Discutere di storia è sempre meraviglioso. Oddio. Sempre no. A volte può diventare un’esperienza abbastanza frustrante e fastidiosa, se dall’altra parte trovi quello in malafede. Non quello che non sa. Quello ci può stare, nessuno può sapere sempre tutto.
Io parlo di quello in malafede, che è un’erbaccia che andrebbe estirpata.
Modestia a parte, data la mia notevolissima esperienza in gruppi di discussione storica, sono lieto di segnalarvi le tecniche utilizzate dallo storico in malafede, così che se lo riconosci lo eviti.
Tecnica N1. Non citare le fonti
Lo storico in malafede ha la capacità di sciorinare una grande quantità di dati e di informazioni, di creare un flusso descrittivo anche piuttosto imponente, ricco di nomi e luoghi, ma soprattutto di dinamiche.
I più abili, inoltre, non postano un unico blocco di parole, ma fanno un mirabile uso della punteggiatura e degli spazi per dare enfasi al loro racconto. Ad esempio:
Cesare. Un uomo che tutti riteniamo un grande romano. Cesare. Ma siamo seri?
Insomma: l’efficacia comunicativa è buona. Manca solo una cosa: le fonti.
Anzi, aspettate, faccio anche io uso degli spazi per dare più enfasi al racconto come fanno questi furboni.
Manca solo una cosa. Le fonti
Non avete idea di quante volte interi paragrafi, articoli, discussioni e duelli storici sui social network si sono sgretolati di fronte a: “Ma questa cosa che dici che fonte ha?”
Usatelo, è una primissima arma contro questa gente.
Tecnica N2: “Leggiti questo”
Consapevoli che prima o poi la domanda può arrivare, lo storico in malafede mette le mani avanti e cita la fonte. Ma lo fa a modo suo.
Come se casa sua avesse gli Annali di Tacito come carta da parati, e sul water giocasse ai videogiochi in lingua sancrita perchè cazzo lui è acculturato, il tipo, con spocchia, ti dice:
“Amico mio, leggiti Plutarco” “Ripassati Svetonio” “Dai un’occhiata a Pierre Grimal”.
Eh, facile così. Anche io ti posso rispondere. “Ripassati Mara Venier” “Rileggiti i saggi di Paolo Fox”.
Le fonti si citano, e si fanno precisamente.
“Tacito, Annali, Libro II, paragrafo 70” “Tito Livio, Ab Urbe Condita, Libro III, Paragrafo 45”
La prossima volta che vi capita, chiedete una citazione precisa.
Così si alzano dal water e aprono il libro.
Tecnica N3: “Le fonti minoritarie”
Una volta stavo discutendo con un disadattato mentale che sosteneva quanto i romani fossero razzisti e conducessero guerre di religione per una sorta di superiorità razziale. Il caso era clinico, praticamente. Ma il bello è che è venuto fuori
“Trizio, leggiti Isaac Benjamin e aggiornati”.
L’ho fatto.
Praticamente con fior fior di accademici, da Brizzi a Barbero a Giardina, con intere conferenze sulla mancanza di discriminazioni razziali, questo pazzo è andato a prendere un professore dell’Università di Tel Aviv che ha fatto un saggetto sul razzismo dei romani, smontato puntualmente da uno studente medio di università, che non ha trovato il minimo accoglimento in tutto il mondo accademico e che ha interpretato le fonti antiche di sana pianta.
Quando succede non agitatevi. Le teste di cazzo ci sono anche nel mondo accademico. Trovare e citare un professore che vive sotto un fungo e che va controcorrente, non significa che dobbiate annullare tutti gli studi del mondo.
Normalmente uno studioso, o un divulgatore, deve fare riferimento a quanto afferma la “maggioranza” degli storici.
Tecnica N4: “La fonte dice, ma è evidente che…”
E qui usciamo dalla storia e ci aggiungiamo la fantascienza.
Quando lo storico in malafede ha una convinzione precostituita, sviluppa la capacità di invalidare sistematicamente tutte le principali fonti del mondo, e riconsiderarle alla luce di quello che gli pare. Esempio pratico.
Stavo discutendo sui movimenti di alcune truppe galliche poco prima della battaglia di Talamone. La principale fonte è Polibio, Storie, Libro II, Cap. 31 e seguenti. Uno di questi esemplari è venuto fuori dicendo:
“Polibio ci racconta che le truppe galliche stavano seguendo questo percorso, ma Polibio che è di formazione greca non poteva conoscere fino in fondo le abitudini militari galliche, e dunque è evidente che il reale percorso previsto fosse”.
Basta. Da qui partono le invenzioni.
So che volete un altro esempio. Siamo nel pieno di una discussione con un fanatico della civiltà cartaginese. Dovete sapere che la maggior parte degli storici afferma che, in alcune situazioni eccezionali, i cartaginesi potevano praticare sacrifici umani.
Abbiamo in effetti alcuni scritti di uno storico fenicio Sanchunathon, ma anche Filone di Biblo, Porfirio, Eusebio di Cesarea e Diodoro Siculo che menzionano degli episodi in tal senso. La trovata in questo caso è stata
“Tutti questi autori citano degli episodi nell’ambito di una propaganda e sono chiaramente influenzati dalle pressioni politiche del loro tempo, motivo per cui è evidente che stanno parlando in maniera simbolica, non fattuale”.
Ecco, visto che è spuntato fuori? “E’ evidente che…”
Quando lo sentite, scappate.
Tecnica N5: “Le fonti sono sorpassate, un nuovo studio rivela che…”
Abbiamo quasi finito la nostra rassegna. Ora siamo ad una tecnica piuttosto innovativa.
Le principali fonti del mondo (Harvard, Treccani, Lincei, UNIBO e via dicendo) sono sostanzialmente sorpassate, in quanto vi sono nuovi studi, condotti ad esempio dall’istituto comprensorio Emilio Cagozzi in provincia di Kissandocazzostan, che rivaluta tutto.
E questa tecnica denota una certa raffinatezza, in quanto ti costringe a leggere le loro fonti.
Anche in questo caso, non fatevi prendere dal panico.
Se una fonte titolata a livello mondiale viene sorpassata, avviene una cosa semplice e meravigliosa.
Viene aggiornata.
Quando le principali fonti del mondo diranno: “Accidenti, ci siamo sbagliati, il Prof. Antonino Cazzulati in provincia di Zaporižžja ha riscritto la storia“. Allora il vostro amico ha ragione. Altrimenti, sta cercando di fregarvi.
Tecnica N6: “Ok diciamo ai miei professori di Università che hanno sbagliato”.
Concludiamo con una tecnica che esula dalla discussione, parte per la tangente e sfocia in una lotta a chi ha il membro più lungo. La frase iniziale è più o meno:
“Ok, allora significa che tutti i miei professori di Università si sono sbagliati”.
E a questo punto inizia una guerra dove ognuno dei contendenti dimostra di essere superiore all’altro perchè vanta rapporti intimi con i professori più titolati.
Uno ha ragione perchè tutti i giorni prepara la colazione al Presidente dell’Accademia dei Lincei, l’altro risponde di essere l’autista del Rettore di Harvard, allora l’altro è il pedicure personale del Direttore di Cambridge, e allora l’altro giusto ieri è andato a giocare a golf con il corpo docente de La Sapienza, ma nulla può contro l’altro che custodisce la ricetta segreta delle olive all’ascolana che piacciono alla figlia del fondatore della Treccani.
Quando capita questo la discussione è degenerata e ci sono poche possibilità che sia utile a qualcuno.
Poi se veramente riuscite a giocare a golf con i professori de La Sapienza… fatelo!
Lucio Elio Seiano fu un soldato di particolare successo, amico e confidente dell’ imperatore romano Tiberio. Appartenente alla classe degli equestri, salì al potere come prefetto della guardia del corpo imperiale romana, di cui fu comandante dal 14 d.C fino alla sua morte, sopraggiunta del 31 d.C.
Anche se la guardia pretoriana era stata istituita formalmente sotto l’imperatore Augusto, Seiano introdusse una serie di riforme che permisero a questa unità di evolversi da semplice guardia del corpo a vero e proprio ramo dell’impero, responsabile della sicurezza pubblica, dell’amministrazione civile e in grado di svolgere un importante ruolo di intercessione tra l’imperatore e il Senato.
Le origini di Lucio Elio Seiano
Seiano nacque nel 20 avanti Cristo a Volsinii, in Etruria, dalla famiglia di Lucio Seio Strabone, un appartenente alla classe equestre. Il nonno di Seiano riuscì ad intessere rapporti con le famiglie senatoriali attraverso il suo matrimonio con Terenzia, sorella della moglie di Gaio Mecenate, uno dei più potenti alleati politici dell’imperatore Augusto.
Anche il padre, Strabone, si sposò con esponenti di famiglie altrettanto illustri. Una delle sue mogli era Cosconia Gallita, sorella di Lentulo Maluginensis, e Publio Cornelio Lentulo Scipione. Seiano venne successivamente adottato nella Gens Elia, e così divenne noto come Lucio Elio Seiano.
La famiglia adottiva di Seiano contava fra le sue fila almeno due Consoli: Quinto Elio Tubero e Sesto Elio Catone, padre di Elia Petina, seconda moglie del futuro imperatore Claudio. Lo zio di Seiano, Bleso, si distinse come comandante militare, divenendo proconsole dell’Africa nel 21 d.C, e guadagnandosi il trionfo per avere sopresso la ribellione di Tacfarinas.
L’ascesa al potere di Seiano
Determinante per la carriera di Seiano fu suo padre Strabone, che divenne prefetto della Guardia pretoriana nel 2 avanti Cristo. Il padre era arrivato ad occupare una delle posizioni più influenti consentite ad una appartenente della classe equestre. Secondo Tacito, durante questo periodo, Seiano accompagnò Gaio Cesare, figlio adottivo di Augusto, durante alcune campagne militari in Armenia, nel 1 avanti Cristo.
Quando Tiberio, successore di Augusto, fu nominato imperatore, Seiano venne automaticamente promosso come prefetto della guardia pretoriana, come collega del padre.
Ma quando il padre fu assegnato al governatorato dell’Egitto nel 15 d.C, Seiano divenne l’unico comandante dei pretoriani e concepì immediatamente una serie di riforme con l’intento di trasformare i pretoriani da semplici guardie del corpo ad un potente e importante strumento del principato.
Nel 20 d.C, infatti, gli accampamenti dei pretoriani, fino ad allora dislocati in diversi quartieri di Roma, furono riuniti in un unico castrum appena fuori dai confini della città . Il numero delle Coorti che componevano il corpo dei pretoriani fu aumentato da 9 a 12 e una parte dei soldati fu messa a diretta protezione del palazzo imperiale. Lo stesso Seiano nominò diversi centurioni e tribuni come suoi aiutanti.
Grazie a questi cambiamenti, Seiano aveva costituito una forza militare d’èlite composta da circa 12000 soldati, tutti a sua immediata disposizione.
È interessante notare anche il cambiamento nel concetto stesso della guardia pretoriana per il potere imperiale. Prima di Seiano, i pretoriani erano dei semplici soldati scelti, che accompagnavano l’imperatore con il solo scopo di garantire la sua protezione personale, e la loro esistenza era giustificata da esigenze di sicurezza.
Ora, i pretoriani divennero una vera e propria unità armata a disposizione dell’imperatore, il cui ruolo e la cui forza venivano consapevolmente esibite, soprattutto nelle parate militari.
