martedì 3 Marzo 2026
Home Blog Pagina 45

Medioevo: quando inizia e quando finisce?

0

Il Medioevo è un periodo della storia dell’Europa, che parte grossomodo dal V fino al tardo XV secolo d.C. Inizia con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, e termina con il Rinascimento e l’età delle scoperte. Il medioevo si divide ulteriormente in quattro fasi: la tarda antichità, l’alto Medioevo, il Medioevo, il tardo Medioevo.

La tarda antichità: dal III all’VIII secolo d.C

La tarda antichità è il periodo di transizione dall’antichità classica, costituita dal mondo greco-romano, al Medioevo in Europa e in tutte le aree adiacenti al confine con il bacino del Mediterraneo. 

La principale periodizzazione si deve allo storico Peter Brown, che identifica la tarda antichità come un periodo compreso tra il III e VIII secolo d.C. Più precisamente, la tarda antichità partirebbe dalla fine della crisi dell’impero romano del III secolo, (235-284 d.C), alle prime conquiste musulmane, (622 al 750 d.C.).

Durante la tarda antichità, l’impero romano subì notevoli cambiamenti sociali, guidati dal regno dell’Imperatore Diocleziano. La sua persecuzione dei Cristiani venne proseguita dall’imperatore Galerio, ma sotto Costantino il Grande, il cristianesimo divenne dapprima religione legale all’interno dell’Impero Romano per poi dilagare nella società, diventando la più potente religione d’Europa.

La caduta dell’Impero Romano d’Occidente e l’arrivo dei regni romano-barbarici sancisce il periodo della tarda antichità

Nella tarda antichità avvenne una profonda frattura tra l’impero romano d’Occidente e quello d’Oriente: la zona occidentale venne sconvolta da invasioni di tribù germaniche, unne e slave che culminarono in alcuni momenti storici drammatici come il Sacco di Roma da parte dei Visigoti nel 410 d.C e un successivo Sacco di Roma da parte dei Vandali nel 455 d.C, fino al crollo dell’intera parte occidentale nel 476 d.C, quando il Re germanico Odoacre depose l’ultimo imperatore d’Occidente, Romolo Augustolo.

L’impero romano d’Occidente, venne così sostituito da una serie di regni romano barbarici.

L’impero romano d’Oriente, poi chiamato volgarmente Impero bizantino, invece, continuò a prosperare con capitale Costantinopoli, affrontò le guerre bizantino-sasanidi e fu guidato da alcune figure chiave come l’imperatore Giustiniano il Grande, che tentò una riconquista delle regioni occidentali dell’antico Impero Romano.

La metà del VI secolo fu caratterizzata da eventi climatici estremi, come la piccola glaciazione tardoantica, e dalla disastrosa peste di Giustiniano nel 541. Il VII secolo fu dominato dalla guerra bizantino-sasanide, quando le campagne dei Re Cosroe II e di Eraclio facilitarono l’emergere dell’Islam nella penisola arabica. 

La conquista musulmana della Persia rovesciò l’impero sasanide e strappò due terzi del territorio dall’impero bizantino, formando il califfato di Rashidun.

L’Impero Bizantino,  ormai pesantemente ridimensionato rispetto ai secoli precedenti, e guidato dalla dinastia di Eraclio, assunse caratteristiche prettamente greche, allontanandosi dalle sue radici romane. Questo, insieme all’istituzione del califfato musulmano Ommayade nel Nord Africa, segna generalmente la fine della tarda antichità.

L’alto Medioevo: dal VI al X secolo d.C

L’alto Medioevo viene definito dagli storici a partire dall’inizio del VI secolo fino al X secolo d.C. La prima parte di questo periodo, si sovrappone spesso al termine di tarda antichità, per sottolineare gli elementi di continuità con l’impero romano, mentre l’alto Medioevo, nel suo termine più puro, si utilizza per definire una fase più tarda di questo periodo, caratterizzata da elementi più tipicamente medievali.

L’alto Medioevo vide la continuazione di alcune tendenze ormai evidenti nella tarda antichità classica, tra cui il declino della popolazione, un calo degli scambi e dei commerci e l’aumento delle migrazioni

L’alto Medioevo fu dominato a Oriente dalle dinamiche dell’impero bizantino e del califfato Rashidun e nel Nord Africa e in Spagna dal califfato Ommayade.

Carlo Magno, Incoronato nell’800 d.C dal Papa in Vaticano, è uno dei protagonisti dell’alto medioevo

L’Europa occidentale fu invece dominata soprattutto dal regno dei Franchi a Nord, e da quello dei Longobardi in Italia.  Il giorno di Natale dell’800 d.C, Papa Leone III incoronò in Vaticano il Re Carlo Magno come imperatore dei romani. Egli diede inizio all’Impero carolingio,  che confluirà poi nel Sacro Romano Impero, agglomerato di territori abitato prevalentemente da genti germaniche ma che si consideravano diretti successori del classico Impero Romano.

L’economia dell’Europa in questo periodo era basata su un sistema di agricoltura feudale,  dove la struttura della società era guidata dalle relazioni fra i proprietari terrieri e coloro che coltivavano i terreni.  

Durante questo periodo si verificarono delle innovazioni come la rotazione delle colture e l’introduzione dell’aratro pesante.

Il medioevo: dal 1000 al 1300 d.C

Il medioevo, durò dal 1000 al 1300 d.C: le principali tendenze storiche includono un rapido aumento della popolazione europea, che determinò importanti cambiamenti sociali e politici rispetto alle era precedente.

Il potente Impero bizantino cedette gradualmente il posto alla Serbia e alla Bulgaria, ricostituendosi nel 1261 con la riconquista di Costantinopoli da parte degli occidentali, sebbene l’impero non recuperò mai più la grande potenza dei secoli precedenti.

A Occidente, la Chiesa Cattolica, che raggiunse l’apice del suo potere politico, dominava l’Europa, bilanciando la propria influenza con gli imperatori tedeschi dell’Europa settentrionale. In questo periodo vennero richiamati eserciti da tutta l’Europa per condurre una serie di pellegrinaggi armati noti come “Crociate” contro i turchi. Gli eserciti cristiani occuparono la terra santa e fondarono una serie di stati crociati, anche se alla lunga i musulmani riconquistarono i loro possedimenti.

Le Crociate sono uno degli elementi più identificativi del Medioevo classico

Durante questo periodo, iniziarono a costituirsi delle identità nazionali in gran parte d’Europa, mentre l’Italia fu caratterizzata dalla ascesa di grandi città stato.

Sotto l’aspetto culturale, vennero riscoperte le opere classiche di Aristotele e di altri pensatori, oltre ad una combinazione di culture giudaico islamiche che si mescolarono con la filosofia antica.

Il Nord Europa, spinto da quello che venne chiamato “Rinascimento carolingio”, conobbe un periodo di nuova attività scientifica e filosofica. Vennero fondate le prime università e, con la breve eccezione delle invasioni mongole, non vi furono ulteriori  incursioni dei nomadi. 

All’inizio del XIV secolo, iniziò tuttavia la crisi del medioevo.

Il tardo medioevo: dal 1250 al 1500

Il tardo medioevo viene definito dagli storici come un periodo che va dal 1250 al 1500 d.C. Intorno al 1300, secoli di prosperità e crescita dell’Europa si fermarono per via di carestie e pestilenze, tra cui la grande carestia del 1315 e la peste nera, che ridussero la popolazione a circa la metà.

Nel frattempo, gli stati medievali entrarono in crisi e in guerra. Francia e Inghilterra subirono gravi rivolte contadine, e si scatenarono guerre anche molto lunghe, come la Guerra dei cent’anni, proprio fra queste due nazioni. Inoltre l’unità della Chiesa cattolica venne temporaneamente messa in crisi dallo scisma d’occidente.

La peste nera del Trecento caratterizzò il tardo medioevo. Poi, la scoperta di nuovi territori e il Rinascimento culturale posero fine al periodo

Sotto l’aspetto culturale, vi fu però una grande avanzamento: venne rinnovato l’interesse per i testi antichi greci e romani, e le nuove idee classiche, spinte soprattutto dal Rinascimento italiano, vennero ulteriormente incentivate dall’ invenzione della stampa a caratteri mobili, che facilitò enormemente la diffusione delle conoscenze e l’apprendimento. 

Il periodo venne caratterizzato anche dalla Riforma Protestante guidata da Martin Lutero, che mise profondamente in crisi l’identità e lo strapotere della Chiesa di Roma.

Verso la fine del periodo, si avviò l’era della scoperta. L’espansione dell’impero Ottomano aveva infatti interrotto le possibilità commerciali con l’Oriente e gli europei furono costretti a cercare delle nuove rotte commerciali. Con la spedizione spagnola guidata dall’italiano Cristoforo Colombo nel 1492 e il viaggio di Vasco da Gama in Africa e in India nel 1498, le nazioni europee trovarono una nuova economia.

In questo periodo cade la fine di tutto il medioevo,  anche se gli storici sono divisi nell’identificare l’esatto avvenimento che può essere definito come fine del periodo. La gran parte di essi, identifica comunque la scoperta dell’America nel 1492, come il termine del Medioevo e l’inizio della epoca moderna.

Quante furono le Crociate? E come finirono?

0

Le Crociate furono una serie di guerre religiose tra cristiani e musulmani per assicurarsi il controllo della Terra Santa, che era considerata sacra da entrambe le religioni. Dal 1096 al 1291 si verificarono otto grandi crociate, anche se gli storici portano occasionalmente il numero a nove.

L’Europa al tempo delle Crociate

Alla fine dell’XI secolo, l’Europa occidentale era una potenza mondiale, sebbene fosse ancora indietro rispetto ad altre civiltà del Mediterraneo come l’Impero Bizantino, l’ex Impero romano d’Oriente e l’impero islamico, che occupava il Medio Oriente e il Nord Africa.

Dopo anni di caos e di guerre civili, il generale Alessio Comneno conquistò il trono bizantino nel 1081 e consolidò il controllo della restante parte dell’Impero sotto il nome di Alessio I. 

Nel 1095, incalzato dalla minaccia dei Turchi, Alessio inviò delle richieste di aiuto a Papa Urbano II, chiedendo delle truppe mercenarie in soccorso. I rapporti tra i cristiani dell’Oriente e dell’Occidente erano stati compromessi da secoli, ma la richiesta di Alessio giunse in un momento di relativa tregua, tanto che nel novembre del 1095, il Papa, a seguito del Concilio di Clermont, tenutosi nel sud della Francia, decise d’inviare dei mercenari cristiani occidentali per aiutare i Bizantini a riconquistare la Terra Santa dalla minaccia musulmana. 

Questa decisione segnò l’inizio delle Crociate.

La chiamata alle armi di Papa Urbano II venne recepita con grandissimo entusiasmo sia dai cittadini che dalla Élite militare. Coloro che si univano al “pellegrinaggio armato” indossarono il simbolo della chiesa, la croce.

Le crociate posero le basi per la costituzione di diversi ordini militari cavallereschi religiosi tra cui i famosi cavalieri Templari, ma anche i cavalieri Teutonici e gli Ospitalieri. Questi ordini di soldati si proponevano di difendere la Terra Santa, e proteggere i pellegrini in viaggio.

La prima crociata: 1096-1099 e la conquista di Gerusalemme

La prima crociata fu portata avanti da quattro eserciti europei guidati da Raimondo di Saint-Gilles, Goffredo di Buglione, Ugo di Vermandois e Boemondo di Taranto, che partirono nell’agosto del 1096.  A loro sì unì una banda mista di cavalieri e di popolani conosciuti come “Crociati del Popolo“, sotto il comando di Pietro l’Eremita.

In realtà, Alessio I aveva suggerito a Pietro di aspettare l’arrivo del resto degli eserciti dei crociati, ma egli ignorò il suggerimento e raggiunse il Bosforo già all’inizio di agosto. Nel primo grande scontro tra crociati e musulmani, le forze turche furono così in grado di schiacciare gli invasori europei nella battaglia di Cibotus.

Nel frattempo, nel 1906, altri crociati guidati dal Conte Emicho, si lasciarono andare a una serie di orribili massacri di ebrei in varie città della zona della Renania, suscitando un profondo sdegno e provocando una gravissima crisi nei rapporti tra gli ebrei e i cristiani.

Quando i quattro principali eserciti di crociati giunsero a Costantinopoli, Alessio insistette affinché i capi giurassero fedeltà e riconoscessero la sua autorità su qualsiasi terra che avrebbero strappato ai turchi, così come su qualsiasi altro territorio che sarebbero riusciti a conquistare. Tutti giurarono, a eccezione di Boemondo.

Nel maggio del 1097, i crociati e i loro alleati Bizantini attaccarono Nicea: la città si arrese alla fine di giugno.

Successivamente, nonostante fossero emerse alcune tensioni tra i crociati e i Bizantini, la loro forza combinata proseguì la marcia attraverso l’Anatolia, catturando l’antichissima e grande città siriana di Antiochia, nel giugno del 1098.

Dopo diverse lotte interne per il controllo della città, i crociati cominciarono la loro marcia verso Gerusalemme, poi occupata dagli egizi. 

Nel giugno del 1099, accampati davanti a Gerusalemme con i loro eserciti, i cristiani costrinsero il governatore della città assediata ad arrendersi. Nonostante la promessa di protezione e di avere salva la vita, i crociati si lanciarono all’assalto e massacrarono centinaia di uomini, donne bambini nel loro vittorioso ingresso a Gerusalemme.

Seconda crociata (1147-1149): gli Stati Crociati

Avendo raggiunto la conquista di Gerusalemme prima delle aspettative, gran parte dei crociati cristiani decisero di tornare in Europa. A governare il territorio conquistato rimasero alcuni leader militari che costituirono dei veri e propri “Stati crociati”, a Gerusalemme, Edessa, Antiochia e Tripoli. 

Gli stati crociati, protetti da formidabili castelli, mantennero il controllo della regione fino al 1130, quando le forze musulmane iniziarono a riguadagnare terreno con la Guerra Santa, la Jihad, contro i cristiani. 

Nel 1144, il generale musulmano Zangi, governatore di Mosul, riuscì a riconquistare Edessa, portando alla perdita dello Stato crociato più settentrionale.

La notizia della caduta di Edessa sbalordì l’Europa, e la cosa portò le autorità cristiane in Occidente a organizzare un’altra crociata. Questa fu guidata da due grandi sovrani, il Re Luigi VII di Francia e il Re Corrado III di Germania, che diedero il via alla seconda crociata nel 1147.

Già nel ottobre di quell’anno, le forze di Corrado vennero annientate a Dorylaeum, un luogo dove si era tenuta una grande vittoria Cristiana all’epoca della prima crociata.

Luigi e Corrado riuscirono però a radunare i loro eserciti a Gerusalemme, e decisero di attaccare la roccaforte siriana di Damasco con un contingente di circa 50.000 uomini, il più grande esercito crociato mai visto. 

