martedì 3 Marzo 2026
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La Decima Legione di Cesare: la più gloriosa di Roma

La Legio X Equestris, nota anche come Decima legione, è una storica legione guidata prevalentemente da Giulio Cesare. La legione, nel corso della sua vita, ha attraversato momenti fondamentali della storia dell’antica Roma come la conquista delle Gallie e le guerre civili tra Cesare e Pompeo, terminando la sua vita durante il Principato di Augusto.

L’esatto momento in cui venne reclutata la Decima legione non è sicuro: secondo alcuni studiosi potrebbe essere già stata formata durante il periodo della guerra sociale (91 – 88 a.C), mentre altri collocano l’origine della Decima nella Gallia Transalpina, impegnati a contrastare una ribellione di Galli Allòbrogi sotto il comando del governatore Calpurnio Pisone.

La Decima legione contro gli Elvezi

Sappiamo che la Decima legione fu sicuramente al servizio di Giulio Cesare durante la conquista della Gallia. Il primo scontro di cui abbiamo certezza è la battaglia di Genava, nel 58 a.C, dove Cesare incontrò per la prima volta gli Elvezi, una popolazione che abitava l’attuale altopiano svizzero. La battaglia si concluse con una vittoria per i romani.

Poi, la Decima legione fu impegnata nella battaglia del fiume Arar, sempre nel 58 a.C.  In particolare, Cesare inseguiva gli Elvezi impegnati ad attraversare il fiume Arar, attaccando un terzo del loro esercito mentre era ancora impegnato a passare un guado. L’azione fulminea di Cesare permise di vincere la battaglia. 

La Decima legione partecipò anche alla battaglia di Bibracte: in quella situazione Cesare si era attestato su una collina, disponendo la fanteria pesante, tra cui la Decima legione, su un rilievo. Gli Elvezi caricarono contro i legionari, ma dovendo affrontare una salita furono rapidamente respinti. Tuttavia, l’improvvisa comparsa di alleati (Boi e Tauringi) sul campo di battaglia, permise agli Elvezi di eseguire una nuova carica mentre gli alleati attaccavano le legioni di Cesare sul fianco destro.

Cesare, con una mossa geniale, pur mantenendo la linea frontale di difesa, prelevò una parte delle sue forze, fra cui i legionari della Decima legione, riposizionandole sul lato destro al fine di resistere all’attacco combinato, vincendo nuovamente la battaglia.

La Decima legione contro Ariovisto

Sempre nell’ambito della conquista delle Gallie, la Decima legione fu impegnata contro il re Germanico Ariovisto.  Il re dei germani Ariovisto  era stato chiamato dalla tribù dei Sèquani per combattere contro gli Edui, in cambio della concessione di un quinto del territorio. Tuttavia, Ariovisto aveva violato i patti e si era insediato con la forza.

Sequani ed Edui, mettendo da parte le precedenti rivalità, chiesero aiuto ai Romani di Giulio Cesare, chiedendogli di intervenire. Durante gli incontri diplomatici tra Cesare ed Ariovisto, quest’ultimo pretese che entrambi fossero scortati dalla sola cavalleria. Ariovisto sapeva infatti che i cavalieri di Cesare erano alleati gallici, e mirava a corromperli per attirare il generale avversario in una trappola. 

Cesare, che presagì l’inganno, sostituì ai cavalieri gallici alleati degli uomini della Decima legione, sui quali aveva la più totale fiducia.

Sventata la trappola, e fallite le trattative, ci si preparò allo scontro. I romani occuparono la città di Besanzone, e a pochi giorni dallo scontro con Ariovisto, i legionari Romani, ascoltando le leggende sulla sovrumana forza dei germani, cominciarono a nutrire una forte paura. Cesare intervenne, ricordando il valore dei romani e le vittorie precedenti ottenute da Caio Mario, ma vedendo che gli uomini continuavano ad essere titubanti, disse chiaramente che era pronto a congedarli e ad affrontare il nemico con la sola Decima legione, sulla quale aveva la più totale fiducia. Questo richiamo, scosse profondamente l’animo dei Soldati e convinse i legionari ad affrontare il nemico.

La Decima legione partecipò alla battaglia dell’Alsazia contro Ariovisto, posizionata sul lato destro, quello tradizionalmente più forte, ottenendo una leggendaria vittoria.

La Decima legione contro i Belgi Nervii

L’anno successivo, Cesare stava marciando nel nord della Gallia contro i Belgi Nervii.  La colonna di marcia era costituita da sei legioni di veterani, tra cui la Decima legione, seguite da due legioni appena reclutate. 

Arrivati al termine della giornata, i legionari cominciarono a costruire gli accampamenti. Ma nel bosco di fronte a loro erano nascosti decine di migliaia di Belgi, più un gran numero di alleati, che sbucarono improvvisamente ed attaccarono le linee romane. 

I legionari furono completamente sorpresi, tanto che non ebbero nemmeno il tempo di indossare gli elmi, e cominciarono a formare spontaneamente, senza ordine di Cesare, una prima linea difensiva. 

La Decima legione si contrappose al contingente degli Atrèbati, riuscendo a scacciarli e ad inseguirli oltre il fiume Sabis. Verso la fine dello scontro, la settima e la dodicesima legione erano in pericolo, totalmente accerchiate dai Belgi Nervii e stavano per collassare. 

Cesare arringò personalmente il comando della Decima legione, e diede ordine al suo luogotenente Tito Labieno di guidare la X per attaccare rapidissimo i Nervii alle spalle, trucidandoli e salvando le due legioni da morte sicura.

La Decima legione in Britannia

Sappiamo che la Decima legione partecipò allo sbarco in Britannia del 55 a.C  Cesare sapeva che le tribù britanniche avevano fornito supporto agli alleati gallici, e nel 55 a.C decise di compiere una prima spedizione di conquista. 

Sappiamo che l’esercito partì da Portus Itius, dove su 80 navi da guerra vennero caricate alcune legioni, tra cui la settima e la Decima. I legionari della Decima sbarcarono nell’attuale regione del Kent, ed affrontarono le tribù dei britanni ottenendo delle prime vittorie. 

Nonostante questo, Cesare ordinò la ritirata, in quanto le posizioni dei romani erano insicure. 

Nella seconda spedizione, del 54 a.C, i legionari sbarcarono nuovamente in Britannia vincendo gli avversari. Cesare ottenne la resa delle tribù, il pagamento di un tributo regolare e la promessa che non sarebbero stati più inviati rinforzi alle tribù galliche.

La Decima legione durante l’assedio di Gergovia

La Decima legione fu vicina a Cesare anche nei momenti di difficoltà. Quando Vercingetorige, il capo degli Arverni, riuscì a coalizzare le tribù galliche contro l’invasore romano, Cesare decise di cingere d’assedio la città di Gergovia, dove Vercingetorige si era rinchiuso.

Cesare aveva posto l’accampamento a nord-est della città, e aveva iniziato la costruzione di un secondo accampamento per lasciare intendere a Vercingetorige che era in preparazione un attacco  da quel lato.

In realtà, ai legionari venne dato l’ordine di assalire le mura difensive da sud. Tuttavia, dopo aver ottenuto delle prime vittorie, i legionari, impazienti di sconfiggere il nemico, trasgredirono gli ordini di Cesare ed attaccarono troppo velocemente. 

I Galli compirono allora una sortita in massa, travolgendo le forze romane. Cesare, constatando il fallimento dell’offensiva, era scortato dalla Decima legione, che venne impiegata per coprire la fuga dei legionari e per salvare interi reparti inseguiti dai nemici, limitando significativamente le perdite.

La Decima legione durante l’assedio di Alesia

Sappiamo che la Decima legione fu al fianco di Cesare durante l’assedio di Alesia, la battaglia finale tra i romani e i Galli guidati da Vercingetorige. L’assedio di Alesia

Durante l’assedio di Alesia, Cesare costruì una circonvallazione per assediare Vercingetorige, che si era asserragliato in una rocca con un gruppo di fedelissimi soldati. 

Ma il principe degli Arverni riuscì a spedire dei messaggeri per chiamare a raccolta tutte le tribù galliche alleate affinché convergessero contro Cesare. Quest’ultimo, fu così costretto a costruire una controvallazione per difendersi dalle unità galliche in soccorso. 

Tradizionalmente la battaglia di Alesia è divisa in tre giornate di scontri: un primo attacco dominato dall’affrontarsi delle cavallerie, un secondo attacco notturno e una terza giornata di combattimenti dove i Galli, nascondendosi dietro al Monte Rea, situato a nord-ovest rispetto ad Alesia, cercarono, ed in alcuni punti riuscirono, a superare le difese di Cesare. 

Cesare intervenne personalmente, portando i suoi legionari a vincere la battaglia e in ultima analisi la guerra. 

Non conosciamo l’esatto posizionamento e il contributo della Decima legione, ma sicuramente, analizzando il posizionamento che solitamente Cesare riservava ai legionari della Decima, potrebbero aver avuto un ruolo fondamentale, soprattutto durante l’ultima giornata di combattimenti.

La Decima legione durante la guerra civile

Dopo la conquista delle Gallie, la Decima legione di Giulio Cesare fu impegnata nelle guerre civili. Allo scoppio del conflitto tra Cesare e Pompeo, la Decima era attestata nella Gallia Narbonense e precisamente nella capitale di quella provincia, Narbona.

La Decima seguì innanzitutto Cesare nelle campagne contro le legioni di Pompeo che erano schierate in Spagna, in quella che è nota come la battaglia di Ilerda. Cesare dovette affrontare tre generali pompeiani: Lucio Afranio, Marco Petreio e Terenzio Varrone.  Si trattò di una guerra di posizione, ricca di notevoli schermaglie tra i due eserciti. 

Durante questa fase, Cesare rischiò di rimanere completamente senza rifornimenti, e salvò l’esercito mediante la costruzione, in due giorni, di un ponte che gli permise di mietere il raccolto. 

Riuscito a circondare il nemico, con l’utilizzo della diplomazia, Cesare ottenne la resa dell’avversario senza arrivare al combattimento. La Decima legione  accompagnava personalmente Cesare, soprattutto nelle missioni e nelle fasi più delicate.

La Decima legione durante la battaglia di Durazzo

I legionari della Decima legione accompagnarono Cesare anche nella prima vera battaglia direttamente contro Pompeo. In particolare, Pompeo si era attestato nella città di Durazzo, occupando una posizione strategicamente privilegiata. 

Cesare, sebbene in inferiorità numerica, costruì una serie di fortificazioni per schiacciare l’avversario contro la costa. Pompeo rispose costruendo una seconda linea di fortificazioni in sua difesa. 

La situazione era di stallo, ma Pompeo venne a sapere da un disertore che le fortificazioni di Cesare nel settore Sud non erano ancora state completate. Così, dopo un attacco improvviso su tre punti, Pompeo fu in grado di forzare il blocco di Cesare.  Pompeo non sconfisse definitivamente Cesare in quanto pensava che quest’ultimo gli avesse teso una trappola, ed anziché attaccare con tutti i propri uomini preferì scappare attraverso i Balcani.

Si trattò della prima grande sconfitta di Cesare durante la guerra civile. Cesare dovette fare ricorso a tutto il suo carisma per convincere i suoi soldati a non disertare e a non abbandonarlo. La Decima legione rimase completamente fedele a Cesare, e si predispose per la battaglia successiva, quella di Farsalo, che avrebbe decretato la vittoria di Cesare durante la guerra civile.

La Decima legione durante la battaglia di Farsalo

La battaglia di Farsalo rappresentò l’ultimo confronto tra Cesare e Pompeo durante la guerra civile. Pompeo aveva schierato la sua fanteria mettendosi personalmente al comando di questa, mentre la cavalleria posizionata sulla sinistra era guidata da Tito Labieno , ex generale al servizio di Cesare, ora passato dalla parte dei pompeiani. 

Cesare, con un numero minore di fanti, aveva escogitato una trappola: dietro la propria cavalleria erano stati infatti nascosti dei fanti. La cavalleria di Cesare avrebbe dovuto fingere di ritirarsi per permettere ai fanti di attaccare a sorpresa la cavalleria di Tito Labieno, facendola fuggire e attaccando l’avversario sul fianco. 

Il piano di Cesare funzionò perfettamente. 

La Decima legione era posizionata nel corpo centrale della fanteria, verso il lato destro. Durante lo scontro delle fanterie, la Decima legione si comportò in maniera particolarmente professionale, evitando di perdere fiato e di stancarsi eccessivamente durante la carica, ma riprendendo il respiro prima di entrare in contatto con il nemico, di propria iniziativa e senza la necessità di un ordine di Cesare.

La Decima legione durante la battaglia di Tapso

La Decima legione venne impiegata anche durante la battaglia di Tapso fra Giulio Cesare e Tito Labieno, sopravvissuto alla sconfitta di Farsalo e riorganizzatosi in Nord Africa. 

In quella situazione, la Decima legione venne schierata come al solito sul lato destro della fanteria. Mantenne la propria posizione combattendo valorosamente ed affrontando una parte degli elefanti che Tito Labieno e i suoi alleati avevano schierato contro l’esercito di Cesare. 

Una volta sconfitti gli elefanti, fatti scappare con l’utilizzo di trombe, l’esercito di Cesare si accanì contro l’avversario, in maniera abbastanza insolita rispetto al classico comportamento conciliante di Cesare. 

Alcune fonti suggeriscono che Cesare sia stato colpito da un attacco epilettico verso il finire della battaglia, e la violenza sia da ascriversi all’iniziativa dell’esercito.

La Decima legione durante la battaglia di Munda

La battaglia di Munda rappresentò l’ultimo scontro tra Giulio Cesare e gli alleati pompeiani. In questa situazione, la Decima legione ebbe un ruolo determinante. 

Gli eserciti si erano disposti con la classica fanteria al centro e la cavalleria sulle ali. Cesare, che aveva la Decima legione sul lato destro della fanteria, prese personalmente il comando dei legionari e attaccò la controparte. 

Vedendo l’attacco di Cesare e della Decima legione, Gneo Pompeo, omonimo di Pompeo Magno, decise di staccare una parte degli uomini dal proprio lato per accorrere verso la parte dell’esercito che sembrava maggiormente in difficoltà. 

In realtà, l’attacco di Cesare rappresentava un semplice diversivo, eseguito per indebolire una parte dell’esercito avversario. 

La cavalleria posta sul fianco sinistro dell’esercito di Cesare, infatti, attaccò esattamente la parte del contingente avversario dove gli uomini erano stati distratti. In questo modo Cesare ottenne una netta vittoria, anche se, per sua stessa ammissione, Munda fu l’unica battaglia della sua vita in cui aveva combattuto per sopravvivere, e non solamente per vincere.

La Decima legione durante la battaglia di Filippi

Dopo la morte di Cesare, che sconvolse profondamente i legionari della Decima legione, l’unità venne utilizzata durante la battaglia di Filippi tra Ottaviano e Marco Antonio contro Bruto e Cassio, gli autori del complotto che aveva tolto la vita a Cesare.

La Decima legione venne impiegata sotto il diretto comando di Marco Antonio e soprattutto nella seconda battaglia di Filippi. Marco Antonio, che doveva combattere contro l’esercito di Bruto, divise il suo contingente in tre parti, indicando alla legione posizionata sulla sua destra di avanzare sempre più verso Oriente in modo da provocare l’allungamento delle linee di difesa dell’avversario ed individuare più facilmente un varco dove inserirsi. 

Non conosciamo esattamente il posizionamento della Decima legione e gli ordini che ricevette, ma sappiamo che partecipò a tutte le fasi della battaglia di Filippi.

