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Se i social ai tempi di Cesare: scandali e meme nell’antica Roma

Immaginate la folla vociante del Foro romano, le voci che si rincorrono sotto i portici, i mormorii nei vicoli animati dai venditori di olive e tessuti; ora sostituite quei sussurri con un flusso continuo di messaggi, commenti e immagini virali che attraversano l’Impero a velocità digitale. Se i social fossero esistiti ai tempi di Gaio Giulio Cesare, la storia, la politica e la società romana sarebbero state irrimediabilmente scosse da gossip, scandali e meme di epoca antica, strumenti potentissimi nelle mani di chi voleva alimentare o distruggere reputazioni. Ma come si sarebbe trasformata la narrazione del potere? Quali conseguenze avrebbero avuto strumenti come i nostri attuali social media – Facebook, Instagram, Twitter – all’epoca delle conquiste e dei complotti senatoriali?

Per rispondere, occorre tornare nelle vie polverose della Roma della fine della Repubblica, dove la comunicazione già rappresentava, alla sua maniera, un’arma sottile e letale, ben prima dell’invenzione della stampa o della radio. I “acta diurna”, una sorta di gazzetta manoscritta affissa nel Foro, costituiva il primo tentativo istituzionale di informazione pubblica. Tuttavia, quello che oggi chiamiamo “info-virale” traversava le domus grazie ai poeti satirici, i libelli anonimi distribuiti di soppiatto, e le famose voci di popolo, captate e amplificate da una società attenta ai dettagli salaci quanto ai fatti militari o politici. Le parole chiave che associamo oggi ai social – reputazione, notizia, viralità, crisi d’immagine – erano già ben note ai patrizî e ai tribuni della plebe.

Se immaginiamo Cesare con uno smartphone in mano, la sua capacità di dirigere l’opinione pubblica sarebbe risultata moltiplicata. Invece delle sue celebri lettere e dei Commentarii sulle guerre galliche, Cesare avrebbe forse pubblicato post quotidiani e immagini delle sue vittorie militari, con tag agli stati conquistati: “Oggi abbiamo attraversato il Rubicone. #aleaiactaest.” I suoi avversari, come Marco Tullio Cicerone o Catone l’Uticense, non avrebbero certo perso l’occasione di rilanciare meme politici e reels denigratori, utilizzando ogni errore o voce di scandalo. La satira tagliente dei poeti si sarebbe diffusa in maniera capillare, amplificando le tensioni tra le diverse fazioni: le fazioni degli Optimates contro i populares. Si sarebbero viste stories di banchetti, festini in villa, motti spiritosi su influenti matrone e meme sull’ingresso di Cesare nel Senato con la corona offerta da Marco Antonio.

Le antiche fonti, spesso caustiche e partigiane, ci restituiscono un mondo dove la reputazione era tutto. Come racconterebbe Plutarco, la voce – vera o artefatta – era in grado di distruggere intere carriere politiche: i detti scandalistici sulla presunta relazione fra Cesare e Servilia, madre di Marco Giunio Bruto, rimbalzavano già allora come tweet velenosi. Le ingiurie, le allusioni su possibili tradimenti, omosessualità, o corruzione erano materia all’ordine del giorno, come nel celebre passo dove Cicerone insinua che Cesare fosse “il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti.” Se, invece di sussurri tra i banchi del Senato o nelle corti delle matrone, questa battuta fosse stata rilanciata online, immaginiamo quanti commenti e like avrebbe ottenuto.

Un altro esempio di come i social avrebbero alimentato il gossip politico riguarda le dicerie sulle origini divine di Cesare, rilanciate dagli alleati per alimentare la sua aura di invincibilità, e dai nemici per sottolineare la sua vanità. I sostenitori avrebbero diffuso foto ritoccate del dittatore con l’aureola, i detrattori meme che lo ridicolizzavano (“Un selfie con Venere? #parenteledilusso”). Le fonti antiche ci mostrano una società, quella romana, estremamente sensibile alle voci di scandalo; il tradimento fra amici, come quello avvenuto alle Idi di marzo del 44 a.C., si sarebbe probabilmente diffuso in tempo reale: le stories di Bruto e Cassio taggate da tutto il partito senatorio, con commenti indignati o esultanti. I mezzi di diffusione avrebbero trasformato una congiura in un evento spettacolare, documentato con immagini e video manipolati, hashtag come #idiemarzo e filtri tragici applicati alle immagini del corpo di Cesare.

La natura stessa del potere, in un contesto in cui la reputazione online determina la legittimità, avrebbe costretto Cesare e gli altri protagonisti politici a dotarsi di veri e propri team di social media manager ante litteram. L’elogio funebre avrebbe avuto la stessa struttura di un post virale, la commemorazione pubblica del decesso dell’imperatore o del console sarebbe stata condivisa e commentata in diretta sulla timeline del popolo. Nel De Bello Gallico Cesare giustifica tutte le sue azioni come necessarie, positive, persino inevitabili: immaginiamo ora questi stessi testi riadattati in stories giornaliere, con infografiche delle battaglie, sondaggi tra i cittadini su chi sostenere, guerre a colpi di meme tra sostenitori degli elvezi e degli arverni. Il consenso, che nel mondo romano era simbolicamente affidato ai comizi e alle urne dei comizi centuriati, avrebbe trovato una nuova arena nella piazza virtuale.

