I Conquistadores erano soldati, esploratori ed avventurieri europei che partirono per le Americhe sotto la guida dell’impero coloniale spagnolo tra il XV e il XVII secolo. La loro azione fu determinante per esportare, a volte anche con la violenza, la cultura europea nel nuovo mondo. I Conquistadores più importanti e famosi furono Hernán Cortés e Francisco Pizarro.
Il conquistatore del Messico: Hernán Cortés
Hernán Cortés de Monroy y Pizarro Altamirano, nacque a Medellìn, in Spagna, da una famiglia della piccola nobiltà. Scelse quasi immediatamente di perseguire l’avventura e la ricchezza attraverso i viaggi nelle Americhe: si recò prima a Hispaniola e poi sull’isola di Cuba, dove iniziò a gestire una “Encomienda”, un sistema di lavoro ideato dall’Impero coloniale spagnolo dove i padroni che possedevano la terra potevano usufruire del lavoro degli indigeni non cristiani, a patto che si impegnassero ad educare questi ultimi secondo la religione cattolica.
Rese inoltre servizio come magistrato nella seconda città spagnola fondata su quell’isola.
Nel 1519 venne eletto capitano della terza spedizione sulla terraferma che avrebbe dovuto scoprire e conquistare dei nuovi territori, ora corrispondenti al Messico, che finanziò in parte personalmente. Tuttavia, sviluppò contrasti ed inimicizie con il governatore di Cuba, Diego Velázquez de Cuéllar, che gli intimò all’ultimo momento di annullare la spedizione, un ordine che Cortès ignorò completamente.
Entrato all’interno del continente, Cortès pensò di utilizzare le naturali divisioni tra le tribù di indigeni, alleandosi con alcuni di loro contro altri, e completò la conquista del Messico.
Il governatore di Cuba inviò degli emissari per arrestarlo, ma Cortès li affrontò militarmente e li sconfisse, impiegando delle truppe in parte reclutate sul posto.
Cortès scrisse direttamente al Re di Spagna chiedendo che i suoi successi e le sue conquiste fossero riconosciute piuttosto che punite. Dopo essere riuscito a rovesciare e conquistare l’impero azteco, ricevette il titolo di Marchese della Valle de Oaxaca.
Nel 1541 tornò in Spagna, dove morì 6 anni dopo per cause naturali.
Il conquistatore del Perù: Francisco Pizarro
Francisco Pizarro González, nacque invece da una famiglia povera a Trujillo, in Spagna. Anche lui scelse di cercare fortuna e avventura nel nuovo mondo. Si recò inizialmente nel Golfo di Urabá e accompagnò Vasco Núñez de Balboa nella sua traversata dell’istmo di Panama.
Fu uno dei primi europei a vedere l’oceano pacifico dalle coste delle Americhe.
Divenne sindaco della neonata città di Panama e intraprese due spedizioni militari in Perù, che si conclusero però con un fallimento. Nel 1529, Pizarro ottenne dalla Corona spagnola il permesso di condurre una nuova e più vasta campagna militare per la conquista dell’intero Perù e partì per la sua terza spedizione.
La popolazione locale che viveva lungo le coste, inizialmente, resistette bene all’invasione, tanto che Pizarro preferì trasferirsi nell’entroterra e fondare il primo insediamento spagnolo in Perù. Dopo una serie di manovre militari, Pizarro riuscì a catturare l’imperatore Inca Atahualpa, nella battaglia di Cajamarca nel novembre del 1532.
Così, chiese un enorme riscatto per il rilascio dell’ imperatore, tanto da riempire d’oro un’intera stanza. Ma Pizarro, nonostante il pagamento dell’intero riscatto, accusò Atahualpa di vari crimini e lo giustiziò nel luglio del 1533.
Più tardi lo stesso anno, Pizarro entrò nella capitale Inca, Cuzco, e completò la sua conquista del Perù. Nel gennaio del 1535 fondò la città di Lima. Infine, cadde vittima di lotte di potere politico e venne assassinato nel 1541.
La Repubblica di Venezia, conosciuta anche come La Serenissima, è stata uno stato sovrano e una Repubblica marinara nata nel 697 d.C e terminata nel 1797.
La Repubblica nacque dall’unione delle comunità lagunari della città di Venezia.
Nei suoi primi anni prosperò grazie al commercio del sale, e nei secoli successivi istituì una talassocrazia. Dominava il commercio del Mare Mediterraneo, compreso quello tra l’Europa e il Nord Africa e le rotte commerciali verso l’Asia. Incorporò numerosi possedimenti tra cui la moderna Croazia, la Slovenia, il Montenegro, la Grecia, l’Albania e Cipro.
La Repubblica era governata dal Doge, eletto dai membri del Gran Consiglio di Venezia, il Parlamento della città stato e regnava per tutta la vita. La classe dirigente era costituita da una oligarchia di mercanti e di aristocratici.
Venezia, assieme alle altre Repubbliche Marinare italiane, svolse un ruolo chiave per promuovere il capitalismo. I cittadini Veneziani sostenevano infatti con capitali privati il governo. La città stato imponeva anche delle leggi particolarmente severe e impiegava tattiche spietate nelle sue prigioni.
Divenne la dimora di una classe mercantile estremamente ricca, che finanziava arte e architettura. I mercanti veneziani erano poi importanti finanzieri nel resto dell’Europa.
La città fu anche culla di grandi esploratori europei come Marco Polo, compositori barocchi come Antonio Vivaldi e Benedetto Marcello e pittori famosi come il maestro del Rinascimento, Tiziano.
Venezia percepiva Roma come un nemico e mantenne alti livelli di indipendenza ideologica e religiosa sotto la guida del Patriarca di Venezia e un industria editoriale indipendente che fu un rifugio dalla censura cattolica per molti secoli. Tuttavia, la marina Veneziana raccolse l’appello del Papa in occasione delle Crociate e si impegnò nelle stesse, in particolare nella quarta.
L’apertura di nuove rotte commerciali verso le Americhe, attraverso l’oceano Atlantico, segnò l’inizio del declino di Venezia come Repubblica Marinara. La città-stato subì anche diverse sconfitte dalla Marina dell’impero Ottomano.
Nel 1797, venne saccheggiata dalle forze austriache in ritirata e poi dai francesi seguitamente all’invasione di Napoleone Bonaparte e la Repubblica di Venezia fu divisa in “Provincia Veneta austriaca”, “Repubblica Cisalpina”, uno stato cliente francese, e i “Dipartimenti francesi ionici della Grecia”.
Venezia entrò a far parte dell’Italia unita nel XIX secolo.
Quando venne fondata la Repubblica di Venezia?
La Repubblica di Venezia viene fondata nel 697 d.C, dopo il declino dell’impero romano da popolazioni che scappavano dalle invasioni germaniche. Intere famiglie scapparono dalla terraferma e si insediarono nelle piccole isole attorno alla laguna di Venezia, dove erano maggiormente protetti e più difficili da raggiungere. Da quel momento la Repubblica di Venezia durò più di un millennio, fino al 1797.
Chi fu il primo Doge della Repubblica di Venezia?
Il primo Doge della Repubblica di Venezia fu Paolo Lucio Anafesto, eletto nel 697 d.C dall’assemblea generale, a grande maggioranza.
Per quale motivo è importante la Repubblica di Venezia?
Venezia ottenne delle importantissime conquiste territoriali attraverso il mare Adriatico e dominò i commerci dell’intero Mediterraneo, comprese le vie commerciali verso l’Asia. Venezia ospitò una classe mercantile estremamente ricca, che promosse l’arte e l’architettura attraverso tutta l’Europa. I mercanti veneziani, inoltre, erano degli importantissimi finanziatori ed imprenditori nell’Europa del tempo.
Come fece la Repubblica di Venezia a diventare così ricca?
Venezia divenne ricca e potente attraverso il commercio Marittimo, innanzitutto del sale. Grazie alla sua posizione geografica si trovava in un crocevia fondamentale tra il Medio Oriente e tutte le altre destinazioni dell’Europa.
Per quale motivo la Repubblica di Venezia iniziò a declinare?
Secondo lo storico Grygiel, Venezia cominciò a declinare sostanzialmente per due motivi: il primo, totalmente fuori dal suo controllo, fu il cambiamento delle rotte commerciali mondiali in favore delle Americhe. Il secondo per una errata gestione delle strategie e dei rapporti di forza con gli altri stati dell’Italia.
Chi fu l’ultimo Doge della Repubblica di Venezia?
L’ultimo Doge della Repubblica di Venezia fu Ludovico Manin, che abolì la repubblica dopo 1100 anni di esistenza, il 12 maggio del 1797.
La guerra Iraq o seconda guerra del Golfo Persico (2003-2011) è stato un conflitto svoltosi in Iraq. Viene diviso tradizionalmente in due fasi. La prima, nel marzo e aprile del 2003, durante la quale una forza combinata di soldati degli Stati Uniti e della Gran Bretagna invasero l’Iraq, sconfiggendo rapidamente le forze militari irachene e occupando il paese.
La seconda fase, molto più lunga, definisce l’occupazione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti e contrastata da ripetute insurrezioni popolari. A partire dal 2007, gli Stati Uniti ridussero gradualmente la loro presenza militare in Iraq completando il ritiro nel dicembre del 2011.
