La Guerra dei Sette Anni (1756-1763) fu la prima guerra globale combattuta In Europa, India e America.
La Guerra dei Sette Anni contrappose un’alleanza composta dalla Gran Bretagna, dalla Prussia e dall’elettorato di Hannover, contro l’alleanza di Francia, Austria, Svezia, Sassonia, Russia e infine Spagna. La guerra fu guidata dalla rivalità commerciale tra la Gran Bretagna e la Francia e dall’antagonismo che si sviluppò tra la Prussia, alleata della Gran Bretagna, e l’Austria, alleata della Francia.
Sul suolo europeo, la Gran Bretagna inviò diverse truppe per aiutare il suo alleato, la Prussia, letteralmente circondata da nemici. Ma l’obiettivo principale della guerra britannica era distruggere la Francia come rivale commerciale e così le mosse della Gran Bretagna si concentrarono sull’attacco alla Marina francese e soprattutto sulla distruzione delle colonie francesi d’oltremare, in America.
La Francia, in quel momento, era impegnata a combattere per difendere il suo alleato, l’Austria e aveva dunque poche risorse militari a disposizione per la protezione delle sue colonie.
Le ostilità in Nord America
Le attività iniziarono nel 1754 nella valle dell’Ohio, il cui possesso era stato rivendicato sia dai francesi che dagli inglesi. I francesi avevano costruito delle fortificazioni per rafforzare la loro presenza e in risposta il governatore della Virginia, allora colonia britannica, inviò il colonnello George Washington sulla frontiera dell’Ohio. Washington tese un’imboscata ad un piccolo distaccamento francese ma venne poi sconfitto dall’arrivo dei rinforzi.
Anche se la guerra non era stata ancora dichiarata ufficialmente, gli inglesi pianificarono un assalto contro le colonie d’Oltremare francesi. Il maggiore generale Edward Braddock e due reggimenti furono inviati in America, mentre altri reparti militari vennero rapidamente addestrati e inviati nelle colonie per lanciare un attacco su quattro fronti. Venuti a sapere di questi movimenti, i francesi ordinarono a 6 battaglioni al comando del Barone Armand Dieskaue di rafforzare Louisbourg e il Canada.
Le prime vittorie francesi
Nell’aprile del 1756, nuove truppe francesi arrivarono in Canada, assieme ad un nuovo comandante, il marchese De Montcalm. Il mese successivo, la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Francia. La strategia del Comandante in Capo francese, il marchese de Vaudreuil, era di mantenere gli inglesi sulla difensiva il più lontano possibile dagli insediamenti canadesi. Vaudreuil conquistò il forte Oswego, di proprietà britannica, sul Lago Ontario nel 1756, ottenendo il pieno controllo della Regione dei grandi laghi. Nell’agosto del 1757, i francesi conquistarono anche il forte William Henry sul lago George.
Nel frattempo, canadesi ed indigeni attaccarono gli insediamenti di frontiera americani. Questi ultimi non riuscirono a far fronte agli attacchi, cosìcchè la Gran Bretagna fu costretta ad inviare oltre 20.000 soldati nelle colonie, mentre la maggior parte della Marina Britannica fu impegnata a bloccare i porti francesi.
La strategia francese si basava sull’utilizzo di un piccolo esercito, aiutato dai canadesi e dagli indigeni, per bloccare la maggior parte delle forze militari britanniche all’interno del territorio, proteggendo così le colonie più preziose, come quella della Guadalupa, dagli attacchi.
La guerra cambia: le vittorie britanniche
Nel 1758, l’andamento della guerra si capovolse contro i francesi e gli inglesi lanciarono diversi importanti attacchi alle postazioni dei nemici. A luglio, il generale britannico James Abercrombie, con oltre 15.000 soldati britannici e americani, attaccò Fort Carillon, sconfiggendo il nemico con perdite minime.
In estate, gli inglesi lanciarono con successo un attacco anfibio a Louisburg, il che permise alle navi britanniche di raggiungere il fiume San Lorenzo. In agosto, gli inglesi distrussero Fort Frontenac, privando i francesi di un’importante quantità di rifornimenti per le truppe disposte sul fronte occidentale.
L’avanzata britannica pareva inarrestabile, tanto che gli alleati indigeni della Francia nella regione dell’Ohio decisero di fare una pace separata con gli inglesi, costringendo i francesi ad abbandonare le loro postazioni.
Nel 1759, gli inglesi conquistarono la Guadalupa nei Caraibi e con questa nuova base operativa organizzarono tre campagne militari contro le fortificazioni francesi sulla terraferma. Due eserciti britannici avanzarono sul Canada, mentre un terzo catturò la zona di Niagara. Nel frattempo, la Royal Navy britannica, guidata da James Wolf con 9000 uomini, sbarcò in Québec. Wolf cercò di attirare i francesi in una battaglia campale, attaccando i loro avamposti e assediando le loro città.
Il 13 settembre del 1759, una forza britannica di 4.500 uomini sbarcò a soli 3 km a Monte del Quebec. Invece di aspettare rinforzi, il generale francese Montcalm decise di attaccare. Così gli inglesi inflissero una sconvolgente sconfitta ai nemici. Sia Wolfe che Montcalm morirono per le ferite riportate durante la battaglia, ma la città si arrese pochi giorni dopo.
Le postazioni britanniche in Quebec erano però ancora deboli: la Royal Navy si ritirò dall’area prima dell’inverno, lasciando la guarnigione britannica isolata. Il generale de Lévis assunse dunque il comando dell’esercito francese e nell’aprile successivo inflisse una pesante sconfitta agli inglesi sul campo di battaglia. Gli inglesi furono costretti a ritirarsi in Quebec e Lévis assedio la città.
Ma il 16 maggio, quando le fregate britanniche arrivarono sul fiume San Lorenzo, Lévis dovette abbandonare l’assedio, ponendo fine ad ogni speranza di una riscossa francese. L’esercito francese si ritirò a Montreal e fu costretto ad arrendersi ad Amherst l’8 settembre 1760.
Fase finale
Nonostante le vittorie militari e navali, nel 1760 gli inglesi stavano raschiando il limite della bancarotta sotto un colossale debito nazionale. Il ministro della guerra, William Pitt, esortò il governo a dichiarare guerra alla Spagna, che fece un’alleanza difensiva con la Francia nell’agosto 1761.
Ma il nuovo re, Giorgio III, voleva la pace. Entro la fine dell’anno, Pitt venne rimosso dall’incarico. La guerra non sarebbe finita, tuttavia, fino al 1763.
La Gran Bretagna dichiarò guerra alla Spagna nel gennaio 1762 e continuò le sue operazioni all’estero. Nel febbraio e marzo 1762, gli inglesi presero Martinica, St. Lucia, Grenada e St. Vincent. Catturarono l’Avana dagli spagnoli in agosto, seguiti da Manila nell’ottobre 1762.
Il Trattato di Parigi
Nel frattempo, i governi di Gran Bretagna, Francia e Spagna stavano negoziando condizioni di pace. Il primo ministro del governo francese, il duca di Choiseul, era determinato a riconquistare le preziose colonie di zucchero della Martinica e della Guadalupa.
La Gran Bretagna accettò di restituire Martinica e Guadalupa alla Francia, ma si assicurò le isole dell’India occidentale di Dominica, Tobago, St. Vincent e Grenada.
La Spagna cedette la Florida agli inglesi, ma ricevette parte del vasto territorio francese della Louisiana. La Francia lasciò anche la Nuova Francia alla Gran Bretagna, poiché aveva un valore commerciale inferiore alle isole dello zucchero delle Indie occidentali o alle isole di pescatori dell’Atlantico settentrionale.
Effettivamente le dimensioni e la posizione della Nuova Francia la rendevano una colonia costosa da difendere e mantenere. Inoltre, Choiseul era convinto che le colonie americane, che non avevano più bisogno della protezione militare britannica, avrebbero presto combattuto per l’indipendenza.
Dodici anni dopo, le colonie americane insorsero infatti contro la Gran Bretagna. Ironia della sorte, fu solo con l’aiuto militare dei francesi che finalmente ottennero la loro indipendenza.
Il Trattato di Parigi fu firmato da Gran Bretagna, Francia e Spagna il 10 febbraio 1763 mentre il trattato di Hubertusburg fu firmato il 15 febbraio 1763 da Prussia, Austria e Sassonia e pose fine alla guerra nell’Europa centrale.
Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale parte dall’attentato di Sarajevo ( 28 giugno 1914) dove perse la vita l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, cui seguì dapprima la dichiarazione di guerra da parte dell’Impero austro-ungarico nei confronti della Serbia, protetta dalla Russia, poi dalla dichiarazione di guerra della Germania nei confronti sia della Russia che della Francia e più tardi dell’entrata nel conflitto dell’Inghilterra e, ultima, dell’Italia.
Il casus belli e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale
L’Europa viveva da diversi decenni un periodo di pace, nota come Belle Époque, dominata da floridi scambi commerciali e da una situazione di prosperità economica garantita dalle colonie.
Il 28 giugno del 1914, Gavrilo Princip, studente nazionalista serbo, uccise in un attentato, a colpi di pistola, l’arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia, eredi al trono dell’impero austro-ungarico. Princip, con il suo gesto, voleva punire l’Austria, ritenuta colpevole di impedire lo sviluppo della “Grande Serbia” e dunque l’indipendenza del suo popolo.
L’impero austro-ungarico emanò immediatamente un ultimatum nei confronti della Serbia. Si chiedeva la consegna immediata di tutti i soggetti pericolosi, il termine della propaganda anti austriaca, che proseguiva da diversi anni, e la possibilità da parte degli investigatori austriaci di individuare personalmente i responsabili dell’attentato.
La Serbia non aveva la minima intenzione di accettare tali condizioni. La piccola nazione, inoltre, era protetta dalla Russia, guidata dagli Zar, che garantì subito ai serbi il suo supporto militare.
Al rifiuto dell’ultimatum, l’Impero austro ungarico dichiarò guerra alla Serbia e così la Russia mobilitò immediatamente le sue forze.
In tutta l’Europa lo scoppio della Prima Guerra Mondiale
La Germania, alleata dell’impero austro-ungarico e dell’Italia secondo una alleanza nota come “Triplice Alleanza”, dichiarò immediatamente guerra alla Russia. Tecnicamente parlando, la triplice alleanza era un accordo di natura difensiva e la Germania sarebbe dovuta intervenire solo se l’impero austro-ungarico fosse stato attaccato, mentre in questa situazione era l’Austria ad aver dichiarato guerra ad un altro paese.
Nonostante questo, la mobilitazione russa, nonché una forte politica imperialista da parte del Kaiser Guglielmo II, preoccupò tanto la Germania da indurla ad entrare nel conflitto.
Dopo la dichiarazione della Germania, la Francia decise di mobilitare le sue forze militari, così la Germania dichiarò guerra anche alla Francia, basandosi su un piano militare pronto già dal 1905 ad opera del generale Von Schlieffen, che prevedeva l’invasione del Belgio neutrale per entrare nel paese francese.
L’invasione del Belgio da parte della Germania convinse l’Inghilterra a dichiarare guerra alla Germania e ad entrare anch’essa nella prima guerra mondiale.
Lo scoppio della prima guerra mondiale per l’Italia
L’Italia entrò per ultima nella Prima Guerra Mondiale. La politica italiana si divise tra neutralisti ed interventisti. Tecnicamente l’Italia era nemica dell’Austria, che durante le guerre di indipendenza aveva combattuto per stroncare la nascita del Regno d’Italia, mentre la Francia, soprattutto nella Seconda Guerra di Indipendenza, aveva aiutato il nostro paese a liberarsi dall’influenza austriaca.
Tuttavia, nel nostro paese si era sviluppato un forte sentimento antifrancese. Innanzitutto, la Francia aveva avuto un comportamento ambiguo durante il Risorgimento italiano, proteggendo militarmente lo Stato della Chiesa e rimandando la presa di Roma da parte dell’Italia. Tanto è vero, che l’Italia poté conquistare Roma solo quando la Francia, sconfitta nel corso della guerra franco-prussiana, non fu più in grado di offrire protezione armata al Papa.
