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Cos’è il G20 – Forum dei Paesi industrializzati

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Il G20 o Gruppo dei Venti è un forum intergovernativo che comprende 19 paesi e l’Unione Europea (UE). Lavora per affrontare le principali questioni relative all’economia globale, come la stabilità finanziaria internazionale, la mitigazione del cambiamento climatico e lo sviluppo sostenibile.

Il G20 è composto dalla maggior parte delle maggiori economie mondiali, comprese le nazioni industrializzate e in via di sviluppo, e rappresenta circa l’80% del prodotto mondiale lordo (GWP), il 77% del commercio internazionale, due terzi della popolazione mondiale, e circa la metà della superficie terrestre mondiale.

Il G20 è stato fondato nel 1999 in risposta a diverse crisi economiche mondiali. Dal 2008 si riunisce almeno una volta all’anno, con vertici che coinvolgono il capo di governo o di stato di ciascun membro, o il ministro delle finanze, o il ministro degli esteri, e altri funzionari di alto rango. L’UE è rappresentata dalla Commissione Europea e dalla Banca Centrale Europea. Altri paesi, organizzazioni internazionali e organizzazioni non governative sono invitati a partecipare ai vertici, alcuni su base permanente.

Al vertice del 2009, il G20 si è dichiarato la sede principale della cooperazione economica e finanziaria internazionale. La statura del gruppo è cresciuta nel decennio successivo, ed è riconosciuto dagli analisti come punto per esercitare una notevole influenza globale. I vertici sono spesso accolti da proteste, in particolare da parte di gruppi anti-globalizzazione.

Fondazione del G20

Il G20 è l’ultima di una serie di iniziative del secondo dopoguerra volte al coordinamento internazionale della politica economica, che comprendono istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, e quello che oggi è l’Organizzazione mondiale del commercio.

Il G20 è stato prefigurato al vertice del G7 di Colonia nel giugno 1999 e formalmente istituito alla riunione dei ministri delle finanze del G7 il 26 settembre 1999 con una riunione inaugurale il 15-16 dicembre 1999 a Berlino. Il ministro delle finanze canadese Paul Martin è stato scelto come primo presidente e il ministro delle finanze tedesco Hans Eichel ha ospitato l’incontro inaugurale.

La Germania e gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo chiave nel realizzare la loro visione.

Paul Martin e il Segretario al Tesoro americano Larry Summers hanno concepito il G20 in risposta alla serie di massicce crisi finanziarie che si erano diffuse nei mercati emergenti alla fine degli anni ’90, a partire dalla crisi del peso messicano e seguita dalla crisi finanziaria asiatica del 1997, dalla crisi finanziaria russa del 1998 che ha avuto un impatto sugli Stati Uniti, soprattutto nella forma del crollo dell’importante hedge fund Long-Term Capital Management nell’autunno del 1998. Ha illustrato loro che in un mondo in rapida globalizzazione, il G7, G8 e il sistema di Bretton Woods non sarebbe in grado di fornire stabilità finanziaria e concepirono un nuovo e più ampio gruppo permanente di grandi economie mondiali che dessero voce e nuove responsabilità nel fornirla.

I primi obiettivi

L’obiettivo principale del G20 è stato il governo dell’economia globale. I temi del vertice sono variati di anno in anno. Il tema della riunione ministeriale del G20 del 2006 è stato “Costruire e sostenere la prosperità”. Le questioni discusse includevano le riforme interne per ottenere una “crescita sostenuta”, i mercati globali dell’energia e delle materie prime, la riforma della Banca mondiale e del FMI e l’impatto dei cambiamenti demografici dovuti all’invecchiamento della popolazione mondiale.

Nel 2007, il Sudafrica ha ospitato il segretariato con Trevor A. Manuel, ministro delle finanze sudafricano come presidente del G20.

Nel 2008 Guido Mantega, ministro delle Finanze del Brasile, è stato presidente del G20 e ha proposto il dialogo sulla concorrenza nei mercati finanziari, l’energia pulita, lo sviluppo economico e gli elementi fiscali di crescita e sviluppo.

L’11 ottobre 2008, dopo una riunione dei ministri delle finanze del G7, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha dichiarato che il prossimo incontro del G20 sarebbe stato importante per trovare soluzioni alla crisi economica in piena espansione del 2008.

Gli argomenti degli ultimi G20

Nel marzo 2014, l’ex ministro degli esteri australiano Julie Bishop, quando l’Australia ospitava il vertice del G20 del 2014 a Brisbane, ha proposto di bandire la Russia dal vertice per l’ annessione della Crimea ucraina. I ministri degli Esteri BRICS hanno poi ricordato a Bishop che “la custodia del G20 appartiene a tutti gli Stati membri in egual modo e nessuno Stato membro può determinarne unilateralmente la natura e il carattere”.

Nel 2016, il G20 ha inquadrato il suo impegno per l’Agenda 2030 (Obiettivi di sviluppo sostenibile) in tre temi chiave, la promozione di una forte crescita sostenibile ed equilibrata, protezione del pianeta dal degrado e promuovere la cooperazione con i paesi a basso reddito e in via di sviluppo. Al vertice del G20 a Hangzhou, i membri hanno concordato un piano d’azione e hanno pubblicato un documento sui principi di alto livello ai paesi membri per aiutare a facilitare l’attuazione dell’agenda.

Il Giappone ha ospitato il vertice del 2019 , [31] Il vertice del 2020 doveva tenersi in Arabia Saudita, [32] ma si è tenuto invece virtualmente dal 21 al 22 novembre 2020 a causa della pandemia di COVID-19 sotto la presidenza dell’Arabia Saudita . Vertice del G20 di Roma 2021 che si è tenuto a Roma , capitale d’ Italia , dal 30 al 31 ottobre 2021.

Rotazione della Presidenza

Per decidere quale nazione membro può presiedere la riunione dei leader del G20 per un dato anno, tutti i membri, eccetto l’Unione Europea, sono assegnati a uno di cinque diversi gruppi, tutti tranne uno con quattro membri, uno ne ha tre. Le nazioni della stessa regione sono collocate nello stesso gruppo, ad eccezione del Gruppo 1 e del Gruppo 2. Tutti i paesi all’interno di un gruppo possono assumere la presidenza del G20 quando tocca al proprio gruppo. Pertanto, gli stati all’interno del gruppo pertinente devono negoziare tra loro per selezionare il prossimo presidente del G20. Ogni anno, un diverso Paese membro del G20 assume la presidenza a partire dal 1° dicembre fino al 30 novembre. Questo sistema è in vigore dal 2010, quando la Corea del Sud, che fa parte del Gruppo 5, deteneva la presidenza del G20.

Organizzazione

Il G20 opera senza un segretariato o personale permanente. Il presidente del gruppo ruota ogni anno tra i membri ed è selezionato da un diverso raggruppamento regionale di paesi. Il presidente in carica istituisce un segretariato temporaneo per la durata del suo mandato, che coordina i lavori del gruppo e ne organizza le riunioni. La presidenza del 2019 è stata del Giappone, che ha ospitato il vertice del 2019 a Osaka . Il vertice del 2021 si è svolto in Italia. L’attuale presidente è detenuto dall’Indonesia. I vertici del 2023 e del 2024 saranno ospitati rispettivamente dall’India e dal Brasile.

Membri del G20

Nel 2022, ci sono 20 membri nel gruppo: Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Corea del Sud, Giappone, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sud Africa, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti e Unione Europea. Spagna, Le Nazioni Unite, la Banca Mondiale, l’Unione Africana, l’ASEAN e altre organizzazioni sono ospiti permanenti.

Tra i rappresentanti, ai vertici, i leader di diciannove paesi e dell’Unione europea e, alle riunioni a livello ministeriale, i ministri delle finanze ei governatori delle banche centrali di diciannove paesi e dell’Unione europea.

Inoltre, ogni anno, gli ospiti del G20 includono la Spagna, il presidente dell’ASEAN, due paesi africani e un paese (a volte più di uno) invitato dalla presidenza, di solito della propria regione.

Ruolo dei paesi asiatici

Un rapporto del 2011 pubblicato dalla Banca asiatica di sviluppo (ADB) prevedeva che le grandi economie asiatiche come Cina e India avrebbero svolto un ruolo più importante nella governance economica globale in futuro. Il rapporto affermava che l’ascesa delle economie di mercato emergenti annunciava un nuovo ordine mondiale, in cui il G20 sarebbe diventato il comitato direttivo dell’economia globale. L’ADB ha inoltre osservato che i paesi asiatici avevano guidato la ripresa globale dopo la recessione della fine degli anni 2000. Prevedeva che la regione avrebbe avuto una maggiore presenza sulla scena mondiale, dando forma all’agenda del G20 per una crescita equilibrata e sostenibile attraverso il rafforzamento del commercio intraregionale e stimolando la domanda interna.

Agenda del G20

Focus finanziario
L’agenda iniziale del G20, come concepita dai responsabili politici statunitensi, canadesi e tedeschi, era molto incentrata sulla sostenibilità del debito sovrano e sulla stabilità finanziaria globale, in un formato inclusivo che avrebbe coinvolto le maggiori economie in via di sviluppo come partner alla pari. Durante un vertice nel novembre 2008, i leader del gruppo si sono impegnati a contribuire con migliaia di miliardi alle organizzazioni finanziarie internazionali, tra cui la Banca mondiale e il FMI, principalmente per ristabilire il sistema finanziario globale.

Fin dall’inizio, i temi ricorrenti trattati dai partecipanti al vertice del G20 sono stati prioritariamente legati alla crescita economica globale, al commercio internazionale e alla regolamentazione dei mercati finanziari.

Crescita inclusiva
I paesi del G20 rappresentano quasi il 75% delle emissioni globali di carbonio. Dopo l’adozione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e dell’Accordo di Parigi sul clima nel 2015, all’agenda del G20 sono state aggiunte altre “questioni di importanza globale”: migrazione, digitalizzazione, occupazione, assistenza sanitaria, emancipazione delle donne e aiuto allo sviluppo. Nonostante le promesse, le nazioni del G20 hanno sovvenzionato le società di combustibili fossili per oltre 3,3 trilioni di dollari tra il 2015 e il 2021.

Temi correlati
Wolfgang Schäuble, ex ministro federale delle finanze tedesco, ha insistito sulla natura interconnessa delle questioni che devono affrontare le nazioni del G20, siano esse puramente finanziarie o di sviluppo, e sulla necessità di raggiungere misure politiche efficaci e trasversali: “La globalizzazione ha sollevato centinaia di milioni di persone povertà, ma c’è anche un crescente aumento della frustrazione in alcuni ambienti lo sviluppo, la sicurezza nazionale e la migrazione sono tutti interconnessi”.

La battaglia di Trafalgar (1805). Horatio Nelson sconfigge i francesi

La battaglia di Trafalgar (21 ottobre 1805) è stato uno scontro navale tra la flotta dell’ammiraglio britannico Horatio Nelson e l’ammiraglio francese Pierre de Villeneuve vicino a capo Trafalgar, nei pressi di Gibilterra, durante le guerre napoleoniche.

Lo scontro terminò con una netta vittoria di Nelson, che sconfisse i francesi grazie ad una tattica altamente innovativa e audace. Il trionfo inglese nella battaglia di Trafalgar segnò il definitivo tracollo del progetto Napoleonico di invasione della Gran Bretagna e consegnò all’Inghilterra la superiorità assoluta sui mari, almeno fino alla prima guerra mondiale.

La battaglia di Trafalgar: il blocco navale ai danni dei porti francesi

Nel 1803, nell’ambito della terza coalizione anti Napoleonica, la rivalità tra Regno Unito e Francia ricominciò più forte di prima. Il Regno Unito basò la propria strategia militare sul blocco navale ai danni della Francia.

In particolare, l’ammiraglio e Marchese Charles Cornwallis bloccò la flotta di Antoine Ganteaume nel porto di Brest, nella zona della Bretagna.  Contemporaneamente, l’ammiraglio Horatio Nelson eseguì un’azione simile ai danni di Pierre de Villeneuve,  che venne imbottigliato nel porto di Tolone.

Nelson aveva intenzione di fermare le navi nemiche continuando a provocarle, per raggiungere una battaglia navale decisiva che desiderava da tempo.

Nel 1804, la situazione ebbe una evoluzione. La Spagna, preoccupata per la concorrenza che il Regno Unito faceva al proprio Impero coloniale, decise di allearsi con la Francia contro l’Inghilterra, moltiplicando le forze militari a disposizione degli ammiragli di Napoleone.

La battaglia di Trafalgar: il piano di Napoleone

Napoleone, impegnato sul continente contro gli austriaci, elaborò un complesso piano per eliminare i blocchi britannici ed invadere il Regno Unito. I progetti di Napoleone prevedevano un attacco a sorpresa da parte di Ganteaume, che avrebbe dovuto forzare il blocco imposto da Cornwallis, per recarsi nelle Indie occidentali, odierno Mar dei Caraibi, e attaccare le colonie inglesi. Anche Villeneuve avrebbe dovuto bucare le difese di Nelson e muovere le sue navi da guerra verso i Caraibi, unendo le sue forze a quelle di Ganteaume.

In questo modo, Napoleone mirava a distrarre la marina militare Britannica in un teatro di guerra lontano dall’Europa.  Dopo i combattimenti, che sarebbero dovuti durare per un paio di mesi, i suoi due ammiragli avrebbero dovuto fare immediato ritorno in Francia, per liberare definitivamente i porti di Brest e di Tolone e passare repentinamente nello stretto della Manica, per attuare l’invasione diretta della Gran Bretagna. Nel frattempo Napoleone radunò 161 mila soldati sulla costa della Manica, pronti per essere imbarcati.

La battaglia di Trafalgar: Nelson all’inseguimento di Villeneuve

In realtà, la strategia di Napoleone sia avverò solo in parte: Ganteaume non fu infatti in grado di superare il blocco imposto da Cornwallis e rimase ancorato nel porto di Brest

Villeneuve riuscì invece, in un momento in cui Nelson non era personalmente al comando delle navi, ad evadere e a raggiungere i Caraibi. Informato dei fatti, Nelson si mise immediatamente all’inseguimento di Villeneuve. 

Ma il viceammiraglio inglese riteneva, come accaduto altre volte in passato, che le forze francesi si sarebbero dirette verso l’Egitto, allora colonia britannica. Nelson decise allora di muovere le sue navi verso il paese nordafricano e si mise alla forsennata ricerca di Villeneuve, senza tuttavia trovarlo.

Dopo alcune settimane, Nelson ricevette un dispaccio dai servizi segreti britannici, che lo informavano che Villeneuve era scappato ai Caraibi e precisamente a Trinidad. Così, le navi inglesi fecero rotta verso le Indie occidentali, ma Nelson non riuscì ad individuare Villeneuve e continuò nei giorni successivi a cercarlo invano nelle isole vicine.

Cercando di attuare al meglio il piano di Napoleone, e senza essersi mai incontrato con Nelson, Villeneuve fece ritorno in Francia, tentando di liberare il porto di Brest. Tuttavia, Cornwallis fu adeguatamente informato del suo arrivo e unì le sue forze a quelle dell’ammiraglio Robert Calder, le cui navi erano di stanza a Ferrol, in Spagna. Insieme, i due furono in grado di bloccare lo stretto della Manica per impedire ogni attacco diretto alla Gran Bretagna.

Nell’agosto del 1804, Nelson fece ritorno in Gran Bretagna, acclamato come un grande patriota, ed organizzò una nuova flotta per affrontare definitivamente l’avversario francese. A bordo della HMS Victory, Nelson si mise nuovamente all’inseguimento di Villeneuve.

