giovedì 5 Marzo 2026
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Gli antichi Egizi conoscevano il ferro dei meteoriti

Gli antichi Egiziani avevano una comprensione sorprendentemente avanzata dell’origine extraterrestre dei meteoriti ricchi di ferro, una conoscenza che precedeva di migliaia di anni le scoperte scientifiche europee. Questa consapevolezza, tuttavia, si perse con la caduta del mondo antico, insieme ai suoi miti, lingue, sistemi di scrittura e rituali. Solo nel tardo XVIII secolo, in Europa, l’idea che i meteoriti provenissero dal cielo fu timidamente riproposta.

“[Il re] Unis afferra il cielo e ne spacca il ferro.”

Inscritta nei geroglifici di una piramide di 4.400 anni fa, questa frase dimostra che gli antichi egizi capivano l’origine extraterrestre dei meteoriti ricchi di ferro, migliaia di anni prima che gli scienziati europei arrivassero alla stessa conclusione.

Quando si tratta di storia della scienza, in particolare di astronomia, gli antichi egizi non hanno ricevuto il credito che meritavano. A differenza dei babilonesi e dei greci, gli egiziani non utilizzarono modelli matematici per prevedere i fenomeni astronomici per gran parte della loro storia. La loro conoscenza del ferro meteoritico non veniva registrata in modo descrittivo e lineare nei libri scientifici. Piuttosto, era incorporato in metafore e rituali.

Come egittologa, dice Victoria Almansa-Villatoro della Harvard Society of Fellows, ho passato anni cercando il potere dei simboli antichi, specialmente quelli usati nella scrittura geroglifica, per scoprire la conoscenza e le credenze delle popolazioni passate del Nilo. Attraverso questo lavoro, ho abbandonato i miei preconcetti moderni sulla scienza per comprendere, recuperare e apprezzare i risultati scientifici egiziani.

Recentemente, analizzando i geroglifici in un’antica raccolta di rituali conosciuta come Testi delle Piramidi, ho appreso che gli egiziani avevano scoperto molto tempo fa un fatto cruciale sul ferro: può provenire dai meteoriti.

L’età del ferro

Molti studiosi sostengono che l’età del ferro sia iniziata circa 3.300 anni fa in Anatolia, dove gli Ittiti inventarono un metodo per estrarre il ferro metallico da minerali terrestri come l’ematite. Questo processo di fusione richiede la creazione e il controllo di temperature superiori a 1.300 gradi. Sebbene i minerali di ferro fossero comuni nei deserti egiziani, probabilmente gli antichi egizi non padroneggiarono la fusione del ferro fino a 2.600 anni fa, circa 700 anni dopo gli Ittiti e altre società del nord.

Eppure gli oggetti in ferro compaiono molto prima che in Egitto. In effetti, gli oggetti in ferro più antichi identificati al mondo sono piccole perle che provengono da una sepoltura a Gerzeh, un villaggio di circa 5.300 anni nel nord dell’Egitto. Altri oggetti in ferro risalenti a prima dell’età del ferro sono stati trovati in Egitto, tra cui un amuleto nella tomba della regina Aashyet di 4.000 anni fa a Deir el-Bahari e una lama di pugnale nella tomba del re Tutankhamon.

Da dove veniva questo metallo, secoli prima della fusione del ferro?

Meteoriti.

La scienza moderna ci insegna che il ferro esiste in forma metallica all’interno del nucleo degli asteroidi. Piccoli frammenti di questi oggetti rocciosi talvolta raggiungono la Terra come meteoriti intatti e ricchi di ferro.

L’universo in geroglifici

Mi sono interessata per la prima volta alla conoscenza del ferro degli antichi egizi mentre studiavo i testi di un’altra società del passato. Nell’ambito del mio dottorato ho studiato anche il sumero, una lingua parlata per la prima volta circa 5.000 anni fa in Mesopotamia. Sono stati proposti tre lessemi, o combinazioni di segni, per spiegare il modo in cui i Sumeri scrivevano “ferro”. Tutte e tre le opzioni contengono il segno del cielo.

Imparare questo mi ha fatto pensare alla parola egiziana del secondo millennio a.C. per “ferro”: bjA n pt (“il ferro del cielo”). Mi chiedevo se sia i Sumeri che gli Egiziani sapessero che il ferro si può trovare nei meteoriti.

Indagando ulteriormente, ho appreso che gli antichi egizi dovevano aver scoperto il ferro dei meteoriti in modo indipendente, più di 1.000 anni prima della prima attestazione di bjA n pt . Più o meno nello stesso periodo dei Sumeri, gli egiziani componevano recitazioni rituali sul cielo e sul ferro ( bjA ) in esso contenuto.

I primi riferimenti egiziani conosciuti al ferro in relazione alle stelle, ai meteoroidi e al cielo provengono dai Testi delle Piramidi, una raccolta di iscrizioni scolpite sulle pareti interne delle piramidi che un tempo ospitavano i corpi dei re e delle regine egiziani della V-VIII dinastia che governarono circa 4.100-4.400 anni fa. Comprendendo diversi stili orali e scritti, i Testi delle Piramidi probabilmente erano liturgie funerarie che i sacerdoti avrebbero pronunciato per aiutare il defunto reale a raggiungere l’aldilà nel cielo.

I Testi delle Piramidi forniscono spunti sulla comprensione egiziana dell’universo. Le iscrizioni presentano il cielo come una ciotola di ferro contenente acqua, i cui pezzi possono cadere sulla Terra come meteoriti o pioggia. Ma questa scena non è facile da cogliere da una lettura superficiale dei testi, soprattutto in traduzione. È incapsulato in metafore e distribuito in diversi passaggi non collegati.

Anche una conoscenza più ampia della religione egiziana mi ha aiutato a dare un senso ai testi. Ad esempio, la dea Nut personificava il cielo. Gli antichi egizi credevano che un re defunto sarebbe stato resuscitato ritornando nelle acque primordiali e amniotiche del grembo di Nut. Pertanto lo stesso segno usato per il ferro veniva usato come classificatore per le parole “utero” e “bene”.

