Non è molto conosciuto né citato, ma l’inventore musulmano dell’XII secolo, Ismail al-Jazari, potrebbe essere ampiamente paragonato ad altre grandi menti, come Leonardo da Vinci.
Alcune delle sue invenzioni furono riservate ai ricchi aristocratici islamici, ma nel corso della sua vita, al-Jazari realizzò una serie di macchine che vanno da fontane programmate per accendersi e spegnersi autonomamente ad alcuni strumenti per permettere ai contadini di trasportare l’acqua fino a, forse, un prototipo di quello che oggi conosciamo come robot.
Ismail al-Jazari: un genio dell’ingegneria medievale
Badi al-Zaman Abu al-Izz Ismail ibn al-Razzaz al-Jazari nacque nell’odierna Turchia centro-meridionale nel 1136: era figlio di un umile artigiano e il suo periodo storico fu caratterizzato da pesanti lotte dinastiche e da contese territoriali, influenzate anche dai risultati sociali e politici provocati dalle Crociate.
Forse sull’esempio del padre, al-Jazari lavorò come ingegnere per i governanti regionali: prima servitore della dinastia degli Artuqidi, divenne poi impiegato per gli Zangid, fino a fare carriera e servire i successori del più grande eroe musulmano: Saladino.
In realtà, la vita di Ismail al-Jazari fu relativamente tranquilla e la sua esistenza fu dedicata a progettare ingegnosi dispositivi.
Uno dei motivi fondamentali per i quali conosciamo le sue macchine risiede nel fatto che tanti inventori musulmani hanno ideato apparecchi, ma quasi nessuno come lui ha lasciato testimonianze scritte del suo lavoro, frutto di una grande passione non solo per l’ingegneria ma anche per la realizzazione di manuali. La sua principale produzione, il “Libro della conoscenza dei dispositivi meccanici ingegnosi” è ricco non solo di spiegazioni ma anche di coloratissime illustrazioni per dimostrare come dovevano essere incastrati i pezzi dei suoi marchingegni per poter funzionare.
Leggendo il libro della conoscenza, l’unica fonte che abbiamo su di lui e sulle sue scoperte, sappiamo che al-Jazari attinse a piene mani dalle innovazioni eseguite nei secoli precedenti, rilevando intuizioni dell’antica cultura greca, indiana, persiana e cinese.
Ma al-Jazari non si limitò a riproporre vecchie scoperte, ma cercò di perfezionare i risultati dei grandi inventori suoi predecessori. La prefazione del suo libro recita: “Ho scoperto che alcuni studiosi e saggi hanno realizzato dispositivi descrivendo precisamente ciò che avevano fatto. Non li avevamo considerati fino in fondo e non avevamo sempre seguito la strada giusta, e così le loro intuizioni scivolavano tra il vero e il falso.”
Così, al-Jazari descrisse una vasta serie di strumenti, alcuni più dedicati al divertimento, altri dall’utilità pratica, che andavano dagli orologi ad automi che distribuivano bevande. Progettò anche dispositivi per eseguire salassi, fontane particolarmente complesse, macchine per il sollevamento dell’acqua e strumenti per la misurazione.
Uno dei suoi dispositivi più famosi è sicuramente un enorme orologio ad acqua posto in groppa ad un elefante. L’orologio, eseguito sui modelli dell’antico Egitto e della Babilonia, è notevolmente perfezionato negli ingranaggi. Ogni mezz’ora, l’orologio mostra un animale diverso, dai draghi cinesi agli elefanti indiani e, sempre ogni 30 minuti, i suoi meccanismi interni portano un uccellino in cima ad una cupola a fischiare, o un uomo a far cadere una palla nella bocca di un drago o il guidatore dell’elefante a colpire l’animale in testa.
Ismail al-Jazari e il primo robot della storia
Ma l’interesse per le scoperte di Ismail al-Jazari riguarda un congegno che potrebbe essere considerato il primo robot programmabile della storia, anche se estremamente rudimentale. È un’invenzione costituita da 4 musicisti: un suonatore d’arpa, un flautista e due batteristi, interamente progettata per suonare delle piccole canzoncine ed intrattenere il suo proprietario. I meccanismi interni che animano i suonatori sono stati programmati per essere avviati a mano, e poi suonare autonomamente ritmi diversi e compatibili.
Ovviamente, si trattava di uno strumento per ricchi. Per proseguire serenamente con il suo lavoro, Ismail al-Jazari aveva bisogno di stupire i suoi committenti e la sua ideazione di gadget doveva da un lato alleggerire il peso della fatica quotidiana ma anche diventare motivo di orgoglio per i loro proprietari.
Più avanti nel libro viene descritto il funzionamento di almeno cinque macchine che facilitavano il pompaggio dell’acqua e l’irrigazione, sia nelle case che nelle piccole fattorie. Oltre a ciò, si leggono i dettagli di un albero a gomiti che convertiva il movimento da lineare a rotatorio, ma anche altri strumenti per stabilire la calibrazione delle serrature delle porte.
È notevole osservare come al-Jazari , a differenza di tanti suoi colleghi del tempo, abbia mantenuto un linguaggio estremamente semplice. Altri inventori utilizzavano parole oscure per farsi comprendere solamente da altri colleghi o da una piccola elìte, mentre al-Jazari si preoccupò di farsi capire anche dall’uomo comune. Così, tutte le scoperte di al-Jazari sono corredate da una ricca bibliografia e soprattutto da indicazioni teoriche e calcoli, tali da permetterci di paragonare la sua opera ad un meraviglioso “manuale dell’utente.”
L’eredità di al-Jazari
Al-Jazari morì nel 1206, ma oltre al suo libro, un vero e proprio manifesto all’ingegneria e alla divulgazione, le sue intuizioni saranno fondamentali per la vita civile nei diversi secoli successivi.
I suoi sistemi di approvvigionamento idrico permisero a molti contadini di irrigare i campi con maggiore facilità, ma i suoi dispositivi furono utilizzati persino per la costruzione di sistemi idraulici nelle moschee e negli ospedali di Diyarbakir e Damasco.
In alcuni casi, alcune parti dei suoi progetti sono stati in uso fino ai tempi recenti. Effettivamente, la maggior parte delle sue innovazioni erano secoli avanti, non solo rispetto al mondo musulmano, ma anche nei confronti della scienza europea. Ad esempio, le sue valvole coniche, componente fondamentale dell’ingegneria idraulica, vennero menzionate per la prima volta in Europa due secoli dopo da Leonardo da Vinci, un accanito ammiratore di al-Jazari.
E proprio così viene chiamato dagli addetti ai lavori: “Il Leonardo da Vinci d’Oriente”, anche se alcuni si azzardano ad invertire i termini: “Leonardo da Vinci, l’al-Jazari d’Occidente.”
Il Regno delle Due Sicilie nato l’8 dicembre 1816 è stato il più antico e il più grande degli stati italiani del XIX secolo e il suo crollo nel 1860 assicurò inaspettatamente l’unificazione politica dell’Italia. Il Trattato di Casalanza restituì Ferdinando IV di Borbone al trono di Napoli e gli fu restituita l’isola di Sicilia, dove la costituzione del 1812 lo aveva praticamente depotenziato. Nel 1816 annullò la costituzione e la Sicilia fu completamente reintegrata nel nuovo stato, che ora era ufficialmente chiamato Regno delle Due Sicilie. Ferdinando IV divenne Ferdinando I.
Dopo due secoli di dominazione spagnola e poi una breve occupazione austriaca, nel 1734 il regno divenne uno stato dinastico indipendente retto da un ramo cadetto dei Borboni spagnoli. Fino al 1816 Napoli e Sicilia erano regni separati, ciascuno con proprie leggi, costumi e costituzioni. La popolazione della terraferma era di cinque milioni nel 1800, di cui quasi un milione in Sicilia.
Con mezzo milione di abitanti Napoli era la città più grande d’Italia e la terza d’Europa dopo Londra e Parigi, mentre Palermo, con i suoi 200.000 abitanti, era poco più grande di Roma alla fine del Settecento. Ma le dimensioni di queste città erano una conseguenza dei privilegi che i critici del diciottesimo secolo ritenevano contribuissero alla povertà di gran parte del resto del regno.
I privilegi dei feudatari laici ed ecclesiastici erano più estesi che in qualsiasi altra monarchia dell’Europa occidentale, ma i tentativi dei governanti borbonici di riformare la monarchia di ancien régime incontrò una feroce resistenza.
Nel 1794 il Regno delle Due Sicilie si unì alla coalizione contro la Francia rivoluzionaria, ma i preparativi per la guerra misero a dura prova la monarchia, che crollò nel novembre 1798 quando il re Ferdinando IV fu sconfitto mentre cercava di affrontare un esercito francese che aveva allestito un governo repubblicano a Roma. Il re e la sua corte fuggirono in Sicilia sulla nave da guerra dell’ammiraglio Horatio Nelson, mentre un esercito francese stabilì una repubblica a Napoli nel gennaio 1799.
La Repubblica Napoletana è nota soprattutto per le modalità della sua caduta nel giugno 1799, quando i suoi sostenitori furono massacrati da una fanatica controrivoluzione popolare – l’Esercito Cristianissimo della Santa Fede – guidato dal cardinale Fabrizio Ruffo. Infatti, come le sue repubbliche sorelle, la Repubblica Napoletana cadde perché il Direttorio ritirò i suoi eserciti dall’Italia e perché la città fu bloccata dalle navi di Nelson. Ma la ferocia che seguì provocò repulsione in tutta Europa, e il coinvolgimento di Nelson fu in seguito descritto come una “macchia sull’onore dell’Inghilterra”.
Nel 1806 la terraferma fu nuovamente invasa da un esercito francese, e i Borboni fuggirono nuovamente in Sicilia. Il fratello di Napoleone, Giuseppe, governò a Napoli fino al 1808, quando fu trasferito in Spagna e sostituito dal cognato dell’imperatore Gioacchino Murat. I rapporti tra Napoli e Parigi divennero tesi dopo l’arrivo di Murat e misero in luce le intenzioni coloniali dell’impero napoleonico. Sebbene Murat non condividesse il destino di Luigi Bonaparte, che era stato rimosso dal trono d’Olanda nel 1810, nel 1814 disertò verso gli Alleati nella speranza di salvare il suo regno. Ma gli Alleati si rifiutarono di dare garanzie, così Murat si unì nuovamente a Napoleone dopo la fuga dall’Elba nel 1815. L’episodio napoleonico nell’Italia meridionale si concluse quando Murat fu sconfitto dagli austriaci a Tolentino.
Durante il breve periodo della dominazione francese la monarchia napoletana fu completamente riorganizzata. Il feudalesimo fu abolito, il governo centrale e locale fu riorganizzato secondo le linee francesi, fu introdotto il Codice napoleonico e i debiti dell’antica monarchia furono riscattati attraverso la soppressione di oltre 1.300 case religiose. Ma l’ostilità nei confronti dell’imperialismo francese diede luogo anche a rivendicazioni di governo costituzionale negli ultimi anni del regno di Murat, che trovarono una base organizzativa nelle società segrete, in particolare nella Carboneria.
Quando i Borboni tornarono a Napoli nel 1815 non solo mantennero tutte le riforme introdotte dai francesi, tranne solo per il divorzio civile, ma nel 1816 le estesero anche alla Sicilia, che perse la sua secolare autonomia. Per riconoscere l’unione il re cambiò il suo titolo in Ferdinando I, ma il risentimento dei siciliani e le continue pressioni per una costituzione furono le principali cause delle rivoluzioni che iniziarono nell’esercito borbonico nel luglio 1820. Le principali richieste erano per una maggiore autonomia locale e libertà politica, ma dopo nove mesi di governo costituzionale il Regno delle Due Sicilie fu nuovamente invaso da un esercito austriaco nel marzo 1821. Seguì un’epurazione sistematica di tutti i sospetti liberali, nonché misure per proteggere l’economia del regno. Le sue finanze erano andate in bancarotta a causa della rivoluzione e nel 1822 i suoi debiti furono acquisiti dalla banca Rothschild. Furono adottate tariffe protettive elevate per ridurre la dipendenza dalle importazioni estere, ma ciò portò a una guerra commerciale con la Gran Bretagna che culminò nel 1840 quando le cannoniere britanniche entrarono nel Golfo di Napoli e costrinsero il governo a sottomettersi.
Dopo il regno reazionario di Francesco I (1825-1830), l’adesione di Ferdinando II (nipote di Luigi Filippo, monarca costituzionale francese) nel 1830 suscitò speranze di cambiamento politico che non si concretizzarono mai. Con il deteriorarsi delle condizioni economiche nei primi anni Quaranta dell’Ottocento crebbe il malcontento popolare, soprattutto nelle zone rurali, ma un tentativo dei fratelli veneziani Attilio ed Emilio Bandiera di scatenare una rivolta in Calabria fu rapidamente soppresso. Quattro anni dopo, però, nel gennaio 1848, a Palermo iniziarono le rivoluzioni europee. Nel tentativo di contenere le proteste Ferdinando II di Napoli fu il primo sovrano italiano a concedere il governo costituzionale, ma il 15 maggio fu anche il primo a mettere in scena una vittoriosa controrivoluzione.
Come nel 1820, Palermo adottò la causa separatista che la portò a scontrarsi con i liberali napoletani e con molte altre città siciliane. Ma a differenza del 1820, l’esercito rimase fedele alla monarchia. L’ordine fu rapidamente ristabilito nelle province di terraferma, e in ottobre la marina borbonica bombardò Messina, che valse a re Ferdinando il titolo di “re Bomba”. Palermo resistette fino al maggio 1849.