Gli scontri tra Seiano e Druso
In qualità di prefetto del Pretorio, Seiano divenne rapidamente un fidato consigliere dell’imperatore Tiberio. Nel già nel 23 d.C, Seiano era in grado di esercitare una notevole influenza sulle decisioni dell’imperatore, il quale per riferirsi a lui lo chiamava “Compagno di fatiche.”
Segno del successo della strategia di Seiano fu anche la nomina al grado di pretore, una posizione normalmente non concessa ai cittadini della classe equestre. Nel corso del tempo, l’influenza di Seiano aumentò ulteriormente e di questo vi furono segnali evidenti, come l’erezione di una statua in suo onore nel Teatro di Pompeo.
Mano mano i suoi seguaci avanzarono nella carriera, ottenendo governatorati e cariche pubbliche sempre più importanti.
Ma questa posizione privilegiata, provocò nel corso del tempo un forte risentimento tra la classe senatoria e in particolare nel suo più diretto avversario, Druso Giulio Cesare, figlio di Tiberio.
Druso doveva essere, secondo la linea di successione, l’erede del padre e tale eredità gli era stata politicamente “promessa” attraverso la condivisione del consolato con Tiberio del 21 d.C. Inizialmente Seiano cercò di superare il suo diretto avversario attraverso la creazione di alcuni legami familiari: egli aveva tentato di far fidanzare sua figlia Junilla, con il figlio di Claudio, Claudio Druso. Ma all’epoca Junilla aveva solamente 4 anni e il matrimonio non avvenne, anche perché il ragazzo morì misteriosamente per asfissia.
Nel 23 d.C, l’inimicizia tra i due uomini aveva raggiunto un punto critico. Durante una discussione, secondo Tacito, Druso aveva addirittura colpito Seiano con un pugno e si lamentava apertamente che ad uno “straniero” era stato concesso di assumere importanti cariche di governo”.
A questo punto, Seiano non aveva altra soluzione che ricorrere all’ eliminazione diretta di Druso: il prefetto riuscì a sedurre la moglie di Druso, Livilla, e a convincerla ad uccidere il consorte. I due iniziarono ad avvelenare lentamente Druso, giorno dopo giorno, in modo tale che il suo decesso, avvenuto il 13 settembre del 23 d.C, sembrò essere occorso per cause del tutto naturali.
L’apice della carriera di Seiano
La morte di Druso colpì profondamente l’imperatore Tiberio, ormai sessantenne, sia personalmente che politicamente. Tiberio, che non aveva mai affrontato il suo incarico di imperatore di buon grado, aveva puntato sempre di più sulla successione di Druso, ma con questo duro colpo, lasciò più che mai l’amministrazione dello Stato nelle mani di Seiano.
A questo punto della sua carriera, Seiano tentò di nuovo di proporsi come erede di Tiberio attraverso dei legami familiari. Chiese infatti il permesso di sposare Livilla, la vedova di Druso, nel 25 d.C, con l’obiettivo di posizionarsi con buone prospettive nella linea di successione dell’imperatore.
Tiberio negò però la richiesta, avvertendo anzi Seiano che stava oltrepassando il segno. Allarmato da questo passo falso, Seiano modificò radicalmente i suoi piani e iniziò a circuire psicologicamente Tiberio. Grazie ad una straordinaria capacità da affabulatore, Seiano alimentò nell’imperatore una serie di paure e di paranoie nei confronti di Agrippina e del Senato, convincendolo a ritirarsi in tranquillità, prima nelle campagne della Campania, cosa che avvenne nel 26 d.C, e infine nell’isola di Capri.
Protetto dai pretoriani e unico intermediario di Tiberio, Seiano aveva di fatto ottenuto il pieno controllo dell’impero.
Da questa posizione di potere e di vantaggio, Seiano iniziò una serie di processi di epurazione di possibili avversari, tra cui senatori e ricchi cavalieri di Roma, rimuovendo coloro che erano in grado di opporsi al suo potere.
Grazie ad una rete di spie e informatori, Seiano sfruttò le leggi in vigore per citare sistematicamente in giudizio, con false accuse di tradimento, diversi avversari: molti di loro preferivano il suicidio piuttosto che essere condannati o giustiziati. Tra coloro che morirono per mano delle macchinazioni di Seiano, vi fu Gaio Asinio Gallo, eminente senatore e oppositore di Tiberio, che era legato alla fazione di Agrippina.
Anche Agrippina e i due dei suoi figli, Nerone e Druso, furono arrestati ed esiliati nel 30 d.C e morirono di fame in circostanze sospette. Solo Caligola, il più giovane figlio di Germanico, riuscì a sopravvivere alle purghe di Seiano, trasferendosi nella villa di Tiberio a Capri, nel 31 d.C.
Nel 31 d.C, nonostante il suo rango equestre, Seiano condivise il consolato con Tiberio e infine divenne promesso sposo di Livilla. Dal momento che Tiberio non metteva piede a Roma da anni, ormai senatori e cavalieri corteggiavano il favore di Seiano come se fosse lui stesso l’imperatore.
Il suo compleanno fu celebrato pubblicamente e furono erette diverse statue in suo onore. In questo periodo Seiano sentiva che la sua posizione era praticamente inattaccabile, come conferma lo storico Cassio Dione: “Seiano era così abile e aveva una così grande superbia per il suo immenso potere che sembrava lui stesso l’imperatore e Tiberio una specie di senatore in esilio, visto che trascorreva tutto il suo tempo sull’isola di Capri“.
La caduta di Seiano
Alla fine del 31 d.C, Seiano fu improvvisamente arrestato, giustiziato sommariamente e il suo corpo gettato per le strade di Roma. Non è chiaro che cosa abbia causato l’improvvisa caduta del prefetto del Pretorio.
Gli storici antichi non riescono a definire esattamente la natura della cospirazione che si scatenò contro Seiano e non sappiamo se fu Seiano a compiere un passo falso o Tiberio a rendersi conto della situazione in cui si trovava. Purtroppo la parte degli Annali di Tacito che ci spiega i dettagli di tutto questo, è andata perduta.
Secondo un’altra fonte antica, Giuseppe Flavio, in realtà Antonia, la madre di Livilla, riuscì ad allertare Tiberio della crescente minaccia rappresentata da Seiano, in una lettera che inviò a Capri e che fu consegnata in segreto attraverso il suo liberto, Pallade. Secondo Giovenale, Tiberio rispose con un’altra lettera ufficiale, che conteneva l’ordine preciso di giustiziare Seiano senza processo.
Una spiegazione interessante sui dettagli della caduta di Seiano sarebbe indicata da Cassio Dione, che scrive tuttavia quasi duecento anni dopo i fatti. Secondo la sua versione, Tiberio riuscì finalmente a capire fino a che punto Seiano aveva usurpato la sua autorità a Roma.
Ma rendendosi conto che una condanna immediata avrebbe potuto spingere Seiano a tentare un colpo di stato militare, l’imperatore avrebbe utilizzato una tecnica più raffinata.
Tiberio avrebbe indirizzato una serie di lettere contraddittorie al Senato, alcune delle quali lodavano pubblicamente Saiano e i suoi colleghi e altre che ne denunciavano alcuni errori. Così, Tiberio si dimise da console, costringendo Seiano a fare lo stesso, e conferì una carica religiosa importante, il sacerdozio onorario, a Caligola, mettendo in campo un valido successore e alternativa al potere di Seiano.
La confusione che ne scaturì, riuscì ad alienare a Seiano molti dei suoi seguaci. Dal momento che le intenzioni dell’imperatore in carica non erano più chiare, diversi aristocratici ritenevano più sicuro prendere le distanze da Seiano, fino a che la situazione non fosse stata chiaramente risolta.
Una volta ottenuta la sicurezza che il sostegno per Seiano era sensibilmente calato, l’imperatore scelse Nevio Sutorio Macro , in precedenza prefetto dei vigili, una sorta di polizia dell’antica Roma, per sostituire Seiano come prefetto del Pretorio.
Il 18 ottobre del 31 d.C, Seiano fu convocato in una riunione del Senato: la motivazione ufficiale era la lettura di un messaggio scritto direttamente da Tiberio, che gli conferiva apparentemente ulteriori poteri da tribuno. Mentre nel Senato si dava lettura della lettera, Macro assunse rapidamente il controllo della guardia pretoriana e alcuni soldati circondarono l’edificio.
Quando ancora alcuni senatori si stavano congratulando con Seiano, il contenuto della lettera, fino ad allora abbastanza inconcludente, cambiò radicalmente e denunciò improvvisamente l’operato di Seiano, ordinandone l’arresto, quando ormai loro l’ex prefetto non aveva più scampo.
Seiano fu così fermato e imprigionato nel carcere Mamertino.
Quella stessa sera il Senato si radunò nel Tempio della Concordia e condannò a morte Seiano attraverso un processo estremamente sommario.
Seiano fu prelevato dalla prigione, strangolato e gettato dalle scale della Gemonia, una antica scalinata dedicata alle esecuzioni pubbliche. Il popolo, in seguito, fece a pezzi il suo corpo.
Seguirono diversi disordini, durante i quali i cittadini andavano a caccia e uccidevano chiunque fosse stato amico o alleato di Seiano. In seguito all’emissione della Damnatio Memoriae da parte del Senato, un provvedimento con cui si condannava una persona a non essere ricordata dai posteri, le statue di Seiano furono abbattute a furor di popolo e le sue iscrizioni cancellate da tutti i registri pubblici e dalle monete.
Il 24 ottobre, il figlio maggiore di Seiano, Strabone, fu arrestato e giustiziato. Dopo aver appreso della sua morte, anche l’ex moglie Apicata si suicidò il 26 ottobre, non prima di aver indirizzato una lettera a Tiberio con la rivelazione dell’assassinio di Druso, anni prima, con la complicità di livilla.
Le accuse furono corroborate dalle confessioni degli schiavi di Livilla, che sotto tortura ammisero di aver somministrato il veleno. I rimanenti figli di Seiano, Eliano e Junilla, furono giustiziati nel dicembre di quell’anno. Alcune fonti affermano che Junilla fu prima violentata e poi impiccata e il suo corpo gettato sempre per le scale della Gemonia assieme ai suoi fratelli.
La battaglia di Abritto fu uno scontro combattuto tra l’esercito di Roma guidati dall’imperatore Decio (249-251 d.C.) e una coalizione di Goti sotto la guida di Cniva ( c.250 – c.270 d.C.) nel 251 d.C.
La battaglia si concluse con la vittoria di Cniva e la morte di Decio e di suo figlio in una sconfitta devastante per l’esercito romano.
A seguito di questa disfatta, i romani non ebbero altra scelta che permettere a Cniva di uscire dal territorio con tutto il bottino e gli schiavi che aveva catturato durante la campagna militare.
Lo scontro avvenne nella valle del fiume Beli Lom, vicino alla città di Dryanovets, nell’odierna Bulgaria. Cniva aveva già attaccato le città romane di Novae e aveva posto sotto assedio Nicopoli ed Istrum, dove incontrò per la prima volta Decio, prima della decisiva battaglia di Abritto.
Se Cniva avesse sfruttato appieno questa vittoria e avesse concentrato le sue forze contro la capitale, avrebbe probabilmente potuto distruggere tutte le forze che Roma aveva a disposizione per difendersi. Ma in quella occasione, Cniva non volle annientare Roma e scelse di tornare nelle sue terre con un sostanzioso bottino.
Gli antefatti della battaglia di Abritto: la crisi del terzo secolo
Al momento della battaglia, Roma stava attraversando un periodo drammatico, noto come “Crisi del terzo secolo (235-284 d.C.)” che ebbe inizio quando l’imperatore Alessandro Severo (222-235 d.C.) fu assassinato dalle sue truppe durante una campagna in Germania.
