Il prefetto del Pretorio era un’alta carica dello stato durante l’Impero romano. Nato come comandante della guardia pretoriana, il corpo speciale dell’esercito dedicato alla protezione dell’imperatore, la funzione del prefetto del Pretorio si estese gradualmente non solo a responsabilità militari, ma anche a cariche legali e amministrative.
I Prefetti del pretorio divennero infatti i principali aiutanti dell’imperatore, e alcuni di loro si sostituirono di fatto alla figura dell’imperatore in momenti fondamentali della storia romana.
Sotto Costantino I, il potere del prefetto venne notevolmente ridimensionato e il suo ufficio fu trasformato in un incarico amministrativo civile.
I Prefetti mantennero però delle funzioni importanti dal punto del governo territoriale e continuarono ad essere nominati nell’Impero romano d’Oriente fino al regno di Eraclio, nel VII secolo d.C
Dopodiché, i Prefetti del Pretorio vennero convertiti in semplici sovrintendenti dell’amministrazione provinciale, con poteri estremamente limitati rispetto a quelli che avevano avuto nei secoli precedenti.
Le ultime tracce dei Prefetti risalgono all’impero bizantino, attorno all’840 d.C
Il prefetto del pretorio durante l’impero
Durante la prima fase dell’Impero romano, le guardie del corpo dell’imperatore, i pretoriani, erano comandati da uno, due o anche tre prefetti, scelti direttamente dall’imperatore tra la classe dei cavalieri. Non esistevano delle regole precise o dei requisiti legali per essere nominati, e la scelta veniva compiuta secondo le preferenze personali dell’imperatore.
A partire da Alessandro Severo, la carica fu aperta anche ai senatori e qualora la scelta fosse ricaduta su un membro della classe dei cavalieri, il nuovo eletto veniva immediatamente elevato al rango senatorio.
I Prefetti del Pretorio furono regolarmente nominati fra generali o soldati dalla grandissima esperienza, spesso uomini che si erano fatti strada nell’esercito nel corso degli anni.
La particolare posizione occupata dal prefetto del Pretorio nel sistema statale romano diede a questa figura un potere a sè stante, e il prefetto del Pretorio divenne ben presto uno degli uomini più potenti di Roma.
Gli imperatori cercarono costantemente di controllare i pretoriani, a volte tramite un sistema di donazioni, a volte concedendogli degli aumenti di grado, ma nonostante questo, gli stessi pretoriani organizzarono diversi colpi di stato, che contribuirono ad un frequente ricambio nella successione imperiale.
Alla lunga, i pretoriani arrivarono a destabilizzare sistematicamente lo Stato romano, contrariamente al motivo stesso per cui erano stati fondati da Augusto.
Il prefetto del pretorio come amministratore finanziario
Oltre alle sue classiche funzioni militari, il prefetto del Pretorio sviluppò giurisdizione su altri aspetti più civili, fra cui l’intervento in caso di crimini, non in qualità di delegato ma come rappresentante ufficiale dell’imperatore. Soprattutto nei casi in cui si dimostrava palesemente incapace di svolgere il suo ruolo, il prefetto del Pretorio divenne di fatto il “facente veci” dell’imperatore.
Al tempo di Diocleziano, il prefetto del Pretorio era ormai diventato una specie di Primo Ministro.
Consapevole della loro funzione, Diocleziano operò una prima riforma di questo ufficio: nell’ambito della tetrarchia, il sistema di governo che aveva diviso l’Impero romano in quattro zone con altrettanti imperatori, ogni area aveva il proprio prefetto del Pretorio, con il compito di sovrintendere alle questioni militari e amministrative, mentre la funzione di protezione dell’imperatore venne delegata a gruppi di guardie del corpo.
Più tardi, l’imperatore Costantino, che per raggiungere il potere era stato costretto ad annientare proprio l’esercito dei pretoriani del rivale Massenzio, operò una ulteriore riforma di questa carica fondamentale.
I Prefetti “semplici” divennero responsabili dell’approvvigionamento logistico dell’esercito, senza il potere che aveva contraddistinto questa figura nei secoli precedenti, mentre il capo della guardia pretoriana si trasformò in “direttore finanziario”, con il compito di redigere il bilancio globale dell’impero.
Divenne responsabile di tutti gli obblighi tributari che venivano imposti agli abitanti più ricchi dell’impero, e il suo parere era estremamente importante, tanto che nel 331 d.C, Costantino confermò che una sentenza emanata direttamente dal prefetto del Pretorio in ambito finanziario non poteva essere appellata.
In questa epoca storica, le capacità militari del capo della Guardia pretoriana divennero praticamente irrilevanti, e il vero requisito per ricoprire l’incarico era una profonda conoscenza del diritto romano e ampie capacità di gestione e di amministrazione tributaria.
Sempre sotto Costantino I, l’istituzione del Magister militum privò del tutto il prefetto del Pretorio del suo carattere militare, e questa figura rimase la più alta carica civile dell’impero.
Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, e la creazione dei regni romano barbarici, il prefetto del Pretorio mantenne sostanzialmente delle funzioni amministrative: sappiamo che il Re ostrogoto Teodorico il grande, suddito nominale della corte di Costantinopoli, mantenne intatta la figura e le funzioni che erano state stabilite in epoca classica.
La coppa di Licurgo è una coppa di vetro dell’antica Roma datata IV secolo d.C realizzata con vetro dicroico, che mostra un colore diverso a seconda della sorgente dell’illuminazione. La coppa si presenta di colore rosso quando viene illuminata da dietro e verde quando illuminata davanti.
Si tratta dell’unico oggetto di vetro del periodo romano giunto integro fino a noi e dotato di queste caratteristiche straordinarie. La coppa di Licurgo è quella che mostra il cambiamento di colore più impressionante di tutti i reperti a nostra disposizione ed è stato descritto dai principali esperti del mondo come “il vetro più spettacolare del periodo antico che sappiamo essere esistito “.
La coppa costituisce anche un raro esempio di coppa diatrèta, realizzata con una gabbia di metallo che sorregge la tazza dove il vetro è stato accuratamente tagliato e molato per far risaltare la gabbia decorativa sulla superficie.
Il reperto è interessante anche sotto il profilo artistico: la maggior parte delle coppie di questo tipo è dotata di un semplice disegno geometrico astratto, mentre questo esemplare mostra una composizione di figure che racconta la leggenda del Re Licurgo che tentò di uccidere Ambrosia, seguace del Dio Dioniso. La ragazza viene trasformata in una liana che si attorciglia attorno al Re infuriato e lo soffoca fino ad ucciderlo.
L’effetto dicroico è stato ottenuto aggiungendo alle vetro delle nanoparticelle di oro e di argento disperse in maniera uniforme. Il processo utilizzato per ottenere questo risultato rimane assolutamente poco chiaro, ed è probabile che non sia stato né voluto né compreso dagli stessi produttori, i quali potrebbero aver raggiunto l’obiettivo con una contaminazione accidentale da parte di polvere d’oro e di argento macinata durante lavorazioni precedenti.
La quantità straordinariamente piccola di oro e di argento lascia pensare che i vetrai potrebbero non essersi nemmeno resi conto di quanto stavano realizzando. Comunque sia, l’effetto ottenuto è decisamente fuori dal comune.
La storia della Coppa di Licurgo
La coppa venne realizzata a Roma o ad Alessandria d’Egitto nel periodo dal 290 al 325 d.C in misura 16,5 cm x 13,2 cm.
La coppa potrebbe essere stata destinata alle celebrazioni del culto del Dio Bacco, rito della vita religiosa romana ancora attivo intorno al 300 d.C. Una lettera presumibilmente dell’imperatore Adriano a suo cognato Serviano, citata nella biografia della Historia Augusta, ricorda esattamente il dono di due coppie dicroiche.
Il testo recita: “Ti ho inviato due coppe che cambiano colore, presentatemi dal sacerdote di un tempio. Sono dedicate a te e a mia sorella. Vorrei che tu li usassi nei banchetti nei giorni di festa”.
Date le eccellenti condizioni di conservazione è probabile che, come tanti altri oggetti di lusso del periodo romano, sia sempre stata conservata fuori dalla terra: il più delle volte questi oggetti venivano mantenuti al sicuro nei tesori delle Chiese cristiane. In alternativa, potrebbe essere stata conservata e recuperata all’interno di un sarcofago.
La storia successiva della coppa è poco conosciuta: ne troviamo menzione solamente in una stampa del 1845, quando uno scrittore francese disse di averla vista “alcuni anni fa, nelle mani di M. Dubois”. Siamo certi che il magnate Lionel de Rothschild lo possedeva nel 1857 tanto che l’esploratore Gustav Friedrich Vagen lo vide nella collezione del Rothschild e lo descrisse in condizioni “barbare e degradate”.
L’attuale piede in bronzo dorato che fa da supporto alla coppa è stato aggiunto attorno al 1800, suggerendo che questo potrebbe essere uno degli oggetti prelevati dai tesori rubati durante la rivoluzione francese.
Nel 1862 Rothschild lo prestò ad una mostra che si tenne all’attuale Victoria and Albert Museum, dopo di che, sparì dalla circolazione fino al 1950. Nel 1958 Lord Rothschild lo vendette al British Museum per ventimila sterline, di cui 2000 vennero donate alla fondazione Art Sound.
Nel 1958 il piede venne rimosso dai esperti del British Museum e fu ricongiunto alla coppa solo nel 1973.
La coppa fa ora parte del dipartimento di preistoria e storia dell’Europa del British Museum, esposta ed illuminata da dietro nella sala 50. Nel 2015 venne nuovamente esposta con un nuovo allestimento nella stanza 2A, con una sorgente luminosa mutevole che mostrava efficacemente il cambiamento di colore agli occhi dei visitatori. Nell’ottobre del 2015 il reperto è stato spostato nella sala 41.
L’iconografia della Coppa di Licurgo
La figura del Re di Tracia Licurgo, legato da una vite e nudo senza calzature, è affiancata a sinistra da Ambrosia, accovacciata, in scala notevolmente ridotta. Dietro di lei, uno dei satiri del Dio Dioniso (mostrato in forma umana) sta su un solo piede mentre si prepara a scagliare una grande roccia contro il Re Licurgo.
Alla destra di Licurgo viene mostrata una figura del Dio Pan, e ai suoi piedi una pantera dall’aspetto più simile ad un cane, il tradizionale compagno di Dioniso, il cui volto è scomparso ma che presumibilmente stava per attaccare il Re, mordendolo al braccio destro.
Dioniso porta un Tirso, il bastone speciale del Dio e dei suoi seguaci: il suo abito ha una connotazione orientale, forse indiana, che riflette l’iconografia degli antichi greci, che attribuivano a questo Dio un’origine appunto orientale.
È stato suggerito da alcuni studiosi che questa scena, non molto comune nelle produzioni romane, fosse in realtà un riferimento alla sconfitta dell’imperatore Licinio, battuto da Costantino I nel 324 d.C. Un’altra ipotesi è che il cambiamento di colore dal verde al rosso rifletta il grado di maturazione dell’uva, il che si accorderebbe perfettamente con la rappresentazione della scena che coinvolge il Dio del vino.
L’immagine del Dio Dioniso e dell’attacco al Re Licurgo ha alcune rappresentazioni simili: il parallelo più vicino alla scena rappresentata sulla coppa è in uno dei mosaici absidali che si trovano nella villa del Casale in Piazza Armerina a Roma. Vi è anche un mosaico ad Antiochia sull’Oronte e una rappresentazione simile in un sarcofago del secondo secolo che si trova a Villa Parisi, presso Frascati.
C’è anche un mosaico pavimentale di Vienna che rappresenta il solo Re Licurgo attaccato dalla vite.
Le caratteristiche del vetro della Coppa di Licurgo
Per ottenere questo straordinario risultato, si stima sia stata aggiunta una parte di argento ogni 330 milioni parti di vetro, e una parte d’oro ogni 40 milioni parti di vetro.
Le particelle hanno un diametro di circa 70 nanometri e sono state incorporate nel vetro, e dunque non possono essere viste se non al microscopio elettronico a trasmissione: le dimensioni di queste particelle si avvicinano alle dimensioni della lunghezza d’onda della luce visibile, tanto da verificarsi un effetto noto come “Risonanza plasmonica di superficie “.
Le particelle formano una lega di argento e oro che influisce sulla luce: se illuminate da dietro, le minuscole particelle metalliche sono abbastanza grandi da riflettere la luce senza eliminare l’onda di trasmissione. Nella luce trasmessa, le particelle disperdono l’estremità blu dello spettro in modo più efficace rispetto all’estremità rossa: il colore rosso è dunque quello che “rimane” ed è quello osservabile ad occhio nudo.
La stessa cosa, ma con un effetto finale verde, avviene se la sorgente della luce è opposta.
L’interno della coppa e perlopiù liscio, ma dietro le figure principali il vetro è stato scavato più del necessario, dando un colore uniforme quando attraversato dalla luce. Questa è una caratteristica unica tanto che gli studiosi non credono in una azione volontaria da parte dei creatori, quanto da un incidente dovuto forse a un ripensamento in corso d’opera.
Forse per un incidente di fabbricazione che i vetrai sono stati costretti a correggere durante il tempo ha permesso, loro malgrado, di far risplendere la luce con ancora più efficacia.
Il grande incendio di Roma fu un incendio urbano avvenuto il 18 luglio del 64 d.C, sotto l’imperatore Nerone.
L’incendio divampò nelle botteghe dei mercanti che si trovavano attorno al Circo Massimo, esattamente la notte del 19 luglio. Dopo 6 giorni l’incendio venne domato, ma prima che si potessero valutare i danni, questo si riaccese e continuò a bruciare per altri tre giorni.
All’indomani dell’incendio, due terzi della città di Roma erano andati completamente distrutti.
Secondo Tacito e soprattutto secondo la tradizione Cristiana successiva, l’imperatore Nerone incolpò della devastazione la comunità cristiana presente in città, dando inizio alla prima persecuzione dell’impero nei confronti dei Cristiani.
