martedì 23 Giugno 2026
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La battaglia di Durazzo (48 a.C). Pompeo sconfigge Giulio Cesare

La battaglia di Durazzo (o Dyrrhachium) fu uno dei momenti cruciali della guerra civile romana tra Gaio Giulio Cesare e Gneo Pompeo Magno. Combattuta il 10 luglio del 48 a.C. vicino alla città di Durazzo (nell’attuale Albania), vide la vittoria di Pompeo sulle forze di Cesare, ma non fu decisiva per l’esito finale del conflitto.

Contesto storico

La guerra civile tra Cesare e Pompeo scoppiò nel 49 a.C., quando Cesare, al comando delle legioni della Gallia, attraversò il fiume Rubicone e invase l’Italia, sfidando l’autorità del Senato romano che appoggiava Pompeo. Quest’ultimo, che era stato alleato e genero di Cesare, si ritirò in Grecia con le sue truppe e i suoi sostenitori, tra cui molti senatori e nobili. Cesare lo inseguì dopo aver assicurato il controllo dell’Italia e della Spagna, ma non riuscì a impedirgli di attraversare l’Adriatico e sbarcare nei Balcani.

La fuga di Pompeo dall’Italia

Pompeo lasciò l’Italia nel febbraio del 49 a.C., raggiungendo Brindisi con i suoi uomini e le sue navi. Da lì si imbarcò per la Grecia, dove aveva alleati e basi militari. Cesare lo seguì con una parte delle sue forze, ma non poté trasportare tutte le sue legioni per mancanza di navi sufficienti. Inoltre, la flotta di Pompeo era superiore a quella di Cesare e gli impedì di attraversare lo stretto di Otranto con facilità.

Cesare arriva nei Balcani

Cesare riuscì a sbarcare in Epiro con solo due legioni e 500 cavalieri, mentre il resto delle sue truppe rimase in Italia sotto il comando di Marco Antonio. Cesare si trovò così in una situazione precaria, isolato e inferiore numericamente al nemico. Tuttavia, non si scoraggiò e cercò di stabilire una testa di ponte nei Balcani, conquistando alcune città e assediando altre. Nel frattempo, inviò messaggeri a Marco Antonio per ordinargli di raggiungerlo con le altre legioni.

La lotta per arrivare a Durazzo

Pompeo aveva stabilito il suo quartier generale a Tessalonica, dove ricevette rinforzi da varie province orientali dell’impero romano. Aveva a disposizione circa 45.000 fanti e 7.000 cavalieri, mentre Cesare ne aveva circa 22.000 e 1.000. Pompeo decise di marciare verso sud per affrontare Cesare prima che ricevesse i suoi rinforzi. I due eserciti si scontrarono in diverse scaramucce lungo la costa dell’Epiro, senza risultati decisivi. Cesare cercò di attirare Pompeo in una battaglia campale, ma questi si rifiutò di accettare lo scontro diretto, preferendo una strategia di logoramento.

Cesare allora decise di cambiare obiettivo e si diresse verso Durazzo, una città portuale fedele a Pompeo e ben fortificata. Cesare sperava di tagliare le linee di comunicazione e rifornimento di Pompeo assediando la città. Pompeo lo seguì e si accampò su una collina vicina alla città, protetta da un fiume.

L’assedio di Cesare a Pompeo

Cesare iniziò l’assedio di Durazzo nel maggio del 48 a.C., costruendo una serie di opere difensive intorno alla città e al campo di Pompeo, che consistevano in una fossa, un terrapieno, una palizzata e una serie di torri. Cesare sperava di tagliare le linee di comunicazione e rifornimento di Pompeo assediando la città. Pompeo lo seguì e si accampò su una collina vicina alla città, protetta da un fiume.

La reazione di Pompeo all’assedio di Cesare

Pompeo non rimase inattivo di fronte all’assedio di Cesare. Decise di contrattaccare con una serie di sortite e di incursioni contro le linee cesariane, cercando di rompere l’accerchiamento e di infliggere perdite al nemico. Inoltre, ricevette rinforzi da altre province orientali, tra cui la Siria e la Cilicia, che aumentarono il suo vantaggio numerico. Pompeo disponeva ora di circa 60.000 fanti e 9.000 cavalieri, mentre Cesare ne aveva circa 30.000 e 1.000.

Pompeo forza il blocco e sfugge a Cesare

Il 10 luglio del 48 a.C., Pompeo decise di sferrare l’attacco decisivo contro le fortificazioni di Cesare. Approfittando di una breccia aperta da alcuni dei suoi soldati in un punto debole delle linee cesariane verso sud, Pompeo lanciò la sua cavalleria e la sua fanteria contro il nemico, sorprendendolo e mettendolo in rotta. Cesare, con l’aiuto di Marco Antonio che nel frattempo era riuscito a sbarcare in zona, cercò invano di resistere e di riorganizzare le sue truppe, ma dovette ritirarsi in disordine verso il suo campo principale. Pompeo non inseguì il nemico in fuga, ma si limitò a occupare le sue opere difensive e a catturare i suoi bagagli e i suoi approvvigionamenti per poi fuggire.

Le conseguenze per Cesare nella guerra civile

La battaglia di Durazzo fu una sconfitta pesante per Cesare, che perse circa 1.000 uomini e molti equipaggiamenti. Pompeo invece ebbe solo 50 morti e 300 feriti. Tuttavia, Pompeo non sfruttò il suo successo per annientare definitivamente Cesare, che riuscì a fuggire con le sue truppe verso la Tessaglia.

Pompeo lo seguì con cautela, ma non riuscì a impedirgli di riorganizzare le sue forze e di prepararsi per la battaglia finale.

La battaglia decisiva si svolse il 9 agosto del 48 a.C., presso Farsalo, dove Cesare sconfisse Pompeo in modo schiacciante, nonostante fosse ancora inferiore numericamente. Pompeo fuggì verso l’Egitto, dove fu assassinato su ordine del giovane re Tolomeo XIII. Cesare lo inseguì fino ad Alessandria, dove si innamorò della sorella di Tolomeo, Cleopatra VII, e si impegnò in una nuova guerra contro i suoi nemici egiziani.

La battaglia di Durazzo fu quindi un episodio importante ma non decisivo della guerra civile tra Cesare e Pompeo. Dimostrò la superiorità organizzativa di Pompeo, ma anche la sua mancanza di audacia e di determinazione nel seguire il suo vantaggio. Al contrario, Cesare dimostrò la sua abilità strategica nel sottrarsi alla situazione critica in cui si trovava e nel ribaltare le sorti della guerra con la sua vittoria a Farsalo.

L’editto di Tessalonica, 380 d.C. Il Cristianesimo è religione dell’impero romano

L’editto di Tessalonica è un documento emanato nel 380 d.C dagli imperatori Graziano, Teodosio I e Valentiniano II, con il quale si stabiliva che il cristianesimo niceno fosse l’unica religione lecita nell’impero romano. Si tratta di un atto fondamentale nella storia del cristianesimo e dell’Europa, in quanto segnò la fine della tolleranza religiosa e l’inizio della persecuzione delle altre fedi, in particolare del paganesimo e dell’arianesimo. L’editto di Tessalonica fu anche il primo passo verso la formazione di un impero cristiano, in cui il potere politico e quello ecclesiastico si intrecciarono strettamente.

Contesto storico

L’editto di Tessalonica fu il risultato di un lungo processo di cristianizzazione dell’impero romano, iniziato con la conversione di Costantino nel 312 e proseguito con le sue riforme a favore della Chiesa. Costantino convocò anche il primo concilio ecumenico a Nicea nel 325, dove si definì il dogma della Trinità e si condannò l’arianesimo, una dottrina elaborata dal presbitero alessandrino Ario, secondo il quale Cristo partecipava alla gloria di Dio Padre ma con un ruolo inferiore e subordinato.

Tuttavia, l’arianesimo continuò a diffondersi tra i popoli barbari e alcuni imperatori successori di Costantino, come Costanzo II e Valente. Questi favorirono gli ariani e perseguitarono i niceni, provocando una profonda divisione religiosa nell’impero.

Nel 378, Valente morì nella battaglia di Adrianopoli contro i Goti ariani, lasciando il trono a Graziano e a Teodosio I. Graziano era un fervente sostenitore della dottrina nicena e nominò Teodosio come suo collega per governare la parte orientale dell’impero.

Teodosio era stato educato nella fede cattolica da suo padre, un generale romano che aveva combattuto contro gli ariani. Entrambi gli imperatori erano decisi a restaurare l’unità religiosa dell’impero e a eliminare le eresie. Per questo motivo, nel 380, mentre si trovavano a Tessalonica per affrontare una rivolta dei Goti, emanarono l’editto che sanciva il trionfo del cristianesimo niceno.

Contenuto dell’editto

L’editto di Tessalonica è conservato in una lettera inviata da Teodosio ai prefetti del pretorio d’Oriente. In essa si legge:

“Vogliamo che tutti i popoli che sono governati dalla nostra clemenza e moderazione abbraccino quella religione che san Pietro apostolo ha trasmesso ai Romani […] Crediamo in un solo Dio Padre onnipotente […] E in un solo Signore Gesù Cristo Figlio di Dio […] E nello Spirito Santo […] Questa è la fede degli apostoli; questa è la fede ortodossa; questa è la fede che ha stabilito l’universo. Condanniamo tutti gli empi errori e li proscriviamo dalla nostra presenza […] Chiunque abbia avuto l’audacia di seguire una tale opinione o una tale superstizione o una tale eresia […] lo dichiariamo alieno dalla comunione della Chiesa cattolica e lo priviamo della dignità del nome cristiano”.

L’editto non specificava le sanzioni per i trasgressori, ma li escludeva dalla società civile e religiosa. Inoltre, l’editto non nominava esplicitamente le altre religioni da proibire, ma usava termini generici come “empi errori”, “superstizione” ed “eresia”. Si può dedurre che tra questi rientrassero il paganesimo, l’arianesimo e tutte le altre forme di cristianesimo non allineate alla dottrina nicena.

Conseguenze dell’editto

L’editto di Tessalonica ebbe delle conseguenze importanti sulla società romana e sulla storia del cristianesimo. Da un lato, segnò la fine della libertà religiosa che aveva caratterizzato l’impero romano fino ad allora.

Da quel momento in poi, chi non si conformava alla religione ufficiale era considerato un nemico dello stato e della Chiesa. Da un altro lato, l’editto rafforzò il legame tra il potere imperiale e quello ecclesiastico, dando alla Chiesa cattolica una posizione di supremazia e di autorità. L’imperatore si presentava come il difensore della fede e il protettore della Chiesa, mentre i vescovi diventavano i suoi alleati e i suoi consiglieri.

L’editto di Tessalonica fu seguito da altri decreti teodosiani che intensificarono la repressione delle altre religioni. Nel 381, Teodosio convocò il secondo concilio ecumenico a Costantinopoli, dove si confermò il credo niceno e si condannarono nuovamente le eresie. Nel 382, Teodosio ordinò la chiusura dei templi pagani e la confisca dei loro beni.

Nel 383, Teodosio proibì i sacrifici pagani e le pratiche divinatorie. Nel 385, Teodosio fece giustiziare il filosofo pagano Priscilliano, accusato di stregoneria. Nel 391, Teodosio vietò ogni forma di culto pubblico o privato che non fosse cristiano. Nel 392, Teodosio dichiarò il cristianesimo niceno religione unica e obbligatoria per tutti i sudditi dell’impero.

Queste misure provocarono delle resistenze e delle rivolte da parte dei pagani e degli ariani, che furono però represse con la forza. Alcuni esempi sono la rivolta di Eugenio nel 392-394, sostenuta dai senatori pagani; la distruzione del tempio di Serapide ad Alessandria nel 391 da parte dei monaci cristiani; la morte di Ipazia, filosofa neoplatonica uccisa da una folla di fanatici nel 415. Allo stesso tempo, si verificarono anche dei tentativi di dialogo e di tolleranza da parte di alcuni imperatori e vescovi, come Ambrogio di Milano e Teodosio II.

L’editto di Tessalonica ebbe anche delle ripercussioni sulle relazioni tra l’impero romano e i popoli barbari che lo invadevano. Molti di questi erano convertiti all’arianesimo dai missionari goti Ulfila e Wulfila. Questo creava una differenza religiosa tra i conquistatori e i conquistati, che rendeva più difficile l’integrazione e la pacificazione. Alcuni esempi sono le guerre tra i Visigoti ariani e i Romani cattolici in Spagna; le persecuzioni degli Ostrogoti ariani contro i Romani cattolici in Italia; la conversione al cattolicesimo dei Franchi sotto Clodoveo nel 496.

L’editto di Tessalonica può essere considerato come uno dei momenti chiave nella storia del cristianesimo e dell’Europa. Esso segnò la fine dell’epoca antica e l’inizio del Medioevo, caratterizzato dalla fusione tra il mondo romano e quello germanico sotto l’egida della Chiesa cattolica.

FONTI

  • Codice teodosiano, libro XVI, titolo I, legge II.
  • Storia ecclesiastica di Socrate Scolastico: libro V, capitolo II.
  • Storia ecclesiastica di Sozomeno: libro VII, capitolo IV.
  • Storia ecclesiastica di Teodoreto di Cirro: libro V, capitolo V.
  • Vita di Ambrogio di Paolino di Milano: capitolo XXI.

La battaglia di Naisso (269 d.C). Claudio II sconfigge i Goti

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Nel 269 d.C., l’impero romano fu minacciato da una massiccia invasione di Goti, una popolazione barbarica proveniente dalle regioni nord-orientali del Danubio. I Goti attraversarono il fiume Danubio e si spinsero fino alla Pannonia, saccheggiando e devastando le province romane.

L’imperatore Gallieno riuscì a fermare l’avanzata dei Goti in una battaglia campale, ma non a espellerli dai territori dell’impero. Dopo la sua morte, avvenuta per un complotto dei suoi generali, gli succedette Claudio II, detto il Gotico per la sua origine trace. Claudio organizzò una nuova spedizione contro i Goti e li affrontò in una decisiva battaglia presso la città di Naisso (l’odierna Niš, in Serbia).

La battaglia di Naisso fu una delle più importanti della storia romana, perché segnò la fine della minaccia gota per almeno un secolo e dimostrò l’efficacia della nuova organizzazione militare data all’esercito romano: il comitatus, un esercito ad alta mobilità composto principalmente da forze di cavalleria.

Il pericolo dei Goti

I Goti erano una confederazione di tribù germaniche che abitavano le regioni tra il Mar Nero e il Danubio. Nel III secolo d.C., essi furono spinti verso sud dalla pressione degli Unni, un altro popolo barbarico proveniente dall’Asia centrale.

I Goti entrarono così in contatto con l’impero romano, che controllava le province danubiane. Inizialmente, i rapporti tra i due popoli furono pacifici e basati su scambi commerciali e alleanze militari. Tuttavia, a partire dal 250 d.C., i Goti iniziarono a compiere delle incursioni oltre il fiume, approfittando della crisi interna che affliggeva l’impero romano. L’imperatore Decio fu ucciso in battaglia contro i Goti nel 251 d.C., mentre il suo successore Valeriano fu catturato dai Persiani nel 260 d.C. In questo contesto di debolezza e instabilità, i Goti intensificarono le loro scorrerie e arrivarono a minacciare la stessa Roma.

Verso la battaglia

Nel 267-268 d.C., i Goti sferrarono la loro più grande invasione dell’impero romano. Essi si divisero in due gruppi: uno attaccò le province orientali via mare, arrivando fino all’Asia Minore e alla Grecia; l’altro invase le province occidentali via terra, attraversando il Danubio e penetrando nella Pannonia.

L’imperatore Gallieno reagì prontamente e riuscì a respingere entrambi gli attacchi. Tuttavia, egli fu assassinato da alcuni dei suoi generali nel settembre del 268 d.C., mentre si trovava nei pressi di Milano. Gli succedette Claudio II, uno dei suoi migliori comandanti militari. Claudio decise di continuare la guerra contro i Goti e di liberare l’impero dalla loro presenza.

Egli radunò un esercito composto da unità della guardia pretoriana, da vexillationes (distaccamenti) di diverse legioni e da truppe ausiliarie e alleate. Il nucleo dell’esercito era costituito dal comitatus, una forza di cavalleria pesante comandata dal futuro imperatore Aureliano.

La battaglia di Naisso

Claudio raggiunse la città di Naisso, dove si trovava una forte guarnigione romana, e si accampò nei pressi della città. I Goti, che si erano accorti della sua presenza, si disposero a nord della città, lungo la riva destra del fiume Naisso.

La battaglia ebbe inizio quando i Goti attaccarono il campo romano con una massa di fanteria e cavalleria. I Romani resistettero all’urto e contrattaccarono con la loro cavalleria, guidata da Aureliano. Questi riuscì a sfondare le linee nemiche e a mettere in fuga la cavalleria gota.

Poi si voltò contro la fanteria gota, che era rimasta isolata e priva di sostegno. I Goti furono massacrati dalla cavalleria romana, che li inseguì fino al fiume. Molti di loro annegarono nel tentativo di attraversare il fiume, mentre altri furono catturati o uccisi dai Romani. La battaglia fu una vittoria schiacciante per Claudio, che perse solo pochi uomini, mentre i Goti ne persero circa 50.000 tra morti e feriti.

Sottomessi per un secolo

La battaglia di Naisso fu il colpo finale all’invasione gota dell’impero romano. I Goti superstiti si ritirarono oltre il Danubio e non rappresentarono più un pericolo per i Romani per circa un secolo. Claudio fu acclamato come Gothicus Maximus (il vincitore dei Goti) e ricevette il titolo di imperator dal suo esercito. Egli continuò la sua campagna contro i barbari e riuscì a sconfiggere anche gli Alemanni e i Vandali.

Tuttavia, nel 270 d.C., morì a Sirmio per un’epidemia di peste che aveva colpito il suo esercito. Gli succedette il suo generale Aureliano, che completò l’opera di Claudio e restaurò l’unità e la stabilità dell’impero romano.

