Qual è stata la più grande vittoria romana? Quale dei grandi scontri avvenuti durante la storia romana è stato il più glorioso? Esistono in realtà molteplici risposte, a seconda dei parametri che prendiamo in considerazione.
La più grande vittoria romana per la salvezza di Roma
Se per “più grande vittoria romana” intendiamo la vittoria che ha permesso a Roma di difendersi contro un nemico e di salvaguardare la sua esistenza, dobbiamo citare la poco nota ma fondamentale battaglia del Metauro, avvenuta il 22 giugno del 207 a.C, nel pieno delle guerre contro Annibale Barca.
La battaglia fu guidata dai comandanti Marco Livio Salinatore e Gaio Claudio Nerone contro Asdrubale Barca, il fratello di Annibale, che era scappato dalla Spagna e, seguendo lo stesso percorso di Annibale, era disceso in Italia per cercare di ricongiungere il proprio esercito con quello del fratello.
Se Asdrubale fosse stato in grado di riunirsi con Annibale avrebbe apportato un decisivo rinforzo all’esercito cartaginese in Italia e i due comandanti avrebbero potuto probabilmente marciare contro Roma con ottime probabilità di successo.
La vittoria di Salinatore e di Claudio Nerone, invece, portò alla morte di Asdrubale sul campo di battaglia e negò definitivamente ogni tipo di rinforzo ad Annibale, bloccato nel sud Italia, impedendo il peggio.
A pari merito potremmo citare anche le vittorie del console Gaio Mario contro i Cimbri e i Teutoni, nelle decisive battaglie di Acquae Sestiae e dei Campi Raudii. Queste vittorie permisero a Roma di fermare l’invasione delle tribù germaniche, ma riteniamo che la battaglia del Metauro abbia avuto una importanza maggiore.
Infatti, mentre le tribù germaniche avrebbero dovuto ancora attraversare tutta la penisola italica prima di raggiungere Roma, Annibale e Asdrubale si trovavano quasi di fronte alla capitale, e un rinforzato esercito cartaginese, perdipiù guidato da uno dei più grandi geni militari del mondo antico, sarebbe stato un pericolo micidiale per la sopravvivenza di Roma.
La più grande vittoria romana sotto l’aspetto tattico
Se per “più grande vittoria romana” intendiamo la vittoria più importante sul lato tattico e in termini di scontro tra menti militari, non possiamo non considerare la battaglia di Zama, combattuta il 19 ottobre del 202 a.C, tra Publio Cornelio Scipione e Annibale.
In quella situazione, Cornelio Scipione aveva studiato le sconfitte di Roma a opera di Annibale in Italia, aveva perfezionato le tecniche dell’esercito romano nella conquista della Spagna, e aveva ottenuto lo scontro diretto contro il suo nemico, ma allo stesso tempo maestro, Annibale.
Annibale riuscì ad allontanare la cavalleria dal campo di battaglia, rimanendo solo con la propria fanteria da contrapporre alle linee romane. I romani avevano già affrontato due linee di combattenti nemici, e di fronte a loro avevano i veterani della campagna d’Italia che erano ancora freschi e riposati, ma opposero una straordinaria resistenza fino al rientro delle cavallerie alleate che colpirono i cartaginesi dalle spalle.
In questo modo, i romani avevano ottenuto la loro più grande vittoria contro un nemico ritenuto, fino a quel momento, invincibile sul campo di battaglia.
In realtà, però, Zama non fu determinante per l’esito della guerra: i romani avevano già riconquistato le principali zone del Mediterraneo, neutralizzato l’esercito di Annibale e i cartaginesi non avevano più le risorse per proseguire il conflitto, motivo per cui, ormai, la guerra poteva già considerarsi conclusa in favore dei romani.
La più grande vittoria romana per conquistare nuovi territori
Se invece per “più grande vittoria romana” intendiamo la vittoria che ha permesso ai romani di conquistare dei nuovi territori, la palma non può che andare alla battaglia di Alesia, combattuta del 52 a.C da Giulio Cesare in Gallia.
Giulio Cesare, dopo sette anni di conflitto, aveva assoggettato l’enorme territorio che corrisponde all’odierna Francia. Vercingetorige, il principe degli Arverni, era riuscito a coalizzare un’ultima volta tutte le tribù galliche contro il nemico comune. Nella battaglia di Alesia si giocò lo scontro decisivo: Vercingetorige venne sconfitto e tutta la Gallia riconobbe la vittoria romana.
Si avviò quindi la costituzione della nuova provincia delle Gallie, che modificò radicalmente il volto dell’Europa, frenò in maniera importante la germanizzazione del continente europeo ed apportò immense e straordinarie ricchezze a Roma, dotandola di un territorio fertile ed economicamente fruttuoso, che sarebbe stato determinante per la sua storia futura.
La prima forma di governo di Roma fu la monarchia. Tutte le importanti decisioni politiche e militari venivano infatti prese dal Re e dai suoi consiglieri, i Senatori. Ma come terminò la monarchia di Roma? E per quale motivo?