Roma doveva affrontare una serie di minacce esterne, specialmente ad Oriente, dove i Sasanidi avevano mobilitato i loro eserciti per colpire le province romane in Mesopotamia, approfittando del momento di debolezza in cui versava l’impero.
Sul fronte interno, la società romana era colpita da gravi problemi, dovuti all’inflazione e ad una crisi economica strutturale, che si aggiungeva ad una importante epidemia di vaiolo che provocò una gravissima crisi demografica.
Inoltre, sotto l’aspetto politico, vi era una grave instabilità del potere centrale: se un imperatore si dimostrava deludente, veniva rapidamente ucciso dai soldati e sostituito con un candidato più promettente.
Nel 250 d.C, nel bel mezzo del caos in cui Roma versava, Cniva, generale al comando dei Goti, marciò nel territorio romano per saccheggiare e schiavizzare la popolazione che viveva nei territori di frontiera. Il suo esercito era composto da diverse tribù: Carpi, Bastarnae, Taifali e Vandali.
Gli assedi dei Goti e la presa di Filippopoli
Il suo primo attacco fu diretto contro la città di confine di Novae, ma il comandante goto fu respinto dal generale (e futuro imperatore) Gallo (251-253 d.C.).
Cniva decise così di modificare il suo percorso e mise sotto assedio la città di Nicopoli, mentre la tribù dei Carpi tentava di conquistare Marcianopoli. Entrambe le città riuscirono a resistere efficacemente agli attacchi nemici, giusto in tempo per consentire all’imperatore Decio di giungere con il grosso dell’esercito imperiale per rompere l’assedio di Nicopoli.
Nonostante Decio avesse salvato efficacemente Nicopoli dall’assedio, Cniva era riuscito ad allontanarsi dal campo di battaglia senza particolari perdite. Cniva guidò le sue truppe verso nord, devastando i territori sul suo cammino, seguito a breve distanza da Decio, che non fu in grado di risparmiare alla popolazione la furia degli avversari.
La situazione ebbe una drammatica svolta nei pressi della città di Augusta Traiana, dove Decio fu costretto a fermarsi con il suo esercito per consentire ai soldati di riposare.
Cniva intravide la possibilità di attaccare i Romani a sorpresa: i legionari furono presi completamente alla sprovvista e subirono una pesantissima sconfitta con un elevato numero di morti e feriti, mentre l’esercito di Cniva registrò pochissimi caduti.
Decio e i suoi generali furono così costretti ad abbandonare il campo di battaglia con quello che rimaneva dell’esercito. Cniva raccolte le armi e i rifornimenti che i romani avevano dovuto abbandonare sul campo, si mosse rapidamente verso sud, contro la città di Filippopoli.
L’assedio di Filippopoli fu particolarmente crudele. Nella tarda primavera del 250 d.C, mentre le forze di Decio erano ancora disperse e cercavano disperatamente di riorganizzarsi, Cniva aveva già raggiunto Filippopoli e predisposto l’assedio. La città era in quel momento presidiata da una esigua forza di militari traci al comando di Tito Giulio Prisco.
Il contingente era decisamente troppo piccolo per resistere a lungo: così i traci elessero Prisco come nuovo imperatore romano, probabilmente per dargli il potere di negoziare legalmente una resa onorevole con i Goti.
L’offerta di Prisco era quella di arrendersi alle armate di Cniva senza combattere, in cambio di un trattamento umano e della salvezza della vita dei cittadini. I Goti finsero di accettare la proposta ma, una volta aperte le porte, questi ignorarono gli accordi presi e la città fu saccheggiata e incendiata. Prisco venne catturato e ucciso.
Battaglia di Abritto: Decio intercetta Cniva
Dopo il saccheggio della città, Cniva aveva ottenuto un enorme bottino e aveva raccolto migliaia di prigionieri. I piani del generale goto erano quelli di invertire il senso di marcia e ritornare nei suoi territori, portandosi dietro un lunghissimo treno di prigionieri e futuri schiavi.
Nel frattempo, Decio, nonostante le difficoltà, aveva ricostituito un nucleo di soldati sufficientemente numeroso da poter attaccare Cniva: così cercò di intercettare l’avversario mentre si spostava verso nord per superare il confine.
Cniva, venuto a sapere che le truppe di Decio lo stavano nuovamente tallonando, interruppe bruscamente la ritirata e si posizionò in una zona paludosa in una valle vicino alla città di Abritto, in una regione a lui favorevole in quanto conosceva molto bene il territorio.
Battaglia di Abritto. La disposizione dei Goti
Cniva pensò di dividere le sue forze in diverse unità, dispiegate intorno ad una grande palude. La sua prima linea di fanteria era posizionata subito davanti alla palude, mentre lui stesso, assieme ad altre unità scelte, prese posizione dietro la stessa palude. Altri contingenti vennero posizionati su entrambi i lati, per difendere i fianchi, abilmente mascherati dalla linea del fronte.
Si trattava sostanzialmente di una imboscata: nel momento in cui Decio avrebbe attaccato, l’esercito romano si sarebbe ritrovato senza volerlo all’interno di un pantano, da cui i legionari non sarebbero più usciti.
Appena Decio seppe che i Goti avevano interrotto la loro marcia e si erano accampati, l’imperatore pensò di poter infliggere all’avversario la stessa sconfitta che aveva appena subìto ad Augusta Traiana.
Decio marciò rapidamente contro Cniva, e dispose i suoi legionari nella tradizionale formazione di battaglia, per sfondare la prima linea dei Goti.
Quando i romani caricarono, i Goti indietreggiarono, ruppero i ranghi e finsero di scappare attraverso la palude. I romani interpretarono questa come una disfatta e li inseguirono, fiduciosi della vittoria. La palude, tuttavia, annullò completamente qualsiasi vantaggio delle formazioni romane che presto rimasero impantanate nella palude, esattamente come era previsto nei piani di Cniva.
I soldati romani si ritrovarono intrappolati nell’acqua densa e fangosa, incapaci di avanzare. Cniva sferrò il suo attacco da tre lati. Decio e suo figlio furono entrambi uccisi e il resto dell’esercito quasi annientato.
Battaglia di Abritto: La disfatta e la nomina di Treboniano Gallo
I soldati rimasti proclamarono il principale generale di Decio, Treboniano Gallo, come nuovo imperatore: il neo eletto guidò ciò che restava dell’esercito fuori dalla palude in ritirata. Cniva e le sue truppe recuperarono il bottino di Filippopoli e ripresero la marcia verso casa.
Alcuni contemporanei criticarono il comportamento di Treboniano Gallo che avrebbe dovuto inseguire Cniva, a arrivarono ad ipotizzare che Gallo si fosse in realtà accordato con i Goti per eliminare Decio in una battaglia programmata.
Ma in realtà, in quella situazione, le opzioni a sua disposizione erano veramente poche: Gallo dovette consentire ai Goti di andarsene con il loro ricco bottino e arrivò persino a promettere loro il pagamento di tributi annuali.
Dopo le sconfitte di Deroea e Filippopoli, e soprattutto dopo la catastrofe di Abritto, il nuovo imperatore non ebbe altra scelta. Doveva sbarazzarsi dei Goti il più rapidamente possibile.
Battaglia di Abritto. Le conseguenze dello scontro
La storia della battaglia di Abritto viene raccontata per la prima volta dallo storico greco Dexippo (210-273 d.C.) ed è l’unico racconto esistente di un contemporaneo dell’evento.
Dexippo e scrittori cristiani posteriori avrebbero attribuito la sconfitta e la morte di Decio alle sue persecuzioni nei confronti dei Cristiani. Secondo questo punto di vista, la disfatta di Abritto fu una punizione inflitta da Dio per i tanti martiri cristiani barbaramente uccisi.
Al di là della propaganda cristiana però, la spiegazione più concreta è che Cniva conosceva il terreno ed era un leader militare più preparato di Decio.
La battaglia di Abritto non fu una svolta decisiva nella storia di Roma, ma rappresentò un duro colpo per la reputazione militare dell’impero . In passato, ad eccezione di alcuni casi straordinari, l’esercito romano aveva sempre ottenuto delle importanti vittorie ed era riconosciuto come una formidabile forza combattente.
Furono eventi come Abritto che convinsero gli scrittori latini che la città di Roma e il suo impero era stata abbandonata dagli Dei tradizionali, sconvolti dalla nuova religione del cristianesimo.
Dal punto di vista tecnico militare, la battaglia di Abritto rappresenta un esempio lampante dei problemi che affliggevano Roma durante la crisi del terzo secolo.
Gli imperatori erano completamente sotto il controllo dei militari che potevano ucciderli e sostituirli ai primi segnali di debolezza.
Se Decio avesse avuto mano libera, e la possibilità di portare avanti una guerra di posizione, avrebbe potuto maturare alcuni vantaggi. E invece, dovendo dimostrare coraggio nei confronti dei soldati, fu portato dalle circostanze ad attaccare il prima possibile.
Questo modello di leadership rappresentò purtroppo la normalità durante tutta l’era della crisi del terzo secolo: la tendenza venne interrotta solamente sotto il regno di Diocleziano (284-305 d.C.) che fu autore di una gamma straordinaria di riforme di notevole importanza.
Irreversibile però la divisione dell’Impero nel settore occidentale ed orientale e l’avvio di un progressivo declino della potenza militare romana.
La battaglia dei Campi Catalaunici fu uno degli scontri militari più decisivi nella storia, fra le forze dell’impero romano, guidate da Flavio Ezio, e Attila, il Re degli Unni. Il conflitto ebbe luogo del 451 d.C in Gallia, l’odierna Francia, nella zona di Champagne.
Non conosciamo l’esatta ubicazione della battaglia, ma gli studiosi concordano che il luogo potrebbe trovarsi tra qualche parte fra le città di Troy e Chalons Sur Marne, mentre la data più accreditata per lo svolgimento dello scontro è il 20 giugno del 451 d.C
Questa battaglia è estremamente significativa per una serie di ragioni: innanzitutto questo conflitto fermò l’invasione dell’Europa da parte degli Unni, preservando la sopravvivenza della cultura greco-romana .
Fu anche il primo grande scontro in cui le forze romane furono in grado di fermare l’orda degli Unni, fino a quel momento ritenuta del tutto invincibile.
Due anni dopo i Campi Catalaunici, Attila morì improvvisamente e i suoi figli iniziarono un’aspra contesa per assicurarsi la supremazia. Dopo solo 16 anni dalla morte di Attila, il vasto Impero che era aveva creato, era completamente scomparso.
La situazione dell’impero romano e la migrazione degli Unni
L’impero romano aveva lottato per mantenere la sua coesione fin dalla crisi del III secolo, un periodo segnato da dilaganti disordini sociali, dalla guerra civile e da movimenti separatisti che avevano portati i territori a dividersi in regioni distinte.
L’imperatore Diocleziano era riuscito a riunificare i territori romani, ma questi erano ormai talmente vasti e difficili da governare che si era resa necessaria una divisione amministrativa tra l’impero romano d’Occidente, con capitale Ravenna, e l’impero romano d’Oriente, che faceva capo a Bisanzio, in seguito Costantinopoli.
Tra il 305 e il 388 d.C queste due metà dell’impero riuscirono a mantenersi e conobbero un certo livello di benessere, annullato tragicamente dalla battaglia di Adrianopoli del 9 agosto del 378 d.C, dove i Goti, capeggiati da Fritigerno, sconfissero e distrussero le forze di Roma guidate dall’imperatore Valente.
Allo stesso tempo, nell’ultima parte del quarto secolo dopo Cristo, gli Unni erano stati cacciati dalle loro regioni per via della pressione dei Mongoli.