I Borboni napoletani furono gli unici governanti italiani a rovesciare le rivoluzioni senza assistenza esterna, ma la loro vittoria li lasciò isolati diplomaticamente. Il Piemonte era ormai una monarchia costituzionale mentre in tutta Europa re Bomba era la personificazione della reazione, una reputazione che si rafforzò quando il politico liberale inglese William Gladstone protestò contro il trattamento dei prigionieri politici napoletani e denunciò la monarchia borbonica come “la negazione di Dio istituita come sistema di governo”.
Il pericolo maggiore per i Borboni napoletani fu rappresentato dal declino del potere austriaco e la sconfitta dell’Austria nel 1859 lasciò il regno senza alleati. Le conseguenze divennero evidenti quando lo sbarco di Garibaldi a Marsala nel maggio 1860 scatenò la terza e vittoriosa rivolta separatista siciliana. Ormai la monarchia aveva perso anche l’appoggio dei latifondisti di terraferma, e sebbene l’esercito rimanesse leale, non seppe fronteggiare né le camicie rosse di Garibaldi né l’esercito piemontese che nell’ottobre 1860 invase il regno con il pretesto di proteggere il papa. Scampato per un pelo a un bombardamento di artiglieria a Gaeta in flagrante violazione dell’armistizio, l’ultimo re delle Due Sicilie, Francesco II, che era succeduto al padre appena un anno prima, fu portato a Roma ed esiliato su una nave da guerra britannica.
Plebisciti frettolosamente organizzati in terraferma e in Sicilia in ottobre e novembre sancirono l’annessione al Piemonte e quindi la fine del regno. In molte parti del sud, tuttavia, l’unificazione fu vissuta come un’occupazione militare. Un gran numero di ex soldati borbonici morirono di malattie e maltrattamenti nelle carceri, mentre gli oppositori della monarchia piemontese furono esclusi dalle cariche pubbliche.
Nel giro di un anno gran parte del sud e della Sicilia erano in aperta rivolta, una situazione che il governo indicò come “brigantaggio”. Ma tra il 1861 e il 1864 furono impegnati più uomini nelle operazioni contro presunti briganti che in tutte le precedenti guerre di indipendenza, e nel 1866 la marina dovette essere impiegata per reprimere un’altra rivolta separatista a Palermo. Al momento dell’unificazione le differenze tra nord e sud erano molto inferiori a quelle che sarebbero state entro la fine del secolo. Ma l’estensione delle misure di libero scambio piemontesi nel 1861 provocò il crollo delle industrie meridionali, che comprendevano le più grandi fabbriche di ingegneria e cantieristica d’Italia. I settori più avanzati delle economie meridionali saranno devastati dalla crisi agricola che colpirà l’intera Europa negli anni Ottanta dell’Ottocento, ma il Mezzogiorno soffrirà più in generale di incuria, sovrattassazione e mancanza di investimenti.
Ho Chi Minh, nome originale Nguyen Sinh Cung, nasce il 19 maggio 1890 nel villaggio di Hoang Tru, nella provincia di Nghe An, nel Vietnam del Nord. Suo padre, Nguyễn Sinh Sắc, era un funzionario imperiale e sua madre, Nguyen Thi Ho, era una contadina. Fu il fondatore della Partito Comunista Indocinese. In qualità di leader del movimento nazionalista vietnamita per quasi tre decenni, Ho è stato uno dei primi promotori del movimento anticoloniale in Asia del secondo dopoguerra e uno dei leader comunisti più influenti del XX secolo.
Ho Chi Minh, i primi anni di vita
Figlio di uno studioso di campagna, Nguyen Sinh Huy, Ho Chi Minh è cresciuto nel villaggio di Kim Lien. Ha avuto un’infanzia infelice, ma tra i 14 ei 18 anni ha potuto studiare in un liceo a Hue. Successivamente è noto per essere stato un maestro di scuola a Phan Thiet e poi è stato apprendista presso un istituto tecnico a Saigon.
Nel 1911, sotto il nome di Ba, trovò lavoro come cuoco su un piroscafo francese. Fu marinaio per più di tre anni, visitando vari porti africani e le città americane di Boston e New York. Dopo aver vissuto a Londra dal 1915 al 1917, si trasferì in Francia, dove lavorò, a sua volta, come giardiniere, spazzino, cameriere.
Durante i sei anni trascorsi in Francia (1917-1923), divenne un socialista attivo sotto il nome di Nguyen Ai Quoc. Organizzò un gruppo di vietnamiti residenti in Francia e nel 1919 indirizzò una petizione in otto punti ai rappresentanti delle grandi potenze alla Conferenza di pace di Versailles che concluse la prima guerra mondiale. Nella petizione, Ho Chi Minhchiese che il potere coloniale francese garantisse ai suoi sudditi in Indocina pari diritti con i governanti. Questo atto non ha avuto alcuna risposta da parte degli operatori di pace, ma lo ha reso un eroe per molti vietnamiti politicamente attivi. L’anno seguente, ispirata dal successo della rivoluzione comunista in Russia e da quella di Vladimir Lenin, Ho si unì ai comunisti francesi quando si ritirarono dal Partito socialista nel dicembre 1920.
Dopo gli anni di attività militante in Francia, dove conobbe la maggior parte dei dirigenti della classe operaia francese, Ho Chi Minh si recò a Mosca alla fine del 1923. Nel gennaio 1924, dopo la morte di Lenin, pubblicò un commovente addio al fondatore dell’Unione Sovietica pubblicato sulla Pravda. Sei mesi dopo, dal 17 giugno all’8 luglio, prese parte attiva al Quinto Congresso dell’Internazionale Comunista, durante il quale criticò il Partito Comunista Francese per non essersi opposto più vigorosamente al colonialismo. La sua dichiarazione al congresso è degna di nota perché contiene la prima formulazione della sua fede nell’importanza del ruolo rivoluzionario dei contadini oppressi.
Nel dicembre 1924, sotto il falso nome di Ly Thuy, Ho Chi Minh si recò a Canton (Guangzhou), roccaforte comunista, dove reclutò i primi quadri del movimento nazionalista vietnamita, organizzandoli nel Vietnam Thanh Nien Cach Menh Dong Chi Hoi, “Associazione giovanile rivoluzionaria vietnamita”, che divenne famosa con il nome di Thanh Nien. Quasi tutti i suoi membri erano stati esiliati dall’Indocina a causa delle loro convinzioni politiche e si erano riuniti per partecipare alla lotta contro il dominio francese sul loro paese. Così, Canton divenne la prima patria del nazionalismo indocinese.
Quando Chiang Kai-shek, allora comandante dell’esercito cinese, espulse i comunisti cinesi da Canton nell’aprile 1927, Ho Chi Minh cercò nuovamente rifugio in Unione Sovietica. Nel 1928 si recò a Bruxelles e Parigi e poi in Siam, l’attuale Thailandia, dove trascorse due anni come rappresentante dell’Internazionale Comunista, l’organizzazione mondiale dei partiti comunisti, nel sud-est asiatico. I suoi seguaci, tuttavia, rimasero nel sud della Cina.
Fondazione del Partito Comunista Indocinese
Incontrandosi a Hong Kong nel maggio 1929, i membri del Thanh Nien decisero di formare il Partito Comunista Indocinese (PCI). Altri, nelle città vietnamite di Hanoi, Hue e Saigon, iniziarono l’effettivo lavoro di organizzazione, ma alcuni dei luogotenenti di Ho Chi Minh erano riluttanti ad agire in assenza del loro capo, che godeva della fiducia di Mosca. Ho Chi Minh tornò dal Siam e il 3 febbraio 1930 presiedette alla fondazione del partito. All’inizio si chiamava Partito Comunista Vietnamita, ma, dopo l’ottobre 1930, Ho Chi Minh, agendo su consiglio sovietico, adottò il nome di Partito Comunista Indocinese.
In questa fase della sua carriera, Ho Chi Minh agì più come arbitro dei conflitti tra le varie fazioni, consentendo l’organizzazione dell’azione rivoluzionaria, piuttosto che come iniziatore. In queste azioni si possono vedere la prudenza, la sua consapevolezza di ciò che era possibile realizzare, la sua cura di non alienare Mosca e l’influenza che aveva già ottenuto tra i comunisti vietnamiti.
La creazione del PCI coincise con un violento movimento insurrezionale in Vietnam. La repressione dei francesi fu brutale; Lo stesso Ho Chi Minh fu condannato a morte in contumacia come rivoluzionario. Ha cercato rifugio a Hong Kong, dove la polizia francese ha ottenuto il permesso dagli inglesi per la sua estradizione, ma gli amici lo hanno aiutato a fuggire, ed è arrivato a Mosca via Shanghai.
Nel 1935 il VII Congresso dell’Internazionale, riunito a Mosca, al quale partecipò come capo delegato del PCI, sancì ufficialmente l’idea del Fronte popolare, un’alleanza con la sinistra non comunista contro il fascismo, una politica da tempo propugnata da Ho Chi Minh. In linea con questa politica, i comunisti in Indocina moderarono la loro posizione anticolonialista nel 1936, consentendo la cooperazione con i “colonialisti antifascisti”. La formazione del governo del Fronte popolare del premier Léon Blum in Francia nello stesso anno permise alle forze di sinistra in Indocina di operare più liberamente, sebbene a Ho Chi Minh, a causa della sua condanna nel 1930, non fu permesso di tornare dall’esilio. La repressione tornò in Indocina con la caduta del governo Blum nel 1937 e nel 1938 il Fronte popolare era morto.
Movimento per l’indipendenza
Nel 1941, Hồ Chí Minh tornò in Vietnam per guidare il movimento indipendentista del Việt Minh. L’occupazione giapponese dell’Indocina quell’anno, il primo passo verso un’invasione del resto del sud-est asiatico, creò un’opportunità per i patrioti vietnamiti. I cosiddetti “uomini in nero” erano una forza di guerriglia di 10.000 membri che operava con il Việt Minh. Ha supervisionato molte azioni militari di successo contro la Francia di Vichy e l’occupazione giapponese del Vietnam durante la seconda guerra mondiale, sostenuto da vicino ma clandestinamente dall’Ufficio dei servizi strategici degli Stati Uniti e successivamente contro la decisione francese di rioccupare il paese.
È stato imprigionato in Cina dalle autorità locali di Chiang Kai-shek prima di essere salvato dai comunisti cinesi. Dopo il suo rilascio nel 1943, tornò in Vietnam. Fu durante questo periodo che iniziò a usare regolarmente il nome Hồ Chí Minh, un nome vietnamita che combinava un comune cognome vietnamita (Hồ,胡) con un nome proprio che significa “Spirito luminoso” o “Chiara volontà” dal sino-vietnamita 志明: Chí che significa “volontà” o “spirito” e Minh che significa “luminoso.
Nel 1946, il futuro primo ministro israeliano David Ben-Gurion e Hồ Chí Minh si conobbero quando soggiornarono nello stesso hotel a Parigi.
Nel 1946, quando viaggiò fuori dal paese, i suoi subordinati imprigionarono 2.500 nazionalisti non comunisti e ne costrinsero altri 6.000 a fuggire. Centinaia di oppositori politici furono incarcerati o esiliati nel luglio 1946, in particolare membri del Partito nazionalista del Vietnam e del Partito nazionale Dai Viet dopo un tentativo fallito di organizzare un colpo di stato contro il governo del Viet Minh.
Tutti i partiti politici rivali furono successivamente banditi e i governi locali furono epurati per ridurre al minimo l’opposizione. Tuttavia la Repubblica Democratica del Vietnam aveva più di due terzi dei suoi membri provenienti da fazioni politiche non Việt Minh, alcune senza elezioni. Il leader del Partito nazionalista del Vietnam Nguyễn Hải Thần è stato nominato vicepresidente.
Presidente del Vietnam
Nella conferenza di Ginevra, il Vietnam fu riconosciuto indipendente, ma venne diviso in due parti: sud filo-statunitense e nord comunista e, almeno inizialmente, filo-sovietico. Ho Chi Minh divenne presidente della Repubblica Democratica del Vietnam ossia il Vietnam del Nord nel 1954 dove però era già dichiarato presidente il 2 marzo 1946, ma in quell’occasione non venne riconosciuto a livello internazionale.
Tra il 1953 e il 1956, il governo del Vietnam del Nord ha introdotto varie riforme agrarie, tra cui “riduzioni degli affitti” e “riforme agrarie”, che sono state accompagnate dalla repressione politica. Tra le 10 000 e le 15 000 persone furono giustiziate durante la campagna di riforma agraria.[28][29]
Sentiero di Ho Chi Minh
L’Ho Chi Minh Trail prende il nome da Ho Chi Minh ed era una via di rifornimento militare utilizzata dal Viet Minh per inviare rifornimenti dal Vietnam del Nord attraverso Laos e Cambogia ai sostenitori nel Vietnam del Sud. Al suo apice, ogni giorno venivano inviate diverse tonnellate di rifornimenti, armi e munizioni.
L’importanza di Ho Chi Minh
Tra i rivoluzionari del XX secolo, Ho Chi Minh ha condotto la battaglia più lunga e costosa contro il sistema coloniale delle grandi potenze. Uno dei suoi effetti fu quello di provocare una grave crisi nella vita nazionale del più potente dei paesi capitalisti, gli Stati Uniti. Come marxista, Ho Chi Minh si schiera con il leader jugoslavo Tito come uno dei progenitori del “comunismo nazionale” che si sviluppò negli anni ’60 e (almeno in parte) con Mao Zedong della Cina comunista nell’enfatizzare il ruolo dei contadini nella lotta rivoluzionaria.
La maggior parte degli scritti di Ho Chi Minh è raccolta nei due volumi Selected Works, pubblicati ad Hanoi nel 1960, nella collana delle Foreign Language Editions.
