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Perchè la Cina vuole Taiwan? le cause storiche del conflitto

Perchè la Cina vuole Taiwan? le cause storiche del conflitto

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Il rapporto tra la Cina e Taiwan è sempre stato problematico: ma per quale motivo la Repubblica Popolare Cinese lotta da decenni per annettere l’isola di Taiwan? perché vi è sempre alta tensione tra la Cina e Taiwan? In questo articolo, esploreremo le cause storiche del conflitto tra la Cina e Taiwan

La guerra civile cinese: l’origine del conflitto tra Cina e Taiwan

Le prime testimonianze di rapporti tra Cina e l’isola di Taiwan, anche chiamata Formosa, risalgono al periodo del 1500 e 1600, quando gli esploratori portoghesi, olandesi e spagnoli fondarono le prime città. In seguito, alcuni ufficiali militari discendenti e fedeli alla dinastia degli Imperatori Ming eseguirono delle incursioni militari contro la Cina continentale ai danni della dinastia Qing.

Nell’Ottocento, mano mano che le potenze mondiali si interessavano all’isola di Taiwan per la sua posizione geografica, l’impero cinese prese posizione, fondando la provincia di Fujian – Taiwan, nel 1887. Ma la Cina perse quasi subito il controllo dell’isola, in parte per via della decadenza della dinastia Qing, ma soprattutto per la sconfitta nella prima guerra sino-giapponese (1894-1895).

Taiwan venne così annessa agli inizi del Novecento all’Impero giapponese. Dopo la sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, nel 1945, Taiwan venne riconsegnata agli alleati, i quali lasciarono l’isola sotto la giurisdizione del Kuomintang, partito fondato nel 1912, e allora guidato dal generale Chang kai-shek, che diede al partito una identità particolarmente nazionalista e liberal-capitalista.

Chang kai-shek governò l’isola con particolare durezza, anche tramite alcuni articoli del codice penale che prevedevano l’incarcerazione e la morte per i comunisti e per chi mostrava segni di disapprovazione nei confronti del governo.

Taiwan entrò quasi immediatamente in una guerra civile con la Cina continentale guidata dal Partito Comunista Cinese (PCC) di Mao Zedong. Al termine dei combattimenti, i comunisti cinesi, nel 1949, vinsero il conflitto ed istituirono nella Cina continentale la Repubblica Popolare Cinese, con capitale Pechino: i nazionalisti del Kuomintang furono costretti a scappare sull’isola di Taiwan, con capitale Taipei e con la denominazione di Repubblica di Cina.

Il conflitto armato di Taiwan con la Cina comunista

A partire dal 1949, la Cina continentale diretta dal Partito Comunista cinese cercò di riconquistare Taiwan, con una serie di operazioni militari che miravano ad occupare punti strategici come le isole di Kinmen, di Hainan o Wanshan per poi sferrare un attacco decisivo contro Taipei.

L’esercito di Taiwan, anche grazie al supporto degli Stati Uniti, fu in grado di respingere gli attacchi cinesi ed anzi organizzò un contrattacco. Un esercito di 12000 uomini, guidati dal generale Li Mi, passò attraverso il territorio della Birmania e diede luogo ad atti di guerriglia nella Cina meridionale. La situazione si protrasse fino al 1953, quando la Birmania si appellò all’ONU e gli stessi americani avviarono delle trattative diplomatiche per convincere Taiwan a dissolvere l’esercito di Li Mi.

Di lì a poco, la tensione salì nuovamente. Nella prima crisi dello Stretto di Taiwan, 1954, la Repubblica Popolare Cinese bombardò l’arcipelago di Quemoy, e conquistò l’isola di Yijangshan. Gli Stati Uniti, nuovamente disposti a dare supporto a Taiwan, approvarono praticamente la “Risoluzione di Formosa”, con cui sia autorizzava il presidente americano a muovere l’esercito statunitense in difesa dell’isola.

Dopo la decisione, la Cina ritirò parte del suo esercito e si giunse ad un accordo durante la conferenza di Bandung (1955).

Nella seconda crisi dello Stretto di Taiwan, 1958, la Repubblica Popolare Cinese ritornò a bombardare Quemoy, mentre Taiwan bombardò la città di Amoy, nella Cina meridionale. Gli Stati Uniti diedero nuovamente supporto militare e logistico a Taiwan, seppur rifiutando la richiesta di Chiang kai-shek di bombardare direttamente l’artiglieria cinese.