Lo scoppio della guerra
L’invasione irachena del Kuwait, nel 1990, si era conclusa con la sconfitta dell’Iraq da parte di una coalizione occidentale guidata dagli Stati Uniti. Tuttavia, il ramo iracheno del partito Ba’ath, con a capo Saddam Hussein, aveva mantenuto il proprio potere, reprimendo le rivolte della minoranza curda all’interno del paese.
Per salvare la minoranza curda, l’occidente creò un rifugio sicuro nelle regioni dell’Iraq settentrionale. Inoltre, l’ONU decise una serie di sanzioni economiche per ostacolare lo sviluppo di armi di distruzione di massa. Alcune ispezioni guidate dalle Nazioni Unite alla metà degli anni ’90 scoprirono comunque una vasta serie di armi vietate e una tecnologia bellica non consentita.
Il presidente americano Bill Clinton, nel 1998, ordinò il bombardamento di diverse installazioni militari irachene, tramite l’operazione Desert Fox. Nonostante l’intervento militare, l’Iraq continuò però a negare l’accesso agli ispettori dell’ONU e nei confronti del paese vennero decise delle nuove sanzioni economiche.
Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, l’allora Presidente degli Stati Uniti, George W. Bush sostenne che l’Iraq stava preparando delle armi di distruzione di massa, informazione che poi si rivelò non veritiera, e accusò l’Iraq di aver fornito sostegno ai gruppi terroristici di al-Qaida, autori degli attentati.
George W. Bush, il presidente USA che decise l’invasione dell’Iraq nel 2003
L’8 novembre del 2002, l’ONU chiese nuovamente di inviare degli ispettori: nonostante l’approvazione dell’Iraq, all’inizio del 2003 il presidente Bush e il primo ministro britannico Tony Blair dichiararono che il regime di Saddam Hussein stava continuando ad ostacolare le ispezioni e che preparava nuove armi.
Altri paesi, come la Francia di Jacques Chirac e la Germania di Gerhard Schroeder, proposero di dare più tempo all’Iraq per smantellare gli armamenti vietati. Tuttavia, il 17 marzo, il presidente Bush dichiarò la fine delle trattative diplomatiche e diede un ultimatum a Saddam Hussein, concedendogli 48 ore per lasciare il paese.
Prima fase della guerra in Iraq: l’invasione USA del 2003
Quando Saddam Hussein si rifiutò di lasciare l’Iraq, gli Stati Uniti e le forze alleate lanciarono l’attacco, il 20 marzo del 2003. Gli aerei presero di mira dei bunker dove si riteneva si nascondesse Hussein, nel frattempo che altri velivoli attaccavano installazioni governative e militari.
La resistenza delle truppe irachene ebbe sfumature diverse: alcune scelsero di non opporsi all’avanzata delle forze della coalizione. Nel sud del paese, i sostenitori del partito Ba’ath, noti come Fedayeen di Saddam, opposero invece una resistenza strenua sotto forma di guerriglia.
Cosa simile avvenne nei pressi della città meridionale di Bassora, contro le forze britanniche. Nell’Iraq centrale, un gruppo paramilitare pesantemente armato dispiegò le proprie forze per difendere la capitale Baghdad.
Le forze dell’esercito americano avanzavano verso nord ovest, lungo la valle dei fiumi Tigri ed Eufrate. L’esercito statunitense fu costretto a fermarsi a 95 km da Baghdad, soprattutto per ripristinare il funzionamento delle proprie linee di rifornimento, mentre nel frattempo gli aerei continuavano i bombardamenti. Dopo una pausa, i soldati USA ripresero la loro avanzata e il 4 aprile conquistarono l’aeroporto internazionale di Baghdad.
La resistenza irachena, seppure piuttosto vigorosa ed inflessibile, aveva il difetto di essere particolarmente disorganizzata e disomogenea, tanto che il 9 aprile gli americani presero il controllo della capitale irachena. Nello stesso giorno, anche Bassora dovette arrendersi alle forze britanniche. La città natale di Saddam, Tikrit, cadde con poca resistenza il 13 aprile, tanto che Bush dichiarò la fine dei combattimenti il primo maggio.
Numerosi leader iracheni furono costretti a fuggire, tallonati dalle forze americane. Saddam Hussein in persona venne catturato il 13 dicembre 2003 e consegnato alle autorità irachene per essere processato per vari crimini contro l’umanità. Condannato, fu giustiziato il 30 dicembre del 2006 per impiccagione.
Seconda fase della guerra in Iraq: la lunga occupazione
Dopo il crollo del regime di Saddam Hussein, le principali città dell’Iraq furono coinvolte da saccheggi contro gli uffici governativi e le istituzioni pubbliche, con gravi episodi di violenza. Le forze di occupazione impiegarono grande energia per cercare di ripristinare l’ordine e la legge, continuamente indebolite da attacchi di guerriglia.
Se le vittime degli alleati erano state relativamente poche, circa 150 morti entro il primo maggio 2003, il numero di caduti americani, costantemente bersagliati da attacchi improvvisi, aumentò drasticamente, raggiungendo il numero di mille all’epoca delle elezioni statunitensi del novembre 2004 e superando i 3000 all’inizio del 2007.
L’economia del paese era in ginocchio: dopo 35 anni di dittatura, tre grandi guerre e diverse sanzioni economiche, l’Iraq era in rovina. Il paese era gravato da un pesante debito, che superava di gran lunga il suo prodotto interno lordo e persino la sua produzione di petrolio, la principale e unica fonte di reddito. Inoltre, la guerra aveva distrutto gran parte delle strutture produttive. Con grandissima fatica ed innumerevoli sforzi internazionali, l’economia irachena conobbe una tiepida ripresa.
Nel frattempo, nelle regioni del sud, diversi leader religiosi locali, che erano fuggiti dal regime di Saddam Hussein, poterono tornare in patria e riprendere il pellegrinaggio nelle città sante di Najaf e Karbala. In tutto il paese, gli iracheni iniziarono la dolorosa ricerca dei propri cari, caduti durante il regime di Hussein.
Furono scoperte numerose fosse comuni con migliaia di corpi. Nel frattempo, gruppi di milizie, come ad esempio l’esercito del Mahdi, formato dal religioso Muqtadā al-Ṣadr nell’estate del 2003, continuavano a disturbare le operazioni degli eserciti occupanti, destabilizzando continuamente il paese.
La gestione dell’Iraq iniziò ad essere pesantemente criticata anche negli stessi Stati Uniti: anche coloro che avevano sostenuto la guerra, si resero conto che il conflitto si era trasformato in un pantano. La pubblicazione su giornali internazionali di soldati statunitensi che torturavano iracheni nella prigione di Abu Ghraib, a ovest di Baghdad, danneggiarono ulteriormente la reputazione di Bush e della sua campagna militare.
Inoltre, una commissione statunitense impegnata ad indagare sugli attacchi dell’11 settembre, concluse, nel luglio del 2004, che non vi erano prove della collaborazione tra il Governo di Saddam Hussein e Al-Qaida.
Anche la Gran Bretagna, la seconda potenza militare in Iraq, venne investita da inchieste parlamentari. In particolare, un’indagine condotta all’inizio del 2010 dimostrava come alcuni tagli al bilancio militare avevano reso vulnerabili le truppe britanniche Iraq.
“L’impennata” di Bush e il ritiro delle truppe sotto Barack Obama
Ancora convinto della bontà della sua campagna militare, e nonostante le pesanti perdite, un generalizzato calo della violenza in Iraq incoraggiò l’amministrazione americana ad inviare nuovi contingenti militari in Iraq. Così, nel gennaio 2007, il presidente Bush aumentò le truppe statunitensi di altre 20mila unità, in un’operazione militare nota come “impennata”.
In realtà, diversi analisti furono critici contro questa decisione, spiegando che la diminuzione delle perdite americane dipendeva da altri fattori, come l’impiego di tecniche di contro insurrezione, l’alleanza di alcune tribù sunnite che si erano schierate a favore delle truppe statunitensi e alcuni trattati di pace stipulati con forze locali, che rappresentavano il vero motivo della diminuzione dei caduti americani.
Nel novembre del 2008, il parlamento iracheno, dopo lunghe trattative con gli Stati Uniti, definì una road map di ritiro delle forze USA dal paese. Gli americani avrebbero dovuto lasciare le città irachene entro la metà del 2009 e il ritiro dall’Iraq sarebbe stato completato entro il 31 dicembre 2011. Nel febbraio 2009, il neo eletto presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, annunciò che le forze si sarebbero ritirate entro il 31 agosto 2010 ma già il 18 agosto 2010, le ultime brigate di combattimento si ritirarono dal paese e sul territorio iracheno rimasero 50000 soldati americani come forza di transizione.
Il presidente USA Barack Obama annuncia il ritiro delle truppe dall’Iraq
Durante l’ultimissima fase dell’occupazione, nell’ottobre 2010, il portale Wikileaks fece scoprire al mondo, tramite la pubblicazione di quasi 400 mila documenti militari statunitensi segreti, che le cifre dei caduti iracheni comunicate pubblicamente erano state pesantemente ridimensionate. I report tattici e dell’intelligence realizzati dagli americani in Iraq tra il 2004 e il 2009 avevano infatti conteggiato le vittime civili irachene con un numero molto più alto di quello dichiarato pubblicamente.
Si venne anche a sapere che nel corso degli anni eserciti privati erano stati più volte coinvolti in incidenti e in episodi di violenza e che spesso le forze armate americane avevano ignorato l’utilizzo della tortura da parte delle forze di sicurezza irachene.