I precedenti incendi registrati nella città di Roma
Anche se l’incendio del 64 d.C fu particolarmente devastante ed entrò per sempre Nella storia, Roma aveva una lunga tradizione di incendi precedenti. In particolare:
Nel 6 d.C, un incendio distrusse la stazione dei Cohortes Vigiles
Nel 12 d.C venne distrutta la basilica Julia
Nel 14 d.C venne distrutta la basilica Emilia
Nel 22 d.C un incendio compromise gran parte delle strutture del Campo Marzio
Nel 26 d.C un incendio colpi il colle Celio
Nel 36 d.C un incendio distrusse gran parte del Circo Massimo
La dinamica del grande incendio di Roma del 64 d.C
Secondo lo storico Tacito, l’incendio divampò nelle botteghe dove erano immagazzinati alcuni beni infiammabili, ed in particolare nella regione del Circo Massimo, posizionata tra i colli Celio e Palatino, nel cuore di Roma.
La notte era ventosa e le fiamme si propagarono con particolare rapidità per tutta la lunghezza del Circo Massimo. L’incendio si estese ad un’area composta da strade strette e tortuose e attecchì soprattutto nei condomini vicini.
Roma era caratterizzata da grandi condomini, con poco spazio tra l’uno e l’altro, realizzati prevalentemente in legno, e dunque facilmente infiammabili.
In quella zona dell’antica Roma non c’erano inoltre dei grandi edifici con particolare spazio, come i templi, che potessero rallentare la diffusione delle fiamme.
L’incendio si diffuse poi lungo le pendici del Palatino e del Celio, ingrossandosi sempre di più.
La popolazione fuggì prima nelle zone che non erano ancora state colpite dall’incendio e poi nei campi aperti e nelle strade rurali che si trovavano nella campagna immediatamente circostante.
Diversi saccheggiatori e piromani avrebbero approfittato della situazione per appiccare ulteriori incendi secondari tramite il lancio di torce oppure, agendo in gruppo, ostacolando l’adozione delle misure necessarie per rallentare o arrestare l’avanzata delle fiamme.
Diverse fonti antiche, soprattutto Tacito, ci riportano la presenza di alcuni gruppi che appiccavano sistematicamente fuoco ai condomini non ancora invasi dalle fiamme ed interrogati sul motivo per cui si stavano comportando in quel modo, alcuni responsabili avrebbero detto di essere stati pagati per farlo.
Il fuoco si fermò spontaneamente dopo sei giorni di combustione continua. Tuttavia, prima che si riuscisse a capire esattamente da dove avevano avuto origine le fiamme, l’incendio si riaccese e bruciò per altri tre giorni.
Dei 14 distretti di Roma, tre furono totalmente devastati, altri 7 furono ridotti a cumuli di rovine bruciate e solamente quattro sfuggirono completamente ai danni provocati dalle fiamme.
Tra i principali monumenti che vennero totalmente rasi al suolo dalla furia del fuoco vi fu il tempio di Giove Statore, la casa delle vestali, lo stesso palazzo di Nerone, la Domus transitoria. Anche una importante porzione del Foro venne totalmente rasa al suolo, una zona chiave della città dove vivevano e lavoravano ogni giorno ai senatori romani.
Il comportamento dell’imperatore Nerone
Nell’anno in cui scoppiò il grande incendio di Roma, il 64 d.C, l’imperatore in carica era Nerone.
Nerone non godeva di una buona reputazione: dopo cinque anni di amministrazione illuminata, sostenuta dal suo principale consigliere, Seneca, avviò una serie di omicidi e diede il via ad un governo dominato dall’impulsività e dalla propria tirannia personale.
Tuttavia, secondo il resoconto di Tacito, al momento dello scoppio delle fiamme Nerone si trovava lontano da Roma, e precisamente nella città di Anzio. Sembra che Nerone sia tornato al più presto in città prendendo subito quelle misure necessarie per fornire cibo agli sfollati, aprendo addirittura degli edifici pubblici e dei giardini privati per accogliere al meglio i rifugiati.
L’Imperatore si prodigò in una rapidissima ricostruzione: attraverso l’emanazione di nuove lungimiranti regole edilizie, Nerone avviò la ricostruzione dei principali monumenti che erano andati distrutti.
Queste misure furono accompagnate anche da alcune leggi volte a frenare gli eccessi della speculazione edilizia: probabilmente l’imperatore tenne conto che a provocare o ad esagerare l’incendio vi furono diversi piromani, mandati appositamente da imprenditori senza scrupoli.
Nerone colse l’occasione per tracciare un nuovo piano urbanistico di Roma, che ancora oggi si può scorgere nella pianta della città. Ricostruì gran parte dell’area distrutta e fece costruire un enorme complesso edilizio, sua residenza personale, nota come Domus Aurea, a sostituire la Domus transitoria che era stata mangiata dalle fiamme.
Le ipotesi sul reale andamento dell’incendio
Sull’incendio del 64 d.C abbiamo diversi resoconti storici. I resoconti primari, ovvero quelli redatti dai testimoni oculari dell’incendio, appartenevano a Fabio Rustico, Marco Rufo e Plinio il Vecchio, ma purtroppo non sono sopravvissuti. Disponiamo infatti di tre fonti secondarie: Dione Cassio, Svetonio e Tacito.
Riassumendo le ipotesi sull’andamento dell’incendio, vi sono diverse versioni riguardanti la dinamica delle fiamme e il comportamento dell’imperatore Nerone.
L’ipotesi dell’incendio scatenato per distruggere la città
Una prima ipotesi si basa sulla congettura che Nerone abbia coltivato nel corso del tempo il profondo desiderio, completamente folle, di distruggere la città di Roma. Per questo motivo avrebbe inviato segretamente dei propri piromani che, fingendo di essere ubriachi, avrebbero appiccato le fiamme. Nerone avrebbe osservato dal suo palazzo, sul colle Palatino, la città di Roma che andava a fuoco, addirittura, secondo Dione Cassio, cantando e suonando la lira.
Sempre relativamente a questa versione, vengono citati altri luoghi da cui Nerone potrebbe aver cantato, che sono la torre di Mecenate sull’Esquilino o un proprio palco privato in una delle sue residenze.
L’ipotesi dell’incendio per ricostruire Roma
Una seconda ipotesi indica un Nerone motivato a distruggere la città di Roma, ma non per il semplice gusto di vederla distrutta, quanto per poter aggirare la necessità di ottenere il permesso dal Senato e ricostruire la capitale a suo piacimento.
L’ipotesi secondo cui Roma si trovava fuori città
Secondo Tacito, l’incendio fu un puro incidente, dovuto certamente alla poca manutenzione da parte dell’imperatore, ma senza una volontà dolosa. Al momento dello scoppio dell’incidente, Nerone si sarebbe trovato nella sua villa di Anzio, del tutto estraneo alla partenza delle fiamme.
L’ipotesi della colpa riversata sui cristiani
Quest’ultima ipotesi attribuisce a Nerone la volontà di appiccare l’incendio a Roma. Tuttavia, volendo riversare la colpa su qualcun altro e scagionare se stesso dalle accuse, avrebbe preso come capro espiatorio la setta dei Cristiani, che apparivano già particolarmente impopolari ai cittadini romani e praticavano dei rituali abbastanza incomprensibili, che ben si prestavano alla sua accusa.
Marco Furio Camillo (446-365 a.C) fu un generale e statista romano appartenente alla classe dei Patrizi. Secondo gli storici antichi Tito Livio e Plutarco, Camillo trionfò quattro volte contro i nemici dei romani, venne eletto per cinque volte dittatore e venne persino onorato del titolo di “Secondo fondatore di Roma”, dopo Romolo.
Giovinezza e primi incarichi di Marco Furio Camillo
Marco Furio Camillo nacque nel 446 a.C dalla Stirpe dei Furii Camilli, che erano originari della città Latina di Tusculum. Tusculum fu dapprima una acerrima nemica dei romani, ma già dal 490 a.C, quando le popolazioni appenniniche dei Volsci e degli Equi dichiararono guerra contro Roma, i tuscolani, a differenza della maggior parte delle città latine, offrirono il proprio supporto ai romani.
I Furii si integrarono molto presto nella società, cominciando ad essere ripetutamente eletti per una serie di cariche e magistrature via via sempre più importanti. Attorno al 450 a.C, i Camilli erano una delle più importanti famiglie romane, dotati di una profonda influenza sulla politica.
Il padre di Camillo era Lucius Furius Medulinus, un patrizio che era stato più volte nominato tribuno ed investito dei poteri consolari, mentre un altro parente di Camillo, Quintus Furius Paculus era stato eletto pontefice massimo, come ci racconta Plutarco.
In quel periodo, Roma era caratterizzata da una lotta tra classi sociali: da un lato i patrizi volevano tenere esclusivamente per loro il consolato, la più importante carica repubblicana, mentre i plebei premevano per poter accedere a questa fondamentale magistratura.
Una sorta di compromesso era stato raggiunto creando la figura del “tribuno consolare”: si trattava della carica meno prestigiosa del tribuno, e per questo più adatta ad una candidato plebeo, che aveva quasi gli stessi poteri di un console patrizio.
Il fatto che diversi appartenenti alla famiglia dei Camilli fossero riusciti a raggiungere la carica di tribuno consolare, dimostra il prestigio di cui godevano i parenti di Furio Camillo.
L’inizio della carriera militare di Furio Camillo
Camillo si era già distinto sul piano militare durante le guerre contro gli Equi e i Volsci. Venne eletto tribuno militare, mentre nel 403 a.C fu nominato censore assieme a Marco Postumio Albino. Durante la sua carica operò una ampia tassazione della popolazione per risolvere alcuni problemi finanziari che derivavano dalle incessanti e costosissime campagne militari degli ultimi anni.
Nel 406 a.C, Roma dichiarò guerra alla città etrusca di Veio, che già da diversi anni le contendeva il primato nel Lazio. La città di Veio era particolarmente sviluppata e si trovava in un luogo elevato e molto ben fortificato. Questo richiese ai romani l’inizio di un assedio che si prolungò per diversi anni.
Nel 401 a.C, mentre la guerra cominciava a diventare sempre più impopolare a Roma, e gli aristocratici iniziavano a domandarsi la reale utilità di quel conflitto, Camillo fu nominato tribuno con poteri consolari.
Assunse personalmente in comando dell’esercito e condusse in poco tempo due assalti a città vicine ed alleate di Veio, precisamente a Saleri e Capena, che opposero una strenua resistenza. Nel 398 a.C, Camillo riuscì a spezzare la resistenza di Capena e a saccheggiare la città.
Quando Roma subì delle gravi sconfitte, attorno al 396 a.C, nel decimo anno della lunga guerra contro Veio, i romani ricorsero alle abilità militari di Camillo, nominandolo dittatore e capo supremo dell’esercito.
Camillo sbaragliò i nemici nella battaglia di Nepete, una città oggi vicina a Viterbo, nel Lazio, e comandò l’assalto finale contro Veio.
Per ottenere questo straordinario risultato, Camillo ordinò di scavare il terreno per superare le mura nemiche: i romani furono in grado di infiltrarsi efficacemente attraverso il sistema fognario della città, sbucando all’interno del perimetro nemico e battendo gli avversari.
I romani riservarono a Veio un trattamento devastante: massacrarono l’intera popolazione maschile adulta e resero schiave tutte le donne e i bambini, saccheggiando la città.
Tornato a Roma, Camillo sfilò in processione e in trionfo su una quadriga, un carro trainato da quattro cavalli: i festeggiamenti popolari per la sua vittoria durarono per ben quattro giorni. Plutarco narra in maniera efficace la straordinarietà dei festeggiamenti riservati alla vittoria di Camillo:
“Camillo assunse su di sé sia poteri da magistrato civile che militare: nell’orgoglio e nella superbia del suo Trionfo, guidò per Roma un carro trainato da quattro cavalli bianchi, cosa che nessun generale né prima né dopo di lui fece. I romani considerarono questo tipo di processione un atto sacro, che veniva riservato solamente agli Dei. Ciò sconvolse i cuori dei suoi concittadini, che non erano abituati a tanta ostentazione.”
All’indomani della vittoria su Veio, la fazione politica dei popolari propose di trasferire la metà dei cittadini romani nella città appena conquistata. Questa operazione mirava a risolvere i gravi problemi di povertà che stavano affliggendo la popolazione, ma i patrizi si opposero fermamente a tale iniziativa, e anche Camillo diede parere negativo.
Con un’astuta mossa politica, Camillo prolungò volontariamente la votazione di questo provvedimento, impedendo che avesse attuazione.
Camillo si rese protagonista di un altro atto che danneggiò la sua reputazione: non ottemperò al giuramento di dedicare un decimo del bottino che aveva conquistato a Veio al santuario di Delfi in onore del Dio Apollo. I sacerdoti romani avvisarono che il suo diniego avrebbe dispiaciuto gli Dei, e così il Senato impose delle tasse straordinarie nei confronti dei cittadini per raccogliere rapidamente il necessario ad onorare la promessa di Camillo.
Dal momento che i Falerii, l’ultima grande popolazione ad opporsi alla crescente potere di Roma, stavano eseguendo delle nuove incursioni militari ai danni della città, Camillo venne nuovamente nominato tribuno consolare nel 394 a.C. Questo conflitto ebbe l’effetto di appianare momentaneamente il diverbio tra le diverse classi sociali di Roma, e unire tutti i cittadini contro un unico nemico comune.
Camillo assediò la città di Falerii e ottenne una nuova vittoria, ma questa volta non con la violenza.
In realtà, un traditore dei Falerii aveva proposto a Camillo di consegnargli la maggior parte dei ragazzi appartenenti alle famiglie aristocratiche della città, per spingere i suoi concittadini ad arrendersi. Camillo rifiutò sprezzante la proposta e il popolo dei Falerii, impressionato dalla grandezza del suo animo, decise di chiedere la pace a Roma.
Le popolazioni dell’intera penisola italiana vennero profondamente colpite dalle vittorie romane ottenute da Furio Camillo: anche gli Equi, i Volsci e la città di Capena inviarono degli ambasciatori per trattare la pace. Grazie all’intervento di Camillo, Roma aumentò il territorio sotto il suo controllo del 70%, e una buona parte della nuova terra conquistata venne distribuita ai cittadini più bisognosi.
Roma era così diventata la nazione più potente della penisola centrale.
L’esilio di Marco Furio Camillo
Nonostante le vittorie militari che avevano dato a Roma un nuova prospettiva, gli aristocratici iniziarono a muovere nei confronti di Furio Camillo delle accuse di appropriazione indebita: a Camillo venne contestato il fatto che nella città di Faleri non venne raccolto il bottino che ci si aspettava, e le accuse sospettavano che si fosse intascato gran parte delle ricchezze.
Inoltre, Camillo si era opposto alla redistribuzione delle terre che la popolazione romana aveva guadagnato conquistando Falerii, il che peggiorò ulteriormente la sua posizione politica.
