martedì 23 Giugno 2026
Home Blog Pagina 65

L’Eneide di Virgilio. Riassunto efficace dell’epica opera romana

0

L’Eneide è un poema epico latino scritto dal 30 al 19 a.C dal poeta romano Virgilio.

Si tratta di un’opera organizzata in 12 libri, composta in esametri, di cui circa 60 versi sono rimasti incompiuti, che raccontano la storia della leggendaria fondazione di Lavinium, città madre di Alba Longa e quindi di Roma, da parte di Enea, profugo della guerra di Troia.

Venne composta sotto il periodo del principato di Augusto e rappresenta una delle principali opere epiche romane giunte fino a noi.

Mappa della massima estensione dell’impero romano visto dallo spazio

Il riassunto dell’ Eneide: la fuga da Troia e la relazione con Didone

Sul Mare Mediterraneo Enea e i suoi compagni fuggono dalla città di Troia, che è stata distrutta dai Greci. Enea e i suoi salpano per l’Italia, dal momento che Enea è stato informato dagli Dei che il suo destino è fondare una nuova grande città in Occidente.

Mentre viaggiano alla ricerca della loro destinazione, una violenta tempesta li porta fuori rotta e li costringe ad uno sbarco di fortuna sulle coste libiche di Cartagine.

Didone, fondatrice e Regina di Cartagine, li accoglie e li salva. In questa situazione Enea inizia a raccontare a Didone la lunga e dolorosa storia dei viaggi e dei pericoli affrontati fino a quel momento, in un flashback molto lungo.

Enea racconta del sacco di Troia, che pose fine alla guerra dopo dieci anni di assedio da parte dei Greci. Racconta di come i troiani vennero ingannati dal famoso cavallo di legno, presentato come un dono di pace ma che a loro insaputa ospitava soldati greci nascosti nel suo ventre.

Racconta di essere fuggito della città in fiamme, portando sulle sue spalle il padre Anchise e che gli Dei gli hanno rivelato un glorioso futuro che li attende in Italia e di aver tentato per due volte di costruire una nuova città, ma di essere stato scacciato da cattivi presagi e pestilenze.

Queste storie impressionano grandemente la regina Didone la quale, dopo che suo fratello ha ucciso suo marito, è scappata per fondare una nuova città. La regina si innamora perdutamente di Enea e i due vivono un meraviglioso idillio per un breve periodo, fino a quando gli Dèi intervengono, ricordando ad Enea il suo dovere.

Enea decide di salpare ancora una volta: Didone, devastata dal suo abbandono, decide di uccidersi, costruendo un’enorme pira con il legno delle navi di Enea, arrampicandosi su di essa e lasciandosi trafiggere dalla spada che Enea aveva portato con sé.

Il riassunto dell’Eneide: i giochi in Sicilia e lo sbarco in Italia

Mentre i troiani si dirigono verso l’Italia, il maltempo li fa deviare verso la Sicilia, dove colgono l’occasione per tenere dei giochi in onore del padre di Anchise, morto qualche tempo prima.

Le donne che li accompagnano, stanche di quel lunghissimo viaggio, tentano di bruciare le navi, ma un acquazzone spegne puntualmente gli incendi, a dimostrazione che gli Dei vogliono che si compia il destino di Enea. Dopo essere stato rinvigorito dalla visita del padre in sogno, Enea riparte nuovamente verso l’Italia .

Giunto in territorio Italico, Enea scende negli inferi, guidato dalla Sibilla di Cuma, una famosa indovina, per reincontrare suo padre. In quell’occasione, il padre gli mostra la storia futura e gli conferma il destino della fondazione di Lavinium. Compresa appieno l’importanza della sua missione, Enea ritorna dagli inferi e ordina ai Troiani di risalire la costa fino alla regione del Lazio.

L’arrivo dei Troiani è inizialmente pacifico. Il re Latino, sovrano di quel territorio, gli offre immediatamente ospitalità. Egli spera che Enea si riveli lo straniero che, secondo una profezia, doveva sposare sua figlia Lavinia per fondare una nuova grande dinastia.

Ma la moglie di Latino, Amata, ha altri piani. Ella vuole che Lavinia sposi Turno, un principe locale. Amata e Turno coltivano così inimicizia verso i troiani appena arrivati.

Nel frattempo Ascanio, il figlio di Enea, caccia un cervo che era invece un animale gradito dai pastori locali: ne scoppierà una tremenda rissa dove moriranno diverse persone. Turno, approfittando di questo episodio, inizia una feroce guerra contro Enea .

Il riassunto dell’Eneide: lo scontro finale con Turno

Enea, come suggerito dal Dio fluviale Tiberino, risale il fiume Tevere verso nord per cercare l’appoggio militare delle tribù vicine. Durante questo viaggio, sua madre, la Dea Venere, discende dai cieli per donargli delle armi, forgiate direttamente dal Dio Vulcano .

Mentre Enea è lontano, Turno attacca. Enea, tornato sul posto, trova i suoi compatrioti coinvolti in una feroce battaglia. Durante questi scontri spietati, Turno riesce ad uccidere Pallade, figlio di un alleato di Enea, Evandro. Enea si scatena così in una furia violenta e uccide molti altri nemici nel corso della giornata.

Le due parti concordano una tregua per poter seppellire i morti e i capi Latini si incontrano per decidere se continuare la guerra. Per risparmiare ulteriori inutili carneficine propongono un duello corpo a corpo tra i due capi, Enea e Turno .

Enea viene ferito alla coscia ma nello scontro finale ha la meglio su Turno. Al termine del racconto, Enea è sul punto di risparmiare la vita di Turno, ma ricordando la morte di Pallade, decide di finirlo. L’anima di Turno fugge indignata tra le ombre ed Enea, sposando Lavinia, fonderà la città di Lavinium ottemperando al destino degli Dei.

I modelli di riferimento dell’Eneide

Il principale punto di riferimento di Virgilio fu Omero. La storia del viaggio di Enea, raccontata nei primi sei libri, è chiaramente modellata sull’Odissea, con molti passaggi che imitano il testo greco e che in alcuni casi lo traducono direttamente. Mentre la descrizione della guerra, che caratterizza gli ultimi sei libri, abbonda di episodi modellati chiaramente sull’Iliade.

Virgilio però riuscì anche a modellare la leggenda della nascita di Roma ottenuta con il volere degli Dei. Il racconto dell’Eneide reinterpreta e ripropone un antico mito indoeuropeo che vede il conflitto tra gli Dei della sovranità e gli Dei della fecondità, che termina puntualmente con l’unione di due razze divine.

Nello sviluppo di questo tema da parte di Virgilio, Enea e i suoi alleati, possono essere visti come rappresentanti degli Dei della sovranità e della guerra, mentre i latini rappresenterebbero gli Dei della fecondità.

La Cina si esercita vicino Taiwan

0

La China Maritime Safety Administration (MSA) ha dichiarato completate le esercitazioni che la Marina dell’Esercito di Liberazione del Popolo aveva iniziato quattro giorni fa nel Mar Cinese Orientale, al largo della costa della provincia di Zhejiang.