Il sovrano di Damasco fu costretto allora a chiedere aiuto a Nur al-Din, il successore di Zangi a Mosul. Le forze musulmane, combinate, inflissero un’umiliante sconfitta ai cristiani, ponendo violentemente fine alla seconda crociata.

Terza Crociata (1187-1192)

Dopo numerosi tentativi da parte dei crociati di Gerusalemme di catturare l’Egitto, le forze di Nur al-Din, guidate dal generale Shirkuh e da suo nipote Saladino, conquistarono il Cairo nel 1169 e costrinsero l’esercito cristiano a evacuare.

Alla morte di Shirkuh,  Saladino assunse il controllo delle truppe e iniziò una grande campagna di conquiste. Nel 1187, attaccò il regno crociato di Gerusalemme: le sue truppe distrussero l’esercito Cristiano nella battaglia di Hattin, riconquistando la più importante della città mediorientali insieme a una vasta porzione di territorio.

L’umiliazione provocata da queste sconfitte ispirò la terza crociata, guidata dall’anziano imperatore tedesco Federico Barbarossa, dal Re Filippo II di Francia e dal Re Riccardo I d’Inghilterra, noto come Riccardo Cuor di Leone.

Nel settembre del 1191, le forze di Riccardo sconfissero Saladino nella battaglia di Arsuf, che fu l’unica vera vittoria cristiana nella terza crociata. 

Dopo aver riconquistato Giaffa, Riccardo ristabilì il controllo cristiano su parte della regione, avvicinandosi a Gerusalemme ma evitando di assediare direttamente la città. 

Nel settembre del 1192, Riccardo e Saladino firmarono un trattato di pace che ristabiliva il regno Cristiano di Gerusalemme a eccezione della città, ponendo fine alla terza crociata.

Quarta crociata, la caduta di Costantinopoli

Sebbene Papa Innocenzo III avesse chiesto una nuova crociata nel 1198, le lotte di potere tra la Chiesa di Roma e Bisanzio spinsero i crociati cristiani a sospendere gli attacchi contro i musulmani, per rovesciare invece l’imperatore bizantino, Alessio III, a favore di suo nipote, che divenne Alessio IV alla metà del 1203.

Il nuovo imperatore tentò di sottomettere la chiesa Bizantina al controllo di Roma, ma incontrò una durissima resistenza interna, tanto che venne strangolato durante un colpo di stato all’inizio del 1204. 

Così, i crociati dichiararono guerra a Costantinopoli e la quarta crociata si concluse con la sanguinosa conquista, saccheggio e quasi totale distruzione della magnifica capitale Bizantina.

Dalla quinta alla nona crociata (1208-1271)

Per tutto il resto del XIII secolo, le ultime crociate mirarono non tanto a rovesciare le forze musulmane in Terra santa, ma a combattere tutti i nemici della fede Cristiana. Ad esempio, la “Crociata albigese” mirava a sradicare la setta eretica dei Catari, mentre le “Crociate baltiche” puntarono a sottomettere i pagani della Transilvania.

Nel 1212, si verificò anche la cosiddetta “Crociata dei bambini”,  quando migliaia di bambini fecero voto di marciare verso Gerusalemme. Sebbene nelle fonti antiche sia stata nominata come “Crociata”,  gli storici non la ritengono tale e molti si chiedono se questo esercito fosse davvero composto da soli bambini. 

Il movimento, comunque, non raggiunse mai la terra santa.

Nella quinta crociata, avviata da papa Innocenzo III poco prima della sua morte, i crociati attaccarono l’Egitto sia dalla terra che dal mare, ma vennero costretti ad arrendersi dai difensori musulmani guidati dal nipote di Saladino, Al-Malik al-Kamil, nel 1221.

Nel 1229, in quella che divenne nota come la sesta crociata, l’imperatore Federico II ottenne il controllo sulla città di Gerusalemme senza violenza, ma grazie a negoziati diplomatici con al-Kamil. Il Trattato di pace, tuttavia, durò solamente 10 anni, dopo i quali i musulmani ripresero facilmente il controllo di Gerusalemme.

Dal 1248 al 1254, Luigi IX di Francia organizzò un’altra crociata contro l’Egitto: questa campagna, conosciuta come la settima crociata, fu tuttavia un fallimento totale.

Dopo questi avvenimenti, una nuova dinastia, nota come Mamelucchi, che discendevano dagli schiavi dell’impero islamico, prese il potere in Egitto. Nel 1260, le forze mamelucche in Palestina riuscirono a fermare l’avanzata dei Mongoli guidati da Gengis Khan e dai suoi discendenti. 

I mamelucchi demolirono Antiochia nel 1268. In risposta, Luigi IX organizzò l’ottava crociata nel 1270. L’obiettivo iniziale era aiutare i restanti stati cristiani in Siria, ma la missione venne reindirizzata a Tunisi, dove si concluse improvvisamente con la morte di Luigi.

Edoardo I d’Inghilterra intraprese un’altra spedizione nel 1271. Questa campagna viene da alcuni accorpata all’ottava crociata, da altri definita come “Nona Crociata”: tuttavia, non ebbe risultati significativi e fu considerata come l’ultima spedizione cristiana verso la Terra santa.

La battaglia di Poitiers, 732 d.C. Carlo Martello annienta gli arabi

La battaglia di Poitiers, o battaglia di Tours, (Battaglia del lastricato dei martiri nelle fonti arabe) è uno scontro avvenuto il 10 ottobre del 732 d.C, tra l’esercito del generale dei Franchi, Carlo Martello, e l’esercito arabo guidato da ʿAbd al-Raḥmān al servizio del califfato Ommayade.

La battaglia, che vide il pieno trionfo dei Franchi di Martello, fermò l’avanzata araba in Europa. Nonostante vi siano delle recenti discussioni, la battaglia di Poitiers è considerata una delle più importanti battaglie della storia del mondo.

La conquista araba dell’Europa: Spagna e Gallia

Nell’ottavo secolo d.C, la dinastia dei califfi Omayyadi, che aveva base in Nord Africa, aveva avviato la conquista dell’Europa. Tra il 711 e il 718 d.C, gli eserciti musulmani avevano già conquistato l’intera penisola iberica, sbaragliando i soldati cristiani che stavano rapidamente retrocedendo, soprattutto di fronte alla terribile cavalleria araba. 

Di lì a poco, gli arabi puntarono verso la regione della Gallia, odierna Francia. Nel 719 d.C, conquistarono la città di Narbonne, nonostante la fiera resistenza degli abitanti Visigoti. Poi, nel 720 d.C, si spostarono verso la regione dell’Aquitania, e nonostante la sconfitta del 721 nella battaglia di Tolosa, ripresero ad attaccare l’esercito del Granducato di Aquitania, ottenendo nel 732 una importante vittoria a Bordeaux.

Gli eserciti cristiani vennero messi in fuga, e il Duca della marca di Aquitania, Oddone, si rese conto di non essere in grado di fermare l’avanzata musulmana. Per questo motivo, nonostante gli fosse stato fino a quel momento nemico, Oddone richiese l’aiuto di Carlo Martello. 

Egli era il funzionario di Palazzo dei regni dei Franchi Merovingi di Austrasia, Burgundia (Borgogna) e Neustria. La sua principale attività era quella di guidare l’amministrazione dei regni, esercitando un potere quasi simile a quello del Re.  Ma Martello era anche un eccellente generale e, prevedendo che l’invasione araba avrebbe presto toccato anche il regno dei Franchi, accettò di aiutare militarmente Oddone, pretendendo però, prima di fornire aiuto, un formale atto di sottomissione da parte di quest’ultimo.

Battaglia di Poitiers, 732. L’esercito di Carlo Martello

Carlo Martello era un valente generale, che aveva a disposizione un esercito di primo ordine. Mentre per gran parte dell’epoca medievale gli eserciti venivano assoldati e reclutati a seconda delle esigenze,  gli uomini agli ordini di Carlo Martello facevano parte di una leva permanente.

Martello ottenne anche un finanziamento dal Papa per proteggere l’Europa cristiana dall’ invasione islamica, riuscendo a disporre di tutte le somme di denaro necessarie per organizzare la resistenza contro gli arabi. 

L’esercito di Martello era composto da veterani e soldati di carriera, particolarmente esperti, che combattevano per lui da almeno 10 anni. Il legame di fiducia con il loro generale era assoluto, e per questo motivo Carlo Martello disponeva di una grande quantità di uomini che avrebbero obbedito a qualsiasi suo ordine, con piena fiducia. 

I soldati avevano un equipaggiamento pesante che gli permetteva di sopportare bene i rigori dell’inverno, e gli uomini erano dotati di armi di prima categoria, come grosse spade, lance, giavellotti e asce.

La cronaca mozarabica, redatta da un anonimo cronista cristiano che visse esattamente al tempo del dominio Ommayade della Spagna, elenca con buona precisione le tribù che facevano parte dell’esercito di Carlo Martello.

I primi erano i soldati Franchi, germanici occidentali particolarmente abili nella guerra. C’erano poi i Gallo-Latini, popolazione che derivava dalla fusione tra gli antichi romani e le tribù celtiche della zona. Figuravano anche i Borgognoni, abitanti dell’odierna regione storica della Borgogna, in Francia. 

Vennero menzionati anche gli Alemanni, delle tribù germaniche occidentali che fin dai tempi dell’Impero romano costituivano guerrieri temibili. Vi erano i Bavari, altri Germani originali della Boemia, oltre alle “Genti della foresta nera“, agguerritissimi soldati che provenivano dalle fitte foreste germaniche sud-occidentali, che erano abituati a combattere nelle situazioni più estreme. Martello aveva anche a disposizione una cospicua cavalleria leggera visigota, che sarebbe stata perfetta per gli accerchiamenti.

Con questo esercito, nel 732 d.C, Carlo Martello iniziò la sua marcia contro gli arabi

Battaglia di Poitiers, 732. Carlo Martello insegue gli arabi

Carlo iniziò la sua manovra di avvicinamento all’esercito arabo. Il generale Franco scelse di evitare le principali strade romane, che avrebbero potuto esporlo a imboscate, ma preferì individuare e percorrere scorciatoie e strade secondarie per cogliere il nemico di sorpresa. 

L’esercito arabo, nel frattempo, dimostrò di sottovalutare ampiamente il pericolo dei Franchi, tanto che il loro generale ʿAbd al-Raḥmān non inviò nemmeno degli esploratori per battere le zone circostanti e individuare eventuali nemici nelle vicinanze. 

Mentre l’esercito arabo viaggiava verso il fiume della Loira, una parte dei soldati si staccò per razziare i territori circostanti alla ricerca di cibo e di bottino. Questo provocò tuttavia degli scontri con le popolazioni locali, durante i quali gli arabi contarono diverse perdite. Inoltre, l’esercito musulmano si caricò di un cospicuo quantitativo di gioielli e di denaro che avrebbero ritardato gli spostamenti e complicato le battaglie successive. 

Nel frattempo, la marcia del grosso dell’esercito arabo fu talmente lenta che i soldati ebbero l tempo di seminare il grano e di raccoglierlo nel corso dei mesi successivi, senza minimamente sospettare che un cospicuo contingente avversario si stava avvicinando.

Così, l’esercito di Carlo colse completamente impreparato il generale ʿAbd al-Raḥmān, che vide materializzarsi il nemico all’improvviso  e fu costretto a dare battaglia quando meno se lo aspettava.

Battaglia di Poitiers, 732: disposizione sul campo

I Franchi si dispongono con la fanteria pesante al centro
I Franchi si dispongono con la fanteria pesante al centro, la cavalleria nascosta nei boschi ai lati. Gli arabi con la fanteria leggera al centro e le cavallerie ai lati

Carlo Martello ebbe tutto il tempo per individuare il campo di battaglia più adatto ai suoi scopi e alle caratteristiche del suo esercito. In particolare, il generale Franco aveva individuato una zona sopraelevata, dove posizionò il grosso della sua fanteria pesante. 

In prima fila vennero disposti i fanti armati di asce, intervallati da contingenti di cavalleria, che si sarebbero occupati di combattere contro la fanteria araba. In seconda fila furono posizionati degli altri fanti dotati stavolta di picche e di giavellotti, con il compito di tenere a debita distanza la cavalleria nemica. Ai fianchi della seconda fila di fanteria vennero posizionati altri cavalieri, per evitare ogni possibilità di accerchiamento.

Ai lati, Martello era sicuro di non poter essere accerchiato: innanzitutto per la presenza di due fiumi che confluivano, il Claine e il Vienne. Inoltre, su entrambi i lati vi erano delle colline alberate, che impedivano ogni accerchiamento e che permettevano di nascondere numerosi soldati. Ogni collina fu popolata di cavalieri, debitamente nascosti. In particolare, sul suo fianco sinistro, venne posizionata la cavalleria di Oddone. 

Tali unità avrebbero potuto attaccare i fianchi degli arabi durante la loro carica, o in alternativa, avrebbero colpito il loro accampamento.

Sul fronte opposto, il generale Raḥmān posizionò al centro la fanteria leggera dotata di archi e sui lati, leggermente avanzate, due unità di cavalleria leggera. Subito dietro vennero disposti anche dei dromedari, il cui odore poteva spaventare e far imbizzarrire i cavalli. La formazione araba formò così una sorta di mezzaluna.

Raḥmān era perfettamente consapevole che Martello si trovava in vantaggio, in quanto la sua posizione era praticamente inattaccabile e il suo esercito sarebbe stato costretto a infilarsi all’interno di una trappola. Per sette giorni,  gli arabi cercarono un punto debole nello schieramento avversario,  senza trovarlo. 

Martello sapeva però che il codice di onore degli eserciti arabi impediva al generale di evitare una battaglia e di fuggire. Raḥmān fu infatti costretto ad attaccare alle condizioni dell’avversario.

Battaglia di Poitiers, 732: lo svolgimento

Gli arabi caricarono verso il centro dello schieramento nemico, sia con la fanteria leggera che con la cavalleria, la quale investì gli avversari di un enorme quantitativo di frecce e di giavellotti. Lo scontro fu ferocissimo, ma la fanteria di Martello non si scompose minimamente. 

Gli arabi tornarono indietro, adottando una classica tecnica “mordi e fuggi”: Raḥmān  diede ordine ai suoi uomini di ritirarsi, cercando di far credere all’avversario che il suo esercito fosse in rotta, fino a convincerlo a lasciare le posizioni per poi contrattaccare. Ma Martello aveva dato disposizioni estremamente precise ai suoi soldati, imponendogli di combattere sul posto senza muoversi, quel tanto che serviva per difendersi dagli attacchi.

Gli arabi eseguirono una serie indeterminata di attacchi e di ritirate, nessuna delle quali ottenne lo scopo nè di sfaldare la fanteria nemica nè di farla schiodare dalle sue posizioni.

