Lucus Asturum nel nord della Spagna era un insediamento romano che fungeva da centro amministrativo e snodo di comunicazioni nel nord della penisola iberica tra il I e il IV secolo d.C. e che, data la sua importanza, l’astronomo, matematico e geografo greco Tolomeo riportò nella sua famosa opera Geografia.
Lucus Asturum conteneva molti importanti edifici pubblici e privati. Nel 2021, un team guidato dall’archeologa Esperanza Martín ha individuato una grande casa con un cortile centrale e un pozzo. Quest’estate sono ripresi gli scavi nel sito e gli archeologi hanno deciso di scendere, utilizzando un sistema di carrucole per evitare di danneggiare i resti, fino al fondo del pozzo.
All’interno, tra molti altri reperti romani, è stato ritrovato un sandalo smarrito da un uomo che cercò di pulire il pozzo 2000 anni fa. Si tratta di un oggetto archeologico senza eguali perché è decorato con cerchi, ovali e figure falciformi. In Spagna ci sono non più di 20 sandali romani e questo è l’unico decorato. Si presenta in buono stato di conservazione, in quanto il limo presente sul fondo del pozzo ha generato un sistema anaerobico che ha impedito la riproduzione dei microrganismi.
L’esistenza di Lucus Asturum è nota fin dall’antichità, ma dell’insediamento si perse traccia secoli fa finché la Commissione Provinciale dei Monumenti effettuò i primi scavi negli anni ’30 del Novecento. Tuttavia tutto il materiale archeologico ritrovato, nonché la relativa documentazione, andò perduto o distrutto. Nel 1989, l’équipe di Carmen Fernández Ochoa ha individuato un altare votivo nel sito dedicato ai lares viales, una necropoli medievale e resti alto-imperiali del I secolo d.C. Nel 2018, promosso e finanziato dal Comune di Llanera, furono ripresi gli scavi.
In questa occasione, gli archeologi hanno utilizzato tecniche non invasive come il sistema di rilevamento laser Lidar, indagini geofisiche, immagini satellitari e termografia. Si è così scoperto che sotto l’erba dei prati “c’era un substrato archeologico” che comprendeva alcune grandi terme ampiamente saccheggiate, oltre ad un canale ben conservato. Alla ripresa dei lavori, nel 2021, l’équipe ha individuato una discarica utilizzata tra il I e il IV secolo, diversi edifici separati da una strada e “un grande nucleo residenziale” con il suddetto pozzo, che conserva i segni della muratura di chi lo aprì fino a due millenni fa.
Casa ritrovata nello scavo di Lucus Asturum
“I resti che abbiamo trovato, a causa dell’anossia generata dall’alta falda freatica della zona, sono in uno stato eccezionale“, dice Martín. “I limi hanno creato un ambiente anaerobico grazie alla plasticità delle argille che li compongono, quindi i materiali organici sono stati perfettamente conservati”. Ad una profondità di circa tre metri, gli specialisti hanno estratto parte della copertura lignea del pozzo, un pavimento piastrellato per la decantazione dei limi, diversi orci, semi, castagne, pinoli, molluschi, resti di fauna domestica e selvatica, un acetro, o bronzo, calderone, un piccolo anello di metallo e il sandalo, tra gli altri oggetti.
“È quasi completo e conserva le tacche di taglio per trattenerlo nella zona della parte superiore della gamba. È più che probabile che sia stato perso da qualcuno che era entrato per pulire [il pozzo] quando è rimasto intrappolato nel limo. È un oggetto unico in quanto decorato.”
Le calzature sono attualmente refrigerate per evitarne il degrado fino a quando non potranno essere restaurate ed esposte nel Museo Archeologico delle Asturie. Il sandalo racconterà così ai visitatori la storia di come 2000 anni fa, un individuo piuttosto ben vestito scese in un pozzo nel Lucus Asturum per estrarre il fango che stava rovinando l’approvvigionamento idrico della sua casa.
Diocleziano aveva ordinato la costruzione di un complesso pesantemente fortificato nella città di Spalato in preparazione al suo ritiro il 1 maggio 305 d.C. Il luogo scelto era vicino a Salona, il centro amministrativo provinciale della Dalmazia, sul lato meridionale di una breve penisola. In base ai dati delle mappe romane sembra che ci fosse già un insediamento a Spalato in quella baia, ma le dimensioni e i resti di tale insediamento non sono stati ancora stabiliti.
L’inizio della costruzione del palazzo di Diocleziano non è stato precisamente determinato, ma si ritiene che sia iniziato intorno al 295, dopo l’istituzione della Tetrarchia. Tuttavia, dieci anni dopo quella decisione, quando Diocleziano abdicò nel 305, sembra che il palazzo fosse ancora incompiuto, e ci sono indicazioni che alcuni lavori fossero in corso mentre l’imperatore risiedeva nel palazzo. Non si sa secondo quale visione architettonica sia stato costruito il palazzo e chi ne siano stati i costruttori. Il complesso era modellato sui forti romani dell’era del III secolo, come quelli visibili lungo il limes, come il forte di Castrum Divitia sul Reno di fronte a Colonia.
Tuttavia, i nomi greci incisi Zotikos e Filotas, insieme a numerosi caratteri greci, indicano che molti costruttori provenivano originariamente dalla parte orientale dell’Impero, ossia Diocleziano aveva portato con sé maestri dall’Oriente. Tuttavia, una parte considerevole della forza lavoro era probabilmente di origine locale. I materiali di base provenivano dalle zone vicinae: la pietra calcarea bianca veniva da Brač e da alcune zone vicine a Trogir, il tufo veniva estratto dai letti dei fiumi nelle vicinanze e i mattoni venivano fabbricati a Spalato e in altri laboratori situati nelle vicinanze.
A Carnuntum, la gente pregò Diocleziano di tornare al trono per risolvere i conflitti sorti a causa dell’ascesa al potere di Costantino e dell’usurpazione di Massenzio. Diocleziano rispose:
“Se voi poteste mostrare il cavolo che ho piantato con le mie stesse mani al vostro imperatore, egli non avrebbe mai osato di suggerire di rimpiazzare la pace e la felicità di questo posto con i temporali di un’avidità mai soddisfatta “
Diocleziano visse per altri quattro anni, trascorrendo le sue giornate nei giardini del suo palazzo. Vide il suo sistema tetrarchico fallire, strappato dalle ambizioni egoiste dei suoi successori. Udì della terza rivendicazione al trono di Massimiano, del suo suicidio forzato e della damnatio memoriae. Nel suo palazzo, le statue e i ritratti del suo ex collega imperatore furono abbattuti e distrutti. Profondamente disperato e malato, morì il 3 dicembre 312.
Con la morte di Diocleziano, la vita del palazzo non finì, e rimase una proprietà imperiale della corte romana, fornendo rifugio ai membri espulsi della famiglia dell’Imperatore. Nel 480, l’Imperatore Giulio Nepote fu assassinato da uno dei suoi soldati, apparentemente accoltellato a morte nella sua villa vicino a Salona. Dato che il palazzo di Diocleziano si trovava in zona, potrebbe essere stato lo stesso edificio.
Veduta del Peristilio del Palazzo di Diocleziano
La seconda vita del palazzo ebbe inizio quando Salona fu in gran parte distrutta durante le invasioni degli Avari e degli Slavi nel VII secolo, anche se l’anno esatto della distruzione resta ancora oggetto di dibattito tra gli archeologi. Parte della popolazione espulsa trovò riparo tra le robuste mura del palazzo e con loro iniziò una nuova vita organizzata in città. Da allora, il palazzo è stato continuamente occupato, con i residenti che costruirono delle case e delle attività nei sotterranei del palazzo e direttamente nelle sue mura. La Chiesa di San Martino ne è un esempio. Oggi, molti ristoranti, negozi e alcune case si trovano ancora all’interno delle mura.
Nel periodo del libero comune medievale, tra il XII e il XIV secolo, ci fu un notevole sviluppo architettonico, con numerose case medievali che riempirono non solo gli edifici romani ma anche una gran parte dello spazio libero di strade e moli. In questo periodo fu completata anche la costruzione del campanile romanico della Cattedrale di San Doimo, costruita originariamente come tempio di Giove e successivamente utilizzata come mausoleo di Diocleziano.
Dopo il Medioevo, il palazzo era praticamente sconosciuto nel resto d’Europa fino a quando l’architetto scozzese Robert Adam fece eseguire un rilievo delle rovine. Poi, con l’aiuto dell’artista francese e antiquario Charles-Louis Clérisseau e di alcuni disegnatori, Adam pubblicò “Rovine del Palazzo dell’Imperatore Diocleziano a Spalato in Dalmazia” (Londra, 1764).
Il palazzo di Diocleziano è stato di ispirazione per il nuovo stile di architettura neoclassica di Adam e la pubblicazione dei disegni misurati lo ha introdotto nel vocabolario del design dell’architettura europea per la prima volta. Qualche decennio dopo, nel 1782, il pittore francese Louis-François Cassas creò disegni del palazzo, pubblicati da Joseph Lavallée nel 1802 nelle cronache dei suoi viaggi.
Oggi, il Palazzo è ben conservato, con tutti gli edifici storici più importanti, nel centro della città di Spalato, la seconda città più grande della Croazia moderna. Il Palazzo di Diocleziano va ben oltre l’importanza locale a causa del suo grado di conservazione. E’ uno dei più famosi e completi elementi architettonici e culturali sulla costa adriatica croata. Essedo uno dei palazzi romani più completi al mondo, occupa un posto di primo piano nel patrimonio del Mediterraneo, europeo e mondiale.
Ricevo un “Bing!” sul mio smartphone e un fan di Scripta Manent mi segnala un articolo sui giornali.
Dopo lo scoppio della crisi tra Israele e Palestina, i sostenitori italiani dello stato ebraico si sono aggregati a Roma, sotto l’arco di Tito, dove viene proiettata la bandiera di Israele.
Il mio ruolo di divulgatore storico e la mia lucida scelta di non inzupparmi nel torbido della politica, mi convincono ad astenermi da ogni commento: non perchè non sia doverosa una riflessione su questa nuova guerra, ma perchè, al solito, Hamas e Israele hanno già polarizzato le due parti politiche italiane, disposte a passare su tutto, pur di scannarsi.
Sotto l’aspetto storico però c’è da dire.
Seguendo una linea puramente temporale, la bandiera dello Stato di Israele proiettata sull’arco di Tito rasenterebbe la follia più raffinata.
Tito Flavio Vespasiano, al quale tra l’altro abbiamo recentemente dedicato una monografia, fu il generale che in terra di Giudea guidò i legionari durante i sette mesi necessari ad assediare Gerusalemme, devastarne le difese, combattere ferocemente per le strade e distruggerne il tempio, che andò irrimediabilmente a fuoco durante i combattimenti.
Sempre di Tito erano i legionari che trasportarono la Menorah, il candelabro a sette braccia simbolo della religione ebraica, fuori dal Tempio fumante, ora scolpiti proprio nel suo arco di trionfo, come una diapositiva ferma da duemila anni.