La Cina aveva pubblicato un messaggio vietando a tutte le navi di avvicinarsi per via dell’uso di proiettili reali (live-fire). L’aspetto più importante è che l’area di esercitazione si trova a soli 243 chilometri da Taiwan, e queste prove belliche arrivano dopo che da alcune settimane l’attenzione attorno all’isola è cresciuta.

Taiwan è oggetto delle preoccupazioni internazionali, con il Giappone che ha inserito la Repubblica di Cina tra gli elementi da tenere in osservazione prioritaria per la propria sicurezza nazionale. Tokyo è concretamente preoccupata dal rischio che tra le acque dello stretto che divide l’isola dal Mainland possa esplodere un conflitto tra Cina e Stati Uniti.

Pechino ha messo in chiaro che la riconquista di quella che considera una provincia ribelle è qualcosa da ottenere anche con l’uso della forza entro il 2049, data del centenario dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese.

L’esercitazione non era stata annunciata in precedenza, ed è effettivamente possibile che sia stata organizzata con lo scopo di contrastare la progressione delle relazioni tra Stati Uniti e Taiwan. In particolare, un episodio recente ha fatto infuriare Pechino perché rappresenta l’aumento di queste connessioni: un aereo da trasporto militare statunitense – un C-146A Wolfhound – era atterrato all’aeroporto Songshan di Taipei il 15 luglio.

Marco Tullio Cicerone: la vita del più grande oratore romano

0

Marco Tullio Cicerone è stato uno dei più grandi uomini romani. Statista, avvocato, studioso, scrittore e politico tra i più influenti del suo periodo, tentò invano di sostenere i principi della Repubblica Romana durante la fase finale delle guerre civili.

La sua più grande eredità non è solamente il grandissimo impegno politico che ha profuso nel corso della sua vita, ma soprattutto i suoi scritti. che includono libri di retorica, orazioni, trattati filosofici e lettere, che sono fonte preziosissima per capire al meglio il suo periodo storico.

Nonostante a livello puramente politico abbia “perso la partita”, di fronte a personaggi più spregiudicati come Gneo Pompeo e Giulio Cesare, Cicerone rimane uno dei più grandi romani, che ha lasciato una profonda impronta nell’ultimo periodo della Repubblica.

I primi anni, il consolato e la congiura di Catilina

Cicerone nacque ad Arpino, una piccola città in provincia dell’odierna Frosinone. La sua famiglia riuscì a fargli ottenere una vasta e ricca educazione sia a Roma che in Grecia.

Prestò servizio militare nell’89 a.C, sotto Pompeo Strabone, il padre di Pompeo Magno, e da subito si dedicò all’arte oratoria e alla professione di avvocato.

La sua prima apparizione pubblica nei tribunali avvenne nell’ 81 a.C, quando difese Publio Quinzio. Dopo i primi successi, ottenne altri incarichi prestigiosi difendendo Sesto Roscio, vincendo sistematicamente le cause ed iniziando la sua carriera pubblica come questore nella Sicilia occidentale nel 75 a.C.

In qualità di pretore, nel 66 a.C, tenne il suo primo importante discorso politico attaccando Quinto Lutazio Catulo e i principali ottimati: il suo obiettivo era conferire a Pompeo, di cui aveva capito le potenzialità, il comando della campagna militare contro Mitridate VI, Re del Ponto, una zona che corrisponde all’Anatolia nord-orientale.

Rapidamente Cicerone entrò in simbiosi con Pompeo, con il quale condivideva l’odio per un altro politico: Marco Licinio Crasso, uno dei più ricchi romani.

Dal momento che un altro personaggio politico, Catilina, stava tentando di ottenere il potere con metodi poco legali, nel 63 a.C il Senato spinse per la sua elezione a console, a garanzia del funzionamento della Repubblica.

Appena nominato console, si oppose alla legge agraria di Servilio Rullo, una mossa che era a favore dell’assente Pompeo, impegnato nelle campagne militari in Oriente.

Ma la sua preoccupazione principale fu quella di scoprire e rendere pubbliche le macchinazioni di Catilina che, dopo essersi candidato alle elezioni consolari del 63 a.C, iniziò a compiere insurrezioni armate in Italia e incendi dolosi a Roma per prendere il potere con la forza.

Cicerone si impegnò a fondo per persuadere il Senato del pericolo: finalmente, il 22 ottobre del 63 a.C riuscì a far proclamare contro Catilina il “Senatus Consultum Ultimum”, un provvedimento gravissimo che dichiarava Catilina nemico del Popolo Romano.

L’8 novembre, dopo essere scampato ad un attentato alla sua vita organizzato dai partigiani di Catilina, tenne un celebre discorso contro di lui in Senato. Fu in questa occasione che Cicerone pronunciò delle parole passate la storia: “Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?”.

Catilina, dopo aver tentato una difesa, lasciò Roma quella stessa notte. Di lì a poco, Catilina verrà affrontato dagli eserciti consolari nella battaglia di Pistoia, dove perse la vita.

Dopo aver raccolto prove a carico dei congiurati, si aprì un dibattito senatoriale per condannare a morte quanti erano stati ritenuti responsabili.

Sebbene l’emergente Giulio Cesare si fosse opposto alla condanna a morte senza processo, la spinta di Cicerone e di un altro aristocratico emergente, Catone, portò i congiurati ad essere giustiziati sotto la responsabilità di Cicerone.

Cicerone impedì infatti ai congiurati di appellarsi al popolo, violando apertamente un diritto dei cittadini romani, e annunciò semplicemente alla folla la loro morte con la parola “Vixerunt”, “Sono morti” , ricevendo immediatamente una grande ovazione.

Fu in quella occasione che fu considerato e chiamato per la prima volta “Padre della Patria”, per la sua straordinaria opera di difesa delle istituzioni repubblicane.

Cicerone e il primo triumvirato

Il clima politico si fece rapidamente più complesso e pericoloso. I tre uomini più potenti di quel periodo, Cesare, Crasso e Pompeo, ordirono, superando alcune inimicizie tra di loro, un’alleanza politica segreta, nota come il primo Triumvirato.

Cicerone considerò quell’accordo incostituzionale e pericoloso, definendolo “mostro a tre teste”, e rifiutò categoricamente l’invito di Cesare di unirsi a loro.

Rimasto fuori dalla trama dei tre, Cicerone capì di essere in pericolo e a marzo, deluso dal rifiuto di Pompeo di aiutarlo, fuggì da Roma.

Dopo qualche giorno Cicerone subì le conseguenze della sua scelta: Publio Clodio, personaggio vicino a Cesare, propose un disegno di legge che vietava l’esecuzione di un cittadino romano senza processo. Cicerone era la prima vittima del provvedimento, in quanto colpevole di non aver concesso il processo ai catilinari.