La Decima legione al comando di Marco Antonio nella campagna contro i Parti

Durante la guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio, quest’ultimo si era acquartierato ad Alessandria d’Egitto, con l’appoggio di Cleopatra. In questa situazione, Marco Antonio aveva concepito la conquista dell’impero dei Parti, riutilizzando i piani di attacco che erano stati elaborati da Cesare poco prima della sua morte.

La spedizione, finanziata da Cleopatra, alla quale partecipò la Decima legione, fu un insuccesso. I motivi del fallimento dell’ offensiva sono dovuti in parte alla cattiva organizzazione, in parte perché le linee di rifornimento, negli sterminati territori dei Parti, non funzionarono a dovere ma soprattutto per le continue imboscate tese dal nemico.

Alla fine Marco Antonio fu costretto ad una drammatica ritirata. I legionari, che subirono pesantissime perdite, riuscirono comunque a raggiungere l’Armenia, uno stato cuscinetto tra i romani e i Parti e a ritirarsi nei loro accampamenti.

La Decima legione durante la battaglia di Azio e lo scioglimento

La Decima legione partecipò anche la battaglia di Azio, lo scontro decisivo tra Ottaviano e Marco Antonio.

Marco Antonio e Cleopatra si erano attestati sul promontorio di Azio, nella Grecia centrale, in una posizione particolarmente difendibile. Ottaviano, aiutato dal suo ammiraglio Marco Vipsanio Agrippa, aveva schierato le sue navi per schiacciare l’avversario. 

La strategia di Agrippa era quella di fingere che la flotta di Ottaviano fosse in difficoltà per raggiungere il mare aperto, e poi contrattaccare, sfruttando la maggiore mobilità delle sue imbarcazioni. 

Il piano funzionò perfettamente e l’esercito di Marco Antonio e di Cleopatra venne messo in difficoltà. Ma soprattutto, all’improvviso, la nave di Cleopatra individuò un varco nello schieramento avversario e decise di fuggire dalla battaglia. Marco Antonio, resosi conto che la sua amante stava scappando, la seguì con la propria nave da guerra, lasciando l’esercito senza comandante. 

Ottaviano, che ottenne una facile vittoria,  garantì che non avrebbe fatto alcun male agli uomini della Decima legione ed ottenne la loro resa.

Ai Legionari della Decima legione vennero quindi assegnati degli appezzamenti di terreno vicino a Patrasso, sempre in Grecia. 

Tuttavia, I legionari della Decima non furono mai grado di vedere Ottaviano come un vero comandante, tanto è vero che, secondo Svetonio “obbedivano con una certa aria di rivolta”. 

Per questo motivo, Ottaviano preferì sciogliere definitivamente la legio X Equestris, distraendo una parte degli uomini che confluì nella legio X Gemina. Questa decisione, dopo una gloriosa storia militare, rappresentò la fine della Decima legione.

La disfida di Barletta (1503). I cavalieri italiani umiliano i francesi

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La disfida di Barletta è uno scontro avvenuto il 13 febbraio del 1503, fra 13 cavalieri italiani e 13 cavalieri francesi per una pura questione di onore. Durante lo scontro, comandato per gli italiani da Ettore Fieramosca e per i francesi da Guy De la Motte, i cavalieri italiani ottennero una decisiva vittoria, salvaguardando il loro onore ed entrando nella storia.

La disfida di Barletta: l’offesa agli italiani

All’inizio del Cinquecento, il Regno di Napoli guidato da Federico I venne conteso da Luigi XII di Francia e da Ferdinando II di Aragona. 

I due sovrani firmarono nel 1500 il “Trattato di Granada”, un accordo segreto in base al quale le due potenze si sarebbero spartite il territorio del Regno di Napoli. I francesi e gli aragonesi procedettero quindi alla conquista dell’intero meridione d’Italia, stabilendosi i primi a nord e i secondi a sud.

Tuttavia, nonostante gli accordi di Granada, gli eserciti francesi e quelli aragonesi iniziarono a contendersi porzioni sempre più ampie di territorio. In particolare, i francesi conquistarono le città più importanti del Regno di Napoli, isolando gli spagnoli in Calabria e in Puglia. Barletta, così, divenne la capitale degli Spagnoli nel Regno di Napoli.

All’inizio del 1503, un distaccamento di soldati francesi di stanza a Canosa di Puglia si incontrò fortuitamente con dei soldati spagnoli guidati dal nobile Diego de Mendoza. Dopo un aspro combattimento, Mendoza ottenne la vittoria, catturando diversi soldati francesi, che furono scortati presso Barletta e messi sotto sorveglianza.

Dopo qualche settimana, il nobile spagnolo Consalvo da Cordova decise di organizzare un banchetto, al quale furono invitati gli ufficiali spagnoli e, in via amichevole, anche i prigionieri francesi. 

Durante il banchetto, che si tenne presso l’antica osteria “Casa di Veleno”, il nobile francese Charles de Torgues, conosciuto anche come Monsieur Guy de la Motte, iniziò a disprezzare il valore dei soldati italiani, accusandoli di essere dei codardi, di scappare alla prima occasione e di non valere molto in battaglia. 

Quella stessa sera, il generale spagnolo Lopez de Ayala difese gli italiani, spiegando di aver comandato personalmente dei soldati italiani e di poter confermare che questi, in quanto a valore, non avevano nulla da invidiare ai francesi.

La lite degenerò, fino a che si decise di vendicare l’onore degli italiani con una disfida ufficiale, che si sarebbe tenuta pochi giorni dopo.

L’organizzazione della disfida di Barletta

Guy de la Motte fu incaricato di organizzare un gruppo di 13 cavalieri francesi che avrebbe partecipato alla disfida. I nomi dei cavalieri francesi furono:

  • Charles de Torgues
  • Marc de Frigne
  • Girout de Forses
  • Claude Grajan d’Aste
  • Martellin de Lambris
  • Pierre de Liaye
  • Jacques de la Fontaine
  • Eliot de Baraut
  • Jean de Landes
  • Sacet de Sacet
  • François de Pise
  • Jacques de Guignes
  • Naute de la Fraise

I soldati francesi pernottarono qualche giorno presso Ruvo di Puglia, oggi in provincia di Bari, e la mattina dello scontro si tenne una messa solenne nella chiesa di San Rocco, oggi gestita dalla Confraternita di San Rocco.

Nel frattempo, per gli italiani, si impegnarono in prima persona i fratelli Prospero e Fabrizio Colonna, appartenenti ad una delle più potenti ed antiche famiglie italiane. I Colonna contattarono immediatamente Ettore Fieramosca, nobile di origine Capuana, e uno dei più importanti e valorosi condottieri italiani dell’epoca.

Lo stesso Ettore Fieramosca iniziò un carteggio con De la Motte, per organizzare i dettagli dello scontro. Fieramosca contattò i migliori combattenti del tempo:

  • Francesco Salamone
  • Marco Corollario
  • Riccio da Parma
  • Guglielmo Albimonte
  • Mariano Marcio Abignente
  • Giovanni Capoccio da Tagliacozzo
  • Giovanni Brancaleone
  • Ludovico Abenavoli
  • Ettore Giovenale
  • Fanfulla da Lodi
  • Romanello da Forlì
  • Ettore de’ Pazzis

I cavalieri italiani si fermarono ad Andria e il giorno dopo si tenne una messa solenne nella cattedrale della città, dove i cavalieri giurarono, al grido di: “Vittoria o morte!”  di vendicare l’onore degli italiani.

La disfida di Barletta:  la disposizione sul campo

Il 13 febbraio del 1503 si tenne la disfida di Barletta. Il campo di battaglia era posizionato nella pianura tra Andria e Corato, nel territorio appartenente a Trani e più precisamente in località Mattina di Sant’Elia, allora sotto la giurisdizione della Repubblica di Venezia.

Quattro giudici italiani e quattro giudici francesi, accompagnati da due ostaggi italiani e da due ostaggi francesi, si occuparono di recintare il terreno dello scontro. 

I primi ad arrivare furono gli italiani, guidati da Ettore Fieramosca. Quest’ultimo tenne anche un solenne discorso ai suoi, che ci viene riportato da un anonimo testimone oculare della disfida.

“Compagni e fratelli miei, se io pensassi che queste mie poche parole dovessero aggiungere più animo a che quel che dalla natura vi è concesso, certo mi ingannerei, avendo visto voi sino a qui allegramente essere condotti a questa magnanima impresa e dimostrato chiaramente quell’animo che un qualsivoglia coraggioso cavaliero mostrerebbe in simil caso.

Onde io, conoscendo il valore vostro essere sì grande e fermo in questo nobile esercizio, per essere solo di voi stata fatta onorabile elezione, sono in tutto soddisfatto e contento. Ma perché i nemici in fino a qui non sono comparsi al campo, in questo spazio di tempo, che ne avanza, mi è parso manifestarsi il presagio dell’animo mio, il quale vi rende certi di indubitata vittoria in questa impresa, vedendovi sì ardenti e volenterosi a conquistare quell’onore che Dio e la benigna fortuna ne promette. 

Altri nei tempi passati hanno combattuto per naturale inimicizia, altri per iracondia, alcuni altri per ingiuria ricevuta, altri per cupidità di roba, tesori e beni di fortuna, altri per amore di donne e chi per un’occorrenza, chi per un’altra, secondo che l’occasione gli porgeva. Voi oggi combatterete per la gloria, che è il più prezioso e onorato pregio che dalla fortuna si potesse proporre a valenti uomini. Questa vi infiamma, questa vi accompagna all’immortalità, liberandovi in ogni caso da vil morte”.

Successivamente, anche i francesi fecero la loro comparsa sul campo di battaglia e Guy de la Motte tenne un discorso ai suoi cavalieri:

“Se dall’esperienza, la quale è maestra di tutte le cose, si può pigliare giudizio, cavalieri, compagnie e fratelli miei, certo io non dubito che di questa impresa, della quale oggi per noi si ha da fare prova, porteremo quell’onore e quella vittoria che da tanto tempo la nostra nazione francese ha sempre riportato.

E vi dovete rammentare che i nostri progenitori più volte hanno fatto scappare i romani, che signoreggiavano l’universo e tutta la Nazione Italiana, tanto che l’arme francese in ogni tempo è sempre valsa. E ricordatevi di come le armi francesi abbiamo difeso la nostra storia e procurato onore in tutte le battaglie.

Ora non credo che queste mie parole siano necessarie a farvi acquistare più valore di quello che in voi vedo, e mi rendo conto che difendete con la medesima forza i nostri antenati, i quali hanno lasciato di loro certa fama al mondo.

Comunque mi è parso importante rammentare alla vostra memoria che oggi sostenteremo con le nostre lance l’onore di tutta la nostra nazione di Francia e dovremo tutti considerare che restando noi vincitori di questa impresa, come sono certo,  con l’aiuto di nostro Signore, resteremo appresso a tutti i nostri posteri, sempre forti, e in tutta questa nostra Europa si ragionerà per tutte l’età della nostra Gloria.”

La disfida di Barletta: la dinamica dello scontro

Gli italiani concessero la gentilezza ai francesi di entrare per primi sul campo di battaglia. I francesi si disposero in una sola linea di attacco con lancia in resta, pronti alla carica. Era evidente dunque che i francesi si basavano su un approccio aggressivo.

Gli italiani invece, posizionati in una analoga unica linea, tenero la lancia abbassata, per resistere all’assalto francese e contrattaccare al momento opportuno.

I francesi lanciarono la carica e attaccarono gli italiani, ma quest’ultima ebbe tutto sommato poco effetto sull’avversario. Cercando di riprendere le posizioni iniziali, le fonti antiche ci segnalano che mentre i francesi sembravano vagamente disorganizzati e non sufficientemente coordinati tra di loro, gli italiani avevano perfettamente mantenuto le posizioni, pronti ad ingaggiare nuovamente lo scontro.

I Francesi decisero quindi di abbandonare le aste e di utilizzare le spade e le scuri per attaccare gli italiani. Per i 15 minuti successivi si scatenò un violento scontro, durante il quale, secondo alcune fonti, una parte dei Francesi finì addirittura fuori dal confine del campo di battaglia.

Sappiamo che durante questa fase due italiani vennero disarcionati: il primo nome non è sicuro, ma sul secondo tutte le fonti citano Ettore de Pazzis, il quale si sarebbe rialzato e avrebbe combattuto, appiedato, cercando di abbattere i cavalli francesi.

Durante lo scontro, apparve chiara la superiorità dei cavalieri italiani, che ottennero una netta vittoria.

Alcuni cavalieri francesi vennero catturati, altri furono feriti e si arresero, uno solo morì per una grave ferita alla testa, probabilmente Claude d’Aste, mentre un certo “Pierre” sembra essere l’unico cavaliere francese ad aver opposto una strenua resistenza fino all’ultimo.

La disfida di Barletta: la vittoria degli italiani

Gli italiani ottennero in premio i cavalli e le armi degli sconfitti. Inoltre, gli accordi prevedevano un riscatto di 100 ducati per ogni cavaliere catturato. I francesi, tanto sicuri di vincere la disfida, non avevano portato con loro i soldi necessari per ottenere la liberazione.

Per questo furono scortati, ancora prigionieri, a Barletta dove lo stesso Consalvo da Cordova pagò gli italiani per ottenere la loro liberazione.

Il giorno dopo, nella cattedrale di Barletta si tenne una messa in ringraziamento della Madonna, che aveva protetto i cavalieri italiani.

Così, quel giorno del 1503 divenne un evento di portata storica, ancora oggi ogni anno ricordato proprio a Barletta dalle migliori associazioni di rievocazione del tempo.

Le vestali. Sacerdotesse di Vesta

Nell’antica Roma le Vestali in latino Vestālēs, Vestālis erano sacerdotesse di Vesta.

Casa delle Vestali e Tempio di Vesta dal Palatino

Chi erano le vestali

L’unico collegio sacerdotale femminile era quello virgines Vestalis, sacerdotesse funzionali all’esistenza ed al benessere di Roma ( vedi Cic., Font. 21.48 e Hor., Carm. 1.26-28); esse eranoconsacrate a Vesta, dea della terra e del fuoco ( Ov., Fast. 6.459-460).

La tradizione è incerta se attribuire l’istituzione del sacerdozio a Romolo (Plut., Rom. 22) o a Numa (Liv., urb. cond. 1.20, Gell., noct. Att. 1.12.10, Ovid., fast. 6.259, Plut., Numa 9): tuttavia le fonti sembrano propendere per quest’ultimo. Dionigi d’Alicarnasso invece, proponendo una sorta di compromesso, attribuisce a Romolo l’istituzione del sacerdozio, mentre a Numa si dovrebbe la sostituzione dei singoli focolari privati con il focolare unico situato nel foro

Anche sul numero delle vestali le fonti sono discordanti: Plutarco afferma che Numa avrebbe istituito prima due sacerdotesse, poi ne avrebbe innalzato il numero a quattro (Plut., Numa 10.3), mentre Dionigi d’Alicarnasso sostiene che il collegio fu composto sin dall’inizio da quattro fanciulle (Dion. Hal., ant. Rom. 2.67). L’ipotesi più plausibile è la versione dello storico di Cheronea, dal momento che un numero iniziale di quattro sacerdotesse per una popolazione di dimensioni modeste, com’era Roma alle origini, sembrerebbe eccessivo, soprattutto considerando che ab origine le Vestali venivano scelte solo fra i patrizi.

Ma se da un lato l’indicazione di Plutarco sul numero originario delle Vestali sembra la più coerente con il contesto storico-sociale, dall’altro bisogna in qualche modo raccordare la notizia plutarchea con quella fornitaci da Festo (verb. sign, sv. ‘sex Vestae Sacerdotes ’ [L. p. 468]: il grammatico romano mette in relazione il numero delle sacerdotesse con quello delle tribù, ipotesi che è stata pienamente accolta dal Giannelli: «si potrebbe pensare che le sacerdotesse del focolare siano state originariamente tre, una per tribù, e che più tardi, per soddisfare alle necessità del culto, codesto numero sia stato raddoppiato» (GIANNELLI, Il sacerdozio delle Vestali romane).