La pubblicazione di tali contenuti sconvolse l’opinione pubblica mondiale, anche se alti funzionari militari statunitensi e iracheni condannarono la pubblicazione dei documenti, affermando che tali rivelazioni potevano compromettere la sicurezza del paese.
Nel luglio del 2011, gli Stati Uniti provarono a convincere il governo iracheno a lasciare alcune migliaia di truppe per preservare la sicurezza ma l’opinione pubblica irachena e diverse fazioni politiche si dichiararono immediatamente contrarie. Inoltre, i trattati fallirono quando non si trovò un accordo sull’immunità legale dei soldati statunitensi di fronte alla legge irachena.
Così, ad ottobre del 2011, il presidente Obama annunciò che i restanti 39000 soldati avrebbero lasciato il paese alla fine del 2011. Il 15 dicembre, nel corso di una cerimonia a Baghdad, l’esercito americano dichiarò ufficialmente la fine della sua missione e le ultime truppe statunitensi si ritirarono.
Nonostante l’accettazione da parte di molti americani negli anni Quaranta dell’Ottocento del concetto di continua espansione, che era il diritto degli Stati Uniti di espandersi nell’Oceano Pacifico – il futuro confine tra Stati Uniti e Messico era tutt’altro che una conclusione scontata.
La Gran Bretagna, con la quale gli Stati Uniti condividevano il possesso dell’Oregon Country, faceva parte dell’equazione. Alcuni influenti americani erano convinti che gli inglesi fossero determinati a bloccare l’espansione degli Stati Uniti nel Pacifico ottenendo il controllo della California dal Messico. Nel 1846, tuttavia, le ambizioni britanniche nella regione divennero più chiare quando Stati Uniti e Gran Bretagna concordarono il 49° parallelo, l’attuale confine tra Stati Uniti e Canada, come confine permanente tra le loro terre nel Pacifico nord-occidentale. Eppure, il presidente degli Stati Uniti, James K. Polk rimase determinato ad espandere i limiti territoriali del paese.
Mappa del Messico nel 1842
Nel 1845 il Congresso degli Stati Uniti votò per annettere la Repubblica del Texas, che si era assicurata la sua indipendenza de facto nel 1836 dal Messico durante la Rivoluzione del Texas, sebbene il Messico si rifiutasse di riconoscere formalmente la sua sovranità. Tra l’indipendenza e l’annessione, il Texas ha cercato di espandere il suo territorio a ovest e il Messico ha cercato di reintegrare il Texas, provocando rivendicazioni di terre in competizione e un confine mal definito tra i due.
Poiché ha rifiutato di riconoscere il Texas, il Messico ha continuato a considerare ufficialmente i confini stabiliti dal Trattato Transcontinentale del 1819 tra la Spagna e gli Stati Uniti come il confine tra Stati Uniti e Messico, sebbene il punto cruciale della disputa di confine verso la metà degli anni 1840 fosse che il Messico riteneva il confine sul fiume Nueces, mentre gli Stati Uniti lo consideravano più a sud, al Rio Grande.
Quando gli Stati Uniti hanno annesso il Texas, il Messico ha interrotto le relazioni diplomatiche formali con gli Stati Uniti. Gli sforzi diplomatici degli Stati Uniti per stabilire un accordo sul confine tra Texas e Messico e per acquistare i territori messicani della California e del New Mexico hanno posto le basi per la guerra messicano-americana.
I continui conflitti nella regione del Texas a metà del XIX secolo portarono alla guerra messicano-americana, iniziata nel 1846 e terminata nel 1848 con il Trattato di Guadalupe Hidalgo. Secondo il trattato di pace, il Messico ha perso più di 2.500.000 chilometri quadrati di terra, il 55% del suo territorio, compreso tutto quello che oggi è California, Arizona, New Mexico, Utah, Nevada e parti di ciò che è Colorado, Wyoming, Kansas e Oklahoma. Inoltre, tutte le controversie sul Texas e sul territorio conteso tra Rio Grande e Rio Nueces furono abbandonate.
Cinque anni dopo, l’acquisto di Gadsden completò la creazione dell’attuale confine tra Stati Uniti e Messico. L’acquisto doveva inizialmente prevedere un diritto di passaggio ferroviario. Questi acquisti hanno coinvolto circa 300.000 persone che vivevano nelle terre un tempo contese, molte delle quali erano cittadini messicani. Dopo l’istituzione dell’attuale confine, diverse città sorsero lungo questo confine e molti cittadini messicani ricevettero terra libera nelle regioni settentrionali del Messico in cambio del ritorno e del ripopolamento dell’area.
Mappa del Messico
l Trattato di Guadalupe Hidalgo e un altro trattato del 1884 erano gli accordi originariamente responsabili dell’insediamento del confine internazionale, entrambi i quali specificavano che il centro del Rio Grande era il confine, indipendentemente da eventuali alterazioni dei canali o delle sponde. Il Rio Grande si spostò a sud tra il 1852 e il 1868, con lo spostamento più radicale del fiume avvenuto dopo un’alluvione nel 1864. Nel 1873 il confine del centro del fiume aveva tagliato circa 2,4 chilometri quadrati (590 acri) di territorio messicano nella Zona di Paso-Juarez, trasferendo di fatto il terreno negli Stati Uniti.
Con un trattato negoziato nel 1963, il Messico ha riconquistato la maggior parte di questa terra in quella che divenne nota come la disputa di Chamizale trasferendo 1,07 chilometri quadrati (260 acri). I trattati di frontiera sono amministrati congiuntamente dall’International Boundary and Water Commission (IBWC), istituita nel 1889 per mantenere il confine, allocare le acque dei fiumi tra le due nazioni e provvedere al controllo delle inondazioni e ai servizi igienico-sanitari. Un tempo considerato un modello di cooperazione internazionale, negli ultimi decenni l’IBWC è stato pesantemente criticato come un anacronismo istituzionale, aggirato dalle moderne questioni sociali, ambientali e politiche. In particolare, secondo politologi messicani, le questioni giurisdizionali riguardanti i diritti sull’acqua nella Valle del Rio Grande hanno continuato a causare e lo fanno tutt’ora tensioni tra gli agricoltori lungo il confine Armand Peschard-Sverdrup.
Per conquista dell’America si intende la scoperta, l’esplorazione, la conquista e poi la colonizzazione da parte degli stati europei delle terre delle Americhe.
Le esplorazioni, avviate nel XV secolo per la ricerca di nuove rotte commerciali, portarono alla scoperta accidentale di un nuovo continente, da cui partì nei decenni successivi una serie di conquiste e di sfruttamento dei territori americani che durarono per circa quattro secoli, fino all’ottenimento da parte delle colonie stesse dell’Indipendenza.
La ricerca di nuove rotte commerciali
L’Europa, all’inizio del XV secolo, stava superando alcune guerre interne e si stava lentamente riprendendo dal poderoso calo demografico causato dalla peste nera. Nel frattempo, la presenza del forte e potente impero Turco-Ottomano, che dominava le rotte commerciali verso l’Asia, spinse i monarchi dell’Europa occidentale a cercare strade alternative, finanziando diversi viaggi, tra cui quello più famoso di Cristoforo Colombo.
I paesi più attivi nello scoprire delle nuove rotte commerciali furono la Spagna e il Portogallo, che iniziarono a inviare regolari spedizioni navali per individuare nuove rotte commerciali verso l’Asia. Risultato accidentale di queste spedizioni fu la scoperta da parte di Cristoforo Colombo, nel 1492, di una nuova terra nell’emisfero occidentale.
Sebbene Colombo e i suoi immediati successori credettero di aver raggiunto la Cina o le coste dell’India, in realtà ci si rese conto, soprattutto dopo i viaggi di Amerigo Vespucci, di aver trovato un nuovo continente. Questo mondo conteneva enormi ricchezze naturali che avrebbero arricchito a dismisura gli stati europei: giganteschi giacimenti di oro e di altri minerali preziosi oltre a fertili pianure, e vastissimi terreni per uso agricolo e per la pastorizia.
Così, gli europei iniziarono presto ad esplorare e rivendicare la proprietà di quelle nuove terre, colonizzando le Americhe. Numerose spedizioni europee navigarono attraverso l’oceano Atlantico per esplorare questa terra. Colombo era sbarcato nelle isole del Mar dei Caraibi. Nuovi esploratori iniziarono a raggiungere l’America continentale ma anche l’America centrale e il Sudamerica.
Iniziò così la fondazione da parte di Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo e Paesi Bassi di una numerosa serie di colonie per sfruttare il grandissimo potenziale economico di quell’area del mondo. Le colonie erano finanziate da società commerciali con sede in Europa. Queste compagnie cercavano ricchezza nella coltivazione, nel commercio di svariati beni, e nei minerali che provenivano dal nuovo mondo. A questi gruppi commerciali vennero concesse vaste aree di terra direttamente dai governi europei che in cambio potevano ottenere alcune delle ricchezze che le compagnie commerciali riuscivano ad accumulare.
Le guerre e il genocidio dei nativi americani
Tuttavia, le Americhe erano già colonizzate da milioni di indigeni che abitavano i territori da migliaia di anni. Gli indigeni erano conosciuti collettivamente come “popoli indigeni del Nord America”, chiamati anche “Nativi americani” o “Indiani d’America”. Al tempo in cui vi furono i primi contatti con gli europei, i numerosi popoli indigeni parlavano più di 800 lingue diverse e vivevano in tutto l’emisfero occidentale.