L’arco sul quale è stata proiettata la bandiera di Israele, fu fatto costruire dal fratello Domiziano per celebrare la vittoria di Tito sui Giudei, ed è eterno simbolo della straordinaria forza militare romana, che li annientò fino all’ultimo.
Tant’è che gli ebrei, nei secoli successivi, hanno sempre guardato all’arco di Tito come ad una umiliazione in forma marmorea, badando bene di deviare le loro passeggiate per non camminarci vicino.
I sentimenti di orgoglio per la vittoria romana e di dolorosa sconfitta per gli ebrei sono rimasti intonsi per svariati secoli, fino ad una freddolosa giornata dei primi di dicembre del 1947.
Il 2 di quel mese, la risoluzione 181 dell’ONU sancì la nascita del futuro Stato d’Israele, che sarebbe diventato realtà giusto 163 giorni dopo.
Allora, gli ebrei italiani si riunirono spontaneamente proprio sotto l’arco di Tito. Quasi a sfidare, con la loro presenza, l’imperatore romano, gli appartenenti alla comunità ebraica traghettarono quel simbolo di disfatta verso un emblema di vittoria, di agognato e infine raggiunto riconoscimento.
Da allora, il senso di quel luogo sembra essere cambiato. Se prima l’arco di Tito sembrava lanciare occhiatacce agli ebrei, ora ne protegge le speranze.
Per cui, volendo rispondere alla domanda sul senso “storico” del radunarsi sotto l’arco di Tito, la risposta è duplice.
Stando alla storia romana, è un assurdo e quasi grottesco controsenso. Stando alla storia contemporanea, è un luogo dal rinnovato significato.
Dire che la politica non dovrebbe interferire con la Storia è idea palesemente giusta quanto inverosimile, come predicare la castità a dei marinai appena sbarcati dopo un viaggio di sei mesi.
La politica, sia quella con la “p” minuscola, che strumentalizza i ricordi per mere e puerili contrapposizioni dialettiche, sia quella con la “P” maiuscola, che ha bisogno di rafforzare le proprie scelte tramite una riprova in un qualche passato glorioso, ha sempre scomodato, e spesso inquinato, la Storia.
E quella romana, più di altre, è esposta a questo inquinamento. Sia per la sua impareggiabile portata e vastità, sia per la sua lontananza nel tempo e incertezza delle fonti, che consente di revisionarla e reinterpretarla a proprio uso e consumo con moderata facilità.
Limitandoci al ‘900, fu in principio il regime fascista. Mussolini stesso e tutti i suoi “sacerdoti” della propaganda, hanno attinto a piene mani ad un mondo senza dubbio guerriero e patriarcale, che si prestava perfettamente, con i dovuti aggiusti, ad una improbabile restaurazione dell’impero sui colli di Roma.
Al termine del ventennio, come il livido dopo una botta, il mito di Roma è rimasto invischiato di reinterpretazioni fasciste e di simbologie stiracchiate che, se da un lato sono state doverosamente vietate, per morale e per legge, dall’altro hanno attratto, e continuano a farlo, una massa di nostalgici che, inneggiando a Roma e al fascismo, non hanno capito l’essenza dell’una e gli obbrobbri dell’altro.
ll fenomeno si è evoluto con le generazioni: dai nonni che conservano ancora la stelletta del PNF si è passati a Boomer e Baby Boomer che la guerra l’hanno vista solo in cartolina ma che, per diversi vaneggiamenti, ancora accostano Roma ai fasci. Così, con un buon lavoro di immaginazione e di malafede storica, la strumentalizzazione fascista della storia romana prosegue imperterrita, arrivando a coinvolgere i giovanissimi di oggi.
Che non hanno mai visto la guerra e nemmeno una cartolina.
Eppure, le dinamiche della storia romana rivisitata e corretta, spesso al limite dell’ubriachezza, hanno preso negli ultimi decenni una piega del tutto inaspettata. La storia di Roma non viene più travisata solamente dal marcio mondo dell’estrema destra, ma anche dall’ipocrita, e altrettanto disgustosto clan dei cosiddetti “buonisti”, spesso appartenenti all’ala politica estremamente opposta.
Se fino a qualche anno fa taluni si tenevano ben distanti dalla storia romana, marchiando sistematicamente i suoi appassionati con il solito termine di “fassista”, quegli stessi hanno infine subìto il fascino di Roma e soprattutto intravisto la possibilità di tirarne la giacchetta per i propri scopi, spesso al limite del disagio mentale.
I primi sintomi di questi “funamboli” storici si sono percepiti in ambito prettamente politico. Il tema era quello di sottolineare l’estrema apertura mentale e la disponibilità all’accoglienza degli immigrati propria dell’impero romano, badando bene di omettere le stringenti norme e il rigido processo di romanizzazione imposto ai nuovi venuti. Raccontando così, solo una parte della storia.
Nacquero così, stavolta al limite del delirio, un imperatore Claudio che veniva da una famiglia di profughi, una Roma simile ad un centro sociale o ad una scuola okkupata, e affermazioni superficiali, palesemente incomplete, colpevolmente travisate.
Il fatto però, a fronte della sollevazione di studiosi e appassionati di storia, si è dovuto raffinare.
Certo, i politici esercitano ancora il loro diritto a pronunciare stupidaggini, ma il fronte di guerra si è gradualmente spostato su un campo più culturale e, forse, più pericoloso. Lo spettacolo e il malsano giornalismo.
Nel primo si è visto un fenomeno talmente evidente e spiazzante, da essere definito tramite il conio del nuovo termine “blackwashing“. Giulio Cesare, nato nella Roma del 100 a.C, diventa nero, Cleopatra, di origini greco-macedoni, è quasi nigeriana, Achille, che Omero descrive bianco e biondo, pare venire da Tunisi. La motivazione ufficiale, trionfo dell’ipocrisia, la “bravura” degli attori che dovrebbe prevalere sull’aspetto filologico.
Principio più facile da propugnare che da osservare, visto che Nelson Mandela continua ad essere interpretato da neri e Mao Tse Tung da attori orientali.
Nel giornalismo si utilizza invece lo stratagemma, tecnicamente abile, deontologicamente imbarazzante, di ri-scrivere la storia tramite un approccio che riesce nel raro intento di essere insieme ignorante e disonesto. Quello di selezionare piccoli frammenti di fonti antiche, episodi isolati, casi rari, e farne, colpevolmente, una grande regola generale.
E’ quello che abbiamo visto con Sporo: un effemminato liberto che l’imperatore Nerone, abusando della sua posizione, avrebbe sposato durante gli anni della sua follia, che diventa la “prova” inconfutabile della larga accettazione dei matrimoni omossessuali nell’Urbe, fenomeno di cui, con tutto il rispetto e gli auguri per le coppie gay di oggi, non si trova il minimo cenno nel diritto romano.
Adattissimo a questa narrazione l’imperatore Eliogabalo. Un ragazzino siriano, giunto alla porpora imperiale grazie agli intrighi di mamma e nonna, notoriamente dedito ad ogni tipo di mollezza e piuttosto “aperto” sotto l’aspetto sessuale, tanto da essere definito il primo “imperatore transessuale” della storia.
Anche qui, non importa che le voci appartengano all’Historia Augusta, un raccolta anonima e notoriamente poco attendibile sulla vita degli imperatori, nè che i pretoriani lo abbiano fatto letteralmente a pezzi. Il brevissimo regno di un ragazzo impreparato e stordito da giochi più grandi di lui, e dunque ben poco rappresentativo della gran parte della storia romana, diventa il vessillo e di nuovo la “prova” di un impero romano tranquillamente dominato da movimenti LGBT.
La sessualità dell’antica Roma, in sostanza, rappresenta il più recente e fecondo campo di battaglia per discutibili contrapposizioni politiche, che di amore per la storia hanno ben poco. Prova ne sia l’ultimo “grido”: a Roma si accettavano orientamenti sessuali di ogni genere, e l’amore era totalmente libero.
Eccola, che rispunta l’ipocrisia. E’ vero che il termine “omosessuale” nel vocabolario latino non esisteva nemmeno, e che un uomo poteva benissimo spaziare tra donne e altri uomini. Falso che fosse libero: il cittadino romano doveva rimanere virile e attivo, e gli era moralmente concesso di intrattenersi solo con schiavi e prostituti, ovvero altri uomini ma di rango sociale inferiore.
Di nuovo, una storia riassunta tralasciando tanti di quei dettagli da diventare “inventata”.
Insomma, siamo sempre vissuti, ma in questo periodo la cosa si fa intensa, in uno scenario dove la storia “militante”, da una parte e dall’altra, confonde l’onesto appassionato di Roma, che volendo avvicinarsi alla gloriosa storia di questo popolo, viene bersagliato da propaganda di ogni tipo e deve continuamente schivare pallottole di disinformazione.
Per fortuna, la storia di Roma, che ha superato le leggende del Medioevo, le reinterpretazioni rinascimentali e le propagande dei totalitarismi più recenti, si scrollerà di dosso anche le viscide beghe dei nostri anni.
Continuando ad essere un esempio di molte cose inarrivabili e costringendoci continuamente ad interrogarci sui nostri limiti.
Il sacco di Roma del 1527 fu un atto di violenza e distruzione compiuto dalle truppe imperiali di Carlo V, guidate da Carlo III di Borbone, contro la città del papa Clemente VII, che si era schierato con la Lega di Cognac contro l’imperatore.
I soldati, in gran parte lanzichenecchi tedeschi, erano affamati e senza paga e videro in Roma la possibilità di arricchirsi a spese dei suoi abitanti. Il 6 maggio 1527, dopo aver superato le deboli difese della città, iniziarono una furia saccheggiatrice che durò nove mesi e che provocò oltre 30 mila morti tra i civili.
Le chiese, i palazzi, le opere d’arte furono saccheggiati, devastati o distrtti; i preti, i cardinali, i principi e i mercanti furono torturati per estorcere loro il denaro; le donne furono violentate; il papa si rifugiò a Castel Sant’Angelo, dove resistette fino al pagamento di un riscatto.
Il sacco di Roma fu considerato un evento tragico e simbolico, che segnò la fine del Rinascimento e la crisi della Chiesa cattolica.
Le cause del sacco di Roma del 1527
Per comprendere le cause e le conseguenze di questo evento, è necessario inserirlo nel contesto storico e politico in cui si verificò, caratterizzato dalla lotta tra il Sacro Romano Impero di Carlo V e la Francia di Francesco I per il predominio in Italia, e dalla crisi della Chiesa cattolica, minacciata dalla Riforma protestante.
Il sacco di Roma fu il risultato di una serie di circostanze fortuite e impreviste, che portarono le truppe imperiali, composte principalmente da lanzichenecchi tedeschi, spagnoli e italiani, a sfuggire al controllo del loro comandante, il duca di Borbone, e a lanciarsi all’assalto della città eterna, senza alcun ordine o piano prestabilito.
Le cause principali possono essere riassunte nella lotta per l’egemonia in Italia, la politica di Papa Clemente VII e l’insoddisfazione delle truppe imperiali dei lanzichenecchi.