Concorde è invece la tradizione che vuole un aumento del numero delle sacerdotesse da quattro a sei (si veda Dion. Hal., ant. Rom. 2.67, Plut., Numa 10), secondo Dionigi dovuto a Tarquinio Prisco, secondo Plutarco dovuto a Servio Tullio: numero che rimarrà invariato fino alla seconda metà del 300. Il documento più antico che testimoni un numero di sette Vestali è quello che comunemente viene chiamato Vetus orbis descriptio che il Müller ha datato tra il 350 e il 353 (C. MÜLLER, Geographi Graeci Minores, Paris, 1882, p. 513).

Rappresentazione del primo Settecento della dedica di una vestale

L’ingresso al sacerdozio: la captio

Non tutte le fanciulle potevano accedere al nostro sacerdozio istituito, secondo Plutarco, da Numa(Plut., Num. 9.10, Gell., noct. Att. 1.12.10, e Ov., fast. 6.257-261).

Il re avrebbe creato dapprima due Vestali, alle quali in seguito ne avrebbe aggiunte altre due(Plut., Num. 10.1).

La scelta della giovane novizia, di competenza del rex e poi dal pontefice massimo, veniva effettuata quando la fanciulla era ancora lontana dalla pubertà, tra i sei e i dieci anni(ciò aveva lo scopo di assicurare che la fanciulla, al momento del suo ingresso nel sacerdozio, fosse pura e illibata e conseguentemente di evitare che ella potesse essere causa di inquinamento dell’ordine).

Aulo Gellio elenca minuziosamente altri requisiti, fisici e giuridici (Gell., noct. Att. 1.12.1-4), imprescindibili affinché le Vestali esercitassero le loro funzioni: non dovevano appartenere a famiglie che svolgessero mansioni ignobili, né essere orfane di padre o di madre, né essere figlie di liberti. Si richiedeva, invece, che facessero parte di una famiglia libera, onorata e non oggetto di emancipazioni. Dovevano essere prive, inoltre, di qualunque difetto fisico, come quello relativo alla parola o all’udito, dal momento che «ascoltare» o «comunicare» erano prerogative fondamentali per poter espletare i loro compiti quotidiani, quali le preghiere.

Ma come avveniva materialmente la captio: la fanciulla, seduta in braccio al padre, aspettava l’avvicinarsi del pontefice che l’afferrava per mano e, strappandola al padre (Gell., noct. Att. 1.12.13) la conduceva nell’Atrium Vestae dopo aver pronunciato le seguenti parole:

Per celebrare i riti sacri che la regola prescrive di celebrare a una Vestale per il popolo romano e i Quiriti, in quanto scelta secondo la più pura delle leggi, per questa purezza io prendo te, Amata, come sacerdotessa Vestale”.

Era la captio a conferire alla vergine autorità, a interrompere la patria potestas, a qualificarla tecnicamente come sacerdotessa. Quest’ultima cessava di appartenere al padre e, almeno per trent’anni, durata del suo sacerdozio, non sarebbe potuta essere di nessun altro uomo.

Statua di una vestale al Palatino

Privilegi delle sacerdotesse

Ella poteva così disporre liberamente dei suoi beni, sia inter vivos che mortis causa : lei e la sua famiglia costituivano ormai due entità separate, tali da non poter vantare – l’una nei confronti dell’altra – diritti patrimoniali. Ogni ingerenza privatistica sulla vergine era esclusa. Pertanto, la Vestale non poteva ereditare da un consanguineo morto intestato e nessuno poteva ereditare da lei se fosse morta senza aver predisposto un testamento. Rientrava infatti nel suo diritto decidere dei propri beni ma, qualora non lo facesse, il patrimonio veniva devoluto al populus Romanus e non più alla sua gens, come sarebbe avvenuto in un caso di ordinaria emancipazione.

Il ruolo di donna indipendente consentiva alla virgo Vestalis inoltre di acquistare, affittare, alienare terre e manomettere i propri schiavi; in particolare, il potere di amministrare e di disporre liberamente delle sue proprietà.

Accanto ai privilegi giuridici e finanziari, la Vestale godeva di numerosi privilegi sociali: soleva attraversare la città in un carpentum, una carrozza a due ruote che le conferiva grande prestigio(Tac., ann. 12.42.2, e Prud., contr. Symmach. 2.1086), e, come i magistrati e le persone particolarmente influenti, era preceduta da un littore che liberava la via prima del suo passaggio; i magistrati, qualora l’avessero incontrata, avrebbero dovuto cederle il passo e prendere un’altra direzione; se non potevano evitare l’incontro, erano tenuti ad abbassare i fasci (Sen., contr. 6.8). Le Vestali, ancora, assistevano alle rappresentazioni sedute nelle prime file, di fronte ai pretori e agli spettacoli gladiatori.

Le Vestali non vivevano in una situazione di clausura, come siamo forse indotti ad immaginare ma erano invece libere, anche nei rapporti sociali

I doveri delle virgines

Le Vestali, alternandosi, dovevano sorvegliare che il fuoco sacro, simbolo della continuità della vita, ardesse costantemente nell’Atrium Vestae.

L’aedes vestae veniva solennemente scopata una volta all ‘anno, il 15 giugno. Quel giorno, dice Varrone (L. L. 6, 32), è chiamalo Q(uando) St(ercus) D(elatum) F(as) ; Io stercus scopato viene trasportato, passando per il clivus Capitolinus, in un luogo determinato; Festo precisa: lo stercus di cui si è ripulito il santuario vieneportato nel vicolo cieco che si trova press’a poco a metà del clivus Capitolinus (in angiportum medium fere clivi C.), chiuso dalla Porta Stercorafia. Infine, stando alle parole di Ovidio, quei purgamina Vestae finivanonelle acque del Tevere (F. 6, 7 1 3-7 14).

Durante i giorni di ripulitura solenne, dal 7 al 15 giugno, l’accesso all’edificio era consentito alle donne, che vi entravano scalze. Al di fuori di questo periodo, solo le Vestali e il pontefice massimo vi erano ammessi, e inoltre il luogo più sacro, il penus, era vietato al pontefice.

Sempre in qualità di focolare della Città, l’aedes ospita insieme con il fuoco un’attività domestica: le Vestali vi preparano e vi conservano la salamoia sacra che serve a salare la mola, farina preparata essa pure dalle Vestali a giorni fissi, che deve essere sparsa (immolare) su ogni animale condotto al sacrificio.

Ecco come Verrio Fiacco, seguendo Veranio definisce quella muries: è una salamoia preparata con sale non raffinato, sminuzzato nel mortaio, versato in un vaso di terra, poi coperto di gesso e cotto nel forno; in seguito le vergini Vestali lo tagliano con una sega di ferro, e lo gettano nella parte esterna del penus dell’aedes Vestae; esse vi aggiungono poi acqua sorgiva, o comunque acqua non proveniente dall’acquedotto, e infine utilizzano il composto nei sacrifici.

L ‘unica sede di una aedes Vestae storicamente conosciuta è quella del Foro.

Distrutto al tempo della catastrofe gallica al principio del secolo IV, e poi ricostruito, I ‘edificio circolare non fu risparmiato dal fuoco divoratore : incendiatosi nel 241 , sfuggì appena a nuove fiamme nel 210. Abbellito da Augusto, il santuario bruciò ancora nel 64 sotto Nerone e nel 191 sotto Commodo. Settimio Severo e Caracalla Io ricostruirono; Teodosio lo chiuse nel 394 dopo la disfatta di Eugenio. L’edificio sopravvisse però, quasi intatto, fino al XVI secolo ; ne restano utili disegni di quel tempo.

Accensione del fuoco

Per accendere il fuoco sacro il pontefice massimo verberava le Vestali che successivamente trivellavano (terebrare) una tavoletta proveniente da un arbor felix, probabilmente quello posto nel recinto e noto dall’iconografia antica(Macr., Sat. 1.12.6.).

Quando una delle vergini riusciva a far scaturire la fiamma, questa veniva trasportata all’interno dell’aedes su di un vassoio èneo (si noti la somiglianza con quanto prescritto nelle Tavole eugubine), dando così vita al fuoco del nuovo anno(Paul. Fest., 94L.). Si tratta del processo, noto da tempo agli etnologi, del fire mill, ossia dell’accensione (o riaccensione) del fuoco perenne praticata presso molte culture antiche sempre per frizione e mai per traslazione. Pertanto:

1. il I di marzo era rinnovato, con le modalità note, il focolare di Vesta;

2. il focolare si trovava all’interno del tempio;

3. sempre il I di marzo era acceso anche il fuoco degli altari di Vesta;

4. da questi, ancora nello stesso giorno, i cittadini romani prelevavano il fuoco necessario a riaccendere il loro focolare.

Abbigliamento delle Vestali

All’inizio del sacerdozio, alla vestale erano tagliati i capelli, che venivano offerti ad un arbor elix, cioè un albero che portava frutti commestibili; questa offerta era poi rinnovata. Ci si è posti il problema se le vestali dovessero portare sempre i capelli corti, ma le opinioni sono divergenti. L’abito era costituito da una tunica bianca detta stola carbasina, appartenente alla specie della tunica recta, portata dalle spose e dai tirones. Sulla stola si metteva un mantello che, col tempo, sostituì il suffibulum, indumento bianco, bordato, quadrato, che si poneva sul capo durante i sacrifici, ed era fissato da una fibula, donde il nome. Quando le vestali espletavano i loro uffici religiosi, il mantello veniva rimboccato sul capo. La veste era stretta in vita da un cordoncino di lana annodato con il nodo di Ercole.

Tra gli abiti delle vestali compariva, nei tempi più antichi ed in particolari circostanze, la toga, che poteva essere usata anche dalla novella sposa insieme alla tunica. Al collo la vestale portava una striscia di stoffa cui era appesa una ricca bulla tempestata di gemme. I capelli erano spartiti, come avveniva anche per le spose, in sei trecce e coperti con l’infula, che fasciava la fronte e da cui pendevano le vittae, sorta di nastri che potevano scendere fino al seno.

Crimen incesti. Le punizioni delle vestali

Alle Vestali era richiesto un comportamento ‘professionale’ e rigoroso. I benefici e i privilegi loro assicurati corrispondevano ad obblighi indiscutibili ed inviolabili:

a) conservare debitamente acceso il fuoco di Vesta;

b) mantenere la loro verginità ( tale violazione veniva definita incestum)

In genere, per le ordinarie infrazioni alle regole commesse dalle Vestali, era prevista la frusta: in particolare, qualora una Vestale particolarmente negligente avesse lasciato addirittura spegnere il fuoco sacro, essa sarebbe stata sottoposta, salvo pena più dura, a fustigazione eseguita per ordine del pontefice massimo da un littore, o personalmente dello stesso sacerdote.

Plutarco racconta infatti che «talvolta lo stesso pontefice massimo punisce la colpevole, nuda dietro un velo disteso in un luogo oscuro» (Plutarco Numa 10, 8.).

Ben più gravi sicuramente le conseguenze per la Vestale che avesse violato l’obbligo di castità: la condanna prevista era infatti la morte, con modalità di esecuzione davvero terribili per la colpevole che veniva infatti sepolta viva.

In particolare la Vestale, spogliata dalle insegne del suo ministero veniva stesa su una lettiga, stretta da cinghie e circondata da pesanti tende così da attutirne le grida, attraversava il foro e giungeva al luogo della sepoltura davanti alla porta Collina, nel Campus Sceleratus (Liv., urb. cond. 8.15.7-8, e Fest. verb. sign., sv. ‘Sceleratus campus ’ (Lindsay², p. 494). Dietro di lei, chiusa in un silenzioso dolore, seguiva una processione di parenti ed amici che, impotenti, l’accompagnavano fino al luogo del supplizio. Qui il pontefice massimo, levate le mani al cielo, pronunciava preghiere dalle parole misteriose.

Quindi, sciolti i nastri che la tenevano legata, faceva scendere la Vestale dalla lettiga, conducendola sulla scala che portava nel cubiculum, una stanza sotterranea con un letto, una coperta, una lampada accesa, un po’ di pane, olio, latte e acqua(Plin., ep. 4.11.9.) . La fossa veniva poi livellata con un cumulo di terra, in modo che nessun segno potesse identificare il luogo. Non doveva rimanere alcuna traccia della sua esistenza. Non veniva eretto alcun monumento funebre in suo onore, non le veniva dedicata alcuna cerimonia religiosa. Solo una lugubre processione testimoniava una costernazione generale e composta. Il pontefice massimo, insieme agli altri sacerdoti, si allontanava senza più voltarsi indietro: se lo avesse fatto sarebbe stato contaminato da quel corpo peccaminoso SCHEID, Le délit religieux, cit., p. 134 ss., e FRASCHETTI, La sepoltura delle Vestali, cit., p. 122).

Fine del sacerdozio

La chiusura dei Templi, disposta da Teodosio il Grande nel 391, e, prima ancora, la rinuncia, in un anno imprecisato, da parte dell’imperatore Graziano, al titolo di pontifex maximus (Zos., hist. nov. 4.36.5, l’anno di tale rinuncia è controverso: alcuni lo individuano nel 375, altri nel 376), rappresentano due momenti emblematici, che simboleggiano la fine sacerdozio delle Vestali e del loro ruolo politico-religioso. Quest’ultima decisione, in particolare, segnò per sempre la scissione tra posizione imperatoria e gestione della religio publica. L’imperatore pose termine al finanziamento dei culti tradizionale. Il fisco non avrebbe più provveduto alle esigenze dei sacerdozi pagani (Symm., rel. 3.7, e Ambr. ep. 17.3 e 57.2.): in effetti le sovvenzioni, fino ad allora destinate alle Vestali, furono in parte impiegate per provvedere alle spese di una corporazione urbana

I sacerdoti si dispersero, le dimore degli Dèi furono abbandonate, le Vestali furono allontanate dal loro atrium. La legislazione, che regolava il loro reclutamento, venne pertanto abolita. Alcune sacerdotesse morirono, altre abbandonarono il sacerdozio. Dopo oltre mille anni il fuoco perenne dell’altare si spense. L’anno successivo, tuttavia, quando Eugenio fece ricollocare l’altare della Vittoria nella Curia, una flebile speranza si riaccese nel cuore dei pagani: tornò perfino a celebrarsi ancora una volta la festa dei Vestalia.

Ultima Vestale?

Prudenzio parla di una Vestale, Claudia, che si era convertita al cristianesimo nel tardo IV sec. Nell’inno dedicato a S. Lorenzo, viene descritta entrare nel santuario del martire: aedemque, Laurenti, tuam Vestalis intrat Claudia. Si tratta dell’unico caso certo di abbandono del sacerdozio pagano per conversione(parla di questo argomento LECLERCQ, H.: «Vestale chrétienne», in Dictionnaire dArchéologie chrétienne et de liturgie, Paris, pp. 2988-2989). Se è alquanto discutibile che questa vada identificata con la Vestale Massima a cui fu dedicata una statua nel 364 (vid. IL 3), è probabile che sia la stessa Claudia, sepolta proprio nella basilica di S. Lorenzo(l’iscrizione funeraria lì rinvenuta (JLCVl, 163) cita una Claudia, di fede cristiana e di rango senatorio, ma non fa accenno (forse volutamente) alla precedente condizione di Vestale.