I grandi scandali sessuali e politici della Roma antica rappresentano un altro terreno fertile. L’affare Clodia e Catullo, fatto di versi osceni e accuse reciproche, si sarebbe trasformato in un interminabile thread di commenti velenosi e post allusivi, tra emoji, GIF sarcastiche e screenshot di messaggi privati. Le fonti antiche riportano che Clodia Pulcra – identificata come Lesbia nei versi di Catullo – veniva costantemente bersagliata dai rumors per la sua vita privata, tanto quanto per le sue scelte politiche. Nei social di allora, un suo selfie avrebbe provocato una valanga di commenti tra moralisti e difensori della libertà femminile. Episodi come quello della “congiura di Catilina” sarebbero esplosi online, con leak dei piani sovversivi, ricostruzioni animate dei tentativi di assassinare i consoli, meme sui volti dei congiurati, e trending topic quotidiani su #CatilinaGate.

La storia di Cesare e della sua ascesa non è solo un susseguirsi di campagne militari, ma anche una battaglia per il controllo dell’immagine pubblica. Le fonti narrano che il generale era attentissimo alla propria apparenza, scegliendo con cura ogni parola, gesto e abito; nei social, ogni sua foto sarebbe stata filtrata, ogni suo tweet studiato da un gruppo di esperti retorici. La battaglia delle armi avrebbe sempre trovato una speculare battaglia delle opinioni, con hashtag come #PontedellaGerusalemme o #Rubicongiàfatto trending dopo ciascuna mossa chiave della sua carriera. E l’interazione tra gli utenti avrebbe potuto persino influenzare la cronaca degli eventi: le campagne militari misurate non più soltanto dai chilometri conquistati, quanto dai milioni di visualizzazioni dei video delle truppe in marcia o degli inni al dittatore pronunciati dagli oratori della causa cesariana.

I processi pubblici – come quello contro Clodio o quelli seguiti alle congiure – avrebbero trasformato i tribunali in un’arena a cielo aperto, con dirette streaming e commenti istantanei sotto le deposizioni. Gli avvocati famosi, come Cicerone stesso, avrebbero avuto profili seguitissimi, con i loro discorsi pubblicati e rielaborati in brevi video virali, taggati da seguaci e detrattori. Lo stesso Cicerone, celebre per la sua retorica e la capacità di “dirigere il popolo con la parola”, sarebbe stato re indiscusso delle dirette su Twitch o su X, costruendosi un’immagine personale in grado di influenzare i processi decisionali delle masse come nessun tribuno prima di lui.

Un altro ambito esplosivo sarebbe stato quello delle notizie false e della manipolazione: le “fake news” non sono un’invenzione moderna. Numerose fonti sottolineano come la disinformazione fosse già largamente diffusa nell’antichità, alimentata ad esempio per danneggiare i generali avversari o per distruggere la reputazione di rivali politici. I social di allora sarebbero stati terreno fertile per la creazione e la diffusione di versioni di comodo sugli eventi più sensazionali: la morte di Cesare sarebbe stata architettata sui social come atto sacro per la salvezza della repubblica o, all’opposto, demonizzata come tradimento di amici e parenti, a seconda di chi scriveva e condivideva. Gli utenti sarebbero diventati partecipi attivi nel forgiare la memoria collettiva, riempiendo le timeline di ricostruzioni alternative degli eventi più discussi.

Non bisogna però dimenticare che la cultura orale e scritta dei Romani era già per sua natura stratificata e potentemente ambigua; la capacità di leggere tra le righe – interpretare allusioni, cogliere ironie – era un requisito naturale per chi aspirava al potere o voleva semplicemente sopravvivere. Su un ipotetico social del I secolo a.C., le battute sarcastiche, i doppi sensi e i giochi di parole avrebbero attraversato la Rete con la stessa rapidità delle notizie ufficiali, impedendo a chiunque di controllare realmente la narrazione dominante. E così, ogni nuova conquista, ogni celebrazione pubblica, ogni scandalo privato avrebbero trovato una risonanza imprevedibile, sfuggente, più potente di qualsiasi decreto del Senato o arringa di tribunale.

Concludendo questa immaginaria immersione nel passato, è possibile affermare che i social media sarebbero stati un moltiplicatore delle dinamiche già connaturate nella società romana: amore per il pettegolezzo, attenzione maniacale all’onore pubblico e privato, ossessione per la propria immagine. La differenza sostanziale sarebbe stata la velocità con cui ogni notizia, ogni voce, ogni meme sarebbero diventati patrimonio di tutti, con conseguenze potenzialmente esplosive per chiunque, dal generale vittorioso al semplice cittadino. Forse, alla fine, la vera lezione che i grandi di Roma avrebbero imparato dai nostri social sarebbe semplice ma rivoluzionaria: il potere dell’opinione pubblica non si domina mai davvero, neppure con la spada o l’oro. Resta solo, nell’immaginazione, l’immagine eterna di Cesare che, prima di varcare la fatidica soglia del Rubicone, controlla ancora una volta le notifiche: “Stai attento, ditano le notifiche, le Idi sono vicine…”

Fonti storiche primarie:

  • “De Bello Gallico”, Gaio Giulio Cesare (tr. ufficiale inglese, Loeb Classical Library)
  • “Vite Parallele: Cesare”, Plutarco (tr. inglese, Loeb Classical Library)
  • “De Officiis”, Marco Tullio Cicerone (tr. inglese, Loeb)
  • “Carmina”, Gaio Valerio Catullo (tr. inglese, Loeb Classical Library)
  • “Ad Atticum”, Marco Tullio Cicerone (tr. inglese, Loeb)
  • “Ab urbe condita”, Tito Livio (tr. inglese, Loeb Classical Library)
  • “Historiae”, Svetonio (tr. inglese, Loeb Classical Library)

Dzudzuana. Scoperte tracce di colore blu usato dagli uomini del Paleolitico.

