlio ricordò i precedenti accordi tra romani e latini, stipulati subito dopo la battaglia del lago Regillo, che aveva dimostrato la forza militare dei romani. Manlio disse inoltre che le richieste latine rappresentavano un chiaro tradimento dei patti.

Di fronte a questa reazione, Annio decise di allontanarsi, ma mentre scendeva le scale per abbandonare il Campidoglio scivolò sui gradini, cadendo e battendo la testa con tale violenza da perdere i sensi.

I latini interpretarono questo segno come simbolo della rottura dei trattati. Torquato, testimone oculare della caduta di Annio, interpretò l’incidente come la volontà degli dei di scatenare la guerra ed esortò i romani a prendere le armi.

Le sue parole eccitarono la folla romana, tanto che i delegati latini furono costretti a scappare.

Il Senato approvò immediatamente la dichiarazione di guerra e i consoli arruolarono due eserciti, marciando attraverso i territori dei Marsi e dei Peligni e unendosi ai Sanniti, in quel momento loro alleati, vicino alla città di Capua, dove i Latini avevano già concentrato le loro forze.

La disposizione degli eserciti

La disposizione tattica della battaglia seguì la cultura militare del periodo. I romani avevano abbandonato il tipico scudo ovale e la formazione a falange, che derivava dal mondo greco, e avevano adottato la formazione manipolare, secondo quanto ci conferma lo stesso Tito Livio.

I manipoli romani erano divisi in tre linee: gli hastati, con il compito di sopportare il primo attacco, rappresentavano la prima fila. Qualora gli hastati non fossero riusciti a vincere l’avversario e si fossero trovati in difficoltà, sarebbero arretrati lasciando il posto alla seconda fila, composta dai principes, soldati più maturi e meglio equipaggiati.

Se nemmeno i principes avessero avuto ragione del nemico, la terza linea, composta dai triarii, i veterani, sarebbe intervenuta nella fase decisiva della battaglia.

I Latini, che avevano la stessa cultura militare dei romani, utilizzarono un equipaggiamento e un’organizzazione speculare.

I generali dei due schieramenti ordinarono ai loro uomini di mantenere le posizioni senza prendere iniziative personali, per non perdere di coesione.

La punizione di Tito Manlio

Poco prima della battaglia, Tito Manlio, il figlio del console romano e capo di uno squadrone di cavalleria, si imbatté casualmente in alcuni cavalieri della città latina di Tuscolo guidati da Gemino Mecio.

Dopo un breve scambio verbale, Manlio accettò una sfida a duello lanciata da Mecio, nonostante le regole militari romane proibissero in maniera categorica tali iniziative personali. Il duello si svolse con grande violenza, Manlio colpì dapprima l’elmo del nemico e poi, in una seconda carica, il cavallo di Mecio: quest’ultimo, sbalzato dalla sella, venne ucciso da Manlio mentre tentava di rialzarsi.

Manlio raccolse le armi dell’avversario e tornò trionfante all’accampamento romano, presentando le spoglie al padre come prova della sua vittoria e del suo valore. 

Ma nonostante l’atto eroico, il console condannò il figlio per aver disatteso i suoi ordini e violato gravemente la disciplina militare.

In un atto di estrema severità, ordinò l’esecuzione del figlio davanti all’esercito, che venne portata a termine direttamente nell’accampamento, scuotendo profondamente l’animo dei legionari, che reagirono con orrore e lutto.

Il corpo di Manlio venne cremato con onori militari.

L’incidente, oltre a diventare un esempio storico della severità dei generali romani, lasciò un segno importante nei soldati, che iniziarono a comportarsi con grandissima disciplina, diventando più efficienti durante i turni di guardia, il cambio delle sentinelle e nelle operazioni di picchetto.

Poco prima della battaglia, i consoli romani Decio e Manlio eseguirono dei sacrifici agli dèi. L’aruspice preannunciò dei risultati favorevoli per Manlio, mentre Decio ricevette un segno meno chiaro, che venne subito interpretato come la necessità di un sacrificio personale durante lo scontro.

Svolgimento della battaglia

La battaglia iniziò con Manlio alla guida dell’ala destra e Decio alla sinistra. Inizialmente le forze combatterono con grande ardore e inequilibrio, ma dopo qualche ora gli hastati romani iniziarono a cedere di fronte alla pressione dei latini e si ritirarono, come previsto, verso i Principes, il che creò comunque un momento di smarrimento tra le truppe romane.

Di fronte alla situazione critica, Decio prese una storica decisione. Chiamò Marco Valerio, il Pontefice Massimo presente sul campo di battaglia, per compiere un rito di sacrificio.

Seguendo le istruzioni del Pontefice, Decio si vestì con la toga pretesta, si coprì il capo e pronunciò una preghiera solenne, dove offriva la sua vita in cambio della protezione degli dèi per la vittoria di Roma.

Dopo essersi cinto la toga, montò a cavallo, armato, e si lanciò coraggiosamente tra i nemici, causando panico e terrore nelle loro fila. La sua figura appariva quasi sovrumana, come fosse un messaggero celeste inviato a placare l’ira divina.

Decio cadde sotto una pioggia di frecce e la sua morte segnò il punto di svolta della battaglia.

Le truppe latine cominciarono a perdere di coesione e a ritirarsi in modo disordinato, spaventate dalla sua audace incursione, come se gli dèi avessero deciso di abbandonarli.

I romani si lanciarono all’attacco, recuperando il terreno.

I latini tuttavia cominciavano a resistere e così il console Manlio, dopo aver ricevuto la notizia della morte e del sacrificio del suo collega Decio, prese una decisione tattica e organizzò una trappola.

Diede ordine alle truppe di riserva, i cosiddetti “Accensi”, di avanzare in prima linea, per dare l’impressione ai latini che i romani stessero esaurendo le loro forze e fossero costretti a schierare gli ausiliari. 

I latini caddero nell’inganno e, credendo di aver quasi vinto lo scontro, mandarono avanti i loro veterani triarii, nonostante fossero stanchi e male equipaggiati.

Al momento cruciale, i triarii romani, che erano rimasti in riserva sul fondo del campo di battaglia, si alzarono e si unirono allo scontro.

Questo cambio di forze causò il panico e disordini tra i latini, che iniziarono a scappare precipitosamente.

La carica finale dei romani risultò devastante: i latini soffrirono pesanti perdite, tanto che solo un quarto dei loro uomini riuscì a salvarsi.

Conseguenze della battaglia

I latini sconfitti si ritirarono presso la cittadina di Minturno. Il loro accampamento venne abbandonato e catturato dai romani dove molti, soprattutto Campani, vennero catturati e uccisi.

Il corpo di Decio, coperto di frecce e circondato da nemici caduti, venne recuperato il giorno dopo e gli furono tributati i massimi onori.

Dopo il conflitto, i romani riuscirono ad imporre la loro autorità sui latini, estendendo la loro influenza su buona parte del Lazio e ridefinendo a proprio vantaggio gli accordi con le popolazioni circostanti.

FONTI

  • Livio, Ab Urbe condita, VIII, 3-6.

La battaglia del monte Gauro, 343 a.C. Il primo scontro romani-sanniti


La battaglia del Monte Gauro, avvenuta nel 343 a.C., fu la prima battaglia della prima guerra sannitica e fu il primo scontro militare documentato tra i Romani e i Sanniti. Ci viene descritta esclusivamente da Tito Livio, nel settimo libro della sua storia di Roma, “Ab Urbe condita”.

La battaglia fu guidata dal console Marco Valerio Corvo, che sconfisse dopo un duro scontro i Sanniti presso il Monte Gauro, vicino a Cuma, in Campania. Gli storici moderni ritengono che la battaglia potrebbe essere stata inventata successivamente, durante la revisione della storia romana operata nel periodo augusteo.