Nel frattempo, sul versante francese, nonostante Napoleone avesse dato ordine a Villeneuve di eseguire un nuovo tentativo di liberare il porto di Brest, l’ammiraglio temette che gli inglesi fossero pericolosamente vicini e decise di spostarsi verso Cadice, in Spagna. 

Napoleone diede allora ordine a Villeneuve di fare rotta verso il Regno di Napoli, per incrementare la sua flotta e prepararsi allo scontro diretto.

Ma Horatio Nelson, consapevole che lo scorrere del tempo avrebbe permesso a Villeneuve di incrementare la sua flotta, iniziò ad inseguirlo. Così, nei pressi di Cadice, le navi di Villeneuve vennero confuse dalla nebbia e dai venti, fino a ritrovarsi, abbastanza sparpagliate, presso capo Trafalgar, vicino allo Stretto di Gibilterra,  dove avvenne lo scontro decisivo.

La battaglia di Trafalgar. Le forze in campo: quantità contro qualità

Per la compagine inglese, l’ammiraglio Horatio Nelson sulla “Victory” poteva contare su 27 Vascelli, 6 fregate e un totale di 17000 marinai. Gli uomini a sua disposizione erano decisamente ridotti rispetto alla coalizione franco-spagnola, ma erano di maggiore qualità ed addestramento, e nutrivano una fiducia cieca nel loro ammiraglio.

Il viceammiraglio inglese, Horatio Nelson

I francesi, guidati da Villeneuve sulla nave ammiraglia “Bucentaure“, avevano 18 Vascelli e 7 fregate, mentre gli spagnoli, guidati dal Generale Federico Gravina, originario di Napoli e naturalizzato spagnolo, avevano 15 vascelli. 

La coalizione franco-spagnola aveva ben 30 mila uomini, una quantità maggiore rispetto agli inglesi, ma i marinai della coalizione non avevano avuto l’adeguato tempo per prepararsi ed addestrarsi, e gli ufficiali molto spesso erano una sorta di rimpiazzo, visto che le migliori menti militari erano impegnate con Napoleone sulla terraferma.

La battaglia di Trafalgar: il piano di battaglia di Horatio Nelson

I francesi di Villeneuve decisero di disporsi in una classica formazione a mezzaluna, che aveva il vantaggio di essere maggiormente controllabile e di poter inviare e ricevere con semplicità segnalazioni da una nave all’altra.  In questa situazione, come accadeva nella gran parte delle battaglie navali del tempo, ogni nave sceglieva la sua diretta avversaria e partiva un combattimento a distanza di artiglieria: la formazione che sarebbe stata capace di abbattere il maggior numero di navi nemiche avrebbe vinto lo scontro.

Se Nelson avesse scelto lo stesso schieramento, seguendo le regole delle battaglie navali del tempo, i francesi avrebbero potuto disimpegnarsi od allontanarsi, rimandando lo scontro, cosa che Nelson voleva evitare a tutti i costi. 

Per questo motivo, scelse di modificare radicalmente la formazione delle sue navi, in maniera particolarmente innovativa ed audace. Decise infatti di costituire una prima colonna, guidata da lui stesso, che avrebbe dovuto attaccare perpendicolarmente il centro della mezzaluna francese. Una seconda colonna più a sud e parallela, guidata dall’ammiraglio Cuthbert Collingwood, a bordo della Royal Sovereign, avrebbe dovuto attaccare lo schieramento nemico più a meridione.

Questa formazione aveva una serie di vantaggi: innanzitutto i vascelli francesi avrebbero potuto sparare da un solo lato,  mentre le due colonne inglesi, per la loro posizione, avrebbero potuto usare l’artiglieria da entrambi i bordi delle navi, con una cadenza di fuoco doppia. Inoltre, in questo modo, Nelson sarebbe arrivato subito allo scontro e alla mischia con i francesi, dove sapeva di essere nettamente superiore.

La tattica innovativa di Horatio Nelson contro Villeneuve

Altro vantaggio era rappresentato dal fatto che le navi francesi posizionate a nord della mezzaluna sarebbero state sostanzialmente lontane dallo scontro e avrebbero dovuto percorrere un lungo tragitto per raggiungere il fulcro della battaglia e fornire supporto agli alleati.

Questa disposizione aveva anche un punto debole:  le navi in testa alle due colonne, in fase di avvicinamento, sarebbero state bersagliate da un fuoco incrociato. Per cercare di ovviare a questo pericolo, Nelson fece dispiegare tutte le vele disponibili per aumentare la velocità delle due colonne e rimanere il minor tempo necessario sotto il tiro francese.

Un differenza psicologica importante fu nell’atteggiamento dei due generali. Nelson era particolarmente sicuro del suo piano, ma diede istruzioni ai suoi ufficiali affinché valutassero autonomamente la situazione e fossero pronti ad adattare i loro movimenti agli accadimenti, senza bisogno della sua approvazione. Con questa libertà, le colonne inglesi erano in grado di gestire anche agli imprevisti. 

Villeneuve era invece particolarmente scoraggiato, e sebbene avesse intuito che la tattica di attacco di Nelson sarebbe stata differente dal solito, era consapevole di avere un esercito dalla qualità minore e temeva di perdere la presa sui suoi uomini. Per questo motivo, scelse la classica formazione a mezzaluna, che era la più semplice da tenere sotto controllo.

Alle ore 11:30 del 21 ottobre 1805, Nelson diede il comando di attaccare e fece diramare agli equipaggi un messaggio con una frase entrata nella storia: “L’Inghilterra si aspetta che ogni uomo faccia il suo dovere”.

La battaglia di Trafalgar: lo svolgimento

Le due colonne inglesi attaccarono al massimo della velocità la mezzaluna francese. Purtroppo per Nelson, quella mattina il vento era poco, e le navi non riuscirono ad essere veloci quanto avrebbe voluto . Per questo motivo, la Victory e la Royal Sovereign subirono un pesante fuoco incrociato francese. 

Nonostante questo, le navi britanniche resistettero ed entrarono in collisione con la formazione avversaria. Si scatenò quindi un combattimento ravvicinato di 5 ore, dove ogni nave lottava contro quella vicina. Effettivamente, le navi britanniche erano più maneggevoli e meglio governabili rispetto a quelle francesi, che si ritrovarono da subito in difficoltà. 

Come previsto da Nelson, le avanguardie francesi, nella porzione settentrionale della mezzaluna, furono messe completamente fuori gioco, mentre mano mano che le navi delle colonne britanniche si aggiungevano alla mischia la situazione volgeva a favore degli inglesi.

Il ferimento di Nelson e la vittoria britannica

Nel bel mezzo della battaglia, la Victory venne avvicinata dalla Redoutable, dotata di un cospicuo corpo di fanteria. La nave francese cercò di abbordare l’ammiraglia britannica, in un combattimento nave contro nave particolarmente duro.  

Ma ad un certo punto, un fante francese decise di salire sulla cima di mezzaluna e puntò il proprio moschetto direttamente contro Nelson. Sparato il colpo, questo raggiunse Nelson alla spalla sinistra, si insinuò fra le vertebre e perforò il polmone sinistro. Nelson, capendo immediatamente la gravità della ferita gridò: “Ci sono riusciti, sono morto!” 

Gli uomini afferrarono immediatamente Nelson e lo portarono sotto coperta, ma l’ammiraglio agonizzante diede ordine di non ammainare la vela della nave per non destabilizzare i suoi uomini.

Nonostante l’uscita di scena di Nelson, le navi britanniche ebbero la meglio su quelle francesi. Alle 14 di quello stesso giorno, l’ammiraglia francese, la Bucentaure, venne accerchiata, prima dalla Victory e dalla Temeraire, e poi dalla Neptune, dalla Leviatane e dalla Conqueror. Villeneuve, circondato da ogni parte, si arrese.

La morte dell’ammiraglio Nelson

La morte dell’ammiraglio Horatio Nelson

Nelson fece in tempo a sapere della vittoria della propria flotta. Tuttavia le forze lo stavano abbandonando minuto per minuto: diede ordine, in previsione di un’imminente tempesta, di ancorare le navi per non farle finire in secca. Dopodiché, il suo infermiere, William Beatty, lo sentì pregare, pronunciando le parole: “Grazie a Dio ho fatto il mio dovere”.

Infine, il cappellano Alexander Scott ascoltò gli ultimi mormorii di Nelson, che nell’agonia recitava qualcosa relativamente a Dio e al suo paese. Poi, alle 16:30, Horatio Nelson morì. Il suo corpo venne conservato in un barile di brandy, per essere riportato in patria.

La missione di recupero delle navi Franco spagnole

Dopo la sconfitta di Trafalgar, la flotta franco-spagnola era praticamente distrutta. L’ammiraglio Gravina, ferito durante i combattimenti, morì qualche settimana dopo la battaglia e lasciò il suo comando a Julien Cosmao. 

Quest’ultimo maturò l’idea di recuperare alcune imbarcazioni francesi e spagnole. Seppur con una flotta disastrata cercò così di avvicinarsi nuovamente alle navi britanniche. 

L’ammiraglio Collingwood, che aveva preso il comando dopo la morte di Nelson, si preparò allo scontro. 

Entrambe le linee, una di fronte all’altra, si resero conto della precaria situazione delle navi e decisero di non utilizzare l’artiglieria. La coalizione franco-spagnola cercò, nel bel mezzo di una terribile tempesta, di recuperare qualcuno dei loro vascelli. Il combattimento fu duro e spietato, ed estremamente frustrante: alcune navi francesi e spagnole vennero recuperate ma al costo di altre perdite. 

Seppur ininfluente per le sorti della guerra, questo disperato tentativo di recupero mise gravemente alla prova gli uomini britannici, francesi e spagnoli, tanto che Collingwood, al termine dello scontro, scrisse all’ammiragliato inglese spiegando che “avrebbe preferito un’altra battaglia di Trafalgar, piuttosto che passare un’altra settimana così dura.”

La rinuncia all’invasione della Gran Bretagna

La battaglia di Trafalgar rappresentò una delle più grandi vittorie nella storia della Royal Navy britannica: la superiorità delle navi inglesi nel mare non venne più messa in discussione dai Francesi almeno fino alla prima guerra mondiale, che non osarono più accettare un combattimento in mare aperto. 

Sul fronte francese, Villeneuve cadde in una profonda depressione: catturato dai britannici, gli venne permesso di rientrare in Francia sotto sorveglianza. Venne tuttavia ritrovato in una trattoria con sei colpi di coltello al petto: ufficialmente il fatto venne classificato come suicidio, forse per non dover rendere conto direttamente a Napoleone. 

Napoleone, che si trovava in quella momento in Austria impegnato nella battaglia di Ulm, non venne a conoscenza dell’esito della battaglia per settimane. Poi, venuto finalmente a sapere della sconfitta, cercò di utilizzare il suo potere sui giornali di Parigi per nascondere ai francesi l’esito del confronto. 

Dopo un mese di silenzio, non potendo più tenere nascosto il fatto, Napoleone decise di mentire alla Francia e di annunciare la battaglia di Trafalgar come una grande vittoria. 

Tuttavia, consapevole della portata della sconfitta, Napoleone fu costretto a rinunciare per sempre all’idea di invadere la Gran Bretagna. Diede ordine di costruire una nuova flotta per cercare di battere nuovamente gli avversari con una schiacciante superiorità numerica, ma la caduta del suo potere gli impedì di portare a termine la grande rivincita contro la marina inglese.

La battaglia di Apamea. Quando un cavaliere curdo sconfisse un esercito bizantino

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La battaglia di Apamea è uno scontro poco conosciuto del 19 luglio 998 d.C che vide fronteggiarsi le forze dell’impero bizantino, guidate dal comandante regionale Damian Dalassenos e poi personalmente l’imperatore bizantino Basilio II e il califfato fatimide. Motivo del contendere, il controllo sulla città di Apamea.

Grande particolarità di questa battaglia è l’iniziale vantaggio bizantino, che venne rapidamente annullato dall’iniziativa personale di un singolo cavaliere fatimide, in grado di uccidere personalmente il generale avversario  e condurre gli arabi alla vittoria.

Gli scontri tra Bizantini e fatimidi in Siria

Nel settembre del 994 d.C, Michael Bourtzes, il governatore bizantino di Antiochia e della Siria settentrionale venne pesantemente sconfitto dal Generale del califfato fatimide Manjutakin, nel corso della battaglia dell’Oronte.

La vittoria di Manjutakin mise gravemente in pericolo sia il dominio bizantino in Siria ma anche un altro stato arabo, l’emirato Hamdamid di Aleppo. Così, per impedire la definitiva compromissione della presenza bizantina nella regione, l’imperatore di Costantinopoli, Basilio II, intervenne personalmente, affrontando Manjutakin e costringendolo a ritirarsi con i suoi esercito presso la città di Damasco.

Basilio II catturò anche una serie di città tra cui Shayzar , Hims e Rafaniya, e costruì la fortezza militare di Antartus, ritirandosi di nuovo a Costantinopoli e nominando nuovo duce di Antiochia Damian Dalassenos.

Dalassenos  si dimostrò militarmente attivo ed aggressivo, utilizzando le sue forze militari per razziare i territori  intorno la città di Tripoli e Arqa,  mentre Manjutakin  cercò di rispondere assediando Aleppo ed Antartus,  ma senza ottenere alcuna vittoria ed anzi vedendosi costretto nuovamente alla ritirata.

L’anno dopo, Dalassenos eseguì altre incursioni contro le città di Tripoli, Rafaniya, Awj e al-Laqbah, catturando infine Manjutakin.  Ma la situazione nella regione era estremamente instabile, tanto che gli abitanti di Tiro, sotto la guida di un marinaio di nome Allaqa,  insorsero contro i fatimidi, che chiesero l’assistenza dei Bizantini, mentre più a sud, in Palestina, i beduini guidati da Mufarrij ibn Daghfal ibn al-Jarrah insorsero  presso la città di Ramlah.

L’assedio di Apamea e la spedizione di soccorso fatimide

Nel 998 d.C, Dalassenos venne a sapere che la città di Apamea era stata quasi distrutta da un catastrofico incendio e che la maggior parte delle provviste per i cittadini erano andate perdute. Decise quindi di marciare verso la città in soccorso. 

Gli abitanti di Aleppo, vedendo la situazione di difficoltà di Apamea, viaggiarono verso la città nel tentativo di conquistarla e vi arrivarono per primi, ma, vedendo l’avvicinamento di Dalassenos, si ritirarono immediatamente, dal momento che quest’ultimo non avrebbe mai potuto permettere che una città vassallo catturasse un altro centro abitato al posto di un diretto rappresentante dell’imperatore bizantino.

Così, gli abitanti di Aleppo, per dimostrare la loro fedeltà i Bizantini, consegnarono le loro provviste agli abitanti di Apamea. 

Il governatore di Apamea, al-Mala’iti,  decise però di chiedere aiuto ai fatimidi.  Così, l’eunuco reggente Barjawan nominò Jaysh ibn Samsama al comando dell’esercito di soccorso, assegnandogli la carica di governatore di Damasco e dandogli autorità su 1000 soldati.

I fatimidi non erano inizialmente pronti per combattere contro i Bizantini, dal momento che dovevano sottomettere la rivolta della città di Tiro e la ribellione di Ibn al-Jarrah.  Così, i Bizantini tentarono di aiutare gli assediati di Tiro inviando una flotta, che fu tuttavia respinta dai fatimidi, che riuscirono a catturare la città entro giugno del 998 d.C. 