Il ferro dal cielo

Alcuni studiosi hanno ragionevolmente respinto la possibilità di questa antica conoscenza, perché un meteorite che colpisce la Terra rimane un fenomeno raro a cui assistere. Quanto è probabile che qualcuno abbia visto un meteorite cadere sulla Terra, trovato il cratere risultante e ricavarne il metallo? Come si potrebbe accertare l’origine meteoritica del ferro senza analisi fisiche o chimiche?

Gli studiosi dell’Illuminismo europeo negarono le leggende popolari sui meteoriti extraterrestri e sostenevano che i misteriosi “tuoni” provenissero da vulcani o da fulmini. Tuttavia, le segnalazioni di meteoriti caduti e del loro martellamento da parte della gente del posto sono note fin dal Medioevo. Come gli antichi egizi, questi non scienziati probabilmente hanno scoperto l’origine dei meteoriti.

La conoscenza sopravvive per secoli, o addirittura millenni, senza testi scientifici. Nell’antico Egitto era incorporato in metafore, storie e rituali che potevano essere facilmente ricordati.

Articolo originale pubblicato su sapiens.org

Messico: ritrovata scultura di un guerriero Maya ‘molto interessante’

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In una recente scoperta archeologica a Chichén Itzá, nello Yucatán, gli archeologi hanno portato alla luce una scultura ben conservata di una testa di guerriero Maya. Il ritrovamento è avvenuto durante i lavori di scavo nel Tempio 6 di Maudslay, all’interno del complesso di Casa Colorada, come parte del Programma per il Miglioramento delle Zone Archeologiche (Promeza).

La scultura, alta 33 centimetri, sembra risalire al primo periodo di sviluppo di Chichén Itzá. Diego Prieto Hernández, capo dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH), ha definito la testa del guerriero come un ritrovamento “molto interessante”. La scultura rappresenta un guerriero con un elmo a forma di serpente piumato con la bocca aperta, che potrebbe alludere a Kukulcán, il serpente piumato dei Maya.

Solo la settimana scorsa, gli archeologi dell’INAH hanno scoperto un tempio circolare dedicato a Kukulcán nel sito di El Tigre a Campeche, anch’esso parte dei lavori di Promeza associati alla costruzione del Treno Maya.

Prieto Hernández ha approfittato della sua presentazione durante una conferenza stampa per fornire aggiornamenti su altri progetti di Promeza, tra cui i lavori di conservazione nel sito di Xelhá sulla costa di Quintana Roo. Questo sito, vecchio di circa 1.300 anni e il cui nome significa “Ingresso all’Acqua” in lingua Maya, era il principale porto del regno di Cobá tra il 250 e il 600 d.C. Il centro abitato è entrato rapidamente in declino dopo che le malattie introdotte dalla conquista spagnola hanno quasi spazzato via gli abitanti nativi.

Prieto Hernández ha sottolineato che i progetti di Promeza stanno aiutando le comunità Maya odierne a ristabilire un contatto con il loro passato, nonostante il Treno Maya sia stato oggetto di controversie tra le comunità indigene per il suo impatto sull’ambiente naturale e sul loro modo di vita.

Fino al 9 novembre, i lavori di salvataggio archeologico nelle sette sezioni del Treno Maya hanno portato al recupero di 57.146 strutture edilizie, 1.925 manufatti mobili, 660 sepolture umane e 2.252 caratteristiche naturali associate agli insediamenti umani.

Templi trovati nell’accampamento di Haltern in Germania

Gli archeologi dell’Associazione Regionale della Vestfalia-Lippe (LWL) hanno fatto una scoperta significativa presso l’accampamento romano di Haltern, situato nella città di Haltern am See in Nord Reno-Westfalia, Germania. Hanno trovato le fondamenta di due piccoli templi in questo sito, che durante il periodo romano era una fortezza militare e una colonia civile di grande importanza. Si ritiene che questo sito sia stato fondato dall’imperatore Augusto, una teoria confermata dagli scavi del 2010 condotti dalla Commissione Archeologica di Vestfalia.

Recenti scavi della LWL hanno rinvenuto le fondamenta di due templi di culto, uno dei quali era costruito in legno a pianta rettangolare di 30 metri quadrati e vi si accedeva tramite un ingresso largo 5 metri, segnato da due colonne di legno su entrambi i lati.

Questi templi si trovano all’interno di un complesso di 2.000 metri quadrati, esaminato per la prima volta nel 1928. Inizialmente, il complesso fu identificato come un luogo di incontro per il personale militare e in seguito utilizzato come officina militare, come dimostrato dai numerosi utensili trovati sul posto.

La dott.ssa Bettina Tremmel, esperta di archeologi romana della LWL, ha spiegato che i due templi rettangolari erano costruiti principalmente con strutture in argilla. Tuttavia, erano basati sui grandi templi a podio in pietra tipici delle città romane dell’epoca di Augusto.

Questa scoperta è considerata unica perché non sono stati trovati altri esempi di edifici di culto in installazioni militari romane. Accanto ai templi, c’è un fossato circolare che si è conservato come una decolorazione nel terreno. La profondità del fossato e i reperti romani trovati al suo interno sono simili a quelli del cimitero romano di Haltern. Tuttavia, la pratica di sepolture all’interno di tali insediamenti era proibita dalla legge romana.

Egitto. Scoperta tomba millenaria di uno scriba

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Un team di archeologi cechi ha fatto luce su una scoperta significativa ad Abusir: la tomba di un giovane scriba reale risalente a circa 2.500 anni fa. Questo ritrovamento, insieme ad altri recenti nella zona, offre agli studiosi una visione più chiara dei cambiamenti avvenuti in Egitto e nelle aree circostanti durante il V e VI secolo a.C.

La tomba apparteneva a un dignitario finora sconosciuto di nome Djehutyemhat, risalente al periodo dell’invasione persiana dell’Egitto. La parte scoperta della tomba è solo lo scavo sotterraneo, che si estende fino a una camera sepolcrale costruita con blocchi di calcare a 14 metri di profondità.

All’interno della camera si trova un grande sarcofago di pietra, adornato con rilievi e iscrizioni geroglifiche che raffigurano divinità egizie. La camera funeraria, di medie dimensioni, è decorata con iscrizioni e disegni che, secondo Ladislav Bareš dell’Istituto di Egittoologia ceco, erano intesi a facilitare il viaggio nell’aldilà e garantire la beatitudine eterna al defunto.