Fonti:

  • Zosimo, Storia Nuova, I, 40-41
  • Eutropio, Breviarium ab urbe condita, IX, 9

Il legionario romano repubblicano: armi ed equipaggiamento

Il legionario romano era il fante che faceva parte della legione romana, l’unità militare di base dell’esercito romano. I Romani dovettero affrontare svariate popolazioni che adottavano metodi di combattimento differenti tra loro; questo influì sia sull’organizzazione e sulla struttura della legione, sia sul tipo di armamento utilizzato.

Nel periodo repubblicano, il legionario era un cittadino romano che si arruolava volontariamente per una campagna militare e doveva provvedere al proprio equipaggiamento. Il sistema censitario stabiliva la qualità e la quantità delle armi che ogni soldato doveva portare. Con la riforma di Mario, avvenuta alla fine del II secolo a.C., il reclutamento divenne aperto a tutti i cittadini, anche i più poveri, e lo stato fornì l’equipaggiamento standard a tutti i legionari.

L’elmo del legionario romano repubblicano

L’elmo del legionario repubblicano romano era una parte fondamentale dell’equipaggiamento di questo soldato che combatteva nelle legioni romane. L’elmo aveva la funzione di proteggere la testa dai colpi nemici, ma anche di identificare il grado e l’appartenenza del legionario. L’elmo subì diverse trasformazioni nel corso della storia repubblicana, a seconda delle influenze culturali e delle esigenze belliche.

Il tipo di elmo più diffuso tra i legionari repubblicani era quello detto Montefortino, dal nome del luogo dove fu trovato il primo esemplare. Si trattava di un elmo di origine celtica, adottato dai Romani dopo le guerre contro i Galli. Era costituito da una calotta semisferica in bronzo e due paragnatidi laterali per proteggere le guance. Sulla sommità dell’elmo sporgeva un pomello o una rosetta, a cui si poteva attaccare una penna o un cimiero per ornamento. L’elmo Montefortino era leggero e pratico, ma non offriva una copertura adeguata per il collo e le orecchie.

Altri tipi di elmi usati dai legionari repubblicani erano quelli di fattura greca, come l’elmo corinzio, l’elmo calcidico e l’elmo attico. Questi elmi erano più pesanti e ingombranti, ma coprivano meglio la testa e il viso. Erano spesso decorati con motivi geometrici o figurativi, e potevano avere una cresta trasversale o longitudinale. Gli elmi greci erano preferiti dai centurioni e dagli ufficiali, che li usavano come segno distintivo.

Un altro tipo di elmo usato dai legionari repubblicani era quello detto Coolus, dal nome della città gallica dove fu prodotto. Era simile al Montefortino, ma aveva una calotta più allungata. Era spesso rinforzato da bande di metallo sul bordo e sulla sommità. L’elmo Coolus era più resistente e confortevole del Montefortino, e fu usato fino al I secolo d.C.

Un ultimo tipo di elmo usato dai legionari repubblicani era quello detto Agen-Port, dal nome dei due luoghi dove furono trovati i primi esemplari. Era un elmo di origine gallica, simile al Coolus, ma con una calotta più bombata. Era decorato con motivi geometrici o floreali, e aveva due fori sulle paragnatidi per il fissaggio di una maschera facciale. L’elmo Agen-Port era usato dai soldati d’élite, come i pretoriani o i triarii.

L’elmo del legionario repubblicano romano era quindi un elemento essenziale per la sua sicurezza e la sua identità. Rifletteva le influenze culturali dei popoli con cui i Romani entrarono in contatto, ma anche le innovazioni tecniche e le esigenze tattiche dei vari periodi storici.

La corazza del legionario romano repubblicano

La corazza del legionario repubblicano romano era un elemento fondamentale della sua armatura, che lo proteggeva dai colpi dei nemici e gli conferiva un aspetto imponente e uniforme. La corazza variò nel tempo, a seconda delle influenze culturali e delle esigenze tattiche.

Nel periodo regio e nella prima Repubblica (753-350 a.C.), i Romani adottarono il modello oplitico dei Greci e degli Etruschi, basato su una falange compatta di fanti pesanti. La corazza era costituita da una lorica di bronzo o di ferro, che copriva il torace e la schiena, e da uno spallaccio (parma equestris) che proteggeva la spalla destra, quella più esposta al combattimento. La lorica era decorata con figure geometriche o animali, mentre lo spallaccio poteva avere una forma circolare o rettangolare. Questa corazza era pesante e costosa, e quindi riservata ai ceti più abbienti.

Nel periodo medio repubblicano (350-107 a.C.), i Romani introdussero la riforma manipolare, che rendeva l’esercito più flessibile e adatto a combattere in terreni diversi. La corazza si alleggerì e si semplificò, seguendo l’esempio dei popoli italici come i Sanniti e i Celtiberi. La lorica fu sostituita da una corazza di cuoio o di lino imbottito (lorica lintea), rinforzata da strisce di metallo (lorica plumata) o da scaglie (lorica squamata). Lo spallaccio fu abbandonato, e al suo posto si usava una fascia di cuoio o di stoffa (balteus) che sosteneva il gladio. Questa corazza era più economica e accessibile a tutti i cittadini-soldati.

Nel periodo tardo repubblicano (107-31 a.C.), i Romani affrontarono le guerre civili e le conquiste delle province. La riforma mariana rese l’esercito professionale e permanente, fornendo ai soldati l’equipaggiamento necessario. La corazza si arricchì di elementi presi dalle culture ellenistiche e orientali. La lorica squamata divenne più diffusa, soprattutto tra i centurioni e gli ufficiali. Si diffuse anche l’uso della lorica hamata, una cotta di maglia fatta di anelli di ferro intrecciati, che garantiva una buona protezione senza limitare la mobilità. Alcuni legionari adottarono anche la lorica musculata, una corazza anatomica di bronzo che imitava i muscoli del petto e dell’addome. Questa corazza era molto elegante ma poco pratica, e quindi usata solo per le parate o per le statue.

Lo scudo del legionario repubblicano

Nel periodo regio e nella prima Repubblica (753-350 a.C.), i Romani adottarono il modello oplitico dei Greci e degli Etruschi, basato su una falange compatta di fanti pesanti. Lo scudo era rotondo e veniva chiamato clipeus o oplon. Era fatto di bronzo o di ferro e aveva due punti di presa interni: una guida di legno per l’avambraccio e una corda per la mano. Questo scudo era pesante e poco maneggevole, e quindi riservato ai ceti più abbienti.

Nel periodo medio repubblicano (350-107 a.C.) lo scudo si modificò e divenne ovale e convesso, le cui dimensioni erano di circa 70cm larghezza e 118 cm in lunghezza. Era formato da assi di legno incollate tra loro e ricoperte da uno strato di tessuto di lino (all’interno) e uno di cuoio (all’esterno). I bordi superiori ed inferiori erano rafforzati da una lamiera di ferro, mentre al centro esterno era applicato un umbone metallico che proteggeva dai colpi più forti, oltre ad un rinforzo di legno noto come “spina” che correva lungo tutta l’altezza dello scudo.

Nel periodo tardo repubblicano (107-31 a.C.), lo scudo ovale fu sostituito da uno rettangolare, con i lati superiori ed inferiori maggiormente curvi. La struttura era simile a quella dello scudo ovale, ma con uno strato aggiuntivo di cuoio all’esterno. L’umbone divenne più grande e sporgente, mentre lo scudo fu decorato con simboli della legione o dell’unità. Questo scudo era più resistente e particolarmente adatto a formare la testuggine.

Il Gladius Hispaniensis

Il gladio era la spada di ordinanza utilizzata dai soldati romani: era un’arma a doppio taglio con la lama larga e molto appuntita, adatta a colpire con affondi rapidi e letali. Il gladio variò nel tempo, a seconda delle influenze culturali e delle esigenze militari.

Nel periodo regio e nella prima Repubblica (753-350 a.C.), i Romani adottarono le spade dei Greci e degli Etruschi, come lo xiphos a lama diritta e la makhaira a lama curva. Queste spade erano usate per sferrare fendenti e tagli contro i nemici in formazione serrata ma erano poco maneggevoli e richiedevano una buona abilità nel combattimento.

Nel periodo medio repubblicano (350-107 a.C.), il gladio si modificò e divenne più corto e pesante, con una lama di circa 60-66 cm di lunghezza. Era usato per lanciare colpi potenti e penetranti contro i nemici più vicini. Questo gladio era di chiara derivazione iberica, adottato dai Romani dopo averlo conosciuto durante la conquista dell’Hispania nella seconda guerra punica. Per questo motivo era chiamato Gladius Hispaniensis. Il gladio aveva poi un manico in legno ricoperto talvolta di bronzo con un grosso pomello che aveva la funzione di riequilibrare il peso.

Nel periodo tardo repubblicano (107-31 a.C.) il gladio divenne un poco più corto e leggero, con una lama di circa 40-55 cm di lunghezza. Era usato per lanciare colpi rapidi e numerosi contro i nemici più diversi. Questo gladio era di tipo “Magonza” o “Pompei” (usati dalla metà del I secolo d.C. fino al III secolo d.C.) a seconda della forma della punta e della guardia.

Il Pilum: il giavellotto del legionario romano repubblicano

Il pilum era un giavellotto utilizzato dall’esercito romano nei combattimenti a breve distanza. Era un’arma micidiale, capace di perforare gli scudi e le armature dei nemici e di rendere inutilizzabili le loro armi. Il pilum variò nel tempo, a seconda delle influenze culturali e delle esigenze militari.

Le origini del pilum sono incerte. Secondo alcune testimonianze il pilum fu inventato dagli Etruschi per fermare gli attacchi delle tribù Celtiche nell’Italia Settentrionale, secondo altre fonti, il pilum fu adottato dai Romani dopo averlo conosciuto durante la conquista dell’Hispania, dove era usato dai Celtiberi della Meseta.

Il pilum era composto da un’asta di legno unita da attacchi a una punta metallica. La lunghezza poteva variare da 150 a 190 cm, mentre il peso da 900 g a 2 kg. La punta metallica era più o meno lunga dell’asta di legno e aveva una forma conica o piramidale.

Ogni legionario portava normalmente due pila, uno leggero e uno pesante. Il pilum leggero aveva una lama più sottile e lunga e un’asta più corta e leggera. Era usato per lanciare colpi rapidi e numerosi contro i nemici in avvicinamento. Il pilum pesante aveva una lama più spessa e corta e un’asta più lunga e pesante. Era usato per lanciare colpi potenti e devastanti contro i nemici più vicini.

Il pilum veniva lanciato da una distanza variabile di 10-25 metri dal bersaglio, prima di ingaggiare il combattimento ravvicinato con il gladio. Il pilum aveva la caratteristica di piegarsi o spezzarsi dopo l’impatto, rendendo difficile il suo recupero o riutilizzo da parte del nemico. Inoltre, se il pilum perforava lo scudo del nemico, lo rendeva molto pesante e ingombrante da portare, costringendo il nemico a gettarlo via e a rimanere scoperto.

Il legionario romano repubblicano fu il protagonista delle grandi conquiste che portarono Roma a dominare il mondo antico. Il suo successo dipendeva dalla sua disciplina, dal suo addestramento, dalla sua motivazione e dal suo armamento. Il pilum e il gladio erano le sue armi principali, che gli consentivano di affrontare con efficacia i diversi nemici che incontrava.

Il pilum e il gladio variarono nel tempo, seguendo le influenze culturali e le esigenze militari dei Romani. Il pilum e il gladio riflettevano la loro evoluzione storica e culturale, mostrando la loro capacità di adattarsi alle diverse situazioni belliche e di assimilare le innovazioni tecniche dei popoli che incontravano.

Ponzio Pilato. L’uomo che condannò Gesù

Ponzio Pilato è un personaggio storico conosciuto principalmente per il suo coinvolgimento nel processo di Gesù di Nazareth; tuttavia, la sua esistenza e la sua carriera politica forniscono una prospettiva interessante sul periodo romano.

Origini e famiglia

Le fonti antiche forniscono scarse informazioni riguardo alla sua famiglia e alle sue origini, ma l’analisi del suo nome e gli studi di Alexander Demand e Jean Pierre Lemon consentono di ricostruire alcuni particolari.

Ponzio Pilato era presumibilmente di discendenza sannita, un popolo italico della regione del Sannio, nel cuore dell’Italia. La sua famiglia era di estrazione plebea e indigente, come suggerisce l’analisi del suo nome. “Ponzio” è correlato a diversi tribuni plebei mentre “Pilato” potrebbe riferirsi al pileo, un copricapo frigio associato agli schiavi manomessi, o al pilum, il giavellotto dei legionari romani. Entrambe le interpretazioni indicano che la famiglia di Pilato fosse di umili origini e che abbia intrapreso una carriera militare per migliorare la propria posizione sociale.

Col passare del tempo, la famiglia di Pilato ottenne una promozione sociale e fu nobilitata, ascendendo al rango degli equestri, una classe sociale con reddito medio superiore ai plebei. Ponzio Pilato divenne un individuo erudito, istruito e abbastanza agiato, con molteplici legami politici e ben considerato dall’aristocrazia romana.

Ponzio Pilato come Prefetto di Giudea

Nonostante le fonti antiche non siano certe riguardo al periodo e alle circostanze in cui Pilato assunse il governo della Giudea, sappiamo che mantenne questa posizione per circa un decennio. Alcuni studiosi ritengono che gli sia stato assegnato l’incarico da Seiano, praefectus praetorio e comandante della guardia personale dell’imperatore Tiberio, mentre altri negano tale ipotesi.

Le fonti antiche più affidabili, come Giuseppe Flavio, indicano che Pilato assunse la carica nel 26 d.C. e la mantenne fino al 36 d.C., sebbene altre fonti suggeriscano date diverse, tra il 17 e il 19 d.C.

Durante il suo mandato, Pilato ebbe una posizione solida e stabile, in quanto era responsabile della riscossione delle imposte, dell’amministrazione della giustizia e del controllo del territorio nella provincia di Giudea.

La sua posizione fu ulteriormente rafforzata dall’assenza del governatore della Siria, Lucius Lamia, a cui il governatore della Giudea doveva rispondere. Lamia fu assente per sei anni, il che conferì a Pilato una notevole libertà d’iniziativa e potere decisionale.

Ponzio Pilato, governatore della Giudea, aveva il diritto di decidere il sommo sacerdote del tempio di Gerusalemme e scelse Giuseppe Ben Caifa. Grazie al sostegno della setta dei sadducei e dell’aristocrazia ebraica, Pilato consolidò il suo potere nella regione.

Il governatorato di Pilato fu caratterizzato tuttavia da una serie di incidenti e problemi, dovuti principalmente alla sua scarsa comprensione della società ebraica. Tra questi, si possono citare tre episodi particolarmente significativi.

Inizialmente, Pilato esibì simboli del potere imperiale romano, tra cui l’effigie dell’imperatore, a Gerusalemme, vicino al tempio. Questo gesto offese profondamente gli ebrei e provocò sommosse nella città. Alla fine, Pilato decise di rimuovere le immagini e ristabilire l’ordine.

Un altro incidente simile avvenne quando Pilato fece esporre degli scudi dorati a Gerusalemme. Gli ebrei si offesero, probabilmente perché dietro gli scudi vi era un’iscrizione che definiva l’imperatore Tiberio come divino. L’episodio provocò un’insurrezione che raggiunse le orecchie di Tiberio, il quale rimproverò Pilato per il suo comportamento imprudente. Anche in questo caso, Pilato fu costretto a ritirare i simboli.

Ponzio Pilato volle poi costruire un acquedotto nella Giudea e, per finanziare l’opera, ordinò di prelevare dell’oro direttamente dal tempio di Gerusalemme. Questo gesto fu considerato una grave provocazione dagli ebrei e causò una violenta rivolta, che Pilato dovette reprimere nel sangue.

Il processo di Pilato a Gesù Cristo

Il processo di Gesù Cristo è un evento storico di grande rilevanza, non solo per la sua importanza religiosa, ma anche per le implicazioni politiche e sociali dell’epoca.

Gesù Cristo predicava in quella regione e si autoproclamava re dei Giudei, una definizione che offendeva profondamente gli altri Giudei, in particolare gli aristocratici. A causa della sua predicazione, si verificarono disordini nel territorio e Gesù fu denunciato a Ponzio Pilato. L’accusa principale era di sedizione, ovvero di fomentare rivolte tra la popolazione.

Non si conoscono i dettagli del processo, ma è probabile che sia stata seguita una formula di “cognitio extra ordinem”, un processo in cui il giudice (in questo caso, il prefetto) aveva una vasta libertà decisionale. Le fonti disponibili si dividono in due versioni principali.

Secondo i Vangeli, in particolare il Vangelo di Marco, Ponzio Pilato avrebbe mostrato riluttanza a condannare Gesù, non ritenendolo colpevole di un crimine tale da meritare la pena capitale. Tuttavia, a causa della forte pressione popolare e delle proteste contro Gesù, Pilato avrebbe deciso di condannarlo a morte per accontentare la folla, lavandosene simbolicamente le mani.

D’altra parte, autori non cristiani come Tacito, Giuseppe Flavio e Filone di Alessandria sostengono che Ponzio Pilato fosse più deciso nel condannare Gesù, in collaborazione con l’aristocrazia ebraica. Non è possibile determinare quale delle due versioni sia più accurata o storica, ma entrambe devono essere prese in considerazione.

Dal punto di vista storico, per Ponzio Pilato, il processo di Gesù non rappresentava un evento di particolare importanza, ma piuttosto un’ordinaria amministrazione. Si può ipotizzare che la decisione di condannare Gesù sia stata presa per accontentare la folla, soprattutto considerando il delicato contesto del periodo pasquale, con molti pellegrini presenti a Gerusalemme.

Ponzio Pilato dopo Gesù

Dopo il processo di Gesù, le informazioni sulla vita di Ponzio Pilato diventano più vaghe.

Sappiamo però di un altro incidente in cui Pilato intervenne con forze militari contro un gruppo di Samaritani guidati da Dositeo, che cercavano manufatti di Mosè. Dopo l’intervento sanguinoso, i Samaritani si rivolsero al governatore di Siria, Lucio Vitellio il Vecchio, sostenendo di non essere mai stati armati.