Nella regione caucasica della Georgia, la grotta di Dzudzuana rivela nuove testimonianze sulla sofisticata relazione tra Homo sapiens e le piante, risalente a circa 34.000 anni fa. È qui che un’équipe internazionale guidata dall’Università Ca’ Foscari di Venezia ha identificato tracce di indigotina, un composto colorante blu, su strumenti litici paleolitici. Questa sostanza, prodotta dalle foglie di Isatis tinctoria, meglio nota come guado, rappresenta il primo ritrovamento del genere su reperti così antichi e testimonia una sorprendente padronanza nella trasformazione delle risorse vegetali tra i nostri antenati.

Lo studio, pubblicato su una rivista scientifica, getta nuova luce. . .

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Come gli indigeni usano la tecnologia per salvare l’arte di KAKADU.

Nella regione australiana del Parco Nazionale di Kakadu, uno dei paesaggi culturali più apprezzati del paese, prende corpo una iniziativa che sta rivoluzionando il modo in cui le comunità indigene gestiscono, proteggono e tramandano il loro patrimonio. Kakadu, inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dal 1981, attira migliaia di visitatori ogni anno, soprattutto durante la stagione secca. Molti di loro desiderano ammirare le straordinarie pitture rupestri conosciute come "gunwardebim" nella lingua locale Kunwinjku, testimonianze di una storia millenaria che continua a vivere fra le rocce di Ubirr.

I dipinti di Ubirr, raggiungenti fino a diciottomila anni di età, narrano storie. . .

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COSA MANGIAVANO I LEGIONARI ROMANI: DIETA REALE E SEGRETI NUTRIZIONALI

La tenda è bassa, il sole brucia ancora sulle pietre e il clangore delle armature si confonde con le voci dei soldati. Nei pressi di Vindobona, nell’odierna Vienna, un manipolo di legionari si prepara alla cena dopo una marcia interminabile. Non ci sono arrosti sontuosi né vino da banchetto; l’odore che sale dalle vie dell’accampamento richiama piuttosto quello del pane rustico, del grasso di maiale conservato e della posca aspra che taglia la sete. Ciò che si mangia tra le fila dell’esercito romano è preciso, severo e sorprendentemente equilibrato: lo si scopre nei resoconti dei grandi storici, testimoni dei giorni in cui Roma si faceva impero anche a tavola.

La dieta giornaliera di un legionario era calibrata per affrontare le fatiche del campo e della battaglia, come dimostra il Libro VI delle “Storie” di Polibio e il Codice Teodosiano. Al centro c’era il grano, quasi sempre frumento che ogni soldato riceveva in quantità precise: le idee divergono fra le fonti, ma si parla di una razione giornaliera fra gli 850 grammi e il chilogrammo e mezzo per soldato. Il grano, schiacciato a mano nel molino manuale della contubernium, diventava pane, “panis militaris”, o più spesso una densa polenta chiamata “puls”. Questa base forniva la parte più consistente del fabbisogno energetico quotidiano, ricca di carboidrati a lento rilascio, essenziali per sostenere marce di trenta o più chilometri al giorno.

Nel pane si chiedeva la resistenza, nella “puls” la forza che non tradisce. Le analisi delle fonti riportano che il consumo di questo cereale era almeno il 70% delle calorie totali giornaliere di un legionario, un vero carburante per il corpo. La preparazione era spesso spartana: il grano veniva cotto in acqua o vino acetoso – la “posca” – oppure impastato e cotto al fuoco come biscotti durissimi, i famosi “buccellatum” menzionati dal Codice Teodosiano. È questa la visione che Vegetio, nel suo trattato “De re militari”, ci consegna immortale: “il soldato deve avere grano, vino, aceto e sale in ogni stagione”. Di carne, nelle grandi campagne, ben poca.

La carne, e in particolare il grasso di maiale, rappresentava la vera ricompensa alimentare, non il piatto quotidiano. A documentarlo sono gli scritti di Plinio il Vecchio e di Cicerone, nonché gli archivi militari e i resti rinvenuti negli accampamenti. C’era il lardum, ossia il lardo salato e stagionato, che si inseriva nelle razioni come fonte di grassi e calorie per affrontare i climi più freddi o le marce più lunghe. Mentre le carni fresche erano una rarità, lo stesso grasso di maiale forniva il necessario per l’assorbimento delle vitamine liposolubili e un surplus energetico ben superiore al solo pane. Occasionalmente, soprattutto dopo vittorie o durante le festività, i legionari ricevevano carne fresca di maiale, manzo, pecora o selvaggina locale, come testimonia Ammiano Marcellino nelle sue “Storie”. Tuttavia, la base della loro nutrizione rimaneva profondamente legata ai prodotti vegetali.

Altre fonti proteiche provenivano dagli alimenti più umili, ma di straordinaria importanza. Sono Orazio e Columella, nella loro trattazione sulle pratiche agricole, che narrano del consumo assiduo di legumi: lenticchie, ceci, fave, piselli. Questi alimenti erano la principale fonte di proteine per il legionario comune e permettevano, insieme al grano, di avere un profilo nutritivo sorprendentemente bilanciato. Le lenticchie, ad esempio, contenevano circa 9 grammi di proteine ogni 100 grammi secondo le analisi mediche moderne applicate ai dati delle fonti antiche, mentre i ceci salivano a 7 grammi e le fave a 8 grammi, garantendo non solo forza ma anche la prevenzione di malattie da carenza, come l’anemia.