Primo motivo di un così terribile avvenimento storico, fu infatti la lotta per l’egemonia in Italia tra le grandi potenze di Spagna e Francia, che si scontrarono in diverse guerre nel corso del Cinquecento. Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Spagna, voleva affermare il suo dominio sull’Italia, dove possedeva il regno di Napoli e il ducato di Milano.
Francesco I, re di Francia, voleva invece contrastare le ambizioni imperiali e conquistare i territori italiani. Questa rivalità portò a frequenti conflitti armati tra le due fazioni, che coinvolsero anche gli altri Stati italiani, come il papato, Venezia, Firenze e Genova.
Anche la politica altalenante di papa Clemente VII, determinata dagli interessi dei Medici a Roma e a Firenze, fu una causa significativa del sacco di Roma. Clemente VII era un membro della famiglia Medici, che governava Firenze come signori.
Il papa cercò di bilanciare la sua posizione tra le due potenze rivali, cambiando spesso alleanza a seconda delle circostanze. Nel maggio 1526 promosse una lega antiasburgica, detta di Cognac, alla quale aderirono oltre al re di Francia, i principali Stati italiani: ducato di Milano, repubbliche di Venezia e di Genova oltre alla Firenze medicea. Questa mossa provocò la reazione di Carlo V, che inviò le sue truppe in Italia per reprimere la lega.
Il mancato pagamento del soldo e la sete di bottino dei lanzichenecchi. I lanzichenecchi erano mercenari tedeschi al soldo dell’imperatore, famosi per la loro ferocia e la loro indisciplina. Questi erano stati reclutati dal generale von Frundsberg per rinforzare le truppe imperiali in Italia. Tuttavia, l’imperatore non aveva i fondi necessari per pagare i loro stipendi, e li lasciò senza rifornimenti né ordini precisi. I lanzichenecchi si sentirono traditi e abbandonati dall’imperatore, e si ribellarono al loro comandante. Fu così che decisero di marciare contro Roma.
L’origine dei Lanzichenecchi
I lanzichenecchi erano soldati mercenari di fanteria, arruolati dalle Legioni tedesche del Sacro Romano Impero Germanico, che combatterono tra la fine del XIV secolo e il XVII secolo. Il termine designava, nella fattispecie, i militari di professione reclutati dall’Imperatore soprattutto tra i figli cadetti delle famiglie di piccoli proprietari terrieri.
Costoro, infatti, preferivano dedicarsi all’attività militare pur di non diventare servi rurali al servizio dei fratelli primogeniti, che erano gli unici eredi dei beni paterni. Da ciò deriva il loro nome, che significa “servo della terra” o “servo della regione”. I lanzichenecchi si distinsero per la loro crudeltà e la loro indisciplina, e furono protagonisti di molte battaglie e saccheggi durante le guerre d’Italia.
La distruzione e il sacco di Roma
Il 6 maggio 1527, le truppe imperiali arrivarono alle porte di Roma, che era difesa da una guarnigione insufficiente e mal organizzata. Il duca di Borbone fu ucciso da un colpo di archibugio mentre guidava l’attacco alla porta del Popolo, e questo scatenò la furia e la sete di vendetta dei suoi soldati, che irruppero nella città senza incontrare una seria resistenza.
Iniziò così una delle pagine più tragiche della storia romana, che durò dieci mesi, fino al 17 febbraio 1528, quando le truppe imperiali si ritirarono dopo aver stipulato un accordo con il papa Clemente VII.
Il sacco di Roma fu un vero e proprio massacro, in cui i lanzichenecchi si abbandonarono a ogni sorta di violenza, devastazione e saccheggio. Non risparmiarono né le persone né i monumenti, né le opere d’arte né le istituzioni religiose. Uccisero, stuprarono, torturarono, mutilarono migliaia di cittadini romani, tra cui cardinali, vescovi, preti, monaci, nobili, borghesi, artigiani, contadini.
Saccheggiarono e distrussero chiese, conventi, palazzi, biblioteche, archivi, musei. Profanarono e bruciarono reliquie, immagini sacre, libri preziosi. Rubarono e dispersero opere d’arte di inestimabile valore, come statue antiche, dipinti rinascimentali, arazzi fiamminghi.
Alcune opere danneggiate durante il sacco di Roma
Durante il saccheggio di Roma del 1527, molte opere d’arte furono danneggiate o distrutte dai lanzichenecchi. La statua equestre di Marco Aurelio, che si trovava sulla piazza del Campidoglio, fu abbattuta e spezzata dai lanzichenecchi, che la scambiarono per quella di Costantino. Solo la testa e le zampe anteriori furono salvate e poi ricomposte nel 1538.
Il famoso gruppo scultoreo di epoca ellenistica, il Laocoonte, che raffigura il sacerdote troiano e i suoi figli attaccati dai serpenti, fu trafugato dai lanzichenecchi dal palazzo apostolico, dove era stato collocato da Giulio II dopo il suo ritrovamento nel 1506. Tuttavia, il Laocoonte fu poi restituito al papa nel 1530 in cambio di un riscatto.
Il capolavoro di Andrea Mantegna, il Transito della Vergine, che decorava la cappella funeraria del cardinale Francesco Gonzaga nella basilica di Santa Maria Maggiore, fu strappato dalla parete e tagliato in pezzi dai lanzichenecchi, che ne dispersero le parti. Solo una parte centrale del dipinto fu recuperata e portata a Mantova dal marchese Federico II Gonzaga.
Il ruolo del Papa durante il sacco di Roma
Il papa Clemente VII riuscì a salvarsi rifugiandosi nella fortezza di Castel Sant’Angelo, ma dovette subire un lungo assedio e pagare un pesante riscatto per ottenere la liberazione sua e della città. Il papa fu costretto anche a cambiare nuovamente alleanza, rompendo la lega antiasburgica e sottomettendosi all’imperatore.
Il pontefice fu accusato da molti di aver causato il sacco con la sua politica ambigua e incostante, e di aver abbandonato la città al suo destino. Fu anche criticato per aver favorito i suoi parenti e i suoi interessi personali a scapito della Chiesa e dello Stato pontificio.
Le testimonianze del sacco di Roma
Il sacco di Roma fu un evento che lasciò una profonda traccia nella memoria storica e culturale dell’epoca. Numerose furono le fonti che lo testimoniarono e lo raccontarono con toni drammatici ed espressioni eloquenti.
Tra queste si possono citare il dipinto di Johannes Lingelbach, che rappresenta una scena del sacco con realismo e crudezza; il racconto di Benvenuto Cellini, che narra le sue avventure e le sue imprese durante l’assedio; le lettere di Pietro Aretino, che denuncia con sarcasmo e indignazione le atrocità commesse dai lanzichenecchi; le poesie di Francesco Berni, che esprime con amarezza e disperazione il dolore per la distruzione della città.
La reazione degli stati italiani al sacco di Roma
A reazione degli altri stati italiani al sacco di Roma del 1527 è stata varia. Alcuni stati ne hanno approfittato per occupare o rivendicare i territori pontifici, altri per liberarsi dal dominio dei Medici, imparentati con il Papa Clemente VII, altri ancora per cercare di mantenere una certa neutralità o alleanza con l’imperatore Carlo V.
La Repubblica di Venezia, che faceva parte della Lega di Cognac contro l’imperatore, ha occupato alcuni territori pontifici in Romagna e nelle Marche, come Ravenna, Cervia, Rimini e Ancona. Gli Estensi, che erano alleati dell’imperatore, hanno occupato parte della Romagna, come Ferrara, Modena e Reggio.
I fiorentini, che erano sostenitori della Lega di Cognac, hanno cacciato i Medici, che governavano la città come signori, e proclamato la Repubblica. Il Papa ha dovuto accettare la perdita di Firenze in cambio della sua liberazione dal sacco.
Il duca di Savoia, che era alleato dell’imperatore, ha cercato di ottenere il Piemonte e la Liguria dal re di Francia Francesco I, che era il principale avversario dell’imperatore in Italia.
Il duca di Milano Francesco Sforza, che era stato riconosciuto dall’imperatore dopo la battaglia di Pavia del 1525, ha cercato di mantenere una certa autonomia dal suo protettore, ma ha dovuto accettare le condizioni imposte dalla pace di Cambray.
Le conseguenze del sacco di Roma
Il sacco di Roma ebbe anche delle conseguenze importanti per la storia del Cinquecento.
Dal punto di vista politico, il sacco di Roma segnò il declino della potenza temporale dei papi e il rafforzamento dell’autorità imperiale di Carlo V in Italia. Il papa Clemente VII fu costretto a cambiare alleanza, rompendo la lega antiasburgica e sottomettendosi all’imperatore. Il papa perse anche il controllo di alcuni territori pontifici, che furono occupati o rivendicati da altri Stati italiani, come Venezia, Ferrara e Firenze.
Dal punto di vista religioso, il sacco di Roma accentuò la crisi della Chiesa cattolica e favorì la diffusione della Riforma protestante in Germania e in altri paesi europei. Il sacco fu visto da molti come un castigo divino per i peccati e le corruzioni della Chiesa romana, e come un segno della legittimità della riforma avviata da Lutero. Il papa dovette affrontare la sfida di rinnovare la Chiesa e di contrastare l’eresia protestante. Il papa convocò il Concilio di Trento (1545-1563), che fu il principale strumento della Controriforma cattolica.
Dal punto di vista culturale, il sacco di Roma pose fine all’età d’oro del Rinascimento romano e diede inizio a una nuova fase di incertezza e conflitto, che si rifletté anche nell’arte e nella letteratura. Il sacco provocò la distruzione e la dispersione di molte opere d’arte di inestimabile valore, come statue antiche, dipinti rinascimentali, arazzi fiamminghi.
Il sacco di Roma è stato considerato dagli storici come un evento simbolico, che segnò la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova. Alcuni lo hanno definito come il primo atto della guerra moderna, per la brutalità e la ferocia con cui fu condotto.
Altri lo hanno visto come il primo esempio di terrorismo di massa, per l’effetto psicologico e morale che ebbe sull’opinione pubblica. Altri ancora lo hanno interpretato come il primo caso di crisi ecologica, per il danno ambientale che provocò alla città e al suo patrimonio artistico.
Roma, la città eterna, è stata per secoli il centro del mondo antico, la culla della civiltà e della cultura. Ma Roma era anche una città esposta a molte minacce, sia interne che esterne, che ne mettevano a rischio la stabilità e la sopravvivenza.
Tra le sfide interne, vi erano le lotte politiche tra le diverse fazioni, le rivolte popolari, le carestie, le epidemie e i saccheggi. Questi fattori rendevano Roma una città fragile e turbolenta, che doveva fare i conti con le emergenze del quinto secolo, quando l’impero romano d’Occidente entrò in crisi e fu invaso dalle popolazioni barbariche.
Tra le sfide esterne, vi era la vulnerabilità militare di Roma, che era un obiettivo ambito e facile per i nemici. Roma era una città troppo grande per essere difesa efficacemente. Le sue mura erano imponenti, ma anche troppo estese per essere presidiate da un esercito ridotto e indebolito. Inoltre, Roma non aveva una posizione strategica favorevole. Era situata in una pianura aperta, lontana dal mare e dai monti, che la rendevano accessibile da ogni direzione.