Nonostante la sua importanza, la tomba non è stata risparmiata dai saccheggi, essendo stata quasi completamente svuotata intorno al V secolo d.C.

Bareš sottolinea che la tomba risale a un periodo di declino e turbolenza sociale per l’antico Egitto. Le tombe a pozzo della zona riflettono il tentativo dell’élite egiziana delle dinastie 26 e 27 di innescare una sorta di rinascimento, costruendo tombe che emulassero quella del re Djoser, fondatore del famoso Antico Regno nel III millennio a.C., con la speranza di riportare l’Egitto al suo antico splendore.

L’analisi dei resti scheletrici ha rivelato che Djehutyemhat morì in giovane età, ma le sue ossa mostravano già segni di grave osteoporosi e usura della colonna vertebrale, forse a causa di una malattia.

Bareš ipotizza che lo scriba, che avrebbe potuto iniziare la sua carriera già a 15 anni, soffrisse a causa della posizione inginocchiata richiesta dalla sua professione. Questo potrebbe anche suggerire che altri dignitari sepolti ad Abusir, che presentavano condizioni simili, potessero essere imparentati con Djehutyemhat, facendo parte di una famiglia estesa ancorata all’élite militare dell’Egitto antico.

Piramide di 3.400 anni fa trovata in Kazakistan

La piramide si trova su una collina che domina il fiume Taldy nel distretto Shet di Karaganda, ed è stata scavata dagli archeologi dell’Università di Karaganda in un periodo di 4 stagioni di scavi.

Secondo i ricercatori, la piramide è un complesso mausoleo di un sovrano della cultura Begazı Dandibay, una cultura della tarda età del bronzo che fiorì durante l’ultima fase del periodo Andronovo (2000-1150 a.C.).

La struttura è un mausoleo piramidale a gradini, costruito in una regione delle steppe di Sari Arka dove le comunità seppellivano i loro governanti e le loro élite. Oltre ad essere un mausoleo, la piramide veniva utilizzata anche come spazio sacro per cerimonie religiose.

L’analisi della datazione al carbonio dei reperti rinvenuti all’interno della struttura ha indicato una datazione compresa tra il XIV e il XII secolo a.C.

Il dottor Aibar Kassenali ha detto: “Guardando le pietre tagliate trovate nella piramide, la dimensione del mausoleo e il fatto che una struttura così grande sia stata costruita nell’età del bronzo in una regione molto arida come la steppa è un’indicazione di l’elevata comprensione dell’arte e le ricche credenze spirituali che le comunità Begazi Dandibay hanno raggiunto”.

Gli scavi nella regione hanno anche portato alla luce un insediamento proto-urbano appartenente anche alla comunità di Begazı Dandibay. Il dottor Çınar ha affermato: “Questo insediamento, che si estende su un’area di 15 ettari, esisteva cronologicamente nello stesso periodo storico di Troia in Asia Minore, nel primo periodo miceneo nella Grecia continentale e nel periodo avanzato del Medio Regno in Egitto. L’insediamento ha una serie di mura, una rete stradale pianificata e sistemi di raccolta dell’acqua”.

Secondo i ricercatori, le comunità Begazı Dandibay mostrano di avere stretti legami con la cultura Karasuk della Siberia meridionale, che costituisce la cultura proto-turca. I corridoi che conducono alla camera funeraria, soprattutto nei mausolei della fase Begazı Dandibay, si aprono sempre nella direzione dell’alba, come manifestazione della tradizionale credenza religiosa turca.

Trovato sandalo romano di 2000 anni fa in Spagna

Lucus Asturum nel nord della Spagna era un insediamento romano che fungeva da centro amministrativo e snodo di comunicazioni nel nord della penisola iberica tra il I e ​​il IV secolo d.C. e che, data la sua importanza, l’astronomo, matematico e geografo greco Tolomeo riportò nella sua famosa opera Geografia.

Lucus Asturum conteneva molti importanti edifici pubblici e privati. Nel 2021, un team guidato dall’archeologa Esperanza Martín ha individuato una grande casa con un cortile centrale e un pozzo. Quest’estate sono ripresi gli scavi nel sito e gli archeologi hanno deciso di scendere, utilizzando un sistema di carrucole per evitare di danneggiare i resti, fino al fondo del pozzo.

All’interno, tra molti altri reperti romani, è stato ritrovato un sandalo smarrito da un uomo che cercò di pulire il pozzo 2000 anni fa. Si tratta di un oggetto archeologico senza eguali perché è decorato con cerchi, ovali e figure falciformi. In Spagna ci sono non più di 20 sandali romani e questo è l’unico decorato. Si presenta in buono stato di conservazione, in quanto il limo presente sul fondo del pozzo ha generato un sistema anaerobico che ha impedito la riproduzione dei microrganismi.

L’esistenza di Lucus Asturum è nota fin dall’antichità, ma dell’insediamento si perse traccia secoli fa finché la Commissione Provinciale dei Monumenti effettuò i primi scavi negli anni ’30 del Novecento. Tuttavia tutto il materiale archeologico ritrovato, nonché la relativa documentazione, andò perduto o distrutto. Nel 1989, l’équipe di Carmen Fernández Ochoa ha individuato un altare votivo nel sito dedicato ai lares viales, una necropoli medievale e resti alto-imperiali del I secolo d.C. Nel 2018, promosso e finanziato dal Comune di Llanera, furono ripresi gli scavi.

In questa occasione, gli archeologi hanno utilizzato tecniche non invasive come il sistema di rilevamento laser Lidar, indagini geofisiche, immagini satellitari e termografia. Si è così scoperto che sotto l’erba dei prati “c’era un substrato archeologico” che comprendeva alcune grandi terme ampiamente saccheggiate, oltre ad un canale ben conservato. Alla ripresa dei lavori, nel 2021, l’équipe ha individuato una discarica utilizzata tra il I e ​​il IV secolo, diversi edifici separati da una strada e “un grande nucleo residenziale” con il suddetto pozzo, che conserva i segni della muratura di chi lo aprì fino a due millenni fa.