Non mancavano, comunque, i prodotti caseari. Il caseus viene menzionato più volte da Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis Historia”. Il formaggio, spesso morbido e acido, era preparato con latte di pecora o capra, raramente con quello di mucca, e serviva nelle razioni a integrare la quota proteica giornaliera. Oltre all’apporto di proteine – circa 5 grammi per 100 grammi nei formaggi freschi – il caseus era fonte di grassi essenziali e calcio, particolarmente utile per la salute delle ossa dei giovani legionari.

A rendere il tutto meno monotono erano la frutta e le verdure, che comparivano sulla mensa non tanto per piacere, quanto per necessità. Dalle “Georgiche” di Virgilio e dai resoconti archeobotanici dei siti militari risulta che legionari consumavano cipolle, aglio, cavoli, mele, pere, fichi, uva e, nei momenti di fortuna, melograni e prugne. La frutta serviva non solo per variare il gusto del pasto, ma soprattutto come fonte fondamentale di vitamine, sali minerali e zuccheri semplici. I fichi, ad esempio, offrivano carboidrati rapidamente assimilabili, mentre le mele e le pere fornivano fibre e un apporto energetico gentile e costante. Questi frutti, oltre al gusto, erano anche strategici: aumentavano la resistenza immunitaria dei soldati, aiutando a fronteggiare le malattie che flagellavano i campi e le province più remote.

La presenza della frutta nei resoconti delle fonti, come in Cicerone e Ovidio, si associa spesso alla stagione e alla disponibilità locale. Il legionario romano non poteva contare su una dieta ricca di frutta tutto l’anno, ma sapeva sfruttare quanto la terra offriva durante la campagna estiva, seppur in piccole dosi. Le mele fornivano circa 14 grammi di carboidrati ogni 100 grammi, mentre i fichi salivano a 19 grammi, con una quota di proteine intorno allo 0,7 grammi e 1,3 grammi rispettivamente. Non erano fonti proteiche rilevanti, ma tornavano preziose per l’immediatezza energetica e l’effetto sulla flora intestinale.

Nel contesto delle proteine animali, una menzione speciale va al pesce. Negli accampamenti vicini ai fiumi e alle coste, diversi storici, fra cui Harold W. Johnston e Wilkins & Nadeau, attestano il consumo di pesci d’acqua dolce e salata. Il pesce rappresentava una fonte estremamente ricca di proteine di alta qualità e, sorprendentemente, era accessibile anche alle classi meno abbienti. Le fonti indicano che il pesce, soprattutto quello salato importato dai porti mediterranei, era “estremamente economico” e largamente diffuso. I legionari potevano consumare aringhe, sardine, anguille, triglie, e persino ricci di mare o molluschi raccolti durante le marce. Ovidio nelle sue “Metamorfosi” menziona l’importanza del pesce nelle diete, mentre gli scavi archeologici confermano la presenza di lische, conchiglie e persino ossa di pesce nei resti delle latrine militari.

La porzione proteica del pesce era davvero rimarchevole: le sardine, ad esempio, contenevano 24 grammi di proteine ogni 100 grammi, mentre le triglie superavano i 18 grammi. Di certo il pesce non era disponibile ogni giorno, ma la sua presenza nei magazzini militari e nei mercati locali permetteva ai soldati di non patire la monotonia alimentare e di mantenere in salute i muscoli e il sistema nervoso, grazie ai sali minerali come il ferro, il fosforo e gli omega-3, già noti indirettamente dalle fonti mediche del tempo.

Centrale nella dieta non era solo il “cosa”, ma il “come”. Il contubernium – la piccola unità di otto legionari – si comportava come una famiglia allungata sull’erba, accanto ai fuochi. Non vi erano mense comuni o cucine centralizzate, ogni gruppo si arrangiava con pentole di bronzo, padelle di ferro e cibi conservati nelle borse di cuoio. Il pasto era un momento di coesione, occasione per rafforzare i legami e per condividere le fatiche del giorno. Il racconto di Polibio nel descrivere i gesti e le abitudini dei legionari attorno al fuoco ci restituisce immagini di una quotidianità che, seppur rigorosa, non era priva di calore umano.

Il vino non era riservato alle grandi occasioni: nella routine del campo aveva un ruolo quasi medicinale. Era la “posca”, il liquido acido ottenuto mescolando acqua e scarti di vino, a dissetare e proteggere dai batteri. La Naturalis Historia ci spiega che la posca veniva distribuita regolarmente, soprattutto nei periodi di grande caldo e nelle campagne in regioni sconosciute. L’effetto principale era duplice: fornire liquidi senza rischi sanitari e assicurare un minimo di apporto calorico addizionale, utile in caso di carenza di pane. Il vino vero e proprio, invece, era dosato con parsimonia e assegnato spesso come ricompensa dopo grandi vittorie o eventi speciali, come rammenta Ammiano Marcellino.

La realtà degli accampamenti romani era quella di un equilibrio nutrizionale ardito, ottenuto mescolando il rigore della logistica con le sfumature della natura circostante. I legionari imparavano ad adattarsi, sfruttando ciò che la terra e il mercato offrivano, distinguendo le stagioni in base a ciò che si poteva consumare, e gestendo crisi e abbondanze con intelligenza. Le fonti antiche parlano di una dieta che, grazie al predominio dei cereali e dei legumi, alle iniezioni proteiche periodiche di carni e pesci, agli zuccheri naturali della frutta, riusciva a evitare le grandi carenze nutrizionali che affliggevano altre popolazioni contemporanee o eserciti rivali.