Queste caratteristiche di Roma furono ben descritte da Procopio di Cesarea, uno storico che visse nel sesto secolo e che fu testimone della guerra greco-gotica, uno dei conflitti più sanguinosi che coinvolsero Roma in epoca tardo-antica. Procopio scrisse che Roma “non può sopportare un assedio a causa della mancanza di rifornimenti, in quanto non si trova sul mare, è circondata da mura di un perimetro così vasto e, soprattutto, è situata in una pianura aperta, rendendola facilmente accessibile all’attaccante” .
Roma fu quindi assediata più volte dai Goti, che ne devastarono gli edifici e ne depredarono le ricchezze. Roma dovette anche affrontare l’attacco dei Vandali, che arrivarono dal mare e saccheggiarono la città nel 455. Questi eventi segnarono il declino di Roma come capitale dell’impero e come simbolo di potenza e splendore.
Roma rimase comunque una città importante per la storia e per l’arte. Le sue rovine testimoniano ancora oggi la sua grandezza passata e la sua influenza sulla cultura occidentale.
Quando la tranquillità delle frontiere venne minacciata, gli imperatori decisero di proteggere la città. A partire dal 271, Aureliano eresse una maestosa cinta muraria per difenderla, e successivamente venne potenziata. Massenzio, che subì due pesanti assedi, intraprese importanti lavori di consolidamento, ma rimasero incompiuti.
Dopo quasi cent’anni di pace, nel 401 i Goti invasero il Nord Italia. Come risposta a questa nuova minaccia, tra il 401 e il 403 gli imperatori Onorio, Stilicone e il prefetto urbano Longiniano fecero ristrutturare le mura. Le difese vennero rialzate, venne costruito un nuovo cammino di ronda e le porte furono trasformate e rinforzate con un sistema di porte interne. Tuttavia, le mura da sole non erano sufficienti per spaventare i nemici.
Anzi, la loro grande estensione, sguarnite e prive di guardie, metteva in evidenza le debolezze del sistema difensivo. Oltre ad una modesta guarnigione, non erano presenti truppe permanentemente dislocate per difendere la città. Questo non era previsto nell’organizzazione militare tardo-antica. Già a partire dalle riforme di Diocleziano e Costantino, l’esercito imperiale era diviso tra una grande massa di soldati schierati nelle frontiere (chiamati limitanei) e potenti unità mobili, l’esercito comitatense.
In caso di invasione, queste unità avrebbero affrontato il nemico in campo aperto e, grazie all’addestramento e alle armi superiori, avrebbero spesso avuto la vittoria dalla loro parte. Nel V secolo, quest’esercito mobile era lontano da Roma. Infatti, era schierato nelle immediate vicinanze dell’imperatore o nelle aree più minacciate.
In Italia, le truppe dell’esercito comitatense erano dispiegate all’interno delle città fortificate della Pianura Padana, dove avevano anche i loro magazzini e le loro basi logistiche. La loro presenza garantiva la sicurezza di Milano e Ravenna, che erano le due residenze principali della corte imperiale in quel periodo. Tuttavia, il mantenimento di queste forze armate era molto costoso e gran parte del bilancio dello Stato tardoantico era destinato alle spese militari.
Poiché gli imperatori non risiedevano più stabilmente a Roma, non era né possibile né strategico mantenere una forte presenza militare per proteggere la città. Inoltre, c’erano altre ragioni che avevano influenzato la decisione di smilitarizzare Roma. Questa scelta era stata fatta da Diocleziano, il quale aveva ridotto il personale della guardia pretoriana presente in città fin dai tempi di Augusto. Dopo la sua vittoria su Massenzio, Costantino aveva sciolto definitivamente le coorti pretorie e la cavalleria della guardia, seguendo così le orme di Diocleziano.
Costantino aveva anche colto l’occasione per punire le truppe che avevano sostenuto Massenzio fino alla fine, combattendo strenuamente tra Saxa Rubra e il Ponte Milvio. L’esempio di Massenzio e della sua resistenza aveva convinto Costantino a perseverare nella strategia di Diocleziano. Con l’imperatore lontano, la presenza di una potente aristocrazia senatoria e di una solida guarnigione militare a Roma potrebbe favorire tentativi di colpo di stato e di usurpazione. Questo era già accaduto nel III secolo, perciò si decise che sarebbe stato meglio ridurre la minaccia privando Roma della sua forza militare.
Gli effetti di questa smilitarizzazione non si fecero attendere. Durante il Sacco del 410 e quello di Genserico nel 455, la città risultò indifesa contro gli aggressori, in quanto gli eserciti di battaglia dell’Occidente erano lontani e non ci furono truppe che intervennero per rompere gli assedi o scontrarsi in campo aperto con le forze barbariche. In tal modo, la città, la sua ricca aristocrazia e le sue vaste popolazioni furono abbandonate al loro tragico destino.
Vespasiano è stato un imperatore romano che ha regnato dal 69 al 79 d.C., fondando la dinastia flavia.
Nato in Sabina, Vespasiano intraprese la carriera militare e politica, distinguendosi nell’invasione della Britannia sotto Claudio e nel governo dell’Africa proconsolare.
Nel 66 fu inviato in Giudea per reprimere la rivolta ebraica, ma nel 69 fu proclamato imperatore dalle legioni orientali, in opposizione a Vitellio, che era stato eletto dalla guardia pretoriana dopo la morte di Nerone.
Vespasiano sconfisse Vitellio nella seconda battaglia di Bedriaco e entrò a Roma, dove fu riconosciuto dal senato e nominato console per l’anno 70.
Vespasiano restaurò l’ordine e la stabilità nell’impero, dopo il periodo di crisi e di guerra civile seguito alla fine della dinastia giulio-claudia. Fu un imperatore attento all’amministrazione, alle finanze e alle opere pubbliche, tra cui il Colosseo, l’anfiteatro Flavio.
Fu anche tollerante verso le religioni e le culture delle province, pur mantenendo il controllo militare sui confini.
Vespasiano morì nel 79 a Aquae Cutiliae, lasciando il trono al figlio Tito, che aveva completato la conquista della Giudea e celebrato il trionfo per la distruzione di Gerusalemme. Vespasiano fu il primo imperatore ad essere deificato dal senato dopo la sua morte.
Fu considerato un buon sovrano dai suoi contemporanei e dagli storici successivi, che ne lodarono la semplicità, l’umanità e il senso dell’umorismo.
Origini familiari
Tito Flavio Vespasiano nacque il 17 novembre del 9 d.C a Vicus Phalacrinae, che corrisponde all’odierna città di Cittareale, in provincia di Rieti. Il padre, Tito Flavio Sabino, era un pubblicano, ovvero un appaltatore incaricato di esigere le imposte, molto esperto nel settore finanziario, mentre la madre, Vespasia Polla, apparteneva ad una nobile famiglia di Norcia.
Vespasiano ebbe un fratello maggiore, Tito Flavio Sabino, e la sua educazione fu molto influenzata dalla nonna paterna.
Prime esperienze militari
Divenne adulto e indossò la toga virilis all’età di 16 anni, il 17 marzo del 26 d.C, durante la festa dei Liberalia. Inizialmente avrebbe voluto dedicarsi ad una carriera prettamente politica, ma sua madre gli chiese di intraprendere la vita militare.
Così si arruolò nelle legioni in Tracia come tribuno laticlavio per i successivi quattro anni. Divenne poi questore nella provincia di Creta e di Cirene.
La sua carriera proseguì con la candidatura all’edilità, una delle magistrature più importanti. Dopo aver fallito un primo tentativo, venne finalmente eletto nel 39 d.C, all’età di trent’anni. L’anno dopo divenne pretore, cercando di ingraziarsi in ogni modo l’allora imperatore Caligola.
Esattamente durante questi anni sposò Domitilla ed ebbe da lei due figli, Tito e Domiziano, e una figlia, Flavia Domitilla.
Dopo queste cariche, tipiche per un uomo politico romano, Vespasiano decise di dedicarsi nuovamente alla carriera militare e divenne legatus, ovvero generale, della legio II Augusta, stanziata nella Gallia Lugdunensis, grazie al favore di Narciso, un importante liberto presso l’imperatore Caligola.
Partecipò anche all’invasione romana della Britannia sotto l’imperatore Claudio; il suo ruolo fu fondamentale durante la battaglia di Medway e per la conquista dell’isola di Wight. Le fonti antiche riferiscono che durante questo periodo partecipò ad oltre 30 battaglie contro il nemico britannico, costrinse alla resa due tribù e riuscì a espugnare più di venti città fortificate.
I suoi successi in Britannia favorirono notevolmente la sua carriera politica: ottenne le insegne del trionfo e divenne governatore dell’Africa proconsolare. Tacito e Svetonio descrivono in maniera contrastante il suo governo, ma è certo che la sua fama e la sua visibilità a Roma continuavano ad aumentare.
Dopo l’Africa, Vespasiano si recò in Grecia, vicino all’imperatore Nerone. Forse per differenza di carattere, veniva sistematicamente escluso dalla vita di corte e dalle pubbliche udienze, tuttavia, sempre per i suoi successi militari, gli venne offerto il governo di una provincia e il comando di un esercito.
L’incarico di condurre la guerra in Giudea
Dopo la ribellione degli ebrei zeloti in Giudea, l’imperatore Nerone riconobbe che solo Vespasiano sarebbe stato veramente in grado di riconquistare il controllo di quei territori che erano stati strappati dai ribelli al governatore di Siria, Cestio Gallo.
Vespasiano, oltre ad aver acquisito notevole esperienza militare, aveva pienamente pacificato la Britannia. Venne quindi scelto come comandante supremo per domare la rivolta in Giudea. Vespasiano chiese ed ottenne di poter essere accompagnato da suo figlio Tito, che si recò immediatamente in Egitto per rilevare una legione, mentre lui stesso si diresse in Siria per concentrare le forze romane.
Vespasiano si recò ad Antiochia, dove si occupò di rafforzare le legioni, in attesa dell’arrivo di Tito e dei suoi soldati. I legionari, al momento del suo arrivo, erano particolarmente insofferenti e insoddisfatti della situazione. Grazie al suo carisma di generale fu in grado di ristabilire la disciplina e rimettere in moto le legioni.
La prima grande vittoria ottenuta da Vespasiano in Giudea fu l’assedio della città di Iotapata, dove si erano asserragliati molti ribelli guidati dal loro generale, Giuseppe Flavio.
Nonostante il valore degli assediati, Iotapata capitolò e gli ultimi giudei decisero di suicidarsi, uccidendosi a vicenda. Anche Giuseppe si sarebbe dovuto togliere la vita, ma all’ultimo si rifiutò e si presentò davanti a Vespasiano offrendogli una profezia: sarebbe diventato lui il nuovo imperatore.
Inizialmente Vespasiano non gli diede credito, ma col tempo decise di credergli, liberarlo e trattarlo con ogni riguardo.
