giovedì 5 Marzo 2026
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Perchè la Cina vuole Taiwan? le cause storiche del conflitto

Il rapporto tra la Cina e Taiwan è sempre stato problematico: ma per quale motivo la Repubblica Popolare Cinese lotta da decenni per annettere l’isola di Taiwan? perché vi è sempre alta tensione tra la Cina e Taiwan? In questo articolo, esploreremo le cause storiche del conflitto tra la Cina e Taiwan

La guerra civile cinese: l’origine del conflitto tra Cina e Taiwan

Le prime testimonianze di rapporti tra Cina e l’isola di Taiwan, anche chiamata Formosa, risalgono al periodo del 1500 e 1600, quando gli esploratori portoghesi, olandesi e spagnoli fondarono le prime città. In seguito, alcuni ufficiali militari discendenti e fedeli alla dinastia degli Imperatori Ming eseguirono delle incursioni militari contro la Cina continentale ai danni della dinastia Qing.

Nell’Ottocento, mano mano che le potenze mondiali si interessavano all’isola di Taiwan per la sua posizione geografica, l’impero cinese prese posizione, fondando la provincia di Fujian – Taiwan, nel 1887. Ma la Cina perse quasi subito il controllo dell’isola, in parte per via della decadenza della dinastia Qing, ma soprattutto per la sconfitta nella prima guerra sino-giapponese (1894-1895).

Taiwan venne così annessa agli inizi del Novecento all’Impero giapponese. Dopo la sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, nel 1945, Taiwan venne riconsegnata agli alleati, i quali lasciarono l’isola sotto la giurisdizione del Kuomintang, partito fondato nel 1912, e allora guidato dal generale Chang kai-shek, che diede al partito una identità particolarmente nazionalista e liberal-capitalista.

Chang kai-shek governò l’isola con particolare durezza, anche tramite alcuni articoli del codice penale che prevedevano l’incarcerazione e la morte per i comunisti e per chi mostrava segni di disapprovazione nei confronti del governo.

Taiwan entrò quasi immediatamente in una guerra civile con la Cina continentale guidata dal Partito Comunista Cinese (PCC) di Mao Zedong. Al termine dei combattimenti, i comunisti cinesi, nel 1949, vinsero il conflitto ed istituirono nella Cina continentale la Repubblica Popolare Cinese, con capitale Pechino: i nazionalisti del Kuomintang furono costretti a scappare sull’isola di Taiwan, con capitale Taipei e con la denominazione di Repubblica di Cina.

Il conflitto armato di Taiwan con la Cina comunista

A partire dal 1949, la Cina continentale diretta dal Partito Comunista cinese cercò di riconquistare Taiwan, con una serie di operazioni militari che miravano ad occupare punti strategici come le isole di Kinmen, di Hainan o Wanshan per poi sferrare un attacco decisivo contro Taipei.

L’esercito di Taiwan, anche grazie al supporto degli Stati Uniti, fu in grado di respingere gli attacchi cinesi ed anzi organizzò un contrattacco. Un esercito di 12000 uomini, guidati dal generale Li Mi, passò attraverso il territorio della Birmania e diede luogo ad atti di guerriglia nella Cina meridionale. La situazione si protrasse fino al 1953, quando la Birmania si appellò all’ONU e gli stessi americani avviarono delle trattative diplomatiche per convincere Taiwan a dissolvere l’esercito di Li Mi.

Di lì a poco, la tensione salì nuovamente. Nella prima crisi dello Stretto di Taiwan, 1954, la Repubblica Popolare Cinese bombardò l’arcipelago di Quemoy, e conquistò l’isola di Yijangshan. Gli Stati Uniti, nuovamente disposti a dare supporto a Taiwan, approvarono praticamente la “Risoluzione di Formosa”, con cui sia autorizzava il presidente americano a muovere l’esercito statunitense in difesa dell’isola.

Dopo la decisione, la Cina ritirò parte del suo esercito e si giunse ad un accordo durante la conferenza di Bandung (1955).

Nella seconda crisi dello Stretto di Taiwan, 1958, la Repubblica Popolare Cinese ritornò a bombardare Quemoy, mentre Taiwan bombardò la città di Amoy, nella Cina meridionale. Gli Stati Uniti diedero nuovamente supporto militare e logistico a Taiwan, seppur rifiutando la richiesta di Chiang kai-shek di bombardare direttamente l’artiglieria cinese.

Seguì nei mesi successivi una cessate-il-fuoco. Cina e Taiwan, nonostante l’interruzione degli scontri armati, non firmarono alcuna tregua nè trattato di pace ufficiale e la situazione rimase altamente instabile.

Lo scontro diplomatico tra Cina e Taiwan

A partire dalla fine degli anni ’50, lo scontro fra Cina e Taiwan assunse dei toni più prettamente diplomatici. Taiwan era fortemente appoggiata dagli Stati Uniti, dalla NATO ed in generale dal blocco occidentale, in quanto l’isola poteva essere utilizzata per fare pressione contro la Cina comunista. Significativa fu la visita del presidente americano Dwight Eisenhower assieme a Chiang kai-shek a Taipei nel 1960.

La Cina era invece fortemente isolata, avendo come oppositori gli stati del blocco occidentale ma anche l’Unione Sovietica.

Un significativo cambiamento si verificò nel 1970, quando il presidente americano, Richard Nixon, e il segretario di stato, Henry Kissinger, decisero che gli Stati Uniti dovevano aprire il dialogo con la Cina. Si avviarono così una serie di incontri diplomatici, e gli stati occidentali cominciarono a riconoscere ufficialmente l’esistenza della Repubblica Popolare Cinese. In questo modo, Taiwan perse gran parte dell’appoggio americano.

Un evento significativo fu quello del consiglio di sicurezza dell’ONU, dove il rappresentante del Kuomintang venne sostituito con uno della Repubblica Popolare Cinese.

Lo scongelamento delle relazioni tra Cina e Taiwan

All’inizio degli anni Ottanta, Cina e Taiwan iniziarono dei timidi tentativi di dialogo. La Repubblica Popolare Cinese propose la “Politica dei tre collegamenti”: commerciale, postale, turistico. Taiwan, ancora retta da un intransigente Kuomintang, rispose con la “Politica dei tre no”: no all’unificazione, no all’indipendenza, no all’uso della forza.

Tuttavia, alcune singole situazioni costituirono la base per una rappacificazione: nel maggio del 1986, il pilota taiwanese di un aereo di linea della China Airlines, fece atterrare il velivolo a Canton, nel sud della Cina, per motivi non ben definiti. Il nuovo presidente del Kuomintang, Chian Chink-ko, decise di inviare alcuni delegati di Taiwan a Hong Kong per incontrare gli omologhi cinesi. Questo incontro venne visto come una svolta nelle relazioni diplomatiche fra i due stati.

Inoltre, a partire dal 1987, Taiwan permise ad alcuni cittadini di eseguire visite turistiche in Cina: in questo modo, dopo decenni, parecchie famiglie poterono ricongiungersi.

Nel 1990, Cina e Taiwan decisero di intensificare gli accordi diplomatici. Tuttavia, nessuno dei due era disposto a fare un primo passo politico e pubblico. Per questo motivo, Taiwan decise di costituire una società privata, la Straits Exchange Foundation, con lo scopo di dialogare informalmente con la Cina. Il partito cinese rispose con la costituzione della Association for relation across Taiwan Straits.

Le due aziende private, iniziarono così un fitto scambio diplomatico. Questi accordi informali culminarono nel 1992, con il cosiddetto “Consenso del 1992 “.

Sia la Cina che Taiwan concordavano con l’esistenza di una sola grande Cina: il Partito Comunista cinese era disposto ad annettere Taiwan lasciandogli una grande autonomia amministrativa o rendendola addirittura una provincia autonoma. Il Kuomintang non poteva accettare, preferendo rinunciare all’idea di riconquistare militarmente la Cina continentale, e puntando piuttosto sull’indipendenza.

Nonostante le inconciliabili posizioni politiche, l’idea di “una sola Cina” costituì tuttavia la base diplomatica per intessere delle relazioni economiche.

Si verificò di lì a poco, un passo falso da parte della Cina, detto terza crisi dello Stretto di Taiwan, 1996: cercando di forzare la situazione, la Cina eseguì delle esercitazioni militari e missilistiche in occasione delle imminenti elezioni a Taiwan: i cittadini taiwanesi rimasero profondamente indispettiti dal comportamento cinese e i dialoghi si chiusero fino al 1998.

L’apertura economica tra Cina e Taiwan

Nel 2003, il nuovo presidente cinese, Hu Jintao, ripropose la politica di una sola Cina, che per i comunisti cinesi significava l’annessione di Taiwan. Dall’altra parte, il nuovo presidente di Taiwan, Chen Shui-bian, continuava a proclamare la necessità di una indipendenza dell’isola. I cinesi eseguirono delle nuove esercitazioni militari e dei lanci di missili per mettere pressione al governo taiwanese.

Chen non si fece intimidire, ma nel 2001 tolse delle limitazioni commerciali che vigevano da almeno 50 anni e che costituirono una decisiva svolta per una pacificazione con la Cina. Inoltre, nel 2003, in occasione della guerra in Iraq, la Cina consentì il passaggio di aerei militari taiwanesi sui propri cieli.

Dopo alcune dichiarazioni amichevoli di Hu Jintao, nel 2004, nel 2005 la Cina ha approvato una legge anti Secessione. In questa legge, che era di fatto un manifesto delle intenzioni cinesi nei confronti di Taiwan, si proclamava l’esistenza di una sola Cina, che doveva essere mantenuta attraverso la pace e dunque con una serie di concessioni a Taiwan. La legge prevedeva l’utilizzo della forza solo in caso di dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte di Taiwan.

La reazione di Taiwan fu duplice: da un lato il Kuomintang, dopo decenni di lavoro per ottenere la pace con la Cina, era maggiormente disposta al dialogo. Diversamente, il nuovo e più recente Partito progressista Democratico, allora all’opposizione, perseguiva una politica di identità taiwanese separata ed indipendente dalla Cina.

Nel 2010, venne stretto uno storico accordo di natura commerciale: venivano eliminati diversi dazi doganali, liberalizzati interi settori dell’economia e Taiwan consentì alle multinazionali cinesi di investire in aziende sull’isola. In questo modo si garantiva anche che la Cina, per preservare i propri interessi economici, non avrebbe utilizzato la forza.

Nel 2013, vi furono degli incontri ufficiali fra i ministri dell’economia dei rispettivi paesi: gli attivisti e i sostenitori del Partito progressista Democratico eseguirono diverse proteste, temendo che l’apertura economica fosse in realtà il preludio ad una annessione politica.

Nel 2014 si tenne un incontro ufficiale, nell’ex palazzo imperiale di Nanchino, in Cina, tra il ministro degli affari cinesi Wang Yu e il ministro degli affari taiwanesi Zhang Zhijun. L’anno dopo, il presidente della Cina in persona, Xi Jinping, e il suo omologo taiwanese Ma Ying, si incontrarono a Singapore.

In quella situazione, il presidente cinese propose la politica “Un paese, due sistemi “ una versione riconfermata di una probabile annessione di Taiwan ma con aperture ancora maggiori rispetto al passato.

Il nuovo raffreddamento dei rapporti tra Cina e Taiwan

I rapporti tra Cina e Taiwan conobbero un nuovo periodo di raffreddamento. Nelle elezioni taiwanesi del 2016, venne infatti eletta Tsai Ing-Wen, a capo del Partito progressista Democratico, che cambiò radicalmente la politica di Taiwan per una maggiore protezione dell’identità dei suoi cittadini.

La risposta cinese fu abbastanza fredda, e altrettanto le azioni del nuovo partito vincitore delle elezioni non facevano ben sperare: uno degli ex presidenti di Taiwan, Ma Ying-jeou, particolarmente disposto al dialogo, doveva infatti tenere una serie di visite ufficiali in Cina, ma venne richiamato e l’incontro sostituito da una videoconferenza.

Il Partito progressista Democratico eseguì una serie di dichiarazioni formali in cui si augurava la ripresa delle negoziazioni, ma nel XIX congresso del Partito Comunista cinese, il presidente cinese Xa Jinping, riconfermò che la Cina “non temeva in nessun modo l’indipendenza del Taiwan, essendo perfettamente in grado di impedirla militarmente”, e si riprometteva di essere disposta al dialogo, solo se lo sarebbe stato anche Taiwan.

Al momento, la politica cinese rimane ferma nella sua posizione di annettere ufficialmente il Taiwan pur rendendolo una provincia autonoma e a statuto speciale. La politica taiwanese è invece più indefinita: Il vecchio Kuomintang, seppure non ammetta candidamente di essere disposto all’annessione, è comunque maggiormente aperto al dialogo, mentre il Partito progressista Democratico insiste su una piena indipendenza dalla Cina.