Seguì nei mesi successivi una cessate-il-fuoco. Cina e Taiwan, nonostante l’interruzione degli scontri armati, non firmarono alcuna tregua nè trattato di pace ufficiale e la situazione rimase altamente instabile.

Lo scontro diplomatico tra Cina e Taiwan

A partire dalla fine degli anni ’50, lo scontro fra Cina e Taiwan assunse dei toni più prettamente diplomatici. Taiwan era fortemente appoggiata dagli Stati Uniti, dalla NATO ed in generale dal blocco occidentale, in quanto l’isola poteva essere utilizzata per fare pressione contro la Cina comunista. Significativa fu la visita del presidente americano Dwight Eisenhower assieme a Chiang kai-shek a Taipei nel 1960.

La Cina era invece fortemente isolata, avendo come oppositori gli stati del blocco occidentale ma anche l’Unione Sovietica.

Un significativo cambiamento si verificò nel 1970, quando il presidente americano, Richard Nixon, e il segretario di stato, Henry Kissinger, decisero che gli Stati Uniti dovevano aprire il dialogo con la Cina. Si avviarono così una serie di incontri diplomatici, e gli stati occidentali cominciarono a riconoscere ufficialmente l’esistenza della Repubblica Popolare Cinese. In questo modo, Taiwan perse gran parte dell’appoggio americano.

Un evento significativo fu quello del consiglio di sicurezza dell’ONU, dove il rappresentante del Kuomintang venne sostituito con uno della Repubblica Popolare Cinese.

Lo scongelamento delle relazioni tra Cina e Taiwan

All’inizio degli anni Ottanta, Cina e Taiwan iniziarono dei timidi tentativi di dialogo. La Repubblica Popolare Cinese propose la “Politica dei tre collegamenti”: commerciale, postale, turistico. Taiwan, ancora retta da un intransigente Kuomintang, rispose con la “Politica dei tre no”: no all’unificazione, no all’indipendenza, no all’uso della forza.

Tuttavia, alcune singole situazioni costituirono la base per una rappacificazione: nel maggio del 1986, il pilota taiwanese di un aereo di linea della China Airlines, fece atterrare il velivolo a Canton, nel sud della Cina, per motivi non ben definiti. Il nuovo presidente del Kuomintang, Chian Chink-ko, decise di inviare alcuni delegati di Taiwan a Hong Kong per incontrare gli omologhi cinesi. Questo incontro venne visto come una svolta nelle relazioni diplomatiche fra i due stati.

Inoltre, a partire dal 1987, Taiwan permise ad alcuni cittadini di eseguire visite turistiche in Cina: in questo modo, dopo decenni, parecchie famiglie poterono ricongiungersi.

Nel 1990, Cina e Taiwan decisero di intensificare gli accordi diplomatici. Tuttavia, nessuno dei due era disposto a fare un primo passo politico e pubblico. Per questo motivo, Taiwan decise di costituire una società privata, la Straits Exchange Foundation, con lo scopo di dialogare informalmente con la Cina. Il partito cinese rispose con la costituzione della Association for relation across Taiwan Straits.

Le due aziende private, iniziarono così un fitto scambio diplomatico. Questi accordi informali culminarono nel 1992, con il cosiddetto “Consenso del 1992 “.

Sia la Cina che Taiwan concordavano con l’esistenza di una sola grande Cina: il Partito Comunista cinese era disposto ad annettere Taiwan lasciandogli una grande autonomia amministrativa o rendendola addirittura una provincia autonoma. Il Kuomintang non poteva accettare, preferendo rinunciare all’idea di riconquistare militarmente la Cina continentale, e puntando piuttosto sull’indipendenza.

Nonostante le inconciliabili posizioni politiche, l’idea di “una sola Cina” costituì tuttavia la base diplomatica per intessere delle relazioni economiche.

Si verificò di lì a poco, un passo falso da parte della Cina, detto terza crisi dello Stretto di Taiwan, 1996: cercando di forzare la situazione, la Cina eseguì delle esercitazioni militari e missilistiche in occasione delle imminenti elezioni a Taiwan: i cittadini taiwanesi rimasero profondamente indispettiti dal comportamento cinese e i dialoghi si chiusero fino al 1998.