Nel frattempo, venne a sapere della morte di Nerone e della nomina a nuovo imperatore di Galba. Per questo motivo, mentre marciava contro Gerusalemme per infliggere l’ultima sconfitta ai ribelli ebrei, inviò suo figlio Tito a Roma per incontrare il nuovo imperatore.
Quest’ultimo tornò immediatamente indietro a causa della morte di Galba, avvenuta dopo pochi mesi, cui era succeduta l’acclamazione di Otone. Era chiaro che a Roma era scoppiata la guerra civile, motivo per cui Vespasiano fu costretto a sospendere le operazioni militari contro i Giudei.
A questo punto, le versioni sulla vita di Vespasiano differiscono. Tacito ci racconta che Vespasiano stava considerando le proprie forze militari e stava riflettendo sulla possibilità di partecipare alla guerra civile, assieme ad uno dei suoi generali, Muciano, che, pienamente fiducioso nella forza delle legioni, lo esortava a tentare la presa del potere.
Vennero quindi convocati degli indovini per convincere Vespasiano, che era molto superstizioso, a diventare il nuovo Imperatore.
La svolta sarebbe partita dal prefetto d’Egitto, Tiberio Alessandro, il quale avrebbe preso l’iniziativa di riconoscerlo come nuovo Imperatore. Due giorni dopo, le legioni che comandava in Giudea prestarono immediatamente giuramento e in breve tempo l’intera Siria, i re Soemio, Antioco ed Erode Agrippa II e quasi tutte le province orientali lo acclamarono come imperatore.
Giuseppe Flavio ci dà una versione leggermente diversa e con altri dettagli. Secondo quest’ultimo, Vespasiano, dopo aver devastato la regione vicina alla città di Gerusalemme, ricevette la notizia della caotica situazione a Roma.
Gli ufficiali lo incitarono immediatamente a prendere il potere e i soldati lo acclamarono come nuovo imperatore, minacciando addirittura di ucciderlo se non avesse accettato l’incarico.
Solo a questo punto, Vespasiano avrebbe chiesto consiglio al governatore di Alessandria, Tiberio Alessandro, informandolo di essere già stato acclamato imperatore dalle proprie truppe e richiedendogli collaborazione per sostenere la sua carica. Alessandro chiese immediatamente ai suoi legionari di giurare fedeltà al nuovo imperatore ed accolse ottimamente l’iniziativa di Vespasiano.
La guerra civile contro Vitellio
Nonostante le province orientali avessero già scelto Vespasiano come imperatore, egli doveva ancora sconfiggere il suo avversario Vitellio, che si trovava a Roma. Vespasiano si trasferì immediatamente ad Antiochia di Siria per pianificare il suo viaggio verso la capitale.
Affidò dapprima un contingente di cavalleria e fanteria a Muciano, che avrebbe dovuto attraversare l’Italia via terra. Un altro suo generale, Antonio Primo, si sarebbe diretto in Italia con la legione III Gallica per affrontare le armate di Vitellio.
Le truppe dell’imperatore sconfissero l’esercito di Vitellio nella seconda battaglia di Bedriaco, avanzando inesorabili verso Roma. Mentre il figlio Tito assediava Gerusalemme nel 70 d.C, Vespasiano attraversò l’isola di Rodi e tutta la Grecia, giungendo infine in Italia, dove fu accolto dalle principali città del sud. Arrivato a Roma, ricevette un’accoglienza entusiasta, in quanto i cittadini romani ancora ricordavano le sue vittorie in Britannia.
Il Senato romano gli diede subito appoggio: l’aristocrazia romana desiderava un imperatore maturo, con grandi capacità di gestione e gloria militare per assicurare la pace ai cittadini.
Vespasiano si dedicò immediatamente a riparare i danni causati dalla guerra civile. Restaurò la disciplina nelle legioni stanziate in Italia e si mise subito al lavoro per riportare ordine nel governo, che aveva particolari problemi soprattutto sotto l’aspetto finanziario.
Durante il regno di Vespasiano, l’amministrazione finanziaria fu estremamente rigorosa. Questa politica però fu necessaria, poiché il suo predecessore Nerone aveva letteralmente esaurito le risorse finanziarie dello Stato.
Il nuovo imperatore richiese il pagamento delle imposte introdotte dal suo predecessore Galba e non ancora saldate e introdusse nuove tasse ancora più pesanti, aumentando i tributi sulle province e in alcuni casi raddoppiandoli.
Secondo le fonti antiche, ci furono anche episodi di saccheggi e rapine, soprattutto nelle zone particolarmente ricche. Inoltre, durante il suo regno, fu introdotta una nuova tassa sugli orinatoi, che da allora vennero chiamati “vespasiani” in suo onore.
La Lex de imperio Vespasiani.
Oltre alla sua politica oculata, Vespasiano è noto anche per la famosa “Lex de imperio Vespasiani”.
Questa legge, ancora oggi conservata su tavole in bronzo presso i Musei Capitolini di Roma, svincolava l’imperatore dall’approvazione giuridica del Senato Romano, rendendo la sua figura sostanzialmente indipendente e autonoma.
Alcuni storici ritengono che sia Vespasiano il vero fondatore dell’Impero Romano, almeno così come lo conosciamo.
Vespasiano riformò anche il Senato e tutto l’ordine equestre, promuovendo gli uomini più abili ed onesti e rendendo tutti questi organismi sempre più dipendenti dalla volontà e dagli ordini dell’imperatore.
Vespasiano decise anche che i senatori potevano essere ingiuriati, ma potevano ricambiare gli insulti come diritto civile e morale. Inoltre, cambiò lo statuto della Guardia pretoriana, arruolando solamente contingenti italici per aumentarne la fedeltà.
La riforma giudiziaria
Vespasiano, per far fronte al grande numero di contenziosi giudiziari, decise di intervenire con una riforma che prevedeva il sorteggio di alcuni giudici per risolvere le centinaia di vertenze tra i magistrati e restituire i beni trafugati durante la guerra civile.
Inoltre, il Senato decretò che ogni donna libera che si concedeva ad uno schiavo diventava anch’essa una schiava, con l’intento di limitare l’usanza delle matrone romane di avere rapporti con schiavi o persone di ceto sociale inferiore. Dopo Augusto, si può dire che Vespasiano fu il più grande “moralizzatore” dell’epoca romana.
Le opere pubbliche
Le opere pubbliche di Vespasiano sono state un elemento fondamentale del suo regno. In qualità di magistrato della censura, si è occupato di ampliare il pomerium, il confine sacro e inviolabile della città di Roma, e ha speso molte risorse per lavori pubblici e restauri assolutamente necessari.
Tra le sue opere più importanti ci sono la ricostruzione del Campidoglio e la costruzione di un nuovo foro, oltre all’anfiteatro Flavio, noto come Colosseo.
Inoltre, organizzò regolarmente banchetti per stimolare il lavoro dei piccoli imprenditori romani, contribuendo così alla crescita economica della città.
Vespasiano ha anche fatto ampliare importanti vie come l’Appia, Salaria e Flaminia e ha restaurato una colossale statua dell’imperatore Nerone posizionata nella Domus Aurea, convertendola nella rappresentazione del dio sole.
Grazie a queste opere, Vespasiano ha lasciato un’impronta indelebile nella storia di Roma e ha contribuito allo sviluppo della città e dell’intero impero romano.
La promozione della cultura sotto Vespasiano
Vespasiano favorì una rinascita culturale di Roma stanziando centomila sesterzi all’anno per sostenere il lavoro dei retori greci e latini, aiutare i poeti e i migliori artigiani.
Grazie ai suoi finanziamenti, ad esempio, venne restaurata la Venere di Coo, uno dei più importanti capolavori del suo tempo. Degna di nota è la figura di Marco Fabio Quintiliano, uno dei pensatori più influenti dell’epoca, che fu il primo insegnante pubblico a godere del favore imperiale.
Durante questo periodo, Plinio il Vecchio scrisse la sua opera più importante, “Naturalis Historia”, dedicata al figlio dell’imperatore Tito, che ancora oggi rappresenta una delle fonti più importanti sulla storia romana.
Tuttavia, durante il suo regno, Vespasiano fu costretto a perseguitare alcuni maestri della filosofia, in particolare quelli appartenenti alla corrente stoica e scettica, poiché si opponevano al suo regime.
In generale, alcuni filosofi che rimpiangevano i tempi della Repubblica furono colpiti tramite il ripristino di alcune leggi penali contro questa professione, considerata ormai obsoleta e pericolosa. Uno di loro, il filosofo Prisco, fu addirittura messo a morte perché aveva insultato in modo non troppo velato l’imperatore nelle sue opere.
L’organizzazione dell’esercito sotto Vespasiano
Vespasiano aveva l’arduo compito di migliorare l’esercito romano.
Innanzitutto si concentrò sul ripristino dell’antica disciplina militare per evitare future guerre civili. Prese, quindi, decisioni importanti: sciolse quattro legioni che avevano disonorato le proprie insegne per insubordinazione e ne creò tre nuove, dando ad alcuni legionari la possibilità di fare pubblica ammenda.
Decise anche di aumentare l’impiego delle truppe ausiliarie provinciali, al fine di aumentare il numero di potenziali cittadini romani che sarebbero stati poi arruolati.
Fece ricostruire numerose fortezze legionarie in pietra, posizionate strategicamente per aumentare la capacità difensiva dei confini dell’impero, soprattutto quello settentrionale.
Promosse un allenamento costante dei legionari, consapevole che l’ozio portava i soldati più facilmente a ribellarsi contro il loro generale. Inoltre, ridusse le corti pretoriane a nove, a parte la prima corte militare con dimensioni doppie rispetto alle altre.
La politica estera di Vespasiano: l’Oriente
Vespasiano fu il principale generale incaricato di soffocare la rivolta dei Giudei, nota come prima guerra giudaica. Suo figlio Tito, nel 70 d.C, conquistò Gerusalemme e distrusse il Tempio, ponendo fine alla guerra.
Vespasiano decise quindi di trasferire due legioni in Cappadocia per eliminare le ultime resistenze al governo romano. Inoltre, portò a Roma i leader ebraici Simone e Giovanni, trascinandoli in catene in un trionfo.
Dopo il trionfo congiunto di Vespasiano e Tito sui Giudei, il Tempio di Giano venne chiuso e Vespasiano regnò in pace per i restanti nove anni. Gli ebrei, tuttavia, non furono perseguitati durante il regno di Vespasiano né durante quello di Tito. Furono invece costretti a pagare il cosiddetto fiscus iudaicus, una tassa necessaria per poter continuare a praticare la propria religione.
La politica di Vespasiano in Occidente
Vespasiano dovette sedare una rivolta dei Batavi e consolidare le frontiere lungo il fiume Reno. Inoltre, affrontò un’invasione delle popolazioni sarmatiche dei Roxolani, che devastarono la provincia romana di Mesia. Vespasiano inviò il generale Rubrio Gallo, che fu in grado di punire gli invasori e costruire nuove fortificazioni.
Nel 69 d.C si verificarono nuove insurrezioni in Britannia, risolte dal governatore Quinto Petillio Ceriale. Nel frattempo, Gneo Giulio Agricola riprese la conquista dell’isola, riuscendo a sottomettere gli Ordovici nel 78 d.C.