Pilato venne rimosso dall’incarico e mandato a Roma per essere giudicato al cospetto dell’imperatore Tiberio. Tuttavia, Tiberio morì e la causa passò sotto l’imperatore Caligola. Non si sa se Caligola abbia presenziato alle udienze o se abbia rigettato la causa. Sappiamo però che Pilato non fece mai più ritorno nella provincia.

Le fonti antiche offrono informazioni contrastanti sul destino di Ponzio Pilato. Secondo Eusebio di Cesarea, autore posteriore e cristiano, Pilato cadde in rovina e si suicidò nel 39 d.C. Altri studiosi, tuttavia, sostengono che Pilato sia andato semplicemente in pensione e abbia concluso la sua carriera lavorativa da ricco aristocratico.

La sua figura è stata interpretata dalla storia successiva con approcci diversi. I primi cristiani e i cristiani orientali, prevalentemente in Egitto e Etiopia, vedono Pilato come una figura che si è convertita, avendo compreso l’innocenza di Gesù. Essi credono che Pilato sia stato costretto dagli eventi a condannare Gesù.

Una tradizione più negativa, tipica del Cristianesimo occidentale e bizantino, vede invece Pilato come una figura totalmente malvagia, simbolo del potere romano spietato che non si rende conto della grandezza del Messia. Questa immagine negativa può essere stata influenzata dalla propaganda del nuovo Impero Romano cristiano, che aveva bisogno di stigmatizzare chi aveva condannato Gesù a morte.

Nonostante la realtà storica, tuttavia, Ponzio Pilato rimarrà una figura in grado di suscitare il dibattito per il resto della storia, con interpretazioni diverse e contrastanti che riflettono le complessità del suo ruolo.

Gneo Pompeo Magno: vita, triumvirato e guerra contro Cesare

Gneo Pompeo Magno (29 settembre 106 a.C. – 28 settembre 48 a.C.) fu un generale e uomo di stato romano.

Membro della nobiltà senatoriale, Pompeo intraprese una carriera militare folgorante e si distinse al servizio del generale Silla come comandante nella guerra sociale dell’83-82 a.C.

Il successo di Pompeo come generale gli permise di ottenere il consolato senza seguire il tradizionale cursus honorum (i passaggi richiesti per avanzare in una carriera politica).

Fu eletto console in tre occasioni (70, 55, 52 a.C.). Celebrò tre trionfi, e servì come comandante nella guerra contro Sertorio, nella terza guerra servile, nella terza guerra mitridatica e in varie altre campagne militari, come la guerra contro i pirati nel Mediterraneo. Il precoce successo gli valse il cognome di Magnus – “il Grande” – in onore del suo eroe dell’infanzia, Alessandro Magno. I suoi avversari gli diedero il soprannome di adulescentulus carnifex (“macellaio adolescente”) per la sua spietatezza.

Nel 60 a.C., Pompeo si unì a Crasso e Cesare in una alleanza politica privata nota come il “Primo Triumvirato”, che gli consegnò il comando della politica romana, cementata dal matrimonio di Pompeo con la figlia di Cesare, Giulia.

Dopo la morte di Giulia e Crasso (nel 54 e 53 a.C.), Pompeo passò alla fazione politica degli ottimati, la parte conservatrice del Senato romano. Pompeo e Cesare iniziarono quindi a contendersi la leadership dello stato romano, arrivando alla guerra civile contro Cesare, recente conquistatore delle Gallie.

Dopo una prima vittoria a Durazzo, Pompeo fu infine sconfitto nella battaglia di Farsalo nel 48 a.C. Cercò rifugio in Egitto, dove fu assassinato a tradimento dai cortigiani di Tolomeo XIII.

L’ascesa sotto Silla

Pompeo proveniva da una famiglia di nobili senatori. Grazie alla sua fluente conoscenza del greco e alla stretta amicizia con i letterati greci, è probabile che abbia ricevuto un’educazione adeguata per un giovane nobile romano. La sua prima esperienza militare avvenne al fianco di suo padre, Pompeo Strabone, che lo ha aiutato a formare il suo carattere, a sviluppare le sue abilità militari e a far crescere la sua ambizione politica.

La famiglia di Pompeo possedeva terreni nella regione del Picenum, che corrisponde all’attuale zona marchigiana dell’Italia orientale, e vantava un vasto seguito di clienti, che Strabone ampliò notevolmente durante il suo mandato da console.

Durante la guerra civile tra i generali Lucio Cornelio Silla e Gaio Mario (88-87), Strabone si schierò contro Silla e appoggiò invece i Mariani.

Dopo la morte del padre, tuttavia, Pompeo si allontanò presto dal movimento mariano e, anzi, dotato di notevole iniziativa, si guadagnò il favore di Silla con azioni che dimostravano una grande capacità organizzativa.

Si presentò infatti con tre legioni, da lui autonomamente reclutate nel Picenum, e si unì a Silla come alleato nella campagna per strappare Roma e l’Italia ai Mariani nell’83. Silla, che apprezzò moltissimo la sua collaborazione, fece largo uso delle abilità militari del giovane Pompeo, il quale sposò anche la figliastra di Silla.

Per ordine di Silla, il Senato affidò a Pompeo il compito di recuperare la Sicilia e l’Africa dai Mariani, un incarico che portò a termine in due campagne lampo nel 82-81.

I capi mariani che si arresero a Pompeo furono uccisi senza pietà; per questo motivo, tra i suoi nemici, egli venne chiamato il “macellaio” di Silla, mentre tra le truppe venne acclamato come “Imperator” e “Magnus”.

Pompeo, tuttavia, dimostrò anche di saper forzare la situazione. Dall’Africa, Pompeo chiese di poter celebrare il trionfo a Roma e si rifiutò di sciogliere il suo esercito, presentandosi alle porte della città, e costringendo di fatto Silla a concedergli ciò che chiedeva.

Dopo l’abdicazione di Silla, Pompeo sostenne la candidatura di Marco Lepido per il consolato del 78. Tuttavia, una volta salito al potere, Lepido tentò una rivolta che Pompeo non esitò a reprimere, schierandosi a favore del Senato. Terminata la rivolta, Pompeo rifiutò di sciogliere il suo esercito e lo usò per esercitare pressione sul Senato, ottenendo il comando proconsolare per unirsi al generale Metello Pio, impegnato in Spagna contro il capo mariano Sertorio.

La campagna contro Sertorio

Durante la campagna per riconquistare la Spagna, Pompeo fu messo alla prova non solo dal punto di vista militare.

Sertorio era un generale romano esperto di guerriglia, che, ribellatosi al governo di Roma, aveva creato una sorta di “stato indipendente” in Spagna. La guerra durò diversi anni e fu caratterizzata da una serie di tattiche militari innovative, utilizzate da entrambi i lati.

Pompeo era determinato a porre fine alla rivolta di Sertorio, ma inizialmente ebbe poco successo, in parte perché Sertorio aveva il supporto dei popoli locali e in parte perché la sua tattica era particolarmente efficace contro le truppe romane regolari. Tuttavia, presto anche Pompeo iniziò a sviluppare nuove tattiche che gli permisero di combattere contro Sertorio con successo.

Dopo diversi anni di guerra, Pompeo riuscì a batterlo, ponendo fine alla sua rivolta e riportando la Spagna sotto il controllo romano.

Nel frattempo, Pompeo intesseva legami politici: la sua strategia era orientata alla riconciliazione e alla riabilitazione dei vecchi seguaci di Silla, e al termine della guerra contro Sertorio, la sua influenza personale e il suo patrocinio si estendevano ora sulla Spagna, la Gallia meridionale e l’Italia settentrionale.

Contraddicendo gli ordini di Metello, Pompeo decise di riportare il suo esercito in Italia, usando il pretesto di dover sedare la rivolta degli schiavi guidata da Spartaco: in realtà il suo ruolo nella sconfitta di Spartaco fu marginale, ma i suoi luogotenenti riuscirono a portare la notizia della vittoria in Senato prima dei messaggeri del vero generale che lo aveva affrontato, Licinio Crasso, attribuendo a Pompeo tutto il merito.

Nonostante ciò, Pompeo e Marco Licinio Crasso misero momentaneamente da parte i rancori personali e usarono la presenza delle legioni per fare pressione sul Senato: i due furono eletti congiuntamente consoli nel 70 a.C e a Pompeo fu concesso un altro trionfo.

Durante il loro consolato, Pompeo e Crasso, seppur litigando continuamente, abrogarono le riforme politiche di Silla, ripristinando i poteri dei tribuni della plebe e privando i senatori del loro monopolio come giurati nei tribunali permanenti.

Le campagne di Pompeo contro i pirati e in Oriente

Pur essendo i nobili i dominatori delle elezioni consolari, le vere leve del potere si trovavano ormai nei generali in grado mobilitare le legioni. Il Senato aveva infatti bisogno di recuperare il controllo del mare Mediterraneo dai pirati, ed erano pronti ad affidare ad un generale un comando straordinario.

Pompeo si propose subito come volontario, ma nel Senato vi fu titubanza ad affidare un potere militare così vasto ad un generale che aveva già dimostrato di fare un uso quasi spregiudicato delle legioni.

Nonostante alcuni tentativi di ostacolarlo, nel 67 a.C, il tribuno Aulo Gabinio fece passare un disegno di legge attraverso l’assemblea popolare che autorizzava Pompeo ad affrontare il problema dei pirati.

Questa fu l’occasione perfetta per Pompeo, che si dimostrò subito all’altezza della situazione. In poco tempo, organizzò una flotta e iniziò una campagna senza precedenti contro i pirati del Mediterraneo, utilizzando non solo l’abilità militare ma anche le sue doti diplomatiche per convincere alcuni dei loro leader ad arrendersi.

Mentre Pompeo si trovava ancora in Oriente, impegnato nel reinsediamento dei pirati trasformati in pacifici agricoltori, un altro tribuno, Gaio Manilio, portò avanti a Roma un disegno di legge che nominava Pompeo comandante contro Mitridate, re del Ponto, un regno dell’Asia Minore che confinava con il Mar Nero, che sfidava il potere romano ad est.

La proposta fu approvata, concedendo a Pompeo pieni poteri per organizzare la guerra, pacificare e riorganizzare l’amministrazione delle province orientali romane.

Pompeo, spodestando il generale Lucullo, da tempo impegnato contro Mitridate, riuscì rapidamente a concludere la guerra, e dopo la morte di Mitridate nel 63 a.C, pianificò il consolidamento delle province orientali e dei regni di frontiera.

Pose il re Tigrane al comando dello stato cuscinetto di Armenia. Inoltre, respinse la richiesta del re partico di riconoscere il fiume Eufrate come confine romano ed, al contrario, estese la catena romana di protettorati per includere la Colchide, sul Mar Nero, e gli stati a sud del Caucaso.

In Anatolia, creò le nuove province di Bitinia-Ponto e Cilicia, annesse la Siria mentre lasciò la Giudea come uno stato ancora indipendente, benchè tributario di Roma.

La riorganizzazione dell’Oriente fu uno dei più grandi successi di Pompeo, che riuscì a raggiungere grazie alla sua comprensione profonda dei fattori geografici e politici della regione. Pompeo riuscì a creare un equilibrio che costituì la base del sistema difensivo dell’Oriente romano che durò per oltre 500 anni, con poche modifiche significative.

Nel dicembre del 62 a.C, Pompeo raggiunse il culmine del potere e del prestigio sbarcando a Brundisium (Brindisi) e congedando l’esercito, mentre il suo terzo trionfo nel 61 d.C fu un’ulteriore conferma del suo successo.

Tuttavia, il suo potere politico venne gradualmente minato da diversi oppositori. I nemici di Pompeo erano gli Optimates, ovvero gli aristrocratici, che se da un lato gli avevano affidato incarichi militari per risolvere problemi urgenti come i pirati o Mitridate, si erano resi conto che troppe volte Pompeo aveva forzato la situazione e ottenuto incarichi con la forza.

Tornato in Italia, Pompeo si rese perfettamente conto dell’atteggiamento ostile del Senato ma evitò di schierarsi con i Populares contro gli Optimates, poiché non era un rivoluzionario.

Dopo aver divorziato dalla sua terza moglie, Mucia, per presunto adulterio con Giulio Cesare, propose di allearsi politicamente con Marco Porcio Catone il Giovane, esponente dell’aristocrazia senatoria, proponendosi anche di sposarne la figlia, ma la sua offerta fu respinta.

I nobili serravano i ranghi contro di lui, determinati soprattutto ad impedire la ratifica delle sue decisioni in Oriente e a respingere la sua richiesta di terra per i suoi veterani.

Il primo triumvirato con Crasso e Cesare

L’aiuto per Pompeo arrivò solo quando Cesare fece ritorno dal suo governatorato in Spagna. Su iniziativa di Cesare, e insieme a Crasso, formarono il “Primo Triumvirato”, una accordo privato e segreto, che sarebbe diventato molto più di un semplice patto elettorale.

La solidarietà tra i tre permise ad ognuno di ottenere i propri obiettivi. Cesare sarebbe diventato console per il 59 a.C e si sarebbe impegnato ad emettere decreti per cui Crasso avrebbe potuto consolidare il suo impero finanziario e Pompeo avrebbe avuto la redistribuzione di terre ai suoi veterani e l’approvazione delle riforme in Oriente di cui aveva bisogno.

Il piano funzionò perfettamente. Cesare, eletto console per il 59 a.C, impose immediatamente una legge fondiaria e, poco dopo, un’altra redistribuzione di terre pubbliche in Campania.

Pompeo, nel frattempo, risolse il problema dell’approvvigionamento di grano di Roma con la sua solita efficienza, ma i nobili mantennero la loro opposizione. Nel 56, l’anno critico per i triumviri, i nobili cercarono di impedire l’invio di Pompeo in missione militare in Egitto attraverso pretesti di natura religiosa, mentre il politicante Publio Clodio riuscì a convincere Pompeo che Crasso complottava contro di lui.

Inoltre, gli aristocratici cercarono di sospendere la legge di Cesare per la distribuzione delle terre campane, cercando di contrastare i piani dei triumviri in ogni modo possibile.

Crasso, preoccupato dei sospetti di Pompeo, decise di incontrare Cesare a Ravenna: i due convocarono poi Pompeo a Lucca per aggiornare il loro accordo. Questo rinnovo di alleanza, chiamato “Patto di Lucca” (56 a.C), preparò il terreno per la prossima fase della loro cooperazione.

Pompeo e Crasso volevano essere eletti consoli per il 55, per avere poi comandi quinquennali nelle province, mentre Cesare, tallonato dai nemici politici che volevano metterlo sotto processo, si era salvato solo con l’assegnazione di un comando militare straordinario nelle Gallie, e voleva che il suo comando fosse rinnovato per altri cinque anni.

Dopo una lunga lotta, i tre politici raggiunsero il loro obiettivo con la corruzione e la violenza. Pompeo e Crasso furono eletti consoli, con la maggioranza delle magistrature minori che andarono ai loro sostenitori. Cesare ottenne l’estensione del suo comando, mentre Pompeo e Crasso ricevettero incarichi rispettivamente in Spagna e Siria.

Nonostante la loro volontà di collaborazione, l’improvvisa morte della figlia di Cesare, Giulia, nel 54 a.C, distrusse il forte legame familiare tra Pompeo e Cesare. Inoltre, Crasso, che aveva sempre avuto un ruolo di mediazione, subì una disastrosa sconfitta a Carre contro i Parti, morendo sul campo di battaglia.

Il primo triumvirato non esisteva più, anche se Pompeo, in un primo momento, non mostrava alcuna intenzione di rompere con Cesare.

La guerra civile contro Cesare

La legislazione di Pompeo del 52 a.C dimostra il suo sincero interesse per le riforme, ma anche la sua doppiezza nei confronti di Cesare.

Pompeo riformò infatti i tribunali, nominando giurati affidabili, ma stabilì anche una legge contro la corruzione durante le elezioni, che è stata giustamente interpretata dai sostenitori di Cesare come un’iniziativa contro di lui.

Un’altra legge decisamente contraria a Cesare prevedeva un intervallo di cinque anni tra lo svolgimento di magistrature a Roma e l’assunzione del comando in una provincia. Questa legge, insieme ad un’altra che vietava la candidatura in assenza, impedì a Cesare di diventare console designato e di rimanere al sicuro prima di sciogliere il suo esercito in Gallia. Negli anni 51-50 furono fatti diversi tentativi di richiamare Cesare prima della fine del suo secondo mandato in Gallia.

Pompeo, pur essendo sempre più sospettoso delle ambizioni di Cesare, non si espresse apertamente contro di lui fino alla fine del 51, quando rese chiare le sue intenzioni. Dichiarò che non avrebbe preso in considerazione la proposta di candidare Cesare come console designato mentre era ancora al comando del suo esercito.

Le sue proposte per il richiamo di Cesare furono inaccettabili per quest’ultimo, il quale decise di usare la ricchezza accumulata in Gallia per comprare alleati al Senato in modo da ostacolare i suoi nemici.

Il Senato si trovò quindi diviso a metà tra Cesare e Pompeo. Gli Optimates erano marcatamente a favore di Pompeo, anche se lo vedevano semplicemente come il male minore. Ad un certo punto, Curione, un tribuno della plebe corrotto da Cesare, fu quasi sul punto di convincere il Senato a sciogliere gli eserciti sia di Cesare che di Pompeo.

Come riposta, il console Gaio Marcello, non riuscendo a indurre il Senato a dichiarare Cesare nemico pubblico, visitò Pompeo con i consoli designati e gli mise una spada in mano. Pompeo accettò il loro invito a radunare un esercito e difendere lo stato. Cesare continuò a offrire soluzioni di compromesso, anche se si stava già preparando alla guerra.

Il 7 gennaio 49 a.C, il Senato decretò finalmente lo stato di guerra e quattro giorni dopo Cesare attraversò il Rubicone.

Le battaglie contro Cesare e la morte

Il piano di Pompeo era di condurre una guerra di logoramento contro Cesare. Egli ritirò i suoi eserciti da Roma e dall’Italia, facendosi inseguire. Cesare lo raggiunse a Brindisi, ma Pompeo riuscì a sfuggirgli, riorganizzando le sue forze nei Balcani per lo scontro decisivo.