Vi erano diverse culture, da quelle di cacciatori-raccoglitori a società agricole con imperi moderatamente sviluppati e città di considerevoli dimensioni. Gli europei che volevano stabilirsi nelle Americhe e ottenere il controllo delle ricchezze non consideravano i popoli indigeni realmente proprietari delle terre.
Li trattavano come primitivi o selvaggi, pensando che avrebbero beneficiato dall’introduzione della civiltà europea e in particolare della religione cattolica. Così, la colonizzazione Europea delle Americhe portò cambiamenti rovinosi ai popoli indigeni e al loro modo di vivere. Gli europei introdussero accidentalmente delle malattie sconosciute nelle Americhe che decimarono le popolazioni prive degli anticorpi necessari.
Gli europei, sfruttando l’enorme divario tecnologico e bellico con i nativi americani, ridussero in schiavitù un grandissimo numero di indigeni, impossessandosi delle loro terre e contribuendo alla distruzione di intere culture e religioni native.
Le colonie europee nelle Americhe
I primi paesi europei ad iniziare a colonizzare le Americhe furono Spagna e Portogallo. La Spagna rivendicò e dominò il Messico, la maggior parte dell’America centrale e meridionale, diverse isole dei Caraibi e quelle che ora sono Florida, California e la regione sud-occidentale degli Stati Uniti.
Il Portogallo ottenne il controllo del Brasile, tanto che oggi la regione che comprende il Messico, l’America centrale e meridionale e le isole dei Caraibi è conosciuta come America Latina.
In Nord America, la Francia colonizzò il Canada e le valli dei fiumi St. Lawrence, Ohio, Mississippi e Alabama. La Francia conquistò anche la Guyana francese, sulla costa nord-orientale del Sud America, e alcune isole caraibiche.
Gli olandesi si stabilirono nella valle del fiume Hudson, in Nord America, e in alcuni territori insulari dei Caraibi. Colonizzarono anche la Guyana olandese (ora Suriname) e quella che in seguito divenne la Guyana britannica (ora Guyana), nel nord del Sud America.
La Svezia rivendicò la valle del fiume Delaware in Nord America. La Russia fondò colonie in Alaska. L’Inghilterra governò ben 13 colonie sulla costa atlantica del Nord America, si stabilì nell’Honduras britannico (ora Belize) in America centrale e prese possesso della Guyana britannica e di diverse isole dei Caraibi.
L’evoluzione della colonizzazione e l’indipendenza
Solo in un secondo momento, le violenze nei confronti dei nativi si attenuarono. In un primo momento, gli ideali religiosi della chiesa cattolica, pretesero che i nativi imparassero i principi della religione cattolica e lavorassero per il loro padrone la terra, con alcune limitazioni ai soprusi che potevano essere fatti nei confronti dei lavoranti.
Solo nel corso del XIX secolo, le colonie europee cominciarono a rivendicare la propria indipendenza, la quale fu anche favorita da una nuova stagione di guerre in Europa, come quelle napoleoniche, mentre l’occupazione francese della Spagna e del Portogallo contribuì ad isolare le colonie americane dalla madrepatria.
L’isolamento portò abbastanza presto alla formazione nelle colonie di movimenti nazionalisti e rivoluzionari che miravano ad ottenere l’indipendenza. Questo, a fronte di stati europei indeboliti, si concluse con la proclamazione di stati indipendenti, che mantenevano rapporti commerciali con l’Europa, ma in un piano di sostanziale parità.
L’esempio più noto è proprio quello delle 13 colonie inglesi, che diventarono, dopo la Guerra d’indipendenza americana, gli Stati Uniti d’America.
La battaglia di Mosca (30 set 1941 – 20 apr 1942) è un conflitto all’interno dell’operazione Barbarossa, portata avanti dall’esercito della Wermacht tedesca con l’obiettivo di conquistare l’Unione Sovietica e la sua capitale. A fronte di due linee di difesa approntate dal Generale Zhukov, i tedeschi eseguirono ripetuti attacchi a tenaglia tramite la tecnica della Blitzkrieg. Tuttavia, la carenza di rifornimenti, il freddo e il contrattacco sovietico portarono al fallimento dell’operazione militare e al ritiro dell’esercito tedesco.
L’operazione Barbarossa
Il 22 giugno del 1941, le forze armate tedesche avviarono la cosiddetta “Operazione Barbarossa”, volta all‘invasione dell’Unione Sovietica. In circa tre settimane, grazie ad una straordinaria rapidità di movimento, i tedeschi conquistarono la Bielorussia e la più occidentale delle città dell’Unione Sovietica, Smolensk.
Giunti in prossimità dei confini sovietici, Adolf Hitler diede ordine di deviare la gran parte delle forze militari verso sud, per intercettare l’esercito sovietico in marcia verso Kiev: alcuni suoi generali fra cui Franz Halder e il feldmaresciallo Walther von Brauchitsch, non erano d’accordo, e suggerirono di puntare immediatamente verso Mosca, prima che il freddo dell’inverno potesse complicare le operazioni.
Hitler, ignorando i loro consigli, proseguì verso sud, arrivando alla “Battaglia della Sacca di Kiev”, che si concluse con la vittoria tedesca ma che fece perdere alla Wermacht del tempo prezioso.
Solamente il 6 settembre venne dato l’ordine di attaccare Mosca e il 30 dello stesso mese iniziò l'”Operazione Tifone”. Al comando della missione vi era il Feldmaresciallo Fedor von Bock, con 1.5 milioni di soldati, 1500 carri armati e cannoni di assalto, 14000 pezzi di artiglieria e più di 500 aerei della Luftwaffe, l’aviazione tedesca.
L’Unione Sovietica, guidata da Iosif Stalin, e dal suo miglior generale, Georgy Zhukov, poteva contare su 1.2 milioni di soldati, 2000 carri armati, 7600 pezzi di artiglieria e 900 aerei, più altri 500 riparabili in breve tempo.
Il piano di attacco tedesco
Il piano di attacco tedesco partiva dalla città di Smolensk e prevedeva di raggiungere Mosca, posizionata a 300 km di distanza. I sovietici avevano elaborato due linee di difesa: la prima attraversava le città di Rzev e di Vyazma, e la seconda faceva perno sulla città di Mozajsk.
I tedeschi, sul fronte Nord, intendevano utilizzare un attacco a tenaglia ai danni della città di Vyazma, per conquistare il centro della prima linea di difesa, mentre nel settore sud-occidentale puntarono verso la città di Orel per risalire verso Tula, in modo da sfondare da Sud.
Nel frattempo altri corpi di armata tedeschi avrebbero dovuto neutralizzare delle armate sovietiche posizionate lì dintorno, nel cosiddetto “Settore Briansk”. Infine delle armate di Fanteria sarebbero rimaste indietro a coprire la zona centrale, per evitare contrattacchi.
La seconda parte del piano di attacco tedesco, se le linee sovietiche fossero state distrutte come pianificato, prevedeva poi di partire dalla città di Vyazma per sfondare la linea di difesa di Mozajsk, e attaccare Mosca da settentrione, mentre dal settore Briansk sarebbe partito l’attacco da sud verso la capitale nemica.
Uno dei problemi principali dell’esercito tedesco, chiaro fin da subito, era il rifornimento di cibo, carburante e ricambi per i mezzi. Le basi di rifornimento erano in Polonia, e ogni giorno 30 treni carichi di vettovaglie dovevano raggiungere i confini dell’Unione Sovietica.
Inoltre, dal momento che la distanza tra i binari nei pressi dell’URSS era differente da quella in uso in Europa, i treni, giunti ai confini sovietici, non potevano proseguire: dovevano essere puntualmente scaricati dal loro contenuto e il materiale ricaricato su altrettanti treni per raggiungere i reparti tedeschi sparsi sul territorio.
Nonostante questa pesante difficoltà logistica, il morale dei soldati era alto e i tedeschi erano sicuri della loro tattica, la “Blitzkrieg“, una tecnica basata sulla combinazione di fanteria, mezzi meccanizzati ed aviazione, che attaccava con estrema rapidità l’avversario, per circondarlo ed inserirlo all’interno di “sacche”, da eliminare successivamente.
Il primo attacco tedesco: destinazione Vyazma
Il primo attacco tedesco eseguì una manovra a tenaglia, da nord e da sud contemporaneamente, ai danni della città di Vyazma. Il 10 ottobre, i tedeschi erano giunti presso Vyazma e furono in grado di insaccare ben quattro armate sovietiche. Queste si difesero con grande forza, tanto che furono necessarie 28 divisioni dell’esercito tedesco per annientarle.
Questo fece perdere tempo ai tedeschi, mentre nel frattempo la capitale Sovietica venne rinforzata con nuove trincee, oltre all’arrivo di nuove divisioni a rinforzo: dalla Siberia orientale giunsero nuovi corpi di fanteria e di carri armati.
Nel bel mezzo delle operazioni, il 7 ottobre, cominciò a nevicare, formando un pantano fangoso noto come Rasputitsa, che rallentò la marcia dei tedeschi. I russi poterono quindi riorganizzarsi e contrattaccare.