La Ricostruzione, nella storia degli Stati Uniti, è compresa nel periodo dal 1865 – al 1877 dopo la Guerra civile americana e durante la quale si tentò di riparare alle iniquità della schiavitù e della sua eredità politica, sociale ed economica e di risolvere i problemi derivanti dalla riammissione nell’Unione degli 11 stati che si erano separati.
Origini della ricostruzione
Il dibattito sulla ricostruzione iniziò durante la guerra civile. Nel dicembre 1863, meno di un anno dopo aver emesso il Proclama di emancipazione, il pres. Abraham Lincoln annunciò il primo programma completo per la ricostruzione, il piano del dieci per cento. In base a esso, quando un decimo degli elettori prebellici di uno stato prestava giuramento di fedeltà, poteva istituire un nuovo governo statale. Per Lincoln, il piano era un tentativo di indebolire la Confederazione piuttosto che un progetto per il Sud del dopoguerra. È stato messo in atto in alcune parti della Confederazione occupata dall’Unione, ma nessuno dei nuovi governi ha ottenuto un ampio sostegno locale.
Nel 1864 il Congresso approvò il Wade-Davis Bill, che proponeva di ritardare la formazione di nuovi governi del sud fino a quando la maggioranza degli elettori non avesse prestato giuramento di fedeltà. Alcuni repubblicani erano già convinti che i diritti fossero uguali poiché gli ex schiavi dovevano accompagnare la riammissione del Sud nell’Unione. Nel suo ultimo discorso, l’11 aprile 1865, Lincoln, riferendosi alla ricostruzione in Louisiana, espresse l’opinione che i neri che avevano prestato servizio nell’esercito dell’Unione avrebbero dovuto godere del diritto di voto.
Ricostruzione presidenziale
Dopo l’assassinio di Lincoln nell’aprile 1865, Andrew Johnson divenne presidente e inaugurò il periodo della ricostruzione presidenziale (1865-1867). Johnson offrì la grazia a tutti i bianchi del sud tranne i leader confederati e i ricchi latifondisti (sebbene la maggior parte di questi abbia successivamente ricevuto la grazia individuale), ripristinando i loro diritti politici e tutte le proprietà tranne gli schiavi. Ha anche delineato come sarebbero stati creati nuovi governi statali. A parte il requisito di abolire la schiavitù, ripudiare la secessione e abrogare il debito confederato, a questi governi fu concessa mano libera nella gestione dei loro affari. Le forze economiche contrarie hanno cercato di legiferare per richiedere ai neri afroamericani la firma di contratti di lavoro annuali in modo da limitare le loro opzioni economiche e ristabilire la vecchia disciplina delle piantagioni. Gli afroamericani si opposero con forza all’attuazione di queste misure.
Quando il Congresso si riunì nel dicembre 1865, i repubblicani come Thaddeus Stevens della Pennsylvania e il Sen. Charles Sumner del Massachusetts hanno chiesto l’istituzione di nuovi governi del sud basati sull’uguaglianza davanti alla legge e sul suffragio maschile universale. Ma i più numerosi repubblicani moderati speravano di lavorare con Johnson modificando il suo programma. Il Congresso rifiutò i rappresentanti e i senatori eletti dagli stati del sud e all’inizio del 1866 approvarono l’Ufficio dei liberti e Progetti di legge sui diritti civili. Il primo ha esteso le operazioni di un’agenzia che il Congresso aveva creato nel 1865 per sovrintendere alla transizione dalla schiavitù alla libertà. Il secondo definiva tutte le persone nate negli Stati Uniti come cittadini, che dovevano godere dell’uguaglianza davanti alla legge.
Una combinazione di testardaggine personale, fervente fede nei diritti degli stati e convinzioni razziste hanno portato Johnson a respingere questi progetti di legge, provocando una rottura permanente tra lui e il Congresso. Il Civil Rights Act è diventata la prima legislazione significativa nella storia americana. Poco dopo, il Congresso ha approvato il Quattordicesimo emendamento, che inseriva nella Costituzione il principio della cittadinanza per diritto di nascita e vietava agli stati di privare qualsiasi cittadino della “uguale protezione” delle leggi. Probabilmente l’aggiunta più importante alla Costituzione oltre alla Carta dei diritti, l’emendamento ha costituito un profondo cambiamento nelle relazioni tra stato federale e stato centrale. Tradizionalmente, i diritti dei cittadini erano stati delineati e protetti dagli stati. Successivamente, il governo federale avrebbe garantito l’uguaglianza di tutti gli americani davanti alla legge contro la violazione di ogni singolo stato.
Ricostruzione radicale
Nelle elezioni del Congresso dell’autunno 1866, gli elettori del Nord ripudiarono in modo schiacciante le politiche di Johnson. Il Congresso ha deciso di ricominciare la ricostruzione. Il Reconstruction Acts del 1867 divideva il Sud in cinque distretti militari e delineava come dovevano essere istituiti nuovi governi, basati sul suffragio maschile senza riguardo alla razza. Iniziò così il periodo della ricostruzione radicale o congressuale, che durò fino alla fine degli ultimi governi repubblicani meridionali nel 1877.
Nel 1870 tutti gli ex stati confederati erano stati riammessi nell’Unione e quasi tutti erano controllati dal Partito Repubblicano. Tre gruppi costituivano il repubblicanesimo meridionale. I Carpetbaggers, ovvero i nuovi arrivati dal Nord, erano ex soldati dell’Unione, insegnanti, agenti dell’Ufficio dei Liberti e uomini d’affari. Il secondo grande gruppo, gli Scalawags, o repubblicani bianchi nativi del sud, includevano alcuni uomini d’affari e piantatori, ma la maggior parte erano piccoli agricoltori non schiavisti dell’entroterra meridionale. Fedeli all’Unione durante la Guerra Civile, vedevano il Partito Repubblicano come un mezzo per impedire ai Confederati di riconquistare il potere nel sud.
In ogni stato del sud, gli afroamericani formavano la stragrande maggioranza degli elettori repubblicani. Dall’inizio della ricostruzione, le convenzioni e i giornali neri di tutto il sud avevano chiesto l’estensione dei pieni diritti civili e politici agli afroamericani. Composta da coloro che erano stati liberi prima della guerra civile oltre ai veterani della guerra civile, la leadership politica nera fece pressioni per l’eliminazione del sistema di caste razziali e l’elevazione economica degli ex schiavi. Gli afroamericani hanno prestato servizio al Congresso durante la ricostruzione, inclusi Hiram Revels e Blanche K. Bruce al Senato degli Stati Uniti, più di 600 nelle legislature statali e altre centinaia negli uffici locali dallo sceriffo al giudice di pace sparsi per il sud. La cosiddetta “supremazia nera” non è mai esistita, ma l’avvento degli afroamericani nelle posizioni di potere politico segnò una drammatica rottura con le tradizioni del Paese e suscitò un’aspra ostilità da parte degli oppositori della Ricostruzione.
Al servizio di una cittadinanza allargata, i governi della ricostruzione istituirono i primi sistemi scolastici pubblici finanziati dagli stati del sud, cercarono di rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori delle piantagioni, resero la tassazione più equa e bandirono la discriminazione razziale nei trasporti pubblici e negli alloggi. Hanno anche offerto aiuti alle ferrovie e ad altre imprese nella speranza di creare un “Nuovo Sud” la cui espansione economica avrebbe giovato sia ai neri che ai bianchi. Ma il programma economico ha generato anche corruzione e aumento delle tasse.
Nel frattempo, la trasformazione sociale ed economica del sud procedeva a ritmo sostenuto. Per i neri, libertà significava indipendenza dal controllo dei bianchi. La ricostruzione fornì l’opportunità per gli afroamericani di consolidare i loro legami familiari e creare istituzioni religiose indipendenti, che divennero centri di vita comunitaria che sopravvissero molto tempo dopo la fine della Ricostruzione. Gli ex schiavi chiedevano anche l’indipendenza economica. Le speranze dei neri che il governo federale avrebbe fornito loro la terra erano state sollevate dal Sherman’s Field Order n. 15 del gennaio 1865, che riservava un’ampia fascia di terreno lungo la costa della Carolina del Sud e della Georgia per l’insediamento esclusivo delle famiglie nere, e dal Freedmen’s Bureau Act di marzo, che autorizzava l’ufficio ad affittare o vendere terra in suo possesso agli ex schiavi.
Ma il presidente Johnson nell’estate del 1865 ordinò che la terra in mano ai federali fosse restituita ai suoi precedenti proprietari. Il sogno di ”40 acri e un mulo” non venne mai attuato. In mancanza di terra, la maggior parte degli ex schiavi aveva poche alternative economiche oltre a riprendere il lavoro nelle piantagioni di proprietà dei bianchi. Alcuni lavoravano stipendiati, altri come mezzadri, che alla fine dell’anno dividevano il raccolto con il proprietario. Nessuno dei due status offriva molte speranze per la indipendenza economica. Per decenni, la maggior parte dei neri del sud è rimasta senza proprietà e povera.
Tuttavia, la rivoluzione politica della ricostruzione ha generato un’opposizione sempre più violenta da parte dei bianchi del sud. Organizzazioni suprematiste bianche che hanno commesso atti terroristici, come il Ku Klux Klan, hanno preso di mira i leader repubblicani locali con minacce o assassinii. Anche gli afroamericani che volevano affermare i propri diritti nei rapporti con datori di lavoro, insegnanti, ministri e altri bianchi che cercavano di assistere gli ex schiavi sono diventati loro bersagli. A Colfax, in Louisiana, nel 1873, decine di neri furono uccisi dopo essersi arresi a bianchi armati intenti a prendere il controllo del governo locale. Sempre più spesso, i nuovi governi del sud si rivolgevano a Washington, per assistenza.
Ku Klux Klan
Nel 1869 il Partito Repubblicano aveva saldamente il controllo di tutti e tre i rami del governo federale. Dopo aver tentato di rimuovere il segretario alla guerra Edwin M. Stanton, in violazione del nuovo Tenure of Office Act, Johnson fu messo sotto accusa dalla Camera dei rappresentanti nel 1868. Sebbene il Senato, con un solo voto, non fosse riuscito a rimuoverlo dall’incarico, Il potere di Johnson di ostacolare il corso della Ricostruzione era svanito. Il repubblicano Ulysses S. Grant fu eletto presidente quell’autunno. Subito dopo, il Congresso ha approvato il Quindicesimo emendamento, che vieta agli stati di limitare il diritto di voto a causa della razza. Quindi ha promulgato una serie di Enforcement Acts che autorizzavano l’azione nazionale per reprimere la violenza politica.
La fine della Ricostruzione
Tuttavia, la ricostruzione iniziò presto a scemare. Durante il 1870, molti repubblicani si ritirarono sia dall’egualitarismo razziale che dall’ampia definizione di potere federale generata dalla guerra civile. La corruzione e l’instabilità del sud, sostenevano i critici della Ricostruzione, derivavano dall’esclusione dal potere degli “uomini migliori” della regione. Man mano che i repubblicani del nord diventavano più conservatori, la ricostruzione divenne il simbolo di un maldestro tentativo di elevare le classi inferiori della società. Riflettendo lo stato d’animo mutevole, una serie di decisioni della Corte Suprema limitarono fortemente la portata delle leggi sulla ricostruzione e degli emendamenti costituzionali.
Nel 1876 solo la Carolina del Sud, la Florida e la Louisiana rimasero sotto il controllo repubblicano. L’esito della competizione presidenziale di quell’anno tra il repubblicano Rutherford B. Hayes e il democratico Samuel J. Tilden si è imperniata sui controversi ritorni da questi stati. I negoziati tra i leader politici del sud e i rappresentanti di Hayes produssero un patto: Hayes avrebbe riconosciuto il controllo democratico dei restanti stati del sud, e i democratici non avrebbero bloccato la certificazione della sua elezione da parte del Congresso. Le truppe federali tornarono alle loro caserme e iniziando un’era in cui il governo federale accettava la responsabilità di proteggere i diritti degli ex schiavi, la ricostruzione è giunta al termine.
Le navi di Nemi, gigantesche imbarcazioni costruita dall’imperatore Caligola, rappresentano una delle più gravi perdite in tutta la storia dell’Archeologia. Recuperate dopo secoli di tentativi, andarono infatti bruciate nel corso della Seconda Guerra Mondiale.
Le navi dell’imperatore Caligola
Le gigantesche navi di Nemi vennero fatte costruire da Caligola, controverso appartenente alla dinastia Giulio-Claudia. Inizialmente gli storici ritenevano che l’imperatore volesse solo assecondare la propria megalomania, ma più recentemente la presenza nel lago del Santuario monumentale di Diana Aricina, ha fatto comprendere agli esperti che le navi avevano una funzione cerimoniale.
La prima, lunga 71m e larga 20, era dotata di remi e la seconda, lunga 75m e larga 29, era invece trainata a rimorchio: le navi ebbero non solo una funzione religiosa ma diventarono addirittura la residenza ufficiale dell’imperatore.
Le imbarcazioni erano davvero gigantesche: posizionate in orizzontale occupavano 5 campi da tennis, mentre in verticale sarebbero state più alte di un palazzo di 20 piani. Erano più grandi della HMS Victory, la nave con cui l’ammiraglio Horatio Nelson vinse la battaglia di Trafalgar, e oggi sarebbero di dimensioni simili ad una nave corvetta o ad un pattugliatore della marina militare.
Lo scafo era composto da un misto di legno di pino, abete e quercia e sull’esterno era stato posizionato un vasto strato di lana, imbottita di sostanze impermeabili, rafforzato da fogli di piombo abilmente inchiodati.