La datazione della battaglia

Un elemento dibattuto è la data in cui la battaglia si sarebbe verificata. Tito Livio, com’era consuetudine a Roma, datava la battaglia annotando quali consoli erano in carica in quell’anno. Per quanto riguarda lo scontro, Tito Livio ci riferisce che l’episodio avvenne durante il terzo consolato di Marco Valerio Corvo e il primo di Cornelio Cosso. 

Convertita nel calendario in utilizzo in Occidente, secondo la tradizionale cronologia di Varrone, che Livio tuttavia non usò, la data diventa 343 a.C.

Gli storici moderni hanno dimostrato che la cronologia varroniana data la prima guerra sannitica 4 anni troppo presto, a causa dell’inclusione di alcuni anni collegati alla presenza di dittatori romani che non sono poi realmente esistiti. Nonostante questa ben riesaputa inesattezza, la cronologia varroniana rimane comunque in uso per convenzione anche nella letteratura accademica.

Lo scoppio della prima guerra sannitica

Secondo il resoconto di Tito Livio, la prima guerra sannitica scoppiò nel momento in cui i Sanniti attaccarono i Sidicini, una tribù che viveva nel nord della Campania. I Campani, la cui capitale era la città-stato di Capua, inviarono immediatamente un esercito in aiuto dei Silicini, ma vennero sconfitti dai Sanniti.

Così i Sanniti riuscirono ad invadere la Campania, vincendo una seconda battaglia nella pianura immediatamente vicino alla città di Capua, che era seriamente in pericolo.

I Campani furono costretti a chiedere aiuto ai Romani, che rappresentavano una potenza militare emergente nel Lazio.

I Romani avevano tuttavia siglato un trattato di non belligeranza con i Sanniti e inizialmente si dimostrarono restii a violare in maniera tanto palese dei patti. I Capuani, disperati, promisero ai romani che se li avessero aiutati, avrebbero addirittura regalato la città a Roma, tramite il rito della “Deditio”.

I romani si trovavano di fronte ad una occasione irripetibile di ottenere il controllo di una città ricca e influente. Così inviarono degli ambasciatori presso i Sanniti, spiegandogli che Capua apparteneva ora ai romani, e chiedendogli di non attaccare.

La delegazione romana e quella dei sanniti però, forse per una tracotanza da parte di questi ultimi, non fu in grado di trovare un accordo, e si arrivò alla guerra.

L’esercito romano fu affidato ai due consoli Marco Valerio Corvo e Aulo Cornelio Cosso. Il primo condusse la propria legione in Campania, mentre Cosso portò i suoi soldati nel Sannio, attuando la tattica della manovra a tenaglia.

Svolgimento della battaglia

Valerio accampò il suo esercito presso il monte Gaurus e diede immediatamente ordine di confondere i movimenti dei Sanniti attraverso rapide incursioni di disturbo operate dalla fanteria leggera e dagli arcieri. Nel frattempo, preparò il grosso della fanteria e della cavalleria per la battaglia. 

Quando si sentirono pronti, i Romani abbandonarono l’accampamento e iniziò lo scontro.

La battaglia andò avanti per qualche ora, ma nessuna delle due parti riuscì a prevalere sull’altra in quanto le forze si equivalevano. Valerio ordinò quindi una carica di cavalleria nel tentativo di sfondare le linee sannitiche. Purtroppo, la mossa romana fallì e la cavalleria fu costretta a ritirarsi con un nulla di fatto.

Dopo il fallimento della sua idea, Valerio smontò da cavallo e decise di condurre di persona un assalto della fanteria. Ancora una volta però le linee dei Sanniti non si spezzarono, nonostante avessero subito degli ingenti perdite.

La battaglia durava ormai da molto tempo e stava sopraggiungendo il tramonto. I Romani erano stanchi, ma resistevano per la rabbia e la delusione di non essere ancora riusciti a superare il nemico. Valerio chiamò di nuovo a raccolta i suoi soldati che decisero di sferrare un ultimo attacco.

Alla fine i Sanniti furono costretti a cedere ed iniziarono a fuggire.

I Romani, esausti ma vittoriosi, iniziarono a rinseguirli. Una gran parte dei Sanniti sarebbe stata annientata se il calare della notte non avesse posto fine all’inseguimento. Secondo Tito Livio, interrogati sul motivo che li aveva portati a fuggire, i Sanniti risposero che “gli occhi dei Romani, che sembravano ardere, insieme con la loro espressione furiosa e lo sguardo frenetico li avevano terrorizzati.”

Durante la notte, i Sanniti preferirono abbandonare il campo di battaglia e lasciarono che i Romani prendessero possesso del loro accampamento. I campani uscirono da Capua per congratularsi con i Romani per la loro vittoria.

Tito Livio registra altre due vittorie romane contro i Sanniti, una compiuta da Cornelio Cosso, nella battaglia di Saticula, e una seconda condotta da Valerio Corvo nella battaglia di Suessula

Alla fine della stagione militare, entrambi i consoli vennero ricompensati a Roma con un trionfo. Anche i cartaginesi, che avevano stipulato un trattato di amicizia con i Romani nel 348, si congratularono per le loro vittorie, inviando addirittura una corona d’oro del peso di 25 libbre che fu esposta nel Tempio di Giove Ottimo Massimo.

Secondo i Fasti Triumphales, Valerio e Cornelio celebrarono i loro trionfi il 21 e il 22 settembre. Negli anni successivi si registrarono pochi combattimenti, tanto che la prima guerra sannitica terminò nel 341, quando i Sanniti chiesero di rinnovare la pace e accettarono l’alleanza romana con i Campani.

I dubbi sulla storicità della battaglia

Gli storici moderni non credono alla versione fornita da Tito Livio. Le scene di battaglia raccontate dal cronista romano sembrano per lo più delle libere ricostruzioni elaborate dalla sua fantasia e dalle sue fonti. Le perdite dei Sanniti sono state valutate da tutto il mondo accademico come chiaramente esagerate.

Anche il ruolo di Valerio Corvo negli eventi della prima guerra sannitica potrebbe essere stato enfatizzato. Anche perchè, come sostiene lo studioso Salmon, la principale fonte di Tito Livio relativamente a questi fatti sarebbe Valerio Antia, il quale è noto per esagerare i numeri delle battaglie.

Vi è da considerare che le testimonianze dei Fasti Triumphales registrano effettivamente una vittoria romana nel 343 e confermano che in questo periodo i Romani avevano maggiori probabilità di sconfiggere i Sanniti su un terreno pianeggiante che montuoso.

Per questo motivo l’ipotesi più plausibile è che ci sia stata una sola battaglia nel 343, combattuta presso la periferia di Capua, e in particolare vicino al santuario di Giunone-Gaura che Livio, o le fonti su cui si è basato, confusero poi con il nome del Monte Gaurus.

Questo spiegherebbe inoltre la descrizione di Livio dei Capuani che escono per congratularsi con i Romani.

La battaglia potrebbe non essere stata una disfatta così totale dei Sanniti. Bisogna infatti tenere conto che i combattimenti interrotti del calare della notte vennero spesso utilizzati dagli storici romani per mascherare le proprie sconfitte o le vittorie di misura. Anche la ricostruzione eccessivamente entusiasta viene respinta da Oakley, nel suo trattato del 1998, che non crede ad una serie così sfolgorante e numerosa di successi romani.

FONTI

  • Tito Livio, Ab Urbe Condita, VII.29.3–32.1–2.
  • Oakley, S. P. (1998). A Commentary on Livy Books VI–X, Volume II: Books VII–VII. Oxford: Oxford University Press
  • Salmon, E. T. (1967). Samnium and the Samnites. Cambridge University Press

La battaglia del fiume Allia, 390 a.C. I Galli sbaragliano i romani


La battaglia del fiume Allia venne combattuta nel 390 a.C. tra la tribù gallica dei Sènoni, guidati dal condottiero Brenno e l’esercito della Repubblica Romana. La battaglia è stata datata dallo storico romano Varrone nel 390 a.C. basandosi sul racconto di Tito Livio.