Vespasiano intraprese anche una campagna in Germania, conquistando un nuovo territorio chiamato Agri Decumates. Il principale artefice di questa conquista pare fu il generale Cornelio Clemente, che ottenne diversi riconoscimenti per le sue imprese vittoriose in Germania. In questo periodo, vennero costruiti diversi forti romani in almeno dieci città germaniche.
Morte e successione
Vespasiano era assolutamente certo che i suoi successori sarebbero stati i suoi figli.
Le fonti antiche riportano che Vespasiano fece un sogno con una bilancia, dove da una parte vi erano gli imperatori Claudio e Nerone, e dall’altra lui stesso con i suoi figli. Questo significava che entrambe queste famiglie avrebbero regnato per 27 anni.
Dopo la sua morte, avvenuta il 23 giugno del 79 d.C, suo figlio Tito divenne immediatamente imperatore e nominò il fratello Domiziano come suo successore.
La rivolta di Nika è un episodio di violenza avvenuto nel 532 d.C, nella città di Costantinopoli.
Gli ultrà dell’ippodromo della squadra degli azzurri e dei verdi si erano ribellati al potere dell’imperatore Giustiniano I, ed erano dilagati in città, assaltando anche la basilica di Santa Sofia.
Giustiniano, completamente incapace di calmare la rivolta, era pronto a fuggire, ma sua moglie Teodora lo convinse a rimanere e con un trucco, assieme ai generali Narsete e Belisario, 35.000 tifosi vennero brutalmente massacrati, ponendo fine alla rivolta.
Le motivazioni della rivolta di Nika
All’alba del VI secolo dopo Cristo, Costantinopoli era la città più importante dell’intero mondo tardo antico, considerata l’erede di Roma.
Nella città le corse dei cavalli che si tenevano nell’ippodromo erano uno degli eventi sportivi più seguiti, ma in realtà la tifoseria rifletteva anche delle inclinazioni politiche.
Vi erano due squadre importanti: quella degli Azzurri e quella dei Verdi.
Gli Azzurri rappresentavano la fazione popolare della cittadinanza e appoggiavano l’imperatore in carica, Giustiniano I. Questi inoltre seguivano la dottrina religiosa del “diofisismo“, secondo la quale all’interno di Gesù Cristo convivevano serenamente sia la natura divina che quella umana.
Gli ultrà azzurri erano dei veri e propri delinquenti. Si distinguevano anche nell’abbigliamento perché portavano i capelli con un codino sulla cima, secondo la tradizione Unna, avevano baffi e barba secondo la moda persiana e giravano con grossi mantelli all’interno dei quali nascondevano pugnali e armi da taglio.
Questi si dedicavano a furti, rapine e stupri in tutta Costantinopoli. Molto spesso Giustiniano gli garantiva una sorta di impunità, dal momento che appoggiavano il suo governo.
Dall’altra parte, la fazione dei Verdi rappresentava gli aristocratici di Costantinopoli. Gli appartenti a questa tifoseria seguivano la dottrina religiosa del “monofisismo“, secondo la quale la natura umana di Cristo era stata assorbita da quella divina. Questi appoggiavano il deposto imperatore Anastasio I e i suoi nipoti. Anche loro erano dediti a delitti politici e a vendette personali.
Molto spesso Azzurri e Verdi si combattevano per le strade di Costantinopoli in una situazione di continuo pericolo e di impunità da parte dell’autorità centrale.
Nel frattempo, l’imperatore Giustiniano si era preso l’incarico di eseguire delle riforme legali importanti, ma la maggior parte dei suoi provvedimenti, soprattutto la riforma della Pubblica Amministrazione, risultava molto lenta ed inefficace. La sua era una gestione statale pessima e la strumentalizzazione degli Azzurri e dei Verdi non faceva che peggiorare la situazione.
Lo scoppio della rivolta di Nika
Lo scoppio della rivolta di Nika avvenne quando uno dei Prefetti di Giustiniano, Eudemone, fece arrestare sette ultras che si erano macchiati di omicidio, con lo scopo di dare loro una punizione esemplare.
L’11 gennaio del 532 d.C, nel sobborgo di Sika, gli ultras vennero impiccati pubblicamente. Alcuni di loro, però, riuscirono a fuggire in quanto il patibolo di legno si era rotto e si rifugiarono nella chiesa cristiana del quartiere di San Lorenzo, tallonati dai soldati di Giustiniano.
I capi degli ultras degli Azzurri e dei Verdi supplicarono Eudemone e quindi Giustiniano di salvare la vita ai sopravvissuti. Giustiniano, tuttavia, era impegnato in trattative diplomatiche con i Persiani e non dedicò abbastanza attenzione al caso, rifiutando le richieste degli ultras.
La tensione stava crescendo e il 13 gennaio del 532 l’imperatore Giustiniano e sua moglie Teodora passarono dal palazzo imperiale, immediatamente collegato con l’ippodromo, e si presentarono in tribuna di fronte alla popolazione.
Gli ultras cominciarono ad insultarli urlando “Nika! Nika!”, che significa “Vinci!”. Si trattava della classica esortazione nei confronti della propria squadra che, in quella situazione, incitò la folla ad un tumulto contro l’imperatore.
La violenza si diffuse nelle strade di tutta Costantinopoli, l’ippodromo fu invaso così come le vie circostanti e le prigioni della città. Anche la basilica di Santa Sofia, sede del Patriarca di Costantinopoli, fu invasa e danneggiata dai rivoltosi.
Il collasso della situazione
Nel bel mezzo della rivolta, Giustiniano iniziò ad ascoltare le richieste dei rivoltosi. Questi chiedevano le dimissioni di Giovanni di Cappadocia, prefetto del Pretorio e stretto collaboratore di Giustiniano, le dimissioni di Triboniano, un giurista ed alto funzionario accusato di farsi pagare il pizzo per dare giustizia ai cittadini, e del prefetto Eudemone che aveva arrestato e fatto impiccare i primi capi ultrà.
Credendo che questa mossa avrebbe calmato la popolazione, Giustiniano accettò le richieste e rimosse i tre personaggi dal loro incarico. Questo peggiorò solamente la situazione in quanto i rivoltosi capirono che vi erano sufficienti possibilità di prendere il potere.
La domenica del 18 gennaio, Giustiniano si presentò sulla tribuna dell’ippodromo con i vangeli in mano, cercando di calmare la folla, dicendo che tutto quanto era successo esclusivamente per colpa sua e che con l’aiuto di Cristo avrebbe potuto riportare la pace.
Ma i rivoltosi erano ormai fuori controllo e si recarono presso la casa di Ipazio, il nipote dell’imperatore Anastasio, proclamandolo nuovo imperatore al posto di Giustiniano. La violenza era ormai dilagata ovunque a Costantinopoli e Giustiniano fece caricare il tesoro reale sulle navi, pronto a salpare e scappare.
L’intervento di Teodora
Ed è in questo momento che entra nella storia la figura di sua moglie Teodora.
Donna di umilissime origini, era figlia di Acacio, custode dei cavalli per la squadra dei Verdi. La sua famiglia era andata in rovina ma aveva conosciuto il giovane Giustiniano e la loro era diventata una coppia molto unita.
Giustiniano aveva addirittura convinto il vecchio ex Imperatore a modificare la legge per permettere ad un uomo del suo lignaggio di sposare una donna di bassa estrazione.
Teodora pronunciò uno storico discorso nel quale si dichiarò disposta a morire come una regina nella sua città e che se non sarebbe scappata: la sua presa di posizione fece vergognare Giustiniano e i soldati della guardia reale.
Così, dopo aver rinunciato alla fuga, Giustiniano ed Teodora cambiarono strategia ed incaricarono il capo della guardia imperiale, Narsete, di cercare di calmare gli ultras della squadra degli Azzurri.
Solo, disarmato e con una borsa piena di oro, Narsete scese dal palazzo reale nell’ippodromo e si avvicinò agli azzurri, cercando di convincerli ad accettare il denaro, dicendo che Giustiniano li aveva sempre protetti e che era disposto a perdonarli se si fossero immediatamente tranquillizzati.
Ottenuta la collaborazione degli Azzurri, Narsete fece in modo che tutti gli ultras fossero nuovamente convogliati all’interno dell’ippodromo.
Proprio in quel momento, mentre Narsete resisteva nel palazzo reale con poche unità, era di ritorno dalla Persia il generale Belisario con il grosso dell’esercito.
Narsete e Belisario cinsero d’assedio l’ippodromo, irrompendo dalle quattro porte di entrata e circondando rapidamente gli ultrà, che furono colti completamente di sorpresa.
Fu una vera e propria strage di tifosi: 35.000 vittime vennero brutalmente uccise nel corso di ore di massacro.
Nella sanguinosa repressione trovò la morte anche Ipazio, che era stato eletto come nuovo imperatore dai rivoltosi. Dopo il contenimento della ribellione, Teodora si preoccupò personalmente del riassetto delle strade della città e della riparazione di Santa Sofia, che era stata gravemente danneggiata.
La strage di Nika rappresenta la più importante crisi politica di Costantinopoli nell’era dell’imperatore Giustiniano.
Le colonie romane erano porzioni di territorio, prevalentemente città, appena conquistate dall’esercito romano che venivano popolate da cittadini romani e che fungevano sia da avamposto per la difesa del territorio sia da punto di partenza per successive spedizioni militari di Roma.
Le colonie, il più delle volte costituite da una città e dalle campagne attorno, potevano essere sia centri urbani di nuova fondazione, organizzate sin dall’inizio secondo le tecniche della centuriazione romana, sia città appartenenti ad altri regni e recentemente conquistate che cambiavano status, diventando romane.
La fondazione di una nuova colonia, chiamata anche “Deduzione di una nuova colonia”, era caratterizzata dallo stanziamento di cittadini romani chiamati “Coloni”, secondo un processo guidato da tre magistrati, appositamente eletti.
Le colonie di diritto romano
Le colonie di diritto romano erano colonie nelle quali venivano trasferiti cittadini romani “Optimo jure”, ovvero a diritto pieno, che potevano godere di tutte le garanzie e i benefici della cittadinanza romana. Ogni capofamiglia riceveva un appezzamento di terreno da coltivare per sè e per la propria famiglia. I coloni romani stanziati in queste zone erano esentati dal servizio militare classico, ma erano tenuti a mobilitarsi per difendere personalmente la città in caso di pericolo esterno.
Queste colonie venivano gestite direttamente dal Senato romano e dai loro magistrati. Normalmente, le colonie di diritto romano erano più piccole e con meno cittadini, fondate spesso sul suolo italico e soprattutto sulle coste della penisola.
Le colonie di diritto latino
Le colonie di diritto latino erano sempre territori e città controllati da Roma ma venivano abitate da coloni che non erano cittadini romani “Optimo Jure”, e che godevano solamente di alcuni benefici relativi al matrimonio e al commercio, regolati dal diritto romano.