Inizialmente la strategia di Pompeo si dimostrò vincente. Cesare si ritrovò tagliato fuori dalla sua base in Italia e fu costretto ad affrontare forze terrestri superiori a Durazzo, dove subì la sua prima grande sconfitta contro Pompeo.

Cesare fu respinto in un assalto al campo di Pompeo e fu costretto a muoversi verso est, in Tessaglia. Pompeo lo seguì e si unì all’esercito del Senato guidato da Scipione, rendendo la situazione insostenibile per Cesare. La sua strategia “attendista” avrebbe ridotto l’esercito cesariano alla fame entro qualche mese.

Ma sotto la pressione dei suoi alleati Ottimati, che iniziarono a deriderlo e a sospettare che avesse paura dell’avversario, Pompeo fu costretto a cambiare i suoi piani e ad ingaggiare battaglia.

Questo si rivelò un errore fatale.

Cesare fu capace di sconfiggerlo, pur in inferiorità numerica, nella pianura di Farsalo, ottenendo una delle più brillanti vittorie militari della sua carriera e dell’intera storia romana.

Pompeo fuggì dal campo mentre il nemico lo prendeva d’assalto e si diresse verso la costa, dove perse il contatto con la sua flotta. Si spostò poi verso sud in Cilicia, Cipro ed infine in Egitto, dove credeva di essere al sicuro, dal momento che aveva diverse clientele e alleanze.

Fu invece ucciso a tradimento dai sicari del giovanissimo re Tolomeo, che saputo della vittoria di Cesare, sperava di ingraziarsi il vincitore della guerra civile.

L’eredità di Pompeo Magno

Il nome di Pompeo ha lasciato un segno duraturo nella storia. La sua fine ispirò alcuni dei migliori versi di Lucano e il suo successo è stato apprezzato dai grandi scrittori dell’impero.

Tuttavia, ci sono pochi resoconti chiari e imparziali di Pompeo da parte dei suoi contemporanei. Cesare nella sua propaganda lavorò inevitabilmente per danneggiare la reputazione del suo rivale, anche se dicono che pianse quando venne a sapere della sua morte. Cicerone aveva una visione distorta di Pompeo, a causa della sua invidia e della paura che egli potesse diventare dittatore.

Pompeo non era un rivoluzionario o un reazionario, ma si aspettava un’accettazione volontaria del suo primato. Tuttavia, i suoi metodi per ottenere ruoli e incarichi gli avevano alienato per sempre l’appoggio degli aristocratici, costringendolo a un ruolo secondario che non accettò mai. Pompeo era un politico inefficace a causa della mancanza di coerenza tra la sua politica e le sue azioni sul campo.

Come capo militare, Pompeo mancava del genio e del dinamismo di Cesare, ma era un perfetto amministratore. Eppure, nonostante avesse indovinato la strategia capace di sconfiggere Cesare, non riuscì ad imporla nel momento cruciale, di nuovo ostacolato da quei miopi aristocratici, che cercarono di utilizzarlo e di servirsene durante tutta la sua vita.

Gli Etruschi. Origini, storia e cultura

Gli Etruschi formarono la nazione più potente dell’Italia preromana, sviluppando una civiltà ricca e fiorente. La loro influenza sulla primissima storia di Roma e sull’intera cultura romana è sempre più riconosciuta dagli studiosi e dagli archeologi.

Diverse prove suggeriscono che gli Etruschi insegnarono ai Romani moltissime cose, come l’alfabeto, i numeri e diversi elementi dell’architettura, dell’arte, della religione e persino dell’abbigliamento come nel caso della toga, che normalmente viene associata alla cultura romana, ma che è in realtà un’invenzione etrusca.

Origine del nome

I Greci chiamavano gli Etruschi Tyrsenoi o Tyrrhenoi, mentre i Latini si riferivano a loro come Tusci o Etrusci. Secondo lo storico greco Dionigi di Alicarnasso, gli Etruschi si chiamavano Rasenna, e questa affermazione trova conferma nella parola “Rasna“, spesso presente nelle iscrizioni etrusche.

Geografia e risorse dell’Etruria

L’Antica Etruria si trovava nell’Italia centrale ed era delimitata a nord dal fiume Arno, a est e a sud dal fiume Tevere e a ovest dal Mar Tirreno.

L’area corrisponde alle odierne zone della Toscana, del Lazio e dell’Umbria. Le principali risorse naturali, che furono fondamentali per lo sviluppo del commercio etrusco e per la crescita delle città, erano i ricchissimi giacimenti di minerali metalliferi, presenti sia nelle zone settentrionali che in quelle meridionali.

Nell’area meridionale, dove infatti sorsero le prime grandi città etrusche come Tarquinia e Cere, i monti della Tolfa fornivano regolarmente rame, ferro e stagno. Questi minerali vennero trovati anche nell’entroterra del Monte Amiata, la più alta montagna delle Toscana, oltre che nelle vicinanze della città di Chiusi.

Ma l’area più produttiva fu sicuramente la zona settentrionale, nella catena dei Monti Metalliferi, da cui si estraevano enormi quantità di rame e ferro.

Anche le foreste costituivano una importantissima risorsa naturale, fornendo legna da ardere per le operazioni metallurgiche e legname per la costruzione delle navi.

Gli Etruschi erano inoltre famosi per le loro attività marittime: dominavano regolarmente i mari sulla costa occidentale dell’Italia e avevano una temibile reputazione di pirati, temuti per tutto il Mediterraneo.

La prosperità etrusca si fondò anche su una solida ed efficiente tradizione e produzione agricola, tanto che, diversi secoli dopo, Scipione l’Africano, organizzando una spedizione contro Annibale, si rifaceva regolarmente ai raccolti etruschi per foraggiare il suo esercito.

I periodi della storia etrusca

Secondo le iscrizioni rinvenute sul luogo, la presenza del popolo etrusco nella regione dell’Etruria si attesta già nel 700 a.C.

Tuttavia, è opinione diffusa che gli etruschi fossero presenti in Italia molto prima di questa data. Tanto è vero che si identificano come antenati degli Etruschi i cosiddetti Villanoviani, che vissero in quei luoghi dal IX all’VIII secolo a.C., durante l’età del ferro.

Dal momento che nessuna opera letteraria etrusca è sopravvissuta, tutta la cronologia della storia di questo popolo è stata costruita realizzando un parallelo con quella greca.

Questo perchè gli etruschi entrarono in contatto con la cultura greca nel periodo in cui fu fondata la prima colonia ellenica in Italia, nel 775 a.C. circa, quando i greci dell’isola di Eubea si stabilirono vicino al golfo di Napoli.

A partire da questa epoca, furono mano mano importati in Etruria numerosi manufatti greci e mediorientali: così, confrontando i ritrovamenti di oggetti etruschi con i manufatti greci dello stesso periodo, è stato possibile dedurre delle date relativamente precise sullo sviluppo della civiltà etrusca.

Così, il periodo della storia etrusca viene tradizionalmente diviso in periodo orientale, risalente al VII secolo a.C.; periodo arcaico, che corrisponde al VI e alla prima metà del V secolo a.C.; periodo classico, dalla seconda metà del V al IV secolo a.C. e periodo ellenistico, dal III al I secolo a.C.

Dopodiché, la cultura etrusca venne assorbita dalla civiltà romana durante il I secolo a.C. e scomparve come entità riconoscibile.

La lingua e la scrittura etrusca

Purtroppo l’etrusco non è sopravvissuto in alcuna opera letteraria e dunque gli storici si rifanno esclusivamente alla letteratura religiosa.

Anche se le prove sono decisamente poche e frammentarie, in realtà l’etrusco venne conosciuto e studiato fino al tempo della Roma imperiale. Ad esempio, l’imperatore Claudio era un grande conoscitore della storia degli Etruschi e scrisse su di loro un’opera perduta in 20 libri, che si basava su fonti preziose ancora conservate ai suoi tempi.

La lingua etrusca continuò ad essere utilizzata, soprattutto nel contesto religioso, fino alla tarda antichità e l’ultima testimonianza dell’uso dell’etrusco si individua ai tempi dell’invasione di Roma da parte di Alarico, il capo dei Visigoti, del 410 d.C, quando alcuni sacerdoti, che conoscevano ancora la divinazione etrusca, furono convocati per evocare dei fulmini contro i barbari.

Complessivamente, vi sono più di 10.000 iscrizioni etrusche conosciute e ogni anno vengono scoperte nuove prove. Si tratta fondamentalmente di brevi descrizioni funerarie su urne cinerarie o nelle tombe o su oggetti dedicati nei santuari.

Altre iscrizioni etrusche si trovano incise sul bronzo, dove danno il nome a figure mitologiche o si riferiscono al proprietario dell’oggetto. Anche sulle ceramiche, infine, vi sono iscrizioni, utili per comprendere qualche frammento della lingua etrusca.

L’iscrizione più lunga in lingua etrusca è relativa alla cosiddetta “Mummia di Zagabria”, trovata in Egitto nel XIX secolo e trasportata in Jugoslavia da un esploratore e oggi conservata nel Museo Nazionale di Zagabria.

Si trattava di un libro realizzato in stoffa di lino che ad un certo punto venne tagliato in strisce per avvolgere una mummia. Queste strisce contengono 1300 parole, scritte in inchiostro nero sul tessuto, e rappresentano il testo etrusco più lungo ad oggi conosciuto, contenente un calendario e alcune istruzioni per il sacrificio.

Da queste informazioni abbiamo un quadro abbastanza chiaro della letteratura religiosa etrusca.

Dall’Italia giunge invece un importante testo religioso, inciso su una piastrella nell’antico sito di Capua, oltre ad un’iscrizione su una pietra a Perugia, contenente un testo di natura giuridica.

Le poche iscrizioni bilingue etrusco-latine, tutte di natura funeraria, hanno poca importanza rispetto ai ritrovamenti precedenti per la comprensione globale dell’etrusco.

Alcune targhe d’oro trovate nell’antico santuario di Pyrgi, ma anche nella città portuale di Cere, ci forniscono invece due testi, uno in etrusco e l’altro in fenicio, di circa 40 parole. Si tratta di un’iscrizione bilingue paragonabile alle stelle di Rosetta e ci offrono dati sostanziali per la comprensione dell’etrusco attraverso una lingua conosciuta come il fenicio.

In realtà, la credenza sviluppatasi nel corso del ventesimo secolo, secondo la quale la lingua etrusca sia sconosciuta, è fondamentalmente errata.

Non esiste alcun problema nel decifrare la lingua etrusca, tanto che i testi etruschi sono in gran parte perfettamente leggibili.

L’alfabeto etrusco deriva infatti da quello greco, originariamente appreso dai Fenici, e venne diffuso in Italia dalle colonie dell’isola di Eubea durante l’VIII secolo a.C., adattandosi alla fonetica etrusca.

In realtà, il vero problema con i testi etruschi risiede nella difficoltà di comprendere le forme grammaticali. Il problema principale deriva dal fatto che non esiste alcuna lingua conosciuta con una parentela stretta con l’etrusco che possa consentirci un confronto affidabile, completo e conclusivo.

L’assoluta originalità della lingua etrusca e le conseguenti difficoltà di comprensione erano un problema già noto agli antichi, e anche la linguistica moderna esegue diversi tentativi, molto spesso vani, di collegare l’etrusco a uno dei vari gruppi linguistici nel mondo mediterraneo ed eurasiatico.

Esistono alcuni paralleli con le lingue indoeuropee, in particolare con le lingue italiche, ma anche con quelle non indoeuropee dell’area occidentale del Caucaso. Questo significa che l’etrusco, in realtà, non è una lingua totalmente isolata. Le sue radici si intrecciano sicuramente con altre formazioni linguistiche all’interno di un’area geografica che si estende dall’Asia occidentale all’Europa centro-orientale e al Mediterraneo centrale, e gli ultimi sviluppi della lingua potrebbero derivare da un contatto più diretto con le lingue indoeuropee e non indoeuropee dell’Italia.

Rimane tuttavia fermo il fatto che l’etrusco non può essere classificato semplicemente come una lingua caucasica, anatolica o indoeuropea, come facciamo con il greco e con il latino, dal momento che la sua struttura ne è profondamente diversa.

Le tecniche tradizionalmente utilizzate per comprendere la lingua etrusca sono sostanzialmente l’etimologico, che si basa sul confronto delle radici delle parole e degli elementi grammaticali conosciuti con quelli di altre lingue, la tecnica combinatoria, dove si analizzano e si interpretano i testi etruschi eseguendo uno studio comparativo all’interno degli stessi testi della stessa lingua, (rimanendo quindi sempre all’interno delle forme grammaticali e delle parole etrusche), e infine la tecnica bilingue, dove si confrontano le formule rituali, votive e funerarie etrusche con delle formule analoghe di testi appartenenti al greco, latino o all’umbro.

In passato, le scuole linguistiche prediligevano una sola di queste tecniche, ma oggi, grazie ai ritrovamenti più recenti, si utilizza spesso un mix di queste procedure.

L’Urbanistica e le infrastrutture etrusche

La mancanza di una letteratura etrusca e i resoconti contraddittori da parte degli studiosi dell’antica Grecia e dell’antica Roma fanno sì che per la comprensione della storia etrusca, i ritrovamenti archeologici siano fondamentali.

I resti archeologici e i contesti nei quali questi vengono trovati rientrano in tre categorie fondamentali: funerarie, urbane e sacre.

La più grande percentuale di ritrovamenti è sicuramente di natura funeraria. Ecco perché abbiamo molte informazioni sull’idea etrusca relativa all’aldilà e sull’atteggiamento verso i defunti delle famiglie, ma anche le informazioni sugli insediamenti etruschi sono per noi di grande importanza.

Le testimonianze meglio conservate appartengono alla città etrusca di Marzabotto, vicino a Bologna. Queste rivelano che gli Etruschi furono tra i primi nel Mediterraneo a progettare delle città con un piano a griglia, impostando una strada principale da nord a sud assieme ad un’altra strada principale da est a ovest, cosa poi comune nel mondo romano.

Il rituale utilizzato per la fondazione di una città comprendeva l’innalzamento di mura, di templi e di altre aree sacre, qualcosa di noto anche ai Romani come “ritus etruscus“.

Questi piani urbanistici rigidamente organizzati si riscontrano in alcune città etrusche, ma subiscono spesso delle variazioni, soprattutto quando le città etrusche appartengono a precedenti villaggi di epoca villanoviana che hanno dovuto adattarsi all’andamento delle colline.

Sotto l’aspetto sacrale, il tempio etrusco viene costruito attraverso una precisa organizzazione, tramandando questo stesso sistema ai Romani.

A differenza dei templi greci, quelli etruschi mostravano una chiara differenza tra il fronte e il retro del tempio, con un portico anteriore dotato di un profondo colonnato e una cella. I materiali con cui venivano costruiti i templi erano spesso deperibili, come il legno e i mattoni di fango, ad eccezione delle abbondanti sculture di terracotta che adornavano puntualmente il tempio.

I templi meglio conservati sono sicuramente il Portonaccio a Veio, risalente al VI secolo a.C., dove si trovano diverse figure mitologiche.

Di natura diversa sono gli spettacolari reperti di Poggio Civitate, vicino a Siena, dove gli scavi hanno rivelato un enorme edificio del periodo arcaico con mura realizzate in terra battuta. Questo era adornato con figure di terracotta a grandezza naturale sia maschili che femminili, umane e animali.

Gli archeologi non sono perfettamente d’accordo sulla natura del sito e non hanno ancora compreso perfettamente se l’edificio fosse un palazzo, un santuario o un luogo per le assemblee civiche.

Le più comuni case etrusche presenti nei numerosi siti archeologici includono invece capanne di forma ovale, mentre altre hanno una struttura a pianta rettilinea come quelle che si trovano ad Acquarossa e a Vetulonia.

Per quanto riguarda le necropoli della zona, queste mostrano occasionalmente segni di una pianta a griglia, come quelle ad Orvieto, risalenti alla seconda metà del sesto secolo a.C. e a Cere, ma più spesso vi è una pianta irregolare.

Dal momento che gli Etruschi si impegnarono regolarmente per rendere i loro cimiteri confortevoli per i parenti defunti, questi hanno spesso una struttura simile ai quartieri che ospitavano le case.

Così, le tombe di Cere sono scavate sotto terra nel morbido tufo vulcanico e hanno non solo finestre, porte, colonne e travi, ma anche mobili scolpiti nella roccia viva.

A Tarquinia, la tradizione per la decorazione delle tombe ha portato a dipingere le pareti delle camere funerarie con alcuni affreschi che rappresentano banchetti, giochi, balli, musiche e vari spettacoli, a volte in paesaggi all’aperto.

Le scene servivano sicuramente per rallegrare l’ambiente, ma facevano probabilmente anche riferimento al tipo di aldilà che ci si aspettava per il defunto. Il concetto di un aldilà “positivo” prevalse soprattutto nel periodo Etrusco arcaico, mentre nei secoli successivi la cultura etrusca deve avere evidentemente avuto un’evoluzione, ritenendo l’aldilà un regno più oscuro, simile ai nostri Inferi.

Gli affreschi più tardi mostrano infatti il sovrano dell’Ade che indossa un berretto di pelle di lupo e siede in trono accanto a sua moglie, in una scena popolata da diversi demoni e mostri, come si vede nella Tomba dei Demoni Blu scoperta a Tarquinia. Situazione simile alla Tomba di Francois a Vulci, dove vi è una sorta di diavolo dalla pelle blu che aspetta, con il suo martello, di colpire il defunto per portarlo negli inferi.

Manifattura e produzione artigianale

Un tema continuo per il mondo etrusco è il rapporto con i modelli greci.

Il confronto con la cultura ellenistica è essenziale, soprattutto alla luce delle enormi quantità di manufatti greci, soprattutto vasi, che sono stati ritrovati in Etruria e che confermano come l’arte etrusca abbia ampiamente tratto ispirazione da quella greca, soprattutto nelle ceramiche.

Ed è certo che diversi artigiani greci si stabilirono in Etruria, come dimostrano i rapporti di Plinio il Vecchio, che cita un nobile corinzio di nome Demarato che si trasferì a Tarquinia portando con sé i suoi artisti.