La battaglia dell’Allia rappresenta una delle peggiori sconfitte della prima storia repubblicana romana, che diede luogo al sacco di Roma da parte di Brenno, sempre nello stesso anno.

Lo scoppio della guerra tra Sènoni e Romani 

I Sènoni erano una delle tribù galliche che avevano invaso l’Italia settentrionale negli anni precedenti. Stabilitisi sulla costa adriatica, avevano posto la loro capitale presso l’attuale Rimini. Secondo il resoconto di Tito Livio, i Senoni vennero chiamati per via di una lite interna alla corte della città etrusca di Chiusi, nell’odierna Toscana.

Il re di Chiusi, detto Lucumone, governava la città con giustizia, ma suo figlio aveva violentato la moglie di un giovane aristocratico, Aruns, il cui scopo divenne quello di vendicarsi. Fu proprio Aruns a chiamare i Sènoni, invitandoli a conquistare la città.

Quando i guerrieri galli si presentarono di fronte alle mura di Chiusi, gli abitanti chiesero immediatamente aiuto ai Romani, che rappresentavano una potenza emergente in grado di proteggerli. I Romani decisero di mandare alcuni ambasciatori ed in particolare i tre figli di Marco Fabio Ambusto, uno degli aristocratici più potenti e influenti della città.

Gli ambasciatori intimarono subito ai Galli di non attaccare Chiusi, promettendo che, se si fossero permessi, i Romani sarebbero subito corsi in aiuto degli alleati. Dopodiché chiesero di intavolare delle trattative di pace.

I Senoni risposero con una proposta di accordo: la pace sarebbe stata siglata se gli abitanti di Chiusi avessero concesso loro delle terre.

L’incontro diplomatico, soprattutto per la troppa sicurezza degli ambasciatori romani, prese una brutta piega e terminò nel peggiore dei modi:  scoppiò un alterco e una rissa tra i delegati romani e i rappresentanti dei Senoni, durante la quale i romani uccisero un generale Senone.

L’episodio era particolarmente grave, dal momento che, secondo il diritto comune a tutti i popoli antichi, gli ambasciatori dovevano sempre essere neutrali. Così i Galli si ritirarono e dichiararono guerra poco dopo. 

Lo storico romano Dionigi di Alicarnasso fornisce una descrizione parzialmente diversa sullo scoppio della guerra. Secondo Dionigi, il Lucumone, il re della città di Chiusi, assegnò la tutela di suo figlio al nobile Aruns prima di morire. Una volta divenuto adulto, il giovane figlio del re si sarebbe innamorato della moglie di Aruns, seducendola.

Aruns, per vendicarsi, avrebbe compiuto un viaggio nelle Gallie con lo scopo apparente di vendere vino, olive e fichi alle tribù lì stanziate. I Galli, che non avevano mai visto tali delizie, chiesero la loro provenienza. Aruns rispose che questi meravigliosi prodotti della terra provenivano da campi vasti e fertili, abitati da poche persone, nemmeno capaci di difendere il territorio.

Aruns consigliò loro di scacciare quelle genti  e di godere di quei frutti, come se fossero stati loro. Così i Galli si convinsero a marciare contro Chiusi e dichiarare guerra al resto delle città della zona.

Dionigi aggiunge qualche dettaglio anche riguardo la missione diplomatica romana. In particolare dice che Quinto Fabio, uno degli ambasciatori romani, fu il responsabile della morte di uno dei condottieri Galli, i quali chiesero immediatamente che i fratelli del colpevole fossero consegnati come punizione per il reato commesso.

Quando gli ambasciatori dei Sènoni giunsero a Roma per chiedere ufficialmente la consegna dei tre fratelli di Quinto Fabio, il Senato si ritrovò in grave difficoltà, dal momento che nessun senatore voleva prendere posizione contro la potente famiglia aristocratica dei Fabii. 

Al contempo, per evitare di essere accusati dello scoppio della guerra contro i Galli, i senatori scelsero di rimandare la decisione al popolo. Tito Livio scrive testualmente che “i responsabili della decisione furono alcuni tribuni militari, eletti con poteri consolari”.

I Galli nel frattempo erano infuriati, in quanto l’offesa era gravissima e l’atto degli ambasciatori non poteva rimanere impunito, cosicché, consapevoli che il popolo romano avrebbe certamente rifiutato la loro proposta, decisero di marciare su Roma.

Tito Livio continua a scrivere: “in risposta al tumulto causato dalla loro rapida avanzata, le città terrorizzate corsero alle armi e i contadini fuggirono dalle campagne. Ma i Galli con le loro grida, ovunque andassero, continuavano a rassicurarli, garantendogli che la loro unica destinazione era Roma.”

Dimensioni e composizione degli eserciti

Non conosciamo l’esatto numero dei combattenti coinvolti nella battaglia. Plutarco scrive che i Romani avevano circa 40.000 uomini, ma che la maggior parte di essi non era addestrata all’uso delle armi. 

Dionigi di Alicarnasso riferisce invece che i Romani disponevano di quattro legioni ben addestrate, oltre ad un certo numero di ausiliari, arruolati sempre tra i cittadini. Diodoro Siculo scrive che i Romani avevano 24.000 soldati. Tito Livio non fornisce cifre specifiche.

Quale può essere un numero veritiero?

Gli storici moderni, soprattutto Gary e Scullard, stimano che i Romani avessero 15.000 soldati, mentre i Galli disponessero di un contingente che andava dai 30.000 ai 70.000 uomini.

Peter Ellis fornisce invece una stima di 24.000 uomini, basandosi sul presupposto che i Romani avevano quattro legioni, e dal momento che ogni console aveva due legioni sotto il suo comando e ogni legione aveva 6.000 uomini, 24.000 non può che essere il totale.  Al contrario, Ellis ritiene che l’esercito dei Senoni non poteva contare più di 12.000 effettivi.

Queste cifre però sono sostanzialmente inattendibili. Il numero delle legioni romane fu aumentato a quattro solo più tardi in quel secolo, durante la Seconda Guerra Sannitica, e la prima testimonianza dell’impiego di quattro legioni avvenne solamente nel 311 a.C.

I Romani avevano anche degli altri comandanti militari oltre ai consoli: il pretore, istituito nel 366 a.C., e il proconsole, che era un console che riceveva una proroga del suo mandato di comando militare, pratica iniziata nel 327 a.C.

Le prime notizie storiche di consoli alla guida di più legioni risalgono al 299 a.C., durante la guerra con gli Etruschi, e ne abbiamo piena contezza durante la Terza Guerra Sannitica. Dal momento che la battaglia dell’Allia ebbe luogo agli albori della storia dell’esercito romano, quando questo era molto più piccolo e la sua struttura di comando molto più semplice, è necessario ridurre drasticamente le cifre.

È molto probabile che l’esercito romano disponesse solamente di due legioni e che i due consoli fossero gli unici comandanti militari, ciascuno a capo di una legione.

Vi è anche da considerare che le legioni romane contavano 6.000 uomini solo in poche occasioni eccezionali. Agli albori della Repubblica, quando si svolse la battaglia dell’Allia, è molto più probabile che ogni legione contasse solamente 4.200 effettivi, e anche volendo considerare una legione a pieni ranghi, il numero arriverebbe al massimo a 5.200.

Bisogna anche tenere conto della dimensione dell’allora popolazione di Roma. In quel periodo storico, Roma era una città-stato di importanza esclusivamente regionale, con un territorio che non si estendeva oltre le 30 miglia della città, corrispondenti a 50 chilometri. Dal momento che, secondo le stime di Cornell, la popolazione di Roma alla fine del VI secolo oscillava tra 25.000 e 50.000 persone, abbiamo un ulteriore motivo per ridimensionare il numero degli effettivi. 