Inoltre, la Francia aveva appena acquisito la colonia di Tunisia, che era invece nelle mire geopolitiche dell’Italia.
Tutte queste motivazioni convinsero l’Italia, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, a scendere in campo e ad entrare nel conflitto come alleata della Germania e dell’Austria.
Le interpretazioni sullo scoppio della Prima Guerra Mondiale
Sullo scoppio della prima guerra mondiale vi sono diverse interpretazioni.
La prima segue la teoria della “Composizione“, secondo cui l’attentato di Sarajevo sarebbe stato un evento totalmente imprevedibile che avrebbe portato, come un effetto domino, il resto dell’Europa nella prima guerra mondiale. Si tratterebbe dunque di una dinamica completamente imprevista per i contemporanei, senza la reale volontà di scatenare un conflitto su scala Europea.
Una seconda interpretazione, invece, ritiene che lo scoppio della Prima Guerra Mondiale sia stata innescata dall’attentato di Sarajevo ma fosse già in preparazione da diversi anni. In particolare, i sostenitori di questa teoria, citano la nascita del nazionalismo, che aveva portato i paesi ad una forte politica imperialista, alcune tensioni latenti seguite al crollo dell’impero Ottomano, e la corsa agli armamenti navali, dove la marina tedesca cercò di colmare il dislivello con la marina britannica.
La battaglia di Dunbar fu combattuta tra il New Model Army inglese, sotto Oliver Cromwell e l’esercito scozzese comandato da David Leslie, il 3 settembre 1650 vicino a Dunbar, in Scozia. La battaglia ha portato a una vittoria decisiva per gli inglesi. Fu la prima grande battaglia dell’invasione della Scozia del 1650, innescata dall’accettazione da parte della Scozia di Carlo II come re d’Inghilterra dopo la decapitazione di suo padre, Carlo I, il 30 gennaio 1649.
Dopo l’esecuzione di Carlo I, il parlamento inglese istituì un Commonwealth repubblicano in Inghilterra. Quando il loro ex alleato, la Scozia, riconobbe Carlo II come re di tutta la Gran Bretagna il 1 maggio 1650 e iniziò a reclutare un esercito per sostenerlo, gli inglesi inviarono il New Model Army, sotto il comando di Cromwell.
L’esercito è entrato in Scozia il 22 luglio, con una forza di oltre 16.000 uomini. Gli scozzesi si ritirarono a Edimburgo. Cromwell cercò di scontrarsi con gli scozzesi in una battaglia campale, ma gli avversari hanno evitato di entrare in battaglia su un campo favorevole a Cromwell che non è stato in grado di sfondare la loro linea difensiva. Alla fine di agosto, con il suo esercito indebolito a causa di malattie e mancanza di cibo, Cromwell si ritirò nel porto di Dunbar. L’esercito scozzese lo seguì e prese una posizione inattaccabile su Doon Hill, che dominava la città. Il 2 settembre gli scozzesi avanzarono verso Dunbar e gli inglesi presero posizione fuori città. L’esercito inglese era notevolmente indebolito ma anche molti degli uomini scozzesi più esperti erano stati congedati.
Prima dell’alba del 3 settembre gli inglesi lanciarono un attacco a sorpresa contro gli scozzesi, poco preparati. I combattimenti furono portati al fianco nord-orientale con i principali contingenti di cavalleria inglese e scozzese che combattevano in modo inconcludente, così come la fanteria inglese e scozzese.
A causa del terreno, David Leslie, ufficiale scozzese, non fu in grado di rinvigorire i combattimenti, mentre Cromwell usò la sua ultima riserva per aggirare gli scozzesi. La cavalleria scozzese non resse l’urto e la fanteria scozzese si ritirò combattendo ma subì pesanti perdite. Tra 300 e 500 scozzesi furono uccisi, circa 1.000 feriti e almeno 6.000 furono fatti prigionieri.
Dopo la battaglia, il governo scozzese si rifugiò a Stirling, dove David Leslie radunò ciò che restava del suo esercito. Gli inglesi conquistarono Edimburgo e il porto strategicamente importante di Leith. Nell’estate del 1651 gli inglesi attraversarono il Firth of Forth per sbarcare una forza a Fife, una contea storica, sconfissero gli scozzesi a Inverkeithing e così minacciarono le roccaforti settentrionali.
Leslie e Carlo II marciarono verso sud nel tentativo di radunare sostenitori realisti in Inghilterra. Il governo scozzese, lasciato in una situazione insostenibile, si arrese a Cromwell, che poi seguì l’esercito scozzese a sud. Alla battaglia di Worcester, esattamente un anno dopo la battaglia di Dunbar, Cromwell schiacciò l’esercito scozzese, ponendo fine alla guerra.
Preludio della battaglia
Una volta firmato il Trattato di Breda, il parlamento scozzese iniziò a reclutare uomini per formare un nuovo esercito, sotto il comando di David Leslie. Il loro scopo era aumentare le forze a 36.000 uomini, ma quel numero non fu mai raggiunto. Quando Cromwell entrò in Scozia, Leslie aveva circa 8.000-9.500 fanti e 2.000-3.000 cavalieri. Il governo istituì una commissione per epurare l’esercito da chiunque fosse considerato peccatore o indesiderabile. Questa epurazione rimosse molti ufficiali esperti e il grosso dell’esercito era composto da reclute con poca formazione o esperienza.
Leslie preparò una linea difensiva di terrapieni tra Edimburgo e Leith, e impiegò una politica di terra bruciata tra quella linea e i confini. Permise quindi a Cromwell di avanzare incontrastato. La mancanza di rifornimenti e l’ostilità della popolazione locale verso gli invasori inglesi, costrinse Cromwell a fare affidamento su una catena di approvvigionamento marittimo e a questo scopo invase i porti di Dunbar e Musselburgh. Le operazioni furono ostacolate dal persistente maltempo e dalle condizioni avverse oltre la carenza di cibo che causò molte malattie nell’esercito inglese, riducendone sostanzialmente la forza.
Cromwell ha tentato di portare il combattimento a Edimburgo. Avanzò sulle linee di Leslie il 29 luglio, occupando Arthur’s Seat e bombardando Leith da Salisbury Crags. Cromwell non riuscì a far uscire Leslie allo scoperto e gli inglesi si ritirarono per la notte a Musselburgh, il loro riposo fu interrotto da un gruppo di cavalleria scozzese che fece irruzione nel campo alle prime ore del mattino.
Per tutto agosto Cromwell continuò a cercare di attirare gli scozzesi fuori dalle loro difese in modo da consentire una battaglia campale. Leslie resistette, ignorando le pressioni della gerarchia scozzese laica e religiosa che lo invitava ad attaccare l’esercito indebolito di Cromwell. In realtà Leslie pensava che il maltempo persistente, la difficile situazione di approvvigionamento inglese e la dissenteria oltre alla febbre scoppiate nel campo avrebbero costretto Cromwell a ritirarsi in Inghilterra prima dell’arrivo dell’inverno.
Il 31 agosto Cromwell si ritirò e l’esercito inglese raggiunse Dunbar il 1 settembre, impiegò due giorni marciando per 27 km da Musselburgh, continuamente in pericolo, giorno e notte, da possibili attacchi scozzesi che li seguivano da vicino. La strada fu disseminata di attrezzature abbandonate e gli uomini arrivarono, secondoil capitano John Hodgson, uno dei loro ufficiali, come un “esercito povero, distrutto, affamato e scoraggiato”.
L’esercito scozzese puntava gli inglesi, bloccando la strada per Berwick e l’Inghilterra al Cockburnspath Defile, luogo facilmente difendibile. La loro forza principale si accampò a Doon Hill, una collina alta 177 metri, 3,2 km a sud di Dunbar, da dove potevano dominare la città e la strada costiera che correva a sud-ovest della città. La collina era quasi invulnerabile all’assalto diretto. L’esercito inglese aveva perso la libertà di manovra, sebbene potesse rifornirsi via mare e, se necessario, evacuare l’esercito allo stesso modo. Il 2 settembre Cromwell esaminò la situazione e scrisse al governatore di Newcastle avvertendolo di prepararsi per una possibile invasione scozzese. “Siamo qui per un impegno molto difficile. Il nemico ci ha bloccato la strada al passo di Copperspath, attraverso il quale non possiamo passare senza un miracolo. Giace così sulle colline che non sappiamo come percorrerla senza grandi difficoltà; e il nostro giacere qui ogni giorno consuma i nostri uomini che si ammalano oltre ogni immaginazione.”
Le forze in campo
Fanteria
Le formazioni di fanteria, l’equipaggiamento e le tattiche erano simili in entrambi gli eserciti, sebbene la formazione di base del reggimento variasse notevolmente in termini di dimensioni. Un reggimento di fanteria era composto sia da moschettieri che da picchieri. I moschettieri erano armati di moschetti che possedevano canne lunghe 1,2 m e, principalmente, meccanismi di fucile a miccia. Questi facevano affidamento sull’estremità di un pezzo di fiammifero a lento rilascio, un filo sottile imbevuto di salnitro, accendeva la polvere dell’arma una volta premuto il grilletto. Queste erano armi affidabili e robuste, ma la loro efficacia era estremamente ridotta in caso di maltempo. Il bilanciamento della prontezza al combattimento con la capacità logistica richiedeva un controllo accurato da parte degli ufficiali di un reggimento. Un piccolo numero di moschettieri su ciascun lato era equipaggiato con i più affidabili moschetti a pietra focaia.
I Picchieri
I picchieri erano dotati di picche: lunghe aste di legno con punte d’acciaio. Le picche in entrambi gli eserciti erano lunghe 5,5 m. I picchieri portavano anche una spada e in genere indossavano elmi d’acciaio ma nessun’altra armatura. I manuali militari dell’epoca suggerivano un rapporto di due moschettieri per ogni picchiere, ma in pratica i comandanti di solito tentavano di massimizzare il numero di moschettieri e un rapporto più alto.
L’organizzazione
Entrambi gli eserciti organizzarono i loro reggimenti di fanteria in brigate di tre reggimenti ciascuno, che erano tipicamente schierate con due reggimenti affiancati e il terzo dietro come riserva. A volte i due reggimenti avanzati di una brigata si amalgamavano in un unico elemento più grande. Gli uomini di ciascuna unità formavano quattro o cinque ranghi in profondità e con circa 1 metro per fila, quindi un reggimento di fanteria di 600 persone poteva formare 120 uomini di larghezza e 5 di profondità, dandogli una lunghezza di 120 metri e una profondità di 5 metri.
I picchieri erano posti al centro di una formazione, con i moschettieri divisi su ciascun lato. La classica tattica contro la fanteria prevedeva che i moschettieri sparassero sui loro avversari e una volta che si pensava che fossero stati sufficientemente indeboliti, la formazione di picchieri avrebbe avanzato, tentando di sfondare il centro nemico. Questo era noto come una “spinta del luccio”. Anche i moschettieri sarebbero avanzati, ingaggiando il nemico con i loro calci di moschetto, che erano stati placcati in acciaio per questo scopo e tentando di circondare la formazione avversaria.
Contro la cavalleria, la dottrina richiedeva alle unità di fanteria di restringere la distanza tra le loro file a circa 45 centimetri per uomo e di avanzare uniformemente. Per essere efficace contro la fanteria, la cavalleria doveva irrompere nella loro formazione e se gli uomini erano stati ammassati insieme ciò non era possibile. È stato accertato che fintanto che il morale della fanteria reggeva, la cavalleria avrebbe potuto fare poco contro il fronte di una tale formazione. Tuttavia, i fianchi e le retrovie erano sempre più vulnerabili poiché la fanteria si ammassava più vicina, ciò rendeva più difficili le manovre o girare l’unità.
