La prima crociata è stata una spedizione militare cristiana invocata da Papa Urbano II, durata dal 1096 al 1099, che ebbe come obiettivo quella di riconquistare dai turchi selgiuchidi, i luoghi sacri del Cristianesimo, tra cui Gerusalemme.
Gerusalemme era da diversi secoli un dominio musulmano, ma a metà dell’XI secolo i turchi Selgiuchidi cominciarono ad operare una serie di conquiste ai danni del califfato di Baghdad.
Preoccupato per la situazione, l’imperatore di Costantinopoli, Alessio I Comneno, richiese il supporto militare e l’appoggio politico di Papa Urbano II, il quale prima nel Concilio di Piacenza (1 marzo 1095) e poi nel Concilio di Clermont (17-25 novembre 1095), fece un accorato appello ai Principi militari cristiani d’Europa, chiedendo di organizzare delle spedizioni militari per la riconquista della Terra Santa.
Tutte le classi sociali in Europa accorsero all’appello del Papa, il quale tra l’altro garantiva protezione per le famiglie e i beni dei crociati e la totale remissione delle penitenze.
Una primissima crociata, nota come “Crociata del Popolo” o “Crociata dei pezzenti”, venne guidata da Pietro l’Eremita e da Gualtieri senza averi. Questa spedizione raccolse volontari dalla Francia e dalla Germania sud-occidentale, ma nel percorso vennero attuate diverse violenze contro le popolazioni di religione ebraica, compresi alcuni massacri che si verificarono nella zona della Renania.
Furono annientati da un’imboscata turca guidata dal sovrano Selgiuchide Kilik Arslan, nella battaglia di Civetot, nel ottobre del 1906.
La crociata dei Principi, riunì invece i membri dell’alta nobiltà: le forze della Francia meridionale erano sotto Raimondo IV di Tolosa e Adhemar di Le Puy ; uomini dell’Alta e della Bassa Lorena furono guidati da Goffredo di Buglione e da suo fratello Baldovino di Boulogne ; Forze italo-normanne erano guidate da Boemondo di Taranto e dal nipote Tancredi ; si unirono anche diversi contingenti dalla Francia settentrionale e fiamminga, guidati da Roberto II di Normandia, Stefano di Blois, Ugo di Vermandois e Roberto II di Fiandra.
Le fonti antiche parlano di un totale di 200mila uomini, ma numeri più attendibili si attestano sui 20.000 crociati.
Le forze crociate si erano date appuntamento presso la corte di Costantinopoli: lì l’imperatore Alessio I fece giurare i crociati che non avrebbero devastato i territori, che avrebbero riconsegnato le zone conquistate dai turchi all’Impero bizantino, facendo solenne promessa di fedeltà all’imperatore.
La prima mossa dei crociati fu l’assedio della città di Nicea, nel giugno del 1097, che si concluse con una vittoria. Poi i crociati attraversarono gradualmente la penisola dell’Anatolia.
Durante il viaggio vennero attaccati dalla cavalleria turca corazzata nella Battaglia di Dorylaeum: la prima colonna dei guerrieri cristiani venne messa in crisi dall’attacco improvviso, e fu salvata dall’intervento della seconda colonna in marcia.
Dopo essere scesi verso sud est, nella Siria settentrionale, i crociati iniziarono l’assedio di Antiochia (1097-1098). Soprattutto grazie alla collaborazione di un traditore all’interno della città, i crociati riuscirono ad espugnare Antiochia e a resistere ad un esercito turco giunto in soccorso, guidato dal generale turco Kerbogha.
Dopodiché, i crociati proseguirono verso Gerusalemme, che venne raggiunta nel giugno del 1099: grazie al fondamentale supporto della flotta della Repubblica di Genova, guidata dall’Ammiraglio Guglielmo Embrìaco, i crociati presero d’assalto la città dal 7 giugno al 15 luglio del 1099, massacrando senza pietà i difensori, soprattutto gli ebrei, che vennero bruciati nella loro sinagoga.
Venne così stabilito il Regno di Gerusalemme, uno stato sotto il governo di Goffredo di Buglione, che evitò tuttavia di farsi chiamare Re e preferì farsi nominare “Avvocato del Santo Sepolcro“. Un contrattacco da parte dei Turchi venne respinto nello stesso anno, durante la battaglia di Ascalona, ponendo fine alla prima crociata.
A seguito della prima crociata vennero stabiliti quattro stati crociati in Terrasanta: il Regno di Gerusalemme, la Contea di Edessa, il Principato di Antiochia e la Contea di Tripoli.
Molti analisti credono che il ruolo della Turchia in questo periodo di grave crisi europea darà al Paese di Erdogan un ruolo più importante, più forte di quanto abbia mai fatto fino ad ora.
Il principale fautore di questo cambiamento è proprio Recep Tayyip Erdoğan, dodicesimo presidente turco . La crescente concorrenza strategica tra Stati Uniti e Cina, la riconfigurazione delle alleanze e una forte recessione economica globale oltre l’interruzione delle catene di approvvigionamento internazionali alimentano ansie strategiche nei principali centri nevralgici di molti paesi.
La Turchia in questo momento è ben posizionata per riaffermarsi come una grande potenza emergente nei decenni a venire. La Turchia ricerca una posizione gerarchica elevata nel sistema internazionale e l’attuale contesto di instabilità può paradossalmente facilitare tale obiettivo.
Dopo aver attraversato millenni di storia, dall’Impero ottomano alla Repubblica di Turchia di Kemal Atatürk è interessante notare come la Turchia abbia agito in modo molto pragmatico nei confronti delle grandi potenze. Senza apparente paura o senso di inferiorità e nonostante un’atmosfera di crescente reciproca animosità tra Ankara e Washington, la Turchia ha barattato la sua accettazione per l’adesione di Svezia e Finlandia alla NATO in cambio di garanzie che aiuteranno lo stato turco a combattere e persino a dare la caccia alle milizie curde. La permanenza della Turchia nella NATO può essere considerata come un matrimonio di pura convenienza in cui, anche se l’amore reciproco è scomparso da tempo, può ancora essere reciprocamente vantaggioso.
Ma in tutto questo la Turchia sarebbe disposta a unire le forze con altri stati della NATO per respingere un ipotetico attacco contro i Paesi baltici o la Polonia? La Turchia, si sa, ha sempre portato molto rispetto nei confronti di Mosca negli ultimi anni e ha espresso apertamente il suo no ad unirsi alle sanzioni occidentali contro la Russia come rappresaglia per l’invasione dell’Ucraina. Questo non vuole assolutamente dire che la Turchia sia succube della Russia ma che non essendo certa delle sorti di un possibile scontro diretto Russia Nato tiene, come si suol dire, il piede in due scarpe. La Turchia ha un forte incentivo a svolgere un ruolo fondamentale nei progetti cinesi per lo sviluppo di partnership per la creazione di vasti corridoi geoeconomici e, di conseguenza, stanno emergendo legami più forti con Pechino.
Nel corso della storia la penisola anatolica è stata una porta di accesso per la proiezione di influenza nei Balcani, nell’Europa orientale, nel Mediterraneo, nel Caucaso e nel Medio Oriente. Quando si tratta di questioni militari, la Turchia ha un esercito piuttosto forte e dotato di armi moderne, oltre all’accesso ai rifornimenti occidentali grazie alla sua appartenenza alla NATO. Non dimentichiamo che proprio in questa guerra russo – ucraina una parte del leone li hanno fatti gli UAV Bayraktar.
La forza dello Stato turco ovviamente ha avuto un grande cambiamento con l’avvento di Recep Tayyip Erdoğan e del Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP), la Turchia è diventata uno stato illiberale e autoritario. Il regime stabilito da Erdoğan e dai suoi più stretti alleati non pretende nemmeno più di aderire agli standard politici e ideologici occidentali. Il tentativo di colpo di Stato del 2016 da parte di funzionari militari ha accelerato e approfondito questo processo. Ha fornito una buona opportunità a Erdoğan di sbarazzarsi dei suoi avversari interni, nonché per effettuare un’epurazione specificamente progettata per rimuovere l’influenza residua dai servizi di sicurezza. Così Erdoğan ha consolidato il suo ruolo di uomo forte.
Diversi analisti geopolitici hanno discusso se la Turchia si schiererà con le potenze marittime occidentali o con i colossi eurasiatici nel contesto della Guerra Fredda 2.0. La verità forse è molto più semplice: la Turchia farà ciò che è meglio per la Turchia. Il potere di un Paese passa anche dall’essere palesemente libero di decidere, di non avere “amici” potenti, ma di rimanere battitore libero e produttivo per ognuno che lo vorrà, se questa produttività sarà valide per la Turchia.
In poche parole ciò che manca completamente all’Europa che ancora adesso non sa destreggiarsi nella crisi Ucraina.
Certo la vita non sarà così facile per la Turchia, l’ascesa di Erdogan intensificherà sicuramente le ansie strategiche tra gli stati vicini e può portare alla fine a una collisione con potenti concorrenti se questi penseranno che la crescente proiezione geopolitica della Turchia minacci i loro interessi in aree in cui le corrispondenti sfere di influenza si sovrappongono. Inoltre, poiché la Turchia non è autosufficiente in termini di energia e materie prime, dovrà fare di tutto per garantire l’accesso a tali risorse strategiche. In poche parole, i turchi sono determinati e capaci di raggiungere una posizione geopolitica più elevata in modo da poter svolgere un ruolo più importante negli affari globali, ma devono comunque superare l’influenza degli attori in gioco.
La Turchia e il suo governo per ora si sono mossi benissimo nello scacchiere internazionale, ma forse questi successi sono derivati anche dal poco interesse internazionale per il Paese. Sarà lo stesso anche quando il ruolo turco diventerà dirimente?
La battaglia di Camarina, è uno scontro che si è tenuto nel 258 a.C, tra le legioni romane guidate dal console Atilio Calatino, e i cartaginesi, nell’ambito della prima guerra punica (264 – 241 a.C).
Le legioni romane si salvarono grazie all’eroico sacrificio di un gruppo di uomini scelti comandati dal tribuno Marco Calpurnio Flamma, che tennero impegnato l’esercito cartaginese e permisero al resto del contingente romano di uscire da una situazione di assedio.
La prima guerra punica, scoppiata nel 264 a.C, è stato un lungo conflitto che ha visto opporsi Roma, padrona di quasi tutta la penisola italica, a Cartagine per la supremazia sul Mare Mediterraneo e il controllo dell’isola di Sicilia.
I romani avevano ottenuto una prima significativa vittoria nella battaglia di Milazzo del 260 a.C, grazie alle navi guidate dall’ammiraglio Gaio Duilio che, con l’introduzione della passerella nota come “Corvo” avevano agganciato le navi cartaginesi di Annibale di Giscone.
La guerra tuttavia infuriava anche nella parte continentale dell’isola di Sicilia, e i cartaginesi si dimostrarono un avversario particolarmente insidioso.
Nel 258 a.C, l’esercito romano era guidato dal console Aulo Atilio Calatino, che tentò dapprima di assediare la città di Panormus, odierna Palermo. L’esercito cartaginese che era asserragliato nella città, nonostante le diverse provocazioni del console, decisero di non dare battaglia.
Così, Calatino scelse di dirottare i suoi uomini verso la città di Hippana, che venne conquistata dopo un rapido combattimento. Dopo aver unito le sue forze con quelle di Gaio Aquilio Floro, iniziò l’attacco della fortezza di Mitistrato, che venne conquistata dai Romani e fu data alle fiamme fino alla sua completa distruzione.