Tuttavia, non è corretto dire che l’arte etrusca sia inferiore o si limiti ad imitare quella greca, mentre è più giusto considerare l’arte greca, come in altri casi della storia, come portatrice di modelli in grado di ispirare la cultura etrusca.

Oltre ai loro originali modi di progettare una città o di costruire un tempio o una tomba, si può notare un processo di produzione della ceramica unico da parte degli etruschi, noto come bucchero, dove su un fondo nero lucido sono presenti incisioni decorative, radicalmente diverse dalla concezione standard della produzione greca, che normalmente utilizzava una vernice con un contrasto di rosso di crema sul nero.

Nella metallurgia, gli specchi di bronzo, prodotti in quantità dagli etruschi, sembrano essere una sorta di “industria nazionale etrusca” che non ha paragoni nel mondo antico, dove gli specchi stessi avevano un lato riflettente convesso e un lato concavo adornato con diverse incisioni che riprendevano i temi della mitologia greca e della vita quotidiana.

Anche la moda etrusca aveva molti elementi assolutamente originali, come quello di portare una lunga treccia fino alla schiena, le scarpe a punta e un mantello con l’orlo curvo, che sarà noto ai romani come toga.

Infine, gli etruschi sembrano aver avuto un interesse nel riprodurre le fattezze dei loro parenti o dei funzionari statali più importanti, dando un grande impulso allo sviluppo della ritrattistica realistica in Italia.

Religione e mitologia etrusca

Il principio essenziale nella religione etrusca era la convinzione che la vita umana fosse immensamente piccola all’interno di un universo controllato da dei, che manifestavano regolarmente la loro natura e la loro volontà gestendo i fenomeni del mondo naturale.

Questa credenza si vede benissimo nelle arti rappresentative etrusche, dove vi sono spesso rappresentazioni di terra, mare e aria, dove l’uomo è sistematicamente integrato nell’ambiente.

Gli scrittori romani riferiscono che gli etruschi consideravano qualsiasi elemento, da un uccello ad una bacca, come una potenziale fonte di conoscenza degli dei. I loro miti spiegano che la tradizione etrusca venne comunicata dagli dei attraverso un profeta, Tages, un bambino dai poteri miracolosi ma con le fattezze di un vecchio saggio, che sbucò fuori da un solco arato nei campi di Tarquinia e che rivelò tutti gli elementi della struttura dell’universo, in un modo che i romani chiamarono più tardi “discipline etrusche”

Le fonti letterarie ed epigrafiche lasciano intravedere una cosmologia dove l’immagine del cielo si riflette in aree più piccole sulla terra, persino nelle viscere degli animali.

Così, la cupola celeste veniva divisa in 16 compartimenti, abitati da varie divinità: le divinità maggiori posizionate ad est, composte da esseri divini astrali, seguiti da esseri terrestri a sud, esseri infernali ed infausti ad ovest, mentre le divinità più potenti e misteriose, legate all’andamento del destino, abitavano il nord.

Tali divinità si manifestavano per mezzo di fenomeni naturali, principalmente i fulmini.

Questo macrocosmo si rivelava puntualmente nel microcosmo del fegato degli animali. Il più famoso esempio e conferma di ciò è un modello in bronzo di un fegato di pecora ritrovato nei pressi di Piacenza, dove vi sono incisi i nomi delle divinità, organizzati esattamente in 16 aree.

Questa concezione portò all’arte della divinazione, per la quale gli etruschi erano particolarmente famosi in tutto il mondo antico. Azioni sia pubbliche che private venivano decise solo dopo aver interrogato gli dei, e le risposte negative o minacciose richiedevano, per contro, complesse cerimonie protettive

La forma più importante di divinazione era l’aruspicina, ovvero lo studio dei dettagli dei visceri, specialmente il fegato degli animali sacrificali.

Seconda per importanza vi era l’osservazione dei fulmini e di altri fenomeni celesti, come il volo degli uccelli. Infine, vi era l’interpretazione dei prodigi, cioè gli eventi straordinari e meravigliosi osservati nel cielo e sulla terra.

Queste pratiche, che vengono esplicitamente attribuite dagli autori antichi alla religione etrusca, vennero massicciamente importate e adottate dai Romani.

Gli etruschi riconobbero più di 40 divinità, molte ad oggi sconosciute. La natura delle divinità era spesso vaga, e i riferimenti a loro sono pieni di ambiguità sia sui loro attributi che sul loro numero. Alcune furono equiparate ai principali dei greci e romani. Per quanto ne sappiamo, Tin o Tinia era equivalente a Zeus/Giove, Uni a Era/Giunone, Sethlans a Efesto/Vulcano, Turms a Hermes/Mercurio, Turan ad Afrodite/Venere e Menrva ad Atena/Minerva.

Tuttavia, le caratteristiche di questi dei erano profondamente diverse dalle controparti greche. Ad esempio, Menrva era una divinità immensamente popolare, che proteggeva il matrimonio e il parto, in contrasto con la vergine Atena, molto più interessata alla protezione dei maschi.

Molti degli dei etruschi avevano poteri di guarigione e talvolta la possibilità di lanciare fulmini. Vi erano poi divinità più simili al mondo greco-romano come Ercole e Apulu, evidentemente introdotte direttamente dalla Grecia.

Le origini degli Etruschi

Dal momento che gli Etruschi parlavano una lingua non indoeuropea, pur essendo circondati da popoli indoeuropei come i Latini o gli Umbri, gli studiosi del XIX secolo hanno spesso dibattuto in maniera anche molto aspra sulle origini di questa popolazione del tutto anomala.

La disputa è continuata fino al XXI secolo, anche se ora ha perso gran parte della sua forza. Uno dei più grandi studiosi degli Etruschi, Massimo Pallottino, ha osservato che queste discussioni sono ormai diventate sterili, dal momento che il problema è sempre stato posto in maniera errata.

È stata infatti posta troppa enfasi sulla provenienza degli Etruschi, aspettandosi una risposta semplice. In realtà, il problema è molto più complesso, e bisognerebbe invece dirigere la propria attenzione alla comprensione della formazione della popolazione etrusca.

Il dibattito sull’origine degli Etruschi cominciò già nell’antichità, con l’affermazione di Erodoto che li riteneva originari della Lidia, in Anatolia, e che identificò il loro leader in Tyrsenos, che diede il suo nome a tutta la razza.

I sostenitori di questa teoria, definita “orientale“, si basarono soprattutto su prove archeologiche che denotavano una profonda influenza orientale in tutta la cultura etrusca, come vediamo nell’architettura funeraria monumentale o nell’utilizzo di oggetti di lusso in oro, avorio e altri materiali.

Ma cronologicamente, l’arrivo di manufatti orientali avvenne quasi 500 anni troppo tardi per dare credito alla migrazione affermata da Erodoto.

Si pensò anche ad una improvvisa immigrazione di massa dall’Anatolia, il che è abbastanza spiegabile facendo riferimento alle rotte commerciali stabiliti dai Greci nell’ottavo secolo a.C.

Un documento chiave sul quale si basa questa teoria è l’iscrizione sulla stele tombale in pietra trovata sull’isola di Lemnos, vicino alla costa dell’Anatolia, che mostra notevoli somiglianze lessicali e strutturali con la lingua etrusca.

Ma questo è un documento isolato che risale al VI secolo a.C. e non può da solo costituire una prova definitiva della migrazione affermata da Erodoto dall’Anatolia.

Al contrario, viene ora proposto che l’iscrizione di Lemnos possa essere conseguenza di una colonizzazione o di uno scambio tra Etruschi e commercianti anatolici attorno al VI secolo a.C.

Una seconda teoria sulle origini etrusche venne proposta da Dionigi da Alicarnasso, che rifiutò l’interpretazione di Erodoto, sottolineando che la lingua e i costumi LIdi e quelli degli Etruschi erano molto diversi tra di loro.

Dionigi afferma che gli Etruschi erano autoctoni e quindi di origine locale italica. Ora, l’accettazione di questa teoria “autoctona” richiede che la cultura villanoviana sia considerata come una fase iniziale della civiltà etrusca.

Vero che ci sono collegamenti tra la cultura etrusca e quella dei popoli villanoviani, con le loro abitudini, ma ve ne sono anche con la cultura appenninica seminomade.

Vi sono, inoltre, prove crescenti di un periodo di transizione, dalla fine dell’età del bronzo all’inizio dell’età del ferro, in cui si sono verificati sviluppi importanti e dove vengono dimostrate minori commistioni tra gli Etruschi e la cultura villanoviana.

In questo periodo si verificò un aumento della popolazione e della ricchezza complessiva, una tendenza a stabilire insediamenti più grandi e permanenti, un’espansione delle conoscenze metallurgiche e un rafforzamento delle tecniche agricole.

Il fatto che i ritrovamenti archeologici dipingano l’età villanoviana dominata da uno sviluppo graduale, piuttosto che dal risultato di un’improvvisa invasione o grande immigrazione, sembra dare credito alla teoria degli Etruschi autoctoni.

Ma ancora una volta, il quadro è offuscato, in quanto tracce villanoviane si trovano anche in diverse aree sparse in tutta Italia, comprese delle zone che sicuramente non vennero colonizzate dagli Etruschi.

A queste due teorie antiche, si aggiunse nel XIX secolo una terza che ipotizzava la migrazione degli Etruschi in Italia dal nord via terra. Questa teoria non ha alcun supporto letterario antico e si basa sulle analogie tra le abitudini e i manufatti delle culture crematorie Villanoviane dell’età del ferro a nord delle Alpi e un dubbio confronto tra il nome dei Rasenna e quello dei Raeti, un popolo che abitava le Alpi centro-orientali nel V secolo a.C.

Attualmente, la teoria ha pochi sostenitori, sebbene l’influenza o la presenza di alcuni tipi di armi e elmetti dell’Europa centrale e forme di vasellame in Etruria non vengano negate. Tuttavia, questi elementi sono ora considerati come rappresentativi di un significativo filone nella complessa trama della cultura etrusca, che si sviluppò dall’età Villanoviana all’Orientalizzante.

Queste connessioni settentrionali in un certo senso parallele alle influenze greche nei periodi successivi, sia euboiche (VIII secolo a.C.), corinzie (VII secolo), ioniche (VI secolo) o attiche (V secolo).

Allo stesso modo, le influenze orientali possono essere facilmente riconosciute, provenienti da aree diverse come Lidia, Urartu, Siria, Assiria, Fenicia ed Egitto. Tuttavia, nessuna di queste connessioni, di per sé, offre alcuna prova convincente delle “origini” etrusche, e la ricerca attuale si concentra maggiormente sulla comprensione dell’interrelazione di queste influenze e del contesto in cui si sviluppò la civiltà in Etruria.

Espansione e dominio degli Etruschi

Le indagini archeologiche rappresentano un’importante fonte di informazioni sulla nascita delle città etrusche durante il periodo villanoviano. Quasi tutte le città etrusche di un certo rilievo storico hanno lasciato tracce di questa fase, ma è nella zona meridionale, specialmente lungo la costa, che si possono rintracciare i primi segni della transizione verso l’urbanizzazione. Si ritiene che gruppi di capanne sparse su una o più colline vicine si siano fusi in insediamenti preurbani in quel periodo. (È interessante notare come la forma plurale dei nomi di alcune di queste città, come Vulci, Tarquinii e Veio, sembri confermare questa teoria.)

Le urne funerarie a forma di capanna con tetti di paglia ritrovate nella zona forniscono un’idea di come fossero fatte le case dei cittadini, mentre la parità dei corredi funerari per uomini e donne suggerisce l’esistenza di una società sostanzialmente egualitaria, almeno nelle prime fasi. La cremazione con deposizione delle ceneri in un vaso biconico era una pratica comune già nel periodo proto-villanoviano, ma con il passare del tempo l’inumazione divenne il rito prevalente, tranne che nell’Etruria settentrionale, dove la cremazione resistette fino al primo secolo a.C.

Dopo il contatto con i Greci e i Fenici, l’Etruria conobbe l’arrivo di nuove idee, materiali e tecnologie. Nel periodo orientalizzante, la scrittura, il tornio da vasaio e l’architettura funeraria monumentale accompagnarono l’aumento della produzione di beni di lusso in oro, avorio e di oggetti commerciali esotici come uova di struzzo, conchiglie di tridacna e maioliche.

La tomba Regolini-Galassi a Caere, scoperta nel 1836 in uno stato intatto, rappresenta uno dei massimi esempi del periodo orientalizzante. La camera principale della tomba apparteneva a una signora estremamente ricca, inumata insieme al suo servizio da tavola e a una vasta gamma di gioielli realizzati con granulazione e repoussé. La parola Larthia sui suoi oggetti funerari potrebbe indicare il suo nome. Nonostante Caere non avesse una monarchia a quel tempo (cosa che invece era accaduta a Roma o sarebbe accaduta a Caere nel V secolo), era chiaro che la società era diventata nettamente differenziata, non solo in termini di ricchezza, ma anche nella divisione del lavoro.

Molti studiosi ipotizzano l’esistenza di una potente classe aristocratica, mentre artigiani, mercanti e marinai costituivano una classe media. È probabilmente in questo periodo che gli Etruschi iniziarono a utilizzare schiavi “eleganti”, per i quali erano noti. (Diversi autori greci e romani riportano come gli schiavi etruschi vestissero bene e come spesso possedessero le loro case. Si liberavano facilmente e rapidamente salivano di status una volta liberati.)

La rapida crescita della civiltà etrusca e la sua influenza nel settimo secolo si riflettono nelle cosiddette tombe “principesche“, molto simili alla tomba Regolini-Galassi, che sono state scoperte non solo in Etruria a Tarquinia, Vetulonia e Populonia, ma anche lungo il fiume Arno (come a Quinto Fiorentino), nel sud a Praeneste nel Lazio, a Capua e a Pontecagnano in Campania.

Le fonti letterarie ci informano che, alla fine del settimo secolo, Roma stessa cadde sotto il dominio dei re etruschi. Livio ci racconta dell’arrivo di Tarquinio Prisco, il futuro re, e della sua moglie Tanaquil, ambiziosa e colta, provenienti da Tarquinia. Tanaquil è stata descritta come una figura altrettanto importante quanto la regina Larzia di Caere. Esistono anche prove archeologiche dell’espansione etrusca verso nord nella pianura padana nel sesto secolo.

I precedenti sviluppi hanno portato alla vera urbanizzazione, con la nascita di città-stato dotate di mura fortificate e di altre opere pubbliche, sia in Etruria che nelle sue zone di influenza. La Roma dei re etruschi, descritta dettagliatamente da Livio e documentata dagli scavi archeologici, aveva mura di cinta, un foro lastricato, un sistema di drenaggio principale (la Cloaca Maxima), uno stadio pubblico (il Circo Massimo) e un imponente tempio in stile etrusco dedicato a Giove Optimus Maximus.

Nel tardo sesto secolo si hanno le prime tracce di una pianificazione urbanistica nelle città e nei cimiteri citati in precedenza. Le abitazioni e le tombe, spaziose ma sorprendentemente uniformi, suggeriscono un maggiore controllo e cooperazione, e forse segnano un cambiamento nel governo. Le città etrusche, come Roma stessa, potrebbero aver cominciato a rimuovere i propri re in questo periodo, operando sotto un sistema oligarchico con funzionari eletti dalle famiglie nobili.

L’affermazione di Catone, l’oratore romano, secondo cui “quasi tutta l’Italia era un tempo sotto il controllo etrusco”, è particolarmente applicabile a questo periodo. Senza dubbio, la potenza marittima e il commercio etrusco hanno giocato un ruolo centrale in questa dominazione.

Gli oggetti etruschi esportati di questo periodo sono stati trovati in Nord Africa, Grecia, Egeo, Anatolia, Jugoslavia, Francia e Spagna, e in seguito hanno raggiunto persino il Mar Nero. Anche le rotte terrestri erano ben controllate, soprattutto nel corridoio che attraversava Roma e il Lazio fino a Capua e alle altre città etrusche della Campania.

Nel nord Italia, Bologna (Felsina) era la città principale, e le colonie di Marzabotto, Adria e Spina lungo la costa dell’Adriatico rappresentavano importanti snodi lungo la rete commerciale settentrionale.

Fin dai primi tempi, gli Etruschi si trovavano a dover competere con i Greci, che avevano fondato numerose colonie nell’Italia meridionale a partire dalla fondazione di Pithekoussai e Cuma, e con i Fenici, che avevano stabilito Cartagine intorno all’800 a.C.

I Cartaginesi rivendicavano parti della Sicilia, della Corsica e della Sardegna come zone di influenza e dominavano i mari ad ovest di queste isole fino alla Spagna. Le relazioni commerciali solitamente pacifiche tra queste tre nazioni e l’equilibrio di potere furono sconvolti, tuttavia, durante il periodo arcaico, quando arrivarono nuove ondate di coloni greci.

I Focei greci fondarono una colonia in Corsica ad Alalia (oggi Aleria), che minacciò sia gli Etruschi a Caere che i Cartaginesi e portò ad una coalizione navale tra di loro. La battaglia che seguì nei mari al largo della Corsica (circa 535 a.C.) ebbe conseguenze disastrose per i Focei, che sebbene avessero vinto, persero così tante navi che dovettero abbandonare la loro colonia e trasferirsi nell’Italia meridionale. I Cartaginesi e gli Etruschi riaffermarono il loro controllo sulla Corsica, e la potenza etrusca rimase salda per altri venticinque anni.

Organizzazione delle città etrusche

A partire dal VI secolo a.C., l’organizzazione territoriale e l’iniziativa politica ed economica si concentravano in un numero limitato di grandi città-stato situate in Etruria stessa.

Queste città-stato, simili alle poleis greche, consistevano in un centro urbano e in un territorio di dimensioni variabili. Numerose fonti fanno riferimento ad una lega dei “Dodici Popoli” dell’Etruria, creata per scopi religiosi ma con qualche funzione politica; si incontravano annualmente presso il principale santuario degli Etruschi, il Fanum Voltumnae o santuario di Voltumna, situato vicino a Volsinii.