La cavalleria Inglese
La maggior parte della cavalleria inglese utilizzava cavalli di pezzatura grande, per l’epoca. I cavalieri indossavano elmi di metallo con coda di aragosta che proteggeva la testa e, di solito, il collo, le guance e, in una certa misura, il viso. Indossavano giacche di pelle spessa non trattata e stivali lunghi fino alle cosce. L’armatura era conosciuta ma poco utilizzata. Erano armati ciascuno con due pistole e una spada. Le pistole erano lunghe da 46 cm a 61 cm e avevano una portata effettiva molto limitata.
La maggior parte, ma non tutte, le pistole di cavalleria avevano meccanismi di sparo a pietra focaia, che erano più affidabili in condizioni di tempo umido o ventoso rispetto ai meccanismi a miccia. I meccanismi a pietra focaia erano più costosi e di solito erano riservati alla cavalleria, che trovava scomodo accendere e usare la pistola mentre dovevano controllare l’andamento del cavallo. Le spade erano dritte, lunghe 90 cm ed efficaci sia nel taglio che nella spinta. La cavalleria era solitamente posizionata su ciascun fianco della fanteria.
La cavalleria Scozzese
La cavalleria scozzese era equipaggiata in modo simile, con elmi, pistole, spade e nessuna armatura, sebbene i loro ranghi anteriori portassero lance al posto delle pistole. La differenza principale era che i cavalli scozzesi erano più piccoli e leggeri; questo dava loro una maggiore manovrabilità ma li metteva in svantaggio in uno scontro faccia a faccia. Le tattiche di cavalleria inglese avevano lo scopo di utilizzare i loro punti di forza. Avrebbero avanzato in una formazione compatta, con le gambe dei loro cavalieri intrecciate, non più veloci di un trotto, al fine di mantenere la formazione. Avrebbero scaricato le loro pistole a brevissima distanza e, entrando in contatto, avrebbero tentato di usare il solo peso delle loro cavalcature e la massa della loro formazione per respingere gli avversari e fare irruzione nei loro ranghi.
Il primo assalto
Intorno alle 4 di mattino del 3 settembre la cavalleria inglese avanzò per eliminare i picchetti scozzesi dai tre punti di attraversamento militarmente praticabili del Brox Burn: Brand’s Mill, il guado stradale e a nord di Broxmouth House. I picchetti furono colpiti e scoppiò un confuso scontro a fuoco. La pioggia cessò permettendo al chiaro di luna di illuminare la scena. L’artiglieria di entrambe le parti aprì il fuoco, cosa successe non è noto. Al primo accenno dell’alba la brigata di cavalleria di Lambert attraversò il Brox Burn al guado della strada e si fermò dall’altra parte senza alcun problema. Le cavalcature inglesi erano in buone condizioni e i tre reggimenti avanzarono nella loro solita formazione serrata. Nonostante l’attività della notte, la formazione avanzata della cavalleria scozzese non era preparata all’azione e il suo comandante, Montgomerie, probabilmente non era presente. Gli scozzesi furono colti di sorpresa, alcuni erano ancora nelle loro tende e furono colpiti dagli inglesi.
Più o meno nello stesso momento Monck spinse la sua brigata di fanteria attraverso il Brox Burn a Brand’s Mill e attaccò la brigata di fanteria scozzese di Lumsden. Gli uomini di Lumsden erano allo sbando. Reese riferisce che molti di loro erano nuove reclute che si erano unite alla brigata solo di recente.
I moschettieri di Monck lanciarono due raffiche, ricevendo in cambio poco fuoco e caricarono insieme ai loro picchieri. Il fuoco dei cannoni da campo inglesi colpì la linea scozzese. Ci sono resoconti contrastanti e talvolta confusi di ciò che è successo dopo. Reid fece andare in frantumi la brigata scozzese. Le truppe di Monck le inseguirono ma furono poi colte da un contrattacco dell’altra brigata scozzese.
Secondo Reese, i reggimenti di Lumsden mantennero la loro coesione e, rinforzati dalle truppe della Brigata Lawers, respinsero Monck.
Rossi: Inglesi – Blu: Scozzesi
Nel frattempo, la carica di cavalleria di Lambert si fermò dentro l’accampamento dei cavalieri scozzesi, con la sua formazione però non coordinata dopo aver inseguito la cavalleria scozzese di prima linea. Mentre si stavano riorganizzando, furono caricati dalla cavalleria di seconda linea di Strachan e respinti. Reese riferisce che era quasi l’alba, nuvoloso, nebbioso, occasionalmente c’erano forti acquazzoni e che grandi nubi di fumo di cannoni e moschetti si stavano diffondendo sul campo di battaglia: l’effetto sarebbe stato quello di limitare notevolmente visibilità e consapevolezza della situazione.
Contemporaneamente, la brigata di Lilburne di altri tre reggimenti di cavalleria aveva attraversato il Brox Burn, si era preparata e si era mossa per rinforzare Lambert. I combattimenti sembrano essersi articolati in una serie di azioni sparse per la pianura costiera, con il focus che si sposta lentamente verso est.
La brigata di fanteria di Thomas Pride composta da tre reggimenti era a nord-ovest della cavalleria e attraversò il Brox Burn a nord di Broxmouth, virò a destra e marciò a sud, dietro la mischia di cavalleria in corso e rinforzò la Brigata di Monck che era stata respinta dalla fanteria scozzese della Lawers Brigade e, forse, da quella di Lumsden. Nella confusione i reggimenti di Pride entrarono in azione frammentati e quelli più a sinistra, di Lambert, ma ingaggiarono solo molto in ritardo vicino a Little Pinkerton. Leslie aveva tre brigate di fanteria non impegnate, ma furono schiacciate tra il ripido pendio di Doon Hill e il Brox Burn e non furono in grado di combattere. Dietro tutti questi, tenuto in riserva, c’era il reggimento del Lord General di Cromwell, rinforzato da due compagnie di dragoni.
Manovra di aggiramento
Come per altri aspetti della battaglia, le fonti differiscono su ciò che è successo dopo. Reid e Royle scrivono separatamente che il reggimento guidato da William Packer, attraversò il Brox Burn a nord di Broxmouth, accanto o dietro la brigata di Pride. Quindi marciò a sud-est, si fermò tra la tentacolare battaglia di cavalleria e la costa, sul fianco destro degli scozzesi, li caricò e mise in fuga l’intera forza di cavalleria. Wanklyn è d’accordo con questo punto generale, ma afferma che è stata la brigata di fanteria di Pride a guidare la carica sul fianco.
Rossi: Inglesi – Blu: Scozzesi
Cromwell e Lambert impedirono un inseguimento e osservarono la situazione mentre la cavalleria inglese si riorganizzava. Cromwell ordinò alla sua cavalleria di spostarsi a nord-ovest, dove si stava svolgendo la lotta tra fanteria e un”altra unità e caricò le truppe sul fianco destro e la loro formazione crollò.
Secondo i resoconti inglesi, la resistenza scozzese crollò a questo punto, con le brigate scozzesi non impegnate gettarono le armi e fuggirono. Reid fa notare che, poiché molti dei reggimenti scozzesi interessati stavano combattendo da tempo, il loro ritiro potrebbe essere stato più lento e meno impaurito di quanto raccontato dagli inglesi. Leslie potrebbe aver spostato la sinistra e il centro del suo esercito fuori dal campo prima che la resistenza crollasse. Le brigate di Holborne e Innes attraversarono il Brox Burn vicino a quello che oggi è il ponte Doon, il ponte non esisteva all’epoca, e si ritirarono a est in buon ordine, schermate dalla piccola brigata di cavalleria di Stewart. La Brigata di Pitscottie coprì la loro ritirata e mentre due dei suoi reggimenti fuggirono con poche perdite, uno – quello di Wedderburn – fu quasi spazzato via; presumibilmente mentre proteggeva la ritirata degli altri scozzesi sopravvissuti.
La cavalleria scozzese che teneva Cockburnspath Defile si ritirò e si unì alla cavalleria scozzese sconfitta dalla loro ala destra. Percorsero un ampio anello a sud e poi a ovest di Doon Hill e si unirono alla forza principale di Leslie mentre si ritirava verso la loro base avanzata a Haddington, 13 km a ovest del campo di battaglia.
Le fonti differiscono per quanto riguarda le vittime scozzesi. Cromwell afferma che sono stati “uccisi quasi quattromila uomini” e catturati 10.000 scozzesi. Il giorno dopo la battaglia furono rilasciati tra i 4.000 e i 5.000 prigionieri. Diverse fonti moderne accettano queste cifre sebbene altri le respingano. Reid li descrive come assurdi. L’analista scozzese James Balfour registrò “8 o 900 uccisi”.
Il realista inglese Edward Walkerha 6.000 prigionieri presi e 1.000 rilasciati. Dal racconto di Walker, Reid calcola che furono uccisi meno di 300 scozzesi. Brooks usa il numero noto di scozzesi feriti, circa 1.000, per stimare i loro morti in 300-500. Tutti i resoconti concordano sul fatto che circa 5.000 prigionieri scozzesi furono condotti a sud e che 4.000-5.000 scozzesi sopravvissero per ritirarsi verso Edimburgo. Oltre la metà di loro formava corpi di fanteria. Le vittime inglesi furono basse, Cromwell le indicò in 30-40 uccisi.
Foto: By Harrias – Own work, based on Reese, Peter (2006). Cromwell’s Masterstroke: The Battle of Dunbar 1650. Barnsley: Pen and Sword. ISBN 978-1-84415-179-0, p. 86; Reid, Stuart (2008) [2004]. Dunbar 1650: Cromwell’s Most Famous Victory. Oxford: Osprey Publishing.
La guerra di Chioggia (1378 e il 1381) si è tenuta tra la Repubblica di Genova e la Repubblica di Venezia nella seconda metà del 1300. Le due Repubbliche Marinare si affrontarono militarmente per contendersi il dominio dei traffici commerciali in Oriente, soprattutto nella zona del Levante.
Dopo la conquista genovese dell’isola di Cipro (1378), e una prima vittoria veneziana al largo di Capo d’Anzio, i genovesi vinsero la battaglia di Pola (1379), assediando Venezia fino nella sua Laguna. I veneziani, dopo alcuni mesi di assedio, riconquistarono interamente il territorio della laguna, scacciando la flotta genovese, vincendo la guerra. La guerra di Chioggia si concluse con la pace di Torino dell’8 agosto 1381.
La sconfitta genovese nella guerra di Chioggia segnò il declino della supremazia della Repubblica di Genova nei commerci orientali, mentre la Repubblica di Venezia continuò ad essere la più potente Repubblica marinara nei secoli successivi.
Casus Belli: lo scoppio della guerra di Chioggia
Nella seconda metà del Trecento, Genova e Venezia erano le due Repubbliche Marinare più potenti d’Europa e si contendevano ormai da decenni la supremazia nei commerci in Oriente, precisamente nella zona del Levante. La lotta si concentrò specialmente sul possesso dell’isola di Tenedo, che era in una posizione strategica per i commerci.
Inoltre, entrambe le repubbliche cercavano di influire sull’elezione dell’imperatore di Costantinopoli, in particolare Venezia appoggiava Giovanni V Paleologo, e Genova suo figlio, Andronico IV.
Nel 1369, il Re dell’isola di Cipro, Pietro I di Lusignano, morì per una congiura. Durante il banchetto per l’elezione del suo successore, Pietro II, il Console di Genova, Paganino Doria, e il Bailo Veneziano, Marino Malipiero, vennero alle mani. La rissa si trasformò in una strage, dove Veneziani e ciprioti alleati uccisero tutti i mercanti Genovesi sull’isola.
Genova organizzò allora una spedizione militare con 14 mila soldati e 42 galee da guerra che assediò Famagosta, la capitale di Cipro. I veneziani, impegnati in una guerra contro il signore di Padova, Francesco da Carrara, non poterono intervenire. Alla fine Genova conquistò Cipro, imponendo il pagamento di 2 milioni di Fiorini d’oro e 40.000 Fiorini annui come indennizzo.
