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I miti su Nerone: dall’incendio di Roma al rapporto con la madre

Traduzione e adattamento di Fabio Saverio Gatto

Se dovessimo pensare a una figura che incarna la decadenza, la distruzione e la dissolutezza dell’antica Roma, il nome di Nerone sarebbe probabilmente il primo a venire in mente a molti.

Salito al potere nel 54 d.C. a soli 16 anni, Nerone nei successivi 14 anni si macchiò di crimini efferati: assassinò le sue due mogli, sua madre e sua zia. La sua vita privata fu altrettanto scandalosa, con matrimoni con due uomini diversi e relazioni incestuose con sua madre e una Vestale.

Ma le scappatelle sessuali e gli omicidi non furono le uniche occupazioni del giovane imperatore. La tradizione popolare gli attribuisce anche l’incendio di Roma, descrivendolo mentre suonava (o armeggiava con uno strumento musicale) mentre la città era in fiamme. Per distogliere i sospetti da sé, Nerone incolpò poi i cristiani. L’immagine del capriccioso e folle Nerone è stata immortalata in film e serie TV come Quo Vadis e Io, Claudio, senza dimenticare il software per computer Nero Burning ROM.

Ma quanto c’è di vero nelle storie che alimentano la nostra immagine popolare dell’imperatore Nerone? Vorremmo fare chiarezza su due dei malintesi più diffusi sul suo regno: la sua presunta responsabilità nell’incendio di Roma e la sua relazione incestuosa con la madre, Agrippina Minore.

Queste narrazioni si trovano nelle fonti storiche antiche (tutte risalenti almeno a una generazione dopo la morte di Nerone), ma è fondamentale non considerarle verità assolute. Infatti, le stesse fonti le presentano come voci, non come fatti accertati.

Nerone incendiò Roma?

Già nell’antichità Nerone era accusato di essere un incendiario, con voci sul suo coinvolgimento nel Grande Incendio di Roma del 64 d.C. riportate da Tacito, Cassio Dione e Svetonio nella loro biografia di Nerone. Nonostante la maggior parte degli studiosi moderni concordi nell’escludere la responsabilità di Nerone, la moderna “macchina del gossip” (rappresentata da Internet) sembra riluttante ad assolverlo completamente.

Solitamente vengono addotte due ragioni per spiegare perché Nerone avrebbe incendiato Roma. La prima lo descrive come un folle megalomane che distrusse la città semplicemente per dimostrare il suo potere. Svetonio racconta un aneddoto in cui, a un uomo che diceva “Quando sarò morto, possa la terra essere consumata dal fuoco!”, l’imperatore rispose con un arrogante “No, finché vivo io!”.

La seconda motivazione spesso citata è che Nerone desiderava ricostruire Roma secondo i suoi progetti, che includevano una sfarzosa nuova residenza per sé, la “Casa Dorata” (Domus Aurea). Un mito moderno vuole che questo nuovo palazzo fosse costruito esclusivamente per ospitare feste e orge.

Analizzando attentamente le fonti storiche, l’unica prova che accusa Nerone di aver appiccato l’incendio di Roma deriva da voci e dicerie. Lo stesso storico Tacito lo ammette: “Sebbene Nerone si trovasse fuori città quando scoppiò il rogo, si diffuse la voce che l’imperatore avesse cantato della distruzione di Troia dal palco del suo palazzo.

Cassio Dione descrive il caos nelle strade mentre l’incendio divampava, con la gente che correva in preda al panico, chiedendosi l’un l’altro come fosse potuto accadere. In una situazione così disperata, priva di fonti di informazione affidabili, è facile comprendere come abbiano potuto diffondersi tali voci.

Nerone commise incesto con sua madre?

Nerone, oltre a una reputazione immeritata di incendiario, si è visto affibbiare anche quella di incestuoso depravato. Le sue presunte relazioni sessuali con la madre Agrippina gli hanno garantito un posto in classifiche delle “perversioni sessuali più estreme dei Romani” e in articoli di cronaca sul suo “palazzo del piacere”. Tuttavia, come per l’incendio di Roma, questa immagine di Nerone si basa esclusivamente su antiche voci, non su fatti accertati.

Il popolo romano amava particolarmente speculare sulla vita sessuale dei propri imperatori. Un aneddoto narra di Nerone e sua madre trasportati per Roma in una lettiga con l’imperatore che sarebbe uscito con macchie sospette sui vestiti. Immediatamente, iniziarono a circolare pettegolezzi sul fatto che la coppia avesse fatto ben più che discutere di legislazione imperiale dietro quelle tende.

A rendere la situazione ancora più scandalosa, l’imperatore si prese un’amante che era la copia esatta di sua madre, un evento che fece infiammare il gossip in tutta Roma.

Queste osservazioni possono essere interpretate come reazioni a una situazione politica inusuale. Nerone aveva solo sedici anni quando fu proclamato imperatore, e sua madre Agrippina assunse un ruolo dominante come tutrice, nominando persone a lei fedeli in posizioni chiave. La sua notevole influenza è testimoniata da monete dell’epoca che ritraevano sia l’imperatore che sua madre sul lato principale, suggerendo una parità di potere tra i due.

Secondo Cassio Dione, la posizione senza precedenti di Agrippina alimentò continue speculazioni a Roma, poiché la mancanza di informazioni precise sugli affari interni al palazzo portava alla diffusione di voci. Queste voci erano spesso basate su pregiudizi culturali radicati: nella società romana, si riteneva che una donna potesse esercitare il potere politico solo attraverso mezzi ingannevoli o immorali.

Una voce particolarmente insistente si diffuse quando Agrippina iniziò a perdere influenza su Nerone, che mostrava una crescente attenzione verso la sua affascinante cortigiana Poppea Sabina. Secondo questa diceria, Agrippina, vestita in modo sfarzoso, si offrì a suo figlio mentre lui giaceva in stato di ebbrezza dopo un lungo pranzo abbondantemente innaffiato dall’alcol.

Cassio Dione osservò:

«Non sono certo se questo episodio sia realmente accaduto o se sia stato inventato per calunniare i personaggi coinvolti.»

Il fatto che i nostri storici antichi mettano in dubbio questi racconti dovrebbe farci riflettere.

Lo scopo delle voci

Studi sociologici sulle voci hanno dimostrato che queste tendono a svilupparsi quando le persone non hanno accesso a informazioni chiare per interpretare gli eventi in corso. La voce secondo cui Nerone incendiò Roma può essere vista come un tentativo di dare un senso a una situazione confusa e traumatica, in cui circolavano poche o nessuna informazione ufficiale sugli eventi reali.

La vista della Domus Aurea in costruzione poco dopo l’incendio, senza dubbio, alimentò le voci, puntando il dito contro l’imperatore. Lo stesso vale per la presunta relazione incestuosa di Nerone con sua madre. Le storie su questa relazione si diffusero come un modo per spiegare sia lo straordinario potere e la preminenza di Agrippina, sia la sua successiva caduta in disgrazia.

Le nostre fonti antiche chiariscono di riportare voci e insinuazioni. Svetonio, il biografo di Nerone, riferisce che si pensava semplicemente che l’imperatore desiderasse sua madre, ma fu dissuaso dal dare seguito a questi sentimenti. Allo stesso modo, Tacito rivela che, mentre alcuni credevano alla voce dell’incendio appiccato da Nerone, altri non la ritenevano credibile.

Se i nostri autori antichi erano consapevoli della natura di queste storie come semplici voci, perché le hanno comunque riportate? Ci sono diverse ragioni. Innanzitutto, esisteva una tradizione consolidata nella storiografia antica di presentare versioni multiple degli eventi, lasciando al lettore la libertà di formarsi un’opinione propria. In secondo luogo, queste storie avevano un forte elemento di intrattenimento: è importante ricordare che queste narrazioni e biografie erano pensate per il piacere dei loro lettori.

Infine, le voci piccanti svolgevano una funzione politica. La vita sessuale di un imperatore non era considerata un semplice pettegolezzo per il popolo, ma si credeva che le sue azioni private riflettessero la qualità del suo governo. Le voci, anche se infondate, contribuivano a delineare le aspettative di un buon imperatore nella mente dei lettori.

Motivazioni leggermente diverse spiegano la diffusione di queste voci su Nerone come fatti accertati nel mondo moderno. Sono piacevoli e divertenti da leggere, e fanno leva sui nostri preconcetti culturali riguardo all’antica Roma e ai suoi imperatori, spesso visti come corrotti e moralmente decadenti.

Ma forse, ancora più significativamente, queste storie ci permettono di creare una distanza morale tra noi e i nostri antenati. Rendere il passato strano e incomprensibile ci aiuta a ignorare che gli stessi problemi persistono ancora oggi.

Graffiti medievali nelle chiese inglesi. Che significato nascondono?

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Di Riccardo Troiano

Non solo affreschi sbiaditi e vetrate colorate, ma un tesoro inaspettato: graffiti medievaliincisioni silenziose che svelano le vite, le credenze e le paure della gente comune del Medioevo.

Un progetto di ricerca sta portando alla luce questi scarabocchi dimenticati, offrendo una prospettiva inedita sulla storia sociale e religiosa dell’epoca.

Il “Medieval Graffiti Survey” (MGS), nato nel Norfolk nel 2010 ed esteso in seguito alle contee limitrofe di Lincolnshire e Suffolk, è il progetto pionieristico che ha portato alla luce una tradizione nascosta: quella dei graffiti medievali.

L’obiettivo dell’MGS è quello di documentare fotograficamente la vasta gamma di incisioni e scarabocchi presenti all’interno delle chiese medievali, creando un archivio digitale accessibile a studiosi e appassionati.

Guidato dall’archeologo Matthew Champion, l’MGS ha coinvolto centinaia di volontari che hanno esaminato minuziosamente numerose chiese, scattando migliaia di fotografie e catalogando un’incredibile varietà di simboli, figure e iscrizioni.

Tra il 2010 e il 2012, oltre cento volontari del NMGS hanno esaminato a fondo più di duecento chiese nel Norfolk, ispezionandone parzialmente altre quaranta e scattando oltre cinquemila fotografie, come riportato sul sito web del progetto.

Il NMGS ha prodotto diversi articoli e tenuto numerose conferenze sui lavori e sui risultati ottenuti. Recentemente, ha ampliato le sue operazioni alla vicina contea di Suffolk, dove è conosciuto come il Suffolk Medieval Graffiti Survey. È grazie agli sforzi del NMGS e dei suoi progetti collegati che l’argomento dei graffiti medievali ha ricevuto così tanta attenzione negli ultimi mesi, e la maggior parte delle informazioni disponibili sull’argomento deriva direttamente da questo lavoro.

Un tesoro di simboli e significati

La varietà dei graffiti medievali è sorprendente. Tra le categorie più comuni si trovano disegni curvilinei tracciati con un compasso, raffigurazioni di navi, simboli a forma di doppio “V” (che si pensa si riferiscano alla Vergine Maria), croci di vario stile e figure di vario genere, nodi di Salomone, segni di muratori e mercanti, stemmi araldici, pentagrammi (che si ritiene avessero una funzione protettiva), iscrizioni testuali in inglese e latino, elementi architettonici tipici della progettazione e costruzione della chiesa in cui appaiono, figure umane e animali.

Altre fonti aggiungono una figura di “re di paglia” in una chiesa del Lincolnshire, meridiane o “orologi solari” (che potrebbero essere stati utilizzati per indicare l’ora della prossima messa), mani, scudi, crittogrammi, preghiere, mulini a vento, note musicali e nomi.

Il significato di questi simboli è ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi. Alcune teorie suggeriscono che i graffiti rappresentino una forma di preghiera e che l’atto stesso di creare i graffiti fosse un modo di pregare, una “pietà laica”, come la definisce Champion.

Alcune iscrizioni e altri simboli sono stati interpretati come invocazioni alla divinità, e Champion ha ipotizzato che le piccole immagini di navi potessero essere suppliche per le imbarcazioni scomparse o ringraziamenti per quelle che erano tornate sane e salve.

Al contrario, le iscrizioni che riportano nomi scritti al contrario potrebbero rappresentare un tentativo di maledire la persona nominata. Un’altra teoria influente attribuisce ai pentagrammi, ai nodi di Salomone (un motivo decorativo intrecciato) e ai simboli tracciati con il compasso una funzione apotropaica, o propriamente di “trappole per demoni”, destinate a respingere il male.

Secondo Champion, “si credeva che i demoni, che vagavano per la terra, fossero piuttosto stupidi. Erano attratti dalle cose brillanti e luccicanti e, se si imbattessero in una linea, la loro stupidità e curiosità li avrebbe spinti a seguirla fino alla fine”.

Sebbene Champion attribuisca questa credenza all’“incredibile superstizione della chiesa medievale”, altri studiosi, come Brian Porter, direttore dello studio di ricerca del Lincolnshire, considerano questi segni come indicatori di antiche credenze pagane. Egli cita specificamente un “uomo di paglia” nella Cranwell Parish Church del Lincolnshire come una rappresentazione di un simbolo pagano di fertilità. Champion, tuttavia, si mostra dubbioso, affermando di non aver ancora incontrato un “vero simbolo pagano”.

Va notato che alcune incisioni avevano una funzione più pratica. Le immagini architettoniche, trovate in alcune chiese, sembrano essere disegni dei muratori per la progettazione e la costruzione degli edifici della chiesa stessa.

Al Bingham Priory di Norfolk, tali incisioni architettoniche potrebbero aver addirittura aiutato gli studiosi a scoprire il progetto originale della finestra occidentale della chiesa, che era stata successivamente modificata.

Attenti a quello che pensiamo di sapere

Molte di queste teorie sull’interpretazione dei graffiti si basano su precedenti storici. Ad esempio, simboli che si presume avessero una funzione protettiva sono stati identificati in contesti diversi. Ma Matthew Champion invita alla cautela, suggerendo di non dare per scontato ciò che crediamo di sapere. Sul suo blog, con una punta di ironia, scrive:

“Credo che questo sia un problema comune a chiunque lavori in un campo di studi relativamente nuovo. C’è una seria mancanza di punti di riferimento affidabili e, spesso, si scopre che quelli esistenti sono costruiti su fondamenta instabili.”

In altre parole, tutto ciò che abbiamo ipotizzato finora, come l’idea che le navi rappresentino preghiere o che i disegni tracciati con il compasso siano trappole per demoni, potrebbe essere completamente errato.

In un altro articolo, Champion mette in guardia contro le interpretazioni errate dei graffiti medievali, che spesso vengono diffuse in discussioni superficiali. Tra gli esempi di interpretazioni fuorvianti, Champion cita: ‘ragazzi del coro annoiati che scarabocchiano’, ‘croci incise dai pellegrini’, ‘marchi dei muratori usati per calcolare la paga’ e ‘la ruota come antico simbolo solare che prova la sopravvivenza di religioni pagane nel Medioevo’.”

Un’espressione socialmente accettata

Un punto che gli studiosi dietro il NMGS e i progetti correlati sembrano voler chiarire è che il tipo di graffiti qui descritto non è visto nella stessa luce negativa dei graffiti moderni.

I graffiti medievali non venivano realizzati clandestinamente o illegalmente. Gli studiosi suggeriscono che i graffiti fossero accettati dalla comunità locale e, nella migliore delle ipotesi, rappresentassero una forma di preghiera.

Su questo argomento, Champion afferma: “I graffiti non erano visti come li vediamo noi oggi. Non erano considerati come un atto di teppismo o di poca educazione. Non erano disapprovati né proibiti.

Dato che la maggior parte delle iscrizioni che registriamo ha effettivamente una dimensione spirituale e molte sono chiaramente preghiere, sembra che queste iscrizioni non solo fossero tollerate, ma anche accettate e benvenute. Facevano parte dell’esperienza quotidiana della chiesa, proprio come la messa.”

Un campo di ricerca in evoluzione

È difficile prevedere dove porterà la ricerca sui graffiti medievali. Sebbene la fase iniziale del progetto Norfolk si sia conclusa nel 2012, i censimenti in altre aree del Regno Unito continuano a portare alla luce nuove immagini e dati.

A meno che non emerga una sorta di Stele di Rosetta dei graffiti medievali (un evento estremamente improbabile), probabilmente non comprenderemo mai appieno il significato di questi graffiti per i fedeli medievali.

Ciò che possiamo sperare è di assistere a nuove scoperte che ci avvicinino, almeno in parte, a una comprensione più completa. Champion e altri studiosi associati al progetto hanno sottolineato che lo studio di questi graffiti offre una migliore comprensione dei frequentatori delle chiese medievali, spesso oscurati nei libri di storia dalle figure più importanti del clero e dai ricchi patroni responsabili del finanziamento delle chiese.

La macchina di Anticitera: un computer del I sec avanti Cristo

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Di Leonardo Conti

A una prima occhiata sembrerebbe un pezzo di metallo qualsiasi, senza nessun valore. Un rottame, un oggetto come tanti. E tale sembrò a chi lo scoprì più di un secolo fa.

Certo, le statue bronzee che furono trovate assieme ad esso apparirono fin da subito molto più preziose.

Un antico naufragio, avvenuto nella seconda metà del I secolo avanti Cristo. Una nave carica di bronzi e marmi preziosi finita in fondo al mare, a poca distanza da una piccola isola del Mar Egeo a nord di Creta. Non sappiamo da dove fosse partita, non sappiamo dove fosse diretta. Una tragedia dimenticata, come tante.

L’oblio totale per più di duemila anni, fino al ritrovamento, avvenuto in modo del tutto casuale.

I tesori recuperati fanno oggi bella mostra al Museo Archeologico Nazionale di Atene: statue bellissime che testimoniano, se mai ce ne fosse bisogno, l’abilità degli artisti greci ed ellenistici.

Eppure quel pezzo di metallo rettangolare dall’aspetto insignificante, incrostato e ossidato, è diventato il reperto più famoso e studiato dell’intero relitto, nonché il più misterioso.

È la macchina di Anticitera, il più antico planetario a noi noto.

Il ritrovamento: storia di un quasi-naufragio moderno, e di un naufragio antico

Durante la primavera del 1900, la navigazione nel Mar Egeo centrale fu funestata da una grande tempesta. Le navi, perfino quelle più attrezzate, ebbero notevoli difficoltà a stare a galla. L’imbarcazione del greco Demetrios Condos, che ospitava un gruppo di pescatori di spugne marine, fu tra quelle che ebbero più problemi. Il mare grosso e i fortissimi venti a largo di Creta persuasero il comandante a cercare acque più tranquille; un’insenatura, un riparo, per non affondare.

E così approdarono all’isola di Anticitera, un piccolo fazzoletto di terra in mezzo al mare burrascoso, con un basso fondale che garantiva la sicurezza dell’imbarcazione e dei suoi occupanti.

Durante quei giorni di sosta forzata, cosa c’era di meglio che incrementare il profitto della spedizione? D’altra parte i marinai erano pescatori di preziose spugne marine, quello era il loro mestiere…e poi era pericoloso tenere dei rudi lupi di mare troppo in ozio, poteva scoppiare una rissa, si rischiava l’insubordinazione. Il capitano Condos, consapevole di tutto ciò, ordinò ai suoi di gettarsi in mare con l’attrezzatura adeguata per trascorrere il tempo in modo utile e proficuo.

Quando Elias Stadiatis riemerse rapidamente senza alcuna spugna nel suo canestro fu una sorpresa per tutti: era uno dei più esperti pescatori e finora il raccolto era andato più che bene.

Che cosa era successo?

Elias raccontò, respirando a fatica, di aver avuto una visione scioccante: nel fondo del mare aveva scorto improvvisamente uomini, donne nude, cavalli. Figure umane, a grandezza naturale, proprio sul fondo del mare: una visione inaspettata, assurda e scioccante: per questo era riemerso con tanta rapidità.

Inizialmente si pensò a un malore, un’allucinazione dovuta alla prolungata apnea o a uno sbalzo di pressione. Ma il marinaio era un uomo esperto, e per di più era fermamente convinto, anche dopo che si era un po’ calmato, di quello che diceva. Era tutto molto strano, a dir poco.

Incuriosito, il capitano Condos si calò in mare.

E vide le statue.

In fondo al mare, a circa 50 metri di profondità, sostavano, spettrali, numerose statue antiche. Alcune erano in piedi, come se qualcuno le avesse posate delicatamente sulla superficie, di altre si vedevano le estremità emergere dal fondale.

Si capì subito che si trattava di un ritrovamento eccezionale.

Nel corso dei mesi furono riportate in superficie statue ed opere d’arte di indubbio valore, in bronzo e marmo, oltre a una serie di oggetti di uso comune.

Tutto era riconducibile a una nave da carico affondata attorno all’80-85 avanti Cristo.

Pur non avendo prove oggettive, si ipotizza che l’imbarcazione trasportasse una parte dell’ingente bottino che Silla aveva depredato da Atene durante la Prima Guerra Mitridatica.

Un pezzo di metallo…anzi no

Al Museo Archeologico Nazionale di Atene si possono ammirare le statue che sono state recuperate dal relitto di Anticitera. In particolare spicca la perfezione di un efebo e di una testa di filosofo, due bronzi che denotano il livello artistico e tecnico raggiunto dagli antichi greci.

Dovevano apparire splendidi anche appena tirati fuori dall’acqua, dopo duemila anni di immersione in mare.

I reperti recuperati furono subito divisi in due mucchi: il primo erano le opere d’arte o meglio quello che si riconosceva come tale, fra le concrezioni e i danni del tempo; l’altro era un ammasso di oggetti, la cui cattiva conservazione rendeva difficile perfino capire cosa fossero.

Il primo gruppo fu ovviamente restaurato e musealizzato, l’altro fu messo in un deposito, in attesa di capire il loro valore.

Nel 1902 l’archeologo Valerios Stais vide in mezzo alla massa informe di frammenti di bronzo e marmo un oggetto che suscitò la sua curiosità. Ad una prima occhiata era una specie di parallelepipedo, delle dimensioni di un libro, di rame molto ossidato e segnato dal tempo.

Ma all’interno c’era una ruota, una specie di quadrante.