Il sistema dei granari militari o “horrea”, citato da Polibio e descritto negli archivi archeologici, era il cuore logistico della sopravvivenza romana. Questi magazzini erano disseminati lungo le vie militari e le basi più importanti: conservavano grano, olio di oliva, vino, pesce salato e legumi secchi, assicurando la sopravvivenza del legionario anche in mesi di assedio o marce lontane dalle città. Ogni soldato, nel contesto della sua contubernium, imparava a gestire le risorse, trasportando e razionando il proprio grano per venti giorni, come richiesto dai regolamenti imperiali.

Questi meccanismi di conservazione e di rifornimento sono testimoniati anche dalle fonti di Aulo Gellio e dall’iscrizione del Codice Teodosiano: il soldato portava con sé il necessario per affrontare lunghe distanze e poteva contare, in caso di emergenza, su cibi estremamente resistenti come il buccellatum, di difficile masticazione ma praticamente immortale. Questo pane duro, a differenza del pane fresco, poteva essere conservato per settimane senza perdere consistenza, diventando simbolo di resilienza e di adattamento militare romano.

La monotonia del menu veniva spezzata anche dall’occasionale consumo di spezie, di semi oleosi come le noci e di erbe aromatiche, citate da Plinio e dalle fonti agricole, che aggiungevano varietà e un pizzico di piacere. Oltre a migliorare il sapore dei piatti di legumi e verdure, le spezie offrivano proprietà conservanti e medicamentose, particolarmente preziose durante le stagioni più dure.

Sul piano metabolico, lo storico Wilkins & Nadeau e le analisi comparative con la moderna dieta mediterranea suggeriscono che il legionario accumulava poche riserve di grasso corporeo, mantenendo una massa muscolare ben sviluppata grazie al movimento e alla dieta ricca di proteine vegetali, integrate sporadicamente da quelle animali. La prevalenza di legumi e pesce garantiva, di fatto, una quota proteica sufficiente a sopportare sforzi prolungati, mentre i carboidrati della frutta e del pane assicuravano resistenza e recupero rapido dopo le battaglie.

Non bisogna ricercare la magnificenza delle cene patrizie fra le tende legionarie: qui il cibo è un’arma, una medicina e, a volte, un conforto. La fame di un legionario romano non è mai la fame della povertà, ma quella della disciplina e dell’ingegno. “Un esercito marcia sullo stomaco”, dicevano i generali – e lo stomaco romano ha saputo resistere, adattarsi e conquistare.

Oggi, aggirandosi fra le rovine di un accampamento a Vindobona o fra i granari di Carnunto, ci si può quasi sentire parte di quella catena di uomini che preparavano la puls con gesti antichi, attenti a non sprecare una sola briciola di pane, un singolo chicco di farro, una nocciola condivisa. La loro forza nasceva anche dalle fibre invisibili della dieta, dal frumento macinato fra le mani sporche e dai legumi conditi con l’aceto, dal pesce essiccato acquistato con le poche monete durante la pausa fra le battaglie. In ogni pasto del legionario romano rivive la storia stessa dell’impero.

La lezione che si offre oggi è potente e trasversale: la grandezza di Roma non si misura solo nel marmo e nel ferro, ma nella sapiente gestione della fame, nell’equilibrio e nella frugalità di una cucina che ha saputo fare della necessità virtù. In quel pane duro, in quella “posca” aspra, c’è la memoria di un popolo che ha saputo marciare per secoli, sostenuto non solo dalla disciplina, ma da un’intelligenza alimentare capace di attraversare i continenti. Basta chiudere gli occhi e sentire il rumore del pane spezzato, il profumo della puls calda, l’asprezza del vino acetoso al tramonto: lì, per un momento, siamo tutti legionari.

Fonti:

  • Polibio, “Le Storie”, Libro VI (traduzione inglese ufficiale)
  • Codice Teodosiano, 7.4.11 (traduzione inglese ufficiale)
  • Plinio il Vecchio, “Naturalis Historia” (traduzione inglese ufficiale)
  • Orazio, “Epistole”, I.5 (traduzione inglese ufficiale)
  • Columella, “De re rustica”, Libro VIII (traduzione inglese ufficiale)
  • Virgilio, “Georgiche”, Libro I (traduzione inglese ufficiale)
  • Cicerone, “De Officiis” (traduzione inglese ufficiale)
  • Ovidio, “Metamorfosi” (traduzione inglese ufficiale)
  • Ammiano Marcellino, “Le Storie”, Libri XXV-XXVI (traduzione inglese ufficiale)
  • Wilkins, J., & Nadeau, R., “Food in the Ancient World” (estratti in traduzione Inglese)
  • Harold W. Johnston, “The Private Life of the Romans” (traduzione inglese ufficiale)
  • Aulo Gellio, “Noctes Atticae” (traduzione inglese ufficiale)

Roma e le fake news: storia della propaganda antica

Roma non ha solo costruito imperi e monumenti: ha inventato un modo di dominare il pensiero collettivo, di manipolare le coscienze, di piegare la realtà alle esigenze del potere. Pensare che la fake news sia una creatura recente è un errore; il suo vero battesimo arriva quando la città eterna comincia a tessere miti, favole e racconti falsati con Nobel artigianato. Dall’incendio di Roma, che molti attribuirono a Nerone, fino al testamento mai ritrovato di Marco Antonio, ogni epoca romana ha saputo plasmarne altri. Mani esperte hanno fatto della menzogna uno strumento per dominare uomini e popoli. Roma ha davvero inventato le fake news, insegnando a tutto il mondo antico che la verità è labile e si piega facilmente al racconto.