La posizione precisa del santuario è sconosciuta, ma potrebbe essere stato in una zona vicino alla moderna Orvieto (che molti credono essere l’antica Volsinii). Per quanto riguarda i Dodici Popoli, non è sopravvissuto un elenco preciso di questi (in effetti, sembrano essere variati nel corso degli anni), ma è probabile che provengano dai seguenti principali siti: Caere, Tarquinii, Vulci, Rusellae, Vetulonia, Populonia – tutti situati vicino alla costa – e Veio, Volsinii, Clusium, Perusia (Perugia), Cortona, Arretium (Arezzo), Faesulae (Fiesole) e Volaterrae (Volterra) – tutti nell’entroterra.

Ci sono anche notizie di leghe etrusche corrispondenti in Campania e nel nord Italia, ma è molto più difficile stabilire un elenco di colonie etrusche o città etrusche dalla struttura e organizzazione simili.

Nella lega e nelle singole città, sono noti i nomi di alcune magistrature come lauchme, zilath, maru e purth, anche se c’è poca certezza sui loro precisi compiti. Lauchme (equivalente all’italiano “lucumone”) era il titolo del re etrusco. Il titolo di zilath… rasnal, che in latino sarebbe tradotto come “pretore dell’Etruria” e che indicava qualcosa come la “giustizia dell’Etruria”, era evidentemente applicato all’individuo che presiedeva la lega.

Gli uomini che ricoprivano queste magistrature appartenevano all’aristocrazia, la cui posizione sociale derivava dalla continuità della famiglia. Le formule onomastiche mostrano che le persone libere avevano normalmente due nomi.

Il primo era un nome individuale, o praenomen (nei maschi, nomi come Larth, Avle, Arnth e Vel erano comuni, mentre nelle femmine si trovavano nomi come Larthia, Thanchvil, Ramtha e Thana); seguiva un nome di famiglia, o nomen, derivato da un nome personale o forse dal nome di un dio o di un luogo.

Questo sistema era in uso dalla seconda metà del 7 ° secolo, sostituendo l’uso di un singolo nome (come in “Romolo” e “Remo”) e riflettendo la nuova complessità delle relazioni che si sviluppavano con l’urbanizzazione. Gli Etruschi usavano raramente il cognomen (soprannome di famiglia) impiegato dai Romani, ma spesso le iscrizioni includono sia il nome del padre (patronimico) che quello della madre (matronimo).

Nell’antica Etruria, le donne avevano uno status elevato e una libertà senza precedenti rispetto alle loro controparti a Roma e in Grecia. Erano libere di possedere e mostrare pubblicamente oggetti di lusso e abiti costosi, partecipare liberamente alla vita pubblica, partecipare a feste e spettacoli teatrali, ballare, bere e riposare a stretto contatto fisico con i loro mariti sui divani dei banchetti.

Quest’ultima pratica, in particolare, era considerata scioccante dai Greci e dai Romani.

Inoltre, molte donne etrusche erano istruite e alcune erano persino alfabetizzate, come si può dedurre dalle iscrizioni sui loro specchi. Livio descrive anche Tanaquil, moglie di Tarquinio Prisco, come un’esperta nella previsione del futuro.

La famiglia aristocratica etrusca riconosceva l’importanza delle donne all’interno del nucleo familiare, una caratteristica che sembra aver contribuito alla stabilità e alla durata della società etrusca.

Crisi e declino

Il periodo tra la fine del 6° e l’inizio del 5° secolo rappresentò una svolta per la civiltà etrusca. Durante questo tempo, gli Etruschi attraversarono diverse crisi dalle quali non si ripresero mai del tutto.

In effetti, queste furono solo le prime di numerose sconfitte che avrebbero subito nei secoli successivi. L’espulsione dei Tarquini da Roma nel 509 A.C. li privò del controllo su una posizione strategica sul Tevere e interruppe la loro via terrestre verso la Campania.

Poco dopo, la loro supremazia navale crollò quando la flotta dell’ambizioso Gerone I di Siracusa inflisse una sconfitta devastante alle loro navi al largo di Cuma nel 474 A.C. Inoltre, completamente separati dalle città etrusche della Campania, gli Etruschi non furono in grado di impedire che le tribù umbro-sabelliche, che si spostavano dall’interno verso la costa, conquistassero quest’area.

Tutte queste sconfitte portarono a una forte depressione economica e a un’interruzione del commercio per le città costiere e del sud, causando una redirezione del commercio verso il porto adriatico di Spina. La situazione nel sud peggiorò ulteriormente quando Veio entrò periodicamente in conflitto con Roma, la sua vicina più prossima, e divenne il primo stato etrusco a cadere sotto il potere in crescita di questa città nel centro Italia (nel 396 a.C.).

Una certa prosperità era giunta alla valle del Po e alle città adriatiche, ma anche questa vitalità etrusca nel nord fu di breve durata. La progressiva pressione dei Celti, che erano penetrati nei territori e si erano insediati nella pianura del Po, alla fine soffocarono e sconfissero le fiorenti comunità urbane etrusche, distruggendo quasi completamente la loro civiltà entro la metà del IV secolo a.C. e riportando così gran parte del nord Italia a uno stadio proto-storico della cultura.

Nel frattempo, i Galli Senoni occuparono saldamente il distretto del Picenum sul Mar Adriatico e le incursioni celtiche raggiunsero, da un lato l’Etruria tirrenica e Roma (catturata e bruciata circa nel 390 a.C.), e dall’altro la Puglia.

Nel IV secolo a.C., l’Italia antica era stata profondamente trasformata. I popoli italici orientali di ceppo umbro-sabellico si diffusero sulla maggior parte della penisola; l’impero siracusano e infine la crescente potenza di Roma avevano sostituito gli Etruschi (e le colonie greche del sud Italia) come forza dominante. Il mondo etrusco era stato ridotto a una sfera circoscritta e regionale, isolata nei suoi valori tradizionali; questa situazione determinò il suo progressivo passaggio nel sistema politico di Roma.

In questo contesto, l’Etruria conobbe una ripresa economica e un rilancio dell’aristocrazia. I gruppi di tombe contenevano nuovamente ricchezze e la sequenza di tombe dipinte a Tarquinia, interrotta nel V secolo, riprese. Tuttavia, c’era una nuova atmosfera in queste tombe: ora si trovavano immagini di un aldilà tetro, rappresentato come un mondo sotterraneo pieno di demoni e sovrastato da nuvole scure.

Nonostante la rinnovata opposizione al potere romano sul Tevere, questa si rivelò inutile, come dimostrano le testimonianze storiche di numerosi trionfi e vittorie romane sulle città etrusche, soprattutto a sud.

Tarquinio chiese la pace nel 351 A.C. e Caere ottenne una tregua nel 353. Successivamente, si registrarono i trionfi su Rusellae nel 302 e su Volaterrae nel 298, con la sconfitta definitiva di Rusellae nel 294. Anche Volsinii fu attaccata nello stesso anno e subì la devastazione dei suoi campi.

Nel frattempo, la società etrusca era tormentata da conflitti di classe che causarono la nascita di una cospicua classe di liberti, soprattutto nell’Etruria settentrionale, dove si insediarono numerosi piccoli villaggi sui colli. In alcune città, l’aristocrazia chiese l’aiuto di Roma per porre fine alla turbolenta rivolta degli schiavi. Ad esempio, la famiglia nobile dei Cilnii ad Arretium chiese l’aiuto di Roma durante la rivolta delle classi inferiori nel 302 A.C. A Volsinii, la situazione degenerò talmente tanto che i Romani dovettero marciare e distruggere la città nel 265 A.C., reinsediando i suoi abitanti a Volsinii Novi, oggi Bolsena.

Entro la metà del terzo secolo a.C., sembra che tutta l’Etruria fosse stata pacificata e saldamente sotto l’egemonia romana. In molti casi, le città etrusche e i loro territori mantenevano una forma di autonomia come stati indipendenti con propri magistrati. Il secondo secolo a.C. fu un periodo tranquillo per l’Etruria, con poche fonti storiche che riportano eventi significativi.

Il momento più triste della storia etrusca arrivò nel primo secolo a.C. Nel 90 A.C., Roma concesse la cittadinanza a tutti i popoli italici, un atto che di fatto sancì la completa unificazione politica dello stato italico-romano e mise fine alle ultime pretese di autonomia delle città-stato etrusche.

Inoltre, l’Etruria settentrionale subì una devastazione finale a causa della guerra civile tra Mario e Silla, che si svolse proprio sui suoi territori. Molti etruschi si schierarono con Mario e furono puniti duramente quando Silla trionfò nel 80-79 A.C.

A Faesulae, Arretium, Volaterrae e Clusium, il dittatore confiscò e distribuì terre ai soldati delle sue 23 legioni vittoriose. I nuovi coloni maltrattarono brutalmente i vecchi abitanti e, allo stesso tempo, sperperarono le loro ricompense militari, finendo inesorabilmente nei debiti. Ci furono rivolte e rappresaglie, ma il processo di romanizzazione non fu completato fino al regno di Augusto (31 A.C.-14 D.C.), che portò una nuova stabilità economica e una riconciliazione duratura.

In quel periodo, il latino aveva sostituito quasi completamente la lingua etrusca.


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Alboino. Re dei Longobardi

Alboino fu il re dei Longobardi dal 560 al 572 circa. Durante il suo regno i Longobardi terminarono le loro migrazioni stabilendosi in Italia, Alboino conquistò la parte settentrionale della penisola tra il 569 e il 572. Si stabilì in modo duraturo su Italia e Bacino Pannonico, la prima invasione segnò l’inizio di secoli di dominio longobardo, e la seconda e la sua partenza dalla Pannonia pose fine al predominio dei popoli germanici.

Il periodo del regno di Alboino come re in Pannonia dopo la morte di suo padre, Audoin, fu un periodo di confronto e conflitto tra i Longobardi e i loro principali vicini, i Gepidi. I Gepidi presero inizialmente il sopravvento, ma nel 567, grazie alla sua alleanza con gli Avari, Alboino inflisse una sconfitta decisiva ai suoi nemici, le cui terre furono successivamente occupate dagli Avari. Il crescente potere dei suoi nuovi vicini causò tuttavia un certo disagio ad Alboino, che decise quindi di lasciare la Pannonia per l’Italia, sperando di approfittare della vulnerabilità dell’Impero bizantino nella difesa del proprio territorio sulla scia della guerra gotica.

Dopo aver raccolto una numerosa coalizione di popoli, Alboino nel 568 attraversò le Alpi Giulie, entrando in un’Italia quasi indifesa. Prese rapidamente il controllo di gran parte del Veneto e della Liguria. Nel 569, incontrastato, conquistò la principale città del nord Italia, Milano. Pavia oppose però una dura resistenza e fu presa solo dopo un assedio durato tre anni. Durante quel periodo Alboin rivolse la sua attenzione alla Toscana, ma iniziarono a manifestarsi sempre più segni di ribellione tra i suoi sostenitori e il controllo di Alboino sul suo esercito iniziò a diminuire.

Alboino fu assassinato il 28 giugno 572, in un colpo di stato istigato dai bizantini. Fu organizzato dal fratello adottivo del re, Helmichis, con il sostegno della moglie di Alboino, Rosamunda, figlia del re Gepide che Alboino aveva ucciso alcuni anni prima. Il colpo di stato fallì di fronte all’opposizione della maggioranza dei Longobardi, che elesse Clefi come successore di Alboino, costringendo il nobile Elmichi e Rosamunda a fuggire a Ravenna sotto la protezione imperiale. La morte di Alboino privò i Longobardi dell’unico condottiero che avrebbe potuto tenere unita la neonata entità germanica, l’ultimo della stirpe di re-eroi che avevano guidato i Longobardi nelle loro migrazioni dalla valle dell’Elba per l’Italia. Per molti secoli dopo la sua morte l’eroismo di Alboino e il suo successo in battaglia furono celebrati nella poesia epica sassone e bavarese.

La salita di Alboino

I Longobardi sotto il re Vacone emigrarono verso l’est della Pannonia, approfittando delle difficoltà in cui versava il Regno Ostrogoto in Italia in seguito alla morte del suo fondatore, Teodorico, nel 526. La morte di Vacone nel 540 circa portò al trono suo figlio Walthari, ma, poiché quest’ultimo era ancora minorenne, il regno fu guidato in sua vece dal padre di Alboino, Audoino, del clan Gausiano. Sette anni dopo Walthari morì, dando ad Audoino l’opportunità di incoronarsi e rovesciare i Letingi.

Alboino nacque probabilmente nel 530 in Pannonia, figlio di Audoino e di sua moglie Rodelinda. Come suo padre, Alboino fu allevato come pagano, anche se Audoino a un certo punto aveva tentato di ottenere il sostegno bizantino contro i suoi vicini professandosi cristiano. Alboino prese come prima moglie la cristiana Clodosvinta, figlia del re franco Clotario. Questo matrimonio, che ebbe luogo subito dopo la morte del sovrano franco, questo pare sia dovuto alla decisione di Audoino di prendere le distanze dai Bizantini, tradizionali alleati dei Longobardi, che erano stati tiepidi quando si trattava di sostenere Audoino contro i Gepidi. La nuova alleanza franca era importante a causa della nota ostilità dei Franchi nei confronti dell’impero bizantino, fornendo ai Longobardi più di un’opzione. Tuttavia, la Prosopografia del Tardo Impero Romano interpreta eventi e fonti in modo diverso, ritenendo che Alboino sposò Clodosvinta quando era già re nel 561 o poco prima, anno della morte di Clotario.

Alboino si distinse per la prima volta sul campo di battaglia in uno scontro con i Gepidi. Nella battaglia di Asfeld (552), uccise Turismod, figlio del re Gepide Thurisind , in una vittoria che portò all’intervento dell’imperatore Giustiniano per mantenere l’equilibrio tra le potenze regionali rivali. Dopo la battaglia, secondo una tradizione riportata da Paolo Diacono, per avere il diritto di sedere alla tavola del padre, Alboino dovette chiedere l’ospitalità di un re straniero e donare le sue armi, come era consuetudine. Per questa iniziazione si recò alla corte di Turisindo. Walter Goffart ritiene probabile che in questa narrazione Paolo stesse facendo uso di una tradizione orale, ed è scettico sul fatto che possa essere liquidato semplicemente come un tipico topos di un poema epico.

Il regno di Alboino in Pannonia

Alboino salì al trono dopo la morte del padre, tra il 560 e il 565. Come era consuetudine tra i Longobardi, Alboino prese la corona dopo un’elezione da parte degli uomini liberi della tribù, che tradizionalmente sceglievano il re dal clan del sovrano defunto. Poco dopo, nel 565, scoppiò una nuova guerra con i Gepidi, ora guidati da Cunimundo, figlio di Thurisind. La causa del conflitto è incerta, poiché le fonti sono divise, il longobardo Paolo Diacono accusa i Gepidi, mentre lo storico bizantino Menandro Protettore attribuisce la colpa ad Alboino, interpretazione favorita dallo storico Walter Pohl.

Un resoconto della guerra del bizantino Teofilatto Simocatta sentimentalizza le ragioni del conflitto, sostenendo che ebbe origine dal vano corteggiamento di Alboino e dal successivo rapimento della figlia di Cunimundo, Rosamunda, che Alboino sposò. Il racconto è trattato con scetticismo da Walter Goffart, il quale osserva che è in conflitto con l’Origo Gentis Langobardorum, dove si indica che fu catturata solo dopo la morte del padre. I Gepidi ottennero il sostegno dell’Imperatore in cambio della promessa di cedergli la regione di Sirmio, sede dei re Gepidi. Così nel 565 o 566 il successore di Giustiniano Giustino II inviò suo genero Baduario come magister militum (comandante sul campo) per guidare un esercito bizantino contro Alboino a sostegno di Cunimundo, portando alla completa sconfitta dei Longobardi.

Di fronte alla possibilità dell’annientamento, Alboino strinse un’alleanza nel 566 con gli Avari sotto Bayan I, dovendo accettare alcune dure condizioni: gli Avari pretesero un decimo del bestiame dei Longobardi, metà del bottino di guerra e alla fine della guerra tutte le terre detenute dai Gepidi. I Longobardi giocarono sulla preesistente ostilità tra Avari e Bizantini, sostenendo che questi ultimi fossero alleati dei Gepidi. Cunimundo, d’altra parte, incontrò ostilità quando chiese ancora una volta l’assistenza militare all’imperatore, poiché i bizantini erano stati irritati dal fallimento dei Gepidi nel cedere loro Sirmio, come era stato concordato. Inoltre, Giustino II si stava allontanando dalla politica estera di Giustiniano e credeva di trattare in modo più rigoroso con stati e popoli confinanti. I tentativi di placare Giustino II con i tributi fallirono e, di conseguenza, i bizantini si mantennero neutrali se non addirittura favorevoli agli Avari.

Nel 567 gli alleati fecero la loro mossa finale contro Cunimudo, mentre Alboino invadeva le terre dei Gepidi da nord-ovest, Bayan attaccava da nord-est. Cunimundo tentò di impedire ai due eserciti di unirsi muovendosi contro i Longobardi e scontrandosi con Alboino vicino i fiumi Tibisco e Danubio. I Gepidi furono sconfitti nella battaglia che ne seguì, il loro re ucciso da Alboino e la figlia di Cunimundo, Rosamunda presa prigioniera, secondo quanto riportato nell’Origo. La completa distruzione del regno dei Gepidi fu completata dagli Avari, che sconfissero i Gepidi a est. Di conseguenza, i Gepidi cessarono di esistere come popolo indipendente e furono in parte assorbiti dai Longobardi e dagli Avari.

Qualche tempo prima del 568, la prima moglie di Alboino, Clodosvinta, morì e, dopo la sua vittoria contro Cunimundo, Alboino sposò Rosamunda, per stabilire un legame con i restanti Gepidi. La guerra segnò anche uno spartiacque nella storia geopolitica della regione, in quanto, insieme alla migrazione longobarda dell’anno successivo, segnò la fine di sei secoli di dominio germanico nel bacino pannonico.