Che cos’era?

Assomigliava ad un orologio, o un meccanismo di qualche tipo. Si mise a pulirlo e sorprendentemente apparvero alcune scritte incise sul metallo. Erano delle annotazioni astronomiche, vi erano i nomi di pianeti e i simboli zodiacali.

Che cos’era in realtà?

Un sorta di computer

Stais si rese conto da subito che era di fronte a un reperto molto strano: i complessi ingranaggi e le scritte impresse sopra erano un difficile enigma da decifrare. Tuttavia non si perse d’animo e cominciò intanto una spasmodica ricerca dei pezzi mancanti, come se avesse fra le mani un puzzle estremamente complicato da ricomporre. Pazientemente riuscì a ritrovare altri 81 frammenti, alcuni molto minuti, che consentirono intanto di “rimontare”, per quanto possibile, la strana macchina.

Le dimensioni originarie erano circa 30 x 15 cm, e doveva avere una cornice di legno. Esternamente aveva una maschera su cui erano montate delle parti mobili, azionate dal complesso sistema di rotelle retrostante. Sulla piastra appaiono le scritte: circa 2000 caratteri oggi in buona parte decifrati. Gli studi di Stais, affrontando le difficoltà dei mezzi di allora e lo scetticismo di buona parte del mondo accademico, si trovarono presto a un punto morto.

Nel 1951, un professore della prestigiosa università di Yale, Derek de Solle Price, riprese ad esaminare la nostra misteriosa macchina. Attraverso una pulitura molto accurata di quanto a disposizione riuscì a capirne il funzionamento e a cosa servisse. Per capirne meglio le dinamiche, il professor Price ricostruì una copia moderna dell’intero macchinario, dimostrando al mondo scientifico e non che si trattava di una scoperta veramente sensazionale.

La Macchina di Anticitera è un antico calendario astronomico: girando una manovella si calcolavano con estrema precisione le posizioni del sole, della luna, completa delle sue fasi, e dei pianeti allora conosciuti, nel corso dell’anno.

Non solo, studi condotti nel 2016, hanno dato prova di ulteriori funzioni: calcolava anche la data delle Olimpiadi, ricorrenza assai importante nella Grecia antica, e le eclissi di Luna.

Sulla maschera, corredata da scritte che identificavano il corpo celeste, si poteva vedere materialmente il pianeta muoversi in un cerchio che simulava l’orbita. Bastava girare la manovella e il sistema di ruote dentate faceva il resto.

Ulteriori analisi del 2022 hanno stabilito perfino la data in cui è stato costruito l’oggetto, vale a dire la prima data di calibrazione dello strumento: il 23 dicembre 178 avanti Cristo, evidenziando tuttavia che i calcoli su cui si basa l’ingranaggio erano viziati da un errore minimo, che aumentava con il passare del tempo.

Un piccolo neo, che però non toglie nulla alla sorpresa degli studiosi di fronte a un macchinario tanto antico e al tempo stesso sofisticatissimo.

È come se avessimo trovato un computer 2000 anni fa!

Possibile?

Una macchina “troppo avanti”

Il fatto che un marchingegno così complesso fosse tanto antico, suscitò fin da subito molti dubbi e perplessità, che non sono del tutto cessati neanche al giorno d’oggi. Anzi sono amplificati con l’avvento di internet e le varie teorie strampalate che sono sotto gli occhi di tutti.

Alcune persone credono che la Macchina di Anticitera sia un reperto moderno finito casualmente in mezzo a reperti più antichi. Altri pensano, più fantasiosamente, che un uomo dei nostri giorni con una macchina del tempo abbia dispettosamente gettato il manufatto davanti all’isoletta greca per fare uno scherzo di cattivo gusto o per vedere l’effetto che fa.

Il fatto è che non riusciamo a comprendere come uomini antichi abbiano sviluppato conoscenze di meccanica e di astronomia in anticipo, almeno stando alla storia della scienza “ufficiale”, di almeno mille anni.

I primi rudimentali simulatori meccanici del cielo che conosciamo risalgono a poco dopo l’anno mille, ovviamente dopo Cristo. Per avere un esempio paragonabile alla nostra Macchina di Anticitera, dobbiamo addirittura aspettare il Trecento, con l’Astrario costruito dall’orologiaio ed astronomo veneto Giovanni Dondi.

Ma tutto questo è spiegabile senza dover ricorrere a strane teorie.

Le nostre conoscenze della tecnica e della meccanica antiche sono infatti molto limitate, poiché non abbiamo la possibilità di leggere tutti i testi prodotti in antichità né di visionare le macchine costruite al tempo. Per questo motivo molte delle nostre scoperte sono in realtà delle “riscoperte” di cui ignoriamo la provenienza.

In epoca ellenistica, sappiamo che Erone costruì un automa che si muoveva grazie alla forza del vapore; ma la macchina a vapore fu “inventata” soltanto nel 1700.

Le stesse teorie eliocentriche, cavallo di battaglia di Copernico e poi di Galileo Galilei, erano già state sviluppate da Aristarco di Samo, un filosofo e astronomo attivo ad Alessandria d’Egitto nel III secolo avanti Cristo.

Per segnalare esempi più calzanti con la nostra macchina, Cicerone nel De re publica attesta che nella sua epoca esisteva ancora a Siracusa una macchina circolare costruita da Archimede dove si simulavano i movimenti del sole, dei pianeti e le vari fasi lunari.

Sempre il celebre scrittore romano, nelle Tuscolanae disputationes, ci riporta la notizia che anche un suo amico, Posidonio di Rodi, aveva costruito una marchingegno molto simile. Forse il congegno scoperto ad Anticitera è la macchina ricordata da Cicerone? O è frutto di uno sviluppo di un allievo di Posidonio. Probabilmente non lo sapremo mai; purtroppo nessuno ha visto queste due invenzioni, né i testi giunti fino a noi ce le descrivono con sufficiente precisione.

Molte delle conoscenze antiche non ci sono note, poiché il tempo, assieme ai vari disastri che si sono susseguiti nella storia (catastrofi, invasioni, distruzione di biblioteche ecc ecc) ha operato una selezione davvero spietata. Sulla base di ciò che sappiamo, tuttavia, è possibile smontare le teorie più assurde.

La macchina di Anticitera è un unicum nel suo genere, arrivato per caso a noi.

Una meraviglia della tecnica che stupisce per la precisione e che probabilmente ha altri segreti da svelarci. Non ci resta che aspettare le nuove scoperte…

La Domus romana: storia, architettura e vita quotidiana nelle case dell’antica Roma

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DI Alfredo Barrella

Nell’antica Roma, la domus non era semplicemente un’abitazione, ma un vero e proprio simbolo di status sociale. La sua imponenza e raffinatezza fungevano da marcato contrasto con le insulae, gli edifici a più piani destinati alle classi popolari.

Si tratta di una distinzione architettonica che esprimeva chiaramente la gerarchia sociale dell’Urbe: le domus, dimore unifamiliari appartenenti a patrizi e ricchi mercanti, incarnavano il potere e la ricchezza, mentre le insulae, caseggiati popolari abitati dai plebei, rappresentavano le classi meno abbienti.

Ma la relazione tra domus e insulae non era sempre così netta. A seconda della città, le domus potevano elevarsi su più piani o persino essere adiacenti alle insulae, sfumando i confini tra le diverse tipologie abitative.

La posizione geografica delle abitazioni contribuiva ulteriormente a delineare lo status sociale dei loro proprietari. Le domus sorgevano nel cuore pulsante della città, mentre le insulae si concentravano prevalentemente nelle zone periferiche, relegando le classi meno abbienti ai margini della vita urbana.

In definitiva, la domus romana rivestiva un’importanza cruciale nella società dell’epoca, svolgendo una funzione sociale e politica ben precisa. Essa rappresentava il prestigio della famiglia e il suo ruolo all’interno della comunità, fungendo da palcoscenico per la celebrazione del potere e della ricchezza.

Architettura e funzioni: un viaggio nel cuore della Domus

Una volta varcata la soglia di una domus romana, il visitatore si immergeva in un ambiente progettato per stupire e comunicare lo status del proprietario. Ma quali erano gli elementi chiave che definivano l’architettura di queste dimore?

È importante ricordare che esistevano diverse tipologie di domus, ognuna con le proprie peculiarità: dalla domus repubblicana, più sobria ed essenziale, alla domus imperiale, sfarzosa e ricca di decorazioni, fino alla domus pompeiana, caratterizzata da uno stile unico e vivace.

Il percorso all’interno di una domus iniziava con il vestibulum, uno spazio di transizione tra la strada e l’ingresso principale. Nelle dimore più sontuose, il vestibulum era ornato da colonne e statue, mentre in quelle più modeste si presentava come un semplice corridoio d’ingresso che conduceva all’atrium.

In epoca repubblicana, il vestibulum fungeva da luogo di ricevimento per i clientes, coloro che si rivolgevano al patronus per ottenere favori e protezione. Questo spazio rappresentava un biglietto da visita per il visitatore, comunicando immediatamente il livello di ricchezza e potere del proprietario. Elementi decorativi religiosi, come piccoli altari e immagini dei Lari e dei Penati, le divinità protettrici della casa, impreziosivano ulteriormente il vestibulum.

Oltrepassato il vestibulum, si accedeva alle fauces, uno stretto corridoio che conduceva all’atrium, il cuore pulsante della domus. Questo spazio centrale era il fulcro della vita domestica e sociale della famiglia, il luogo in cui si svolgevano le attività quotidiane e le pratiche rituali. Le alae, nicchie laterali all’atrium, ospitavano i ritratti degli antenati, simbolo del prestigio e della nobiltà della famiglia.

L’atrium poteva presentarsi in forma quadrangolare o rettangolare, e al suo interno si trovava il compluvium, un’apertura inclinata nel tetto che permetteva alla luce e all’acqua piovana di entrare. Quest’ultima veniva raccolta nell’impluvium, una vasca in marmo o pietra, spesso collegata a una cisterna sotterranea per la conservazione dell’acqua. Gli atrium e i compluvium delle domus del Fauno e dei Vetti a Pompei rappresentano importanti testimonianze archeologiche.

Tra l’atrium e il peristilium si trovava il tablinium, lo studio del pater familias. Questo era il luogo più importante della casa, dove il padrone di casa accoglieva i clientes, gestiva gli affari economici e politici e custodiva l’archivio familiare. Il tablinium era arredato con un forziere, candelabri, vasellame d’argento, un tavolo e sedute riservate agli ospiti. Da qui, il pater familias poteva controllare sia l’interno della domus che il peristilium.

Ispirato agli oikoi greci, il peristilium era un giardino ornamentale circondato da un colonnato (ionico, dorico o corinzio) che ospitava hortus, fontane e opere d’arte. A differenza dell’atrium, il peristilium era uno spazio privato, dove la famiglia si ritirava per trascorrere il tempo libero, lontano dagli impegni sociali.

Il triclinium era la sala da pranzo, il luogo in cui la famiglia si riuniva per consumare i pasti e intrattenere amici e personalità importanti dell’élite romana. Potevano esserci più triclinia in una domus, a seconda delle stagioni e delle occasioni: maius, minus, estivo e invernale. Il tavolo centrale, la mensa, era circondato dai lecti tricliniares, tre letti che potevano ospitare tre commensali ciascuno.

Le camere da letto, i cubicula, potevano trovarsi vicino all’atrium o al peristilium. Esistevano diverse tipologie di cubiculum, a seconda della persona a cui erano destinati: nuziali, per gli schiavi o per il pater familias, quest’ultimo generalmente più spazioso degli altri.

Le cucine, dotate di un focolare basso con tubi quadrati che fungevano da camino, erano situate al pianterreno, in posizione perimetrale, vicino alle latrine, per facilitare lo smaltimento dei fumi e delle acque reflue.

Lusso e raffinatezza: materiali e decorazioni

I materiali e le decorazioni utilizzati per allestire la domus erano pensati per creare un ambiente elegante e sfarzoso, in grado di riflettere il gusto e la ricchezza del proprietario.

Per quanto riguarda la pavimentazione, le tecniche più utilizzate erano l’opus sectile e l’opus tessellatum, entrambe caratterizzate da materiali e difficoltà di lavorazione differenti.

L’opus sectile consisteva nel taglio preciso di lastre di materiali pregiati come porfido, alabastro, onice e diverse tipologie di pietre, tra cui il gesso. Esistevano due tipologie di opus sectile: geometrico, con figure geometriche come esagoni, triangoli e quadrati, e figurativo, con rappresentazioni di scene mitologiche. Esempi di opus sectile si possono ammirare nella Domus Aurea di Nerone e nella Basilica di Giunio Basso.

L’opus tessellatum era una tecnica mosaicista che prevedeva l’utilizzo di tessere quadrate in vetro, pietra o terracotta. I materiali più comuni erano il calcare, il marmo e la pasta vitrea. Oltre al tessellatum, esistevano il vermiculatum e il musivum, quest’ultimo utilizzato per decorare le pareti. Le terme di Caracalla a Roma offrono un esempio emblematico di questo stile decorativo.

Oltre alle pavimentazioni, le statue rappresentavano un elemento fondamentale dell’arte decorativa romana. Nelle domus venivano collocate statue in marmo o bronzo raffiguranti antenati della gens aristocratica di appartenenza, figure mitologiche come Apollo e Venere, o animali.

Le pareti erano spesso decorate con la tecnica dell’intonaco dipinto, che, secondo lo storico dell’arte August Mau, si sviluppò in quattro stili pompeiani, caratterizzati da grandi rappresentazioni mitologiche. Questa tecnica prevedeva l’applicazione di pigmenti naturali su una superficie umida, dopo aver ricoperto le pareti con strati di malta a base di sabbia o calce. L’intonaco a fresco pompeiano ebbe un’importanza fondamentale per tutto il Medioevo e oltre.

I quattro stili pompeiani riflettono periodi e motivi diversi: lo stile architettonico (I secolo a.C.) creava illusioni prospettiche di profondità attraverso la pittura, come si può ammirare nella Villa dei Misteri a Pompei; la Casa di Sallustio a Pompei offre un esempio dello stile “a incrostazione”, con stucco dipinto ed effetti tridimensionali; lo stile ornamentale, della prima metà del I secolo a.C., riduceva la prospettiva e le rappresentazioni mitologiche a favore di motivi vegetali e di una maggiore stilizzazione scenica; lo stile fantasioso, della seconda metà del I secolo d.C., mescolava le caratteristiche degli stili precedenti, con rappresentazioni di eroi e divinità.

Vita quotidiana: un giorno nella Domus

Immaginiamo di trovarci nella domus di Augusta Raurica nel 100 d.C. Al risveglio, la famiglia si recava nel Lararium, un piccolo altare domestico, per venerare i Lari, le divinità protettrici della casa. Dopo questo rito mattutino, si consumava una ricca colazione a base di pane e miele.

Durante la giornata, il pater familias e la matrona seguivano routine diverse. Il pater familias si dedicava alle sue attività lavorative, soprattutto se era un uomo politicamente impegnato, mentre la matrona si occupava principalmente della casa. Marito e moglie dormivano nello stesso cubiculum, ma in letti separati.

Gli schiavi svolgevano diverse commissioni sia all’interno della domus che ai mercati, contribuendo alla gestione della casa. I liberti, in particolare, svolgevano mansioni specifiche, dalla cucina all’aiuto nella cura del corpo dei loro padroni.

Le domus dei personaggi più ricchi dell’élite romana erano dotate di terme private, dove i padroni di casa potevano concedersi momenti di relax. Altre attività includevano la lettura, per coloro che possedevano una biblioteca, e i giochi da tavolo, come il ludus latrunculorum.

La sera, la famiglia si riuniva nel triclinium per la cena. Le donne sedevano su una poltrona, mentre gli uomini mangiavano sdraiati, appoggiati sul gomito sinistro. Sulle tavole romane, soprattutto in presenza di ospiti importanti, non mancavano mai il garum, una salsa a base di interiora di pesce, e il buon vino.

Comfort e innovazione: riscaldamento e sistemi idrici

Le domus più prestigiose erano dotate di sistemi di riscaldamento e idrici all’avanguardia, che garantivano un elevato livello di comfort ai loro abitanti.

Uno dei sistemi di riscaldamento più diffusi era l’hypocaustum, un sistema di riscaldamento a pavimento che, a causa degli elevati costi di mantenimento, era presente solo nelle domus più lussuose. Nelle domus più modeste, l’ambiente veniva riscaldato tramite bracieri in bronzo o terracotta riempiti di carboni ardenti.

L’hypocaustum funzionava grazie a un forno a legna (praefurnium) situato in un locale separato, che riscaldava l’aria. L’aria calda veniva fatta circolare sotto il pavimento attraverso una rete di pilastrini in mattoni (suspensurae). Il calore saliva anche lungo le pareti attraverso tubature in terracotta, riscaldando così l’intera stanza.

Le domus più prestigiose erano collegate direttamente agli acquedotti pubblici, che trasportavano l’acqua in città. Attraverso tubature in piombo, le fistulae, l’acqua arrivava alle fontane e ai bagni privati della casa.

Un sistema ingegnoso per la conservazione dell’acqua era rappresentato dalle cisterne. L’acqua piovana veniva canalizzata nel compluvium e raccolta nell’impluvium, per poi essere conservata nella cisterna sottostante.

Oltre alla funzionalità, l’acqua aveva anche una funzione estetica. Nelle domus più eleganti non era raro trovare piccole fontane decorative, ninfei o giochi d’acqua nel peristilium.

L’evoluzione nel tempo: Domus repubblicana vs Domus imperiale

Nel corso dei secoli, la domus romana subì trasformazioni significative, riflettendo i cambiamenti sociali e culturali dell’epoca. È possibile distinguere tra la domus repubblicana, più sobria e funzionale, e la domus imperiale, sfarzosa e ricca di decorazioni.

In età repubblicana, la mentalità dei romani era improntata alla moderazione e all’avversione per l’eccesso. La domus era concepita principalmente come un’abitazione, senza ostentazioni di ricchezza e bellezza. I pavimenti erano spesso realizzati in opus signinum, un materiale simile al cemento con frammenti di terracotta.

Con l’avvento dell’età imperiale e la “nuova sicurezza” portata da Augusto, anche le domus cambiarono volto. Gli ingressi divennero più elaborati, i mosaici abbondarono anche nei cubicula privati e i pavimenti furono realizzati in opus sectile. L’architettura degli spazi interni divenne più complessa e il sistema dell’hypocaustum si diffuse come innovazione ingegneristica.

Il peristilium, elemento cardine dell’architettura greca, divenne il protagonista dell’abitazione imperiale, con un hortus più curato e la presenza di numerose statue. Questo spazio era un simbolo di prestigio, arricchito da decorazioni raffinate, colonne eleganti e una varietà di elementi artistici. L’hortus era caratterizzato da sentieri geometrici, aiuole curate e piccoli labirinti verdi.

Un porticus, sostenuto da colonne tuscaniche, doriche, ioniche o corinzie, circondava l’hortus, offrendo riparo dalle intemperie. Le colonne potevano essere realizzate in marmo, muratura o dipinte di rosso nella parte inferiore, con la parte superiore scanalata. Gli oscilla, decorazioni appese alle colonne, creavano giochi di luce e movimento grazie al vento.

Il pavimento del portico era realizzato con materiali di pregio come cocciopesto, mattoni in cotto, mosaici o lastre di marmo composito. Le pareti erano spesso affrescate con scene mitologiche o motivi naturalistici e realizzate in opus sectile.

Un viaggio tra le Domus più famose

Tra le domus romane più celebri spicca la Domus Aurea di Nerone, costruita tra il 64 e il 68 d.C., dopo l’incendio di Roma. Il nome della dimora imperiale deriva dalle decorazioni interne, caratterizzate dall’uso massiccio di oro e materiali preziosi. Nerone, inaugurando la sua nuova residenza, affermò di abitare finalmente “in una casa degna di un uomo”.

La Domus Aurea si estendeva per circa 80 ettari (2,5 kmq) e comprendeva vigneti, pascoli, ringhiere di bronzo e persino un lago artificiale. Dopo la morte di Nerone, la domus fu in gran parte demolita e interrata dai suoi successori, che vollero cancellare la memoria dell’imperatore.

Per la progettazione della sua domus, Nerone si avvalse degli architetti Celere e Severo e del pittore Fabullo. Il complesso architettonico comprendeva circa 150 ambienti, costruiti in opera laterizia e disposti attorno alla sala ottagonale, il fulcro dell’intera struttura. Le pareti erano rivestite con lamine d’oro e marmi preziosi, mentre i soffitti erano stuccati e decorati con pietre, conchiglie e gemme.

Il settore occidentale era circondato da un portico in stile ionico e ospitava gli ambienti più importanti, come la Sala della volta delle civette e il Ninfeo di Ulisse e Polifemo. Il settore orientale, caratterizzato da uno stile più elaborato, comprendeva la Sala della volta dorata, la Sala di Achille a Sciro e la Sala di Ettore e Andromaca.

Un altro esempio celebre di domus è la Casa del Fauno a Pompei, risalente al II secolo a.C. Questa era una delle residenze più grandi e lussuose della città, occupando un’intera insula di circa 3.000 metri quadrati.

La casa prende il nome da una statua in bronzo raffigurante un fauno danzante, situata nell’impluvium dell’atrio principale. La statua, simbolo di gioia e fertilità, è oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, mentre una copia è esposta nel sito originale a Pompei.

La struttura della Casa del Fauno è articolata attorno a due atri e due peristili, con numerose stanze decorate con mosaici e affreschi di pregevole fattura. Uno dei reperti più celebri rinvenuti nella casa è il Mosaico di Alessandro, che raffigura la battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario III.

A Ercolano si trova la Domus dei Cervi, sepolta durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Costruita durante l’impero di Claudio, la casa apparteneva allo schiavo Granus Verus. La domus si estende fino a una terrazza costruita oltre le antiche mura di cinta, che offriva una vista panoramica sul Golfo di Napoli. Sulla terrazza si trova una struttura simile a un gazebo, caratterizzata da pilastri in tufo realizzati in opera listata e decorati con stucchi bianchi e rossi. Una peculiarità di questa domus è l’assenza di compluvium e impluvium nell’atrio.