La narrazione della propria nascita fu uno dei primi atti di propaganda che Roma mise in scena. Nello straordinario racconto di Virgilio, l’eroe troiano Enea approda sulle rive del Tevere, dirige la sua discendenza verso la fondazione della città, suggellando così il destino di Roma come erede della piú antica nobiltà mediterranea. La Eneide non fu solo poesia, ma una scrittura sistematica del mito, servita per conferire legittimità e autorità alla nuova nobiltà augustea. Ab urbe condita di Tito Livio prosegue su questa linea, cucendo insieme genealogie, oracoli e prodigi che fanno di Roma la città prescelta dagli dèi. Non conta se la verità sia tutta leggenda: la mitologia offre giustificazioni alle conquiste e alle espansioni, celebra le origini divine della città e presenta Roma come l’unica legittima erede del mondo antico. In questi racconti le fake news non sono un accidente, ma un meccanismo lucido e consapevole di legittimazione.

Entrati nella Repubblica, il bisogno di consenso si trasforma in lotta politica. Quest’epoca si distingue per l’uso delle voci e delle dicerie come strumenti di potere. Cicerone, con le sue epistole e i discorsi in Senato, è maestro nel seminare rumor e calunnie, tanto che le opinioni cambiano più rapidamente della sorte dei generali. Le lettere a Attico e i resoconti del Bellum Catilinae di Sallustio dimostrano quanto fosse facile manipolare la realtà: le reti sociali di allora erano fatte di portici e fori, dove le notizie false venivano trasmesse da persona a persona, generando crisi politiche e condannando avversari prima ancora che si potesse provare il contrario. Il caso della congiura di Catilina mostra come la narrazione fosse deliberatamente plasmata per incutere timore tra il popolo e sostegno agli optimates, con Sallustio stesso a dichiarare apertamente che la reputazione, non la verità, era la chiave del successo.

La transizione verso la età imperiale coincide con l’apoteosi della propaganda. L’ambizione di Ottaviano, che diventa Augusto, si regge su una colossale opera di manipolazione collettiva. Il potere non si conquista solo sui campi di battaglia, ma nella costruzione di una nuova immagine: monete, leggi, monumenti e iscrizioni celebrano la pace e la prosperità. Res Gestae Divi Augusti, l’autobiografia che l’imperatore fece incidere su pietra e diffondere ovunque, elenca trionfi e azioni benevole, costruendo una biografia pubblica fatta solo di successi. Le imprese militari vengono filtrate, le sconfitte occultate, le alleanze presentate come frutto di saggezza e altruismo. In realtà Augusto attua una vasta campagna di disinformazione, dove le fonti ufficiali contraddicono spesso la realtà dei fatti, ma la narrazione rimane dominante.

La guerra civile che oppone Ottaviano a Marco Antonio è un esempio di come la fake news possa orientare il destino di un’intera civiltà. La diffusione sistematica di lettere, diari e presunti testamenti viene posta al centro dello scontro politico. Il caso del testamento di Marco Antonio, che secondo Dione Cassio e Appiano sarebbe stato letto in pubblico, è emblematico: il documento, probabilmente contraffatto, presenta Antonio come traditore e succube di Cleopatra, abbattendo la sua reputazione e spingendo l’opinione pubblica contro di lui. Qui la menzogna non è solo un effetto collaterale, ma lo strumento fondante della vittoria politica.

La propaganda non si trasmette soltanto con le parole, ma anche con le immagini e le opere d’arte. Le monete di Augusto, che circolano in tutto l’Impero, portano effigi tranquille e motti celebrativi. Nelle iscrizioni, un linguaggio codificato trasforma l’imperatore nel restauratore del mos maiorum, nel difensore della tradizione: la verità diventa ciò che conviene, e chi la controlla la impone per generazioni. I monumenti come l’Ara Pacis e la statua equestre di Marco Aurelio celebrano la pace, la pietà e la magnanimità, occultando timori, repressioni e inganni. Non c’è atto pubblico che sfugga alla manipolazione: perfino le date e gli eventi vengono riscritti per legittimare il potere e colpire gli oppositori.

La falsificazione della verità diventa prassi nell’uso delle fonti ufficiali. Lettere imperiali e decreti sono spesso riprodotti o inventati da funzionari locali per ottenere privilegi o favori. In diversi casi, documenti apocrifi vengono esposti pubblicamente come segni di prestigio e vicinanza all’imperatore. Tacito racconta come le comunità usassero testi fittizi per dimostrare rapporti inesistenti: la letteratura diventa fake news istituzionale, supportata dalle autorità.

Nel periodo dei successori di Augusto, la propaganda raggiunge livelli altissimi di perfezionamento e diffusione. Il caso di Nerone, dipinto come colpevole dell’incendio del 64 d.C. nelle Annales di Tacito, svela una sistematica campagna per rovinare la sua reputazione. Fonti successive come Suetonio e Dione Cassio riprendono la narrazione, amplificandola, spesso basandosi su rumors e racconti popolari, senza riscontri effettivi. Nerone diventa il simbolo della demagogia e della violenza, mentre in realtà le prove della sua colpevolezza sono deboli o assenti. Il mito della sua crudeltà è una fake news che attraversa i secoli, alimentata dalla necessità collettiva di attribuire al potere un volto mostruoso.

La propaganda agisce anche nel costruire l’immagine degli eroi: Giulio Cesare, nelle sue Commentarii de Bello Gallico, presenta le popolazioni galli e germaniche come selvagge e disumane, giustificando così le campagne militari e le stragi. Lo stile narrativo di Cesare è lucido, strategicamente costruito per mostrare le sue imprese come necessarie per la salvezza della civiltà romana. La sua capacità di giocare con i numeri, esagerare le difficoltà e ridurre al minimo le sconfitte è la dimostrazione che la storia è ciò che viene scritto dal vincitore. In questa continua revisione dei fatti, l’Impero impone la propria verità sugli avvenimenti, sancendo un modello di narrazione che altri seguiranno.