Anche la rivolta di Ibn al-Jarrah fu repressa e Jaysh ibn Samsama tornò a Damasco, impiegando 3 giorni per raccogliere le sue forze militari e giungere in soccorso di Apamea.

Una volta nei pressi della città, venne raggiunto da truppe volontari di Tripoli, arrivando a contare nel suo esercito 10 mila uomini e 1000 cavalieri beduini.

Nel frattempo, Dalassenos continuò imperterrito l’assedio di Apamea, tanto che i suoi abitanti erano ormai ridotti alla fame più nera, costretti addirittura a mangiare i cadaveri e persino i cani, le cui carcasse venivano vendute al prezzo di 25 monete d’argento.

La battaglia di Apamea

I due eserciti si incontrarono nella vasta pianura di al-Mudiq, circondata da montagna è situata vicino al lago di Apamea, il 19 luglio del 998 d.C. L’ala sinistra dell’esercito fatimide era comandata da Maysur lo slavo, il governatore di Tripoli, mentre al centro venne posizionata la fanteria Daylamite, assieme ai bagagli dell’intero esercito, sotto il comando di Badr al-Attar, mentre la destra era comandata da Jaysh ibn Samsama e Wahid al-Hilali.

Tutte le fonti antiche, confermano che i Bizantini caricarono con forza l’esercito fatimide e lo costrinsero rapidamente a fuggire, uccidendo 2000 soldati nemici e riuscendo a catturare tutto il convoglio di bagagli. Solo un contingente di 500 guerrieri riuscì a resistere all’assalto, mentre gli uomini di Banu Kilab  abbandonarono il combattimento e saccheggiarono il campo di battaglia.

Ma all’improvviso, un cavaliere curdo, Abu’l-Hajar Ahmad ibn al-Dahhak al-Salil,  cavalcò direttamente all’attacco di Dalassenos, chi si trovava vicino allo stendardo del suo contingente, in cima ad un’altura, accompagnato solamente da due dei suoi figli e da 10 uomini scelti del suo seguito. Ormai convinto che la battaglia fosse definitivamente vinta e che i curdi volessero semplicemente arrendersi, Dalassenos non prese particolari precauzioni. Così, Ibn al-Dahhak  caricò improvvisamente il generale nemico: Dalassenos  cercò di proteggersi con un braccio, ma il cavaliere curdo lanciò rapidissimo una lancia contro di lui. Il generale, troppo sicuro di sé, non indossava alcuna corazza e il colpo lo uccise all’istante.

La morte di Dalassenos provocò un rapido ed inaspettato cambio nelle sorti della battaglia: i fatimidi si fecero gran coraggio e si rivoltarono contro i Bizantini urlando “Il nemico di Dio è morto!”, tanto che l’esercito bizantino cadde rapidamente nel panico ed iniziò a fuggire. Nel frattempo, la guarnigione di Apamea, vedendo il rivolgimento della battaglia in loro favore, si mosse rapidissimo, inseguendo gli ultimi soldati Bizantini.

Le fonti sono discordi sul numero di morti Bizantini: alcuni citano 5000, altri quasi 10 mila. La maggior parte dei Bizantini sopravvissuti venne fatta prigionieri dai fatimidi. Tra questi, alcuni alti ufficiali ma anche i due figli di Dalassenos, Costantino e Teofilatto,  che vennero acquistati per 6000 denari e trascorsero i 10 anni successivi come prigionieri presso la città del Cairo.

Le conseguenze della battaglia di Apamea

La sconfitta dell’esercito bizantino costrinse l’imperatore Basilio II a guidare personalmente una nuova campagna in Siria, già l’anno successivo. Giunto nella regione a metà settembre, l’esercito di Basilio II si occupò innanzitutto di seppellire i caduti sul campo di Apamea dell’anno prima.  L’imperatore bizantino provvide poi a catturare i nemici, saccheggiando le fortezze di Masyaf e Rafaniya, dando alle fiamme Arqa e facendo irruzione nei dintorni di Baalbek, Beirut, Tripoli e Jubayl.

A metà dicembre dello stesso anno, Basilio II ritornò ad Antiochia, dando a Niceforo Urano il titolo di Dux, ma anche di sovrano dell’Oriente, con pluripoteri militari e autorità civile su tutta la frontiera orientale. Nel 1001, Basilio II concluse una tregua di 10 anni con il Califfo fatimide al-Hakim.

La battaglia delle Dune, 1639. La flotta olandese trionfa sulle navi spagnole

La battaglia delle Dune, del 31 ottobre 1639, fu una battaglia navale svoltasi nel corso della guerra dei 30 anni presso la rada delle Dune tra la flotta olandese delle Province Unite dei Paesi Bassi, comandata dall’ammiraglio Maarten Tromp e la flotta ispano-portoghese al comando di Antonio de Oquendo, che ottenne una sonora sconfitta. La battaglia delle Dune segnò un passo importante verso il definitivo tracollo della potenza navale spagnola e, al contrario, la superiorità economica e bellica olandese.

La rivalità fra Spagna e Francia durante la guerra degli ottannt’anni

All’inizio del 1635, la Spagna, il regno europeo con le maggiori risorse militari e finanziarie del continente, era impegnato su più fronti di guerra. Il primo, nella “Guerra degli 80 anni” contro la Repubblica olandese, e il secondo nel sostegno all’imperatore del Sacro Romano Impero, Ferdinando II, nella “Guerra dei 30 anni.” 

Uno dei problemi fondamentali per la Spagna del tempo consisteva nelle linee di rifornimento per sostenere il suo esercito, impegnato su diversi fronti europei. La via più importante era la cosiddetta “Strada spagnola”, che permetteva di trasportare truppe e rifornimenti attraverso le Fiandre per giungere infine in Italia. Questa strada rappresentava un percorso di importanza tattica fondamentale, dal momento che la superiorità navale olandese rendeva difficile l’utilizzo del mare.

Nel dicembre del 1638, un esercito francese al comando di Bernardo Di Sassonia – Weimar, riuscì tuttavia a catturare la città di Breisach, in Alsazia, interrompendo il percorso della “Strada spagnola”. Nonostante questo, gli spagnoli riuscirono a reagire e a sconfiggere gli attacchi olandesi a Dunkerque e a Ostenda.

La battaglia delle Dune: La creazione di una grande flotta nelle Fiandre

Incoraggiato dalle vittorie, il primo ministro spagnolo Olivares maturò l’idea di riconquistare la leadership navale ai danni degli olandesi, inviando un grande contingente per rafforzare le Fiandre. Reimpiegando 22 galee presenti nel Mediterraneo e lavorando con grande velocità, nell’agosto del 1639 Olivares era stato in grado di assemblare una flotta di 50 navi da guerra, oltre ad altre navi di supporto più piccole, con 6500 marinai e 8000 soldati di fanteria. 

Inoltre, grazie alla collaborazione e all’alleanza di Carlo I, re d’Inghilterra, Olivares ottenne un finanziamento di 3 milioni di scudi e altri 9000 uomini di rinforzo.

Gli inglesi utilizzarono un percorso noto come “Strada inglese”, che sfruttava la neutralità dell’Inghilterra rispetto a tutti i contendenti della guerra dei 30 anni, per far passare uomini e armi indisturbati attraverso l’Europa, dove i rifornimenti, caricati su navi piccole e veloci, viaggiavano attraverso la Manica, sbarcando a Dunkerque. 

Inoltre, nel ottobre del 1637, Lope de Hoces, comandante dell’armata di Coruna, trasportò altri 5000 soldati fino a Dunkerque, e catturò 20 navi mercantili olandesi che vennero messe a disposizione degli spagnoli.

Sicuro di poter vincere una battaglia navale su vasta scala, Olivares offrì il comando dell’operazione militare ad Hoces, ma quest’ultimo si dimostrò scettico sulle possibilità di vittoria, soprattutto perché riteneva che le galee spagnole fossero meno maneggevoli ed efficaci rispetto a quelle olandesi. 

Così, Hoces rifiutò l’incarico, che passò ad Antonio de Oquendo, ammiraglio nel Mediterraneo. 

Olivares era convinto che gli olandesi avrebbero inviato delle navi per impedire l’arrivo di rinforzi ad Oquendo, il che avrebbe dato a quest’ultimo l’opportunità di giungere ad una battaglia navale decisiva.

La battaglia delle Dune: La reazione degli olandesi

Avvistati questi movimenti, gli Stati Generali dei Paesi Bassi, iniziarono ad allestire la loro flotta per contrapporsi al nemico spagnolo. Mentre si preparavano alla guerra, uno squadrone di navi guidato da Marteen Tromp prese il mare per monitorare e ostacolare gli spostamenti marittimi degli Spagnoli.

Tuttavia, a Tromp venne proibito di ingaggiare battaglia, fino a quando un contingente di 50 navi, al comando di Johan Evertsen, non si fosse aggiunto al suo schieramento.

Così, Tromp divise la sua forza in tre: 12 navi al comando di Joost Banckert furono posizionate a nord, nell’eventualità che gli spagnoli intraprendessero una rotta intorno alle isole britanniche, 5 navi al comando di Witte de With pattugliavano la sponda inglese della Manica, mentre le restanti 12 navi rimasero sotto il suo diretto comando, per monitorare la costa francese.

La battaglia delle Dune: le azioni preliminari dal 16 al 18 settembre

L’ammiraglio francese Henri de Sourdis, alleato degli olandesi, tentò di interrompere i preparativi di Oquendo, ma le sue azioni fallirono e la flotta spagnola salpò il 27 agosto, entrando nello stretto della Manica l’11 settembre. Le navi più piccole dello squadrone vennero affiancate alle imbarcazioni più grandi, affinché fossero supportate durante lo scontro. L’avanguardia spagnola era composta da 13 navi dell’armata delle Fiandre, al comando di Miguel de Horna, che aveva maggiore esperienza della zona.

Il 15 settembre, i francesi appresero da una nave inglese di passaggio che uno squadrone olandese era ancorato vicino a Calais e il giorno successivo presero contatto con Tromp. Oquendo, seguendo le sue istruzioni, adottò una formazione a mezzaluna, posizionando la nave ammiraglia sul fianco destro nonostante fosse in inferiorità numerica, mentre Tromp dispose il suo squadrone in linea di battaglia e attaccò.

La battaglia delle Dune: Il primo scontro tra Oquendo e Tromp

Oquendo reimpiegò le stesse tattiche navali che aveva utilizzato nella sua vittoria del 1631 ad Abrolhos, dove aveva distrutto l’ammiraglia olandese in un combattimento nave contro nave. Cercando così il contatto e lo scontro diretto con la nave di Tromp, Oquendo non sfruttò adeguatamente la sua superiorità numerica e non diede ordini chiari ai suoi ufficiali.  Inoltre, non informando il resto della flotta dei suoi movimenti, il suo schieramento navale cadde in confusione. 

La formazione a mezzaluna spagnola venne rapidamente disintegrata e solo lo squadrone di Dunkerque e il Galeone “San Juan” riuscirono ad inseguire Tromp. Se Oquendo avesse dato istruzioni più precise, l’immensa flotta spagnola sarebbe probabilmente riuscita ad accerchiare la flotta olandese in poche ore.

E invece Oquendo continuò ad inseguire Tromp, e quando alla fine decise per l’attacco contro la nave ammiraglia nemica, la manovra venne eseguita troppo tardi. 

Cercando di correggere il suo errore, Oquendo tentò di salire a bordo di una seconda nave della colonna olandese, ma anche quest’ultima fu in grado di evitare l’abbordaggio.

La nave ammiraglia di Oquendo, e una delle navi del distaccamento di Dunkerque, la “Santiago”, si trovavano ora sottovento ed esposte ai colpi di cannone della colonna olandese. Tromp fece allora voltare la sua colonna di navi, mettendo in pericolo la Santiago. 

Oquendo, assieme ad altre sei navi di Dunkerque e alla “San Juan”, incapaci di sfruttare il vento per virare, provarono ad utilizzare l’artiglieria come potevano, ma i colpi fecero pochi danni, tanto che la maggior parte dei caduti olandesi avvenne per colpa dei moschetti spagnoli utilizzati dai soldati di fanteria che si trovavano sui ponti delle navi.

La battaglia durò complessivamente 3 ore, nel corso delle quali la nave olandese Groot Christoffel esplose accidentalmente. A mezzogiorno, 6 navi guidate da Witte de With avevano finalmente raggiunto Tromp.  Sebbene il resto della flotta spagnola fosse disperso e disorganizzato, molte unità si erano finalmente voltate e si stavano avvicinando al nemico.

Per Tromp la situazione stava diventando pericolosa, dal momento che le unità spagnole sopravento avrebbero interrotto la sua fuga e avrebbero costretto lo squadrone olandese ad arenarsi nelle secche della Baia di Boulogne,  dove quasi sicuramente sarebbero rimaste in preda ai nemici. Tuttavia, proprio in quel momento, Oquendo diede ordine alla flotta spagnola di riprendere la formazione a mezzaluna: così le navi spagnole si voltarono, consentendo anche allo squadrone di Tromp di virare, prendere il vento e sfuggire al pericolo.

Il blocco olandese presso le Dune

La battaglia, per quel giorno, era terminata. Le flotte furono ancorate e il giorno successivo giunsero rinforzi dall’Olanda, al comando del contrammiraglio Joost Banckert,  portando il totale della flotta di Tromp a 32 navi. Poi si svolsero ulteriori preparativi per quella che sarebbe stata nota come “L’azione del 18 settembre 1639”.

Gli spagnoli, la cui priorità era proteggere le truppe, si rifugiarono presso Le Dune, un punto di ancoraggio tra i porti inglesi di Dover e di Deal, sotto la protezione di uno squadrone comandato dal viceammiraglio inglese John Pennington.

La sera del 28 settembre, sia Tromp che De With si ritirarono per rifornirsi di polvere da sparo. Entrambi temevano di essersi fatti sfuggire la flotta spagnola, fino a quando non scoprirono la presenza del nemico presso le Dune, il giorno 30. Così insieme, bloccarono gli spagnoli e richiesero urgentemente rinforzi ai Paesi Bassi per chiudere la partita.

Gli ammiragli olandesi, infervorati dalla possibilità di battere il nemico, iniziarono a requisire qualsiasi nave mercantile che riuscirono a trovare per convertirle in navi militari da mandare a rinforzo di Tromp, e molti uomini si arruolarono volontariamente, sperando in un ricco bottino. Entro la fine di ottobre, Tromp poteva contare su 95 navi.

Nel frattempo, gli spagnoli avevano nascosto diverse truppe su 14 fregate battenti bandiera britannica, allora neutrale, che riuscirono a superare il blocco olandese, con l’obiettivo di attraccare nei porti delle Fiandre. Tromp, sospettando il trucco, inseguì e bloccò le navi inglesi, perquisendole ed arrestando tutte le truppe spagnole che trovò. 

Temendo però di aver compromesso i rapporti con l’Inghilterra, Tromp cercò di giustificarsi con Pennington fingendo di aver ricevuto un ordine segreto dagli Stati Generali dei Paesi Bassi, che gli imponeva di attaccare le armate spagnole ovunque le avesse trovate e di evitare con la forza delle armi l’interferenza di qualsiasi esercito terzo.

La battaglia delle Dune: la vittoria olandese

Il 21 ottobre, Tromp prese il comando diretto di 30 navi di De With,  per prevenire qualsiasi interferenza da Pennington, mentre due squadroni, comandati da Cornelis Jol e Jan Hendriksz de Nijs,  bloccarono le vie di fuga per gli spagnoli, rispettivamente a nord e a sud. Dopodiché, Tromp attaccò con le restanti navi il nemico. 