Iniziarono dei processi contro Camillo per capire dove fosse finito il bottino: al termine del procedimento, Camillo venne riconosciuto colpevole e i magistrati gli proposero due opzioni, quella di pagare una multa o di andare in esilio.
Il generale, fortemente offeso dalle accuse mosse nei suoi confronti, scelse di abbandonare Roma, assieme alla moglie e a suo figlio Lucio, stabilendosi ad Ardea.
Camillo fu comunque condannato a pagare 1500 denari in contumacia.
Il ritorno dall’esilio e la guerra contro i galli di Brenno
Mentre Camillo si trovava in esilio, Roma dovette fronteggiare uno dei suoi peggiori nemici.
Le popolazioni dei Galli, che avevano già invaso gran parte dell’Etruria, raggiunsero la città di Clusium: gli abitanti di quel municipio si rivolsero immediatamente a Roma per chiedere un intervento militare. Gli ambasciatori romani, tuttavia, sottovalutarono il pericolo, provocando l’immediata reazione delle tribù galliche, che nel luglio del 390 a.C decisero di marciare direttamente contro Roma.
Dopo che l’intero esercito romano fu sconfitto nella battaglia dell’Allia, Roma si trovò indifesa di fronte agli invasori. L’intero esercito romano si ritirò nella deserta città di Veio, mentre la maggior parte dei cittadini scappò nella vicina città etrusca di Cere.
Una sola guarnigione romana oppose resistenza sul Campidoglio: i galli penetrarono all’interno della città, sfruttando le città vicine per ottenere continui rifornimenti.
Quando un distaccamento di Galli si diresse verso ad Ardea, Camillo, che viveva da cittadino privato, organizzò di sua iniziativa le forze locali per difendere la città. Camillo disse ai combattenti che stavano accorrendo in suo aiuto, che i galli erano soliti sterminare i loro nemici sconfitti senza alcuna possibilità di pietà, per ottenerne la piena collaborazione.
Camillo osservò pazientemente il comportamento dell’esercito avversario ed individuò il momento migliore per attaccare: durante i festeggiamenti per l’ultimo bottino conquistato, i galli si erano ubriacati nel loro accampamento, ed erano deboli ed indifesi.
Camillo attese la notte, li attaccò a sorpresa e li sconfisse facilmente con grande spargimento di sangue. Camillo fu immediatamente acclamato da tutti gli altri esuli della Regione.
Un messaggero si intrufolò nel Campidoglio e contattò i senatori, informandoli dei successi di Camillo: questi lo nominarono dittatore per un anno, con il compito di liberare la città dall’assedio dei Galli.
Ottenuto l’incarico ufficiale, e prendendo come base operativa Veio, Camillo radunò un esercito di 12 mila uomini, richiamando guerrieri da tutta la regione.
I galli erano riusciti nel frattempo a conquistare la città di Roma, e il loro comandante, Brenno, aveva trattato la resa con i generali romani. Le condizioni di pace per terminare l’assedio imponevano ai romani di pagare 1000 libbre d’oro.
Secondo la tradizione, per aggiungere al danno la beffa, Brenno si divertiva a modificare il peso delle bilance per umiliare l’avversario. E quando i romani osarono lamentarsi del suo comportamento scorretto, Brenno avrebbe gettato la sua spada e la sua cintura sulla bilancia gridando in latino, per farsi ben capire, “Vae victis!” ovvero “Guai ai vinti!”.
Secondo alcuni storici romani, esattamente in quel momento Camillo arrivò con il suo esercito, e dopo aver posato la sua spada sulla bilancia avrebbe replicato alla frase di Brenno: “Non con l’oro ma con il ferro si riconquista la patria!”, prima di dare ordine ai suoi uomini di attaccare.
Ne seguì una sanguinosa battaglia per le strade di Roma, ma l’esercito non riusciva a combattere efficacemente nelle stradine e nei vicoli. Per questo motivo, sia i galli che i romani, decisero di lasciare la città e di combattere in campo aperto il giorno successivo. L’esercito di Camillo fu all’altezza delle sue speranze e l’avversario gallico fu messo in rotta.
Per la sua straordinaria vittoria, e per aver di fatto salvato Roma, i concittadini acclamarono Camillo come un “secondo Romolo”, un secondo fondatore della città.
Camillo eseguì dei sacrifici in onore degli Dei per la vittoria che gli avevano concesso e ordinò La costruzione di un nuovo tempio in onore del Dio Aio Locutio.
Nel bel mezzo dei festeggiamenti, si aprì un dibattito importante: alcuni aristocratici proposero di trasferire tutti i romani a Veio, per poter ricominciare da lì la storia del loro popolo. Camillo ordinò che la proposta venisse discussa in Senato, e sostenne con grande forza la permanenza a Roma. Il Senato approvò all’unanimità la posizione di Camillo e ordinò la ricostruzione della città.
Camillo, memore delle motivazioni che lo avevano portato all’esilio, propose di dimettersi dalla sua posizione di dittatore anche prima che il suo mandato fosse terminato, ma il Senato, temendo possibili rivolte dal parte della popolazione, rifiutò la sua proposta e lo pregò di mantenere l’incarico fino a che la situazione non fosse tornata alla piena normalità.
In questo modo, Camillo fu il magistrato che ricoprì la carica di dittatore più a lungo, almeno fino a Silla e a Giulio Cesare.
La nuova guerra contro i Volsci e gli Equi
La ricostruzione di Roma durò, secondo il racconto di Plutarco nelle sue “Vite Parallele”, almeno un anno. Proprio durante quel periodo, le già sconfitte popolazioni dei Volsci e degli Equi invasero il territorio romano. Contemporaneamente alcune popolazioni latine si ribellarono, mentre gli etruschi assediarono la città di Satricum, che era da anni alleata dei romani. Per fare fronte a tale crisi, Camillo venne nuovamente nominato dittatore con pieni poteri militari.
Gli eserciti nemici assediarono direttamente Roma, e Camillo prese immediatamente in mano la situazione sconfiggendo la maggior parte degli invasori nella zona del Monte Marcio, dando fuoco alle loro palizzate e compiendo un attacco durante le prime ore dell’alba.
Successivamente, l’esercito di Camillo si spostò verso sud-est per affrontare i Volsci nella battaglia di Mecio, non lontano dalla città di Lanuvio e ottenne un’importante Vittoria. Camillo potè quindi catturare la città di Bola, la capitale degli Equi, ottenendo la loro resa incondizionata.
Camillo cercò poi di conquistare la capitale dei Volsci, Anzio, ma questa volta non ottenne successo.
Il generale romano riuscì però a conquistare Satricum: quando giunse sul luogo con il suo esercito, la città era stata appena scacciata dagli Etruschi. Camillo utilizzò la stessa tecnica che aveva avuto successo contro i galli: attese che gli etruschi si lasciassero andare a festeggiamenti, e condusse un attacco a sorpresa, battendoli facilmente.
Dopo questa ulteriore campagna vittoriosa, il dittatore celebrò il suo trionfo a Roma. Attraverso le sue imprese, i romani avevano dimostrato a tutta l’Italia la loro forza militare e la loro capacità di reagire agli attacchi.
Il tribunato consolare
Nel 384 a.C, Camillo venne nuovamente eletto tribuno consolare. La sua carica fu turbata dal carismatico Marco Manlio Capitolino, che divenne il suo più grande detrattore e che era riuscito a radunare accanto alla sua figura tutti i plebei che desideravano un riscatto sociale.
Capitolino utilizzò un attacco politico estremamente pericoloso per Camillo: iniziò ad accusarlo di voler assumere la carica di Re, qualcosa che i romani tenevano profondamente sin dalla fine della monarchia.
Per fortuna di Furio Camillo, la sua accusa apparve talmente esagerata che Capitolino fu processato e giustiziato.
Ma nuovi venti di guerra si preparavano contro Roma: le tribù latine meridionali disprezzavano il comportamento che i romani avevano tenuto nell’ultima campagna militare. Anzio e molte città dei Volsci si riunirono in una Confederazione, comprese le città latine Preneste e Velitrae.
I nemici attaccarono la città di Satricum, uccidendo tutti i cittadini romani. Per questa nuova e pericolosa crisi, Camillo fu nominato tribuno consolare per la sesta volta.
La salute di Camillo iniziava a dare segni di cedimento, e il generale chiese di poter andare in pensione. La sua proposta venne tuttavia rifiutata dal Senato, che aveva bisogno ancora una volta del suo intervento.
Camillo decise allora che il suo comando sarebbe stato affiancato dal figlio Lucio: sul campo di battaglia Lucio cercò di comportarsi come un bravo generale, ma la complessità delle azioni militari era tale che Camillo fu costretto ad intervenire personalmente per sconfiggere il nemico.
Camillo si diresse poi a Satricum con il suo esercito e la città fu finalmente liberata.
Dal momento che molti prigionieri di guerra provenivano da Tuscolo, Camillo scelse di annettere la città senza ulteriore spargimento di sangue, e anzi i suoi cittadini furono dotati dei pieni diritti della cittadinanza romana. Questo trattamento di favore fu certamente dovuto al fatto che la stessa famiglia di origine di Camillo proveniva proprio da Tuscolo.
Dopo questi eventi, Camillo decise che si sarebbe ritirato definitivamente a vita privata.
La nuova carica di dittatore contro Velletri
Nonostante le sue intenzioni, Camillo venne nuovamente nominato dittatore per condurre la guerra contro Velletri. Ma le continue nomine a favore di Camillo avevano anche una finalità politica: i patrizi del Senato progettavano di utilizzare Camillo come leva contro le agitazioni dei plebei, dal momento che il conflitto tra le classi sociali era notevolmente peggiorato a causa di una grave crisi economica.
Il tema della possibilità da parte dei plebei di poter concorrere per il consolato era tornato violentemente alla ribalta: Camillo si schierò nuovamente dalla parte degli aristocratici e organizzò una falsa leva militare per impedire ai plebei di incontrarsi nelle assemblee e approvare un nuovo proposta di legge in tal senso.
I membri dell’assemblea plebea si accorsero delle macchinazioni di Camillo e proposero di punirlo costringendolo a dimettersi dalla sua carica di dittatore.
Ma appena giunta la notizia che i galli erano nuovamente in marcia verso il Lazio, tutti i cittadini misero da parte le loro divergenze: Camillo venne nominato dittatore per la quinta volta nel 367 a.C, e gli fu dato il compito di organizzare immediatamente la difesa di Roma.
Per iniziativa di Camillo, tutti i soldati romani furono dotati di una nuova armatura protettiva contro la più pericolosa arma Gallica, la loro spada pesante. Vennero infatti introdotti degli elmi di ferro e degli scudi cerchiati di ottone per resistere ai fendenti degli avversari.
Inoltre, Camillo dotò l’esercito romano di lunghe aste per poter tenere le spade del nemico a debita distanza.
L’esercito dei Galli si accampò presso il fiume Anio, carico del bottino appena catturato dalle città che avevano incontrato sul loro percorso. Posizionando le sue spie nei pressi dell’avversario, vicino ai Colli Albani, Camillo scoprì nuovamente la disorganizzazione dei Galli, dovuta alle continue feste in cui erano intenti.
Così, appena prima dell’alba, la fanteria leggera dei romani distrusse le difese galliche mentre la fanteria pesante e i picchieri attaccarono il nemico, facendone strage.
Dopo la battaglia, Velitrae decise di arrendersi volontariamente a Roma. Così Camillo potè tornare nella capitale per festeggiare un altro trionfo.
La soluzione del conflitto sociale e la morte di una leggenda
Dopo questa ennesima vittoria, la questione relativa al consolato per i plebei riesplose. I Patrizi si rifiutavano di scendere a compromessi e cercarono nuovamente protezione dietro la figura di Camillo. A questo punto, i plebei proposero addirittura di arrestare il dittatore, ma questo convocò tempestivamente una seduta del Senato e lo convinse a cedere finalmente alle richieste popolari.
Venne così emanata una delle più importanti leggi dell’intero diritto romano, la Licina Sextia, del 367 a.C, con cui finalmente anche i plebei potevano concorrere alla carica di console. Fu Inoltre creata una nuova magistratura aperta sia ai patrizi e ai plebei, la pretura.
L’istituzione della nuova magistratura venne seguita da celebrazioni di gioia generale: Camillo, che con il tempo aveva capito l’importanza di includere i plebei all’interno delle più alte cariche della Repubblica, ordinò la costruzione del Tempio della Concordia, che sarebbe sorto accanto al Foro romano.
Arrivato ad un età matura, furio Camillo rimase come uno dei Padri nobili della politica romana. Ma una mortale pestilenza che colpì Roma e decimò molti dei notabili e degli aristocratici, portò via anche Camillo, che morì nel 365 a.C.
La sua morte venne pianta amaramente da tutta la cittadinanza romana, che lo nominò, per sempre, “Secondo fondatore di Roma”.
Un interessante articolo sul New York Times pone una domanda molto curiosa a cui dare una risposta è davvero complesso. Riportiamo un estratto dell’articolo per comprendere subito l’argomento.
Gli antenati della mia famiglia, i Bibb, furono figure chiave nella fondazione dell’Alabama. Il mio prozio era il governatore territoriale, nominato da James Monroe, ed è stato eletto al governatorato dell’Alabama. Questi antenati avevano piantagioni e schiavi.
Possiedo un grande ed elegante ritratto di questo governatore proprietario di schiavi, William Wyatt Bibb (1781-1820). Questo ritratto occupava un posto d’onore nella casa della mia infanzia e campeggia sulla mensola del camino del mio soggiorno. Ho persino chiamato uno dei miei figli Wyatt in onore del governatore. In precedenza, non pensavo molto al ruolo della famiglia Bibb rispetto la schiavitù. Ora l’ho fatto, e ho dei dubbi sulla posizione del ritratto di un antenato che ora rappresenta un problema.
Questo articolo pone un problema molto importante: cosa fare del nostro passato?
Per “italianizzare” il quesito possiamo modificare il ritratto con un dipinto dedicato ad un nostro nonno, che per esempio aderì autonomamente al fascismo. Fu persona che non fece particolare male, ma sicuramente non si mosse in quella linea di ricerca della libertà che ora per noi sarebbe naturale e doverosa. Fu magari anche un buon nonno, ci ricordiamo anche di qualche momento reale visto da piccoli, e inoltre fu un buon padre. Ma ha quella macchia che non lo rende più una persona completamente pulita.