Dopodiché, Calatino scelse di marciare con i suoi Legionari verso la città di Camarina, posizionata sulla costa meridionale della Sicilia.
Durante la marcia, Calatino incontrò con i suoi uomini una vasta e larga valle. Senza sospettare di nulla, i Legionari si addentrarono all’interno, che era tuttavia presidiata sui suoi fianchi dell’esercito cartaginese, pronto ad attaccare i Legionari.
Calatino in realtà non si accorse di nulla: fu piuttosto un tribuno, Marco Calpurnio Flamma, a rendersi conto del pericolo e a scorgere i cartaginesi appostati sui lati della vallata. Osservando il territorio circostante, Flamma si rese conto che l’unico metodo per evitare la distruzione completa dell’esercito era quello di conquistare un piccolo rilievo al centro della valle, per bersagliare il nemico ed impegnarlo.
Ovviamente, l’operazione sarebbe quasi certamente costata la vita a chi avesse tentato di conquistare il rilievo, ma questo appariva l’unico metodo per distrarre le forze dei cartaginesi e permettere al resto dell’esercito di sfilare indenne dalla vallata.
Flamma avvisò immediatamente Atilio del pericolo e gli propose il suo piano. Atilio domandò chi volesse sacrificare la sua vita per il resto dell’esercito: Flamma sì propose immediatamente volontario annunciando chiaramente che avrebbe sacrificato la sua vita per il suo comandante e per lo Stato.
Così, vennero scelti 300 o 400 Legionari per accompagnare la missione di Flamma. I soldati marciarono rapidamente verso il rilievo e riuscirono ad occuparlo senza incontrare i cartaginesi. L’esercito nemico si rese conto troppo tardi della manovra dei Legionari.
Come previsto da Flamma, i cartaginesi attaccarono con fanti e cavalieri il gruppo dei Legionari per conquistare il rilievo. I soldati romani si disposero a cerchio, lanciarono i loro giavellotti per uccidere quanti più nemici possibili, e cominciarono una disperata e strenua resistenza contro il nemico.
I cartaginesi, distratti dal combattimento contro i soldati romani, non si accorsero del resto dell’esercito che venne condotto ordinatamente fuori dalla valle. In questo modo, il sacrificio di Flamma e dei suoi uomini salvò la vita a tutto il resto dei commilitoni.
Dato il soverchiante numero di nemici, i Legionari di Flamma furono annientati fino all’ultimo. Al termine di quella disperata resistenza, a sorpresa, Flamma era uno dei pochissimi riuscito a sopravvivere, coperto dai corpi dei Legionari caduti.
I cartaginesi decisero di non ucciderlo, per onorare il suo valore. Le fonti antiche non ci raccontano esattamente che cosa sia accaduto dopo, se Flamma venne liberato o riuscì a fuggire da solo. Comunque, Flamma riuscì a fare ritorno a Roma, dove venne accolto con il massimo degli onori per la straordinaria impresa che aveva compiuto e per le vite che aveva salvato.
Flamma fu insignito della corona Ossidionale, uno dei premi militari più ambiti, concesso in pochissime occasioni, proprio per aver salvato un intero esercito da una distruzione sicura.
Qualche anno più tardi, Atilio riuscì a conquistare Palermo e a dare un notevole impulso alla vittoria di Roma nella prima guerra punica.
Ma tutto questo fu possibile esclusivamente grazie al sacrificio di Flamma e dei suoi uomini, che possono essere benissimo accomunati agli Spartani delle Termopili, che con il loro sacrificio fermarono l’esercito persiano.
Fonti:
Livio, Ab Urbe condita, Periochae, libro XVII
Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, libro 22 cap. 6
La guerra civile spagnola, 17 lug 1936 – 1 apr 1939, è stato uno dei confronti più sanguinosi del primo ‘900. Fu caratterizzato dallo scontro tra i gruppi monarchici, cattolici e in generale le coalizioni di destra e di estrema destra contro i partiti di sinistra, tra cui comunisti, socialisti, anarchici e repubblicani, ed ebbe una drammatica svolta con la sollevazione dell’esercito guidata dal Generale Francisco Franco.
Dopo anni di scontri sul territorio, con violenze da entrambe le parti, a cui parteciparono anche gli altri paesi europei, con supporti più o meno indiretti, la guerra si concluse con la vittoria del Generale Franco e l’istituzione di una dittatura, che sarebbe durata fino alla morte di quest’ultimo, nel 1975.
La società spagnola alla fine dell’Ottocento e nel primo Novecento
La società spagnola nel corso dell’800 e dei primi anni del ‘900 era dominata dalla monarchia, dalla Chiesa Cattolica e dai proprietari terrieri, che furono chiamate collettivamente “forze reazionarie”, che detenevano il controllo della società.
I latifondisti e i proprietari terrieri sfruttavano sistematicamente contadini e braccianti, i quali lavoravano in condizioni di grande fatica e miseria. I latifondisti imponevano il voto ai contadini, anche attraverso i caporioni, noti come “Caciques“, spesso a capo di bande armate che terrorizzavano le fattorie che non obbedivano agli ordini dei latifondisti.
Come risultato, la vita aveva un’aspettativa media di soli 35 anni, vi era il 65% di analfabetismo e una condizione diffusa di povertà assoluta. Ottenere giustizia nella società spagnola del primo Novecento era praticamente impossibile: tutte le strutture erano corrotte fino alle preture di villaggio, e gli unici due partiti, i conservatori e i liberali, eseguivano in realtà la stessa politica, sempre a favore del ceto dirigente monarchico e cattolico. La società spagnola risultava quindi completamente imbalsamata e ricca di ingiustizie sociali.
La prima guerra mondiale e la dittatura di Miguel Primo de Rivera
Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la Spagna si pose in una condizione di sostanziale neutralità. Questo permise al paese di vivere una sorta di miracolo economico, basato sulla produzione di beni che venivano venduti a tutti gli altri paesi europei belligeranti.
La popolazione aumentò, la ricchezza ebbe un rialzo come non si era mai visto negli ultimi decenni, e anche gli industriali, fino a quell’epoca praticamente inascoltati nella società spagnola, acquisirono notevole potere.
Al termine della prima guerra mondiale, non era possibile ritornare alla condizione precedente: se da un lato i proprietari terrieri volevano mantenere il loro storico potere, gli industriali volevano entrare a far parte del ceto dirigente, così come i contadini e gli operai, che non volevano ritornare nelle condizioni di povertà assoluta. Anche i vertici dell’esercito erano scontenti, per via delle paghe troppo basse.
Nel 1917, il Governo guidato da Eduardo Pato Iradier, aumentò le paghe dei militari per riportare la pace. Così gli industriali, vedendo che i militari si erano riallineati e difendevano il governo, si avvicinarono ai proprietari terrieri e la politica spagnola si polarizzò in due fronti contrapposti: da un lato latifondisti, industriali, cattolici e partiti di destra e dall’altro la massa di braccianti e operai, rappresentati dai sindacati e dai partiti di sinistra.
La situazione era sempre più grave e il periodo dal 1918 al 1921 fu ricco di violenza. Gli operai, soprattutto nella regione dell’Andalusia e nella città di Barcellona, protestavano costantemente, anche con metodi violenti. Il Re Alfonso XIII, decise allora di autorizzare delle durissime repressioni nei confronti dei sindacati e degli anarchici.
Miguel Primo de Rivera
La situazione venne poi confermata con la scelta, da parte del Re, di consegnare la dittatura al generale Miguel Primo de Rivera che soffocò con estrema durezza le rivolte dei partiti di sinistra e dei braccianti.
In realtà, Primo de Rivera cercò anche di eseguire delle riforme per ammodernare la Spagna, ma non raggiungendo lo scopo perse gradualmente l’appoggio delle parti sociali che avevano garantito il suo potere e fu costretto a rassegnare le sue dimissioni alla fine del 1930.
La proclamazione della seconda Repubblica spagnola
Re Alfonso XIII decise di dare l’incarico ad un altro generale, Damaso Berenguer, con l’obiettivo di restaurare una monarchia costituzionale. Tuttavia, l’opposizione di repubblicani, comunisti e socialisti fu talmente forte che nelle elezioni del 1931 i partiti di sinistra ottennero una corposa vittoria. Il Re, vedendo le violenze che si propagavano per strada, decise di allontanarsi spontaneamente dalla Spagna.
Venne così proclamata la Repubblica spagnola, guidata dal socialista Manuel Azaña.
Manuel Azaña, il leader della neo costituita repubblica spagnola
L’obiettivo del governo Azaña, noto anche come “Biennio Rosso”, era quello di laicizzare lo Stato, a partire dalla riforma della scuola, per diminuire il potere della cultura cattolica sulla società. Inoltre, era prevista una riforma agraria che aveva l’obiettivo di migliorare le condizioni dei braccianti.
Il governo non fu però sufficientemente efficace, e nel frattempo la coalizione di destra si riorganizzò. Venne infatti fondato il movimento cattolico di Josè Gil Robles, che difese le istanze dell’aristocrazia Cattolica durante la Repubblica. Inoltre Antonio Primo de Rivera, figlio del dittatore Miguel, fondò la “Falange spagnola”, riunendo i nazionalisti e diversi intellettuali fascisti in un partito sempre più forte.
Nelle elezioni del 1933, i monarchici e i cattolici ottennero una nuova vittoria elettorale, riportando i proprietari terrieri e gli industriali al potere. Iniziò quindi il cosiddetto “Biennio nero”, dove da un lato il governo di destra volle vendicarsi dei partiti di sinistra, dall’altro le forze di sinistra non accettavano il risultato elettorale e scendevano in strada per combattere. La situazione portò a ripetuti scontri particolarmente violenti, soprattutto con i minatori delle Asturie. Nel giro di due anni, si registrarono circa 3000 morti durante le violente contrapposizioni politiche.
La spinta dell’URSS, il Frente Popular e lo scoppio della guerra civile
L’Unione Sovietica, nell’agosto del 1935, tenne il Comintern, il più grande raduno e convegno dei principali partiti comunisti del mondo. Durante tale occasione venne proclamata la lotta al fascismo come priorità assoluta in tutta l’Europa. Anche i delegati spagnoli parteciparono alla riunione, e tornati in patria, si coalizzarono nel cosiddetto “Frente Popular” che riuniva comunisti, socialisti, repubblicani e anarchici in un solo gruppo politico con l’obiettivo di vincere nuovamente le elezioni.
Le elezioni del 1936 vennero vinte di misura dalla sinistra, e il nuovo governo venne affidato al socialista Largo Caballero. Mentre tentava di riprendere le riforme interrotte qualche anno prima, il governo venne funestato da scontri sempre più violenti. Gli estremisti di destra continuavano a contestare il risultato elettorale e a creare tensione sociale, e per tutta risposta i gruppi armati di sinistra individuavano ed uccidevano i leader di destra.
Particolarmente significativa fu la fine di Antonio Primo de Rivera, che venne dapprima incarcerato e poi, con un processo sommario, condannato a morte per fucilazione, morendo ad Alicante. Inoltre, la violenza scoppiò irrefrenabile con l’omicidio di un altro politico di destra: Leopoldo Calvo Sotelo.
A questo punto, gli estremisti di destra, i proprietari terrieri e gli industriali ma anche i monarchici e i cattolici si unirono in maniera sempre più compatta. La situazione ebbe un drammatico momento di svolta quando l’esercito decise di intervenire nella lotta politica, con il cosiddetto “Pronunciamiento”.
In questo contesto, emerse la figura del generale Francisco Franco, che godeva della più ampia fiducia della maggior parte dei soldati. Assieme a lui, anche il generale Emilio Mola, considerata la mente strategica del movimento di destra.