Anche nella satira e nella letteratura, la manipolazione della realtà trova spazio. Giovenale, con le sue Satire, disegna una società corrotta, dove il potere si esercita attraverso menzogne e illusioni. Il popolo romano viene dipinto come vittima consapevole, inserito in un gioco che conosce bene: la strategia del rumor e della calunnia diventa la costante quotidiana. Perfino i poeti come Ovidio e Marziale, nelle loro opere, ironizzano sull’arte di esagerare e distorcere i fatti per ottenere favori o evitare punizioni. La società romana vive nel costante sospetto che ogni verità sia travisata; la cultura delle fake news diviene parte strutturale del vivere comune.

Il meccanismo della propaganda attraversa ogni strato sociale. I consoli, per mantenere il favore popolare, propagano notizie false sulle vittorie militari; i senatori diffondono storie inventate sugli avversari politici per screditarli. Gli avvenimenti pubblici vengono presentati al popolo con una retorica studiata, capace di far apparire le sconfitte come successi. Le commemorazioni ufficiali, le festività, le dediche su templi e statue celebrano eventi spesso modificati a tavolino, in modo che la narrazione resti sempre favorevole ai ceti dominanti. Il ricorso alle fonti letterarie e orali, controllate da pochi, garantisce la diffusione della versione dei fatti preferita dal potere.

Roma esporta la tecnica della propaganda anche nei territori conquistati. Gli storici greci come Polibio e Dione Cassio raccontano come i governatori romani manipolassero la storia locale, inventando miti di origini comuni e legami dinastici tra le famiglie italiche e la nobiltà ellenistica. Perfino le genealogie mitiche degli eroi, da Ercole ad Evandro, vengono adattate e messe al servizio della romanizzazione: la storia di ogni popolo si piega all’immaginario romano, fino a diventare eco della sua superiorità.

Il controllo sulla memoria pubblica si esprime nella soppressione delle fonti concorrenti e nella distruzione di documenti scomodi. Le cronache avverse vengono censurate o fatte sparire, le testimonianze dei nemici sono sistematicamente falsificate. La memoria collettiva è diretta da una élite che detta ciò che deve essere ricordato e ciò che può essere dimenticato, in una lotta perenne per il possesso del racconto storico. Gli imperatori come Vespasiano e Domiziano controllano direttamente le fonti storiografiche, affidando la compilazione ufficiale della storia ad autori selezionati e fedeli, come Plinio il Giovane e Tacito.

La propaganda passa anche attraverso la religione. La divinizzazione degli imperatori, celebrata attraverso culti e cerimonie ufficiali, trasforma uomini comuni in semidei, legittimando il loro potere e il loro diritto a governare. Le augustea e le festività religiose servono a diffondere l’immagine di Roma come centro del mondo, depositaria di ogni virtù e origine di ogni progresso. Attraverso la costruzione del mito, la verità storica si dissolve, lasciando spazio a una narrazione che alimenta l’orgoglio e la coesione sociale.

In ambito militare, la propaganda si fa strumento concreto di comando: i resoconti delle battaglie, le strategie elencate da Frontino nei suoi Strategemata, presentano le guerre come ordalie eroiche, le sconfitte come inevitabili o minime. Ogni campagna diventa leggenda, ogni generale viene celebrato (o screditato) con notizie spesso fabbricate o manipolate secondo necessità.

La letteratura filosofica non è assente da questa dinamica: Seneca e Marco Aurelio, nei loro scritti, riflettono apertamente sulla differenza tra realtà e apparenza, sulla difficoltà di distinguere verità e menzogna in un mondo dominato dalla retorica. Nei Diari di Marco Aurelio, la necessità di mantenere il controllo sulla narrazione pubblica viene presentata come compito centrale di chi governa, in una società ricca di illusioni e falsità.

Il sistema romano di propaganda e fake news ha influenzato profondamente la cultura occidentale. La creazione di una verità strumentale, piegata ai bisogni del potere, ha fatto scuola per millenni. L’esempio di Roma viene ripreso dalla storiografia medievale, dall’epica rinascimentale e dalla politica contemporanea: la gestione delle notizie, la costruzione dei miti, l’occultamento di fatti scomodi sono pratiche che affondano le radici proprio nelle strategie romane. Il potere di inventare, riscrivere, diffondere la realtà non è mai stato più raffinato che nella Roma antica.

Chi legge attentamente le fonti primarie sa che la storia di Roma è soprattutto storia della manipolazione. Ogni biografia, ogni resoconto di guerra, ogni epistola ufficiale è carica di valorizzazioni, omissioni, enfasi e falsificazioni. Perfino i monumenti e i templi portano iscrizioni fittizie, che celebrano eventi modificati e personaggi reinventati. L’archeologia ha dimostrato come molte delle narrazioni tramandate siano creazioni artificiali, pensate per influenzare la memoria e consolidare il potere.

Il lettore moderno deve dunque rapportarsi alle fonti con spirito critico, sapendo che le fake news non sono soltanto strumenti occasionali, ma l’anima stessa della politica romana. L’eredità di Roma ci insegna che la verità, in ogni epoca, è costruita da chi la possiede: tra mito e storia, tra menzogna e racconto, tra potere e sogno. La lezione della città eterna è sempre attuale: solo chi sa raccontare vince davvero, e la verità resta la prima vittima della battaglia per il consenso.