Di lì a poco, Genova aiutò l’elezione di Andronico IV sul trono di Costantinopoli, scacciando il padre Giovanni V Paleologo, in cambio della cessione dell’isola di Tenedo. Ma il deposto imperatore, appoggiato da Venezia e dal sultano turco Murad, riconquistò la sua posizione. Alla fine, le tensioni divennero inconciliabili e Venezia dichiarò guerra a Genova.
La guerra di Chioggia: la battaglia di Capo d’Anzio
Il primo scontro si tenne il 30 maggio del 1378 a Capo d’Anzio, presso le foci del fiume Tevere. Il “Capitano da Mar” veneziano Vettor Pisani, con 14 galee, attaccò a sorpresa il comandante genovese Luigi del Fiesco. che guidava 16 galee. I veneziani vinsero la battaglia. Dopodiché, le loro navi da guerra si mossero all’assedio di Cipro per scacciare tutti i Genovesi presenti sull’isola.
La Repubblica di Genova inviò allora una flotta guidata dall’ammiraglio Luciano Doria direttamente nel mare Adriatico contro Venezia. Genova si alleò anche con i nemici storici dei veneziani, tra cui gli ungheresi e Francesco da Carrara.
Vettor Pisani, saputo che la sua madrepatria si trovava in pericolo, si mosse immediatamente contro l’avversario. Devastò le colonie Genovesi di Focea, Chio e Mitilene, e puntò dritto verso la laguna di Venezia.
Le flotte Veneziani e Genovesi si trovarono presso Pola, odierna Croazia, dove avvenne il fulcro dei combattimenti.
La guerra di Chioggia: la battaglia di Pola
Nella battaglia di Pola, svolta fondamentale nella guerra di Chioggia, l’ammiraglio genovese Luciano Doria si presentò con 18 galee per sfidare l’avversario Veneziano. Vettor Pisani, in realtà, non aveva intenzione di combattere, consapevole di avere un numero di navi inferiori. Ma i suoi luogotenenti e consiglieri militari erano sicuri di vincere e lo convinsero ad accettare la battaglia navale.
Durante gli scontri, i veneziani riuscirono dapprima ad uccidere Luciano Doria: ma la flotta genovese, privata del suo comandante, non si perse d’animo ed eseguì un contrattacco. La flotta Veneziana venne completamente sbaragliata. I veneziani contarono 700 morti, 2400 prigionieri e 15 galee conquistate. I soldati Genovesi, nonostante la resa del nemico, trucidarono altri 800 marinai Veneziani.
Un dipinto del ‘500 ispirato alla guerra di Chioggia
Venuta a sapere della vittoria, la Repubblica di Genova inviò un altro comandante, Pietro Doria, con altre 47 galee da guerra per assediare direttamente la capitale nemica. Dopo aver devastato le colonie veneziane di Grado e di Caorle, la flotta genovese si diresse direttamente contro Venezia per un assedio. Venezia si preparò a difendersi, ed inviò immediatamente dei messaggi per chiamare in soccorso Carlo Zeno, comandante della flotta Veneziana in Oriente.
La guerra di Chioggia: l’assedio genovese alla laguna di Venezia
I Genovesi assediarono la laguna di Venezia. Pietro Doria attaccò la zona di Chioggia minore, oggi nota come Chioggia Sottomarina, per procedere poi all’attacco di Chioggia Maggiore, difesa dal Podestà Pietro Emo, che resistette stoicamente con 3000 soldati, ma che dovette in breve arrendersi.
Conquistata Chioggia Maggiore, i genovesi attaccarono anche l’isola di Pellestrina, che garantiva di fatto l’accesso alla zona meridionale della laguna di Venezia.
Messa alle strette, Venezia si decise a trattare. Tre ambasciatori Veneziani si presentarono di fronte a Pietro Doria, offrendogli un foglio bianco, e chiedendo di scrivere qualsiasi condizioni di pace avesse voluto, a patto di non distruggere la città e di risparmiare la vita ai suoi abitanti.
Ma Pietro Doria inflisse ai veneziani la massima umiliazione: egli rispose che “sarebbe stato soddisfatto solamente quando avrebbe imbrigliato i cavalli di bronzo della Basilica di San Marco”. Così, i veneziani interruppero le trattative e si decisero per la resistenza ad oltranza.
La guerra di Chioggia: la riscossa dei veneziani
Venezia mobilitò tutte le sue forze: venne richiamato Vettor Pisani, precedentemente incarcerato perché ritenuto responsabile della sconfitta di Pola.
Egli venne accompagnato da un altro ammiraglio, Jacopo Cavalli . Vennero assemblate in poco tempo 40 galee da guerra, oltre ad una disposizione di artiglieria che abbracciava tutta la laguna veneta. Tutti gli abitanti di Venezia, compresi i frati e i religiosi , presero le armi. Tutti i canali vennero sbarrati e gli accessi alle città presidiati dall’esercito.
Iniziò allora una nuova fase della guerra di Chioggia. Il contrattacco Veneziano fu estremamente efficace. In particolare, gli ammiragli Veneziani ebbero l’idea di riempire alcune navi con dei massi per farle affondare ed intrappolare le navi Genovesi, che vennero circondate.
Gli scontri proseguivano imperterriti fino a quando il primo gennaio del 1380, l’ammiraglio veneziano Carlo Zeno si presentò di fronte alla laguna di Venezia con 18 galee a rinforzo. Gli scontri si fecero ancora più duri, mentre i Genovesi erano assediati ovunque. Durante la guerra, i veneziani fecero un ottimo uso della polvere da sparo, fino a che l’ammiraglio genovese Pietro Doria morì colpito da una palla di cannone.
Il suo sostituto, Napoleone Grimaldi, non fu capace di resistere agli attacchi di Vettor Pisani. Carlo Zeno diede inoltre ordine ai suoi 6000 uomini di sbarcare e di combattere appiedati. Al termine degli scontri, 10mila marinai Genovesi furono sconfitti.
Genova inviò due generali a rinforzo: Gaspare Spinola e Matteo Maruffo partirono con 39 navi da guerra, che avevano il compito di spezzare l’assedio nei confronti dei Genovesi intrappolati. Ma la flotta Veneta fu in grado di neutralizzare tutti i rinforzi nemici. Gli ammiragli Genovesi proposero più volte ai veneziani dei combattimenti in mare aperto, ma i Veneziani si rifiutarono, per non perdere il terreno che avevano conquistato tramite azioni di guerriglia.
Dopo un ultimo tentativo di fuga da parte dei Genovesi intrappolati, che cercarono di scappare a bordo di zattere improvvisate, gli sconfitti chiesero la resa. Venezia, memore dell’umiliazione subita, rifiutò categoricamente.
Alla fine, i veneziani ripresero il controllo dell’isola di Pellestrina e Carlo Zeno catturò 4200 marinai genovesi e 19 galee nemiche.
Venezia festeggiò la liberazione e la vittoria sui Genovesi: il doge Contarini, accompagnato da Vettor Pisani, sfilò per tutta la città, mentre venivano trascinate a rimorchio le navi da guerra Genovesi al contrario, affinché le insegne militari fossero sott’acqua, massima offesa nel mondo della Marina Militare del tempo.
Dalla guerra di Chioggia alla pace di Torino
Venezia aveva vinto la guerra di Chioggia, ma entrambe le repubbliche erano esauste.
Dopo alcuni falliti tentativi di trattative, Amedeo VI di Savoia convocò i principali regnanti del tempo per porre fine alla guerra. Veneziani, Genovesi, Ungheresi, Carraresi e Visconti parteciparono all’iniziativa.
Si giunse così alla pace di Torino dell’8 agosto 1381. Venezia, che nonostante la vittoria aveva una vasta serie di nemici, dovette fare alcune concessioni territoriali per ottenere la pace. Venezia concesse la Dalmazia al Re di Ungheria, la città di Treviso al Duca d’Austria e l’isola di Tenedo ad Amedeo di Savoia.
Ai veneziani e ai genovesi venne proibito per due anni di frequentare con le loro navi da guerra o commerciali la zona attorno a Costantinopoli. Infine, venne riconfermato sul trono di Costantinopoli Giovanni V Paleologo.
Le conseguenze della guerra di Chioggia
La guerra di Chioggia aveva fiaccato le finanze di Genova e di Venezia. Tuttavia, Venezia riuscì a mantenere quasi intatti tutti i suoi interessi commerciali nel Mediterraneo e in Oriente. La Repubblica veneta dominò ancora per diversi secoli, e il suo potere venne avviato al declino solo dalla scoperta delle Americhe, che modificò le rotte commerciali mondiali, e dall’invasione delle truppe francesi di Napoleone, nell’Ottocento.
Genova, invece, conobbe immediatamente un declino nella sua supremazia navale nel Mediterraneo orientale, e modificò la propria politica puntando tutto sulla finanza e sulla costituzione di grandi gruppi bancari, che arrivarono a finanziare interi stati europei.
Bashar Hafez al-Assad è nato l’11 settembre 1965 ed è il 19° presidente della Siria dal 17 luglio 2000. Inoltre, è il comandante in capo delle forze armate siriane e il segretario Generale del Comando Centrale del Partito Arabo Socialista Ba’ath .
Suo padre, Hafez al-Assad, è stato il presidente della Siria prima di lui dal 1971 al 2000. Nato e cresciuto a Damasco, Bashar al-Assad si è laureato alla facoltà di medicina dell’Università di Damasco nel 1988 e ha iniziato a lavorare come medico nell’esercito siriano. Quattro anni dopo, ha frequentato gli studi post-laurea presso il Western Eye Hospital di Londra, specializzandosi in oftalmologia. Nel 1994, dopo che suo fratello maggiore Bassel morì in un incidente d’auto, Bashar fu richiamato in Siria per assumere il ruolo di Bassel come erede. Entrò nell’accademia militare, assumendo la direzione della Presenza militare siriana in Libano nel 1998.
Gli esperti di politica medio orientale hanno indicato il governo della famiglia Assad in Siria come una dittatura personalista. Il 17 luglio 2000 Assad è diventato presidente, succedendo a suo padre, morto in carica il 10 giugno 2000. Nelle elezioni senza alcun concorrente valido del 2000 e del 2007, ha ricevuto rispettivamente il 97,29% e il 97,6% dei voti. Il 16 luglio 2014, Assad ha prestato giuramento per altri sette anni dopo che un’altra elezione gli ha dato l’88,7% dei voti. L’elezione si è svolta solo nelle aree controllate dal governo siriano durante la guerra civile in corso nel Paese ed è stata criticata dalle Nazioni Unite. Assad è stato rieletto nel 2021 con oltre il 95% dei voti in un’altra elezione nazionale non democratica. Durante tutta la sua leadership, i gruppi per i diritti umani hanno segnalato diverse violazioni dei diritti umani in Siria. Il governo di Assad si definisce laico, mentre alcuni politologi scrivono che il suo regime sfrutta le tensioni settarie nel Paese.
Gli Stati Uniti, l’ Unione Europea e la maggioranza della Lega Araba nel 2011 hanno chiesto le dimissioni di Assad dalla presidenza dopo che il Presidente siriano ordinò una violenta repressione dei manifestanti della Primavera Araba, situazione che portò alla guerra civile siriana. Nel dicembre 2013, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Navi Pillay ha dichiarato che i risultati di un’indagine delle Nazioni Unite accusavano Assad di essere autore di crimini di guerra. Il meccanismo investigativo congiunto OPCW-ONU ha concluso nell’ottobre 2017 che il governo di Assad era responsabile dell’attacco chimico di Khan Shaykhun.
Nel giugno 2014, l’American Syrian Accountability Project ha accusato Assad di crimini di guerra a carico di funzionari governativi e ribelli che ha inviato alla Corte penale internazionale. Assad ha respinto le accuse di crimini di guerra e ha criticato l’intervento guidato dagli americani in Siria per aver tentato il cambio di regime.