Presso la città di Mtsensk, un’imboscata sovietica ai danni del Panzergruppe quattro, annientò i tedeschi. I Panzer vennero attaccati a sorpresa dei carri armati russi, i T-34, nascosti nei boschi. Questa disfatta impressionò fortemente il comando tedesco, che si rese conto come i loro carri armati fossero di qualità e di resistenza inferiore rispetto a quelli sovietici.
Il morale era basso, tanto che il 9 ottobre, il ministero della propaganda tedesco diffuse una serie di volantini per rassicurare la popolazione e i soldati, assicurando che la battaglia stava per essere vinta, e che entro Natale gli uomini sarebbero tornati a casa.
Il secondo attacco tedesco verso Mozajsk
I tedeschi, nonostante le difficoltà, erano riusciti a superare la prima linea di difesa. Così il generale Žukov, pensò di rinforzare la seconda linea di difesa con 90mila soldati. Dal momento che questi, a fronte delle centinaia di chilometri da coprire, erano insufficienti, il generale preferì concentrare le sue forze in quattro punti strategici: Volokolamsk, Mozajsk, Malojaroslavec e Kaduga.
Nel frattempo, la capitale Mosca si preparava ad un assedio diretto. 250.000 donne, in poche settimane e con pochi strumenti, movimentarono 3 milioni di metri cubi di terra per scavare trincee attorno alla città. Le industrie e le officine vennero riconvertite per scopi militari e i vigili del fuoco si impegnarono per tenere la città al sicuro dagli incendi.
Il 13 e 14 ottobre vi fu la seconda offensiva tedesca. Di nuovo si verificò una manovra a tenaglia ai danni della città di Mozajsk: il 18 la città venne conquistata dai tedeschi e nei giorni successivi caddero anche Narofominks e Volokolansk.
Nel settore sud occidentale i risultati per la Wermacht furono minori: le colonne tedesche in marcia verso la città di Tula vennero sorprese dal maltempo e si arrestarono. Nel frattempo, dalla stessa città partì una controffensiva che mise in grave crisi l’esercito tedesco, tanto che il giorno 31 giunse l’ordine di arrestarsi e di rimanere sulle proprie posizioni.
Per la prima volta, verso la fine di ottobre 1941, Adolf Hitler iniziò a nutrire dei dubbi sulla riuscita della campagna: i suoi soldati erano completamente esausti e avevano ancora le divise estive di inizio settembre, mentre il meteo prevedeva parecchie decine di gradi sotto lo zero.
Stalin si sentiva invece più sicuro, perché i suoi soldati erano meglio difesi e più caldi. Addirittura, in occasione della ricorrenza del 14 ottobre, si organizzò nella Piazza del Cremlino la classica parata dell’Armata Rossa, dimostrando alla popolazione tutta la potenza dell’esercito sovietico.
Convinto delle sue forze, Stalin ordinò una controffensiva contro i tedeschi. Il generale Žukov non fu assolutamente d’accordo, ritenendo che i sovietici non potessero sostenerlo, ma Stalin si impose. La controffensiva, dando perfettamente ragione al generale Žukov, non ebbe effetto, e a parte una isolata vittoria presso Alexino, i tedeschi furono in grado di neutralizzare l’attacco nemico.
La terza offensiva tedesca: ad un passo da Mosca
Tra il 31 ottobre e il 15 novembre venne organizzata una nuova offensiva, la terza. Questa volta però i generali sovietici avevano capito come combattere il nemico, ed avevano fatto esperienza delle migliori tecniche per neutralizzare la Blitzkrieg.
Su Mosca vennero approntati tre anelli concentrici di difesa e posizionata artiglieria e unità di genieri per le principali strade attraverso le quali sarebbe dovuto passare l’esercito tedesco.
I tedeschi, nel frattempo, concepirono una nuova manovra a tenaglia. L’esercito doveva partire dal centro del fronte occidentale, salire verso la città di Kalinin, dirigersi verso Solnečnogorsk e attaccare Mosca da settentrione, mentre nel settore sud occidentale a partire da Tula bisognava raggiungere le città di Kascira e poi di Kolomna, per attaccare Mosca da sud.
Il 23 novembre, iniziarono le operazioni. La furia dei tedeschi gli permise di conquistare Kalinin e Solnečnogorsk: Stalin fu impressionato dall’attacco, tanto che domandò a Žukov se l’esercito fosse in grado di sostenere i tedeschi.
Žukov rispose che l’Armata Rossa poteva difendersi a patto di ricevere entro breve dei nuovi rifornimenti. Il 27 novembre, alcune isolate divisioni tedesche arrivarono a poche decine di chilometri da Mosca. La settima divisione Panzer conquistò una testa di ponte a 35 km dal Cremlino, ma fu neutralizzata dalla Prima Armata d’assalto Sovietica.
A nord-ovest, i tedeschi raggiunsero la città di Krasnaia Poliana, a soli 29 km da Mosca, ma i reggimenti erano ormai a ranghi estremamente ridotti, e non ebbero la forza di attaccare la capitale.
Nel settore sud-occidentale, il generale Heinz Guderian, con il secondo gruppo Panzer, voleva conquistare la città di Kascina, presso la quale risiedeva il quartier generale dell’intero fronte occidentale sovietico. Tuttavia, il primo corpo di cavalleria, la 112ma divisione carri armati, la 1a brigata corazzata e un battaglione di lanciarazzi Katiuscia, con il supporto dell’aviazione Sovietica, furono in grado di fermare l’avanzata di Guderian.
Il 30 novembre, le condizioni meteorologiche erano diventati estreme: il generale Von Bock scrisse a Berlino che si erano toccati -45 gradi, mentre Žukov segnava – 10. Comunque, si verificarono 130 mila casi di congelamento fra i soldati tedeschi, mentre i mezzi impiegavano ore per essere riscaldati prima di potersi accendere, tanto che Guderian, nei suoi diari, cominciò ad ammettere la sconfitta dell’esercito tedesco.
“L’offensiva su Mosca è fallita. Abbiamo sottovalutato il nemico, la sua grandezza e il clima”
Dai diari del Gen. Guderian
I sovietici, riuscivano invece a utilizzare l’equipaggiamento dei soldati caduti, coprendosi meglio e resistendo più efficacemente ai rigori dell’inverno. Secondo alcuni storici, i sovietici eseguirono anche delle inondazioni programmate per rinnovare quella fanghiglia che avrebbe potuto arrestare l’esercito tedesco.
La controffensiva sovietica e il ritiro tedesco
All’inizio di dicembre, i servizi segreti tedeschi ritenevano che i sovietici avessero finito i rinforzi. Così decisero di lanciare una nuova offensiva. Ma Stalin li colse di sorpresa. Ritenendo che il Giappone, in guerra con l’Unione Sovietica, fosse comunque impegnato militarmente contro gli Stati Uniti e non potesse costituire un pericolo immediato, decise di dirottare una vasta serie di forze verso Mosca.
18 divisioni di Fanteria, 1700 carri armati e 1500 aerei rinforzarono in maniera efficace l’esercito sovietico che arrivò, grazie ad una disposizione tattica efficace, ad essere in rapporto di 2:1 contro i tedeschi.
Così, venne lanciata la controffensiva Sovietica che riconquistò in poco tempo le città di Solnečnogorsk e di Klinn, cacciando indietro i tedeschi con grande efficacia.
Informato della situazione, Hitler diede ordine di mantenere le proprie posizioni, contrariamente ai suoi generali, che cercavano di convincerlo dell’impossibilità delle sue disposizioni. In realtà i generali diedero, disattendendo gli ordini di Hitler, il permesso ad un ritiro parziale per gran parte dell’esercito.
Il 20 dicembre 1941, si tenne però una nuova riunione tra Hitler e i suoi generali dove il Führer confermò il suo ordine di mantenere la posizione, anche “scavando delle trincee e utilizzando dei proiettili di obice usati per rimuovere la terra”.
I generali Gudorian e Von Block vennero rimossi dall’incarico
Ormai però, i soldati tedeschi non potevano più tenere le posizioni, tanto che Žukov fu in grado di provare, senza però riuscirci, ad accerchiare per due volte i contingenti della Wermacht.
Le conseguenze per la guerra
La controffensiva sovietica portò i soldati tedeschi a 250 km, quasi la stessa distanza da cui era partita l’operazione “Tifone”. Era chiaro che l’esercito tedesco non avrebbe mai conquistato Mosca.
Nonostante ciò, l’Unione Sovietica rimase fortemente impressionata e mantenne tutti i soldati sulle loro posizioni mentre Hitler, furioso, prese il comando personale dell’esercito, sostituendo tutto il suo capo di stato maggiore con giovani generali, inesperti.
Successivamente, Stalin, imbaldanzito dalla vittoria e sempre contro il parere di Žukov , decise di lanciare una nuova offensiva ai danni dei tedeschi, utilizzando un esercito comunque allo stremo delle forze. Si arrivò così alla seconda battaglia di Ržev (Gennaio-Febbraio 1942), chiamata anche “Tritacarne”, in quanto i sovietici vennero ripetutamente sconfitti e decimati per l’assurda decisione di Stalin.
Così, i tedeschi avrebbero potuto eseguire a loro volta un contrattacco, che avrebbe portato alla battaglia di Stalingrado.