Il Generale Francisco Franco
I soldati decisero di eseguire un golpe militare, partendo dal Marocco spagnolo ed in particolare dalla città di Melilla. La Repubblica venne colta quasi completamente di sorpresa, ma riuscì a mantenere la fedeltà della Marina e della Aviazione. Anche la popolazione combatté contro i golpisti, opponendosi alla Guardia Civil, in una disperata resistenza casa per casa.
All’indomani del golpe, i franchisti dominavano la zona centro settentrionale della Spagna, mentre la parte centro-meridionale era in mano alla Repubblica.
La partecipazione dei paesi europei: Italia e Germania con Franco, l’URSS con la Repubblica
Francisco Franco contattò immediatamente il Duce in Italia. Inizialmente, Mussolini non aveva intenzione di distrarre forze militari in Spagna. Tuttavia, il neo-eletto ministro degli Esteri, Galeazzo Ciano, riteneva che il supporto italiano in Spagna avrebbe aiutato a creare un paese fascista nell’Europa occidentale.
Così, Mussolini firmò l’autorizzazione alla fornitura di alcuni bombardieri italiani per supportare il Golpe di Francisco Franco. Inoltre, vennero reclutati 50.000 uomini, ufficialmente sotto forma di volontari, ma in realtà facenti parte dell’esercito regolare italiano.
Questo contingente si recò in Spagna per supportare l’azione dei franchisti.
Franco cercò di ottenere anche la collaborazione della Germania nazista di Adolf Hitler. L’appoggio di Hitler fu immediato ma più discreto rispetto a quello italiano: Hitler pensò che in questo modo le mire di Mussolini si sarebbero concentrate sull’Europa occidentale, e il capo di stato italiano non avrebbe avuto mire espansionistiche nella regione del Danubio, fondamentale per la Germania.
Così, Hitler autorizzò l’operazione “Incantesimo di fuoco” e costituì la legione Condor, un contingente di aviatori nazisti con l’obiettivo di aiutare Francisco Franco.
La Francia, guidata dal Socialista Leòn Blum, avrebbe voluto aiutare la Repubblica spagnola nella sua lotta contro l’insurrezione armata di Francisco Franco. Tuttavia, il paese si trovava in una situazione di debolezza militare e politica e aveva l’assoluto bisogno dell’appoggio della Gran Bretagna.
Blum si recò ripetutamente a Londra, ma la Gran Bretagna non voleva guastare i rapporti con la Germania e l’Italia. Inoltre, temeva la creazione di una repubblica Socialista in Europa occidentale. Per questo motivo, la Gran Bretagna fece capire che se la Francia fosse entrata in guerra in favore della Repubblica spagnola, e la Germania avesse attaccato la Francia, quest’ultima non avrebbe avuto aiuto militare.
Così, Blum potè solamente proporre un patto di non intervento a tutti i leader europei. Formalmente l’accordo venne firmato anche da Hitler e da Mussolini, ma non venne rispettato, in quanto i due paesi continuavano a fornire supporto militare a Franco.
L’unico paese che si impegnò veramente per sostenere la Repubblica spagnola fu l’Unione Sovietica. Impegnata nella sua lotta contro il fascismo in tutto il mondo, l’Unione Sovietica vedeva in Franco un acerrimo nemico. Vennero così costituite le cosiddette “Brigate internazionali”, dei corpi militari che raggiunsero la cifra di 40 mila soldati composti da sovietici, anarchici, socialisti e volontari da tutte le parti del mondo.
Un ulteriore aiuto alla Repubblica spagnola in guerra veniva dagli antifascisti italiani: coloro che si opponevano al regime di Benito Mussolini ritenevano che il loro aiuto alla Spagna sarebbe stata una sorta di prova generale per una lotta anche in Italia. Così, venne costituito il “Battaglione Garibaldi”, popolato da antifascisti che si unirono alla guerra civile spagnola.
La guerra civile in Spagna divenne quindi uno scontro tra fascismo e antifascismo su scala Europea, ma anche un vero e proprio banco di prova per le tecnologie belliche in vista della Seconda Guerra Mondiale.
L’evoluzione della guerra civile spagnola
La guerra civile spagnola ebbe un’evoluzione a favore di Francisco Franco: il motivo principale è che il fronte repubblicano era composto da diverse anime della sinistra. C’erano i separatisti Baschi e della Catalogna, i comunisti, i socialisti, gli anarchici e i liberali. Questa estrema frammentazione provocò una debolezza politica e militare nel fronte repubblicano, ed in particolare i comunisti e i socialisti, che desideravano comunque instaurare una repubblica, entrarono in contrasto con gli anarchici.
Questi ultimi volevano espropriare qualsiasi bene ed infrastruttura per collettivizzarla sotto la guida dei sindacati. Inoltre, gli anarchici si macchiarono di diverse violenze nei confronti della popolazione e in particolare contro tutto il clero: diversi preti e suore, anche di campagna, vennero brutalmente uccisi dalle azioni violente degli anarchici.
Così, si creò un’importante spaccatura all’interno del fronte repubblicano, tanto che Iosif Stalin entrò in contatto con Caballero, per esprimere la sua preoccupazione: la violenza degli anarchici stava alienando alla causa repubblicana vasti strati della popolazione.
Dall’altro lato, la coalizione guidata da Francisco Franco era molto più compatta. Franco si fece chiamare “Caudillo“, un termine che evocava il Duce in Italia e il Fuhrer in Germania. Venne nominato capo dello stato spagnolo guidato dalla giunta militare, e fu fortemente appoggiato dal partito della falange nazionalista, che riuniva la destra, i fascisti, l’aristocrazia ecclesiastica e la borghesia moderata.
In questo modo, il fronte nazionalista si presentò più compatto rispetto a chi difendeva la Repubblica.
Sotto l’aspetto puramente militare, Franco e i suoi soldati furono abili nell’isolare le forze repubblicane, molto spesso disorganizzate. Una prima svolta avvenne nell’agosto del 1936, con la presa della città di Badajoz, che permise di riunire le forze franchiste nel Ovest e nel Sud del paese.
Il bombardamento di Guernica
Il 26 aprile del 1937 venne toccato il momento più violento e basso di tutta la guerra civile in Spagna. La legione Condor nazista e l’aviazione legionaria fascista organizzarono un bombardamento contro la città di Guernica, nella Spagna settentrionale, dove erano riuniti i separatisti Baschi che combattevano in favore della Repubblica.
Ufficialmente, l’intervento militare doveva abbattere un ponte di pietra per isolare le forze repubblicane e il vento avrebbe trasportato le bombe sulla città. Tuttavia, al di là della propaganda nazifascista, il bombardamento di Guernica fu voluto dalle forze dei due paesi come test di natura militare. L’obiettivo era quello di provare l’efficacia di bombe convenzionali e non convenzionali in una situazione di reale attacco dal cielo.
Persino Hermann Goering, durante il processo di Norimberga, diversi decenni dopo, ammise che quella di Guernica fu una esercitazione per la Luftwaffe, l’aviazione nazista.
Guernica dopo il bombardamento
Così, il risultato fu devastante: inizialmente gli abitanti e i pastori di Guernica videro due aerei che eseguivano un ampio volo nel cielo. Si recarono diligentemente nei rifugi antiaerei, ma vedendo che il pericolo era superato, uscirono e ripresero la loro attività cittadina. Allora, si tenne l’attacco vero e proprio: le persone corsero impaurite di nuovo verso i rifugi, ma si resero conto che le bombe erano in grado di superare i muri di cemento. Così, scapparono terrorizzate verso le campagne, dove vennero raggiunte dagli aerei e dalle mitragliatrici degli aviatori italiani.
Il massacro di Guernica provocò un’enorme ondata di indignazione in tutto il mondo, e quell’orrore è ancora oggi ricordato dal dipinto di Pablo Picasso che porta l’omonimo nome.
Il dipinto di Pablo Picasso venne presentato all’esposizione internazionale di Parigi del 1937 e divenne il simbolo mondiale della guerra civile spagnola. Una tesi minoritaria sostiene che tale dipinto fosse stato in realtà realizzato per un’altra motivazione, in particolare per la commemorazione della morte di un torero. Pablo Picasso si sarebbe limitato a riutilizzare il quadro.
Guernica, il dipinto di Pablo Picasso dedicato all’orrore del bombardamento
Il bombardamento di Guernica ebbe comunque il risultato di rendere il mondo consapevole della gravità della guerra civile spagnola.
La fine della guerra civile e la vittoria di Francisco Franco
La guerra civile ebbe un avanzamento importante per le forze franchiste con lo sfondamento del fronte della Catalogna. Inoltre, con la presa della città di Barcellona, il 26 gennaio del 1939, i franchisti avevano conquistato quasi tutta la Spagna.
Iniziarono allora delle trattative per l’entrata e la conquista della capitale Madrid. Il 28 marzo del 1939, senza ulteriori scontri armati, Francisco Franco entrò a Madrid, ponendo fine alla guerra civile.
Con la presa della capitale, i fascisti e i nazisti lasciarono il paese, consapevoli di aver dato un contributo fondamentale alla vittoria del dittatore Franco. Lasciarono la Spagna anche le brigate internazionali, tra la commozione della popolazione grata a quei soldati per averli aiutati a combattere il Golpe militare.
Sul campo erano morte 400.000 persone, e vi erano 240mila sfollati e 10 mila feriti. La maggior parte di essi emigrò verso la Francia, dove vennero accolti come profughi di guerra.
Francisco Franco ottenne il completo controllo della Spagna. Il 1 aprile del 1939, Radio Burgos, che diramava regolarmente i bollettini di guerra proclamò: “Oggi, dopo aver fatto prigioniero l’esercito rosso e averlo disarmato, le truppe hanno raggiunto i loro obiettivi militari. La guerra è terminata”.
Il Savoia-Marchetti SM.79 Sparviero è stato un bombardiere medio italiano trimotore sviluppato e prodotto dalla compagnia aerea Savoia-Marchetti. E’ uno dei bombardieri più noti della seconda guerra mondiale. L’SM.79 era facilmente riconoscibile per la caratteristica “gobba” dorsale della sua fusoliera ed era molto apprezzato dai suoi equipaggi.
L’SM.79 è stato sviluppato all’inizio degli anni ’30 come un monoplano a sbalzo ad ala bassa di costruzione combinata in legno e metallo. Era stato progettato con l’intenzione di produrre un veloce aereo da trasporto da otto passeggeri, ma aveva subito attirato l’attenzione del governo italiano per le sue potenzialità come aereo da combattimento.
Fondazione Museo storico del Trentino
Eseguendo il suo primo volo il 28 settembre 1934, i primi esemplari stabilirono 26 record mondiali tra il 1937 e il 1939, qualificandolo per qualche tempo come il bombardiere medio più veloce del mondo. In quanto tale, l’SM.79 venne rapidamente considerato un oggetto di prestigio nazionale nell’Italia fascista, attirando un significativo sostegno del governo e spesso dispiegato come elemento di propaganda di stato. All’inizio, l’aereo è stato regolarmente inserito in voli competitivi e gare aeree, cercando di capitalizzare i suoi vantaggi, e spesso è emerso vittorioso in tali concorsi.