Bashar al-Assad. Ascesa al potere
Subito dopo la morte di Bassel, Hafez al-Assad decise di fare del figlio Bashar il nuovo erede. Nei successivi sei anni e mezzo, fino alla sua morte nel 2000, Hafez ha preparato Bashar a prendere e gestire il potere. Il generale Bahjat Suleiman, un ufficiale delle Compagnie di difesa, fu incaricato di supervisionare i preparativi per una transizione graduale. In primo luogo, è stato costruito il supporto per Bashar nell’apparato militare e di sicurezza. In secondo luogo, l’immagine di Bashar è stata fatta conoscere al pubblico siriano. E, infine, Bashar ha familiarizzato con i meccanismi di gestione del Paese.
Bashar è entrato nell’accademia militare di Homs nel 1994 ed è stato approvato per i ranghi superiori per diventare poi un colonnello dell’élite della Guardia repubblicana siriana nel gennaio 1999. Per stabilire un potere più solido di Bashar nell’esercito, i vecchi comandanti di divisione furono invitati ad andare in pensione e al loro posto arrivarono giovani ufficiali alawiti fedeli a Bashar.
Nel 1998, Bashar al-Assad ha preso in carico il fascicolo siriano sul Libano, che dagli anni ’70 era stato gestito dal vicepresidente Abdul Halim Khaddam, che fino ad allora era stato un potenziale contendente alla presidenza. Prendendo in carico gli affari siriani in Libano, Bashar riuscì a mettere da parte Khaddam e stabilire la propria base di potere in Libano. Nello stesso anno, dopo una piccola consultazione con i politici libanesi, Bashar insediò Emile Lahoud, un suo fedele alleato, come presidente del Libano e mise da parte l’ex primo ministro libanese Rafic Hariri. Per indebolire ulteriormente il vecchio ordine siriano in Libano, Bashar sostituì l’Alto Commissario siriano del Libano, Ghazi Kanaan, con Rustum Ghazaleh.
Parallelamente alla sua carriera militare, Bashar era impegnato negli affari pubblici. Gli furono concessi ampi poteri e divenne capo dell’ufficio per ricevere denunce e appelli dei cittadini e condusse una campagna contro la corruzione. Come risultato di questa campagna, molti dei potenziali rivali di Bashar per la presidenza furono processati per corruzione. Bashar divenne anche presidente della Syrian Computer Society e contribuì a introdurre Internet in Siria, cosa che aiutò la sua immagine di modernizzatore e riformatore.
La presidenza
Dopo la morte di Hafez al-Assad il 10 giugno 2000, la Costituzione della Siria fu modificata. L’età minima richiesta per essere presidneti fu abbassata da 40 a 34 anni, che all’epoca era l’età di Bashar.
Assad è stato poi confermato presidente il 10 luglio 2000, con il 97,29% dei voti. In linea con il suo ruolo di presidente della Siria, è stato anche nominato comandante in capo delle forze armate siriane e segretario regionale del partito Ba’ath.
Immediatamente dopo il suo insediamento, si fa strada un movimento di riforma anche grazie alle pressioni esterne della Primavera di Damasco, che portarono alla chiusura della prigione di Mezzeh e alla dichiarazione di un’amnistia ad ampio raggio che liberò centinaia di prigionieri politici affiliati ai Fratelli Musulmani. Tuttavia, nel corso dei mesi sono ricominciate le misure di repressione. Molti analisti hanno affermato che la riforma sotto Assad era stata inibita dalla “vecchia guardia”, membri del governo fedeli al suo defunto padre.
Durante la guerra al terrore, Assad si è alleato con l’Occidente. La Siria è stata un importante sito di scambi da parte della CIA di sospetti di al-Qaeda che sono stati interrogati nelle carceri siriane.
Subito dopo che Assad ha assunto il potere, “ha reso il legame della Siria con Hezbollah e i suoi sostenitori a Teheran la componente centrale della sua dottrina sulla sicurezza“, afferma Ronen Bergman del New York Yimes e nella sua politica estera, Assad si trasforma in un critico esplicito contro Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita Arabia e Turchia.
Nel 2005 viene assassinato Rafic Hariri, l’ex primo ministro libanese. Il Christian Science Monitor ha scritto: “la Siria è stata accusata dell’omicidio di Hariri. Nei mesi precedenti l’assassinio, le relazioni tra Hariri e il presidente siriano Bashar al-Assad sono precipitate in un’atmosfera di minacce e intimidazioni“. La BBC ha pubblicato nel dicembre 2005 che un rapporto provvisorio delle Nazioni Unite “implicava funzionari siriani“, mentre “Damasco ha fortemente negato il coinvolgimento nell’autobomba che ha ucciso Hariri a febbraio“.
Il 27 maggio 2007, Assad è stato eletto per un altro mandato di sette anni con il 97,6% dei voti a sostegno della sua continua leadership. I partiti di opposizione non erano ammessi nel paese e Assad era l’unico candidato al referendum dove si chiedeva se si volesse “approvare la candidatura di Bashar al-Assad al posto di presidente della Repubblica”. Più di 11 milioni hanno risposto sì, con appena 19.653 no e 253mila schede bianche.
La guerra civile siriana
Le proteste di massa in Siria sono iniziate il 26 gennaio 2011. I manifestanti hanno chiesto riforme politiche e il ripristino dei diritti civili, nonché la fine dello stato di emergenza in vigore dal 1963. Un tentativo di “venerdì della rabbia” era fissato per il 4-5 febbraio, e si è concluso senza incidenti. Le proteste del 18-19 marzo sono state le più grandi che hanno avuto luogo in Siria per decenni e l’autorità siriana ha risposto con la violenza contro i suoi cittadini che protestavano.
Gli Stati Uniti hanno imposto alcune sanzioni contro il governo di Assad nell’aprile 2011, seguite dalla protesta ufficiale di Barack Obama del 18 maggio 2011 contro Bashar Assad specificamente e altri sei alti funzionari. Il 23 maggio 2011, in una riunione a Bruxelles, i ministri degli esteri dell’UE hanno concordato di aggiungere Assad e altri nove funzionari a un elenco interessato da divieti di viaggio e congelamento dei beni. Il 24 maggio 2011, il Canada ha imposto sanzioni ai leader siriani, compreso Assad.
Il 20 giugno, in risposta alle richieste dei manifestanti e alle pressioni straniere, Assad ha promesso un dialogo nazionale che avrebbe coinvolto il movimento verso le riforme, nuove elezioni parlamentari e maggiori libertà. Ha anche esortato i rifugiati a tornare a casa dalla Turchia, assicurando loro l’amnistia e incolpando dei disordini un piccolo numero di sabotatori. Assad ha poi accusato gli oppositori di “cospirazione” e l’opposizione siriana e i manifestanti di “fitna”, un violento e drammatico scontro civile – teologico ma anche politico – che si sviluppò nel corso del primo Islam, rompendo così con la rigida tradizione di laicità del Partito Ba’ath siriano.
Nel luglio 2011, il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha affermato che Assad aveva “perso la legittimità” come presidente. Il 18 agosto 2011, Barack Obama ha rilasciato una dichiarazione scritta che esortava Assad a “farsi da parte”.
Dall’ottobre 2011, la Russia, in qualità di membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU , ha ripetutamente posto il veto al Consiglio di sicurezza dell’ONU sulle richieste da parte dall’Occidente di sanzioni dell’ONU contro la Siria, o addirittura di un intervento militare, contro il governo di Assad.
Entro la fine di gennaio 2012 oltre 5.000 civili e manifestanti erano stati uccisi dall’esercito governativo siriano, agenti di sicurezza e milizia siriani, fu appurato poi l’uso della cosiddetta Shabiha, un corpo speciale siriano che in abiti civili si mischiava ai manifestanti creando disordini e poi uccidendo gli stessi civili, mentre 1.100 persone erano state uccise da “forze armate terroristiche “.
Il 10 gennaio 2012, Assad ha tenuto un discorso in cui ha affermato che la rivolta era stata progettata da paesi stranieri e ha proclamato che “la vittoria era vicina”. Ha anche affermato che la Lega Araba, sospendendo la Siria, ha rivelato che non era più araba. Tuttavia, Assad ha anche affermato che il paese non “avrebbe chiuso le porte” a una soluzione mediata da arabi se la “sovranità nazionale” fosse rispettata. Ha anche affermato che si sarebbe potuto tenere un referendum su una nuova costituzione.
Il 6 gennaio 2013, Assad, ha affermato che il conflitto nel suo paese era dovuto a “nemici” al di fuori della Siria e che questi sarebbero “andati all’inferno” e che avrebbe “dato loro una lezione”.
Nel 2015, diversi membri della famiglia Assad sono morti a Latakia in circostanze poco chiare. Il 14 marzo, un influente cugino di Assad e fondatore della shabiha, Mohammed Toufic al-Assad, è stato assassinato con cinque colpèi di arma da fuoco alla testa a Qardaha, la casa della famiglia Assad. Nell’aprile 2015, Assad ha ordinato l’arresto di suo cugino Munther al-Assad ad Alzirah. Non è chiaro se l’arresto sia dovuto a crimini reali.
Il 4 settembre 2015, il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che la Russia stava fornendo al governo di Assad un aiuto sufficientemente “serio“: con supporto sia logistico che militare. Poco dopo l’inizio dell’intervento militare diretto della Russia il 30 settembre 2015 su richiesta formale del governo siriano, Putin ha dichiarato che l’operazione militare era stata accuratamente preparata in anticipo e ha definito l’obiettivo della Russia in Siria come “stabilizzare il potere legittimo in Siria e creare le condizioni per un compromesso politico”.
Dopo l’elezione di Donald Trump, la priorità degli Stati Uniti riguardo ad Assad era diversa dalla priorità dell’amministrazione Obama, e nel marzo 2017 l’ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Nikki Haley ha dichiarato che gli Usa non erano più concentrati sull'”eliminazione di Assad”, ma questa posizione è cambiata sulla scia dell’attacco chimico di Khan Shaykhun del 2017. A seguito degli attacchi missilistici su una base aerea siriana per ordine del presidente Trump, il portavoce di Assad ha descritto il comportamento degli Stati Uniti come “aggressione ingiusta e arrogante”.
Pubbliche relazioni internazionali
, Bashar al-Assad e sua moglie Asma al-Assad
Al fine di promuovere la loro immagine e la loro rappresentazione mediatica all’estero, Bashar al-Assad e sua moglie Asma al-Assad, cittadina britannica di origine siriana di Londra, assunsero una società di PR e consulenti con sede negli Stati Uniti e nel Regno Unito. In particolare, diversi servizi fotografici per Asma al-Assad con riviste di moda e celebrità, tra cui Vogue nel marzo 2011 “Una rosa nel deserto”. Queste aziende includevano Bell Pottinger e Brown Lloyd James, con quest’ultimo pagato 5.000 dollari al mese per i servizi.
Dopo l’inizio della guerra civile siriana, gli Assad hanno avviato una campagna sui social media che includeva la creazione di una presenza su Facebook, YouTube e, in particolare, Instagram. Ciò ha provocato molte critiche ed è stato descritto da The Atlantic Wire come “una campagna di propaganda che alla fine ha peggiorato la situazione della famiglia Assad”. Il governo di Assad ha anche arrestato attivisti per aver creato gruppi su Facebook che il governo disapprovava, e ha fatto appello direttamente a Twitter per rimuovere gli account che non gli piacevano.
La situazione odierna
La Siria oggi appare più calma rispetto gli anni più infuocati dalla guerra civile. Rimangono comunque irrisolti i problemi che hanno portato alla lotta civile. C’è però un’intera generazione in Siria che sta lottando per sopravvivere. Quasi il 90% dei cittadini siriani vive in povertà, con meno di 2 dollari al giorno. Va anche detto che, sempre in Siria, più di 6,5 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza urgente, il maggior numero di minori siriani in difficoltà dall’inizio del conflitto, cominciato il 15 marzo 2011.