Ad un certo momento, fu Martello a prendere l’iniziativa. Durante l’ennesimo attacco degli arabi, mentre la fanteria e la cavalleria di Raḥmān era impegnata in combattimento, Carlo fece uscire dal suo fianco sinistro, dalla collina alberata, un contingente di cavalleria che attaccò l’accampamento arabo, che conservava tutto il bottino radunato nei mesi di razzie precedenti.

Visto l’accaduto, una parte della cavalleria araba, benché impegnata nel combattimento, capendo che le ricchezze erano in pericolo, lasciò la battaglia e si precipitò alla difesa del denaro: la fanteria leggera, così, si ritrovò da sola e con pochissima cavalleria a protezione dei fianchi. 

Mentre le fanterie combattono, Martello fa attaccare dai cavalieri nascosti l'accampamento arabo
Mentre le fanterie combattono, Martello fa attaccare dai cavalieri nascosti l’accampamento arabo

Proprio in quel momento, capendo il momento di debolezza, Martello diede ordine alla cavalleria di Oddone, sempre nascosta tra gli alberi, di attaccare il fianco destro, per far collassare il contingente arabo.

Così, i fanti arabi, equipaggiati e armati alla leggera, soffrirono sia per i terribili colpi delle armi pesanti dei germani, sia per l’attacco della cavalleria sul lato destro.

I cavalieri arabi corrono ad aiutare l'accampamento, lasciando la fanteria scoperta.
I cavalieri arabi corrono ad aiutare l’accampamento, lasciando la fanteria scoperta. La cavalleria di Oddone sbuca dal lato destro e attacca il fianco arabo, provocando il collasso del contingente musulmano

La loro resistenza  fu presto stroncata, e i soldati arabi iniziarono a fuggire. Solo in quel momento, Martello diede ordine alla propria fanteria centrale di avanzare per inseguire il nemico.

La fuga si trasformò in una carneficina assoluta: Raḥmān  venne raggiunto dal nemico e abbattuto sul campo di battaglia. Secondo alcune fonti, fu il generale Carlo Martello in persona a ucciderlo, ma probabilmente questo dettaglio fa parte della propaganda franca.

La disfatta di Poitiers arrestò in maniera sensibile l’avanzata araba in Europa, e la conquista del continente europeo subì una considerevole battuta d’arresto.

La battaglia di Poitiers, 732. Il dibattito sull’importanza della battaglia di Poitiers

La battaglia di Poitiers è stata considerata per secoli come una delle più importanti battaglie della storia Europea, che da sola pose fine all’invasione araba del continente. Diversi storici occidentali, e soprattutto la Cronaca Mozarabica composta nel 754 d.C, confermano l’enorme impatto sulla storia della vittoria Franca a Poitiers.

Anche altri storici, fra cui Gibbon, Kurt, Hans e Dellbruk, ritengono che la battaglia di Poitiers abbia influito su tutta la storia successiva.

Altri invece, tendono a considerare la battaglia di Poitiers come ampiamente sopravvalutata e ritengono di dover ridimensionare la sua importanza. Alessandro Barbero, in una conferenza del 2014, ha riportato la tesi secondo cui gli arabi volevano semplicemente razziare le ricchezze del Monastero di San Martino a Tours, senza velleità di conquistare l’intera Europa.

Anche Franco Cardini ritiene che l’importanza di Poitiers sia sostanzialmente un mito costruito nel corso dei secoli, soprattutto dalla propaganda dei Franchi e dal papato,  che aveva contribuito anche economicamente all’andamento della guerra.

Presso le fonti arabe si trovano più o meno le stesse interpretazioni. Kalid Blankinship, storico americano che ha studiato attentamente le fonti arabe sulla battaglia, ha confermato che anche per i musulmani la sconfitta di Poitiers ha determinato il declino del califfato Ommayade e la fine della conquista dell’Europa.

Vi è però da considerare che un importante autore arabo del XIII secolo, Ibn Idhari al-Marrakushi, nella sua “Storia del Maghreb”  cita la battaglia come “Battaglia della strada (o del lastricato) dei Martiri.” 

Anche se il nome può sembrare altisonante, tante altre battaglie vennero definite come battaglie dei “Martiri “, e questo potrebbe testimoniare che per una parte del mondo musulmano, tale scontro fu considerato alla stregua di tanti altri, senza quella fondamentale importanza che gli attribuiscono gli europei.

Riapre il teatro antico di Ercolano

Dell’antico Teatro si erano perse le tracce, sepolto dall’eruzione del 79 d.C. ma nel Settecento fu il primo monumento ad essere esplorato tra tutti i siti vesuviani colpiti dal cataclisma fino a diventare una tappa del Grand Tour, scelta da viaggiatori provenienti da ogni parte d’Europa.

A venticinque metri di profondità, è una cerniera tra la città antica e quella moderna luogo privilegiato che unisce il Parco archeologico con la città sovrastante del mercato dei vestiti usati di Pugliano e il suo centro storico. ”Un luogo straordinario che è il punto di partenza per andare a visitare e scoprire il resto della città di Ercolano” ha detto il direttore del Parco archeologico Francesco Sirano durante la visita in anteprima alla stampa ”Ci troviamo nel punto in cui è nata l’archeologia occidentale e moderna: con la data del 1738 cominciano gli scavi sistematici proprio dal sito del Teatro. Qui viene sperimentata una forma innovativa di documentazione che non era stata realizzata fino ad allora: qui, ad esempio, viene realizzato un plastico del 1802 che è basato su quello del Settecento che era stato rovinato da un incendio, e che noi esponiamo”.

L’antico e il moderno strettamente legati a doppio filo. ”Con questa riapertura vogliamo sensibilizzare i nostri cittadini – ha aggiunto il sindaco di Ercolano, Ciro Buonajuto -. Attraverso il turismo e la nostra storia Ercolano può rinascere e soprattutto creare con le sue bellezze tanti posti di lavoro di cui il Meridione ha gran bisogno”. Piccolo gioiello di età augustea, incastonato nelle viscere della terra, il Teatro fu scoperto per caso ai primi del Settecento dal contadino Ambrogio Nucerino, detto Enzechetta, che scavando un pozzo si imbattè in resti antichi. 

Ancien Régime o Antico Regime cos’è

L’Ancien Régime noto anche come Vecchio Regime, era il sistema politico e sociale del Regno di Francia dal tardo medioevo fino alla Rivoluzione francese iniziata nel 1789, che abolì il sistema feudale della nobiltà francese e la monarchia ereditaria.

La dinastia dei Valois regnò durante l’Ancien Régime fino al 1589 e fu poi sostituita dalla dinastia dei Borbone. Il termine è usato occasionalmente per riferirsi ai sistemi feudali simili in Europa come quello della Svizzera.

Le strutture amministrative e sociali dell’Ancien Régime in Francia si sono evolute durante anni di definizione dello stato, atti legislativi e conflitti interni. I tentativi della dinastia Valois di riformare e ristabilire il controllo sui centri politici sparsi del paese furono ostacolati dalle guerre degli ugonotti, dette anche guerre di religione, dal 1562 al 1598.

Durante la dinastia borbonica, gran parte del regno di Enrico IV e Luigi XIII e i primi anni di Luigi XIV sono focalizzati sulla centralizzazione amministrativa. Nonostante la nozione di “monarchia assoluta” e gli sforzi per creare uno stato centralizzato, l’Ancien Régime è rimasto un paese di irregolarità sistemiche, divisioni amministrative, legali, giudiziarie ed ecclesiastiche e le prerogative si sovrapponevano spesso, mentre la nobiltà francese lottava per mantenere i propri diritti in materia di governo locale e giustizia, e potenti gruppi interni protestavano contro questa centralizzazione.

La spinta alla centralizzazione riguardava direttamente le questioni delle finanze reali e la capacità di fare la guerra. I conflitti interni e le crisi dinastiche del XVI e XVII secolo tra cattolici e protestanti, il conflitto familiare interno degli Asburgo e l’espansione territoriale della Francia nel XVII secolo richiedevano tutte grandi somme, che dovevano essere raccolte da tasse, come la tassa fondiaria e la tassa sul sale, la gabella, e dai contributi di uomini della nobiltà.

Una chiave per la centralizzazione fu la sostituzione dei sistemi di patronato personale, che erano stati organizzati attorno al re e ad altri nobili, con sistemi istituzionali costruiti attorno allo stato. Le nomine degli intendenti, rappresentanti del potere regio nelle province, minano notevolmente il controllo locale da parte dei nobili regionali. La stessa cosa è stata mostrata dalla corte reale alla nobiltà come giudici e consiglieri reali. La creazione dei parlamenti regionali aveva lo stesso obiettivo iniziale, di facilitare l’introduzione del potere regio nei territori appena assimilati, ma come i parlamenti acquisirono sicurezza di sé, iniziarono a diventare fonti di divisione.

L’amministrazione dell’Ancient Régime

Nonostante gli sforzi dei re per creare uno stato centralizzato al di fuori delle province, la Francia rimase ancora un mosaico di privilegi locali e differenze storiche. Il potere arbitrario del monarca era molto limitato da particolarità storiche e regionali. Le divisioni e le prerogative amministrative, legali, giudiziarie ed ecclesiastiche si sovrapponevano frequentemente, ad esempio, i vescovati e le diocesi francesi raramente coincidevano con le divisioni amministrative.

Alcune province e città avevano ottenuto privilegi speciali, come aliquote più basse per la gabella o altrimenti detta tassa sul sale. La Francia meridionale era governata da un diritto scritto adattato dal sistema giuridico romano, ma la Francia settentrionale utilizzava il diritto comune, che fu codificato nel 1453 in forma scritta.

Il rappresentante del re nelle sue province e città era il governatore. Ufficiali reali scelti dalla più alta nobiltà, governatori provinciali e cittadini erano posizioni prevalentemente militari incaricate della difesa e della polizia. I governatori provinciali, detti anche luogotenenti generali, avevano anche la capacità di convocare parlamenti provinciali, tenute provinciali e organi comunali.

Il titolo di governatore apparve per la prima volta sotto Carlo VI. L’ordinanza di Blois del 1579 ridusse il loro numero a 12 e un’ordinanza del 1779 aumentò il loro numero a 39, con 18 governatori di prima classe e 21 governatori di seconda classe. Sebbene in linea di principio fossero i rappresentanti del re e le loro cariche potessero essere revocate per volontà del re, alcuni governatori si erano insediati come dinastia provinciale.

I governatori furono all’apice del loro potere dalla metà del XVI alla metà del XVII secolo. Il loro ruolo nei disordini provinciali durante le guerre civili portò il cardinale Richelieu a creare le cariche di intendenti di finanza, polizia e giustizia e nel XVIII secolo il ruolo dei governatori provinciali fu notevolmente ridotto.

Le finanze statali

La gabella
La Gabella

Il desiderio di una riscossione delle tasse più efficiente fu una delle principali cause della centralizzazione amministrativa francese durante la prima età moderna. Il taille divenne una delle principali fonti di reddito reale. Erano esentati il clero e i nobili, ad eccezione delle terre non nobili detenute nei pays d’état, ufficiali della corona, personale militare, magistrati, professori universitari e studenti.

Le province erano di tre tipi, il pays d’élection, il pays d’état e il pays d’imposition. Nei pays d’élection l’accertamento e la riscossione delle tasse erano affidato a funzionari eletti e l’imposta era generalmente “personale” e quindi era assegnata a persone non nobili.

Nei pays d’état, Bretagna, Linguadoca, Borgogna, Alvernia, Béarn, Delfinato, Provenza e porzioni della Guascogna, come Bigorre, Comminges e Quatre-Vallées, erano province di recente acquisizione che erano state in grado di mantenere una certa autonomia locale in termini di tassazione, l’accertamento dell’imposta era stabilito dai comuni e l’imposta era generalmente “reale” e quindi era annessa alle terre non nobili. I pays d’imposition erano terre di recente conquista che avevano le proprie istituzioni storiche locali, ma la tassazione era supervisionata dall’intendente reale.

Fino alla fine del XVII secolo gli esattori delle tasse erano chiamati receveurs. Nel 1680 fu istituito il sistema della Ferme générale, un’operazione di sostituzione doganale e accise in cui i privati ​​acquistavano il diritto di riscuotere il taille per conto del re, attraverso appalti della durata di sei anni. I maggiori esattori delle tasse in quel sistema erano conosciuti come i fermiers généraux (“contadini generali”).

Il taille era solo una di una serie di tasse. Esistevano anche il taillon, una tassa per scopi militari, una tassa nazionale sul sale, la gabella, tariffe nazionali su vari prodotti (vino, birra, olio e altri beni), tariffe locali su prodotti speciali (la douane ) o riscosse sui prodotti che entrano in città (gli octroi ) o venduti in occasione di fiere e tasse locali. Infine, la chiesa beneficiava di una tassa o decima obbligatoria, il dîme.

Luigi XIV creò diversi sistemi fiscali aggiuntivi, inclusa la capitazione, che iniziò nel 1695 e toccò ogni persona, compresi i nobili e il clero, sebbene l’esenzione potesse essere acquistata per una grande somma una tantum e la “dixième”, che decretava l’appoggio all’esercito e costituiva una vera e propria imposta sul reddito e sul valore degli immobili. Nel 1749, sotto Luigi XV, una nuova tassa basata sul dixième, il vingtième, fu promulgata per ridurre il deficit reale e continuò per il resto dell’Ancien Régime.

La giustizia nell’Ancient Regime

Tribunali inferiori

La giustizia nelle terre delle signorie, comprese quelle detenute dalla chiesa o all’interno delle città, era generalmente supervisionata dal signore o dai suoi ufficiali delegati. Dal XV secolo, gran parte della competenza legale del signore era stata assegnata ai bailliages o sénéchaussées e ai présidiaux, lasciando solo gli affari relativi ai diritti e ai doveri signorili e piccoli affari della giustizia locale. Solo alcuni signori, quelli con il potere di alta giustizia, la giustizia signorile era divisa in giustizia “alta” “media” e “bassa”, potevano emanare la pena di morte e solo con il consenso dei présidiaux.

I crimini di diserzione, rapina in strada o essere mendicanti erano sotto la supervisione del prévôt des maréchaux, che esigeva giustizia rapida e imparziale. Nel 1670, la loro competenza era supervisionata dai présidiaux.

Il sistema giudiziario nazionale era composto da tribunali divisi in bailliages e sénéchaussées. I tribunali erano circa 90 nel XVI secolo e molti di più alla fine del XVIII secolo, erano supervisionati da un luogotenente generale e erano suddivisi in:

prévôtés supervisionati da un prévôt, o in vicomté sotto la supervisione di un visconte in châtellenies sotto la supervisione di un châtelain, o, nel sud, in vigueries o baylies sotto la supervisione di un viguier o di un bayle.
Nel tentativo di ridurre il carico di casi, ad alcuni bailliage furono conferiti poteri estesi da Enrico II di Francia, chiamati présidiaux.