L’SM.79 ha combattuto per la prima volta durante la guerra civile spagnola. In questo teatro normalmente operava senza scorta, facendo affidamento sulla sua velocità relativamente alta per eludere l’intercettazione. Sebbene alcuni problemi siano stati identificati e in alcuni casi risolti, le prestazioni dell’SM.79 durante il dispiegamento spagnolo sono state incoraggianti e portarono alla decisione di adottarlo come spina dorsale delle unità di bombardieri italiane. Sia la Jugoslavia che la Romania hanno poi optato per l’acquisto del Savoia-Marchetti SM.79 per i propri servizi, mentre un gran numero è stato acquistato anche per la Regia Aeronautica. Quasi 600 velivoli SM.79-I e –II erano in servizio quando l’Italia entrò nella seconda guerra mondiale nel maggio 1940, da allora in poi furono schierati in ogni teatro di guerra in cui l’Italia fu presente.
L’SM.79 fu utilizzato a vario titolo durante la seconda guerra mondiale, inizialmente utilizzato principalmente come aereo da trasporto e bombardiere medio. A seguito del lavoro pionieristico dell'”Unità Speciale Aerosiluranti”, l’Italia lo utilizzò come aerosilurante; in questo ruolo, l’SM.79 ottenne notevoli successi contro la navigazione alleata nel teatro di guerra del Mediterraneo. Il Savoia Marchetti resterà in servizio in Italia fino al 1952.
Panoramica tecnica
L’SM.79 era un trimotore monoplano a sbalzo ad ala bassa, con carro posteriore retrattile. La fusoliera utilizzava una struttura a telaio tubolare in acciaio saldato, che era ricoperta di duralluminio sulla sezione anteriore, una miscela di duralluminio e compensato sulla superficie superiore della fusoliera e tessuto per tutte le altre superfici esterne.
Di Kaboldy – Opera propria, CC BY-SA 3.0
Le ali erano di costruzione interamente in legno, con lembi del bordo d’uscita e lamelle del bordo d’attacco, stile Handley Page, per compensare le loro dimensioni relativamente ridotte. La struttura interna era composta da tre abeti e longheroni di compensato, collegati con nervature di compensato, con una pelle di compensato. Gli alettoni erano in grado di ruotare da +13/-26° e venivano usati insieme ai flap in volo a bassa velocità e in decollo. Le capacità del velivolo erano significativamente più alte rispetto al suo predecessore, l’ SM.75, con oltre 2.300 hp disponibili e un carico alare elevato che gli conferiva caratteristiche non dissimili da un grosso caccia.
I motori e la cabina del Savoia Marchetti 79
I motori montati sulla versione bombardiere erano tre radiali Alfa Romeo 126 RC.34 da 780 CV, dotati di eliche a tre pale interamente in metallo a passo variabile. Le velocità raggiunte erano di circa 430 km/h a 4.250 m. La velocità di crociera era di 373 km/h a 5.000 m, ma la migliore velocità di crociera era di 259 km/h. L’atterraggio era caratterizzato da un avvicinamento finale a 200 km/h con le stecche estese, rallentando a 145 km/h con estensione dei flap, e infine la corsa sul campo con soli 200 m necessari per atterrare.
L’SM.79 era utilizzato da un equipaggio di cinque persone, o un equipaggio di sei sulla versione bombardiere. La cabina di pilotaggio è stata progettata per ospitare due piloti seduti affiancati. La strumentazione nel pannello centrale includeva indicatori di olio e carburante, altimetri per bassa e alta quota, orologio, indicatore di velocità relativa e velocità verticale, giroscopio, bussola, orizzonte artificiale, virata, contagiri e manette.
La performance del Savoia Marchetti 79
Le prestazioni del Savoia Marchetti 79 erano molto importanti. La sua velocità di salita era abbastanza alta, era veloce per l’epoca, ed era allo stesso tempo robusta e reattiva. La sua struttura in legno era leggera e gli consentiva di rimanere a galla fino a mezz’ora in caso di atterraggio in acqua, dando all’equipaggio tutto il tempo per mettersi in salvo, e il motore anteriore offriva una certa protezione dall’antiaerea. Con la piena potenza disponibile e le alette impostate per il decollo, il Savoia Marchetti 79 poteva alzarsi in volo in 300 m prima di salire rapidamente a un’altitudine di 1.000 m nello spazio di 3 minuti, 2.000 m in 6 minuti e 30 secondi, 3.000 m in 9 minuti e 5.000 m in 17 minuti e 43 secondi.
Di Andrea Nicola (1916 – 1972) – Archivio Riccardo Nicola da foto originale del Servizio Fotografico della Regia Aeronautica, Pubblico dominio,
La versione bombardiere aveva 10 serbatoi di carburante separati che avevano una capacità massima combinata di 3.460 L. La durata di volo a pieno carico era di circa 4 ore e 30 minuti a una velocità media di 360 km/h. L’autonomia massima alla velocità di crociera ottimale, non era confermata; per raggiungere Addis Abeba con voli non-stop dalla Libia, gli SM.79 venivano spesso modificati per trasportare più carburante e potevano volare per oltre 2.000 km. L’autonomia con un carico utile di 1.000 kg era di circa 800–900 km.
La portata effettiva del bombardamento con siluri è stata dichiarata compresa tra 500 e 1.000 m dal bersaglio. Durante le operazioni di combattimento, gli SM.79 volavano spesso a bassa quota sopra le navi nemiche prima di lanciare un ordigno. Appena avvistati venivano spesso presi di mira da ogni arma disponibile, dalle armi leggere della fanteria all’artiglieria pesante, in un ultimo disperato tentativo di impedire lo schieramento dei Savoia Marchetti. Lo Sparviero aveva diversi vantaggi rispetto agli aerosiluranti britannici, tra cui una maggiore velocità massima e una maggiore portata. Ben presto, tuttavia, lo Sparviero affrontò l’Hawker Hurricane e il Fairey Fulmar, che erano più veloci ma comunque piuttosto lenti rispetto agli altri caccia di scorta. I Bristol Beaufighters erano veloci e ben armati e, oltre ad essere efficaci combattenti diurni a lungo raggio, erano intercettori notturni di successo e alla fine della guerra spesso inseguivano gli Sparviero nelle missioni notturne. I Curtiss P-40 , Lockheed P-38 Lightnings, Grumman Martlets e Supermarine Spitfire in servizio nel Mediterraneo ostacolavano le operazioni degli Sparviero durante il giorno.
L’armamento del Savoia Marchetti 79
L’armamento difensivo dell’SM.79 consisteva inizialmente in quattro mitragliatrici Breda-SAFAT, poi aumentate a cinque. Tre di questi erano cannoni da 12,7 mm, due dei quali erano posizionati nella “gobba” dorsale, con quello anteriore, da 300 colpi, e l’altro manovrabile a 60° con movimento cardine in orizzontale e 0–70° in verticale. La terza mitragliatrice da 12,7 mm era posizionata centralmente. Ogni cannone, ad eccezione di quello anteriore, era dotato di 500 colpi. C’era anche una Lewis da 7,7 mm.
Di Archivio privato della famiglia Riggio., CC BY-SA 3.0
La Lewis è stata successivamente sostituita da due Breda da 7,7 mm (0,303 pollici) nei supporti in vita, che erano più affidabili e sparavano più velocemente. Nonostante la bassa “potenza” complessiva, era pesantemente armato secondo gli standard degli anni ’30, l’armamento era più che all’altezza degli aerei da combattimento dell’epoca, che di solito non erano dotati di armature. Con la seconda guerra mondiale, tuttavia, la vulnerabilità dello Sparviero ai nuovi armamenti era significativa e perse la reputazione di quasi invulnerabilità che aveva guadagnato durante la guerra civile in Spagna.
Breda-SAFAT da 12,7 installate nella fusoliera di un Fiat R.S.14 Di Regia Aeronautica – Facebook, Pubblico dominio
Nessuna torretta è mai stata installata su alcun SM.79, il che ha imposto notevoli limitazioni ai suoi campi di fuoco difensivo. Di tutte le sue armi difensive, quella dorsale era spesso considerata la più importante in quanto, in seguito al passaggio degli attacchi di bassa quota, lo Sparviero fu attaccato quasi esclusivamente dalle retrovie e dall’alto. Le armi difensive poste nella gondola posteriore e nella gobba posteriore erano protette da scudi aerodinamici, che dovevano essere aperti solo in caso di attività nemica. Tuttavia, in pratica, un aereo nemico poteva attaccare lo Sparviero rimanendo invisibile, quindi le posizioni difensive venivano solitamente lasciate aperte anche se ciò aveva l’effetto di ridurre la velocità massima effettiva del velivolo.
La disposizione angusta della gondola ventrale , con gli strumenti di puntamento delle bombe posti nella parte anteriore e la mitragliatrice difensiva ventrale puntata all’indietro nella parte posteriore, rendeva impossibile eseguire contemporaneamente sia il puntamento della bomba che la difesa posteriore, quindi la sua utilità era compromessa. Per questo motivo, nelle versioni successive, utilizzate esclusivamente per compiti di siluramento, l’arma ventrale e la gondola furono rimosse. La mitragliatrice Breda a prua fissa, più adatta a compiti offensivi e utilizzata dal pilota, era usata raramente in difesa e spesso veniva rimossa o sostituita con un modello di calibro più piccolo, con un guadagno di velocità e portata dovuto alla riduzione di peso.
Come con l’He 111 della Luftwaffe, il vano bombe dello Sparviero era configurato per trasportare ordigni verticalmente; questa decisione progettuale ha avuto la conseguenza di impedire l’alloggiamento interno di grandi bombe. L’aereo poteva ospitare un paio di bombe da 500 kg, cinque da 250 kg, o bomboe più piccole. Il bombardiere, che dalla sua posizione aveva un campo visivo in avanti di 85°, era normalmente dotato di un sistema di puntamento “Jozza-2” e una serie di meccanismi di rilascio delle bombe. La mitragliatrice sul retro della gondola impediva al bombardiere di sdraiarsi in posizione prona e, di conseguenza, il bombardiere era dotato di strutture retrattili per sostenere le gambe mentre era seduto.
Dal 1939 in poi, i siluri furono trasportati esternamente, così come le bombe più grandi, con due punti di fissaggio montati sotto l’ala interna. Teoricamente si potevano trasportare due siluri, ma le prestazioni e la manovrabilità dell’aereo erano così ridotte che di solito ne veniva trasportato solo uno. Il carico utile complessivo dell’SM.79 di 3.800 kg precludeva il trasporto di bombe senza una notevole riduzione del carico di carburante. Il siluro standard, un Whitehead del 1938design, aveva un peso di 876 kg, una lunghezza di 5,46 m e una testata HE da 170 kg. Aveva una portata di 3 km a 74 km/h e poteva essere lanciato da un’ampia gamma di velocità e altitudini: 40–120 m fino a 300 km/h. Ci sono voluti più di dieci anni per sviluppare tecniche efficaci di bombardamento con i siluri; di conseguenza, con il guasto dell’SM.84 e la mancanza di potenza del Ca.314 , solo l’SM.79 continuò a servire come aerosilurante fino al 1944, nonostante le prove condotte con molti altri tipi di velivoli, compreso il caccia Fiat G.55 S.
Maggiori teatri dove operò il Savoia Marchetti 79
Il 12° Stormo fu il primo ad essere equipaggiato con l’SM.79, a partire dall’inizio del 1936, e fu coinvolto nella prima valutazione del bombardiere, proseguita per tutto il 1936. Lo Stormo divenne operativo il 1 maggio 1936 con il SM.79 ed ha completato con successo il lancio di siluri da una distanza target di 5 km nell’agosto 1936.