Bibliografia

A.G. Frigerio Storia delle vestali romane e del loro culto
P. Galiano Vesta e il fuoco di Roma
G. Giannelli Le vergini di Vesta
Mario Trommino “Aspetti di diritto augurale: riflessioni intorno all’ «inauguratio» delle vestali romane”
Mariangela Ravizza “Pontefici e Vestali nella Roma repubblicana”
Fabio Giorgio Cavallero “Arae Sacrae”

La Battaglia del Sentino (295 a.C). Tutti contro Roma

La battaglia del Sentino, chiamata anche “Battaglia delle Nazioni”, è una battaglia tenutasi nel 295 a.C, nell’ambito della terza guerra sannitica, nell’attuale Sassoferrato, in provincia di Ancona, nelle Marche, tra l’esercito romano e una coalizione di Sanniti, Galli Sènoni, Etruschi e Umbri.

La coalizione di popoli italici che si era formata aveva l’obiettivo di ridimensionare l’espansione di Roma nella penisola italica, ma durante la battaglia i romani ebbero la meglio, anche grazie all’estremo sacrificio del generale Decio Mure.

L’antefatto della battaglia del Sentino

Nel III secolo a.C, i romani dominavano il Lazio ed erano in continua espansione ai danni dei Sanniti, una popolazione che viveva nel Sannio tra il Molise, l’Abruzzo e la Campania del nord, gli Etruschi, che vivevano in Etruria, l’odierna Toscana, Umbria occidentale e Lazio settentrionale, i Galli Sènoni occupavano l’odierna regione delle Marche e gli Umbri.

Nel corso della Terza guerra sannitica, (298 a.C. e il 290 a.C.), i Sanniti organizzarono una coalizione con gli altri popoli italici per fronteggiare Roma in una battaglia campale decisiva. I Sanniti crearono dapprima un’alleanza con gli Etruschi, ai quali si aggiunsero presto i Galli Sènoni e gli Umbri.  

Appena venuti a sapere della straordinaria coalizione che si andava formando, i romani accelerarono i rapporti diplomatici con la popolazione dei Piceni, che abitavano le odierne Marche, gli unici a schierarsi con Roma. L’esercito degli alleati contro Roma si radunò a Sentino, l’odierna Sassoferrato, presso la città di Ancona, nelle Marche.

L’esercito romano era guidato da Decio Mure, che raggiunse rapidamente il luogo dello scontro, accampandosi a sole 4 miglia dagli avversari. Nell’accampamento degli alleati italici si decise che i Sanniti e i Galli si sarebbero scontrati direttamente contro i romani sul campo di battaglia, mentre gli Umbri e gli Etruschi ne avrebbero attaccato gli accampamenti.

I romani e i loro alleati Piceni, però, catturarono tre disertori Etruschi, che confessarono a Decio Mure il piano degli avversari. Decio ideò allora una manovra diversiva e inviò immediatamente dei messaggeri a Roma che trasmisero il comando ai generali Cneo Fulvio e Postumio Megello, di muovere i loro soldati per attaccare la città etrusca di Chiusi, avendo cura di devastare i territori durante il tragitto. 

Venuti a sapere dell’attacco Romano, sia gli Etruschi che gli Umbri, loro stretti alleati, abbandonarono il campo di battaglia per proteggere la città. In questo modo, Decio Mure era riuscito a ridimensionare il numero dei nemici. 

Tito Livio osserva che questa mossa fu fondamentale per la salvezza dei romani, in quanto se gli Etruschi gli Umbri fossero stati presenti sul campo di battaglia, sarebbero stati probabilmente sconfitti.

La disposizione sul campo della battaglia del Sentino

I nemici dei romani si posizionarono sul campo di battaglia con i Galli sull’ala sinistra e i Sanniti sulla destra, entrambi accompagnati dalla cavalleria. Dal lato opposto, Decio Mure guidava la quinta e la sesta Legione direttamente contro i Galli e Quinto Fabio Rulliano la prima e la terza legione a fronteggiare i Sanniti.

I due comandanti avevano una tattica molto differente: Decio Mure si basava su un approccio aggressivo, impiegando da subito tutti gli uomini a disposizione per vincere l’avversario. Fabio Rulliano fu invece molto più prudente, e voleva dapprima sopportare l’attacco dei Sanniti e aspettare che si stancassero a sufficienza, per utilizzare le forze dei suoi uomini al momento opportuno.

Poco prima della battaglia, Tito Livio narra che una cerva e un lupo comparvero sul campo. La cerva si diresse verso i contingenti dei Galli, che la uccisero. Il lupo deviò invece verso i romani, che accolsero l’animale, simbolo sacro di Roma, senza fargli alcun male. Tito Livio considerò questo come un presagio favorevole ai Romani.

Lo svolgimento della battaglia del Sentino

Sul lato sinistro, Decio Mure fece caricare la quinta e la sesta legione contro i Galli Sènoni. Mentre la fanteria romana era impegnata a fronteggiare il nemico, Decio Mure mandò la propria cavalleria contro quella dei Galli, che riuscì a respingere due volte il loro impeto, fino a farla leggermente indietreggiare. Vedendo il vantaggio, Decio Mure diede ordine ai propri cavalieri di deviare e di caricare anche la fanteria dei Galli per dare manforte ai legionari, ritenendo che una carica mista di fanteria e di cavalleria avrebbe confuso l’avversario.

Mentre sembrava che lo scontro volgesse al meglio per i romani, comparvero però sul campo di battaglia 500 carri da guerra trainati da cavalli e guidati dai migliori principi Galli, che si avventarono sulla cavalleria di Decio Mure, con venne completamente colta di sorpresa e andò rapidamente nel panico. La cavalleria romana indietreggiò, lasciando i fianchi della propria fanteria scoperti.

A questo punto, la fanteria romana iniziò ad indietreggiare fino ad essere sul punto di essere completamente scompaginata.

Il sacrificio di Decio Mure durante la battaglia del Sentino

Decio Mure, rendendosi conto della gravità della situazione, decise di compiere un antico rito romano: la Devotio. Si rivolse così al pontefice Marco Livio, chiedendogli di celebrare il rito. Nella religione romana, la Devotio consisteva nella sacrificio della vita del generale in onore degli dèi Mani, gli dèi dei defunti, che in cambio avrebbero garantito la salvezza e la protezione dell’esercito. 

Così, Tito Livio narra il sacrificio di Decio Mure:

«Si consacrò in voto recitando la stessa preghiera, indossando lo stesso abbigliamento con cui presso il fiume Veseri si era consacrato il padre Publio Decio durante la guerra contro i Latini, e avendo aggiunto alla formula di rito la propria intenzione di gettare di fronte a sé la paura, la fuga, il massacro, il sangue, il risentimento degli dèi celesti e di quelli infernali, e quella di funestare con imprecazioni di morte le insegne, le armi e le difese dei nemici, e aggiungendo ancora che lo stesso luogo avrebbe unito la sua rovina e quella di Galli e Sanniti – lanciate dunque tutte queste maledizioni sulla propria persona e sui nemici, spronò il cavallo là dove vedeva che le schiere dei Galli erano più compatte, e trovò la morte offrendo il proprio corpo alle frecce nemiche.» 

(Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 28.)

Colpiti nel profondo dal sacrificio del loro generale, i legionari romani ritrovarono forza e iniziarono a respingere la fanteria dei Galli. Tito Livio narra di una sorta di “incantesimo” che rese incapaci i Galli di reagire, i quali perdevano sistematicamente lo scontro corpo a corpo e che seppur tentassero di proteggersi con gli scudi cadevano a decine di fronte alle frecce romane. 

Nel frattempo, il comandante dell’ala destra dell’esercito romano, Quinto Fabio Rulliano, inviò un contingente a supporto dei legionari di Decio Mure.

La riscossa dei romani durante la battaglia del Sentino

Grazie al sacrificio di Decio Mure, l’ala sinistra dell’esercito romano si era salvata. Fabio Rulliano utilizzò invece molto più prudentemente le sue forze. Diede ordini alla fanteria di avanzare lentamente e alla cavalleria di prepararsi a colpire i nemici su un fianco, non appena le forze dei Sanniti fossero diminuite. 

Lo scontro si protrasse ancora, ma Rulliano, non appena si rese conto che la carica dei Sanniti aveva perso di efficacia e che gli avversari iniziavano ad essere stanchi, mandò la propria cavalleria a colpire. I Sanniti caddero nel panico, cominciarono ad indietreggiare e scapparono fino i loro accampamenti.  Inseguiti dai romani, vennero raggiunti e massacrati, senza poter opporre più alcuna resistenza.

Sul campo di battaglia, nel frattempo, i Galli Sènoni continuavano a fronteggiare la quinta e la sesta legione, ma la cavalleria di Rulliano, dopo aver terminato di massacrare i Sanniti, potè attaccare i Galli alle spalle, causando l’annientamento del nemico.

Le conseguenze della battaglia del Sentino

Al termine della battaglia del Sentino, i romani avevano provocato all’avversario 25.000 morti e 8.000 prigionieri. In realtà, in seguito a questa vittoria, i romani non ottennero particolari vantaggi in termini di conquista di nuovi territori.

Il valore della battaglia del Sentino è più di tipo strategico-militare e psicologico. 

Tutte le popolazioni italiche si resero conto che non era più possibile fermare l’espansionismo romano e che l’esercito di Roma era il più forte della penisola.

Gordiano I imperatore. Marcus Antonius Gordianus

Gordiano I, più precisamente Marco Antonio Gordiano Semproniano Romano Africano, meglio noto come Gordiano I e in latino, Marcus Antonius Gordianus Sempronianus Romanus Africanus fu imperatore romano per soli 22 giorni, assieme al figlio Gordiano II, nel 238 d.C, nel famoso “Anno dei 6 imperatori“, durante la crisi del terzo secolo che sconvolse l’impero romano. Coinvolto in una ribellione contro l’imperatore in carica, Massimino il Trace, venne sconfitto da Capeliano, che guidava forze fedeli a Massimino, e si suicidò subito dopo la morte del figlio, durante la battaglia di Cartagine del 238 d.C.

Le origini di Gordiano I

Non abbiamo molte informazioni sulla famiglia di Gordiano I. Alcune fonti, non particolarmente attendibili, ritengono che fosse parente di importanti senatori del suo tempo. Il suo pronome, Marco Antonio, suggerisce che i suoi antenati potrebbero derivare direttamente dal triumviro Marco Antonio, o da una delle sue figlie, che dominò la politica della tarda Repubblica Romana. Il cognome Gordiano ci fa capire che la sua famiglia era sicuramente originaria dell’Anatolia, e in particolare delle regioni della Galazia o della Cappadocia.

La Historia Augusta, una raccolta di vite sugli imperatori sulla cui attendibilità non si è assolutamente certi, dice che la madre era una matrona romana chiamata Ulpia Gordiana, e suo padre era il senatore Mecio Marullo, anche se gli storici moderni non danno molto credito a questa interpretazione. 

Un altro storico francese, Christian Settipani, avrebbe identificato i genitori di Gordiano I in Marco Antonio, omonimo del Marco Antonio repubblicano, e in sua moglie, Sempronia Romana,  figlia di Tito Flavio Sempronio Aquila. 

L’Historia Augusta afferma che la moglie di Gordiano I era una donna romana chiamata Fabia Orestilla, la quale sarebbe stata una discendente degli imperatori Antonino Pio e Marco Aurelio. Ma gli storici moderni rifiutano questa tesi e considerano queste informazioni completamente false, aggiunte a posteriori. 

Gordiano I e sua moglie ebbero un figlio, omonimo, e una figlia, Antonia Gordiana, che fu poi madre del futuro imperatore Gordiano III.

La giovinezza di Gordiano I

Gordiano I si dedicò piuttosto tardi alla vita militare e alla politica,  preferendo impegnare la sua giovinezza negli studi di retorica e di letteratura. Come militare, comandò la legione IV Scythica, che era di stanza in Siria.

Fu governatore della Britannia Romana nel 216 d.C e console sostituto durante il Regno dell’Imperatore Elagabalo. Tuttavia, il fatto che il suo nome sia stato cancellato da alcune iscrizioni, potrebbe significare che il suo ruolo non fu gradito dai contemporanei. 

Gordiano I ottenne notevole ricchezza e una grande popolarità presso i cittadini romani indicendo magnifici giochi e spettacoli in qualità di edile, ma allo stesso tempo riuscì a condurre una vita privata moderata, il che gli permise di non suscitare sospetti nell’imperatore Caracalla, al quale anzi dedicò un poema epico intitolato “Antoniniano”. 

Durante la successiva dinastia degli “Imperatori militari”, ovvero la dinastia dei Severi, Gordiano I riuscì a mantenere le sue ricchezze e il suo potere politico, probabilmente per essersi sempre tenuto lontano ed estraneo da potenziali complotti. 

In questo periodo, evidentemente, continuò i suoi studi, tanto che il sofista greco Filostrato gli dedicò la sua opera “Vite dei sofisti“, segno evidente della stima di cui godeva in ambiente accademico.

Salita al potere di Gordiano I

Gordiano I, dopo essere stato console suffetto sotto il regno di Alessandro Severo, divenne proconsole nell’Africa Proconsolaris. Tuttavia, prima che potesse avere inizio la sua magistratura, il generale Massimino il Trace uccise Alessandro Severo a Mogontiacum, nella Germania inferiore, e ottenne il trono.

Massimino non fu un imperatore popolare, mancando delle capacità di eseguire delle riforme particolarmente urgenti, e il suo governo suscitò notevole odio da parte dei cittadini e del Senato,  situazione che culminò in una rivolta in Africa, avvenuta nel 238 d.C. 

In particolare, un amministratore fiscale di Massimino venne assassinato durante la rivolta e la gente si rivolse a Gordiano I, chiedendogli di accettare l’onere di diventare imperatore per combattere contro Massimino. Gordiano, che secondo Erodiano aveva all’epoca 80 anni, non voleva accettare il ruolo, ma di fronte alle insistenti richieste dei cittadini, assunse  controvoglia la porpora imperiale con il cognome “Africano”.

Tuttavia, Gordiano I era perfettamente consapevole della sua età avanzata, e insistette affinché gli fosse associato il figlio, Gordiano II. 

Così, i Gordiani entrarono nella città di Cartagine con il sostegno della popolazione e dei leader politici locali. 

Nel frattempo, Gordiano I inviò subito dei sicari per uccidere il prefetto del pretorio di Massimino, Publio Elio Vitaliano, al fine di consolidare la sua ribellione. Dopodiché, furono inviati degli ambasciatori a Roma, sotto la guida di Publio Valeriano per ottenere immediatamente l’appoggio del Senato e perché il suo ruolo di imperatore fosse ufficialmente ratificato. 

Il Senato, ben contento di sostituire Massimino, lo acclamò come nuovo imperatore e molte province si schierarono volentieri della sua parte. Tuttavia, non tutte le province riconobbero Gordiano I come Imperatore. La Numidia in particolare si rivolse al governatore Capeliano, fedele sostenitore di Massimino il Trace, il quale radunò in breve tempo un esercito, che invase la provincia nord africana con l’unica legione romana a pieno rango, la III Augusta, oltre ad altre unità di veterani. 

Gordiano II si mise immediatamente alla testa di un esercito di soldati non addestrati e combattè la battaglia di Cartagine, perdendo clamorosamente e venendo ucciso durante i combattimenti. 

Gordiano I, vedendo gli ultimi soldati che venivano trucidati sotto le mura di Cartagine, ed avendo saputo della tragica morte del figlio, si ritirò nelle sue stanze e si tolse la vita, impiccandosi con la cintura. 

Gordiano I governò per solamente ventidue giorni, il regno più breve di qualsiasi imperatore romano.

La guerra tra Milano e Lodi

La guerra tra Milano e Lodi fu un conflitto combattuto all’inizio dell’XII secolo tra i comuni Lombardi di Milano e di Lodi, che portò alla sconfitta e alla completa distruzione di Lodi.