Le corti superiori

I cours souveraines, o tribunali superiori, le cui decisioni potevano essere revocate solo dal “re nel suo consiglio”.

  • Parlements
  • Conseils souverains
  • Cours des aides
  • Chambre des comptes
  • Cours des monnaies
  • Grand Conseil

Uno dei principi consolidati della monarchia francese era che il re non poteva agire senza il parere del suo Consiglio, e la formula “le roi en son conseil” esprimeva quell’aspetto deliberativo. L’amministrazione dello stato francese nella prima età moderna ha attraversato una lunga evoluzione, un vero apparato amministrativo, basato sulla vecchia nobiltà, sulla nuova nobiltà cancelliera e sui professionisti amministrativi, è stato sostituito al sistema clientelare feudale.

Consiglio del Roi

Sotto Carlo VIII e Luigi XII, il Conseil du Roi (Consiglio del Re) era dominato da membri di una ventina di famiglie nobili o ricche. Sotto Francesco I il numero dei consiglieri salì a circa 70. Gli incarichi più importanti alla corte furono quelli dei Grandi Ufficiali della Corona di Francia, guidati dal connétable, capo militare del regno, fino alla sua eliminazione nel 1627 e dal cancelliere.

L’amministrazione reale durante il Rinascimento era divisa tra un piccolo consiglio di 6 membri per importanti questioni di stato e un consiglio più grande per i giudizi o affari finanziari. Francesco I fu talvolta criticato per aver fatto troppo affidamento su un piccolo numero di consiglieri, ed Enrico II, Caterina de’ Medici e i loro figli si trovarono spesso incapaci di negoziare tra le opposte famiglie Guise e Montmorency nel loro consiglio.

Nel tempo, l’apparato decisionale del consiglio è stato suddiviso in diversi consigli reali. I suoi sotto consigli possono essere generalmente raggruppati come “consigli di governo”, “consigli finanziari” e “consigli giudiziari e amministrativi”.

L’amministrazione reale nelle province era stata il ruolo dei bailliages e delle sénéchaussées nel Medioevo, ma questo declinò all’inizio del periodo moderno e alla fine del XVIII secolo i bailliages svolgevano solo una funzione giudiziaria. La principale fonte del potere amministrativo reale nelle province nel XVI e all’inizio del XVII secolo cadde sui governatori, posizioni che erano state a lungo ricoperte solo dalle famiglie di rango più alto in il reame. Con le guerre civili della prima età moderna, il re si rivolse a emissari più trattabili e sottomessi, il che causò la crescita degli intendenti provinciali sotto Luigi XIII e Luigi XIV.

La religione

Il clero
Il clero

La monarchia francese era totalmente legata alla Chiesa cattolica, e i teorici francesi del diritto divino dei re e del potere sacerdotale nel Rinascimento avevano reso espliciti quei legami. Enrico IV poté salire al trono solo dopo aver abiurato il protestantesimo. Il potere simbolico del monarca cattolico era evidente nella sua incoronazione, il re veniva unto con olio benedetto a Reims e si credeva popolarmente che potesse curare la scrofola mediante l’imposizione delle mani, accompagnata dalla formula “il re tocca te, ma Dio ti guarisce”.

Nel 1500, la Francia aveva 14 arcivescovadi, Lione, Rouen, Tours, Sens, Bourges, Bordeaux, Auch, Tolosa, Narbonne, Aix-en-Provence, Embrun, Vienne, Arles e Reims e 100 vescovati. Nel XVIII secolo, arcivescovati e vescovati si erano espansi fino a un totale di 139. I livelli superiori della chiesa francese erano costituiti prevalentemente da antica nobiltà, sia da famiglie provinciali che da famiglie della corte reale, e molti degli uffici erano diventati de facto possedimenti ereditari, con alcuni membri che possedevano più cariche. Oltre ai feudi che i membri della chiesa possedevano come signori, la chiesa possedeva anche terre signorili a pieno titolo e su di esse governava.

Altri poteri temporali della chiesa includevano un ruolo politico come primo stato negli “États Généraux” e negli “États Provinciaux” e nei Concili o Sinodi provinciali convocati dal re per discutere di questioni religiose. La chiesa rivendicava anche la prerogativa di giudicare alcuni crimini, in particolare l’eresia. Infine, abati, cardinali e altri prelati furono spesso impiegati dai re come ambasciatori, membri dei suoi consigli e in altri incarichi amministrativi.

La Controriforma vide la Chiesa francese creare numerosi ordini religiosi, come i Gesuiti, e apportare grandi miglioramenti alla qualità dei suoi parroci; i primi decenni del Seicento furono caratterizzati da una massiccia effusione di testi devozionali e di fervore religioso. Sebbene l’ Editto di Nantes consentisse l’esistenza di chiese protestanti nel regno, i successivi ottant’anni videro i diritti degli ugonotti lentamente spogliati, fino a quando Luigi XIV revocò l’editto nel 1685.

Sebbene la chiesa sia stata attaccata nel XVIII secolo dai filosofi dell’Illuminismo e il reclutamento del clero e degli ordini monastici sia diminuito dopo il 1750, i dati mostrano che nel complesso la popolazione è rimasta profondamente cattolica. Alla vigilia della rivoluzione, la chiesa possedeva oltre il 7% della terra del paese e generava entrate annuali molto cospicue.

La struttura sociale

La Chiesa cattolica controllava circa il 40% della ricchezza, che era vincolata a dotazioni a lungo termine che potevano essere aggiunte ma non ridotte. Il re, non il papa, nominava vescovi, ma in genere doveva negoziare con famiglie nobili che avevano stretti legami con i monasteri locali e le istituzioni ecclesiastiche.

La nobiltà era seconda in termini di ricchezza, ma non c’era unità. Ogni nobile aveva le proprie terre, la propria rete di collegamenti regionali e la propria forza militare.

Le città avevano uno status quasi indipendente ed erano in gran parte controllate dai principali mercanti e corporazioni. Parigi era di gran lunga la città più grande, con 220.000 persone nel 1547 e una storia di crescita costante. Lione e Rouen avevano ciascuna circa 40.000 abitanti, ma Lione aveva una potente comunità bancaria e una cultura vivace. Bordeaux fu la successiva, con solo 20.000 abitanti nel 1500.

Contadini

Contadini nell'Ancien Regime
Contadini nell’Ancien Regime

I contadini costituivano la stragrande maggioranza della popolazione, che in molti casi aveva diritti consolidati, che le autorità dovevano rispettare. Nel 1484, circa il 97% dei 13 milioni di francesi vivevano in villaggi rurali. Nel 1700, almeno l’80% della popolazione di 20 milioni di persone erano contadini.

Nel XVII secolo, i contadini avevano legami con l’economia di mercato, fornivano gran parte dell’investimento di capitale necessario per la crescita agricola e cambiavano frequentemente villaggi o città. La mobilità geografica , direttamente legata al mercato e alla necessità di capitale di investimento, è stata la via principale della mobilità sociale. Il nucleo “stabile” della società francese, le corporazioni cittadine e i lavoratori dei villaggi, includeva casi di sconcertante continuità sociale e geografica, ma anche quel nucleo richiedeva un rinnovamento regolare.

Storia dell’Ucraina. Dalle origini alla guerra del Donbas

L’Ucraina è un territorio da sempre conteso da diverse popolazioni: da un continuo andirivieni di tribù di ceppo iranico nel mondo antico, l’Ucraina è stata occupata dalla Rus’ di Kiev, uno dei principali stati monarchici medievali.

Il territorio venne poi conteso tra la confederazione polacco-lituana e i cosacchi, fino all’intervento della Russia. L’Ucraina, entrata nell’orbita dell’Unione Sovietica, subì poi la dominazione dell’Unione Sovietica attraversando anche la drammatica carestia dell’Holodomor, che è stata riconosciuta dalla maggior parte degli studiosi come un crimine contro l’umanità perpetrato da Stalin.

Dopo l’invasione dei nazisti nel corso della Seconda Guerra Mondiale, e aver subìto un olocausto sul territorio, anche grazie ad alcuni collaborazionisti ucraini, e dopo gli eccidi contro i polacchi a opera dell’Esercito Insurrezionale Ucraino, divenne uno Stato indipendente in seno alla dissoluzione della Unione Sovietica.

Gli ultimi presidenti si sono alternati tra filorussi e filo-occidentali,  con politiche tra loro diverse fino all’invasione della Crimea da parte della Russia e ad alcuni scontri con separatisti dei distretti del Donetsk e del Luhansk che si sono evoluti in una guerra civile, ancora in corso, fino all’invasione russa guidata da Vladimir Putin.

TUTTA LA STORIA DELL’UCRAINA IN VIDEO

Storia dell’Ucraina: dalle origini alla tragedia dell’Holodomor

Storia dell’Ucraina: dalla Seconda Guerra Mondiale alla guerra nel Donbass e con la Russia

Il periodo antico e le diverse tribù in Ucraina

La storia antica dell’Ucraina è dominata da una serie di tribù e di popolazioni che si sconfissero l’una con l’altra e molto spesso presero il posto di civiltà precedenti.

Uno dei più antichi popoli attestati nel territorio dell’odierna Ucraina fu quello dei Cimmeri, popolazione indoeuropea organizzata in tribù, che occuparono la zona nel XI secolo a.C. Nel VII secolo a.C, gli Sciti, altri nomadi indoeuropei di ceppo iranico, cacciarono i Cimmeri e costituirono il regno di Scizia. Oggi, di quel regno antico e moderatamente potente, rimangono alcuni tumuli funebri noti come Kurgan.

Gli Sciti vennero cacciati successivamente dai Sarmati, a loro volta allontanati dai Goti e, contemporaneamente alla caduta dell’impero romano d’Occidente, dagli Unni, che nel 370 d.C presero saldamente il controllo del territorio.  Più tardi, nel 630 d.C, un’altra popolazione, i Protobulgari, dei seminomadi guerrieri di origine turco-iranica, dominarono il territorio costituendo il Khanato protobulgaro, guidato dalla figura del Khan, un termine che nella cultura asiatica indica il principe, il Monarca.

Nel 668 d.C, il territorio venne conquistato dai Cazari, altri seminomadi guerrieri, i quali subirono la migrazione dei Magiari, gli antenati degli ungheresi, ma che stavolta furono in grado di assimilarli all’interno della loro società senza scontri. Non vi sono delle fonti ufficiali, ma secondo delle leggende popolari raccolte da uno dei più grandi storici ucraini, Mykhalo Hruševs’kyj,  fu esattamente in questo periodo che nacque la città di Kiev, attraversata dal fiume Dnepr,  che divenne rapidamente il principale centro abitato del territorio.

La Rus’ di Kiev

Dopo una parentesi caratterizzata dal dominio di nomadi turchi noti come Peceneghi, nel Medioevo e precisamente nel 882 d.C, Oleg di Novgorod, principe della popolazione dei Variaghi scandinavi, conquistò Kiev e le zone attorno, favorendo l’immigrazione di una grande quantità di popoli norreni.  Nei decenni successivi si aggiunsero delle tribù scandinave e delle popolazioni slave che andarono ad arricchire il territorio e la sua economia. In quel periodo, Kiev conobbe una importante crescita come centro per i commerci di tutta la zona.

La Rus' di Kiev
La Rus’ di Kiev

Si formò così un vero e proprio stato monarchico medievale noto come Rus’ di Kiev.  

Quello stato conobbe rapidamente una buona crescita economica e militare, diventando uno dei principali attori dell’Europa medievale. Addirittura, nel 941 d.C, la Rus’ fu in grado di dichiarare guerra all’Impero bizantino: il principe Igor di Kiev sbarcò con la sua flotta sulle coste della Bitinia e avviò una guerra di quattro anni contro l’Impero Bizantino.

Gli scontri furono piuttosto sanguinosi e terminarono con un trattato tra i due stati, anche grazie al pagamento da parte dell’Impero bizantino di una cospicua somma di denaro per comprare la pace.

Nel corso del XI secolo d.C la rus’ di Kiev era la confederazione più grande d’Europa, ed esattamente in questo periodo nacque il nome di “Ucraina”: il primo significato è quello di “Entroterra” ma ben presto fu aggiornato con l’accezione di “Terra di passaggio” o “Terra di confine”. 

Un importante punto di svolta per la Rus’ fu lo sviluppo del Cristianesimo, introdotto dal sovrano Vladimir Il Grande.  Sì verificò dunque una conversione religiosa di massa che unificò ulteriormente le popolazioni. Tuttavia, una serie di rivolte e di lotte politiche interne cominciarono a flagellare il territorio: la capitale, Kiev, venne conquistata e persa più volte in poco tempo, in quello che si configurava pienamente come il declino della Rus’ di Kiev.

L’invasione dei mongoli

L'invasione dei mongoli
L’invasione dei mongoli

Il colpo di grazia a quello stato monarchico medievale venne dato, nel XIII secolo, dall’arrivo dei Mongoli: la capitale Kiev venne conquistata e messa a ferro e a fuoco, le popolazioni furono massacrate e scapparono in massa.  Delle cronache che ci sono giunte da Giovanni dal Pian del Carpine, un intellettuale e missionario francescano italiano, ci riferiscono di una Kiev  dominata dalla desolazione, dai teschi dei morti che erano sparsi per le strade e da circa 200 famiglie, le sole rimaste delle migliaia che popolavano la capitale.

I Mongoli imposero il pagamento del tributo a tutto ciò che rimaneva della Rus’di Kiev, soprattutto alle regioni della Galizia e della Volinia.  Il dominio di quest’ultimi venne però messo in discussione, nel XIV secolo, dagli eserciti della Polonia e della Lituania, che con una serie di sanguinosi scontri, furono in grado di cacciare l’esercito mongolo.

L’Ucraina entrò dunque in un nuovo periodo caratterizzato dal potere della Lituania e della Polonia.

Dal Granducato di Lituania all’oppressione polacca

Inizialmente, la zona fu sottoposta al controllo prevalente del Granducato di Lituania: gli ucraini vennero trattati in maniera positiva. I loro aristocratici potevano occupare posizioni di potere all’interno del Granducato, si diffuse il Cristianesimo ortodosso e fu concesso di parlare liberamente ucraino e di coltivare la cultura Ucraina senza problemi, in un ottimo esempio di collaborazione tra lituani e popolazioni del luogo.

Successivamente, il potere si spostò nelle mani della corona di Polonia: il trattamento riservato all’Ucraina si modificò radicalmente. Si verificarono immigrazioni di massa di tedeschi, ebrei ed ulteriori popolazioni lituane. Gli ucraini vennero confinati, anche geograficamente, all’interno della regione ed iniziò da parte dei polacchi una oppressione evidente e a tratti spietata.