In Spagna
L’SM.79 entrò in azione per la prima volta quando prestava servizio con l’Aviazione Legionaria, un’unità italiana inviata per assistere le forze nazionaliste franchiste durante la guerra civile spagnola. Lo Sparviero iniziò il suo servizio operativo alla fine del 1936 quando l’8° Stormo Bombardamento Tattico, con Gruppi XXVII° e XXVIII°, al comando del Tenente Colonnello Riccardo Seidl, fu inviato in Spagna. Schierata alle Isole Baleari, l’unità fu denominata “Falchi delle Baleari” e operò sulla Catalogna e sulle principali città della Spagna orientale, attaccando la Seconda Repubblica Spagnola, uccidendo 2.700 civili e ferendone più di 7.000. Durante i tre anni del conflitto civile, oltre 100 SM.79 prestarono servizio come bombardieri per l’ Aviazione Legionaria, di questi solo quattro furono registrati come persi in combattimento. Per l’esperienza maturata in Spagna l’SM.79-II, introdotto nell’ottobre del 1939, costituì la spina dorsale del corpo di bombardieri italiani durante la seconda guerra mondiale.
Di Regia Aeronautica – Regia aeronautica – Squadron Signal Publications 1976 ISBN 0-89747-060-5, Pubblico dominio,
A Malta
L’SM.79 iniziò a perdere la sua reputazione di invulnerabilità quando i Gloster Gladiators della RAF e gli Hawker Hurricanes si schierarono sull’isola fortezza di Malta, al centro del Mediterraneo, nel giugno 1940. Il primo di molti Sparviero abbattuto su Malta cadde il 22 giugno. Quel giorno, lo Sparviero MM22068 della 216ma Squadriglia, pilotato dal Tenente Francesco Solimene, decollò alle 18.15 per un giro di ricognizione sui bersagli dell’isola. Due Gladiators furono fatti decollare, uno pilotato dal tenente George Burges che attaccò lo Sparviero da un’altezza superiore, sparando dal motore di babordo. L’SM.79 prese fuoco e si schiantò in mare al largo di Kalafrana. Il pilota Solimene e il 1° Aviere Armiere Torrisi furono soccorsi, ma gli altri quattro membri dell’equipaggio furono dati dispersi.
Un piccolo numero di SM.79 ha prestato servizio in Etiopia. Vengono utilizzati in reparti dell’Africa Settentrionale.
La Francia
All’entrata italiana in guerra, già a partire dal 10 giugno, i S.M.79 vengono portati in missioni di esplorazione delle possibili rotte di attacco e dall’11 giugno missioni di ricognizione. Casus belli saranno i bombardamenti di Torino e Genova da parte di Whitley britannici decollati da basi inglesi che comporteranno la prima e riuscita azione di guerra dei S.M.79 con ventuno aerei del 32º Stormo, decollati da Decimomannu, contro gli obiettivi francesi del porto di Biserta dell’idroscalo di Karouba.
Le operazioni in Grecia e Jugoslavia
Contro la Grecia vengono impiegati 31 S.M.79. Durante la campagna effettuano circa 300 missioni e sostengono trenta combattimenti con il nemico. Poi partecipano a brevi operazioni contro la Jugoslavia.
Scheda tecnica del Savoia Marchetti 79
Caratteristiche generali
Equipaggio: 6 (pilota, copilota, ingegnere di volo/artigliere, operatore radio, bombardiere, artigliere di retroguardia) Lunghezza: 16,2 m Apertura alare: 20,2 m Altezza: 4,1 m Area dell’ala: 61,7 mq Peso a vuoto: 7.700 kg Peso lordo: 10.050 kg Motori: 3 motori Alfa 128 RC18 a 9 cilindri a pistoni radiali raffreddati ad aria, 642 kW (861 CV) ciascuno Eliche: eliche a 3 pale a passo variabile
Velocità massima: 460 km/h a 3.790 m Portata: 2.600 km Velocità di salita: 5,3 m/s Carico alare: 165 kg/m Potenza/massa: 0,173 kW/kg Armamento: 1 mitragliatrice Breda-SAFAT in avanti da 12,7 mm 2 × 12,7 mm mitragliatrice dorsale Breda-SAFAT 1 in alto, 1 nella pancia (opzionale). 2 mitragliatrici da 7,7 mm (0,303 pollici) nelle porte laterali “a cintura” (opzionale) Bombe: carico di bombe interne da 1.200 kg o due siluri esterni da 450 millimetri
Il Massacro razziale di Tulsa del 1921, chiamato anche tumulto razziale di Tulsa del 1921, fu uno dei più gravi episodi di violenza razziale nella storia degli Stati Uniti. Si verificò a Tulsa, in Oklahoma, a partire dal 31 maggio 1921 e durò due giorni. Il massacro provocò tra le 30 e le 300 vittime, per lo più afroamericani, e distrusse il prospero quartiere nero di Tulsa.
Greenwood, conosciuta come la “Black Wall Street
Greenwood, conosciuta come la “Black Wall Street” era un agglomerato di più di 1.400 case e attività commerciali. Queste vennero bruciate nei tumulti e quasi 10.000 persone rimasero senza casa. Nonostante la sua gravità e i gravi danni causati a cose e persone, il massacro razziale di Tulsa è stato “dimenticato” dai libri di storia americani fino alla fine degli anni ’90, quando fu costituita una commissione statale per documentare l’accaduto.
Gli antefatti del massacro
Il 30 maggio 1921, Dick Rowland, un giovane lustrascarpe afroamericano, venne accusato di aver aggredito un’inserviente, bianca, Sarah Page nell’ascensore di un edificio nel centro di Tulsa. Il giorno successivo il Tulsa Tribune pubblicò un articolo in cui si diceva che Rowland aveva tentato di violentare la Page, con un editoriale di accompagnamento in cui si affermava che per quella notte era previsto un linciaggio. La Tulsa Race Riot Commission nel 1997 ha offerto una ricompensa per una copia dell’editoriale, che non è stata però mai trovata. Altri giornali dell’epoca come The Black Dispatch e Tulsa World non richiamarono l’attenzione su alcun editoriale del genere dopo l’evento. Quindi l’esatto contenuto dell’articolo – e se è esistito o meno – rimane controverso. Tuttavia, il capo degli investigatori James Patton ha attribuito la causa dei disordini interamente al resoconto del giornale e ha dichiarato: “Se i fatti della storia fossero stati pubblicati correttamente, non credo che ci sarebbe stata alcuna rivolta“.
Quella sera, in ogni caso, folle di afroamericani e bianchi scesero davanti al tribunale dove era detenuto Rowland. Molti bianchi volevano farsi giustizia sommaria, mentre altri afroamericani erano davanti al Tribunale per impedire azioni violente.
Uno scontro tra un afroamericano che era lì per proteggere Rowland, e un manifestante bianco è degenerato fino a provocare la morte di quest’ultimo, la folla di bianchi quindi prese l’occasione e iniziò violenze sempre più elevate.
Gli spari hanno innescato una risposta quasi immediata, con entrambe le parti che hanno cercato di colpire l’altra. Si è acclarato che la prima “battaglia” sia durata pochi secondi circa, ma ha avuto un salato costo in vite umane, poiché dieci bianchi e due neri giacevano morti o morenti per strada. Gli uomini di colore che si erano offerti di fornire sicurezza si ritirarono verso Greenwood. Ne seguì uno scontro a fuoco continuo.
La folla bianca armata ha inseguito il contingente nero verso Greenwood, con molti che si sono fermati a saccheggiare i negozi per prendere armi e munizioni. Come accade in queste situazioni, ci sono stti episodi che nulla c’entravano con la rivolta: lungo la strada, ad esempio, molta gente stava lasciando un cinema dopo uno spettacolo, sono stati colti alla sprovvista dalla folla e sono fuggiti. Il panico si è scatenato quando la folla di bianchi ha iniziato a sparare su tutti i neri ovunque essi fossero. La folla di bianchi ha anche sparato e ucciso almeno un loro uomo nella confusione. Secondo l’Oklahoma Historical Society, alcuni membri della mafia sono stati incaricati dalla polizia e hanno ricevuto l’ordine di “prendere una pistola e far fuori un negro”.
Nei due giorni successivi, folle di bianchi hanno saccheggiato e dato fuoco alle aziende e alle case di proprietà di cittadini neri in tutta la città. Molti erano membri recentemente ritornati dalla prima guerra mondiale, erano addestrati all’uso delle armi da fuoco e si dice che abbiano sparato a vista agli afroamericani. Alcuni sopravvissuti hanno persino affermato che le persone attraverso dei piccoli aeroplani hanno lanciato bombe incendiarie.
Quando il massacro si concluse, il 1 giugno, il bilancio ufficiale delle vittime è stato registrato in 10 bianchi e 26 neri uccisi, anche se molti esperti ora ritengono che almeno 300 persone siano state uccise complessivamente. Poco dopo la strage ci fu una breve inchiesta ufficiale, ma i documenti relativi ai fatti scomparvero poco dopo. L’evento non ha mai ricevuto un’attenzione diffusa ed è stato a lungo completamente assente dai libri di storia usati per insegnare agli scolari dell’Oklahoma.
Il mattino del 1 giugno
Durante le prime ore del mattino, gruppi di bianchi e neri armati si sono confrontati in scontri a fuoco. I combattimenti si concentrarono lungo tratti dei binari del Frisco, linea di demarcazione tra i quartieri commerciali bianchi e neri. Circolò una voce secondo cui altri neri sarebbero arrivati in treno da Muskogee per aiutare i combattenti di Tulsa. A un certo punto, i passeggeri di un treno in arrivo sono stati costretti a mettersi al riparo sul pavimento dei vagoni, poiché erano arrivati nel mezzo del fuoco incrociato, con il treno che continuava ad essere colpito su entrambi i lati. Piccoli gruppi di bianchi fecero brevi incursioni in auto a Greenwood, sparando indiscriminatamente contro aziende e residenze. Spesso ricevevano fuoco di risposta. Nel frattempo, i rivoltosi bianchi hanno lanciato stracci intrisi di petrolio accesi in diversi edifici lungo Archer Street, incendiandoli.
I vigili del Fuoco di Tulsa alle prime andarono verso quelle zone per spegnere gli incendi, ma la folla bianca, guidata anche dal Ku Klux Klan glielo impedì, in alcuni casi sparando sui Vigili che non ascoltavano i loro ordini. Un pompiere raccontò: “Significava perdere la vita di un pompiere se avessimo aperto un flusso d’acqua su uno di quegli edifici. Ci hanno sparato tutta la mattina quando stavamo cercando di fare qualcosa ma nessuno dei miei uomini è stato colpito. Non c’è alcuna possibilità al mondo di passare attraverso quella folla nel distretto“. Alle 4 del mattino, si stima che due dozzine di aziende di proprietà dei neri fossero state date alle fiamme.
Sopraffatti dall’enorme numero di aggressori bianchi, i residenti neri si ritirarono a nord su Greenwood Avenue, ai margini della città. Il caos è seguito quando i residenti terrorizzati sono fuggiti. I rivoltosi hanno sparato indiscriminatamente e ucciso molti residenti lungo la strada. Divisi in piccoli gruppi, iniziarono a irrompere in case ed edifici, saccheggiando. Diversi residenti in seguito hanno testimoniato che i rivoltosi bianchi hanno fatto irruzione nelle case occupate e hanno ordinato ai residenti di uscire in strada, dove potevano essere guidati o costretti a camminare verso i centri di detenzione. Tra i rivoltosi si sparse la voce che la nuova chiesa battista del monte Sion fosse usata come fortezza e arsenale.