La loro migrazione iniziale prese ben presto la forma di una vera e propria forza di invasione, che distrusse tutti i territori e le popolazioni incontrate sul loro cammino.
In quel periodo storico l’esercito romano era composto in gran parte da non romani, da quando nel 212 d.C, l’imperatore Caracalla aveva concesso la cittadinanza universale a tutti i popoli liberi entro i confini dell’impero romano.
Gli Unni erano stati impiegati nell’esercito insieme ad altri barbari. Ma la coesistenza pacifica era stata messa in crisi da ulteriori invasioni.
L’ascesa di Attila a capo degli Unni
Attila ci viene descritto dallo vescovo goto Giordane, che ha redatto l’unico racconto antico sulla battaglia. Giordane dice di non amare gli Unni, ma ammette che Attila era un uomo “nato nel mondo per scuotere le nazioni”.
Era il flagello di tutte le terre, che terrorizzò tutta l’umanità. “Era altezzoso nel suo cammino, roteava gli occhi di qua e di là, e la forza del suo spirito orgoglioso appariva nel movimento del suo corpo. Era davvero un amante della guerra, ma indulgente con coloro che furono accolti sotto la sua protezione.“
“Era basso di statura, con un ampio petto, una grande testa, gli occhi piccoli e una barba sottile.“
Attila fu sempre raffigurato come il sanguinario “Flagello di Dio”, ma Giordane e lo scrittore romano Prisco, lo mostrano invece come un acuto osservatore, un leader carismatico e un generale di eccezionale abilità.
Alla morte di suo zio, nel 433 d.C, Attila prese il comando. A Roma capirono immediatamente che la politica estera degli Unni aveva subito un radicale cambiamento. Se in un primo tempo Attila mediò con Roma e si impegnò militarmente contro i Parti sasanidi, contro cui perse, le cose cambiarono velocemente.
I romani, credendo che Attila avrebbe onorato il trattato di non belligeranza, avevano ritirato le loro truppe dalla regione del Danubio e le avevano inviate a combattere i Vandali, che minacciavano gli interessi romani in Africa e in Sicilia.
L’imperatore romano d’Oriente, Teodosio II, era così fiducioso che gli Unni avrebbero mantenuto i patti, che si rifiutò di ascoltare qualsiasi suggerimento dei suoi agenti segreti, che lo avvisavano del pericolo.
Ma quando Attila si rese conto che la regione era praticamente indifesa, lanciò un’offensiva sul Danubio nel 441 d.C, saccheggiando e distruggendo le città. L’attacco ebbe notevole successo in quanto completamente inaspettato.
Attila vedeva a questo punto Roma come un debole avversario e così, a partire dal 446 d.C, invase di nuovo la regione della Mesia, nell’area dei Balcani, distruggendo oltre 70 città, schiavizzando la popolazione e raccogliendo un enorme bottino, stipato nella sua roccaforte presso la città di Buda, nell’attuale, Ungheria.
Attila aveva ormai sconfitto le principali forze militari dell’Impero romano d’Oriente e poteva puntare sull’Occidente e sulla sua capitale.
La minaccia di Attila sull’Occidente
Nonostante la sua ferocia, Attila era un fine politico, che necessitava di una scusa legittima per invadere la parte occidentale dell’impero romano.
L’occasione si presentò nel 450 d.C, quando Onoria, sorella dell’imperatore romano d’Occidente Valentiniano, cercò uno stratagemma per sfuggire ad un matrimonio combinato con una senatore. Onoria pensò di inviare un messaggio ad Attila, insieme ad un anello di fidanzamento, chiedendo il suo aiuto.
Attila ebbe finalmente l’occasione che gli serviva per muoversi verso l’Italia.
Appena Valentiniano si accorse dell’iniziativa della sorella, mandò dei messaggeri ad Attila, con l’intento di chiarire il malinteso e spiegando che il gesto di Onoria consisteva in una iniziativa del tutto personale, completamente slegata dalla reale volontà di Roma.
Ma Attila aveva l’appiglio di cui necessitava: il Re degli Unni affermò che la proposta di matrimonio era da considerarsi legittima, che era stata accettata, e sarebbe venuto a reclamare la sua sposa.
In altre parole, Attila ebbe il pretesto legale per mobilitare l’esercito e iniziò la sua marcia verso Roma.
Il grande avversario di Attila, Flavio Ezio
Il generale romano Flavio Ezio si stava preparando per un’invasione su vasta scala fin da alcuni anni prima dell’evento. Il generale aveva vissuto tra gli Unni come ostaggio, durante la sua gioventù : parlava la loro lingua, comprendeva perfettamente la loro cultura e aveva impiegato molte volte gli Unni nel suo esercito.
Aveva stretto addirittura un rapporto personale e amichevole direttamente con Attila.
I suoi contemporanei lo descrivono “di media statura, e ben proporzionato. Non aveva infermità. La sua intelligenza era acuta, ed era sempre pieno di energia. Un superbo cavaliere, un buon tiratore con la freccia. Abile come soldato ed esperto nelle arti della pace, era magnanimo e nel suo comportamento non venne mai influenzato dal giudizio di consiglieri disonesti.”
Questa descrizione era ovviamente idealizzata, ma Ezio fu certamente la scelta più saggia per guidare una forza militare contro gli Unni, dal momento che conosceva alla perfezione le loro tattiche e il loro leader.
Il suo carisma personale e la sua reputazione come comandante gli permisero di radunare cinquantamila uomini.
Ma nonostante questo, il contingente era ancora troppo debole ed Ezio sapeva di avere bisogno di un alleato. Riuscì così, dimostrando notevoli abilità diplomatiche, ad ottenere l’appoggio di un suo ex avversario, Teodorico I, Re dei Visigoti.
Inoltre, Eziò fu in grado di radunare una fanteria mista, composta in gran parte da Alani, Borgognoni, Goti e altre tribù germaniche.
Secondo la maggior parte degli storici moderni, Ezio fu l’ultimo vero romano d’Occidente.
Venne sconfitto solamente dall’improvvisa perdita della flotta navale con cui stava muovendo contro i Vandali e dal tradimento del compagno d’armi Ricimero.
Verso la battaglia dei Campi Catalaunici
Nel 451 d.C, Attila iniziò la sua conquista della Gallia, con un esercito di circa 200 mila uomini. Gli Unni presero possesso della Gallia belgica con poca resistenza.
La reputazione di Attila come forza invincibile, alla guida di un esercito che non concedeva alcuna pietà, gettò le popolazioni nel panico, portandole a fuggire il più rapidamente possibile con tutto ciò che erano in grado di trasportare.
A maggio, Attila raggiunse la città degli Alani di Orléans. Il Re degli Alani, Sangiban, intendeva arrendersi immediatamente, ma Ezio e Teodorico arrivarono sul posto, riuscirono a rompere l’assedio e a costringere Sangiban ad unirsi a loro.
Fu a questo punto che Attila, si ritirò, lasciando dietro di sé un contingente di 15000 guerrieri Gepidi come retroguardia per coprire la sua ritirata. Secondo Giordane questa forza andò completamente distrutta in un attacco notturno orchestrato da Ezio.
Il racconto del massacro dei Gepidi raccontato da Giordane è stato però contestato in diversi punti, in particolare sul numero di uomini che Attila avrebbe utilizzato per la retroguardia.
La battaglia dei Campi Catalaunici: disposizione e schieramento
Era arrivato il momento della battaglia: il generale Unno scelse di accamparsi in una zona vicino al fiume Marna, in un’ampia pianura, rivolto al nord. Attila posizionò le sue forze ostrogote alla sua sinistra e ciò che restava dei Gepidi alla sua destra, mentre i suoi guerrieri Unni avrebbero guadagnato il centro.
Ezio arrivò sul campo, quando Attila era già in posizione. Sistemò Teodorico e le sue forze di fronte agli Ostrogoti e agli Unni, Sangiban al centro e lui stesso prese la posizione più lontana, di fronte ai Gepidi.
Attila aveva scelto di attestarsi in una posizione nella parte inferiore del terreno di battaglia, molto probabilmente pensando di trascinare le forze romane verso il basso e sfruttare al meglio i suoi arcieri e la sua cavalleria.
Attila preferiva infatti non impegnare i suoi soldati in combattimenti ravvicinati e prolungati. Preferiva avvicinarsi al nemico usando le asperità del terreno per nascondere le truppe, finché queste non si trovavano a portata delle frecce.
Alchè, mentre alcuni arcieri tiravano verso l’alto per indurre i difensori ad alzare gli scudi, un’altra linea di attaccanti mirava direttamente alle gambe degli avversari. Dopo aver inflitto un numero sufficiente di vittime, gli Unni si avvicinavano per finire i sopravvissuti.
La cavalleria Unna faceva spesso uso di reti che gettavano sull’avversario, immobilizzandolo e uccidendolo. Il terreno potrebbe aver fornito proprio il tipo di coperture che sarebbe stato a vantaggio di Attila.
Secondo Giordane, Attila avrebbe aspettato fino all’ora nona (le nostre 14:30) per iniziare la battaglia, in modo che il suo esercito avrebbe avuto la possibilità di ritirarsi, qualora necessario, al riparo delle tenebre.
A ridosso dello scontro, sia agli Unni che ai romani apparve chiaro un elemento importante del paesaggio, ovvero una piccola collinetta che dominava la zona. Chiunque avesse conquistato quel modesto rialzo del terreno, avrebbe ottenuto una visuale privilegiata dell’intero campo di battaglia e un indubbio vantaggio tattico.
Gli Unni cercarono di conquistare la collinetta al centro del campo, ma furono respinti dai Visigoti guidati da Torismundo, figlio di Teodorico.
La battaglia dei Campi Catalaunici: lo scontro
Furono gli Unni a lanciare per primi il loro attacco. Sangiban e gli Alani combatterono al centro contro gli Unni, mentre i Visigoti affrontarono gli Ostrogoti respingendoli.
Teodorico fu ucciso in questo scontro, ma contrariamente alle aspettative degli Unni, questo non demoralizzò i Visigoti, ma li fece combattere più duramente. La battaglia divenne feroce, confusa, mostruosa.
Giordane afferma che secondo testimoni oculari e rapporti della battaglia di prima mano, un ruscello che scorreva attraverso il campo di battaglia fu interamente colorato dal sangue dei feriti.
Ezio e le sue forze furono in realtà trattenute dai Gepidi, ma i romani riuscirono a separare questi avversari dal resto del contingente di Attila. Una volta che gli Ostrogoti furono sconfitti dai Visigoti sul fianco sinistro, i Visigoti scesero sugli Unni al centro.
Incapace di utilizzare sia la cavalleria che i suoi arcieri, con il fianco sinistro in rovina e il fianco destro impegnato con Ezio, Attila riconobbe la sua posizione precaria e ordinò di ritirarsi nell’accampamento
I Gepidi si unirono alla ritirata e l’intera forza degli Unni si mosse all’indietro finché non furono ricacciati all’interno del loro campo. Una volta al sicuro, nel loro accampamento, gli Unni furono in grado di respingere gli aggressori.
La battaglia campale si concluse quella notte.
Riferiscono le fonti che vi era la più grande confusione fra i ranghi romani, mentre i soldati procedevano nell’oscurità senza sapere chi avesse vinto la battaglia o cosa avrebbero dovuto fare la mattina dopo.
Al mattino, con il sorgere del sole, la portata dello scontro divenne chiara. Entrambe le parti poterono assistere alla carneficina dei combattimenti del giorno precedente.