La situazione precipitò quando gli ucraini, sfiniti dalla discriminazione perpetrata dai polacchi, iniziarono a organizzare delle ribellioni di massa, supportate dai Moldavi, che furono incarnate al meglio da Petro Mukha,  uno dei protagonisti della Resistenza Ucraina contro i polacchi.

La confederazione polacco lituana e la lotta contro i cosacchi

Nonostante i tentativi di ribellione e d’indipendenza, il potere della Polonia e della Lituania era ancora molto forte sul territorio. Con il Trattato di Lublino, del 1569, la Polonia e la Lituania costituirono una vera e propria federazione,  che controllava direttamente anche tutti i territori dell’Ucraina.

Trattato di Lublino
Trattato di Lublino

Una massa di contadini polacchi cattolici, cominciò a prendere possesso forzatamente dei terreni ucraini. Se l’aristocrazia Ucraina accettò i nuovi arrivati e soprattutto la loro religione cattolica, la gran parte dei contadini ucraini non sopportava né l’oppressione dei polacchi né, essendo cristiani ortodossi, il loro cattolicesimo.

Così, si organizzarono in gruppi noti come cosacchi: contadini-guerrieri che lottavano contro i polacchi per la Libertà dell’Ucraina.

Inizialmente la confederazione polacco lituana, resasi conto dell’efficienza dei cosacchi, li arruolò all’interno del loro esercito regolare per difendere i confini del territorio, anche contro le pressioni della Russia. I cosacchi servirono fedelmente, soprattutto per evitare l’intromissione di nuove entità all’interno della zona.

Ma quando, dopo aver servito militarmente per la confederazione, chiesero nuovamente a gran voce l’autonomia, la confederazione polacco lituana li confinò a “Servi della gleba”, senza alcuna possibilità di riscatto.

Ricominciarono dunque le ribellioni da parte dei cosacchi, che nel frattempo si organizzarono in uno stato noto come Etmanato:  nel 1648, i cosacchi si trovavano tuttavia in una situazione molto delicata. Non solo dovevano combattere contro i polacchi ma anche contro le intromissioni dei Turchi ottomani. Per questo motivo, pensarono di ottenere l’appoggio della nazione più potente del territorio, la Russia.

Con il Trattato di Peryeslav,  i cosacchi giurarono fedeltà allo Zar Alessio I di Russia, in cambio di un appoggio nella lotta contro i polacchi.  In questo modo, grazie all’apporto del nuovo potente alleato, si scatenarono altri 13 anni di guerra contro la confederazione polacco lituana.

Tuttavia, al termine del conflitto, la federazione polacco lituana prese l’iniziativa: venne dunque organizzato un accordo tra polacchi, lituani e russi, dove i cosacchi non vennero nemmeno invitati a partecipare. In quella situazione, il territorio venne spartito secondo le esigenze delle grandi potenze. La Russia ottenne il controllo della parte orientale, polacchi e lituani mantennero il potere sulla zona più occidentale dell’ Ucraina mentre l’Etmanato autonomo dei cosacchi venne riconosciuto come indipendente.

In realtà, l’Etmanato fu sottoposto alla crescente oppressione e ingerenza dei russi: i cosacchi presero nuovamente le armi per opporsi alla Russia, ma questa volta i loro eserciti vennero rapidamente annientati e la loro resistenza stroncata.

Il nazionalismo ucraino contro la Russia

TUTTA LA STORIA DELL’UCRAINA IN VIDEO

Storia dell’Ucraina: dalle origini alla tragedia dell’Holodomor

Storia dell’Ucraina: dalla Seconda Guerra Mondiale alla guerra nel Donbass e con la Russia

Nell’Ottocento, la situazione si era modificata: la parte più occidentale dell’Ucraina era ora sotto il controllo dell’impero austro-ungarico mentre la zona a est era dominata dai russi.  In questo periodo, nacque un profondo sentimento nazionalista ucraino, coltivato da una intera generazione d’intellettuali. Questo movimento culturale preoccupò in maniera particolare la Russia, che temeva delle nuove ribellioni. 

La Russia decise dunque di stroncare questo nazionalismo, impedendo la diffusione della cultura Ucraina e vietando di studiare e di parlare l’ucraino in quei territori.  Alcuni intellettuali cedettero alle pressioni adeguandosi a una propaganda filorussa, mentre altri, scappati in esilio per proteggere la propria sicurezza, continuarono a coltivare il sentimento d’indipendenza dell’Ucraina.

Questi movimenti portarono tra il 1917 e il 1920 allo scoppio di un caos completo in tutta la regione. Gran parte degli storici moderni concordano nel definire questo periodo come l’esempio più riuscito di completa e totale anarchia. Decine di fazioni diverse, ucraini, russi, cosacchi, correnti interne ai singoli movimenti politici, si contendevano il controllo del territorio. Ben sei eserciti differenti lottavano costantemente nelle principali città e in un solo anno la capitale Kiev venne conquistata e persa per cinque volte.

Il risultato di queste straordinarie lotte fu la costituzione di due entità: la prima era nota come “Territorio libero dell’Ucraina “. Si trattava di una società completamente anarchica e apolide, dove non esisteva un governo, né leggi né istituzioni, e che veniva tecnicamente autogestita direttamente dalla popolazione.

La seconda zona, venne invece costituita come “Repubblica socialista Sovietica dell’Ucraina”, che in breve tempo entrò nell’orbita dell’Unione Sovietica.

La tragedia dell’Holodomor

Museo nazionale del Genocidio dell'Holodomor
Museo nazionale del Genocidio dell’Holodomor

La parte dell’Ucraina entrata sotto il controllo dell’Unione Sovietica subì tra il 1932 e il 1933 una gravissima ed improvvisa carestia. Il cibo scarseggiava ovunque e nel corso di un solo anno morirono tra le 6 e le 8 milioni di persone, di cui 5 milioni solamente ucraine.  I racconti del tempo mostrano migliaia di persone che fuggono dai loro territori alla ricerca di cibo, morti per le strade, episodi di cannibalismo, situazioni estreme.

TUTTA LA STORIA DELL’UCRAINA IN VIDEO

Storia dell’Ucraina: dalle origini alla tragedia dell’Holodomor

Storia dell’Ucraina: dalla Seconda Guerra Mondiale alla guerra nel Donbass e con la Russia

Proprio in quegli anni, nei decenni successivi ed ancora ai giorni nostri, l’Ucraina ha tuttavia lanciato una grandissima accusa: quella carestia non fu provocata da eventi meteorologici avversi o da condizioni puramente naturali, ma venne imposta dal capo dell’Unione Sovietica di allora, Iosif Stalin, all’interno del suo progetto politico d’industrializzazione dell’Unione Sovietica. 

Quella carestia, fu dunque organizzata da Stalin anche per punire coloro che non collaboravano al nuovo corso che si voleva imprimere all’Unione Sovietica.  Secondo queste denunce, Stalin avrebbe volontariamente requisito il cibo destinato alle popolazioni ucraine, imponendo l’interruzione dei rifornimenti e causando la fame e la morte di milioni di persone.

La comunità internazionale ha reagito in maniere diverse di fronte a queste denunce: gli Stati Uniti, con una risoluzione della loro congresso, hanno immediatamente riconosciuto l’Holdomor come un crimine contro l’umanità. Anche l’Organizzazione delle Nazioni Unite, con una dichiarazione ufficiale e il Parlamento Europeo, confermano che l’Holodomor fu un atto volontario portato avanti dalle politiche di Stalin.

La maggior parte degli storici ritiene assolutamente sufficienti le prove finora raccolte per definire quella carestia come un atto voluto e criminale nei confronti del popolo ucraino. 

Solo una piccola parte degli studiosi ritiene che l’Holodomor sia una propaganda Ucraina, mentre alcuni stati come Germania, Francia e Italia, sebbene abbiano votato a favore nei consessi internazionali, non hanno ancora riconosciuto l’Holodomor come crimine contro l’umanità nei rispettivi parlamenti.

L’Ucraina durante la Seconda Guerra Mondiale

Invasione Ucraina nazisti

Nel 1941, le forze dell’Asse, e prevalentemente la Germania e l’Italia, avviarono l'”Operazione Barbarossa”, che prevedeva l’invasione dell’Unione Sovietica aprendo il cosiddetto “fronte orientale.” In quella situazione, i tedeschi invasero anche l’Ucraina.

La reazione degli ucraini fu duplice: una parte identificò immediatamente i soldati tedeschi della Wermacht come degli oppressori e degli invasori, dando luogo ad una lotta partigiana condotta con metodi di guerriglia. 

Un’altra parte degli ucraini, vide invece nei tedeschi dei possibili liberatori dall’influenza e dal potere dell’Unione Sovietica, schierandosi a fianco dell’esercito tedesco e collaborando militarmente con le loro azioni.  Fu questo contingente, costituito in parte dell’esercito tedesco e in parte dai collaborazionisti ucraini, che perpetrò l’olocausto degli Ebrei nel paese. Un milione e mezzo di ebrei vennero deportati e uccisi, ammassati in fosse comuni, nel più grande sterminio mai verificato nel territorio dell’Ucraina.

Negli anni immediatamente successivi, una parte degli ucraini che avevano collaborato con i tedeschi iniziò a rendersi conto che questi non si ponevano come dei liberatori, ma che erano semplicemente dei nuovi oppressori e invasori. Si sviluppò quindi una nuova corrente guidata dai generali Bandera e Sucevic.

Questo nuovo movimento si proponeva d’istituire una Ucraina totalmente indipendente da qualsiasi forza estera e un paese completamente puro: solo cultura Ucraina, solo lingua ucraina, senza alcuna interferenza.  Questo movimento, costituì l’esercito insurrezionale ucraino, che cominciò a combattere sia contro i soldati dell’Unione Sovietica, sia contro i tedeschi, adesso diventati nemici, sia contro i polacchi.

Fu in questo contesto che si verificò un orribile massacro: l’esercito insurrezionale ucraino riteneva che le zone della Volinia e della Galizia orientale, abitate prevalentemente da gente ucraine, fossero indebitamente sotto il potere polacco. Per questo motivo si arrivò al massacro della Volinia e della Galizia orientale: gli insurrezionalisti ucraini massacrarono, stuprarono, uccisero, fecero a pezzi e gettarono in fosse comuni improvvisate dai 50.000 ai 100.000 polacchi.

Una parte dei contadini ucraini appoggiò l’esercito insurrezionale nel compiere questo orribile massacro. Altri, che si rifiutarono, vennero probabilmente uccisi, secondo la teoria dello storico Snyder.

Questo aspetto è tuttavia ancora controverso.

L’indipendenza dell’Ucraina e il disfacimento dell’Unione Sovietica

Leonid Kravchuk
Leonid Kravchuk

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, l’Ucraina era ancora una delle 15 Repubbliche Socialiste di cui l’Unione Sovietica era composta. Tuttavia, il paese godeva di una buona libertà d’iniziativa nella politica internazionale, tanto da essere tra i membri fondatori dell’ONU. Questo aspetto favorì anche l’Unione Sovietica in quanto, fino a quel momento, i paesi facenti parte di questa nuova organizzazione erano prevalentemente del blocco occidentale.

Il popolo ucraino, desiderava però la completa Indipendenza. Nel 1990, 300.000 ucraini costituirono un vero e proprio corteo umano che si snodava dalla capitale Kiev fino alla città di Leopoli, una manifestazione che impressionò il mondo intero. Nell’agosto del 1991, il Parlamento ucraino dichiarò l’indipendenza dall’Unione Sovietica e annunciò ai cittadini che non avrebbe accettato alcuna legge o provvedimento dai sovietici.

Così, il primo dicembre del 1991 si tenne un referendum dove i cittadini ucraini, con il 90,3% delle preferenze, votarono a favore della completa indipendenza. L’Ucraina divenne così uno stato autonomo dall’Unione Sovietica e nominò nello stesso giorno Leonid Kravchuk  come primo presidente dell’Ucraina indipendente.

Di lì a poco, il 26 dicembre del ’91, i presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia firmarono la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Il governo di Leonid Kravchuk e di Kučma

Leonid Kravchuk,  primo presidente dell’Ucraina indipendente, venne definito dai contemporanei come uomo astuto e diplomatico. Promosse una politica di collaborazione con gli Stati Uniti: firmò infatti un accordo che prevedeva lo smantellamento di qualsiasi arma nucleare sul territorio dell’Ucraina in cambio di un donazione da parte dell’allora presidente statunitense George W. Bush Senior di 110 milioni di dollari, che potevano essere spesi per acquistare beni americani a prezzo agevolato.

Il punto debole della sua presidenza fu costituito però dall’economia: una forte corruzione ed alcune scelte non indovinate portarono ad un calo del 10% dell’economia Ucraina, che toccò il 20% nel 1994. Uno scandalo economico che colpì la gestione Kravchuk fu quello della Black Sea Shipping Company: si trattava della seconda flotta mercantile più grande del mondo e la prima in Europa. 

Il gruppo venne volutamente portato al fallimento della politica corrotta per dividere l’azienda e venderla all’estero. Così, tutti i marinai che erano in quel momento imbarcati sulle navi in qualsiasi parte del mondo persero immediatamente il lavoro e lo stipendio, impiegando anni per ritornare in patria.

Gli ucraini si ribellarono e diedero luogo a delle proteste di massa. Si presentò allora come nuovo candidato Leonid Kučma,  che promise di annullare la corruzione e di riportare il paese in una buona situazione economica. 

Kučma migliorò i rapporti specialmente con la Russia, ma la sua gestione non cancellò minimamente la corruzione e anzi venne compromessa la libertà di stampa. Il Presidente fu coinvolto in un altro scandalo noto come “Scandalo della cassetta “. Venne ritrovata infatti una cassetta audio con la voce del presidente Kučma, in cui veniva ordinato il rapimento di un giornalista scomodo al governo. 

Il giornalista venne ritrovato decapitato nel 2000, e sull’onda dell’indignazione, gli ucraini scesero nuovamente in piazza, chiedendo l’immediata rimozione del presidente durante alcune proteste denominate “Ucraina senza Kučma”.

La presidenza di Juščenko e la crisi del gas con la Russia

All’indomani della caduta di Kučma, i nuovi candidati alle elezioni erano Victor Janukovyč, sostenuto dai politici attorno a Kučma e dai filorussi e da Victor Juščenko, più favorevole alla collaborazione con il mondo occidentale.

Victor Juscenko
Victor Juscenko

Le elezioni furono inizialmente vinte da Janukovyč, con la grande gioia di tutto il suo apparato elettorale. Ma i sostenitori di Juščenko accusarono gli avversari politici di aver utilizzato dei brogli elettorali per vincere. Nacquero così una serie di proteste in tutto il paese note come “Rivoluzione arancione”, dal colore che rappresentava Janukovyč e da una striscia arancione che i manifestanti si legavano al braccio.