Alla fine, ciò che resta è un’immagine potente e memorabile: Roma, città di pietra e di parole, regina delle bugie e delle verità costruite. Come un grande attore sul palcoscenico della storia, ha insegnato che il mito può dominare la realtà, che la menzogna può forgiare destini, che il racconto può sostituire l’esperienza. Le fake news non sono altro che la lunga ombra della sua eredità: ogni volta che il potere trasforma la storia, Roma vive ancora, tra le pieghe della memoria e i sussurri della propaganda.

Fonti storiche primarie antiche (traduzioni ufficiali inglesi):

  • Virgilio, “Eneide”, trad. H.R. Fairclough, Loeb Classical Library.
  • Tito Livio, “Ab Urbe Condita”, trad. B.O. Foster, Loeb Classical Library.
  • Cicerone, “Epistulae ad Atticum”, trad. E.O. Winstedt, Loeb Classical Library.
  • Sallustio, “Bellum Catilinae”, trad. J.C. Rolfe, Loeb Classical Library.
  • Giulio Cesare, “De Bello Gallico”, trad. H.J. Edwards, Loeb Classical Library.
  • Suetonio, “De Vita Caesarum”, trad. J.C. Rolfe, Loeb Classical Library.
  • Tacito, “Annales”, trad. J. Jackson, Loeb Classical Library.
  • Dio Cassio, “Roman History”, trad. E. Cary, Loeb Classical Library.
  • Appiano, “Roman History”, trad. H. White, Loeb Classical Library.
  • Plinio il Giovane, “Epistulae”, trad. W.M. Hutchinson, Loeb Classical Library.
  • Ovidio, “Metamorfosi”, trad. F.J. Miller, Loeb Classical Library.
  • Marziale, “Epigrammi”, trad. W.C. Ker, Loeb Classical Library.
  • Seneca, “Epistulae Morales ad Lucilium”, trad. R.M. Gummere, Loeb Classical Library.
  • Marco Aurelio, “Meditazioni”, trad. G. Hays, Loeb Classical Library.
  • Frontino, “Strategemata”, trad. C.E. Bennett, Loeb Classical Library.

Sindone. Spunta un manoscritto medievale: serviva a ingannare i fedeli

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Negli ultimi giorni, il mondo accademico e giornalistico internazionale è stato scosso da una notizia che potrebbe riscrivere parte della storia della Sindone di Torino, la celebre reliquia che secondo la tradizione cristiana avrebbe avvolto il corpo di Gesù dopo la crocifissione. Un’équipe di studiosi dell’Università Cattolica di Lovanio (Leuven), guidata da Nicolas Sarzeaud, ha identificato, studiato e pubblicato un antico manoscritto del XIV secolo che per la prima volta qualifica esplicitamente la Sindone come un falso, anticipando di decenni il documento finora più antico noto nell’ambito del dibattito critico su questa reliquia.

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Francia. Tombe neolitiche rivelano rituali raccapriccianti contro gli invasori

Nord-est della Francia – Recenti studi archeologici hanno portato alla luce una serie di fosse funerarie neolitiche che raccontano una pagina cruda della storia dell’antichità: pratiche di guerra rituali, violenza estrema, e un ritmo sociale dominato dalla tensione e dalla mobilità forzata. Le scoperte provengono da siti situati nei pressi di Achenheim e Bergheim, in Alsazia, dove sono stati rinvenuti resti umani sepolti insieme in fosse collettive, alcuni con evidenti segni di mutilazione e altri integri.

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UK. Recuperato autentico cappello da sole dell’antica Roma

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Bolton, Inghilterra – Al Bolton Museum, all’interno della sezione dedicata all’Egitto, è comparso per la prima volta un manufatto che fino a pochi mesi fa era rimasto nel deposito per oltre un secolo: un copricapo in feltro di circa duemila anni fa appartenente all’epoca romana, ora restaurato e finalmente visibile al pubblico. È una scoperta di grande valore, perché si tratta di uno dei soli tre esemplari conosciuti di questo tipo nel mondo, e il più ben conservato in assoluto.

Realizzato in lana è modellato per offrire protezione dal sole cocente, dall’aridità. . .

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Baia, NA. Scoperte le terme appartenute a Cicerone?

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Baia (Campi Flegrei, Italia) – Recentemente, nelle acque del Parco Archeologico Sommerso di Baia è riaffiorato un ambiente termale romano in condizioni eccezionalmente ben conservate, e ora gli archeologi ipotizzano che possa trattarsi delle terme della villa di Cicerone.

Gli scavi subacquei, condotti nella Zona B del Parco Subacqueo di Baia, nel cuore del complesso del Portus Iulius, hanno portato alla luce una sala termale a circa tre metri di profondità. La struttura, già identificata nel 2023, è stata ora interamente documentata grazie al lavoro dei subacquei del Parco Archeologico dei Campi Flegrei. Si tratta di un ambiente. . .

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Studio: sotto la Sindone non c’era il corpo di Gesù ma un bassorilievo

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La Sindone non coprì il corpo di Cristo, ma un semplice bassorilievo.

E' il risultato di una nuova ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista Archeometry, che riaccende il dibattito sulla Sacra Sindone, il celebre lenzuolo di lino custodito nel Duomo di Torino e venerato da secoli come possibile sudario di Gesù Cristo.

Lo studio, guidato dal brasiliano Cicero Moraes, propone un’ipotesi sorprendente: l’immagine impressa non sarebbe il risultato del contatto con un corpo umano, bensì di un drappeggio su una scultura in bassorilievo. Una tesi che ha suscitato reazioni contrastanti nel mondo accademico e tra gli studiosi. . .

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