Casa di  Lucus Asturum.
Casa ritrovata nello scavo di Lucus Asturum

I resti che abbiamo trovato, a causa dell’anossia generata dall’alta falda freatica della zona, sono in uno stato eccezionale“, dice Martín. “I limi hanno creato un ambiente anaerobico grazie alla plasticità delle argille che li compongono, quindi i materiali organici sono stati perfettamente conservati”. Ad una profondità di circa tre metri, gli specialisti hanno estratto parte della copertura lignea del pozzo, un pavimento piastrellato per la decantazione dei limi, diversi orci, semi, castagne, pinoli, molluschi, resti di fauna domestica e selvatica, un acetro, o bronzo, calderone, un piccolo anello di metallo e il sandalo, tra gli altri oggetti.

È quasi completo e conserva le tacche di taglio per trattenerlo nella zona della parte superiore della gamba. È più che probabile che sia stato perso da qualcuno che era entrato per pulire [il pozzo] quando è rimasto intrappolato nel limo. È un oggetto unico in quanto decorato.”

Le calzature sono attualmente refrigerate per evitarne il degrado fino a quando non potranno essere restaurate ed esposte nel Museo Archeologico delle Asturie. Il sandalo racconterà così ai visitatori la storia di come 2000 anni fa, un individuo piuttosto ben vestito scese in un pozzo nel Lucus Asturum per estrarre il fango che stava rovinando l’approvvigionamento idrico della sua casa.

Il palazzo di Diocleziano a Spalato. Una meraviglia storica

Diocleziano aveva ordinato la costruzione di un complesso pesantemente fortificato nella città di Spalato in preparazione al suo ritiro il 1 maggio 305 d.C. Il luogo scelto era vicino a Salona, il centro amministrativo provinciale della Dalmazia, sul lato meridionale di una breve penisola. In base ai dati delle mappe romane sembra che ci fosse già un insediamento a Spalato in quella baia, ma le dimensioni e i resti di tale insediamento non sono stati ancora stabiliti.

L’inizio della costruzione del palazzo di Diocleziano non è stato precisamente determinato, ma si ritiene che sia iniziato intorno al 295, dopo l’istituzione della Tetrarchia. Tuttavia, dieci anni dopo quella decisione, quando Diocleziano abdicò nel 305, sembra che il palazzo fosse ancora incompiuto, e ci sono indicazioni che alcuni lavori fossero in corso mentre l’imperatore risiedeva nel palazzo. Non si sa secondo quale visione architettonica sia stato costruito il palazzo e chi ne siano stati i costruttori. Il complesso era modellato sui forti romani dell’era del III secolo, come quelli visibili lungo il limes, come il forte di Castrum Divitia sul Reno di fronte a Colonia.

Tuttavia, i nomi greci incisi Zotikos e Filotas, insieme a numerosi caratteri greci, indicano che molti costruttori provenivano originariamente dalla parte orientale dell’Impero, ossia Diocleziano aveva portato con sé maestri dall’Oriente. Tuttavia, una parte considerevole della forza lavoro era probabilmente di origine locale. I materiali di base provenivano dalle zone vicinae: la pietra calcarea bianca veniva da Brač e da alcune zone vicine a Trogir, il tufo veniva estratto dai letti dei fiumi nelle vicinanze e i mattoni venivano fabbricati a Spalato e in altri laboratori situati nelle vicinanze.

A Carnuntum, la gente pregò Diocleziano di tornare al trono per risolvere i conflitti sorti a causa dell’ascesa al potere di Costantino e dell’usurpazione di Massenzio. Diocleziano rispose:

Se voi poteste mostrare il cavolo che ho piantato con le mie stesse mani al vostro imperatore, egli non avrebbe mai osato di suggerire di rimpiazzare la pace e la felicità di questo posto con i temporali di un’avidità mai soddisfatta

Diocleziano visse per altri quattro anni, trascorrendo le sue giornate nei giardini del suo palazzo. Vide il suo sistema tetrarchico fallire, strappato dalle ambizioni egoiste dei suoi successori. Udì della terza rivendicazione al trono di Massimiano, del suo suicidio forzato e della damnatio memoriae. Nel suo palazzo, le statue e i ritratti del suo ex collega imperatore furono abbattuti e distrutti. Profondamente disperato e malato, morì il 3 dicembre 312.

Con la morte di Diocleziano, la vita del palazzo non finì, e rimase una proprietà imperiale della corte romana, fornendo rifugio ai membri espulsi della famiglia dell’Imperatore. Nel 480, l’Imperatore Giulio Nepote fu assassinato da uno dei suoi soldati, apparentemente accoltellato a morte nella sua villa vicino a Salona. Dato che il palazzo di Diocleziano si trovava in zona, potrebbe essere stato lo stesso edificio.

Veduta del Peristilio del Palazzo di Diocleziano
Veduta del Peristilio del Palazzo di Diocleziano

La seconda vita del palazzo ebbe inizio quando Salona fu in gran parte distrutta durante le invasioni degli Avari e degli Slavi nel VII secolo, anche se l’anno esatto della distruzione resta ancora oggetto di dibattito tra gli archeologi. Parte della popolazione espulsa trovò riparo tra le robuste mura del palazzo e con loro iniziò una nuova vita organizzata in città. Da allora, il palazzo è stato continuamente occupato, con i residenti che costruirono delle case e delle attività nei sotterranei del palazzo e direttamente nelle sue mura. La Chiesa di San Martino ne è un esempio. Oggi, molti ristoranti, negozi e alcune case si trovano ancora all’interno delle mura.

Nel periodo del libero comune medievale, tra il XII e il XIV secolo, ci fu un notevole sviluppo architettonico, con numerose case medievali che riempirono non solo gli edifici romani ma anche una gran parte dello spazio libero di strade e moli. In questo periodo fu completata anche la costruzione del campanile romanico della Cattedrale di San Doimo, costruita originariamente come tempio di Giove e successivamente utilizzata come mausoleo di Diocleziano.