Il Tempio di Esculapio era un antico tempio romano dedicato ad Asclepio, il dio greco della medicina, ed era eretto sull’Isola Tiberina a Roma.
Il tempio venne costruito tra gli anni 293 e 290 a.C. era dedicato al Dio greco della medicina, Asclepio.
Secondo la leggenda, una pestilenza colpì Roma nel 293 a.C, e quindi il senato volle costruire un tempio ad Asclepio, con il nome latinizzato in ‘Esculapio’. Prima di farlo avevano consultato i Libri Sibillini ed dopo aver ottenuto un riscontro favorevole diedero inizio al progetto, una delegazione di anziani romani fu inviata ad Epidauro in Grecia, famosa per il suo santuario ad Asclepio, per ottenere una sua statua da riportare a Roma.
La leggenda che è stata tramandata dice che durante i riti propiziatori un grosso serpente, che era uno degli attributi del dio greco, uscì dal santuario e si nascose sulla nave romana. Il serpente è viene chiamato oggi Colubro di Esculapio, È scuro, lungo, snello e di colore tipicamente bronzeo, con squame lisce che gli conferiscono una lucentezza metallica. Si trova tutt’ora in Italia (tranne il sud e la Sicilia), tutta la penisola balcanica fino alla Grecia e all’Asia Minore e parti dell’Europa centrale.
Certi che questo fosse un segno del favore del dio, la delegazione romana tornò presto a casa, dove infuriava ancora la peste.
Mentre erano sul fiume Tevere e stavano per raggiungere Roma, il serpente strisciò fuori dalla nave e scomparve alla vista dell’isola, dando un segnale certo sul luogo in cui doveva essere costruito il tempio. I lavori per il tempio iniziarono immediatamente e fu dedicato nel 289 aC, dopo aver fatto questo la peste a Roma finì improvvisamente.
L’isola Tiberina fu quindi modificata per ricordare una trireme in onore di questo “serpente” del dio Asclepio.
Isola Tiberina – Di Giovanni Battista Piranesi Firmin Didot Freres, Paris, 1835-1839. Tomo 16.
Un obelisco segnava il centro dell’isola, davanti al tempio, in modo da assomigliare a un albero della nave, mentre dei grossi pezzi di travertino erano posizionati lungo i bordi per assomigliare a prua e a poppa. Diverse altre strutture sorsero sull’isola per ospitare i malati, come testimoniano diversi votivi e iscrizioni sopravvissuti.
Il tempio fu distrutto in epoca medievale e già nel 1000 la basilica di San Bartolomeo all’Isola fu costruita sulle sue spoglie dell’antico tempio da Ottone III. Il pozzo medievale vicino all’altare della chiesa sembra essere lo stesso di quello utilizzato per attingere l’acqua per i malati in epoca classica, come ricorda Sesto Pompeo Festo, grammatico latino che ha realizzato un epitome enciclopedico in 20 volumi del De Verborum Significatione.
Pochi resti del tempio come alcuni frammenti dell’obelisco sono oggi conservati a Napoli e Monaco e alcuni blocchi di travertino sono stati riutilizzati in edifici moderni dell’isola, tra cui un rilievo del bastone di Esculapio.
Il Medioevo greco è il periodo della storia greca dalla fine della civiltà micenea intorno al 1100 a.C. all’inizio dell’età arcaica intorno al 750 a.C.
Le prove archeologiche mostrano un diffuso crollo della civiltà dell’età del bronzo nel mondo del Mediterraneo orientale, poiché i grandi palazzi e le città dei Micenei furono distrutti o abbandonati. Più o meno nello stesso periodo, la civiltà ittita subì gravi sconvolgimenti poiché le città da Troia a Gaza furono distrutte. In Egitto, il Nuovo Regno cadde e la situazione molto caotica portò al Terzo Periodo Intermedio d’Egitto.
Dopo il crollo di insediamenti più piccoli ci sono i segni di una vasta carestia e spopolamento. In Grecia, la scrittura in lineare B usata dai burocrati micenei per scrivere si fermò, e l’ alfabeto greco non si sviluppò fino all’inizio del periodo arcaico. La decorazione su ceramica greca dopo il 1100 aC circa è priva della decorazione figurativa della ceramica micenea ed è ristretta a stili più semplici, generalmente geometrici.
In precedenza si pensava che durante questo periodo tutti i contatti fossero andati persi tra gli elleni continentali e le potenze straniere, ottenendo scarsi progressi e crescita culturale. Ma l’archeologo Alex Knodell ritiene che i manufatti degli scavi a Lefkandi nella pianura di Lelantine in Eubea negli anni ’80 “rivelarono che alcune parti della Grecia sono state molto più ricche e più collegate di quanto si pensasse tradizionalmente, poiché un edificio monumentale e il suo cimitero adiacente mostravano collegamenti con Cipro, l’Egitto e il Levante come indicatori di status e autorità d’élite, proprio come lo erano stati nei periodi precedenti“, e questo dimostra che significativi legami culturali e commerciali con l’Oriente, in particolare il Levante si fosse sviluppato dal 900 aC in poi. Inoltre, sono emerse prove della nuova presenza di Elleni nella Cipro submicenea e sulla costa siriana ad Al-Mina.
La data “ufficiale”
Anche se il 1200 aC è la data “ufficiale” della distruzione e dell’abbandono di molti dei maggiori centri micenei, la documentazione archeologica non mostra cambiamenti significativi fino ad almeno un secolo dopo; ovvero la cultura micenea persistette dopo la distruzione dei centri principali per circa un secolo, e i suoi tratti culturali sono ancora identificabili. La cronologia greca del Medio Evo Greco non ha un singolo “punto fisso”, il che significa che, poiché l’alfabetizzazione è andata perduta, non abbiamo alcun evento storico che possa essere collegato alla cronologia mondiale. Alcuni studiosi hanno proposto una data tra il 1200 a.C. e 800 a.C. Altri credono che inizi nel 1100 a.C. e termini nel 776 a.C., data dei primi Giochi Olimpici. Tutte queste stime sarebbero oggi accettabili per la maggior parte degli studiosi.
Gli insediamenti
Lo studio degli insediamenti suggerisce un improvviso declino della popolazione in Grecia durante il “medio evo ellenico”. Ciò si riflette nella riduzione del numero di insediamenti in Grecia che possono essere identificati intorno al 1100 aC: il numero di siti e cimiteri registrati della Grecia durante il periodo mostra chiaramente questa tendenza. Ciò è coerente con le cifre proposte da Anthony Snodgrass per il numero di siti occupati in Grecia identificati sulla base di diversi stili di ceramica:
320 siti occupati nel XIII secolo a.C.
130 siti occupati nel XII secolo a.C.
40 siti occupati nel X secolo a.C.
In alcune aree della Grecia, come la Laconia e l’Argolide meridionale, sono stati identificati pochissimi reperti archeologici per il periodo 1100 -1000 e i pochi siti che sono stati trovati sono minori rispetto ai tempi precedenti. Vincent Desborough ha stimato un forte calo della popolazione tra il 1100 “circa un decimo di quello che era poco più di un secolo prima“.
La società nel medio evo greco
La Grecia durante questo periodo era probabilmente divisa in regioni indipendenti organizzate da gruppi di parentel, gli oikos o famiglie, le origini delle successive poleis. Gli scavi come Nichoria nel Peloponneso hanno mostrato come una città dell’età del bronzo fu abbandonata nel 1150 a.C. ma poi riemerse come un piccolo villaggio nel 1075 a.C. A quel tempo c’erano solo una quarantina di famiglie che vivevano nella zona con abbondanza di terreni agricoli e pascoli per il bestiame. I resti di un edificio del X secolo, compreso un megaron, unità architettonica che funge da fulcro della realtà palaziale minoica e soprattutto micenea, sulla sommità del crinale, ciò ha portato a ipotizzare che questa fosse la casa del capotribù.
Questa era una struttura più grande di quelle che la circondavano, ma era ancora realizzata con gli stessi materiali, mattoni di fango e tetto di paglia. Forse era anche un luogo di importanza religiosa e di deposito comune di cibo. Individui di alto rango esistevano infatti nel medio evo greco, ma il loro tenore di vita non era significativamente più alto di altri del loro villaggio. La maggior parte dei greci non viveva in fattorie isolate ma in piccoli insediamenti. È probabile che due o trecento anni dopo, la principale risorsa economica per ogni famiglia fosse l’ancestrale appezzamento di terra degli Oikos.
La fine del medio evo greco
La documentazione archeologica di molti siti dimostra che la ripresa economica della Grecia era ben avviata all’inizio dell’VIII secolo aC. Cimiteri, come il Kerameikos ad Atene o Lefkandi, e santuari, come Olimpia, fondata a Delfi o l’Heraion di Samo, primo dei colossali templi indipendenti, erano riccamente forniti di offerte, compresi oggetti dal Vicino Oriente, Egitto e Italia realizzati con materiali esotici tra cui ambra e avorio. Le esportazioni di ceramiche greche dimostrano il contatto con la costa del Levante in siti come Al-Mina e con la regione del Villanoviano e la cultura a nord di Roma.
La decorazione della ceramica divenne più elaborata e includeva scene figurate parallele alle storie dell’Epopea omerica. Strumenti di ferro e armi erano migliorati, il rinnovato commercio mediterraneo portò nuove forniture di rame e stagno per realizzare un’ampia gamma di elaborati oggetti in bronzo, come i treppiedi offerti come premi nei giochi funebri celebrati da Achille.
Altre regioni costiere della Grecia oltre all’Eubea parteciparono ancora una volta a pieno titolo agli scambi commerciali e culturali del Mediterraneo orientale e centrale e le comunità svilupparono il governo di un gruppo d’élite di aristocratici piuttosto che del singolo basileus o capotribù di epoche precedenti.
Critica al termine “medio evo ellenico”
Un certo numero di studiosi ha sollevato preoccupazioni sul termine “Medio Evo”. James Whitley ha affermato che il termine è “piuttosto pesante”. Timothy Darvill ritiene che il termine “Medio evo ellenico” non sia “molto utile” perché implica che si sa molto poco del periodo nonostante il fatto che l’archeologia abbia fatto avanzare la nostra conoscenza sul medio evo greco. Sulla base di queste e altre osservazioni, ci sono alcune alternative per fare riferimento a questo periodo, come “Età del ferro”, che può essere suddiviso in “Protogeometrico” dal 1050 a.C. al 900 a.C. e “Geometrico” 900 a.C. al 700 a.C.
Nonostante queste nuove obiezioni sul termine “Medio evo greco”, il quadro complessivo suggerito dai dati archeologici per questo periodo si adatta alle caratteristiche generali del collasso del sistema senza un’amministrazione centrale identificabile, del declino della popolazione e dell’impoverimento della cultura materiale. Ciò è in linea con l’opinione di Anthony Snodgrass, il quale sostiene che in Grecia durante il medio evo ellenico, poco è stato preservato dalla cultura micenea e “quel poco si è poi ridotto a quasi nulla fino a quando alcuni elementi non sono stati rianimati artificialmente” alla fine dell’VIII secolo a.C. e più tardi.
In Sri Lanka è stato dichiarato lo stato di emergenza e il presidente Gotabaya Rajapaksa è fuggito dal Paese. La sua partenza arriva dopo mesi di proteste per l’aumento dei prezzi e la mancanza di cibo e carburante.
Le riserve di valuta estera del paese si sono praticamente esaurite e ha già mancato il pagamento degli interessi sul debito.
l prezzo dei beni di uso quotidiano è aumentato notevolmente. L’inflazione è superiore al 50%. Ci sono state anche diffuse interruzioni di corrente. La mancanza di medicinali ha portato il sistema sanitario sull’orlo del collasso.
Il paese non ha abbastanza carburante per i servizi essenziali come autobus, treni e veicoli sanitari, e le istituzioni affermano che non c’è abbastanza valuta estera per importarne di più.