L’economia moderna dell’Ucraina è stata sviluppata come parte integrante della più ampia economia dell’Unione Sovietica. Pur ricevendo una quota minore (16% negli anni ’80) dei fondi di investimento dell’Unione Sovietica e producendo una percentuale maggiore di beni con un prezzo fisso inferiore, l’Ucraina è stata in grado di produrre una quota maggiore della produzione totale nel settore industriale (17%) e in particolare i settori agricoli (21%) dell’economia sovietica.
In effetti, un trasferimento di ricchezza dall’Ucraina diretto a livello centrale, pari a un quinto del suo reddito nazionale, ha contribuito a finanziare lo sviluppo economico in altre parti dell’Unione Sovietica, in particolare Russia e Kazakistan .
Alla fine del periodo sovietico, tuttavia, l’economia ucraina era sottoposta a forti tensioni e si contrasse bruscamente all’inizio dell’era dell’indipendenza. Un periodo di estrema inflazione valutaria all’inizio degli anni ’90 ha portato grandi difficoltà alla maggior parte della popolazione.
Nonostante le prime speranze che l’indipendenza economica ucraina, con la concomitante fine del trasferimento di fondi e risorse ad altre parti dell’Unione Sovietica, avrebbe alleviato il peso sull’economia e sul tenore di vita, l’Ucraina è entrata in un periodo di grave declino economico. La vita quotidiana in Ucraina è diventata difficile, in particolare per coloro che vivevano con un reddito fisso, poiché i prezzi sono aumentati notevolmente.
I cittadini compensavano in diversi modi: più della metà coltivava il proprio cibo, i lavoratori spesso svolgevano due o tre lavori e molti acquistavano beni di prima necessità attraverso una fiorente economia del baratto. Nel 1996 l’Ucraina aveva raggiunto una certa stabilità economica. L’inflazione è scesa a livelli gestibili e il declino dell’economia è rallentato considerevolmente.
A cavallo del 21° secolo l’economia iniziò finalmente a crescere, almeno in parte a causa dei crescenti legami con la Russia. All’inizio del 21° secolo molti giovani ucraini, in particolare residenti nell’ovest rurale del paese, cercarono opportunità di lavoro all’estero. Sebbene tale migrazione abbia talvolta portato a carenze di manodopera localizzate all’interno dell’Ucraina, le rimesse della diaspora ucraina ammontavano a circa il 4% del prodotto interno lordo (PIL) del paese.
L’economia ha subito una forte contrazione nel 2014 a causa della crisi politica che ha rovesciato il governo del presidente filorusso Viktor Yanukovich. La Russia ha risposto alla cacciata di Yanukovich annettendo illegalmente la Crimea e aiutando di fatto un’insurrezione nell’Ucraina sudorientale. Un cessate il fuoco tra il governo ucraino e le forze sostenute dalla Russia nel febbraio 2015 ha creato uno stato di conflitto congelato e ha sconvolto la vita quotidiana in quella che era stata la regione industriale più produttiva dell’Ucraina.
Agricoltura e pesca
In parte grazie ai suoli ricchi di elementi e del clima favorevole, la produzione agricola dell’Ucraina è molto sviluppata. La sua produzione di cereali e patate è tra le più alte d’Europa ed è tra i maggiori produttori mondiali di barbabietola da zucchero e olio di semi di girasole. Il settore zootecnico ucraino è in ritardo rispetto al settore delle colture, ma la sua produzione totale è ancora notevolmente superiore a quella della maggior parte degli altri paesi europei.
Una notevole quantità di suoli speciali del mondo si trova nella zona della steppa forestale dell’Ucraina. Questi terreni sono particolarmente adatti alla coltivazione della barbabietola da zucchero, importante coltura industriale, e del frumento.
Oltre al grano l’Ucraina produce cereali come l’orzo principalmente per l’alimentazione animale, il mais, i grani leguminosi, l’avena, la segale, il miglio, il grano saraceno e il riso. Le patate sono una coltura importante nelle regioni più fredde del nord e ai piedi dei Carpazi.
I semi di girasole, la principale coltura da olio, sono più comuni nella zona della steppa, dove vengono coltivati anche semi di ricino, senape, colza, lino, canapa e papavero. Nelle steppe meridionali, soprattutto dove si usa l’irrigazione, si coltivano anche pomodori, peperoni e meloni. L’agricoltura è particolarmente degna di nota alla periferia di grandi città come Kiev, Kharkiv, Dnipropetrovsk, Zaporizhzhya e la nel Bacino di Donets.
La frutta viene coltivata in tutta l’Ucraina, in particolare nella steppa in Transcarpazia nell’Ucraina sudoccidentale e in particolare in Crimea. I vigneti sono comuni nella parte meridionale dell’Ucraina, in particolare in Transcarpazia e Crimea.
Allevamenti in Ucraina
Bovini e suini vengono allevati in tutta l’Ucraina. Le concentrazioni di mandrie da latte si verificano principalmente nella steppa forestale, soprattutto in prossimità delle grandi città, mentre i bovini da carne sono più comuni nelle aree di pascoli naturali e campi da fieno, come nella Polissia e ai piedi dei Carpazi.
Pecore e capre vengono allevate nei Carpazi e in alcune parti della steppa meridionale e della Crimea. Polli, oche e tacchini sono allevati in tutta l’Ucraina per la produzione di carne e uova, ma gli allevamenti intensivi di carne e uova su larga scala sono concentrate vicino alle grandi città.
Le api sono allevate in tutte le parti dell’Ucraina per l’impollinazione e la produzione di miele e cera; L’allevamento del baco da seta avviene in Transcarpazia.
Mentre la produzione di colture in campo e allevamento di bestiame e pollame su larga scala sono state sviluppate in fattorie collettive e statali nel periodo sovietico, il giardinaggio privato, la frutticoltura e l’allevamento di bestiame sono stati tradizionalmente portati avanti da famiglie e piccoli gruppi.
Con la ristrutturazione agricola avviata da Mikhail Gorbachev alla fine degli anni ’80, i piccoli appezzamenti privati potevano espandersi, mentre le fattorie collettive e statali potevano subire una riorganizzazione sulla base dell’agricoltura di gruppo o familiare. Fin dall’indipendenza, l’intento dichiarato del governo ucraino è stato quello di realizzare una graduale privatizzazione dell’agricoltura, ma le infrastrutture agricole, sviluppate attorno alle fattorie collettive e statali, hanno reso la conversione difficile e costosa.
Nel dicembre 1999 il sistema delle fattorie collettive è stato abolito con decreto presidenziale e la riforma agraria è rimasta un problema politico per molti anni. Uno degli aspetti politicamente più divisivi della privatizzazione, tuttavia, è stata la proposta di vendita di terreni agricoli. La pratica, vietata per legge nel 1992, è stata vista da molti come un passaggio cruciale nella liberalizzazione del settore agricolo.
La maggior parte dei boschi dell’Ucraina è gestita dall’Agenzia statale per le risorse forestali. Sebbene gli sforzi per migliorare lo stock in crescita del paese siano stati ostacolati dalla contaminazione dell’incidente di Chernobyl del 1986, le aree forestali economicamente produttive dell’Ucraina si sono espanse notevolmente negli anni successivi all’indipendenza e all’inizio del 21° secolo.
Gli estuari del Mar Nero e il Mar d’Azov sono le principali zone di pesca dell’Ucraina. Tra i principali fiumi per la pesca ci sono il Dnepr, il Danubio, il Dnestr, il Buh meridionale e il Donets. Le catture di pesce sono diminuite a causa del forte inquinamento.
Risorse minerarie
L’Ucraina ha risorse minerarie estremamente ricche e complementari in alte concentrazioni e in stretta vicinanza l’una all’altra. Ricche riserve di minerale di ferro situate nelle vicinanze di Kryvyy Rih, Kremenchuk , Bilozerka, Mariupol e Kerch costituiscono la base della grande industria siderurgica ucraina.
Una delle aree più ricche di minerali contenenti manganese al mondo si trova vicino a Nikopol. Il carbone bituminoso e antracite utilizzato per il coke viene estratto nel Bacino di Donets. L’energia per le centrali termiche è ottenuta utilizzando le grandi riserve di lignite presenti nel Bacino del fiume Dnepr (a nord di Kryvyy Rih) e giacimenti di carbone bituminoso del bacino Lviv-Volyn.
Le miniere di carbone dell’Ucraina sono tra le più profonde d’ Europa. Molte sono considerate pericolose perché la loro profondità contribuisce ad aumentare i livelli di metano; esplosioni legate al metano hanno ucciso numerosi minatori ucraini.
L’Ucraina ha anche importanti giacimenti di minerali di titanio, bauxite, nefelina, alunite e minerali di mercurio. Un grande deposito di ozokerite, una cera di paraffina naturale, si trova vicino alla città di Boryslav. La sub Carpazia e il bacino del Donet possiedono depositi di sale di potassio. Alcuni fosforiti e zolfo naturale si trovano in Ucraina.
Le risorse energetiche
Le tre grandi aree di produzione di gas naturale e petrolio in Ucraina sono la regione dei Subcarpazi, sfruttata dalla fine del XIX all’inizio del XX secolo, e le regioni del Dnepr-Donets e della Crimea, entrambe sviluppate dalla seconda guerra mondiale.
Dopo la seconda guerra mondiale, l’estrazione di gas naturale in Ucraina è aumentata vertiginosamente fino a rappresentare un terzo della produzione totale dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni ’60. La produzione di gas naturale è diminuita dopo il 1975, tuttavia, e un modello simile di crescita ed esaurimento si è verificato con il petrolio ucraino, rendendo alla fine la repubblica un importatore netto di questi combustibili.