Dopo il Medioevo, il palazzo era praticamente sconosciuto nel resto d’Europa fino a quando l’architetto scozzese Robert Adam fece eseguire un rilievo delle rovine. Poi, con l’aiuto dell’artista francese e antiquario Charles-Louis Clérisseau e di alcuni disegnatori, Adam pubblicò “Rovine del Palazzo dell’Imperatore Diocleziano a Spalato in Dalmazia” (Londra, 1764).

Il palazzo di Diocleziano è stato di ispirazione per il nuovo stile di architettura neoclassica di Adam e la pubblicazione dei disegni misurati lo ha introdotto nel vocabolario del design dell’architettura europea per la prima volta. Qualche decennio dopo, nel 1782, il pittore francese Louis-François Cassas creò disegni del palazzo, pubblicati da Joseph Lavallée nel 1802 nelle cronache dei suoi viaggi.

Oggi, il Palazzo è ben conservato, con tutti gli edifici storici più importanti, nel centro della città di Spalato, la seconda città più grande della Croazia moderna. Il Palazzo di Diocleziano va ben oltre l’importanza locale a causa del suo grado di conservazione. E’ uno dei più famosi e completi elementi architettonici e culturali sulla costa adriatica croata. Essedo uno dei palazzi romani più completi al mondo, occupa un posto di primo piano nel patrimonio del Mediterraneo, europeo e mondiale.

La bandiera israeliana proiettata sull’Arco di Tito. Ha un benché minimo senso storico?

Ricevo un “Bing!” sul mio smartphone e un fan di Scripta Manent mi segnala un articolo sui giornali.

Dopo lo scoppio della crisi tra Israele e Palestina, i sostenitori italiani dello stato ebraico si sono aggregati a Roma, sotto l’arco di Tito, dove viene proiettata la bandiera di Israele.

Il mio ruolo di divulgatore storico e la mia lucida scelta di non inzupparmi nel torbido della politica, mi convincono ad astenermi da ogni commento: non perchè non sia doverosa una riflessione su questa nuova guerra, ma perchè, al solito, Hamas e Israele hanno già polarizzato le due parti politiche italiane, disposte a passare su tutto, pur di scannarsi.

Sotto l’aspetto storico però c’è da dire.

Seguendo una linea puramente temporale, la bandiera dello Stato di Israele proiettata sull’arco di Tito rasenterebbe la follia più raffinata.

Tito Flavio Vespasiano, al quale tra l’altro abbiamo recentemente dedicato una monografia, fu il generale che in terra di Giudea guidò i legionari durante i sette mesi necessari ad assediare Gerusalemme, devastarne le difese, combattere ferocemente per le strade e distruggerne il tempio, che andò irrimediabilmente a fuoco durante i combattimenti.

Sempre di Tito erano i legionari che trasportarono la Menorah, il candelabro a sette braccia simbolo della religione ebraica, fuori dal Tempio fumante, ora scolpiti proprio nel suo arco di trionfo, come una diapositiva ferma da duemila anni.

L’arco sul quale è stata proiettata la bandiera di Israele, fu fatto costruire dal fratello Domiziano per celebrare la vittoria di Tito sui Giudei, ed è eterno simbolo della straordinaria forza militare romana, che li annientò fino all’ultimo.

Tant’è che gli ebrei, nei secoli successivi, hanno sempre guardato all’arco di Tito come ad una umiliazione in forma marmorea, badando bene di deviare le loro passeggiate per non camminarci vicino.

I sentimenti di orgoglio per la vittoria romana e di dolorosa sconfitta per gli ebrei sono rimasti intonsi per svariati secoli, fino ad una freddolosa giornata dei primi di dicembre del 1947.

Il 2 di quel mese, la risoluzione 181 dell’ONU sancì la nascita del futuro Stato d’Israele, che sarebbe diventato realtà giusto 163 giorni dopo.

Allora, gli ebrei italiani si riunirono spontaneamente proprio sotto l’arco di Tito. Quasi a sfidare, con la loro presenza, l’imperatore romano, gli appartenenti alla comunità ebraica traghettarono quel simbolo di disfatta verso un emblema di vittoria, di agognato e infine raggiunto riconoscimento.

Da allora, il senso di quel luogo sembra essere cambiato. Se prima l’arco di Tito sembrava lanciare occhiatacce agli ebrei, ora ne protegge le speranze.

Per cui, volendo rispondere alla domanda sul senso “storico” del radunarsi sotto l’arco di Tito, la risposta è duplice.

Stando alla storia romana, è un assurdo e quasi grottesco controsenso.
Stando alla storia contemporanea, è un luogo dal rinnovato significato.

A noi decidere in quale epoca riconoscerci.

Così la politica sta distorcendo e inquinando la storia romana

Dire che la politica non dovrebbe interferire con la Storia è idea palesemente giusta quanto inverosimile, come predicare la castità a dei marinai appena sbarcati dopo un viaggio di sei mesi.

La politica, sia quella con la “p” minuscola, che strumentalizza i ricordi per mere e puerili contrapposizioni dialettiche, sia quella con la “P” maiuscola, che ha bisogno di rafforzare le proprie scelte tramite una riprova in un qualche passato glorioso, ha sempre scomodato, e spesso inquinato, la Storia.

E quella romana, più di altre, è esposta a questo inquinamento. Sia per la sua impareggiabile portata e vastità, sia per la sua lontananza nel tempo e incertezza delle fonti, che consente di revisionarla e reinterpretarla a proprio uso e consumo con moderata facilità.

Limitandoci al ‘900, fu in principio il regime fascista. Mussolini stesso e tutti i suoi “sacerdoti” della propaganda, hanno attinto a piene mani ad un mondo senza dubbio guerriero e patriarcale, che si prestava perfettamente, con i dovuti aggiusti, ad una improbabile restaurazione dell’impero sui colli di Roma.

Al termine del ventennio, come il livido dopo una botta, il mito di Roma è rimasto invischiato di reinterpretazioni fasciste e di simbologie stiracchiate che, se da un lato sono state doverosamente vietate, per morale e per legge, dall’altro hanno attratto, e continuano a farlo, una massa di nostalgici che, inneggiando a Roma e al fascismo, non hanno capito l’essenza dell’una e gli obbrobbri dell’altro.

ll fenomeno si è evoluto con le generazioni: dai nonni che conservano ancora la stelletta del PNF si è passati a Boomer e Baby Boomer che la guerra l’hanno vista solo in cartolina ma che, per diversi vaneggiamenti, ancora accostano Roma ai fasci. Così, con un buon lavoro di immaginazione e di malafede storica, la strumentalizzazione fascista della storia romana prosegue imperterrita, arrivando a coinvolgere i giovanissimi di oggi.