Fu così costretto all’esilio, prima a Tessalonica, in Macedonia , e poi nella zona dell’Illirico, odierna Croazia.

La carriera politica di Cicerone ebbe quindi un momentaneo arresto fino a quando, nel 57 a.C, grazie all’intercessione di Pompeo, che si sentiva colpevole di averlo abbandonato, e del tribuno Tito Annio Milone, fu richiamato, precisamente il 4 agosto, a Roma.

Cicerone sbarcò a Brindisi e fu acclamato lungo tutto il suo percorso verso la Capitale, dove arrivò un mese dopo.

Nell’inverno del 57 a.C Cicerone tentò di allontanare Pompeo dalla sua alleanza con Cesare. Pompeo decise però di ignorare il consiglio di Cicerone e rinnovò il suo patto con Cesare e Crasso a Lucca nell’aprile del 56 a.C.

Cicerone, rendendosi conto della potenza di quei tre uomini, cedette momentaneamente dai suoi ideali e accettò di schierarsi con Il triumvirato. In un discorso pronunciato in Senato, il “De provinciis consularibus“, Cicerone fece capire che, pur non facendo parte del Triumvirato e rimanendo scettico sulla questione, avrebbe comunque smesso di ostacolare l’operato di Cesare, Crasso e Pompeo.

Per questo motivo, una parte dell’aristocrazia gli voltò le spalle, e fu costretto ad abbandonare la vita pubblica.

Negli anni successivi si dedicò alla redazione di diversi testi di natura politica e retorica: il De oratore, il De Re Publica e il De legibus.

Nel 52 a.C si convinse a lasciare Roma per governare la Provincia di Cilicia, nell’Anatolia meridionale, per un anno.

Si credeva che la provincia sarebbe stata presto invasa dalla popolazione orientale dei Parti: il pericolo non si concretizzò mai, ma Cicerone si impegnò per sopprimere le incursioni dei briganti, che mettevano a rischio la sicurezza del territorio.

Dopo il suo lavoro, Cicerone si aspettava che il Senato gli avrebbe concesso il trionfo, una parata militare in onore dei più grandi generali romani, ma i senatori si limitarono ad un ringraziamento pubblico.

Cicerone durante la guerra civile

Quando Cicerone tornò a Roma, Pompeo e Cesare avevano ormai rotto la loro alleanza e stavano lottando l’uno contro l’altro per assumere il potere. Cicerone si trovava alla periferia di Roma quando Cesare, violando i trattati e giocandosi il tutto per tutto, attraversò il fiume Rubicone e invase Italia, dando inizio alla guerra civile contro Pompeo.

Mentre Cesare conquistava una città dopo l’altra, Cicerone incontrò Pompeo fuori Roma, il 17 gennaio, e accettò un incarico per conto suo, supervisionando il reclutamento di nuovi soldati in Campania.

Nonostante Pompeo avesse deciso di lasciare l’Italia per raggiungere i Balcani ed organizzare l’esercito contro Cesare, Cicerone decise di rimanere a Roma.

Cicerone rimase solo contro Cesare, ormai padrone dell’Italia. Il 28 marzo dello stesso anno, Cesare lo raggiunse nella sua villa e lo pregò di collaborare con lui.

Cicerone spiegò senza mezzi termini che Cesare doveva terminare immediatamente la guerra, e sciogliere il suo esercito come dimostrazione di fedeltà al Senato. Erano condizioni che Cesare non poteva assolutamente accettare. Contrariato e sibilando minacce, Cesare lasciò la villa di Cicerone.

Fu quello il momento in cui Cicerone, forse, diede la più alta prova di coraggio della sua esistenza.

Gli ultimi mesi di Cicerone: stritolato dal secondo Triumvirato

Vinta la guerra civile contro Pompeo, Cesare divenne l’unico signore di Roma: Cicerone rimase volutamente in disparte e anche lo stesso Cesare scelse di non operare ritorsioni contro di lui.

Cicerone fu testimone, tuttavia, del crescente odio nei confronti di Cesare, che aveva accumulato su di sé troppo potere. Cesare morì sotto i pugnali dei congiurati nelle famosi idi di marzo del 44 a.C

Cicerone non fu coinvolto nella congiura e non era presente in Senato quando fu assassinato.

Il 17 marzo, a pochissimi giorni dalla morte di Cesare, parlò in Senato a favore di un’amnistia generale, ma poi preferì tornare alla scrittura di trattati filosofici e aiutare suo figlio, che studiava retorica ad Atene.

Cicerone non riusciva però a rimanere lontano dalla politica di Roma: osservando la situazione, si rese conto della rapida ascesa di Ottaviano, il nipote e ora figlio adottivo di Cesare. In un primo momento Cicerone aveva sottovalutato quel ragazzo, ma ben presto capì le potenzialità di questo nuovo protagonista.

Così, scelse di appoggiare Ottaviano e di schierarsi pesantemente contro Marco Antonio, l’ex braccio destro di Cesare, che stava gestendo il potere in maniera assolutamente personale.

Alcune sue celebri orazioni contro Marco Antonio, note come Filippiche, vennero pronunciate in Senato con straordinaria durezza e rappresentarono una presa di posizione netta ed irrevocabile.

Ma questa scelta gli si ritorse contro.

Sebbene Marco Antonio e Ottaviano fossero nemici, furono ad un certo punto costretti a intavolare una pace di comodo per sconfiggere Bruto e Cassio, i cesaricidi, che si stavano organizzando con un esercito in Oriente.

Ebbene, la condizione fondamentale da parte di Marco Antonio per collaborare con Ottaviano era l’eliminazione fisica di Cicerone: secondo le fonti, Ottaviano cercò per tre giorni di salvare la vita a Cicerone, ma tutti i suoi sforzi si rivelarono inutili e alla fine, per convenienza politica, fu costretto ad acconsentire alla sua esecuzione.

Cicerone fu catturato e ucciso dai partigiani di Marco Antonio a Caietae, il 7 dicembre del 43 a.C. La sua testa e le sue mani furono esposte sui rostri, la tribuna degli oratori nel foro di Roma.

Cicerone, sebbene sconfitto e ucciso per un errore di calcolo politico, rappresenta uno degli ultimi grandi repubblicani romani.

In ultima analisi, Cicerone riuscì a ritagliarsi una posizione tutta sua: la sua famiglia non apparteneva esattamente alla fazione degli ottimati, ma fu comunque sempre verso la parte degli aristocratici.

Strinse accordi con le più grandi personalità politiche del suo tempo, fu il punto di riferimento assoluto per alcuni anni del periodo tardo repubblicano e fu in grado di opporsi a Cesare nel suo momento di massimo potere militare.

La principale eredità di Cicerone sono certamente i suoi scritti politici e retorici, che ci danno un affresco straordinario del periodo della tarda Repubblica e costituiscono una fonte irrinunciabile, su cui si basa gran parte della nostra conoscenza di quel periodo.