Gli Unni continuarono a tenere a bada gli avversari e tentarono alcuni attacchi di distrazione, senza mai muoversi realmente dal campo. Ezio e Torismundo riconobbero che gli Unni erano intimoriti e che le forze romane avrebbero potuto tenerli in scacco nel loro accampamento a tempo indefinito.
La resa di Attila, i calcoli di Ezio
Nonostante la situazione a suo vantaggio, Ezio si trovava in una posizione scomoda. I Visigoti di Teodorico si erano uniti alla sua causa solo perché ritenevano che gli Unni fossero una minaccia maggiore di Roma.
Se gli Unni fossero stati eliminati, non ci sarebbe stato più motivo di continuare l’alleanza, ed Ezio temeva che Torismundo e la sua forza militare preponderante avrebbero potuto rivoltarsi contro di lui e marciare verso Ravenna.
Pertanto, Ezio suggerì a Torismundo che le forze romane erano in grado di gestire il contingente residuo degli Unni e che il suo esercito poteva tornare a casa. Torismundo accettò la proposta e lasciò il campo.
Ezio, rimasto solo con una forza militare solo vagamente organizzata, raccolse gli uomini nuovamente sotto il suo comando e si ritirò dal campo di battaglia.
Attila, nonostante la mancanza di avversari, si ritirò dal luogo dello scontro e in breve tempo si allontanò da tutti gli altri territori romani.
La misteriosa ritirata di Attila
Per quale motivo Attila scelse di ritirarsi? la sconfitta dei Campi Catalaunici, nonostante avesse distrutto la sua aura di imbattibilità, non era stata schiacciante.
Non abbiamo risposte definitive.
Pssiamo ipotizzare che le condizioni a Ravenna fossero tali che Ezio poteva sentirsi al sicuro solo finché era indispensabile. E per rimanere tale era necessario che Attila non venisse annientato del tutto.
Probabilmente venne stipulato un accordo segreto tra lui ed Attila, che comunque, erano amici.
Il fatto che gli Unni non siano stati annientati porta addirittura alcuni studiosi a pensare che questa battaglia potrebbe trattarsi più verosimilmente di un pareggio, piuttosto che come una vittoria romana, come raccontato dalla tradizione.
E’ anche vero che la ritirata di Attila avvenne molto rapidamente, e non solo dal luogo dello scontro ma da tutti i territori che era riuscito a conquistare.
In questo senso, la tradizionale interpretazione della battaglia come una vittoria romana ha più senso.
Ezio e Attila. Morte di due grandi generali
Sia Ezio che Attila sarebbero morti entro pochi anni da quello scontro. Ezio venne ucciso dall’imperatore romano Valentiniano in un’improvvisa esplosione di rabbia nel 454 d.C. Le fonti riportano che “l’unica volta che Valentiniano estrasse una spada, lo fece per tagliare con la sua mano sinistra la mano destra”
A testimoniare che l’atto sconsiderato di Valentiniano aveva di fatto privato l’impero d’Occidente dell’unico grande generale in grado di difenderlo.
Il Re Attila, era morto invece l’anno prima, per lo scoppio di un vaso sanguigno dopo una notte di forti bevute. La sua immensa eredità passò in mano ai figli, che in meno di 20 anni, sgretolarono l’impero degli Unni attraverso incessanti quanto sterili combattimenti per il potere.
Il Legionario romano. Se facessi un sondaggio chiedendo quale figura romana è più affascinante in assoluto, credo che il legionario vincerebbe a mani basse.
Tutti vorrebbero indossare una lorica segmentata, il gladio appeso, lo scudo e sentirsi portatori della romanità.
Sui social si sprecano le manifestazioni di stima, di ammirazione nei confronti dei legionari romani. Noi le vediamo come un eroe, un portatore di civiltà, una figura “fighissima“.
Quello che incarna il potere di Roma, che inorgoglisce i presenti, fa sospirare le donne e rassicura i bambini.
E’ curiosissimo quanto la concezione dei romani nei confronti dei loro legionari fosse radicalmente diversa.
Il cittadino romano medio vedeva nel legionario una figura assolutamente fondamentale e utile alla sicurezza del territorio, ma dall’estrazione e dal valore sociale alquanto basso.
Nelle fonti romane i legionari vengono più volte denominati come “quelli che sudano“. Il sudore è il concetto immediatamente collegato a questa figura: e dunque persone di fatica, di sforzo, di basso rango.
“Bassi operai militari” potremmo definirli.
E allo stesso tempo il cittadino romano teme la rivolta del legionario, ha paura che tutta quella forza bruta e capacità di uccidere possa trasformarlo in un ribelle.
Per questo nell’immaginario collettivo, il legionario doveva sottostare a regole molto rigide e ad un continuo allenamento sotto la supervisione dei centurioni.
Doveva essere talmente inquadrato e affaticato da servire Roma senza poter costituire un pericolo.
C’è poi un altro elemento importante: la “mobilità” del ruolo di legionario.
L’idea di un soldato romano fedele e perfetto, inquadrato in maniera definitiva e inamovibile come servitore della Res Publica non aderisce sempre alla realtà.
Soprattutto nel periodo delle guerre civili vi è una labile linea di demarcazione fra il legionario regolare, quello sulla via dell’ammutinamento, e quello che inizia ad esercitare violenza e sopraffazione sui cittadini, declassandosi a bandito, fuorilegge, quello che le fonti chiamano “latrones”.
Molto spesso decine di migliaia di legionari passeggiano su e giù per questo confine, specie nel primissimo periodo post riforma di Caio Mario, quando i soldati sono prevalentemente una massa di falliti nullatenenti che si arruolano per sopravvivenza.
Un ultimo esempio di questo lo troviamo nelle lapidi e nei monumenti funerari dei legionari. Raramente si trovano raffigurati in azioni di lotta e di violenza, nell’atto di sgozzare un nemico o trafiggere il generale avversario.
E’ invece comune l’uso di immagini simboliche, di legionari che portano ordine, che hanno obbedito agli ordini, che indossano la toga piuttosto che la lorica.
Vogliono essere ricordati da cittadini e da persone di valore, e non come rozzi esecutori di ordini militari. Segno che vi è la necessità, da parte loro, di rompere il luogo comune dominante e per loro sgradito, di uomini sudati e di bassa lega.
Notevole dunque, tornando all’inizio dell’osservazione, quanto spesso vi sia una abissale differenza fra la nostra “innamorata” visione delle figure romane del passato, e la considerazione più pragmatica e disillusa degli stessi romani di un tempo.
Se volete approfondire, non posso che consigliarvi un testo di cui sono innamorato: “L’uomo romano” di Andrea Giardina. Un libro piuttosto pesante e difficile da capire, ma che consente di comprendere fino alle radici alcuni aspetti fondamentali.
Nel capitolo dedicato al legionario, troverete l’approfondimento di quanto spiego in questo pezzo.
Marco Licinio Crasso era a suo agio nel ruolo di potentissimo uomo d’affari nonché punto di equilibrio tra gli altri triumviri Caio Giulio Cesare e Gneo Pompeo Magno.
O almeno lo era fino a quando Cesare non iniziò a conquistare territori in Gallia, affacciandosi persino in Britannia : da quel momento il più vecchio dei triumviri iniziò ad essere offuscato dalla fama di Cesare (di cui era il più ingente creditore) e intraprese una spedizione più di carattere personale che strategico per Roma.
La morte del sovrano dei Parti, Fraate III, gli fornì il pretesto a causa delle lotte di successione tra i figli Orode e Mitridate. A spuntarla fu il primo e Crasso andò in soccorso del secondo. Ma c’è da scommetterci che a ruoli invertiti sarebbe stato lo stesso !
L’impero partico era il più ingombrante vicino per Roma : dalla Persia alla Media, passando per la Mesopotamia, gettava un’ombra, con la sua potenza, che poteva offuscare il governo di Roma nelle province locali confinanti con esso.
Così, a sessant’anni suonati, nella tarda primavera del 53 a.c. Crasso si avventurò per il deserto siriano allo scopo di sorprendere con una manovra audace, il comandante dei Parti Surena.
Una manovra alquanto improvvida quella di lasciare la sponda dell’Eufrate che gli avrebbe coperto un fianco, ma quello non fu l’ultimo degli errori del generale romano.
Plutarco narra che fu indotto a questo percorso da tre nobili parti che si presentarono a lui mutilati in modo orribile : privati delle mani, del naso, persino delle labbra. Affermarono di essere stati ridotti in quelle condizioni perchè avversari politici del nuovo sovrano. Furono loro a consigliare il percorso a Crasso facendogli intendere che il grosso dele truppe partiche non si aspettavano una simile manovra.
Inutile aggiungere che quella era una trappola e che i nobili Parti si erano fatti mutilare volontariamente.
Con l’idea di sferrare un colpo tanto devastante quanto inatteso agli avversari, Crasso si mise in viaggio nel deserto con i suoi 43.000 legionari.
Ad attenderlo c’era la cavalleria dei Parti composta da 9.000 uomini più un migliaio di catafratti.
A metà del percorso iniziarono ad essere tormentati dagli arcieri a cavallo. Surena sembrava non volere una battaglia campale e questo rafforzò in Crasso l’idea che i Parti fossero essenzialmente dei vigliacchi.
Il 9 giugno Surena accettò battaglia : a quel punto l’esercito romano era completamente sfiancato dal percorso e dalla calura.
Inizialmente i catafratti (cavalleria pesante diremmo oggi) non riuscirono a infliggere grosse perdite ai legionari, così iniziò una pioggia di frecce che li bersagliò incessantemente.
Ad un certo punto gli arcieri a cavallo si ritirarono e Publio, il figlio di Crasso, che comandava l’ala sinistra dell’esercito, fece una sortita al loro inseguimento.
Gli arcieri utilizzarono la stessa tattica degli Oriazi contro i Curiazi : si allontanarono attirando Publio lontano dalle schiere romane poi accerchiarono i romani e massacrarono tutti, compreso il figlio di Crasso.
Il generale e triumviro affranto per la disfatta, e per la morte del figlio, decise di ritirarsi presso la roccaforte di Carre (nell’odierna Harran, in Turchia) , lasciando i feriti in mano ai Parti.
Cosa accadde di loro si può facilmente immaginare.
Crasso aveva davanti a sé solo due opzioni : o restare nella roccaforte attendendo rinforzi o riparare in un luogo sicuro. Il suo prestigio personale dovette essere ai minimi in quel momento se Gaio Cassio ( il futuro cesaricida) lo contestò apertamente e andò con diecimila legionari dalla parte opposta scelta da Crasso.
Quest’ultimo tentò di riparare a nord, nella vicina Armenia, forse dietro suggerimento di un alleato infedele, di nome Andromaco.
Cassio invece ripassò il deserto siriaco più a sud.
Le truppe del triumviro furono intercettate da quelle di Surena presso la città di Orfa e lì, furono completamente annientate.
Gli unici romani a salvarsi furono quelli comandati da Cassio, l’unico in quella tragica campagna, a salvare l’onore romano.
Crasso fu catturato dai Parti che pare gli inflissero l’amputazione delle mani prima di versargli oro fuso in bocca, per punire la sua sete di ricchezze.
La sua morte (che per efferattezza, forse fu superata solo da quella che gli stessi parti inflissero all’imperatore Valeriano) sancì la fine del triumvirato, lasciando Cesare e Pompeo padroni della situazione politica e militare romana, creando i prodromi per la guerra civile che sarebbe scoppiata, inesorabilmente, pochi anni dopo.