Che non hanno mai visto la guerra e nemmeno una cartolina.

Eppure, le dinamiche della storia romana rivisitata e corretta, spesso al limite dell’ubriachezza, hanno preso negli ultimi decenni una piega del tutto inaspettata. La storia di Roma non viene più travisata solamente dal marcio mondo dell’estrema destra, ma anche dall’ipocrita, e altrettanto disgustosto clan dei cosiddetti “buonisti”, spesso appartenenti all’ala politica estremamente opposta.

Se fino a qualche anno fa taluni si tenevano ben distanti dalla storia romana, marchiando sistematicamente i suoi appassionati con il solito termine di “fassista”, quegli stessi hanno infine subìto il fascino di Roma e soprattutto intravisto la possibilità di tirarne la giacchetta per i propri scopi, spesso al limite del disagio mentale.

I primi sintomi di questi “funamboli” storici si sono percepiti in ambito prettamente politico. Il tema era quello di sottolineare l’estrema apertura mentale e la disponibilità all’accoglienza degli immigrati propria dell’impero romano, badando bene di omettere le stringenti norme e il rigido processo di romanizzazione imposto ai nuovi venuti. Raccontando così, solo una parte della storia.

Nacquero così, stavolta al limite del delirio, un imperatore Claudio che veniva da una famiglia di profughi, una Roma simile ad un centro sociale o ad una scuola okkupata, e affermazioni superficiali, palesemente incomplete, colpevolmente travisate.

Il fatto però, a fronte della sollevazione di studiosi e appassionati di storia, si è dovuto raffinare.

Certo, i politici esercitano ancora il loro diritto a pronunciare stupidaggini, ma il fronte di guerra si è gradualmente spostato su un campo più culturale e, forse, più pericoloso. Lo spettacolo e il malsano giornalismo.

Nel primo si è visto un fenomeno talmente evidente e spiazzante, da essere definito tramite il conio del nuovo termine “blackwashing“. Giulio Cesare, nato nella Roma del 100 a.C, diventa nero, Cleopatra, di origini greco-macedoni, è quasi nigeriana, Achille, che Omero descrive bianco e biondo, pare venire da Tunisi. La motivazione ufficiale, trionfo dell’ipocrisia, la “bravura” degli attori che dovrebbe prevalere sull’aspetto filologico.

Principio più facile da propugnare che da osservare, visto che Nelson Mandela continua ad essere interpretato da neri e Mao Tse Tung da attori orientali.

Nel giornalismo si utilizza invece lo stratagemma, tecnicamente abile, deontologicamente imbarazzante, di ri-scrivere la storia tramite un approccio che riesce nel raro intento di essere insieme ignorante e disonesto. Quello di selezionare piccoli frammenti di fonti antiche, episodi isolati, casi rari, e farne, colpevolmente, una grande regola generale.

E’ quello che abbiamo visto con Sporo: un effemminato liberto che l’imperatore Nerone, abusando della sua posizione, avrebbe sposato durante gli anni della sua follia, che diventa la “prova” inconfutabile della larga accettazione dei matrimoni omossessuali nell’Urbe, fenomeno di cui, con tutto il rispetto e gli auguri per le coppie gay di oggi, non si trova il minimo cenno nel diritto romano.

Adattissimo a questa narrazione l’imperatore Eliogabalo. Un ragazzino siriano, giunto alla porpora imperiale grazie agli intrighi di mamma e nonna, notoriamente dedito ad ogni tipo di mollezza e piuttosto “aperto” sotto l’aspetto sessuale, tanto da essere definito il primo “imperatore transessuale” della storia.

Anche qui, non importa che le voci appartengano all’Historia Augusta, un raccolta anonima e notoriamente poco attendibile sulla vita degli imperatori, nè che i pretoriani lo abbiano fatto letteralmente a pezzi. Il brevissimo regno di un ragazzo impreparato e stordito da giochi più grandi di lui, e dunque ben poco rappresentativo della gran parte della storia romana, diventa il vessillo e di nuovo la “prova” di un impero romano tranquillamente dominato da movimenti LGBT.

La sessualità dell’antica Roma, in sostanza, rappresenta il più recente e fecondo campo di battaglia per discutibili contrapposizioni politiche, che di amore per la storia hanno ben poco. Prova ne sia l’ultimo “grido”: a Roma si accettavano orientamenti sessuali di ogni genere, e l’amore era totalmente libero.

Eccola, che rispunta l’ipocrisia. E’ vero che il termine “omosessuale” nel vocabolario latino non esisteva nemmeno, e che un uomo poteva benissimo spaziare tra donne e altri uomini. Falso che fosse libero: il cittadino romano doveva rimanere virile e attivo, e gli era moralmente concesso di intrattenersi solo con schiavi e prostituti, ovvero altri uomini ma di rango sociale inferiore.

Di nuovo, una storia riassunta tralasciando tanti di quei dettagli da diventare “inventata”.

Insomma, siamo sempre vissuti, ma in questo periodo la cosa si fa intensa, in uno scenario dove la storia “militante”, da una parte e dall’altra, confonde l’onesto appassionato di Roma, che volendo avvicinarsi alla gloriosa storia di questo popolo, viene bersagliato da propaganda di ogni tipo e deve continuamente schivare pallottole di disinformazione.

Per fortuna, la storia di Roma, che ha superato le leggende del Medioevo, le reinterpretazioni rinascimentali e le propagande dei totalitarismi più recenti, si scrollerà di dosso anche le viscide beghe dei nostri anni.

Continuando ad essere un esempio di molte cose inarrivabili e costringendoci continuamente ad interrogarci sui nostri limiti.

Come ha sempre fatto.