Chi era Attila? Storia del Re degli Unni

Attila, soprannominato Flagellum Dei, dal latino: “Flagello di Dio”, è stato re degli Unni dal 434 al 453 regnando insieme al fratello maggiore Bleda fino al 445. E’ stato uno dei più grandi sovrani barbari che assalirono l’Impero Romano, invadendo le province dei Balcani meridionali e la Grecia e poi la Gallia e l’Italia. Nella leggenda compare sotto il nome di Etzel dei Nibelunghi e sotto il nome Atli nelle saghe islandesi.

L’impero che Attila e suo fratello maggiore Bleda ereditarono sembra essersi esteso dalle Alpi e dal Baltico a ovest fino a qualche parte vicino al Mar Caspio a est. La loro prima azione nota per diventare governanti fu la negoziazione di un trattato di pace con l’Impero Romano d’Oriente, concluso nella città di Margus (Požarevac). Secondo i termini del trattato, i romani si impegnavano a raddoppiare i sussidi che avevano pagato agli Unni e in futuro a pagare 300 kg d’oro ogni anno.

Dal 435 al 439 le attività di Attila sono sconosciute, ma sembra che fosse impegnato nella sottomissione dei popoli barbari a nord o ad est dei suoi domini. I Romani d’Oriente non sembrano aver pagato le somme previste nel trattato di Margus, e così nel 441, quando le loro forze erano occupate a ovest e sulla frontiera orientale, Attila lanciò un pesante assalto alla frontiera danubiana dell’Impero d’Oriente.

Attila. Disegno di Peter Johann Nepomuk Geiger  Public Domain
Disegno di Peter Johann Nepomuk Geiger Public Domain

Catturò e rase al suolo una serie di importanti città, tra cui Singidunum (Belgrado). I romani d’Oriente riuscirono a stabilire una tregua per l’anno 442 e richiamarono le loro forze dall’Occidente. Ma nel 443 Attila riprese il suo attacco. Iniziò prendendo e distruggendo le città sul Danubio e poi si recò nell’interno dell’impero verso Naissus (Niš) e Serdica (Sofia), che distrusse entrambe. Successivamente si portò verso Costantinopoli, prese Filippopoli, sconfisse le principali forze romane orientali in una serie di battaglie, e così raggiunse il mare sia a nord che a sud di Costantinopoli.

Non c’era speranza per gli arcieri unni di attaccare le grandi mura della capitale, così Attila si rivolse ai resti delle forze dell’impero, che si erano ritirate nella penisola e le distrusse. Nel trattato di pace che seguì, obbligò l’Impero d’Oriente a pagare gli arretrati del tributo, che calcolò in 2.700 kg d’oro, e triplicò il tributo annuale, estorcendo da allora in poi 950 kg d’oro ciascuno anno.

I movimenti di Attila dopo la conclusione della pace nell’autunno del 443 sono sconosciuti. Intorno al 445 uccise suo fratello Bleda e da allora in poi governò gli Unni come un autocrate. Fece il suo secondo grande attacco all’Impero Romano d’Oriente nel 447, ma poco si sa dei dettagli della campagna. Fu pianificato su una scala ancora più grande di quella del 441–443 e il suo peso principale era diretto verso le province della Bassa Scizia e della Mesia nell’Europa sudorientale, cioè più a est rispetto al precedente assalto.

Impegnò le forze dell’Impero d’Oriente sul fiume Utus (Vid) e le sconfisse, ma lui stesso subì gravi perdite. Ha poi devastato le province balcaniche e si è diretto verso sud in Grecia, dove è stato fermato solo alle Termopili. I tre anni successivi all’invasione furono pieni di complicate trattative tra Attila e i diplomatici dell’imperatore romano d’Oriente Teodosio II. Molte informazioni su questi incontri diplomatici sono state conservate nei frammenti del Storia di Prisco di Panium, che visitò il quartier generale di Attila in Valacchia in compagnia di un’ambasciata romana nel 449. Il trattato con cui si pose fine alla guerra era più duro di quello del 443; i romani orientali dovettero evacuare un’ampia fascia di territorio a sud del Danubio e il tributo da loro dovuto fu continuato, sebbene il tasso non sia noto.

Invasione della Gallia

L'impero degli Unni e le tribù suddite al tempo di Attila
L’impero degli Unni e le tribù suddite al tempo di Attila – Mappa di Slovenski Volk CC BY-SA 3.0

La successiva grande campagna di Attila fu l’invasione della Gallia nel 451. Fino ad allora sembrava essere stato in rapporti amichevoli con il generale romano Ezio, il vero sovrano dell’Occidente in quel momento, e i suoi motivi per marciare in Gallia non sono stati ritrovati. Annunciò che il suo obiettivo in Occidente era il regno dei Visigoti, un popolo germanico che aveva conquistato parti dei due imperi romani, centrato su Tolosa e che non aveva alcun contrasto con l’imperatore d’Occidente, Valentino III. Ma nella primavera del 450, Honoria, sorella dell’imperatore, inviò il suo anello ad Attila, chiedendogli di salvarla da un matrimonio che era stato organizzato per lei.

Attila allora rivendicò Honoria come sua moglie e chiese metà dell’Impero d’Occidente come sua dote. Quando Attila era già entrato in Gallia, Ezio raggiunse un accordo con il re visigoto, Teodorico I, per unire le loro forze nel resistere agli Unni. Molte leggende si raccontano della campagna che seguì. È certo, però, che Attila riuscì quasi ad occupare Aureliano (Orléans) prima dell’arrivo degli alleati. In effetti, gli Unni avevano già preso piede all’interno della città quando Ezio e Teodorico li costrinsero a ritirarsi. L’impegno decisivo è stata la Battaglia delle pianure catalane o, secondo alcuni studiosi, di Maurica, entrambi i luoghi non sono identificati. Dopo aspri combattimenti, in cui fu ucciso il re visigoto, Attila si ritirò e poco dopo si ritirò dalla Gallia. Questa è stata la sua prima e unica sconfitta.

Nel 452 gli Unni invasero l’Italia e saccheggiarono diverse città, tra cui Aquileia, Patavium (Padova), Verona, Brixia (Brescia), Bergomum (Bergamo) e Mediolanum (Milano); Ezio non poteva fare nulla per fermarli. Ma la carestia e la pestilenza che imperversavano in Italia in quell’anno costrinsero gli Unni a partire senza attraversare l’Appennino.

Nel 453 Attila intendeva attaccare l’Impero d’Oriente, dove dominava il nuovo imperatore Marciano che si era rifiutato di pagare i sussidi concordati dal suo predecessore, Teodosio II. Ma durante la notte successiva al suo matrimonio, Attila morì nel sonno. Coloro che lo seppellirono insieme ai suoi tesori furono successivamente messi a morte dagli Unni affinché la sua tomba non venisse mai scoperta. Gli succedettero i suoi figli, che divisero tra loro il suo impero.

Prisco, che vide Attila quando visitò il suo accampamento nel 448, lo descrisse come un uomo basso e tozzo con una testa grande, occhi infossati, naso piatto e barba sottile. Secondo gli storici, Attila era, sebbene di indole irritabile, spavalda e truculenta, un negoziatore molto tenace e per nulla spietato. Quando Prisco partecipò a un banchetto da lui offerto, notò che Attila veniva servito su piatti di legno e mangiava solo carne, mentre i suoi principali luogotenenti cenavano su piatti d’argento carichi di prelibatezze. Nessuna descrizione delle sue qualità di generale sopravvive, ma i suoi successi prima dell’invasione della Gallia mostrano che era un comandante eccezionale.

Leggende su Attila e la spada di Marte

Giordano impreziosì la storia di Prisco, riferendo che Attila aveva posseduto la “Spada della Guerra Santa degli Sciti “, che gli era stata donata da Marte e ne aveva fatto un “principe del mondo intero”.

Entro la fine del XII secolo la corte reale d’ Ungheria proclamò la propria discendenza da Attila. Le cronache contemporanee di Lampert di Hersfeld riferiscono che poco prima dell’anno 1071, la spada di Attila era stata presentata a Ottone di Nordheim dalla regina d’Ungheria esiliata, Anastasia di Kiev. Questa spada, una sciabola da cavalleria ora al Kunsthistorisches Museum di Vienna, sembra essere opera di orafi ungheresi del IX o X secolo.

Fonti:

  • Geary, Patrick J. “Chapter 3. Germanic Tradition and Royal Ideology in the Ninth Century
  • Wolfram, Herwig (1997). The Roman Empire and its Germanic Peoples (Hardcover)
  • Foundation, Encyclopaedia Iranica. “Welcome to Encyclopaedia Iranica”

7 famose rivolte degli schiavi

Sette gruppi di persone ridotte in schiavitù che hanno rischiato tutto per avere una possibilità di libertà.

Spartaco e la terza guerra servile

Spartacus era un gladiatore della Tracia che comandò un imponente esercito di schiavi durante la terza guerra servile, la ribellione di schiavi più grande e di maggior successo nella storia romana. La rivolta iniziò nel 73 aC quando Spartaco e una piccola banda di schiavi fuggirono da una scuola di gladiatori usando utensili da cucina come armi. Schiavi provenienti da tutta la campagna romana si accalcarono presto per unirsi alla rivolta e l’esercito ribelle causò il panico nel senato romano dopo aver sconfitto una milizia sul Vesuvio e due legioni vicino al Monte Garganus.

Secondo lo storico antico Appiano, man mano che più schiavi si unirono alla rivolta, i loro ranghi aumentarono fino a includere fino a 120.000 ex schiavi. Ma nonostante le loro prime vittorie, gli schiavi in ​​seguito caddero preda della divisione interna e si crearono diverse fazioni disorganizzate. La principale ribellione fu poi sconfitta nel 71 a.C. dopo che otto legioni romane comandate da Marco Lucinio Crasso misero alle strette Spartaco e demolirono ciò che restava del suo esercito. Spartaco morì nella battaglia e 6.000 schiavi sopravvissuti furono successivamente crocifissi lungo la via Appia, da Capua a Roma come brutale avvertimento contro future rivolte.

La ribellione di Nat Turner

Una delle più famose rivolte degli schiavi nella storia americana avvenne nel 1831 quando Nat Turner guidò una sanguinosa rivolta nella contea di Southampton, in Virginia. Turner era profondamente religioso e pianificò la sua ribellione dopo aver sperimentato visioni profetiche che gli ordinavano di ottenere la libertà con la forza. Il 21 agosto 1831, Turner e i suoi complici uccisero la famiglia del suo padrone mentre dormivano. Da lì, la piccola banda di circa 70 schiavi si trasferì di casa in casa, uccidendo alla fine oltre 50 bianchi con mazze, coltelli e moschetti. Ci volle una forza di milizia per reprimere la ribellione e Turner e altri 55 schiavi furono catturati e successivamente giustiziati dallo stato.

L’isteria dilagò nella regione all’indomani della rivolta di Nat Turner e alla fine quasi 200 schiavi furono uccisi da folle di bianchi. La ribellione ha anche innescato una serie di restrizioni oppressive sulle popolazioni schiave. Citando l’intelligenza di Turner come un fattore importante nella sua rivolta, diversi stati avrebbero approvato leggi che rendevano illegale insegnare ai neri a leggere o scrivere.

La ribellione degli Zanj

Molto prima che gli schiavi africani venissero portati in Nord America, incitarono a una ribellione in Medio Oriente e si scontrarono con un impero. L’insurrezione iniziò nell’869 d.C. quando gli schiavi Zanj – un termine arabo usato per descrivere gli africani orientali – si unirono a un rivoluzionario arabo di nome Ali bin Muhammad e si ribellarono contro il califfato abbaside. Spinti dalle promesse di terra e libertà, gli Zanj iniziarono a condurre incursioni notturne nelle città vicine per sequestrare rifornimenti e liberare i compagni schiavi.

Quella che era iniziata come un’umile rivolta si è lentamente trasformata in una rivoluzione su vasta scala che è durata 15 anni. Schiavi, beduini e servi della gleba si unirono tutti ai ribelli, che al loro apice presumibilmente contavano oltre 500.000. Questi rivoluzionari hanno persino accumulato una marina e controllato fino a sei città fortificate nell’odierno Iraq. La ribellione Zanj sarebbe finalmente terminata all’inizio degli anni ’80 dell’800 dopo che l’esercito abbaside si mobilitò e conquistò la capitale ribelle. Ali bin Muhammad fu ucciso nella battaglia, ma molti degli Zanj furono risparmiati e furono persino invitati a unirsi all’esercito abbaside.