Il triclinium è decorato con pannelli neri incorniciati in rosso, mentre il pavimento è realizzato in marmi policromi. Una serie di piccoli ambienti si sviluppano perpendicolarmente all’atrio e al triclinio, alcuni decorati con pannelli rossi, altri in rosso e arancione. Le pareti sono decorate con sessanta pannelli affrescati, alcuni dei quali furono rimossi durante le esplorazioni borboniche e sono ora conservati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Declino e trasformazione: Dalla Domus alla villa tardoantica

La crisi del III secolo segnò l’inizio del declino delle domus. Le problematiche socio-politiche del periodo costrinsero le famiglie più agiate a rinunciare al lusso che queste dimore rappresentavano. I cambiamenti furono dovuti anche alla crescente insicurezza delle città: le continue incursioni barbariche e il clima di disordine generale spinsero molti a lasciare le aree urbane per rifugiarsi nelle villae in campagna.

Le criticità scaturite dalla crisi del III secolo raggiunsero l’apice a partire dalla seconda metà del V secolo e nel successivo. Il progressivo decadimento portò all’inserimento di più nuclei familiari in ogni domus. Le insulae divennero la soluzione abitativa più diffusa, anche perché più economiche. L’aristocrazia, quando possibile, cercò di evitare le città, sempre più sovraffollate e pericolose.

Di conseguenza, le domus abbandonate furono spesso trasformate in magazzini, caserme o officine, oppure inglobate in edifici pubblici o religiosi. Le costruzioni divennero più semplici, con edifici a un solo piano realizzati con tecniche povere. Per i pavimenti venivano utilizzati materiali umili come la terra battuta o l’argilla. La scarsa qualità dei materiali interessò anche gli edifici pubblici, come il Capitolium di Brescia o il Foro di Luni.

Il valore storico delle domus romane si manifestò soprattutto nei secoli successivi alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Il concetto della domus come simbolo dello status sociale del proprietario sopravvisse nel Medioevo. Nelle città italiane, come Firenze, le famiglie nobili iniziarono a costruire case-torri, che, pur avendo una struttura verticale differente, riflettevano l’idea romana di casa come simbolo di prestigio.

Inoltre, i resti delle domus romane furono spesso smantellati per recuperare materiali da costruzione, come colonne, capitelli e blocchi di pietra, che vennero riutilizzati per costruire chiese, castelli e abitazioni. L’uso romano di archi e volte ispirò le costruzioni medievali, in particolare nelle abitazioni signorili e nei monasteri.

Si mantenne l’uso di un cortile centrale, funzionale per la raccolta dell’acqua piovana, proprio come avveniva con il compluvium romano, e si conservò il concetto di case a corte. In questo modo, l’eredità della domus romana continuò a vivere nei secoli successivi, influenzando l’architettura e la cultura delle epoche successive.

Il punto interrogativo più antico del mondo… in un manoscritto siriaco

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Articolo di: University of Cambridge
Traduzione e adattamento di: Fabio Saverio Gatto

Nel vasto panorama della comunicazione scritta, anche i più piccoli dettagli nascondono storie affascinanti. È il caso del punto interrogativo, simbolo che oggi diamo per scontato ma che ha radici profonde nella storia della scrittura.

Un recente studio condotto dal Dr. Chip Coakley dell’Università di Cambridge getta nuova luce sull’origine di questo segno di punteggiatura, rivelando un percorso evolutivo sorprendente che attraversa secoli e culture diverse.

Nell’antichità, le domande venivano indicate in modo diverso: nel greco antico, ad esempio, si utilizzava il punto e virgola. Fu solo nel Medioevo che i monaci copisti, spinti dall’esigenza di maggiore chiarezza, iniziarono a sviluppare nuovi segni. L’abbreviazione latina “qo” per “quaestio” si trasformò gradualmente nel simbolo che oggi conosciamo.

La scoperta rivoluzionaria nei manoscritti siriaci

La vera svolta nella ricerca sull’origine del punto interrogativo arriva però dall’analisi di antichi manoscritti siriaci della Bibbia, risalenti al V secolo. Il Dr. Coakley ha identificato quello che potrebbe essere il primo esempio conosciuto di punto interrogativo: due punti sovrapposti, simili a un comune segno di due punti, chiamato “zawga elaya”.

Quando mi trovo a leggere testi siriaci con gli studenti, le loro domande sono innumerevoli, soprattutto riguardo al significato di quei particolari punti“, spiega il Dr. Coakley. “Con il passare del tempo, ho sviluppato un crescente interesse per questi dettagli minuti della punteggiatura.”

Il siriaco, lingua del Medio Oriente con una ricca tradizione letteraria cristiana, si rivela così pioniere nell’uso di un segno specifico per le domande. Questo simbolo veniva utilizzato per indicare domande che altrimenti sarebbero state ambigue, proprio come oggi usiamo il punto interrogativo in frasi come “Te ne vai?”.

La scoperta solleva interessanti questioni sul ruolo di questo segno nella lettura ad alta voce dei testi sacri. Il Dr. Coakley ipotizza che potesse servire non solo come regola grammaticale, ma anche come guida per modulare la voce durante la lettura pubblica.

Sebbene il punto interrogativo sia apparso nelle scritture greche e latine solo dall’VIII secolo, nessuno studioso ha finora trovato esempi precedenti in altre lingue antiche. Questo potrebbe confermare il primato del siriaco nell’introduzione di questo fondamentale segno di punteggiatura.

La definirei una nota a piè di pagina rilevante nella storia della scrittura”, afferma il Dr. Coakley, sottolineando l’importanza di questa scoperta per la comprensione dell’evoluzione della comunicazione scritta.

Questa ricerca non solo getta nuova luce sulla storia della punteggiatura, ma ci ricorda anche quanto sia dinamica e in continua evoluzione la lingua scritta.

Un piccolo segno grafico, nato dall’esigenza pratica di chiarezza, è diventato nel tempo un elemento universale della comunicazione, testimoniando il complesso intreccio tra cultura, pratica e innovazione che caratterizza la storia della scrittura.

Il Cristianesimo rese davvero l’impero Romano più buono?

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Di Arthur Cushman McGiffert, Union theological seminary, New York
Traduzione e adattamento di: Fabio Saverio Gatto

Spesso si presume che il Cristianesimo abbia avuto un’influenza positiva e significativa sull’Impero Romano, dove ebbe origine e divenne religione ufficiale. Ma questa idea è difficile da dimostrare concretamente. Pur riconoscendo il Cristianesimo come un progresso rispetto al paganesimo e la sua vittoria finale come una benedizione, non è semplice individuare come e in che misura abbia giovato al mondo romano.

È facile individuare esempi di vite trasformate e migliorate dalla fede cristiana, ma è ben più complesso dimostrare un miglioramento generale e duraturo della società romana nel suo complesso. Innalzamento del livello di vita, progresso morale, miglioramento dei principi politici, delle istituzioni civili e degli ideali economici: tutto questo è difficile da collegare direttamente all’influenza cristiana.

Non basta dare per scontato che il Cristianesimo, essendo di per sé positivo, lo sia stato anche per l’Impero; è necessario dimostrarlo.

Per farlo, dovremmo idealmente mostrare che l’Impero, dopo secoli di presenza cristiana, fosse in condizioni migliori rispetto a prima della sua comparsa.

Tuttavia, confrontare epoche diverse è complesso e dipende molto dal punto di vista di chi ci ha tramandato le proprie impressioni. Le testimonianze sull’Impero Romano, sia precedenti che successive alla diffusione del Cristianesimo, ci suggeriscono che non ci fu un miglioramento generale e permanente sul piano politico, economico, sociale e morale a partire dal II secolo, ovvero da quando il Cristianesimo iniziò a esercitare una qualche influenza.

L’idea di un Impero in costante declino potrebbe essere un’esagerazione, ma in linea di massima è vera. Le testimonianze di autori cristiani come Crisostomo, Girolamo, Agostino, Orosio e Salviano, pur nella loro enfasi e nel loro zelo, dipingono un quadro di decadenza morale e sociale. Opere come “La città di Dio” di Agostino e “Storia del mondo” di Orosio, così come gli scritti di Salviano, mostrano un consenso generale, tra cristiani e pagani, sulla condizione di decadenza dell’Impero.

Le prove del periodo indicano un mondo politico in preda al caos, un’economia in declino e una situazione sociale e morale tutt’altro che in miglioramento. Pur riconoscendo esempi di virtù domestiche e onore politico, come testimoniano Simmaco, Ausonio e Apollinare Sidonio, la società nel suo complesso non sembrava migliore, se non peggiore, rispetto al passato.

Il monachesimo

Un aspetto in cui è evidente una differenza è la diffusione del monachesimo cristiano, sconosciuto nel primo secolo e ampiamente diffuso nel quinto. Questo è un frutto diretto del Cristianesimo, sebbene il monachesimo fosse presente anche in altre religioni.

Ma è lecito dubitare che la sua crescente diffusione abbia giovato all’Impero. Il monachesimo, pur testimoniando una certa devozione religiosa ed eroismo morale, evidenziava anche una debolezza morale diffusa, una spinta a fuggire dalle responsabilità e dalle opportunità del mondo.

Se da un lato il monachesimo promuoveva l’ideale della purezza personale e della moralità sessuale, dall’altro il suo disprezzo per la vita familiare e per l’impegno sociale poteva essere dannoso. Invece di incanalare l’entusiasmo religioso e morale verso il miglioramento della società, il monachesimo lo indirizzava verso una direzione diversa, riducendo le forze attive nella trasformazione del mondo.

Il rapporto con gli schiavi

Un’altra differenza significativa tra l’Impero Romano precedente e successivo fu la graduale diminuzione del numero di schiavi e della centralità della classe schiavista. Tuttavia, è dubbio che il Cristianesimo abbia avuto un ruolo determinante in questo processo.

L’abolizione della schiavitù viene spesso attribuita alla Chiesa cristiana, ma di fatto essa non fu abolita nel mondo romano. L’istituzione era ancora radicata nell’Impero successivo, seppur con un numero di schiavi inferiore.

Il Cristianesimo, all’epoca dell’Impero Romano, non contestò la schiavitù. I cristiani la accettarono, così come accettarono lo stato, le disuguaglianze sociali e le disparità economiche. Predicarono la fratellanza cristiana, ma non considerarono l’abolizione della schiavitù, così come non pensarono di abolire la proprietà privata.

Si cercò di migliorare le condizioni di vita degli schiavi, sia da parte di pagani che di cristiani, ma nessuno si fece promotore di una lotta contro l’istituzione stessa. Lo Stoicismo predicava la fratellanza umana e l’uguaglianza prima del Cristianesimo, e sotto la sua influenza alcuni pagani liberarono i propri schiavi, così come alcuni cristiani fecero lo stesso sotto l’influenza del principio cristiano.

Con l’aumento dell’idea e della pratica della penitenza, la liberazione degli schiavi divenne un modo per espiare i propri peccati. L’ostilità dei cristiani più ascetici verso il lusso si esprimeva nella denuncia della pratica di possedere un gran numero di schiavi.

Ma la pratica della liberazione degli schiavi non era nuova, e non è certo che fosse più comune nell’Impero cristiano che in quello pagano. In ogni caso, non significava la condanna della schiavitù come istituzione. Anzi, la Chiesa stessa, una volta diventata una corporazione legalizzata, possedeva numerosi schiavi.

L’atteggiamento dei leader della Chiesa, da Paolo in poi, fu tale da confermare la schiavitù. I cristiani non dovevano desiderare un cambiamento della loro condizione terrena, ma accettare la loro sorte, che fossero schiavi o liberi, consapevoli di essere allo stesso tempo liberati del Signore e servi di Cristo.

Ai cristiani non era richiesto un cambiamento della loro condizione terrena, ma la giustizia e la salvezza eterna. La Chiesa predicava la fratellanza di tutti i cristiani, ma ciò non veniva interpretato come abolizione della schiavitù.

La fratellanza cristiana doveva manifestarsi in gentilezza, perdono e carità. I padroni cristiani dovevano trattare i loro schiavi con misericordia, e gli schiavi cristiani dovevano essere fedeli e rispettosi. Ma ciò non implicava un’uguaglianza di condizione. Agostino, nella sua “Città di Dio”, suggerisce che l’ideale cristiano di fratellanza e uguaglianza si realizza in cielo, non sulla terra.

Il vero motivo del declino della schiavitù va ricercato nelle mutate condizioni economiche. La rivoluzione politica che portò all’Impero fu una fase di una più ampia rivoluzione sociale, che vide l’ascesa delle classi commerciali e industriali e la diminuzione dell’importanza della vecchia aristocrazia terriera.

La schiavitù non poteva prosperare in queste nuove condizioni sociali, e il declino dell’istituzione era inevitabile. Inoltre, con la fine delle conquiste di Roma, l’offerta di schiavi diminuì, e con la diminuzione della ricchezza, la capacità di mantenere schiavi in gran numero diminuì, e la loro liberazione divenne una necessità economica. Attribuire al Cristianesimo un ruolo di controllo in questo processo significa fraintendere la situazione.

I combattimenti gladiatori

Un altro cambiamento notevole nella vita dell’Impero successivo è la graduale scomparsa dei combattimenti gladiatori, un tempo parte importante dei divertimenti pubblici. Anche questo cambiamento viene comunemente attribuito all’influenza del Cristianesimo e alla nuova enfasi sul valore della vita umana.

Nel 325 d.C, l’imperatore Costantino emanò un editto che proibiva i combattimenti gladiatori in tempo di pace. Sebbene il governo avesse spesso cercato di regolamentare e limitare questo sport, questo editto rappresentava il primo tentativo di porvi fine. L’idea che Costantino sia stato influenzato dal Cristianesimo è suggerita da Eusebio e comunemente accettata dagli storici.

Tuttavia, è importante notare che i primi Padri della Chiesa non si scagliarono specificamente contro i combattimenti gladiatori, bensì contro gli spettacoli teatrali e pubblici in generale, motivando la loro avversione non tanto con la crudeltà, quanto con la mondanità, la licenziosità e l’idolatria che caratterizzavano tali eventi.

Inoltre, è lecito dubitare che i primi cristiani attribuissero un valore maggiore alla vita umana rispetto ai loro contemporanei pagani. Pur considerando l’omicidio un peccato mortale, la nozione di sacralità e inviolabilità della personalità umana era tanto estranea ai Padri cristiani quanto ai loro contemporanei.

Costantino, d’altra parte, non intraprese azioni simili contro altri sport e spettacoli che i moralisti cristiani criticavano con la stessa energia. È quindi possibile che altre motivazioni, diverse dal Cristianesimo, abbiano influenzato la sua decisione.

Gli spettacoli gladiatori, retaggio di un’epoca in cui Roma disponeva di numerosi prigionieri barbari, potevano essere considerati dannosi sia economicamente che socialmente da un imperatore come Costantino, interessato a ristabilire la pace e a sviluppare le risorse dell’Impero.

È interessante notare che l’editto di Costantino si concentra sui combattimenti gladiatori in tempo di pace. Egli non riuscì a porvi fine completamente, tanto che tali spettacoli continuarono ad essere comuni anche nel IV secolo. Secondo Teodoreto, fu l’imperatore Onorio a sopprimerli definitivamente nel 404.

La carità. Un caposaldo del Cristianesimo

Per quanto riguarda l’influenza del Cristianesimo sulla promozione della carità e sulla creazione di istituzioni di assistenza, è innegabile che i Padri della Chiesa abbiano sottolineato l’importanza della carità come virtù fondamentale, insistendo sull’obbligo dei cristiani di assistere i loro compagni. Con lo sviluppo della teoria e della pratica della penitenza, la carità divenne uno dei principali mezzi per ottenere l’espiazione dei peccati.

Ma è importante riconoscere che il mondo pagano non era estraneo alla filantropia. Molti moralisti pagani promossero principi umanitari, e impulsi umanitari esistevano anche in epoca pagana. Ciò nonostante, è innegabile che il Cristianesimo abbia contribuito a promuovere e incoraggiare la filantropia, specialmente all’interno della comunità cristiana, alleviando sofferenze e difficoltà.

L’amore reciproco e la carità dimostrata dai cristiani attirarono l’attenzione degli osservatori pagani e rappresentarono uno degli aspetti più attraenti del Cristianesimo, soprattutto per le classi più povere, e uno dei mezzi di propaganda più efficaci.

Se da un lato la carità cristiana ha avuto un impatto positivo nell’alleviare la povertà e la sofferenza, dall’altro lato presenta anche aspetti meno positivi. L’idea che la carità vada a beneficio non tanto di chi la riceve, quanto di chi la dona, ha portato a una certa tolleranza della povertà, vista come un’opportunità per i cristiani di guadagnare meriti.

La carità cristiana, inoltre, non era sempre orientata al miglioramento delle condizioni di vita di coloro che aiutava. L’effetto a lungo termine di questo tipo di carità poteva essere disastroso sul piano economico e sociale. La carità, per essere veramente efficace, deve mirare al miglioramento permanente della vita di chi la riceve e alla rimozione delle cause che la rendono necessaria. In caso contrario, rischia di essere controproducente e di demoralizzare economicamente i beneficiari.

È innegabile che la povertà e la sofferenza siano state alleviate su larga scala grazie alla carità cristiana. Tuttavia, non è certo che il mondo romano abbia tratto da ciò un beneficio maggiore del danno.

La condizione femminile

Per quanto riguarda la condizione della donna, spesso si fa riferimento all’influenza positiva del Cristianesimo nell’elevare la sua posizione e nel promuovere la santità della vita domestica. Tuttavia, non ci sono prove di un cambiamento significativo tra i primi e gli ultimi giorni dell’Impero Romano.

Lo status della donna sotto l’Impero, sia all’inizio che alla fine, era migliore rispetto al passato, ma la sua emancipazione era iniziata ben prima dell’era cristiana. L’idea di uguaglianza tra cristiani ebbe probabilmente una certa influenza, ma non maggiore rispetto alla questione della schiavitù.

Inoltre, l’ascetismo che caratterizzava il Cristianesimo dell’epoca ebbe un impatto negativo sulla visione della donna, vista principalmente come una tentazione al peccato. Tale opinione non poteva certo promuovere la sua dignità.

Gli effetti di questo spirito ascetico sulla vita domestica non furono del tutto positivi. Se da un lato la lotta contro i peccati della carne diede buoni risultati, dall’altro l’insistenza sulla castità come virtù suprema portò molti uomini e donne a rifugiarsi in monasteri e conventi, piuttosto che a promuovere la santità della famiglia.

Infine, la Chiesa assunse una posizione rigorosa in materia di divorzio e nuovo matrimonio, non tanto per preservare la santità del vincolo matrimoniale, quanto per ostacolare i secondi matrimoni, considerati quasi come adulterio.

Il Cristianesimo ha migliorato la storia romana?

Se non possiamo riscontrare con certezza un miglioramento generale e marcato nelle condizioni sociali dell’Impero Romano attribuibile al Cristianesimo, possiamo almeno affermare che l’Impero successivo sarebbe stato peggiore senza questa fede? Questa è un’ipotesi comune tra gli storici.

Tale opinione si basa su una concezione della natura e degli scopi del Cristianesimo di quel tempo che può essere verificata. Gli scopi e gli ideali del Cristianesimo, così come esisteva nel mondo romano, giustificano l’ipotesi che esso costituisse una forza sociale di preservazione e conservazione?

Una delle cose più sorprendenti dei primi cristiani è la loro quasi totale mancanza di interessi e ideali sociali. Il Vangelo di Gesù, un tempo eminentemente sociale, nelle mani dei suoi seguaci perse la sua enfasi sociale e divenne individualistico e ultraterreno.

Gesù era interessato a promuovere il Regno di Dio, il regno dello spirito di fratellanza qui e ora. Ma per i suoi discepoli, il Regno era solo una realtà futura. Vivevano interamente nel futuro, sforzandosi solo di preparare gli altri per la consumazione inducendoli al pentimento e all’accettazione di Gesù come Messia.

Nelle mani di Paolo, il Cristianesimo divenne un mezzo di redenzione dal peccato. Tutti gli uomini sono malvagi e condannati alla distruzione. Unendosi a Cristo per fede, vengono trasformati da esseri corrotti in esseri santi, da peccatori a santi, e vengono liberati dalla morte e resi possessori della vita eterna.

Il cristiano è un essere soprannaturale, superiore e separato dalle cose di questo mondo, che aspetta la sua liberazione e il suo godimento della vera vita dello spirito in un’altra sfera. Paolo aveva grandi visioni sulla conversione dell’Impero Romano, ma il mondo era essenzialmente malvagio, e la salvezza consisteva nella fuga da esso.

Paolo fece dell’amore la virtù suprema della vita cristiana, ma non era interessato al miglioramento delle condizioni sociali. L’amore aveva significato per chi amava, non per chi era amato. Il suo valore risiedeva in ciò che esprimeva, non in ciò che produceva.

Nonostante l’enfasi sull’amore, la sottomissione della carne allo spirito era essenziale. La salvezza consisteva nella separazione da questo mondo e nell’astinenza dai suoi piaceri.

Uomini dominati da una tale concezione non potevano impegnarsi nel servizio sociale o nel miglioramento delle condizioni terrene. Un uomo poteva essere un cittadino utile, ma era piuttosto nonostante il suo Cristianesimo che a causa di esso.

Era proprio questa assenza di spirito pubblico, questa indifferenza al presente a causa dell’assorbimento nel futuro, questo disprezzo della terra a causa dell’amore del cielo che costituiva il difetto principale del Cristianesimo agli occhi dei suoi oppositori.

Invece di rendere un uomo un cittadino migliore, il Cristianesimo spesso lo rendeva l’opposto. Che non lo facesse sempre era perché non era sempre preso con sufficiente serietà dai suoi aderenti.

Anche dopo che l’ascetismo si era sviluppato nel monachesimo, non tutti i cristiani erano monaci, ma il monachesimo era riconosciuto come l’espressione completa dell’ideale cristiano prevalente.