Attacchi aerei sui neri
Resoconti di testimoni oculari, come la testimonianza dei sopravvissuti durante le udienze della Commissione di Tulsa e un manoscritto del testimone oculare e avvocato Buck Colbert Franklin, scoperto nel 2015, hanno affermato che la mattina del 1 giugno almeno “una dozzina o più” di aerei hanno fatto il giro del quartiere e sono state lanciate “palle di trementina in fiamme” su un edificio di uffici, un hotel, una stazione di servizio e molti altri edifici. Gli uomini hanno anche sparato con i fucili ai residenti neri, uccidendoli per strada.
Arrivo delle truppe della Guardia Nazionale
L’aiutante generale Charles Barrett della Guardia Nazionale dell’Oklahoma arrivò con un treno speciale verso le 9:15, con 109 soldati da Oklahoma City. Inviato dal governatore, non poteva agire legalmente finché non avesse contattato tutte le autorità locali competenti, compreso il sindaco TD Evans, lo sceriffo e il capo della polizia. Nel frattempo, le sue truppe si sono fermate. Barrett ha convocato rinforzi da diverse altre città dell’Oklahoma e dichiarò la legge marziale alle 11:49 a mezzogiorno le truppe erano riuscite a reprimere la maggior parte della violenza rimanente.
Migliaia di residenti neri erano fuggiti dalla città; altre 4.000 persone furono arrestate e detenute in vari centri. Secondo la legge marziale, i detenuti erano tenuti a portare con sé carte d’identità. Ben 6.000 residenti di Black Greenwood furono internati in tre strutture locali: Convention Hall, ora noto come Tulsa Theatre, Tulsa County Fairgrounds, allora situato a circa un miglio a nord-est di Greenwood e McNulty Park, uno stadio di baseball.
La lettera di un ufficiale
Una lettera del 1921 di un ufficiale della Service Company, Third Infantry, Oklahoma National Guard, arrivato il 31 maggio 1921, riportava numerosi eventi legati alla repressione della rivolta:
prendere in custodia circa 30-40 residenti neri;
mettere una mitragliatrice su un camion e portarlo di pattuglia, sebbene non fosse funzionante e molto meno utile di “un normale fucile”;
siamo stati colpiti dai cecchini neri della “chiesa” e abbiamo risposto al fuoco;
uomini bianchi ci hanno sparato;
consegnato i prigionieri agli agenti per portarli in questura;
altri colpi di nuovo da residenti neri armati e due sottufficiali leggermente feriti;
siamo alla ricerca di cecchini neri e armi da fuoco;
dobbiamo portare 170 residenti neri alle autorità civili; e consegnare altri 150 residenti neri alla Convention Hall.
Il capitano John W. McCune ha riferito che le munizioni immagazzinate all’interno delle strutture in fiamme hanno iniziato a esplodere, il che potrebbe aver ulteriormente contribuito alle vittime.
La legge marziale è stata ritirata il 4 giugno, in base all’ordine di campo n. 7.
Subito dopo le violenze
La Croce Rossa, nella sua panoramica preliminare, ha menzionato stime esterne ad ampio raggio da 55 a 300 morti; tuttavia, a causa della natura frettolosa delle sepolture prive di documenti, hanno rifiutato di presentare una stima ufficiale, affermando: “Il numero dei morti è una questione di congettura“.
La Croce Rossa ha registrato 8.624 persone; 183 persone sono state ricoverate in ospedale, per lo più per ferite da arma da fuoco o ustioni, sono differenziate nelle loro cartelle in base alla categoria di triage non al tipo di ferita, mentre altre 531 hanno richiesto pronto soccorso o cure chirurgiche; otto aborti sono stati attribuiti al risultato della tragedia; 19 morirono in cura tra il 1 giugno e il 30 dicembre 1921.
Le quasi 100.000 persone a Greenwood che sono state colpite hanno fatto affidamento, in gran parte, sui soccorsi della Croce Rossa. Importanti per la sopravvivenza futura di questo distretto, hanno lavorato per creare “un piano su larga scala al fine di fornire sicurezza, cibo, riparo, formazione e collocamento, copertura sanitaria e supporto legale per tutti i sopravvissuti“. La Croce Rossa stava operando all’indomani di una tragedia, le cui vittime «avevano tutte le caratteristiche di prigionieri di guerra: senzatetto e indifesi, abbandonati dal loro paese d’origine, confinati in aree specifiche, privati dei diritti umani fondamentali, curati senza rispetto e privati dei loro beni”.
In meno di un anno a Tulsa, la Croce Rossa aveva allestito un ospedale per pazienti neri, il primo nella storia dell’Oklahoma; eseguiva vaccinazioni di massa per malattie che avrebbero potuto essere facilmente diffuse nei campi in cui si trovavano i sopravvissuti, oltre a costruire infrastrutture per fornire acqua fresca, cibo adeguato e alloggi sufficienti a coloro che non avevano più un luogo di residenza. Grazie al loro lavoro, la Croce Rossa ha salvato la vita ai feriti e ha contribuito a mantenere in città migliaia di neri che altrimenti avrebbero dovuto andarsene.
Le indagini successive
Nel 1997 lo stato dell’Oklahoma ha formato una Commissione di Tulsa per indagare sul massacro e documentare formalmente l’accaduto. I membri della commissione hanno raccolto resoconti di alcuni sopravvissuti, documenti di persone che hanno assistito al massacro e altre prove storiche.
Gli studiosi hanno utilizzato i resoconti dei testimoni e anche un radar per individuare una potenziale fossa comune appena fuori dal cimitero di Oaklawn di Tulsa, questo ha fatto capire che il bilancio delle vittime potrebbe essere molto più alto di quanto indicato dai registri originali.
Nelle sue raccomandazioni preliminari, la commissione ha suggerito che lo stato dell’Oklahoma pagasse 33 milioni di dollari per i danni, parte dei quali alle 121 vittime sopravvissute che erano state localizzate. Tuttavia, nessuna azione legislativa è mai stata intrapresa sulla raccomandazione e la commissione non aveva il potere di imporre il pagamento.
Il rapporto finale della commissione è stato pubblicato il 28 febbraio 2001. Nell’aprile 2002 un ente di beneficenza religioso privato, il Tulsa Metropolitan Ministry, ha pagato un totale di 28.000 dollari ai sopravvissuti, poco più di 200 dollari ciascuno, utilizzando i fondi raccolti da donazioni private.
Nel 2010 il John Hope Franklin Reconciliation Park è stato aperto nel distretto di Greenwood per commemorare il massacro. Prende il nome dallo storico e sostenitore dei diritti civili John Hope Franklin, il cui padre è sopravvissuto al massacro, il parco ospita la Torre della Riconciliazione, una scultura alta 7,5 metri che commemora la lotta afroamericana. Greenwood Rising, un centro in onore di Black Wall Street, che commemora le vittime del massacro e ne racconta la storia, è stato istituito nel 2021 dalla Tulsa Race Massacre Centennial Commission del 1921, fondata nel 2015.
La Guerra sudafricana, chiamata anche guerra boera o seconda guerra boera detta anche Seconda Guerra d’Indipendenza, è stata combattuta dall’11 ottobre 1899 al 31 maggio 1902, tra Gran Bretagna e le due Repubbliche boere (afrikaner): la Repubblica Sudafricana (Transvaal ) e l’Orange Free State.
Sebbene sia stata la guerra più grande e costosa in cui gli inglesi si sono impegnati tra le guerre napoleoniche e la prima guerra mondiale, spendendo più di 230 milioni di euro, è stata combattuta tra protagonisti del tutto ineguali.
La forza militare britannica totale nell’Africa meridionale raggiunse quasi 500.000 uomini, mentre i boeri non potevano raggiunger più di 88.000 uomini. Ma gli inglesi stavano combattendo in un paese ostile su un terreno difficile, con lunghe linee di comunicazione. Il conflitto fornì un assaggio della guerra combattuta con fucili da sfondamento e mitragliatrici, con il vantaggio per i difensori, che avrebbe poi caratterizzato la prima guerra mondiale.
Cause della guerra
Le cause della guerra hanno provocato intensi dibattiti tra gli storici e rimangono irrisolte oggi come durante la guerra stessa. I politici britannici affermarono che stavano difendendo la loro “sovranità” sulla Repubblica sudafricana (SAR) sancita rispettivamente dalle convenzioni di Pretoria e di Londra del 1881 e del 1884.
Molti storici sottolineano che in realtà la guerra era nata per il controllo dei ricchi complessi minerari dell’oro di Witwatersrand situato nella SAR. Era il più grande complesso minerario d’oro del mondo in un’epoca in cui i sistemi monetari mondiali, principalmente quello britannico, dipendevano sempre più dall’oro. Sebbene ci fossero molti Uitlanders, stranieri, cioè non olandesi/boeri e in questo caso principalmente britannici, che lavoravano nell’industria mineraria dell’oro di Witwatersrand, il complesso stesso era al di fuori del diretto controllo britannico. Inoltre, la scoperta dell’oro sul Witwatersrand nel 1886 permise alla SAR di fare progressi con gli sforzi di modernizzazione e competere con la Gran Bretagna per il dominio dell’Africa meridionale.
Dopo il 1897 la Gran Bretagna, attraverso Alfred Milner, l’alto commissario per il Sud Africa, ha manovrato per minare l’indipendenza politica della RAS e ha chiesto la modifica della costituzione della repubblica boera per garantire diritti politici agli Uitlander principalmente britannici, fornendo loro così un ruolo dominante nella formulazione della politica statale che sarebbe diventata più filo-britannica della politica della SAR.
Nel tentativo di prevenire un conflitto tra la Gran Bretagna e la SAR, Marthinus Steyn, presidente dell’Orange Free State, ospitò la conferenza di Bloemfontein nel maggio-giugno 1899 tra Milner e Paul Kruger, presidente della SAR. Kruger si offrì di fare concessioni alla Gran Bretagna, ma furono ritenute insufficienti da Milner. Dopo la conferenza, Milner chiese al governo britannico di inviare truppe aggiuntive per rafforzare la guarnigione britannica nell’Africa meridionale. L’accumulo di truppe allarmò i boeri e Kruger offrì ulteriori concessioni relative a Uitlander, che furono nuovamente respinte da Milner.
I boeri, rendendosi conto che la guerra era inevitabile, passarono all’offensiva. Il 9 ottobre 1899 emisero un ultimatum al governo britannico, dichiarando che sarebbe esistito uno stato di guerra tra la Gran Bretagna e le due repubbliche boere se gli inglesi non avessero rimosso le loro truppe lungo il confine. L’ultimatum è scaduto e la guerra è iniziata l’11 ottobre 1899.
Inizia la guerra boera
Il corso della guerra può essere suddiviso in tre periodi. Durante la prima fase, gli inglesi nell’Africa meridionale erano impreparati e militarmente deboli. Gli eserciti boeri attaccarono su due fronti: nella colonia britannica di Natal dalla SAR e nella colonia settentrionale del Capo dall’Orange Free State.
I distretti settentrionali della Colonia del Capo si ribellarono agli inglesi e si unirono alle forze boere. Tra la fine del 1899 e l’inizio del 1900, i boeri sconfissero gli inglesi in una serie di importanti scontri e assediarono le città chiave di Ladysmith, Mafeking e Kimberley. Particolarmente degne di nota tra le vittorie boere in questo periodo sono quelle avvenute a Magersfontein, Colesberg e Stormberg, durante quelle che divennero note come Settimana nera, dal 10 al 15 dicembre 1899.