La rivoluzione haitiana

La ribellione degli schiavi di maggior successo nella storia, la rivoluzione haitiana iniziò come una rivolta degli schiavi e si concluse con la fondazione di uno stato indipendente. La principale insurrezione iniziò nel 1791 nella preziosa colonia francese di Saint-Domingue. Ispirati in parte dalla filosofia egualitaria della Rivoluzione francese, gli schiavi neri lanciarono una ribellione organizzata, uccidendo migliaia di bianchi e bruciando piantagioni di zucchero sulla strada per ottenere il controllo delle regioni settentrionali di Saint-Domingue.

I disordini sarebbero continuati fino al febbraio 1794, quando il governo francese abolì ufficialmente la schiavitù in tutti i suoi territori. Il famoso generale ribelle Toussaint Louverture unì quindi le forze con i repubblicani francesi e nel 1801 si era affermato come governatore dell’isola. Ma quando le forze imperiali di Napoleone Bonaparte conquistarono Louverture nel 1802 e tentarono di ripristinare la schiavitù, gli ex schiavi ripresero le armi. Guidati da Jean-Jacques Dessalines, nel 1803 sconfissero le forze francesi nella battaglia di Vertières. L’anno successivo gli ex schiavi dichiararono la loro indipendenza e fondarono l’isola come la nuova repubblica di Haiti. La notizia della prima ribellione di successo – l’unica rivolta degli schiavi nella storia che si concluda con la fondazione di un nuovo paese – ha continuato a ispirare innumerevoli altre rivolte negli Stati Uniti e nei Caraibi.

L’insurrezione di San Giovanni del 1733

Una delle prime rivolte degli schiavi in ​​Nord America vide un gruppo di schiavi africani conquistare efficacemente l’isola di St. John, di proprietà danese. A quel tempo, la maggior parte degli schiavi di San Giovanni faceva parte degli Akan, un popolo africano dell’odierno Ghana. Afflitto da malattie diffuse, siccità e aspri codici schiavi, nel novembre 1733 un gruppo di Akan di alto rango iniziò a complottare contro i loro padroni danesi.

La ribellione iniziò quando un gruppo di schiavi usò armi di contrabbando per uccidere diversi soldati danesi all’interno di un forte in una piantagione chiamata Coral Bay. Presto altri 150 cospiratori confluirono nelle altre piantagioni dell’isola, uccidendo diversi coloni bianchi e alla fine prendendo il comando della maggior parte di St. John. Gli schiavi progettarono di rivendicare l’isola e i suoi preziosi terreni agricoli come propri, ma la loro libertà alla fine fu di breve durata. Dopo soli sei mesi di dominio Akan, nel maggio 1734 arrivarono diverse centinaia di truppe francesi e represse violentemente la ribellione. Fu solo nel 1848 che la schiavitù fu finalmente abolita nelle Indie occidentali danesi.

La guerra battista

Sebbene fosse iniziata come una protesta pacifica, la guerra battista in Giamaica si è conclusa con una sanguinosa rivolta e la morte di oltre 600 schiavi. Ispirato dai movimenti abolizionisti in Gran Bretagna, il giorno di Natale del 1831 ben 60.000 dei 300.000 schiavi della Giamaica fecero uno sciopero generale. Sotto la direzione di un predicatore e schiavo battista di nome Samuel Sharpe, i servi giurarono di non tornare al lavoro fino a quando non avessero ottenuto le libertà fondamentali e un salario di sussistenza.

Quando si sparse la voce che i coloni britannici intendessero interrompere lo sciopero con la forza, la protesta si trasformò in una vera e propria ribellione. In quella che divenne la più grande rivolta degli schiavi nella storia delle Indie occidentali britanniche, gli schiavi bruciarono e saccheggiarono le piantagioni per diversi giorni, causando infine danni alla proprietà per 1,1 milioni di dollari. Il bilancio umano era molto più grave. Quando l’esercito coloniale britannico si mobilitò e represse la rivolta, erano stati uccisi fino a 300 schiavi e 14 bianchi. Altri trecento schiavi, incluso il capobanda Sharpe, furono successivamente impiccati per il loro coinvolgimento nella rivolta. Anche se potrebbe non aver avuto successo, gli effetti della guerra battista alla fine si sono fatti sentire attraverso l’Atlantico. Solo un anno dopo, il parlamento britannico avrebbe abolito una volta per tutte la schiavitù nell’impero britannico.

La ribellione di Gaspar Yagna

Conosciuto come il “primo liberatore delle Americhe”, Gaspar Yanga era uno schiavo africano che trascorse quattro decenni stabilendo un libero insediamento in Messico. L’odissea di Yanga iniziò nel 1570 quando organizzò una rivolta in una piantagione di canna da zucchero vicino a Veracruz. Dopo essere fuggiti nella foresta, Yanga e un piccolo gruppo di ex schiavi fondarono la propria colonia, o palanque, che chiamarono San Lorenzo de los Negros. Avrebbero trascorso i successivi 40 anni nascondendosi in questa comunità di fuorilegge, sopravvivendo principalmente attraverso l’agricoltura e occasionali incursioni sui convogli di rifornimenti spagnoli.

Le autorità coloniali riuscirono a distruggere San Lorenzo de los Negros nel 1609, ma non furono in grado di catturare i seguaci di Yanga e alla fine si accordarono per un trattato di pace con gli ex schiavi. Ora nella sua vecchiaia, Yanga ha negoziato il diritto di costruire la propria colonia libera purché pagasse le tasse alla corona spagnola. Questo comune, il primo insediamento ufficiale di africani liberati nelle Americhe, fu finalmente fondato nel 1630 ed esiste ancora oggi sotto il nome di “Yanga”.

La guerra dei sette anni. Riassunto

La Guerra dei Sette Anni (1756-1763)  fu la prima guerra globale combattuta In Europa, India e America. 

La Guerra dei Sette Anni contrappose un’alleanza composta dalla Gran Bretagna, dalla Prussia e dall’elettorato di Hannover,  contro l’alleanza di Francia, Austria, Svezia, Sassonia, Russia e infine Spagna.   La guerra fu guidata dalla rivalità commerciale tra la Gran Bretagna e la Francia e dall’antagonismo che si sviluppò tra la Prussia, alleata della Gran Bretagna, e l’Austria, alleata della Francia. 

Sul suolo europeo, la Gran Bretagna inviò diverse truppe per aiutare il suo alleato, la Prussia, letteralmente circondata da nemici. Ma l’obiettivo principale della guerra britannica era distruggere la Francia come rivale commerciale e così le mosse della Gran Bretagna si concentrarono sull’attacco alla Marina francese e soprattutto sulla distruzione delle colonie francesi d’oltremare, in America.

La Francia, in quel momento, era impegnata a combattere per difendere il suo alleato, l’Austria e aveva dunque poche risorse militari a disposizione per la protezione delle sue colonie.

Le ostilità in Nord America

Le attività iniziarono nel 1754 nella valle dell’Ohio, il cui possesso era stato rivendicato sia dai francesi che dagli inglesi. I francesi avevano costruito delle fortificazioni per rafforzare la loro presenza e in risposta il governatore della Virginia, allora colonia britannica, inviò il colonnello George Washington sulla frontiera dell’Ohio. Washington tese un’imboscata ad un piccolo distaccamento francese ma venne poi sconfitto dall’arrivo dei rinforzi.

Anche se la guerra non era stata ancora dichiarata ufficialmente, gli inglesi pianificarono un assalto contro le colonie d’Oltremare francesi. Il maggiore generale Edward Braddock e due reggimenti furono inviati in America, mentre altri reparti militari vennero rapidamente addestrati e inviati nelle colonie per lanciare un attacco su quattro fronti.  Venuti a sapere di questi movimenti, i francesi ordinarono a 6 battaglioni al comando del Barone Armand Dieskaue di rafforzare Louisbourg e il Canada.

Le prime vittorie francesi

Nell’aprile del 1756, nuove truppe francesi arrivarono in Canada, assieme ad un nuovo comandante, il marchese De Montcalm. Il mese successivo, la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Francia. La strategia del Comandante in Capo francese, il marchese de Vaudreuil, era di mantenere gli inglesi sulla difensiva il più lontano possibile dagli insediamenti canadesi. Vaudreuil conquistò il forte Oswego, di proprietà britannica, sul Lago Ontario nel 1756, ottenendo il pieno controllo della Regione dei grandi laghi. Nell’agosto del 1757, i francesi conquistarono anche il forte William Henry sul lago George.

Nel frattempo, canadesi ed indigeni attaccarono gli insediamenti di frontiera americani. Questi ultimi non riuscirono a far fronte agli attacchi, cosìcchè la Gran Bretagna fu costretta ad inviare oltre 20.000 soldati nelle colonie, mentre la maggior parte della Marina Britannica fu impegnata a bloccare i porti francesi. 

La strategia francese si basava sull’utilizzo di un piccolo esercito, aiutato dai canadesi e dagli indigeni, per bloccare la maggior parte delle forze militari britanniche all’interno del territorio, proteggendo così le colonie più preziose, come quella della Guadalupa, dagli attacchi.

La guerra cambia: le vittorie britanniche

Nel 1758, l’andamento della guerra si capovolse contro i francesi e gli inglesi lanciarono diversi importanti attacchi alle postazioni dei nemici. A luglio, il generale britannico James Abercrombie, con oltre 15.000 soldati britannici e americani, attaccò Fort Carillon,  sconfiggendo il nemico con perdite minime.

In estate, gli inglesi lanciarono con successo un attacco anfibio a Louisburg, il che permise alle navi britanniche di raggiungere il fiume San Lorenzo. In agosto, gli inglesi distrussero Fort Frontenac, privando i francesi di un’importante quantità di rifornimenti per le truppe disposte sul fronte occidentale.

L’avanzata britannica pareva inarrestabile, tanto che gli alleati indigeni della Francia nella regione dell’Ohio decisero di fare una pace separata con gli inglesi, costringendo i francesi ad abbandonare le loro postazioni.

Nel 1759, gli inglesi conquistarono la Guadalupa nei Caraibi e con questa nuova base operativa organizzarono tre campagne militari contro le fortificazioni francesi sulla terraferma. Due eserciti britannici avanzarono sul Canada, mentre un terzo catturò la zona di Niagara. Nel frattempo, la Royal Navy britannica, guidata da James Wolf con 9000 uomini, sbarcò in Québec. Wolf cercò di attirare i francesi in una battaglia campale, attaccando i loro avamposti e assediando le loro città. 

Il 13 settembre del 1759, una forza britannica di 4.500 uomini sbarcò a soli 3 km a Monte del Quebec. Invece di aspettare rinforzi, il generale francese Montcalm decise di attaccare. Così gli inglesi inflissero una sconvolgente sconfitta ai nemici. Sia Wolfe che Montcalm morirono per le ferite riportate durante la battaglia, ma la città si arrese pochi giorni dopo.

Le postazioni britanniche in Quebec erano però ancora deboli: la Royal Navy si ritirò dall’area prima dell’inverno, lasciando la guarnigione britannica isolata. Il generale de Lévis assunse dunque il comando dell’esercito francese e nell’aprile successivo inflisse una pesante sconfitta agli inglesi sul campo di battaglia. Gli inglesi furono costretti a ritirarsi in Quebec e Lévis assedio la città.

Ma il 16 maggio, quando le fregate britanniche arrivarono sul fiume San Lorenzo, Lévis dovette abbandonare l’assedio, ponendo fine ad ogni speranza di una riscossa francese. L’esercito francese si ritirò a Montreal e fu costretto ad arrendersi ad Amherst l’8 settembre 1760.

Fase finale 

Nonostante le vittorie militari e navali, nel 1760 gli inglesi stavano raschiando il limite della bancarotta sotto un colossale debito nazionale. Il ministro della guerra, William Pitt, esortò il governo a dichiarare guerra alla Spagna, che fece un’alleanza difensiva con la Francia nell’agosto 1761. 

Ma il nuovo re, Giorgio III, voleva la pace. Entro la fine dell’anno, Pitt  venne rimosso dall’incarico. La guerra non sarebbe finita, tuttavia, fino al 1763. 

La Gran Bretagna dichiarò guerra alla Spagna nel gennaio 1762 e continuò le sue operazioni all’estero. Nel febbraio e marzo 1762, gli inglesi presero Martinica, St. Lucia, Grenada e St. Vincent. Catturarono l’Avana dagli spagnoli in agosto, seguiti da Manila nell’ottobre 1762. 

Il Trattato di Parigi 

Nel frattempo, i governi di Gran Bretagna, Francia e Spagna stavano negoziando condizioni di pace. Il primo ministro del governo francese, il duca di Choiseul, era determinato a riconquistare le preziose colonie di zucchero della Martinica e della Guadalupa. 

La Gran Bretagna accettò di restituire Martinica e Guadalupa alla Francia, ma si assicurò le isole dell’India occidentale di Dominica, Tobago, St. Vincent e Grenada. 