Era lo stesso ideale di vita cristiana che trovava espressione nel celibato del clero. Se il clero non poteva vivere separato dal mondo, poteva almeno evitare i piaceri della carne ed esemplificare in un grado più elevato l’ideale cristiano dell’astinenza.

Non essere parte del mondo, ma essere separati da esso: questo significava la santità cristiana; e non servire il mondo, ma salvare dalle sue fatiche quanti più compagni possibili: questo significava l’amore cristiano.

Per lungo tempo, la Chiesa cristiana fu una piccola istituzione, una minoranza in un vasto Impero. Inizialmente, non si poteva certo aspettare che coltivasse grandi ideali per la trasformazione della vita dell’Impero.

Tuttavia, ciò che sorprende è che anche i Padri del IV secolo e successivi, dopo che il Cristianesimo divenne la religione ufficiale, rimasero altrettanto silenziosi riguardo a ideali di riforma sociale ed economica.

Nei loro scritti, vi è una completa assenza di qualsiasi suggerimento di un ideale globale di riforma sociale o economica. La vittoria della Chiesa la trovò impreparata a sfruttare la sua nuova opportunità.

Se, prima di tale opportunità, la Chiesa fosse stata interessata alla trasformazione di questo mondo nel Regno di Dio, avrebbe colto con entusiasmo l’occasione datale da Costantino e dai suoi successori. Ma nessuno dei Padri dell’epoca sembra aver pensato a una trasformazione su vasta scala.

Essi avevano molto interesse per la Chiesa, per la purezza delle sue dottrine, per la severità della sua disciplina, per lo splendore del suo rituale. Ma al mondo stesso prestavano poca attenzione.

Il cambiamento di atteggiamento del governo verso la Chiesa era considerato una benedizione soprattutto perché implicava vantaggi per la Chiesa stessa.

L’opera di Agostino, “La Città di Dio”, è un’illustrazione classica di tale atteggiamento. Non un solo regno, il Regno di Dio, di cui tutti i regni del mondo devono far parte, ma due regni, uno celeste e uno terreno, la “Civitas Dei” e la “Civitas Terrena”, che rappresentano due principi opposti.

Le ragioni del successo cristiano

Data questa visione, ci si potrebbe chiedere: come mai il Cristianesimo si diffuse così rapidamente nel mondo romano, soppiantando il paganesimo?

Le condizioni nei primi tempi dell’Impero Romano erano favorevoli alla diffusione di qualsiasi movimento religioso. Era un tempo di irrequietezza, di curiosità e di avidità per le cose nuove.

Il senso del peccato, il riconoscimento del male del mondo presente, l’anelito alla redenzione, il desiderio di immortalità: tutte queste aspirazioni stavano diventando comuni.

I nuovi bisogni richiedevano soddisfazione, e il risultato fu una grande rinascita della fede e del sentimento religioso.

La facilità di comunicazione all’interno dell’Impero, le grandi strade romane, l’eccellente protezione, la prevalenza di una lingua comune, rendevano facile la crescita di qualsiasi movimento mondiale.

Il Cristianesimo era quindi una delle tante fedi che facevano appello al mondo romano. Ma non è un caso che alla fine sia diventato dominante.

La coscienza di unità tra i suoi aderenti, la sua organizzazione, ebbero molto a che fare con il suo successo. L’autoconsapevolezza e l’esclusività della Chiesa, la convinzione dei cristiani di essere il popolo eletto di Dio, erano impressionanti.

Ecco un movimento che rivendicava tutto e non concedeva nulla. Ciò suscitò ostilità, ma anche devozione fanatica.

Sarebbe un errore immaginare che la diffusione del Cristianesimo nel mondo romano fosse dovuta solo a fattori esterni o casuali. In realtà, il Cristianesimo ottenne la sua vittoria soprattutto perché possedeva molti più elementi di potere e permanenza, combinava una maggiore varietà di caratteristiche attraenti e soddisfaceva una maggiore varietà di bisogni rispetto a qualsiasi altro sistema religioso.

Pur riconoscendo i suoi difetti, dobbiamo ammettere che la sua vittoria nell’Impero Romano fu giustamente guadagnata grazie alla sua superiorità.

Il Cristianesimo faceva appello al mondo antico in molti modi. Ad esempio, esercitava un forte e variegato richiamo religioso. La rivelazione di un solo Dio e della possibilità di comunione con Lui, la promessa di redenzione dal peccato, l’assicurazione di un futuro benedetto in cielo, il fervore spirituale e i riti mistici, ebbero tutti un ruolo importante.

Inoltre, sebbene l’interesse dei primi cristiani per la riforma sociale fosse scarso, il Cristianesimo faceva appello agli istinti sociali di moltitudini, specialmente delle classi inferiori. L’enfasi sul principio della fratellanza cristiana, l’idea che tutti i cristiani fossero membri di un’unica famiglia, la federazione strettamente unita, l’associazione intima all’interno delle chiese locali, la cura comune per i malati, i sofferenti e i poveri, deve essere stato immensamente attraente.

Il Cristianesimo si presentò come una filosofia in grado di rispondere ai grandi interrogativi dell’epoca e di soddisfare i bisogni intellettuali dell’uomo. Tra i suoi punti di forza vi erano:

  • Monoteismo: in un periodo in cui il mondo intellettuale si allontanava dal politeismo tradizionale.
  • Rivelazione divina: una narrazione definita dell’origine e del destino del mondo, basata sulla presunta rivelazione divina.
  • Chiara concezione del ruolo dell’uomo: una precisa definizione del posto dell’uomo nell’universo.
  • Etica basata sulla volontà di Dio: la virtù come compimento della volontà divina.
  • Immortalità e premi/punizioni: la dottrina dell’immortalità dell’anima e delle future ricompense e punizioni.
  • Cristo come figura divina: l’idea di Cristo come essere divino disceso dal cielo, elemento centrale di una complessa cosmologia e di un sistema di redenzione.
  • Scritture sacre: i testi sacri ereditati dalla tradizione ebraica, ricchi di significati allegorici e spunti di riflessione.

Il Cristianesimo si proponeva come frutto non della riflessione umana, ma della rivelazione divina, rivendicando universalità e definitività. In questo modo, ha attratto filosofi di diverse estrazioni e convinzioni, diventando una religione non solo per gli umili, ma anche per i dotti.

A differenza dei suoi principali competitori, il Mitraismo (che si rivolgeva soprattutto agli istinti e ai desideri dell’uomo comune) e il Neoplatonismo (che ha attratto le classi filosofiche dell’Impero), il Cristianesimo ha attratto sia l’uomo comune che i filosofi, presentandosi come una religione con un messaggio pratico per tutti e, allo stesso tempo, come una filosofia in grado di rivaleggiare con i grandi sistemi del passato.

Un movimento, per diffondersi rapidamente e in modo capillare, deve attirare l’uomo comune; per affermarsi in modo stabile e duraturo, deve conquistare le classi pensanti e i leader intellettuali. Il Cristianesimo riuscì in entrambi gli obiettivi, ottenendo un successo negato alle fedi rivali.

In un’epoca di crescente bisogno di riforma morale, il Cristianesimo proclamava un ideale rigoroso, stimolando motivazioni profonde e offriva un nuovo ed efficace potere morale. Si presentò in un momento in cui il mondo era consapevole del proprio bisogno morale e pronto a rispondere a una vigorosa chiamata etica.

L’influenza più grande e benefica del Cristianesimo sulla vita dell’Impero Romano risiede proprio nel suo contributo all’ambito morale. Anche se i Padri della Chiesa non sembrano aver avuto l’ambizione di ricreare l’Impero a immagine di Cristo, e anche se non possiamo affermare che il Cristianesimo abbia innalzato il livello generale di vita nel mondo romano o che abbia promosso in modo significativo la sua trasformazione nel Regno di Dio, possiamo ipotizzare che la vita di molti, anche di coloro che non abbracciarono il monachesimo, ne fu influenzata, e in meglio.

Il Cristianesimo non insegnava ideali morali del tutto nuovi, poiché molte delle virtù considerate importanti dai Padri cristiani erano riconosciute anche da altri maestri morali del tempo. Tuttavia, la differenza tra i cristiani e i loro contemporanei risiedeva in parte nell’enfasi data ad alcune virtù, come la castità, e in parte nel valore personalmente attribuito a virtù gentili, come l’umiltà, la sfiducia in sé stessi, la pazienza nella sofferenza, la tolleranza, il perdono delle offese e l’auto-cancellazione.

L’ideale cristiano di uomo buono si distingueva da quello pagano, e la sua diffusione fu favorita dall’ascesa delle classi inferiori e dal graduale crollo delle vecchie distinzioni sociali.

Tuttavia, l’interpretazione della vita cristiana come primariamente e in modo determinante una vita di servizio sociale, così diffusa oggi, era praticamente sconosciuta tra i cristiani del mondo romano.

Ancora più importanti delle differenze ideali furono il nuovo entusiasmo e i nuovi impulsi morali che il Cristianesimo portò nel mondo romano. La predicazione del sistema cristiano come rivelazione divina, l’enfasi sulle future ricompense e punizioni, l’insistenza sulla virtù come mezzo di salvezza, l’interpretazione di Dio in termini morali, l’appello all’esempio di Cristo e dei santi, l’idea della vita cristiana come implicante doveri e obblighi morali, e l’esortazione ai cristiani ad essere degni della loro chiamata, pur non essendo elementi del tutto nuovi al mondo pagano, nella loro combinazione ebbero un grande impatto sulla promozione di una vita migliore.

Soprattutto, il riconoscimento delle possibilità morali degli umili e la convinzione che ogni uomo può essere, se vuole, un figlio di Dio, ebbero un’enorme influenza nel suscitare entusiasmo morale tra quelle classi a cui i grandi moralisti pagani non si rivolgevano.

La potenza di questi e simili motivi all’interno della stessa Chiesa cristiana è ampiamente testimoniata dagli scritti dei Padri.

Per quanto possa essere difficile dimostrare un grande effetto del Cristianesimo sulla vita dell’Impero nel suo complesso, è certo che esso spinse molte persone a sforzarsi di vivere virtuosamente. È nel suo effetto su tali vite individuali che dobbiamo vedere la reale influenza del Cristianesimo all’interno del mondo romano.

È comprensibile che l’impegno sociale di Gesù non sia stato pienamente raccolto dai suoi primi seguaci. Tuttavia, non dobbiamo giudicarli con troppa severità. Essi hanno svolto un ruolo fondamentale nella sfera morale. Pur con ideali etici che, da una prospettiva moderna, possono apparire imperfetti e persino discutibili, sono riusciti a instillare nella loro epoca e in quelle successive l’importanza della riforma morale, fornendo un rinnovato entusiasmo e una forza morale propulsiva.

Ma forse, più efficaci di tutti gli appelli specifici del primo Cristianesimo (religiosi, sociali, filosofici e morali) fu la devozione personale a Gesù. Moltitudini che comprendevano solo parzialmente i suoi ideali, ma che erano profondamente legate a lui e a quella che credevano essere la sua causa. La convinzione della sua divinità non fece che rafforzare tale devozione, conferendole un carattere particolarmente elevato. Persino il martirio appariva una scelta naturale a molti. Non si trattava di difendere un principio astratto, bensì un leader venerato, che credevano fosse realmente presente con loro.

Come abbiamo visto, la vittoria del Cristianesimo non fu casuale. Esso ha attratto il popolo del mondo romano e conquistò le coscienze e i cuori di moltitudini per diverse ragioni.

L’imperatore Augusto e molti dei suoi successori compresero che l’Impero Romano necessitava di una religione comune per unire i suoi numerosi ed eterogenei elementi. Il culto del “Genio di Roma” e dell’Imperatore, sviluppato nei primi tempi dell’Impero, costituì per lungo tempo un legame religioso, simboleggiando l’unità del mondo romano e alimentandone la lealtà. Tuttavia, si trattava di un’imposizione artificiale, sovrapposta alle fedi esistenti, che promuoveva un’unità piuttosto formale che interiore e sentita.

Il Cristianesimo, invece, offriva un tipo di unità diverso. I cristiani erano legati tra loro da una lealtà appassionata a Cristo, alla Chiesa e ai loro fratelli. Il nuovo movimento conteneva un principio di unità che lo rendeva adatto a svolgere per l’Impero Romano un ruolo che nessun’altra religione dell’epoca avrebbe potuto svolgere. L’azione di Costantino e dei suoi successori fu, in un certo senso, inevitabile. Una volta diventato troppo forte per essere soppresso e abbastanza forte da essere usato dal potere imperiale, il suo destino come religione di stato romano era segnato.

Tuttavia, l’alleanza tra Cristianesimo e Impero fu fragile. Il Cristianesimo era nato come religione individualistica e mal si adattava al ruolo di religione di stato. L’Impero, di fatto, non divenne mai veramente cristiano. Il Cristianesimo, presente fin dalla nascita della nuova civiltà occidentale, esercitò un’influenza maggiore sull’Europa moderna di quanto non avesse fatto sull’Impero Romano. È nel mondo moderno che possiamo osservare la sua influenza su larga scala.

Oggi, in un’epoca in cui la coscienza sociale è fortemente sviluppata, il Vangelo viene interpretato in gran parte in termini sociali, in linea con lo spirito di Gesù. Da questo punto di vista, il Cristianesimo dell’Europa e dell’America presenta ancora delle lacune, eppure la nostra civiltà può essere definita cristiana, non certo in modo completo, ma più di quanto non lo fosse quella del mondo romano.

Filippo l’Arabo: l’imperatore dei mille anni di Roma, tradito e sfortunato

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Di Riccardo Troiano

Il III secolo d. C. risulta un periodo di profonda crisi dell’Impero Romano, che quasi giunse sul punto di collassare di fronte alle enormi difficoltà politiche, economiche e sociali che affrontò in quegli anni.

La guida imperiale fu scandita frettolosamente da vari imperatori, che si susseguirono acclamati principalmente dal favore dei propri soldati.

Anche Filippo l’arabo ottenne la porpora imperiale in seguito all’acclamazione delle truppe orientali e guidò brevemente l’Impero, in particolar modo nell’anno in cui Roma festeggiò i mille anni dalla sua fondazione. La gloria di una storia eterna fu magnificata causalmente da un imperatore di umili origini, capace di cogliere l’opportunità di guidare uno dei più importanti Imperi della storia.

La presa del potere

Lo storico romano Aurelio Vittore riporta che Marco Giulio Filippo nacque nel 204 a Tracontis, l’odierna Shahba, una città della Siria meridionale, ed è soprannominato l’Arabo, sia perché la sua città natale apparteneva alla provincia romana d’Arabia, sia perché era probabilmente discendente proprio da una famiglia di origini arabe.

Filippo ottenne incarichi militari probabilmente grazie al fratello Prisco, prefetto del pretorio affianco a Timesiteo, reggente e allo stesso tempo suocero del giovane imperatore Gordiano III.

Nella primavera del 243 il generale Timesiteo morì improvvisamente durante la campagna militare intrapresa contro i Sasanidi, che avevano nuovamente invaso le province orientali dell’Impero romano. In seguito a tale evento, il collega Prisco convinse l’imperatore Gordiano a nominare il fratello Filippo prefetto del pretorio insieme a sé.

Poco dopo, nel 244, il giovane Augusto rinnovò lo scontro contro i Sasanidi, durante il quale perse la vita, probabilmente cadendo nella battaglia di Mesiche, in Mesopotamia, come testimonia anche una iscrizione sasanide redatta per glorificare le gesta del re Sapore I.

Alcune fonti romane ritengono, invece, che Gordiano III fu ucciso da una congiura ordita da Filippo. Secondo l’Historia Augusta, infatti, appena nominato prefetto del pretorio, Filippo mirò a sostituirsi al princeps, diffondendo malcontento tra i soldati, deviando i rifornimenti necessari all’approvvigionamento delle truppe.

Questa versione possiede comunque una scarsa attendibilità, perché alterata dalla posizione assunta da testi che dipingono e valutano l’operato degli imperatori secondo il rapporto instaurato con l’aristocrazia senatoria.

Il regno di Filippo l’Arabo e i mille anni di Roma

Le truppe acclamarono Filippo nuovo imperatore e immediatamente il princeps decise di tornare a Roma, dove il riconoscimento del Senato avrebbe legittimato ulteriormente la sua ascesa al titolo di Augusto. Concluse frettolosamente la guerra contro i Sasanidi, accettando umilianti condizioni di pace, che previdero la cessione dell’Armenia e di una parte della Mesopotamia, versando anche un lauto tributo.

Ben presto Filippo rafforzò ulteriormente la propria posizione, nominando il figlio omonimo come suo successore e sostituendo numerose cariche politiche, che affidò a figure a lui fedeli, come alcuni parenti. Il nuovo Augusto affidò l’Oriente al fratello Prisco, che assunse il titolo di rector totius Orientis e il comando delle truppe di stanza lungo il confine orientale dell’Impero.

Nel 245 il princeps intervenne in soccorso del generale Severiano, (probabilmente suo cognato), frenando l’incursione dei Carpi e dei Quadi nelle province romane della Mesia e della Pannonia lungo il fiume Danubio. Tornato a Roma, nel 248 l’imperatore organizzò magnifici festeggiamenti per i mille anni della città eterna, che gli valsero un favore crescente del popolo.

L’impero celebrò i Ludi Saeculares nel mese di aprile, quando secondo la tradizione l’Urbe fu fondata nel 753 avanti Cristo. I giorni tra il 21 e il 23 previdero quindi il susseguirsi di cerimonie religiose, spettacoli teatrali e giochi negli anfiteatri. Questo glorioso evento fu impresso sulle monete, che restituiscono una autentica testimonianza di una data significativa per la storia di Roma.

Le ribellioni

Nello stesso momento l’autorità imperiale fu discussa da alcune truppe provinciali, che scelsero il proprio comandante come nuovo Augusto.

I soldati in Gallia acclamarono il generale Silbannaco e in Oriente un tale Iotapiano fomentò la protesta contro la gravosa tassazione imposta a motivo della crisi agraria che in quegli anni investì l’Egitto. Recentemente tra gli usurpatori di questi anni gli studiosi aggiungono anche il nome del governatore della Dacia, Sponsiano, il cui nome fu restituito da una moneta rinvenuta in Transilvania nel XVIII secolo.

Sebbene tali ribellioni durarono poco tempo, scossero notevolmente la posizione di Filippo, che elargì somme di denaro per ingraziarsi i territori imperiali. I turbamenti dell’imperatore furono parzialmente ammansiti dai consigli del valido generale Decio, che frenò un intervento militare di fronte alla continue rivolte, destinate appunto a spegnersi da sé.

Il progressivo impoverirsi dell’erario comportò una serie di tagli come il tributo da versare ai Goti, che così ripresero a invadere le province romane, assediando perfino la città di Marcianopoli, in Tracia. La loro avanzata fu frenata e respinta dal generale Decio, che nel 249 fu ancora una volta incaricato dall’imperatore per reprimere la ribellione del comandante Pacaziano in Mesia e Pannonia.

Prima che giungesse allo scontro, però, Pacaziano fu ucciso dai propri soldati, che si unirono alle truppe di Decio e lo elessero imperatore, «poiché eccelleva per capacità politica ed esperienza militare», come racconta lo storico bizantino Zosimo.

Lo scontro finale e la morte

Filippo reagì alla defezione, raccolse il suo esercito e si scontrò contro le truppe guidate da Decio presso Verona; l’imperatore cadde sul campo, (o piuttosto vittima di una congiura ordita dai suoi stessi soldati), e poco dopo anche il figlio, Filippo II, fu ucciso dalla guardia pretoriana, intenzionata a ingraziarsi il nuovo Augusto. In seguito, Decio ottenne la porpora imperiale, riconosciuto anche dal consenso del Senato.

La figura di Filippo l’arabo emerge nei nostri giorni per la repentina ascesa alla guida dell’Impero, nonostante l’origine provinciale, garantita dalla valida esperienza militare e politica che gli permise di soggiogare Gordiano III. Appare anacronistica la sua scelta di tessere nuovamente un legame cordiale con il Senato, che soltanto durante l’alto impero conservò la propria autorità, dispersa poi quando l’esercito esercitò la funzione di nominare da sé l’imperatore.

Resta da annotare che autori del tardo impero insinuarono che l’imperatore Filippo l’arabo abbia professato la fede cristiana. I testi del IV secolo dei vescovi Eusebio di Cesarea e Giovanni Crisostomo raccontano che Filippo partecipò a un momento di preghiera in occasione della Pasqua nella città di Antiochia. Il vescovo Babila, tuttavia, lo invitò a confessarsi prima di unirsi alla cerimonia religiosa.

Questa notizia fu probabilmente costruita sulla religione sincretica promossa durante gli anni del suo regno, che lo distanzia dalla violenta persecuzione contro i cristiani promossa successivamente da Decio.

Il disegno di promuovere unità e pace nell’Impero, sotto la guida di una nuova dinastia, indusse probabilmente Filippo anche ad accogliere una religione distante da quella tradizionale. La fragilità dell’Impero romano non garantì, però, il perdurare del suo progetto, che fu scosso dalle incursioni lungo il limes danubiano e dalla crisi economica fino a cedere alla ennesima ribellione dell’esercito, che infine scelse un nuovo successore nella figura del generale Decio.

Fonti

  • Historia Augusta, Gordiani tres, 29, 2-5
  • Zosimo, Storia nuova, 21,2-22,1

La rivolta di Ampsicora: i ribelli sardi sfidano Roma

La rivolta di Amsicora o Ampsicora è stato il principale movimento di ribellione contro il dominio Romano in Sardegna  

Una volta conquistato il sud della penisola e la Sicilia, trovandosi in guerra contro Cartagine che possedeva quest’ultima, Roma mirò subito alla conquista della Sardegna.

Conquistare l’isola non fu però un’impresa di poco conto per Roma, poiché il popolo sardo lottò ben otto volte contro il potente esercito di Roma, anche se molto probabilmente la rivolta più nota è sicuramente quella capeggiata da Amsicora, che riuscì ad unire tutti i sardi creando un unico esercito in grado di fronteggiare Roma. 