La grave situazione di instabilità portò la corte suprema ucraina ad annullare l’esito delle elezioni e a decidere per una nuova votazione, che questa volta fu vinta da Juščenko.

Sotto la gestione di Juščenko,  il paese si avvicinò nuovamente l’Unione Europea, firmando una serie di importanti accordi commerciali, con la preoccupazione della Russia

E proprio con la Russia si scatenò in questi anni una crisi del gas.

La Russia è uno dei più importanti produttori di gas del mondo, e i suoi gasdotti passano direttamente attraverso il territorio dell’Ucraina per raggiungere i paesi europei. Nel 2006, la Russia accusò l’Ucraina di dirottare parte del gas per i propri interessi personali, anziché consegnare la materia prima ai clienti europei. 

Il governo ucraino dapprima negò, ma successivamente, incalzato dai russi, ammise di aver effettivamente dirottato una parte del gas per uno straordinario periodo di freddo che aveva messo in pericolo la popolazione Ucraina.

Si scatenò così una crisi internazionale che durò dal 2006 al 2008. Proprio nel 2006, si arrivò al gesto estremo da parte dei russi, che chiusero completamente per quattro giorni la fornitura di gas all’Ucraina e all’Europa.  La crisi comportò un sensibile aumento del prezzo del gas naturale, e la situazione d’instabilità si protrasse fino al 2008. 

Infine, nel 2010, il tribunale autonomo di Stoccolma, chiamato a dirimere la questione, giudicò l’Ucraina colpevole di distratto 12 miliardi di metri cubi di gas russo per il proprio territorio, condannando il governo del paese ad un risarcimento.

Nel frattempo, la Russia, valutando l’Ucraina come una paese non affidabile, strinse od accelerò gli accordi con altri paesi fra cui la Germania, con il gasdotto NordStream e la Turchia, con il Turkish Stream.

La presidenza di Victor Janukovyč 

Victor Janukovyč
Victor Janukovyč

Nel 2010, in Ucraina si aprirono delle nuove lezioni. I candidati erano nuovamente Victor Juščenko, filo-occidentale, Victor Janukovyč, filo-russo, e Julija Tymošenko,  che costituiva una sorta di alternativa ai due politici.

Questa volta le lezioni vennero vinte saldamente da Janukovyč,  senza denunce di brogli o contestazioni in grado di intaccare la sua nomina.

La presidenza Janukovyč fu comunque travagliata: Janukovyč iniziò ad accusare sistematicamente la Tymošenko, leader del principale partito di opposizione, di alcuni reati. In particolare veniva contestato un accordo stretto da lei in qualità di primo ministro con l’azienda russa Gazprom, che sarebbe stato definito con dei prezzi insolitamente alti per l’Ucraina. 

Queste accuse sfociarono in una serie di processi tanto che la Tymošenko venne arrestata ed incarcerata.

La comunità internazionale iniziò a dichiararsi preoccupata: soprattutto gli Stati Uniti e l’Europa consideravano le accuse di Janukovyč puramente strumentali, volte ad eliminare attraverso i giudici l’avversaria politica per instaurare una dittatura.

Il vero e proprio momento di rottura e di crisi si verificò quando Janukovyč, rifiutò di firmare un accordo di associazione tra l’Unione europea e l’Ucraina. Una massa di europeisti ucraini iniziò a protestare.

I manifestanti cominciarono a scendere in strada e ad occupare le piazze, tra cui la più famosa era piazza Indipendenza. La manifestazione prese il nome di “Euro Maidan”, Euro” in quanto guidata dagli europeisti, e “Maidan”, che in ucraino significa “Piazza.” Gli scontri divennero particolarmente violenti, soprattutto con le forze dell’ordine che tentavano di reprimere questi movimenti.

Alla fine, il presidente Janukovyč  fu costretto a scappare dall’Ucraina. Il Parlamento, in assenza della sua figura e non potendo ottemperare alle sue funzioni, lo rimosse dall’incarico, proclamando come nuovo presidente ad interim Oleksandr Turčynov. 

Janukovyč  non fu rintracciabile nei primi momenti, ma si scoprì essere fuggito in Russia, nella città di Rostov-sul-don, da cui inviava comunicati stampa in cui denunciava l’illegalità di quanto accaduto.

La Presidenza Petro Oleksijovyč Porošenko e la svolta europeista dell’Ucraina

Oleksijovyč Porošenko
Oleksijovyč Porošenko

Dopo la brevissima presidenza Turčynov,  si tennero delle nuove elezioni che vennero vinte da Petro Oleksijovyč Porošenko.

Porošenko firmò innanzitutto l’accordo con l’Unione Europea che era stato rifiutato da Janukovyč. In seguito, dichiarò di essere pronto a chiedere l’ingresso nella NATO, la principale Confederazione militare del blocco occidentale. 

Il paese ebbe così una decisa svolta nella collaborazione con l’Unione europea e gli Stati Uniti. Nel frattempo, il presidente ordinò di levare ogni riferimento alla cultura comunista nel paese. Dovevano essere abbattute le statue dei leader comunisti, e i nomi delle strade e delle piazze dovevano essere aggiornati.

Nel corso di quegli anni, diversi giornalisti segnalarono che le ricchezze personali di Porošenko stavano aumentando vertiginosamente, mentre la condizione economica del paese stava precipitando.

L’invasione della Crimea da parte della Russia

La virata dell’Ucraina verso il blocco occidentale, preoccupò grandemente la Russia che decise di rivendicare e prendere il controllo sul territorio della Crimea. Il 27 febbraio del 2014 grandi contingenti di soldati russi invasero il territorio della Crimea. In realtà, non furono utilizzati carri armati, aerei da guerra o armi, ma si trattò di un improvviso spostamento di uomini senza insegne e senza bandiere, quasi anonimi, che gli abitanti dell’Ucraina identificavano con il nome di “Omini verdi”.

Uomini verdi
Uomini verdi

Con la presenza di questi uomini sul territorio, pochi giorni dopo, la Crimea dichiarò la propria indipendenza dall’Ucraina. Poi, il 16 marzo del 2014 venne organizzato un referendum, nel quale si domandava ai cittadini della Crimea di passare dalla parte della Federazione Russa. Il referendum venne vinto al 96% dai filorussi, e la Russia dichiarò la Crimea come nuovo territorio appartenente alla propria federazione.

La comunità internazionale, e soprattutto gli Stati Uniti, dichiararono però che tale referendum non era valido, in quanto i cittadini erano intimoriti dalla presenza dei soldati russi. Così, vennero decise per la prima volta delle consistenti sanzioni economiche nei confronti della Russia.

Ancora oggi la questione non è stata chiarita: se la Russia considera ormai la Crimea come facente parte del proprio territorio, la comunità internazionale la definisce come zona autonoma ma ancora sotto il controllo dell’ Ucraina.

La guerra nel Donbass

TUTTA LA STORIA DELL’UCRAINA IN VIDEO

Storia dell’Ucraina: dalle origini alla tragedia dell’Holodomor

Storia dell’Ucraina: dalla Seconda Guerra Mondiale alla guerra nel Donbass e con la Russia

Nel marzo del 2014, subito dopo la questione Crimea, si verificarono delle nuove ribellioni sul territorio dell’Ucraina. In particolare nella regione del Donbass, e nei distretti di Donetsk e Luhansk,  i cittadini filorussi iniziarono ad esprimere la volontà di diventare una repubblica indipendente dall’Ucraina, il che avrebbe significato essere degli Stati satellite della Federazione Russa. 

Le proteste aumentarono rapidamente nella loro violenza, fino a diventare una vera e propria ribellione. I separatisti iniziarono ad attaccare gli uffici pubblici ucraini, come i comuni, i municipi e le stazioni di polizia. L’esercito regolare ucraino, lanciò allora una controffensiva per finalità di “antiterrorismo”, riconquistando quasi tutti i territori che erano stati occupati dai separatisti.

Durante questi scontri, l’Ucraina accusò la Russia di aver aiutato i separatisti con l’invio di propri militari. La Russia dichiarò sì di appoggiare i separatisti nel loro progetto politico di indipendenza, ma di aver utilizzato i propri uomini solo per creare dei corridoi umanitari per i cittadini russi.

Gli scontri continuarono serrati fino a che, dopo pochi mesi, vennero definiti dalla comunità internazionale come vera e propria “guerra civile”, e non solo come manifestazioni violente. Le notizie tragiche si susseguirono: i separatisti spesso attaccavano uffici pubblici uccidendo i politici e i funzionari ucraini. I soldati ucraini, invece, vennero ripetutamente accusati di uccidere non solo i separatisti ma anche semplici cittadini disarmati.

Un tentativo di pace fu costituito dal cosiddetto protocollo di Minsk. Si trattava di una serie di riunioni a cui parteciparono i presidenti di Russia, Ucraina, OSCE, e Germania e Francia in qualità di mediatori. L’idea era quella di proclamare un immediato cessate il fuoco e di avviare un processo di pace. 

Una possibile soluzione era quella di dichiarare le zone di Donetsk e Luhanks  come territori facenti parte dell’ Ucraina ma a statuto speciale.

Purtroppo, i tentativi di pace non funzionarono e i ripetuti cessate il fuoco vennero sistematicamente ignorati. Si giunse anche ad una nuova versione di questi accordi, nota come Minks 2, che prevedeva di fermare il combattimento, smantellare le armi pesanti a disposizione di entrambi gli schieramenti e di avviare un dialogo per delle nuove elezioni. Ma i termini di tale accordo erano talmente complessi da essere sostanzialmente non attuabili.

I separatisti eseguirono allora una nuova ondata di attacchi, facendo perdere parecchio terreno all’esercito ucraino. Gli esperti militari parlano a questo punto di “conflitto congelato”, dove entrambe le parti eseguono delle sortite con diverse vittime, ma senza che alcuno dei due attori riesca a dominare la situazione.

Nel corso di questi incontri si verificarono episodi gravissimi,  come l’abbattimento dell’aereo civile “Malaysia Airlines 17” colpito da un missile. I separatisti diedero la colpa agli ucraini e viceversa. 

Nel 2018, il conflitto ebbe un importante evoluzione. L’esercito ucraino modificò il nome della missione da antiterrorismo a “Operazione di forze congiunte”. Interrogati sul motivo di quel cambio di denominazione, i generali ucraini risposero che le finalità dell’intervento erano cambiate per via della evidente presenza di militari russi, con i quali ora si era apertamente in guerra. 

Nello stesso periodo, gli Stati Uniti ammisero ufficialmente per la prima volta di aver iniziato la fornitura di armi a supporto dell’esercito ucraino.

Il cibo nel medioevo. Alimenti e cottura

La cucina medievale comprende cibi, abitudini alimentari e metodi di cottura delle varie culture europee durante il medioevo. Durante questo periodo, le diete e la cucina cambiarono meno di quanto non accadde nella prima età moderna che seguì, quando i cambiamenti contribuirono a gettare le basi per la moderna cucina europea. I cereali rimasero l’alimento base più importante durante l’alto medioevo poiché il riso fu introdotto tardi e la patata fu introdotta solo nel 1536. Orzo, avena e segale venivano mangiati dai poveri. Il grano era per le classi più abbienti. Il grano veniva trasformato in pane, porridge, pappa e pasta da tutti i membri della società. Fave e verdure erano importanti integratori della dieta a base di cereali.

La carne era più costosa e quindi destinata ai ricchi. La selvaggina era diffusa solo sulle tavole dei nobili. Le carni da macellaio più diffuse erano il maiale, il pollo e altri volatili domestici; la carne bovina, che richiedeva maggiori investimenti in terreni, era meno comune. Il merluzzo e l’aringa erano i pilastri delle popolazioni settentrionali; essiccati, affumicati o salati, si facevano strada nell’entroterra, ma veniva mangiata anche un’ampia varietà di altri pesci d’acqua salata e d’acqua dolce.

Cacciagione medio evo

Le tecniche di trasporto e di conservazione degli alimenti rendevano molto costoso il commercio a lunga distanza di molti alimenti. Per questo motivo il cibo della nobiltà era più soggetto all’influenza straniera rispetto alla cucina dei poveri; dipendeva da spezie esotiche e importazioni costose. Poiché ogni livello della società imitava quello sopra di esso, le innovazioni del commercio internazionale e delle guerre straniere dal XII secolo in poi si diffusero gradualmente nell’alta borghesia delle città medievali. Le norme sociali imponevano anche che il cibo della classe operaia fosse meno raffinato, poiché si credeva che ci fosse una somiglianza naturale tra il proprio lavoro e il proprio cibo; il lavoro manuale richiedeva cibo più grossolano ed economico.

I condimenti comuni nel repertorio agrodolce molto speziato tipico della cucina medievale dell’alta borghesia includevano agresto, vino e aceto in combinazione con spezie come pepe nero, zafferano e zenzero. Questi, insieme all’uso diffuso dello zucchero o del miele, hanno conferito a molti piatti un sapore agrodolce. Le mandorle erano molto apprezzate come addensanti nelle zuppe, negli stufati e salse, in particolare come latte di mandorla.

L’influenza della Chiesa nella dieta medievale

Le Chiese cattolica romana e ortodossa orientale hanno avuto una grande influenza sulle abitudini alimentari; il consumo di carne era proibito per un terzo dell’anno alla maggior parte dei cristiani . Tutti i prodotti animali, comprese le uova e i latticini erano generalmente vietati durante la Quaresima e il digiuno. Inoltre, era consuetudine che tutti i cittadini digiunassero prima di prendere l’Eucaristia. Questi digiuni erano per un’intera giornata e richiedevano l’astinenza totale.

Sia la chiesa orientale che quella occidentale hanno ordinato che la festa si alternasse al digiuno. Nella maggior parte dell’Europa, i venerdì erano giorni di digiuno e veniva osservato in vari altri giorni e periodi, compresi la Quaresima e l’Avvento. La carne e i prodotti animali come latte, formaggio, burro e uova non erano ammessi, e a volte anche il pesce. Il digiuno aveva lo scopo di mortificare il corpo e rinvigorire l’anima, e anche di ricordare il sacrificio di Cristo per l’umanità. L’intenzione non era di indicare certi cibi come impuri, ma piuttosto di insegnare una lezione spirituale sull’autocontrollo attraverso l’astensione.