Gli antefatti della guerra tra Milano e Lodi

Nel 1052, Bonifacio di Canossa morì senza lasciare eredi maschi, così uno dei suoi feudi, Isola Fulcheria, il più importante centro della città di Crema, passò automaticamente sotto il controllo diretto dell’ imperatore del Sacro Romano Impero. 

Nel 1055, l’imperatore Enrico III il Nero decise di donare il feudo ad Upaldo, vescovo di Cremona, ma la vedova di Bonifacio, Beatrice di Lorena, voleva che i feudi del defunto marito fossero assegnati alla figlia, Matilde di Canossa. 

Per ottenere i controlli su quel territorio, il primo gennaio del 1098, Matilde decise di cedere il contado di Isola Fulcheria al Vescovado e alla città di Cremona a condizione di essere riconosciuta come loro signora e che vi fosse un formale giuramento di fedeltà. 

I Cremonesi accettarono le condizioni ma Crema rifiutò di sottomettersi a Cremona: Cremona inviò allora l’esercito contro Crema nel maggio dello stesso anno, ma poiché la città era ben fortificata e dotata di robusti castelli ben presidiati, non riuscì a catturarla. Nel 1102, Crema eseguì anche una controffensiva.

Arrivati però ad una situazione di stallo, entrambe le città avviarono delle trattative diplomatiche con le Signorie vicine per assicurarsi degli utili alleati. Cremona si alleò con Lodi e Pavia mentre Crema ottenne l’appoggio di Milano e Tortona.

La guerra tra Milano e Lodi: lo svolgimento

Nell’agosto del 1107, le milizie di Cremona, Lodi e Pavia attaccarono Tortona, dando fuoco ad uno dei borghi della città. Questo attacco scatenò l’intervento dell’alleato milanese che promise di radere al suolo Lodi, tra l’altro sua storica rivale nel controllo dei commerci lungo il fiume Lambro. I milanesi potevano contare anche sull’appoggio di Arderico, il vescovo di Lodi, di suo fratello Gariardo e di una parte della nobiltà lodigiana. 

Tuttavia, il popolo e il clero Lodigiano nutrirono forti sospetti sulla reale posizione di Arderico, immaginando che stesse accordandosi con il nemico. Alderico era infatti Milanese, originario di Vignate, trascorreva molto tempo a Milano, raramente tornava a Lodi ed era stato addirittura accusato del reato di simonia, la vendita di uffici e ruoli ecclesiastici. Per questo motivo, i Lodigiani lo esiliarono prontamente.

Nel 1108, l’arcivescovo di Pavia, Guido Pescari, mosse contro i milanesi con delle milizie locali supportate dai cittadini. Secondo il cronista Leone d’Ostia, i due eserciti si incontrarono in un luogo non ancora identificato chiamato “Campo Ollii.”  

Alcune ipotesi identificano il luogo nei pressi del fiume Olona, a sud di Milano, dal momento che lo storico Galvano Fiamma scrisse che il luogo della Battaglia si trovava poco lontano da Milano e Ollii è uno dei nomi con cui viene definito il fiume Olona in alcuni documenti del tempo. Altri ritengono che “Campo Ollii” intenda le zone nei pressi del fiume Oglio, come sostiene Bernardino Corio, anche se questa versione è ritenuta meno attendibile.

I milanesi ottennero una vittoria decisiva, catturando gran parte dell’esercito nemico e dei cittadini, compreso l’arcivescovo di Pavia. Fiamma, che ebbe la possibilità di visitare le carceri qualche giorno dopo la battaglia, racconta che i pavesi prigionieri furono portati a Milano nella piazza del paese. Qui ognuno di loro venne pubblicamente schernito, legandogli un fascio di paglia sulla schiena e appiccando il fuoco, per farli correre urlanti fuori dalle mura della città.

Il 18 giugno del 1110, i milanesi sconfissero anche i Cremonesi nella battaglia di Bressanoro, poco a nord di Castelleone. In seguito, sembra che i milanesi, anche se questa vittoria non è stata esplicitamente menzionata nelle cronache di Landolfo, abbiano ottenuto una seconda vittoria su Pavia. 

Nel maggio 1111, i milanesi, approfittando dell’assenza dell’imperatore Enrico V di Franconia, impegnato in una visita in Germania, inviarono l’esercito contro Lodi e, dopo un assedio durato poco meno di un mese, conquistarono la città il 24 maggio, la incendiarono e la rasero completamente al suolo, risparmiando solamente le chiese. I milanesi impiegarono i 30 giorni successivi per completare la totale distruzione di Lodi.

Le conseguenze della guerra tra Milano e Lodi

Dopo la distruzione di Lodi, i milanesi imposero delle dure condizioni di pace ai Lodigiani, vietando la ricostruzione della città, che non tornò mai più allo stesso livello di benessere e di importanza antecedente alla guerra. Era vietato tenere il mercato e vendere e acquistare beni senza l’autorizzazione di magistrati milanesi. Nessuno era autorizzato ad aiutare i Lodigiani, pena l’esilio e la confisca dei propri beni personali. 

Nel giugno 1112, il nuovo arcivescovo di Milano, Giordano da Clivio, stipulò con Pavia un patto di pace e un’alleanza sia difensiva che offensiva. Cremona riuscì a prendere possesso di Crema solo il 26 agosto 1106, seguito da una pace con i milanesi.

Lodi conobbe una parziale ripresa solo il 3 agosto 1158, quando l’imperatore Federico I Barbarossa rifondò la città quattro miglia ad est del vecchio insediamento, sulle rive del fiume Adda, garantendogli diversi privilegi. Le uniche testimonianze della Lodi distrutta dai milanesi permangono in un villaggio chiamato “Lodi vecchia”, sorta proprio sulle rovine della città distrutta.

Guerra di Smolensk. Russia contro Commonwealth polacco-lituano

La guerra di Smolensk è stata combattuta dal 1632 al 1634 tra il Commonwealth polacco-lituano e la Russia.

Le ostilità iniziarono nell’ottobre 1632 quando le forze russe tentarono di catturare la città di Smolensk. Con coinvolgimenti militari limitati si produssero risultati contrastanti per entrambe le parti, ma la resa della principale forza russa nel febbraio 1634 portò al Trattato di Polyanovka. La Russia ha accettato il controllo polacco-lituano sulla regione di Smolensk, che è durato per altri 20 anni.

Contesto storico della guerra di Smolensk

Nel 1632 morì Sigismondo III Vasa, re di Polonia e Granduca di Lituania. Sebbene la nobiltà del Commonwealth elesse rapidamente il figlio di Sigismondo Ladislao IV Vasa come nuovo sovrano, i vicini della Polonia, aspettandosi ritardi nel processo di successione, misero alla prova la percepita debolezza del Commonwealth. Il re svedese Gustavo II Adolfo inviò delegati in Russia e nell’Impero Ottomano per proporre un’alleanza e una guerra contro il Commonwealth.

Il Commonwealth non era pronto per la guerra. Nel 1631 l’esercito reale contava appena 3.000 uomini; la guarnigione di Smolensk contava circa 500 uomini e la maggior parte delle guarnigioni nell’area di confine non erano composte da soldati regolari o mercenari, ma da 100 a 200 volontari locali.

Consapevole che la Russia si stava preparando alla guerra, nella primavera del 1632 il Sejm, il parlamento polacco-lituano, aumentò il numero di effettivi dell’esercito reclutando altri 4.500 uomini. Entro la metà del 1632 il vice voivode di Smolensk , Samuel Drucki-Sokoliński , aveva circa 500 volontari della pospolite ruszenie e 2.500 soldati tra esercito regolare e cosacchi.

A maggio il Senato della Polonia accettò di aumentare le dimensioni dell’esercito, ma il grande lituano Hetman Lew Sapieha si oppose, sostenendo che le forze attuali erano sufficienti e che la guerra non era probabile.

La Russia, dopo essersi ripresa in una certa misura dal Periodo dei torbidi, ovvero quel periodo di interregno nella Russia dominato da una anarchia assoluta seguente alla fine della dinastia dei Rurikidi, concordò con la valutazione che il Commonwealth fosse indebolito dalla morte del suo re e avrebbe attaccato unilateralmente senza aspettare gli svedesi e gli ottomani. L’obiettivo della Russia era quello di ottenere il controllo di Smolensk, che aveva ceduto al Commonwealth nel 1618 con la tregua di Deulino, ponendo fine all’ultima guerra russo-polacca.

Smolensk era la capitale del Voivodato di Smoleńsk del Commonwealth, ma era stata spesso contesa e passò di mano molte volte durante il XV, XVI e XVII secolo. Uno dei maggiori sostenitori della guerra fu il padre dello zar, il patriarca Filaret, che rappresentò a corte il campo anti-polacco. Ispirato dall’appello del Zemsky Sobor, il parlamento russo, alla vendetta e alla riconquista delle terre perdute, l’esercito russo si mosse verso ovest.

Le guerra di Smolensk

Voivodato di Smolensk. In rosso il territorio conteso.

L’esercito russo che attraversò il confine lituano all’inizio di ottobre 1632 era stato preparato con cura ed era sotto il comando esperto di Mikhail Borisovich Shein, che aveva precedentemente difeso Smolensk contro i polacchi durante l’assedio del 1609-1611. Diverse città e castelli caddero davanti all’avanzata dei russi e il 28 ottobre 1632, lo stesso giorno in cui fu presa la storica città di Dorogobuzh, Shein si trasferì per iniziare l’assedio di Smolensk.

Le precedenti stime polacche delle dimensioni delle forze russe variavano da 25.000 a 30.000 fino 34.500 uomini, con 160 pezzi di artiglieria. Ricerche recenti su documenti d’archivio russi del XVII secolo hanno mostrato che la dimensione dell’esercito russo era di 23.961. Rispetto agli ex eserciti russi, l’esercito di Shein è stato notevolmente modernizzato. Insoddisfatti delle loro tradizionali formazioni di fanteria equipaggiata con moschetti, i russi si rivolgevano agli ufficiali stranieri per aggiornare l’equipaggiamento e l’addestramento delle loro truppe in base al modello dell’Europa occidentale. Otto reggimenti, per un totale di 14.000 a 17.000 uomini, facevano parte dell’esercito di Shein.

Assedio di Smolensk

Le forze del Commonwealth a Smolensk erano composte dalla guarnigione di Smolensk, circa 1.600 uomini con 170 pezzi di artiglieria sotto il comando del Voivoda di Smolensk, Aleksander Korwin Gosiewski, rafforzata dalla nobiltà locale. Anche le fortificazioni della città erano state recentemente migliorate con bastioni all’italiana.

Shein costruì linee di circonvallazione attorno alla fortezza. Usando gallerie e miniere, le sue forze danneggiarono un lungo tratto della cinta muraria e una delle torri. L’artiglieria pesante russa, per lo più di fabbricazione occidentale, raggiunse Smolensk nel dicembre 1632 con cannoni ancora più pesanti in arrivo nel marzo successivo. Dopo un bombardamento preliminare di artiglieria, Shein ordinò un assalto, che fu respinto dai difensori polacchi.

Tuttavia l’assedio procedeva. Le fortificazioni di Smolensk venivano erose e i difensori subivano pesanti perdite e stavano finendo i rifornimenti. Nel giugno 1633 alcuni soldati iniziarono a disertare e altri volevano la resa.

Nonostante queste difficoltà, la città, comandata dal vice voivode Samuel Drucki-Sokoliński, resistette per tutto il 1633 mentre il Commonwealth, sotto il suo re Ladislao IV appena eletto, organizzò una forza di soccorso. Il Sejm era stato informato dell’invasione russa e, a partire da novembre, aveva discusso la possibilità di soccorsi. Tuttavia, la decisione fu ritardata fino alla primavera del 1633, quando il Sejm approvò ufficialmente una dichiarazione di guerra e autorizzò un ingente pagamento 6,5 milioni di zloty, il contributo fiscale più alto durante l’intero regno di Władysław per il reclutamento di una forza adeguata.

La forza di soccorso prevista doveva avere una forza effettiva di circa 21.500 uomini e 3.200 cavalli e la cavalleria stile cosacco ma non composta da cosacchi, 10 squadroni di raitars, 7 reggimenti lituani petyhor, 7 grandi reggimenti di dragoni e 20 reggimenti di fanteria con circa 12.000 uomini. Oltre 10.000 fanti sarebbero stati organizzati in base al modello occidentale, precedentemente non comune negli eserciti del Commonwealth.

Nel frattempo, Field Hetman di Lituania e Voivode di Vilnius , Krzysztof Radziwiłł e Voivode Gosiewski stabilirono un campo a circa 30 chilometri da Smolensk, spostandosi da Orsha a Bajów e, successivamente, Krasne. Nel febbraio 1633 avevano ammassato circa 4.500 soldati, tra cui oltre 2.000 fanti, e si erano impegnati a fare irruzione nelle retrovie degli assedianti russi per interrompere la loro logistica. Hetman Radziwiłł riuscì a sfondare le linee russe in diverse occasioni, portando circa 1.000 soldati e rifornimenti a Smolensk per rafforzare le difese e alzare il morale dei difensori.

Entro l’estate del 1633, la forza di soccorso, guidata personalmente dal re e che contava circa 25.000 soldati, arrivò vicino a Smolensk e raggiunsero Orsha il 17 agosto 1633. Entro i primi giorni di settembre, il corpo principale delle forze di soccorso che si avvicinavano a Smolensk contava circa 14.000 effettivi. L’esercito russo, recentemente rinforzato, ne contava 25.000. Solo quando i rinforzi cosacchi, guidati da Tymosz Orendarenko e in numero compreso tra 10.000 e 20.000, arrivarono il 17 settembre l’esercito del Commonwealth era riuscito ad avere la superiorità numerica. I cosacchi sotto Orendarenko e Marcin Kazanowski fecero irruzione nelle retrovie russe, liberando le unità polacco-lituane sotto Radziwiłł e Gosiewski per unirsi allo sforzo di rompere l’assedio.

Il fratello di Ladislao, Giovanni II Casimiro, comandava uno dei reggimenti dell’esercito di soccorso. Un altro comandante degno di nota era il Field Crown Hetman, Marcin Kazanowski. Il re Ladislao IV, un grande sostenitore della modernizzazione dell’esercito del Commonwealth, si dimostrò un buon stratega e le sue innovazioni nell’uso dell’artiglieria e delle fortificazioni basate sulle idee occidentali contribuirono notevolmente al successo polacco-lituano. Aveva sostituito i vecchi archibugieri con moschettieri e standardizzato l’artiglieria del Commonwealth introducendo nuovi cannoni nel reggimento, entrambi con grande efficacia.

La cavalleria del Commonwealth, inclusi gli ussari alati, ridusse notevolmente la mobilità russa, costringendoli a rimanere nelle loro trincee. In una serie di aspri scontri, le forze del Commonwealth invasero gradualmente le fortificazioni sul campo russe e l’assedio raggiunse le sue fasi finali verso la fine di settembre. Il 28 settembre 1633, le forze del Commonwealth presero i principali punti di rifornimento russi e il 4 ottobre l’assedio era terminato.

L’esercito di Shein si ritirò nel suo campo principale, che era a sua volta circondato dalle forze del Commonwealth. I russi assediati attesero i soccorsi, ma nessuno arrivò, poiché la cavalleria del Commonwealth e dei cosacchi era stata inviata per distruggere le retrovie russe. Alcuni storici citano anche il dissenso e le divisioni interne nel campo russo come responsabili della loro inazione e inefficacia.

L’ invasione tartara che minacciava i confini della Russia meridionale è stata un altro fattore che ha contribuito, con molti soldati e boiardi di quelle regioni che hanno abbandonato il campo di battaglia per tornare a proteggere i loro patria. Anche alcuni mercenari stranieri disertarono dalla parte del Commonwealth.