Oltre alla presenza di un rostro sulla prua, la prima nave era dotata su ogni lato di un corridoio per ospitare 30 coppie di rematori. Il ponte della nave, adornato da splendidi mosaici, era dominato da un grande piazzale ed una serie di colonne che andavano a costituire un vero e proprio portico.
Protagonista della nave era un tempio, con colonne doriche alte 4 metri. Tutta la nave era ricoperta di lamine di rame, affinché splendessero con la luce del sole.
Le navi di Nemi avevano inoltre delle soluzioni tecniche straordinarie come l’utilizzo di àncore avveniristiche per i tempi e tecnologie simili ai moderni cuscinetti a sfera. Addirittura, sotto il ponte erano stati posizionati alcuni pilastrini di terracotta, che permettevano da un lato di mantenere la superficie stabile per sostenere il tempio, e dall’altro di conservare l’elasticità del legno dello scafo.
I tentativi di recupero medievali e rinascimentali
Durante l’epoca tardo imperiale, le navi di Nemi affondarono nel lago. Ma la loro memoria non venne affatto cancellata, tanto che ancora nel Medioevo erano diffuse leggende sull’esistenza delle antichissime navi di Caligola. Spesso, diversi pescatori recuperavano casualmente ma regolarmente reperti che confermavano la loro presenza sul fondale.
Solo nel rinascimento partirono i primi tentativi di recupero. Nel 1446, il cardinale Prospero Colonna, appartenente alla potentissima famiglia romana dei Colonna, incaricò l’architetto Leon Battista Alberti di escogitare un metodo per il recupero delle navi.
Secondo un testimone oculare, Flavio Biondo, vennero utilizzate delle botti vuote affinché galleggiassero, sulle quali era stata costruita una zattera e posizionate alcune macchine per il recupero, dotate di lunghe funi che terminavano con degli uncini, per arpionare le navi e trascinarle fino alla riva.
Posizionata la struttura, alcuni nuotatori genovesi vennero incaricati di immergersi e di attaccare gli uncini alle navi. Purtroppo, queste erano talmente gigantesche e pesanti che il tentativo di Battista Alberti fallì miseramente e, anzi, gli uncini causarono danni alle imbarcazioni.
Più tardi, nel 1535, lo speleologo ed ingegnere bolognese Francesco De Marchi tentò di raggiungere le navi con un approccio diverso. De Marchi utilizzò infatti una campana di legno dotata di un oblò in corrispondenza del volto e che lasciava libere le braccia e le gambe, una sorta di antenato dello scafandro.
Dopodiché, si calò per raggiungere le imbarcazioni: il primo tentativo fu interrotto perché De Marchi cominciò a sanguinare dal naso e dalla bocca, ma dopo essere riemerso ed essersi ripreso, lo speleologo fu in grado di raggiungere finalmente le navi e di osservarle da vicino. Secondo il suo stesso racconto, riuscì ad intravedere delle meravigliose stanze, ma ebbe paura di addentarsi per timore di rimanere bloccato e non poter risalire.
Un tentativo simile avvenne nel 1827, da parte di Annesio Fusconi, che utilizzò una versione più raffinata dello scafandro noto come “Campana di Halley”, dotato di una pompa d’aria. Fusconi fu in grado di raggiungere le navi e di asportare diverso materiale tra cui lamine di rame, pezzi di mosaici, oggetti di grande valore e decorazioni. Tuttavia il materiale, una volta riemerso, venne immediatamente rubato.
Qualche anno dopo, nel 1895, il ministero della Pubblica Istruzione incaricò la famiglia Orsini di procedere ad un nuovo tentativo. Gli Orsini scelsero Eliseo Borghi il quale, sempre utilizzando una sorta di scafandro, riuscì a raggiungere le navi. Questa volta, la spedizione si trasformò in un vero e proprio saccheggio. Ghiere in bronzo, tegole dorate, pezzi di mosaici e lastre di porfido vennero trafugate e rivendute sul mercato.
Così, i responsabili del Governo italiano vietarono di eseguire nuovi tentativi.
In realtà, agli inizi del Novecento, si capì che l’unico metodo possibile per recuperare le navi di Nemi non era quello di arpionarle e trascinarle sulla riva, quanto piuttosto di abbassare il livello delle acque.
Il recupero delle navi di Nemi in epoca fascista
Nel 1927, durante il periodo fascista, Mussolini diede ordine di recuperare le navi di Nemi sfruttando la nuova tecnica. Grazie al fondamentale apporto delle “Costruzioni meccaniche Riva”, guidate dall’Ing. Guido Uccelli, quattro gigantesche idrovore cominciarono a prelevare l’acqua dal lago, che venne poi fatta convogliare in una galleria sotterranea, la stessa utilizzata dai Romani secoli prima, opportunamente ripulita ed allargata.
In sei mesi vennero asportati 5 milioni di metri cubi d’acqua. Famosa è la foto scattata il 20 ottobre 1928, dove Mussolini osservava lo svuotamento del lago di Nemi, appoggiato alla balaustra.
Finalmente, dopo centinaia di anni, il 28 marzo 1929 la prima nave cominciò ad affiorare e gli archeologi di tutto il mondo si precipitarono per osservare l’evento. Nel gennaio del 1930, anche la seconda nave vide finalmente la luce.
Abilmente trainate e riparate a riva, coperte da teli bagnati perché il legno non subisse danni, si pensò immediatamente ad imbastire un museo apposito. L’incarico venne affidato all’Arch. Vittorio Morpurgo, che costruì il “Museo delle navi romane”.
Si trattava di un doppio hangar, realizzato interamente in calcestruzzo, che venne completato su tre lati, e solo dopo aver fatto entrare le navi, richiuso con la quarta parete. Si trattava di un vero e proprio “museo su misura” per le navi di Nemi, dotato di meravigliose vetrate e di una terrazza panoramica per osservare dall’alto il lago.
Rapidamente, il Museo delle Navi romane divenne un orgoglio italiano nel mondo, che attraeva regolarmente migliaia di visitatori.
L’incendio delle navi di Nemi
Le navi di Nemi furono tragicamente distrutte da un incendio durante la Seconda Guerra Mondiale. Secondo l’ipotesi più accreditata, quella della commissione di inchiesta del 1946, composta da architetti, ingegneri, vigili del fuoco ed esperti di artiglieria, i responsabili furono i soldati tedeschi.
Il 31 maggio 1944, vennero visti quattro cannoni tedeschi, guidati da un reparto di artiglieria, avvicinarsi all’entrata del museo, mentre i soldati allontanavano i custodi. Successivamente, un pesante bombardamento dell’aviazione anglo-americana aveva colpito il territorio, fino alla mattina del 31 maggio.
Dopodiché, era iniziato un intenso cannoneggiamento, durato fino alle 20:15. Alle 21:15, un custode avrebbe visto un lume aggirarsi all’interno del museo, mentre alle 22.00 sarebbe divampato l’incendio, causato dagli artiglieri tedeschi.
Il 2 giugno, i nazisti si sarebbero ritirati, lasciando dietro di loro solamente le ceneri delle navi di Nemi.
Recentemente, sulla base di questo rapporto realizzato per lo stato italiano, il comune di Nemi ha addirittura chiesto un risarcimento alla Germania per la distruzione di questo tesoro inestimabile.
Una teoria alternativa, appoggiata dal Prof. di storia contemporanea Pietro Cappellari e dell’Arch. Giuliano Di Benedetti, afferma invece che l’incendio si sarebbe verificato dopo la partenza dei tedeschi, e i veri responsabili sarebbero stati gli sfollati o i partigiani.
In particolare, le centinaia di sfollati in fuga dai bombardamenti si sarebbero riparate durante la notte all’interno del museo. Presi dalla paura e dal freddo, avrebbero utilizzato il legno delle navi per dei piccoli fuochi di fortuna, che si sarebbero poi accidentalmente propagati al resto delle imbarcazioni.
Oppure, i responsabili potrebbero essere stati i partigiani, che del tutto inconsapevoli della reale età delle navi, le avrebbero scambiate per strutture fasciste. Così, al grido di: “Diamo fuoco alle navi di Mussolini!”, avrebbero volontariamente appiccato le fiamme al museo.
Oggi, delle navi di Nemi non rimane più nulla, se non alcune ricostruzioni in legno, tutt’ora presenti nel museo, e diversi oggetti decorativi originali.
La battaglia di Legnano è stato uno degli scontri decisivi dell’alto medioevo ed è entrato a buon diritto nella storia: i comuni dell’Italia settentrionale, prevalentemente lombardi e veronesi riuniti nella famosissima “Lega Lombarda” riuscirono a sconfiggere l’esercito dell’imperatore del Sacro Romano Impero, Federico Barbarossa.
Anche se la Lega Lombarda fu un’alleanza militare ispirata dal papato e dedicata alla difesa nel breve periodo del territorio, senza alcuna velleità di unità nazionale, costituì tuttavia un celebre esempio di come le forze italiane, riunite e coordinate fra di loro, furono in grado di trionfare su eserciti germanici ritenuti quasi invincibili, infliggendo un’eterna umiliazione all’imperatore tedesco, che fu costretto a rinunciare alla sua diretta autorità sul nord Italia.
Il Sacro romano Impero guidato da Federico Barbarossa
L’alto Medioevo era dominato dalla potenza politica e militare del Sacro romano Impero, che si considerava il successore dell’Impero romano d’Occidente, guidato da un imperatore e da una classe dirigente costituita da principi guerrieri tedeschi. Nel 1152, Federico Hohenstaufen, detto Barbarossa, raggiunse il trono.
Il sovrano si trovò immediatamente di fronte a due sfide politiche importanti: la prima era quella di appianare le contese territoriali che dilaniavano la nobiltà tedesca, la seconda consisteva nel ristabilire l’autorità imperiale nel nord Italia.
I comuni lombardi, dotati di un’economia, società e cultura profondamente diverse da quelle germaniche, miravano infatti all’indipendenza, una volontà di autonomia che si manifestava sempre più chiaramente durante il tempo: i comuni italiani iniziavano infatti a non riconoscere più l’autorità dei funzionari imperiali e affermavano la volontà sempre più forte di nominare autonomamente il Podestà, la massima autorità amministrativa dei comuni italiani, senza l’approvazione dell’imperatore tedesco.
Le mire autonomistiche dei comuni del nord Italia, venivano inoltre appoggiate politicamente dal papato di Roma. Il Papa, l’altro grande potere medievale, mirava infatti ad utilizzare gli eserciti dei comuni italiani per limitare l’influenza dell’imperatore tedesco.
Federico Barbarossa fu così costretto a scendere ripetutamente in Italia per riaffermare militarmente il suo potere: durante la prima discesa, ad esempio, saccheggiò la città di Tortona e nel 1155 si fece incoronare re d’Italia nella Basilica di San Michele a Pavia. Dopodiché, raggiunto con il suo esercito direttamente la città di Roma, soppresse delle rivolte e insediò sul trono Papa Adriano IV, che il 18 giugno del 1155 lo incoronò imperatore del Sacro romano Impero, legittimando il suo potere di fronte a tutta la cristianità.
Tuttavia, i comuni italiani continuavano a non accettare il potere imperiale, e Barbarossa fu costretto a calare altre tre volte, mettendo sistematicamente a ferro e fuoco le città del nord Italia, che non si piegavano alla sua autorità.
Il momento di rottura avvenne poco prima della quinta calata in Italia. L’imperatore eseguiva ormai ripetute ingerenze nei confronti del papato, e alla morte di Adriano IV, il suo successore, Alessandro III, si mise drasticamente in opposizione al Barbarossa.
Per tutta risposta, l’imperatore nominò una serie di antipapi, il che costituiva per il Santo Padre un affronto inaccettabile. Durante l’ennesima calata, nel 1162, Barbarossa mise a ferro e fuoco le città di Milano e di Crema, radendole quasi al suolo, e dopo aver raggiunto Roma costrinse Alessandro III a scappare in Francia, insediando al suo posto il nuovo Papa Pasquale III, alle sue dirette dipendenze.
Dalla Francia, Alessandro scomunicò Federico Barbarossa, il che, assieme all’avvio di azioni diplomatiche con i comuni del nord Italia, equivalse ad una dichiarazione di guerra.
La nascita della Lega Lombarda
Alessandro III, ritornato a Roma, iniziò immediatamente ad utilizzare il suo potere politico e le sue capacità diplomatiche per riunire i comuni del nord Italia contro l’imperatore. Così, il 7 aprile 1167, presso l’abbazia di Pontida, ancora oggi in provincia di Bergamo, venne costituita la Lega Lombarda, in latino “Societas Lombardiae”, che inizialmente includeva le città di Milano, Lodi, Ferrara, Piacenza e Parma.
Con questa alleanza militare, i comuni promettevano di aiutarsi l’un l’altro per impedire una nuova incursione degli eserciti imperiali. Già nel dicembre dello stesso anno, la lega si allargò con l’entrata della Lega Veronese, fino a raggiungere nell’arco di pochi mesi una cordata di 30 comuni.
Il principale simbolo della Lega Lombarda era il Carroccio. Si trattava di un carro di legno trainato da 3 coppie di buoi sulla cui sommità vi era un palo con una croce d’oro e un vessillo, a volte di Gesù Cristo, a volte di Sant’Ambrogio, o comunque del Santo che proteggeva lo specifico comune. Il Carroccio rappresentava la libertà e l’autonomia dei comuni Lombardi, e sul campo di battaglia costituiva un simbolo da difendere ad ogni costo, oltre che un punto di riferimento per l’esercito.