Esportazioni Ucraine
Lo sfruttamento di petrolio e gas naturale in Ucraina ha reso necessaria la creazione di un vasto sistema di trasporto di condotte. Uno dei primi gasdotti della regione fu aperto negli anni ’20, collegando Dashava a Leopoli e poi a Kiev. Come risultato dell’impegno dell’Unione Sovietica per l’importante esportazione di gas alla fine degli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70, furono posati due gasdotti attraverso l’Ucraina per portare il gas nell’Europa orientale e occidentale dalla Siberia e da Orenburg in Russia.
Il petrolio del giacimento petrolifero di Dolyna nell’Ucraina occidentale viene convogliato per circa 65 km a una raffineria di Drohobyche il petrolio proveniente dai giacimenti dell’Ucraina orientale viene convogliato a una raffineria a Kremenchuk. Successivamente, furono aggiunte linee principali di petrolio più grandi circa 1.100 km per fornire petrolio dalla Siberia occidentale alle raffinerie di Lysychansk, Kremenchuk, Kherson e Odessa, nonché un segmento di 675 km del Oleodotto Druzhba, che attraversa l’Ucraina occidentale per fornire petrolio siberiano ad altri paesi europei.
Importazioni Ucraine
Gli oleodotti che collegano i giacimenti di petrolio e gas siberiani con l’Europa sono un importante asset economico per l’Ucraina. Tuttavia, le controversie tra Ucraina e Russia in passato hanno portato quest’ultima a interrompere temporaneamente la sua fornitura, colpendo negativamente l’Ucraina e l’Unione Europea, che dipende dal gas e dal petrolio di questi gasdotti.
L’Ucraina è fortemente dipendente dai combustibili fossili e dall’energia nucleare per il suo fabbisogno energetico. L’energia idroelettrica rappresenta meno del 10 per cento della produzione di elettricità del Paese e il contributo delle altre fonti rinnovabili è trascurabile. Sebbene la produzione di carbone sia notevole, l’Ucraina fa affidamento sull’importazione di petrolio e gas naturale per soddisfare il proprio fabbisogno energetico.
Le centrali termiche si trovano in tutte le parti del paese, anche se le più grandi si trovano nel bacino del Donets e lungo il Dnepr. Una terza area di produzione di energia elettrica si trova nelle vicinanze del bacino carbonifero di Leopoli-Volyn e nella regione della Transcarpazia vi è un gruppo di diverse centrali elettriche. Le centrali nucleari si trovano vicino alle città di Khmelnytskyy, Rivne e Zaporizhzhya, nonché lungo il fiume Buh meridionale.
Il grave incidente nucleare in uno dei reattori di Chernobyl nel 1986 hanno innescato un potente movimento ambientalista in Ucraina e stimolato la spinta verso l’indipendenza politica dall’Unione Sovietica. L’ultimo reattore funzionante a Chernobyl è stato chiuso nel 2000.
La produzione industriale
La produzione è un settore estremamente importante dell’economia ucraina, in termini di produttività e reddito guadagnato. I prodotti fabbricati nel paese includono metalli ferrosi, attrezzature per il trasporto e altri tipi di macchinari pesanti, una varietà di prodotti chimici, prodotti alimentari e altri beni.
L’Ucraina ha un’importante industria dei metalli ferrosi e si colloca tra i primi produttori di acciaio nel mondo. Ghisa, acciaio laminato e tubi d’acciaio vengono prodotti principalmente nel bacino del Donets, il cuore industriale del paese.
Le industrie pesanti del paese producono camion, automobili, locomotive ferroviarie e vagoni merci, navi marittime, turbine idroelettriche e termiche a vapore e a gas e generatori elettrici. Inoltre, l’edilizia residenziale e industriale richiede attrezzature di sollevamento e trasporto e altri macchinari per l’edilizia. Decine di fabbriche, che si trovano principalmente a Kharkiv, Odessa, Lviv e Kherson producono anche un’ampia gamma di attrezzature agricole.
Durante il periodo sovietico, gli stabilimenti in Ucraina assemblavano razzi e costruivano navi militari, comprese le portaerei. Successivamente, l’Ucraina è emersa come produttore di armi a pieno titolo, sebbene dal 1991 siano stati compiuti sforzi per convertire le strutture di difesa alla produzione non militare. Ad esempio, l’azienda manifatturiera Yuzhmash, che un tempo gestiva il più grande impianto missilistico del mondo, a Dnipropetrovsk , ora produce macchinari agricoli civili e tecnologia aerospaziale, nonché sistemi missilistici strategici.
L’industria ucraina delle apparecchiature chimiche, che rappresenta un terzo della produzione dell’ex Unione Sovietica, è concentrata principalmente a Kiev, Sumy, Fastiv e Korosten. L’industria chimica comprende la produzione di prodotti a base di coke, nonché la produzione di fertilizzanti minerali, acido solforico, fibre sintetiche, soda caustica, prodotti petrolchimici, prodotti chimici fotografici e pesticidi.
Uno dei prodotti più importanti dell’industria alimentare ucraina è lo zucchero. Significativa anche la produzione di olio vegetale, principalmente da semi di girasole. Altri alimenti trasformati includono carne, grano, frutta e latticini; industrie locali di lavorazione del pesce si trovano nelle città costiere, come Odessa. Il vino proviene dalla regione della Transcarpazia e dalla Crimea, dove i viticoltori del gruppo Massandra sono stabiliti vicino a Yalta. L’Ucraina produce anche vodka, birra e altre bevande.
Alcuni dei principali prodotti dell’industria leggera sono i tessili, gli indumenti prêt-à-porter e le scarpe. Inoltre, vengono prodotti beni di consumo come televisori, frigoriferi e lavatrici. Sono state sviluppate anche industrie di produzione di macchine utensili e strumenti.
La Guerra degli ottant’anni, nota anche come “Rivolta dei Paesi Bassi”, “Rivolta olandese” o “Rivolta antispagnola dei Paesi Bassi”, fu una rivolta portata avanti dai Paesi Bassi contro il governo del Re asburgico Filippo II di Spagna, sovrano ereditario di quelle province.
La rivolta partì per motivazioni di elevata tassazione e d’intolleranza religiosa, e si trasformò in una rivolta contro il dominio spagnolo, portando alla nascita delle “Province Unite indipendenti dei Paesi Bassi”, che si staccarono per sempre dal dominio spagnolo.
Le tensioni sulla tassazione e la repressione del protestantesimo
Quando Carlo I salì al trono di Spagna nel 1516, i Paesi Bassi si unirono alla miriade di nazioni che formavano l’impero spagnolo. Carlo aveva ereditato la carica di Duca di Borgogna da suo padre Filippo I nel 1515 che gli diede il potere sui Paesi Bassi, che oggi corrispondono a Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo e parte della Francia settentrionale.
Carlo parlava la loro lingua e aveva la loro cultura, e dunque venne accettato come loro monarca.
Ma quando Carlo abdicò al trono nel 1556, suo figlio Filippo II ereditò il trono di Spagna e il titolo di Borgogna ottenendo automaticamente il potere anche sui Paesi Bassi.
Filippo era molto più “spagnolo” rispetto a Carlo e gestiva i regni dal suo palazzo di Madrid: nella sua amministrazione i Paesi Bassi avevano poca importanza, e fu immediatamente percepito come un sovrano lontano e poco interessato al benessere della popolazione.
Gli abitanti di quelle province soffrivano anche per una elevata tassazione, imposta da Filippo per finanziare le sue guerre, così che relazioni tra il regno spagnolo e i Paesi Bassi iniziarono a deteriorarsi.
Inoltre si verificarono dei problemi di natura religiosa. Filippo introdusse l’inquisizione spagnola anche nei Paesi Bassi per sradicare gli eretici e reprimere la popolarità del protestantesimo. Ma l’inquisizione non ebbe successo, tanto che i nobili dei Paesi Bassi iniziarono a protestare.
Quella di Filippo apparve come intolleranza religiosa soprattutto perché in quei paesi avevano successo confessioni protestanti o calviniste.
Molti nobili firmarono una petizione con la quale chiedevano a Filippo di fermare la persecuzione religiosa. Nel 1559, Filippo decise allora di nominare tre nuovi arcivescovi nella speranza di creare una struttura ecclesiastica più autonoma. Ma l’aristocrazia di quelle province temeva di perdere i suoi poteri.
Così Filippo affermò il suo dominio nella regione tramite l’intolleranza e la violenza militare, diventando un sovrano dispotico.
Lo scoppio delle rivolte
Nel 1566 scoppiarono le rivolte: i ribelli distrussero chiese e numerose opere d’arte cattoliche. Filippo inviò allora il Duca d’Alba, Fernando Álvarez de Toledo, a dirigere il “Tribunale dei tumulti” per punire i ribelli coinvolti. Vennero dispensate punizioni indiscriminate senza pietà, con una serie di arresti e di pene capitali.
A questo punto, Guglielmo d’Orange, magnate e generale delle province di Olanda, Zelanda e Utrecht, arruolò tre eserciti mercenari che inviò nei Paesi Bassi nel 1568 per cacciare il Duca d’Alba. Le battaglie che ne seguirono segnarono l’inizio della guerra degli ottant’anni.