Scandalo spyware in Ungheria

0

Il primo ministro ungherese, Viktor Orban, era già visto come poco democratico. In quasi una dozzina di anni al potere, ha trasformato la nascente democrazia liberale della sua nazione in una spina nel fianco dell’Unione Europea. I critici accusano Orban di presiedere uno “stato mafioso post-comunista”, in cui i media sono dominati dai suoi alleati, i tribunali sono pieni di suoi lealisti, la mappa elettorale manipolata a favore del suo partito di destra Fidesz e una rete di cleptocratici il patronato risale al primo ministro.

Poi c’è la sua politica: Orban si definisce il grande illiberale del continente e si erge incessantemente sui mali percepiti dell’immigrazione, del multiculturalismo, del femminismo e dell’integrazione europea. È stato più volte accusato di divulgare antisemitismo, islamofobia, omofobia e sentimenti anti-rom. Una nuova legge ungherese anti-LGBTQ ha così irritato le controparti europee di Orban che il primo ministro olandese Mark Rutte ha dichiarato in una recente riunione dei leader dell’UE che l’Ungheria dovrebbe lasciare il blocco se non può rispettare i diritti degli omosessuali. Come al solito, Orban si è fatto beffe del rimprovero morale , condannando l'”approccio coloniale” di Rutte.

Il quadro è diventato ancora più torbido sulla scia delle rivelazioni tentacolari del Progetto Pegasus. Il Washington Post, insieme ad altri 16 media partner in tutto il mondo, è stato in grado di scoprire come lo spyware di livello militare prodotto dal gruppo NSO, un’azienda israeliana, è stato utilizzato per tenere traccia di numerosi dissidenti, giornalisti, attivisti per i diritti umani e influenti politici e uomini d’affari in più di 50 paesi. (NSO ha affermato di non avere “alcuna conoscenza” delle attività di intelligence dei clienti e in seguito si è impegnata a indagare su potenziali casi di violazioni dei diritti umani.)

Dei 37 smartphone che i giornalisti investigativi hanno stabilito essere stati presi di mira dallo spyware Pegasus – che funziona in modo invisibile e può essere utilizzato per una miriade di scopi, tra cui leggere i messaggi e le e-mail del bersaglio, tracciare i suoi movimenti, accendere di nascosto la fotocamera del telefono e intercettare le loro chiamate – almeno cinque appartenevano a individui in Ungheria. Inoltre, più di 300 numeri di telefono ungheresi sono comparsi su un elenco di circa 50.000 numeri di smartphone che includeva alcuni selezionati per la sorveglianza utilizzando Pegasus, la tecnologia sviluppata da NSO e concessa in licenza a governi stranieri.

L’Ungheria si trova in notevole compagnia. Il Marocco e la più grande democrazia del mondo in India sono tra quelli ora sotto esame per aver apparentemente usato questa tecnologia sui giornalisti. (Entrambi i paesi hanno affermato che tutta la sorveglianza è conforme alle rispettive leggi.) Per Budapest, la situazione potrebbe portare a un’altra resa dei conti con Bruxelles, poiché il suo apparente uso di questi metodi di sorveglianza è “una presa in giro delle ampie protezioni della privacy digitale dell’Unione Europea”.

“Sebbene i numeri ungheresi rappresentino una piccola parte del totale, si distinguono perché l’Ungheria è un membro dell’Unione Europea, dove la privacy dovrebbe essere un diritto fondamentale e un valore sociale fondamentale e dove le tutele per giornalisti, politici dell’opposizione e avvocati sono teoricamente forti”, hanno spiegato . “Ma in Ungheria, Polonia, Slovenia e altrove in Europa, alcune di queste garanzie vengono annullate e a Budapest, tale ripristino è stato accompagnato dall’uso di uno strumento di spionaggio insolitamente potente”.

Gli obiettivi ungheresi includono importanti giornalisti indipendenti Szabolcs Panyi e Andras Szabo. “Sono trattati come una minaccia, come una spia russa, un terrorista o un mafioso”, ha detto Panyi, un partner nelle indagini e un giornalista ostinato noto per la sua audace copertura del governo di Orban. L’esame forense del suo telefono ha rivelato che era stato compromesso più volte dallo spyware Pegasus.

Il ministro degli Esteri ungherese ha negato l’uso di questa tecnologia nella sorveglianza dei civili. In una conferenza stampa lunedì, il ministro della giustizia ungherese Judit Varga è stato un po’ più evasivo. “L’Ungheria è uno stato governato dallo stato di diritto e, come ogni stato decente, nel 21° secolo ha i mezzi tecnici per svolgere i suoi compiti di sicurezza nazionale”, ha detto ai giornalisti . “Sarebbe un problema serio se non avessimo questi strumenti, ma vengono utilizzati in modo lecito”.

Lucio Domizio Aureliano: l’imperatore romano che restaurò il mondo

0

Aureliano, il cui nome esteso era Lucio Domizio Aureliano, è stato un imperatore romano che governò dal 270 al 275 d.C. Venne chiamato “Restitutor Orbis” per la sua capacità di riunire l’impero, domando una serie di rivolte e risolvendo delle gravi emergenze militari in un territorio praticamente disintegrato e sotto la pressione delle invasioni esterne.

Aureliano è uno di quei personaggi che ha cambiato la storia di Roma, e ha garantito la sopravvivenza dell’Impero d’Occidente per ulteriori secoli, lasciando un’impronta indelebile nella storia Europea.

La strada verso il controllo dell’impero

Aureliano nacque in una città vicino al fiume Danubio, sul confine settentrionale dell’impero. Sin da ragazzo si affermò come ufficiale nell’esercito. La sua vita cambiò nel 260 d.C, quando le pressioni delle tribù sui confini romani e la completa incapacità dei governanti di gestire la situazione, fecero crollare le frontiere dell’impero e misero Roma in gravissima crisi.

Aureliano, che a quel tempo era già un generale affermato, guidava regolarmente la cavalleria dell’allora Imperatore Gallieno. Dopo l’assassinio di quest’ultimo, nel 268 d.C, il nuovo imperatore divenne Claudio, amico e conoscente di Aureliano.

Claudio riuscì a sopprimere rapidamente la ribellione dell’usurpatore Aureolo, ma dopo un regno di soli 18 mesi, morì in circostanze misteriose.

Il fratello di Claudio, Quintillo, prese il suo posto, ma dopo tre mesi anche lui morì ucciso: nel settembre del 270 d.C, le truppe proclamarono Aureliano come nuovo e legittimo imperatore.

Aureliano si trovava di fronte a una serie di emergenze militari straordinarie: le tribù barbariche stavano premendo pesantemente sui confini, vi erano parecchie riforme interne estremamente urgenti e la società romana era profondamente fiaccata da una serie di problemi economici, finanziari e da una crisi monetaria.

Gli interventi militari di Aureliano: la riconquista di Palmira e dell’Impero delle Gallie

Aureliano, da ottimo generale qual’era, iniziò rapidamente a ripristinare l’autorità romana in tutta l’Europa.