Il contrattacco britannico
L’offensiva di Kruger dell’ottobre 1899 aveva colto di sorpresa gli inglesi e spiega le prime vittorie boere. Tuttavia, l’arrivo di un gran numero di rinforzi britannici all’inizio del 1900 rese inevitabile una sconfitta boera. In questa seconda fase gli inglesi, sotto Lords Kitchener e Roberts, liberarono le città assediate, sconfissero gli eserciti boeri sul campo e avanzarono rapidamente lungo le linee del trasporto ferroviario.
Bloemfontein, capitale dell’Orange Free State, fu occupata dagli inglesi nel febbraio 1900 e Johannesburg e Pretoria, capitale della SAR, in maggio e giugno. Kruger sfuggì alla cattura e andò in Europa, dove, nonostante ci fosse molta simpatia per la difficile situazione dei boeri, non ebbe successo nei suoi tentativi di ottenere un’assistenza reale nella lotta contro gli inglesi.
La guerriglia boera e la risposta britannica
Alla fine del 1900 la guerra entrò nella sua fase più distruttiva. Per 15 mesi, commando boeri, sotto la brillante guida di generali come Christiaan Rudolf de Wet e Jacobus Hercules de la Rey, tennero a bada le truppe britanniche, usando tattiche di guerriglia mordi e fuggi. Assalirono le basi e le comunicazioni dell’esercito britannico e vaste aree rurali della SAR e dell’Orange Free State, che gli inglesi avevano annesso rispettivamente come Crown Colony of the Transvaal e Orange River Colony.
Kitchener rispose con filo spinato e fortini lungo le ferrovie, ma quando questi hanno fallito ha reagito con una politica di terra bruciata. Le fattorie dei boeri e degli africani furono distrutte e gli abitanti delle campagne furono radunati e tenuti in campi di concentramento segregati, spesso in condizioni orribili; diverse migliaia sono morte durante la loro incarcerazione. La difficile situazione delle donne e dei bambini boeri nei campi non igienici gestiti con noncuranza divenne un oltraggio internazionale, attirando l’attenzione di operatori umanitari come l’assistente sociale britannica Emily Hobhouse.
I commando continuarono i loro attacchi, molti dei quali nelle profondità della Colonia del Capo, con il generale Jan Smuts che guidava le sue forze entro 80 km da Città del Capo. Ma i metodi drastici e brutali di Kitchener hanno lentamente dato i loro frutti. La resistenza boera fu indebolita e portò a divisioni tra i bittereinders, che si rifiutarono di riconoscere la vittoria dell’Impero britannico e decisero di proseguire la lotta con ogni mezzo possibile, e gli hensoppers, che si arresero volontariamente e, in alcuni casi, lavorarono con gli inglesi.
L’arrivo della pace
I boeri avevano rifiutato un’offerta di pace degli inglesi nel marzo 1901, in parte perché richiedeva che i boeri riconoscessero l’annessione britannica delle loro repubbliche. I combattimenti continuarono fino a quando i boeri accettarono finalmente la perdita della loro indipendenza con la Pace di Vereeniging nel maggio 1902. Alla fine, leader boeri pragmatici come Louis Botha e il generale Smuts hanno battuto la volontà dei bittereinders e hanno optato per negoziare la pace sulla base della sovranità britannica, delle promesse di autogoverno locale, della rapida restaurazione ed efficiente gestione delle miniere d’oro e, soprattutto, l’alleanza di boeri e britannici contro i neri africani.
Le conseguenze della guerra
In termini di vite umane, furono uccise quasi 100.000 persone, comprese quelle di oltre 20.000 soldati britannici e 14.000 soldati boeri. Le morti di non combattenti includono le oltre 26.000 donne e bambini boeri che si stima siano morti nei campi di concentramento per malnutrizione e malattie; il numero totale dei morti africani nei campi di concentramento non è stato registrato, ma le stime vanno da 13.000 a 20.000.
Da entrambe le parti la guerra produsse vette di entusiasmo nazionale di un tipo che segnò l’epoca e culminò in frenetiche celebrazioni britanniche dopo l’assedio di Mafeking nel maggio 1900. La parola mafficking, che significa gioia selvaggia, ha avuto origine da queste celebrazioni. Nonostante i tentativi di rapida guarigione delle ferite dopo il 1902 e la volontà di cooperare allo scopo di unirsi contro i neri africani, le relazioni tra boeri, o afrikaner, come divennero noti e sudafricani di lingua inglese sarebbero rimaste gelide per molti decenni. A livello internazionale, la guerra ha contribuito ad avvelenare l’atmosfera tra le grandi potenze europee, poiché la Gran Bretagna ha scoperto che la maggior parte dei paesi simpatizzava per i boeri.
Riflettendo il clima discriminatorio che ha permeato il Sud Africa per gran parte del 20° secolo, è stato solo negli anni ’80 che sono stati condotti studi sull’impatto della guerra sui popoli neri dell’Africa. Oltre alle migliaia che morirono nei campi di concentramento, innumerevoli neri africani furono coinvolti negli assedi, persero il lavoro, per esempio, quando le miniere d’oro furono chiuse durante il conflitto, o furono sfrattati dalle loro terre in aree invase dalla guerra. Entrambe le parti reclutarono neri africani, sebbene vari eufemismi a volte venivano usati per “soldato nero”.
D’altra parte, alcuni segmenti della popolazione dell’Africa nera hanno beneficiato in qualche misura del conflitto. I contadini neri in alcune aree prosperarono, grazie alla domanda di cibo in tempo di guerra. In alcune regioni, come il Transvaal occidentale, i neri africani hanno approfittato della guerra e hanno rioccupato le terre precedentemente loro sottratte dai coloni bianchi. Lo Swaziland, che in precedenza era stato amministrato dalla SAR, fu preso dagli inglesi durante la guerra e da loro amministrato in seguito; questo è il motivo per cui sarebbe stato escluso dall’Unione del Sud Africa nel 1910.
L’aspetto più sorprendente della guerra, forse, è che si trattava di una guerra tra gruppi di bianchi in un subcontinente con una popolazione in gran parte nera africana che entrambe le parti generalmente cercavano di escludere dai combattimenti, sebbene la ricerca negli ultimi decenni del XX secolo indicava che i neri africani furono pesantemente coinvolti nella guerra sia come combattenti che come vittime degli eserciti. Durante il conflitto gli inglesi hanno accennato e talvolta promesso che in cambio del sostegno, o almeno della neutralità, i neri africani sarebbero stati ricompensati con diritti politici dopo la guerra. Tuttavia, il Trattato di Vereeniging escludeva specificamente i neri africani dall’avere diritti politici in un Sud Africa riorganizzato poiché britannici e boeri cooperavano verso un obiettivo comune del governo della minoranza bianca.
La battaglia di Guam fu la riconquista americana dell’isola di Guam invasa dai giapponesi, un territorio statunitense nelle Isole Marianne. Il Giappone ne prese il controllo durante la prima battaglia di Guam nel 1941 durante la Campagna del Pacifico della seconda guerra mondiale.
La battaglia è stata una componente fondamentale dell’Operazione Forager. La riconquista di Guam e la più ampia campagna delle Isole Marianne e Palau hanno portato alla distruzione di gran parte della potenza aerea navale giapponese nella battaglia del Mar delle Filippine e permise agli Stati Uniti di stabilire grandi basi aeree da cui poter bombardare le isole di origine giapponese con il suo nuovo bombardiere strategico, il Boeing B-29 Superfortress.
Boeing B-29 Superfortress
Guam è l’isola più grande delle Marianne. Era un possedimento degli Stati Uniti dal 1898 fino a quando non fu occupata dai giapponesi il 10 dicembre 1941, in seguito all’attacco a Pearl Harbor. L’isola di Guam non fu fortificata dai Giapponesi come le altre Isole Marianne, come ad esempio Saipan che era uno dei possedimenti giapponesi dalla fine della prima guerra mondiale.
Il piano degli Stati Uniti
Il piano alleato per l’invasione delle Marianne, Operazione Forager, prevedeva un pesante bombardamento preliminare, prima da parte di aerei da trasporto e bombardieri USAAF con base nelle Isole Marshall a est, poi una volta ottenuta la superiorità aerea, un bombardamento ravvicinato da parte di corazzate e incrociatori. Saipan, Tinian e Guam sono stati scelti come obiettivi per le loro dimensioni e l’idoneità come base per supportare la fase successiva delle operazioni verso le Filippine, Taiwan e le isole Ryukyu.
Il porto di Apra Harbour era adatto per le navi più grandi; e potevano essere costruite basi aeree per Boeing B-29 Superfortresses da cui bombardare il Giappone. I B-24 Liberators delle Marianne potevano così bombardare anche Iwo Jima e le Isole Bonin, come Chichi Jima.
L’invasione di Saipan era prevista per il 15 giugno 1944, con lo sbarco a Guam fissato provvisoriamente per il 18 giugno. Un grande attacco da parte di una portaerei giapponese e l’ostinata resistenza della guarnigione giapponese inaspettatamente grande su Saipan portarono al rinvio di un mese dell’invasione di Guam.
I bombardamenti navali e aerei statunitensi durarono dall’11 al 13 giugno 1944, coinvolgendo 216 aerei da trasporto e bombardieri B-24 terrestri delle Isole Marshall. Il 12 e 13 giugno sono state affondate 12 navi mercantili giapponesi e diversi pescherecci. Il 27 giugno, le corazzate e gli incrociatori della Marina degli Stati Uniti hanno iniziato a bombardare l’isola, insieme a un gruppo di portaerei statunitensi il 4 luglio e altri due il 6 luglio.
La battaglia di Guam
Prima dell’incursione, le forze statunitensi hanno cercato di garantirsi la superiorità sia aerea che navale. Un totale di 274 navi, che hanno sparato 44.978 colpi da cannoni da 2 pollici e 5 pollici, hanno supportato l’approdo. Inoltre, un totale di 13 portaerei hanno partecipato al raid aereo e un totale di 4.283 bombe (per un peso totale di 1.310 tonnellate) sono state sganciate dal 18 al 20 luglio, il giorno prima dello sbarco.
Il pesante bombardamento rasò al suolo tutta la vegetazione sulla spiaggia e ha distrutto ogni edificio che si vedeva. L’esperienza acquisita dai giapponesi dall’invasione di Saipan è stata utilizzata per cercare di mitigare gli effetti del bombardamento. Nonostante ciò, il bombardamento ha superato di gran lunga le aspettative delle forze di difesa che erano state trincerate lungo la costa come lo erano a Saipan.
Le truppe americane sulle spiagge delle isole
Anche molte delle basi e delle torri di guardia furono distrutte. Tuttavia, le trincee nelle foreste, grotte e postazioni mobili a quattro chilometri o più dalla costa sono riusciti a sfuggire alla distruzione e sono diventati una fonte di forte resistenza giapponese. Guam, circondata da scogliere e forti correnti marine, ha rappresentato una sfida formidabile per gli americani.
Nonostante gli ostacoli, il 21 luglio, le forze americane sbarcarono su entrambi i lati della penisola di Orote, sul lato occidentale di Guam, con l’intenzione di mettere al sicuro il porto di Apra. La 3a Divisione Marine sbarcò vicino ad Agana a nord di Orote alle 08:29, e la 1a Brigata Marina sbarcò vicino ad Agat a sud. L’artiglieria giapponese affondò 30 LVT statunitensi e inflisse pesanti perdite alle truppe da sbarco, in particolare alla 1a Brigata, ma alle 09:00 marines e carri armati arrivarono su entrambe le spiagge.
Al calar della notte, i marines americani e i soldati della 77a divisione di fanteria avevano stabilito teste di ponte in un raggio di circa 2 km. I contrattacchi giapponesi durarono i primi giorni della battaglia, principalmente di notte, usando tattiche di guerriglia. I giapponesi penetrarono più volte nelle difese americane ma furono respinti con pesanti perdite di uomini e attrezzature.