Shein iniziò i negoziati di resa nel gennaio 1634. I russi hanno finalmente firmato un trattato di resa il 25 febbraio 1634, e il 1 marzo hanno lasciato il loro campo. In base ai termini di resa, i russi dovettero lasciare la maggior parte della loro artiglieria ma furono autorizzati a portare via i loro stendardi dopo una cerimonia in cui furono deposti davanti al re Ladislao. Dovevano anche promettere di non ingaggiare le forze del Commonwealth per i prossimi tre mesi. Le forze di Shein erano circa 12.000 al momento della loro capitolazione, ma oltre 4.000, inclusa la maggior parte del contingente straniero, decisero immediatamente di disertare.

La resa di Mikhail Shein a Smolensk, dipinta da Christian Melich

Altri luoghi di battaglia

Diverse altre città e fortezze della regione furono teatro di battaglie minori. Le forze russe catturarono diverse località significative durante la loro avanzata nel 1632, ma Nagielski ipotizza che il ritardo nell’arrivo della loro forza principale e dell’artiglieria a Smolensk causato da questa diluizione degli sforzi potrebbe essere costato loro l’assedio e di conseguenza la guerra.

Nel luglio 1633 i russi conquistarono le città di Polatsk, Velizh, Usvyat e Ozerishche. Polatsk fu teatro di combattimenti particolarmente pesanti quando i russi conquistarono la città e parte della fortezza. Tuttavia, attacchi a Vitebsk e Mstsislaw sono stati respinti con successo. Le forze polacche assediarono Putivl, ma a causa dell’abbandono dei loro alleati cosacchi furono costrette a ritirarsi.

Nell’autunno del 1633, le forze del Commonwealth ripresero Dorogobuzh, un importante punto di rifornimento russo. Questa battuta d’arresto distrusse i piani russi di inviare rinforzi all’esercito di Shein, anche se in ogni caso i russi non iniziarono a radunare un esercito di 5.000 uomini a tale scopo fino al gennaio 1634. Sempre quell’autunno, il Gran Corona Hetman Stanisław Koniecpolski sconfisse un’incursione ottomana nel sud del Commonwealth, liberando forze per assediare la città russa di Sevsk, sebbene Koniecpolski non riuscì a prendere la fortezza, impegnò grandi forze russe, impedendo loro di spostarsi a nord verso Smolensk.

Dopo il soccorso di Smolensk nella primavera del 1634, l’esercito del Commonwealth si mosse verso la fortezza di Belaya. Tuttavia, l’assedio di Belaya si trasformò in un fiasco mentre il re riuscì a catturare Vyazma.

Trattato di Polyanovka

Nella primavera del 1634, i russi non solo avevano perso l’esercito di Shein, ma furono minacciati dalle incursioni tartare che devastarono la Russia meridionale. Il patriarca Filaret era morto l’anno prima, e senza di lui il fervore bellico si era attenuato. Anche prima della fine del 1633, lo zar Michele di Russia stava valutando il modo migliore per porre fine al conflitto. Poiché una volta era stato eletto zar di Russia e poteva realisticamente rivendicare il trono russo, il re Ladislao voleva continuare la guerra e poiché il Trattato polacco-svedese di Altmark sarebbe presto scaduto, allearsi con i russi per colpire la Svezia.

Tuttavia, il Sejm non voleva più conflitti. Come scrisse Stanisław Łubieński, vescovo di Płock, due settimane dopo la resa di Shein: “La nostra felicità è rimanere entro i nostri confini, garantendo salute e benessere“. Con nessuna delle parti desiderose di prolungare la guerra, iniziarono a negoziare, non per un armistizio ma per la “pace duratura”.

I colloqui iniziarono il 30 aprile 1634 e in giugno fu firmato il Trattato di Polyanovka, che poneva fine alle ostilità. Il trattato confermò lo status quo prebellico, con la Russia che pagava un’ingente indennità di guerra, 20.000 rubli in oro, mentre Ladislao accettò di cedere la sua pretesa al trono russo e restituire le insegne reali a Mosca. Jasienica osserva che dal punto di vista russo era probabile che l’abnegazione della sua pretesa da parte di Ladislao fosse più importante, in termini di successivo aumento della stabilità interna, della perdita delle terre di confine contese. Nonostante non abbiano vinto militarmente, i russi potrebbero aver ottenuto un trionfo diplomatico. Altri autori, come Hellie, supportano questa interpretazione.

Conseguenze politiche della guerra di Smolensk

Già durante le fasi successive della guerra, quando l’esercito del Commonwealth si trasferì da Smolensk a Bely, una nuova minaccia iniziò a profilarsi ai confini meridionali, dove l’Impero Ottomano stava ammassando una forza d’invasione. Così Ladislao iniziò a reindirizzare i suoi rinforzi verso quel teatro. Nello stesso anno, le forze del Commonwealth guidate da Stanisław Koniecpolski ottennero una vittoria nel sud, ponendo fine a una guerra contro gli ottomani.

Entrambe le parti introdussero nuove tattiche, unità ed equipaggiamenti basati su modelli occidentali, ma le forze polacco-lituane si dimostrarono più abili con queste innovazioni rispetto ai russi. Tuttavia, i principali fattori che impedirono ai russi di vincere furono il ritardo nello spostamento dell’artiglieria d’assedio a Smolensk e la grave interruzione delle linee di rifornimento russe da parte della cavalleria polacca. Era tuttavia necessario un capro espiatorio: Mikhail Shein fu accusato di tradimento e, insieme al suo secondo in comando Artemy Izmaylov e al figlio di quest’ultimo Vasily, fu giustiziato a Mosca il 28 aprile 1634. Imparando da questa sconfitta, i russi avrebbero adottato tattiche nuove e di maggior successo nella Guerra polacco-russa del 1654–1656.

Dopo la guerra, Ladislao diede ai russi la città di confine di Serpeysk e i territori vicini, sperando di persuadere lo zar a unirsi in un’alleanza anti-svedese. Tuttavia, il re alla fine non fu in grado di superare le obiezioni del Sejm polacco-lituano, che non era disposto a combattere la Svezia dopo il Trattato di Sztumska Wieś. Anche i russi, incapaci di vedere benefici in una tale alleanza, non erano entusiasti e l’alleanza proposta non ebbe successo.

La guerra costò al tesoro del Commonwealth circa 4.300.000 zloty.

La battaglia di Smolensk è commemorata sulla Tomba del Milite Ignoto, Varsavia , con l’iscrizione “SMOlensk 18 X 1632–25 II 1634”.

La rivoluzione iraniana del 1979

La rivoluzione iraniana nota anche come Rivoluzione islamica fu una serie di eventi che culminò con il rovesciamento della dinastia Pahlavi sotto lo Shah Mohammad Reza Pahlavi e la sostituzione del suo governo con una repubblica islamica sotto il governo dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini, leader di una delle fazioni in rivolta. La rivoluzione è stata sostenuta da varie organizzazioni di sinistra e islamiste.

Dopo il colpo di stato iraniano del 1953, Pahlavi si era allineato con gli Stati Uniti e il blocco occidentale per governare più fermamente come un monarca autoritario. Fece molto affidamento sul sostegno degli Stati Uniti per mantenere il potere che infatti mantenne per altri 26 anni. Ciò portò alla Rivoluzione Bianca del 1963 e all’arresto e all’esilio dell’Ayatollah Khomeini nel 1964. Le manifestazioni iniziarono nell’ottobre 1977, trasformandosi in una campagna di resistenza civile che comprendeva elementi sia laici che religiosi. Le proteste si intensificarono rapidamente nel 1978 a seguito dell’incendio del Cinema Rex, elemento che gli studiosi vedono come l’innesco della rivoluzione, e tra agosto e dicembre dello stesso anno, scioperi e manifestazioni paralizzarono il paese.

L’incendio del cinema Rex

Incendio del Cinema Rex – Foto: IRNA Pars News Agency

Il Cinema Rex, situato ad Abadan, in Iran, è stato dato alle fiamme il 19 agosto 1978, uccidendo tra le 380 e le 470 persone. L’incendio è iniziato quando quattro uomini hanno cosparso l’edificio di carburante per aeroplani e poi gli diedero fuoco. L’attacco come abbiamo detto fu l’innesco della rivoluzione iraniana del 1979. È stato il più grande attacco terroristico della storia fino al massacro del 1990 degli agenti di polizia dello Sri Lanka , che a sua volta è stato superato dagli attacchi dell’11 settembre.

La dinastia regnante Pahlavi inizialmente diede la colpa dell’attentato a “marxisti islamici” e in seguito ha riferito che i militanti islamici avevano appiccato il fuoco, mentre i manifestanti anti-Pahlavi hanno incolpato SAVAK, Sazeman-e Ettelaat va Amniyat-e Keshvar, la polizia segreta iraniana.

Lo scià in esilio

Il 16 gennaio 1979, lo Scià lasciò l’Iran per l’esilio come ultimo monarca persiano, passando i suoi poteri a un consiglio di reggenza a Shapour Bakhtiar, che era il primo ministro dell’opposizione. L’ayatollah Khomeini è stato invitato di nuovo in Iran dal governo ed è tornato a Teheran salutato con gioia da diverse migliaia di iraniani. Il regno crollò poco dopo, l’11 febbraio, quando guerriglie e truppe ribelli travolsero le truppe fedeli allo Scià in combattimenti armati in strada, portando Khomeini al potere ufficiale. L’Iran ha votato con referendum nazionale per diventare una repubblica islamica il 1 aprile 1979 e per formulare e approvare una nuova costituzione teocratico-repubblicana in base alla quale Khomeini divenne il leader supremo del paese nel dicembre 1979.

La rivoluzione fu una sorpresa per tutto il mondo. Mancavano molte delle consuete cause di una rivoluzione (sconfitta in guerra, crisi finanziaria, ribellione contadina o militari scontenti), si è verificata in una nazione che stava vivendo una relativa prosperità e produsse profondi cambiamenti con grande velocità. Creò una monarchia anti-occidentale teocratica basata sul concetto di velayat-e faqih, Tutela dei giuristi islamici, a cavallo tra autoritarismo e totalitarismo. Oltre a questo, la rivoluzione creò una rinascita sciita a livello regionale e uno sradicamento dell’egemonia araba sunnita dominante in Medio Oriente.

L’alba della rivoluzione iraniana

Il 7 gennaio 1978 apparve sul quotidiano nazionale Ettela’at un articolo intitolato “L’Iran e la colonizzazione rossa e nera” . Scritto con uno pseudonimo da un agente del governo, denunciava Khomeini come un “agente britannico” che cospirava per svendere l’Iran a neocolonisti e comunisti.

Dopo la pubblicazione dell’articolo, gli studenti del seminario religioso della città di Qom, irritati per l’insulto a Khomeini, si sono scontrati con la polizia. Secondo il governo, nello scontro sono morte 2 persone, secondo l’opposizione, 70 sono state uccise e oltre 500 sono rimaste ferite.

Secondo le usanze sciite, i servizi commemorativi, chiamati chehelom, si devono svolgere 40 giorni dopo la morte di una persona. Incoraggiati da Khomeini, che dichiarò che il sangue dei martiri deve innaffiare “l’albero dell’Islam”, I radicali fecero pressioni sulle moschee e sul clero moderato per commemorare la morte degli studenti e sfruttarono l’occasione per generare nuove proteste. La rete di moschee e bazar, da anni utilizzata per lo svolgimento di manifestazioni religiose, si consolida sempre più come organizzazione coordinata di protesta.

Il 18 febbraio, 40 giorni dopo gli scontri di Qom, scoppiarono manifestazioni in diverse città. La più grande è stata a Tabriz. Sono state date alle fiamme simboli “occidentali” e governativi come cinema, bar, banche statali e stazioni di polizia. Unità dell’esercito imperiale iraniano furono dispiegate in città per ristabilire l’ordine e le vittime, secondo il governo, furono 6, mentre Khomeini affermò che ci furono centinaia di “martiri”.

Quaranta giorni dopo, il 29 marzo, sono state organizzate manifestazioni in almeno 55 città, tra cui Teheran. Con uno schema sempre più prevedibile, sono scoppiate rivolte nelle principali città, e così di nuovo 40 giorni dopo, il 10 maggio. Ciò portò ad un incidente in cui i commando dell’esercito aprirono il fuoco sulla casa dell’Ayatollah Shariatmadari, uccidendo uno dei suoi studenti. Shariatmadari fece immediatamente un annuncio pubblico dichiarando il suo sostegno a un “governo costituzionale” e un ritorno alle politiche della Costituzione del 1906.

La reazione scomposta del governo

Mohammad Reza Pahlavi

Lo Scià fu colto completamente di sorpresa dalle proteste e, a peggiorare le cose, fu spesso indeciso durante i periodi di crisi, praticamente ogni decisione importante che avrebbe preso si sarebbe ritorta contro il suo governo e infiammava ulteriormente i rivoluzionari.

Lo Scià decise di proseguire il suo piano di liberalizzazione e di negoziare piuttosto che usare la forza contro il nascente movimento di protesta e promise che si sarebbero tenute elezioni pienamente democratiche per il Majlis nel 1979. La censura fu allentata ed è stata redatta una risoluzione per aiutare a ridurre la corruzione all’interno della famiglia reale e del governo.

Le forze di sicurezza iraniane non avevano ricevuto alcun addestramento né equipaggiamento per il controllo antisommossa dal 1963. Di conseguenza non è stata in grado di controllare le manifestazioni, quindi l’uso dell’esercito fu massiccio. Ai soldati è stato ordinato di non uccidere, ma ci sono stati casi di soldati inesperti che hanno reagito in modo eccessivo, infiammando la violenza senza per nulla intimidire l’opposizione e ricevendo la condanna ufficiale dallo Scià. Anche l’amministrazione Carter negli Stati Uniti rifiutò di vendere gas lacrimogeni non letali e proiettili di gomma all’Iran.

Lo Scià sentiva sempre più che stava perdendo il controllo della situazione e sperava di riguadagnarlo attraverso una completa pacificazione. Decise di nominare Jafar Sharif-Emami alla carica di primo ministro. Emami fu scelto per i suoi legami con il l’opposizione, sebbene avesse una brutta reputazione legata a fatti di corruzione durante il suo precedente mandato di premier.

Sotto la guida dello Scià, Sharif-Emami avviò una politica per “soddisfare le richieste dell’opposizione prima ancora che le facessero”. Il governo abolì il Partito Rastakhiz, legalizzò tutti i partiti politici e liberò i prigionieri politici, aumentò la libertà di espressione, ridusse l’autorità di SAVAK e licenziò 34 dei suoi comandanti, chiuse casinò e locali notturni e abolì il calendario imperiale. Il governo iniziò anche a perseguire la corruzione e i membri della famiglia reale. Sharif-Emami ha avviato negoziati con l’ayatollah Shariatmadari e il leader del Fronte nazionale Karim Sanjabi per aiutare a organizzare le future elezioni. La censura è stata effettivamente interrotta e i giornali hanno iniziato a riferire liberamente sulle manifestazioni, spesso in modo molto critico e negativo nei confronti dello Scià.

Il venerdì nero dell’Iran

Manifestazione del venerdì nero

Dopo molte violenze, tra cui la principale dell’incendio del Cinema Rex a mezzanotte dell’8 settembre, lo Scià ha dichiarato la legge marziale a Teheran e in altre 11 grandi città del Paese. Tutte le manifestazioni di piazza sono state vietate ed è stato stabilito il coprifuoco notturno. Al comando era il generale Gholam-Ali Oveissi, noto per la sua severità. Tuttavia, lo Scià ha chiarito che una volta revocata la legge marziale, intendeva continuare con la liberalizzazione.