Che fare del suo ritratto? Buttarlo, rinnegare ciò che è stato per la nostra famiglia? O tenerlo e incorrere nelle ire di chi magari ricordando chi è ci imputa una commistione con gli ideali del passato?
E’ una domanda a cui dare una risposta univoca è difficile. Certamente la storia, perché di questo si tratta, non va vista e analizzata con i canoni morali e legislativi di oggi. Ma tenere in salotto un dipinto di qualcuno lo fa diventare un nostro simbolo odierno?
E’ la stessa domanda per cui in molte parti del mondo stanno togliendo l’immagine di Cristoforo Colombo che da navigatore e da scopritore di nuove terre non si limitò per nulla ad usare la schiavitù e ad uccidere. Nel suo tempo era considerato normale, era una pratica accettata. Con lo sguardo di oggi non è più possibile vederlo come una brava persona, come un esploratore dai buoni sentimenti. Dobbiamo eliminarne ogni sua traccia. Però stiamo giudicando la storia con un animo diverso da quello del tempo.
Non si tratta di pochi anni o decenni, stiamo parlando di centinaia di anni, e di una società completamente diversa.
I simboli e le immagini antiche quindi fanno di noi delle cattive persone? Se abbiamo una foto di Gengis Khan siamo dei brutali guerrieri?
Il commercio su larga scala di schiavi nel medioevo era principalmente confinato al sud e all’est dell’Europa.
La schiavitù nell’Europa altomedievale era così comune che la Chiesa cattolica la proibì ripetutamente, o almeno l’esportazione di schiavi cristiani in terre non cristiane, come ad esempio al Concilio di Coblenza (922), al Concilio di Londra (1102) ( che mirava principalmente alla vendita di schiavi inglesi all’Irlanda) e il Consiglio di Armagh (1171). La servitù della gleba, al contrario, era ampiamente accettata. Nel 1452 papa Niccolò V emanò la bolla pontificia Dum Divers, concedendo ai re di Spagna e Portogallo il diritto di ridurre in schiavitù perpetua i “saraceni (musulmani), pagani e ogni altro miscredente“, legittimando la tratta degli schiavi a seguito della guerra. L’approvazione della schiavitù in queste condizioni fu riaffermata ed estesa nella sua bolla Romanus Pontifex del 1455.
Alla luce di questo, se un nostro antenato fosse riconducibile al tempo ed ebbe schiavi? Lo cancelliamo dal nostro albero genealogico? Oppure decidiamo che allora era una procedura “normale”?
Antinoo (110-130 d.C) fu un giovane della Bitinia, una antica provincia romana situata nell’odierna Asia minore, che intrecciò una relazione sentimentale e omosessuale con l’imperatore Publio Elio Adriano. Il ragazzo accompagnò l’imperatore durante i suoi viaggi attraverso le province orientali dell’impero, e alla sua tragica morte, avvenuta per annegamento nelle acque del Nilo, la sua figura venne divinizzata, raggiungendo per un certo periodo una popolarità simile a quella di Gesù.
La giovinezza di Antinoo e l’incontro con l’imperatore Adriano
Di Antinoo abbiamo poche informazioni: sappiamo che nacque nel 110 d.C, nella città di Claudiopolis, che si trovava in Bitinia, una provincia romana situata nell’Asia minore che corrisponde all’odierna Turchia nord-occidentale.
Molto probabilmente il ragazzo era di buona famiglia e di estrazione nobile: non abbiamo delle specifiche fonti che ce lo indicano in maniera inequivocabile, ma il fatto che abbia partecipato a degli eventi pubblici alla presenza dell’imperatore Adriano e che abbia avuto modo di interloquire con lui, lo colloca certamente presso una famiglia moderatamente agiata.
L’imperatore Adriano impiegò gran parte del suo tempo a viaggiare per tutto l’impero, e da innamorato dell’arte della cultura greca, nel 123 d.C era intento a visitare le zone orientali dei possedimenti romani.
Una delle tappe fondamentali del suo viaggio fu la città di Nicomedia, che l’imperatore scelse di visitare in quanto era stata appena colpita da una grave terremoto ed erano stati stanziati dei fondi per la ricostruzione delle principali infrastrutture e dei più importanti templi della zona.
Mentre supervisionava personalmente l’andamento dei lavori, durante un’occasione pubblica, l’imperatore incontrò probabilmente il giovane Antinoo.
Evidentemente in quella occasione l’imperatore si innamorò del ragazzo: la loro relazione, secondo la cultura romana, poteva essere accettata. La sessualità dei romani prevedeva la presenza di rapporti omosessuali senza particolari condanne. Quello che era veramente importante era che la persona dal maggiore rango sociale possedesse sessualmente il compagno di estrazione più bassa e non viceversa, affinchè non perdesse la sua virilità.
Adriano aggiunse così Antinoo al suo seguito e probabilmente gli fece frequentare una scuola di formazione nota come “Paedogogium“, dove i ragazzi imparavano la danza, il canto, e tutto quello che poteva far divertire l’imperatore durante la normale vita di corte.
Coloro che riuscivano a superare questa scuola, avevano il vantaggio di poter entrare in contatto, se non direttamente con l’imperatore, almeno con i membri più importanti dell’aristocrazia senatoria o in generale della nobiltà romana.
La convivenza tra Adriano e Antinoo
Dopo aver frequentato il suo corso di formazione, Antinoo divenne probabilmente un partner fisso di Adriano, tanto che alcune fonti ci informano che nel 125 d.C viveva stabilmente presso la villa dell’imperatore a Tivoli. L’abitazione di Adriano a Tivoli era assolutamente straordinaria: si trattava della ricostruzione, in scala minore, di tutti i luoghi che il regnante aveva visitato durante la vita. La villa era dotata di meravigliosi templi, di laghi artificiali, larghi boschi e costruzioni di finissima fattura.
Nel 127 d.C, Adriano era in viaggio in Italia e Antinoo molto probabilmente lo accompagnò. Nonostante l’età si facesse sentire e Adriano iniziasse ad accusare i sintomi di una malattia non meglio identificata, l’imperatore raggiunse nel 128 la Grecia e affrontò assieme al giovane amante una serie di iniziazioni religiose tipiche del mondo greco.
Dopodiché il viaggio dell’imperatore proseguì verso le province di Giudea e di Siria per poi arrivare in Egitto, dove i due presero dimora nell’agosto del 130 d.C
Il soggiorno di Adriano e Antinoo in Egitto fu particolarmente prolifico: sappiamo che i due andavano regolarmente a caccia insieme, che condividevano gran parte della giornata e che si lasciavano andare a divertimenti, anche lussuriosi.
Alcuni frammenti testimoniano come l’imperatore, in compagnia del ragazzo, avrebbe fatto visita sia alla tomba di Pompeo Magno, che proprio in Egitto era stato ucciso nel corso della guerra civile contro Giulio Cesare, sia al sarcofago di Alessandro Magno, che ai tempi rappresentava una visita obbligata per chiunque si recasse in Egitto.
Famosi sono le cacce ai leoni che Adriano e Antinoo facevano insieme: sembra addirittura che Adriano, in una occasione, abbia salvato la vita di Antinoo uccidendo un leone poco prima che questo caricasse il suo giovane compagno.
Dopodiché, Adriano e Antinoo decisero di prolungare il loro viaggio risalendo il fiume Nilo, come due veri innamorati.
La morte di Antinoo
Proprio in Egitto, la giovane vita di Antinoo conobbe fine. Sembra che nelle ultime settimane, Adriano si sia avvicinato alla pratica di alcuni riti magici. Forse il suo interesse era legato ai sintomi della sua malattia, e Adriano cercava un rimedio che potesse alleviare le sue sofferenze. Oppure, l’interesse dell’imperatore era rivolto alla questione più filosofica e religiosa che caratterizzava l’antica cultura egizia.
I due raggiunsero la città di Eliopoli, dove ebbero modo di visitare il famoso santuario di Thot e di prepararsi per celebrare la festa di Osiride. Esattamente il 22 ottobre del 130 d.C, mentre i due stavano festeggiando sul Nilo, il cadavere del giovane Antinoo venne ritrovato tra le acque del fiume.
Le fonti ci riferiscono che l’imperatore Adriano fu afflitto dalla fine del suo giovane amante, e sembrò dimostrare un accorato e sincero dolore.
La versione ufficiale riguardo la morte di Antinoo è quella di annegamento dovuta ad incidente. Sembra infatti che Antinoo, che era a bordo di una delle navi dell’imperatore, sia caduto accidentalmente nelle acque del Nilo e che non sia riuscito a guadagnare la riva.
Esistono però delle altre fonti antiche che propongono delle versioni alternative: la prima è quella di Dione Cassio, che oltre a citare la tesi dell’annegamento, parla di un possibile sacrificio. L’imperatore Adriano, probabilmente per essere liberato dalla sua malattia, avrebbe sacrificato la vita del giovane Antinoo come patto con gli Dei egizi.
In altre parole, il corpo del giovane sarebbe stato utilizzato per rendere efficaci gli incantesimi e le divinazioni che erano state fatte dai maghi egizi.
Anche un’altra fonte antica, in particolare Aurelio Vittore, scrive che aldilà della tesi dell’annegamento, i maghi avrebbero chiesto all’imperatore di sacrificare una vita che per lui fosse importante, e la scelta sarebbe ricaduta disgraziatamente sul ragazzo. Adriano avrebbe così prolungato la sua vita attraverso il sacrificio del giovane.
L’ultima fonte antica, la Historia Augusta, che a volte si lascia andare a dei pettegolezzi, sembra riassumere la presenza di diverse voci. Alcune parlavano dell’annegamento, altre del sacrificio per dei rituali magici, altre ancora di una eccessiva sensualità ed eccitazione di Adriano che sarebbe sfociata in tragedia.
Le interpretazioni sulla morte di Antinoo si sprecano, e la mancanza di dettagli sulla sua morte rendono questo, probabilmente, un mistero che non avrà mai definitiva soluzione. È anche possibile che Antinoo, più che essere una vittima sacrificale di Adriano, si sia offerto spontaneamente di sacrificare la propria vita per guarire il suo amato compagno.
La divinizzazione e il culto di Antinoo
Comunque sia andata la morte del giovane, Adriano attuò un processo di divinizzazione, per trasformare il suo sfortunato amante in un vero e proprio Dio. Adriano diede ordine di costruire una intera città a nome del ragazzo nota come Antinopolis, e che riprendeva, quanto a struttura urbanistica, i modelli classici delle città egizie.
Sembra che l’intenzione di Adriano fosse quella di seppellire Antinoo proprio nel centro della città a lui dedicata, ma per motivi non meglio identificati, scelse di riportare il feretro del ragazzo nella sua villa a Tivoli. Probabilmente non era ancora pronto per liberarsi della salma del giovane.
Adriano ordinò anche la costruzione di una importante quantità di statue che onoravano Antinoo come un Dio, con l’intenzione di sdoganare un vero e proprio culto del ragazzo. Antinoo venne collegato ai rituali della festa di Osiride e dall’Egitto il culto si diffuse abbastanza rapidamente in tutta la zona della Grecia, raggiungendo anche la città di Roma e le province dell’Africa settentrionale.
Il suo culto si espanse con particolare velocità: probabilmente la triste storia del ragazzo faceva facilmente presa nel cuore dei credenti, e soprattutto il fatto che un giovane mortale fosse elevato a Dio rendeva facile credere in una vita nell’aldilà.
Non sappiamo esattamente come si svolgevano i culti in onore di Antinoo, se venissero effettuati pellegrinaggi presso la sua tomba o la sua figura sia divenuta anche oggetto di divinazione secondo le più comuni pratiche orientali. Sappiamo però che la sua figura iniziò ad avere notevole successo, e che i credenti portavano regolarmente del cibo e si esprimevano in preghiere presso le oltre 2000 statue che vennero realizzate nel corso del tempo, e che i sacerdoti nei suoi templi onoravano il suo culto regolarmente.
Il culto di Antinoo, tuttavia, non riuscì ad attecchire e a fiorire nel lungo periodo: non conosciamo esattamente le motivazioni, probabilmente la sola spinta alla divinizzazione del ragazzo risiedeva nei provvedimenti ordinati da Adriano, i quali, dopo la sua morte, iniziarono ad ottenere un effetto via via sempre minore.
La figura di Antinoo gareggiò per un certo tempo con quella emergente di Gesù Cristo: il punto in comune fra i due è che entrambi erano stati degli uomini mortali, che con caratteristiche e attraverso storie diverse, erano ascesi al cielo diventando degli Dei.
La storia successiva, dall’Editto di Teodosio in poi, portò alla sistematica distruzione di tutti quei culti che potevano rappresentare un pericolo per il cristianesimo, e fu esattamente in quel periodo storico che le innumerevoli statue di Antinoo vennero abbattute.
La figura di Antinoo, non essendo riuscita a diventare un Dio del mondo antico, rimane ancora oggi estremamente affascinante, sia per la sua giovane età, sia come bandiera dell’amore omosessuale, e sia come storia, adatta ad esplorare le profondità dell’animo umano.
La prima guerra punica (264- 241 a.C) è stato un conflitto, prevalentemente navale, durato 23 anni, tra l’emergente potenza di Roma e l’antico impero cartaginese. Le due superpotenze si scontrarono all’inizio del III secolo a.C, per ottenere la supremazia del Mare Mediterraneo.
La guerra fu combattuta prevalentemente nelle acque della Sicilia e in Nord Africa. Dopo enormi perdite da entrambe le parti, e alcuni dei più grandi scontri navali della storia, (battaglia di Mylae, battaglia di Akragas, Battaglia di Capo Ecnomo, battaglia delle isole Egadi) i cartaginesi vennero sconfitti e Roma si impose come potenza egemone del Mediterraneo.
La situazione geopolitica allo scoppio della prima guerra punica
Entro la metà del III secolo a.C, Roma, da piccola città del Lazio, si era espansa con straordinaria rapidità, ottenendo una serie di vittorie sugli etruschi, sulla lega Latina e sui Sanniti. Dopo aver conseguito una sorprendente vittoria contro il generale Pirro, i romani assunsero il controllo delle città greche del sud Italia, che rappresentavano il punto di riferimento per i commerci mediterranei.