Il suo primo impegno fu quello di respingere la tribù dei Vandali dalla Pannonia, odierna Europa centrale, e dopo una serie di battaglie fu anche in grado di espellere le tribù germaniche degli Alemanni e degli Iutungi dall’Italia settentrionale, dove questi erano sconfinati e dove stavano mettendo a ferro e fuoco le principali città del nord Italia.

Addirittura, gli Iutungi vennero inseguiti attraverso il fiume Danubio e ricacciati nei loro territori di origine.

Tornato a Roma, Aureliano dovette sedare una serie di ribellioni della popolazione stremata dalla fame. L’Imperatore si rese conto che le incursioni delle tribù del Nord erano ormai all’ordine del giorno, e Roma non era più quella di un tempo, capace di difendersi da sola con il proprio esercito.

Aureliano capì che Roma doveva essere ormai protetta da una nuova gigantesca cinta muraria, con una tendenza che anticipa le dinamiche del Medioevo. Per questo venne costruita una cinta muraria di dimensioni ciclopiche, che ancora oggi porta il suo nome e che consentì alla città di Roma di resistere per secoli.

Nel 271 d.C, Aureliano si impegnò per recuperare il controllo delle province orientali. 

La regina Zenobia, a capo della città carovaniera di Palmira, assieme a suo figlio Vaballato, aveva attuato ormai da anni una secessione pericolosa, e mirava a mantenere il controllo delle linee commerciali orientali. Aureliano sconfisse per due volte Zenobia e la costrinse alla resa, conquistando la città.

Aureliano marciò poi sul fiume Danubio, dove sconfisse la tribù dei Carpi.

Nel 274 d.C, Aureliano si spostò per confrontarsi contro Tetrico, l’imperatore dell’impero delle Gallie, una ampia porzione delle province romane occidentali che si era autogestita in maniera autonoma rispetto a Roma, e che aveva proclamato una propria indipendenza.

L’impero delle Gallie ormai controllava la Gallia, la Spagna e la Britannia. Messo alle strette dall’incursione di nuove tribù germaniche e da cospirazioni interne, Tetrico concluse un trattato segreto con Aureliano, secondo cui durante la battaglia decisiva si sarebbe ritirato dal campo abbandonando i suoi uomini.

Per questo motivo, l’esercito di Tetrico, rimasto improvvisamente senza capo, venne rapidamente sconfitto da Aureliano. L’imperatore ricompensò Tetrico con un governatorato nella zona della Lucania, ma solo dopo averlo fatto marciare a Roma nel suo trionfo, al fianco della regina Zenobia.

In questo modo, in pochissimi anni, Aureliano aveva nuovamente restituito Roma se stessa, riportando tutti i territori che andavano disfacendosi sotto il controllo di un’autorità centrale.

Nel 274 d.C, Aureliano prese una coraggiosa decisione: diede ordine di ritirare le truppe romane dalla zona della Dacia e di reinsediare soldati e coloni a sud del fiume Danubio.

Aureliano aveva capito che questi confini erano essenziali per la sopravvivenza a lungo termine dell’impero, ma che questi non potevano più essere occupati come era stato fino a quel momento: adesso era necessario avere dei confini più corti e difendibili.

Aureliano come amministratore

Aureliano non fu solamente un generale eccezionale, ma anche un amministratore severo ed estremamente lungimirante.

Aumentò la distribuzione di cibo gratuito a Roma, come non aveva fatto nessun altro imperatore prima di lui. In questo modo diminuì la probabilità di rivolte e risollevò migliaia di persone dall’indigenza in cui versavano da anni.

Tentò anche di risolvere una crisi monetaria che affliggeva l’impero, attraverso la riforma della principale moneta d’argento del suo tempo, che da più di 40 anni si andava degradando. La sua iniziativa ebbe purtroppo un successo limitato, in quanto non fu accompagnata da riforme sostanziali.

Sotto l’aspetto religioso, Aureliano cercò di imporre il culto dell’imperatore protetto dal “Sole invitto”, “Sol Invictus” , creando così una figura di Imperatore-Dio sulla terra, anticipando per certi versi alcune riforme che verranno condotte più tardi dall’imperatore Costantino.

La morte di Aureliano

All’inizio del 275 d.C, mentre Aureliano marciava con il suo esercito per una nuova campagna militare contro la Persia, fu assassinato, per motivi non ber noti, da un gruppo di ufficiali.

Non conosciamo esattamente i motivi per cui decisero di uccidere Aureliano: probabilmente, secondo alcuni frammenti nelle fonti antiche, potrebbero essere stati indotti in errore, sospettando erroneamente che Aureliano volesse giustiziarli per qualche motivo.

La morte di Aureliano privò l’impero romano di una guida di straordinario carisma, che soprattutto sotto l’aspetto militare, stava risolvendo diversi problemi importanti. Il governo romano fu affidato alla sua vedova, Ulpia Severina, finché, dopo un periodo di sei mesi, il Senato nominò al trono l’anziano Marco Claudio Tacito.

L’impero tuttavia, versò rapidamente nel caos e nella devastazione, e conobbe una ripresa solamente all’arrivo dell’imperatore Diocleziano, nel 284 d.C.

Gkn: al via sciopero e manifestazione a Firenze

0

Al via questa mattina in piazza Santa Croce a Firenze la manifestazione e lo sciopero generale territoriale dell’area metropolitana fiorentina indetto da Cgil, Cisl e Uil a sostegno della vertenza della Gkn, contro la chiusura dello stabilimento di Campi Bisenzio (Firenze) e il licenziamento dei 422 dipendenti annunciati dalla proprietà.
    Alcune centinaia di persone erano già in piazza, prima delle ore 9, in attesa dell’avvio della manifestazione che prevede sei interventi di lavoratori e lavoratrici dal palco, insieme ai tre interventi della segretaria generale di Cgil Firenze Paola Galgani, del segretario generale di Cisl Firenze-Prato Fabio Franchi e del coordinatore Uil area fiorentina Leonardo Mugnaini.

“Firenze difende il lavoro” è lo slogan dello sciopero generale (dalle 9 alle 13) che negli ultimi giorni ha registrato numerose adesioni: associazioni, delegazioni dalle fabbriche, rappresentanti di partiti saranno in piazza per “il ritiro di tutti i licenziamenti, per la dignità del lavoro, per la tutela del tessuto industriale, per un sistema economico basato sui diritti, la legalità e il rispetto del lavoro”, spiega una nota.

Il matrimonio nell’Antica Roma: così funzionava il rito nuziale

0

Il matrimonio nell’antica Roma era un rito insieme religioso e legale di grande importanza.

La società dell’antica Roma si basava fondamentalmente sulla famiglia, e l’unione di un uomo e di una donna, mirata alla procreazione, era considerato il nucleo fondamentale del funzionamento della società.

Il matrimonio univa una serie di significati civili, legali e religiosi, ed era caratterizzato da insieme di simboli che si perpetuavano nel corso del tempo.