Medioevo e il cibo nella Chiesa

Mentre i prodotti animali dovevano essere evitati durante i periodi di penitenza, spesso prevalevano compromessi pragmatici. La definizione di “pesce” veniva spesso estesa ad animali marini e semiacquatici come balene, oche, pulcinelle di mare e persino castori. La scelta degli ingredienti era stata limitata, ma ciò non significava che i pasti fossero più piccoli. Né c’erano restrizioni contro il bere o mangiare dolci. I banchetti tenuti nei giorni del pesce potevano essere splendidi ed erano occasioni popolari per servire cibo che imitava carne, formaggio e uova in vari modi ingegnosi; il pesce poteva essere modellato per assomigliare alla carne di cervo e le uova finte potevano essere fatte riempiendo gusci d’uovo vuoti con uova di pesce e latte di mandorle e cuocerli sulla brace. Mentre i funzionari della chiesa bizantina adottavano un approccio duro e scoraggiavano qualsiasi raffinatezza culinaria per il clero, le loro controparti occidentali erano molto più indulgenti. Non sono mancate anche le lamentele per i rigori del digiuno tra i laici. Durante la Quaresima, re e scolari, popolani e nobiltà, si lamentavano della privazione ​​della carne per le lunghe e dure settimane di solenne contemplazione dei loro peccati.

Le classi e il cibo

La società medievale era estremamente stratificata. In un’epoca in cui la carestia era all’ordine del giorno e le gerarchie sociali venivano spesso imposte, il cibo era un importante indicatore dello status sociale in un modo che oggi non ha equivalenti nella maggior parte dei paesi sviluppati. La società consisteva in tre ceti: i cittadini comuni, cioè le classi lavoratrici, di gran lunga il gruppo più numeroso; il clero e la nobiltà. Il rapporto tra le classi era strettamente gerarchico, con la nobiltà e il clero che rivendicavano il dominio mondano e spirituale sulla gente comune. All’interno della nobiltà e del clero c’erano anche un certo numero di gradi che andavano da papi a duchi, vescovi e loro subordinati, come i sacerdoti.

Il potere politico si manifestava non solo con il governo, ma anche con la ricchezza. I nobili cenavano a base di selvaggina fresca condita con spezie esotiche e mostravano raffinate maniere a tavola; i lavoratori dovevano accontentarsi di pane d’orzo, maiale salato e fagioli. Anche le raccomandazioni dietetiche erano diverse: la dieta delle classi superiori era considerata tanto un’esigenza della loro raffinata costituzione fisica quanto un segno della realtà economica.

La dietetica nel medioevo

La scienza medica del Medioevo ha avuto una notevole influenza su ciò che era considerato sano e nutriente tra le classi superiori. Lo stile di vita, inclusi dieta, esercizio fisico, comportamento sociale appropriato e rimedi medici, era la via per una buona salute e a tutti i tipi di cibo venivano assegnate determinate proprietà che influivano sulla salute di una persona. Tutti gli alimenti erano anche classificati su scale che andavano dal caldo al freddo e dall’umido al secco, secondo la teoria dei quattro umori corporei proposta da Galeno che dominò la scienza medica occidentale dalla tarda antichità fino al XVII secolo.

Gli studiosi medievali consideravano la digestione umana un processo simile alla cottura. La lavorazione del cibo nello stomaco era vista come una continuazione della preparazione iniziata dal cuoco. Affinché il cibo fosse adeguatamente “cotto” e le sostanze nutritive fossero adeguatamente assorbite, era importante che lo stomaco fosse riempito in modo appropriato. I cibi facilmente digeribili sarebbero stati consumati per primi, seguiti da piatti gradualmente più pesanti. Se questo regime non veniva rispettato si riteneva che i cibi pesanti sarebbero sprofondati sul fondo dello stomaco, bloccando così il condotto di digestione. Era anche di vitale importanza che gli alimenti con proprietà diverse non venissero mescolati.

Prima di un pasto, lo stomaco andava “aperto” con un aperitivo (dal latino aperire , “aprire”) che fosse preferibilmente di natura calda e secca: confetture a base di spezie ricoperte di zucchero o miele come zenzero, cumino e semi di anice, finocchio o cumino, vino e bevande a base di latte fortificato zuccherato. Lo stomaco doveva essere poi “chiuso” a fine pasto con l’ausilio di un digestivo, più comunemente un confetto, che nel medioevo era costituito da zollette di zucchero speziato, o hypocras, un vino aromatizzato con spezie profumate, insieme a formaggi stagionati.

Un pasto doveva iniziare con frutta facilmente digeribile, come le mele. Sarebbero poi seguite verdure come lattuga, cavolo cappuccio, portulaca, erbe aromatiche, frutta umida, carni leggere, come pollo o capretto, con potage e brodi. Successivamente potevano essere servite le carni “pesanti”, come il maiale e il manzo, oltre a verdure e noci, tra cui pere e castagne, considerate entrambe difficili da digerire. Era popolare, e raccomandato dalla perizia medica, finire il pasto con formaggio stagionato e vari digestivi.

Il cibo ideale era quello che più si avvicinava all’umore degli esseri umani, cioè moderatamente caldo e umido. Il cibo doveva anche essere tritato finemente, macinato, pestato e filtrato per ottenere una vera miscela di tutti gli ingredienti. Si credeva che il vino bianco fosse più freddo del rosso e la stessa distinzione era applicata all’aceto rosso e bianco. I tuorli d’uovo erano considerati caldi e umidi mentre gli albumi erano freddi e umidi. Ci si aspettava che i cuochi esperti si adeguassero al regime della medicina umorale. Anche se questo limitava le combinazioni di cibi che potevano preparare, c’era comunque ampio spazio per la variazione artistica da parte dello chef.

Le specialità regionali nel medioevo

Le specialità regionali che sono una caratteristica della prima cucina moderna e contemporanea non sono state messe in evidenza nella documentazione sopravvissuta dal medioevo. Invece, la cucina medievale può essere differenziata dai cereali e dagli oli che hanno plasmato le norme dietetiche e hanno attraversato i confini etnici e, successivamente, nazionali.

Olio e grassi nel medioevo

La variazione geografica nel mangiare era principalmente il risultato di differenze nel clima, nell’amministrazione politica e nei costumi locali che variavano in tutto il continente. Sebbene si debbano evitare ampie generalizzazioni, si possono distinguere aree più o meno distinte in cui predominano determinati alimenti. Nelle isole britanniche, nel nord della Francia, nei Paesi Bassi, nelle aree di lingua tedesca settentrionale, in Scandinavia e nel Baltico il clima era generalmente troppo rigido per la coltivazione della vite e dell’olivo. Nel sud europa, il vino era la bevanda comune sia per i ricchi che per i poveri, con ovvie distinzioni di qualità, mentre la birra era la bevanda della gente comune nel nord e il vino un’importazione costosa. Agrumi e melograni erano comuni in tutto il Mediterraneo. Fichi secchi e datteri erano disponibili nel nord, ma venivano usati con moderazione in cucina.

L’olio d’oliva era un ingrediente onnipresente nelle culture mediterranee, ma rimase un’importazione costosa nel nord, dove gli oli di papavero, noce e nocciola erano le alternative più convenienti. Burro e lardo, soprattutto dopo che la terribile peste nera li aveva resi meno scarsi, erano usati in quantità considerevoli nelle regioni settentrionali e nord-occidentali, soprattutto nei Paesi Bassi. Quasi universale nella cucina della classe media e alta di tutta Europa era la mandorla, che era nell’onnipresente e molto versatile latte di mandorle, che veniva usato come sostituto in piatti che altrimenti richiedevano uova o latte.

Due pasti al giorno

In Europa in genere si consumavano due pasti al giorno: a mezzogiorno e una cena più leggera la sera. Il sistema a due pasti rimase coerente per tutto il tardo medioevo. I pasti intermedi più piccoli erano comuni, ma divennero una questione di status sociale, poiché coloro che non dovevano svolgere lavori manuali potevano farne a meno. I moralisti disapprovavano l’interruzione del digiuno notturno troppo presto, e i membri della chiesa e la nobiltà colta lo evitavano. Per ragioni pratiche, la colazione era ancora consumata dai lavoratori ed era tollerata per i bambini piccoli, le donne, gli anziani e gli ammalati. Poiché la Chiesa predicava contro la gola e altre debolezze della carne, gli uomini tendevano a vergognarsi della colazione. I sontuosi banchetti con cene a tarda notte con notevoli quantità di bevande alcoliche erano considerati immorali. Questi ultimi erano particolarmente associati al gioco d’azzardo, al linguaggio volgare, all’ubriachezza e al comportamento osceno. Pasti e spuntini minori erano comuni e gli operai ricevevano comunemente un’indennità dai loro datori di lavoro per acquistare piccoli bocconcini da mangiare durante le pause.

La preparazione del cibo nel medioevo

Tutti i tipi di cottura prevedevano l’uso diretto del fuoco. I forni erano molto complessi e costosi da produrre e venivano installati solamente in panifici comuni o in case di grandi dimensioni. Era comune avere la proprietà condivisa di un forno per garantire che la cottura del pane essenziale per tutti fosse resa comune anziché privata. C’erano anche forni portatili progettati per essere riempiti di cibo e poi seppelliti nei carboni ardenti, e ancora più grandi su ruote che servivano per vendere le torte per le strade dei borghi medievali. Per la maggior parte delle persone, quasi tutta la cottura avveniva in semplici casseruole, poiché questo era l’uso più efficiente della legna da ardere e non sprecava preziosi succhi di cottura, rendendo potage e stufati i piatti più comuni. Nel complesso, la maggior parte dei ritrovamenti suggerisce che i piatti medievali avevano un contenuto di grassi abbastanza alto, o almeno quando si poteva permettersi il grasso. Questo era considerato un problema minore in un’epoca di lavoro massacrante, carestia e una maggiore accettazione, persino desiderabilità, della rotondità; solo i poveri o gli ammalati e gli asceti devoti erano magri.

Medioevo cibo a fuoco aperto

Si riteneva importante che il piatto fosse conforme agli standard contemporanei della medicina e della dietetica. Ciò significava che il cibo doveva essere “temperato” secondo la sua natura mediante un’opportuna combinazione di preparazione e miscelazione di determinati ingredienti, condimenti e spezie; il pesce era considerato freddo e umido e cucinato al meglio in un modo che lo riscaldasse e lo asciugasse, come friggere o cuocere al forno, e condito con spezie calde e secche; il manzo era secco e caldo e doveva quindi essere bollito; il maiale era caldo e umido e quindi doveva essere sempre arrostito. In alcune raccolte di ricette, gli ingredienti alternativi sono stati assegnati con più considerazione alla natura umorale di quella che un cuoco moderno considererebbe una somiglianza nel gusto. In una ricetta per la torta di mele cotogne, si dice che il cavolo funzioni ugualmente bene, e in un’altra le rape potrebbero essere sostituite dalle pere.

La torta di pasta frolla non compare nelle ricette fino al XV secolo. Prima di allora la pasta veniva usata principalmente come recipiente di cottura. Le raccolte di ricette esistenti mostrano che la gastronomia nel tardo medioevo si sviluppò in modo significativo. Nuove tecniche, come la torta di pasta frolla e la chiarificazione della gelatina con gli albumi, iniziarono ad apparire nelle ricette alla fine del XIV secolo e le ricette iniziarono a includere istruzioni dettagliate invece di essere semplici ausili per la memoria per un cuoco già esperto.

Le spezie nel medioevo

Nel Medioevo le spezie erano disponibili esclusivamente per le classi più agiate, le più comuni e utilizzate erano il pepe nero, la cannella, il cumino e i chiodi di garofano. Quello che rendeva molto costoso l’utilizzo di queste spezie era l’importazione che doveva essere fatta direttamente dalle piantagioni dell’Asia e dell’Africa. L’uso era evidentemente molto limitato addirittura sale e pepe venivano usati come merce di scambio e donati come regali esclusivi. 

Ai nobili del Medioevo piaceva molto utilizzare lo zafferano per il suo colore giallo rosso e anche per il suo sapore, ma soprattutto per il tocco originale che dava a tutti i banchetti. Simile allo zafferano veniva anche utilizzata la curcuma che forniva lo stesso colore anche se con sapore leggermente diverso.
Un elemento che al giorno d’oggi non consideriamo più una spezia è lo zucchero, a differenza di oggi veniva utilizzato non solo per le sue qualità organolettiche ma anche per il suo alto costo, che diventava quindi uno status symbol.

Le spezie nel medioevo

Erbe aromatiche venivano utilizzate in quasi tutti i piatti, naturalmente ci sono quelle che conosciamo tutt’oggi come salvia, senape, prezzemolo, menta, aneto e finocchio. Questi tipi di erbe non avevano lo stesso valore delle spezie ma venivano comunque utilizzate esclusivamente su piatti di famiglie agiate anche se la coltivazione era comune il ceto più basso non era uso utilizzarle.

Il sale era indispensabile nella cucina medievale non solo per il suo valore e per l’effetto sul gusto ma anche perché la salatura e l’essiccazione erano i metodi di conservazione principali soprattutto per pesce e carne. Dissalare i cibi prima del loro consumo era noto a tutti i cuochi del Medioevo. Quasi come oggi era presente la suddivisione tra il sale più grosso utilizzato per la cucina e quello macinato e bianco utilizzato direttamente in tavola. Quello più brillante aveva un costo nettamente superiore.

I ricettari, o più precisamente le raccolte di ricette, del medioevo sono tra le più importanti fonti storiche per la cucina medievale. I primi libri di cucina cominciarono ad apparire verso la fine del XIII secolo. Il Liber de Coquina, forse originario di Napoli, e il Tractatus de modo preparandi. Anche se si presume che descrivano piatti reali, gli studiosi non pensano che fossero usati come potrebbero essere i libri di cucina oggi, come una guida passo passo attraverso la procedura di cottura che potrebbe essere tenuta a portata di mano durante la preparazione di un piatto.

Fonti

  • Dyer, Christopher, Everyday life in medieval England, Continuum International Publishing Group, 2000
  • Toussant-Samat, Maguelonne, The History of Food. 
  • Arranging the Meal: A History of Table Service in France – Jean-Louis Flandrin – University of California Press
  • Ancient Roman Cooking: Ingredients, Recipes, Sources – Marco Gavio de Rubeis
  • Fast and Feast: Food in Medieval Society. The Pennsylvania State Press, University Park

Picasso. Femme nue couchée all’asta da Sotheby’s per 60 milioni di dollari

Una sensuale rappresentazione della musa e dell’amante di Pablo Picasso come una creatura marina dagli arti multipli, completata durante l’anno più prolifico della vita dell’artista, verrà messa all’asta per la prima volta.

Femme nue couchée (Donna nuda sdraiata) dovrebbe essere venduta per più di 60 milioni di dollari il prossimo mese, una opportunità tra i collezionisti di immagini di Picasso di Marie-Thérèse Walter.

I ritratti di Picasso della sua musa d’oro Marie-Thérèse sono innegabili segni distintivi dell’arte del 20° secolo“, ha affermato Brooke Lampley, presidente e responsabile delle vendite globali di belle arti di Sotheby’s.

Femme nue couchée era “un’ode profondamente lirica al desiderio sfrenato dell’artista per Marie-Thérèse; con i suoi arti simili a pinne e infinitamente flessibili, il ritratto continua a incantare poiché cattura perfettamente la musa di Picasso come la massima espressione del suo genio”.