Questa mancanza di carburante ha causato un forte aumento dei prezzi della benzina e del diesel dall’inizio dell’anno.
A fine giugno, il governo ha vietato per due settimane la vendita di benzina e diesel per i veicoli non essenziali. E’ uno dei pochi se non l’unico Paese a farlo dagli anni ’70 . Le vendite di carburante restano fortemente limitate.
Oltre a non poter acquistare i beni di cui ha bisogno dall’estero, a maggio lo Sri Lanka non è riuscito a pagare gli interessi sul suo debito estero per la prima volta nella sua storia.
Al paese erano stati concessi 30 giorni per raccogliere 78 milioni di dollari per coprire gli interessi dovuti, ma il governatore della banca centrale P Nandalal Weerasinghe ha affermato che non poteva pagare.
Due delle più grandi agenzie di rating del credito del mondo hanno anche confermato che lo Sri Lanka era inadempiente sul pagamento del debito.
Il mancato pagamento degli interessi sul debito può danneggiare la reputazione di un paese presso gli investitori, rendendogli più difficile prendere in prestito il denaro di cui ha bisogno sui mercati internazionali. Ciò può danneggiare ulteriormente la fiducia nella sua valuta e nella sua economia.
Esiste un piano per risolvere la crisi?
Il presidente Rajapaksa ha nominato il primo ministro Ranil Wickremesinghe presidente ad interim in sua assenza. Wickremesinghe ha dichiarato lo stato di emergenza in tutto il Paese ed è stato imposto il coprifuoco nella provincia occidentale mentre si cerca di stabilizzare la situazione.
Il governo dello Sri Lanka ha più di 51 miliardi di dollari di debito estero, di cui 6,5 miliardi sono dovuti alla Cina, e i due paesi stanno negoziando su come ristrutturare il debito.
Il gruppo G7 dei principali paesi industriali – Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti – ha affermato di sostenere i tentativi dello Sri Lanka di ridurre il rimborso del debito.
La Banca mondiale ha accettato di prestare allo Sri Lanka 600 milioni di dollari e l’India ha offerto almeno 1,9 miliardi di dollari.
Il governo dello Sri Lanka ha anche discusso con il Fondo monetario internazionale (FMI) per un possibile prestito di 3 miliardi di dollari.
Il FMI – che lavora con i suoi 190 paesi membri per stabilizzare l’economia mondiale – ha affermato che il governo dovrebbe aumentare i tassi di interesse e le tasse come condizione per qualsiasi accordo.
E’ essenziale un governo stabile, quindi qualsiasi salvataggio potrebbe essere ritardato fino a quando non subentrerà una nuova amministrazione.
Il presidente ad interim Wickremesinghe aveva già affermato che il governo stamperà denaro per pagare gli stipendi dei dipendenti, ma ha avvertito che ciò potrebbe aumentare l’inflazione e portare a ulteriori aumenti dei prezzi.
Ha anche detto che le compagnie aeree statali dello Sri Lanka potrebbero essere privatizzate.
Cosa ha portato alla crisi economica?
Il governo ha accusato la pandemia di Covid, che ha colpito il commercio turistico dello Sri Lanka, uno dei suoi maggiori percettori di valuta estera.
I turisti, secondo il ministero dell’economia, sono stati spaventati da una serie di attentati mortali nel 2019. Tuttavia, molti esperti indicano come maggior colpevole la cattiva gestione economica.
Alla fine della guerra civile nel 2009, lo Sri Lanka ha scelto di concentrarsi sulla fornitura di beni al proprio mercato interno, invece di cercare di aumentare il commercio estero. Ciò significa che il reddito dalle esportazioni verso altri paesi è rimasto basso, mentre il conto per le importazioni ha continuato a crescere.
Lo Sri Lanka ora importa 3 miliardi di dollari in più di prima, ed è per questo che ha esaurito la valuta estera. Alla fine del 2019, lo Sri Lanka aveva 7,6 miliardi di dollari di riserve in valuta estera, che sono scese a circa 250 milioni di dollari.
L’ex presidente Rajapaksa è stato anche criticato per i grandi tagli alle tasse che ha introdotto nel 2019, che hanno fatto perdere oltre 1,4 miliardi di dollari all’anno di entrate.
Camillo Benso, conte di Cavour è nato il 10 agosto 1810 a Torino nell’allora Impero francese e morì il 6 giugno 1861 sempre a Torino. E’ stato uno statista, conservatore il cui sfruttamento delle rivalità internazionali e dei movimenti rivoluzionari ha portato all’unità d’Italia (1861). Dopo la dichiarazione del Regno Unito d’Italia, Cavour assunse la carica di primo Presidente del Consiglio d’Italia; morì dopo soli tre mesi in carica e non visse abbastanza per vedere la “questione romana” risolta attraverso la completa unificazione del paese dopo la annessione di Roma nel 1870.
La famiglia Cavour e i primi anni
I Cavour erano un’antica famiglia che aveva servito i Savoia come soldati e funzionari fin dal XVI secolo. Camillo e suo fratello maggiore Gustavo furono inizialmente educati a casa. Fu mandato all’Accademia Militare di Torino quando aveva solo dieci anni. Nel luglio 1824 fu nominato paggio da re Carlo Alberto. Cavour si scontrava spesso con le autorità dell’Accademia, poiché era troppo testardo per seguire la rigida disciplina militare.
Camillo Benso Cavour a 31 anni – Di Paolo Bozzini (Piacenza 1815-1892) Pubblico dominio
Mentre era nell’esercito, studiò la lingua inglese e le opere di Jeremy Bentham e Benjamin Constant, sviluppando tendenze liberali che lo resero inviso alle forze di polizia dell’epoca. Si dimise dal suo incarico nell’esercito nel novembre 1831, sia per la repulsione della vita militare sia per la sua avversione per le politiche reazionarie di re Carlo Alberto. Amministrò la tenuta di famiglia a Grinzane, una quarantina di chilometri fuori da Torino, ricoprendovi la carica di sindaco dal 1832 fino allo sconvolgimento rivoluzionario del 1848.
Cavour riteneva che il progresso economico dovesse precedere il cambiamento politico e sottolineava i vantaggi della costruzione di ferrovie nella penisola. Fu un forte sostenitore del trasporto a vapore, sponsorizzando la costruzione di molte ferrovie e canali. Tra il 1838 e il 1842 Cavour avviò diverse iniziative per cercare di risolvere i problemi economici della sua zona. Ha sperimentato diverse tecniche agricole nella sua tenuta, come la coltivazione della barbabietola da zucchero, ed è stato uno dei primi proprietari terrieri italiani ad utilizzare fertilizzanti chimici. Fondò anche la Società Agricola Piemontese. Nel tempo libero viaggiò molto, principalmente in Francia e nel Regno Unito.
La sua carriera politica
A poco a poco, mentre si avvicinava l’anno 1848 e si avvertivano le prime raffiche della grande tempesta rivoluzionaria di quell’anno, l’interesse di Cavour per la politica ricominciava a dominare. Lo dimostra la sequenza cronologica dei suoi scritti. Il suo passaggio alla politica fu completato quando il re Carlo Alberto decise di intraprendere misure di riforma e di concedere una certa libertà alla stampa. Cavour ne approfittò per fondare il quotidiano Il Risorgimento, che divenne ben presto il paladino di riforme sempre più drastiche. Dopo aver avuto un ruolo di primo piano nel persuadere Carlo Alberto a concedere una costituzione liberale, Cavour utilizzò Il Risorgimento per propagare l’idea di una guerra immediata con l’Austria come necessità storica. Una volta eletto deputato nel giugno 1848, tuttavia, assunse una posizione intermedia tra conservatori e rivoluzionari, suscitando così l’inimicizia di destra e di sinistra.
La guerra contro l’Austria fu avviata, ma gli sviluppi andarono contro i piemontesi. Ciò spinse Cavour a offrire i suoi servizi come volontario finché, eletto deputato nella terza legislatura, nel luglio 1848, iniziò a lottare per l’approvazione di un trattato di pace con l’Austria, sebbene gli estremisti di sinistra volessero continuare un guerra che era, in effetti, già persa. L’intelligenza e la competenza di Cavour si è mostrata nei dibattiti su questioni finanziarie e militari e gli è valso un posto di rilievo tra i deputati della maggioranza che hanno sostenuto il governo di destra di Massimo d’Azeglio. Nell’ottobre 1850 gli fu offerto l’incarico di ministro dell’agricoltura e presto divenne il membro più attivo e influente del gabinetto. Attraverso una serie di trattati con Francia, Belgio e Inghilterra, Cavour tentò di realizzare la maggior quantità possibile di libero scambio. Cercò anche di formare una rete di interessi economici con le grandi potenze per aprire la strada a un’alleanza politica contro l’Austria. La sua nomina a ministro delle finanze nel 1850 fu la prova delle sue crescenti ambizioni.
Cavour ora cercava di creare un’alleanza tra centrodestra e centrosinistra che formasse una nuova maggioranza con maggiore capacità di orientarsi verso una politica di secolarizzazione e modernizzazione in Piemonte. L’alleanza, denominata “connubio”, portò alle dimissioni di d’Azeglio, la cui posizione parlamentare era stata completamente distrutta. Dopo vari tentativi alternativi Vittorio Emanuele II, succeduto al padre Carlo Alberto nel 1849, si rassegnò ad affidare la formazione del governo a Cavour, che da allora fino alla sua morte fu il capo politico riconosciuto dell’Italia.
Di Léopold-Ernest Mayer, Pierre-Louis Pierson – Musée de l’Elysée, Rudolfinum, Pubblico dominio
Il dramma europeo in cui Cavour fu trascinato suo malgrado iniziò nel 1854 con la Guerra di Crimea, che vide Francia e Inghilterra allearsi contro la Russia per difendere l’integrità del territorio turco minacciato dalla determinazione della Russia di aprire i Dardanelli al passaggio dal Mar Nero al Mediterraneo. Vittorio Emanuele ha immediatamente promesso il suo aiuto ai rappresentanti francese e inglese. Cavour, i cui ministri votarono contro l’impresa di Crimea, era sul punto di essere destituito dal re se avesse rifiutato l’alleanza o di essere costretto a dimettersi dai colleghi se l’avesse accettata.
Accettando l’alleanza con la consueta audacia e fiducia in se stesso, evitò lo scontro con il re e iniziò la guerra. La svolta della guerra arrivò con la vittoria anglo-francese-sarda che persuase l’Austria a mettere da parte la sua neutralità e, per mezzo di un ultimatum, costringere la Russia a fare la pace.
Con qualche difficoltà Cavour si assicurò la partecipazione della piccola potenza piemontese alle trattative di pace al Congresso di Parigi, in cui erano rappresentate le più grandi potenze europee. Approfittando della generale animosità verso l’Austria, che si era unita agli alleati nella guerra di Crimea solo quando fu assicurata la vittoria sulla Russia, Cavour riuscì a proporre la discussione del problema italiano in quanto minacciava la pace europea. A suo avviso, la pace era minacciata dall’invasione austriaca, dal malgoverno papale nell’Italia centrale e dal governo autocratico dei Borboni spagnoli nell’Italia meridionale. Così, per la prima volta, la questione italiana è stata presentata alla considerazione degli altri Stati europei in modo da favorire la liberazione della penisola. La difficoltà fu di persuadere le due grandi potenze, Francia e Inghilterra, a perseverare nell’appoggio di una politica antiaustriaca da parte del Piemonte.
A Parigi Cavour ebbe occasione di incontrare e valutare la statura dei più capaci diplomatici d’Europa e di approfondire le ragioni della politica delle grandi potenze. Sapeva benissimo che era illusorio sperare nell’assistenza disinteressata dell’Europa alla causa italiana; tuttavia, con la sua instancabile energia e la sua illimitata capacità di sfruttare le situazioni più avverse, riuscì finalmente a conquistare Napoleone III dalla sua parte. La sua carta vincente era la proposta di ristabilire la Francia come potenza leader nel Continente con una spedizione in Italia che avrebbe sostituito il dominio austriaco della penisola con il dominio francese.