La lunga lotta per la Sardegna

L’isola, abitata secoli e secoli  prima dall’evoluta civiltà nuragica, venne occupata con la forza dai Punici, che dal momento della loro ascesa al potere, conquistarono con la forza tutte le terre del Mediterraneo occidentale, Sardegna compresa. Di quest’isola però, riuscirono a conquistare solo la parte costiera e la pianura del Campidano, luogo dove armai era già diffusa una cultura sardo –fenicia, dovuta alla convivenza pacifica con questo popolo arrivato nell’isola secoli prima.

Ben diversa era la situazione all’interno dell’isola,  dove gli abitanti era organizzati in gruppi tribali, di cui i più noti erano i Balari e gli Iliensi, che vivevano di un economia agropastorale, mantenendo la cultura originaria dell’isola, coi loro usi e costumi.  

Nei confronti di Roma, la ribellione di Amsicora è certamente la più nota. Il primo motivo è senz’altro il fatto che quest’uomo unì tutti i sardi (abitanti della costa e abitanti dell’interno) con la consapevolezza che per sfidare una Roma era necessario essere un unico popolo, il secondo motivo è il fatto che tale rivolta  ci viene raccontata in maniera dettagliata da Tito Livio, uno storico latino del I° secolo, nel XXIII° libro della sua opera “Ad urbe condita”.

Il resoconto di Tito Livio descrive il periodo delle guerre puniche, raccontando come Roma ha ormai conquistato tutto il sud Italia, sottraendo ai punici anche la Sicilia e la Sardegna.  Siamo nel 215 A.C. e quest’ultima isola è fondamentale per Roma, non solo per la sua posizione geografica, ma anche perché possiede una grande pianura in grado di produrre cereali per il fabbisogno della città , cosa che d’altronde faceva già per gli abitanti di Cartagine.

L’ascesa di Amsicora e la rivolta

In questo clima di sottomissione al nuovo popolo che si impossessa dell’isola si distingue un uomo, Amsicora, un latifondista che vive in una cittadina vicina alla costa occidentale,  Cornus, che Tito Livio definisce come  “qui tum auctoritate arque opibus longe primus erat” – era il primo, di gran lunga, per prestigio e per ricchezze. Amsicora ha un obiettivo, sfidare e cacciare via l’esercito romano che è insediato nella città di Calares, l’attuale Cagliari, ma è consapevole che da solo non può riuscirci, è fondamentale che tutti i sardi siano uniti, che abitanti della costa e abitanti dell’interno formino un’unica fazione, un unico popolo in grado di affrontare e battere Roma. 

Nell’isola si trova Annone, un consigliere di Cartagine che propone di chiedere aiuto a Cartagine, ormai in guerra con Roma da anni; quest’ultimo parte verso l’Africa a chiedere rinforzi, mentre Amsicora si dirige verso l’interno dell’isola, per reclutare combattenti dalla Gens Illienses, uomini forti e coraggiosi che pur di difendere la loro terra si uniranno a quello che lo stesso Tito Livio definisce  Dux Sardorum. 

A Calares intanto il pretore Q. Mucio Scevola percepì aria di rivolta e mandò un messaggio al Senato, informando quest’ultimo che lui non era in grado di affrontare una possibile ribellione, non solo per mancanza di forze militari, ma  anche perché si era ammalato (molto probabilmente di malaria. Il senato rispose subito alla richiesta del governatore dell’isola, inviando un nuovo comandante, il propretore Tito Manlio Torquato con al seguito una legione di 22.000 fanti e 1.200 cavalieri.

Allo stesso tempo da Cartagine, di certo non per solidarietà ma per riconquistarsi l’isola sottratta dai Romani, partì uno dei Generali più noti, Asdrubale il calvo, con suo fratello Magone, 20 elefanti da guerra, 12.000 fanti e 1.500 cavalieri a bordo di 60 navi da guerra, che a causa di una tempesta finirono alle Baleari,  ritarderanno di molto tempo il loro arrivo in Sardegna, nel porto di Tharros.

Verso lo scontro

Mentre Asdrubale era in viaggio e Amsicora reclutava uomini presso il popolo interno, a Cornus c’era Josto, il figlio del Dux Sardorum, con l’incarico di attendere l’arrivo dei rinforzi; Tito Livio lo descrivo come un ragazzo giovane, impulsivo e con la voglia di combattere che, senza attendere nessun rinforzo cede alle provocazioni di Tito Manlio Torquato, nel momento in cui parte da Calares con un contingente del suo esercito.

Il Generale romano vinse questa prima battaglia, ma si ritirò immediatamente col timore di essere colto alle spalle da Asdrubale, qualora quest’ultimo fosse sbarcato a Calares; di conseguenza si ritirò subito nel suo accampamento, dove per la prima volta nella storia militare vennero arruolati i marinai come esercito terrestre. 

Una volta che Asdrubale sbarcò nell’isola, molto probabilmente a Tharros, si unì agli uomini reclutati  da Amsicora formando un unico esercito che affrontò la legione di Torquato in una zona che corrisponde oggi all’attuale territorio di Decimomannu.  

La battaglia di Decimomannu

Tito Livio racconta che la battaglia durò quattro ore e fu vinta dai Romani; l’esercito punico, vista la ferocia del nemico, si ritirò in anticipo, lasciando nel campo di battaglia i sardi, che a loro volta, data l’impossibilità di vittoria, batterono in ritirata, risalendo presso le loro montagne e portando con se Amsicora, che nella notte si suicidò una volta appresa la notizia della morte del figlio. 

Lo storico latino non fornisce nessuna informazione sulle perdite romane, ma dà numeri dettagliati sulla fazione opposta, dicendo che l’esercito sardo – punico perse circa 27.000 uomini tra cui Josto, inoltre vennero fatti prigionieri 3.700 soldati, compresi  il Generale  Asdrubale e  suo fratello Magone. 

Come da usanza romana, questi uomini furono portati nella celebrazione del trionfo capitolino e furono venduti come schiavi, ma la punizione di Roma nei confronti della Sardegna non terminò di certo con una cerimonia trionfale;  Torquato infatti punì le città sarde che avevano partecipato alla ribellione imponendo pesanti tributi in grano e denaro, impoverendo cosi un’isola che ormai era già ai piedi della potente città che velocemente stava iniziando la sua ascesa al potere del mondo allora conosciuto. 

Le altre rivolte contro Roma

La rivolta di Amsicora è quella più nota, poiché raccontata dettagliatamente da Tito Livio, ma bisogna tener bene a mente che per i romani fu molto difficile sottomettere la Sardegna, visto che dovettero sedare ben otto rivolte. 

Ad esempio, nel 178 a.C il Pretore Ebuzio dichiarò al Senato che in gran parte dell’isola vigeva la pace perché la gente era ormai sottomessa al potere romano, ma non gli Iliensi, una gente che non era stata sottomessa “gente ne nunc quiedem parte pacata”, e qualche anno dopo i Romani riuscirono a vincere una battaglia contro gli Iliensi che si erano uniti ai Balari, uccidendo diversi uomini e ammucchiando e bruciando le loro armi in onore al Dio Vulcano, senza però riuscire a sottometterli del tutto.

I Romani celebrarono l’ottavo trionfo il 15 Luglio 111 a.C, con il proconsole Cecilio Metello, che dichiarò nei Fasti Trionfali Capitolini di quell’anno la definitiva oppressione delle rivolte nella provincia. 

La Sardegna, per tutto il periodo di dominio romano, rimase divisa in due parti, la Romània, ossia la parte dell’isola completamente romanizzata, in cui la legge e la cultura del popolo conquistatore era stata assorbita dai sardi, e la Barbària, la parte centrale dell’isola, la terra dei barbari, dei rivoltosi Balari ed Iliensi che Roma non sottomise mai completamente, mantenendo in vita, fino alla fine dell’età imperiale, i loro usi, costumi, credenze ed economia agropastorale.

I sette colli di Roma: la storia millenaria di ogni colle dell’Urbe

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Di Leonardo Conti

Se pensiamo a Roma probabilmente la prima cosa che viene in mente sono i suoi sette colli.

La città eterna, pur oggi ingrandita a dismisura in estensione e popolazione, è sempre virtualmente racchiusa nello spazio sacrale dei suoi colli.

La scelta del luogo, sebbene caratterizzato da sette alture, non è, ovviamente, casuale. Posizioni elevate garantiscono una difesa migliore contro i nemici. E poi abbiamo il fiume Tevere, che garantisce scorte idriche, ma le cui sponde paludose rendono l’aria insalubre. Una ragione in più per costruire in alto le proprie case.

Al tempo stesso, occupare e presidiare un luogo dove un guado rende agevole l’attraversamento di un corso d’acqua abbastanza ampio, peraltro al confine fra il territorio di due popoli italici, etruschi e latini, deve essere stato molto vantaggioso, sul piano commerciale, fin dalla preistoria.

Ma questa è una spiegazione che abbiamo maturato in epoca moderna, con gli scavi archeologici; per gli antichi la storia si mescolava alla leggenda. Ed ecco che i sette colli assumono un carattere mitologico: il Palatino, il colle dove Romolo fece il primo solco con l’aratro, ideale seminatore della grandezza futura della sua città; l’Aventino, dove suo fratello Remo avrebbe voluto fondare il suo regno; il Campidoglio, sede del tempio più grandioso e splendido di tutta la città e ancora oggi sede della sua amministrazione.

Un continuum fra mito, storia e attualità che rende unica e splendida questa città nata dall’unione dei suoi sette colli.

Il mito e la storia della fondazione

L’inizio di tutto è ammantato di una leggenda fin troppo nota: due neonati gemelli, Romolo e Remo, figli del dio Marte e della vergine vestale di stirpe regale Rea Silvia, vengono abbandonati dentro una cesta lasciata alla deriva nel fiume che si arena nell’area dell’attuale Palatino.

Lì, in una grotta, una lupa allatterà i due bambini, prima che vengano trovati da un contadino del posto, Faustolo, e portati a casa per essere accuditi dalla moglie Acca Larenzia.

Dopo una lunga lotta di emancipazione, i due gemelli vogliono fondare una loro città e si rivolgono agli auguri etruschi, universalmente esperti in questa arte. Gli dèi danno un responso positivo per Romolo, che sceglie il Palatino, vale a dire il luogo dove, anni prima, la lupa li aveva salvati: il Lupercale.

La nuova città si sarebbe chiamata ROMA. I suoi confini, che presto sarebbero stati recintati con delle mura, vengono tracciati con l’aratro. Remo, nel frattempo, si sente escluso dal fratello. Se fosse stato per lui, la città si sarebbe costruita sull’Aventino, e si sarebbe chiamata REMORIA.

Ma il privilegiato dal responso divino era Romolo, non lui. Così, “invade” il circuito tracciato sulla terra dal fratello, che è un solco sacro, un limite inviolabile, soprattutto se armati. Questo limite invisibile diverrà più tardi il pomoerium e nessuna persona in armi, neanche i consoli con le loro guardie del corpo, avrebbe potuto attraversarlo. Romolo è così costretto a uccidere il suo gemello, rimanendo l’unico padrone di Roma e del suo allora piccolo territorio.

Abbiamo accennato agli Etruschi, il popolo vicino, che inizialmente favorirà la nascita e il progredire del nuovo stato. Questa popolazione era allora la principale potenza dell’Italia centrale. Le splendide città dell’Etruria furono prese a modello per la nuova realtà; gli stessi artisti che decoravano i loro templi e palazzi, come vedremo, lavorarono ai monumenti che stavano sorgendo a Roma mano a mano che progrediva e si ingrandiva.

I romani vennero influenzati dagli etruschi sul piano culturale, religioso ma soprattutto politico, tanto che appartenevano proprio a questo popolo gli ultimi tre re di Roma.

La ribellione all’ultimo di essi, Tarquinio il Superbo, portò a un drastico cambiamento nel nuovo stato: nel 509 a.C. nacque la repubblica romana, che conquisterà la stessa Etruria e costruirà le basi della potenza che tutti conosciamo.

Nonostante tutto, l’influenza degli Etruschi sopravviverà nei secoli, fin quasi al Medioevo.

Il Palatino, l’origine di tutto

Già gli antichi avevano la percezione che questa altura fosse abitata ben prima della fondazione della città. Virgilio, ad esempio, vi pone la città di Evandro, mitico re dell’Arcadia immigrato con il suo popolo nella nostra penisola. Anni dopo, come abbiamo visto, il Palatino fu il luogo in cui furono trovati Romolo e Remo.

Il fatto che questo luogo fosse abitato già in epoca pre-romana è provato dagli scavi condotti nel secondo dopoguerra: sono state ritrovate le buche di fondazione dei pali di antiche capanne e altri oggetti di uso comune risalenti al X secolo a.C. (età del ferro).

Un eccezionale ritrovamento di quasi dieci anni fa, su cui va fatta ancora piena luce, ha individuato una grotta ricoperta da mosaici e decorazioni a conchiglia, che potrebbe essere il Lupercale, la grotta in cui, secondo il mito, i gemelli furono allattati dalla lupa.

È qui il primo nucleo della città, detta Roma Quadrata, per la forma della sua primissima cinta muraria, e, proprio su questo colle sorgeva un altro importante santuario: la casa Romuli, la sua residenza trasformata in santuario.

Importanti templi sorsero in epoca repubblicana sulla cima del Palatino: ricordiamo il tempio della Magna Mater, con al suo interno il celebre Lapis Niger, e quello di Apollo.

Con il Principato, Ottaviano Augusto volle dare un ulteriore carattere sacrale a questo colle, costruendovi la sua casa, la Domus Augustana, in modo da diffondere il messaggio che lui stesso fosse il nuovo Romolo, come se la città venisse rifondata con lui dopo il terribile periodo delle guerre civili.

Anche molti suoi successori scelsero di abitare qui, costruendovi grandiosi palazzi, come la celebre Domus Aurea, la Domus Flavia, finanche alla Domus Severiana. Le rovine di queste imponenti costruzioni impreziosiscono la sommità e le pendici del colle e rendono soltanto l’idea del loro splendore originario.

Aventino, il colle della plebe

Potremmo definire questo colle come quello della plebe, ma anche quello della ribellione di questa classe sociale contro il potere, prima del re, poi dei patrizi.

Innanzitutto fu il luogo dove Remo avrebbe voluto porre la sua città, in contrapposizione al fratello. Al di là degli episodi leggendari, fu teatro di eventi storici importanti: nel 456 a.C. la plebe, richiedendo una partecipazione più attiva nel governo di Roma, vi si accampò ad oltranza. Più tardi, nel 121 a.C., vi si rifugiò Tiberio Gracco, cercando invano di sfuggire ai patrizi che volevano farlo tacere per sempre.

Gli echi di questi eventi diventarono addirittura proverbiali: nel 1924 i deputati oppositori al fascismo uscirono dal parlamento e decretarono, appunto, la secessione dell’Aventino, anche se il palazzo di Montecitorio è da tutt’altra parte!

In questo luogo sorsero in antichità alcuni templi molto famosi, in primis il tempio di Cerere (493 a.C.) e il tempio di Giunone Regina (392 a.C.), che ospitava la statua di culto proveniente dalla città etrusca di Veio.

Anche nel Medioevo fu un’area importante: le Basiliche di Santa Sabina e di Santa Prisca (IV-V secolo), oltre che un grande fortilizio edificato dalla potente famiglia dei Savelli, ne sono un esempio.

In tempi più recenti, sull’Aventino si aprirono grandi aree verdi. Proprio al posto dello scomparso fortilizio dei Savelli, nel 1932 si impiantò il magnifico Giardino degli Aranci, un grande e splendido parco progettato dall’architetto Raffaele de Vico.

Il Campidoglio, la sede del potere

Questa altura, relativamente piccola rispetto alle altre, era il vero cuore politico e religioso della città, posto in una posizione dominante sul Foro Romano.

Sulla sua cima, sorgeva imponente il tempio di Giove Ottimo Massimo, il più grande edificio sacro di Roma. Anche se, purtroppo, ne è rimasto ben poco, i dati archeologici ci dicono che doveva essere veramente enorme. La sua costruzione cominciò in epoca regia (VI secolo a.C.), sotto il re etrusco Tarquinio Prisco, che chiamò a decorarlo il famoso artista Vulca, direttamente da Veio. In particolare la statua della quadriga di Giove, posta sul tetto, doveva essere davvero splendida.

La costruzione richiese anni, tanto che quando fu inaugurato (nel 509 a.C.) era già nata la repubblica. Ricostruito più volte nel corso dei secoli, era veramente meraviglioso e probabilmente poteva essere ammirato da qualsiasi angolo, anche lontano, della città.

Oltre alla funzione sacrale del luogo, vi era quella politica e amministrativa. Innanzitutto i cortei trionfali, che celebravano le vittorie dei generali, terminavano proprio qui, seguendo il percorso della Via Sacra, e inoltre era la sede di importanti edifici amministrativi e giudiziari: ad esempio il Tabularium, l’archivio di stato di allora, e il tempio di Giunone Moneta, la prima dove si coniavano le monete romane.

Con la caduta dell’impero romano, il Campidoglio non perse la sua importanza: nel Medioevo fu sede dell’amministrazione cittadina e anche triste teatro per le esecuzioni capitali.

Il magnifico assetto odierno fu merito della sistemazione cinquecentesca voluta da papa Paolo III su disegno di Michelangelo, che progettò la splendida piazza, con al centro la statua bronzea di Marco Aurelio.

Ancora oggi il colle è il vero cuore amministrativo della città eterna, essendo la sede principale del Comune di Roma.

Quirinale, il colle dei Sabini

In questa zona i ritrovamenti archeologici attestano la presenza umana fin dall’età del ferro. Le fonti antiche ci parlano di un insediamento di Sabini già nei primissimi anni di vita di Roma, con la residenza del loro re, Tito Tazio, associato al trono con Romolo.

Proprio a questa popolazione italica si deve il nome di questo colle: il dio principale dei Sabini era infatti Quirino, che qui aveva un antichissimo santuario, e con il quale fu poi identificato proprio Romolo, una volta divinizzato.

In epoca repubblicana e imperiale vi era un quartiere residenziale, caratterizzato da grandi ville dotate di splendidi giardini. Le fonti ci parlano delle ville di Attico (amico e collega di Cicerone), della famiglia imperiale dei Flavi e dello storico Sallustio, i cui giardini (i celebri Horti Sallustiani) erano rinomati per la loro sontuosità.

Quest’ultima in età imperiale divenne la residenza privata di vari sovrani (Vespasiano, Nerva, Adriano). Anche il poeta Marziale vi abitò: dai suoi epigrammi traspare un ritratto di una vivace, ma anche caotica, vita del quartiere.

Oggi il Quirinale è sede della Presidenza della Repubblica. L’omonimo palazzo, adiacente a quello della Corte Costituzionale, è stato sede dei Papi dal XVI secolo al 1870 e poi residenza ufficiale dei re d’Italia e custodisce tesori d’arte di inestimabile valore.

Viminale, il colle più popolare

Il meno esteso dei sette colli deve il suo nome alle piante di vimini, da cui si ricavano ancora oggi le ceste, che vi crescevano in abbondanza.

In epoca repubblicana era un quartiere popolare, abitato da gente umile e privo di monumenti di rilievo.

In epoca tardo-imperiale, Diocleziano vi costruì le sue terme, un grandioso complesso che occupava anche il vicino Esquilino. L’edificio era talmente vasto che nel 1561 papa Pio IV incaricò Michelangelo di trasformare il solo tepidarium delle terme in una chiesa: è la basilica di Santa Maria degli Angeli.

Su questo colle oggi sorge il palazzo del Ministero degli Interni, progettato dall’architetto Massimo Manfredi e inaugurato nel 1923.

Esquilino, il primo sobborgo di Roma

Nella prima età regia costituiva un sobborgo del primo nucleo di Roma (la Roma Quadrata, sul Palatino) che poi fu incluso nella città con la costruzione delle mura Serviane (VI secolo a.C.).

Per tutta l’età repubblicana fu un quartiere popolare, abitato da gente comune. La svolta si ebbe in età augustea, quando Mecenate acquistò dei terreni nella zona e vi costruì una magnifica villa dotata di grandi e splendidi giardini.

Anche il cosiddetto “tempio di Minerva dei Medici” altro non è che una gigantesca sala conviviale, o forse un’esedra di una villa di età imperiale. L’area fu in parte occupata dalla grande Domus Aurea, il magnifico palazzo di Nerone in parte distrutto e in parte interrato dai suoi successori: i Flavi.

Le fonti e i resti che ci sono rimasti ci parlano di una zona con grandi terme monumentali, come le già ricordate terme di Diocleziano e quelle più antiche di Tito. È anche attestato il tempio di Iside, il primo tempio di Roma dedicato a questa divinità egizia.

Gran parte di questi edifici sono scomparsi negli anni o inglobati in costruzioni medievali e rinascimentali, spesso edifici di culto, come la basilica di Santa Maria Maggiore o la chiesa di San Pietro in Vincoli.

Celio, il colle degli affreschi

Secondo la leggenda, il re Tullo Ostilio, dopo aver distrutto Alba Longa, deportò qui gli abitanti di questa città. Ovviamente non abbiamo la certezza che sia andata veramente così, ma sappiamo che anche questa zona era un sobborgo della città, con edifici poveri e popolari, intervallati da tombe anche importanti (su tutti il monumentale Sepolcro degli Scipioni).

Anche in epoca imperiale la situazione non dovette cambiare di molto, ma ci dovevano essere anche dimore di un certo livello.

Nell’Ottocento sono venuti alla luce degli splendidi ambienti affrescati riconducibili a una domus del III secolo, nata dal riadattamento di una grande insula, una specie di palazzone di edilizia popolare. La vicina chiesa dei Santi Giovanni e Paolo ha inglobato la struttura del grande tempio del Divo Claudio, edificato da Nerone in onore del suo predecessore divinizzato.