Queste colonie avevano una maggiore autonomia rispetto a quelle di diritto romano dal momento che disponevano di un proprio Senato e di un consiglio cittadino indipendente che eleggeva in autonomia i magistrati. Alcune colonie latine, soprattutto quelle più fedeli, potevano anche battere una propria moneta.
Ciò permetteva alle colonie di diritto latino di regolarsi e di gestirsi in maniera più rapida e indipendente rispetto a Roma. Il reale legame con Roma era rappresentato dalla fornitura, in caso di necessità, di un contingente di soldati il cui ammontare dipendeva dalla popolazione.
Le prime colonie romane e le colonie più importanti
Le prime colonie di Roma furono stabilite intorno al 752 a.C. ad Antemnae e Crustumerium, entrambe nel Lazio, secondo quanto riportato da Livio. Altre colonie furono fondate a Signia nel VI secolo a.C., Velitrae e Norba nel V secolo a.C. e Ostia, Antium e Tarracina alla fine del IV secolo a.C.
La prima colonia romana al di fuori dell’Italia fu probabilmente Italica in Hispania, fondata nel 206 a.C. da Publio Cornelio Scipione durante la seconda guerra punica. Nell’Impero, le colonie divennero grandi centri per l’insediamento di veterani dell’esercito, specialmente nell’Africa nord romana, che aveva la maggiore densità di colonie romane per regione nell’Impero, e dove la popolazione italica costituiva più di un terzo della popolazione totale durante il II secolo d.C.
Alcune colonie assunsero una importanza strategico militare rilevante:
Aquileia, fondata nel 181 a.C. nel territorio dei Galli, serviva da avamposto per controllare il nord-est dell’Italia e le rotte commerciali verso il Danubio e i Balcani. Aquileia fu anche una base per le campagne militari contro i barbari e resistette a un lungo assedio degli Unni nel 452 d.C.
Cartagine, rifondata nel 122 a.C. da Gaio Tiberio Gracco come Colonia Iunonia, era la prima colonia romana fuori dall’Italia. Cartagine era situata in una posizione strategica sul Mediterraneo, vicino alle ricche province dell’Africa e della Spagna.
Londinium, fondata nel 43 d.C. dopo la conquista della Britannia da parte di Claudio, era la capitale della provincia e il principale porto commerciale dell’isola. Londinium era collegata al resto dell’impero da una rete di strade e ponti, tra cui il famoso ponte sul Tamigi.
Antiochia, fondata nel 300 a.C. da Seleuco I Nicatore, fu annessa a Roma nel 64 a.C. da Pompeo. Antiochia era la terza città più grande dell’impero, dopo Roma e Alessandria, e la capitale della provincia di Siria.
Colonia Claudia Ara Agrippinensium, fondata nel 50 d.C. da Claudio come colonia di diritto romano, era la capitale della provincia della Germania Inferiore e una delle più grandi città a nord delle Alpi. Derivava dall’antica fortezza legionaria costruita da Agrippa nel 38 a.C. e ampliata da Druso e Tiberio.
Augusta Treverorum, fondata nel 16 a.C. da Augusto come colonia di diritto latino, era la capitale della provincia della Gallia Belgica e la sede del governatore. Augusta Treverorum era situata in una posizione strategica sul fiume Mosella, vicino al confine con la Germania libera.
Mogontiacum, fondata nel 13 a.C. da Druso come accampamento militare, divenne una colonia di diritto latino nel 89 d.C. sotto Domiziano. Mogontiacum era la capitale della provincia della Germania Superiore e la sede del governatore. La città fu importante per la sua posizione strategica sul fiume Reno, punto di partenza per le campagne militari contro i Germani.
La battaglia di Gaugamela, avvenuta nel 331 a.C, è stato il più grande trionfo di Alessandro Magno, che sul campo, grazie ad una tattica innovativa e spericolata, ha battuto il re persiano Dario III.
Dopo le prime vittorie e la conquista della regione costiera della Fenicia e dell’Egitto, Alessandro Magno attaccò il cuore dell’Impero Persiano arrivando allo scontro diretto con Dario III presso la cittadina di Gaugamela.
Pur in netta inferiorità numerica, grazie ad una saggia disposizione dei suoi uomini e ad un attacco diretto contro l’avversario, Alessandro Magno vinse lo scontro, conquistando tutta la parte occidentale dell’Impero Persiano.
L’invasione di Alessandro della Persia e le trattative con Dario III
Dopo essere dilagato nei Balcani, Alessandro Magno aveva avviato una conquista su vasta scala, battendo uno dopo l’altro i generali nemici.
La prima grande vittoria si era verificata nella battaglia del fiume Granico (334 a.C), dove Alessandro aveva sconfitto i satrapi persiani, dimostrandosi un condottiero straordinariamente capace e dotato.
Il secondo grande appuntamento si era verificato l’anno dopo, nel 333 a.C, presso la città di Isso, alle porte dell’Asia minore, dove Alessandro Magno aveva sfidato il re persiano Dario III in persona: con una straordinaria carica di cavalleria, guidata personalmente, Alessandro aveva provocato il collasso del suo avversario e umiliato i Persiani.
Dopo questa vittoria, Alessandro pareva inarrestabile: in pochi mesi, il generale macedone aveva conquistato tutta la fascia costiera della Fenicia, ottenendo la capitolazione di una città dopo l’altra, fino a conquistare Tiro, l’antica capitale dei Fenici.
Alessandro si era spinto fino in Egitto, dove si era fatto proclamare faraone.
Al termine di questa prima fase di conquista, costellata da vittorie, il generale macedone decise di muoversi verso l’interno per completare la conquista della Persia.
Secondo diverse fonti, è in questa fase del conflitto che Dario III cercò di ottenere la pace tramite la diplomazia. Sono stati riportati sostanzialmente tre tentativi di mediazione: nel primo, proprio all’indomani della battaglia di Isso, Dario III avrebbe offerto ad Alessandro, tramite i suoi emissari, un cospicuo riscatto per i prigionieri che era riuscito a catturare, chiedendogli di ritirarsi dalle sue zone e di ritornare in Macedonia.
Alessandro, all’indomani di una grande vittoria, rifiutò sdegnosamente.
Nel secondo tentativo, Dario cercò di convincere l’avversario tramite condizioni più vantaggiose: egli propose il matrimonio con una delle sue figlie e si dimostrò disposto a cedere una parte del suo regno, probabilmente tutte le zone ad ovest del fiume Halys, sperando di calmare così l’ambizione dell’avversario.
Ma ancora una volta, Alessandro Magno declinò l’invito di Dario III, deciso a proseguire la conquista dell’Impero Persiano.
Il terzo ed ultimo tentativo fu, per la sua estrema generosità, il più pericoloso per il proseguio della campagna: Dario III offrì ad Alessandro tutti i territori ad ovest del fiume Eufrate, il co-governo dell’intero impero achemenide, e rinnovò la proposta di sposare una delle sue figlie. Infine, la proposta di Dario III contemplava il pagamento di 30.000 talenti d’argento.
Le offerte di Dario III furono questa volta talmente invitanti da portare uno dei suoi generali, Parmenione, a prendere in seria considerazione l’ipotesi di accettare.
Secondo le fonti antiche, Parmenione avrebbe detto testualmente: “Se fossi Alessandro, accetterei”. E Alessandro avrebbe risposto: “Anch’io accetterei, se fossi Parmenione“.
Alcune fonti riferiscono che in occasione di questa terza offerta, Alessandro abbia contraffatto le lettere inviate da Dario III, modificandone il contenuto e il tono per renderle inaccettabili ai suoi generali e per essere sicuro che non avrebbe subito ulteriori pressioni per accettarle.
Fu così che la campagna di conquista dell’Impero Persiano da parte di Alessandro Magno proseguì senza intoppi.
Il superamento dell’Eufrate e del Tigri
Alessandro attraversò con poche difficoltà il fiume Eufrate.
Alchè si presentò per lui una scelta importante, che riguardava la direzione da imboccare: Alessandro avrebbe potuto guidare il suo esercito direttamente a sud contro la città di Babilonia, oppure scegliere un percorso più articolato, che prevedeva prima di salire a settentrione per poi costeggiare e superare delle alture e scendere successivamente verso la capitale persiana.
Il primo percorso, più diretto, era certamente più breve ma anche più difficile per i suoi soldati: il caldo micidiale che caretterizzava il territorio avrebbe messo alla prova i suoi. Inoltre, il terreno piuttosto brullo avrebbe complicato il rifornimento di cibo.
La seconda via, sebbene più lunga, sarebbe stata però più praticabile. Alessandro scelse il secondo percorso, facendo incamminare il proprio esercito verso il fiume Tigri.
Gli storici hanno notevolmente dibattuto sulla scelta di Alessandro e sul comportamento di Dario III. Secondo alcuni, il re persiano avrebbe dovuto osteggiare maggiormente il percorso del nemico, mentre secondo altri il suo comportamento fu saggio, dal momento che, lasciando che il macedone imboccasse la strada più lunga, ottenne tempo prezioso per organizzare il suo esercito.
L’unico ad opporre una certa pressione ad Alessandro fu uno dei satrapi di Dario, Mazeo. Egli fece uso della tecnica della terra bruciata, dando fuoco ai raccolti e alle città da cui i macedoni potevano rifornirsi.
Effettivamente, l’esercito di Alessandro si trovò in difficoltà, soprattutto per l’approvvigionamento.
Altro elemento sorprendente: nessun esercito si presentò per cercare di ostacolare il superamento del fiume Tigri. Anche qui, gli storici cercano di interpretare le mosse persiane.
L’ipotesi più accreditata è che i Persiani non ritenevano Alessandro in grado di guadarlo facilmente a causa delle forti correnti, e qualsiasi iniziativa per fermarne il percorso sarebbe stata presa in contropiede.
Comunque sia andata, Alessandro sorprese tutti e riuscì a presentarsi sulla sponda orientale del Tigri con pochissima difficoltà e con un esercito sostanzialmente intatto.
Fu proprio in questa fase della campagna che si sarebbe verificata un’eclissi totale di luna, che avrebbe sorpreso l’esercito di Alessandro mentre era in cammino.
Alessandro interrogò immediatamente il suo indovino preferito, Aristandro, il quale diede un’interpretazione positiva del segno celeste. Il condottiero macedone compì immediatamente sacrifici agli dei del cielo e della terra e proseguì fiducioso la campagna.
Mentre l’esercito macedone era intento a marciare sulla sponda orientale del fiume, proseguendo verso sud, una delle sue avanguardie, composta da cavalleria, si incontrò fortuitamente con unità di esplorazione persiane. Ne nacque subito uno scontro furibondo, dove i macedoni ebbero quasi subito la meglio.
I soldati persiani catturati e costretti a confessare riferirono che il loro re stava preparando un enorme esercito nei pressi della città di Gaugamela.
Nei quattro giorni successivi, le avanguardie macedoni continuarono a battere il territorio, utilizzando le informazioni estorte ai prigionieri: l’obiettivo principale era quello di comprendere la quantità di soldati a disposizione di Dario III e le unità di cui disponeva.