I matrimoni però non avvenivano con la stessa libertà che conosciamo oggi.

Terentius Neo e la moglie – Pompei riproduzione

Il matrimonio era uno strumento con cui le famiglie si legavano l’una con l’altra, con cui una donna accedeva al patrimonio e ai privilegi di una famiglia più abbiente, o con cui si rafforzavano degli accordi politici presi precedentemente. I matrimoni erano un vero e proprio contratto familiare, che molto spesso veniva deciso dai pater familias e dalle matrone, a tutto danno delle spose, che raramente avevano la piena libertà di scegliere il loro consorte.

I tre tipi di matrimonio romano

Il matrimonio romano aveva sostanzialmente tre possibili forme.

  • La prima era chiamata “Confarreatio“: era il matrimonio tipico delle famiglie patrizie e prende il suo nome dal rito di condividere fra gli sposi un pane realizzato con farina di farro.
  • Il Coemptio: si tratta di un matrimonio di origine plebea in cui il marito letteralmente “acquistava” la sposa dalla famiglia di lei, attraverso un procedimento molto simile all’acquisto di uno schiavo.
  • L'”Usus“, un matrimonio sempre di origine plebea, che veniva riconosciuto dopo un lungo periodo di convivenza, un metodo per rendere legale una situazione familiare che perdurava già da diversi anni

La cerimonia del matrimonio romano

La cerimonia del matrimonio iniziava con un rito tipicamente religioso. Nel mondo romano non erano solamente i sacerdoti a poter interrogare gli Dèi, ma anche il Pater familias: per questo motivo la prima cosa da fare era consultare i presagi degli Dei per capire se vi erano tutti i presupposti per il matrimonio ed essi erano consenzienti.

Se i presagi erano considerati buoni, poteva partire la cerimonia vera e propria.

Marito e moglie venivano portati nel centro della casa di lui, dove si riunivano almeno 10 testimoni, necessari per dare al matrimonio un valore legale. Poteva essere presente un sacerdote, ma questo non era fondamentale per rendere il matrimonio valido.

Normalmente una matrona, spesso la madre della sposa, prendeva i due coniugi per mano e secondo una formula dal significato insieme legale e religioso diceva una frase ben precisa:

“Laddove tu sei [nome dello sposo] la sarò anche io [nome della sposa.]

Da quel momento, quell’uomo e quella donna potevano essere considerati legittimamente uniti dal vincolo del matrimonio.

Dopodiché un sacerdote o il Pater familias  si occupava di rendere gli onori a Giove, il più potente degli Dei romani, e arrivava il momento di consumare insieme una torta di farro. La torta di farro era l’alimento principale delle famiglie fondatrici di Roma, e mangiare questo tipo di alimento significava per i romani rinnovare costantemente la tradizione, il cosiddetto “Mos maiorum.”

Dopo una piccola festa, che si teneva sempre nella casa della sposa, iniziava una grande processione, per cui lo sposo accompagnava la sposa nella loro nuova casa o in alternativa nella casa del padre dello sposo.

Si trattava di una funzione pubblica e tutti i passanti, i parenti e gli amici potevano parteciparvi senza bisogno di invito. Molto spesso questo corteo era accompagnato da dei suonatori per allietare la festa ed esisteva anche allora una specie di “inno nuziale” che veniva intonato dai parenti e dagli amici.

Poteva capitare che lo sposo dovesse recitare una piccola scena. La madre della sposa teneva sua figlia, e lo sposo strattonava la ragazza, rubandola. Questa era probabilmente una riproposizione dell’antico episodio del ratto delle Sabine, con cui i Romani rapirono migliaia di ragazze per formare le nuove famiglie agli albori della storia di Roma.

La processione procedeva ulteriormente e la sposa era solita lasciar cadere per terra una moneta, che doveva essere raccolta simbolicamente dagli spiriti che seguivano assieme al corteo la strada.

Poi, la sposa consegnava altre due monete a suo marito: la prima moneta serviva simbolicamente come dote nei confronti del consorte mentre l’altra doveva onorare gli spiriti della sua casa, dove la donna si apprestava ad entrare .

Molto spesso lo sposo lanciava dei dolci alla folla ma soprattutto delle noci: i romani vedevano le noci molto simili alla forma del cervello umano e per questo motivo lo consideravano un alimento che favoriva l’intelligenza e che avrebbe ispirato il giusto “senno” alla coppia che si stava formando.

Una volta che la coppia era arrivata sulla soglia della casa dello sposo, il marito prendeva in braccio la moglie con vigore e la portava personalmente dentro casa.

Questo aveva di nuovo un significato fortemente simbolico: il marito dimostrava forza, sottolineava il suo ruolo di comando all’interno della nuova famiglia che si stava creando, dimostrava di essere in grado di proteggere la propria donna e inscenava simbolicamente un “salto” dalla vecchia alla nuova vita che si andava preparandosi.

Dopodiché, familiari ed amici entravano nella casa dello sposo e i festeggiamenti continuavano.

Molto spesso la donna accendeva per la prima volta il fuoco del focolare, promettendo al marito che sarebbe sempre stata Fedele e si sarebbe occupata del buon andamento della casa.

Molto spesso i banchetti duravano fino a tardi, anche fino a notte fonda. Dopodiché la coppia si ritirava per la notte nelle loro stanze.

A differenza di quanto potremmo pensare, il fatto che i coniugi dormissero insieme durante la notte era usanza piuttosto plebea, da famiglie poco agiate. Era invece normale per i patrizi dividere la stanza del marito dalla stanza della moglie, a dimostrazione della loro condizione economica.


Israele nega i matrimoni misti. La vita difficile delle coppie

0

Ci sono ancora tante cose da sistemare in Israele, una di queste è sicuramente la gestione delle coppie miste, tra israeliani o naturalizzati e palestinesi o giordani. Tante le storie che si intrecciano in questi anni. Come Wafa Issa che ha vissuto come una prigioniera nella sua stessa casa nella periferia di Gerusalemme Est. Il suo mondo è la sua cucina, i suoi sei figli e le stalle sul retro dove la famiglia tiene cavalli arabi.

È un sacrificio che Issa ha fatto per stare con suo marito nato a Gerusalemme Est, che è un residente permanente legale in Israele. In quanto palestinese nata nei territori occupati, non ha avuto il diritto di unirsi a lui nonostante il loro matrimonio. Anche se suo marito fosse un cittadino israeliano a pieno titolo, il diritto legale di vivere con la sua famiglia sarebbe comunque fuori portata.

I sostenitori di diritti umani affermano che il divieto imposto da oltre 18 anni in Israele al ricongiungimento familiare, noto come Legge sulla cittadinanza, trasforma un diritto fondamentale — vivere con il proprio coniuge e i propri figli — in un crimine e va contro la politica sull’immigrazione in altri paesi sviluppati. E’ discriminatorio, perché in gran parte non si applica agli ebrei israeliani, che raramente sposano palestinesi.