Il Celio è sede di un importante chiesa cristiana: vi sorge la splendida Basilica di San Giovanni in Laterano, affiancata dal palazzo che fu la più antica residenza papale.

Da menzionare anche il grande ospedale militare, costruito alla fine dell’Ottocento.

Il ruolo dei sette colli nella Roma Imperiale

Lo storico Svetonio ci narra che Augusto si vantava di aver ereditato una città di mattoni e di averla restituita ai romani in marmo.

Non era affatto esagerato, poiché Augusto e i suoi successori furono promotori di una grande opera di monumentalizzazione di Roma. In effetti, se ci pensiamo bene, la maggior parte dei resti di Roma sopravvissuti fino a noi risale proprio al periodo imperiale.

Il grande rinnovamento edilizio di questo periodo interessò indiscriminatamente tutta la città, ma alcune aree furono cambiate più radicalmente di altre. Abbiamo ricordato i grandi palazzi imperiali, e possiamo aggiungere le grandi opere pubbliche, i teatri, gli anfiteatri e gli acquedotti, che rispondevano alle esigenze di una città sempre più grande e popolata, oltre che a un potere, quello del princeps, sempre più vasto e assoluto.

Statue, monumenti, piazze, anfiteatri e templi fastosi cominciarono a fiorire in tutta la città, anche fuori della cerchia muraria di allora: in particolare nella zona dell’attuale Vaticano (con il circo di Nerone) e di Castel Sant’Angelo (Mausoleo Adriano).

La bellezza di Roma raggiunse il suo apice con Traiano e poi con la dinastia dei Severi, andando scemando lentamente. I sintomi di una crisi evidente si ebbero con Aureliano, che costruì delle possenti mura (270), segno che la situazione italiana non era così sicura, e il tracollo si ebbe già con Costantino, che spostò la capitale dell’Impero a Costantinopoli. Di lì a poco, il sacco dei visigoti di Alarico (410) rese manifesto il declino della città eterna.

Il Medioevo fu un’età di grande crisi per Roma, con i monumenti abbandonati e depredati, i marmi cotti per fare calce, e una popolazione ridotta a poche decine di migliaia di abitanti, per la maggior parte raccolti attorno al Vaticano e alle mura Leonine che lo difendevano. Lo stesso Foro Romano diventò un pascolo per il bestiame e sarebbe restato tale per secoli.

I sette colli oggi

Pur ingrandita in estensione e popolazione, la Roma di oggi non dimentica di essere stata fondata su sette colli. Alcuni di essi sono parte integrante dei rioni e dei quartieri odierni, altri costituiscono ancora dei quartieri a sé (l’Esquilino ad esempio).

Certamente il centro di Roma ha subìto molte modifiche nel corso dei secoli, non ultimi i cambiamenti avvenuti con la proclamazione a capitale d’Italia e soprattutto gli stravolgimenti avvenuti durante il fascismo.

Si ricordi a questo proposito il definitivo sbancamento della Velia, un piccolo rilievo posto fra Palatino ed Esquilino, già in parte spianata sotto Nerone. È ovvio che ogni centro abitato, con il passare degli anni, ha esigenze differenti e ad esse deve rispondere.

Tuttavia, la memoria dei sette colli rimane ancora viva. Ancora oggi, ad esempio, non diciamo “Palazzo del presidente della repubblica”, ma “Quirinale”, lo stesso vale per “Comune di Roma”, che semplifichiamo in “Campidoglio”. Segno, questo, che il ricordo di quei tempi antichi, anche se i secoli hanno reso irriconoscibili quei luoghi, è ancora vivo e in perfetta salute.

E rimaniamo stupiti che uomini vissuti duemila anni fa, con i limitati mezzi disponibili allora, abbiano potuto fare tutto questo.

Storia della guerra di Troia. Quanta verità dietro la leggenda?

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Di Trevor Bryce, University of Chicago
Traduzione e adattamento di: Fabio Saverio Gatto

I visitatori che si recano per la prima volta a Hisarlik a vedere le rovine della città di Troia e che non sono preparati a ciò che vedranno… potrebbero rimanere delusi

Devono abbandonare le romantiche visioni di un’imponente fortezza che svetta sulle pianure circostanti. Oggi il basso tumulo di Hisarlik, situato vicino ai Dardanelli nella Turchia nordoccidentale e ritenuto il sito di Troia, è a malapena distinguibile dai suoi dintorni. 

La cittadella copre un’area non molto più grande di un campo da calcio (circa 200 metri di diametro) e si presenta al viaggiatore moderno come un crocicchio di pavimenti rotti, fondamenta di edifici e frammenti di mura sovrapposti e incrociati. 

Oggi la caratteristica più dominante di Hisarlik è un enorme cavallo di legno, di recente costruzione, probabilmente l’elemento più fotogenico del sito, e inteso ad assicurarci che questa era davvero la favolosa Troia, città del re Priamo, che ospitò la regina spartana Elena e alla fine soccombette alle forze greche assedianti radunate sotto la guida del potente Agamennone.

Qui, ci viene fatto credere, si svolse il conflitto decennale tra Greci e Troiani immortalato nel racconto epico della Guerra di Troia, narrato da un poeta cieco di nome Omero che visse ad Anatolia, sulla costa ionica occidentale, o nelle sue vicinanze. 

La narrazione poetica che compose, e che conosciamo come Iliade, fu recitata per la prima volta al pubblico all’alba stessa della letteratura greca. Per l’antico mondo greco divenne ciò che la Bibbia è per il mondo giudeo-cristiano

E dal tempo della sua composizione, circa ventotto secoli fa, è servita come una delle maggiori fonti di ispirazione per successive generazioni di artisti, poeti e drammaturghi. Tra gli stessi antichi greci, episodi del racconto omerico della guerra fornirono temi per la tragedia greca, per la poesia, per racconti narrativi, per la pittura e la scultura

La tradizione fu mantenuta viva dai Romani nella loro arte e letteratura. Fu, in particolare, il punto di partenza per il grande capolavoro letterario di Virgilio, l’Eneide, scritta per volere dell’imperatore Augusto

Ancora oggi la tradizione riemerge costantemente. Molti di noi hanno imparato da bambini le storie di Elena e Paride, dei grandi eroi Odisseo, Achille ed Ettore, e soprattutto del cavallo di Troia. Quest’ultimo in particolare ha catturato l’immaginazione popolare, in contesti che vanno dai film epici e documentari televisivi a battute banali (come la storia del soldato greco che si ammalò mentre era chiuso nel ventre della creatura e chiese ai suoi compagni se ci fosse un medico nel cavallo), a nomi in codice per piani di fuga di prigionieri di guerra e virus informatici.

Le domande degli studiosi

Gran parte del nostro fascino per la tradizione nasce da una serie di domande che sono state poste sin da quando Omero recitò per la prima volta il suo racconto di Troia

La Guerra di Troia è realmente accaduta? Una donna ne è stata la causa?

C’erano altre ragioni per il conflitto? Ci fu un lungo assedio prima della caduta di Troia? C’è stato davvero un cavallo di Troia?

Gli scrittori greci antichi riflettevano su tali questioni quasi quanto gli studiosi hanno fatto in tempi più recenti. Tra gli stessi antichi greci, vi era solo una ristrettissima cerchia a non credere al reale accadimento della guerra di Troia.

Ma alcuni di coloro che ne sostenevano l’esistenza erano tutt’altro che convinti che Omero avesse fornito una testimonianza vera e accurata della guerra o degli eventi che avevano portato allo scontro.

Tra questi, spicca lo storico greco del V secolo Erodoto. Seguendo una versione della storia riportata dai sacerdoti egizi, Erodoto (Storie 2.112-18) affermò che la nave su cui Paride ed Elena erano fuggiti dalla Grecia fu spinta da venti violenti sulla costa dell’Egitto. Qui il re egizio Proteo trattenne Elena, fino a quando suo marito Menelao non poté riportarla a casa. 

Pertanto, la Guerra di Troia fu dovuta a nient’altro che a un malinteso. Lungi dal difendere eroicamente la donna fuggita con il loro principe, i Troiani, quando sfidati dai Greci a restituire Elena, dichiararono, con tutta verità, di non poterlo fare, semplicemente perché non era né mai era stata a Troia

Questa, secondo Erodoto, era la vera versione della storia, come Omero stesso ben sapeva. 

Ma mancava di potenziale drammatico. Usandola, Omero avrebbe privato la sua storia di un grande filone romantico. E così la rifiutò.

Eppure, pochi commentatori antichi dubitavano che Elena esistesse realmente e che il suo rapimento da parte del principe troiano Paride fosse la causa fondamentale della guerra tra Greci e Troiani. I commentatori moderni sono generalmente più scettici

Alcuni sono disposti ad ammettere la possibilità di un’Elena storica; ma sicuramente ci è voluto più di un bel viso per varare mille navi e innescare un conflitto decennale

Lungi dal fornire il casus belli il rapimento di una bella regina greca, la guerra deve essere stata combattuta per qualcosa di molto più pratico e sensato, come i diritti di pesca contesi nell’Ellesponto. Ma in realtà le nostre prove dimostrano che un re dell’Età del Bronzo poteva entrare in guerra in risposta al rapimento di uno qualsiasi dei suoi sudditi, per non parlare dei membri della sua famiglia.

Ad ogni modo, l’opinione accademica è ancora molto divisa sulla questione di quanta verità storica sia incorporata nella tradizione omerica. Da un lato, ci sono coloro che hanno una profonda fede nella fondamentale affidabilità storica della tradizione, al punto che l’Iliade viene usata quasi come un libro di testo di storia o un manuale archeologico per ricostruire sia la storia del periodo che l’ambientazione materiale in cui si sono svolti gli eventi narrati da Omero.

L’opinione espressa da Carl Blegen, che scavò a Hisarlik dal 1932 al 1938, attrae ancora molto sostegno: “Non si può più dubitare, quando si esamina lo stato delle nostre conoscenze oggi, che ci sia stata realmente una vera e propria Guerra di Troia storica, in cui una coalizione di Achei, o Micenei, sotto un re la cui supremazia era riconosciuta, combatté contro il popolo di Troia e i loro alleati”. 

Dall’altro lato, Hiller ci ricorda che “La nostra fede in una guerra di Troia storica si fonda soprattutto su Omero, ma Omero non è uno storico. Prima di tutto è un poeta; ciò che racconta non è storia ma mito”. 

Una visione intermedia comunemente sostenuta è che la tradizione omerica si sia quasi certamente sviluppata da un nucleo di verità storica, anche se gran parte dei dettagli della tradizione deve essere attribuita alla vivace e fertile immaginazione di un grande poeta, la cui preoccupazione principale era quella di raccontare una buona storia.

Certo, c’è molto nella storia che deve provenire direttamente dall’immaginazione del poeta, o che incorpora elementi standard di una tradizione narrativa che risale a ben prima di Omero. L’elemento dell’interazione divina con l’umanità, in questo caso con gli dei schierati a sostegno dei Greci o dei Troiani, fa la sua prima apparizione nel genere epico, e nella tradizione narrativa in generale, nel mondo orientale, molto prima della genesi dell’epica omerica. 

Il soprannaturale forniva una dimensione essenziale alle storie raccontate su larga scala. Tralasciandolo, un narratore avrebbe lasciato il suo pubblico profondamente deluso. Così anche una serie di rituali che Omero conserva sia nell’Iliade che nel suo seguito l’Odissea, come quello in cui Odisseo evocava gli spiriti dei morti, furono chiaramente importati da altri contesti culturali.

Persino alcune delle figure umane nelle storie si sarebbero basate su prototipi storici, anche se l’elaborazione dei loro caratteri e delle loro situazioni è stata opera del poeta stesso. All’immaginazione del narratore possiamo attribuire l’astuzia di Odisseo, la petulanza e l’ira di Achille, la fiera belligeranza di Sarpedonte e la struggente commozione dell’ultimo addio del nobile Ettore a sua moglie Andromaca e al figlioletto Astianatte.

Ma dopo aver filtrato tutti gli elementi attribuibili alla creatività dell’artista, a un repertorio standard di formule narrative o a prestiti culturali da altri luoghi e altre epoche, ci rimane una tradizione fondamentale basata su fatti storici

Qual è l’essenza attuale di questa tradizione? Nella sua forma più essenziale, è un resoconto di un conflitto prolungato tra Greci e Troiani, nel periodo che chiamiamo Tardo Bronzo, che si concluse con la distruzione e l’abbandono di una città chiamata Troia nell’Anatolia nordoccidentale

Abbiamo prove concrete di un tale conflitto? Nel tentativo di rispondere a questa domanda, dobbiamo essere sicuri che qualsiasi prova produciamo sia completamente indipendente dall’epica omerica stessa, poiché non possiamo usare Omero per provare che il racconto omerico della Guerra di Troia si basi su fatti.

Individuare i luoghi della guerra

Il nostro primo compito è stabilire se abbiamo un contesto fisico chiaramente identificabile per il conflitto. 

Tale possibilità fu respinta da molti scettici nel diciannovesimo secolo che vedevano l’Iliade come una pura fantasia letteraria. Persino coloro che rimanevano aperti alla questione non riuscivano ad accordarsi su una precisa ubicazione della guerra. 

In realtà, i Greci e i Romani del periodo classico non avevano dubbi sul fatto che l’insediamento abbandonato di Hisarlik corrispondesse alla Troia omerica. Conosciuta come Ilion dai Greci delle epoche successive e come Nuovo Ilio dai Romani, la città ricevette omaggi da diverse figure storiche di rilievo.

Tra questi, il re persiano Serse, che sacrificò mille buoi sul sito prima di invadere la Grecia continentale, e Alessandro Magno, che, sbarcato a Troia all’inizio della sua campagna contro l’Impero persiano, dedicò la propria armatura ad Atena Troiana e depose una corona sulla tomba di Achille nella pianura troiana.

In effetti, la regione in cui si trovava Troia era chiamata la “Troade” dagli scrittori greci e romani, nella convinzione che un tempo fosse stata soggetta al controllo di Troia

Ma la Troia dell’Età del Bronzo precedeva di alcuni secoli il successivo insediamento del primo millennio a Hisarlik e non si poteva avere la certezza che l’identificazione dei Greci classici con il sito della Guerra di Troia fosse corretta. 

Infatti, lo stesso Heinrich Schliemann, la persona il cui nome è più strettamente associato all’identificazione Hisarlik-Troia, a quanto pare favorì altre località prima di stabilirsi su Hisarlik, su suggerimento dell’espatriato britannico Frank Calvert che aveva acquistato parte del sito. 

Ancora oggi, un certo numero di studiosi rimane scettico. Ma sebbene non possiamo escludere altri possibili candidati per Troia, nessuna alternativa è stata seriamente proposta, costantemente sostenuta o, quantomeno, generalmente accettata, da quando Schliemann iniziò gli scavi a Hisarlik nel 1871

Tuttavia, anche se l’identificazione fosse corretta, resta aperta la questione su quale delle varie Troia presenti nel sito corrisponda alla Troia di Omero e a quella della guerra. Il tumulo infatti conserva nove principali livelli di occupazione, ognuno ulteriormente suddiviso in diversi sotto-livelli.

Questo spiega il complesso intreccio di muri e livelli che i visitatori del sito si trovano davanti oggi. Ciò che molti potrebbero non immaginare è che il tumulo, formato dai numerosi strati di occupazione, un tempo si ergeva maestoso sulle pianure circostanti. Nella sua impazienza di individuare il livello “omerico”, che riteneva appartenere ai primi insediamenti, Schliemann ordinò ai suoi operai di scavare una vasta trincea attraverso il tumulo, distruggendo così gran parte dei livelli più recenti.

Molto è già stato scritto sui metodi archeologici, le scoperte e le conclusioni di Schliemann. Basti qui dire che il livello che identificò come quello della Guerra di Troia, designato come livello II, apparteneva all’Antica Età del Bronzo, mille anni troppo presto per qualsiasi data concepibile per la Guerra di Troia di Omero

Questo infatti fu ciò a cui giunse il socio di Schliemann, Wilhelm Dörpfeld. Questi propose Troia VI, sottolivello h, come il candidato più probabile. Era una conclusione che lo stesso Schliemann arrivò ad accettare non molto tempo prima della sua morte.

Successivamente, il professor Carl Blegen sostenne che la Troia di Omero fosse la prima fase del settimo livello principale di Troia: Troia VIIa

Oggi, grazie alle testimonianze ceramiche, sappiamo che quel livello è troppo tardo per essere collegato a un grande assalto greco dell’età del Tardo Bronzo. Inoltre, l’insediamento di piccole e modeste abitazioni presenti sulla cittadella in quel periodo contrasta con l’imponente immagine di Troia descritta nei poemi omerici.

Oggi vi è un ampio consenso sull’identificazione proposta da Dörpfeld, secondo cui il livello VIh corrisponderebbe alla città di Priamo, a condizione che Hisarlik sia davvero il sito di Troia e che la guerra narrata da Omero sia un evento storico reale. Sebbene gran parte di questo insediamento sia andata perduta a causa degli scavi di Schliemann, i resti ancora visibili indicano che si tratta della fase di massimo splendore di Troia, durata per diversi secoli nel secondo millennio a.C

Il grande bastione nord-orientale di questo livello richiama l’imponente torre di guardia descritta nei poemi omerici, mentre l’inclinazione caratteristica delle mura di Troia VI sembra dare credibilità al racconto dell’Iliade, in cui Patroclo tenta di scalare le fortificazioni correndoci sopra.

Ma dobbiamo ancora una volta sottolineare che l’Iliade non è né un manuale di archeologia né una guida turistica. In effetti, le corrispondenze dettagliate tra la descrizione omerica di Troia e i resti effettivi del sito sono molto scarse

La posizione di Hisarlik, la topografia dei suoi dintorni e la natura dell’ultima fase del suo sesto livello sono sufficienti per fornirci un contesto storicamente plausibile per il conflitto descritto da Omero. Ma questo di per sé non è una prova che un tale conflitto abbia effettivamente avuto luogo. Dobbiamo cercare altrove tali prove.

La ceramica rinvenuta sul sito indica che il livello “Troia VIh” risalirebbe all’inizio del XIII secolo a.C. Poiché è il candidato più plausibile per la Troia di Omero, una possibile data per la guerra potrebbe collocarsi intorno al 1250 a.C. 

Questo dato coincide sorprendentemente con quello fornito da Erodoto (Storie 2.145), il quale, scrivendo a metà del V secolo a.C., affermava che la Guerra di Troia avvenne circa ottocento anni prima del suo tempo. 

Considerando che Omero visse tra la fine dell’VIII e l’inizio del VII secolo a.C., significa che compose l’Iliade oltre mezzo millennio dopo gli eventi a cui si ispira. Questo lungo intervallo comprende gli ultimi decenni del Tardo Bronzo e il periodo successivo, che per secoli è stato chiamato, sebbene sempre meno appropriatamente, l’Età Oscura.

Quanto possiamo essere sicuri che l’epica omerica ci fornisca un racconto autentico di fatti svoltisi almeno cinquecento anni prima e conservato solo oralmente attraverso almeno venti generazioni?

Il Processo di trasmissione orale

Per sua stessa natura, la trasmissione orale è un processo dinamico. Mentre l’essenza stessa di una tradizione che viene tramandata può essere fedelmente preservata, molto altro può essere cambiato, aggiunto o aggiornato da ogni generazione successiva.

Questo ci porta a chiederci: cosa possiamo effettivamente trovare nelle epiche di Omero che risale davvero all’epoca in cui nacquero le tradizioni da lui riportate? Fino a che punto i suoi poemi, l’Iliade e l’Odissea, rappresentano il risultato finale di un corpus di folklore e tradizioni che si è evoluto nel corso di secoli?

Indubbiamente, nelle epiche omeriche sopravvivono alcune autentiche reliquie del passato miceneo, confermate da ritrovamenti archeologici. Un esempio particolarmente significativo è la descrizione, nell’Iliade, di un elmo realizzato con schegge di zanne di cinghiale, montate su un berretto di feltro.

Questa descrizione corrisponde perfettamente a un rilievo in avorio miceneo che raffigura un guerriero con un elmo composto da strati di zanne di cinghiale, nonché ai resti di un elmo simile esposti oggi al Museo Archeologico Nazionale di Atene.

È interessante notare che copricapi protettivi di questo tipo erano completamente sconosciuti ai tempi di Omero, e addirittura per molti secoli prima della sua epoca.

Anche in ambito architettonico emergono paralleli significativi. La disposizione e l’ornamento dei palazzi della tarda età del bronzo, come quelli rinvenuti a Pilo e Micene, richiamano vividamente la scena descritta da Omero quando Odisseo varca la soglia di bronzo del palazzo del re Alcinoo.

La sfarzosa opulenza di questo palazzo è rappresentata con grande vividezza nel Libro VII dell’Odissea, offrendo un’immagine che sembra riflettere la grandiosità dei palazzi micenei.

Ma mentre alcune caratteristiche del mondo miceneo furono preservate nella tradizione orale con poche o nessuna modifica nei secoli precedenti Omero, altre scomparvero del tutto o furono alterate al punto da diventare quasi irriconoscibili, a causa di continui aggiornamenti e adattamenti.

Questo processo ha portato a numerose incongruenze e anacronismi.

Ad esempio, le società altamente burocratizzate della Grecia micenea, come rivelato dalle tavolette in Lineare B, non trovano corrispondenza nei regni apparentemente analfabeti descritti da Omero, governati da signori della guerra.

La semplice struttura simile a un granaio che nell’Odissea funge da palazzo di Odisseo appartiene chiaramente a un’epoca diversa e più recente rispetto alla sontuosa residenza reale di Alcinoo.

Inoltre, in alcuni passi omerici, il ferro è trattato come un metallo raro e prezioso, tipico dell’Età del Bronzo; in altri, invece, sembra essere di uso comune, come lo era ai tempi di Omero.

Allo stesso modo, la lista di toponimi legati alle navi greche nell’Iliade conserva alcune tracce di un passato dell’Età del Bronzo, ma la maggior parte dei nomi riflette un’immagine del mondo greco più vicina all’epoca di Omero.