Alcune prove archeologiche mostrano inoltre che nel V secolo a.C. si era verificata una recessione economica, condizione che avrebbe impedito la crescita della popolazione. È vero che il territorio di Roma era aumentato del 75% all’inizio del IV secolo, ma la maggior parte dell’aumento di terre era stato causato dalla recente conquista della città di Veio e del suo territorio, e non da un effettivo incremento della cittadinanza romana.

Non ultimo, è necessario considerare che i Romani non ebbero molto tempo per prepararsi adeguatamente alla battaglia, poiché dopo la lite fra gli ambasciatori romani e gli emissari galli, questi marciarono immediatamente su Roma, che distava solamente pochi giorni di marcia.

La battaglia dell’Allia: il resoconto di Tito Livio

Circa lo svolgimento della battaglia dell’Allia abbiamo fondamentalmente due resoconti antichi: uno di Tito Livio e l’altro di Diodoro Siculo.

Secondo Tito Livio, a Roma non vennero prese delle misure speciali per contrastare l’arrivo dei Galli, tanto è vero che le tasse per preparare l’esercito non furono maggiori di quelle che normalmente si riscuotevano per le ordinarie campagne belliche. 

I Galli marciarono su Roma così rapidamente che i Romani rimasero sbalorditi dalla loro velocità di movimento: la loro impreparazione si era manifestata sia nella fretta con cui avevano radunato l’esercito, come se si dovesse fare fronte ad un’emergenza improvvisa, sia nella difficoltà a preparare gli armamenti.

I Romani, presumibilmente in inferiorità numerica, si incontrarono con i Galli nella confluenza orientale del fiume Tevere e del torrente Allia. Sin dalle prime mosse, l’esercito romano, guidato da Quinto Sulpicio Longo, dimostrò disorganizzazione. Questi non allestirono un accampamento né pensarono di costruire alcun bastione difensivo. I soldati non eseguirono nemmeno sacrifici in onore degli dei, come invece avrebbero dovuto fare.

L’esercito romano pensò di allungare le ali del suo contingente di fanteria per evitare un accerchiamento, ma questa mossa rese la loro linea di combattimento talmente sottile e debole che il centro difficilmente avrebbe retto all’assalto dei Galli. I Romani ritennero comunque di posizionare alcune riserve su una collina, situata a destra del campo di battaglia.

Brenno, il capo dei Senoni, si accorse del movimento e sospettò immediatamente che il contingente nascosto sulla collina fosse uno stratagemma, capendo subito che quelle truppe di riserva avrebbero attaccato alle spalle il suo esercito mentre era impegnato nel combattimento.

Così decise di attaccare direttamente la collina per sorprendere l’avversario. I Romani furono immediatamente presi dal panico. I soldati sull’ala sinistra gettarono le armi senza nemmeno lottare e fuggirono sulla riva del Tevere. I Galli, con la loro cavalleria, uccisero i fuggitivi, che tra l’altro si ostacolavano a vicenda in una fuga disordinata. Coloro che non sapevano nuotare o che erano appesantiti dalle armature, annegarono nel fiume.

La maggior parte dei sopravvissuti Romani raggiunse Veio, la città etrusca recentemente conquistata da Roma e situata vicino all’altra sponda del fiume. I legionari erano talmente sconvolti che non mandarono nemmeno un messaggero per avvertire Roma della disfatta.

I soldati posizionati sull’ala destra, più lontana dal fiume e più vicina alla collina, fecero invece ritorno a Roma. Secondo il resoconto di Tito Livio, i Galli furono alquanto sorpresi di quanto fosse stata facile la loro vittoria.

La battaglia dell’Allia: il resoconto di Diodoro Siculo

Lo storico greco Diodoro Siculo fornisce una versione con alcune differenze. Secondo il suo resoconto, i Romani marciarono e attraversarono il fiume Tevere. Diodoro è l’unico storico antico che colloca la battaglia sulla riva destra del fiume.

I Romani avrebbero schierato le loro truppe migliori, i 24.000 uomini, nella pianura, posizionando le truppe più deboli sulla collina. Anche i Celti si schierarono, posizionando, al contrario, i loro migliori uomini sulla collina, vincendo facilmente lo scontro.

Il grosso dei soldati romani, che si trovava nella pianura, fuggì in modo disordinato verso il fiume, sempre ostacolandosi a vicenda. I Celti uccisero gli uomini fin nelle retrovie. Alcuni cercarono di attraversare il fiume indossando le loro armature, che secondo Diodoro apprezzavano più del valore della loro vita, ma che evidentemente li appesantivano fino a causarne l’annegamento.

Solo pochissimi riuscirono, con estrema fatica, a raggiungere la sponda del fiume. Mentre i Galli continuavano ad uccidere i Romani, alcuni soldati decisero finalmente di gettare via le armi e attraversare il fiume a nuoto. Ma i nemici lanciarono loro dei giavellotti, colpendoli ripetutamente. La maggior parte dei sopravvissuti fuggì a Veio.

Alcuni riuscirono a tornare a Roma, riferendo che l’esercito era stato completamente distrutto.

La battaglia dell’Allia: il resoconto di Plutarco

Plutarco, che fornisce una cronaca molto più scarna e riassuntiva della battaglia, scrive invece che i Galli si erano accampati vicino alla confluenza dell’Allia con il Tevere, a 18 chilometri da Roma, e che i Romani erano stati attaccati improvvisamente.

Vi era stata una battaglia, parole testuali di Plutarco, “disordinata e vergognosa”. L’ala sinistra romana fu spinta nel fiume e distrutta, mentre l’ala destra si ritirò davanti all’attacco dei Galli in prossimità della collina, e la maggior parte di loro fuggì a Roma senza nemmeno combattere. Il resto dei sopravvissuti fuggì invece di notte a Veio.

Plutarco riferisce che i Romani pensavano che la città fosse perduta e che tutto il popolo sarebbe stato rapidamente ucciso.

Le conseguenze

Secondo Polibio, i Sènoni catturarono Roma tre giorni dopo, tranne il Campidoglio, saccheggiando e distruggendo la città, in quello che passò alla storia come il sacco di Roma del 390 a.C.

Il danno a Roma fu ingente, soprattutto perché, oltre alle ricchezze, furono anche distrutti gli archivi di Stato, che cancellarono per sempre il ricordo di buona parte della storia romana monarchica. Fu esattamente in questo contesto storico che Brenno, avendo imposto il pagamento di ingenti quantitativi d’oro per liberare la città, avrebbe pronunciato la frase, poi passata alla storia: “Vae victis!”, ovvero “Guai ai vinti!”.

Sul modo con cui Roma si liberò dai Galli, le versioni antiche si dividono. Secondo alcuni, Marco Furio Camillo, che era già stato dittatore e in quel momento impegnato con l’esercito ad Ardea, tornò a Roma rispondendo alla frase di Brenno. “Non con l’oro ma con il ferro si riscatta la patria!”, allontanando i nemici dopo una sanguinosa battaglia fuori dalle mura di Roma.

Secondo altre fonti, i galli furono costretti a tornare nei loro territori per combattere contro i Veneti, ma carichi di bottino, trascorrendo gli anni successivi combattendo sia tra di loro che con altre tribù nella zona delle Alpi. 

Il sacco di Roma ebbe due importanti effetti. Il primo fu la nascita del cosiddetto “Metus Gallicus”, o “Terrore dei Galli”, un sentimento di paura che i romani nutrirono sempre nei confronti delle tribù galliche e che li rese costantemente diffidenti nei confronti di queste popolazioni, almeno fino alla conquista delle Gallie da parte di Giulio Cesare.

La seconda è un importante rinnovamento all’interno dell’esercito romano, che aveva compreso come la formazione falangitica, mutuata dal mondo greco, non era adatta per affrontare le grandi cariche della fanteria gallica e germanica. Questa consapevolezza, portò ad una riforma che culminerà poi, specialmente dopo l’incontro con i Sanniti, nella nuova formazione manipolare, ben più adatta alla natura del territorio italico.