Gli equipaggi di alcune navi spagnole, troppo grandi e poco manovrabili, si fecero prendere dal panico già alla vista dell’avvicinamento della flotta olandese e decisero di affondare volontariamente le loro imbarcazioni, che furono subito depredate dal popolo inglese, accorso in gran numero per assistere a uno spettacolo decisamente fuori dal comune.

La nave ammiraglia di Oquendo, la “Santiago”,  fu la prima ad uscire, seguita dall’ammiraglia portoghese, la “Santa Teresa”. La nave di Oquendo riuscì a disimpegnarsi e ad evitare il fuoco che arrivava da tre delle navi da guerra avversarie, ma queste furono in grado di colpire la “Santa Teresa”, che seguiva immediatamente, e che riuscì a malapena a reagire all’attacco. 

Troppo grande, troppo lenta nelle manovre e senza i giusti tempi di reazione, la “Santa Teresa” venne colpita da proiettili incendiari. Il suo Ammiraglio, Lope de Hoces, morì per le ferite, e la gran parte dell’equipaggio perì tra le fiamme.

Le navi portoghesi, alleate degli spagnoli, vennero intercettate dallo squadrone del vice ammiraglio olandese Johan Evertsen,  che aprì il fuoco delle sue artiglierie: la maggior parte delle navi vennero distrutte o catturate, lasciando circa 15000 morti e 1800 prigionieri nelle mani del nemico, anche se questi numeri potrebbero essere stati esagerati.

Oquendo riuscì a fuggire nella nebbia con una decina di navi, la maggior parte delle quali si diresse a Dunkerque. Probabilmente altre nove navi spagnole, che erano state spinte in secca dalla flotta olandese, furono recuperate per raggiungere anch’esse Dunkerque.

Tromp al suo ritorno in patria, venne salutato come un eroe e premiato con 10.000 fiorini, provocando la gelosia di De With, che ne ottenne solamente 1000. Lo stesso De With cercò di vendicarsi scrivendo alcuni opuscoli anonimi che dipingevano Tromp come un avaro e che attribuivano a lui il vero merito della vittoria.

Le conseguenze della battaglia delle Dune

La vittoria dell’Olanda nella battaglia delle Dune, segnò un momento significativo nella geopolitica navale del tempo. Tuttavia non fu esattamente questa sconfitta a causare il tracollo spagnolo, dal momento che la gran parte della flotta e dei denari furono tratti in salvo.

In realtà la Spagna, già gravata finanziariamente dall’impegno militare nella guerra dei 30 anni, fu stroncata dall’ulteriore esborso dovuto alla guerra con i Paesi Bassi, che aveva letteralmente dissanguato le finanze asburgiche spagnole, gettandole in una situazione economica altamente precaria.

Dall’altro lato, olandesi, inglesi e francesi si affrettarono ad approfittare della debolezza spagnola, strappando diversi possedimenti insulari spagnoli nei Caraibi.

Ma soprattutto gli olandesi ottennero vantaggi consistenti, in termini di risparmio. La Spagna stava perdendo gradualmente la sua dominanza navale, l’Inghilterra attraversava un momento di debolezza e la Francia non era ancora dotata di una Marina Militare di sufficiente potenza: così gli olandesi furono abbastanza tranquilli da dismettere un gran numero di navi da guerra, anche grazie alla firma del Trattato di Pace del 1648.

Dirottando gli investimenti da obiettivi militari a commerciali, gli olandesi furono così in grado di accrescere il loro grande vantaggio mercantile, specie sugli inglesi, entrando in un periodo di crescente superiorità economica.

La presa di Tripoli, 1911. Italiani contro Ottomani nella guerra italo-turca

La battaglia di Tripoli fu un assalto alla capitale libica condotto dalle Truppe del Regio Esercito Italiano nell’ottobre del 1911. L’assalto costituì la fase iniziale della guerra italo-turca e vide la vittoria degli italiani, con la presa della capitale Libica. Viene considerato l’inizio della colonizzazione italiana della Libia.

La colonizzazione italiana della Libia e la guerra italo turca

All’inizio del ‘900, l’Italia stava perseguendo una politica coloniale: uno dei primi obiettivi del nostro paese fu la conquista della Libia, che apparteneva all’allora Impero Ottomano.

Il 29 settembre del 1911, l’Italia dichiarò guerra all’impero Ottomano, dando ufficialmente inizio alla guerra italo turca.

Subito dopo aver dichiarato l’inizio del conflitto, l’ammiraglio Luigi Faravelli, al comando di uno squadrone navale, iniziò a pattugliare le coste libiche, specialmente quelle al largo di Tripoli, la capitale della Libia. In quella situazione, giunse dal governo italiano l’ordine di bombardare i forti della città, ma Faravelli decise di non dare immediato seguito a questa disposizione, in quanto questa avrebbe potuto causare delle ritorsioni da parte della popolazione araba locale contro i cittadini europei che vivevano da diversi anni a Tripoli, stimati in circa 2000 persone.

Faravelli, prima di aprire le operazioni belliche, provò ad imbarcare i cittadini stranieri a bordo delle sue navi, ma i paesi neutrali si sentivano protetti dalla autorità politico militare ottomana e decisero di non accogliere l’invito di Faravelli. Solamente i cittadini italiani, tra cui diversi giornalisti, compresi Luigi Barzini e Corrado Zoli, si imbarcarono sulle navi italiane.

Tra il 29 e il 30 settembre, Faravelli diede ordine di lanciare un siluro contro il piroscafo turco “Derna” che, trasportando un carico di armi, aveva tentato di bloccare le navi italiane ed era ormeggiato in porto. Tuttavia, il mare agitato impedì ai siluri di funzionare e questa prima ipotesi venne immediatamente abbandonata.

La presa di Tripoli: l’avvicinamento alla città

Il 2 ottobre del 1911, dal momento che dall’Italia era in arrivo un corpo di spedizione da sbarco, Faravelli si schierò con le sue navi davanti al porto di Tripoli, per impedire l’arrivo di rinforzi e di rifornimenti della Turchia.

Le disposizioni italiane comandavano a Faravelli di chiedere la resa della guarnigione ottomana di Tripoli e, qualora avesse ottenuto un rifiuto, di aprire il fuoco. Faravelli fece notare che le sue truppe non potevano ancora sbarcare, in quanto le navi erano insufficienti, ma da Roma giunse un telegramma perentorio che costrinse Faravelli ad agire immediatamente.

Faravelli decise allora di invitare il colonnello turco Ahmed Bessim Bey a bordo della sua nave ammiraglia, comandandogli di consegnare la città senza opporre resistenza. Bey, dalla sua posizione, rifiutò immediatamente, ma l’ufficiale turco cercò di guadagnare tempo con la scusa di dover contattare Istanbul per chiedere ulteriori istruzioni su una risposta definitiva da fornire all’Italia.

L’ammiraglio Luigi Faravelli

Così colse l’occasione per comandare alle truppe ottomane di Tripoli, circa 2000 uomini, di lasciare la città e di stanziarsi presso Aziziya, a una decina di chilometri dalla capitale libica.

Nel frattempo, la città di Tripoli si preparò alla difesa: nella capitale Libica vi erano due forti principali, Fort Hamidiye ad Est e Fort Sultaniye ad Ovest, oltre ad alcune fortificazioni nell’area del Porto. Ognuna di queste roccaforti era solo parzialmente presidiata, per ordine stesso del colonnello Bey.

La presa di Tripoli: le navi italiane aprono il fuoco

Alle 15:30 del 3 ottobre, lo squadrone italiano aprì il fuoco sui forti. Prima dalla Corazzata “Benedetto Brin”, poi dalla “Emanuele Filiberto” e infine dagli incrociatori corazzati “Giuseppe Garibaldi” e “Carlo Alberto”. Inizialmente le navi erano a 9500 metri dalla costa, per rimanere al di fuori dalla portata dei cannoni dei forti, ma mano mano, avvicinandosi, arrivarono alle 16:15 ad una distanza di 6500 m, cominciando a utilizzare anche i cannoni secondari da 152 mm.

Alle 17:15 le navi avevano cessato il fuoco: tutti i forti ottomani erano stati gravemente danneggiati e i loro cannoni messi fuori uso. Gli edifici civili, invece, non subirono danni significativi. L’unica nave da guerra ottomana, la cannoniera Seyyad, venne affondata dal suo stesso equipaggio, così come il piroscafo Derna, che tuttavia venne recuperato dalla Marina Militare italiana e utilizzato come nave ausiliaria.

Il giorno dopo, il 4 ottobre, l’Italia bombardò ancora ai forti: solamente Fort Sultaniye fu in grado di rispondere al fuoco, ma con efficacia nulla. Una pattuglia italiana inviata a terra scoprì poi che Fort Hamidiye era stato completamente abbandonato e di lì a poco il console tedesco, Adrian Tilger, informò i membri della pattuglia italiana che tutte le truppe ottomane avevano lasciato la città di Tripoli e domandò di occupare la città per prevenire i prevedibili saccheggi.

La presa di Tripoli: lo sbarco e la conquista della città

Il 5 ottobre il comando italiano decise di sbarcare, al comando del capitano Umberto Cagni. Cagni comandava due reggimenti composti da tre battaglioni ciascuno, di cui uno era composto dal personale della divisione “Nave scuola” e l’altro da personale della prima e della seconda divisione navale.

Alle 7:30 del 5 ottobre iniziò lo sbarco: gli uomini della corazzata “Sicilia” furono i primi ad approdare, seguiti da quelli della “Sardegna“, appoggiati da una sezione di artiglieria. Gli italiani non incontrarono resistenza e occuparono facilmente Fort Sultaniye. In seguito, venne fatta convergere dell’ulteriore artiglieria, guidata dagli uomini della nave “Re Umberto” e a mezzogiorno la bandiera italiana venne issata sul forte.

Nel frattempo, un’unità di generi occupo Fort Hamidiye, e alle 16:30 il secondo Reggimento di terra raggiunse il mercato di Tripoli, prendendo il completo controllo della città.

Il capitano Umberto Cagni

Il Capitano Cagni pensò bene di organizzare immediatamente una linea di difesa per proteggere la zona di sbarco da eventuali rinforzi turchi. Ma dal momento che la forza da sbarco era stata completamente impiegata per occupare la città, le condizioni dell’Esercito Italiano erano critiche e pericolose, in quanto un possibile contrattacco delle forze ottomane, numericamente superiori nella zona, avrebbe potuto facilmente riconquistare Tripoli e sconfiggere le truppe.

Cagni utilizzò allora un trucco per lasciar credere agli ottomani che le sue forze fossero molto più numerose, facendo marciare continuamente le sue truppe da un capo all’altro della città. In questo modo, gli ottomani pensarono di trovarsi di fronte ad un numero di uomini molto superiori, e impiegarono più tempo per organizzare un contrattacco.

Nel frattempo, l’ammiraglio Raffaele Ricci d’Olmo, nominato governatore provvisorio della Tripolitania, contattò i vertici arabi della città offrendo la sua collaborazione, che ottenne senza particolare opposizione. Il sindaco di Tripoli, Hassan Karamanli, nominato dalle autorità ottomane, venne confermato dal comando italiano e anzi gli venne aggiunta la nomina di vicegovernatore della Tripolitania.

Il contrattacco ottomano

Tra il 9 e il 10 ottobre le truppe ottomane, aiutate da forze irregolari libiche, eseguirono il contrattacco, mirando alle postazioni italiane nell’area dei pozzi Bu Meliana, posizionate a sud di Tripoli, che costituivano la principale fonte d’acqua della città.

L’attacco venne efficacemente respinto degli italiani grazie ai colpi delle armi da fuoco e ai cannoni delle navi da guerra ormeggiate nelle strade di Tripoli. Tuttavia, il contrattacco Ottomano convinse i comandi italiani ad accelerare vistosamente il trasporto delle truppe dell’esercito verso Tripoli per rimpinguare le scarse forze che ancora tenevano la città.

Così, l’incrociatore corazzato “Varese” e le navi “America” e “Verona”, in viaggio verso Tripoli, si staccarono dal loro convoglio, perché più veloci del resto delle navi, e si diressero con la massima priorità verso Tripoli. Giunsero a destinazione l’11 ottobre e sbarcarono con l’84mo Reggimento di Fanteria, due battaglioni del 40mo Reggimento Fanteria e un Battaglione dell’11mo Reggimento bersaglieri, per un totale di 4800 uomini.

Il giorno successivo, giunse a Tripoli anche la seconda parte delle forze italiane, tanto che le truppe arrivarono al numero di 35mila soldati, comandati dal Generale Carlo Caneva.

Le forze ottomane, dopo essere state respinte, si ritirarono nel deserto stabilendo delle basi al di fuori della portata dei cannoni italiani e iniziarono il reclutamento di volontari arabi per riconquistare la città. Il tentativo avvenne poche settimane dopo, nella battaglia di Sciara Sciat, ma senza successo.

L’assedio di Calais del 1346: la vittoria inglese nella guerra dei cent’anni

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L’assedio di Calais è un episodio della Guerra dei cent’anni, che vide contrapposto l’esercito del re Edoardo III d’Inghilterra a quello di Filippo VI di Francia, quando gli inglesi assediarono con successo la città costiera francese di Calais.

L’esercito inglese, che era sbarcato nel nord della Normandia nel 1346 con 10.000 uomini aveva devastato gran parte della Francia settentrionale e vinto i francesi nella battaglia di Crècy. 

Una settimana dopo, Edoardo III decise di assediare il porto fortificato di Calais, ottenendo rinforzi dai porti del Galles e attraverso le Fiandre. L’esercito francese di Filippo VI tentò più volte di spezzare l’assedio, ma la mancanza di fondi e la pessima organizzazione impedirono la liberazione della città. 

Alla fine dell’assedio, di fronte a una forza combinata inglese e fiamminga di 50000 uomini, l’esercito di Filippo VI si ritirò e Calais si arrese. La conquista di Calais diede agli inglesi l’accesso ad un importante postazione strategica per il resto della Guerra dei cent’anni, tanto che Calais venne riconquistata dai francesi solo nel 1558.

L’assedio di Calais: le contese territoriali e lo scoppio della guerra dei cent’anni

Dopo la conquista Normanna del 1066, diversi monarchi inglesi erano divenuti proprietari di terre francesi, in qualità di vassalli del re di Francia. Questa situazione aveva però portato ad una serie di contrasti tra le due nazioni. 

I monarchi francesi, in particolare, volevano ridurre i terreni di proprietà inglese, che provvedevano ad espropriare anche con il minimo pretesto. Nel corso dei secoli, i francesi avevano recuperato quasi tutto il proprio territorio, ad eccezione della Guascogna, un’ampia regione nel sud ovest della Francia

Il culmine della discordia si raggiunse attorno al 1337. In quell’anno, il 24 maggio, il Gran Consiglio del re di Francia, Filippo VI, decise che il territorio di Guascogna, formalmente appartenente ad Edoardo III d’Inghilterra, doveva essere recuperato, anche militarmente, adducendo come pretesto che re Edoardo aveva violato alcuni obblighi nei confronti della corona francese.

La contesa territoriale per il dominio della Guascogna, segnò così l’inizio della Guerra dei cent’anni, che sarebbe durata 116 anni.

L’assedio di Calais: lo sbarco di Edoardo III in Francia

Edoardo III decise di compiere un‘invasione della Francia su vasta scala: nel 1346, venne assemblata una flotta poderosa, la più grande della storia inglese, composta addirittura da 747 navi da guerra. Il 12 luglio, la flotta sbarcò a St. Vaast la Hogue, a poca distanza da Cherbourg.