Tutto ciò è il risultato del processo dinamico della trasmissione orale, un processo che si è protratto per cinque o più secoli.

Una visione ampiamente condivisa è che, nonostante le numerose incongruenze e anacronismi emersi nel corso della trasmissione del racconto, il nucleo dell’Iliade sia effettivamente basato su un conflitto tra Greci micenei e Troiani nell’Anatolia nordoccidentale verso la fine del Tardo Bronzo.

Gli episodi di questo conflitto, insieme alle gesta di singoli eroi, furono inizialmente preservati in ballate e canti eseguiti nelle corti di re e nobili micenei. Questi racconti furono tramandati oralmente durante l’Età Oscura e, probabilmente verso la fine dell’VIII secolo a.C., furono intessuti in un poema narrativo esteso, dotato di una struttura coerente, temi unificanti e una caratterizzazione approfondita.

E tutto questo lo dobbiamo al genio di un poeta cieco di nome Omero.

Ma quanto possiamo essere certi che questo genio sia stato ispirato da un evento specifico realmente accaduto?

La guerra è ambientata nel contesto della penisola anatolica del Tardo Bronzo, ed è proprio a questo elemento che dobbiamo rivolgere la nostra ricerca per trovare una risposta alla nostra domanda.

La città di Troia e il suo contesto

Abbiamo osservato che Hisarlik è il candidato più probabile per identificare la cittadella di Troia, e che la fortezza assediata dai Greci nella tradizione omerica può essere associata in modo plausibile al livello VI, in particolare alla fase VIh, del tumulo.

Questo livello rappresenta il periodo più glorioso e impressionante dell’esistenza di Troia, e la sua distruzione, avvenuta nel XIII secolo a.C., rientra nel range di date proposto per la Guerra di Troia dalle fonti greche classiche.

Rafforzeremmo notevolmente l’identificazione di VIh con la Troia di Omero se potessimo dimostrare che questo livello fu distrutto a causa di un attacco nemico, in linea con la tradizione omerica.

Non c’è dubbio che VIh subì una violenta distruzione, ma non abbiamo prove chiare che indichino se questa fu causata da forze umane o da eventi naturali. Blegen, ad esempio, sosteneva che VIh fosse stata distrutta da un terremoto, basandosi su crepe osservate nella torre e nelle mura della cittadella, nonché su segni di subsidenza nei pavimenti.

Questa convinzione lo portò a proporre che Troia VIIa, il livello immediatamente successivo a VIh, fosse il candidato più probabile per la Troia omerica.

Anche VIIa subì una distruzione violenta, ma anche in questo caso la causa non è chiara. Inoltre, la datazione attuale di VIIa lo colloca in un periodo troppo tardo per essere associato alla Troia descritta da Omero.

Per quanto riguarda le crepe e la subsidenza osservate da Blegen in VIh, è possibile che siano state causate da attività sismica, ma non possiamo essere certi se questi fenomeni si siano verificati nell’ultima fase di Troia VI o nella prima fase di Troia VII, né se siano stati sufficientemente gravi da causare la distruzione dell’intero sito (cfr. Easton 1985: 190-91).

Una proposta di compromesso suggerisce che la distruzione del sito sia stata il risultato di una combinazione di forze umane e naturali. Secondo questa teoria, le fortificazioni della cittadella sarebbero state seriamente indebolite da un terremoto, rendendole vulnerabili a un eventuale attacco nemico.

In questo scenario, sarebbe stata la combinazione di entrambi i fattori a causare la fine della cittadella (ad esempio, Easton 1985: 189).

Questa proposta è stata utilizzata anche per spiegare l’introduzione del cavallo di legno nella tradizione della Guerra di Troia.

Il cavallo era un simbolo ben noto del dio del mare Poseidone. Spesso soprannominato “lo Scuotitore della Terra“, Poseidone (secondo la teoria) inflisse un devastante terremoto alla cittadella, demolendo le sue mura al punto da renderla facile preda dei suoi assedianti.

Fu quindi l’intervento di Poseidone a fornire l’ispirazione per il motivo del cavallo di Troia. In modo più prosaico, un certo numero di scrittori antichi vide il cavallo di Troia come il riflesso di un ariete, o di qualche altro tipo di macchina d’assedio (ad esempio, Plinio, Nat. Hist. VII 202, Pausania 1.23.8).

Per quanto ingegnose possano essere tali speculazioni, in realtà non aggiungono nulla di sostanziale alla nostra indagine.

Infatti, l’episodio del cavallo di Troia, pur essendo indubbiamente un elemento molto antico della tradizione, riceve solo un paio di scarse menzioni in Omero. La preminenza del cavallo nella tradizione in tempi più recenti è dovuta in gran parte al trattamento che Virgilio gli riservò nel Libro II della sua Eneide, circa sette secoli dopo la composizione delle epiche omeriche.

Da allora in poi è servito come un simbolo quasi archetipico della Guerra di Troia, in modo del tutto sproporzionato al suo posto nella tradizione originale.

Indubbiamente era una delle immagini più potenti di Troia al tempo in cui Schliemann scavò per la prima volta nel tumulo di Hisarlik. Ma più in generale, le associazioni omeriche attribuite a Hisarlik sin dagli scavi di Schliemann hanno fatto sì che continuasse a figurare come uno dei siti antichi più conosciuti e più visitati di tutti.

In che misura questa attenzione riflette la sua effettiva importanza nel suo contesto contemporaneo?

La scoperta e lo scavo di numerosi siti dell’Età del Bronzo in tutta l’Anatolia, avvenuti nei decenni successivi alle ricerche di Schliemann, insieme agli scavi ancora in corso sul tumulo di Hisarlik e nelle sue vicinanze, hanno contribuito in modo significativo alla nostra comprensione del ruolo e dell’importanza di Troia nel suo contesto storico.

Non ci sono dubbi sul fatto che, per gran parte della sua esistenza, attraverso quasi due millenni di storia dell’Età del Bronzo (coprendo i livelli da I a VII), Troia fosse un insediamento prospero e, in alcuni periodi, addirittura fiorente. In particolare, i livelli II e VI rappresentano i momenti di massimo splendore dell’insediamento.

La sua posizione strategica, di grande valore commerciale, lungo quello che i Greci successivi chiamarono Ellesponto (oggi noto come Dardanelli), fu senza dubbio uno dei principali fattori della sua prosperità, grazie ai vast legami commerciali che riuscì a stabilire.

Inoltre, l’accesso a zone di pesca ricche di tonno e altre risorse marine era un ulteriore elemento che contribuì alla sua ricchezza. Indagini sul campo hanno inoltre dimostrato che Troia si trovava al centro di una vasta area di terreno fertile, in grado di sostenere una popolazione numerosa

Ma dove viveva questa popolazione? La cittadella stessa, nei suoi periodi di massimo splendore, non avrebbe potuto ospitare più che poche centinaia di persone.

È quindi ragionevole supporre che le ampie residenze all’interno della cittadella fossero riservate a un’élite dominante, mentre la maggior parte della popolazione viveva all’esterno. Questa ipotesi è stata confermata da scavi condotti a partire dal 1988, che hanno portato alla luce un insediamento adiacente alla cittadella, esteso verso sud e noto come “città bassa“.

Questa scoperta ha aumentato di dieci volte l’area conosciuta del sito, passando da 20.000 a 200.000 metri quadrati durante il periodo dei livelli VI e VII (circa 1700-1100 a.C.).

Considerando le dimensioni e la capacità produttiva della regione, si stima che Troia avrebbe potuto sostenere una popolazione di circa seimila persone. Questa nuova evidenza ci costringe a rivedere la nostra comprensione del sito: da una piccola cittadella con poche centinaia di abitanti, Troia emerge come una città piuttosto grande e probabilmente fortificata.

La sua caratteristica dominante era l’acropoli fortificata, scavata per la prima volta da Schliemann, che per gran parte dell’Età del Bronzo ospitò una classe dirigente d’élite

Per come lo conosciamo ora, Troia era paragonabile per dimensioni alla città di Ugarit, capitale del prospero regno omonimo sulla costa levantina. Mee commenta che, come Ugarit, Troia era evidentemente un importante centro e entrepôt (Mee 1998: 144-45).

Ma Ugarit deve aver giocato un ruolo molto più significativo all’interno del complesso dei regni del Vicino Oriente, sia politicamente che commercialmente, data la sua posizione sulla costa nella regione, che si trovava all’interno delle sfere di interesse di quattro dei Grandi Regni del Tardo Bronzo: Mitanni, Hatti, Egitto e, più indirettamente, Assiria.

Oltre alla sua abbondante ricchezza di risorse naturali, la preziosa posizione strategica di Ugarit le conferiva un’importanza di gran lunga maggiore rispetto al remoto regno di Troia, situato com’era alla periferia stessa di questo mondo.

Anche così, le prove ceramiche provenienti da vari siti indicano che Troia aveva una vasta gamma di contatti commerciali con le aree costiere del Vicino Oriente, anche se, come ci si potrebbe aspettare, la preponderanza dei suoi contatti commerciali era con il mondo miceneo.

La società troiana era alfabetizzata?

La differenza più marcata tra Troia e Ugarit è che quest’ultima ci ha lasciato una sostanziale eredità di documenti scritti. Gli estesi archivi del regno levantino ci forniscono alcune delle più importanti fonti di informazione sulla storia della regione siro-palestinese durante gli ultimi due secoli del Tardo Bronzo.

Al contrario di altre città dell’epoca, Troia ha lasciato solo un piccolo e isolato frammento di materiale scritto, e persino la provenienza di questo elemento non è del tutto certa.

Ciò non significa che la scrittura fosse sconosciuta o quasi inesistente nella città. Al contrario, è molto probabile che Troia, come tutti gli altri regni del Vicino Oriente di dimensioni e status simili, avesse una cancelleria gestita da scribi, sia locali che provenienti da altre regioni.

I materiali utilizzati per la scrittura sono spesso altamente deperibili, e quando gli archivi di tavolette d’argilla sopravvivono in altre parti del mondo antico, ciò è spesso dovuto alla fortuita circostanza che le stanze degli archivi siano state distrutte da un incendio.

Sebbene un incendio possa ridurre in cenere molti materiali, un fuoco robusto cuoce o ricuoce gli oggetti di argilla, come le tavolette, preservandoli in modo permanente.

L’unico oggetto con delle iscrizioni scoperto a Troia è emerso durante gli scavi del 1995. Si tratta di un sigillo di bronzo biconvesso, che reca una breve iscrizione in geroglifici luviani.

Il sigillo è stato trovato in un contesto riconducibile a Troia VIIb, databile quindi alla seconda metà del XII secolo a.C, il che lo rende una delle ultime iscrizioni dell’Età del Bronzo anatolica, ritardando di diversi decenni l’ultima iscrizione ittita conosciuta.

Non possiamo essere del tutto certi se il sigillo sia stato prodotto a Troia o vi sia stato importato, sebbene la prima ipotesi sembri più probabile, dato che abbiamo il sigillo originale e non solo un’impronta di esso. Un lato del sigillo riporta il nome di un uomo e la sua professione di scriba, mentre l’altro lato mostra il nome di una donna. Entrambi i nomi sono incompleti, ma è probabile che si tratti di una coppia marito e moglie.

Se il sigillo ha effettivamente avuto origine a Troia, allora l’iscrizione su di esso ha alcune implicazioni interessanti. In primo luogo, il fatto che il proprietario del sigillo fosse uno scriba fornirebbe la nostra prima indicazione tangibile di una possibile attività scribale nella città durante il secondo millennio.

E la lingua dell’iscrizione ci fornirebbe la nostra prima indicazione tangibile del gruppo etnico che abitava Troia in questo momento.

Gli abitanti Luviani dell’Anatolia occidentale

I Luviani erano uno dei tre gruppi di popoli di lingua indoeuropea che entrarono in Anatolia probabilmente durante il corso del terzo millennio. Parti dell’Anatolia centrale e orientale erano occupate da parlanti di una lingua chiamata Nesite (ora più comunemente conosciuta come Ittita), che successivamente divenne la lingua ufficiale del regno ittita del Tardo Bronzo la cui patria si trovava nell’Anatolia centrale.

Un secondo gruppo indoeuropeo, i Palai, era situato a nord-ovest della patria ittita, all’interno della regione successivamente conosciuta come Paflagonia.

Nell’Anatolia occidentale e meridionale, si stabilì un terzo gruppo di popoli indoeuropei. Li chiamiamo Luviani.

All’inizio del Tardo Bronzo, i gruppi di lingua luvia avevano occupato vaste aree nella metà occidentale dell’Anatolia. Collettivamente, queste aree costituivano la regione indicata nei primi documenti ittiti come Luwiya, una designazione etno-geografica che copriva gran parte dell’Anatolia occidentale.

Tuttavia, il nome Luwiya sembra essere presto caduto in disuso, almeno nei testi ittiti, ed è stato sostituito dal nome Arzawa, un termine generale usato per indicare un complesso di territori collettivamente conosciuti come le Terre di Arzawa.

Nel suo senso più ampio, Arzawa probabilmente si estendeva su gran parte del territorio precedentemente chiamato Luwiya e incorporava molti degli stessi gruppi di popolazione. Data l’ampia diffusione dei popoli di lingua luvia nell’Anatolia occidentale, è una concreta possibilità che la popolazione dei livelli sesto e settimo di Troia fosse prevalentemente un gruppo di origine luvia.

In effetti, è abbastanza possibile che anche i livelli precedenti della città avessero una popolazione luvia, o almeno parlanti luvio tra la sua popolazione.

Potevano i gruppi luviani essersi diffusi ancora più lontano? È stato suggerito che al tempo dell’insediamento luvio nell’Anatolia occidentale, alcuni gruppi si siano spinti più a ovest, entrando nella Grecia continentale e insulare attraverso la Tracia o il Mar Egeo, una migrazione che segnò l’arrivo, intorno alla fine del terzo millennio, dei “proto-Greci” nella terra che i Greci classici chiamavano Hellas.

Ciò ha portato alcuni studiosi a credere che ci fossero legami etnici tra le popolazioni di lingua indoeuropea dell’Anatolia occidentale e la contemporanea Grecia elladica. Ma per quanto affascinante sia la possibilità che i Greci e i Troiani di Omero fossero strettamente imparentati, al massimo potevano essere stati poco più che cugini molto lontani.

Il fatto che i Troiani in Omero parlassero greco è una convenzione epica; e allo stesso modo non dovremmo attribuire troppa importanza al fatto che un certo numero di istituzioni sociali greche si verifichi anche in un contesto troiano (vedi Watkins 1986: 50-51).

Tuttavia, la visione che i Troiani del sesto e settimo insediamento fossero, o includessero, una popolazione di lingua luvia di origine indoeuropea, ottiene un ulteriore sostegno dal sigillo recentemente scoperto iscritto con geroglifici luviani. Questo ci conduce alla fase successiva della nostra indagine.

Troia compare nei testi ittiti?

Finora, abbiamo pochissime testimonianze scritte direttamente dai Luviani occidentali. 

Abbiamo però numerosi riferimenti a loro, in particolare ai regni che formarono, negli archivi del Grande Regno che divenne il loro signore supremo: il regno di Hatti, la terra degli Ittiti. Gli stati di Arzawa, di lingua luvia, erano tra i più importanti possedimenti vassalli degli Ittiti nell’Anatolia occidentale per almeno l’ultima metà del Tardo Bronzo. 

Ora è chiaro che, almeno dal punto di vista materiale, Troia era un regno occidentale di rilievo, paragonabile a città come Ugarit. 

Inoltre, è sempre più probabile che la sua popolazione fosse di origine luvia. Considerando i numerosi riferimenti nei testi ittiti ai regni dell’Anatolia occidentale, in particolare quelli con popolazioni luvie, è altamente probabile che Troia compaia in questi documenti storici. 

Se così fosse, questi testi rappresenterebbero le uniche informazioni storiche autentiche che abbiamo finora sul regno di Troia. 

La ricerca di Troia nei testi ittiti assume quindi un’importanza significativa.

Questa ricerca fu intrapresa per la prima volta oltre ottant’anni fa, poco dopo la decifrazione della lingua ittita, dal filologo svizzero Emil Forrer. Forrer esaminò attentamente le fonti ittite alla ricerca di possibili riferimenti a Troia e si imbatté in una lista di ventidue paesi dell’Anatolia occidentale che si erano ribellati contro un re ittita di nome Tudhaliya intorno al 1400 a.C. 

La lista terminava con i nomi Wilusiya e Taruisa. Secondo Forrer, questi erano i modi ittiti di scrivere i nomi greci Troia e (W)ilios (Ilios). Nella tradizione omerica, Troia e (W)ilios erano due nomi per lo stesso luogo, con Wilios che rappresentava una forma arcaica di Ilios, prima che il digamma iniziale (la “w”) venisse omesso. 

La somiglianza tra le due coppie di nomi sembrava troppo stretta per essere una semplice coincidenza. Inoltre, il fatto che i nomi comparissero alla fine della lista suggerisce una posizione nord-occidentale, se si presume che la lista seguisse una progressione geografica approssimativa da sud a nord.

Tuttavia, c’è un piccolo problema con la conclusione di Forrer: mentre nella tradizione omerica (W)ilios e Troia sono nomi intercambiabili, nel testo ittita Wilusiya e Taruisa appaiono come due paesi distinti. 

È possibile che originariamente si riferissero a due entità separate, ma che in seguito uno dei due abbia assorbito l’altro? In alternativa, la tradizione omerica potrebbe rappresentare una fusione di due paesi vicini, strettamente associati in un conflitto con gli invasori greci nella regione nord-occidentale dell’Anatolia, successivamente chiamata Troade. 

La prima ipotesi trova un certo sostegno nel fatto che il nome Taruisa non compare più nei testi ittiti, con una possibile eccezione. Wilusiya, invece, compare diverse altre volte nella sua forma abbreviata Wilusa, suggerendo che il suo territorio potrebbe essersi espanso per includere l’ex terra di Taruisa, con entrambi i nomi conservati nella successiva tradizione greca.

L’unico altro possibile riferimento a Taruisa proviene non da un testo ittita, ma da una ciotola d’argento di origine sconosciuta, ora conservata nel Museo delle Civiltà Anatoliche ad Ankara. La ciotola reca due iscrizioni geroglifiche luvie, una delle quali menziona la conquista di un luogo chiamato Tarwiza da parte di un re Tudhaliya (vedi Hawkins 1997). 

Sebbene non vi siano ulteriori dettagli, è allettante collegare questa iscrizione alla ribellione contro Tudhaliya menzionata in precedenza. Se il collegamento è corretto, questa sarebbe di gran lunga la più antica iscrizione geroglifica luvia conosciuta, a parte quelle presenti sulle impronte di sigilli.

La proposta di Forrer di collegare i nomi ittiti Taruisa e Wilus(iy)a con la Troia omerica incontrò inizialmente molto scetticismo. Tuttavia, altre prove hanno successivamente fornito un sostegno aggiuntivo, se non conclusivo, alla sua teoria. In primo luogo, Wilusa è elencata in un testo ittita come parte del complesso delle terre di Arzawa, abitate in gran parte da popoli di lingua luvia. 

Wilus(iy)a stessa è una formazione linguistica luvia. Inoltre, l’iscrizione del sigillo trovata a Troia VIIb potrebbe rappresentare la prima prova concreta (sebbene ancora molto limitata) che gli abitanti di Troia parlassero il luvio.

Per dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che Troia/Ilios e Wilusa siano la stessa cosa, dobbiamo però dimostrare che Wilusa si trovava effettivamente nell’Anatolia nord-occidentale.

La geografia politica dell’Anatolia occidentale nel Tardo Bronzo è stata a lungo un campo di studio complesso e frustrante, con i paesi spesso “spostati” da vari studiosi con rapidità sconcertante. 

Tuttavia, nuove scoperte stanno aiutando a colmare alcune lacune e a risolvere controversie di lunga data. Wilusa è un caso emblematico. Sebbene gli studiosi concordassero sul fatto che si trovasse nell’Anatolia occidentale, la sua posizione precisa rimaneva incerta. 

Fortunatamente, una giunzione di testi scoperta negli anni ’80 ha chiarito la questione. Una giunzione di testi si verifica quando due frammenti di una tavoletta, a lungo separati, vengono finalmente abbinati. Questo processo, che richiede l’abilità di epigrafisti specializzati, è reso necessario dal modo casuale in cui molte tavolette furono portate alla luce durante i primi scavi nella capitale ittita.

In questo caso, un frammento aggiuntivo di una lettera ben nota, scritta al re ittita Muwatalli II da un uomo chiamato Manapa-Tarhunda, sovrano della Terra del Fiume Seha (un regno appartenente al complesso di Arzawa), ha fornito informazioni cruciali. 

Sappiamo che questo regno si estendeva su una delle valli fluviali a nord della città classica di Mileto (nota agli Ittiti come Milawata o Millawanda). Il fiume in questione era probabilmente il Caico, l’Ermo o il Meandro. 

Dalla giunzione di testi apprendiamo che una forza ittita in viaggio verso Wilusa dovette attraversare la Terra del Fiume Seha. Ciò colloca Wilusa a nord di questa regione, ovvero nella Troade classica. Inoltre, vicino a Wilusa c’era una sua dipendenza, un luogo chiamato Lazpa, che quasi certamente corrisponde all’isola greca di Lesbo, come propose per la prima volta Emil Forrer negli anni ’20.

Possiamo quindi affermare con sicurezza che Wilusa si trovava nella stessa regione di Hisarlik, il nostro principale candidato per la Troia/Ilios di Omero. La conclusione di Forrer, inizialmente controversa, ora sembra ineludibile: Troia è stata effettivamente trovata nei testi ittiti. 

Era la sede reale del re di Wilusa, vassallo del Grande Re degli Ittiti. Abbiamo quindi non solo un contesto fisico per la grande città dell’Iliade, ma anche riferimenti storici contemporanei ad essa.

Tuttavia, questo è ancora molto lontano dalla prova di un’effettiva Guerra di Troia. Il che ci porta alla fase successiva della nostra ricerca.