Alcune spie macedoni si resero rapidamente conto che l’esercito di Dario era straordinariamente superiore in numero e ritornarono all’accampamento preoccupati, innescando un consiglio di guerra carico di tensione.
Il generale Parmenione, quasi un vice di Alessandro, suggerì di eseguire un attacco notturno per cogliere il nemico di sorpresa e ridurre il numero dei soldati a sua disposizione. Alessandro però avrebbe risposto: “Non ruberò la vittoria: voglio vincere il mio avversario sul campo”, confermando la sua indole guerriera e il suo proposito di vincere Dario III in un combattimento leale.
I due eserciti si incontrarono qualche giorno dopo presso la città di Gaugamela, un territorio favorevole all’esercito di Dario.
La battaglia di Gaugamela: la disposizione dei persiani
Dario poteva contare su un esercito che andava dai 100 ai 150.000 soldati, di cui 56.000 fanti, 35.000 cavalieri, 200 carri falcati e quindici elefanti.
Inoltre, il terreno era particolarmente favorevole alle manovre della sua cavalleria, anche perchè il sovrano aveva fatto sgomberare il campo da arbusti e massi che potessero intralciare la corsa dei suoi carri.
Dario si posizionò al centro dello schieramento, com’era abitudine per i sovrani persiani. Alla sua destra e alla sua sinistra si trovavano le unità di immortali, le guardie del re, pronte a difenderlo con la vita. In una seconda linea davanti a lui, delle eterogenee unità di soldati: i cavalieri Carii, provenienti dalla Caria, una regione dell’Anatolia occidentale, dei mercenari greci e delle guardie persiane a cavallo.
In una terza fila, sempre davanti a Dario, venne disposta la cavalleria indiana. Questo costituiva il centro dell’esercito persiano.
Immediatamente sulla destra, due unità di fanteria del Caucaso: si trattava di soldati di fanteria ben addestrati ed equipaggiati, che costituivano una sorta di cerniera di collegamento tra il centro e l’ala destra dell’esercito di Dario.
L’ala destra era composta da cavalieri Medi, Parti e Siriani direttamente ai comandi del satrapo Mazeo. Davanti a loro, due ulteriori unità di cavalleria d’avanguardia composte da cappadoci e armeni.
Sull’ala sinistra, un altro contingente di cavalleria guidato dal satrapo Besso: si trattava di cavalieri Sciiti, Battriani e Persiani.
Di fronte a tutta la grande disposizione di Dario III vennero posizionate quattro unità speciali: un gruppo di carri falcati della Scizia posizionati davanti alla fanteria caucasica, altre due unità simili davanti alla cavalleria indiana e un’altra ancora che stazionava davanti ai mercenari greci, quelli più vicini a Besso.
Infine, davanti alla cavalleria indiana e fra le due unità di carri, i 15 elefanti.
La battaglia di Gaugamela: la disposizione di Alessandro
Alessandro si trovava in netta inferiorità numerica: il suo esercito contava al massimo 40.000 fanti e poco più di 7.000 cavalieri. Il condottiero macedone doveva quindi economizzare lo spazio e puntare tutto sulla tattica.
Egli decise di schierare al centro la falange macedone. Lui stesso si posizionò sull’ala destra, accompagnato sia dagli Etèri, cavalieri che costituivano la sua guardia personale, sia da altre quattro unità di cavalleria leggera.
Tra la falange centrale e l’ala di cavalleria di Alessandro furono disposti gli Ipaspisti, dei soldati di fanteria pesante.
Sulla sinistra, subito a fianco della falange, un’altra unità di cavalleria e infine, a costituire l’ala sinistra vera e propria, altre quattro unità di cavalleria, al comando di Parmenione.
Dalla disposizione macedone si evinceva subito la volontà di compensare l’inferiorità numerica. L’esercito di Dario si estendeva per ben 4 km, mentre quello di Alessandro era lungo esattamente la metà.
Dal momento che l’accerchiamento era un pericolo molto più che reale, le due cavallerie di Alessandro furono disposte a riga sfalsata, ovvero leggermente oblique, proprio per cercare di prevenire movimenti nemici sui fianchi. Inoltre, nel retro dell’esercito, Alessandro posizionò una seconda falange di riserva, da impiegare contro eventuali contingenti persiani che fossero giunti alle spalle.
La battaglia di Gaugamela: le mosse iniziali
Alessandro diede ordine alla falange centrale di muovere contro il nemico. I falangiti macedoni iniziarono quindi la loro marcia, ma il loro cammino era leggermente inclinato verso destra di 45 gradi, sia per confondere l’avversario sia per portare l’esercito di Dario in un territorio non più adatto all’utilizzo dei suoi carri.
Tutto era concepito per costringere Dario ad attaccare.
Dario diede quindi ordine agli elefanti e ai carri di caricare la falange. Ma questa, adeguatamente istruita da Alessandro, aveva elaborato un metodo innovativo per neutralizzare queste pericolose unità.
Mentre i carri e gli elefanti si avvicinavano, alcune porzioni della falange iniziarono a retrocedere volontariamente, creando dei buchi all’interno dello schieramento. Sia i cavalli che gli elefanti, piuttosto che attaccare un muro di lance, preferirono naturalmente inserirsi all’interno di questi spazi.
Una volta attirate in trappola, le unità che avevano indietreggiato eseguirono una controcarica, appoggiate da lancio di frecce e giavellotti. Intrappolati in questi varchi, sia i carri che gli elefanti vennero completamente circondati.
In questo modo Alessandro aveva trovato il metodo più efficace per disinnescare una delle armi più pericolose dell’esercito persiano.
Nel frattempo Alessandro decise di spostarsi verso destra con tutta la sua cavalleria. Il suo obiettivo era costringere il suo diretto avversario, Besso, a staccarsi dal centro dell’esercito di Dario per inoltrarsi in un territorio poco adatto alle sue unità.
Le mosse per Besso erano obbligate: non potendo permettere ad Alessandro di caricarlo sul fianco, fu costretto, proprio come voleva il nemico, a staccarsi da Dario e ad avventurarsi sempre più sulla destra. Arrivato al confine del terreno preparato prima dello scontro, Besso diede ordine ai suoi soldati di attaccare. Egli contava nuovamente sulla superiorità numerica: così Besso ed Alessandro vennero allo scontro diretto.
Sulla sinistra, la cavalleria guidata da Mazeo caricò quella avversaria: nuovamente in inferiorià numerica, la situazione di Parmenione si dimostrò da subito particolarmente complessa.
La mossa geniale di Alessandro
La situazione era in bilico: la parte centrale dell’esercito macedone era riuscita a resistere all’attacco persiano e Alessandro aveva spinto Besso esattamente dove voleva. Ma la cavalleria del macedone era pur sempre in grande inferiorità numerica e anche sulla sinistra Parmenione appariva sempre più in difficoltà.
La svolta si verificò nella parte centrale dell’esercito.
La cavalleria indiana decise di attaccare la falange centrale: i cavalieri, dopo una prima carica, videro che le sarisse avversarie erano troppo pericolose per i loro cavalli e decisero di tornare parzialmente indietro.
Alchè, la fanteria caucasica caricò la falange, sostituendosi alla cavalleria indiana, che si limitò a rimanere immediatamente dietro.
Questo movimento nella parte centrale dell’esercito impegnò tuttavia la quota principale delle forze di Dario III. Alessandro, finalmente, individuò la vulnerabilità nell’esercito avversario che cercava da tempo.
Il contingente centrale che difendeva Dario, infatti, era rimasto completamente scoperto.
Alessandro diede ordine alla parte della falange centrale che non era impegnata contro la fanteria caucasica di attaccare la guardia speciale di Dario III. Lui stesso, sottraendo cavalieri allo scontro con Besso, caricò personalmente il re avversario, contando sul fatto che, preso dal panico, avrebbe abbandonato il campo e provocato il collasso del suo contingente.
La falange e Alessandro attaccarono Dario III, che si ritrovò rapidamente circondato. Gli immortali lo difesero a costo della vita, ma parve chiaro che la mossa di Alessandro era stata imprevista e devastante.
Secondo alcune fonti, gli immortali dissero a Dario III di “prepararsi a sfoderare la spada” per difendersi personalmente.
A questo punto non siamo certi di cosa sia successo. Secondo alcuni, Dario III si sarebbe spaventato e avrebbe deciso di abbandonare il campo di battaglia per non perdere la vita; secondo altri, furono i suoi soldati a tradirlo e a decidere di allontanarsi.
Comunque sia andata, Dario III con i suoi fedelissimi si allontanò dal campo. In questo modo, anche la falange di riserva, anziché essere impiegata contro Alessandro, preferì abbandonare lo scontro.
Il resto dell’esercito persiano venne disarticolato di conseguenza.
La parte di fanteria caucasica ancora impegnata contro la falange macedone, vedendo il ritiro dei loro, decise di lasciare il campo. Anche Besso, nonostante il vantaggio sui residui della cavalleria macedone, si allontanò.
Alessandro, chiaro vincitore era intenzionato ad inseguire Dario III per catturarlo.
Il suo proposito venne però fermato dal richiamo disperato di Parmenione, che attraverso alcuni messaggeri, fece sapere ad Alessandro che era sul punto di essere completamente annientato con i suoi soldati.
Con enorme disappunto, Alessandro fu costretto ad interrompere l’inseguimento di Dario e ad attaccare alle spalle la cavalleria di Mazeo.
Allo stesso modo, un contingente di cavalleria indiana, che era riuscito a bucare la falange macedone, aveva raggiunto il fondo del campo di battaglia e aveva attaccato l’accampamento per saccheggiarlo.
Delle rimanenti unità di Alessandro, benché con significative perdite, attaccarono la cavalleria indiana e la misero in fuga.
Le conseguenze della battaglia e la morte di Dario III
Alessandro Magno aveva vinto la battaglia di Gaugamela, superando il grande numero dell’esercito avversario con una capacità tattica straordinaria e con un movimento totalmente imprevisto che aveva fatto breccia nel morale del nemico.
Le conseguenze della battaglia di Gaugamela si possono riassumere nel completo collasso dell’Impero Persiano.
Questo era ormai diviso tra la parte occidentale, nelle mani di Alessandro, e quella orientale, difesa da Dario III. Alessandro si mise immediatamente all’inseguimento di Dario, ancora intenzionato a catturarlo personalmente.
Dario III avrebbe voluto muoversi ancora più verso Oriente, in un terreno sempre più difficile per l’esercito macedone. Forse, per organizzare un nuovo contingente da opporre all’avversario.
Tuttavia, i generali di Dario III avevano completamente perso fiducia nelle sue capacità. In particolare, Besso e un altro consigliere persiano di nome Nabarzane, organizzarono un colpo di stato per detronizzarlo.
Nonostante questi fu avvisato per tempo delle trame contro di lui, Dario sapeva che il suo destino era segnato. Besso e Nabarzane lo arrestarono e incatenarono ad un carro trainato da buoi trascinandolo per chilometri.
Dario III morì nell’ignominia e nella vergogna.
Gli storici fanno coincidere spesso la morte di Dario III con la fine dell’Impero Persiano e del glorioso regno Achemenide.
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