FONTI

  • Tito Livio, Ab Urbe condita libri V, 37-38
  • Diodoro Siculo, Bibliotheca historica. 14.113.3
  • Plutarco, Vita di Camillo, 14.18-6-7
  • Cary, Max; Scullard, H. H. (1980). A History of Rome: Down to the Reign of Constantine
  • Ellis, Peter Berresford (1998). Celt and Roman: the Celts of Italy

Bara romana in piombo. Trovati resti di un bambino

In uno scavo archeologico iniziato nel 2022 nel distretto metropolitano di Leeds, nel nord dell’Inghilterra, è emersa una scoperta straordinaria che ha coinvolto una bara di piombo di epoca romana, ritenuta unica nel suo genere. Si stima che il manufatto abbia oltre 1.600 anni e provenga dalla lunga occupazione romana della Gran Bretagna, durata dal 43 d.C. al 410 d.C.

I servizi archeologici del West Yorkshire, che hanno guidato gli scavi, hanno rivelato che i resti inizialmente identificati nella bara appartenevano a una donna, probabilmente un’aristocratica, data la sua età stimata tra i 25 e i 35 anni al momento della morte e gli oggetti ritrovati con lei, tra cui un braccialetto, una collana di perle di vetro e un anello o orecchino. Tuttavia, ulteriori analisi hanno portato alla luce resti parziali di un bambino di circa 10 anni, precedentemente non riconosciuti a causa del cattivo stato di conservazione delle ossa.

Stuart Robinson, portavoce del consiglio comunale di Leeds, ha sottolineato le difficoltà incontrate nell’identificazione dei resti a causa della loro frammentarietà. “Solo analisi più dettagliate hanno permesso di riconoscere la presenza di più di un individuo nella bara,” ha affermato Robinson. Questa scoperta pone nuove domande sulle pratiche funerarie dell’epoca in Gran Bretagna.

Kat Baxter, curatrice del settore archeologico presso i musei e le gallerie di Leeds, ha evidenziato l’importanza del ritrovamento, il primo del suo genere nello Yorkshire occidentale. La bara e il suo coperchio, deformi a causa dei secoli trascorsi sottoterra, sono attualmente oggetto di lavori di conservazione e stabilizzazione.

La bara (senza i resti umani) verrà esposta al Museo della città di Leeds nella mostra “Living With Death”, prevista per l’apertura il 3 maggio. La mostra esplorerà le diverse modalità con cui le culture globali si rapportano a morte, morire e lutto.

Questa scoperta non solo arricchisce la nostra comprensione della storia antica di Leeds e dei suoi primi abitanti, ma solleva anche interrogativi affascinanti su come venivano trattati i morti più di 1.600 anni fa” ha concluso Baxter.

La battaglia del Cremera e il massacro dei Fabii

La battaglia del Crèmera, combattuta nel 477 a.C. fra i romani e gli etruschi che abitavano Veio, è una delle prime e più importanti sconfitte della storia romana. In quell’occasione, l’intera famiglia, o Gens, dei Fabii venne completamente sterminata dai nemici. La sconfitta mise Roma in serio pericolo, e la città fu ad un passo dall’assedio da parte dei Veienti.

Il contesto storico

I romani erano impegnati a risolvere delle questioni tra patrizi e plebei quando il pericolo delle incursioni da parte delle tribù vicine li costrinsero a tornare sul campo di battaglia.

Vennero nominati i consoli Fabio Ceso e Tito Verginio. Dopo le ennesime incursioni della tribù degli Equi, Ceso mosse un grande esercito, superando il confine per devastare la loro città. Ma questi si trincerarono dietro le mura, evitando lo scontro e costringendo i romani ad un assedio.

Approfittando della situazione, i guerrieri della vicina città di Veio inflissero una pesante sconfitta ai romani guidati dall’altro console, Tito Verginio, che si era mosso sul territorio con imprudenza. L’intero esercito romano sarebbe stato distrutto se Ceso non fosse intervenuto prontamente per soccorrerlo.

Iniziò quindi la guerra tra Roma e Veio, costituita non tanto da grandi scontri campali quanto da un continuo saccheggio. La tecnica del “mordi e fuggi”, perpetrata dai guerrieri Veienti, causava ingenti danni al territorio e ai raccolti e impediva ai romani di occuparsi di altre importanti questioni sociali.

La proposta della Gens Fabia

La continua ostilità dei veienti, persistente e pericolosa, teneva costantemente i romani in sospeso. In questa situazione, l’antichissima Gens dei Fabii decise di presentarsi davanti al Senato e al console in carica. “Piuttosto che un grande esercito di difensori – disse un rappresentante della famiglia dei Fabii – è necessaria una forza permanente, o padri coscritti, come sapete, per la guerra contro Veio. Occupatevi delle altre guerre e assegnate ai Fabii il compito di opporsi ai veienti. Ci impegniamo affinché l’onore del popolo romano sia al sicuro. È nostra intenzione condurre questa guerra come se fosse una nostra faida di famiglia, a nostre spese private. Lo Stato – concluse l’inviato dei Fabii – può dispensarsi dal fornire uomini e denaro per questa causa.” 

Il senatori accettarono con grande entusiasmo la proposta e il console uscì dal Senato scortato da una colonna degli appartenenti alla famiglia. I Fabii diramarono immediatamente l’ordine a tutti i parenti di presentarsi armati già il giorno successivo. Nel frattempo, la notizia si era diffusa in ogni parte della città e i Fabii venivano lodati da tutti i cittadini romani.

Qualche giorno dopo, l’esercito, costituito dai 306 appartenenti alla Gens dei Fabii, sfilò per Roma, fra gli applausi e la meraviglia degli cittadini. Tito Livio dice che tutti i soldati erano “patrizi e dello stesso sangue”, ed erano seguiti da una folla, composta sia da parenti e amici intimi, ma anche da tutti coloro che riponevano nei Fabii la speranza di vedere terminata la guerra contro Veio.

Le persone per le strade gridavano: “Andate nella vostra virtù e con buona fortuna e coronate la vostra impresa con un successo grandioso.”

Mentre i Fabi attraversavano il Campidoglio, i cittadini supplicavano gli dei di proteggerli e di assisterli in quel nobile intento, e di condurli presto in salvo alla loro terra natia e di ritorno presso le loro case.

Lo sterminio dei Fabii

I Fabi attraversarono la cosiddetta “Porta Carmentale”, ritenuta poi una via sfortunata, raggiungendo il fiume Cremera, in una posizione che sembrava favorevole per erigere una fortezza. I Fabii, con la loro presenza, garantivano la sicurezza dei concittadini e del territorio circostante, pattugliando il confine romano.

Inizialmente i Fabii furono in grado di interrompere i saccheggi dei Veienti, combattendo in campo aperto e in formazioni serrate. I Romani rimasero stupiti come una sola famiglia fosse in grado di vincere contro tutto l’esercito di Veio.

I guerrieri Veienti soffrirono degli attacchi dei Fabii, ma ben presto elaborarono un piano per tendere un’imboscata ai nemici.

Nel corso del tempo, i Fabii diventavano sempre più spericolati, sicuri com’erano di vincere ogni battaglia. Avevano maturato tanto dispezzo per il nemico da considerarsi invincibili e capaci di affrontare i Veienti in qualunque luogo e momento. Questa sicurezza li aveva pervasi a tal punto che, avvistando alcune greggi a grande distanza, attraversarono imprudentemente una grande pianura, trascurando la possibile presenza di armi nemiche.

Mentre i Fabii stavano inseguendo le greggi disperdendosi pericolosamente, i nemici li circondarono. I giavellotti cominciarono a cadere su di loro da ogni parte e mentre i Veienti si riunivano e li circondavano in numero sempre maggiore, sempre più piccolo diventava lo spazio all’interno del quale i Fabi erano costretti a fuggire.

Stretti da ogni parte, i Fabii vennero rinchiusi mano a mano in un cerchio sempre più stretto e furono rapidamente sovrastati nel numero.