Da questa tragica campagna militare, inoltre, nacque una leggenda avvalorata da Plinio il vecchio: pare che diecimila soldati romani, prigionieri dei Parti, siano stati adoperati come guarnigione di rinforzo partica nella regione Margiana, l’odierno Turkmenistan.
Da lì, una volta affrancati, sarebbero divenuti mercenari, stanziandosi definitivamente nella regione cinese di Liqian, avviando, di fatto, le prime relazioni dirette ed ufficiali tra Roma e la Cina.
Il nostro Paese sta vivendo una situazione sanitaria, politica, sociale ed economica molto complessa e in questa fase così delicata abbiamo intervistato Sara Marcozzi, attuale rappresentante del Movimento 5 Stelle al Consiglio regionale d’Abruzzo. Abbiamo toccato vari temi, tra cui il problema dei terremotati, l’Ospedale di Chieti e molti altre domande interessanti.
Nel 2019 da candidata Presidente per la Regione Abruzzo col M5s ha ottenuto un ottimo risultato: il 20%, qual è oggi l’andamento del consenso per il M5s in Abruzzo? Ritiene che le scelte di governo abbiano influito negativamente o positivamente?
“Dietro a quel 20% ci sono anni di lavoro e di abnegazione, senza mai tirarsi indietro. Ascolto e raccolgo con attenzione le istanze dei cittadini. La campagna elettorale non è stata facile, condotta in un periodo complesso per il M5S ma, a conti fatti, sì, abbiamo ottenuto un gran risultato. Non è un caso se l’Abruzzo è stata l’unica regione a confermare il voto della precedente tornata elettorale ed entrare in Consiglio regionale con un componente in più del gruppo rispetto alla precedente legislatura. Non ci siamo mai fermati, essere riusciti a ottenere una fiducia così elevata da parte dei cittadini non è solo motivo di orgoglio, ma anche una responsabilità che onoriamo quotidianamente, col massimo impegno.
È la dimostrazione che, anche a livello territoriale, si possono raggiungere traguardi e costruire percorsi a lungo termine, offrendo una visione chiara come abbiamo fatto noi con un programma di oltre cento pagine in cui spiegavamo, per filo e per segno, la nostra posizione su ogni argomento di competenza regionale. E grazie alla forza che ci ha dato il risultato delle urne siamo riusciti a portare il Movimento 5 Stelle anche all’interno degli organi decisionali della Regione Abruzzo per la prima volta nella storia, con la Vicepresidenza del Consiglio regionale affidata a Domenico Pettinari e la Presidenza della Commissione Vigilanza a Pietro Smargiassi.
Dobbiamo sempre lavorare attraverso un programma a lungo termine, andando oltre gli orientamenti del consenso immediato, che non è mai stato tanto volatile quanto adesso: vedo molti analisti fare le pulci ai numeri del Movimento 5 Stelle e ignorare del tutto il caso della Lega, che dall’agosto 2019 a oggi ha perso tra i 10 e i 15 punti percentuali. E li ha persi stando all’opposizione, un risultato unico! Io resto convinta che lavorando con serietà si possono portare a casa risultati importanti” ha dichiarato Sara Marcozzi.
Qual è la situazione attuale dei terremotati in Abruzzo? Cosa potrebbero fare Regione e Governo?
“Tanti sono ancora i ritardi nella ricostruzione. Regione e Governo dovrebbero avere un confronto istituzionale leale e stabile. Purtroppo vedo ancora oggi che da parte della Regione Abruzzo il focus sembra essere più l’attacco verso il Governo, che un atteggiamento serio e responsabile per mettere a sistema tutte le risorse arrivate all’Abruzzo. Un modo di fare che non è mai cambiato fin dall’inizio della legislatura.
Per quanto riguarda il lavoro delle Istituzioni, lo Stato ha sempre avuto un occhio di riguardo sul tema, basti pensare ai fondi previsti anche nell’ultima legge di bilancio che, per il cratere 2009, stanzia circa 110 milioni di euro. O la sensibilità dimostrata per la ricostruzione culturale e sociale dell’Aquila e delle terre del sisma. Si tratta di una tematica nevralgica per il futuro della nostra Regione e per i diritti dei cittadini abruzzesi che meritano risposte concrete. Mi auguro che in questo anno ci sia un dialogo proficuo e nella direzione giusta e che oltre a quello che si è già fatto si possa continuare a fare sempre di più” ha affermato l’esponente pentastellata in Consiglio Regionale d’Abruzzo.
Recentemente, ha rivendicato l’importanza degli incontri fisici sul territorio per fare una buona azione politica. Come si può fare ora in tempo di pandemia? Quale dovrebbe essere secondo lei il ruolo del web nella vita politica?
“Il Movimento 5 Stelle è il precursore dell’utilizzo di internet per coinvolgere e rendere protagonisti i cittadini nella vita politica del Paese. Io stessa ho iniziato così, avvicinandomi al Movimento ben prima che arrivasse in Parlamento, facendo l’attivista tra riunioni sul territorio e banchetti sia nella mia città, Chieti, che in tutta la Regione.
Da allora il mondo è cambiato, e la pandemia non ha fatto altro che accelerare i processi di digitalizzazione che stanno condizionando la nostra vita. Ma se, da un lato, siamo adesso costretti a utilizzare piattaforme online per evitare occasioni di contagio, dall’altro non dobbiamo perdere il contatto con la realtà, con il territorio che siamo chiamati a controllare. Io credo che la forza del Movimento vada calcolata non sul numero di iscritti a Rousseau, ma sulle sedi che apriamo sul territorio. Dobbiamo aumentarle.
Il ruolo che deve avere il web è determinante anche per dare all’utente gli strumenti per costruire un percorso virtuoso di formazione del libero pensiero. Ma questo non deve distrarci dal vero obiettivo di una forza politica, che è quello di risolvere i problemi della gente. E senza una presenza fisica è impossibile riuscire a farlo con efficacia” ha spiegato la candidata alla Presidenza della Regione Abruzzo del M5S.
Si sta occupando attivamente dell’Ospedale di Chieti. Come procede? Qual è la situazione sanitaria in Abruzzo? Ci sono state criticità nella somministrazione del vaccino?
“La pandemia – ha puntato il dito Sara Marcozzi – ha messo in mostra tutte le falle di un sistema già inefficace di per sé, mentre la Giunta Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia si è rivelata incapace di dare le risposte concrete che i cittadini abruzzesi meritano. Abbiamo visto errori e inefficienze che nemmeno la proverbiale propaganda del centrodestra è riuscita a mascherare. A partire da una rete Covid senza chiarezza né coerenza, cambiata più volte in corso d’opera, generando una confusione incredibile. Abbiamo avuto reparti diventati focolai, strutture teoricamente Covid-free in cui ci si contagiava.
Il personale sanitario è stato prima esaltato e ringraziato sui social, poi umiliato nel momento in cui non veniva loro riconosciuta la premialità per il lavoro inesauribile svolto, ma io voglio ringraziarli una volta di più, perché anche se sotto organico non hanno fatto mai mancare il proprio supporto ai pazienti. Non dimentico poi i pasticci sui tamponi. Vi porto un esempio semplice: la Asl 02 Lanciano-Vasto-Chieti non è mai stata in grado di fornirmi gli atti riguardo al tracciamento dei tamponi, dalla richiesta dei pazienti fino alla comunicazione dell’esito. Devo pensare che si sia navigato a vista nella battaglia contro il Covid, senza una strategia chiara o un’idea di qualche tipo.
Sui vaccini solito discorso: mentre la Giunta faceva propaganda dicendo di essere la prima regione d’Italia a consentire la richiesta di vaccinazione per il personale non sanitario, sia il sistema online a cui i cittadini potevano prenotarsi che l’assistenza telefonica sono andati in tilt per ore. Una grave improvvisazione ancora una volta fatta dal governo regionale”.
“L’ospedale di Chieti – ha continuato l’esponente 5 Stelle – poi è stato abbandonato in questi primi due anni di Giunta Marsilio, ed è solamente grazie alle nostre pressioni e denunce se è stato fermato il project financing, tutto a favore del privato, per la realizzazione del nuovo presidio. Un progetto che, tra sprechi e costi aggiuntivi, avrebbe potuto causare fino a un miliardo di euro di sperpero di denaro pubblico. Eravamo soli quando, diversi anni fa, abbiamo iniziato questa battaglia a colpi di conferenze stampa ed esposti ad ANAC e Corte dei Conti, e solamente in un secondo momento si sono accodati altri in colpevole ritardo.
Mi lascia sconfortata però dover constatare che, parallelamente al blocco del project, questo centrodestra non ha pensato a nulla per fare i necessari interventi alla struttura con soldi pubblici che, col Recovery Fund, aumenteranno ulteriormente. L’Ospedale ha bisogno di interventi di adeguamento sismico urgenti e di acquisto di strumentazioni adeguate. Pensate che adesso la Pet-Tac, un macchinario per i pazienti oncologici, si trova in un container all’esterno della struttura, e per il suo affitto paghiamo 500mila euro all’anno mentre un macchinario di ultima generazione costerebbe 2 milioni di euro! Sono sprechi che si accavallano, a cui nessuno mette rimedio, e che fanno male ai cittadini e alle casse della Regione Abruzzo”.
Da pochissimo è diventata mamma: congratulazioni! Cosa ritiene che andrebbe migliorato e potenziato nell’assistenza alle neomamme? Ci sono servizi appannaggio di pochi?
“Grazie. Questo è sicuramente il momento più felice della mia vita. La nascita di Elena – ha raccontato Sara Marcozzi – è stata una gioia immensa, impossibile da descrivere a parole. Ed è così che dovrebbe essere per tutte le donne che decidono di diventare madri. Purtroppo però, è innegabile, non viviamo in un Paese per mamme, o meglio, per mamme lavoratrici. Troppo spesso le donne sono messe davanti ad un aut aut morale tra carriera e maternità, e questo è assolutamente ingiusto e anacronistico. Le donne oggi sono ancora costrette a fare i conti con un mondo del lavoro che non le tutela, nel pre e post nascita.
E su questo c’è ancora tanto da fare. Ho raccolto tante denunce in questi anni di Consiglio regionale in cui alla gioia per la nascita di un figlio si accompagnava l’ansia per la perdita del lavoro o per la mancanza di strutture adeguate a cui affidare i bambini di età prescolare. Tanto si potrebbe fare di più anche in tema di assistenza sanitaria, sto lavorando a implementare le prestazioni offerte dalle ASL, in particolare quelle diagnostiche preventive e poco invasive come il test del DNA fetale nel sangue materno. Un test non invasivo che potrebbe sostituire l’amniocentesi ma che è ancora destinato pochi privilegiati, perché molto costoso.
Bisogna guardare al futuro con la consapevolezza che possono essere prese decisioni per dare un sostegno alle neomamme e alle famiglie: penso allo stanziamento di fondi per un bonus babysitter regionale, che sia funzionale e che consenta ai genitori di poter lavorare liberamente. Adeguare anche per i padri gli orari e i permessi per stare accanto ai figli. Ma penso anche a un sostegno che la Regione Abruzzo deve offrire ai comuni per gli asili nido. Troppo pochi e non accessibili a tutti. Ci sono molti punti su cui si può intervenire, e mi auguro di poter aprire un dialogo costruttivo con la maggioranza. Almeno su questa tematica spero che non nascano divisioni”.
Un commento sull’attuale situazione politica di governo. Cosa auspica che succeda? Il M5s che ruolo dovrebbe avere secondo lei?