La ribellione, inizialmente, riuscì ad impossessarsi di alcune città ma venne rapidamente repressa dopo che le forze spagnole, fino a quel momento impegnate contro l’impero Ottomano, tornarono in patria.
Nel 1572, il Duca d’Alba impose una nuova tassa chiamata “Decimo centesimo”, il che portò nuovi consensi a Guglielmo d’Orange e ai ribelli. I rivoltosi tornarono a protestare e si assicurarono il controllo del nord della Borgogna.
L’esercito spagnolo venne nuovamente inviato sul territorio. Inizialmente i ribelli furono in difficoltà, ma riuscirono a ottenere nuove vittorie quando gli eserciti spagnoli furono costretti a spostarsi verso il sud della Francia, per neutralizzare le minacce provenienti dalle forze protestanti francesi, gli Ugonotti.
Così, molte importanti città dichiararono fedeltà ai ribelli, ad eccezione di Amsterdam, che rimase fedele alla Spagna.
Nel frattempo, la situazione economica della Spagna stava precipitando. Nel novembre 1576, i soldati spagnoli infuriati per i ritardi nei pagamenti, saccheggiarono brutalmente Anversa distruggendo la città e massacrando la popolazione in tre giorni di terrore.
Queste rivolte vennero conosciute come “Furia spagnola” e provocarono sdegno sia tra i cattolici che tra i protestanti.
La nascita delle Province indipendenti dei Paesi Bassi
Nel 1576, Spagna e Paesi Bassi firmarono la “Pace di Gand” che prometteva una ritirata degli eserciti spagnoli e maggiore tolleranza religiosa. La pace ottenuta da questo accordo non durò a lungo.
I calvinisti continuarono a combattere per l’indipendenza e conquistarono Amsterdam nel 1578. L’anno dopo, gli stati meridionali della Borgogna giurarono fedeltà alla Spagna.
Così, nel 1581, vennero proclamate le “Province Unite indipendenti dei Paesi Bassi”, finalmente libere dalla Spagna di Filippo II.
Nel 1584 Guglielmo d’Orange venne assassinato, ma suo figlio gli succedette come capo della rivolta. I combattimenti continuarono e la Spagna riconquistò con successo alcune parti del Nord, inclusa Anversa. Nel 1609, essendo entrambi gli eserciti esausti, venne firmata una tregua che durò 12 anni.
La guerra riprese nel 1621, ma nel corso di un decennio i Paesi Bassi avevano straordinariamente aumentato la loro potenza e importanza geopolitica. Fondarono la “Compagnia olandese delle Indie orientali” e iniziarono le esplorazioni per i mari.
Gli olandesi colonizzarono i paesi con la loro potentissima flotta: il loro potere e la loro ricchezza aumentarono a dismisura, rendendoli una forza europea formidabile.
Così, apparve sempre più chiaro che la Spagna non avrebbe più riconquistato le regioni del nord. Nel 1639, la Spagna tentò infatti d’inviare un’armata nelle Fiandre ma queste furono ricacciate con decisione.
Così, la Spagna riconobbe definitivamente l’indipendenza della Repubblica olandese nel 1648.
Desiderius Erasmus Roterodamus, noto come Erasmo da Rotterdam o Erasmus, 28 ottobre 1466 – 12 luglio 1536, fu un filosofo olandese e un teologo cattolico universalmente considerato come uno dei principali studiosi dell’alto Rinascimento.
Si dedicò immediatamente alla teologia, diventando sacerdote cattolico e ottenendo una borsa di studio classica con una tesi scritta in puro stile latino. Divenne ben presto uno dei più grandi umanisti del suo tempo, meritandosi il soprannome di “Principe degli umanisti” e “Coronamento degli umanisti cristiani”.
Utilizzò delle tecniche, imparate soprattutto dagli umanisti italiani, per una più aderente traduzione dei testi antichi e una critica degli stessi, redigendo delle nuove fondamentali edizioni in latino e in greco del Nuovo Testamento.
Le traduzioni di Erasmo da Rotterdam, che contraddicevano le versioni del tempo in parecchi punti e sotto molteplici aspetti, sollevarono diverse questioni teologiche che avrebbero avuto grande influenza sia nella riforma protestante che nella Controriforma Cattolica.
Scrisse anche una serie di opere come: “Adagio” “Libero antibarbaro”, “De libero arbitrio”, “Sulla riparazione della concordia”, “Educazione di un principe cristiano”, “Manuale di un cavaliere cristiano”, “Hyperaspistes”, “Giulio escluso dal cielo”, “Elogio della follia” e “Pace”.
Erasmo fu protagonista della crescente riforma religiosa dell’Europa. Rimase membro della chiesa cattolica per tutta la vita, impegnandosi profondamente per abolire gli abusi della Chiesa e riformare l’operato dei chierici.
Erasmo sostenne con forza la dottrina del “Sinergismo“, per cui vi deve essere una sorta di collaborazione tra la Grazia Divina e la libertà umana per raggiungere la salvezza dell’uomo. Questa sua posizione fu apertamente criticata dai riformatori calvinisti, che sostenevano invece l’opposta dottrina del “Monergismo“, secondo cui lo Spirito Santo realizza la salvezza dell’individuo indipendentemente dalla sua cooperazione.
A volte il suo metodo di studio trovò critiche presso gli studiosi del tempo. Nonostante questo, Erasmo da Rotterdam fu una figura luminosa e indiscutibilmente fondamentale del Rinascimento.
Erasmo da Rotterdam morì improvvisamente a Basilea nel 1536 mentre si preparava a tornare nel Brabante e venne sepolto nella cattedrale di Basilea, la più antica della città.
La campagna di Russia (24 giu 1812 – 14 dic 1812), nota anche come invasione francese della Russia, seconda guerra polacca o guerra patriottica del 1812, fu una campagna militare voluta da Napoleone Bonaparte nell’ambito del suo progetto di allargamento dell’impero francese e di ridimensionamento dell’influenza russa.
L’invasione della Russia da parte di Napoleone è una delle campagne militari più studiate ed è inserita nell’elenco delle operazioni militari con più morti nella storia dell’umanità.
Il 24 giugno del 1812, l’esercito della Grande Armée, attraversò il fiume Niemen, in Russia. Napoleone, attraverso una serie di marce forzate, mosse rapidamente i suoi uomini, che ammontavano a quasi mezzo milione di soldati, attraverso le regioni della Russia occidentale, l’attuale Bielorussia, nel tentativo di attaccare e battere gli eserciti russi dei comandanti Barclay de Tolly e Pyotr Bagration.
Entro 6 settimane dalla partenza, Napoleone perse metà dei suoi uomini a causa delle condizioni meteorologiche estreme, delle malattie che colpirono i soldati e della fame, riuscendo a vincere solamente la battaglia di Smolensk.
Nel frattempo, l’esercito russo, guidato dal nuovo Comandante in capo Mikhail Kutuzov, utilizzò una guerra di logoramento contro Napoleone, ritirandosi appositamente per costringere gli invasori ad allungare le linee di rifornimento.
Nel pieno della campagna di Russia, si tenne la battaglia di Borodino, a circa 110 km a ovest di Mosca, che fu una vittoria francese e che costrinse il generale russo al ritiro. Il 14 settembre, Napoleone, assieme a un esercito di circa 100 mila uomini, occupò la città di Mosca, trovandola abbandonata: la città fu data alle fiamme.
Napoleone rimase nella capitale russa per cinque settimane, aspettando un’offerta di pace che non arrivò mai. Dal momento che il tempo sembrava migliorare, partì, sperando di raggiungere il generale Smolensk con una serie di deviazioni e di scorciatoie. Ma sconfitto nella battaglia di Maloyaroslavets, fu costretto a tornare indietro.
L’esercito di Napoleone ormai mancava di cibo e di vestiti invernali, oltre che di foraggio per i cavalli. Inoltre, la guerriglia da parte dei contadini e dei cosacchi russi aumentò le perdite dell’esercito francese
Più della metà dei rimanenti uomini di Napoleone morì durante la marcia per esaurimento, tifo e per via del rigidissimo clima continentale.
Napoleone iniziò ad abbandonare l’artiglieria e i carichi pesanti. All’inizio di novembre iniziò a nevicare, il che complicò la ritirata dei Francesi. Nella battaglia di Krasnoi, Napoleone riuscì a evitare una sconfitta completa.
Nel frattempo, rimasto quasi senza cavalleria e artiglieria, utilizzò per la prima volta la “Vecchia guardia”, una serie di veterani delle sue precedenti campagne militari.
Raggiunto il fiume Berezina, Napoleone aveva ormai solo 49mila soldati e 40mila ausiliari di scarso valore militare. La “Grande Armèe” si era trasformata in una folla disorganizzata.
Il 5 dicembre, Napoleone lasciò l’esercito e tornò a Parigi. Nel giro di pochi giorni, altri 20.000 soldati morirono a causa del freddo e delle malattie trasmesse dai pidocchi. I nuovi comandanti, Murat e Ney, abbandonarono più di 20000 uomini negli ospedali di Vilnius.
Sebbene le stime varino, l’esercito di Napoleone aveva iniziato la campagna con più di 450mila uomini, più di 150mila cavalli, 25000 carri e più di 1250 pezzi di artiglieria.
Sopravvissero solo 120mila uomini, e 380mila morirono. La campagna di Russia rappresentò la fine della reputazione d’invincibilità di Napoleone.
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