Mentre, fino a quest’epoca, i Romani si erano prevalentemente difesi da attacchi esterni, ora la politica di Roma assunse dei tratti fortemente imperialistici con l’obiettivo di ottenere il controllo completo del mare. Questo atteggiamento portò inevitabilmente gli interessi di Roma a collidere contro quelli di Cartagine, l’altra grande potenza del mare, che fino a quel momento aveva stipulato con Roma diversi trattati di pace di collaborazione.
D’altro canto, Cartagine era una ex colonia fenicia, che aveva spostato il fulcro del suo impero nel Nord Africa e che in quel momento rappresentava la principale potenza navale, la cui ricchezza era basata prevalentemente sul commercio e sul controllo delle rotte mercantili.
Il più grande campo di battaglia e obiettivo per tutta la prima guerra punica fu la Sicilia. All’epoca l’isola era divisa in tre aree di influenza: Cartagine deteneva il potere nella parte occidentale, incluse le importanti città di Agrigento, Panormus e Lilibeo.
La zona sud-est era controllata dal Re della potentissima città-stato di Siracusa, che governava anche gli interessi delle zone circostanti. Il nord-est era stato invece lungamente conteso tra diversi gruppi rivali. Quelli che prevalsero erano mercenari italici provenienti dalla Campania, che erano stati al servizio del tiranno di Siracusa, ma che successivamente si erano resi indipendenti e avevano conquistato la città di Messana, sviluppando un regno autonomo.
Il caso dei Mamertini e lo scoppio della guerra
Nel 288 a.C, i mercenari campani, che si facevano chiamare Mamertini, ovvero figli di Marte, conquistarono la città di Messana a tradimento, violando gli accordi con il tiranno di Siracusa. I mercenari uccisero buona parte della popolazione nativa e presero le donne come proprie mogli, utilizzando poi Messana come base strategica per compiere sistematiche razzie nella campagna circostante.
Nel 265, quando sul trono di Siracusa giunse il tiranno Gerone II, i rapporti con i Mamertini erano decisamente peggiorati e si era arrivati allo scontro militare. I soldati di Gerone assediarono Messana nel tentativo di fermare le loro scorrerie, ma anche per difendere la città di Siracusa da eventuali attacchi.
I Mamertini, pressati dal potente esercito siracusano, scelsero di chiedere soccorso alle principali potenze del loro tempo: i loro ambasciatori raggiunsero rapidamente le città di Cartagine e di Roma, domandando aiuto.
In un primo momento Roma rifiutò di concedere la sua collaborazione: il Senato non aveva intenzione di appoggiare un esercito improvvisato che, tra l’altro, aveva tradito degli accordi con Siracusa, città amica dei romani, e dunque lasciò cadere le loro richieste.
Cartagine, invece, pensò che offrire supporto ai mercenari sarebbe stato utile per espandere l’influenza punica in Sicilia. I cartaginesi inviarono allora delle truppe nella zona a supporto dei combattenti campani.
Questa mossa preoccupò Roma la quale, tenendo che il dominio cartaginese si sarebbe espanso nell’isola fino a diventare incontrollabile, decise di cambiare la sua politica estera e di appoggiare i Mamertini, per riequilibrare le forze.
Nel 264 a.C, le legioni romane sbarcarono per la prima volta sull’isola, al comando del generale Appio Claudio, che si diresse immediatamente verso Messana. La città era già stata occupata dai cartaginesi, ai quali erano state aperte le porte nella speranza che il loro intervento sarebbe stato risolutivo contro i siracusani.
L’esercito cartaginese, però, aveva approfittato della situazione e si era lasciato andare ad una serie di furti e di violenze in città. Adesso per i Mamertini gli unici possibili liberatori erano i romani.
Comprendendo perfettamente la situazione, Appio Claudio si offrì di aprire delle trattative con il generale cartaginese Annone. Il comandante punico accettò di incontrare gli ambasciatori romani, ma fu catturato a tradimento e gli fu imposto di ritirare i suoi uomini da Messana in cambio della libertà.
I cartaginesi furono pesantemente colpiti dalla scelta di Annone, che fu messo a morte per la sua stupidità. Inoltre ruppero i loro legami con i Mamertini e cercarono di stringere una nuova alleanza con Siracusa. Gerone, ancora desideroso di riportare Messana sotto il suo controllo, accettò di aiutare i cartaginesi a scacciare i romani dall’isola.
La guerra in Sicilia
L’esercito cartaginese assediò così Messana, aiutati dalle navi dei siracusani. I soldati di Appio Claudio, tuttavia, sconfissero le forze congiunte dei cartaginesi e dei siracusani e mantennero il pieno controllo della città.
La situazione degenerò rapidamente: il Senato romano inviò in Sicilia due eserciti consolari al comando dei generali Marco Valerio e Otacilio Crasso, per prendere il controllo dell’intera isola. Il loro intervento fu determinante: diverse città cartaginesi furono costrette ad arrendersi.
Ma l’obiettivo finale di Roma era la città di Siracusa: Marco Valerio guidò un grosso contingente contro Gerone, il quale, impaurito dall’esercito romano in avvicinamento, inviò immediatamente degli ambasciatori per trattare la pace. In particolare, Gerone offrì a Roma il controllo incontrastato sulla città di Messana e concordò un contributo di 100 talenti ogni anno per 15 anni, chiedendo in cambio di poter rimanere sul trono di Siracusa come città indipendente.
La resa di Gerone impressionò le città dell’entroterra siciliano, che decisero di arrendersi al generale Valerio e di stringere accordi di pace con la potenza romana. Così, la parte orientale della Sicilia finì sotto il controllo di Roma e gli uomini di Valerio poterono proseguire verso ovest, per insidiare le roccaforti puniche nel territorio siciliano.
Nel 262 a.C, i consoli romani Postumio Megello e Quinto Vitulo, si scontrarono con una forza cartaginese che era venuta a prestare soccorso alla città di Agrigento. I romani ottennero una decisa vittoria, e iniziarono ad assediare la città di Agrigento, che cadde dopo sette mesi: i soldati la saccheggiarono, vendendo tutti gli abitanti come schiavi.
Dopodiché, la forza militare romana spostò la sua attenzione sulle città greche che erano state alleate di Cartagine e agli sconfitti fu riservato lo stesso trattamento degli agrigentini.
Il contrattacco cartaginese
Se a prima vista può sembrare che i romani dominassero incontrastati la situazione, le fonti antiche ci confermano come le città siciliane mal sopportassero la loro presenza sul territorio: un malcontento che venne raccolto dai cartaginesi, che avevano ancora la loro potentissima flotta, pronta alla guerra.
I cartaginesi cambiarono la loro strategia, spostando il conflitto dalla terra al mare: i punici cominciarono a devastare le coste siciliane mettendo i romani in grave difficoltà: questi non avevano particolari competenze in marina e le loro piccole triremi non potevano eguagliare gli equipaggi più grandi ed esperti delle quinqueremi cartaginesi.
Roma non aveva così altra scelta che arrendersi alla potenza navale cartaginese oppure sviluppare, in tempi rapidissimi, quasi miracolosi, una flotta in grado di confrontare il nemico. Il Senato scelse questa seconda opzione e ordinò la costruzione di un centinaio di navi da guerra, che vennero completate nel tempo record di 60 giorni.
Nel frattempo, i romani studiarono le tecniche della marina militare sia dai Greci che dai cartaginesi stessi, grazie ad una nave punica che venne intercettata e sequestrata al largo di Messina, e opportunamente studiata per carpirne i segreti.
La nuova flotta romana fu così pronta a prendere il largo.
I primissimi scontri con i cartaginesi furono un disastro per i romani, che scontavano parecchi secoli di ritardo rispetto all’esperienza cartaginese. Gli avversari erano troppo preparati ed esperti e ben presto gli ammiragli romani dovettero retrocedere.
I generali romani sapevano perfettamente che la loro superiorità militare si esprimeva al meglio nel combattimento su terra, corpo a corpo, e per questo motivo riutilizzarono una idea militare greca per costruire il famoso “Corvo“.
Si trattava di un dispositivo montato sulla prua e sulla poppa di ogni nave: vi era un alto palo, con una punta ad uncino, che veniva rapidamente calato attraverso un sistema di funi, in modo tale che si conficcasse sulla nave avversaria. Si creava così una sorta di passerella, con tanto di ringhiere laterali, che permetteva ai legionari di abbordare la nave nemica e di trasformare lo scontro da navale a “terrestre”.
In questo modo, anziché cercare di speronare o affondare le navi nemiche, guidate da rematori più esperti di loro, ai romani era sufficiente posizionarsi a fianco della nave avversaria per compiere un rapido abbordaggio.
La prima grande occasione di dimostrare il funzionamento del corvo avvenne nel 260 a.C, quando le forze militari guidate dal console Duilio incontrarono quelle cartaginesi vicino alla città di Milazzo. I cartaginesi stavano saccheggiando le coste della Sicilia, vennero intercettate dalla flotta romana, e si prepararono allo scontro.
In realtà, i cartaginesi si resero conto che le navi romane erano dotate di un nuovo strumento mai visto prima, ma erano talmente sicure della loro superiorità da non farci particolare caso. E invece, 143 navi romane furono in grado di sconfiggere 130 cartaginesi, catturandone 31 e affondandone 14.
Gli anni successivi, da 259 al 256, videro diverse vittorie romane, che permisero ai legionari di invadere la Corsica e la Sardegna.
Nel 259, infatti, Lucio Cornelio Scipione guidò un esercito all’invasione dell’isola di Corsica e conquistò rapidamente la città di Alalia. I romani cercarono di ottenere lo stesso risultato in Sardegna, ma fallirono per la imperterrita resistenza delle popolazioni locali. D’altro canto però, il dominio cartaginese su entrambe le isole era stato spezzato.
Nel 258, i romani ottennero una ulteriore vittoria al largo di Sulci, mentre l’ammiraglio Attilio Regolo conquistò le città di Panormus e Mitistrato, oltre a vincere altre battaglie navali a largo di Tyndaris e nell’isola di Malta.
La spedizione romana in Africa
Nonostante le loro vittorie, i romani erano consapevoli che nella Sicilia occidentale regnava una situazione di stallo e Roma sentiva che l’unico modo per ottenere la vittoria finale era invadere il Nord Africa e catturare la stessa città di Cartagine.
Per questo motivo, Roma preparò tutta la sua flotta per salpare e attaccare direttamente Cartagine, ma le forze cartaginesi, venute a conoscenza dei movimenti delle navi romane, intercettarono il nemico in mare nei pressi di Capo Ecnomo, nella Sicilia meridionale.
Si svolse in quella occasione la più grande battaglia navale del mondo antico, e uno dei più giganteschi conflitti nella storia dell’uomo. Roma ottenne una decisiva vittoria, e la strada verso Cartagine appariva definitivamente libera.
Guidati dai generali Manlio Vulso e Attilio Regolo, i romani sbarcarono ad Aspis, nel Nord Africa, nel 256, e stabilirono il loro accampamento. Roma vinse un primo scontro, vicino alla città di Adys, ma la vittoria non fu determinante. Inoltre, l’inverno in avvicinamento costrinse la guerra ad una sosta.
Proprio in quel periodo, i romani cominciarono ad avere problemi di natura economica: la guerra si stava protraendo da diversi anni, e l’esaurimento delle finanze a disposizione della repubblica costrinse il console Vulso a tornare in Italia con parte dell’esercito, lasciando nelle mani di Attilio Regolo un contingente relativamente piccolo, che si attestava tra i 15.000 e i 20.000 uomini.
All’arrivo della primavera, Regolo riprese le operazioni e marciò contro la capitale nemica: i romani arrivarono presso la città di Tunes, ad un solo giorno di marcia da Cartagine. Prima ancora di attaccare battaglia, emissari romani contattarono le popolazioni locali e le incitarono alla rivolta contro Cartagine, per creare un effetto dominio che avrebbe messo in serissima difficoltà l’avversario.
Vedendo che la situazione appariva senza via di scampo, Cartagine richiese di venire a patti ma, compiendo forse un errore strategico importante, Attilio Regolo propose delle condizioni di pace del tutto inaccettabili per qualsiasi popolo, che avrebbero messo in ginocchio per sempre Cartagine e la sua gente.
Il Senato cartaginese cambiò quindi strategia e pensò di rivolgersi ad un alleato importante: vennero inviati degli ambasciatori presso gli Spartani, leggendari combattenti greci, i quali si unirono alla causa dei cartaginesi, con il loro generale Santippo.
Gli Spartani, insieme agli elefanti forniti da Cartagine, si scontrarono con i romani nella battaglia del fiume Bagradas, e distrussero completamente l’esercito di Attilio Regolo. Di circa 20.000 legionari che vennero impiegati sul campo di battaglia, solamente 3000 sopravvissero: i reduci fuggirono verso Aspis, mentre tutti gli altri vennero uccisi o fatti prigionieri.
Roma inviò immediatamente una forza di soccorso navale per recuperare i sopravvissuti, guidata dagli ammiragli Marco Emilio Paolo e Fulvio Nobiliore, che raggiunsero il nord Africa dopo aver sconfitto una flotta cartaginese al largo di Capo Hermaneum.
Grazie al supporto della flotta romana, i sopravvissuti della battaglia di Bagradas riuscirono a riparare presso Aspis, ma la sconfitta romana era stata gravissima. Per di più, come ci racconta lo storico antico Polibio, i romani vennero colpiti dalla peggiore tragedia navale dell’antichità: una tempesta coinvolse la flotta romana al largo di Camarina, nella Sicilia meridionale, e distrusse il 70% delle 264 navi da guerra, oltre ad uccidere buona parte dei 100.000 rematori e legionari che erano a bordo.
I nuovi scontri in Sicilia
L’invasione africana si era rivelata un grave fallimento per Roma, non solo dal punto di vista militare ma anche sul piano prettamente economico. Compiendo sacrifici straordinari, Roma ricostituì abbastanza in fretta una nuova flotta in grado di combattere quella cartaginese, mentre i punici avevano esaurito la gran parte delle loro risorse economiche e non apparivano in grado di risollevarsi.
Nel 254 a.C, la guerra riprese in territorio siciliano: i romani conquistarono la città fortezza di Panormus, e continuarono le loro operazioni navali. Le loro incursioni lungo le coste africane vennero tuttavia interrotte da un’altra tempesta, che nel 253 a.C comportò la perdita di una nuova flotta romana presso Capo Palinuro.
Sia il Senato che gli alleati di Roma si resero conto che la gestione della guerra stava portando al completo disastro economico, e furono costretti a cambiare il loro approccio al conflitto, spostando i combattimenti sulla terraferma. Inoltre, proprio in quel periodo, le invasioni galliche nell’Italia settentrionale aprirono un nuovo fronte per i romani, che ebbero la necessità di economizzare le loro risorse militari.