La Spagna cedette la Florida agli inglesi, ma ricevette parte del vasto territorio francese della Louisiana.  La Francia lasciò anche la Nuova Francia alla Gran Bretagna, poiché aveva un valore commerciale inferiore alle isole dello zucchero delle Indie occidentali o alle isole di pescatori dell’Atlantico settentrionale. 

Effettivamente le dimensioni e la posizione della Nuova Francia la rendevano una colonia costosa da difendere e mantenere. Inoltre, Choiseul era convinto che le colonie americane, che non avevano più bisogno della protezione militare britannica, avrebbero presto combattuto per l’indipendenza. 

Dodici anni dopo, le colonie americane insorsero infatti contro la Gran Bretagna. Ironia della sorte, fu solo con l’aiuto militare dei francesi che finalmente ottennero la loro indipendenza. 

Il Trattato di Parigi fu firmato da Gran Bretagna, Francia e Spagna il 10 febbraio 1763 mentre il trattato di Hubertusburg fu firmato il 15 febbraio 1763 da Prussia, Austria e Sassonia e pose fine alla guerra nell’Europa centrale.

Lo scoppio della prima guerra mondiale

Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale parte dall’attentato di Sarajevo ( 28 giugno 1914) dove perse la vita l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, cui seguì dapprima la dichiarazione di guerra da parte dell’Impero austro-ungarico nei confronti della Serbia, protetta dalla Russia, poi dalla dichiarazione di guerra della Germania nei confronti sia della Russia che della Francia e più tardi  dell’entrata nel conflitto dell’Inghilterra e, ultima, dell’Italia.

Il casus belli e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale

L’Europa viveva da diversi decenni un periodo di pace, nota come Belle Époque, dominata da floridi scambi commerciali e da una situazione di prosperità economica garantita dalle colonie.

Il 28 giugno del 1914, Gavrilo Princip, studente nazionalista serbo, uccise in un attentato, a colpi di pistola, l’arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia, eredi al trono dell’impero austro-ungarico. Princip, con il suo gesto, voleva punire l’Austria, ritenuta colpevole di impedire lo sviluppo della “Grande Serbia” e dunque l’indipendenza del suo popolo.

L’impero austro-ungarico emanò immediatamente un ultimatum nei confronti della Serbia. Si chiedeva la consegna immediata di tutti i soggetti pericolosi, il termine della propaganda anti austriaca, che proseguiva da diversi anni, e la possibilità da parte degli investigatori austriaci di individuare personalmente i responsabili dell’attentato.

La Serbia non aveva la minima intenzione di accettare tali condizioni. La piccola nazione, inoltre, era protetta dalla Russia, guidata dagli Zar, che garantì subito ai serbi il suo supporto militare.

Al rifiuto dell’ultimatum, l’Impero austro ungarico dichiarò guerra alla Serbia e così la Russia mobilitò immediatamente le sue forze.

In tutta l’Europa lo scoppio della Prima Guerra Mondiale

La Germania, alleata dell’impero austro-ungarico e dell’Italia secondo una alleanza nota come “Triplice Alleanza”, dichiarò immediatamente guerra alla Russia. Tecnicamente parlando, la triplice alleanza era un accordo di natura difensiva e la Germania sarebbe dovuta intervenire solo se l’impero austro-ungarico fosse stato attaccato, mentre in questa situazione era l’Austria ad aver dichiarato guerra ad un altro paese.

Nonostante questo, la mobilitazione russa, nonché una forte politica imperialista da parte del Kaiser Guglielmo II, preoccupò tanto la Germania da indurla ad entrare nel conflitto.

Dopo la dichiarazione della Germania, la Francia decise di mobilitare le sue forze militari, così la Germania dichiarò guerra anche alla Francia, basandosi su un piano militare pronto già dal 1905 ad opera del generale Von Schlieffen, che prevedeva l’invasione del Belgio neutrale per entrare nel paese francese.

L’invasione del Belgio da parte della Germania convinse l’Inghilterra a dichiarare guerra alla Germania e ad entrare anch’essa nella prima guerra mondiale.

Lo scoppio della prima guerra mondiale per l’Italia

L’Italia entrò per ultima nella Prima Guerra Mondiale. La politica italiana si divise tra neutralisti ed interventisti. Tecnicamente l’Italia era nemica dell’Austria, che durante le guerre di indipendenza aveva combattuto per stroncare la nascita del Regno d’Italia, mentre la Francia, soprattutto nella Seconda Guerra di Indipendenza, aveva aiutato il nostro paese a liberarsi dall’influenza austriaca.

Tuttavia, nel nostro paese si era sviluppato un forte sentimento antifrancese. Innanzitutto, la Francia aveva avuto un comportamento ambiguo durante il Risorgimento italiano, proteggendo militarmente lo Stato della Chiesa e rimandando la presa di Roma da parte dell’Italia. Tanto è vero, che l’Italia poté conquistare Roma solo quando la Francia, sconfitta nel corso della guerra franco-prussiana, non fu più in grado di offrire protezione armata al Papa.

Inoltre, la Francia aveva appena acquisito la colonia di Tunisia, che era invece nelle mire geopolitiche dell’Italia.

Tutte queste motivazioni convinsero l’Italia, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, a scendere in campo e ad entrare nel conflitto come alleata della Germania e dell’Austria.

Le interpretazioni sullo scoppio della Prima Guerra Mondiale

Sullo scoppio della prima guerra mondiale vi sono diverse interpretazioni. 

La prima segue la teoria della “Composizione“, secondo cui l’attentato di Sarajevo sarebbe stato un evento totalmente imprevedibile che avrebbe portato, come un effetto domino, il resto dell’Europa nella prima guerra mondiale. Si tratterebbe dunque di una dinamica completamente imprevista per i contemporanei,  senza la reale volontà di scatenare un conflitto su scala Europea.

Una seconda interpretazione, invece, ritiene che lo scoppio della Prima Guerra Mondiale sia stata innescata dall’attentato di Sarajevo ma fosse già in preparazione da diversi anni. In particolare, i sostenitori di questa teoria, citano la nascita del nazionalismo, che aveva portato i paesi ad una forte politica imperialista, alcune tensioni latenti seguite al crollo dell’impero Ottomano, e la corsa agli armamenti navali, dove la marina tedesca cercò di colmare il dislivello con la marina britannica.

Battaglia di Dunbar del 1650

La battaglia di Dunbar fu combattuta tra il New Model Army inglese, sotto Oliver Cromwell e l’esercito scozzese comandato da David Leslie, il 3 settembre 1650 vicino a Dunbar, in Scozia. La battaglia ha portato a una vittoria decisiva per gli inglesi. Fu la prima grande battaglia dell’invasione della Scozia del 1650, innescata dall’accettazione da parte della Scozia di Carlo II come re d’Inghilterra dopo la decapitazione di suo padre, Carlo I, il 30 gennaio 1649.

Dopo l’esecuzione di Carlo I, il parlamento inglese istituì un Commonwealth repubblicano in Inghilterra. Quando il loro ex alleato, la Scozia, riconobbe Carlo II come re di tutta la Gran Bretagna il 1 maggio 1650 e iniziò a reclutare un esercito per sostenerlo, gli inglesi inviarono il New Model Army, sotto il comando di Cromwell.

L’esercito è entrato in Scozia il 22 luglio, con una forza di oltre 16.000 uomini. Gli scozzesi si ritirarono a Edimburgo. Cromwell cercò di scontrarsi con gli scozzesi in una battaglia campale, ma gli avversari hanno evitato di entrare in battaglia su un campo favorevole a Cromwell che non è stato in grado di sfondare la loro linea difensiva. Alla fine di agosto, con il suo esercito indebolito a causa di malattie e mancanza di cibo, Cromwell si ritirò nel porto di Dunbar. L’esercito scozzese lo seguì e prese una posizione inattaccabile su Doon Hill, che dominava la città. Il 2 settembre gli scozzesi avanzarono verso Dunbar e gli inglesi presero posizione fuori città. L’esercito inglese era notevolmente indebolito ma anche molti degli uomini scozzesi più esperti erano stati congedati.

Prima dell’alba del 3 settembre gli inglesi lanciarono un attacco a sorpresa contro gli scozzesi, poco preparati. I combattimenti furono portati al fianco nord-orientale con i principali contingenti di cavalleria inglese e scozzese che combattevano in modo inconcludente, così come la fanteria inglese e scozzese.

A causa del terreno, David Leslie, ufficiale scozzese, non fu in grado di rinvigorire i combattimenti, mentre Cromwell usò la sua ultima riserva per aggirare gli scozzesi. La cavalleria scozzese non resse l’urto e la fanteria scozzese si ritirò combattendo ma subì pesanti perdite. Tra 300 e 500 scozzesi furono uccisi, circa 1.000 feriti e almeno 6.000 furono fatti prigionieri.

Dopo la battaglia, il governo scozzese si rifugiò a Stirling, dove David Leslie radunò ciò che restava del suo esercito. Gli inglesi conquistarono Edimburgo e il porto strategicamente importante di Leith. Nell’estate del 1651 gli inglesi attraversarono il Firth of Forth per sbarcare una forza a Fife, una contea storica, sconfissero gli scozzesi a Inverkeithing e così minacciarono le roccaforti settentrionali.

Leslie e Carlo II marciarono verso sud nel tentativo di radunare sostenitori realisti in Inghilterra. Il governo scozzese, lasciato in una situazione insostenibile, si arrese a Cromwell, che poi seguì l’esercito scozzese a sud. Alla battaglia di Worcester, esattamente un anno dopo la battaglia di Dunbar, Cromwell schiacciò l’esercito scozzese, ponendo fine alla guerra.

Preludio della battaglia

Una volta firmato il Trattato di Breda, il parlamento scozzese iniziò a reclutare uomini per formare un nuovo esercito, sotto il comando di David Leslie. Il loro scopo era aumentare le forze a 36.000 uomini, ma quel numero non fu mai raggiunto. Quando Cromwell entrò in Scozia, Leslie aveva circa 8.000-9.500 fanti e 2.000-3.000 cavalieri. Il governo istituì una commissione per epurare l’esercito da chiunque fosse considerato peccatore o indesiderabile. Questa epurazione rimosse molti ufficiali esperti e il grosso dell’esercito era composto da reclute con poca formazione o esperienza.

Leslie preparò una linea difensiva di terrapieni tra Edimburgo e Leith, e impiegò una politica di terra bruciata tra quella linea e i confini. Permise quindi a Cromwell di avanzare incontrastato. La mancanza di rifornimenti e l’ostilità della popolazione locale verso gli invasori inglesi, costrinse Cromwell a fare affidamento su una catena di approvvigionamento marittimo e a questo scopo invase i porti di Dunbar e Musselburgh. Le operazioni furono ostacolate dal persistente maltempo e dalle condizioni avverse oltre la carenza di cibo che causò molte malattie nell’esercito inglese, riducendone sostanzialmente la forza.

Cromwell ha tentato di portare il combattimento a Edimburgo. Avanzò sulle linee di Leslie il 29 luglio, occupando Arthur’s Seat e bombardando Leith da Salisbury Crags. Cromwell non riuscì a far uscire Leslie allo scoperto e gli inglesi si ritirarono per la notte a Musselburgh, il loro riposo fu interrotto da un gruppo di cavalleria scozzese che fece irruzione nel campo alle prime ore del mattino.

Per tutto agosto Cromwell continuò a cercare di attirare gli scozzesi fuori dalle loro difese in modo da consentire una battaglia campale. Leslie resistette, ignorando le pressioni della gerarchia scozzese laica e religiosa che lo invitava ad attaccare l’esercito indebolito di Cromwell. In realtà Leslie pensava che il maltempo persistente, la difficile situazione di approvvigionamento inglese e la dissenteria oltre alla febbre scoppiate nel campo avrebbero costretto Cromwell a ritirarsi in Inghilterra prima dell’arrivo dell’inverno.

Il 31 agosto Cromwell si ritirò e l’esercito inglese raggiunse Dunbar il 1 settembre, impiegò due giorni marciando per 27 km da Musselburgh, continuamente in pericolo, giorno e notte, da possibili attacchi scozzesi che li seguivano da vicino. La strada fu disseminata di attrezzature abbandonate e gli uomini arrivarono, secondoil capitano John Hodgson, uno dei loro ufficiali, come un “esercito povero, distrutto, affamato e scoraggiato”.