I Fabii cercarono di rinunciare ad una lotta disordinata e di attaccare in un’unica direzione per liberarsi dall’accerchiamento. Si fecero quindi strada con la forza delle armi formando un cuneo. Conquistata una posizione favorevole, che gli aveva dato il tempo di respirare e di raccogliere le forze, i Fabii riuscirono a respingere le truppe che avanzavano e una manciata di loro, grazie alla buona posizione,  stava addirittura per sovrastare i Veienti.

Ad un passo dalla vittoria,  un contingente di Veienti emerse improvviso dalla cima della collina, annullando il vantaggio dei Fabii.

Iniziò così un terribile massacro: i Fabii furono tutti sterminati, fino all’ultimo uomo. 306 appartenenti a quell’antico clan perirono violentemente tra le lame. Solo uno di loro, poco più che un ragazzo, sopravvisse, tornando traumatizzato a Roma.

Le conseguenze della battaglia

La sconfitta metteva Roma in serio pericolo. Per affrontare la situazione, vennero subito eletti i consoli Gaio Orazio e Tito Menenio. Quest’ultimo fu immediatamente mandato a combattere contro i Veienti, ancora esaltati dalla vittoria. I romani conobbero però una nuova sconfitta e i nemici conquistarono il Gianicolo.

I Veienti furono così ad un passo dall’assediare Roma stessa, che soffriva non solo per la guerra ma anche per la scarsità di grano. Per fortuna il console Orazio venne richiamato dal paese dei Volsci, affrontando i Veienti presso Porta Collina. L’esercito romano, con un lieve vantaggio numerico, riuscì a mettere i Veienti in difficoltà, costringendoli a ritirarsi.

Ma i Veienti scelsero ancora una volta di evitare lo scontro diretto e, asserragliandosi di nuovo sul Gianicolo, si dedicarono al saccheggio. Dal Gianicolo, che fungeva come una piccola fortezza, inviavano continuamente spedizioni nel territorio dei romani, attaccando contadini e greggi.

Dopo qualche tempo, i romani utilizzarono con i Veienti la stessa tecnica da loro impiegata contro i Fabii. I romani lasciarono pascolare volutamente delle greggi per attirare i nemici in una trappola, attaccandoli poi con un’imboscata e causando numerose perdite.

Dopo degli ulteriori scontri, i Veienti si assarragliarono nel Gianicolo, ma ormai in grande difficoltà. Il console Orazio, compreso che la vittoria era vicina, attraversò il Tevere con i suoi uomini e fortificò un campo direttamente sotto la collina. Dopo combattimenti dalle alterne fortune, finalmente i Veienti furono intrappolati tra due linee di romani e furono abbattuti con grande massacro. 

Così l’invasione di Roma da parte di Veio venne definitivamente scongiurata.

La battaglia del lago Regillo. Roma conquista la libertà

La battaglia del Lago Regillo, accaduta secondo la tradizione annalistica romana nel 499 o nel 496 a.C, fu un grande e decisivo scontro tra l’esercito Romano e una alleanza di città latine ed Etrusche.

Nonostante il racconto sia prevalentemente leggendario, in quanto le fonti e le testimonianze dirette andarono perdute durante il Sacco di Roma da parte di Brenno, la battaglia del Lago Regillo rappresenta una delle più importanti vittorie romane per l’affermazione di Roma come città guida del Lazio e per l’emancipazione dei romani dall’influenza della potenza etrusca.

Il contesto storico

Dopo la cacciata del re Tarquinio il Superbo e la proclamazione della Repubblica, l’ultimo re romano si era alleato con Porsenna, il Lucumone della vicina città etrusca di Chiusi.

Porsenna, convinto da Tarquinio della pericolosità dei romani, aveva messo la città sotto assedio, ma alcune figure eroiche come Orazio Coclite, che aveva affrontato da solo l’intero esercito nemico bloccandolo sul ponte Sublicio, e Muzio Scevola, che aveva impressionato Porsenna bruciandosi la mano destra per mostrare il suo sprezzo del dolore, lo avevano convinto a levare l’assedio e ritirare le sue truppe.

Nel frattempo a Roma divennero consoli Publio Lucrezio e Publio Valerio Publicola. Porsenna, che aveva rinunciato ad utilizzare la forza, inviò un’ultima ambasciata a Roma, proponendo, assieme al ritorno al potere di Tarquinio, una serie di libertà e diritti per tutti i cittadini romani.

Il senato, anzichè rispondere direttamente agli ambasciatori etruschi, decise di inviare alcuni emissari per discutere direttamente al cospetto di Porsenna. I delegati romani rifiutarono categoricamente di accettare il ritorno di Tarquinio al potere e ribadirono la loro assoluta determinazione nel mantenere la libertà della repubblica che avevano appena proclamato.

Porsenna, nuovamente impressionato dalla fermezza dei romani, decise di restituire gli ostaggi catturati negli anni precedenti, riconsegnando anche alcune terre da tempo contese con Roma.

Tarquinio il Superbo, tramontata l’ultima possibilità di ritornare a Roma, decise di ritirarsi nella città di Tusculum, dove avrebbe trascorso l’esilio presso il suo suocero, Mamilio Ottavio. I romani, nel frattempo, siglarono una pace definitiva con Porsenna, che rinunciò ad ogni altra iniziativa ostile.

Allontanata momentaneamente la paura di una guerra, durante il consolato di Postumio Cominio e Tito Largio, alcuni giovani sabini rapirono alcune prostitute romane, scatenando una rissa che sembrava potesse provocare una nuova guerra.

Ma oltre all’offesa e al pericolo dei Sabini, i romani vennero a sapere che diverse città latine stavano organizzandosi contro Roma,  istigate da Ottavio Mamilio e da Tarquinio il Superbo.

Di fronte alla grave minaccia di una intera coalizione antiromana, venne proposto per la prima volta di nominare un dittatore, un magistrato con poteri assoluti per un arco temporale di sei mesi.

Dopo delle accese discussioni, sembra che il primo dittatore designato fosse Tito Largio, accompagnato dal suo maestro di cavalleria, Spurio Cassio. La nomina di un dittatore provocò tuttavia una grande preoccupazione, non solo tra la plebe romana, ma anche nei guerrieri sabini, che inviarono degli ambasciatori per trattare immediatamente la pace. 

Negli anni successivi, Romani, Sabini e città latine del Lazio provarono più volte a risolvere le loro contese territoriali, ma era chiaro quanto si fosse sull’orlo di una guerra che covava ormai da diversi anni.

La dinamica della battaglia

Il dittatore Aulo Postumio e il suo maestro della cavalleria, Tito Ebuzio, guidarono delle grandi forze di fanteria e di cavalleria per scontrarsi contro l’esercito latino presso il Lago Regillo.

I romani, saputo che ai nemici latini si era aggiunto il contingente degli Etruschi guidato dall’ormai novantenne Tarquinio il Superbo, erano così infuriati che non riuscirono a trattenersi dall’attaccare immediatamente gli avversari, rendendo la battaglia particolarmente cruenta.

Postumio si trovava al centro dello schieramento, incoraggiando e dando ordini ai suoi uomini, quando Tarquinio il Superbo decise di affrontarlo in un duello personale. Durante lo scontro, Tarquinio ricevette una coltellata sul fianco e la sua guardia del corpo lo salvò appena in tempo da morte certa.

Dall’altro lato del campo di battaglia, Ebuzio caricò Ottavio Mamilio. L’intenzione di Ebuzio era quella di cogliere Mamilio di sorpresa, ma quest’ultimo lo vide arrivare e lo affrontò con grande determinazione.

L’impatto tra i due fu così violento che Ebuzio soffrì una grave ferita al braccio, mentre Mamilio ricevette un duro colpo al petto. Mamilio fu accolto e protetto dai soldati latini della seconda linea di fanteria, mentre Ebuzio, ormai impossibilitato a combattere per la ferita, si ritirò definitivamente dalla battaglia. 