In un incontro segreto a Plombières nel luglio 1858, Napoleone III e Cavour accettarono di iniziare uno scontro contro l’Austria l’anno successivo. Ai primi sospetti di un accordo segreto, le potenze europee, in particolare l’Inghilterra, iniziarono una campagna per impedire a francesi e piemontesi di realizzare le loro intenzioni, una campagna così intensa che Cavour si vide trascinato sull’orlo di una catastrofe personale e nazionale. Fu salvato da un incredibile errore da parte dell’Austria, che inviò un ultimatum minacciando la guerra a meno che il Piemonte non venisse subito disarmato. Di conseguenza entrò in vigore l’alleanza franco-piemontese, e questa volta la superiore potenza militare dell’Austria fu controbilanciata dal contributo francese. Le vittorie franco-piemontesi si susseguirono fino a quando Napoleone firmò un armistizio con l’imperatore Francesco Giuseppe I a Villafranca nel luglio 1859.
La guerra aveva scatenato movimenti rivoluzionari in Toscana, nei ducati di Modena e Parma, e negli stati pontifici tra Po e Appennino, da Bologna a Cattolica; i regnanti ducali erano stati espulsi, così come i legati pontifici. L’armistizio sembrava rimettere tutto in discussione, tranne l’acquisizione della Lombardia da parte di Vittorio Emanuele, che era un guadagno minimo rispetto ai sogni di Cavour di liberare l’Italia dalle Alpi all’Adriatico. A Villafranca Cavour sfogò la sua rabbia e la sua frustrazione sul re e si dimise.
Contrariamente alla sua abituale arguzia, si rese conto solo in seguito dei vantaggi che sarebbero derivati dall’armistizio. La forza rivoluzionaria in Italia non poteva più essere frenata, né l’imperatore francese poteva ritirarsi dalla sua posizione di protettore dell’autodeterminazione italiana. Ritornato al potere nel gennaio 1860, Cavour si adoperò per l’annessione dei ducati centrali che un tempo erano appartenuti agli antichi regnanti del Piemonte; riuscì a farlo solo cedendo Savoia e Nizza alla Francia.
Unità d’Italia
La resa di Nizza alla Francia acuì notevolmente il conflitto tra Cavour e Giuseppe Garibaldi, poiché Nizza fu la città natale dell’eroe dei due mondi. La resa del baluardo alpino piemontese poteva essere compensata solo dall’espansione territoriale nell’Italia centrale, a spese del papa, e nel Regno delle Due Sicilie. Ma Cavour, ormai pecora nera della diplomazia europea per averne turbato troppo spesso la tranquillità, non era in grado di prendere l’iniziativa, anche se l’Inghilterra ormai era favorevole alla sua politica.
Fu Garibaldi a risolvere lo stallo causato dall’inattività forzata di Cavour. Navigando con i suoi famosi Mille in Sicilia, distrusse il dominio borbonico lì e nel sud. L’ardita diplomazia piemontese e di Cavour sembrava momentaneamente eclissata dalle imprese militari dell’eroe in camicia rossa, ma, cosa ancora più importante, apparivano ora i primi contorni di rivalità tra un’Italia moderata e monarchica e un’Italia rivoluzionaria e repubblicana. Il pericolo di rottura fu scongiurato dal buon senso e dalla magnanimità di Garibaldi e da uno stratagemma diplomatico di Cavour. Cavour, prendendo posizione davanti all’Europa come difensore dell’ordine e della legge contro gli eccessi rivoluzionari, e davanti a Napoleone come difensore dell’ultimo lembo di territorio pontificio contro l’attacco di Garibaldi, inviò un esercito al comando di Vittorio Emanuele attraverso le Marche e l’Umbria per frenare Garibaldi e saldare le due Italie in un solo regno unito.
Cartes-de-visite portraits of U.S. Army officers, children, and others,- Library of Congress, Pubblico dominio
Rimaneva ancora il problema della costituzione di una capitale. Cavour sentiva che solo Roma poteva essere la capitale del nuovo stato; ma ciò significava che doveva affrontare il problema più complesso della sua vita: quello della posizione da assegnare al papa, capo del cattolicesimo, una volta che Roma fosse diventata capitale d’Italia. Cavour accettò di tutto cuore il concetto della separazione tra Chiesa e Stato; nelle sue trattative con il papato divenne un appassionato sostenitore dell’idea. Sosteneva che la libertà della Chiesa doveva essere il fulcro del rinnovamento del mondo, anche se ciò comportava la rinuncia al suo potere temporale e la resa di Roma alla nazione italiana. Una chiesa e un papato interamente spirituali, affermò, avrebbero fatto rivivere l’umanità. Pio IX rispose a queste proposte in modo netto e contrario. Ma mentre Cavour promuoveva ancora con vigore la sua formula di “ Chiesa libera in stato libero”, si ammalò gravemente e morì.
L’ex primo ministro giapponese Shinzo Abe è morto, all’età di 67 anni, dopo essere stato colpito a colpi di arma da fuoco durante un discorso nella città occidentale di Nara.
Shinzo Abe è stato un politico giapponese che ha servito come primo ministro del Giappone e presidente del Partito Liberal Democratico (LDP) dal 2006 al 2007 e di nuovo dal 2012 al 2020. È stato il primo ministro più longevo nella storia del Giappone. Abe è stato anche capo segretario di gabinetto dal 2005 al 2006 sotto Junichiro Koizumi ed è stato per breve tempo leader dell’opposizione nel 2012.
Nato in un’importante famiglia politica, suo nonno Kishi Nobusuke è stato primo ministro del Giappone dal 1957 al 1960 e suo prozio Sato Eisaku ha ricoperto lo stesso incarico dal 1964 al 1972. Dopo essersi laureato alla Seikei University di Tokyo, Abe si è trasferito negli Stati Uniti, dove ha studiato scienze politiche alla University of Southern California, Los Angeles. Nel 1979 è tornato in Giappone.
E’ stato eletto alla Camera dei Rappresentanti nelle elezioni del 1993. È stato nominato capo di gabinetto dal primo ministro Junichiro Koizumi nel settembre 2005, lo ha poi sostituito come primo ministro e presidente dell’LDP nel settembre 2006. Successivamente è stato confermato primo ministro da una sessione speciale della Dieta nazionale, diventando il più giovane primo ministro del Giappone del dopoguerra, e il primo nato dopo la seconda guerra mondiale.
Abe ha cercato di rafforzare i legami con gli Stati Uniti e perseguire una politica estera più assertiva. Abe ha sostenuto le sanzioni delle Nazioni Unite contro la Corea del Nord in seguito al test nucleare e ha imposto una serie di sanzioni unilaterali alla Corea del Nord che includevano il divieto di transito ai porti giapponesi da parte di navi nordcoreane. Si è anche impegnato a rivedere la costituzione del paese del dopoguerra, che poneva severe restrizioni ai militari. Negli affari interni, Abe ha sostenuto la pensione e l’assicurazione sanitaria nazionale. Tuttavia, il suo governo fu presto coinvolto in una serie di gaffe pubbliche e scandali finanziari. Inoltre, l’amministrazione subì molte critiche per la risposta tardiva allo scandalo per la mala gestione di registri pensionistici di milioni di cittadini. Nel luglio 2007 l’LDP ha perso la maggioranza nella camera alta a causa di una coalizione guidata dal Partito Democratico del Giappone (DPJ), e a settembre Abe annunciò le sue dimissioni.
Abe si dimise da primo ministro solo dopo un anno di carica, a causa di complicazioni mediche dovute alla colite ulcerosa. Fu sostituito da Yasuo Fukuda, che divenne il primo di una serie di cinque primi ministri che non rimasero in carica per più di sedici mesi.
Dopo essersi ripreso dalla sua malattia, Abe è tornato inaspettatamente alla politica, sconfiggendo Shigeru Ishiba, l’ex ministro della Difesa, in una votazione per diventare presidente dell’LDP nel settembre 2012.
Nell’agosto 2020, Abe ha annunciato le sue seconde dimissioni da primo ministro, citando una significativa recrudescenza della sua colite ulcerosa. Ha rassegnato le dimissioni il 16 settembre, dopo che la Dieta ha eletto il segretario capo di gabinetto Yoshihide Suga come suo successore.
Abe era un conservatore che i commentatori politici hanno ampiamente descritto come un nazionalista giapponese di destra. Era un membro del Nippon Kaigi e aveva opinioni negazioniste sulla storia giapponese, una posizione che ha creato tensioni con la vicina Corea del Sud. Era considerato un intransigente rispetto alla politica di difesa giapponese e sosteneva la revisione dell’articolo 9 della costituzione pacifista giapponese per consentire al Giappone di mantenere le forze militari.
Nel 2015 ha proposto, sostenuto e adottato con successo una legislazione sulla riforma della sicurezza per consentire l’esercizio giapponese della sicurezza collettiva. Abe era noto a livello internazionale per le politiche economiche del suo governo, soprannominate Abenomics, che perseguivano l’allentamento monetario, lo stimolo fiscale e le riforme strutturali.
Shinzo Abe è morto, all’età di 67 anni, ucciso da colpi di arma da fuoco durante un discorso nella città occidentale di Nara.
Abe è stato trasportato in ospedale in elicottero dopo l’attentato. È stato il primo assassinio di un premier giapponese in carica o ex premier dai tempi del militarismo prebellico negli anni ’30.
Parlando prima dell’annuncio della morte di Abe, il primo ministro, Fumio Kishida, ha condannato la sparatoria nei “termini più duri”, mentre i giapponesi ei leader mondiali hanno espresso shock per le violenze in un Paese in cui la violenza politica è rara e le armi sono strettamente controllate.
“Questo attacco è un atto di brutalità avvenuto durante le elezioni, il fondamento stesso della nostra democrazia, ed è assolutamente imperdonabile“, ha detto Kishida, lottando per tenere sotto controllo le sue emozioni.
L’ospedale che ha cercato di salvarlo ha detto che è morto circa cinque ore e mezza dopo che gli hanno sparato. Un medico ha detto che Abe è morto dissanguato da due ferite profonde, una sul lato destro del collo. Non aveva segni vitali quando è stato portato dentro.
Pochi istanti dopo la sparatoria, i membri della sicurezza di Abe hanno bloccato un uomo a terra pochi metri dietro l’ex primo ministro. Il sospetto indossava una maglietta grigia, pantaloni marrone chiaro e scarpe da ginnastica grigie. Il suo volto era parzialmente oscurato da una mascherina chirurgica. Secondo quanto riferito, non ha tentato di fuggire prima di essere arrestato sul posto.
La polizia ha identificato il sospetto come Tetsuya Yamagami, un residente di Nara di 41 anni. Secondo i resoconti dei media locali, la polizia ha affermato che l’arma che si pensa sia stata utilizzata nell’attacco era fatta in casa. Una fotografia (vedi foto sotto) mostrava due parti metalliche cilindriche che sembravano essere state legate con nastro adesivo nero per terra sulla strada.
Il Giappone ha una “tolleranza zero” nei confronti del possesso di armi, un approccio che secondo gli esperti contribuisce al suo tasso estremamente basso di crimini armati. Nel 2014 sono stati segnalati sei decessi per armi da fuoco, secondo l’Agenzia nazionale di polizia, e il numero raramente supera i 10, in un paese di 126 milioni di persone.
Airo Hino, professore di scienze politiche alla Waseda University, ha detto che una sparatoria del genere non ha precedenti in Giappone. “Non c’è mai stato niente di simile”.
Gli alti politici giapponesi sono accompagnati da agenti di sicurezza armati, ma spesso si avvicinano al pubblico, specialmente durante le campagne politiche quando fanno discorsi lungo la strada e stringono la mano ai passanti.
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