L’esercito scozzese puntava gli inglesi, bloccando la strada per Berwick e l’Inghilterra al Cockburnspath Defile, luogo facilmente difendibile. La loro forza principale si accampò a Doon Hill, una collina alta 177 metri, 3,2 km a sud di Dunbar, da dove potevano dominare la città e la strada costiera che correva a sud-ovest della città. La collina era quasi invulnerabile all’assalto diretto. L’esercito inglese aveva perso la libertà di manovra, sebbene potesse rifornirsi via mare e, se necessario, evacuare l’esercito allo stesso modo. Il 2 settembre Cromwell esaminò la situazione e scrisse al governatore di Newcastle avvertendolo di prepararsi per una possibile invasione scozzese.
Siamo qui per un impegno molto difficile. Il nemico ci ha bloccato la strada al passo di Copperspath, attraverso il quale non possiamo passare senza un miracolo. Giace così sulle colline che non sappiamo come percorrerla senza grandi difficoltà; e il nostro giacere qui ogni giorno consuma i nostri uomini che si ammalano oltre ogni immaginazione.”

Le forze in campo

Fanteria

Le formazioni di fanteria, l’equipaggiamento e le tattiche erano simili in entrambi gli eserciti, sebbene la formazione di base del reggimento variasse notevolmente in termini di dimensioni. Un reggimento di fanteria era composto sia da moschettieri che da picchieri. I moschettieri erano armati di moschetti che possedevano canne lunghe 1,2 m e, principalmente, meccanismi di fucile a miccia. Questi facevano affidamento sull’estremità di un pezzo di fiammifero a lento rilascio, un filo sottile imbevuto di salnitro, accendeva la polvere dell’arma una volta premuto il grilletto. Queste erano armi affidabili e robuste, ma la loro efficacia era estremamente ridotta in caso di maltempo. Il bilanciamento della prontezza al combattimento con la capacità logistica richiedeva un controllo accurato da parte degli ufficiali di un reggimento. Un piccolo numero di moschettieri su ciascun lato era equipaggiato con i più affidabili moschetti a pietra focaia.

I Picchieri

I picchieri erano dotati di picche: lunghe aste di legno con punte d’acciaio. Le picche in entrambi gli eserciti erano lunghe 5,5 m. I picchieri portavano anche una spada e in genere indossavano elmi d’acciaio ma nessun’altra armatura. I manuali militari dell’epoca suggerivano un rapporto di due moschettieri per ogni picchiere, ma in pratica i comandanti di solito tentavano di massimizzare il numero di moschettieri e un rapporto più alto.

L’organizzazione

Entrambi gli eserciti organizzarono i loro reggimenti di fanteria in brigate di tre reggimenti ciascuno, che erano tipicamente schierate con due reggimenti affiancati e il terzo dietro come riserva. A volte i due reggimenti avanzati di una brigata si amalgamavano in un unico elemento più grande. Gli uomini di ciascuna unità formavano quattro o cinque ranghi in profondità e con circa 1 metro per fila, quindi un reggimento di fanteria di 600 persone poteva formare 120 uomini di larghezza e 5 di profondità, dandogli una lunghezza di 120 metri e una profondità di 5 metri.

I picchieri erano posti al centro di una formazione, con i moschettieri divisi su ciascun lato. La classica tattica contro la fanteria prevedeva che i moschettieri sparassero sui loro avversari e una volta che si pensava che fossero stati sufficientemente indeboliti, la formazione di picchieri avrebbe avanzato, tentando di sfondare il centro nemico. Questo era noto come una “spinta del luccio”. Anche i moschettieri sarebbero avanzati, ingaggiando il nemico con i loro calci di moschetto, che erano stati placcati in acciaio per questo scopo e tentando di circondare la formazione avversaria.

Contro la cavalleria, la dottrina richiedeva alle unità di fanteria di restringere la distanza tra le loro file a circa 45 centimetri per uomo e di avanzare uniformemente. Per essere efficace contro la fanteria, la cavalleria doveva irrompere nella loro formazione e se gli uomini erano stati ammassati insieme ciò non era possibile. È stato accertato che fintanto che il morale della fanteria reggeva, la cavalleria avrebbe potuto fare poco contro il fronte di una tale formazione. Tuttavia, i fianchi e le retrovie erano sempre più vulnerabili poiché la fanteria si ammassava più vicina, ciò rendeva più difficili le manovre o girare l’unità.

La cavalleria Inglese

La maggior parte della cavalleria inglese utilizzava cavalli di pezzatura grande, per l’epoca. I cavalieri indossavano elmi di metallo con coda di aragosta che proteggeva la testa e, di solito, il collo, le guance e, in una certa misura, il viso. Indossavano giacche di pelle spessa non trattata e stivali lunghi fino alle cosce. L’armatura era conosciuta ma poco utilizzata. Erano armati ciascuno con due pistole e una spada. Le pistole erano lunghe da 46 cm a 61 cm e avevano una portata effettiva molto limitata.

La maggior parte, ma non tutte, le pistole di cavalleria avevano meccanismi di sparo a pietra focaia, che erano più affidabili in condizioni di tempo umido o ventoso rispetto ai meccanismi a miccia. I meccanismi a pietra focaia erano più costosi e di solito erano riservati alla cavalleria, che trovava scomodo accendere e usare la pistola mentre dovevano controllare l’andamento del cavallo. Le spade erano dritte, lunghe 90 cm ed efficaci sia nel taglio che nella spinta. La cavalleria era solitamente posizionata su ciascun fianco della fanteria.

La cavalleria Scozzese

La cavalleria scozzese era equipaggiata in modo simile, con elmi, pistole, spade e nessuna armatura, sebbene i loro ranghi anteriori portassero lance al posto delle pistole. La differenza principale era che i cavalli scozzesi erano più piccoli e leggeri; questo dava loro una maggiore manovrabilità ma li metteva in svantaggio in uno scontro faccia a faccia. Le tattiche di cavalleria inglese avevano lo scopo di utilizzare i loro punti di forza. Avrebbero avanzato in una formazione compatta, con le gambe dei loro cavalieri intrecciate, non più veloci di un trotto, al fine di mantenere la formazione. Avrebbero scaricato le loro pistole a brevissima distanza e, entrando in contatto, avrebbero tentato di usare il solo peso delle loro cavalcature e la massa della loro formazione per respingere gli avversari e fare irruzione nei loro ranghi.

Il primo assalto

Intorno alle 4 di mattino del 3 settembre la cavalleria inglese avanzò per eliminare i picchetti scozzesi dai tre punti di attraversamento militarmente praticabili del Brox Burn: Brand’s Mill, il guado stradale e a nord di Broxmouth House. I picchetti furono colpiti e scoppiò un confuso scontro a fuoco. La pioggia cessò permettendo al chiaro di luna di illuminare la scena. L’artiglieria di entrambe le parti aprì il fuoco, cosa successe non è noto. Al primo accenno dell’alba la brigata di cavalleria di Lambert attraversò il Brox Burn al guado della strada e si fermò dall’altra parte senza alcun problema. Le cavalcature inglesi erano in buone condizioni e i tre reggimenti avanzarono nella loro solita formazione serrata. Nonostante l’attività della notte, la formazione avanzata della cavalleria scozzese non era preparata all’azione e il suo comandante, Montgomerie, probabilmente non era presente. Gli scozzesi furono colti di sorpresa, alcuni erano ancora nelle loro tende e furono colpiti dagli inglesi.

Più o meno nello stesso momento Monck spinse la sua brigata di fanteria attraverso il Brox Burn a Brand’s Mill e attaccò la brigata di fanteria scozzese di Lumsden. Gli uomini di Lumsden erano allo sbando. Reese riferisce che molti di loro erano nuove reclute che si erano unite alla brigata solo di recente.

I moschettieri di Monck lanciarono due raffiche, ricevendo in cambio poco fuoco e caricarono insieme ai loro picchieri. Il fuoco dei cannoni da campo inglesi colpì la linea scozzese. Ci sono resoconti contrastanti e talvolta confusi di ciò che è successo dopo. Reid fece andare in frantumi la brigata scozzese. Le truppe di Monck le inseguirono ma furono poi colte da un contrattacco dell’altra brigata scozzese.

Secondo Reese, i reggimenti di Lumsden mantennero la loro coesione e, rinforzati dalle truppe della Brigata Lawers, respinsero Monck.

Rossi: Inglesi – Blu: Scozzesi

Nel frattempo, la carica di cavalleria di Lambert si fermò dentro l’accampamento dei cavalieri scozzesi, con la sua formazione però non coordinata dopo aver inseguito la cavalleria scozzese di prima linea. Mentre si stavano riorganizzando, furono caricati dalla cavalleria di seconda linea di Strachan e respinti. Reese riferisce che era quasi l’alba, nuvoloso, nebbioso, occasionalmente c’erano forti acquazzoni e che grandi nubi di fumo di cannoni e moschetti si stavano diffondendo sul campo di battaglia: l’effetto sarebbe stato quello di limitare notevolmente visibilità e consapevolezza della situazione.

Contemporaneamente, la brigata di Lilburne di altri tre reggimenti di cavalleria aveva attraversato il Brox Burn, si era preparata e si era mossa per rinforzare Lambert. I combattimenti sembrano essersi articolati in una serie di azioni sparse per la pianura costiera, con il focus che si sposta lentamente verso est.

La brigata di fanteria di Thomas Pride composta da tre reggimenti era a nord-ovest della cavalleria e attraversò il Brox Burn a nord di Broxmouth, virò a destra e marciò a sud, dietro la mischia di cavalleria in corso e rinforzò la Brigata di Monck che era stata respinta dalla fanteria scozzese della Lawers Brigade e, forse, da quella di Lumsden. Nella confusione i reggimenti di Pride entrarono in azione frammentati e quelli più a sinistra, di Lambert, ma ingaggiarono solo molto in ritardo vicino a Little Pinkerton. Leslie aveva tre brigate di fanteria non impegnate, ma furono schiacciate tra il ripido pendio di Doon Hill e il Brox Burn e non furono in grado di combattere. Dietro tutti questi, tenuto in riserva, c’era il reggimento del Lord General di Cromwell, rinforzato da due compagnie di dragoni.

Manovra di aggiramento

Come per altri aspetti della battaglia, le fonti differiscono su ciò che è successo dopo. Reid e Royle scrivono separatamente che il reggimento guidato da William Packer, attraversò il Brox Burn a nord di Broxmouth, accanto o dietro la brigata di Pride. Quindi marciò a sud-est, si fermò tra la tentacolare battaglia di cavalleria e la costa, sul fianco destro degli scozzesi, li caricò e mise in fuga l’intera forza di cavalleria. Wanklyn è d’accordo con questo punto generale, ma afferma che è stata la brigata di fanteria di Pride a guidare la carica sul fianco.

Rossi: Inglesi – Blu: Scozzesi

Cromwell e Lambert impedirono un inseguimento e osservarono la situazione mentre la cavalleria inglese si riorganizzava. Cromwell ordinò alla sua cavalleria di spostarsi a nord-ovest, dove si stava svolgendo la lotta tra fanteria e un”altra unità e caricò le truppe sul fianco destro e la loro formazione crollò.

Secondo i resoconti inglesi, la resistenza scozzese crollò a questo punto, con le brigate scozzesi non impegnate gettarono le armi e fuggirono. Reid fa notare che, poiché molti dei reggimenti scozzesi interessati stavano combattendo da tempo, il loro ritiro potrebbe essere stato più lento e meno impaurito di quanto raccontato dagli inglesi. Leslie potrebbe aver spostato la sinistra e il centro del suo esercito fuori dal campo prima che la resistenza crollasse. Le brigate di Holborne e Innes attraversarono il Brox Burn vicino a quello che oggi è il ponte Doon, il ponte non esisteva all’epoca, e si ritirarono a est in buon ordine, schermate dalla piccola brigata di cavalleria di Stewart. La Brigata di Pitscottie coprì la loro ritirata e mentre due dei suoi reggimenti fuggirono con poche perdite, uno – quello di Wedderburn – fu quasi spazzato via; presumibilmente mentre proteggeva la ritirata degli altri scozzesi sopravvissuti.

La cavalleria scozzese che teneva Cockburnspath Defile si ritirò e si unì alla cavalleria scozzese sconfitta dalla loro ala destra. Percorsero un ampio anello a sud e poi a ovest di Doon Hill e si unirono alla forza principale di Leslie mentre si ritirava verso la loro base avanzata a Haddington, 13 km a ovest del campo di battaglia.

Le fonti differiscono per quanto riguarda le vittime scozzesi. Cromwell afferma che sono stati “uccisi quasi quattromila uomini” e catturati 10.000 scozzesi. Il giorno dopo la battaglia furono rilasciati tra i 4.000 e i 5.000 prigionieri. Diverse fonti moderne accettano queste cifre sebbene altri le respingano. Reid li descrive come assurdi. L’analista scozzese James Balfour registrò “8 o 900 uccisi”.