Un primo importante atto di ribellione nei confronti dell’imperatore da parte della Lega Lombarda fu la fondazione della città di Alessandria, così chiamata in onore di Alessandro III. La fondazione di una nuova città senza l’approvazione imperiale costituiva un ennesimo esempio della volontà dei comuni di autogestirsi e rappresentò un vero e proprio “guanto di sfida” che Barbarossa non poteva ignorare.
La nuova calata di Barbarossa e l’assedio di Alessandria
Già nell’aprile del 1173, Federico Barbarossa organizzò una nuova calata militare nel nord Italia. L’imperatore riuscì a radunare un esercito di 10.000 soldati, prevalentemente cavalleria germanica pesante. L’arcivescovo di Magonza, Cristiano di Buch, diede la propria benedizione all’esercito imperiale che partì rapidamente alla volta del nord Italia.
Nel settembre 1174, Barbarossa superò le Alpi, evitando il classico e prevedibile passaggio dal Brennero, e scegliendo invece di entrare in Italia dal Valico del Moncenisio, al confine tra le Alpi Cozie e le Alpi Graie. Sbucato in Val di Susa, gli eserciti imperiali iniziarono a devastare il territorio: questa prima azione violenta provocò l’immediata diserzione di alcuni comuni Lombardi, che giurarono nuovamente fedeltà all’imperatore, tra cui Pavia, fedele alleata di Barbarossa.
Dopo i primi successi, Barbarossa scelse di procedere con l’assedio di Alessandria, sia per garantirsi il controllo di una città strategicamente importante, ma soprattutto per il suo valore simbolico di ribellione alla propria autorità. Tuttavia, Alessandria era stata fondata con poderose mura, e la popolazione oppose una strenua resistenza al nemico.
Così, gli eserciti imperiali passarono tutto l’inverno del 1174 accampati nei pressi delle mura di Alessandria, soffrendo la fame e il freddo. Nell’aprile del 1175, rendendosi conto che l’assedio stava prolungandosi pericolosamente, Barbarossa cercò di risolvere la situazione facendo scavare due tunnel sotterranei per penetrare all’interno della città. Per sua sfortuna, le sentinelle si accorsero del tentativo, ed uccisero gli uomini addetti agli scavi compiendo anche una sortita all’esterno della città, che gli permise addirittura di attaccare e di incendiare i macchinari d’assedio.
Così, verso la fine del mese, Barbarossa si rese conto che non sarebbe stato in grado di conquistare la città e fu costretto a levare l’assedio. La scelta di Barbarossa di concentrare le proprie forze militari su Alessandria costituì un grave errore strategico: l’imperatore aveva infatti perso uomini e tempo prezioso e si ritrovò in inferiorità numerica rispetto ai Comuni, che avevano avuto tutto il tempo di organizzare i propri eserciti.
Perfettamente consapevole del proprio sbaglio, Barbarossa si ritrovò nel nord Italia a corto di soldati. Vennero immediatamente inviati dei messaggeri per richiedere aiuto, soprattutto a suo cugino, Enrico Leone, Duca di Sassonia, il cui contributo sarebbe stato di fondamentale importanza.
Purtroppo per il Barbarossa, Enrico negò il suo appoggio e l’imperatore ottenne degli esigui rinforzi da alcuni principi tedeschi e dalle forze militari del comune di Como. Al termine di tutti i suoi sforzi, Barbarossa aveva a disposizione solamente 1000 cavalieri e 2000 fanti, contro un esercito comunale di circa 15000 uomini, ai quali si stavano presto aggiungendo altri 15000 effettivi.
I movimenti sul territorio e l’incontro tra i due eserciti
Barbarossa poteva contare solamente sull’effetto sorpresa e sulla velocità di marcia. Per questo motivo, addentrandosi nel territorio Lombardo, riuscì ad intercettare l’esercito dei comuni tra i fiumi Olona e Ticino. L’imperatore si posizionò dapprima nella piccola cittadina di Castelseprio, sulla sponda sinistra dell’Olona, e successivamente si spostò poco più a sud, a Cairate.
Il suo esercito venne inviato in ricognizione, con un’avanguardia di 300 cavalieri che battevano il territorio.
Rievocazione della battaglia di Legnano
Nel frattempo, l’esercito dei Comuni, che faceva base a Milano, pensava che l’imperatore fosse molto più lontano, tanto da ritenere che il suo esercito si trovasse ancora a Bellinzona. Così, con tutta calma, i soldati lombardi uscirono dalle porte di Milano, costeggiando con calma il fiume Olona e si attestarono a 20 km dalla cittadina di Legnano, che darà il nome alla battaglia.
I generali dei Comuni ritenevano che l’imperatore avrebbe attaccato da Castellanza, sempre sulla riva sinistra dell’Olona, e posizionarono il Carroccio sul fondo di una vallata, adeguatamente protetto.
Dopodiché, l’esercito comunale distaccò 700 cavalieri per ricognizione: i cavalieri comunali di avanguardia, all’uscita di un bosco, si imbatterono per puro caso con i 300 cavalieri avversari. Fu una vera sorpresa, in quanto l’esercito comunale si rese conto che l’imperatore era molto più vicino rispetto al previsto e che l’attacco proveniva dalla zona di Borsano, esattamente all’opposto di Castellanza.
La battaglia di Legnano: il combattimento tra cavallerie
I 700 cavalieri comunali, in superiorità numerica, ebbero presto la meglio sugli avversari. Barbarossa, adeguatamente informato dell’inizio degli scontri, doveva rapidamente decidere il da farsi. Secondo diverse fonti del tempo, i suoi principali consiglieri militari gli avrebbero suggerito di evitare il combattimento, e di cercare di raggiungere Pavia, aspettando l’arrivo di interiori rinforzi.
Tuttavia, Barbarossa temeva che l’esercito comunale, che stava richiamando soldati da tutto il nord Italia, sarebbe presto diventato troppo numeroso per essere affrontato. Inoltre, scappare alla prima occasione di fronte agli avversari rappresentava un inaccettabile danno di immagine e di prestigio.
Per questo motivo, Barbarossa si mise personalmente al comando dell’esercito e si gettò con tutti i suoi cavalieri contro il nemico. L’avanguardia dei cavalieri comunali, vedendosi piombare addosso il grosso dell’avversario, iniziò a scappare. Anche la cavalleria comunale al fianco dei fanti andò nel panico e tutti i cavalieri dei comuni iniziarono a fuggire dal campo di battaglia, cercando rifugio presso le porte di Milano. Con questo atto di vigliaccheria, la fanteria comunale rimase completamente da sola ed isolata contro Barbarossa, in preda alle devastanti cariche della cavalleria germanica.
Barbarossa riteneva di avere la vittoria in pugno: secondo la cultura militare dell’alto medioevo, la cavalleria era nettamente più potente ed efficace rispetto alla sola fanteria. L’imperatore tedesco era quindi convinto che avrebbe facilmente distrutto l’avversario.
La battaglia di Legnano: l’eroica resistenza dei fanti comunali
In realtà, i circa 10 mila fanti comunali dimostrarono un’organizzazione ed un coraggio fuori dal consueto: incoraggiati dalla presenza del Carroccio e dandosi forza l’uno con l’altro, la fanteria si dispose su 5 linee di difesa. La prima linea si inginocchiò, presentando lo scudo, e tra uno scudo e l’altro vennero infilate delle aste. La seconda fila, rimanendo in piedi, fece altrettanto, e tutte le file andarono a costituire un corposo ed inattaccabile ammasso di scudi e di lance per neutralizzare le cariche di cavalleria germanica.
Barbarossa lanciò per ore i suoi cavalieri contro i fanti, i quali furono in grado di resistere sistematicamente a tutte le ondate di attacco. Con il passare del tempo, secondo i cronisti antichi, le prime quattro file vennero infine distrutte, ma la quinta resistette quasi incredibilmente.
Il carroccio della battaglia di Legnano
Così, nel frattempo, i contingenti di cavalleria vicino alle mura di Milano ripresero coraggio e furono accresciuti da contingenti di rinforzo. Contando ora su una netta superiorità di cavalleria, le unità ritornarono alla carica sul campo di battaglia, investendo l’esercito di Barbarossa sul fianco e sul retro, e mandando i soldati imperiali completamente al collasso.
Durante la battaglia, il portastendardo germanico venne trafitto da una lancia e fu massacrato dagli zoccoli dei cavalli imbizzarriti. Anche lo stesso Barbarossa decise di compiere un’azione eroica, puntando direttamente ad attaccare il Carroccio, sperando di fiaccare l’animo dei nemici. Tuttavia, nel mezzo del combattimento, Barbarossa cadde da cavallo, sparendo dalla vista. Così, l’esercito germanico rimase privo della sua principale guida ed iniziò a scappare, allontanandosi dal campo e cercando rifugio superando frettolosamente il Ticino.
I soldati imperiali vennero inseguiti e sterminati dalla cavalleria comunale, che fu in grado di infliggere al nemico un annientamento quasi totale. Gli unici sopravvissuti, deviarono verso Pavia, che aprì le porte agli sfollati. Dopo alcune ore, lo stesso Barbarossa, che era stato dato per morto, si presentò di fronte alle mura di Pavia, ferito ed umiliato, chiedendo di essere accolto.
Le conseguenze della battaglia di Legnano e la Pace di Costanza (1183)
La battaglia di Legnano ebbe delle conseguenze gravissime per l’autorità imperiale. Dopo quello smacco, i principi tedeschi negarono ulteriore aiuto militare all’imperatore, che non fu più in grado di organizzare significative spedizioni militari nel nord Italia.
Anche sotto l’aspetto della reputazione e del prestigio, Barbarossa ebbe un notevole danno e dovette rivedere i suoi obiettivi geopolitici, rinunciando per sempre al controllo diretto sui comuni Lombardi.
Il risultato di quella straordinaria vittoria venne concretizzato nella “Pace di Costanza” del 25 giugno 1183. Nonostante un ultimo tentativo di resistenza, Barbarossa fu costretto a concedere ai comuni italiani notevoli privilegi e concessioni.
I principali furono il riconoscimento ufficiale della Lega Lombarda, l’autonomia nella gestione delle terre, la possibilità di costruire mura e fortificazioni a proprio piacimento e un’ampia libertà amministrativa. Infine, i Comuni ottennero la tanto agognata possibilità di scegliere autonomamente il proprio Podestà, che veniva ratificato solo formalmente dall’imperatore.
La battaglia di Legnano e la vittoria dei comuni italiani entrò nella storia, anche se gli stessi, presi da contese territoriali interne ed incapaci di coordinarsi se non di fronte ad un nemico comune, non riuscirono a costituire il nerbo di una identità nazionale, anche per l’intervento del papato, che nonostante fosse in grado di ispirare delle coalizioni per le esigenze contingenti, remava drasticamente contro la creazione di stati e nazioni unitari.
Il periodo tra il 1025 e il 1081 segnò profondamente la storia dell’Impero Romano d’Oriente e risultò un periodo vitale dato che lasciò tracce indelebili e, se vogliamo, compromise definitivamente la storia dell’Impero.
I Comneni, che regnarono dopo il 1081, benché abbiano cercato di far rinascere l’Impero e in parte ci siano riusciti, non lo hanno mai riportato alla gloria che aveva nel suo periodo d’oro, sia perché ebbero a che fare con il problema delle Crociate, sia perché le stesse strutture, che avevano reso grande Costantinopoli e l’avevano protetta anche nei momenti più difficili, vennero irrimediabilmente messe in crisi durante questo “periodo di mezzo”, inoltre i confini dell’Impero divennero deboli e la perdita definitiva dell’altopiano anatolico comportò serie difficoltà nel difenderli.
La crisi che si verificò fu soprattutto una crisi militare, con l’indebolimento del sistema dei Temi e della piccola proprietà terriera, e anche politica dato che l’Impero venne governato da miopi burocrati e da imperatori deboli e esitanti che sperperarono denaro, indebolirono il sistema monetario, distrussero l’esercito e persero territori importanti come l’Armenia, la Siria, il sud Italia e soprattutto gran parte dell’Anatolia.
Tuttavia, la crisi non riguardò tanto il sistema economico e demografico e nemmeno la cultura. L’influenza della chiesa e delle gerarchie ecclesiastiche fu, inoltre, molto forte anche a causa della debolezza del potere politico.
L’aristocrazia Magnatizia
L’aristocrazia magnatizia (Dynatoi) prese lentamente il sopravvento sulla piccola proprietà senza che gli imperatori potessero realmente opporsi, infatti, poiché la terra diminuì a causa delle perdite territoriali, i magnati, i monasteri e i funzionari pubblici arricchiti ne approfittarono aumentando il loro potere e ciò portò ad una vera e propria feudalizzazione dell’Impero.
Gli imperatori di questo periodo guardarono con sospetto l’aristocrazia magnatizia considerandola a volte più pericolosa dei nemici esterni e reagirono imponendo loro parenti nei posti chiave del governo sperando nella loro lealtà.
I magnati, d’altra parte, spesso si ribellavano causando problemi al governo centrale.
Questo fu anche un periodo di aspre lotte tra l’aristocrazia magnatizia civile (soprattutto membri della burocrazia di Costantinopoli) e quella militare concentrata in Anatolia e tali lotte per il potere, che videro almeno all’inizio vittoriosa la burocrazia della capitale, non fecero altro che indebolire l’Impero e avvantaggiare i suoi nemici.
La feudalizzazione
La feudalizzazione portò ad una dissoluzione del sistema dei Temi e della piccola proprietà. Gli eserciti divennero meno numerosi e composti soprattutto da mercenari che, non essendo vincolati alla terra che difendevano, spesso si ribellavano o disertavano.