Con la sua mossa, Edoardo III aveva completamente colto di sorpresa i francesi e iniziò una rapida marcia verso sud. 

I suoi soldati misero a ferro e fuoco ogni città che incontravano. La flotta inglese riusciva ad eseguire delle incursioni fino a 8 km nell’entroterra, catturando regolarmente una grande quantità di bottino. 

Durante questi assalti, gli inglesi bruciarono 100 navi francesi, 61 di queste militari. Fino a che, il 26 luglio, gli inglesi presero d’assalto Caen, la più importante città della Normandia nord-occidentale, uccidendo la gran parte della popolazione, perpetrando una serie di orribili stupri e saccheggiando la città per 5 giorni consecutivi.

Dopodiché, l’esercito inglese decise di marciare verso la Senna. Le devastazioni inglesi continuarono: la periferia di Rouen venne completamente distrutta e i massacri continuarono fino alla città di Poissy, posizionata a soli 32 km da Parigi.

Nel frattempo, una prima resistenza francese venne organizzata dal Duca Giovanni di Normandia, erede del re di Francia Filippo VI, che attaccò la provincia della Guascogna, occupata dagli inglesi, con grande rapidità. Dopodiché, re Filippo ordinò a Giovanni di marciare verso nord per incontrarsi con il grosso dell’esercito di Edoardo III.

Per qualche tempo, reparti dell’esercito francese erano riusciti ad intrappolare gli inglesi in una valle. Tuttavia, in una battaglia che si svolse di lì a poco presso il fiume Somme, gli inglesi riuscirono a forzare il blocco e a riprendere il loro cammino.

Poco dopo, il 26 agosto del 1346, si tenne la prima grande battaglia della Guerra dei cent’anni, la battaglia di Crècy, dove gli inglesi inflissero ai francesi una delle peggiori sconfitte della loro storia.

Verso l’assedio di Calais

Gli inglesi, dopo essersi riposati a seguito della loro straordinaria vittoria, richiesero rinforzi alla madrepatria e continuarono la loro marcia verso nord. Il loro percorso portò ulteriori devastazioni a diverse città francesi, tra cui Wissant, importante porto del Nord Est della Francia, che venne conquistato e distrutto.

Edoardo III decise allora di tenere un consiglio di guerra per valutare le mosse successive. Fu in quell’occasione che si decise di catturare la città di Calais:  essa era una città commerciale, vicina al confine tra le Fiandre e le popolazioni fiamminghe alleate di Edoardo. 

Così, valutando che la conquista di Calais sarebbe stata utile alla guerra, il 4 settembre iniziò l’assedio. 

Calais era tuttavia molto ben fortificata: circondata da grandi paludi, che rendevano complicato il posizionamento delle artiglierie, Calais aveva un doppio fossato e alte mura. Inoltre, nell’angolo nord-ovest di Calais  vi era una ulteriore cittadella fortificata, dotata di proprie mura e ulteriori fossati.

Qualche giorno dopo l’inizio dell’assedio, giunsero altre navi inglesi per rifornire l’esercito con nuovi uomini e armi. L’esercito di Edoardo III poteva quindi affrontare un assedio di lungo periodo, dal momento che poteva approvvigionarsi direttamente dal Galles e, attraverso le vicine Fiandre, anche da terra. 

L’assedio coinvolse 853 navi con 24000 marinai, per una delle più grandi operazioni di assedio della storia medievale. 

In realtà, il Parlamento inglese, che stava finanziando ormai da 9 anni la guerra, aveva diverse perplessità, ma Edoardo III dichiarò che l’assedio di Calais rappresentava per lui una questione di onore e che sarebbe rimasto con il suo esercito fino a quando non avesse ottenuto la resa della città. Persino due cardinali, inviati da papa Clemente VI, cercarono, nel luglio del 1346, di negoziare la fine delle ostilità, ma nessuno degli eserciti, né quello francese né quello inglese, accettarono l’inizio di alcun negoziato.

L’assedio di Calais: la disorganizzazione nell’esercito francese

La volontà di Edoardo III di proseguire l’assedio aveva colto di sorpresa re Filippo VI. Egli aveva congedato gran parte del suo esercito per evitare la bancarotta dello Stato, anche perché si era convinto che Edoardo, dopo le vittorie e il bottino, avrebbe raggiunto le Fiandre e si sarebbe deciso per il ritorno in Inghilterra. 

Vedendo che la situazione si aggravava, il duca Giovanni contattò Filippo VI. Si decise per l’organizzazione di un nuovo esercito da mandare al più presto in aiuto di Calais: il punto di raccolta dei soldati fu stabilito a Compiègne.

Le difficoltà dell’esercito francese e la confusa strategia di Filippo permisero però alle forze inglesi nel sud-ovest della Francia, guidate da Duca di Lancaster, di attaccare le città di Quercy e di Bazas, e di compiere un ulteriore incursione a nord, prendendo il controllo di centri abitati, luoghi fortificati e castelli, oltre a conquistare la storica e gloriosa città di Poitiers.

Così, mentre le truppe francesi andavano convergendo a Compiègne sotto il diretto comando di Filippo, giunsero le notizie delle conquiste di Lancaster. Filippo cominciò a credere che il progetto di Lancaster mirasse alla conquista di Parigi e così il punto di raccolta dei soldati venne modificato e spostato a Orléans

Ma Lancaster, anziché attaccare la capitale francese, decise di tornare in Guascogna e così gli uomini che erano giunti a Orléans ricevettero il contrordine di tornare a Compiègne.

L’esercito francese precipitò nel caos, e la strategia di Filippo VI si dimostrò fallimentare. 

Filippo VI, per costringere Edoardo III a lasciare l’assedio e ritornare in patria, cercò di spostare il conflitto direttamente in Inghilterra. Francia e Scozia avevano infatti firmato già nel 1295 un’alleanza contro gli inglesi.

Su richiesta di Filippo VI, il re scozzese David II, convinto che la stragrande maggioranza delle forze inglesi fossero impiegate in Francia, accettò di intervenire militarmente. Tuttavia, il 17 ottobre, nella battaglia di Neville’s Cross, un contingente inglese, rapidamente reclutato tra le contee dell’Inghilterra settentrionale e decisamente meno numeroso rispetto agli scozzesi, sconfisse il nemico, catturò Davide II e mise a morte la gran parte degli ufficiali scozzesi.

Un’ultima possibilità di resistenza si trovava a Compiègne, dove, nonostante le contraddittorie indicazioni del re, si erano radunati tremila uomini. Tuttavia, il tesoriere francese non aveva i soldi per pagare lo stipendio ai soldati e così, annullando gli accordi, il 27 ottobre l’esercito francese si disperse. 

Filippo VI  era furioso con i suoi più stretti collaboratori: il maresciallo di Francia, Charles de Montmorency, venne licenziato, così come tutti più alti funzionari del tesoro.

E mentre la gestione finanziaria del regno di Francia venne affidata d’emergenza a tre abati, i membri del Consiglio del re si incolpavano a vicenda dell’andamento della guerra. 

Ulteriore brutta notizia, la decisione di Giovanna di Navarra, figlia dell’ex re di Francia, Luigi X, e sostenitrice di Filippo, di dichiarare la propria neutralità con gli inglesi e di firmare una tregua con Lancaster.  A seguito di questo accordo, Giovanna negò a Filippo la possibilità di utilizzare le fortificazioni del regno di Navarra. 

L’assedio di Calais: i tentativi francesi di liberazione

Durante l’inverno del 1346, l’esercito inglese iniziò a perdere uomini. Il periodo di leva per molti soldati era terminato, la diserzione cominciava a diffondersi e un focolaio di dissenteria, che partiva dalla citta di di Neuville, aveva cominciato a mietere vittime.

Inoltre le finanze inglesi risentivano delle enormi spese, tanto che Edoardo iniziò a non avere abbastanza soldi per pagare tutti i suoi soldati e fu costretto a dei congedi di massa.

Nonostante questo, tra la metà di novembre e la fine di febbraio, Edoardo cercò di risolvere l’assedio di Calais attaccando le mura con trabucchi e cannoni, per poi lanciare attacchi simultanei dalla terra e dal mare, tutti senza successo. 

Nel frattempo, i francesi cercarono di rafforzare le loro risorse navali attraverso la costruzione di galee e l’affitto di navi mercenarie italiane, molto spesso di natura commerciale e adattate alla bell’è meglio per l’uso militare. 

Filippo, tentò ancora di scendere in campo con il proprio esercito verso la fine di aprile, ma la capacità di coordinazione dei Francesi rimaneva pessima, e l’adunata degli uomini non sortiva effetto. 

Vi era anche una crisi economica: molte città attorno a Calais stavano utilizzando le loro ultime disponibilità finanziarie per rinforzare le loro mura ed equipaggiare delle milizie di difesa, costi che si aggiunsero alle già basse entrate dovute ai 9 anni di guerra. 

Così, Filippo incontrò sempre più difficoltà nella riscossione delle tasse e nel finanziamento della campagna militare. 

Tra aprile e maggio si verificarono alcuni combattimenti, perlopiù inconcludenti: i francesi provarono  inutilmente a tagliare le linee di rifornimento inglesi nelle Fiandre, mentre gli inglesi provarono a catturare, senza riuscirci, le città di Saint Omer e Lille.

All’inizio del 1347, Edoardo decise di aumentare il suo contingente: dal momento che l’esercito scozzese non costituiva pericolo per il Nord dell’Inghilterra e la marina francese aveva degli effettivi ancora molto ridotti, ordinò una nuova leva in madrepatria, e in particolare il reclutamento di 7200 arcieri.

Così gli inglesi stabilirono una fortificazione a nord di Calais, che gli permetteva di avere una completa visuale e il pieno controllo dell’ingresso al porto,  impedendo che nuovi rifornimenti potessero giungere a Calais. 

Per i tre mesi successivi, i francesi tentarono più volte di forzare il blocco, senza successo. 

Il 25 giugno, il comandante della guarnigione di Calais scrisse una accorata lettera a Filippo, affermando che il cibo era esaurito e che la situazione era talmente grave che si stava quasi ricorrendo al cannibalismo. 

La capitolazione di Calais

Nel frattempo anche gli inglesi, nonostante in evidenti difficoltà finanziarie, continuavano a rafforzare l’esercito, raggiungendo la quota di 32mila soldati impiegati. Altri 20.000 fiamminghi vennero radunati a un giorno di marcia da Calais, mentre i traghetti inglesi trasportavano senza sosta rifornimenti per gli assedianti. 

Il 17 luglio, Filippo VI riuscì a mettere insieme un esercito minimamente in grado di affrontare l’avversario, e partì in marcia per soccorrere la città francese.

Venutolo a sapere, Edoardo chiamò a raccolta i fiamminghi, ordinandogli di convergere su Calais. 

Il 27 luglio, i soldati francesi vennero avvistati dalle mura di Calais, a soli 10 km di distanza.  L’esercito di Filippo  contava circa 20 mila uomini, solamente un terzo del contingente degli inglesi e dei loro alleati, i quali avevano preparato per tempo palizzate e terrapieni per resistere all’arrivo dei soldati francesi di soccorso. 

Le postazioni inglesi erano evidentemente inattaccabili e così, nel tentativo di salvare il proprio onore, Filippo VI ammise gli emissari del Papa per arrivare ad una pace. 

Purtroppo, dopo ben 4 giorni di fitte discussioni, gli inglesi non si spostarono dalle loro intenzioni. Il primo agosto la guarnigione di Calais, pur vedendo l’esercito di soccorso vicino alle mura, iniziò a maturare l’idea di arrendersi.

Quella stessa notte, l’esercito francese si ritirò e il 3 agosto del 1347, Calais si arrese. 

L’intera popolazione  fu risparmiata ma venne espulsa dalla città. Dopo aver conquistato una grande quantità di bottino e di ricchezza, Edoardo III ripopolò Calais con coloni inglesi.

Subito dopo la capitolazione di Calais, Edoardo III fu in grado di pagare gran parte del suo esercito e congedò i suoi alleati fiamminghi, mentre Filippo, sconfitto, diede ordine ai suoi soldati di tornare a casa. 

Edoardo, però, forte delle recenti vittorie, ordinò ulteriori incursioni fino a 48 km, nel profondo del territorio francese. Filippo, vedendo la nuova mossa di Edoardo, tentò di richiamare il più in fretta possibile il suo esercito, fissando la data del raduno al 1 settembre, ma incontrò nuovamente serie difficoltà. 

Il suo tesoro era quasi completamente esaurito e le tasse dovevano ormai essere riscosse sotto minaccia armata. Filippo fu costretto persino a minacciare i nobili della confisca dei loro beni se non si fossero arruolati.

Così, tra mille problemi, il raduno dell’esercito francese impiegò un mese per raggiungere un numero sufficiente. 

Anche Edoardo incontrò tuttavia della difficoltà per raccogliere nuovi fondi, in parte per alcuni imprevisti durante il percorso, in parte per l’ormai straordinaria lunghezza della guerra. In patria erano state infatti impiegate delle durissime misure finanziarie, che stavano diventando estremamente impopolari. 

Inoltre, gli inglesi subirono un paio di battute d’arresto sotto l’aspetto militare. Una grande incursione verso Saint Omer venne sbaragliata della guarnigione francese, mentre un convoglio di rifornimenti che faceva rotta verso Calais venne catturato da briganti francesi di Boulogne.

La pace di Calais 

Dopo una serie di disgrazie militari e a fronte del completo esaurimento finanziario di entrambe le parti, gli emissari del Papa tornarono a chiedere la pace, incontrando questa volta la volontà di ascoltarli. 

Il 4 settembre iniziarono i negoziati e il 28 venne concordata ufficialmente una tregua tra Francia e l’Inghilterra. 

Il Trattato, ovviamente, favorì fortemente gli inglesi, reali vincitori del conflitto, confermando in via definitiva tutte le loro conquiste territoriali. 

Infine, venne stipulata la tregua di Calais, della durata formale di 9 mesi, ma che venne prorogata fino al 1355. Durante questa tregua, in realtà, proseguirono sia gli scontri navali che i combattimenti in Guascogna e in Bretagna, ma l’ufficiale ripresa della guerra avvenne dal 1355 fino al 1360, quando la vittoria inglese fu piena e si concluse con il trattato di Bretigny.

L’assedio di Calais rappresenta uno degli snodi più importanti della Guerra dei cent’anni e l’Inghilterra, con la conquista della città, segnò un passo fondamentale per la vittoria contro la Francia. 

Inoltre, le fortificazioni a difesa di Calais si trasformarono in una enorme area commerciale nota come Pale di Calais: Edoardo concesse alla città diversi privilegi commerciali e concessioni tanto che Calais divenne il principale punto di riferimento per le esportazioni inglesi in Francia, ruolo che la cittadina mantiene anche ai giorni nostri. 

Calais verrà definitivamente riconquistata dai francesi solo nel 1558, durante l’omonimo assedio, che segnò la perdita dell’ultimo possedimento dell’Inghilterra nella Francia continentale.

Il liberalismo sociale

Il liberalismo sociale, noto anche come nuovo liberalismo nel Regno Unito, liberalismo moderno negli Stati Uniti, liberalismo di sinistra in Germania e liberalismo progressista nei paesi di lingua spagnola, è una filosofia politica e una varietà del liberalismo che sostiene un’economia sociale di mercato e l’espansione dei diritti civili e politici. Il liberalismo sociale vede il bene comune in armonia con la libertà dell’individuo. I social liberali si sovrappongono ai socialdemocratici nell’accettare l’intervento economico più degli altri liberali. Il mondo ha ampiamente adottato politiche sociali liberali.