La marcia verso la Pannonia

Nonostante il suo successo contro i Gepidi, Alboino non era riuscito ad aumentare il suo potere, e ora si trovava di fronte a una minaccia molto più forte da parte degli Avari. Gli storici considerano questo il fattore decisivo che avrebbe convinto Alboino a intraprendere una migrazione, anche se vi sono indicazioni che prima della guerra con i Gepidi stesse maturando la decisione di partire per l’Italia, paese che migliaia di Longobardi avevano visto negli anni Cinquanta quando vennero assoldati dai bizantini per combattere nella guerra gotica. Inoltre, i Longobardi avrebbero saputo della debolezza dell’Italia bizantina, che aveva sopportato una serie di problemi dopo essere stata riconquistata dai Goti. In particolare la cosiddetta Peste di Giustiniano aveva devastato la regione e il conflitto rimase endemico. Tuttavia, i Longobardi vedevano l’Italia come una terra ricca che prometteva grandi bottini, beni di cui Alboino si serviva per radunare un’orda che comprendeva non solo Longobardi ma molti altri popoli della regione, tra cui Eruli, Suebi, Gepidi, Turingi, Bulgari, Sarmati, i restanti romani e alcuni Ostrogoti. Ma il gruppo più importante, oltre ai Longobardi, erano i Sassoni, di cui 20.000 guerrieri maschi con le loro famiglie parteciparono al viaggio.

La migrazione longobarda ebbe inizio il lunedì di Pasqua, 2 aprile 568. La scelta di unire la partenza a una festa cristiana può essere compresa nel contesto della recente conversione di Alboino al cristianesimo ariano, come attestato dalla presenza di missionari goti ariani alla sua corte. È probabile che la conversione sia stata motivata principalmente da considerazioni politiche, e intesa a consolidare la coesione della migrazione, distinguendo i migranti dai romani cattolici. Inoltre collegò Alboino e il suo popolo all’eredità gotica, ottenendo così l’appoggio degli Ostrogoti che prestavano servizio nell’esercito bizantino come federati. È stato ipotizzato che la migrazione di Alboino possa essere stata in parte il risultato di una chiamata degli Ostrogoti sopravvissuti in Italia.

Fondazione del Ducato del Friuli 

I Longobardi penetrarono in Italia senza incontrare alcuna resistenza da parte delle truppe di frontiera. Le risorse militari bizantine disponibili sul posto erano scarse e di dubbia lealtà, ed è possibile che i forti di confine fossero rimasti senza equipaggio. Quello che sembra certo è che gli scavi archeologici non hanno trovato alcun segno di scontro violento nei siti che sono stati scavati. Ciò concorda con il racconto di Paolo Diacono, che parla di una conquista lombarda in Friuli “senza alcun impedimento”.

Il primo centro a cadere nelle mani dei Longobardi fu Forum Iulii (Cividale del Friuli), sede del locale magister militum. Alboino scelse questa città murata a ridosso del confine come capitale del Ducato del Friuli e nominò suo nipote e scudiero Gisulfo duca della regione, con il compito specifico di difendere i confini dagli attacchi bizantini o avari dalle est.

Conquista di Milano

Da Forum Iulii, Alboino raggiunse successivamente Aquileia, il nodo più importante del nord-est, e capitale amministrativa del Veneto. L’imminente arrivo dei Longobardi ebbe un notevole impatto sulla popolazione della città, il Patriarca di Aquileia Paolino fuggì con il suo clero e si riversò nell’isola di Grado in territorio bizantino.

Da Aquileia Alboino prese la via Postumia e attraversò il Veneto, conquistando in rapida successione Tarvisium (Treviso), Vicentia (Vicenza), Verona, Brixia ( Brescia ) e Bergomum (Bergamo). I Longobardi incontrarono difficoltà solo nella presa di Opitergium (Oderzo), che Alboino decise di evitare, così come evitò di affrontare sulla via Annia i principali centri veneti più vicini alla costa, come Altinum, Patavium (Padova), Mons Silicis (Monselice), Mantova e Cremona. L’invasione del Veneto generò un notevole livello di tumulto, spingendo ondate di profughi dall’interno controllato dai longobardi alla costa controllata dai bizantini, spesso guidati dai loro vescovi, e risultando in nuovi insediamenti come Torcello ed Heraclia.

Alboino si spostò verso ovest nella sua marcia, invadendo la regione della Liguria e raggiungendo Mediolanum ( Milano ) il 3 settembre 569, solo per trovarla già abbandonata dal vicarius Italiae, l’autorità affidata con l’amministrazione della diocesi d’Italia Annonariana. L’arcivescovo Honoratus, il suo clero e parte dei laici accompagnarono il vicarius Italiae a trovare un rifugio sicuro nel porto bizantino di Genua (Genova).

Assedio di Ticinum

Il primo caso attestato di forte resistenza alla migrazione di Alboino avvenne presso la città di Ticinum (Pavia), che iniziò ad assediare nel 569 e catturò solo dopo tre anni. La città era di importanza strategica, situata alla confluenza dei fiumi Po e Ticino e collegata da corsi d’acqua a Ravenna, capitale dell’Italia bizantina e sede della prefettura pretoriana d’Italia. La sua caduta interruppe le comunicazioni dirette tra le guarnigioni di stanza sulle Alpi Marittime e la costa adriatica.

Le storie e le leggende

Il banchetto fatale dipinto da Peter Paul Rubens nel 1615
Il banchetto fatale dipinto da Peter Paul Rubens nel 1615

Ticinum alla fine cadde in mano ai Longobardi nel maggio o nel giugno 572. Alboino aveva nel frattempo scelto Verona come sua sede, stabilendo se stesso e il suo tesoro in un palazzo reale costruito lì da Teodorico. Questa scelta potrebbe essere stata un altro tentativo di legarsi al re gotico.

Fu in questo palazzo che Alboino fu ucciso il 28 giugno 572. Nel racconto di Paolo Diacono, il racconto più dettagliato sulla morte di Alboino, storia e saga si intrecciano quasi indissolubilmente. Antecedente e più breve è la storia raccontata da Mario di Aventicum nella sua Chronica, scritta circa un decennio dopo l’assassinio di Alboino. Secondo la sua versione il re fu ucciso in una congiura da un uomo a lui vicino, chiamato Hilmegis, con la connivenza della regina. Helmichis poi sposò la vedova, ma i due furono costretti a fuggire nella Ravenna bizantina, portando con sé il tesoro reale e parte dell’esercito, il che fa pensare alla collaborazione di Bisanzio. Ruggero Collins descrive Mario come una fonte particolarmente affidabile.

Elementi presenti nel racconto di Mario trovano eco nella Historia Langobardorum di Paolo, che contiene anche tratti distintivi. Uno degli aspetti più noti non disponibili in nessun’altra fonte è quello della coppa cranica. In Paolo si svolgono a Verona le vicende che portarono alla caduta di Alboino. Durante una grande festa, Alboino si ubriaca e ordina a sua moglie Rosamunda di bere dalla sua coppa, ricavata dal cranio di suo suocero Cunimundo dopo che lo aveva ucciso nel 567 e aveva sposato Rosamunda. Alboino “la invitò a bere allegramente con suo padre”. Questo ha riacceso la determinazione della regina a vendicare suo padre.

L’episodio è letto in modo radicalmente diverso da Walter Goffart. Secondo lui tutta la vicenda assume un significato allegorico, con Paolo intento a raccontare una storia edificante della caduta dell’eroe e della sua cacciata dalla terra promessa, a causa della sua debolezza umana. In questa storia, la coppa del teschio gioca un ruolo fondamentale in quanto unisce peccato originale e barbarie. Goffart non esclude la possibilità che Paolo avesse davvero visto il teschio, ma ritiene che negli anni Quaranta del 700 fosse già stata stabilita la connessione tra peccato e barbarie, come esemplificato dalla coppa del cranio.

La morte di Alboino

La morte di Alboino ebbe un impatto importante, in quanto privò i Longobardi dell’unico condottiero di cui disponevano che avrebbe potuto tenere unita la neonata entità germanica. La sua fine rappresenta anche la morte dell’ultimo della stirpe di re-eroi che aveva guidato i Longobardi attraverso le loro migrazioni dall’Elba all’Italia. La sua fama gli è sopravvissuta per molti secoli nella poesia epica, con sassoni e bavaresi che celebravano la sua abilità in battaglia, il suo eroismo e le proprietà magiche delle sue armi.

Antioco III il Grande. Il sovrano seleucide che sfidò Roma

Antioco III il Grande ( 242 a.C. – 187 a.C.) è stato un re seleucide dell’Impero ellenistico siriano che ha governato dal 223 a.C. fino alla sua morte. È stato uno dei più grandi sovrani seleucidi e ha svolto un ruolo significativo nella storia dell’Asia occidentale del III secolo a.C.

Antioco III era il figlio del re Seleuco II e della regina Laodice. Dopo la morte di suo padre, Antioco III salì al trono nel 223 a.C. e immediatamente dovette affrontare una serie di sfide interne ed esterne. Ha ereditato un impero indebolito e diviso, ed è stato costretto a combattere contro le tribù nomadi e le ribellioni interne per consolidare il suo potere.

Tuttavia, nonostante queste difficoltà, Antioco III è stato un abile amministratore e ha effettuato importanti riforme nell’impero, tra cui una riduzione delle dimensioni delle province e l’istituzione di un culto del sovrano. Inoltre, ha migliorato le relazioni con i paesi vicini dando in sposa le sue figlie ai loro principi.

Antioco III è stato anche un grande condottiero e ha condotto numerose campagne militari. Ha sconfitto il ribelle Molone e conquistato l’Atropatene nel 220 a.C., e ha poi condotto una campagna contro il regno d’Egitto per espandere il suo territorio. Tuttavia, la sua ambizione di espandere l’impero seleucide in Europa e Asia Minore lo ha portato in conflitto con i Romani, che lo hanno sconfitto nella battaglia di Magnesia nel 190 a.C.

Dopo la sconfitta contro i Romani, Antioco III ha cercato di ricostruire l’impero seleucide, ma è morto improvvisamente nel 187 a.C. vicino a Susa, in Iran. La sua morte ha segnato la fine dell’era seleucide e l’inizio del declino dell’Impero ellenistico siriano.

Giovinezza e lotta contro Molone

Dopo aver preso il trono alla morte del fratello Seleuco III, Antioco III confermò alcuni membri dell’amministrazione precedente, tra cui Ermia come primo ministro, Acheo come governatore dell’Asia Minore e Molone e suo fratello Alessandro come governatori delle province orientali, Media e Persia.

Il suo regno fu da subito destabilizzato quando Molone si ribellò e si autoproclamò Re: Antioco decise di abbandonare la prevista campagna militare contro l’Egitto, che aveva l’obiettivo di conquistare la Siria meridionale, e marciò contro Molone, sconfiggendolo nel 220 a.C. sulla riva opposta del fiume Tigri e conquistando l’Atropatene, la parte nord-occidentale della regione della Media.

Consapevole che i suoi consiglieri avrebbero potuto tradirlo, Antioco fece uccidere Ermia e si liberò dalla maggior parte delle influenze della precedente amministrazione. Nello stesso anno, anche Acheo cercò di proclamarsi re in Asia Minore, ma un ammutinamento nel suo esercito gli impedì di muovere contro Antioco.

Le conquiste e la battaglia di Raphia

Libero dalla minaccia di altri pretendenti al trono, Antioco diede luogo alla quarta guerra siriana, che si svolse tra il 219 e il 216 a.C., Antioco ottenne il controllo degli importanti porti del Mediterraneo orientale di Seleucia in Pieria, Tiro e Tolemaide.

Nel 218, conquistò la Celesiria, che comprendeva il Libano, la Palestina e la Fenicia. Nel 217, combatté contro l’esercito del faraone Tolomeo IV Filopatore, che ammontava a 75.000 uomini, a Raphia, la città più meridionale della Siria. Le truppe di Antioco erano invece composte da 68.000 uomini.

Nonostante avesse sconfitto l’ala sinistra dell’esercito egiziano, egli inseguì il nemico dimenticandosi totalmente del resto dell’esercito, cosicché la parte destra del suo contingente, formata da fanteria pesantemente armata e disposta in ranghi ravvicinati, fu sconfitta da una falange egiziana più organizzata ed mobile.

Così, nel trattato di pace che fu costretto a firmare con l’Egitto, Antioco dovette rinunciare a tutte le sue conquiste, tranne la città di Seleucia in Pieria.

Le campagne ad Oriente e in India

Dopo la fine della guerra siriana, Antioco III si volse contro il ribelle Acheo e, con l’aiuto di Attalo I di Pergamo, lo catturò nella sua capitale, Sardi, nel 213 e lo fece giustiziare in modo brutale. Dopo aver pacificato l’Asia Minore, Antioco III intraprese la sua famosa campagna verso est (212-205), spingendosi fino all’India. Nel 212, diede in sposa sua sorella Antiochide al re Serse d’Armenia, il quale riconobbe la sua sovranità e gli pagò un tributo.

Antioco III occupò Hecatompylos, la capitale del re partico Arsace III, situata a sud-est del Mar Caspio, costringendolo a stringere un’alleanza nel 209. L’anno seguente, sconfisse Eutidemo di Battria, ma gli permise di continuare a governare e di mantenere il suo titolo reale. Nel 206, attraversò l’Hindu Kush e giunse nella valle di Kābul, dove rinnovò l’amicizia con il re indiano Sophagasenos.

Ritornando verso occidente attraverso le province iraniane di Arachosia, Drangiana e Carmania, Antioco III raggiunse la Persia nel 205, ricevendo un tributo di 500 talenti d’argento dai cittadini di Gerrha, uno stato mercantile sulla costa orientale del Golfo Persico. Avendo stabilito un eccellente sistema di stati vassalli in Oriente, Antioco adottò il titolo achemenide di “grande re” e i Greci, paragonandolo ad Alessandro Magno, lo soprannominarono “il Grande”.

Le campagne ad Occidente

Dopo la morte di Tolomeo IV, Antioco concluse un trattato segreto con Filippo V, sovrano del regno ellenistico di Macedonia, in cui i due monarchi tramarono la spartizione dell’impero tolemaico al di fuori dell’Egitto.

La parte di Antioco comprendeva la Siria meridionale, la Licia, la Cilicia e Cipro, mentre Filippo avrebbe governato l’Asia Minore occidentale e le Cicladi. Antioco invase la Siria di Coele, sconfisse il generale tolemaico Scopas a Panion, vicino alla sorgente del fiume Giordano, nel 200 A.C., ottenendo il controllo della Palestina ma concedendo diritti speciali al popolo ebraico.

Tuttavia, mentre Filippo marciava lungo i Dardanelli, fu coinvolto in una guerra con Rodi e Pergamo, che chiesero aiuto a Roma contro la Macedonia, informando Roma dell’alleanza tra i due sovrani ellenistici.

Roma intervenne in modo decisivo nel sistema degli stati ellenistici. Filippo fu sconfitto dai Romani nella seconda guerra macedone (200-196 A.C.), mentre Antioco rifiutò di aiutarlo e, approfittando del coinvolgimento dei Romani con Filippo, marciò contro l’Egitto.

Sebbene i Romani avessero inviato ambasciatori a Tolomeo V, non poterono prestargli alcun aiuto. Quando la pace fu conclusa, nel 195 A.C., Antioco entrò definitivamente in possesso della Siria meridionale – che era stata contesa per 100 anni dai Tolomei e dai Seleucidi – e dei territori egiziani in Asia Minore. Inoltre, diede in sposa sua figlia Cleopatra a Tolomeo V, e l’Egitto divenne un protettorato seleucide.

Antico III contro Roma

Nel suo continuo desiderio di espansione territoriale, Antioco occupò parti del regno di Pergamo nel 198 A.C. e, nel 197 A.C., e diverse città greche in Asia Minore. Nel 196 A.C., attraversò l’Ellesponto in Tracia, dove rivendicò la sovranità sul territorio che era stato conquistato da Seleuco I nel 281 A.C.

Ciò provocò una serie di conflitti diplomatici con Roma. In più occasioni, i Romani inviarono ambasciatori ad Antioco chiedendo che rimanesse fuori dall’Europa e liberasse tutte le comunità autonome dell’Asia Minore. Tuttavia, soddisfare queste richieste avrebbe comportato l’effettiva dissoluzione della parte occidentale dell’impero seleucide, e Antioco si rifiutò.

Le tensioni con Roma crebbero ulteriormente quando il grande generale cartaginese Annibale, che era fuggito da Cartagine dopo la sconfitta nella seconda guerra punica contro i Romani, trovò rifugio presso Antioco nel 195 A.C. e divenne uno dei suoi consiglieri.

Antioco tentò di formare un’alleanza con Filippo di Macedonia, ma l’offerta fu respinta. Successivamente, Roma si unì a Rodi, Pergamo e la Lega Achea, mentre solo gli Etoli, contrari all’influenza romana in Grecia, chiesero ad Antioco di diventare il loro leader.

Nel tentativo di guadagnarsi il sostegno degli Etoli, Antioco sbarcò a Demetria nell’autunno del 192 con una forza di soli 10.500 uomini e occupò l’Eubea. Tuttavia, incontrò una scarsa accoglienza nella Grecia centrale.

Nel 191 A.C., i Romani, con più di 20.000 soldati, lo tagliarono fuori dai suoi rinforzi in Tracia e aggirarono la sua posizione al passo delle Termopili. Antioco fuggì con il resto delle sue truppe a Calcide in Eubea, ma fu costretto ad arrendersi alle forze navali combinate di Roma, Rodi e Pergamo.

La resa dei conti con i romani avvenne a Magnesia.

La battaglia di Magnesia e la morte

L’esercito romano consisteva in 30.000 soldati romani e alleati, mentre l’esercito seleucide era composto da 70.000 soldati eterogenei, tra cui molte unità di cavalleria pesante e 48 elefanti.

La battaglia iniziò con una carica dei cavalli di Antioco, che furono respinti dalla cavalleria leggera romana. L’esercito romano avanzò con la sua fanteria e si scontrò con la fanteria seleucide. Nonostante fossero in inferiorità numerica, i Romani riuscirono a prevalere grazie alla loro migliore organizzazione e alla loro disciplina, che consentirono loro di sconfiggere la falange seleucide.

Gli elefanti seleucidi furono un’arma temibile durante la battaglia, ma furono presto messi fuori gioco dalle tattiche romane. I Romani infatti utilizzarono i loro arcieri per colpire i fantini degli elefanti, causando panico e confusione tra gli animali.