Tuttavia, 5.000 manifestanti sono scesi lo stesso in piazza, in segno di sfida o perché non avevano ascoltato la dichiarazione, e hanno affrontato i soldati in piazza Jaleh. I militari spararono alcuni colpi di avvertimento in aria ma la folla non si mosse, improvvisamente quindi i colpi furono indirizzati verso le persone. Morirono 64 manifestanti, mentre Oveissi disse che a morire furono 30 soldati uccisi da cecchini.
Le manifestazioni e i tumulti continuarono, i ribelli chiamarono quella giornata: venerdì nero

Khomeini si trasferisce in Francia

Sperando di rompere i contatti di Khomeini con l’opposizione, lo Scià fece pressioni sul governo iracheno affinché lo espellesse da Najaf. Khomeini lasciò l’Iraq, trasferendosi invece in una casa acquistata da esiliati iraniani a Neauphle-le-Château, un villaggio vicino a Parigi. Lo Scià sperava che Khomeini sarebbe stato tagliato fuori dalle moschee di Najaf e dal movimento di protesta. Invece, il piano fallì gravemente. Con collegamenti telefonici e postali francesi superiori (rispetto a quelli iracheni), i sostenitori di Khomeini hanno inondato l’Iran con nastri e registrazioni dei suoi sermoni.

Ulteriore danno per lo Scià fu fatto dai media occidentali, in particolare la BBC inglese, che ha immediatamente messo Khomeini sotto i riflettori. Khomeini divenne rapidamente un nome familiare in Occidente, dipingendolo come un “mistico orientale” che non cercava il potere, ma cercava invece di “liberare” il suo popolo dall'”oppressione “. Molti media occidentali, di solito critici nei confronti di tali affermazioni, sono diventati uno degli strumenti più potenti di Khomeini.

Protesta dell’Università di Teheran

Le manifestazioni di piazza sono continuate con poca risposta da parte dei militari; alla fine di ottobre, i funzionari del governo hanno addirittura ceduto l’Università di Teheran agli studenti. Peggio ancora, l’opposizione si armava sempre più e sparava contro i soldati e attaccava banche ed edifici governativi nel tentativo di destabilizzare il paese.

Il 5 novembre, le manifestazioni all’Università di Teheran sono diventate sempre più violente dopo lo scoppio di una rissa con soldati armati. In poche ore, a Teheran scoppiò una rivolta su vasta scala. Simboli occidentali come cinema e grandi magazzini, nonché edifici del governo e della polizia, sono stati occupati, saccheggiati e bruciati. Anche l’ambasciata britannica a Teheran fu parzialmente bruciata e vandalizzata, e l’ambasciata americana subì la stessa sorte. L’evento è diventato noto agli osservatori stranieri come “The Day Teheran Burned”.

Molti dei rivoltosi erano giovani adolescenti, spesso organizzati dalle moschee nel sud di Teheran e incoraggiati dai loro mullah ad attaccare e distruggere i simboli occidentali e laici. L’esercito e la polizia, confusi riguardo ai loro ordini e sotto la pressione dello Scià di non rischiare di scatenare violenze, si sono arresi e non sono intervenuti.

Il discorso dello Scià e il governo militare

Il 6 novembre, lo Scià destituì Sharif-Emami dalla carica di primo ministro e scelse di nominare al suo posto un governo militare. Lo Scià scelse il generale Gholam-Reza Azhari come primo ministro perché aveva un approccio mite alla situazione. Il gabinetto che avrebbe scelto era militare solo di nome ma consisteva principalmente di leader civili.

Lo stesso giorno, lo Scià ha tenuto un discorso alla televisione iraniana. Si riferiva a se stesso come Padeshah (“Re maestro”), invece del più grandioso Shahanshah (re dei re), come insisteva per essere chiamato in precedenza. Il tipo di discorso e la sua sottomissione alle richieste dei manifestanti non fecero altro che infiammare l’opposizione che capì di essere sulla strada giusta.

Khomeini condannò il governo militare e chiese il proseguimento delle proteste. Lui e gli organizzatori della protesta hanno poi pianificato una serie di crescenti proteste durante il mese sacro islamico di Muharram, per culminare con massicce proteste nei giorni di Tasu’a e Ashura, quest’ultima per commemorare il martirio dell’Imam Hussein ibn Ali, il terzo imam musulmano sciita.

Tasu’a e Ashura

Con l’avvicinarsi dei giorni di Tasu’a e Ashura (10 e 11 dicembre), per evitare scontri ancora più forti, lo Scià iniziò a ritirarsi. Nei negoziati con l’Ayatollah Shariatmadari, lo Scià ha ordinato il rilascio di 120 prigionieri politici e l’8 dicembre ha revocato il divieto di manifestazioni di piazza. Furono rilasciati permessi per i manifestanti e le truppe furono rimosse dal percorso del corteo. A sua volta, Shariatmadari promesse che non ci sarebbero state violenze durante le manifestazioni.

Il 10 e l’11 dicembre 1978, nei giorni di Tasu’a e Ashura, tra i 6 ei 9 milioni di manifestanti anti-Shah hanno marciato in tutto l’Iran. Secondo uno storico, “anche scontando per esagerazione, queste cifre potrebbero rappresentare il più grande evento di protesta della storia”.

Negoziato americano

L’amministrazione Carter fu sempre più bloccata in un dibattito sul continuare il sostegno alla monarchia. Già a novembre, l’ambasciatore William Sullivan inviò un telegramma a Carter. Il telegramma dichiarava effettivamente la sua convinzione che lo Scià non sarebbe sopravvissuto alle proteste e che gli Stati Uniti avrebbero dovuto considerare di ritirare il loro sostegno al suo governo e persuadere il monarca ad abdicare. Gli Stati Uniti avrebbero quindi aiutato a formare una coalizione di ufficiali militari filo-occidentali, professionisti della classe media e clero moderato, con Khomeini come leader spirituale simile a Gandhi.

Lo Scià se ne va

Shah e sua moglie, Shahbanu Farah, lasciano l’Iran il 16 gennaio 1979

Lo Scià voleva primo ministro Shahpour Bakhtiar. Ex oppositore dello Scià, Bakhtiar è stato motivato a entrare nel governo perché era sempre più consapevole delle intenzioni di Khomeini di attuare un governo religioso intransigente piuttosto che una democrazia. Lo Scià continuava a ritardare la sua partenza. Di conseguenza, per l’opinione pubblica iraniana, Bakhtiar è stato visto come l’ultimo primo ministro dello Scià, minando il suo sostegno e la sua identità verso il popolo. Bakhtiar fu denunciato da Khomeini il quale dichiarò che l’accettazione del suo governo equivaleva a “obbedienza ai falsi dei”.

La mattina del 16 gennaio 1979 Bakhtiar fu ufficialmente nominato primo ministro. Lo stesso giorno, uno Shah in lacrime insieme alla sua famiglia lasciano l’Iran per l’esilio in Egitto, per non tornare mai più.

 Il ritorno di Khomeini 

Il ritorno di Khomeini in Iran

Bakhtiar ha invitato Khomeini a tornare in Iran, con l’intenzione di creare uno stato simile al Vaticano nella città santa di Qom, dichiarando che “avremo presto l’onore di accogliere in casa l’Ayatollah Khomeini”.
Il 1 febbraio 1979 Khomeini tornò a Teheran con un Boeing 747 noleggiato dall’Air France. La folla di benvenuto di diversi milioni di iraniani era così numerosa che fu costretto a prendere un elicottero dopo che l’auto che lo portava dall’aeroporto fu sopraffatta da una folla entusiasta.

Khomeini ormai era solo il leader indiscusso della rivoluzione, era diventato quella che alcuni chiamavano una figura “semi-divina”, salutata mentre scendeva dal suo aereo con grida di ‘Khomeini, o Imam, ti salutiamo, la pace sia su di te.’ Quando un giornalista gli ha chiesto cosa sentiva a tornare in patria dopo un lungo esilio, Khomeini ha risposto “Niente”.

Il giorno del suo arrivo Khomeini ha chiarito il suo rifiuto al governo di Bakhtiar. Il 5 febbraio nella sua sede della Refah School nel sud di Teheran, ha dichiarato un governo rivoluzionario provvisorio, ha nominato il leader dell’opposizione Mehdi Bazargan come suo primo ministro, e ordinò agli iraniani di obbedire a Bazargan come dovere religioso.

Mehdi Bazargan

Il rifiuto di Bakhtiar e la lotta dei due governi

Irritato, Bakhtiar fece un discorso netto. Riaffermandosi il leader legittimo, dichiarò che:

L’Iran ha un governo. Più di questo è intollerabile, sia per me che per qualsiasi altro iraniano. In quanto musulmano, non ho mai sentito che la jihad si riferisse a un musulmano contro altri musulmani… Non darò il permesso all’Ayatollah Khomeini di formare un governo ad interim.

Le tensioni tra i due governi rivali aumentarono rapidamente. Per dimostrare il suo sostegno, Khomeini ha chiesto ai manifestanti di occupare le strade di tutto il paese. Ha anche inviato una lettera ai funzionari americani avvertendoli di ritirare il sostegno a Bakhtiar. Bakhtiar divenne sempre più isolato, con membri del governo che disertarono le riunioni seguendo Khomeini. L’esercito si stava sgretolando, con la sua leadership completamente paralizzata, incerta se sostenere Bakhtiar o agire per conto proprio, e soldati semplici demoralizzati o disertori.

Il crollo definitivo del governo provvisorio non islamista è avvenuto alle 14 dell’11 febbraio 1979, quando il Consiglio militare supremo si è dichiarato “neutrale nelle attuali controversie politiche al fine di prevenire ulteriori disordini e spargimenti di sangue”. A tutto il personale militare fu ordinato di tornare alle basi, cedendo di fatto il controllo dell’intero paese a Khomeini. I rivoluzionari si impadronirono degli edifici governativi, delle stazioni radio e televisive e dei palazzi della dinastia Pahlavi, segnando la fine della monarchia in Iran. Bakhtiar è scappato dal palazzo sotto una raffica di proiettili, fuggendo dall’Iran sotto mentite spoglie. Fu assassinato da un agente della Repubblica Islamica nel 1991 a Parigi.

Le donne nella rivoluzione

Migliaia di donne furono mobilitate nella rivoluzione, e diversi gruppi di donne parteciparono attivamente insieme alle loro controparti maschili. Non solo partecipando attraverso il voto, le donne hanno contribuito alla rivoluzione attraverso marce, manifestazioni e cantando slogan.

L’ayatollah Khomeini disse: “Voi donne qui avete dimostrato di essere in prima linea in questo movimento. Avete una grande parte nel nostro movimento islamico. Il futuro del nostro paese dipende dal vostro sostegno“. Ha invocato l’immagine dell’hijab, il velo islamico, come simbolo della rivoluzione, dicendo che “una nazione le cui donne dimostrano con abiti modesti il loro disgusto per il regime dello Scià, una tale nazione sarà vittoriosa“.

I contributi delle donne alle rivoluzioni e le intenzioni dietro questi contributi sono complessi e stratificati. Le motivazioni delle donne per far parte delle rivoluzioni erano complesse e varie tra una pletora di ragioni religiose, politiche ed economiche e le donne provenivano da classi e background diversi. Sono state coinvolte molte donne della classe medio-alta con istruzione occidentale provenienti da famiglie laiche, urbane e professionali, nonché molte donne provenienti da ambienti rurali e della classe operaia. C’erano gruppi vari come i Fida’iyan-i Khalq , e i Mujahedin funzionavano come unità di guerriglia durante le rivoluzioni in opposizione al regime dello Scià.

Alcuni sostengono che questa politicizzazione e mobilitazione delle donne abbia reso difficile per il nuovo regime spingerle fuori dalla sfera pubblica e politica. La rivoluzione ha portato a un’apertura senza precedenti per le donne iraniane alla politica e alcuni autori sostengono che ciò ha avuto un impatto duraturo sulla partecipazione politica e sul ruolo delle donne iraniane nella sfera pubblica.

Impatto internazionale della rivoluzione

A livello internazionale, l’impatto iniziale della rivoluzione fu immenso. Nel mondo non musulmano, ha cambiato l’immagine dell’Islam, generando molto interesse per l’Islam sia comprensivo che ostile e persino speculazioni sul fatto che la rivoluzione avrebbe potuto cambiare “l’equilibrio di potere mondiale più di qualsiasi evento politico dalla conquista dell’Europa da parte di Hitler”.

La Repubblica islamica si è posizionata come un faro rivoluzionario sotto lo slogan “né est né ovest, solo Repubblica islamica, “Na Sharq, Na Gharb, Faqat Jumhuri-e Islami”, cioè né modelli sovietici né americani e dell’Europa occidentale, e ha chiesto il rovesciamento del capitalismo, l’influenza americana e l’ingiustizia sociale in Medio Oriente e nel resto del mondo.

Le varie circostanze successive sono molto ampie e complesse, non possono essere trattate tutte qui ma ci saranno altri articoli su eventi singoli.

Vichinghi. Chi erano?

I vichinghi erano dei guerrieri marinai scandinavi che hanno colonizzato vaste aree d’Europa dal IX al XI secolo e la cui influenza ha segnato profondamente la storia dell’Europa.

Questi guerrieri, danesi, norvegesi e svedesi erano organizzati in proprietari terrieri che nominavano un capo e famiglie allargate note come clan che nominavano un altro capo, il capoclan. Ad un clan si poteva unire qualsiasi uomo libero in cerca di avventura e di bottino all’estero.

In patria questi scandinavi erano contadini indipendenti ma durante le loro traversate marittime diventavano predoni e pirati. Sembra che durante il periodo vichingo, i paesi scandinavi possedessero un surplus di manodopera praticamente inesauribile a cui si aggiunsero abili leader e generali, in grado di organizzare e guidare alla conquista da semplici gruppi di guerrieri fino a bande ed interi eserciti conquistatori.

Queste bande solcavano i mari come loro tipiche navi lunghe e organizzarono diverse incursioni in città e paesi lungo tutte le coste d’Europa.

Incursioni vichinghe in Inghilterra

Le prime saltuarie incursioni vichinghe in Inghilterra si verificarono alla fine del VIII secolo, ma il numero degli attacchi aumentò drasticamente a partire dal 865 d.C, quando una forza militare guidata dai figli di Ragnar Lothbrok, Halfdan, Inwaer e forse Hubba, conquistò gli antichi regni della Anglia orientale e della Northumbria.

I conquistatori vichinghi tentarono di conquistare anche il Wessex, proprietà del Re Alfredo il Grande ma, non riuscendoci, stipularono con il sovrano una tregua nell’878. Gran parte dell’Inghilterra, comunque, era ormai caduta in mano vichinga.

Alfredo il grande si riorganizzò presto per riconquistare i territori perduti e, nonostante nuove incursioni che si verificarono dall’892 all’899, riuscì a battere i vichinghi, fino a che suo figlio, Edoardo il Vecchio, fu in grado di riottenere il controllo dell’intera Inghilterra. Prima della morte di quest’ultimo, nel 924, i piccoli stati vichinghi erano stati quasi tutti riconquistati.

Solo la Northumbria resistette più a lungo, in gran parte sotto la guida dei leader vichinghi dell’Irlanda, ma entro il 954 d.C, la potenza vichinga era stata completamente annullata.

Nuove sporadiche incursioni vichinghe ripresero nel 980, ma con poco successo, fino quando l’Inghilterra entrò a far parte dell’Impero di Canuto.

Nonostante i vichinghi siano stati completamente scacciati dal territorio inglese, di quella civiltà sono rimasti segni profondi in vaste aree dell’Inghilterra ben visibili nella sua struttura sociale, in diversi dialetti, nei nomi di persona e in molti vocaboli.