I Greci compaiono nei testi ittiti?

Anche a questa domanda Emil Forrer cercò di rispondere. Egli ipotizzò che, se Troia poteva essere identificata nei testi ittiti, allora dovevano esserci anche riferimenti ai Greci in questi stessi documenti. 

Per rintracciare tali riferimenti, Forrer partì da una domanda fondamentale: come venivano chiamati i Greci in quel periodo? 

Notò che nell’Iliade e nell’Odissea, Omero usava regolarmente il termine “Achei” per riferirsi ai Greci nel loro complesso. (I Greci classici, invece, si chiamavano “Elleni”; il termine “Greco” deriva da “Graeci”, il nome usato dai Romani per indicare i popoli del mondo greco.) 

Supponendo che il termine omerico avesse radici autentiche nell’Età del Bronzo, Forrer cercò nei testi ittiti un nome che potesse corrispondere all’equivalente ittita di “Acaia”. Dato che il potere ittita si estendeva fino alla costa occidentale dell’Anatolia, e che i Greci del Tardo Bronzo (o micenei) avevano ampi contatti commerciali con questa regione, sarebbe stato sorprendente se i testi ittiti non avessero contenuto alcun riferimento a questi Greci, indipendentemente dalla loro presenza nella tradizione omerica.

Anche in questo caso, Forrer rivendicò un successo. Notò che i testi ittiti menzionavano più volte un luogo chiamato Ahhiyawa (o Ahhiya in una forma più breve e precedente). In questo nome, egli vide il modo ittita di rappresentare il termine greco Acaia

Come ci si poteva aspettare, la proposta di Forrer suscitò un acceso dibattito, a volte persino personale. Il suo più strenuo critico fu lo studioso tedesco Ferdinand Sommer, che negli anni ’30 guidò gli scettici nel respingere l’equazione Ahhiyawa-Acaia come nient’altro che una “etimologia kling-klang” (cioè una forzatura linguistica).

Da allora, il dibattito è continuato. Alcuni studiosi hanno sostenuto che Ahhiyawa fosse semplicemente un regno locale anatolico, mentre altri hanno proposto che si trattasse di un regno insulare al largo della costa anatolica, come Cipro o Rodi. 

Altri ancora hanno suggerito che Ahhiyawa fosse un regno miceneo della Grecia continentale.

Non possiamo qui approfondire tutti i pro e i contro dell’identificazione Ahhiyawa-Acaia, un tema già ampiamente discusso in passato. Basti dire che oggi la grande maggioranza degli studiosi ritiene che Ahhiyawa si riferisca effettivamente al mondo della Grecia del Tardo Bronzo, comunemente noto come il mondo miceneo. 

L’identificazione non può essere considerata definitiva, e alcuni dei suoi sostenitori ammettono che rimane ancora una questione di interpretazione. Tuttavia, le prove circostanziali a sostegno di questa teoria, comprese le scoperte degli ultimi anni, sono ormai schiaccianti. 

In alcuni contesti, il termine Ahhiyawa sembra riferirsi al mondo miceneo in generale; in altri, dove viene menzionato un re specifico di Ahhiyawa, potrebbe indicare un regno particolare all’interno di questo mondo.

Questa identificazione ha importanti implicazioni. Una di queste è la nuova dimensione che aggiunge agli studi micenei. Fino a poco tempo fa, si credeva che le imprese d’oltremare dei Micenei fossero limitate principalmente ad attività commerciali lungo le coste del Mediterraneo, con occasionali insediamenti di coloni-commercianti micenei, specialmente sulla costa anatolica occidentale. 

Questa conclusione era basata principalmente su prove materiali, in particolare sulla ceramica. Tuttavia, l’equazione Ahhiyawa-Miceneo ci porta un passo oltre, fornendoci informazioni scritte – le uniche di questo tipo – sulla storia del mondo miceneo. 

Sappiamo dai testi ittiti che alcuni re micenei furono coinvolti politicamente e militarmente negli affari dell’Anatolia occidentale. Ad esempio, Hattusili III, che governò l’impero ittita nel XIII secolo a.C., scrisse a uno di questi re, rivolgendosi a lui come “mio fratello”, un titolo riservato ai sovrani di pari rango, e come “Grande Re”, un appellativo usato solo per i più potenti sovrani del Vicino Oriente, come i governanti di Babilonia, Assiria, Egitto e Hatti.

Da questa lettera, comunemente nota come Lettera di Tawagalawa, apprendiamo che il destinatario era signore del territorio di Milawata (l’antica Mileto) sulla costa anatolica e che probabilmente lo stava usando come base per estendere l’influenza micenea in altre parti dell’Anatolia occidentale. 

Se così fosse, le sue azioni avrebbero inevitabilmente minacciato gli interessi ittiti, in particolare i territori vassalli nella regione.

Ma tutto questo ci avvicina davvero a determinare se la tradizione della Guerra di Troia si basi su fatti storici?

Le prove storiche di una guerra di Troia

In termini generali, abbiamo delineato uno scenario plausibile per un possibile conflitto tra i Greci micenei e le forze ittite (o sostenute dagli Ittiti) nell’Anatolia occidentale. 

Ora, però, dobbiamo restringere il nostro focus. Supponendo che Wilusa sia il nome ittita di Troia/Ilios, le nostre fonti ittite forniscono prove di un conflitto specifico che coinvolge forze Ahhiyawan/micenee contro il regno di Wilusa?

Dalle fonti ittite emerge chiaramente che Wilusa ebbe una storia piuttosto travagliata, specialmente nel XIII secolo a.C., il periodo in cui si colloca tradizionalmente la Guerra di Troia.

All’inizio del secolo, apprendiamo che il territorio di Wilusa fu attaccato e occupato da un avventuriero locale di nome Piyamaradu. Questa informazione ci viene dalla lettera di Manapa-Tarhunda, re della Terra del Fiume Seha, indirizzata al suo signore supremo ittita, Muwatalli II

In quell’occasione, Piyamaradu fu cacciato da Wilusa da una forza ittita, ma rimase in libertà e continuò a minacciare gli interessi ittiti nella regione.

In questo contesto, non si fa alcun riferimento diretto ad Ahhiyawa, ma da un’altra fonte, la cosiddetta Lettera di Tawagalawa, sappiamo che Piyamaradu era un protetto del re di Ahhiyawa, che gli offrì protezione quando gli Ittiti iniziarono a perseguitarlo. 

Inoltre, Piyamaradu era il suocero di Atpa, il governatore di Milawata (l’antica Mileto), che a sua volta era vassallo del re di Ahhiyawa. La Lettera di Tawagalawa fu scritta da Hattusili III al re di Ahhiyawa, il cui nome purtroppo non è conservato (sarebbe apparso all’inizio della prima tavoletta, andata perduta). 

La lettera si concentrava sulle attività di Piyamaradu e sul sostegno che riceveva dal re di Ahhiyawa, esprimendo la preoccupazione ittita per le sue azioni.

La lettera menziona anche Wilusa, che era stata motivo di conflitto tra Hattusili III e il re di Ahhiyawa, ma il conflitto era stato risolto pacificamente: “Ora che siamo giunti a un accordo su Wilusa, per la quale siamo entrati in guerra…”

Tuttavia, Hattusili temeva che Piyamaradu potesse provocare nuovi disordini e sollecitò il re di Ahhiyawa a tenere sotto controllo il ribelle, dicendogli: “Per quanto riguarda la questione di Wilusa, per la quale noi, il Re di Hatti ed io, eravamo diventati ostili, egli (il Re di Hatti) mi ha convinto e abbiamo fatto amicizia… non sarebbe giusto per noi fare guerra”.

Questo è quanto possiamo dedurre dalle fonti ittite riguardo a un possibile conflitto che coinvolge Wilusa e Ahhiyawa. Se Troia e Wilusa fossero effettivamente la stessa cosa, allora Troia era chiaramente uno stato vassallo degli Ittiti in quel periodo, e qualsiasi aggressione contro di essa avrebbe probabilmente provocato una rappresaglia militare da parte di Hatti.

Questo è esattamente ciò che Hattusili lascia intendere nella sua lettera. I suoi riferimenti a Piyamaradu suggeriscono che lo considerasse un agente, forse il principale, utilizzato dal re di Ahhiyawa per estendere la sua influenza nell’Anatolia occidentale.

In effetti, Piyamaradu potrebbe aver già agito in questa veste quando, in precedenza, occupò temporaneamente Wilusa.

Non sappiamo quanto la lettera di Hattusili sia stata efficace nel proteggere Wilusa da ulteriori attacchi. Tuttavia, da un’altra fonte, la Lettera di Milawata, apprendiamo che durante il regno di Tudhaliya IV (figlio di Hattusili III), Wilusa fu nuovamente attaccata. 

In questa occasione, il suo re, un uomo di nome Walmu, fu costretto a fuggire in esilio. Questa informazione proviene da una giunzione di testi, un documento frammentario noto come Lettera di Milawata, che si riferisce a eventi recenti avvenuti a Milawata e nei suoi dintorni. 

Sebbene la lettera sia incompleta, il passaggio superstite riguardante Wilusa suggerisce che il regno fu riportato sotto il controllo ittita e che erano in corso i preparativi per reinsediare Walmu sul trono.

Questo episodio rappresenta l’ultima informazione che abbiamo sul regno nord-occidentale di Wilusa

Se Wilusa fosse effettivamente il regno di Troia nel Tardo Bronzo, allora possiamo iniziare a delineare un quadro della storia di Troia in questo periodo.

I suoi abitanti erano quasi certamente uno dei popoli di lingua luvia dell’Anatolia occidentale e facevano parte del complesso etno-politico delle terre di Arzawa

Per almeno gli ultimi due secoli del Tardo Bronzo, Wilusa non fu un regno indipendente, ma uno degli stati vassalli dell’Impero ittita. Durante il XIII secolo, subì diversi attacchi da parte di forze nemiche, in cui potrebbe essere stato coinvolto un re greco miceneo. 

In un’occasione, il nemico invase e occupò il suo territorio; in un’altra, il re di Wilusa fu deposto. In entrambi i casi, furono gli Ittiti a liberare il regno.

La cosiddetta Lettera di Tawagalawa, che collega il re di Ahhiyawa a una guerra che coinvolge Wilusa, risale alla metà del XIII secolo. Questa è la data più ampiamente accettata per la distruzione di Troia VIh

Il nome del destinatario della lettera, che potrebbe essere apparso nella prima tavoletta (ora perduta), rimane sconosciuto. Tuttavia, alcuni studiosi hanno suggerito che questo destinatario, un Grande Re del mondo Ahhiyawan, potrebbe essere visto come il prototipo dell’Agamennone di Omero. 

Secondo la tradizione omerica, Agamennone guidò una confederazione di Greci in una guerra contro i Troiani, culminata in un assedio decennale, nella conquista, nella distruzione e nell’abbandono della città. Questi sono gli eventi centrali della tradizione omerica. 

Ma quanto siamo vicini a dimostrare che questi eventi siano realmente accaduti? Rivediamo le prove attualmente disponibili.

Possiamo con un alto grado di probabilità identificare il sito ora conosciuto come Hisarlik nella Turchia nord-occidentale con l’antica cittadella di Troia, resa famosa dai poemi epici di Omero. Il livello VIh di questo sito si adatta meglio alla descrizione di Troia da parte di Omero. Questo livello fu distrutto durante il XIII secolo, probabilmente intorno alla metà del secolo, entro il periodo in cui la Guerra di Troia è datata nelle fonti greche classiche.

Sfortunatamente non abbiamo prove chiare per indicare cosa causò la distruzione di Troia: azione umana, forze naturali o una combinazione di entrambi. È vero che recenti scavi nella città bassa hanno prodotto segni di conflitto militare sotto forma di punte di freccia e scheletri umani. Ma finora la quantità di tali resti è troppo piccola per costituire la prova di un conflitto prolungato per un periodo di molti anni e che coinvolge una grande forza di invasione.

È molto probabile che Troia o Ilio fosse il regno chiamato Wilusa nei testi ittiti. Wilusa era un regno vassallo dell’impero ittita situato nell’estremo nord-ovest dell’Anatolia, nella regione che i Greci di epoche successive chiamarono la Troade.

Sappiamo che i Greci micenei, la cui terra è chiamata Ahhiyawa nei testi ittiti, furono coinvolti negli affari politici e militari dell’Anatolia occidentale, almeno dal XV secolo e in particolare nel XIII secolo, quando la terra di Milawata sulla costa anatolica occidentale era soggetta a un re Ahhiyawan/miceneo.

Durante questo periodo Wilusa subì una serie di attacchi in cui i Greci micenei potrebbero essere stati coinvolti direttamente o indirettamente. In un’occasione, il suo territorio fu occupato dal nemico; in un’altra occasione il suo re fu deposto e costretto all’esilio. Omero ci dice che la città di Troia fu attaccata, occupata e distrutta dai Greci, e la sua famiglia reale uccisa o costretta all’esilio.

Quanto ci portano, quindi, queste informazioni verso la prova di una Guerra di Troia?

La risposta non può essere molto lontana, se stiamo cercando di identificare un conflitto storico che abbia occupato un periodo di tempo relativamente lungodieci anni, secondo la tradizione greca.

Tuttavia, lungi dal fornire prove materiali o scritte di un tale conflitto, le nostre fonti anatoliche sollevano notevoli dubbi sulla sua storicità, almeno nella forma in cui appare in Omero.

Ad esempio, sebbene la guerra d’assedio fosse certamente una pratica comune in diverse operazioni militari dell’Età del Bronzo, e a volte si protraesse per diversi mesi, l’idea di un assedio che durasse molti anni è del tutto implausibile.

Inoltre, l’affermazione che le forze greche arrivarono a Troia con una flotta di oltre mille navi (1.186, per la precisione) renderebbe l’armata greca più grande della più imponente flotta conosciuta in qualsiasi periodo del mondo antico.

Se esiste una base storica per la tradizione omerica, essa va ricercata non in un singolo conflitto di lunga durata, ma piuttosto in una serie di conflitti avvenuti nel corso di un arco temporale molto più ampio.

Le nostre fonti scritte anatoliche non forniscono alcuna prova di un unico, grande e prolungato attacco da parte di invasori greci contro un regno anatolico, culminato nella distruzione di quel regno. Piuttosto, il modello che emerge è quello di una serie di attacchi limitati, effettuati nel corso di diversi secoli, con occasionali occupazioni temporanee di regni assediati.

Uno qualsiasi di questi attacchi potrebbe aver fornito il nucleo originale dell

L’evoluzione di una tradizione

La genesi dell’epica omerica potrebbe risalire a 150 anni o più prima della data generalmente accettata della Guerra di Troia. 

Già alla fine del XV o all’inizio del XIV secolo, un noto testo ittita, la cosiddetta “Accusa di Madduwatta”, menziona le imprese militari degli Ahhiyawan sulla terraferma anatolica e successivamente sull’isola di Cipro (nota come Alasiya nei testi ittiti). 

Il capo di queste imprese era un uomo di Ahhiya di nome Attarsiya. Potrebbe la tradizione della Guerra di Troia essere iniziata con un conflitto militare tra Greci micenei e Anatolici all’inizio del XIV, o addirittura del XV secolo? 

Il professor Vermeule ha sostenuto che ci sono elementi linguistici e culturali nell’Iliade che potrebbero risalire a questo periodo. Attraverso lo studio di alcuni passaggi dell’Iliade, conclude che le morti di eroi “omerici” come Ettore e Patroclo erano già cantate nel XV o XIV secolo. 

Le avventure militari in Anatolia di un antico guerriero greco miceneo come Attarsiya sono esattamente il tipo di materiale da cui nascono le leggende. In effetti, è possibile che Attarsiya (o Attarissiya) fosse il modo ittita di scrivere il nome greco Atreo, un nome portato nella tradizione greca da uno dei primi sovrani di Micene.

Forse furono i primi contatti micenei con l’Anatolia occidentale a dare inizio alla tradizione di un conflitto greco-anatolico. Nel corso del tempo, questa tradizione acquisì costantemente nuovi elementi, molti dei quali potrebbero essere basati su episodi o incidenti storici reali. 

Nel XIII secolo, la tradizione aveva anche acquisito un contesto fisico specifico: un regno anatolico nord-occidentale che, nel corso del secolo, subì una serie di attacchi da parte dei Greci o dei loro alleati. L’occupazione nemica del suo territorio e il rovesciamento del suo re divennero parte integrante della tradizione in evoluzione.

Questa tradizione fu mantenuta viva da narratori, bardi e menestrelli erranti che, come ci dice Omero, intrattenevano le corti di re e nobili micenei. Le gesta di grandi eroi del passato si mescolarono con le azioni di re e guerrieri greci di epoche più recenti. 

La tradizione orale, per sua natura, permetteva adattamenti e aggiunte quasi illimitati a un corpus di folklore esistente. Molto probabilmente, su richiesta dei loro mecenati, i narratori aggiungevano costantemente nuovo materiale, aggiornando il loro repertorio di racconti. 

Anche dopo la caduta dei grandi regni dell’Età del Bronzo, la tradizione di una grande guerra continuò. E fu forse in questo periodo successivo, post-Età del Bronzo, che nacque l’ultima componente essenziale della tradizione omerica: la totale distruzione e abbandono della cittadella di Troia.

È importante sottolineare che una fine così drammatica di Troia non è attestata durante il Tardo Bronzo, né nei documenti archeologici né in quelli scritti. 

Nei reperti archeologici, Troia VIIa sostituì rapidamente Troia VIh e fu occupata dallo stesso gruppo di popolazione, sebbene le condizioni di vita fossero più umili e affollate. Nei documenti scritti, Wilusa fu liberata dai suoi invasori almeno in due occasioni nel XIII secolo, e al sovrano locale fu ripristinata la sua autorità. 

Tuttavia, arrivò un momento in cui Troia fu distrutta e apparentemente abbandonata dalla sua popolazione. Ciò accadde alla fine del livello VIIb, tra il 1100 e il 1000 a.C., durante i grandi sconvolgimenti che colpirono il Vicino Oriente e la Grecia alla fine dell’Età del Bronzo. 

La sua distruzione fu molto probabilmente opera di predoni, inclusi i cosiddetti Popoli del Mare, di cui si parla nei documenti egizi. È probabile che tra questi predoni vi fossero anche gruppi provenienti dagli ultimi resti del mondo miceneo.

Intorno al 1000 a.C., nuove ondate di Greci si stabilirono nell’Anatolia occidentale. Conoscevano le grandi storie dei loro antenati che avevano combattuto contro i regni anatolici locali, in particolare la conquista di un regno chiamato Troia o Ilio nella tradizione greca. 

Molti di loro potrebbero aver visitato il luogo di questa conquista. Cosa videro lì? I resti di una città un tempo grande, distrutta e ora totalmente abbandonata. Questo fornì l’ultimo elemento della tradizione: l’episodio conclusivo di un racconto di conflitto, conquista e distruzione.

Tutto ciò ha fornito la materia prima per il poeta creativo: una sequenza di eventi che si è svolta nell’arco di almeno cinquecento anni. Dall’immenso corpus di leggende e folklore generato da questi eventi, fu selezionato un piccolo numero di episodi, intessuti in una narrazione continua e compressi in un periodo di dieci anni. 

Ma il poeta andò oltre. La sua storia doveva essere popolata di personaggi coloriti: il signorile Agamennone, il coraggioso Aiace di proporzioni enormi, il nobile Ettore, l’offeso Achille, l’astuto Odisseo

Furono aggiunti altri elementi dal repertorio standard della tradizione epica: l’intervento di dei e dee, l’esecuzione di strani rituali, incontri con incantatrici e mostri, e consultazioni con i morti o gli immortali.

Fu questo il risultato di una singola persona? E se sì, fu il risultato di un poeta dell’VIII secolo? O ci fu una successione di poeti che risalgono attraverso le nebbie dell’Età Oscura? 

Omero era semplicemente l’ultimo di una serie? O era egli stesso un’invenzione, non una persona, ma la personificazione di un processo iniziato molto prima della fine dell’VIII secolo?

Potrebbero esserci stati uno o più poeti dell’Età Oscura a cui dovrebbe essere attribuito il merito, o almeno con i quali dovrebbe essere condiviso. Eppure, rimane la probabilità che, sovrastando tutti i suoi predecessori, ci fosse effettivamente un grande poeta della fine dell’VIII o dell’inizio del VII secolo, il cui genio creativo portò una tradizione narrativa in evoluzione al suo apice di eccellenza artistica.

Indubbiamente, il dibattito sul fatto che il racconto omerico della Guerra di Troia si basi o meno su fatti storici continuerà. Studiosi, produttori cinematografici e chiunque sia interessato alla storia di Troia continueranno a indagare sulla verità dietro la leggenda. 

Perché così tanti sono stati ossessionati da questa ricerca per così tanto tempo? 

Parte del motivo potrebbe essere la convinzione che la reputazione del poeta sarebbe tanto maggiore se potessimo provare oltre ogni dubbio che il suo racconto di Troia si basa su fatti storici. Ma, in realtà, è vero il contrario. 

Omero era un artista creativo, non uno storico, ed è così che vorrebbe essere giudicato. La sua composizione epica ha catturato l’immaginazione di generazioni di ascoltatori e lettori, oltre a ispirare innumerevoli artisti visivi e letterari. Eppure, questo non è tutto. 

Con una forza tale, ha raccontato la sua storia da convincere quasi tutti i suoi ascoltatori e lettori, compresi alcuni dei più acuti studiosi, che i suoi personaggi sono basati su persone reali e che questi eventi sono realmente accaduti.

Supponiamo per un momento che l’Iliade fosse, dall’inizio alla fine, un’opera di finzione, che Omero si sia inventato tutto. Quale sarebbe allora il più grande favore che potremmo fare al poeta? 

Sicuramente, provare alla soddisfazione di tutti che la sua storia di Troia non ha alcun fondamento storico. Ciò, più di ogni altra cosa, chiarirebbe a tutti la piena portata del genio creativo del poeta ionico.