Il realista inglese Edward Walkerha 6.000 prigionieri presi e 1.000 rilasciati. Dal racconto di Walker, Reid calcola che furono uccisi meno di 300 scozzesi. Brooks usa il numero noto di scozzesi feriti, circa 1.000, per stimare i loro morti in 300-500. Tutti i resoconti concordano sul fatto che circa 5.000 prigionieri scozzesi furono condotti a sud e che 4.000-5.000 scozzesi sopravvissero per ritirarsi verso Edimburgo. Oltre la metà di loro formava corpi di fanteria. Le vittime inglesi furono basse, Cromwell le indicò in 30-40 uccisi.

Foto: By Harrias – Own work, based on Reese, Peter (2006). Cromwell’s Masterstroke: The Battle of Dunbar 1650. Barnsley: Pen and Sword. ISBN 978-1-84415-179-0, p. 86; Reid, Stuart (2008) [2004]. Dunbar 1650: Cromwell’s Most Famous Victory. Oxford: Osprey Publishing.

La Guerra di Chioggia: Genova contro Venezia

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La guerra di Chioggia (1378 e il 1381) si è tenuta tra la Repubblica di Genova e la Repubblica di Venezia nella seconda metà del 1300. Le due Repubbliche Marinare si affrontarono militarmente per contendersi il dominio dei traffici commerciali in Oriente, soprattutto nella zona del Levante.

Dopo la conquista genovese dell’isola di Cipro (1378), e una prima vittoria veneziana al largo di Capo d’Anzio, i genovesi vinsero la battaglia di Pola (1379), assediando Venezia fino nella sua Laguna. I veneziani, dopo alcuni mesi di assedio, riconquistarono interamente il territorio della laguna, scacciando la flotta genovese, vincendo la guerra. La guerra di Chioggia si concluse con la pace di Torino dell’8 agosto 1381.

La sconfitta genovese nella guerra di Chioggia segnò il declino della supremazia della Repubblica di Genova nei commerci orientali, mentre la Repubblica di Venezia continuò ad essere la più potente Repubblica marinara nei secoli successivi.

Casus Belli: lo scoppio della guerra di Chioggia

Nella seconda metà del Trecento, Genova e Venezia erano le due Repubbliche Marinare più potenti d’Europa e si contendevano ormai da decenni la supremazia nei commerci in Oriente, precisamente nella zona del Levante. La lotta si concentrò specialmente sul possesso dell’isola di Tenedo, che era in una posizione strategica per i commerci.

Inoltre, entrambe le repubbliche cercavano di influire sull’elezione dell’imperatore di Costantinopoli, in particolare Venezia appoggiava Giovanni V Paleologo, e Genova suo figlio, Andronico IV.

Nel 1369, il Re dell’isola di Cipro, Pietro I di Lusignano, morì per una congiura. Durante il banchetto per l’elezione del suo successore, Pietro II, il Console di Genova, Paganino Doria, e il Bailo Veneziano, Marino Malipiero, vennero alle mani. La rissa si trasformò in una strage, dove Veneziani e ciprioti alleati uccisero tutti i mercanti Genovesi sull’isola.

Genova organizzò allora una spedizione militare con 14 mila soldati e 42 galee da guerra che assediò Famagosta, la capitale di Cipro. I veneziani, impegnati in una guerra contro il signore di Padova, Francesco da Carrara, non poterono intervenire. Alla fine Genova conquistò Cipro, imponendo il pagamento di 2 milioni di Fiorini d’oro e 40.000 Fiorini annui come indennizzo.

Di lì a poco, Genova aiutò l’elezione di Andronico IV sul trono di Costantinopoli, scacciando il padre Giovanni V Paleologo, in cambio della cessione dell’isola di Tenedo. Ma il deposto imperatore, appoggiato da Venezia e dal sultano turco Murad, riconquistò la sua posizione. Alla fine, le tensioni divennero inconciliabili e Venezia dichiarò guerra a Genova.

La guerra di Chioggia: la battaglia di Capo d’Anzio

Il primo scontro si tenne il 30 maggio del 1378 a Capo d’Anzio, presso le foci del fiume Tevere. Il “Capitano da Mar” veneziano Vettor Pisani, con 14 galee, attaccò a sorpresa il comandante genovese Luigi del Fiesco. che guidava 16 galee. I veneziani vinsero la battaglia. Dopodiché, le loro navi da guerra si mossero all’assedio di Cipro per scacciare tutti i Genovesi presenti sull’isola.

La Repubblica di Genova inviò allora una flotta guidata dall’ammiraglio Luciano Doria direttamente nel mare Adriatico contro Venezia. Genova si alleò anche con i nemici storici dei veneziani, tra cui gli ungheresi e Francesco da Carrara.

Vettor Pisani, saputo che la sua madrepatria si trovava in pericolo, si mosse immediatamente contro l’avversario. Devastò le colonie Genovesi di Focea, Chio e Mitilene, e puntò dritto verso la laguna di Venezia.

Le flotte Veneziani e Genovesi si trovarono presso Pola, odierna Croazia, dove avvenne il fulcro dei combattimenti.

La guerra di Chioggia: la battaglia di Pola

Nella battaglia di Pola, svolta fondamentale nella guerra di Chioggia, l’ammiraglio genovese Luciano Doria si presentò con 18 galee per sfidare l’avversario Veneziano. Vettor Pisani, in realtà, non aveva intenzione di combattere, consapevole di avere un numero di navi inferiori. Ma i suoi luogotenenti e consiglieri militari erano sicuri di vincere e lo convinsero ad accettare la battaglia navale.

Durante gli scontri, i veneziani riuscirono dapprima ad uccidere Luciano Doria: ma la flotta genovese, privata del suo comandante, non si perse d’animo ed eseguì un contrattacco. La flotta Veneziana venne completamente sbaragliata. I veneziani contarono 700 morti, 2400 prigionieri e 15 galee conquistate. I soldati Genovesi, nonostante la resa del nemico, trucidarono altri 800 marinai Veneziani.

Un dipinto del ‘500 ispirato alla guerra di Chioggia

Venuta a sapere della vittoria, la Repubblica di Genova inviò un altro comandante, Pietro Doria, con altre 47 galee da guerra per assediare direttamente la capitale nemica. Dopo aver devastato le colonie veneziane di Grado e di Caorle, la flotta genovese si diresse direttamente contro Venezia per un assedio. Venezia si preparò a difendersi, ed inviò immediatamente dei messaggi per chiamare in soccorso Carlo Zeno, comandante della flotta Veneziana in Oriente.

La guerra di Chioggia: l’assedio genovese alla laguna di Venezia

I Genovesi assediarono la laguna di Venezia. Pietro Doria attaccò la zona di Chioggia minore, oggi nota come Chioggia Sottomarina, per procedere poi all’attacco di Chioggia Maggiore, difesa dal Podestà Pietro Emo, che resistette stoicamente con 3000 soldati, ma che dovette in breve arrendersi.

Conquistata Chioggia Maggiore, i genovesi attaccarono anche l’isola di Pellestrina, che garantiva di fatto l’accesso alla zona meridionale della laguna di Venezia.

Messa alle strette, Venezia si decise a trattare. Tre ambasciatori Veneziani si presentarono di fronte a Pietro Doria, offrendogli un foglio bianco, e chiedendo di scrivere qualsiasi condizioni di pace avesse voluto, a patto di non distruggere la città e di risparmiare la vita ai suoi abitanti.

Ma Pietro Doria inflisse ai veneziani la massima umiliazione: egli rispose che “sarebbe stato soddisfatto solamente quando avrebbe imbrigliato i cavalli di bronzo della Basilica di San Marco”. Così, i veneziani interruppero le trattative e si decisero per la resistenza ad oltranza.

La guerra di Chioggia: la riscossa dei veneziani

Venezia mobilitò tutte le sue forze: venne richiamato Vettor Pisani, precedentemente incarcerato perché ritenuto responsabile della sconfitta di Pola.

Egli venne accompagnato da un altro ammiraglio, Jacopo Cavalli . Vennero assemblate in poco tempo 40 galee da guerra, oltre ad una disposizione di artiglieria che abbracciava tutta la laguna veneta. Tutti gli abitanti di Venezia, compresi i frati e i religiosi , presero le armi. Tutti i canali vennero sbarrati e gli accessi alle città presidiati dall’esercito.

Iniziò allora una nuova fase della guerra di Chioggia. Il contrattacco Veneziano fu estremamente efficace. In particolare, gli ammiragli Veneziani ebbero l’idea di riempire alcune navi con dei massi per farle affondare ed intrappolare le navi Genovesi, che vennero circondate.

Gli scontri proseguivano imperterriti fino a quando il primo gennaio del 1380, l’ammiraglio veneziano Carlo Zeno si presentò di fronte alla laguna di Venezia con 18 galee a rinforzo. Gli scontri si fecero ancora più duri, mentre i Genovesi erano assediati ovunque. Durante la guerra, i veneziani fecero un ottimo uso della polvere da sparo, fino a che l’ammiraglio genovese Pietro Doria morì colpito da una palla di cannone.

Il suo sostituto, Napoleone Grimaldi, non fu capace di resistere agli attacchi di Vettor Pisani. Carlo Zeno diede inoltre ordine ai suoi 6000 uomini di sbarcare e di combattere appiedati. Al termine degli scontri, 10mila marinai Genovesi furono sconfitti.

Genova inviò due generali a rinforzo: Gaspare Spinola e Matteo Maruffo partirono con 39 navi da guerra, che avevano il compito di spezzare l’assedio nei confronti dei Genovesi intrappolati. Ma la flotta Veneta fu in grado di neutralizzare tutti i rinforzi nemici. Gli ammiragli Genovesi proposero più volte ai veneziani dei combattimenti in mare aperto, ma i Veneziani si rifiutarono, per non perdere il terreno che avevano conquistato tramite azioni di guerriglia.

Dopo un ultimo tentativo di fuga da parte dei Genovesi intrappolati, che cercarono di scappare a bordo di zattere improvvisate, gli sconfitti chiesero la resa. Venezia, memore dell’umiliazione subita, rifiutò categoricamente.

Alla fine, i veneziani ripresero il controllo dell’isola di Pellestrina e Carlo Zeno catturò 4200 marinai genovesi e 19 galee nemiche.

Venezia festeggiò la liberazione e la vittoria sui Genovesi: il doge Contarini, accompagnato da Vettor Pisani, sfilò per tutta la città, mentre venivano trascinate a rimorchio le navi da guerra Genovesi al contrario, affinché le insegne militari fossero sott’acqua, massima offesa nel mondo della Marina Militare del tempo.

Dalla guerra di Chioggia alla pace di Torino

Venezia aveva vinto la guerra di Chioggia, ma entrambe le repubbliche erano esauste.

Dopo alcuni falliti tentativi di trattative, Amedeo VI di Savoia convocò i principali regnanti del tempo per porre fine alla guerra. Veneziani, Genovesi, Ungheresi, Carraresi e Visconti parteciparono all’iniziativa.

Si giunse così alla pace di Torino dell’8 agosto 1381. Venezia, che nonostante la vittoria aveva una vasta serie di nemici, dovette fare alcune concessioni territoriali per ottenere la pace. Venezia concesse la Dalmazia al Re di Ungheria, la città di Treviso al Duca d’Austria e l’isola di Tenedo ad Amedeo di Savoia.

Ai veneziani e ai genovesi venne proibito per due anni di frequentare con le loro navi da guerra o commerciali la zona attorno a Costantinopoli. Infine, venne riconfermato sul trono di Costantinopoli Giovanni V Paleologo.

Le conseguenze della guerra di Chioggia

La guerra di Chioggia aveva fiaccato le finanze di Genova e di Venezia. Tuttavia, Venezia riuscì a mantenere quasi intatti tutti i suoi interessi commerciali nel Mediterraneo e in Oriente. La Repubblica veneta dominò ancora per diversi secoli, e il suo potere venne avviato al declino solo dalla scoperta delle Americhe, che modificò le rotte commerciali mondiali, e dall’invasione delle truppe francesi di Napoleone, nell’Ottocento.

Genova, invece, conobbe immediatamente un declino nella sua supremazia navale nel Mediterraneo orientale, e modificò la propria politica puntando tutto sulla finanza e sulla costituzione di grandi gruppi bancari, che arrivarono a finanziare interi stati europei.

Bashar al-Assad. Chi è il Presidente della Siria

Bashar Hafez al-Assad è nato l’11 settembre 1965 ed è il 19° presidente della Siria dal 17 luglio 2000. Inoltre, è il comandante in capo delle forze armate siriane e il segretario Generale del Comando Centrale del Partito Arabo Socialista Ba’ath .