Issa e migliaia di altre coppie, tuttavia, ora vedono una rara opportunità. La scorsa settimana, i politici israeliani inaspettatamente non sono riusciti a rinnovare il divieto, stimolando una corsa da parte di gruppi di difesa e coppie palestinesi a presentare centinaia di permessi di soggiorno al ministero degli Interni israeliano. Ma la possibilità potrebbe presto bloccarsi di nuovo, perché la legge ha ancora un ampio sostegno tra molti legislatori.

Il divieto di ricongiungimento familiare è stato approvato nel 2003 come misura di sicurezza temporanea sulla scia della rivolta palestinese conosciuta come la seconda intifada. Da allora la legge è stata rinnovata ogni anno. I politici israeliani hanno recentemente riconosciuto che la misura continua a ottenere sostegno in parte per il desiderio di mantenere la maggioranza ebraica di Israele.

Tra le tante sfide che i palestinesi devono affrontare, il divieto ne pone una particolarmente intima perché ha lasciato così tante famiglie in un limbo emotivo. La vita è segnata da scelte dolorose. Alcune persone scelgono di vivere separate dalle loro famiglie, perdendo una vita di momenti o divorziando. Altri, come Issa, vivono senza documenti, a rischio costante di espulsione.

Israele consente alle coppie di richiedere la residenza temporanea e i funzionari riferiscono di aver concesso 12.700 tali permessi. I sostenitori stimano che il numero effettivo di famiglie colpite sia più del doppio.

La famiglia Issa, ad esempio, ha chiesto tre volte la residenza temporanea per Wafa, ma è stata respinta ogni volta. Una domanda depositata otto mesi fa è ancora pendente. E anche se avesse ricevuto un permesso temporaneo, non avrebbe comunque diritto alla patente di guida, alla previdenza sociale e a molti altri benefici del governo.

I palestinesi di Gerusalemme est, occupata da Israele nella guerra del 1967, sono spesso tra quelli colpiti dalla legge sulla cittadinanza a causa del loro legame geografico con la Cisgiordania. A differenza dei palestinesi nati in Israele, la maggior parte degli arabi di Gerusalemme est non sono cittadini ma residenti israeliani permanenti.

Mahmoud Akhrass, un palestinese di 46 anni nato nella città di Nablus in Cisgiordania, ha detto che quando ha sposato una donna di Gerusalemme Est nel 2005, non ha pensato a come la differenza nel loro status avrebbe influenzato la loro relazione. Ma ha ricordato che la sua futura suocera gli ha lanciato un avvertimento: non portare mia figlia in Cisgiordania, dove la sicurezza e la mobilità sono minori che a Gerusalemme.

Si stabilirono appena fuori dal muro di sicurezza che separa gran parte di Gerusalemme est da altri territori occupati. Presto la moglie di Akhrass rimase incinta e, in quanto residente permanente in Israele, cercò assistenza medica in Israele. Ma le autorità israeliane hanno negato la domanda di residenza temporanea di Akhrass perché aveva meno di 35 anni (gli uomini sotto i 35 anni e le donne sotto i 25 non sono ammissibili).

Quando è arrivato il momento per sua moglie di partorire, non poteva andare in un ospedale, che era solo a breve distanza, ha detto Akhrass. 

Nel 2010 gli è stato finalmente concesso un permesso temporaneo. Ogni anno, quando va a rinnovarlo, teme che un piccolo errore nella sua domanda possa portarlo a ritirarlo.

Sebbene Wafa Issa sia riuscita a rimanere nascosta, alcune famiglie sono state divise dalla polizia israeliana, ha affermato Jessica Montell, direttore esecutivo di HaMoked, un gruppo che ha contestato il divieto presso la Corte Suprema israeliana. I vicini chiamano la polizia sui loro vicini; altre volte è un coniuge che vuole una soluzione conveniente dalla relazione.

Il divieto di ricongiungimento familiare, inizialmente giustificato come misura di sicurezza in risposta alla rivolta palestinese, è sopravvissuto a numerose sfide legali. Pochi sostenitori dei diritti umani si aspettavano che il nuovo governo israeliano, guidato da due sostenitori della legge, il primo ministro Naftali Bennett e il ministro degli Esteri Yair Lapid, non avrebbe rinnovato la legge quando si sarebbe trattato di un voto di routine.

Ma la questione si è trasformata in un primo test per verificare se la coalizione di governo, che comprende diversi partiti di tutto lo spettro politico, può ottenere il passaggio parlamentare per le leggi prioritarie. Il primo ministro recentemente destituito Benjamin Netanyahu, un sostenitore di lunga data della legge, ha cercato di sfidare il governo e ha incoraggiato i legislatori del suo partito di destra Likud ad opporvisi. 

Ma il ministero che rilascia i permessi è gestito da Ayelet Shaked, una deputata di destra che ha affermato che continuerà a bloccare la residenza per la maggior parte dei palestinesi dai territori occupati e sta lavorando per portare la legge a un altro voto.

Alitalia, accordo con Ue, Ita operativa dal 15 ottobre

0

Accordo con l’Ue per l’avvio della nuova compagnia Ita nell’ambito del confronto sul dossier Alitalia. “Si è conclusa positivamente – ha annunciato il ministero dell’Economia – la discussione con la Commissione Europea sulla costituzione di Italia Trasporto Aereo (ITA).

La nuova società sarà pienamente operativa a partire dal prossimo 15 ottobre, data in cui è previsto il decollo dei primi voli”.
    L’intesa consente ora – spiega il Mef – di avviare le procedure relative all’aumento di capitale di ITA e crea le condizioni per la firma del Memorandum d’intesa per il passaggio di determinate attività da Alitalia a ITA. La nuova compagnia – ha spiegato il ministro delle Infrastrutture e delle Mobilità Sostenibili, Enrico Giovannini – sarà in grado di competere sui mercati italiani e internazionali e si integrerà con il sistema del trasporto ferroviario.
    La commissaria europea Vestager ha spiegato di aver avuto rassicurazioni sul rispetto dei diritti dei passeggeri, ma anche di rimanere “in stretto contatto con le autorità italiane per garantire che il lancio di Ita come attore di mercato nuovo e vitale sia in linea con le norme Ue sugli aiuti di Stato”.
    Il ministero dello Sviluppo posto l’accento sull’impegno a tutelare i cittadini che hanno acquistato i biglietti e i lavoratori della compagnia. I lavoratori Alitalia che “potrebbero essere assunti nella nuova compagnia sono 2800 nel 2021 e 5750 nel 2022”, ha spiegato in una nota il Mise. 

All’avvio ITA opererà con una flotta di 52 aerei che crescerà nel 2022 fino a 78 aeromobili con l’inizio dell’inserimento di apparecchi di nuova generazione. A fine 2025 la flotta salirà a 105 aerei, 81 dei quali di nuova generazione (il 77% della flotta) per ridurre significativamente l’impatto ambientale e ottimizzare efficienza e qualità dell’offerta. Lo prevede il piano industriale della società, in cui si conta nel 2021 un numero di dipendenti per gestire l’Aviation pari a 2.750-2.950, che salirà a fine piano (2025) a 5.550-5.700 persone. Previsto un nuovo contratto di lavoro per maggiore competitività e flessibilità.