Nonostante gli sforzi degli ambasciatori cartaginesi per ottenere una pace, Roma ricostruì ancora una volta la sua flotta e assediò la città di Lilibeo: comandata dal generale Publio Claudio Pulcro, la flotta romana consisteva di 123 navi.
In realtà, Pulcro, generale inesperto, venne sconfitto dal suo avversario cartaginese Adherbal, perdendo oltre 90 navi. Nel frattempo, un’altra flotta romana, guidata da Giunio Pullo, fece naufragio poco dopo, sempre nei pressi di Camarina.
La situazione navale appariva così cupa e l’andamento della guerra talmente costoso, che il Senato romano preferì nominare un dittatore con poteri straordinari: Aulio Atilio Caiatino.
L’arrivo di Amilcare Barca e la battaglia delle Egadi
Nel 247 i cartaginesi misero in campo un nuovo generale: si trattava di Amilcare Barca, il padre di Annibale. Il Barca arrivò in Sicilia e riuscì a sconfiggere tutti gli eserciti romani per i quattro anni successivi. Barca non fu in grado di annullare la presenza romana dal territorio siciliano, ma pose fine alla capacità di Roma di dominare la guerra sui campi di battaglia.
Tuttavia i romani, nonostante avessero subìto una grandissima quantità di sconfitte e di disastri economici, dopo aver perso un sesto di tutta la loro popolazione e con il tesoro della Repubblica che andava esaurendosi, decisero di persistere nel tentativo di conquistare la Sicilia. I cittadini più ricchi finanziarono la costruzione di una nuova flotta: 200 navi da guerra vennero poste sotto il comando del console Lutazio Catulo.
Nel 241, Catulo incontrò la flotta cartaginese nella decisiva battaglia delle isole Egadi, all’estremità occidentale della Sicilia. Le navi cartaginesi erano cariche di grano e di rifornimenti per l’esercito di Amilcare, che era asserragliato in Sicilia, e la flotta punica, composta da 170 navi, perse la sua proverbiale manovrabilità. Cinquanta navi cartaginesi furono completamente affondate e 70 vennero catturate.
Si tratta della sconfitta decisiva per Cartagine. La battaglia delle Isole Egadi aveva praticamente azzerato la flotta navale punica, e contemporaneamente aveva tagliato i rifornimenti per Amilcare, che dopo 23 anni di guerra, fu costretto a chiedere la pace a Roma.
La crisi di Cartagine al termine della guerra
Non ci si sofferma mai abbastanza sull’importanza e sull’impatto storico della prima guerra punica. La vittoria romana era stata ottenuta ad un costo altissimo, sia in termini di vite umane che di denaro. Roma perse almeno 50.000 cittadini a pieno titolo, e almeno altrettanti fra soci ed alleati.
Ma in cambio i romani ricevettero il controllo completo della Sicilia, la più prosperosa delle isole del Mediterraneo, posizionata in un luogo strategico per le operazioni militari in tutto il mare. Così, la Sicilia divenne ufficialmente la prima provincia romana fuori dall’Italia. Fu immediatamente organizzata secondo il sistema dei municipi, e vennero attivate tutte le attività agricole per sfruttare adeguatamente il grano che veniva coltivato in grande quantità.
Cartagine fu invece costretta a pagare 3200 talenti d’oro per un periodo di 10 anni, riscattando ad un costo altissimo ognuno dei suoi prigionieri. Dovendo sborsare una cifra così esorbitante per salvare la vita dei suoi cittadini, Cartagine non fu in grado di pagare adeguatamente l’esercito di mercenari che li aveva aiutati nel corso della guerra.
Questo creò un dramma nel dramma: i mercenari si ribellarono, creando devastazioni attorno a tutta Cartagine, e privando i punici di qualsiasi forza militare per diversi anni.
Un altro risultato indiretto della guerra fu la perdita, da parte di Cartagine, delle isole di Sardegna e Corsica. Mentre Cartagine, sotto la guida di Amilcare Barca, era impegnata a combattere la guerra contro i mercenari che si erano ribellati, Roma aveva approfittato per strappare la Sardegna dal controllo punico, oltre a far sbarcare i suoi legionari in Corsica nel 238.
Gli ambasciatori cartaginesi chiesero spiegazioni, ma nella condizione in cui si trovavano, non erano minimamente in grado di imporre a Roma alcunché. Mentre i romani prendevano il controllo delle tre principali isole del Mediterraneo occidentale, ai cartaginesi veniva comminata una ulteriore multa per il solo fatto di aver protestato: altri 1200 talenti vennero aggiunti alla lunga lista di sanzioni.
La fine della prima guerra punica configura Roma come potenza principale del Mediterraneo, a tutto danno di Cartagine. che venne fortemente ridimensionata nel panorama geopolitico del suo tempo.
Ma la guerra era stata solamente rimandata: Nel frattempo, Cartagine aveva concepito un piano per espandere il suo potere nella penisola di Spagna, e il piccolo Annibale cresceva, maturando un profondo odio contro i romani, che avrebbe portato allo scoppio della seconda guerra punica, un conflitto che portò Roma vicino alla completa distruzione.
I leader mondiali si riuniscono alle Nazioni Unite, non mancano però problemi: una pandemia globale in corso, conflitti economici in numerosi continenti e problemi di conflitto e diritti umani dall’Afghanistan ad Haiti.
Ma con solo sei settimane rimaste fino al cruciale vertice globale sul clima in Scozia, presidenti e primi ministri devono anche far fronte a pressioni per mettere da parte queste tensioni diplomatiche e agire rapidamente e collettivamente per rallentare il riscaldamento del pianeta.
“Abbiamo raggiunto un punto di svolta sulla necessità di un’azione per il clima“, ha avvertito il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, in uno dei suoi ultimi appelli per l’unità e l’urgenza. “Lo stato del nostro clima e del nostro pianeta è già peggiore di quanto pensassimo e si sta muovendo più velocemente del previsto. Dobbiamo agire ora per prevenire ulteriori danni irreversibili”.
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite di questa settimana segna una delle ultime opportunità di alto profilo per i paesi di impegnarsi pubblicamente in un’azione più ambiziosa e concreta per ridurre le emissioni di gas serra in vista del vertice sul clima di novembre a Glasgow. Finora, tali promesse da alcune delle più grandi economie del mondo non si sono concretizzate, nonostante le dichiarazioni a tutto campo dell’amministrazione Biden, dell’Unione europea e di altri Paesi.
Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato venerdì ha avvertito che mentre decine di paesi hanno delineato nuovi piani climatici quest’anno, se altre nazioni, tra cui Cina e India, non riusciranno a perseguire piani più audaci, le emissioni di gas serra potrebbero effettivamente aumentare del 16% entro la fine del decennio. Ciò potrebbe mettere il pianeta su un percorso per riscaldarsi di 2,7 gradi entro la fine del secolo.
Il mondo si è già riscaldato di oltre 1 grado rispetto ai tempi preindustriali e gli scienziati affermano che ogni frazione di riscaldamento aggiuntivo porterà catastrofi sempre più gravi, da inondazioni più frequenti a incendi e ondate di calore più intensi.
Guterres e il primo ministro britannico Boris Johnson ospiteranno un incontro a porte chiuse – in parte di persona, in parte virtuale – di diverse dozzine di leader nazionali, tra cui un mix delle nazioni più grandi e potenti del mondo insieme ai paesi più poveri colpiti più duramente da cambiamento climatico.
António Guterres e Boris Johnson
È l’ultimo sforzo per spingere i grandi emettitori ad abbracciare un’azione climatica più aggressiva. Tali promesse sono essenziali se il mondo vuole avere qualche possibilità di raggiungere l’obiettivo più ambizioso dell’accordo di Parigi sul clima: limitare l’aumento del riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali.
Il raduno mira anche a spingere i paesi più ricchi e sviluppati a mantenere le promesse a lungo non mantenute e fornire miliardi di dollari in finanziamenti per aiutare le nazioni vulnerabili e a corto di liquidità ad adattarsi agli effetti del cambiamento climatico e costruire economie più verdi.
“È una minaccia comune“, ha affermato Tubiana, uno dei principali artefici dell’accordo di Parigi del 2015. “Il cambiamento climatico ignora la politica di potere. Non importa quanti eserciti hai, quante armi hai. … Abbiamo visto nella pandemia quando non ci organizziamo collettivamente quanto sia dannoso. Il clima è solo molto peggio“.
Lo storico accordo di Parigi del 2015, sostenuto da quasi tutte le nazioni del mondo, è stato progettato con l’aspettativa che i paesi aumentino i loro impegni volontari per ridurre le emissioni di gas serra nel tempo. Il previsto vertice di Glasgow, ritardato di un anno dalla pandemia, è stato a lungo il luogo in cui le nazioni dovrebbero presentarsi con impegni più tangibili a cinque anni da Parigi.
Ci sono segnali che il cambiamento sta avvenendo, anche se a singhiozzo.
Decine di paesi hanno già annunciato obiettivi più ambiziosi, anche se non sono ancora così aggressivi come gli scienziati vorrebbero. Ciò include gli Stati Uniti, che sotto il presidente Biden si sono impegnati a ridurre le emissioni almeno della metà entro la fine del decennio.
L’amministrazione ha unito le forze quest’anno con l’Unione Europea e il Regno Unito, sede di obiettivi climatici ancora più rigorosi, per cercare di costringere il più grande emettitore del mondo, la Cina, e altre importanti economie ad abbracciare obiettivi ambiziosi a breve termine per mettere il mondo su una traiettoria migliore.
Venerdì, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno anche concordato un “impegno globale sul metano” che ridurrebbe le emissioni del potente gas serra di quasi un terzo entro il 2030 rispetto ai livelli del 2020. Il Regno Unito e ha firmato l’iniziativa, così come l’Argentina, il Messico, l’Indonesia e diverse altre nazioni. La speranza è che altri paesi seguano.
“La finestra si sta rapidamente chiudendo per i principali responsabili delle emissioni come la Cina, dovranno assumere nuovi impegni, e saranno davvero importanti per ridurre le emissioni globali“, ha affermato Paul Bledsoe, ex consigliere per il clima della Casa Bianca di Clinton, ora con il Progressive Policy Institute. “Nonostante i nuovi impegni degli Stati Uniti e dell’UE, a meno che altre nazioni non inizino a farsi avanti ben prima di Glasgow, l’intera comunità internazionale rischia di essere accusata di inadeguatezza“.
Dall’accordo di Parigi, il mondo è cambiato profondamente, sia nella diplomazia climatica che nella scienza del clima, dove è diventato solo più chiaro che le emissioni di gas serra dell’uomo stanno alimentando incendi intensi, inondazioni, ondate di calore e altri eventi meteorologici estremi che stanno reclamando vite e costando fortune.
Nel 2014, il presidente Barack Obama e il leader cinese Xi Jinping hanno siglato un accordo per limitare le emissioni di gas serra un anno prima dell’incontro di Parigi, rendendo possibile questo accordo globale.
La corsa al vertice delle Nazioni Unite a Glasgow si è rivelata molto diversa
Un anno fa non ci sono stati negoziati anticipati, in parte perché il presidente Donald Trump, che ha definito il cambiamento climatico una bufala e lo ha minimizzato, ha reso gli Stati Uniti l’unica nazione a ritirarsi formalmentedall’accordo di Parigi.
“La capacità di stare insieme è stata davvero sconvolta dal covid“, ha affermato Pete Ogden, presidente della Fondazione delle Nazioni Unite ed ex direttore senior per l’energia presso il Consiglio di politica interna e il Consiglio di sicurezza nazionale.
L’amministrazione Biden, nel frattempo, ha cercato di recuperare il tempo perduto.
Nel suo primo giorno in carica, Biden ha aderito al trattato internazionale sul clima. Ha inviato l’ex segretario di stato John F. Kerry in giro per il mondo nel tentativo di stringere l’accordo sul clima più ambizioso possibile. E sta lavorando per convincere il Congresso ad approvare un pacchetto di spesa da 3,5 trilioni di dollari che includerebbe azioni per il clima di vasta portata , che è fondamentale per gli Stati Uniti per fare progressi verso il loro obiettivo di emissioni per il 2030.
Joe Biden
Biden ha nuovamente convocato una riunione virtuale delle principali economie per lanciare promesse più audaci. “Iltempo per agire si sta davvero restringendo“, ha detto al gruppo.
Ora, con il successo del vertice sul clima di questo autunno in bilico, gli esperti vedono l’assemblea delle Nazioni Unite di questa settimana come una delle ultime sedi probabili per impegni ambigui.
“Penso che sia importante che ci siano annunci importanti su come fare dei passi avanti“, ha detto David Sandalow, un veterano delle amministrazioni Clinton e Obama e ora membro del Center on Global Energy Policy della Columbia University. “Ciò deve includere l’azione da parte dei principali emettitori, ma anche delle principali istituzioni, gruppi finanziari e altri“.
Il raduno delle Nazioni Unite offre anche una rara opportunità prima di Glasgow per i leader delle nazioni ricche e delle nazioni più piccole e più povere per affrontare una situazione diplomatica danneggiata da promesse non mantenute, ha affermato Jennifer Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International. Una delle promesse centrali era che le nazioni sviluppate avrebbero fornito 100 miliardi di dollari all’anno per aiutare i paesi in via di sviluppo a costruire economie più verdi e ad affrontare le catastrofi legate al clima. Non è mai stato completamente finanziato.
“In questo momento, non credo che ci sia molta fiducia nei paesi in via di sviluppo che il cambiamento climatico sia una cosa collettiva che risolveremo insieme, perché non sta accadendo nemmeno con il covid“, ha detto Morgan. “I paesi sviluppati devono farsi avanti e costruire quella fiducia“.
Ma ciò avverrà solo dando credito alle preoccupazioni di coloro che sono in prima linea nel cambiamento climatico.
“I paesi più piccoli e vulnerabili, le piccole isole, l’Africa – per loro è vita e morte ogni giorno”, ha detto. “Sono la voce che porta quell’umanità su ciò che è in gioco e su quanto sia importante avere questa collaborazione. Non è un problema lontano“.
“Questi cambiamenti sono solo l’inizio del peggio che verrà”, ha avvertito Guterres, supplicando ancora una volta le nazioni di prendere impegni reali, non fare solo discorsi.