Alla fine, l’esercito romano riuscì a sconfiggere completamente l’esercito seleucide, infliggendo loro pesanti perdite e catturando molti prigionieri. Antioco riuscì a fuggire con il resto del suo esercito, ma la sua forza militare era ormai scomparsa.

Dopo la sua definitiva sconfitta, Antioco fu costretto ad abbandonare tutte le sue pretese su territori in Europa e Asia Minore occidentale, sulla base del trattato di pace di Apamea.

Inoltre, fu obbligato a pagare un’indennità di 15.000 talenti per un periodo di 12 anni, consegnare i suoi elefanti e la sua flotta e fornire ostaggi, tra cui suo figlio Antioco IV. Così, il suo regno fu limitato alla Siria, alla Mesopotamia e all’Iran occidentale.

Nel 187 A.C., Antioco fu assassinato in un tempio di Baal vicino a Susa, dove stava cercando di riscuotere tributi per le entrate del suo regno.

Isabella di Castiglia: la regina cattolica che finanziò Colombo

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Isabella di Castiglia è stata una regina spagnola vissuta tra il 1451 e il 1504, nota soprattutto per il suo matrimonio con Ferdinando II d’Aragona, che unì i regni di Castiglia e Aragona, dando origine alla Spagna moderna. Isabella fu una regina molto attenta alla politica interna del suo regno, promuovendo riforme per migliorare la giustizia, l’amministrazione, l’economia e la cultura.

Fu anche molto attiva nella politica estera, guidando la Spagna in una serie di guerre contro il Portogallo e i regni musulmani della penisola iberica. Tuttavia, la sua politica di conversione forzata degli ebrei e dei musulmani al cristianesimo, attraverso l’istituzione del Tribunale dell’Inquisizione spagnola nel 1478, è stata oggetto di diverse interpretazioni.

La figura di Isabella è stata importante per la storia della Spagna e del mondo, segnando un momento di grande espansione per il paese, ma anche un periodo di conflitto e tensione tra le diverse comunità religiose.

La famiglia di origine

Isabella di Castiglia proveniva da una famiglia di nobili spagnoli di origine castigliana. Suo padre era Giovanni II di Castiglia, figlio di Enrico III di Castiglia, mentre sua madre era Isabella del Portogallo, figlia del re Giovanni I del Portogallo.

La famiglia di Isabella aveva una lunga storia di conflitti e rivalità, soprattutto tra i membri della dinastia dei Trastámara, alla quale appartenevano sia suo padre che suo fratellastro, il re Enrico IV. In particolare, il padre di Isabella, Giovanni II, aveva avuto un’aspra rivalità con suo fratello Enrico III, il che portò a una guerra civile tra le due parti della famiglia.

Nonostante questi conflitti interni, la famiglia di Isabella era una delle più potenti e influenti di Castiglia, con vaste proprietà terriere e una grande influenza sulla politica del regno. Questo ambiente familiare instabile e turbolento avrebbe avuto un impatto significativo sulla vita di Isabella, spingendola a sviluppare una ferrea volontà di potere e una grande determinazione nel perseguire i propri obiettivi.

Gli studiosi hanno analizzato diversi aspetti della famiglia di Isabella, dalle sue origini alle sue lotte interne e alle alleanze matrimoniali che la legavano ad altre potenze europee. In particolare, l’opera di Gabriella Airaldi e Consuelo Varela sottolinea come la famiglia di Isabella fosse estremamente complessa e frammentata, ma anche capace di sopravvivere a lungo e di adattarsi alle circostanze mutevoli del tempo.

L’importanza della famiglia di Isabella di Castiglia è legata alla sua influenza sulla vita della regina stessa, ma anche alla sua influenza sulla politica e sulla cultura spagnola nel Medioevo. Infatti, la dinastia dei Trastámara, alla quale apparteneva la famiglia di Isabella, dominò la Spagna dal XIV al XVI secolo, e durante questo periodo il paese attraversò una serie di trasformazioni politiche, sociali e culturali di grande rilevanza.

La giovinezza di Isabella di Castiglia

Isabella trascorse la maggior parte della sua infanzia e giovinezza nella residenza reale di Arévalo, dove ricevette un’educazione molto rigorosa. La sua istruzione fu curata principalmente da religiose francescane, che le inculcarono una forte fede cattolica e la dotarono di una vasta conoscenza delle scritture.

Fin dalla giovane età, Isabella dimostrò un grande interesse per la politica e per il governo del regno. Si dice che leggesse con attenzione tutti i documenti che suo padre le faceva leggere, e che prendesse posizione su questioni politiche e amministrative. Isabella fu inoltre molto influenzata dalla figura di suo fratello maggiore, Enrico IV, che, nonostante le sue numerose controversie e scandali, fu un sovrano attento alle questioni di giustizia e ai problemi della popolazione.

Nel 1468, Isabella sposò Giovanni II di Portogallo, ma il matrimonio fu annullato pochi mesi dopo. Questo evento segnò la fine della giovinezza di Isabella e l’inizio del suo coinvolgimento diretto nella politica del regno.

Negli anni successivi, Isabella si trovò al centro di un complesso intrigo di alleanze matrimoniali e rivalità dinastiche, che coinvolgevano molte delle potenze europee dell’epoca. Tuttavia, Isabella riuscì a mantenere la sua indipendenza e a sviluppare una forte personalità, che sarebbe diventata una delle sue caratteristiche distintive come regina.

La guerra per la successione

La guerra di successione castigliana è stato un evento cruciale nella vita di Isabella di Castiglia, che ha visto la regina coinvolta in un complesso intrigo di alleanze e tradimenti.

La guerra ebbe origine nel 1465, quando il re Enrico IV di Castiglia, fratellastro di Isabella, nominò come erede al trono sua figlia, Giovanna la Beltraneja, anziché la sorellastra Isabella. Questa scelta provocò un forte malcontento tra i nobili del regno, che vedevano in Isabella la candidata più adatta per governare.

Nel 1468, quando Isabella sposò Giovanni II di Portogallo, molti nobili la riconobbero come legittima erede al trono di Castiglia, in opposizione a Giovanna la Beltraneja. Questo portò alla guerra di successione, che durò per diversi anni e coinvolse numerose potenze europee, tra cui il Portogallo, la Francia e l’Aragona.

Isabella si dimostrò un’abile stratega militare e diplomatica, riuscendo a ottenere il sostegno di molti nobili castigliani e aragonesi, nonché del re Ferdinando II d’Aragona, che sposò nel 1469. Nel 1474, Isabella riuscì a ottenere il riconoscimento come regina di Castiglia da parte della Santa Sede, il che consolidò la sua posizione.

La conquista del Regno di Granada

La conquista del regno di Granada rappresentò un altro importante evento nella vita di Isabella di Castiglia, che fu determinante per la fine della presenza musulmana nella Penisola Iberica.

La conquista di Granada iniziò nel 1482, quando i Re Cattolici, Isabella di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona, lanciarono una campagna militare per sottomettere il regno di Granada. Tuttavia, la conquista di Granada si rivelò molto difficile a causa della forte resistenza degli abitanti musulmani e della loro capacità di organizzare una guerriglia efficace.

I sovrani spagnoli adottarono diverse strategie per conquistare Granada. In primo luogo, cercarono di isolare il regno di Granada dal resto del mondo islamico, stringendo alleanze con i sovrani cristiani dell’Africa del Nord e del Mediterraneo orientale. In secondo luogo, tentarono di conquistare gradualmente il territorio di Granada, attaccando le città più importanti e sottomettendo i loro territori circostanti.

La conquista di Granada fu anche accompagnata da un‘importante opera di propaganda, che mirava a convincere la popolazione musulmana ad abbracciare la fede cristiana. In particolare, i sovrani spagnoli promossero la creazione di una Chiesa di rito mozárabe, che consentiva ai musulmani convertiti di praticare il cristianesimo senza abbandonare del tutto le loro tradizioni e la loro cultura.

La conquista di Granada si concluse nel 1492, quando il re Boabdil, l’ultimo sovrano musulmano di Granada, si arrese ai Re Cattolici. La caduta di Granada rappresentò un evento di grande importanza per la storia della Spagna e della Penisola Iberica, poiché sancì la fine della presenza musulmana nella regione e consolidò il potere dei Re Cattolici.

Inoltre, la conquista di Granada rappresentò un importante evento per la cristianità europea, che vedeva in questa conquista una vittoria sulla religione musulmana. Infatti, la conquista di Granada fu celebrata come una grande vittoria della fede cristiana sulla fede musulmana, e ispirò la creazione di numerose opere d’arte e letterarie che celebravano la vittoria dei Re Cattolici.

L’istituzione dell’Inquisizione in Spagna

L’introduzione dell’Inquisizione da parte di Isabella di Castiglia rappresenta uno degli episodi più controversi e discussi del suo regno. L’Inquisizione fu istituita nel 1478 con il sostegno del Papa Sisto IV, allo scopo di combattere il crescente numero di conversi (ebrei e musulmani convertiti al cristianesimo) che, secondo le autorità spagnole, continuavano a praticare le loro antiche religioni in segreto.

L’Inquisizione fu affidata all’ordine domenicano, che doveva indagare sulle attività di eretici e conversi sospetti, utilizzando anche la tortura per ottenere confessioni. L’Inquisizione spagnola aveva anche il potere di sequestrare i beni dei sospettati e di condannarli al rogo in caso di condanna per eresia.

L’Inquisizione fu una delle politiche più critiche di Isabella di Castiglia, poiché comportò una forte limitazione della libertà religiosa e una grave violazione dei diritti umani. Tuttavia, alcuni studiosi hanno sottolineato che l’Inquisizione spagnola non fu così crudele come altre inquisizioni dell’epoca e che Isabella cercò di controllare gli abusi dei tribunali dell’Inquisizione.

Le fonti offrono un’ampia analisi dell’Inquisizione spagnola e delle controversie che ha generato. In particolare, sono state sollevate critiche sulla sua efficacia nel combattere l’eresia e sulla sua compatibilità con i principi della democrazia e dei diritti umani.

L’inquisizione istituita da Isabella di Castiglia ebbe un impatto significativo sulla società spagnola del tempo, così come sulla successiva storia europea. Tra gli effetti dell’inquisizione:

  1. Limitazione della libertà religiosa: L’Inquisizione spagnola comportò una forte limitazione della libertà religiosa, poiché tutti i conversi erano soggetti a indagini e accuse di eresia. Ciò causò un clima di intolleranza religiosa e di sospetto nei confronti di chiunque si allontanasse dalla fede cristiana.
  2. Diffusione della paura e della denuncia: L’Inquisizione spagnola creò un clima di paura e denuncia, in cui ogni sospetto di eresia o di apostasia poteva comportare l’arresto e la tortura. Questo clima di sospetto e paura colpì non solo i conversi, ma anche la popolazione cristiana che temeva di essere accusata ingiustamente.
  3. Violazione dei diritti umani: L’Inquisizione spagnola comportò una grave violazione dei diritti umani, poiché i tribunali dell’Inquisizione utilizzavano la tortura per ottenere confessioni e sequestravano i beni dei sospettati. Ciò causò gravi sofferenze e privazioni per coloro che erano accusati di eresia.
  4. Effetti sulla cultura e sulla letteratura: L’Inquisizione spagnola ebbe un impatto significativo sulla cultura e sulla letteratura dell’epoca, poiché la paura della persecuzione spingeva gli scrittori e gli artisti a evitare temi religiosi controversi. Ciò portò a una cultura molto conformista e conservatrice, che cercava di evitare qualsiasi tipo di scontro o conflitto.
  5. Effetti sulla politica: L’Inquisizione spagnola ebbe anche un impatto sulla politica dell’epoca, poiché gli inquisitori esercitavano una grande influenza sulle decisioni dei sovrani spagnoli. Ciò portò a una forte centralizzazione del potere e a una riduzione della libertà politica e civile.

Il finanziamento della spedizione di Cristoforo Colombo

Cristoforo Colombo è senza dubbio uno dei personaggi più importanti del periodo storico in cui visse Isabella di Castiglia. Esploratore, navigatore e uomo d’affari italiano, Colombo intrattenne una relazione con la regina spagnola che sarebbe stata determinante per la sua successiva impresa di scoperta delle Americhe.

Colombo propose per la prima volta il suo piano di raggiungere le Indie orientali attraversando l’oceano Atlantico alla corte di Isabella di Castiglia nel 1486, ma il progetto venne respinto. Nel 1492, tuttavia, dopo aver ottenuto il sostegno dei Re Cattolici di Spagna, Isabella e Ferdinando, Colombo partì con tre caravelle, la Pinta, la Niña e la Santa Maria, per il suo primo viaggio verso l’America.

Il ruolo di Isabella di Castiglia nell’impresa di Colombo fu fondamentale: oltre a concedere al navigatore le navi necessarie, la regina spagnola lo nominò ammiraglio e gli concesse una serie di privilegi e prerogative, tra cui la promessa di ottenere una quota sui guadagni delle future esplorazioni.

La decisione di Isabella di Castiglia di sostenere Colombo nella sua impresa di scoperta delle Americhe si rivelò un successo eccezionale, portando alla creazione di un nuovo mondo e alla fondazione dell’Impero spagnolo.

Dopo il primo viaggio di Colombo, la regina Isabella decise di finanziare ulteriori spedizioni e di inviare coloni per stabilire insediamenti nell’America. Inoltre, a Colombo fu dato l’incarico di governare le nuove terre scoperte, il che gli permise di acquisire un enorme potere e influenza nella regione.

In generale, l’incontro tra Colombo e Isabella di Castiglia rappresenta uno dei momenti più importanti della storia della navigazione e dell’esplorazione geografica, che ha avuto un impatto duraturo sulla storia dell’umanità.

La disputa con il Portogallo per i territori del nuovo mondo

La scoperta delle Americhe da parte di Cristoforo Colombo scatenò una disputa tra la Spagna e il Portogallo per il controllo dei nuovi territori. Nel 1493, il papa Alessandro VI emise la bolla pontificia Inter caetera, che stabiliva una linea di demarcazione tra le zone di influenza portoghese e spagnola, collocata a 100 leghe a ovest delle isole di Capo Verde.

Tuttavia, questa decisione non soddisfaceva completamente né la Spagna né il Portogallo, dal momento che non si conosceva ancora con precisione la posizione esatta delle terre scoperte da Colombo. Nel 1494, i due paesi firmarono il Trattato di Tordesillas, che spostò la linea di demarcazione a 370 leghe a ovest delle isole di Capo Verde.

Isabella di Castiglia e il marito Ferdinando furono determinanti nella difesa degli interessi della Spagna nelle dispute con il Portogallo sulle nuove terre scoperte da Colombo. Nel 1496, Isabella emanò una serie di leggi e regolamenti che sancivano il diritto esclusivo della Spagna sulla navigazione e il commercio delle nuove terre scoperte, dando inizio alla colonizzazione spagnola delle Americhe.

Inoltre, Isabella cercò di preservare i diritti della Spagna sui nuovi territori attraverso la nomina di nuovi governatori e la creazione di organi di governo locali, tra cui il Consiglio delle Indie. Questi provvedimenti contribuirono alla rapida espansione del potere spagnolo nel nuovo mondo e alla creazione di un vasto impero coloniale che sarebbe durato per secoli.

I matrimoni politici organizzati da Isabella di Castiglia

Isabella di Castiglia, come molte sovrane del suo tempo, utilizzò i matrimoni politici come strumento di consolidamento del potere. Tra i suoi figli e le sue figlie, Isabella cercò di trovare le alleanze matrimoniali più vantaggiose per la Corona di Castiglia.

Il primo matrimonio combinato da Isabella fu quello tra suo figlio maggiore, il principe ereditario Giovanni, e Margherita d’Austria, figlia dell’imperatore Massimiliano I, avvenuto nel 1496. Questo matrimonio fu molto importante per consolidare la posizione della Castiglia all’interno del sistema politico europeo, poiché Margherita portava con sé il sostegno della potente Casa d’Asburgo.

Il secondo figlio di Isabella, il principe Giovanni d’Aragona, sposò invece Giovanna di Castiglia, figlia dei re cattolici, nel 1496. Questo matrimonio fu importante per unire le corone di Castiglia e di Aragona e per consolidare la dinastia dei re cattolici.

Il terzo figlio di Isabella, Ferdinando, sposò Germaine de Foix, nipote del re di Francia, nel 1505. Questo matrimonio fu importante per consolidare l’alleanza tra la Castiglia e la Francia e per contrastare l’influenza del Portogallo sulla penisola iberica.

La figlia maggiore di Isabella, Isabella di Aragona, sposò il re del Portogallo, Manuele I, nel 1497. Questo matrimonio fu importante per consolidare l’alleanza tra la Castiglia e il Portogallo e per porre fine alle ostilità tra i due paesi.

La seconda figlia di Isabella, Maria di Aragona, sposò il re di Portogallo, Manuele I, nel 1500. Anche questo matrimonio fu importante per consolidare l’alleanza tra i due paesi.

Infine, la figlia più giovane di Isabella, Caterina di Aragona, sposò il re d’Inghilterra, Enrico VIII, nel 1509. Questo matrimonio fu importante per consolidare l’alleanza tra la Castiglia e l’Inghilterra e per porre fine alle ostilità tra i due paesi.

La morte di Isabella di Castiglia e la successione

Isabella di Castiglia morì il 26 novembre 1504, all’età di sessantasei anni. Le cause della sua morte non sono del tutto chiare, ma si pensa che potesse essere stata causata da un cancro dell’utero. La regina fu sepolta nella Cattedrale di Granada, accanto al marito Ferdinando.

La morte di Isabella fu un grande colpo per il regno di Castiglia e per la Corona d’Aragona, poiché aveva svolto un ruolo importante nella creazione di una Spagna unita e nella promozione dell’espansione territoriale e della cultura.

Il suo erede, il figlio maggiore Juan, morì poco dopo la madre, il che provocò una crisi di successione che sarebbe stata risolta solo dopo la morte di Ferdinando nel 1516. La mancanza di un successore chiaro portò a una lotta per il trono tra la figlia di Isabella, Giovanna la Pazza, e suo marito, il cugino Ferdinando d’Aragona, noto come Ferdinando il Cattolico.