Mamilio non si fece scoraggiare dal dolore, ma si impegnò con ancora più veemenza nella lotta, soprattutto dopo aver visto che i suoi uomini iniziavano a retrocedere.

Per portare rinforzo ai suoi soldati, Mamilio chiamò a raccolta una coorte di esuli romani, comandata da un figlio di Lucio Tarquinio, che per il desiderio di vendetta si precipitò con vigore nella battaglia.

I romani, incalzati dalle azioni di Mamilio e del giovane Lucio Tarquinio, stavano iniziando a perdere terreno, quando Marco Valerio, fratello di Publicola, scorse sul campo di battaglia la figura del giovanissimo Tarquinio, impegnato ad incitare i soldati della prima linea ad attaccare.

Valerio decise che la sua famiglia avrebbe avuto l’onore di cacciare per sempre i tiranni da Roma e che avrebbe ottenuto il merito per la morte dei nemici. Così caricò Tarquinio con la lancia abbassata per disarcionarlo. Tarquinio, vedendo la furiosa carica di Valerio, fu costretto a ritirarsi tra i suoi seguaci per evitare lo scontro.

Valerio però, determinato ad affrontare Lucio Tarquinio, si precipitò ciecamente contro la linea degli esuli, compiendo un gesto imprudente e avventato. Un cavaliere etrusco infatti lo attaccò al fianco e lo trafisse. Il romano cadde a terra con le armi addosso, morendo all’istante.

Quando il dittatore Postumio vide che un così coraggioso soldato era caduto, che gli uomini di Lucio Tarquinio stavano avanzando audacemente e che le sue truppe si stavano ritirando, ordinò alla coorte che lo accompagnava di uccidere qualsiasi romano che avrebbero visto fuggire dal campo di battaglia.

Così i romani, trovandosi tra il pericolo dell’avversario e quello degli uomini di Postumio, si voltarono per affrontare i latini e riuscirono a ricomporre la linea di battaglia, guidati dalla coorte del dittatore, che si aggiunse allo scontro.

Con una nuova energia e uno spirito rinvigorito, i soldati di Lucio Tarquinio vennero attaccati e fatti a pezzi dai romani.

Nonostante ciò, l’esito del confronto era ancora incerto, e iniziò così un’altra serie di duelli tra comandanti.

Durante quelle fasi concitate, Tito Erminio, un ufficiale dell’esercito di Postumio, riuscì a riconoscere dall’equipaggiamento Mamilio in persona.

Decise allora di scagliarsi contro il comandante nemico con tanta violenza che riuscì a trafiggere il fianco di Mamilio, uccidendolo con un solo colpo.

Esaltato dal suo gesto, nell’atto di spogliare il corpo del suo nemico dalle armi, venne però colpito da un giavellotto. Portato immediatamente via dal campo, furioso e sanguinante, morì appena cominciarono a medicare la sua ferita.

Postumio, capendo di trovarsi nel momento decisivo della battaglia, si avvicinò ai suoi cavalieri e li supplicò, poiché i fanti erano ormai esausti, di smontare da cavallo e di aggiungersi alla battaglia. Questi obbedirono, e si affrettarono a formare una linea di combattimento, affiancandosi ai soldati della prima fila con i loro scudi.

I fanti romani, vedendo che i giovani nobili condividevano il pericolo con loro, ripresero coraggio e ricominciarono a combattere con grande vigore.

Finalmente i latini e gli etruschi ricevettero una battuta di arresto e la loro linea di battaglia fu costretta a cedere.

I romani ottennero una vittoria completa, tanto che i cavalieri si fecero portare i cavalli per poter inseguire il nemico, seguiti dalla fanteria trionfante.

Postumio, inorgoglito dalla vittoria, fece voto al dio Castore, promettendogli di costruire un tempio in suo onore e assicurando di ricompensare abbondantemente i soldati che per primi fossero riusciti ad entrare nell’accampamento nemico.

E così fu grande l’ardore dei romani, che con una sola carica decisiva riuscirono a sconfiggere i loro avversari e a conquistare il loro campo.

Dopo la battaglia, Postumio e il suo maestro della cavalleria tornarono a Roma per celebrare il trionfo.

L’apparizione dei Dioscuri

Strettamente collegato al racconto della battaglia del Lago Regillo vi è l’apparizione dei cosiddetti Dioscuri.

Le fonti antiche, soprattutto di Tito Livio, raccontano che quando Postumio e i suoi cavalieri stavano combattendo la battaglia decisiva contro i Latini, apparvero improvvisamente due cavalieri dalla grande statura e dalla magnifica bellezza, che si unirono alle file dei Romani per caricare i nemici, uccidendo tutti coloro che si trovavano sulla loro traiettoria.

Dopo la fuga dei Latini e la conquista dell’accampamento da parte degli uomini di Postumio, i due apparvero nuovamente ai soldati, stanchi per la battaglia ma con un aspetto da guerrieri trionfanti.

A Roma, poche ore dopo, si narra che un gruppo di cittadini vide i due guerrieri e chiese loro quale fosse stato l’esito della battaglia; i Dioscuri risposero che era stata vinta, provocando il tripudio nella popolazione.

Dopo aver lasciato il foro romano e aver annunciato a tutta la cittadinanza la decisiva vittoria, i due non furono più visti, anche se i cittadini li cercarono per mesi. Così, i Romani conclusero che due divinità, identificate in Castore e Polluce, erano intervenute in loro favore.

Per questo, i Romani costruirono diversi templi a loro dedicati, tra cui uno posizionato esattamente di fronte all’entrata del Foro, nel luogo in cui furono avvistati, mentre la fontana della Giuturna, dove i due eroi lavarono i loro cavalli, venne da quel momento considerata sacra.  

Le conseguenze della battaglia

Il dittatore Aulo Postumio Albino e il suo maestro della cavalleria, Tito Ebuzio Elva, tornarono trionfanti a Roma. Postumio ricevette il cognome di “Regillensis” in onore di quella vittoria.

5.500 prigionieri furono incarcerati e messi a disposizione come schiavi dei romani e il bottino accumulato fu utilizzato per finanziare dei giochi celebrativi, oltre che la costruzione di un grande tempio dedicato a Cerere, Bacco e Proserpina.

Sotto l’aspetto geopolitico, le altre città latine inviarono immediatamente ambasciatori per trattare la pace. I senatori si divisero in due fazioni. Alcuni propugnavano la severità e l’intransigenza, come Spurio Cassio Vecellino, altri invece perseguirono una linea più diplomatica, come Tito Larcio Flavio. 

Al termine di accese discussioni, il Senato optò per la clemenza, concedendo la pace alle città latine. Tarquinio il Superbo abbandonò definitivamente ogni pretesa di riprendere il trono e di attaccare Roma e, rifiutato da tutte le altre città del Lazio, trovò rifugio a Cuma, dove morì alcuni anni dopo, nel 495 a.C.

La battaglia della Selva Arsia, 509 a.C. Romani contro Etruschi

La battaglia della Selva Arsia venne combattuta nel 509 a.C. tra i Romani e le forze etrusche delle città di Veio e Tarquinia, guidate dal deposto re romano Lucio Tarquinio il Superbo.

Lo scontro si verificò nei pressi di una foresta nota come Selva Arsia, nel territorio romano, e vide la vittoria dei Romani, nonostante la morte del suo console Lucio Giunio Bruto.

La battaglia si inserisce in uno dei tentativi di Tarquinio il Superbo di riconquistare il trono, ma anche come conflitto tra Roma e le città etrusche, che temevano l’espansione dello stato romano. La battaglia, raccontata da Tito Livio, è prevalentemente leggendaria.

Contesto storico

Nel 509 a.C., il regno del re Lucio Tarquinio il Superbo, abile in battaglia ma spietato dittatore, venne rovesciato da due uomini. Il primo era Tarquinio Collatino, il quale aveva giurato vendetta contro il Superbo quando il figlio di quest’ultimo, Sesto Tarquinio, aveva violentato sua moglie Lucrezia, portandola al suicidio.