“Il MoVimento 5 Stelle deve svolgere un ruolo determinante al tavolo delle trattative. Siamo il partito di maggioranza relativa, un elettore su tre, nel 2018, ci ha scelto per governare il Paese per cinque anni e nessuno può permettersi di ignorare questo fatto. Il mio augurio è che la crisi si risolva il prima possibile. Demolition Man Renzi (come lo hanno ribattezzato alcune testate estere), tra una conferenza all’estero e l’altra, ha trovato il modo di far saltare il banco senza essere in grado di far capire agli italiani per quale motivo lo abbia fatto.
Mentre ci fa lo “spiegone” sulla funzione delle Istituzioni, fa dimettere Ministri e Sottosegretari in conferenza stampa, prendendo le consultazioni col Capo dello Stato come fossero un’occasione per un comizio di mezzora. Un comportamento irresponsabile, nei modi e nei fatti, che ha paralizzato il Governo in un momento decisivo per affrontare la pandemia. Il tutto nonostante l’Italia, al netto di qualche inevitabile errore, si sia dimostrata all’altezza del difficilissimo compito da svolgere.
Mi sembra evidente che la gestione dell’emergenza fosse solo una scusa per far saltare il banco, un’idea che immagino Renzi avesse in mente fin dalla nascita del Conte II. Adesso non possiamo che fidarci del lavoro delle delegazioni e del Presidente della Repubblica. Io mi auguro che, prima della nuova nomina dei Ministri, sia firmato un contratto di governo, sul modello del Conte I, che dica con chiarezza gli obiettivi che il nuovo esecutivo deve porsi, responsabilizzando tutti i partiti di maggioranza. Il Movimento non è mai venuto meno ai propri doveri, mettendoci la faccia nel bene e nel male. Adesso è il momento che anche gli altri facciano lo stesso, con la firma in calce” ha commentato Marcozzi.
Immagini di mandare un telegramma al Presidente della Regione Abruzzo Marco Marsilio cosa gli direbbe?
“Visto che tutte le strade portano a Roma Stop Ne scelga una e ci torni. Stop”.
Il mondo della giurisprudenza è stato investito dall’emergenza del Covid, che ha amplificato dei grandi problemi strutturali del sistema giustizia italiano. Con il Presidente dell’Ordine degli avvocati di Genova, Avv. Luigi Cocchi, cerchiamo di capire quale è la situazione dei processi nel nostro paese e come dovremmo cercare di superare questo periodo di incertezza.
La giustizia italiana è talmente lenta che quando si vuole prendere in giro qualcuno e rinviare un problema a mai più si dice: “Mi faccia causa!”. Il Covid, ha ulteriormente peggiorato questa situazione.
Nel discorso di inaugurazione dello scorso anno giudiziario, partendo dalla relazione che era stata da poco pubblicata, insieme al disegno di legge delega per la riforma del Codice di Procedura Civile, avevo tratto tutta una serie di indicatori dei tempi della Giustizia, sia civile che penale, in Italia.
Sono dei numeri veramente molto preoccupanti: come sappiamo in Italia, il sistema giustizia ha una cronica difficoltà su due versanti macroscopici: uno è la lunghezza delle controversie, che ovviamente è già un segno di inefficienza, e la seconda è la difficoltà di applicare gli effetti che derivano da una sentenza, anche sul piano puramente esecutivo.
Il sistema di giustizia italiano è ritenuto nel mondo, e anche degli investitori stranieri, un sistema poco efficiente. E questa è una delle ragioni per cui gli investitori stranieri tendono a non investire in Italia, dichiaratamente.
Questa situazione, che già era tale nel dicembre del 2019, è stata stravolta dal Covid, perché evidentemente l’impossibilità di prestare un’attività ordinaria e fisiologica ha portato ad accumulare ritardi su ritardi.
La nostra attenzione in tutto questo periodo si è concentrata nel confronto con i capi degli uffici giudiziari, per esperire al massimo le attività, nell’interesse dell’utenza, degli avvocati e del sistema giustizia. Ovviamente nei limiti in cui ciò era possibile.
Come avete lavorato durante il lockdown e come avete collaborato fra di voi per mandare avanti i processi?
Il rapporto con i capi degli uffici giudiziari a Genova è un rapporto molto molto buono: abbiamo sempre trovato soluzioni per rendere effettivamente possibile il massimo delle attività, ma ai limiti oggettivi, si è venuto ad innestare il problema nel lockdown.
E’ stata accertata una inidoneità delle aule del Palazzo di Giustizia, e dunque non è stato possibile consentire l’attività di udienza. Sono state ricercate delle soluzioni alternative, ma tra la ricerca, la messa a punto dei metodi e dei tempi, questo è stato un periodo di grande difficoltà.
Ancora oggi siamo in grande difficoltà, nonostante gli accordi raggiunti e gli strumenti che abbiamo utilizzato. Abbiamo persino messo a punto un sistema per monitorare l’attività di udienza, in modo che gli avvocati potessero seguire i processi: abbiamo fatto veramente di tutto.
Il problema di fondo è che nel nostro paese, basta guardare il bilancio dello Stato, l’investimento nel sistema giustizia è un vestimento inferiore a quello che consentirebbe un servizio attento e tempestivo.
Si dice che il ricorso in appello sia utilizzato molto spesso per fini dilatori. Ma molti non vogliono toccare questo diritto fondamentale nel nostro ordinamento. Come si può risolvere la situazione?
Io penso che il problema sia quello strutturale, di adeguare le norme processuali alla realtà attuale e agli strumenti di cui disponiamo, ma in maniera fisiologica. Io non sono mai stato un grande sostenitore dei riti speciali, perché il rito speciale è la confessione della poca funzionalità del rito ordinario. Quindi serve una riforma vera del sistema giudiziario, in cui vengano snelliti i procedimenti, vengano contingentati i tempi e ci sia quindi una efficienza della macchina nel complesso.
Il problema degli appelli, come i problemi dei ricorsi per cassazione, è un problema limitato. In Cassazione questo problema è stato molto contrastato, attraverso tutta una serie di filtri che sono stati posti sull’ammissibilità dei ricorsi, e filtri di questo genere si potrebbero applicare anche al secondo grado.
Però il punto è che se la giustizia funziona il numero degli appelli alla fine non attanaglia il sistema. Poi esistono sempre degli strumenti processuali che sono in grado di contrastare questo fenomeno, come la responsabilità aggravata per esercizio abusivo del diritto.
Il vecchio tema della seperazione della carriere fra giudice e pubblico ministero, di berlusconiana memoria, a che punto è?
Mi sembra che non ci siamo praticamente mossi. Ma secondo me non è un tema fondamentale: il problema è che coloro che svolgono la loro attività nel sistema di giustizia, dovrebbero concentrare le loro forze per ottenere dall’esterno le riforme che sono necessarie, più che fare discussioni di questo genere, che sono importanti ma non decisive.
Il problema della separazione delle funzioni è un problema rilevante, ma non è che si debbano fare delle battaglie di religione su queste cose. Le battaglie di religione si devono fare nei confronti di chi come legislatore deve accelerare la giustizia e renderla più giusta.
La magistratura è politicizzata?
Il problema va affrontato secondo me in altri termini, perché quando si parla in termini generali della politicizzazione della Giustizia, non si tiene conto di centinaia di giudici che fanno bene il proprio lavoro e di cui nessuno conosce il nome.
Certo che un certo tipo di “carrierismo” legato a questo problema esiste, questi tipi di fenomeni ci possono essere, però ripeto non vanno dimenticate le centinaia di giudici che tutti i giorni sono sulla loro poltrona, sono bravi, sono intelligenti e fanno per bene il loro dovere.
Quale è il sistema giuridico più efficiente nel mondo che dovrebbe essere preso a modello anche da noi?
Parliamo di sistemi totalmente diversi, così totalmente diversi che è difficile confrontarli. Gli americani e gli inglesi hanno un tipo di giustizia totalmente diversa dalla nostra.
La nostra è una giustizia più formale, più rituale, che ha un altro sistema di individuazione dei giudici, delle norme, della procedura. Viviamo in una società che ha regole diverse.
Io dico sempre che non è importante andare a vedere quali sono le “perfezioni” normative. Secondo me in questo momento bisogna dare efficienza al sistema, bisogna che il sistema sia efficiente per rispondere alle necessità dei cittadini che chiedono giustizia. Efficienza significa anche celerità, perchè per me il processo giusto è il processo veloce.
Facciamo il classico gioco della bacchetta magica, la prima cosa da risolvere?
Noi oggi abbiamo tutta una serie di misure e soluzioni tecnologiche e informatiche che potrebbero aiutare, ma i nostri codici non le contemplano. Abbiamo avuto tutta una serie di norme eccezionali per il Covid, ma anche queste non sono calate in un quadro normale, dove la norma del processo va avanti e la misura strumentale la segue di pari passo.
Improvvisamente abbiamo scoperto l’informatica per la giustizia, abbiamo pensato di portarlo avanti, ma non ci sono le norme processuali che ci stanno dietro. Qui ci vuole una riforma dei codici di procedura, molto semplificatoria, la semplificazione del processo è un elemento fondamentale.
Poi io sono anziano e ho imparato che ogni volta che vedo nella norma la parola “semplificazione”, sono sicuro di trovarci molte complicazioni.
Come si sceglie un buon avvocato?
E’ entrato in vigore in questi giorni il decreto sulla specializzazione degli avvocati, quindi ci sarà tutto un sistema, anche per gli avvocati, per individuare gli specialisti in base a determinati tipi di criteri, che sono criteri sia di studio che di prassi, molto selettivo. E gli avvocati specialisti hanno un obbligo di formazione continua, molto molto severo.
Questo per esempio consentirà di avere avvocati specializzati in determinate materie e questo certamente sarà un aiuto alla scelta.
Cosa chiederebbe con urgenza al Ministero della Giustizia?
Intanto l’adeguamento la copertura dei posti dei giudici e soprattutto della segreteria, che sono scoperti da molto tempo e minano la funzionalità. Secondo, che nel fare queste riforme del Codice di Procedura, che ormai sono indifferibili, ci si avvalga anche un po’ dell’esperienza degli avvocati che tutti i giorni sono in prima linea, e che qualche suggerimento possono dare.
Se dobbiamo fare una previsione da qui a 3 anni come potrebbe evolvere la situazione dell’Ordine degli avvocati?
Abbiamo dei nostri cavalli di battaglia, perchè riteniamo che gli ordini abbiano ancora la loro funzione. Io per esempio stavo per riuscire a costituire la scuola dell’avvocatura, per avere una casa di comune confronto dal punto di vista scientifico-didattico nei confronti dei tirocinanti, degli avvocati che devono fare formazione continua, degli specialisti.
Dobbiamo pensare che in Italia siamo 250.000 avvocati. Lei pensi che in Francia sono 25mila. La nostra proiezione, non è quella di regredire nel numero.
Lei mi ha chiesto come si fa a scegliere l’avvocato, io le chiedo come si fa a “qualificare” un avvocato? Noi dobbiamo lavorare per creare degli avvocati di qualità, che sappiano rispondere alle esigenze del pubblico e del cittadino. Chiunque va da un avvocato deve sapere che l’avvocato è in gradodi fare.
E dal punto di vista tecnico il professionista che vive la sua professione deve poterlo fare con libertà.
Il cittadino ha ancora dei motivi per fidarsi della giustizia?
La giustizia è un servizio ineliminabile. Diciamo che semmai avrei qualche motivo per diffidare della Giustizia. Secondo me bisogna far vedere al cittadino che la giustizia è efficiente, perchè abbiamo bisogno di efficienza, di accorciare i tempi, di avere più giudici preparati che riescano a dare sfogo alle esigenze di giustizia in tempi ragionevoli.