Il sacco di Roma del 1527: i Lanzichenecchi devastano l’Urbe

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Il sacco di Roma del 1527 fu un atto di violenza e distruzione compiuto dalle truppe imperiali di Carlo V, guidate da Carlo III di Borbone, contro la città del papa Clemente VII, che si era schierato con la Lega di Cognac contro l’imperatore.

I soldati, in gran parte lanzichenecchi tedeschi, erano affamati e senza paga e videro in Roma la possibilità di arricchirsi a spese dei suoi abitanti. Il 6 maggio 1527, dopo aver superato le deboli difese della città, iniziarono una furia saccheggiatrice che durò nove mesi e che provocò oltre 30 mila morti tra i civili.

Le chiese, i palazzi, le opere d’arte furono saccheggiati, devastati o distrtti; i preti, i cardinali, i principi e i mercanti furono torturati per estorcere loro il denaro; le donne furono violentate; il papa si rifugiò a Castel Sant’Angelo, dove resistette fino al pagamento di un riscatto.

Il sacco di Roma fu considerato un evento tragico e simbolico, che segnò la fine del Rinascimento e la crisi della Chiesa cattolica.

Le cause del sacco di Roma del 1527 

Per comprendere le cause e le conseguenze di questo evento, è necessario inserirlo nel contesto storico e politico in cui si verificò, caratterizzato dalla lotta tra il Sacro Romano Impero di Carlo V e la Francia di Francesco I per il predominio in Italia, e dalla crisi della Chiesa cattolica, minacciata dalla Riforma protestante. 

Il sacco di Roma fu il risultato di una serie di circostanze fortuite e impreviste, che portarono le truppe imperiali, composte principalmente da lanzichenecchi tedeschi, spagnoli e italiani, a sfuggire al controllo del loro comandante, il duca di Borbone, e a lanciarsi all’assalto della città eterna, senza alcun ordine o piano prestabilito.

Le cause principali possono essere riassunte nella lotta per l’egemonia in Italia, la politica di Papa Clemente VII e l’insoddisfazione delle truppe imperiali dei lanzichenecchi.

Primo motivo di un così terribile avvenimento storico, fu infatti la lotta per l’egemonia in Italia tra le grandi potenze di Spagna e Francia, che si scontrarono in diverse guerre nel corso del Cinquecento. Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Spagna, voleva affermare il suo dominio sull’Italia, dove possedeva il regno di Napoli e il ducato di Milano.

Francesco I, re di Francia, voleva invece contrastare le ambizioni imperiali e conquistare i territori italiani. Questa rivalità portò a frequenti conflitti armati tra le due fazioni, che coinvolsero anche gli altri Stati italiani, come il papato, Venezia, Firenze e Genova.

Anche la politica altalenante di papa Clemente VII, determinata dagli interessi dei Medici a Roma e a Firenze, fu una causa significativa del sacco di Roma. Clemente VII era un membro della famiglia Medici, che governava Firenze come signori.

Il papa cercò di bilanciare la sua posizione tra le due potenze rivali, cambiando spesso alleanza a seconda delle circostanze. Nel maggio 1526 promosse una lega antiasburgica, detta di Cognac, alla quale aderirono oltre al re di Francia, i principali Stati italiani: ducato di Milano, repubbliche di Venezia e di Genova oltre alla Firenze medicea. Questa mossa provocò la reazione di Carlo V, che inviò le sue truppe in Italia per reprimere la lega.

Il mancato pagamento del soldo e la sete di bottino dei lanzichenecchi. I lanzichenecchi erano mercenari tedeschi al soldo dell’imperatore, famosi per la loro ferocia e la loro indisciplina. Questi erano stati reclutati dal generale von Frundsberg per rinforzare le truppe imperiali in Italia. Tuttavia, l’imperatore non aveva i fondi necessari per pagare i loro stipendi, e li lasciò senza rifornimenti né ordini precisi. I lanzichenecchi si sentirono traditi e abbandonati dall’imperatore, e si ribellarono al loro comandante. Fu così che decisero di marciare contro Roma.

L’origine dei Lanzichenecchi

I lanzichenecchi erano soldati mercenari di fanteria, arruolati dalle Legioni tedesche del Sacro Romano Impero Germanico, che combatterono tra la fine del XIV secolo e il XVII secolo. Il termine designava, nella fattispecie, i militari di professione reclutati dall’Imperatore soprattutto tra i figli cadetti delle famiglie di piccoli proprietari terrieri. 

Costoro, infatti, preferivano dedicarsi all’attività militare pur di non diventare servi rurali al servizio dei fratelli primogeniti, che erano gli unici eredi dei beni paterni. Da ciò deriva il loro nome, che significa “servo della terra” o “servo della regione”. I lanzichenecchi si distinsero per la loro crudeltà e la loro indisciplina, e furono protagonisti di molte battaglie e saccheggi durante le guerre d’Italia.

La distruzione e il sacco di Roma

Il 6 maggio 1527, le truppe imperiali arrivarono alle porte di Roma, che era difesa da una guarnigione insufficiente e mal organizzata. Il duca di Borbone fu ucciso da un colpo di archibugio mentre guidava l’attacco alla porta del Popolo, e questo scatenò la furia e la sete di vendetta dei suoi soldati, che irruppero nella città senza incontrare una seria resistenza. 

Iniziò così una delle pagine più tragiche della storia romana, che durò dieci mesi, fino al 17 febbraio 1528, quando le truppe imperiali si ritirarono dopo aver stipulato un accordo con il papa Clemente VII.

Il sacco di Roma fu un vero e proprio massacro, in cui i lanzichenecchi si abbandonarono a ogni sorta di violenza, devastazione e saccheggio. Non risparmiarono né le persone né i monumenti, né le opere d’arte né le istituzioni religiose. Uccisero, stuprarono, torturarono, mutilarono migliaia di cittadini romani, tra cui cardinali, vescovi, preti, monaci, nobili, borghesi, artigiani, contadini.

Saccheggiarono e distrussero chiese, conventi, palazzi, biblioteche, archivi, musei. Profanarono e bruciarono reliquie, immagini sacre, libri preziosi. Rubarono e dispersero opere d’arte di inestimabile valore, come statue antiche, dipinti rinascimentali, arazzi fiamminghi. 