La 77a divisione di fanteria dell’esercito americano ha avuto un arrivo più difficile dal 23 al 24 luglio. In mancanza di veicoli anfibi, hanno dovuto guadare a terra dal bordo della scogliera dove il mezzo da sbarco li aveva lasciati. Gli uomini di stanza nelle due teste di ponte furono bloccati dal pesante fuoco giapponese, facendo progressi nell’entroterra piuttosto lenti. L’approvvigionamento fu molto difficile per le truppe da sbarco a Guam nei primi giorni della battaglia. Le navi da sbarco non potevano avvicinarsi alla scogliera.
Lo sbarco sull’Isola di Guam fu molto complessa
La 1a brigata ha preso posizione nella penisola di Orote il 25 luglio e quella stessa notte il tenente generale giapponese Takashina ha contrattaccato, coordinato con un attacco simile contro la 3a divisione a nord. Il giorno successivo, riferì il generale Obata, “le nostre forze non sono riuscite a raggiungere gli obiettivi desiderati“. Il tenente generale Takeshi Takashina è stato ucciso il 28 luglio e il tenente generale Hideyoshi Obata ha assunto il comando delle difese giapponesi. Il 28 luglio, le due teste di ponte furono collegate, e il 29 luglio gli americani si assicurarono la penisola.
I contrattacchi giapponesi contro le teste di ponte americane, così come tutti i feroci combattimenti, avevano indebolito le truppe giapponesi. All’inizio di agosto erano a corto di cibo e munizioni e avevano solo una manciata di carri armati. Obata ritirò le sue truppe dal sud di Guam, progettando di prendere posizione nella parte montuosa centrale e settentrionale dell’isola, “per impegnarsi in un’azione di attesa nella giungla nel nord di Guam per controllare l’isola il più a lungo possibile”.
Dopo essersi assicurato che nessuna forza giapponese significativa operasse nella parte meridionale di Guam, il maggiore generale della marina Geiger iniziò un’offensiva a nord con la 3a divisione della marina sul fianco sinistro e la 77a divisione di fanteria sulla destra, liberando Agana lo stesso giorno. L’aeroporto di Tiyan è stato liberato il 1 agosto.
La pioggia e la fitta giungla hanno reso le condizioni davvero complesse per gli americani, ma dopo uno scontro con la principale linea di difesa giapponese intorno al Monte Barrigada dal 2 al 4 agosto, la linea giapponese è crollata. La 1a Brigata si sistemò sul fianco sinistro della 3a Divisione Marine solo il 7 agosto a causa dell’allargamento del fronte e delle continue perdite, nel tentativo di impedire ai giapponesi di addentrarsi attraverso gli spazi tra le truppe americane. I giapponesi avevano un’altra roccaforte sul Monte Santa Rosa, che fu messa in sicurezza l’8 agosto.
La giungla fu un grande aiuto per i giapponesi
Il 10 agosto, la resistenza organizzata dell’esercito nipponico terminò e Guam fu dichiarata sicura, ma si stima che 7.500 soldati giapponesi non furono ritrovati. Il giorno successivo, Obata si suicidò ritualmente nel suo quartier generale sul monte Mataguac dopo aver inviato un messaggio di addio al Giappone.
Le conseguenze della battaglia di Guam
Alcuni soldati giapponesi resistettero nella giungla dopo i combattimenti a Guam. L’8 dicembre 1945, tre marines statunitensi caddero in un’imboscata e furono uccisi. Il sergente Masashi Itō si arrese il 23 maggio 1960, dopo che l’ultimo dei suoi compagni fu catturato. Il 24 gennaio 1972, il sergente Shoichi Yokoi fu scoperto dai cacciatori dell’isola. Viveva da solo in una grotta da 28 anni, vicino alle cascate di Talofofo.
Reduci Giapponesi
Guam fu trasformata in una base per le operazioni alleate. 5 grandi aeroporti furono costruiti dai Navy Seabees e dai battaglioni di ingegneria dell’aviazione afroamericana. I bombardieri B-29 delle forze aeree dell’esercito volarono da Northwest Field e North Field a Guam per attaccare obiettivi nel Pacifico occidentale e nel Giappone continentale.
La popolazione Chamorro nativa di Guam aveva sofferto considerevolmente durante l’occupazione giapponese e i soldati giapponesi iniziarono a commettere atrocità durante i preparativi per l’invasione. In quella che divenne nota come la marcia di Maneggon, i soldati giapponesi costrinsero la maggior parte della popolazione dell’isola a marciare in sei campi di concentramento nel sud di Guam. I malati e gli affamati furono lasciati lungo la strada e le truppe giapponesi massacrarono circa 600 civili su una popolazione di circa 20.000 abitanti di Guam. Durante l’occupazione si stima che vennero uccisi fino a 2.000 persone. Il giorno della Liberazione continua a essere celebrato a Guam ogni 21 luglio.
La Russia non attaccherà se l’Ucraina inizierà attività di sminamento presso i suoi porti per fare passare navi che trasportano grano.
Lo ha assicurato il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov durante una conferenza stampa congiunta ad Ankara con l’omologo turco Mevlut Cavusoglu trasmessa dalla Tv di Stato Trt. Sul possibile incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e quello ucraino Volodymyr Zelensky, il team di negoziatori deve riprendere il processo dei colloqui, la palla è nel campo di Kiev, ha riferito Lavrov a Cavasoglu. Il ministro turco riferisce che della possibilità di una ripresa del negoziato tra Russia e Ucraina per arrivare al cessate il fuoco.
Intanto la diplomazia si muove per la questione del grano. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha ricevuto ad Ankara l’omologo russo Serghei Lavrov. La “preparazione tecnica” per creare corridoi sicuri per il trasporto di grano dai porti dell’Ucraina attraverso il mar Nero “sarà completata il prima possibile”, ha affermato il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu durante una conferenza stampa congiunta ad Ankara con l’omologo russo Serghei Lavrov trasmessa dalla Tv di Stato Trt. La richiesta della Russia di revocare le sanzioni è “legittima”, dice la Turchia nell’ambito del colloquio tra il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu e l’omologo russo Serghei Lavrov ad Ankara sulla crisi alimentare. Con il ministro turco, ha detto Lavrov, abbiamo parlato “dei problemi di trasporto del grano ucraino che i colleghi occidentali cercano di presentare come una catastrofe: in realtà solo meno dell’1% della produzione mondiale di grano e di altri cereali bloccati. Questo non ha a che fare con la crisi alimentare”. Lo ha detto il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov in conferenza stampa ad Ankara dopo l’incontro con l’omologo Cavusoglu. Lavrov ha tuttavia detto di apprezzare “gli sforzi dei nostri amici turchi per per sbloccare il grano, sminare i porti ucraini e permettere l’accesso alle navi straniere che al momento sono in ostaggio”. “La crisi alimentare non ha origine da questa guerra”, ha detto ancora Lavrov nella conferenza stampa congiunta ad Ankara. “La federazione russa non ha creato alcun ostacolo per il passaggio”. “La Russia continua la propria guerra anche oltre le frontiere ucraine attraverso le menzogne. Dice di voler impedire una carestia globale ma ruba le riserve di grano. E noi stiamo avviando una contro iniziativa della verità. La Russia non rispetta alcuna legge o convenzione di guerra e chiameremo i responsabili con il loro nome”. Lo ha detto il presidente della Rada dell’Ucraina Ruslan Stefanchiuk parlando alla Plenaria del Parlamento europeo. “Chi ha causato tanti danni dovrà risarcirli”, ha attaccato.
Nonostante abbia mantenuto la sua posizione dopo un voto di sfiducia in Parlamento, il primo ministro britannico deve ora resistere ad elezioni parlamentari suppletive che si terranno questo mese e, potenzialmente, anche a una divisione interna del suo partito.
La Gran Bretagna ha affrontato un panorama politico molto complesso e delicato, anche se il primo ministro è riuscito a rimanere in carica. La vittoria poco convincente di Boris Johnson in un voto di sfiducia del suo stesso partito lo lascia gravemente danneggiato, con poche possibilità per far risorgere le sue fortune e molte opportunità per i golpisti.
La posizione politica di Johnson potrebbe ulteriormente vacillare. Alcuni deputati del suo partito conservatore potrebbero chiedersi se la situazione sia ancora gestibile o ormai sia arrivata ad un punto di svolta.
Gli analisti politici hanno affermato che è stato un tentativo di “colpo di stato” mal gestito da parte di movimento organico di deputati conservatori, frustrati dopo mesi di rivelazioni su incontri sociali illeciti al 10 di Downing Street in un momento in cui il resto del paese stava patendo i blocchi pandemici.
Tra i più contrari c’è William Hague, un ex leader del Partito conservatore che è ha detto senza mezzi termini al primo ministro di dimettersi.
“Sono stati espressi voti che mostrano un livello di rifiuto mai visto rispetto a qualsiasi leader Tory abbia mai sopportato“, ha scritto Hague sul Times di Londra. “Nel profondo, dovrebbe riconoscerlo e rivolgere la sua mente a uscire in un modo che risparmi al partito e al paese tali agonie e incertezze“.
Niente però suggerisce che Johnson abbia intenzione di dimettersi. Ad una riunione di gabinetto ha affermato che era giunto il momento di mettere da parte le divisioni interne sul suo status e “continuare a parlare delle questioni di cui le persone in questo paese vogliano parlare“.
Il governo potrebbe anche varare una legislazione per rivedere le regole commerciali post-Brexit che regolano l’Irlanda del Nord. Ciò potrebbe compiacere gli hard-core Brexiteers del partito, alcuni dei quali hanno votato contro Johnson. Ma sarebbe inimicarsi l’Unione Europea in un momento in cui la Gran Bretagna non può permettersi ulteriori disordini.
La prova più grande che Johnson deve affrontare è come approvare una legge difficile quando oltre il 40% dei suoi legislatori ha votato per estrometterlo. Dover fare affidamento sul partito laburista di opposizione per mettere in atto proposte politiche sarebbe un percorso imbarazzante per un primo ministro noto per la sua spavalderia.
Con l’aumento dei prezzi di cibo e carburante, il governo deve affrontare decisioni difficili su tasse e spesa pubblica. Come li affronterà con un partito diviso è tutt’altro che chiaro.
In teoria, la vittoria di Boris Johnson nel voto di sfiducia significa che non potrà affrontare un’altra mozione di sfiducia per un anno, assicurandosi la sua posizione a Downing Street. In realtà, la sua posizione è diversa.
I primi ministri così indeboliti sono vulnerabili ai complotti e la loro autorità può essere ulteriormente minata dalle ribellioni tra i deputati in Parlamento che rendono impossibile far passare leggi chiave.
Le dimissioni dei ministri, in particolare quelli di alto livello, possono causare seri danni ai leader, soprattutto se orchestrate. Il gabinetto Johnson è composto in gran parte dai suoi sostenitori, il che rende questo meno probabile, ma non impossibile.
La regola che non si può ripetere una mozione di sfiducia per un anno potrebbe essere modificata anche dall’alta gerarchia del Partito conservatore in Parlamento.
Questo è stato il caso del precedente primo ministro, Theresa May, che è sopravvissuta a un voto di sfiducia nel dicembre 2018 ma ha annunciato le sue dimissioni dopo sei mesi date le incessanti pressioni.
Quindi, se un numero sufficiente di deputati conservatori conclude che vogliono le dimissioni di Johnson, ci sono ancora modi per costringerlo a ritirarsi.
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