Anche negli Stati Uniti ci sono grossi problemi per i dipendenti di aziende che richiedono obbligatoriamente il vaccino Covid 19. In particolare questa storia che è uscita sul New York Times è un dubbio che molto probabilmente arriverà in tutto il mondo: chi non si vaccina può chiedere un esenzione per motivi religiosi?
Tutto parte da Crisann Holmes che ha firmato una petizione per chiedere alla sua azienda di dargli una esenzione dal vaccino contro il Covid 19. Si è unita a una protesta informale, saltando il lavoro con altri dipendenti dissenzienti presso il sistema di assistenza sanitaria dove ha lavorato per due anni. E ha tentato di aprire una soluzione che molti in tutto il paese stanno ora esplorando: un’esenzione religiosa.
“Sono in gioco la mia libertà e la libertà dei miei figli e la libertà dei bambini“, ha detto la signora Holmes, che vive in Indiana. Ad agosto, ha presentato una richiesta di esenzione che ha scritto lei stessa. Alcuni vaccini sono stati sviluppati utilizzando linee cellulari fetali da feti abortiti, ha scritto, pratica che lei trova ripugnante. Ha citato un passo del Nuovo Testamento: “Purifichiamoci da tutto ciò che contamina il corpo e lo spirito”.
Le religioni contro l’uso di cellule fetali
Le principali religioni, confessioni e istituzioni americane sono sostanzialmente unanimi alla contrarietà al vaccino Covid-19. Ma poiché sempre più datori di lavoro in tutto il paese iniziano a richiedere le vaccinazioni per i lavoratori, si stanno scontrando con un numero sempre crescente di nocovid vax che chiedono esenzioni per motivi religiosi – o almeno vedono un’opportunità di utilizzare questa via. I lavoratori contro i vaccini stanno condividendo suggerimenti online per richiedere esenzioni per motivi religiosi.
Il conflitto stava prendendo piede anche prima che il presidente Biden annunciasse nuovi obblighi per i vaccini sul posto di lavoro. I nuovi regolamenti richiederanno alla stragrande maggioranza dei lavoratori e di coloro che lavorano per grandi aziende private di vaccinarsi o di sottoporsi a test settimanali. Complessivamente, dovrebbero interessare 100 milioni di lavoratori americani.
Le imprese statunitensi hanno trascorso gli ultimi 18 mesi ad affrontare una serie di sfide logistiche e politicamente controverse sollevate dalla pandemia, tra cui la chiusura dei luoghi di lavoro, la richiesta di mascherine e la riapertura, insieme a una diffusa carenza di manodopera. La nuova battaglia sulle esenzioni dai vaccini è particolarmente tesa, poiché contrappone le preoccupazioni sulla libertà religiosa alla priorità di mantenere un ambiente sicuro.
“Quanto possiamo chiedere? Fino a che punto possiamo spingerci? Dobbiamo assecondarlo? Queste sono le domande che i datori di lavoro stanno cercando di capire”, ha affermato Barbara Holland, consulente della Society for Human Resource Management.
Domande in aumento esponenziale
L’interesse per le esenzioni religiose è chiaramente in aumento. Mat Staver, fondatore e presidente di Liberty Counsel, un’organizzazione legale cristiana conservatrice, ha affermato che il suo gruppo ha ricevuto più di 20.000 domande sulle esenzioni religiose nelle ultime settimane.
Il Liberty Counsel ha intentato causa contro i funzionari di New York per i tentativi di negare le esenzioni religiose dall’obbligo di vaccinazione per gli operatori sanitari. “Le conseguenze di questi editti forzati sono enormi“, ha detto Staver, citando la possibilità di carenza di manodopera se gli operatori sanitari si dimettono o vengono licenziati in massa.
A New York City, dove sono richiesti vaccini per gli insegnanti delle scuole pubbliche, il sindaco Bill de Blasio ha affermato che la città riconoscerà “motivi ristretti e specifici per l’esenzione religiosa“.
In molte comunità, i grandi datori di lavoro pubblici stanno già affrontando un’impennata delle richieste. A Tucson, in Arizona, 291 lavoratori hanno chiesto esenzioni religiose dopo che la città ha annunciato un obbligo di vaccinazione per i suoi dipendenti. La città ha incaricato quattro amministratori di smistare le richieste. Finora ne hanno approvati poco più della metà e ne hanno negati 15, con alcune richieste di ulteriori informazioni ancora in sospeso.
La città ha incaricato quattro amministratori di smistare le richieste
Alcuni datori di lavoro privati stanno prendendo una linea dura. La United Airlines ha detto ai lavoratori che coloro che ricevono esenzioni religiose saranno posti in congedo non retribuito almeno fino a quando non saranno in vigore le nuove procedure di sicurezza e test Covid.
Le richieste di esenzione stanno mettendo alla prova i confini della legge federale sui diritti civili del 1964, che richiede ai datori di lavoro di fornire sistemazioni ragionevoli per i dipendenti che si oppongono ai requisiti di lavoro basati su credenze religiose “sinceramente tenute”.
A vantaggio degli obiettori come la signora Holmes, la disposizione definisce la “religione” in senso lato. La Commissione per le pari opportunità di lavoro ha specificato che le obiezioni religiose non devono essere riconosciute da una religione organizzata e possono essere credenze nuove, non comuni o che “sembrano illogiche o irragionevoli agli altri”.
Tuttavia, non possono basarsi solo su convinzioni sociali o politiche. Ciò significa che i datori di lavoro devono cercare di distinguere tra obiezioni principalmente politiche da persone che possono essere religiose e obiezioni che sono in realtà religiose nel loro nucleo.
Per molti scettici, la resistenza tende a basarsi non sugli insegnamenti formali di un leader religioso affermato, ma su una miscela ad hoc di cospirazioni online e disinformazione, media conservatori e conversazioni con amici e familiari che la pensano allo stesso modo.
Come riconoscere le esenzioni false?
“Le persone che hanno già preso una decisione sono ora alla ricerca di modi per continuare a esentarsi dal vaccino Covid”, ha affermato Joshua Williams, pediatra e assistente professore di pediatria presso l’Università del Colorado.
La ricerca prepandemica di Williams sui requisiti di immunizzazione scolastica suggerisce che la maggior parte delle obiezioni descritte come religiose ai vaccini sono in realtà una questione di convinzioni personali e laiche. Dopo che lo stato del Vermont ha rimosso l’esenzione dal vaccino per le convinzioni personali non religiose nel 2016, la percentuale di studenti dell’asilo con un’esenzione religiosa è aumentata dallo 0,5% al 3,7%, suggerendo che la maggior parte dei genitori che hanno approfittato delle esenzioni religiose lo ha fatto solo quando non vi erano altre vie legali.
Apple, Microsoft, Tyson Foods e Disney sono tra i principali datori di lavoro privati che hanno annunciato quest’estate che avrebbero richiesto la vaccinazione di molti dei loro lavoratori. Dal momento che la Food and Drug Administration ha concesso la piena approvazione al vaccino contro il coronavirus di Pfizer-BioNTech il 23 agosto, altri stanno rapidamente seguendo.
Man mano che i regolamenti entrano in vigore e la variante Delta si diffonde in molte regioni del paese, alcuni ex scettici si stanno convincendo. L’amministrazione Biden ha affermato che circa 14 milioni di persone negli Stati Uniti hanno ricevuto il primo vaccino ad agosto, circa 4 milioni in più rispetto a luglio.
I furbi della rete
Online, una rete di leader religiosi in gran parte indipendenti si è offerta volontaria per fornire lettere di esenzione a coloro che ne fanno richiesta. Un evangelista indipendente in Texas offre lettere online in cambio di una donazione. In California, un pastore di una megachurch sta offrendo una lettera a chiunque selezioni una casella confermando che la persona è un “evangelico praticante che aderisce ai principi religiosi e morali delineati nella Sacra Bibbia“.
Le lettere non sono necessarie, dicono gli esperti, ma possono aiutare a sostenere che le obiezioni religiose al vaccino sono sincere.
Nella zona rurale di Hudson, Iowa, Sam Jones ha informato la sua piccola congregazione presso la Faith Baptist Church che è disposto a fornire loro una lettera di quattro paragrafi in cui si afferma che “un cristiano non ha alcun obbligo di obbedire a qualsiasi governo al di fuori dell’ambito designato da Dio.”
Ha detto che finora ha firmato circa 30 lettere ed è a conoscenza di una manciata di casi in cui l’esenzione religiosa di un membro è stata accettata dal datore di lavoro.
In Indiana, la diffidenza della signora Holmes sul vaccino è stata rafforzata dalla sua stessa ricerca. Si è sintonizzata su una conferenza “salute e libertà” ospitata da un conduttore di podcast anti-vaccino e ha scaricato materiali da America’s Frontline Doctors, un’organizzazione che spaccia false informazioni sui vaccini e promuove come trattamento il farmaco per il bestiame ivermectina, che il Food and La Drug Administration non ha approvato come trattamento contro il Covid e ha avvertito che può causare gravi danni a grandi dosi.
Poche settimane dopo aver presentato la sua richiesta di esenzione, il suo datore di lavoro ha richiesto maggiori informazioni, inviandole un modulo da compilare da un leader religioso per confermare le sue convinzioni. “La religione non richiede un leader”. Ma un pastore della sua chiesa, la EUM Church di Greenville, Ohio, ha accettato di compilare il modulo.
La signora Holmes è in attesa di una sentenza definitiva dal suo datore di lavoro. È disposta a perdere il lavoro se si arriva a questo. “Se non lotto per i miei diritti, chi lo farà?”
Marco Aurelio Antonino Augusto, noto come Eliogabalo, fu imperatore romano dal 218 al 222 d.C.
Di origine siriana, Eliogabalo fu guidato in particolar modo dalla madre e dalla nonna e cercò di sdoganare il culto del Dio Elagabal, in palese contraddizione con i costumi romani.
Si dedicò ad una vita di lussuria e di eccessi, che scontentarono la guardia pretoriana, la quale decise per la sua esecuzione in favore del successore, il cugino Alessandro Severo.
La giovinezza e il sacerdozio per il Dio Elagabal
Eliogabalo nacque attorno all’anno 203 d.C da Sesto Vario Marcello e da Giulia Soemia Bassiana. La sua famiglia era importante ed influente: il padre era un membro della classe degli Equites, ma in seguito fu elevato al rango di senatore per una serie di meriti politici e militari.
La nonna, Giulia Mesa, era vedova di un ex console, Giulio Avito, e cognata dell’imperatore Settimio Severo, mentre la madre era cugina dell’imperatore Caracalla.
Eliogabalo aveva un fratello maggiore di cui non conosciamo il nome. Altri parenti importanti includevano la zia, Julia Avita Mamea e lo zio Marco Marciano, i quali avevano dei figli, tra cui Alessandro Severo, che sarebbe diventato imperatore al posto di Eliogabalo.
La famiglia di Eliogabalo, sin dalla sua nascita, deteneva i diritti ereditari per il sacerdozio del Dio del sole Elagabal, di cui Eliogabalo era il sommo sacerdote e che esercitava nella città di Emesa, odierna Homs, nella Siria romana.
Il Dio Elagabal venne venerato inizialmente nella zona attorno alla città di Emesa, ma ben presto il suo culto iniziò a diffondersi presso altre zone dell’impero romano, attorno al II secolo d.C, tanto che troviamo alcune dediche ad Elagabal anche presso la città di Woerden, in Olanda, presso il confine settentrionale del Limes romano.
Questo Dio venne successivamente importato ed assimilato con il Dio del sole di Roma, conosciuto come Sol Indiges, durante il periodo repubblicano e Sol Invictus, durante il II e il III secolo dell’impero.
La salita al potere di Eliogabalo
L’imperatore Caracalla era stato recentemente ucciso dalla sua guardia pretoriana e in particolare da uno dei suoi generali, Macrino, che ne aveva preso il posto. Macrino, appena arrivato al potere, si preoccupò di annientare tutti i possibili pretendenti al trono e di assicurare la successione a suo figlio Diadumeniano.
La famiglia di Eliogabalo apparteneva ai possibili avversari, e per questo l’imperatore condannò Giulia Mesa, le sue due figlie e il nipote, Eliogabalo, ad essere esiliati nella loro tenuta ad Emesa, in Siria. Giulia Mesa, tuttavia, non si rassegnò al destino che le era stato preparato da Macrino, e organizzò un audace piano, insieme al suo fidato consigliere nonché tutore di Eliogabalo, Gannys, per rovesciare Macrino ed elevare il quattordicenne Eliogabalo al trono imperiale.
La donna iniziò a dichiarare pubblicamente che Eliogabalo era il figlio illegittimo dell’ex imperatore Caracalla, notizia che attrasse immediatamente l’attenzione e la lealtà dei soldati e dei senatori romani che avevano giurato fedeltà a Caracalla qualche anno prima.
Giulia Mesa corruppe, grazie alla sua notevole ricchezza, anche la III legione, la quale giuro fedeltà ad Eliogabalo e promise di difenderlo a tutti i costi.
All’alba del 16 maggio del 218 d.C, il comandante della legione, Publio Valerio Comazon, dichiarò Eliogabalo Imperatore. Il ragazzo, per rafforzare la sua legittimità attraverso la propaganda, assunse i nomi di famiglia che erano appartenuti a Caracalla, Marco Aurelio Antonino.
Macrino, comprendendo il pericolo per il suo potere, inviò subito un esercito guidato dal suo prefetto del Pretorio, Ulpio Giuliano, per schiacciare la ribellione. Ma le cose per Macrino andarono molto male: i legionari che avrebbero dovuto combattere Eliogabalo si unirono spontaneamente alla sua fazione, tradendo i loro comandanti sul campo.
Gli ufficiali dissidenti vennero uccisi e la testa di Giuliano venne rispedita all’imperatore Macrino.
Macrino inviò allora una serie di lettere al Senato denunciando Eliogabalo come un usurpatore e sostenendo che era pazzo. Il Senato dichiarò guerra sia ad Eliogabalo che alla madre.
Ma nonostante il Senato avesse ufficialmente appoggiato la posizione di Macrino, lui e suo figlio vennero traditi dalla diserzione della seconda Legione a causa delle golose tangenti che erano state garantite da Giulia Mesa. I soldati di Macrino vennero sconfitti l’8 giugno del 218 d.C, nella battaglia di Antiochia dalle truppe di Eliogabalo comandate da Gannys.