Le idee e i partiti social-liberali tendono ad essere considerati centristi, o di centrosinistra.

Affrontare questioni economiche e sociali come povertà, benessere, infrastrutture, assistenza sanitaria, istruzione e clima utilizzando l’intervento del governo, sottolineando anche i diritti e l’autonomia dell’individuo sono aspettative sotto un governo social liberale. Negli Stati Uniti, a volte si può fare riferimento al liberalismo sociale per posizioni progressiste su questioni socioculturali, come i diritti nella procreazione e il matrimonio tra persone dello stesso sesso, in contrasto con il conservatorismo sociale. Il liberalismo culturale è spesso indicato anche come liberalismo sociale perché esprime la dimensione sociale del liberalismo. Tuttavia, non è la stessa cosa dell’ideologia politica più ampia nota come liberalismo sociale. Nella politica americana, un social-liberale può avere opinioni conservatrici o liberale sulla politica fiscale.

Origini del liberalismo sociale

Alla fine del 19° secolo nel Regno Unito, le flessioni della crescita economica sfidarono i principi del liberalismo classico, ci fu una crescente consapevolezza della povertà e della disoccupazione presenti nelle moderne città industriali. Una significativa reazione politica contro i cambiamenti introdotti dall’industrializzazione e dal capitalismo laissez-faire venne dai conservatori preoccupati per l’equilibrio sociale e dall’introduzione del famoso Education Act 1870. Tuttavia, il socialismo in seguito divenne una forza più importante per il cambiamento e le riforme. Alcuni scrittori vittoriani, tra cui Charles Dickens, Thomas Carlyle e Matthew Arnold divennero i primi critici influenti dell’ingiustizia sociale.

John Stuart Mill contribuì enormemente al pensiero liberale combinando elementi del liberalismo classico con quello che alla fine divenne noto come il nuovo liberalismo. I nuovi liberali hanno cercato di adattare il vecchio linguaggio del liberalismo per affrontare queste difficili circostanze, che credevano potessero essere risolte solo attraverso una concezione più ampia e interventista dello stato. Garantire che gli individui non interferissero fisicamente tra loro o semplicemente avendo formulato e applicato in modo imparziale le leggi non poteva creare un uguale diritto alla libertà. Erano necessarie misure più positive e proattive per garantire che ogni individuo avesse pari opportunità di successo.

I nuovi liberali britannici

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, un gruppo di pensatori britannici noti come i Nuovi Liberali si opposero al liberalismo classico del laissez-faire. Si sono espressi a favore dell’intervento statale nella vita sociale, economica e culturale. Quello che hanno proposto si chiamava liberalismo sociale. I nuovi liberali, inclusi intellettuali come Thomas Hill Green, Leonard Hobhouse e John A. Hobson, vedevano la libertà individuale realizzabile solo in circostanze sociali ed economiche favorevoli. A loro avviso, la povertà e l’ignoranza in cui vivevano molte persone rendevano impossibile il fiorire della libertà e dell’individualità. I nuovi liberali credevano che solo attraverso un’azione collettiva coordinata da uno stato forte, orientato al benessere potesse alleviare queste condizioni.

I governi liberali di Henry Campbell-Bannerman e HH Asquith, principalmente grazie al Cancelliere dello Scacchiere e poi Primo Ministro David Lloyd George, stabilirono le basi del welfare state nel Regno Unito prima della prima guerra mondiale. Il welfare state globale costruito nel Regno Unito dopo la seconda guerra mondiale, sebbene realizzato principalmente dal ministero Attlee del partito laburista, è stato progettato in modo significativo da due liberali, vale a dire John Maynard Keynes, che ha gettato le basi dell’economia con la rivoluzione keynesiana, e William Beveridge, il cui Rapporto Beveridge è stato utilizzato per progettare il sistema di welfare.

Il liberalismo sociale in Germania

Nella Germania del 1860, politici di sinistra liberali come Max Hirsch, Franz Duncker e Hermann Schulze-Delitzsch fondarono i sindacati, sul modello delle loro controparti britanniche, per aiutare i lavoratori a migliorare le condizioni lavorative ed economiche attraverso la riconciliazione degli interessi e la cooperazione con i loro datori di lavoro piuttosto che con la lotta di classe. Schulze-Delitzsch è anche il padre fondatore del movimento cooperativo tedesco e l’organizzatore delle prime cooperative di credito del mondo. Alcuni economisti liberali, come Lujo Brentano o Gerhart von Schulze-Gävernitz, fondarono nel 1873 il Verein für Socialpolitik, Associazione economica tedesca, per promuovere la riforma sociale basata sulla scuola storica dell’economia e quindi rifiutando l’economia classica, proponendo una terza via tra il liberalismo di Manchester e la rivoluzione socialista nell’impero tedesco fondato nel 1871.

Tuttavia, il movimento liberale di sinistra tedesco si è frammentato in ali e nuovi partiti nel corso del 19° secolo. Gli obiettivi principali dei partiti liberali di sinistra – il Partito del progresso tedesco e i suoi successori – erano la libertà di parola, la libertà di riunione, il governo rappresentativo, il suffragio segreto ed eguale ma vincolato e la protezione della proprietà privata. Allo stesso tempo, erano fortemente contrari alla creazione di uno stato sociale, che chiamavano socialismo di stato.

Il termine “liberalismo sociale”, Sozialliberalismus, fu usato per la prima volta nel 1891 dall’economista e giornalista austro-ungarico Theodor Hertzka. Successivamente, nel 1893, lo storico e riformatore sociale Ignaz Jastrow usò questo termine e aderì all’Associazione economica tedesca. Ha pubblicato il manifesto democratico socialista “Social-liberal: Compiti per il liberalismo in Prussia” per creare un “gruppo d’azione” nel Partito socialdemocratico tedesco per il benessere popolare.

Social liberali in Francia

In Francia, pensatori solidaristici, tra cui Alfred Fouillée ed Émile Durkheim, svilupparono la teoria social-liberale nella Terza Repubblica. La sociologia li ha ispirati e hanno influenzato politici radicali come Léon Bourgeois. Per loro una divisione più ampia del lavoro causava più opportunità e individualismo ma ispirava un’interdipendenza più complessa. Sostenevano che l’individuo avesse un debito con la società, promuovendo una tassazione progressiva a sostegno dei lavori pubblici e dei regimi di welfare. Tuttavia, volevano che lo stato coordinasse piuttosto che gestire, incoraggiando schemi di assicurazione cooperativa tra individui. Il loro obiettivo principale era rimuovere le barriere alla mobilità sociale piuttosto che creare uno stato sociale.

Il Liberalismo sociale nella realtà politica

Lo stato sociale è cresciuto gradualmente e in modo non uniforme dalla fine del XIX secolo, ma si è sviluppato completamente dopo la seconda guerra mondiale, insieme all’economia di mercato mista. Le politiche social-liberali hanno ottenuto un ampio sostegno in tutto lo spettro politico perché hanno ridotto le tendenze dirompenti e polarizzanti della società senza sfidare il sistema economico capitalista. Le imprese hanno accettato il liberalismo sociale di fronte alla diffusa insoddisfazione per il boom e il crollo del ciclo del precedente sistema finanziario in quanto sembrava loro un male minore rispetto ai modi di governo più di sinistra. Le caratteristiche del liberalismo sociale erano la cooperazione tra grandi imprese, governo e sindacati. I governi potevano assumere un ruolo vitale perché l’economia del tempo di guerra e aveva rafforzato il loro potere, ma la misura in cui ciò avveniva variava considerevolmente tra le democrazie occidentali. I liberali sociali tendono a trovare un compromesso tra gli estremi percepiti del capitalismo sfrenato e il socialismo di stato.

Dalla fine del XX secolo, mentre stava perdendo influenza politica, il liberalismo sociale conobbe una rinascita intellettuale con diversi autori importanti, tra cui John Rawls, Amartya Sen, Ronald Dworkin, Martha Nussbaum, Bruce Ackerman e altri.

La pace di Vestfalia

La pace di Vestfalia è il nome collettivo di due trattati di pace firmati nell’ottobre 1648 nelle città della Vestfalia di Osnabrück e Münster. Conclusero la Guerra dei Trent’anni (1618–1648) e la Guerra degli ottant’anni (1568–1648) e portarono la pace nel Sacro Romano Impero, chiudendo un periodo disastroso della storia europea che determinò la morte di circa otto milioni di persone. L’imperatore del Sacro Romano Impero Ferdinando III, l’Impero spagnolo, i regni di Francia e Svezia, le Province Unite (Paesi Bassi) e i rispettivi alleati tra i principi del Sacro Romano Impero hanno partecipato a questi trattati.

Il processo negoziale è stato lungo e complesso. I colloqui si sono svolti in due città, perché ciascuna parte voleva incontrarsi su territorio sotto il proprio controllo. In totale sono arrivate 109 delegazioni in rappresentanza degli stati belligeranti. Furono firmati due trattati per porre fine alla guerra nell’Impero: il Trattato di Münster e il Trattato di Osnabrück. Questi trattati posero fine alla Guerra dei Trent’anni nel Sacro Romano Impero, con gli Asburgo e i loro alleati cattolici da una parte, che combattevano le potenze protestanti alleate con la Francia. La pace separata di Münster pose fine alla Guerra degli ottant’anni tra la Spagna e le Province Unite.

Joachim Whaley, uno dei principali storici di lingua inglese del Sacro Romano Impero, afferma che commentatori come Leibniz, Rousseau, Kant e Schiller hanno elogiato la pace di Vestfalia come il primo passo verso una pace universale.

Studiosi di relazioni internazionali hanno identificato la pace di Vestfalia come l’origine dei principi cruciali per le moderne relazioni internazionali.

Lo stato dell’Europa

L’Europa era stata colpita dalla Guerra dei Trent’anni e dalla Guerra degli ottant’anni, che hanno richiesto un pesante tributo in denaro e vite umane. La guerra degli ottant’anni fu una guerra religiosa prolungata tra cattolici e protestanti, che si trasformò in una lotta per l’indipendenza della Repubblica olandese a maggioranza protestante, sostenuta dall’Inghilterra, contro la Spagna e il Portogallo dominati dai cattolici. La Guerra dei Trent’anni fu la più cruenta delle guerre di religione europee, incentrata sul Sacro Romano Impero. La guerra, che si sviluppò in quattro fasi, comprendeva un gran numero di nazioni coinvolte, schierate con la Lega Cattolica o con l’Unione Protestante. La pace di Praga (1635) pose fine alla maggior parte degli aspetti religiosi della guerra e la rivalità franco-asburgica prese il sopravvento. Con 8 milioni di morti nella sola Guerra dei Trent’anni e decenni di guerra costante, la necessità di pace è diventata sempre più chiara.

La pace di Vestfalia. I delegati

Il principale rappresentante del Sacro Romano Imperatore era Massimiliano Graf von Trauttmansdorff, alla cui sagacia fu in gran parte dovuta la conclusione della pace. Gli inviati francesi erano nominalmente sotto Enrico II d’Orléans, duca di Longueville, ma il marchese de Sablé e il conte d’Avaux erano i veri agenti della Francia. La Svezia era rappresentata da John Oxenstierna, figlio dell’omonimo cancelliere, e da John Adler Salvius, che aveva precedentemente agito per conto della Svezia negoziando il Trattato di Amburgo (1641). Il nunzio pontificio era Fabio Chigi, poi papa Alessandro VII. Brandeburgo, rappresentato da Johann, Graf von Sayn-Wittgenstein, ha svolto il ruolo più importante tra gli stati protestanti dell’impero. Il 1 giugno 1645 Francia e Svezia presentarono proposte di pace, che furono discusse dai possedimenti dell’impero dall’ottobre 1645 all’aprile 1646. La risoluzione delle questioni religiose fu effettuata tra il febbraio 1646 e il marzo 1648. La guerra continuò durante il deliberazioni.

La pace di Vestfalia. Le decisioni

Secondo i termini dell’accordo di pace, alcuni paesi hanno ricevuto territori o sono rimasti in possesso confermato della loro sovranità sui territori. Le clausole territoriali favorivano tutte la Svezia, la Francia e i loro alleati. La Svezia ottenne la Pomerania occidentale, il porto di Wismar, l’arcivescovado di Brema e il vescovato di Verden. Questi territori diedero alla Svezia il controllo del Mar Baltico e degli estuari dei fiumi Oder, Elba e Weser.

La Francia ottenne la sovranità sull’Alsazia e fu confermata il possesso di Metz, Toul, e Verdun, che aveva sequestrato un secolo prima. La Francia ha così guadagnato una solida frontiera a ovest del fiume Reno. Il Brandeburgo ottenne la Pomerania orientale e molti altri territori minori. La Baviera riuscì a mantenere l’Alto Palatinato, mentre il Palatinato renano fu restituito a Carlo Luigi, figlio dell’elettore palatino Federico V. Altri due importanti risultati dell’insediamento territoriale furono la conferma delle Province Unite dei Paesi Bassi e la Confederazione Svizzera come repubbliche indipendenti, riconoscendo così formalmente uno status che quei due Stati detenevano effettivamente da molti decenni. A parte questi cambiamenti territoriali, fu dichiarata un’amnistia universale e incondizionata a tutti coloro che erano stati privati ​​dei loro beni e fu decretato che tutte le terre fossero restituite a coloro che le avevano detenute nel 1618.

Ancora più importante della redistribuzione territoriale fu l’ insediamento ecclesiastico. La pace di Vestfalia ha confermato la Pace di Augusta (1555), che aveva concesso ai luterani la tolleranza religiosa nell’impero e che era stata revocata dall’imperatore del Sacro Romano Impero Ferdinando II nel suo Editto di restituzione (1629). Inoltre, l’accordo di pace ha esteso le disposizioni della pace di Augusta per tolleranza religiosa alla chiesa riformata (calvinista), assicurando così la tolleranza per le tre grandi comunità religiose dell’impero: cattolica romana, luterana e calvinista. Entro questi limiti gli stati membri dell’impero erano tenuti a consentire almeno il culto privato, la libertà di coscienza e il diritto di emigrazione a tutte le minoranze religiose e dissidenti all’interno dei loro domini.

La difficile questione della proprietà delle terre spirituali è stata decisa da un compromesso. L’anno 1624 è stato dichiarato “anno” in base al quale i territori dovevano essere considerati in possesso cattolico o protestante. Con l’importante disposizione che un principe avrebbe perso le sue terre se avesse cambiato religione, fu posto un ostacolo a un’ulteriore diffusione sia della Riforma che della Controriforma. La dichiarazione che tutte le proteste o i veti alla Pace di Vestfalia da parte di chiunque fosse pronunciato fossero nulli e non validi inflisse un colpo all’intervento della Curia romana negli affari tedeschi.

Le modifiche costituzionali apportate dal trattato hanno avuto effetti di vasta portata. Per la Germania, l’accordo pose fine alla secolare lotta tra le tendenze monarchiche degli imperatori del Sacro Romano Impero e le aspirazioni federaliste dei principi tedeschi dell’impero. La pace di Vestfalia riconosceva la piena sovranità territoriale degli stati membri dell’impero. Erano autorizzati a contrarre trattati tra loro e con potenze straniere, a condizione che l’imperatore e l’impero non subissero alcun pregiudizio. Con questo e altri cambiamenti i principi dell’impero divennero sovrani assoluti nei propri domini. L’imperatore del Sacro Romano Impero e la Dieta rimasero una semplice ombra del loro antico potere.