In questo periodo molti imperatori, credendo troppo nella potenza dei loro eserciti, sottovalutarono i nemici esterni indebolendo le difese dell’Impero e non sfruttando le ricchezze che avevano a disposizione per rafforzarle. Ciò fu causa di diverse sconfitte che ridimensionarono il potere dell’Impero che da superpotenza divenne una potenza in mezzo alle altre.
Almeno all’inizio, però, la pace venne mantenuta anche grazie alle vittorie dell’imperatore Basilio II Bulgaroctono.
Il 1025 fu l’anno della morte di uno dei più grandi imperatori bizantini della storia Basilio II detto il Bulgaroctono, l’uomo che sembrava aver riportato l’Impero alla potenza di un tempo e che, dopo aver piegato l’Impero Bulgaro, il nemico di tante battaglie, si stava preparando ad una spedizione in Sicilia contro gli Arabi. Purtroppo la morte gli portò via la possibilità di compiere questa impresa e aprì un periodo di crisi nella dinastia di cui Basilio faceva parte: quella Macedone.
La successione
Warren Treadgold parla di irresponsabilità da parte di Basilio II relativamente alla sua incapacità di trovare un successore per sé e per suo fratello il co-imperatore Costantino VIII e questo nonostante ne avesse avuto tutto il tempo.
La scarsa lungimiranza di Basilio II viene considerata dallo storico americano come una delle tante cause di questo periodo di crisi e tutto questo offusca in qualche modo la grandezza di Basilio.
Confrontando, infatti, la lunghezza del suo regno (dal 976 d.C. al 1025) con un regno altrettanto lungo come quello di Augusto (dal 27 a.C. al 14 d.C.) risulta chiaro come, mentre Augusto passò anni a cercare un successore, Basilio II, invece, non dedicò molto tempo e tale strategia risultò letale per la sopravvivenza della dinastia Macedone.
Costantino VIII era il fratello più giovane di Basilio e fu il primo di quattordici imperatori, 11 imperatori e 3 imperatrici, che salirono al trono in questo “periodo di mezzo”.
Era nato a Costantinopoli nel 960 d.C. secondogenito maschio dell’imperatore Romano II e di sua moglie Teofano. Sia lui che suo fratello erano principi porfirogeniti, cioè nati nella porpora in quanto figli di un imperatore.
Benché fosse poco più giovane del fratello Basilio, Costantino aveva un carattere totalmente opposto. Le fonti come Michele Psello lo descrivono come frivolo e gaudente, amante del vino, delle donne e delle corse all’ippodromo e assolutamente disinteressato alle questioni di Stato.
Costantino VIII fu co-imperatore a partire dal 962 d.C., prima a fianco di suo padre e suo fratello maggiore, poi, dopo la morte di suo padre avvenuta nel 963 d.C., divenne imperatore insieme a suo fratello Basilio, ma, data la minore età di entrambi, il potere venne esercitato fino al 976 d.C. dalla madre e dai due uomini che in successione la sposeranno: Niceforo II e Giovanni I.
Infine, dopo la morte di Giovanni I avvenuta nel 976 d.C., Basilio II, ormai maggiorenne, eserciterà il suo ruolo di imperatore e Costantino VIII sarà co-imperatore fino alla morte del fratello. Negli anni dal 962 d.C. al 1025, quindi, Costantino VIII non eserciterà mai il potere imperiale da solo, cosa che avverrà soltanto negli ultimi tre anni della sua vita.
La presenza dei co-imperatori
Probabilmente Costantino si sentì schiacciato dall’opprimente presenza della madre e dei due co-imperatori che regnarono durante la minore età dei porfirogeniti e dalla presenza del fratello maggiore che, benché fosse co-imperatore insieme a lui, si ritirò a vita privata dedicandosi ai propri interessi che spaziavano dalla cultura alla cucina dai cavalli alle donne.
Costantino condivise con il fratello imperatore gli onori e partecipò insieme a lui ad una campagna militare nel 989 d.C. contro il ribelle Barda Foca. Il fratello, pur condividendo con lui i trionfi in condizione di assoluta parità, non apprezzava per niente Costantino tanto che più volte fu vicino a prendere la decisione di diseredarlo.
Ciononostante gli diede una villa fuori da Costantinopoli e, poiché aveva preso la decisione di non sposarsi, costrinse il fratello a sposare Elena una donna bella e nobile d’animo che gli darà tre figlie: Eudocia, Zoe e Teodora.
Basilio, dopo un tentativo fallito di far sposare la più bella tra le figlie di Costantino, Zoe, con l’imperatore del Sacro Romano Impero Ottone III, declinò ogni altra proposta di matrimonio per le nipoti, soprattutto per Zoe, dato che Eudocia era sfigurata dal vaiolo e prese il velo monacale, mentre Teodora disdegnava la vita di corte e preferiva la vita religiosa desiderando chiudersi in un monastero.
Basilio non si oppose alle scelte delle nipoti e, mentre Eudocia entrò in convento, per circa venti anni fece vivere Zoe e Teodora da recluse nel palazzo imperiale attorniate da dame di compagnia e da eunuchi.
Il successore
Alla sua morte il 15 dicembre del 1025 era, quindi, logico che il suo successore sarebbe stato l’ultimo rappresentante della linea maschile della dinastia Macedone, cioè suo fratello Costantino VIII ormai ultrasessantenne, e che la dinastia era estinta, dato che sia Zoe che Teodora erano quasi giunte all’età di cinquanta anni ed erano ancora senza marito.
Divenuto imperatore Costantino VIII non attuò drastici cambiamenti nella politica del suo predecessore, ma di certo benché autocratica e accentratrice, fu meno rigida soprattutto nei confronti dell’aristocrazia anatolica che, invece, era stata particolarmente indebolita da Basilio.
Una nuova classe dirigente cioè l’aristocrazia burocratica urbana venne guardata con favore da Costantino e rafforzò particolarmente le sue posizioni durante i tre anni di regno.
Un imperatore dissoluto
L’imperatore durante il suo regno continuò a dedicarsi a banchetti, corse di cavalli e concubine e usava delegare le questioni importanti agli eunuchi di corte o ai membri della nobiltà urbana. La collaborazione tra imperatore e i nuovi nobili della burocrazia urbana proseguirà anche negli anni a venire e in alcuni casi questi sostituiranno in tutto e per tutto l’imperatore.
Costantino rafforzò durante il suo regno il prestigio della corte bizantina e usò parte dell’immenso tesoro lasciato dal fratello per rilanciare la vita di corte che, dopo aver passato anni duri sotto Basilio II, tornò ad essere un polo importante soprattutto per quel che riguarda il bon ton e la cultura, come lo era stata sotto Romano II padre di Basilio e Costantino e sotto il loro nonno Costantino VII.
Psello nei suoi studi afferma che Costantino iniziò a demolire il sistema anti-aristocratico di Basilio II ma probabilmente tale accusa è infondata, dato che Costantino semplicemente mitigò qualche aspetto della politica di Basilio senza mai abbandonarla. Forse aveva l’intenzione di abolire l’Allelengyon, l’impopolare tassa imposta nel 1002 da Basilio II nei confronti dell’aristocrazia, ma tale abolizione ebbe luogo solo dopo la sua morte.
Durante il suo regno non furono combattute guerre alle frontiere e la pace venne mantenuta soprattutto per via diplomatica sfruttando il tesoro immenso lasciato da Basilio. Costantino stesso preferì una politica improntata al pacifismo.
Inoltre, dopo le vittorie ottenute dal Bulgaroctono, nessuno osava sfidare direttamente l’Impero Bizantino che, quindi, rimase solido negli anni in cui Costantino fu imperatore.
Costantino continuò a rafforzare il sistema dei Temi e della piccola proprietà terriera, ma al tempo stesso aumentò il numero di mercenari nell’esercito con Vichinghi e Normanni.
Le deleghe di Costantino
Costantino, inoltre, delegò, come già aveva fatto il fratello, il controllo del Mediterraneo a Venezia e ciò portò in breve tempo la Repubblica marinara a diventare la vera dominatrice del Mediterraneo. In Italia non ci furono cambiamenti dato che Basilio Boioannes mantenne il suo posto come catapano d’Italia e tale scelta dimostra la chiara volontà di Costantino di continuare la politica del fratello.
Questa teoria ci viene fornita dallo storico bizantino Lupo Protospata, il quale afferma che il richiamo a Costantinopoli di Boioannes avvenne dopo la morte di Costantino VIII, ma lo storico moderno Ferdinand Chalandon ha ridatato tale evento affermando che, invece, fu proprio Costantino VIII a richiamare a Costantinopoli il capace catapano nel 1027.
Durante il suo regno, però, l’imperatore dimostrò un lato oscuro molto forte dato che divenne famoso per la sua crudeltà e per la frequenza con cui puniva i suoi nemici, veri o presunti tali, con l’accecamento.
L’imperatore continuò, inoltre, come già aveva fatto suo fratello, a disinteressarsi del problema della successione e, solo quando nel novembre del 1028 si ammalò, decise che era arrivato il momento di trovare un marito per le due figlie rimaste.
La scelta del successore fu fatta frettolosamente e vennero considerati due candidati: Costantino Dalasseno un nobile che era stato governatore di Antiochia nel 1025 e l’eparca di Costantinopoli Romano Argiro.
Tra i due prevalse il sessantenne Romano Argiro e all’inizio Costantino considerò Teodora come più adatta a sposarlo, ma la donna si oppose adducendo come motivazioni il fatto che Romano fosse già felicemente sposato e avesse anche una figlia e che fosse cugino di terzo grado delle sorelle porfirogenite.
Scartata Teodora come scelta, Costantino VIII ripiegò su Zoe.
Secondo Michele Psello, Costantino e i suoi consiglieri riuscirono a convincere Romano a lasciare l’amata moglie Elena e a sposare Zoe minacciandolo. Fu soprattutto la moglie di Romano ad essere minacciata in quanto, se non avesse preso l’abito monacale, suo marito sarebbe stato condannato all’accecamento.
Romano sposò Zoe il 12 novembre del 1028 e tre giorni dopo, quando Costantino VIII morì all’età di 68 anni, venne incoronato imperatore con il nome di Romano III.
Il regno di Costantino VIII può essere definito come “di passaggio” tra i fasti dell’Età dell’Oro e l’inizio del declino e tale regno ha lasciato nel complesso poche e sbiadite tracce. Lo stesso imperatore può forse essere definito come “la brutta copia” del grande imperatore Bulgaroctono, dato che non fu così diverso nella politica, ma non ebbe certo la stessa gloria dal punto di vista bellico.
La nave Nagato, che deriva il suo nome direttamente dalla provincia giapponese di Nagato, era una super corazzata costruita dalla marina imperiale giapponese.
La nave venne finita di costruire nel 1920 e fu l’ammiraglia della sua classe, con il compito di trasportare rifornimenti per i sopravvissuti e gli sfollati del catastrofico terremoto del grande kantō nel 1923. La nave conobbe poi degli importanti ammodernamenti nel 1934-1936 quando vennero eseguite decisive ottimizzazioni alla sua armatura, ai macchinari oltre ad una sovrastruttura ricostruita nello stile dell’albero a pagoda.
La Nagato venne impiegata per brevi missioni durante la seconda guerra sino-giapponese nel 1937 ma soprattutto fu la nave ammiraglia guidata dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto durante l’ attacco a Pearl Harbor, che cambiò la storia della seconda guerra mondiale. In realtà la nave non partecipo all’attacco ma coprì il ritiro delle altre navi attaccanti.
Oltre a partecipare alla battaglia di Midway svoltasi nel giugno 1942, dove tuttavia non fece parte di combattimenti diretti, la nave trascorse la maggior parte dei primi due anni della guerra del pacifico continuando il suo addestramento nelle acque giapponesi. Venne poi trasferita a Truk nella metà del 1943, ma non partecipò ad alcun combattimento fino alla battaglia del mar delle Filippine a metà del 1944, quando fu attaccata da aerei americani.
Nagato non utilizzò tuttavia il suo armamento principale contro le navi nemiche fino alla battaglia del golfo di Leyte, in ottobre. Durante questo scontro venne leggermente colpita e tornò in giappone il mese successivo per alcune piccole riparazioni.
La marina giapponese, a questo punto del conflitto, ebbe tuttavia problemi finanziari e decise di non ripararla completamente. Nagato fu allora trasformata in una piattaforma galleggiante antiaerea e adibita a semplici compiti di difesa costiera.
Fu però attaccata nel luglio 1945 durante una campagna militare americana volta a distruggere le ultime navi della marina giapponese, ma fu solo leggermente danneggiata e divenne l’unica corazzata giapponese sopravvissuta alla seconda guerra mondiale . A metà del 1946, la nave fu un obiettivo per i test sulle armi nucleari durante l’operazione “Crossroads“. È sopravvissuta al primo test con pochi danni, ma è stata affondata durante il secondo.
Aulo Cecina Severo, non era un nobile romano di antica data. Della sua famiglia, originaria di Volterra in Etruria, e della Gens Caecina di cui faceva parte, non si hanno notizie che datino antecedentemente al 1° secolo A. C.
È ugualmente dubbio se sia stata la Gens a mutuare il nome dal fiume che ancora oggi scorre nella zona in cui la stessa ha avuto origine o se, al contrario, sia stata la famiglia che abbia attribuito il proprio nome al fiume.
Possiamo quindi definirlo un homo novus, in quanto non abbiamo notizia di suoi familiari che abbiano rivestito prestigiose cariche pubbliche prima della sua nomina a console suffetto nel 1 A.C., quando venne chiamato a sostituire il console ordinario Lucio Calpurnio Pisone l’Augure per i mesi mancanti al completamento dell’anno di carica.