Il rapporto di Picasso con la Walter – considerato uno dei grandi amori del 20° secolo – è stato per molti anni un segreto gelosamente custodito.

All’età di 45 anni e infelicemente sposato, l’artista si innamorò del diciassettenne Walter quando la notò attraverso la finestra delle Galeries Lafayette a Parigi nel 1927. “Sono sicuro che faremo grandi cose insieme. Sono Picasso“, ha detto all’adolescente, che non aveva idea di chi fosse.

Ha ispirato dipinti, disegni e sculture, alcune delle quali sono considerate le più grandi opere degli otto decenni di carriera di Picasso.

Una mostra alla Tate Modern quattro anni fa è stata dedicata alla produzione di Picasso nel 1932, in particolare ai suoi intensi ritratti di Walter.

Ci sono stati molti anni importanti nella lunga e impressionante carriera di Pablo Picasso, ma il 1932 è particolarmente importante“, ha affermato Julian Dawes, co-responsabile dell’arte moderna di Sotheby’s a New York.

In questo ‘anno delle meraviglie’, Picasso ha prodotto le raffigurazioni più sensuali della sua grande musa ispiratrice e amante Marie-Thérèse Walter, che avrebbe ispirato alcune delle immagini più iconiche dell’artista.”

In Femme nue couchée, Walter è raffigurata con le membra sensuali di una creatura marina. Era una nuotatrice entusiasta ed abile, la cui grazia nell’acqua era un fascino duraturo per Picasso, che non ha mai imparato a nuotare.

Gli innamorati avevano avuto incontri in riva al mare nell’estate del 1928, quando Picasso portò segretamente la Walter in un campo di villeggiatura vicino a dove alloggiavano l’artista, la sua allora moglie, Olga Khokhlova, una ballerina russo-ucraina, e il figlio Paulo.

L’anno scorso, Femme assise près d’une fenêtre (Marie-Thérèse) di Picasso è stata venduta all’asta a New York per 103,4 milioni di dollari.

La Magna Carta Libertatum. Cos’è

0

La Magna Carta Libertatum, “Grande Carta delle Libertà”, comunemente chiamata Magna Carta, è una carta reale dei diritti concordati da re Giovanni d’Inghilterra a Runnymede, vicino a Windsor, il 15 giugno 1215.

La Magna Carta in breve

Scritta per la prima volta dall’arcivescovo di Canterbury Stephen Langton per tentare la pace tra il re e un gruppo di baroni, prometteva la protezione dei diritti della chiesa, la protezione dei baroni dalla detenzione illegale, l’accesso a una giustizia rapida e le limitazioni ai pagamenti feudali alla Corona, da attuare attraverso un consiglio di 25 baroni. Nessuna delle due parti sostenne i propri impegni e lo statuto fu annullato da papa Innocenzo III, portando alla prima guerra dei baroni.

Dopo la morte di Giovanni, il governo di reggenza di suo figlio, Enrico III, ripubblicò il documento nel 1216, spogliato di alcuni dei suoi contenuti più radicali, nel tentativo infruttuoso di creare sostegno politico per la loro causa. Alla fine della guerra, nel 1217, fece parte del trattato di pace stipulato a Lambeth, dove il documento acquisì il nome di ‘Magna Carta‘, per distinguerlo dalla più piccola Carta della Foresta che fu emanata contemporaneamente. A corto di fondi, Enrico riemise nuovamente lo statuto nel 1225 in cambio della concessione di nuove tasse. Suo figlio, Edoardo I, ripeté la stessa cosa nel 1297, questa volta confermandolo come parte della legge sullo statuto dell’Inghilterra. La carta divenne parte della vita politica inglese e veniva rinnovata da ciascun monarca a turno, sebbene con il passare del tempo e il nascente Parlamento inglese che approvava nuove leggi, perse parte del suo significato pratico.

Re Giovanni che firma la Magna Carta il 15 giugno 1215 a Runnymede, in Inghilterra

Alla fine del XVI secolo si assiste a un’impennata di interesse per la Magna Carta. Avvocati e storici dell’epoca credevano che esistesse un’antica costituzione inglese, risalente ai tempi degli anglosassoni, che proteggeva le libertà individuali inglesi. Sostenevano che l’invasione normanna del 1066 avesse rovesciato questi diritti e che la Magna Carta fosse stato un tentativo di ripristinarli, rendendo la carta una base essenziale per i poteri contemporanei del Parlamento e principi legali come l’habeas corpus.

Sebbene questo resoconto storico fosse completamente imperfetto, giuristi come Sir Edward Coke usarono ampiamente la Magna Carta all’inizio del XVII secolo, argomentando contro il diritto divino dei re. Giacomo I e suo figlio Carlo I tentarono di sopprimere la discussione sulla Magna Carta.

Il mito politico della Magna Carta e della sua protezione delle antiche libertà personali persiste anche dopo la Gloriosa Rivoluzione o Seconda rivoluzione inglese del 1688 fino a buona parte del XIX secolo. Ha influenzato i primi coloni americani nelle Tredici Colonie e la formazione della Costituzione degli Stati Uniti, che divenne la legge suprema della terra nella nuova repubblica degli Stati Uniti. Gli storici hanno dimostrato che la carta originale del 1215 riguardava il rapporto medievale tra il monarca e i baroni, piuttosto che i diritti della gente comune, ma la carta è rimasta un documento potente e iconico, anche dopo che quasi tutto il suo contenuto venne stato abrogato dagli statuti nel XIX e XX secolo. Tre clausole (1, 9 e 29) restano in vigore in Inghilterra e Galles.

La Magna Carta costituisce ancora oggi un importante simbolo di libertà, spesso citato da politici e attivisti, ed è tenuto in grande rispetto dalle comunità legali britanniche e americane, Lord Denning lo descrive come “il più grande documento costituzionale di tutti i tempi: il fondamento del libertà dell’individuo contro l’autorità arbitraria del despota“. Esistono quattro esemplificazioni della carta originale del 1215, due alla British Library, una al Lincoln Castle e una alla Cattedrale di Salisbury. Ci sono anche una manciata di carte successive di proprietà pubblica e privata, comprese le copie della carta 1297 sia negli Stati Uniti che in Australia. Sebbene gli studiosi si riferiscano alle 63 “clausole” numerate della Magna Carta, questo è un moderno sistema di numerazione, introdotto da Sir William Blackstone nel 1759; la carta originale formava un unico, lungo testo ininterrotto. Le quattro carte originali del 1215 sono state esposte insieme alla British Library per un giorno, il 3 febbraio 2015, in occasione dell’800° anniversario della Magna Carta.

L’importanza politica della Magna Carta

All’inizio del XVII secolo, la Magna Carta divenne sempre più importante come documento politico nelle discussioni sull’autorità della monarchia inglese. Giacomo I e Carlo I proposero entrambi una maggiore autorità per la Corona, giustificata dalla dottrina del diritto divino dei re, e la Magna Carta fu ampiamente citata dai loro oppositori per sfidare la monarchia.

La Magna Carta, si sosteneva, riconosceva e tutelava la libertà dei singoli inglesi, assoggettava il Re al diritto comune della terra, formava l’origine del processo con una giuria, e riconosceva le antiche origini del Parlamento: grazie alla Magna Carta e questa antica costituzione, un monarca inglese non poteva alterare queste usanze inglesi di vecchia data. Sebbene gli argomenti basati sulla Magna Carta fossero storicamente imprecisi, avevano comunque un potere simbolico, poiché la carta aveva un significato immenso durante questo periodo; antiquari come Sir Henry Spelman lo descrissero come “l’ancora più maestosa e sacrosanta delle libertà inglesi“.

Sir Henry Spelman
Sir Henry Spelman

Sir Edward Coke è stato un leader nell’uso della Magna Carta come strumento politico durante questo periodo. Mentre stava ancora lavorando alla versione del testo del 1225 – la prima copia stampata della carta del 1215 emerse solo nel 1610 – parlò e scrisse ripetutamente della Magna Carta. Il suo lavoro è stato contestato all’epoca da Lord Ellesmere, e storici moderni come Ralph Turner e Claire Breay hanno criticato il suo lavoro dicendo che aveva “frainteso” la carta originale “anacronisticamente e acriticamente” e adottando un approccio “molto selettivo” alla sua analisi.

Il primo tentativo di una corretta storiografia fu intrapreso da Robert Brady, che confutava la presunta antichità del Parlamento e credeva nell’immutabile continuità della legge. Brady si rese conto che le libertà della Carta erano limitate e sostenne che le libertà erano la concessione del re. Inserendo la Magna Carta nel contesto storico, ha messo in dubbio la sua attualità politica; la sua comprensione storica non sopravvisse alla Gloriosa Rivoluzione, che, secondo lo storico JGA Pocock , “segnò una battuta d’arresto per il corso della storiografia inglese“.

La Magna Carta nell’era moderna

La Magna Carta continua ad avere un potente status iconico nella società britannica, essendo citata da politici e avvocati a sostegno delle posizioni costituzionali. La garanzia di un processo con una giuria e altre libertà civili, ad esempio, hanno portato al riferimento verso la Magna Carta da parte di Tony Benn al dibattito del 2008 sull’opportunità di aumentare il tempo massimo di detenzione senza accusa dei sospetti di terrorismo da 28 a 42 giorni come “il giorno dell’abrogazione della Magna Carta“.

Sebbene raramente invocati in tribunale nell’era moderna, nel 2012 i manifestanti di Occupy London hanno tentato di utilizzare la Magna Carta per resistere allo sfratto dal cimitero di St. Paul da parte della City di Londra.

Occupy London
Occupy London

La Magna Carta ha poco peso legale nella Gran Bretagna moderna, poiché la maggior parte delle sue clausole sono state abrogate e i diritti pertinenti sono assicurati da altri statuti, ma lo storico James Holt osserva che la sopravvivenza della Carta del 1215 nella vita nazionale è un “riflesso del continuo sviluppo dell’English Law and Administration” e simbolo delle numerose lotte tra autorità e diritto nel corso dei secoli. Lo storico WL Warren ha osservato che “molti che sapevano poco e si preoccupavano meno del contenuto della Carta hanno, in quasi tutte le epoche, invocato il suo nome, e con giusta causa, perché significava più di quanto dicesse“.

Rimane anche un argomento di grande interesse per gli storici; Natalie Fryde ha definito la carta per molti versi ancora un “testo sacro”, la Magna Carta è generalmente considerata parte della costituzione non codificata del Regno Unito; in un discorso del 2005, Lord Woolf, l’ha descritta come “il primo di una serie di strumenti che ora sono riconosciuti come aventi uno status costituzionale speciale”.

La Magna Carta fu ristampata in Nuova Zelanda nel 1881 come uno degli atti imperiali in vigore nel Paese. La clausola 29 del documento rimane in vigore come parte della legge neozelandese.

Il documento continua anche ad essere onorato negli Stati Uniti come antecedente della Costituzione e della Carta dei diritti degli Stati Uniti. Nel 1976, il Regno Unito prestò uno dei quattro originali sopravvissuti della Magna Carta del 1215 agli Stati Uniti per le celebrazioni del bicentenario. L’originale è stato restituito dopo un anno, ma una replica e la custodia sono ancora in mostra nella Cripta del Campidoglio degli Stati Uniti a Washington.

LEGGI IL TESTO TRADOTTO IN ITALIANO DELLA MAGNA CARTA

Fonti

  • Charles Henry Browning, The Magna Charta Described
  • Carolin Eele, Perceptions of Magna Carta: Why has it been seen as significant?
  • Nicholas Vincent, Magna Carta: A Very Short Introduction, Oxford, Oxford University Press, 2012
  • Geoffrey Hindley, The Book of Magna Carta, London, UK, Constable, 1990
  • https://www.bl.uk/collection-items/magna-carta-1216
  • Michael Prestwich, Edward I, New Haven, US, Yale University Press

Che spade si usavano nell’Antica Roma? Le spade dei romani

Quali tipi di spade si utilizzavano nell’antica Roma?  Che caratteristiche avevano, ed esisteva un solo tipo di spada, o i romani, durante la loro storia militare, utilizzare uno più di un tipo di spada?

Il Gladio Hispaniensis

Nella primissima parte della loro storia, i romani utilizzavano armi tipicamente greche come lo Xiphos e il Kopis. Tuttavia, proprio durante la seconda guerra punica, quando entrarono in contatto con la metallurgia dei fabbri iberici, scoprirono e decisero di utilizzare su larga scala il Gladius Hispaniensis.

Il Gladius Hispaniensis venne utilizzato dal 216 a.C fino attorno al 20 a.C. La lama era lunga dai 60 ai 68 cm e, assieme all’impugnatura, la spada toccava  complessivamente i 75-85 cm di lunghezza.

La lama era dotata di una leggera curvatura e veniva chiamata “lama a foglia”: era larga 5 cm, ed era generalmente più grande e più pesante fra tutti i gladi a disposizione nell’esercito romano. Il peso complessivo di un Gladius Hispaniensis si attestava dai 900 grammi a 1Kg.

Il Gladio Mainz o Magonza

Il gladio Mainz venne utilizzato in un periodo compreso tra il I e il III secolo d.C. La lama era lunga dai 40 ai 55 cm ed era larga 7 cm. In questo modo, la spada era complessivamente lunga dai 65 ai 70 cm. Pesava circa 800 grammi. La punta del gladio Mainz era decisamente più pronunciata rispetto a quella del gladio Hispaniensis,  tanto che, in alcuni esemplari ritrovati, la sola punta occupava 20 cm di tutta la lama.

Il Gladio Pompei

Il gladio Pompei è stato così chiamato dagli storici moderni dopo diversi ritrovamenti nella omonima città romana. Era forse il più popolare. La spada aveva una punta triangolare, ma era decisamente più corta rispetto agli altri gladi. La sua lunghezza infatti andava dai 45 ai 50 cm, per una lunghezza totale della spada di 60-65 cm. La lama era larga 5 cm e la spada, compresa l’elsa di legno, pesava 700 g.

Il Gladio Fulham

Il gladio Fulham venne utilizzato dai romani dopo l’invasione della Britannia da parte del generale Aulo Plauzio nel 43 d.C. La lunghezza della lama andava dai 50 ai 55 cm, per una lunghezza della spada complessiva che andava dai 65 ai 70 cm.  La lama aveva una punta triangolare e la sua larghezza toccava i 6 cm. Pesava circa 700g, ed era dunque una delle più leggere.

Tutte queste spade, pur con alcune evidenti differenze, erano dotate di un’elsa composta da una impugnatura in legno, in osso o, per gli esemplari degli ufficiali, in avorio e protetta da una guardia in legno. L’impugnatura era inoltre controbilanciata, nel peso, da un pomello in legno o altro materiale.