Macrino fuggì verso l’Italia, opportunamente travestito, ma fu intercettato nei pressi della città di Calcedonia, portato nella regione della Cappadocia e lì giustiziato. Anche suo figlio Diadumeniano cercò di mettersi in salvo presso la corte dei Parti ma fu catturato vicino alla città di Zeugma, e anche lui messo a morte.
Eliogabalo dichiarò che la data della vittoria di Antiochia corrispondeva ufficialmente all’inizio del suo regno e assunse i titoli imperiali senza aspettare l’approvazione del Senato. L’atto violava pesantemente la tradizione, anche se questa pratica stava iniziando a diventare sempre più comune tra gli imperatori del III secolo.
Uno dei primi atti di Eliogabalo fu quello di inviare delle lettere a Roma per riconciliarsi con il Senato, spiegare le ragioni per cui si era rapidamente attribuito il titolo di Imperatore, e avviare alcune azioni politiche calcolate, come quella di concedere l’amnistia a diversi aristocratici ed annullare tutti i provvedimenti che erano stati presi da Macrino e da suo figlio.
I senatori risposero riconoscendo Eliogabalo come legittimo Imperatore e accettando la sua volontà di essere figlio legittimo di Caracalla. Sia la figura di Caracalla che di Giulia Domna furono divinizzate per ordine del Senato, e anche Julia Mesa e Julia Soemia, vennero elevate per ordine senatoriale al rango di Auguste.
Nel frattempo, Macrino e Diadumeniano vennero condannati alla pena della Damnatio Maemoriae, che prevedeva la completa cancellazione di tutte le tracce del loro governo e della loro vita, in modo che i posteri non potessero ricordarli.
Venne premiato anche l’ex comandante della terza legione, Comazon, che fu nominato comandante della Guardia pretoriana.
Eliogabalo come Imperatore
Eliogabalo e il suo seguito trascorsero l’inverno del 218 d.C in Bitinia a Nicomedia, e già in quella prima fase le credenze religiose dell’Imperatore si presentarono come un problema. Sembra che il suo tutore, Gannys, abbia cercato di dissuaderlo dal diffondere delle credenze religiose così contrarie alle classiche istituzioni romane, ma secondo Dione Cassio, Eliogabalo lo avrebbe messo a morte in quanto non aveva la minima intenzione di vivere “prudentemente” come gli veniva suggerito dal tutore.
Con un atto di decisa sfrontatezza, Giulia Mesa fece inviare a Roma un dipinto del Dio Elagabal, con l’ordine che venisse appeso vicino alla statua della Dea Vittoria in Senato. In questo modo, i senatori erano costretti a offrire le loro preghiere e i loro sacrifici ad entrambi gli Dei.
Le legioni furono costernate dal comportamento del nuovo imperatore e ben presto si pentirono di averlo supportato. Mentre Eliogabalo era ancora in viaggio verso Roma, scoppiarono infatti delle rivolte presso la IV legione, istigate dal comandante Gellio Massimo, il quale era stato niente meno che il responsabile dell’elevazione al trono di Eliogabalo.
Ma la sommossa venne immediatamente soffocata e la legione fu sciolta.
Quando Eliogabalo, assieme alla sua corte, raggiunse Roma nell’autunno del 219 d.C, Comazon e altri alleati di Giulia Mesa ricevettero premi e conquistarono posizioni politiche di alto rilievo, con estrema perplessità di molti senatori che non li consideravano affatto degni di tali privilegi. Comazon, ad esempio, venne nominato per due volte console e per tre volte prefetto della città di Roma.
Uno dei primi provvedimenti di Eliogabalo, di natura prettamente finanziaria, fu quello di svalutare la moneta: decise di ridurre la purezza del denario d’argento dal 58% al 46,5%, così che il peso effettivo dell’argento passò da 1,80 a 1.41 grammi. In maniera simile, diede ordine di svalutare la moneta conosciuta come Antoniniano.
Nel frattempo, Eliogabalo provvide personalmente ad eseguire un’altra serie di nomine, basate esclusivamente sul suo gusto personale: fece dichiarare un tale di nome Cesare, suo presunto amante, come alto funzionario, mentre un altro suo compagno, l’atleta Aurelio Zotico, fu nominato per una carica non amministrativa, ma comunque influente, detta “Cubicularius”, ovvero stretto collaboratore dell’imperatore.
Mantenne la sua promessa di concedere l’amnistia ad una vasta serie di aristocratici che erano sotto processo, il che suscitò le proteste di uno dei più grandi giuristi del suo tempo, Ulpiano, che per tutta risposta fu esiliato.
La madre e la nonna di Eliogabalo divennero le prime donne a poter entrare in Senato e ricevettero allo stesso modo dei titoli senatoriali che erano sempre stati appannaggio dei soli uomini: Soemia venne nominata come “Clarissima” e Mesa venne nominata “Madre dell’accampamento, dell’esercito e del Senato “.
Le due donne esercitarono sempre una straordinaria influenza sul giovane imperatore e si può dire che detennero, di fatto, il controllo sulla politica romana per tutto il regno di Eliogabalo.
La dottrina religiosa di Eliogabalo
Sin dal regno di Settimio Severo, il culto del Sole si era diffuso sempre di più in tutto l’impero. Eliogabalo vide la rapida crescita di questo credo come una opportunità per sdoganare la venerazione di Elagabal, con l’obiettivo di acclararlo come divinità principale del Pantheon romano. Il Dio Elagabal venne ribattezzato “Deus Sol Invictus” e onorato anche più di Giove.
In segno di rispetto per l’antica religione di Roma, tuttavia, Elagabalo promosse anche il culto di Dee come Astarte, Minerva e Urania. L’unione tra il Dio Elagabal e una tradizionale Dea romana servì quindi a rafforzare i legami tra la nuova religione e il classico culto Imperiale.
Eliogabalo compì anche un altro atto che sconvolse la cittadinanza romana: decise di sposare la sacerdotessa Vestale Aquilia Severa, sostenendo che il matrimonio con la donna avrebbe prodotto dei figli simili a divinità.
Le sacerdotesse vestali, da sempre, erano vergini e non potevano avere rapporti sessuali di alcun tipo. Il fatto che l’imperatore sposasse e avesse rapporti con una vergine Vestale rappresentava una violazione gravissima della classica religione romana.
Il culto promosso dal nuovo imperatore si tradusse anche nella costruzione di un sontuoso tempio chiamato Elagabalium, che fu eretto sul lato est del colle Palatino: all’interno del tempio, veniva rappresentato il Dio vestito di nero con i simboli tipici della città di Emesa.
Al fine di diventare il sommo sacerdote della sua nuova religione, Eliogabalo decise di farsi circoncidere. E non solo: costrinse i senatori a guardarlo mentre danzava intorno all’altare del nuovo Dio, accompagnato dal suono di tamburi e di cembali. Ogni solstizio d’estate veniva inoltre organizzata una festa dedicata alla nuova divinità, che mano mano divenne sempre più popolare tra le masse, per via della distribuzione di cibo gratuito connessa alla festività.
Durante questa festa, Eliogabalo pose una pietra che rappresentava Elagabal, nota come “Pietra di Emesa”, su un carro adorno di oro e di gioielli, che fece sfilare per tutta la città. Si trattava di un carro trainato da sei cavalli bianchi, riccamente adornati con ogni genere di gioielli. Sul carro non vi era nessuno che tenesse le redini, ma questo veniva spinto di nascosto da uomini ai fianchi delle ruote, cosicché sembrasse che questo venisse sospinto per volere divino.
Eliogabalo sfilava immediatamente dietro al carro, impersonando Elagabal. Tutti i principali simboli della classica religione romana vennero trasferiti per ordine dell’imperatore nel tempio di Elagabalium, incluso il simbolo della grande madre, il fuoco di Vesta, e gli scudi sacri dei sacerdoti Salii, in modo tale che nessun Dio romano potesse essere venerato, se non assieme ad Elagabal.
L’ambigua sessualità di Eliogabalo
L’orientamento sessuale di Eliogabalo è un tema piuttosto confuso, a causa delle innumerevoli fonti inattendibili e di racconti palesemente avversi all’imperatore. Sembra che Eliogabalo, nel corso del suo regno, abbia sposato e divorziato da cinque donne, tre delle quali sono a noi note.
La prima si chiamava Julia Cornelia Paula, mentre la seconda era la già citata Vestale, Giulia Aquilia Severa. Sembra che l’imperatore, appena sposatosi con lei, l’abbia abbandonata per risposarsi con Annia Aurelia Faustina, discendente diretta dell’imperatore Marco Aurelio e vedova di un uomo recentemente fatto giustiziare proprio da lui.
Tuttavia il rapporto non durò a lungo, ed Eliogabalo ritornò ad unirsi alla sua seconda moglie entro la fine dello stesso anno. Secondo lo storico romano Dione Cassio, la relazione più stabile di Eliogabalo sarebbe stata con il suo cocchiere, uno schiavo dai capelli biondi di nome Hierocles, che l’imperatore stesso definiva come “marito“.
La Historia Augusta, afferma anche che Eliogabalo avrebbe sposato un uomo di nome Zotico, un atleta che proveniva dalla città di Smirne, in una cerimonia pubblica che si tenne a Roma. In quella occasione, Eliogabalo si sarebbe dipinto gli occhi e depilato i capelli per indossare una parrucca, non prima di essersi prostituito nelle taverne, nei bordelli e persino nelle sale del palazzo imperiale.
Come racconta lo stesso Dione Cassio: ” Eliogabalo portò i suoi amanti nelle stanze del palazzo imperiale e lì commise le sue indecenze, facendosi trovare sempre nudo sulla porta della stanza, come fanno le meretrici, scuotendo le tende d’oro, mentre con voce dolce e languida sollecitava i passanti ad unirsi sessualmente a lui.
Naturalmente, vi erano uomini che erano stati appositamente istruiti per unirsi all’imperatore.
Come in tante altre cose, Eliogabalo pretendeva che una numerosa serie di schiavi cercassero di soddisfare al meglio la sua lussuria. Raccoglieva il denaro dai suoi clienti e si dava arie di produrre grandi guadagni. Era solito vantarsi di fronte agli altri di guadagnare molti più soldi degli altri prostituti, di avere i maggiori rapporti sessuali e i maggiori incassi.”
Un altro storico, Erodiano, racconta invece di come Eliogabalo fosse solito aumentare la sua già naturale bellezza con l’applicazione regolare di creme e cosmetici. La fonte ci racconta di quanto l’imperatore fosse deliziato dall’idea di essere chiamato “signora, moglie, e Regina di Eracle” e sembra che abbia offerto una ingente quantità di denaro ad un medico per farsi asportare il pene e diventare in tutto e per tutto come una donna.
Alcune fonti antiche, e alcuni storici moderni, identificano in Eliogabalo il primo importante transessuale della storia.
La fine del regno di Eliogabalo
Nel 211 d.C le eccentricità di Eliogabalo, in particolare la sua relazione con Hieracle, avevano pesantemente scontentato la guardia pretoriana, che si vergognava di servire un tale imperatore. Quando la nonna di Eliogabalo, Giulia Mesa, si rese conto che il malcontento stava superando i livelli di guardia, decise, assieme alla madre di Eliogabalo, di contenere il carattere del ragazzo, e nel frattempo di cercare un successore.
La scelta ricadde sul nipote di Avita Mamea, il tredicenne Alessandro Severo. Grazie all’influenza che le donne avevano su Eliogabalo, riuscirono a convincere l’imperatore che suo cugino Alessandro aveva bisogno del suo aiuto e della sua protezione e che sarebbe stata una buona mossa attribuirgli il titolo di Cesare.
Eliogabalo accettò e Alessandro condivise il consolato con lui in quello stesso anno.
Tuttavia, Eliogabalo iniziò rapidamente a sospettare che qualcuno stesse tramando per spodestarlo in favore di Alessandro e il suo comportamento nei confronti del cugino cambiò radicalmente. Decise di rimuovergli tutti i titoli onorifici, revocò il suo consolato e fece circolare la notizia che Alessandro stava per morire, per vedere come avrebbero reagito i pretoriani.
Ne segui una grande sommossa: la guardia dell’imperatore chiese di poter vedere di persona sia Eliogabalo che Alessandro nel campo Pretorio.
La morte di Eliogabalo
Eliogabalo fu costretto ad accettare la richiesta dei pretoriani e l’11 marzo del 222 d.C si presentò assieme alla madre, Giulia Soemia, e al cugino, presso il campo Pretorio. Al loro arrivo, i pretoriani cominciarono ad acclamare Alessandro come nuovo imperatore e ignorarono Eliogabalo.
Infuriato, Eliogabalo ordinò l’arresto e l’esecuzione sommaria di chiunque avesse preso parte a questa dimostrazione di insubordinazione: per tutta risposta, i membri della guardia pretoriana attaccarono Eliogabalo e sua madre.
Eliogabalo tentò di fuggire, ma venne rapidamente catturato e ucciso all’età di 18 anni. Sua madre lo abbracciò e si strinse forte a lui, morendo insieme al figlio. Le loro teste furono mozzate e i loro corpi, dopo essere stati denudati, furono trascinati per tutta la città. Infine, il corpo della madre fu gettato in un luogo non precisato, mentre quello di Eliogabalo venne buttato nel Tevere.
Dopo il suo assassinio, molti compagni e uomini fedeli ad Eliogabalo vennero deposti o uccisi, incluso il suo storico amante Ierocle. I suoi riti religiosi vennero annullati e il culto di Elagabal abolito: la grande pietra che rappresentava il Dio, venne rispedita alla città di Emesa.
Alle donne venne nuovamente vietato di partecipare alle riunioni del Senato, come aveva sempre previsto la tradizione. Inoltre, Eliogabalo, la madre e i suoi principali parenti vennero condannati alla pratica della Damnatio Memoriae.
Tutti i suoi riferimenti vennero appositamente cancellati dai registri pubblici, in modo che nessuno potesse ricordarsi di lui.
L’eredità di Eliogabalo
La figura di Eliogabalo venne pesantemente condannata dalle fonti contemporanee. L’Historia Augusta, addirittura, spiega che la sua biografia non meritava nemmeno di essere tramandata, e anche tutti gli altri commentatori del tempo furono particolarmente avversi al giovane.
La sua figura è sempre stata relegata a quella di un imperatore “di passaggio”, dedito alle stranezze, e la sua memoria sopravvive oggi, soprattutto nella letteratura, dove invece è stato più volte ripreso come simbolo di giovane amorale e lussurioso.
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