Mentre nella Roma repubblicana si trattava di una situazione straordinaria, dipendente da un reale impedimento del console ordinario, durante l’impero si invalse l’abitudine di nominare almeno una coppia di consoli suffetti che subentrassero in corso d’anno, allo scopo di moltiplicare il numero dei consolari che potevano aspirare alla prefettura o a governare le province senatoriali o imperiali.
Dopo di lui, anche suo fratello Gaio Cecina Largo, nel 13 D.C. rivestì l’incarico di console suffetto, ma occorre chiarire che Aulo Cecina Severo non si limitò a precederlo per quanto riguarda il rivestire una carica prestigiosa, ma gli fu enormemente superiore nella carriera militare in merito alla quale abbiamo ampie e numerose notizie ad opera di tre grandi storici del passato come Cassio Dione, Publio Cornelio Tacito e Velleio Patercolo.
Seguendone l’ordine cronologico, le sue indiscutibili doti si manifestarono appieno nel corso della repressione della rivolta dell’Illirico svoltasi tra il 6 e il 9 D.C. in cui fu al servizio di uno stratega di eccezionale valore, come Tiberio.
Secondo Cassio Dione, all’accendersi della grande sollevazione dei Dalmati e dei Pannoni, Aulo Cecina Severo era legatus Augusti pro praetore della neoistituita provincia della Mesia, che era stata formata in parte separandola dalla Macedonia e per il resto ufficializzando il possesso di altri territori lungo il corso del Danubio e fino al mar Nero.
La carica equivaleva a quella di governatore delle province senatoriali ma era di nomina imperiale e con un più rilevante carattere militare, al punto che il legato vestiva la divisa e aveva il privilegio di portare la spada.
La rivolta dell’Illirico, originata dal malcontento per l’eccessivo carico fiscale imposto amministratori rapaci, colse Roma completamente di sorpresa, mentre la maggior parte delle legioni erano impegnate al seguito di Tiberio nella tentata invasione della Marcomannia, attuale Boemia.
In questo frangente così difficile, con Tiberio impegnato nelle trattative per stipulare il trattato di pace con Maroboduo, rifulsero le capacità militari di due generali. Uno fu Marco Messala Messalino che rientrando in tutta fretta dalla Marcomannia rintuzzò qualunque tentativo di invasione dell’Italia da parte degli insorti.
L’altro fu proprio Aulo Cecina Severo che, al comando delle tre legioni di stanza in Mesia e con l’ausilio degli alleati Traci, sconfisse i Pannoni nella battaglia del fiume Drava e impedì la caduta della roccaforte di Sirmio, che assieme a quella di Siscia era essenziale per il controllo dell’intero Illirico.
Subito dopo questa importante vittoria, Cecina fu costretto a rientrare nella sua provincia, minacciata da Daci e Sarmati. Per questo motivo, affidò al re dei Traci Remetalce e a suo fratello Rescupori il compito di difendere la Macedonia dagli insorti, cosa che fecero egregiamente.
L’anno successivo, avendo superato il momento difficile in Mesia, unì le tre legioni ai suoi ordini con le altre due guidate da Marco Plauzio Silvano, governatore della Galazia e della Panfilia e assieme marciarono verso la roccaforte di Siscia, dove Tiberio aveva radunato ben dieci legioni.
Era infatti indispensabile ricreare la continuità territoriale tra questa roccaforte e quella di Sirmio, riconquistando i territori caduti nelle mani dei ribelli.
Durante il percorso caddero in un’imboscata presso le paludi Volcee, lungo il corso del fiume Sava, ma dopo aver corso il rischio di subire una sconfitta epocale perdendo l’intero esercito che era stato loro affidato, seppero mutare in vittoria una possibile sconfitta.
Purtroppo, a godere dei frutti di questa sofferta vittoria fu il solo Marco Plauzio Silvano, al quale vennero tributati gli ornamenta triumphalia, massima onorificenza che, per decisione augustea, poteva essere concessa a coloro che non fossero membri della famiglia imperiale.
La preferenza forse fu dovuta al fatto che Plauzio era figlio di Urgulania grande amica di Livia, moglie di Augusto e madre di Tiberio, Ma, come avremo modo di vedere, il tempo si sarebbe dimostrato galantuomo nei confronti di Aulo Cecina Severo.
Domata la rivolta dell’Illirico, nel 14 D.C., svolse un nuovo prestigioso incarico, quale legato di Germanico Giulio Cesare, cui era stato attribuito l’imperio proconsolare in Germania. Era infatti al comando dell’esercito della Germania Inferiore, composto da quattro legioni incaricate di sorvegliare quella parte del confine lungo il Reno che andava dalla foce del fiume fino alle attuali città di Colonia e Bonn.
In tale veste di comandante, subì l’ammutinamento delle legioni che reclamavano migliori condizioni di vita. La rivolta, fomentato in larga parte dai liberti arruolati in tutta fretta da Augusto dopo Teutoburgo, iniziò in Pannonia e presto si estese ai due eserciti di Germania.
Carta geografica dell’Illirico diviso in Pannonia e Dalmazia
Sia pure a fatica, la protesta dei legionari rientrò grazie alla concessione di consistenti miglioramenti economici e alla riduzione della durata della ferma, cui si aggiunse, per quanto attiene l’esercito della Germania Inferiore, il risolutivo l’intervento di Agrippina oltre che dello stesso Germanico.
Da questo momento Aulo Cecina Severo divenne uno dei principali protagonisti delle campagne in Germania che restituirono a Roma l’onore compromesso dal comportamento di Varo a Teutoburgo. Partecipò quindi alla prima spedizione contro i Marsi voluta da Germanico per saggiare la capacità combattiva delle legioni da poco rientrate nei ranghi.
L’anno successivo fu in prima fila nella spedizione che liberò dall’assedio Segeste, un capo dei Cherusci rimasto fedele a Roma, noto per aver inutilmente tentato di dissuadere Varo dal cadere nel tranello di Arminio.
Al momento di tornare agli accampamenti invernali, dopo avere raggiunto i luoghi dove si era consumato il massacro di Teutoburgo, Germanico, non avendo a disposizione navi sufficienti per reimbarcare tutto l’esercito, decise che Cecina e le sue quattro legioni rientrassero via terra percorrendo i Pontes Longi
Si trattava di una strada che era sostanzialmente una stretta passatoia in legno in mezzo alle paludi che collegava l’Amisia (attuale Ems) al Reno, realizzata una ventina di anni prima da Lucio Domizio Enobarbo.
Lungo questo difficile percorso lo attendevano Arminio e le sue truppe, sicure di ripetere il massacro di Teutoburgo e quasi ci riuscirono. Ma Cecina era l’esatto opposto di Varo. Non si lasciò prendere dal panico né tantomeno fu mai sfiorato dall’idea di suicidarsi.
Anziché procedere attraverso sempre nuove paludi e foreste, in una lunga marcia verso la morte, riuscì a rincuorare i legionari sconfortati, facendo capire loro che solo con il coraggioso e intelligente uso delle armi avrebbero salvato la vita e ottenuto onore e gloria.
Per questo, si trincerò con le sue quattro legioni nel mezzo alle paludi, attirando i Germani in uno sconsiderato attacco contro l’accampamento fortificato, per contrattaccarli vigorosamente all’improvviso, fino a trasformare il probabile disastro in una smagliante vittoria.
Così facendo, ripete l’impresa compiuta 26 anni prima ad Arbalo da Druso Maggiore, padre di Germanico. Anche in quella occasione le legioni che rientravano negli accampamenti invernali dopo una lunga campagna vennero attirate in una imboscata dai Cherusci, probabilmente guidati da Segimero il padre di Arminio. Ma come avvenne ai Pontes Longi rovesciarono le sorti del combattimento, riportando una netta vittoria.
Questa volta Aulo Cecina Severo ottenne gli ornamenta triumphalia, negatigli in precedenza. Con lui vennero decorati l’altro legato Caio Silio, comandante dell’esercito della Germania Superiore e Lucio Apronio. Nel proseguo della campagna nell’anno successivo ebbe modo di dimostrare le sue capacità logistiche, sovraintendendo alla costruzione di una flotta di ben mille navi che condussero le legioni ai trionfi di Idistaviso e Vallo Angrivariano.
Non abbiamo notizie di ulteriori imprese belliche compiute da Aulo Cecina Severo dopo le campagne quale legato di Germanico. Avendo per ben due volte superato delle situazioni molto difficili, salvando il suo esercito circondato dagli avversari, mi sento di affermare che se si fosse trovato al posto di Varo a Teutoburgo, l’esito finale sarebbe stato molto diverso. Ma, purtroppo, sappiamo anche che spesso le scelte di Augusto non erano meritocratiche, ma influenzate da parentele e amicizie.
Mi sembra doveroso ricordare che, secondo il famoso storico Ronald Syme, Aulo Cecina Severo sarebbe stato governatore della Macedonia e non della Mesia. Il particolare non ha un grande rilievo ai fini di questo post, in quanto non vengono messe in dubbio le sue imprese belliche.
Tuttavia, volendosi addentrare nell’argomento occorre dire che la vicenda è assai complessa. È vero che, tra gli storici antichi, solo Cassio Dione attesta che Aulo Cecina Severo sia stato governatore della Mesia nel 6 D.C.
Ma che la provincia fosse stata istituita in quegli anni risulta da due fatti:
1) Tra il 9 e l’11 D.C. il probabile governatore della Mesia dovrebbe essere stato Gneo Cornelio Lentulo l’Augure al quale vengono conferiti gli ornamenta triumphalia per una sua grande vittoria contro i Geti (termine con cui spesso vengono designati i Daci). Ma di lui nessuno storico antico attesta che abbia partecipato alla repressione della rivolta dell’Illirico;
2) Nel 12 D.C. il governatore della Mesia è sicuramente Gaio Poppeo Sabino, al quale, a far data dal 15 D.C. e fino alla sua morte nel 35 D.C., venne affidato anche il governo delle province di Macedonia e di Acaia, che Tiberio unificò alla Mesia per sottrarle al controllo da parte dei senatori.
Senza volere contraddire un illustre studioso, è possibile che, nella emergenza generata dalla rivolta, Aulo Cecina Severo sia stato contemporaneamente anche governatore della Macedonia, dalla quale, come detto, la Mesia era stata appena separata.
Ma se la carriera militare di Aulo Cecina Severo fu costellata da smaglianti successi, non altrettanto avvenne per la sua carriera politica nell’ambito del senato. A riprova voglio parlarvi dell’episodio della sua carriera senatoriale che motiva il titolo del post.
Avvenne nel 21 D.C. mentre era in corso una importante seduta del senato, convocata per scegliere i nuovi governatori delle province di Asia e di Africa.
La riunione era caratterizzata da una discussione particolarmente accesa.
Infatti, la candidatura di Manio Lepido, largamente considerata la più autorevole per il governo della prima provincia, era fortemente avversata da un gruppo di senatori capitanato da Sesto Pompeo, mentre non era facile scegliere il soggetto adatto a rivestire l’incarico di proconsole della provincia d’Africa dove il ribelle numida Tacfarinas tornava, ancora una volta, a porre dei problemi e a minacciare la stabilità del potere romano.
Eppure, ad un tratto, Aulo Cecina Severo riuscì ad appianare i contrasti e a catalizzare su di sé le critiche dell’intero senato. Per raggiungere questo difficile risultato propose, non so se per effetto di misoginia o per reale convinzione, di vietare ai governatori di farsi accompagnare dalle mogli quando assumevano il controllo di una provincia.
Motivò la sua proposta sostenendo non solo l’intrinseca debolezza del sesso femminile a sopportare le fatiche di una vita disagiata, quale era quella che si svolgeva nelle province più selvagge e periferiche, ma anche la sua propensione alla malvagità e avidità di potere, quando questo era reso possibile dalla eccessiva libertà concessagli.
Al riguardo, sottolineò che spesso nei processi inerenti alle malversazioni dei governatori, le maggiori colpe emergevano a carico delle mogli e rimpianse i tempi in cui la legge Oppia vietava gli eccessivi lussi femminili.
Infine, concluse l’intervento portando il proprio esempio personale, in quanto, nel corso delle sue quaranta missioni all’estero non aveva mai portato la moglie con sé, malgrado il loro matrimonio fosse molto felice.
Evidentemente, non aveva chiaro che la legge Oppia, introdotta durante la II guerra punica, era stata abrogata più di duecento anni prima e che si stava rivolgendo alla massima assemblea di Roma, dove la condizione sociale della donna era molto diversa da quella imperante nell’antica Grecia.
La sua proposta suscitò una vera e propria baraonda. La maggior parte dei senatori protestò che Cecina non aveva l’autorità per improvvisarsi censore in una materia così delicata e che la proposta era estranea all’ordine del giorno.
In modo più composto ma non privo di ironia gli rispose Marco Valerio Messala Messalino che si chiese cosa sarebbe avvenuto dei matrimoni dei governatori, se il marito fosse stato obbligato a trascurare per svariati anni la convivenza coniugale, concludendo che magari si sarebbero evitate delle malversazioni all’estero, ma certamente sarebbero aumentati enormemente gli scandali di altra natura in patria!
La discussione venne chiusa da Druso Minore, figlio di Tiberio, che ricordò come Augusto si era fatto sempre accompagnare da Livia nel corso dei suoi viaggi in tutte le parti dell’impero e che egli stesso non avrebbe adempiuto con animo sereno al suo governatorato in Pannonia se avesse dovuto separarsi a lungo dalla sua amatissima moglie Livilla (Direi che in seguito, viste le circostanze della sua morte, ebbe a pentirsene!)