Non solo l’autorità centrale dell’impero fu sostituita quasi interamente dalla sovranità di circa 300 principi, ma il potere dell’impero fu materialmente indebolito in altri modi. Perse circa 100.000 km quadrati di territorio e ottenne una frontiera contro la Francia che era incapace di difesa. La Svezia e la Francia come garanti della pace acquisirono il diritto di ingerenza negli affari dell’impero e anche la Svezia ottenne voce nei suoi consigli (come membro della Dieta). Per molti anni la Germania divenne così il principale teatro della diplomazia e della guerra europea e il naturale sviluppo dell’unità nazionale tedesca fu ritardato. Ma se il Trattato di Vestfalia ha pronunciato la dissoluzione del vecchio ordine nell’impero, ha facilitato la crescita di nuove potenze nelle sue parti componenti, in particolare Austria , Baviera e Brandeburgo. Il trattato fu riconosciuto come legge fondamentale della costituzione tedesca e costituì la base di tutti i trattati successivi fino allo scioglimento del Sacro Romano Impero nel 1806.

I trattati non posero fine del tutto ai conflitti derivanti dalla Guerra dei Trent’anni. I combattimenti continuarono tra Francia e Spagna fino al Trattato dei Pirenei nel 1659. La guerra olandese-portoghese iniziò durante l’Unione iberica tra Spagna e Portogallo, nell’ambito della Guerra degli ottant’anni, e proseguì fino al 1663. Tuttavia, la pace di Vestfalia ha risolto molte questioni europee in sospeso dell’epoca.

Fonti:

  • Westfälischer Friede – Vertrag von Münster – Testo originale tedesco Trattato di Münster
  • Testo originale negli archivi nazionali olandesi. beeldbank.nationaalarchief.nl.
  • Croxton, Derek e Anuschka Tischer. La pace di Westfalia: un dizionario storico

La Decima Legione di Cesare: la più gloriosa di Roma

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La Legio X Equestris, nota anche come Decima legione, è una storica legione guidata prevalentemente da Giulio Cesare. La legione, nel corso della sua vita, ha attraversato momenti fondamentali della storia dell’antica Roma come la conquista delle Gallie e le guerre civili tra Cesare e Pompeo, terminando la sua vita durante il Principato di Augusto.

L’esatto momento in cui venne reclutata la Decima legione non è sicuro: secondo alcuni studiosi potrebbe essere già stata formata durante il periodo della guerra sociale (91 – 88 a.C), mentre altri collocano l’origine della Decima nella Gallia Transalpina, impegnati a contrastare una ribellione di Galli Allòbrogi sotto il comando del governatore Calpurnio Pisone.

La Decima legione contro gli Elvezi

Sappiamo che la Decima legione fu sicuramente al servizio di Giulio Cesare durante la conquista della Gallia. Il primo scontro di cui abbiamo certezza è la battaglia di Genava, nel 58 a.C, dove Cesare incontrò per la prima volta gli Elvezi, una popolazione che abitava l’attuale altopiano svizzero. La battaglia si concluse con una vittoria per i romani.

Poi, la Decima legione fu impegnata nella battaglia del fiume Arar, sempre nel 58 a.C.  In particolare, Cesare inseguiva gli Elvezi impegnati ad attraversare il fiume Arar, attaccando un terzo del loro esercito mentre era ancora impegnato a passare un guado. L’azione fulminea di Cesare permise di vincere la battaglia. 

La Decima legione partecipò anche alla battaglia di Bibracte: in quella situazione Cesare si era attestato su una collina, disponendo la fanteria pesante, tra cui la Decima legione, su un rilievo. Gli Elvezi caricarono contro i legionari, ma dovendo affrontare una salita furono rapidamente respinti. Tuttavia, l’improvvisa comparsa di alleati (Boi e Tauringi) sul campo di battaglia, permise agli Elvezi di eseguire una nuova carica mentre gli alleati attaccavano le legioni di Cesare sul fianco destro.

Cesare, con una mossa geniale, pur mantenendo la linea frontale di difesa, prelevò una parte delle sue forze, fra cui i legionari della Decima legione, riposizionandole sul lato destro al fine di resistere all’attacco combinato, vincendo nuovamente la battaglia.

La Decima legione contro Ariovisto

Sempre nell’ambito della conquista delle Gallie, la Decima legione fu impegnata contro il re Germanico Ariovisto.  Il re dei germani Ariovisto  era stato chiamato dalla tribù dei Sèquani per combattere contro gli Edui, in cambio della concessione di un quinto del territorio. Tuttavia, Ariovisto aveva violato i patti e si era insediato con la forza.

Sequani ed Edui, mettendo da parte le precedenti rivalità, chiesero aiuto ai Romani di Giulio Cesare, chiedendogli di intervenire. Durante gli incontri diplomatici tra Cesare ed Ariovisto, quest’ultimo pretese che entrambi fossero scortati dalla sola cavalleria. Ariovisto sapeva infatti che i cavalieri di Cesare erano alleati gallici, e mirava a corromperli per attirare il generale avversario in una trappola. 

Cesare, che presagì l’inganno, sostituì ai cavalieri gallici alleati degli uomini della Decima legione, sui quali aveva la più totale fiducia.

Sventata la trappola, e fallite le trattative, ci si preparò allo scontro. I romani occuparono la città di Besanzone, e a pochi giorni dallo scontro con Ariovisto, i legionari Romani, ascoltando le leggende sulla sovrumana forza dei germani, cominciarono a nutrire una forte paura. Cesare intervenne, ricordando il valore dei romani e le vittorie precedenti ottenute da Caio Mario, ma vedendo che gli uomini continuavano ad essere titubanti, disse chiaramente che era pronto a congedarli e ad affrontare il nemico con la sola Decima legione, sulla quale aveva la più totale fiducia. Questo richiamo, scosse profondamente l’animo dei Soldati e convinse i legionari ad affrontare il nemico.

La Decima legione partecipò alla battaglia dell’Alsazia contro Ariovisto, posizionata sul lato destro, quello tradizionalmente più forte, ottenendo una leggendaria vittoria.

La Decima legione contro i Belgi Nervii

L’anno successivo, Cesare stava marciando nel nord della Gallia contro i Belgi Nervii.  La colonna di marcia era costituita da sei legioni di veterani, tra cui la Decima legione, seguite da due legioni appena reclutate. 

Arrivati al termine della giornata, i legionari cominciarono a costruire gli accampamenti. Ma nel bosco di fronte a loro erano nascosti decine di migliaia di Belgi, più un gran numero di alleati, che sbucarono improvvisamente ed attaccarono le linee romane. 

I legionari furono completamente sorpresi, tanto che non ebbero nemmeno il tempo di indossare gli elmi, e cominciarono a formare spontaneamente, senza ordine di Cesare, una prima linea difensiva. 

La Decima legione si contrappose al contingente degli Atrèbati, riuscendo a scacciarli e ad inseguirli oltre il fiume Sabis. Verso la fine dello scontro, la settima e la dodicesima legione erano in pericolo, totalmente accerchiate dai Belgi Nervii e stavano per collassare. 

Cesare arringò personalmente il comando della Decima legione, e diede ordine al suo luogotenente Tito Labieno di guidare la X per attaccare rapidissimo i Nervii alle spalle, trucidandoli e salvando le due legioni da morte sicura.

La Decima legione in Britannia

Sappiamo che la Decima legione partecipò allo sbarco in Britannia del 55 a.C  Cesare sapeva che le tribù britanniche avevano fornito supporto agli alleati gallici, e nel 55 a.C decise di compiere una prima spedizione di conquista. 

Sappiamo che l’esercito partì da Portus Itius, dove su 80 navi da guerra vennero caricate alcune legioni, tra cui la settima e la Decima. I legionari della Decima sbarcarono nell’attuale regione del Kent, ed affrontarono le tribù dei britanni ottenendo delle prime vittorie. 

Nonostante questo, Cesare ordinò la ritirata, in quanto le posizioni dei romani erano insicure. 

Nella seconda spedizione, del 54 a.C, i legionari sbarcarono nuovamente in Britannia vincendo gli avversari. Cesare ottenne la resa delle tribù, il pagamento di un tributo regolare e la promessa che non sarebbero stati più inviati rinforzi alle tribù galliche.

La Decima legione durante l’assedio di Gergovia

La Decima legione fu vicina a Cesare anche nei momenti di difficoltà. Quando Vercingetorige, il capo degli Arverni, riuscì a coalizzare le tribù galliche contro l’invasore romano, Cesare decise di cingere d’assedio la città di Gergovia, dove Vercingetorige si era rinchiuso.

Cesare aveva posto l’accampamento a nord-est della città, e aveva iniziato la costruzione di un secondo accampamento per lasciare intendere a Vercingetorige che era in preparazione un attacco  da quel lato.

In realtà, ai legionari venne dato l’ordine di assalire le mura difensive da sud. Tuttavia, dopo aver ottenuto delle prime vittorie, i legionari, impazienti di sconfiggere il nemico, trasgredirono gli ordini di Cesare ed attaccarono troppo velocemente. 

I Galli compirono allora una sortita in massa, travolgendo le forze romane. Cesare, constatando il fallimento dell’offensiva, era scortato dalla Decima legione, che venne impiegata per coprire la fuga dei legionari e per salvare interi reparti inseguiti dai nemici, limitando significativamente le perdite.

La Decima legione durante l’assedio di Alesia

Sappiamo che la Decima legione fu al fianco di Cesare durante l’assedio di Alesia, la battaglia finale tra i romani e i Galli guidati da Vercingetorige. L’assedio di Alesia

Durante l’assedio di Alesia, Cesare costruì una circonvallazione per assediare Vercingetorige, che si era asserragliato in una rocca con un gruppo di fedelissimi soldati. 

Ma il principe degli Arverni riuscì a spedire dei messaggeri per chiamare a raccolta tutte le tribù galliche alleate affinché convergessero contro Cesare. Quest’ultimo, fu così costretto a costruire una controvallazione per difendersi dalle unità galliche in soccorso. 

Tradizionalmente la battaglia di Alesia è divisa in tre giornate di scontri: un primo attacco dominato dall’affrontarsi delle cavallerie, un secondo attacco notturno e una terza giornata di combattimenti dove i Galli, nascondendosi dietro al Monte Rea, situato a nord-ovest rispetto ad Alesia, cercarono, ed in alcuni punti riuscirono, a superare le difese di Cesare. 

Cesare intervenne personalmente, portando i suoi legionari a vincere la battaglia e in ultima analisi la guerra. 

Non conosciamo l’esatto posizionamento e il contributo della Decima legione, ma sicuramente, analizzando il posizionamento che solitamente Cesare riservava ai legionari della Decima, potrebbero aver avuto un ruolo fondamentale, soprattutto durante l’ultima giornata di combattimenti.

La Decima legione durante la guerra civile

Dopo la conquista delle Gallie, la Decima legione di Giulio Cesare fu impegnata nelle guerre civili. Allo scoppio del conflitto tra Cesare e Pompeo, la Decima era attestata nella Gallia Narbonense e precisamente nella capitale di quella provincia, Narbona.

La Decima seguì innanzitutto Cesare nelle campagne contro le legioni di Pompeo che erano schierate in Spagna, in quella che è nota come la battaglia di Ilerda. Cesare dovette affrontare tre generali pompeiani: Lucio Afranio, Marco Petreio e Terenzio Varrone.  Si trattò di una guerra di posizione, ricca di notevoli schermaglie tra i due eserciti. 

Durante questa fase, Cesare rischiò di rimanere completamente senza rifornimenti, e salvò l’esercito mediante la costruzione, in due giorni, di un ponte che gli permise di mietere il raccolto. 

Riuscito a circondare il nemico, con l’utilizzo della diplomazia, Cesare ottenne la resa dell’avversario senza arrivare al combattimento. La Decima legione  accompagnava personalmente Cesare, soprattutto nelle missioni e nelle fasi più delicate.

La Decima legione durante la battaglia di Durazzo

I legionari della Decima legione accompagnarono Cesare anche nella prima vera battaglia direttamente contro Pompeo. In particolare, Pompeo si era attestato nella città di Durazzo, occupando una posizione strategicamente privilegiata. 

Cesare, sebbene in inferiorità numerica, costruì una serie di fortificazioni per schiacciare l’avversario contro la costa. Pompeo rispose costruendo una seconda linea di fortificazioni in sua difesa. 

La situazione era di stallo, ma Pompeo venne a sapere da un disertore che le fortificazioni di Cesare nel settore Sud non erano ancora state completate. Così, dopo un attacco improvviso su tre punti, Pompeo fu in grado di forzare il blocco di Cesare.  Pompeo non sconfisse definitivamente Cesare in quanto pensava che quest’ultimo gli avesse teso una trappola, ed anziché attaccare con tutti i propri uomini preferì scappare attraverso i Balcani.

Si trattò della prima grande sconfitta di Cesare durante la guerra civile. Cesare dovette fare ricorso a tutto il suo carisma per convincere i suoi soldati a non disertare e a non abbandonarlo. La Decima legione rimase completamente fedele a Cesare, e si predispose per la battaglia successiva, quella di Farsalo, che avrebbe decretato la vittoria di Cesare durante la guerra civile.

La Decima legione durante la battaglia di Farsalo

La battaglia di Farsalo rappresentò l’ultimo confronto tra Cesare e Pompeo durante la guerra civile. Pompeo aveva schierato la sua fanteria mettendosi personalmente al comando di questa, mentre la cavalleria posizionata sulla sinistra era guidata da Tito Labieno , ex generale al servizio di Cesare, ora passato dalla parte dei pompeiani. 

Cesare, con un numero minore di fanti, aveva escogitato una trappola: dietro la propria cavalleria erano stati infatti nascosti dei fanti. La cavalleria di Cesare avrebbe dovuto fingere di ritirarsi per permettere ai fanti di attaccare a sorpresa la cavalleria di Tito Labieno, facendola fuggire e attaccando l’avversario sul fianco. 

Il piano di Cesare funzionò perfettamente. 

La Decima legione era posizionata nel corpo centrale della fanteria, verso il lato destro. Durante lo scontro delle fanterie, la Decima legione si comportò in maniera particolarmente professionale, evitando di perdere fiato e di stancarsi eccessivamente durante la carica, ma riprendendo il respiro prima di entrare in contatto con il nemico, di propria iniziativa e senza la necessità di un ordine di Cesare.

La Decima legione durante la battaglia di Tapso

La Decima legione venne impiegata anche durante la battaglia di Tapso fra Giulio Cesare e Tito Labieno, sopravvissuto alla sconfitta di Farsalo e riorganizzatosi in Nord Africa. 

In quella situazione, la Decima legione venne schierata come al solito sul lato destro della fanteria. Mantenne la propria posizione combattendo valorosamente ed affrontando una parte degli elefanti che Tito Labieno e i suoi alleati avevano schierato contro l’esercito di Cesare. 

Una volta sconfitti gli elefanti, fatti scappare con l’utilizzo di trombe, l’esercito di Cesare si accanì contro l’avversario, in maniera abbastanza insolita rispetto al classico comportamento conciliante di Cesare. 

Alcune fonti suggeriscono che Cesare sia stato colpito da un attacco epilettico verso il finire della battaglia, e la violenza sia da ascriversi all’iniziativa dell’esercito.

La Decima legione durante la battaglia di Munda

La battaglia di Munda rappresentò l’ultimo scontro tra Giulio Cesare e gli alleati pompeiani. In questa situazione, la Decima legione ebbe un ruolo determinante. 