L’apertura economica tra Cina e Taiwan

Nel 2003, il nuovo presidente cinese, Hu Jintao, ripropose la politica di una sola Cina, che per i comunisti cinesi significava l’annessione di Taiwan. Dall’altra parte, il nuovo presidente di Taiwan, Chen Shui-bian, continuava a proclamare la necessità di una indipendenza dell’isola. I cinesi eseguirono delle nuove esercitazioni militari e dei lanci di missili per mettere pressione al governo taiwanese.

Chen non si fece intimidire, ma nel 2001 tolse delle limitazioni commerciali che vigevano da almeno 50 anni e che costituirono una decisiva svolta per una pacificazione con la Cina. Inoltre, nel 2003, in occasione della guerra in Iraq, la Cina consentì il passaggio di aerei militari taiwanesi sui propri cieli.

Dopo alcune dichiarazioni amichevoli di Hu Jintao, nel 2004, nel 2005 la Cina ha approvato una legge anti Secessione. In questa legge, che era di fatto un manifesto delle intenzioni cinesi nei confronti di Taiwan, si proclamava l’esistenza di una sola Cina, che doveva essere mantenuta attraverso la pace e dunque con una serie di concessioni a Taiwan. La legge prevedeva l’utilizzo della forza solo in caso di dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte di Taiwan.

La reazione di Taiwan fu duplice: da un lato il Kuomintang, dopo decenni di lavoro per ottenere la pace con la Cina, era maggiormente disposta al dialogo. Diversamente, il nuovo e più recente Partito progressista Democratico, allora all’opposizione, perseguiva una politica di identità taiwanese separata ed indipendente dalla Cina.

Nel 2010, venne stretto uno storico accordo di natura commerciale: venivano eliminati diversi dazi doganali, liberalizzati interi settori dell’economia e Taiwan consentì alle multinazionali cinesi di investire in aziende sull’isola. In questo modo si garantiva anche che la Cina, per preservare i propri interessi economici, non avrebbe utilizzato la forza.

Nel 2013, vi furono degli incontri ufficiali fra i ministri dell’economia dei rispettivi paesi: gli attivisti e i sostenitori del Partito progressista Democratico eseguirono diverse proteste, temendo che l’apertura economica fosse in realtà il preludio ad una annessione politica.

Nel 2014 si tenne un incontro ufficiale, nell’ex palazzo imperiale di Nanchino, in Cina, tra il ministro degli affari cinesi Wang Yu e il ministro degli affari taiwanesi Zhang Zhijun. L’anno dopo, il presidente della Cina in persona, Xi Jinping, e il suo omologo taiwanese Ma Ying, si incontrarono a Singapore.

In quella situazione, il presidente cinese propose la politica “Un paese, due sistemi “ una versione riconfermata di una probabile annessione di Taiwan ma con aperture ancora maggiori rispetto al passato.

Il nuovo raffreddamento dei rapporti tra Cina e Taiwan

I rapporti tra Cina e Taiwan conobbero un nuovo periodo di raffreddamento. Nelle elezioni taiwanesi del 2016, venne infatti eletta Tsai Ing-Wen, a capo del Partito progressista Democratico, che cambiò radicalmente la politica di Taiwan per una maggiore protezione dell’identità dei suoi cittadini.

La risposta cinese fu abbastanza fredda, e altrettanto le azioni del nuovo partito vincitore delle elezioni non facevano ben sperare: uno degli ex presidenti di Taiwan, Ma Ying-jeou, particolarmente disposto al dialogo, doveva infatti tenere una serie di visite ufficiali in Cina, ma venne richiamato e l’incontro sostituito da una videoconferenza.

Il Partito progressista Democratico eseguì una serie di dichiarazioni formali in cui si augurava la ripresa delle negoziazioni, ma nel XIX congresso del Partito Comunista cinese, il presidente cinese Xa Jinping, riconfermò che la Cina “non temeva in nessun modo l’indipendenza del Taiwan, essendo perfettamente in grado di impedirla militarmente”, e si riprometteva di essere disposta al dialogo, solo se lo sarebbe stato anche Taiwan.

Al momento, la politica cinese rimane ferma nella sua posizione di annettere ufficialmente il Taiwan pur rendendolo una provincia autonoma e a statuto speciale. La politica taiwanese è invece più indefinita: Il vecchio Kuomintang, seppure non ammetta candidamente di essere disposto all’annessione, è comunque maggiormente aperto al dialogo, mentre il Partito progressista Democratico insiste su una piena indipendenza dalla Cina.


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