La proposta venne quindi respinta in modo quasi unanime e, per la cronaca, la seduta si chiuse con la nomina di Manio Lepido a governatore della provincia d’Asia mentre venne rimessa a Tiberio la scelta del proconsole d’Africa.
Dopo questa riunione in senato non abbiamo ulteriori notizie in merito alla vita pubblica di Aulo Cecina Severo.
Le Fonti:
Cassio Dione, Storia Romana LIV 29 Cassio Dione Storia Romana LIII 27 Velleio Patercolo, Storia Romana II 112 Cassio Dione, Storia Romana LIV 32. Velleio Patercolo, Storia Romana II 117 Cornelio Tacito, Annales I 41-44 Cornelio Tacito, Annales I 63-68 Cornelio Tacito, Annales II 5-6 Cornelio Tacito, Annales IV 44 Cornelio Tacito, Annales I 80
Babilonia era la capitale dell’antico impero babilonese, che a sua volta è un termine che si riferisce a uno dei due imperi nell’area mesopotamica nell’antichità. Questi due imperi raggiunsero il dominio regionale tra il XIX e il XV secolo a.C., e ancora tra il VII e il VI secolo a.C.
La città, costruita lungo entrambe le sponde del fiume Eufrate, aveva ripidi argini per contenere le piene stagionali del fiume. La prima menzione conosciuta di Babilonia come piccola città appare su una tavoletta di argilla del regno di Sargon di Akkad (2334–2279 aC) dell’Impero accadico. Il sito dell’antica città si trova appena a sud dell’attuale Baghdad. L’ultima testimonianza nota risale al X secolo d.C., quando era indicato come il “piccolo villaggio di Babele”.
La città divenne parte di una piccola città-stato indipendente con l’ascesa del primo impero babilonese, ora noto come antico impero babilonese, nel XIX secolo a.C. Il re amorreo Hammurabi fondò l’antico impero babilonese nel XVIII secolo a.C. Ha costruito una grande città e si è dichiarato il suo re. La Mesopotamia meridionale divenne nota come Babilonia ed eclissò Nippur come città santa della regione. L’impero declinò sotto il figlio di Hammurabi, Samsu-iluna. I giardini pensili di Babilonia sono classificati come una delle sette meraviglie del mondo antico. Dopo la caduta dell’impero neo-babilonese, la città passò sotto il dominio degli imperi achemenide, seleucide, partico, romano e sassanide.
È stato stimato che Babilonia fosse la città più grande del mondo c. 1770 – ca. 1670 aC , e ancora c. 612 – c. 320 a.C. È stata forse la prima città a raggiungere una popolazione superiore a 200.000 abitanti. Le stime per l’estensione massima della sua area vanno da 890 a 900 ettari.
I resti della città si trovano nell’odierna Hillah, Governatorato di Babil, Iraq, a circa 85 chilometri a sud di Baghdad, e i suoi confini sono stati delineati sul perimetro delle antiche mura esterne della città, un’area di circa 1.000 ettari. Comprendono edifici e detriti in mattoni di fango. Le principali fonti di informazioni su Babilonia: scavi del sito stesso, riferimenti in testi cuneiformi trovati altrove in Mesopotamia, riferimenti nella Bibbia, descrizioni in altri scritti classici (specialmente da Erodoto) e descrizioni di seconda mano, presentano un quadro incompleto e talvolta contraddittorio dell’antica città, anche al suo apice nel VI secolo a.C. L’UNESCO ha iscritto Babilonia come sito del patrimonio mondiale nel 2019. Il sito riceve migliaia di visitatori ogni anno, quasi tutti iracheni.
Storia di Babilonia
Sebbene esistano tracce di insediamenti preistorici, lo sviluppo di Babilonia come grande città fu tardivo rispetto agli standard mesopotamici, nessuna menzione esisteva prima del 23° secolo A.C. Dopo la caduta della 3a dinastia di Ur, sotto la quale Babilonia era stata un centro provinciale, divenne il nucleo di un piccolo regno fondato nel 1894 A.C.re amorreo Sumuabum, i cui successori ne consolidarono lo status. La sesta e più nota delle dinastie amorree, Hammurabi (1792–50 aC ), conquistò le città-stato circostanti e fece di Babilonia la capitale di un regno che comprendeva tutta la Mesopotamia meridionale e parte dell’Assiria. La sua importanza politica, unita alla sua posizione favorevole, ne fecero il principale centro commerciale e amministrativo di Babilonia, mentre la sua ricchezza e il suo prestigio ne fecero un bersaglio per i conquistatori stranieri.
Dopo un’incursione ittita nel 1595 A.C. , la città passò sotto il controllo dei Cassiti ( c. 1570), che stabilirono una dinastia durata più di quattro secoli. Più tardi Babilonia divenne un centro letterario e religioso, il cui prestigio si rifletteva nell’elevazione di Marduk, il suo dio principale, alla supremazia in Mesopotamia. Nel 1234 Tukulti-Ninurta I d’Assiria soggiogò Babilonia, anche se successivamente la dinastia cassita si riafferma fino al 1158, quando la città fu saccheggiata dagli Elamiti . La riconosciuta supremazia politica di Babilonia è dimostrata dal fatto che la dinastia di Nabucodonosor I (1124–03), che durò più di un secolo, fece della città la sua capitale, sebbene la dinastia non avesse avuto origine lì.
Gli immigrati aramei dalla Siria settentrionale portarono la loro attività amministrativa all’interno di Babilonia. Da questo periodo fino alla caduta dell’Assiria alla fine del VII secolo a.C. , ci fu una continua lotta tra gli aramei o le tribù caldee associate e gli assiri per il controllo politico della città. I suoi cittadini rivendicavano privilegi, come l’esenzione dal lavoro forzato, esenzione da alcune tasse che gli Assiri, con un background simile, erano solitamente più pronti a riconoscere rispetto alle tribù immigrate. Inoltre i cittadini, arricchitisi grazie al commercio, beneficiavano di un potere imperiale in grado di proteggere il commercio internazionale. Tali circostanze facevano sì che Babilonia di solito preferisse il dominio assiro a quello arameo o caldeo.
Dal IX alla fine del VII secolo Babilonia fu quasi ininterrottamente sotto la sovranità assira, solitamente esercitata tramite re nativi, sebbene a volte i re assiri governassero di persona. Lo stretto coinvolgimento assiro in Babilonia iniziò con Tiglat-Pileser III (744-727 aC ) come risultato delle tribù caldee che premevano nei territori della città, usurpando più volte la regalità. I disordini che accompagnarono la crescente occupazione tribale alla fine persuasero il monarca assiro Sennacherib (704-681 aC ) che il controllo pacifico di Babilonia era impossibile, e nel 689 ordinò la distruzione della città. Suo figlio Esarhaddon (680–669 aC ) dopo aver espulso gli uomini della tribù e restituito loro le proprietà dei babilonesi, intraprese la ricostruzione della città, ma l’immagine di Marduk, rimossa da Sennacherib, fu conservata in Assiria per tutto il suo regno, probabilmente per impedire a qualsiasi potenziale usurpatore di usarla per rivendicare la regalità. A metà del VII secolo scoppiò la guerra civile tra il re assiro Assurbanipal e suo fratello. Assurbanipal pose l’assedio alla città, che cadde nel 648 dopo che la carestia aveva spinto i difensori addirittura al cannibalismo.
Dopo la morte di Assurbanipal, un leader caldeo, Nabopolassar, nel 626 fece di Babilonia la capitale di un regno che sotto suo figlio Nabucodonosor II (605-561 aC ) divenne una grande potenza imperiale. Nabucodonosor intraprese un vasto programma di ricostruzione e fortificazione in Babilonia, lavoratori provenienti da molti paesi fecero entrare molte etnie diverse nella popolazione. Il più importante successore di Nabucodonosor, Nabonedo (556-539 aC ), fece una campagna in Arabia per un decennio, lasciando suo figlio Baldassarre come reggente in Babilonia. Nabonedo non riuscì a proteggere i diritti di proprietà o le tradizioni religiose della capitale e tentò operazioni di costruzione altrove per rivaleggiare con il grande tempio di Esagila di Marduk. Quando la dinastia achemenide sotto Ciro II attaccò nel 539 AC , la capitale cadde quasi senza resistenza, una leggenda secondo cui Ciro ottenne l’ingresso deviando l’Eufrate non è confermata nelle fonti contemporanee.
Ricostruzione della città di Babilonia
Sotto i persiani, Babilonia conservò la maggior parte delle sue istituzioni, divenne la capitale della più ricca satrapia dell’impero e, secondo lo storico greco ERODOTO DEL V SECOLO a.C. , fu la città più splendida del mondo. Una rivolta contro Serse I (482) portò alla distruzione delle sue fortificazioni e templi e allo scioglimento dell’immagine d’oro di Marduk. Nel 331 Babilonia si arrese al re macedone Alessandro Magno, che ne confermò i privilegi e ordinò il restauro dei templi. Alessandro, riconoscendo l’importanza commerciale della città, permise al suo satrapo di battere moneta e iniziò a costruire un porto per favorire il commercio. Nel 323 Alessandro morì nel palazzo di Nabucodonosor; aveva progettato di fare di Babilonia la sua capitale imperiale. La conquista di Alessandro portò Babilonia nell’orbita della cultura greca e la scienza ellenistica fu notevolmente arricchita dai contributi dell’astronomia babilonese. Dopo una lotta di potere tra i generali di Alessandro, Babilonia passò alla dinastia seleucide nel 312. L’importanza della città fu molto ridotta dalla costruzione di una nuova capitale, Seleucia sul Tigri, dove fu trasferita parte della popolazione di Babilonia nel 275.
La città antica
La prova della topografia dell’antica Babilonia è fornita da scavi, testi cuneiformi e descrizioni di Erodoto e altri autori classici. L’ampia ricostruzione di Nabucodonosor ha lasciato relativamente pochi dati archeologici nell’area centrale prima del suo tempo, mentre altrove la falda freatica ha scavi limitati nei primi strati. I resoconti di Erodoto si riferiscono in gran parte alla Babilonia costruita da Nabucodonosor.
La Babilonia di Nabucodonosor era la città più grande del mondo, coprendo circa 10 km quadrati. L’Eufrate, che da allora ha cambiato flusso, lo attraversava, poiché la parte più antica della città si trovava sulla sponda orientale. Lì c’era la caratteristica centrale Esagila, il grande tempio di Marduk, con il suo associato ziggurat, una torre costruita in più fasi, Etemenanki. Quest’ultimo, popolarmente noto come la Torre di Babele, aveva una base di 91 metri di lato, e i suoi sette gradini, il più alto un tempio in smalto blu, raggiungevano un’altezza totale pari a quella della sua base. Altri quattro templi nella metà orientale della città sono noti dagli scavi e un numero maggiore dai testi.
Lungo l’Eufrate, in particolare nelle vicinanze di Esagila, c’erano banchine per navi mercantili, e prove testuali che Babilonia fosse un porto commerciale. Il fiume era attraversato da un ponte, su pali di mattoni con copertura in pietra, fino alla metà occidentale della città. Le strade erano disposte a griglia, con l’asse principale parallelo al fiume. Da Esagila verso nord passò la Via Processionale, le cui pareti sono decorate con leoni smaltati. Attraversando la Porta di Ishtar, adornata con tori e draghi smaltati, conduceva al Akitu, un piccolo tempio fuori città che si diceva fosse visitato da Marduk durante la festa di Capodanno.
Ad ovest della Porta di Ishtar, una delle otto porte fortificate, vi erano due complessi di palazzi che coprivano circa 16 ettari con le loro fortificazioni.
Ricostruzione della Porta di Ishtar
A est della via processionale si estendeva un’area che fin dai tempi di Hammurabi conteneva abitazioni private costruite attorno a cortili centrali. Una massiccia doppia cinta muraria, protetta da un fossato, racchiudeva la città su entrambi i lati dell’Eufrate. Oltre le mura della città, a est, un bastione esterno di tripla costruzione, lungo 18 km, incontrava l’Eufrate a sud e a nord della città, racchiudendo un altro palazzo all’incrocio settentrionale del bastione. Tra le difese interne ed esterne c’era un terreno irrigato con una rete di canali, alcuni risalenti all’epoca di Hammurabi. La tradizione greca si riferisce ai Giardini pensili di Babilonia, una collina simulata di terrazzamenti rivestiti di vegetazione su una sottostruttura a volta che in epoca ellenistica era considerata una delle sette meraviglie del mondo. L’archeologo tedesco Robert Koldewey ha scoperto una serie unica di camere di fondazione nell’angolo nord-orientale del palazzo di Babilonia, che alcuni suggeriscono potrebbero aver funzionato come parte della sottostruttura dei giardini pensili, altri teorizzano che il giardino, costruito dal re assiro Sennacherib, si trovasse in realtà nella sua capitale, Ninive.
La città oggi
l sito attuale, un vasto campo di resti archeologici, contiene diversi tumuli. I tumuli principali sono Babil, i resti del palazzo di Nabucodonosor nell’angolo settentrionale del bastione esterno, Qasr, comprendente il complesso del palazzo, la Porta di Ishtar e il tempio Emakh, Amran ibn Ali, le rovine di Esagila, Merkez, che segna l’antica zona residenziale a est di Esagila, Humra, contenente le macerie rimosse da Alessandro dallo ziggurat in preparazione per la ricostruzione, e un teatro da lui costruito con materiale proveniente dallo ziggurat, e Ishin Aswad, dove ci sono altri due templi. Una depressione chiamata Sahn segna l’ex sito dello ziggurat Etemenanki. Un leone di basalto a grandezza naturale, probabilmente di origine ittita e portato a Babilonia nell’antichità, si trova a nord della Porta di Ishtar.
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