Suo padre, Hafez al-Assad, è stato il presidente della Siria prima di lui dal 1971 al 2000. Nato e cresciuto a Damasco, Bashar al-Assad si è laureato alla facoltà di medicina dell’Università di Damasco nel 1988 e ha iniziato a lavorare come medico nell’esercito siriano. Quattro anni dopo, ha frequentato gli studi post-laurea presso il Western Eye Hospital di Londra, specializzandosi in oftalmologia. Nel 1994, dopo che suo fratello maggiore Bassel morì in un incidente d’auto, Bashar fu richiamato in Siria per assumere il ruolo di Bassel come erede. Entrò nell’accademia militare, assumendo la direzione della Presenza militare siriana in Libano nel 1998.

Gli esperti di politica medio orientale hanno indicato il governo della famiglia Assad in Siria come una dittatura personalista. Il 17 luglio 2000 Assad è diventato presidente, succedendo a suo padre, morto in carica il 10 giugno 2000. Nelle elezioni senza alcun concorrente valido del 2000 e del 2007, ha ricevuto rispettivamente il 97,29% e il 97,6% dei voti. Il 16 luglio 2014, Assad ha prestato giuramento per altri sette anni dopo che un’altra elezione gli ha dato l’88,7% dei voti. L’elezione si è svolta solo nelle aree controllate dal governo siriano durante la guerra civile in corso nel Paese ed è stata criticata dalle Nazioni Unite. Assad è stato rieletto nel 2021 con oltre il 95% dei voti in un’altra elezione nazionale non democratica. Durante tutta la sua leadership, i gruppi per i diritti umani hanno segnalato diverse violazioni dei diritti umani in Siria. Il governo di Assad si definisce laico, mentre alcuni politologi scrivono che il suo regime sfrutta le tensioni settarie nel Paese.

Gli Stati Uniti, l’ Unione Europea e la maggioranza della Lega Araba nel 2011 hanno chiesto le dimissioni di Assad dalla presidenza dopo che il Presidente siriano ordinò una violenta repressione dei manifestanti della Primavera Araba, situazione che portò alla guerra civile siriana. Nel dicembre 2013, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Navi Pillay ha dichiarato che i risultati di un’indagine delle Nazioni Unite accusavano Assad di essere autore di crimini di guerra. Il meccanismo investigativo congiunto OPCW-ONU ha concluso nell’ottobre 2017 che il governo di Assad era responsabile dell’attacco chimico di Khan Shaykhun.

Nel giugno 2014, l’American Syrian Accountability Project ha accusato Assad di crimini di guerra a carico di funzionari governativi e ribelli che ha inviato alla Corte penale internazionale. Assad ha respinto le accuse di crimini di guerra e ha criticato l’intervento guidato dagli americani in Siria per aver tentato il cambio di regime.

Bashar al-Assad. Ascesa al potere

Subito dopo la morte di Bassel, Hafez al-Assad decise di fare del figlio Bashar il nuovo erede. Nei successivi sei anni e mezzo, fino alla sua morte nel 2000, Hafez ha preparato Bashar a prendere e gestire il potere. Il generale Bahjat Suleiman, un ufficiale delle Compagnie di difesa, fu incaricato di supervisionare i preparativi per una transizione graduale. In primo luogo, è stato costruito il supporto per Bashar nell’apparato militare e di sicurezza. In secondo luogo, l’immagine di Bashar è stata fatta conoscere al pubblico siriano. E, infine, Bashar ha familiarizzato con i meccanismi di gestione del Paese.

Bashar è entrato nell’accademia militare di Homs nel 1994 ed è stato approvato per i ranghi superiori per diventare poi un colonnello dell’élite della Guardia repubblicana siriana nel gennaio 1999. Per stabilire un potere più solido di Bashar nell’esercito, i vecchi comandanti di divisione furono invitati ad andare in pensione e al loro posto arrivarono giovani ufficiali alawiti fedeli a Bashar.

Nel 1998, Bashar al-Assad ha preso in carico il fascicolo siriano sul Libano, che dagli anni ’70 era stato gestito dal vicepresidente Abdul Halim Khaddam, che fino ad allora era stato un potenziale contendente alla presidenza. Prendendo in carico gli affari siriani in Libano, Bashar riuscì a mettere da parte Khaddam e stabilire la propria base di potere in Libano. Nello stesso anno, dopo una piccola consultazione con i politici libanesi, Bashar insediò Emile Lahoud, un suo fedele alleato, come presidente del Libano e mise da parte l’ex primo ministro libanese Rafic Hariri. Per indebolire ulteriormente il vecchio ordine siriano in Libano, Bashar sostituì l’Alto Commissario siriano del Libano, Ghazi Kanaan, con Rustum Ghazaleh.

Parallelamente alla sua carriera militare, Bashar era impegnato negli affari pubblici. Gli furono concessi ampi poteri e divenne capo dell’ufficio per ricevere denunce e appelli dei cittadini e condusse una campagna contro la corruzione. Come risultato di questa campagna, molti dei potenziali rivali di Bashar per la presidenza furono processati per corruzione. Bashar divenne anche presidente della Syrian Computer Society e contribuì a introdurre Internet in Siria, cosa che aiutò la sua immagine di modernizzatore e riformatore.

La presidenza

Dopo la morte di Hafez al-Assad il 10 giugno 2000, la Costituzione della Siria fu modificata. L’età minima richiesta per essere presidneti fu abbassata da 40 a 34 anni, che all’epoca era l’età di Bashar.

Assad è stato poi confermato presidente il 10 luglio 2000, con il 97,29% dei voti. In linea con il suo ruolo di presidente della Siria, è stato anche nominato comandante in capo delle forze armate siriane e segretario regionale del partito Ba’ath.

Immediatamente dopo il suo insediamento, si fa strada un movimento di riforma anche grazie alle pressioni esterne della Primavera di Damasco, che portarono alla chiusura della prigione di Mezzeh e alla dichiarazione di un’amnistia ad ampio raggio che liberò centinaia di prigionieri politici affiliati ai Fratelli Musulmani. Tuttavia, nel corso dei mesi sono ricominciate le misure di repressione. Molti analisti hanno affermato che la riforma sotto Assad era stata inibita dalla “vecchia guardia”, membri del governo fedeli al suo defunto padre.

Durante la guerra al terrore, Assad si è alleato con l’Occidente. La Siria è stata un importante sito di scambi da parte della CIA di sospetti di al-Qaeda che sono stati interrogati nelle carceri siriane.

Subito dopo che Assad ha assunto il potere, “ha reso il legame della Siria con Hezbollah e i suoi sostenitori a Teheran la componente centrale della sua dottrina sulla sicurezza“, afferma Ronen Bergman del New York Yimes e nella sua politica estera, Assad si trasforma in un critico esplicito contro Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita Arabia e Turchia.

Nel 2005 viene assassinato Rafic Hariri, l’ex primo ministro libanese. Il Christian Science Monitor ha scritto: “la Siria è stata accusata dell’omicidio di Hariri. Nei mesi precedenti l’assassinio, le relazioni tra Hariri e il presidente siriano Bashar al-Assad sono precipitate in un’atmosfera di minacce e intimidazioni“. La BBC ha pubblicato nel dicembre 2005 che un rapporto provvisorio delle Nazioni Unite “implicava funzionari siriani“, mentre “Damasco ha fortemente negato il coinvolgimento nell’autobomba che ha ucciso Hariri a febbraio“.

Il 27 maggio 2007, Assad è stato eletto per un altro mandato di sette anni con il 97,6% dei voti a sostegno della sua continua leadership. I partiti di opposizione non erano ammessi nel paese e Assad era l’unico candidato al referendum dove si chiedeva se si volesse “approvare la candidatura di Bashar al-Assad al posto di presidente della Repubblica”. Più di 11 milioni hanno risposto sì, con appena 19.653 no e 253mila schede bianche.

La guerra civile siriana

Le proteste di massa in Siria sono iniziate il 26 gennaio 2011. I manifestanti hanno chiesto riforme politiche e il ripristino dei diritti civili, nonché la fine dello stato di emergenza in vigore dal 1963. Un tentativo di “venerdì della rabbia” era fissato per il 4-5 febbraio, e si è concluso senza incidenti. Le proteste del 18-19 marzo sono state le più grandi che hanno avuto luogo in Siria per decenni e l’autorità siriana ha risposto con la violenza contro i suoi cittadini che protestavano.

Gli Stati Uniti hanno imposto alcune sanzioni contro il governo di Assad nell’aprile 2011, seguite dalla protesta ufficiale di Barack Obama del 18 maggio 2011 contro Bashar Assad specificamente e altri sei alti funzionari. Il 23 maggio 2011, in una riunione a Bruxelles, i ministri degli esteri dell’UE hanno concordato di aggiungere Assad e altri nove funzionari a un elenco interessato da divieti di viaggio e congelamento dei beni. Il 24 maggio 2011, il Canada ha imposto sanzioni ai leader siriani, compreso Assad.

Il 20 giugno, in risposta alle richieste dei manifestanti e alle pressioni straniere, Assad ha promesso un dialogo nazionale che avrebbe coinvolto il movimento verso le riforme, nuove elezioni parlamentari e maggiori libertà. Ha anche esortato i rifugiati a tornare a casa dalla Turchia, assicurando loro l’amnistia e incolpando dei disordini un piccolo numero di sabotatori. Assad ha poi accusato gli oppositori di “cospirazione” e l’opposizione siriana e i manifestanti di “fitna”, un violento e drammatico scontro civile – teologico ma anche politico – che si sviluppò nel corso del primo Islam, rompendo così con la rigida tradizione di laicità del Partito Ba’ath siriano.

Nel luglio 2011, il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha affermato che Assad aveva “perso la legittimità” come presidente. Il 18 agosto 2011, Barack Obama ha rilasciato una dichiarazione scritta che esortava Assad a “farsi da parte”.

Dall’ottobre 2011, la Russia, in qualità di membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU , ha ripetutamente posto il veto al Consiglio di sicurezza dell’ONU sulle richieste da parte dall’Occidente di sanzioni dell’ONU contro la Siria, o addirittura di un intervento militare, contro il governo di Assad.

Entro la fine di gennaio 2012 oltre 5.000 civili e manifestanti erano stati uccisi dall’esercito governativo siriano, agenti di sicurezza e milizia siriani, fu appurato poi l’uso della cosiddetta Shabiha, un corpo speciale siriano che in abiti civili si mischiava ai manifestanti creando disordini e poi uccidendo gli stessi civili, mentre 1.100 persone erano state uccise da “forze armate terroristiche “.

Il 10 gennaio 2012, Assad ha tenuto un discorso in cui ha affermato che la rivolta era stata progettata da paesi stranieri e ha proclamato che “la vittoria era vicina”. Ha anche affermato che la Lega Araba, sospendendo la Siria, ha rivelato che non era più araba. Tuttavia, Assad ha anche affermato che il paese non “avrebbe chiuso le porte” a una soluzione mediata da arabi se la “sovranità nazionale” fosse rispettata. Ha anche affermato che si sarebbe potuto tenere un referendum su una nuova costituzione.

Il 6 gennaio 2013, Assad, ha affermato che il conflitto nel suo paese era dovuto a “nemici” al di fuori della Siria e che questi sarebbero “andati all’inferno” e che avrebbe “dato loro una lezione”.

Nel 2015, diversi membri della famiglia Assad sono morti a Latakia in circostanze poco chiare. Il 14 marzo, un influente cugino di Assad e fondatore della shabiha, Mohammed Toufic al-Assad, è stato assassinato con cinque colpèi di arma da fuoco alla testa a Qardaha, la casa della famiglia Assad. Nell’aprile 2015, Assad ha ordinato l’arresto di suo cugino Munther al-Assad ad Alzirah. Non è chiaro se l’arresto sia dovuto a crimini reali.

Il 4 settembre 2015, il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che la Russia stava fornendo al governo di Assad un aiuto sufficientemente “serio“: con supporto sia logistico che militare. Poco dopo l’inizio dell’intervento militare diretto della Russia il 30 settembre 2015 su richiesta formale del governo siriano, Putin ha dichiarato che l’operazione militare era stata accuratamente preparata in anticipo e ha definito l’obiettivo della Russia in Siria come “stabilizzare il potere legittimo in Siria e creare le condizioni per un compromesso politico”.

Dopo l’elezione di Donald Trump, la priorità degli Stati Uniti riguardo ad Assad era diversa dalla priorità dell’amministrazione Obama, e nel marzo 2017 l’ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Nikki Haley ha dichiarato che gli Usa non erano più concentrati sull'”eliminazione di Assad”, ma questa posizione è cambiata sulla scia dell’attacco chimico di Khan Shaykhun del 2017. A seguito degli attacchi missilistici su una base aerea siriana per ordine del presidente Trump, il portavoce di Assad ha descritto il comportamento degli Stati Uniti come “aggressione ingiusta e arrogante”.