Il Piano Industriale è stato approvato oggi dal Cda di Ita prevede un fatturato che nel 2025 raggiungerà 3.329 milioni di euro, con un risultato economico (EBIT) di 209 milioni di euro e un pareggio operativo da realizzarsi entro il 3° trimestre del 2023. E’ quanto indica la società nel comunicato diffuso oggi al termine del consiglio di amministrazione.

Con il piano industriale annunciato da ITA “si prefigurerebbe lo spezzatino aziendale con nessuna certezza per le attività a terra di handling e di manutenzioni. La nuova compagnia partirebbe con una miniflotta con solamente 52 aerei senza prospettive sul lungo raggio. E’ inaccettabile che su 10.500 lavoratori vengano assunti solamente 2.750-2.950 il primo anno. Anche il brand messo a gara prefigurerebbe evidenti danni commerciali. E’ un piano debole anche in prospettiva ricavi fino al 2025. Sono errori gravissimi che rendono inaccettabile questa impostazione”. Lo affermano in una nota Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti e Ugl TA.

Maltempo in Germania, almeno 81 vittime e 1.300 di dispersi

0

Le vittime delle devastanti alluvioni che hanno colpito la Germania sono salite ad 81. Lo riferiscono fonti ufficiali.  Il bilancio è salito ad almeno 81 dopo che le autorità della Renania-Palatinato, la regione più colpita, hanno annunciato che sono in quell’area i morti sono aumentati a 50.

“Il numero delle vittime è salito a 50”, contro le 28 del giorno prima, ha detto il portavoce del ministero dell’Interno della regione, Timo Haungs.

Intanto in Germania altre 1.300 persone risultano disperse nella circoscrizione di Bad Neuahr-Ahrweiler, nella Renania-Palatinato, colpita dall’alluvione. Lo ha confermato all’ANSA una portavoce dell’amministrazione locale, che ha però subito precisato: “la rete di telefonia mobile è in tilt, e dunque molte persone non riescono a raggiungere i propri parenti”. La portavoce ha anche affermato che ci sono altre vittime, ma che per ora non si forniscono altri bilanci.

Due giorni di pioggia ininterrotta e il bilancio in Germania è una catastrofe senza precedenti. Il rigonfiamento e l’esondazione di tanti corsi d’acqua di piccola e media dimensione, nei Laender occidentali del Nordreno-Vestfalia e dalla Renania-Palatinato, hanno liberato enormi masse d’acqua dalla forza distruttiva. I corpi senza vita degli annegati sono venuti fuori da posti diversi, le inondazioni hanno fatto vittime negli scantinati delle case, nelle strade, fra i soccorritori. Ma la forza dell’acqua e del fango ha anche trascinato giù decine e decine di case. C’è chi si è rifugiato sui tetti delle case o sugli alberi. Il maltempo non ha colpito solo la Germania: alluvioni sono avvenute anche in Lussemburgo e Olanda.

Sale ancora il bilancio delle vittime causate dalle inondazioni che hanno devastato ampie aree del Belgio. I morti sono saliti a 12 e 5 le persone ancora disperse. Oltre 20.000 persone sono senza corrente elettrica. La maggior numero di vittime è stato segnalato nella provincia di Liegi. Il centro della città è stato evacuato ieri sera nel timore dello straripamento della Mosa il cui livello pare ora essersi stabilizzato. Il Paese è sotto choc per un fenomeno che i media definiscono di proporzioni storiche.

Le immagini del paesaggio e delle cittadine tedesche colpite sono difficili da tradurre in parole. Strisce di terra completamente devastate. Edifici e negozi distrutti. Le auto in strada travolte dalla corrente sono il meno nello scenario di un disastro naturale di questa portata. Le centinaia di persone messe in sicurezza in barca a Kordel, paesino situato lungo un affluente della Mosella, rappresentano l’aspetto positivo di una giornata che ha visto almeno 18 morti nel centro di Bad Neunahr-Ahrweiler e 20 a Euskirchen, vicino Colonia.

Angela Merkel, impegnata a Washington nella sua ultima visita di Stato negli Usa per una bilaterale con Joe Biden, ha sospeso la missione per prendere la parola dalla capitale americana ed esprimere personalmente cordoglio per le vittime. “È una tragedia”, ha detto la cancelliera senza ridimensionare. “Sono ore in cui parlare di una forte pioggia e di alluvione descrive la situazione in modo insufficiente. È davvero una catastrofe”, ha insistito Merkel. “Sono sconvolta dalle notizie che mi arrivano da posti sommersi dall’acqua, dove persone in grande emergenza si salvano o vengono salvate. Sarà fatto ogni sforzo per ritrovare i dispersi”, ha aggiunto, promettendo fra l’altro gli aiuti necessari per la ricostruzione, in un contesto per ora dai danni incalcolabili. Alla Germania sono arrivati messaggi di solidarietà da altre nazioni e offerte di aiuto. Il Papa si è detto “profondamento colpito” e di “pregare” per “le persone che hanno perso la vita”. L’Italia, attraverso Palazzo Chigi e la Farnesina, ha assicurato tutto il sostegno necessario ai governi, non solo quello tedesco, che devono affrontare questa emergenza. Le alluvioni hanno scosso l’agenda politica interna tedesca. “Una catastrofe del genere non l’avevamo ancora mai vissuta”, ha commentato la presidente del Palatinato Malu Dreyer, “è davvero disastroso quello che sta succedendo”. Il presidente della Vestfalia, Armin Laschet, ha sospeso la campagna elettorale da candidato cancelliere della Cdu e si è recato sui posti più colpiti dall’emergenza, come Altena e Hagen, da dove ha chiesto che “le misure e le politiche per il clima siano più dinamiche, a livello nazionale, europeo e globale”.

Molti politici, come il vice cancelliere Olaf Scholz (Spd) e la candidata cancelliera dei Verdi Annalena Baerbock, hanno interrotto le vacanze. Mentre nelle strade dell’ovest della Germania migliaia di vigili del fuoco, poliziotti, militari dell’esercito, unità del Technische Hilfswerk, si sono mobilitati in aiuto delle popolazioni colpite. La Bundeswehr ha fatto ricorso ai carri armati e sono stati utilizzati decine di elicotteri per sorvolare le aree disastrate. Non mancano, anche a caldo, polemiche in più direzioni. Stavolta le tv pubbliche locali e regionali sono finite sotto accusa – lo riferisce la Bild – per non aver dato in tempo notizie e avvisi su quello che stava accadendo ieri sera. E nel dibattito sullo stravolgimento climatico e l’inazione dei governi la Sueddeustche Zetiung ha commentato che quello che sta accadendo è scioccante, sì, “ma non sorprende”.