Alcune opere danneggiate durante il sacco di Roma

Durante il saccheggio di Roma del 1527, molte opere d’arte furono danneggiate o distrutte dai lanzichenecchi. La statua equestre di Marco Aurelio, che si trovava sulla piazza del Campidoglio, fu abbattuta e spezzata dai lanzichenecchi, che la scambiarono per quella di Costantino. Solo la testa e le zampe anteriori furono salvate e poi ricomposte nel 1538.

Il famoso gruppo scultoreo di epoca ellenistica, il Laocoonte, che raffigura il sacerdote troiano e i suoi figli attaccati dai serpenti, fu trafugato dai lanzichenecchi dal palazzo apostolico, dove era stato collocato da Giulio II dopo il suo ritrovamento nel 1506. Tuttavia, il Laocoonte fu poi restituito al papa nel 1530 in cambio di un riscatto.

Il capolavoro di Andrea Mantegna, il Transito della Vergine, che decorava la cappella funeraria del cardinale Francesco Gonzaga nella basilica di Santa Maria Maggiore, fu strappato dalla parete e tagliato in pezzi dai lanzichenecchi, che ne dispersero le parti. Solo una parte centrale del dipinto fu recuperata e portata a Mantova dal marchese Federico II Gonzaga.

Il ruolo del Papa durante il sacco di Roma

Il papa Clemente VII riuscì a salvarsi rifugiandosi nella fortezza di Castel Sant’Angelo, ma dovette subire un lungo assedio e pagare un pesante riscatto per ottenere la liberazione sua e della città. Il papa fu costretto anche a cambiare nuovamente alleanza, rompendo la lega antiasburgica e sottomettendosi all’imperatore. 

Il pontefice fu accusato da molti di aver causato il sacco con la sua politica ambigua e incostante, e di aver abbandonato la città al suo destino. Fu anche criticato per aver favorito i suoi parenti e i suoi interessi personali a scapito della Chiesa e dello Stato pontificio.

Le testimonianze del sacco di Roma

Il sacco di Roma fu un evento che lasciò una profonda traccia nella memoria storica e culturale dell’epoca. Numerose furono le fonti che lo testimoniarono e lo raccontarono con toni drammatici ed espressioni eloquenti. 

Tra queste si possono citare il dipinto di Johannes Lingelbach, che rappresenta una scena del sacco con realismo e crudezza; il racconto di Benvenuto Cellini, che narra le sue avventure e le sue imprese durante l’assedio; le lettere di Pietro Aretino, che denuncia con sarcasmo e indignazione le atrocità commesse dai lanzichenecchi; le poesie di Francesco Berni, che esprime con amarezza e disperazione il dolore per la distruzione della città.

La reazione degli stati italiani al sacco di Roma

A reazione degli altri stati italiani al sacco di Roma del 1527 è stata varia. Alcuni stati ne hanno approfittato per occupare o rivendicare i territori pontifici, altri per liberarsi dal dominio dei Medici, imparentati con il Papa Clemente VII, altri ancora per cercare di mantenere una certa neutralità o alleanza con l’imperatore Carlo V.

La Repubblica di Venezia, che faceva parte della Lega di Cognac contro l’imperatore, ha occupato alcuni territori pontifici in Romagna e nelle Marche, come Ravenna, Cervia, Rimini e Ancona.
Gli Estensi, che erano alleati dell’imperatore, hanno occupato parte della Romagna, come Ferrara, Modena e Reggio.

I fiorentini, che erano sostenitori della Lega di Cognac, hanno cacciato i Medici, che governavano la città come signori, e proclamato la Repubblica. Il Papa ha dovuto accettare la perdita di Firenze in cambio della sua liberazione dal sacco.

Il duca di Savoia, che era alleato dell’imperatore, ha cercato di ottenere il Piemonte e la Liguria dal re di Francia Francesco I, che era il principale avversario dell’imperatore in Italia.

Il duca di Milano Francesco Sforza, che era stato riconosciuto dall’imperatore dopo la battaglia di Pavia del 1525, ha cercato di mantenere una certa autonomia dal suo protettore, ma ha dovuto accettare le condizioni imposte dalla pace di Cambray.

Le conseguenze del sacco di Roma

Il sacco di Roma ebbe anche delle conseguenze importanti per la storia del Cinquecento. 

Dal punto di vista politico, il sacco di Roma segnò il declino della potenza temporale dei papi e il rafforzamento dell’autorità imperiale di Carlo V in Italia. Il papa Clemente VII fu costretto a cambiare alleanza, rompendo la lega antiasburgica e sottomettendosi all’imperatore. Il papa perse anche il controllo di alcuni territori pontifici, che furono occupati o rivendicati da altri Stati italiani, come Venezia, Ferrara e Firenze.

Dal punto di vista religioso, il sacco di Roma accentuò la crisi della Chiesa cattolica e favorì la diffusione della Riforma protestante in Germania e in altri paesi europei. Il sacco fu visto da molti come un castigo divino per i peccati e le corruzioni della Chiesa romana, e come un segno della legittimità della riforma avviata da Lutero. Il papa dovette affrontare la sfida di rinnovare la Chiesa e di contrastare l’eresia protestante. Il papa convocò il Concilio di Trento (1545-1563), che fu il principale strumento della Controriforma cattolica.

Dal punto di vista culturale, il sacco di Roma pose fine all’età d’oro del Rinascimento romano e diede inizio a una nuova fase di incertezza e conflitto, che si rifletté anche nell’arte e nella letteratura. Il sacco provocò la distruzione e la dispersione di molte opere d’arte di inestimabile valore, come statue antiche, dipinti rinascimentali, arazzi fiamminghi. 

Il sacco di Roma è stato considerato dagli storici come un evento simbolico, che segnò la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova. Alcuni lo hanno definito come il primo atto della guerra moderna, per la brutalità e la ferocia con cui fu condotto.

Altri lo hanno visto come il primo esempio di terrorismo di massa, per l’effetto psicologico e morale che ebbe sull’opinione pubblica. Altri ancora lo hanno interpretato come il primo caso di crisi ecologica, per il danno ambientale che provocò alla città e al suo patrimonio artistico.