Pubbliche relazioni internazionali

, Bashar al-Assad e sua moglie Asma al-Assad

Al fine di promuovere la loro immagine e la loro rappresentazione mediatica all’estero, Bashar al-Assad e sua moglie Asma al-Assad, cittadina britannica di origine siriana di Londra, assunsero una società di PR e consulenti con sede negli Stati Uniti e nel Regno Unito. In particolare, diversi servizi fotografici per Asma al-Assad con riviste di moda e celebrità, tra cui Vogue nel marzo 2011 “Una rosa nel deserto”. Queste aziende includevano Bell Pottinger e Brown Lloyd James, con quest’ultimo pagato 5.000 dollari al mese per i servizi.

Dopo l’inizio della guerra civile siriana, gli Assad hanno avviato una campagna sui social media che includeva la creazione di una presenza su Facebook, YouTube e, in particolare, Instagram. Ciò ha provocato molte critiche ed è stato descritto da The Atlantic Wire come “una campagna di propaganda che alla fine ha peggiorato la situazione della famiglia Assad”. Il governo di Assad ha anche arrestato attivisti per aver creato gruppi su Facebook che il governo disapprovava, e ha fatto appello direttamente a Twitter per rimuovere gli account che non gli piacevano.

La situazione odierna

La Siria oggi appare più calma rispetto gli anni più infuocati dalla guerra civile. Rimangono comunque irrisolti i problemi che hanno portato alla lotta civile. C’è però un’intera generazione in Siria che sta lottando per sopravvivere. Quasi il 90% dei cittadini siriani vive in povertà, con meno di 2 dollari al giorno. Va anche detto che, sempre in Siria, più di 6,5 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza urgente, il maggior numero di minori siriani in difficoltà dall’inizio del conflitto, cominciato il 15 marzo 2011.

Il tempio di Esculapio sull’isola tiberina

Il Tempio di Esculapio era un antico tempio romano dedicato ad Asclepio, il dio greco della medicina, ed era eretto sull’Isola Tiberina a Roma.

Il tempio venne costruito tra gli anni 293 e 290 a.C. era dedicato al Dio greco della medicina, Asclepio.

Secondo la leggenda, una pestilenza colpì Roma nel 293 a.C, e quindi il senato volle costruire un tempio ad Asclepio, con il nome latinizzato in ‘Esculapio’. Prima di farlo avevano consultato i Libri Sibillini ed dopo aver ottenuto un riscontro favorevole diedero inizio al progetto, una delegazione di anziani romani fu inviata ad Epidauro in Grecia, famosa per il suo santuario ad Asclepio, per ottenere una sua statua da riportare a Roma.

La leggenda che è stata tramandata dice che durante i riti propiziatori un grosso serpente, che era uno degli attributi del dio greco, uscì dal santuario e si nascose sulla nave romana. Il serpente è viene chiamato oggi Colubro di Esculapio, È scuro, lungo, snello e di colore tipicamente bronzeo, con squame lisce che gli conferiscono una lucentezza metallica. Si trova tutt’ora in Italia (tranne il sud e la Sicilia), tutta la penisola balcanica fino alla Grecia e all’Asia Minore e parti dell’Europa centrale.

Certi che questo fosse un segno del favore del dio, la delegazione romana tornò presto a casa, dove infuriava ancora la peste.

Mentre erano sul fiume Tevere e stavano per raggiungere Roma, il serpente strisciò fuori dalla nave e scomparve alla vista dell’isola, dando un segnale certo sul luogo in cui doveva essere costruito il tempio. I lavori per il tempio iniziarono immediatamente e fu dedicato nel 289 aC, dopo aver fatto questo la peste a Roma finì improvvisamente.

L’isola Tiberina fu quindi modificata per ricordare una trireme in onore di questo “serpente” del dio Asclepio.

Isola Tiberina – Di Giovanni Battista Piranesi Firmin Didot Freres, Paris, 1835-1839. Tomo 16.

Un obelisco segnava il centro dell’isola, davanti al tempio, in modo da assomigliare a un albero della nave, mentre dei grossi pezzi di travertino erano posizionati lungo i bordi per assomigliare a prua e a poppa. Diverse altre strutture sorsero sull’isola per ospitare i malati, come testimoniano diversi votivi e iscrizioni sopravvissuti.

Il tempio fu distrutto in epoca medievale e già nel 1000 la basilica di San Bartolomeo all’Isola fu costruita sulle sue spoglie dell’antico tempio da Ottone III. Il pozzo medievale vicino all’altare della chiesa sembra essere lo stesso di quello utilizzato per attingere l’acqua per i malati in epoca classica, come ricorda Sesto Pompeo Festo, grammatico latino che ha realizzato un epitome enciclopedico in 20 volumi del De Verborum Significatione.

Pochi resti del tempio come alcuni frammenti dell’obelisco sono oggi conservati a Napoli e Monaco e alcuni blocchi di travertino sono stati riutilizzati in edifici moderni dell’isola, tra cui un rilievo del bastone di Esculapio.

Il medioevo greco. Cos’è

Il Medioevo greco è il periodo della storia greca dalla fine della civiltà micenea intorno al 1100 a.C. all’inizio dell’età arcaica intorno al 750 a.C.

Le prove archeologiche mostrano un diffuso crollo della civiltà dell’età del bronzo nel mondo del Mediterraneo orientale, poiché i grandi palazzi e le città dei Micenei furono distrutti o abbandonati. Più o meno nello stesso periodo, la civiltà ittita subì gravi sconvolgimenti poiché le città da Troia a Gaza furono distrutte. In Egitto, il Nuovo Regno cadde e la situazione molto caotica portò al Terzo Periodo Intermedio d’Egitto.

Dopo il crollo di insediamenti più piccoli ci sono i segni di una vasta carestia e spopolamento. In Grecia, la scrittura in lineare B usata dai burocrati micenei per scrivere si fermò, e l’ alfabeto greco non si sviluppò fino all’inizio del periodo arcaico. La decorazione su ceramica greca dopo il 1100 aC circa è priva della decorazione figurativa della ceramica micenea ed è ristretta a stili più semplici, generalmente geometrici.

In precedenza si pensava che durante questo periodo tutti i contatti fossero andati persi tra gli elleni continentali e le potenze straniere, ottenendo scarsi progressi e crescita culturale. Ma l’archeologo Alex Knodell ritiene che i manufatti degli scavi a Lefkandi nella pianura di Lelantine in Eubea negli anni ’80 “rivelarono che alcune parti della Grecia sono state molto più ricche e più collegate di quanto si pensasse tradizionalmente, poiché un edificio monumentale e il suo cimitero adiacente mostravano collegamenti con Cipro, l’Egitto e il Levante come indicatori di status e autorità d’élite, proprio come lo erano stati nei periodi precedenti“, e questo dimostra che significativi legami culturali e commerciali con l’Oriente, in particolare il Levante si fosse sviluppato dal 900 aC in poi. Inoltre, sono emerse prove della nuova presenza di Elleni nella Cipro submicenea e sulla costa siriana ad Al-Mina.

La data “ufficiale”

Anche se il 1200 aC è la data “ufficiale” della distruzione e dell’abbandono di molti dei maggiori centri micenei, la documentazione archeologica non mostra cambiamenti significativi fino ad almeno un secolo dopo; ovvero la cultura micenea persistette dopo la distruzione dei centri principali per circa un secolo, e i suoi tratti culturali sono ancora identificabili. La cronologia greca del Medio Evo Greco non ha un singolo “punto fisso”, il che significa che, poiché l’alfabetizzazione è andata perduta, non abbiamo alcun evento storico che possa essere collegato alla cronologia mondiale. Alcuni studiosi hanno proposto una data tra il 1200 a.C. e 800 a.C. Altri credono che inizi nel 1100 a.C. e termini nel 776 a.C., data dei primi Giochi Olimpici. Tutte queste stime sarebbero oggi accettabili per la maggior parte degli studiosi.

Gli insediamenti

Lo studio degli insediamenti suggerisce un improvviso declino della popolazione in Grecia durante il “medio evo ellenico”. Ciò si riflette nella riduzione del numero di insediamenti in Grecia che possono essere identificati intorno al 1100 aC: il numero di siti e cimiteri registrati della Grecia durante il periodo mostra chiaramente questa tendenza. Ciò è coerente con le cifre proposte da Anthony Snodgrass per il numero di siti occupati in Grecia identificati sulla base di diversi stili di ceramica:

  • 320 siti occupati nel XIII secolo a.C.
  • 130 siti occupati nel XII secolo a.C.
  • 40 siti occupati nel X secolo a.C.

In alcune aree della Grecia, come la Laconia e l’Argolide meridionale, sono stati identificati pochissimi reperti archeologici per il periodo 1100 -1000 e i pochi siti che sono stati trovati sono minori rispetto ai tempi precedenti. Vincent Desborough ha stimato un forte calo della popolazione tra il 1100 “circa un decimo di quello che era poco più di un secolo prima“.

La società nel medio evo greco

La Grecia durante questo periodo era probabilmente divisa in regioni indipendenti organizzate da gruppi di parentel, gli oikos o famiglie, le origini delle successive poleis. Gli scavi come Nichoria nel Peloponneso hanno mostrato come una città dell’età del bronzo fu abbandonata nel 1150 a.C. ma poi riemerse come un piccolo villaggio nel 1075 a.C. A quel tempo c’erano solo una quarantina di famiglie che vivevano nella zona con abbondanza di terreni agricoli e pascoli per il bestiame. I resti di un edificio del X secolo, compreso un megaron, unità architettonica che funge da fulcro della realtà palaziale minoica e soprattutto micenea, sulla sommità del crinale, ciò ha portato a ipotizzare che questa fosse la casa del capotribù.

Questa era una struttura più grande di quelle che la circondavano, ma era ancora realizzata con gli stessi materiali, mattoni di fango e tetto di paglia. Forse era anche un luogo di importanza religiosa e di deposito comune di cibo. Individui di alto rango esistevano infatti nel medio evo greco, ma il loro tenore di vita non era significativamente più alto di altri del loro villaggio. La maggior parte dei greci non viveva in fattorie isolate ma in piccoli insediamenti. È probabile che due o trecento anni dopo, la principale risorsa economica per ogni famiglia fosse l’ancestrale appezzamento di terra degli Oikos.

La fine del medio evo greco

La documentazione archeologica di molti siti dimostra che la ripresa economica della Grecia era ben avviata all’inizio dell’VIII secolo aC. Cimiteri, come il Kerameikos ad Atene o Lefkandi, e santuari, come Olimpia, fondata a Delfi o l’Heraion di Samo, primo dei colossali templi indipendenti, erano riccamente forniti di offerte, compresi oggetti dal Vicino Oriente, Egitto e Italia realizzati con materiali esotici tra cui ambra e avorio. Le esportazioni di ceramiche greche dimostrano il contatto con la costa del Levante in siti come Al-Mina e con la regione del Villanoviano e la cultura a nord di Roma.

La decorazione della ceramica divenne più elaborata e includeva scene figurate parallele alle storie dell’Epopea omerica. Strumenti di ferro e armi erano migliorati, il rinnovato commercio mediterraneo portò nuove forniture di rame e stagno per realizzare un’ampia gamma di elaborati oggetti in bronzo, come i treppiedi offerti come premi nei giochi funebri celebrati da Achille.

Altre regioni costiere della Grecia oltre all’Eubea parteciparono ancora una volta a pieno titolo agli scambi commerciali e culturali del Mediterraneo orientale e centrale e le comunità svilupparono il governo di un gruppo d’élite di aristocratici piuttosto che del singolo basileus o capotribù di epoche precedenti.

Critica al termine “medio evo ellenico”

Un certo numero di studiosi ha sollevato preoccupazioni sul termine “Medio Evo”. James Whitley ha affermato che il termine è “piuttosto pesante”. Timothy Darvill ritiene che il termine “Medio evo ellenico” non sia “molto utile” perché implica che si sa molto poco del periodo nonostante il fatto che l’archeologia abbia fatto avanzare la nostra conoscenza sul medio evo greco. Sulla base di queste e altre osservazioni, ci sono alcune alternative per fare riferimento a questo periodo, come “Età del ferro”, che può essere suddiviso in “Protogeometrico” dal 1050 a.C. al 900 a.C. e “Geometrico” 900 a.C. al 700 a.C.

Nonostante queste nuove obiezioni sul termine “Medio evo greco”, il quadro complessivo suggerito dai dati archeologici per questo periodo si adatta alle caratteristiche generali del collasso del sistema senza un’amministrazione centrale identificabile, del declino della popolazione e dell’impoverimento della cultura materiale. Ciò è in linea con l’opinione di Anthony Snodgrass, il quale sostiene che in Grecia durante il medio evo ellenico, poco è stato preservato dalla cultura micenea e “quel poco si è poi ridotto a quasi nulla fino a quando alcuni elementi non sono stati rianimati artificialmente” alla fine dell’VIII secolo a.C. e più tardi.