Le incursioni vichinghe nei mari occidentali, in Vinland e in Irlanda

Nei mari occidentali d’Europa, l’espansione scandinava ha toccato praticamente ogni punto possibile. Diversi coloni vichinghi si riversarono nell’isola di Islanda, nel 900 circa, fondando colonie in Groenlandia e nel Nord America. Nello stesso periodo, vi fu la nascita di insediamenti nelle isole Orcadi, Faroe e Shetland, nelle Ebridi e nell’isola di Man.

Sulla serie di conquiste dei vichinghi nel Nord America vi sono due saghe norrene che offrono dei resoconti: secondo la prima, la “Saga dei groenlandesi”, il primo europeo ad avvistare il Nord America fu Bjarni Herjólfsson, la cui nave, che era in realtà diretta in Groenlandia, fu portata fuori rotta dalle onde nel 985: la nave di Herjólfsson costeggiò quindi inavvertitamente la costa del Canada orientale prima di raggiungere la destinazione.

La saga sostiene che, dopo quella fortunata scoperta, circa 1000 uomini di equipaggio e 35 soldati scelti guidati da Leif Eriksson, trovarono la rotta più rapida per raggiungere nuovamente il Canada orientale. Dopo aver aperto la strada, la saga parla di innumerevoli viaggi successivi, intrapresi da coraggiosi avventurieri, oltre ad un lungo viaggio guidato da un commerciante Islandese di nome Thorfinn Karlsefni, che sarebbe rimasto nel Vinland per circa 3 anni.

La “Saga di Erik ” racconta invece che fu Leif Eriksson a scoprire accidentalmente il Vindland, mentre sarebbero stati Thorfinn e sua moglie, Gudrid, a guidare tutte le successive esplorazioni. Effettivamente, alcune scoperte archeologiche a L’Anse aux Meadows, sulla punta settentrionale dell’isola di Terranova, dimostrano che i Vichinghi viaggiarono almeno fino alle aree in cui l’uva cresceva spontanea, portando alla conclusione che i Vichinghi incontrarono per la prima volta il Nord America nell’est New Brunswick.

L’invasione scandinava dell’Irlanda è datata 795 d.C, con la devastazione di un’isola, non ancora identificata geograficamente ma conosciuta con il nome di Rechru. Da quel momento, i combattimenti tra irlandesi e vichinghi si sarebbero fatti sempre più incessanti: gli scandinavi furono in grado di creare i regni di Dublino, di Limerik e Waterford.

In particolare, i regnanti scandinavi di Dublino, furono abbastanza forti militarmente da eseguire nuove campagne militari di espansione e conquista, tanto che all’inizio del X secolo molti di loro governarono sia Dublino che nel Northumberland. L’Irlanda venne probabilmente unificata sotto la guida scandinava a seguito della battaglia di Clontarf, nel 1014, quando gli irlandesi scandinavi, supportati dal Conte di Orkney ed alcuni nativi irlandesi, subirono una disastrosa sconfitta.

Nel XII secolo sembra che gli invasori inglesi dell’Irlanda abbiano trovato, ancora perfettamente organizzati e funzionanti, diversi regni scandinavi a Dublino, Waterford, Limerick, Wexford e Cork ..

Perchè la Cina vuole Taiwan? le cause storiche del conflitto

Il rapporto tra la Cina e Taiwan è sempre stato problematico: ma per quale motivo la Repubblica Popolare Cinese lotta da decenni per annettere l’isola di Taiwan? perché vi è sempre alta tensione tra la Cina e Taiwan? In questo articolo, esploreremo le cause storiche del conflitto tra la Cina e Taiwan

La guerra civile cinese: l’origine del conflitto tra Cina e Taiwan

Le prime testimonianze di rapporti tra Cina e l’isola di Taiwan, anche chiamata Formosa, risalgono al periodo del 1500 e 1600, quando gli esploratori portoghesi, olandesi e spagnoli fondarono le prime città. In seguito, alcuni ufficiali militari discendenti e fedeli alla dinastia degli Imperatori Ming eseguirono delle incursioni militari contro la Cina continentale ai danni della dinastia Qing.

Nell’Ottocento, mano mano che le potenze mondiali si interessavano all’isola di Taiwan per la sua posizione geografica, l’impero cinese prese posizione, fondando la provincia di Fujian – Taiwan, nel 1887. Ma la Cina perse quasi subito il controllo dell’isola, in parte per via della decadenza della dinastia Qing, ma soprattutto per la sconfitta nella prima guerra sino-giapponese (1894-1895).

Taiwan venne così annessa agli inizi del Novecento all’Impero giapponese. Dopo la sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, nel 1945, Taiwan venne riconsegnata agli alleati, i quali lasciarono l’isola sotto la giurisdizione del Kuomintang, partito fondato nel 1912, e allora guidato dal generale Chang kai-shek, che diede al partito una identità particolarmente nazionalista e liberal-capitalista.

Chang kai-shek governò l’isola con particolare durezza, anche tramite alcuni articoli del codice penale che prevedevano l’incarcerazione e la morte per i comunisti e per chi mostrava segni di disapprovazione nei confronti del governo.

Taiwan entrò quasi immediatamente in una guerra civile con la Cina continentale guidata dal Partito Comunista Cinese (PCC) di Mao Zedong. Al termine dei combattimenti, i comunisti cinesi, nel 1949, vinsero il conflitto ed istituirono nella Cina continentale la Repubblica Popolare Cinese, con capitale Pechino: i nazionalisti del Kuomintang furono costretti a scappare sull’isola di Taiwan, con capitale Taipei e con la denominazione di Repubblica di Cina.

Il conflitto armato di Taiwan con la Cina comunista

A partire dal 1949, la Cina continentale diretta dal Partito Comunista cinese cercò di riconquistare Taiwan, con una serie di operazioni militari che miravano ad occupare punti strategici come le isole di Kinmen, di Hainan o Wanshan per poi sferrare un attacco decisivo contro Taipei.

L’esercito di Taiwan, anche grazie al supporto degli Stati Uniti, fu in grado di respingere gli attacchi cinesi ed anzi organizzò un contrattacco. Un esercito di 12000 uomini, guidati dal generale Li Mi, passò attraverso il territorio della Birmania e diede luogo ad atti di guerriglia nella Cina meridionale. La situazione si protrasse fino al 1953, quando la Birmania si appellò all’ONU e gli stessi americani avviarono delle trattative diplomatiche per convincere Taiwan a dissolvere l’esercito di Li Mi.

Di lì a poco, la tensione salì nuovamente. Nella prima crisi dello Stretto di Taiwan, 1954, la Repubblica Popolare Cinese bombardò l’arcipelago di Quemoy, e conquistò l’isola di Yijangshan. Gli Stati Uniti, nuovamente disposti a dare supporto a Taiwan, approvarono praticamente la “Risoluzione di Formosa”, con cui sia autorizzava il presidente americano a muovere l’esercito statunitense in difesa dell’isola.

Dopo la decisione, la Cina ritirò parte del suo esercito e si giunse ad un accordo durante la conferenza di Bandung (1955).

Nella seconda crisi dello Stretto di Taiwan, 1958, la Repubblica Popolare Cinese ritornò a bombardare Quemoy, mentre Taiwan bombardò la città di Amoy, nella Cina meridionale. Gli Stati Uniti diedero nuovamente supporto militare e logistico a Taiwan, seppur rifiutando la richiesta di Chiang kai-shek di bombardare direttamente l’artiglieria cinese.

Seguì nei mesi successivi una cessate-il-fuoco. Cina e Taiwan, nonostante l’interruzione degli scontri armati, non firmarono alcuna tregua nè trattato di pace ufficiale e la situazione rimase altamente instabile.

Lo scontro diplomatico tra Cina e Taiwan

A partire dalla fine degli anni ’50, lo scontro fra Cina e Taiwan assunse dei toni più prettamente diplomatici. Taiwan era fortemente appoggiata dagli Stati Uniti, dalla NATO ed in generale dal blocco occidentale, in quanto l’isola poteva essere utilizzata per fare pressione contro la Cina comunista. Significativa fu la visita del presidente americano Dwight Eisenhower assieme a Chiang kai-shek a Taipei nel 1960.

La Cina era invece fortemente isolata, avendo come oppositori gli stati del blocco occidentale ma anche l’Unione Sovietica.

Un significativo cambiamento si verificò nel 1970, quando il presidente americano, Richard Nixon, e il segretario di stato, Henry Kissinger, decisero che gli Stati Uniti dovevano aprire il dialogo con la Cina. Si avviarono così una serie di incontri diplomatici, e gli stati occidentali cominciarono a riconoscere ufficialmente l’esistenza della Repubblica Popolare Cinese. In questo modo, Taiwan perse gran parte dell’appoggio americano.

Un evento significativo fu quello del consiglio di sicurezza dell’ONU, dove il rappresentante del Kuomintang venne sostituito con uno della Repubblica Popolare Cinese.

Lo scongelamento delle relazioni tra Cina e Taiwan

All’inizio degli anni Ottanta, Cina e Taiwan iniziarono dei timidi tentativi di dialogo. La Repubblica Popolare Cinese propose la “Politica dei tre collegamenti”: commerciale, postale, turistico. Taiwan, ancora retta da un intransigente Kuomintang, rispose con la “Politica dei tre no”: no all’unificazione, no all’indipendenza, no all’uso della forza.

Tuttavia, alcune singole situazioni costituirono la base per una rappacificazione: nel maggio del 1986, il pilota taiwanese di un aereo di linea della China Airlines, fece atterrare il velivolo a Canton, nel sud della Cina, per motivi non ben definiti. Il nuovo presidente del Kuomintang, Chian Chink-ko, decise di inviare alcuni delegati di Taiwan a Hong Kong per incontrare gli omologhi cinesi. Questo incontro venne visto come una svolta nelle relazioni diplomatiche fra i due stati.

Inoltre, a partire dal 1987, Taiwan permise ad alcuni cittadini di eseguire visite turistiche in Cina: in questo modo, dopo decenni, parecchie famiglie poterono ricongiungersi.

Nel 1990, Cina e Taiwan decisero di intensificare gli accordi diplomatici. Tuttavia, nessuno dei due era disposto a fare un primo passo politico e pubblico. Per questo motivo, Taiwan decise di costituire una società privata, la Straits Exchange Foundation, con lo scopo di dialogare informalmente con la Cina. Il partito cinese rispose con la costituzione della Association for relation across Taiwan Straits.

Le due aziende private, iniziarono così un fitto scambio diplomatico. Questi accordi informali culminarono nel 1992, con il cosiddetto “Consenso del 1992 “.

Sia la Cina che Taiwan concordavano con l’esistenza di una sola grande Cina: il Partito Comunista cinese era disposto ad annettere Taiwan lasciandogli una grande autonomia amministrativa o rendendola addirittura una provincia autonoma. Il Kuomintang non poteva accettare, preferendo rinunciare all’idea di riconquistare militarmente la Cina continentale, e puntando piuttosto sull’indipendenza.

Nonostante le inconciliabili posizioni politiche, l’idea di “una sola Cina” costituì tuttavia la base diplomatica per intessere delle relazioni economiche.

Si verificò di lì a poco, un passo falso da parte della Cina, detto terza crisi dello Stretto di Taiwan, 1996: cercando di forzare la situazione, la Cina eseguì delle esercitazioni militari e missilistiche in occasione delle imminenti elezioni a Taiwan: i cittadini taiwanesi rimasero profondamente indispettiti dal comportamento cinese e i dialoghi si chiusero fino al 1998.

L’apertura economica tra Cina e Taiwan

Nel 2003, il nuovo presidente cinese, Hu Jintao, ripropose la politica di una sola Cina, che per i comunisti cinesi significava l’annessione di Taiwan. Dall’altra parte, il nuovo presidente di Taiwan, Chen Shui-bian, continuava a proclamare la necessità di una indipendenza dell’isola. I cinesi eseguirono delle nuove esercitazioni militari e dei lanci di missili per mettere pressione al governo taiwanese.

Chen non si fece intimidire, ma nel 2001 tolse delle limitazioni commerciali che vigevano da almeno 50 anni e che costituirono una decisiva svolta per una pacificazione con la Cina. Inoltre, nel 2003, in occasione della guerra in Iraq, la Cina consentì il passaggio di aerei militari taiwanesi sui propri cieli.

Dopo alcune dichiarazioni amichevoli di Hu Jintao, nel 2004, nel 2005 la Cina ha approvato una legge anti Secessione. In questa legge, che era di fatto un manifesto delle intenzioni cinesi nei confronti di Taiwan, si proclamava l’esistenza di una sola Cina, che doveva essere mantenuta attraverso la pace e dunque con una serie di concessioni a Taiwan. La legge prevedeva l’utilizzo della forza solo in caso di dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte di Taiwan.

La reazione di Taiwan fu duplice: da un lato il Kuomintang, dopo decenni di lavoro per ottenere la pace con la Cina, era maggiormente disposta al dialogo. Diversamente, il nuovo e più recente Partito progressista Democratico, allora all’opposizione, perseguiva una politica di identità taiwanese separata ed indipendente dalla Cina.

Nel 2010, venne stretto uno storico accordo di natura commerciale: venivano eliminati diversi dazi doganali, liberalizzati interi settori dell’economia e Taiwan consentì alle multinazionali cinesi di investire in aziende sull’isola. In questo modo si garantiva anche che la Cina, per preservare i propri interessi economici, non avrebbe utilizzato la forza.

Nel 2013, vi furono degli incontri ufficiali fra i ministri dell’economia dei rispettivi paesi: gli attivisti e i sostenitori del Partito progressista Democratico eseguirono diverse proteste, temendo che l’apertura economica fosse in realtà il preludio ad una annessione politica.

Nel 2014 si tenne un incontro ufficiale, nell’ex palazzo imperiale di Nanchino, in Cina, tra il ministro degli affari cinesi Wang Yu e il ministro degli affari taiwanesi Zhang Zhijun. L’anno dopo, il presidente della Cina in persona, Xi Jinping, e il suo omologo taiwanese Ma Ying, si incontrarono a Singapore.

In quella situazione, il presidente cinese propose la politica “Un paese, due sistemi “ una versione riconfermata di una probabile annessione di Taiwan ma con aperture ancora maggiori rispetto al passato.

Il nuovo raffreddamento dei rapporti tra Cina e Taiwan

I rapporti tra Cina e Taiwan conobbero un nuovo periodo di raffreddamento. Nelle elezioni taiwanesi del 2016, venne infatti eletta Tsai Ing-Wen, a capo del Partito progressista Democratico, che cambiò radicalmente la politica di Taiwan per una maggiore protezione dell’identità dei suoi cittadini.

La risposta cinese fu abbastanza fredda, e altrettanto le azioni del nuovo partito vincitore delle elezioni non facevano ben sperare: uno degli ex presidenti di Taiwan, Ma Ying-jeou, particolarmente disposto al dialogo, doveva infatti tenere una serie di visite ufficiali in Cina, ma venne richiamato e l’incontro sostituito da una videoconferenza.

Il Partito progressista Democratico eseguì una serie di dichiarazioni formali in cui si augurava la ripresa delle negoziazioni, ma nel XIX congresso del Partito Comunista cinese, il presidente cinese Xa Jinping, riconfermò che la Cina “non temeva in nessun modo l’indipendenza del Taiwan, essendo perfettamente in grado di impedirla militarmente”, e si riprometteva di essere disposta al dialogo, solo se lo sarebbe stato anche Taiwan.

Al momento, la politica cinese rimane ferma nella sua posizione di annettere ufficialmente il Taiwan pur rendendolo una provincia autonoma e a statuto speciale. La politica taiwanese è invece più indefinita: Il vecchio Kuomintang, seppure non ammetta candidamente di essere disposto all’annessione, è comunque maggiormente aperto al dialogo, mentre il Partito progressista Democratico insiste su una piena indipendenza dalla Cina.