L’altro era Marco Giunio Bruto. Anche la sua famiglia era stata colpita dagli eccidi operati da Tarquinio il Superbo durante la presa del potere, e, nonostante si fosse finto stupido per salvarsi la vita, meditava da tempo una vendetta.

Tarquinio il Superbo, mentre stava assediando la vicina città di Ardea, venne a sapere che la monarchia era stata rovesciata ed era stata proclamata la Repubblica, con Bruto e Collatino come primi due consoli.

Intenzionato a riconquistare il suo trono, contattò le città etrusche di Veio e Tarquinia, ricordando a Veio le regolari perdite che aveva subito in guerra per colpa dei Romani e le diverse terre che le erano state strappate in maniera illegale, mentre a Tarquinia ricordò i suoi legami familiari per ottenere il loro appoggio.

La battaglia della Selva Arsia: lo svolgimento

Gli eserciti di Veio e Tarquinia seguirono Tarquinio il Superbo in battaglia. Il Superbo era al comando della fanteria etrusca, mentre suo figlio Arrunte Tarquinio aveva il comando della cavalleria. 

I consoli romani si organizzarono subito con i loro contingenti. La fanteria romana era guidata dal generale Publio Valerio, mentre Lucio Giunio Bruto, il console, guidò personalmente gli equites, i cavalieri. 

Furono le cavallerie le prime a combattere. Arrunte Tarquinio si rese conto della presenza sul campo di battaglia dei littori, i magistrati che tradizionalmente accompagnavano un console, capendo che lo stesso Giunio Bruto, tra l’altro suo cugino, era al comando del contingente di cavalleria. 

I due uomini si caricarono in una sorta di duello personale e si trafissero a morte. 

Dopo il primo scontro di cavalleria venne la volta della fanteria. Romani ed etruschi combatterono per ore e il risultato, per diverso tempo, rimase in bilico. Poi, sul campo di battaglia, la situazione conobbe un’evoluzione; l’ala destra del’esercito di Tarquinio il Superbo fu in grado di respingere i Romani, causandone quasi la rotta, ma dall’altro lato del campo, in maniera speculare, i Romani sconfissero i Veienti. 

A un certo punto le forze etrusche decisero di abbandonare il campo, probabilmente temendo la disfatta completa. I Romani rivendicarono così la vittoria. 

La voce del dio Silvano e la vittoria romana

La situazione era ancora incerta, ma Tito Livio riferisce che la notte dopo la battaglia, che sarebbe stata combattuta l’ultimo giorno di febbraio, si levò una voce misteriosa dai boschi, che venne interpretata come lo spirito del dio Silvano.

La voce disse che “gli etruschi avevano avuto un caduto in più rispetto ai Romani e che i Romani avevano vinto la guerra“.

Gli etruschi decisero quindi di ritirarsi, spaventati da quell’evento sovrannaturale. Il console Valerio raccolse il bottino degli etruschi sconfitti e tornò a Roma per celebrare il trionfo. 

Secondo i Fasti Triumphales, delle iscrizioni ufficiali dove i romani registravano tutte le vittorie militari, il trionfo ebbe luogo il primo marzo 509 a.C. Dopodiché vennero celebrati i funerali di Bruto, con profondo dolore da parte di tutta la cittadinanza romana.

Sempre Tito Livio ci informa che più tardi, nel corso di quello stesso anno, Valerio tornò per combattere i Veienti. Non è chiaro se questa fosse la continuazione della battaglia precedente o un nuovo conflitto. Non abbiamo informazioni sull’esito di questo combattimento.

La battaglia di Fidene. Prima guerra fidenate

La battaglia di Fidene fu uno scontro tra i romani e gli abitanti della vicina città laziale di Fidene, preoccupati dell’eccessiva espansione romana. L’esercito, guidato dal re Romolo in persona, sconfisse gli avversari usando la tecnica dell’imboscata e trasformando Fidene in una colonia romana.

Il contesto storico

Dopo la fondazione di Roma sul colle Palatino ad opera di Romolo, i Romani iniziarono ad espandersi militarmente con particolare aggressività ed efficacia. Tito Livio scrive che i Romani erano così potenti da poter “competere militarmente con qualsiasi città intorno a loro“.

Effettivamente, l’esercito romano ottenne delle importanti vittorie sbaragliando prima la città di Caenina, poi quella di Antemnae e infine di Crustumerium. Il secondo grande scontro fu quello con i Sabini guidati dal re Tito Tazio: dopo il famoso Ratto delle Sabine, il rapimento delle donne sabine ad opera dei romani per popolare la loro nuova città e formare le prime famiglie, i Sabini affrontarono i romani nella battaglia del lago Curzio, dove furono sconfitti.

La battaglia di Fidene: la versione dell’attacco a sorpresa

I successivi avversari di Romolo furono gli abitanti della vicina città di Fidenae che, temendo la crescente potenza di Roma, decisero di attaccare i Romani per ridimensionare la loro espansione. Secondo la loro strategia, Roma doveva essere attaccata quando era ancora debole, prima che il suo esercito diventasse ancora più numeroso.

Non abbiamo alcuna informazione su eventuali tentativi diplomatici prima della battaglia. Lo storico Plutarco racconta due versioni del conflitto. Nella prima, Roma sferra un attacco improvviso utilizzando un gruppo di cavalieri, i quali riescono a superare le linee nemiche e aprire le porte della città di Fidenae. Romolo sarebbe improvvisamente apparso con l’intero esercito, cogliendo i Fidenati completamente di sorpresa e occupando la loro città con poco sforzo.

La battaglia di Fidene: la versione dell’imboscata

La seconda versione, sempre raccontata da Plutarco e molto più dettagliata, parla invece di un attacco da parte dei Fidenati, che inviarono degli squadroni di cavalieri armati per devastare le campagne tra Roma e Fidenae al fine di terrorizzare gli abitanti della zona e compromettere i raccolti. 

I Romani reagirono immediatamente con il loro esercito. Lo stesso re Romolo, a capo del contingente romano, si diresse verso nord, seguendo il corso del fiume Tevere, arrivando a un miglio da Fidenae. Lasciando una guarnigione immediatamente fuori dalla città, Romolo decise di spostarsi con il grosso del suo esercito per tendere un’imboscata al nemico in un luogo vicino, una zona boscosa e tranquilla perfetta per cogliere i Fidenati di sorpresa.

Romolo voleva attirare i nemici fuori dalle proprie mura con un piano particolarmente audace. I cavalieri romani si sarebbero dovuti avvicinare alle porte della città, simulando un attacco e poi ritirandosi al momento opportuno. I Fidenati sarebbero stati provocati e attirati fuori dalle mura per poi essere colti di sorpresa.

L’agguato ebbe successo: i Fidenati aprirono le porte della città e si lanciarono contro i cavalieri romani, riuscendo a colpire i primi soldati ma raggiungendo, proprio come voleva Romolo, il luogo designato per l’imboscata, dove il grosso dell’esercito, nascosto, sbucò all’improvviso. I Fidenati vennero respinti facilmente e la loro città fu conquistata.

Le conseguenze della battaglia

Sempre secondo il racconto di Plutarco, Romolo decise di non distruggere Fidenae, ma scelse di farla diventare una colonia romana, inviando 2.500 coloni.

Secondo la tradizione, tuttavia, la guerra scatenata dai Fidenati ebbe l’effetto di una febbre contagiosa, in quanto convinse anche gli abitanti di Veio, che si trovavano ad ovest del Tevere, che Roma stava diventando troppo potente.

Romolo fu quindi costretto a combattere anche contro i Veienti, riuscendo a ottenere una prima vittoria nel territorio dei Septem Pagi, ad ovest dell’isola Tiberina, costringendo i cittadini di Veio a rientrare nei loro confini e a non infastidire i possedimenti romani.