Gli eserciti si erano disposti con la classica fanteria al centro e la cavalleria sulle ali. Cesare, che aveva la Decima legione sul lato destro della fanteria, prese personalmente il comando dei legionari e attaccò la controparte. 

Vedendo l’attacco di Cesare e della Decima legione, Gneo Pompeo, omonimo di Pompeo Magno, decise di staccare una parte degli uomini dal proprio lato per accorrere verso la parte dell’esercito che sembrava maggiormente in difficoltà. 

In realtà, l’attacco di Cesare rappresentava un semplice diversivo, eseguito per indebolire una parte dell’esercito avversario. 

La cavalleria posta sul fianco sinistro dell’esercito di Cesare, infatti, attaccò esattamente la parte del contingente avversario dove gli uomini erano stati distratti. In questo modo Cesare ottenne una netta vittoria, anche se, per sua stessa ammissione, Munda fu l’unica battaglia della sua vita in cui aveva combattuto per sopravvivere, e non solamente per vincere.

La Decima legione durante la battaglia di Filippi

Dopo la morte di Cesare, che sconvolse profondamente i legionari della Decima legione, l’unità venne utilizzata durante la battaglia di Filippi tra Ottaviano e Marco Antonio contro Bruto e Cassio, gli autori del complotto che aveva tolto la vita a Cesare.

La Decima legione venne impiegata sotto il diretto comando di Marco Antonio e soprattutto nella seconda battaglia di Filippi. Marco Antonio, che doveva combattere contro l’esercito di Bruto, divise il suo contingente in tre parti, indicando alla legione posizionata sulla sua destra di avanzare sempre più verso Oriente in modo da provocare l’allungamento delle linee di difesa dell’avversario ed individuare più facilmente un varco dove inserirsi. 

Non conosciamo esattamente il posizionamento della Decima legione e gli ordini che ricevette, ma sappiamo che partecipò a tutte le fasi della battaglia di Filippi.

La Decima legione al comando di Marco Antonio nella campagna contro i Parti

Durante la guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio, quest’ultimo si era acquartierato ad Alessandria d’Egitto, con l’appoggio di Cleopatra. In questa situazione, Marco Antonio aveva concepito la conquista dell’impero dei Parti, riutilizzando i piani di attacco che erano stati elaborati da Cesare poco prima della sua morte.

La spedizione, finanziata da Cleopatra, alla quale partecipò la Decima legione, fu un insuccesso. I motivi del fallimento dell’ offensiva sono dovuti in parte alla cattiva organizzazione, in parte perché le linee di rifornimento, negli sterminati territori dei Parti, non funzionarono a dovere ma soprattutto per le continue imboscate tese dal nemico.

Alla fine Marco Antonio fu costretto ad una drammatica ritirata. I legionari, che subirono pesantissime perdite, riuscirono comunque a raggiungere l’Armenia, uno stato cuscinetto tra i romani e i Parti e a ritirarsi nei loro accampamenti.

La Decima legione durante la battaglia di Azio e lo scioglimento

La Decima legione partecipò anche la battaglia di Azio, lo scontro decisivo tra Ottaviano e Marco Antonio.

Marco Antonio e Cleopatra si erano attestati sul promontorio di Azio, nella Grecia centrale, in una posizione particolarmente difendibile. Ottaviano, aiutato dal suo ammiraglio Marco Vipsanio Agrippa, aveva schierato le sue navi per schiacciare l’avversario. 

La strategia di Agrippa era quella di fingere che la flotta di Ottaviano fosse in difficoltà per raggiungere il mare aperto, e poi contrattaccare, sfruttando la maggiore mobilità delle sue imbarcazioni. 

Il piano funzionò perfettamente e l’esercito di Marco Antonio e di Cleopatra venne messo in difficoltà. Ma soprattutto, all’improvviso, la nave di Cleopatra individuò un varco nello schieramento avversario e decise di fuggire dalla battaglia. Marco Antonio, resosi conto che la sua amante stava scappando, la seguì con la propria nave da guerra, lasciando l’esercito senza comandante. 

Ottaviano, che ottenne una facile vittoria,  garantì che non avrebbe fatto alcun male agli uomini della Decima legione ed ottenne la loro resa.

Ai Legionari della Decima legione vennero quindi assegnati degli appezzamenti di terreno vicino a Patrasso, sempre in Grecia. 

Tuttavia, I legionari della Decima non furono mai grado di vedere Ottaviano come un vero comandante, tanto è vero che, secondo Svetonio “obbedivano con una certa aria di rivolta”. 

Per questo motivo, Ottaviano preferì sciogliere definitivamente la legio X Equestris, distraendo una parte degli uomini che confluì nella legio X Gemina. Questa decisione, dopo una gloriosa storia militare, rappresentò la fine della Decima legione.

La disfida di Barletta (1503). I cavalieri italiani umiliano i francesi

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La disfida di Barletta è uno scontro avvenuto il 13 febbraio del 1503, fra 13 cavalieri italiani e 13 cavalieri francesi per una pura questione di onore. Durante lo scontro, comandato per gli italiani da Ettore Fieramosca e per i francesi da Guy De la Motte, i cavalieri italiani ottennero una decisiva vittoria, salvaguardando il loro onore ed entrando nella storia.

La disfida di Barletta: l’offesa agli italiani

All’inizio del Cinquecento, il Regno di Napoli guidato da Federico I venne conteso da Luigi XII di Francia e da Ferdinando II di Aragona. 

I due sovrani firmarono nel 1500 il “Trattato di Granada”, un accordo segreto in base al quale le due potenze si sarebbero spartite il territorio del Regno di Napoli. I francesi e gli aragonesi procedettero quindi alla conquista dell’intero meridione d’Italia, stabilendosi i primi a nord e i secondi a sud.

Tuttavia, nonostante gli accordi di Granada, gli eserciti francesi e quelli aragonesi iniziarono a contendersi porzioni sempre più ampie di territorio. In particolare, i francesi conquistarono le città più importanti del Regno di Napoli, isolando gli spagnoli in Calabria e in Puglia. Barletta, così, divenne la capitale degli Spagnoli nel Regno di Napoli.

All’inizio del 1503, un distaccamento di soldati francesi di stanza a Canosa di Puglia si incontrò fortuitamente con dei soldati spagnoli guidati dal nobile Diego de Mendoza. Dopo un aspro combattimento, Mendoza ottenne la vittoria, catturando diversi soldati francesi, che furono scortati presso Barletta e messi sotto sorveglianza.

Dopo qualche settimana, il nobile spagnolo Consalvo da Cordova decise di organizzare un banchetto, al quale furono invitati gli ufficiali spagnoli e, in via amichevole, anche i prigionieri francesi. 

Durante il banchetto, che si tenne presso l’antica osteria “Casa di Veleno”, il nobile francese Charles de Torgues, conosciuto anche come Monsieur Guy de la Motte, iniziò a disprezzare il valore dei soldati italiani, accusandoli di essere dei codardi, di scappare alla prima occasione e di non valere molto in battaglia. 

Quella stessa sera, il generale spagnolo Lopez de Ayala difese gli italiani, spiegando di aver comandato personalmente dei soldati italiani e di poter confermare che questi, in quanto a valore, non avevano nulla da invidiare ai francesi.

La lite degenerò, fino a che si decise di vendicare l’onore degli italiani con una disfida ufficiale, che si sarebbe tenuta pochi giorni dopo.

L’organizzazione della disfida di Barletta

Guy de la Motte fu incaricato di organizzare un gruppo di 13 cavalieri francesi che avrebbe partecipato alla disfida. I nomi dei cavalieri francesi furono:

  • Charles de Torgues
  • Marc de Frigne
  • Girout de Forses
  • Claude Grajan d’Aste
  • Martellin de Lambris
  • Pierre de Liaye
  • Jacques de la Fontaine
  • Eliot de Baraut
  • Jean de Landes
  • Sacet de Sacet
  • François de Pise
  • Jacques de Guignes
  • Naute de la Fraise

I soldati francesi pernottarono qualche giorno presso Ruvo di Puglia, oggi in provincia di Bari, e la mattina dello scontro si tenne una messa solenne nella chiesa di San Rocco, oggi gestita dalla Confraternita di San Rocco.

Nel frattempo, per gli italiani, si impegnarono in prima persona i fratelli Prospero e Fabrizio Colonna, appartenenti ad una delle più potenti ed antiche famiglie italiane. I Colonna contattarono immediatamente Ettore Fieramosca, nobile di origine Capuana, e uno dei più importanti e valorosi condottieri italiani dell’epoca.

Lo stesso Ettore Fieramosca iniziò un carteggio con De la Motte, per organizzare i dettagli dello scontro. Fieramosca contattò i migliori combattenti del tempo:

  • Francesco Salamone
  • Marco Corollario
  • Riccio da Parma
  • Guglielmo Albimonte
  • Mariano Marcio Abignente
  • Giovanni Capoccio da Tagliacozzo
  • Giovanni Brancaleone
  • Ludovico Abenavoli
  • Ettore Giovenale
  • Fanfulla da Lodi
  • Romanello da Forlì
  • Ettore de’ Pazzis

I cavalieri italiani si fermarono ad Andria e il giorno dopo si tenne una messa solenne nella cattedrale della città, dove i cavalieri giurarono, al grido di: “Vittoria o morte!”  di vendicare l’onore degli italiani.

La disfida di Barletta:  la disposizione sul campo

Il 13 febbraio del 1503 si tenne la disfida di Barletta. Il campo di battaglia era posizionato nella pianura tra Andria e Corato, nel territorio appartenente a Trani e più precisamente in località Mattina di Sant’Elia, allora sotto la giurisdizione della Repubblica di Venezia.

Quattro giudici italiani e quattro giudici francesi, accompagnati da due ostaggi italiani e da due ostaggi francesi, si occuparono di recintare il terreno dello scontro. 

I primi ad arrivare furono gli italiani, guidati da Ettore Fieramosca. Quest’ultimo tenne anche un solenne discorso ai suoi, che ci viene riportato da un anonimo testimone oculare della disfida.

“Compagni e fratelli miei, se io pensassi che queste mie poche parole dovessero aggiungere più animo a che quel che dalla natura vi è concesso, certo mi ingannerei, avendo visto voi sino a qui allegramente essere condotti a questa magnanima impresa e dimostrato chiaramente quell’animo che un qualsivoglia coraggioso cavaliero mostrerebbe in simil caso.

Onde io, conoscendo il valore vostro essere sì grande e fermo in questo nobile esercizio, per essere solo di voi stata fatta onorabile elezione, sono in tutto soddisfatto e contento. Ma perché i nemici in fino a qui non sono comparsi al campo, in questo spazio di tempo, che ne avanza, mi è parso manifestarsi il presagio dell’animo mio, il quale vi rende certi di indubitata vittoria in questa impresa, vedendovi sì ardenti e volenterosi a conquistare quell’onore che Dio e la benigna fortuna ne promette. 

Altri nei tempi passati hanno combattuto per naturale inimicizia, altri per iracondia, alcuni altri per ingiuria ricevuta, altri per cupidità di roba, tesori e beni di fortuna, altri per amore di donne e chi per un’occorrenza, chi per un’altra, secondo che l’occasione gli porgeva. Voi oggi combatterete per la gloria, che è il più prezioso e onorato pregio che dalla fortuna si potesse proporre a valenti uomini. Questa vi infiamma, questa vi accompagna all’immortalità, liberandovi in ogni caso da vil morte”.

Successivamente, anche i francesi fecero la loro comparsa sul campo di battaglia e Guy de la Motte tenne un discorso ai suoi cavalieri:

“Se dall’esperienza, la quale è maestra di tutte le cose, si può pigliare giudizio, cavalieri, compagnie e fratelli miei, certo io non dubito che di questa impresa, della quale oggi per noi si ha da fare prova, porteremo quell’onore e quella vittoria che da tanto tempo la nostra nazione francese ha sempre riportato.

E vi dovete rammentare che i nostri progenitori più volte hanno fatto scappare i romani, che signoreggiavano l’universo e tutta la Nazione Italiana, tanto che l’arme francese in ogni tempo è sempre valsa. E ricordatevi di come le armi francesi abbiamo difeso la nostra storia e procurato onore in tutte le battaglie.

Ora non credo che queste mie parole siano necessarie a farvi acquistare più valore di quello che in voi vedo, e mi rendo conto che difendete con la medesima forza i nostri antenati, i quali hanno lasciato di loro certa fama al mondo.

Comunque mi è parso importante rammentare alla vostra memoria che oggi sostenteremo con le nostre lance l’onore di tutta la nostra nazione di Francia e dovremo tutti considerare che restando noi vincitori di questa impresa, come sono certo,  con l’aiuto di nostro Signore, resteremo appresso a tutti i nostri posteri, sempre forti, e in tutta questa nostra Europa si ragionerà per tutte l’età della nostra Gloria.”

La disfida di Barletta: la dinamica dello scontro

Gli italiani concessero la gentilezza ai francesi di entrare per primi sul campo di battaglia. I francesi si disposero in una sola linea di attacco con lancia in resta, pronti alla carica. Era evidente dunque che i francesi si basavano su un approccio aggressivo.

Gli italiani invece, posizionati in una analoga unica linea, tenero la lancia abbassata, per resistere all’assalto francese e contrattaccare al momento opportuno.

I francesi lanciarono la carica e attaccarono gli italiani, ma quest’ultima ebbe tutto sommato poco effetto sull’avversario. Cercando di riprendere le posizioni iniziali, le fonti antiche ci segnalano che mentre i francesi sembravano vagamente disorganizzati e non sufficientemente coordinati tra di loro, gli italiani avevano perfettamente mantenuto le posizioni, pronti ad ingaggiare nuovamente lo scontro.

I Francesi decisero quindi di abbandonare le aste e di utilizzare le spade e le scuri per attaccare gli italiani. Per i 15 minuti successivi si scatenò un violento scontro, durante il quale, secondo alcune fonti, una parte dei Francesi finì addirittura fuori dal confine del campo di battaglia.

Sappiamo che durante questa fase due italiani vennero disarcionati: il primo nome non è sicuro, ma sul secondo tutte le fonti citano Ettore de Pazzis, il quale si sarebbe rialzato e avrebbe combattuto, appiedato, cercando di abbattere i cavalli francesi.

Durante lo scontro, apparve chiara la superiorità dei cavalieri italiani, che ottennero una netta vittoria.

Alcuni cavalieri francesi vennero catturati, altri furono feriti e si arresero, uno solo morì per una grave ferita alla testa, probabilmente Claude d’Aste, mentre un certo “Pierre” sembra essere l’unico cavaliere francese ad aver opposto una strenua resistenza fino all’ultimo.

La disfida di Barletta: la vittoria degli italiani

Gli italiani ottennero in premio i cavalli e le armi degli sconfitti. Inoltre, gli accordi prevedevano un riscatto di 100 ducati per ogni cavaliere catturato. I francesi, tanto sicuri di vincere la disfida, non avevano portato con loro i soldi necessari per ottenere la liberazione.

Per questo furono scortati, ancora prigionieri, a Barletta dove lo stesso Consalvo da Cordova pagò gli italiani per ottenere la loro liberazione.

Il giorno dopo, nella cattedrale di Barletta si tenne una messa in ringraziamento della Madonna, che aveva protetto i cavalieri italiani.

Così, quel giorno del 1503 divenne un evento di portata storica, ancora oggi ogni anno ricordato proprio a Barletta dalle migliori associazioni di rievocazione del tempo.