Ad esempio, oggi il giudice amministrativo, per una serie di ragioni che non stiamo a dettagliare, ha oggi una risposta più rapida rispetto ad altri settori della Giustizia. Questo è un fatto positivo, che va allargato ad altri aspetti.
La battaglia di Idistaviso rappresentò la vendetta di Roma dopo l’imboscata di Teutoburgo, uno schiaffo morale devastante per l’esercito romano: uno scontro nel quale subì la perdita di ben tre legioni.
L’importanza di vendicare Teutoburgo
A prescindere dalla perdita di per sé stessa è importante comprendere una cosa: dopo Teutoburgo Roma non poteva permettere che le tribù germaniche creassero una coalizione per invadere l’Impero né che i Galli potessero, galvanizzati dalla notizia, meditare di ribellarsi. I romani si trovarono quindi con la necessità di tenere le province sempre sotto controllo.
Allo stesso tempo si riteneva necessario vendicare l’onore dell’esercito Romano e stabilire sul Reno sul un confine sicuro per tutta la popolazione e per tutti i cittadini. Per questi motivi venne incaricato Germanico, un giovane e valente generale, di compiere una campagna di vendetta contro lo smacco e contro l’imboscata di Teutoburgo.
Germanico ovviamente non si comportò come il suo predecessore ma in maniera molto più organizzata: l’esercito romano venne guidato con intelligenza, rimase sempre in assetto da guerra e venne diviso in più colonne in modo da non essere totalmente vulnerabile in caso d’imboscata.
Germanico poteva inoltre contare sull’aiuto di Cecina, militare con 40 anni di carriera alle spalle.
Dopo i primi anni e dopo le prime vittorie, Germanico organizzò una spedizione con delle navi e passando per il fiume Veser decise di combattere direttamente con Arminio, dando vita a quella che può essere definita una vera propria resa dei conti.
La battaglia di Idistaviso e l’intelligenza di Germanico
Nella battaglia di Idistaviso ebbe un ruolo basilare il fiume stesso. I Germani andarono in avanscoperta dei posizionandosi davanti al fiume alla vista dei Romani per impedirgli di attraversare e ovviamente di dispiegarsi con tranquillità.
Germanico, che si trovava dall’altro lato del fiume decise di utilizzare una tattica abbastanza semplice: divise la sua cavalleria in due colonne, in modo da dividere il rischio di essere colpito, rendendo impossibile agli avversari di colpire la cavalleria in un punto unico.
Questa avanscoperta ovviamente costrinse i Germani a dividere le loro forze e a lasciare dietro il resto dell’esercito. La battaglia iniziò nel momento in cui il Vicario Valdo dei Batavi, alleato dei romani, decise di lanciarsi all’inseguimento dei cherusci: una mossa poco furba che si risolse con una intelligente imboscata da parte dei Germani e l’invio della cavalleria di Stertinio ed Emilio in soccorso.
Situazione opposta ebbe invece luogo con le avanguardie romane, che riuscirono con facilità a scacciare l’esercito delle tribù e a costruire il proprio accampamento di fronte alla piana di Idistaviso.
Germanico, tra l’altro, mostrò in questo caso di saper utilizzare in modo corretto il proprio servizio di “intelligence”: grazie a un disertore venne infatti a sapere che i germani erano intenzionati ad attaccare il campo di notte.
Decise quindi di posizionare i propri soldati in assetto da guerra lungo le palizzate: al momento dell’attacco i nemici si resero immediatamente conto che l’effetto sorpresa era sfumato e decisero di ritirarsi per combattere la battaglia l’indomani.
Nella zona dove si svolse la resa dei conti finale ebbe un ruolo importante anche la disposizione degli eserciti: i Germani schierarono una prima linea di arcieri frombolieri pronti ad attaccare con la tecnica della schermaglia e quindi con i dardi da una parte, mentre dall’altra vi erano Arminio e i cherusci che, sempre sfruttando il discorso dell’imboscata e quindi della protezione offerta dalla vegetazione, erano intenzionati sbucare nel momento più opportuno.
Ancora una volta è importante ricordare che in questo caso il loro nemico era Germanico, un generale veramente talentuoso che dispose l’esercito in maniera veramente intelligente.
In prima fila posizionò gli ausiliari, abili con le frecce ma anche con i combattimenti terrestri: subito dietro a controbilanciare posizionò una fila di arcieri appiedati seguiti dalle legioni. La cavalleria, che di norma veniva posizionata sui lati, venne invece schierata dietro ai legionari a formare una specie di “sandwich” che consentì alle truppe romane di essere più protette ma allo stesso tempo di avere facilità e velocità di spostamento.
Germanico invece si posizionò al centro in mezzo alle sue coorti pretoriane poste alla sua destra e alla sinistra con delle coorti alleate di arcieri a cavallo e frombolieri che posizionati anche qui all’indietro dimostrarono che Germanico prevedeva ed era attento a un eventuale attacco alle spalle.
Ecco quindi che nel momento in cui i Germanici e Arminio e i cherusci attaccarono, la cavalleria di Emilio e la cavalleria di Stertinio furono in grado di eseguire con velocità una semplice conversione e attaccando il nemico su più lati riuscirono a farlo battere in ritirata.
Battaglia del Vallo Agrivariano
La battaglia però non era ancora finita: dopo la prima sconfitta nella piana di Idistaviso Arminio si riorganizzò arruolando tutti i soldati possibili per combattere e attaccare per la seconda volta i romani tentando un’imboscata ai danni di Germanico. Questa seconda parte degli scontri è conosciuta come la battaglia del Vallo Angrivariano. I soldati romani uscirono dalla Piana.
Arminio voleva stringere Germanico in una morsa e organizzare una imboscata terribile: Germanico, venuto a conoscenza del piano, si dispose in modo davvero innovativo ed efficace. Piazzò al centro tutta la sua cavalleria che essendo la parte più mobile e ovviamente in grado di reagire più velocemente aveva in questo modo ampio spazio di manovra e partì all’assedio del vallo dietro il quale i nemici erano impegnati a lanciare oggetti di qualsiasi tipo per contrastare i romani.
Una terza parte del suo esercito doveva invece muoversi attraverso le foreste per sopraggiungere e combattere il corpo centrale degli avversari.
Il vero fulcro della battaglia però divenne ben presto il vallo, che ben costruito, rischiava di mietere moltissime vittime tra i romani. Nonostante lo svantaggio, Germanico riuscì a rimanere freddo e lucido fino a sfondare il vallo con grande dispiego di forze. La conformazione territoriale decise per i due generali la modalità di lotta: i Germani per via delle paludi e i Romani per via del fiume non ebbero altra scelta che fronteggiarsi frontalmente fino alla vittoria di uno dei due.
Fu Roma ad avere la meglio grazie alla sua organizzazione professionale, portando Germanico a vincere così la battaglia di Idistaviso assicurandosi un confine naturale che resisterà per 400 anni. Quel che è importante comprendere per ciò che concerne Roma e la Germania è che pur non assoggettandola o averne bisogno, i romani saranno in grado di sfruttarla per ogni loro necessità, in ogni momento.
La XII tavole erano una serie di leggi che stavano alla base del diritto romano. Esposte nel foro, le dodici tavole enunciavano con precisione diritti e doveri del cittadino Romano.
La loro formulazione fu il risultato di una ribellione da parte della classe plebea, che fino a quel momento era stata sistematicamente esclusa dai maggiori benefici della repubblica romana. Le leggi precedentemente non erano scritte ed erano interpretate esclusivamente da sacerdoti delle classi superiori, i pontefici.
Le dodici tavole sono invece una testimonianza scritta e un codice, sebbene gli studiosi moderni considerino questo solamente come una bozza di legislazione. Le tabelle contengono alcune sequenze di diritti e procedure private da seguirsi nei più comuni casi di contesa.
La formulazione delle Dodici Tavole
Secondo i romani, le dodici tavole della società romana sarebbero nate come risultato della lunga lotta sociale tra patrizi e plebei.
Dopo l’espulsione dell’ultimo re di Roma, Tarquinio Superbo , la Repubblica era governata da una gerarchia di magistrati. Inizialmente, solo i patrizi potevano diventare magistrati e questo limite era fonte di malcontento per i plebei.
I plebei avviarono dunque nel 494 a.C una ribellione nota come “Secessione dell’Aventino”. La tradizione sosteneva che una delle più importanti concessioni ottenute in questa lotta di classe fu l’istituzione delle Dodici Tavole , che stabilivano i diritti fondamentali per tutti i cittadini romani.
Intorno al 450 a.C, vennero designati dieci uomini, o decemviri, per redigere le prime dieci tabelle. Secondo Livio, i romani inviarono un’ambasciata in Grecia per studiare il sistema legislativo di Atene , noto come Costituzione di Solone, che ebbe un ruolo di modello per la creazione delle leggi.
Il contenuto delle dodici tavole
Le Dodici Tavole sono spesso citate come fondamento del diritto romano antico. Le Dodici Tavole fornirono una prima definizione di alcuni concetti chiave come giustizia , uguaglianza e punizione. Queste antiche leggi fornivano protezione sociale e diritti civili sia ai patrizi che ai plebei.
Sebbene le leggi presentassero gravi mancanze che richiesero al più presto una riforma, le Dodici Tavole allentarono la tensione civile e la violenza tra plebei e patrizi.
Anche le Dodici Tavole hanno fortemente influenzato e sono citate nei successivi testi di leggi romane, in particolare nel Digesto di Giustiniano I.
Le Dodici Tavole non esistono più: sebbene siano rimaste una fonte importante per tutta la Repubblica, divennero gradualmente obsolete, mantenendo alla fine solo un interesse storico.
Le tavolette originali potrebbero essere state distrutte quando i Galli di Brenno bruciarono Roma nel 387 aC.
Quello che abbiamo oggi sono brevi estratti e citazioni di queste leggi realizzate da altri autori. Sono scritti in un latino arcaico: non è possibile determinare se i frammenti citati conservino accuratamente la forma originale. Alcuni studiosi sostengono che il testo sia stato scritto in forma semplificata di modo che i plebei potessero memorizzare più facilmente le leggi, poiché l’alfabetizzazione del periodo arcaico romano era estremamente bassa.
Come la maggior parte degli altri primi codici di diritto, erano in gran parte procedurali , combinando sanzioni severe con forme procedurali altrettanto rigorose.
"Utilizziamo i cookie per personalizzare contenuti ed annunci, per fornire funzionalità dei social media e per analizzare il nostro traffico. Condividiamo inoltre informazioni sul modo in cui utilizza il nostro sito con i nostri partner che si occupano di analisi dei dati web, pubblicità e social media, i quali potrebbero combinarle con altre informazioni che ha fornito loro o che hanno raccolto dal suo utilizzo dei loro servizi.
Cliccando su “Accetta tutti”, acconsenti all'uso di tutti i cookie. Cliccando su “Rifiuta”, continui la navigazione senza i cookie ad eccezione di quelli tecnici. Per maggiori informazioni o per personalizzare le tue preferenze, clicca su “Gestisci preferenze”."
Questo sito web utilizza i cookie.
I siti web utilizzano i cookie per migliorare le funzionalità e personalizzare la tua esperienza. Puoi gestire le tue preferenze, ma tieni presente che bloccare alcuni tipi di cookie potrebbe avere un impatto sulle prestazioni del sito e sui servizi offerti.
I cookie tecnici permettono le funzionalità di base e sono necessari per il corretto funzionamento del sito web
Name
Description
Duration
Cookie Preferences
This cookie is used to store the user's cookie consent preferences.
30 days
Per maggiori informazioni, consulta la nostra https://scriptamanentitalia.it/privacy-cookie/