Il governo dell’ultimo Re: Tarquinio il Superbo
La figura centrale di questo periodo storico è costituita da Tarquinio detto il Superbo: figlio di Lucio Tarquinio Prisco, quinto Re del periodo dei sette Re di Roma, era sposato con Tullia minore, la figlia del Re Servio Tullio, attualmente in carica. Intorno al 535 a.C, Tarquinio e sua moglie organizzarono l’omicidio del suocero. Così Tarquinio ottenne il governo di Roma, instaurando un regime di terrore.
In realtà, Tarquinio condusse una serie di campagne militari di grande successo contro i popoli vicini di Roma, tra cui Volsci, Gabii e Rutuli e si impegnò in una serie di lavori pubblici, come il completamento del tempio di Giove Ottimo Massimo.
Tuttavia il sovrano era impopolare agli occhi della cittadinanza per diversi motivi: aveva lasciato insepolto il corpo del suo predecessore e giustiziato diversi importanti senatori che sospettava fossero rimasti fedeli a Servio Tullio.
Inoltre, continuava a rifiutarsi di consultare il Senato per prendere le principali decisioni politiche, e continuava a giudicare casi di criminalità, anche comminando la morte, senza interpellare i suoi consiglieri, alimentando il timore che si sarebbe trasformato in un tiranno senza più controllo.
La morte di Lucrezia
Mentre Tarquinio era impegnato nella guerra contro i Rutuli, suo figlio, Sesto Tarquinio, venne inviato in missione nella vicina città di Collatia, dove venne accolto con grande ospitalità presso il palazzo del governatore. La moglie del governatore, Lucrezia, ospitò Sesto. Ma durante la notte, Sesto entrò nella sua camera da letto e la violentò.
Il giorno successivo, Lucrezia si recò da suo padre, un illustre prefetto di Roma, e davanti ai testimoni raccontò quanto era accaduto. Dal momento che suo padre era un magistrato supremo di Roma, le sue richieste di giustizia e di vendetta non potevano in alcun modo essere ignorate. Ma prima che il padre potesse fare qualcosa, decise di pugnalarsi per la vergogna, morendo tra le braccia del genitore.
Questo rappresentò forse il più grande e inaccettabile esempio della tracotanza della famiglia di Tarquinio il Superbo
La proposta di istituire la Repubblica
Lucio Giunio Bruto, eminente cittadino di Roma e nipote del quinto Re, Tarquinio Prisco, si fece carico del malcontento popolare, e dopo l’episodio di Lucrezia, aprì pubblicamente un dibattito sulla forma di governo che Roma avrebbe dovuto assumere al posto della attuale monarchia.
Al dibattito parteciparono numerosi Patrizi e Bruto propose innanzitutto l’esilio dei Tarquini da tutti i territori di Roma e la scelta di un nuovo Re provvisorio, al fine di nominare dei nuovi magistrati e ratificare la nuova forma di governo, la Repubblica.
Si decise che la nuova forma di governo repubblicana avrebbe dovuto sostituire la monarchia, mettendo a capo due consoli che avrebbero fatto le veci del Re, con il compito di eseguire le volontà del Senato. Venne dunque eletto come Re provvisorio Spurio Lucrezio, il padre della defunta Lucrezia, e i primi due consoli furono Bruto stesso e Lucio Tarquinio Collatino, un ricco cittadino imparentato con Tarquinio Prisco.
Vennero dunque radunati nel foro i plebei e i patrizi insieme, e il corpo di Lucrezia venne fatto sfilare per le strade. Bruto tenne un solenne discorso e avviò le elezioni generali. I risultati furono a favore della costituzione di una repubblica al posto della monarchia.
Bruto lasciò allora Lucrezio al governo di Roma e inseguì Tarquinio Prisco con il suo esercito. Tarquinio, che era stato informato degli sviluppi della situazione politica, fuggì appena in tempo dall’accampamento. I soldati accolsero favorevolmente Bruto, espellendo i figli del Re e quando Tarquinio tentò di rientrare a Roma, fu cacciato e costretto a vivere in esilio con la sua famiglia.
L’istituzione della repubblica romana
Sebbene non vi siano certezze definitive, le fonti antiche, come Plutarco e Appiano, affermano che il primo atto di Bruto come console fu quello di prestare giuramento di fronte al popolo, promettendo che non avrebbe mai più permesso a un Re di governare Roma.
Il Senato venne riportato al numero originario di 300 membri, reclutando uomini anche tra la classe equestre. I nuovi Consoli crearono anche un ruolo separato, il Rex Sacrorum, per svolgere e sovrintendere ai doveri religiosi, compito che in precedenza era aspettato esclusivamente al Re.
I due Consoli dovevano essere eletti annualmente dai cittadini romani e approvati dal Senato. La carica di entrambi durava al massimo un anno e ognuno poteva porre il veto alle azioni dell’altro.
Inizialmente i consoli avevano tutti i poteri dei Re, ma nel tempo questi vennero ulteriormente scomposti, aggiungendo altre magistrature al sistema di governo. Il primo magistrato aggiunto fu il pretore, con autorità giudiziaria. Dopodiché, venne istituito il censore, che assunse il potere di condurre il censimento della popolazione e di esaminare i requisiti di coloro che volevano candidarsi al Senato.
Fonti – Tito Livio, Ab Urbe Condita, I, 15. – Plutarco, Vita di Romolo, 27-29;
L’imperatore del tardo Impero Diocleziano, eseguì una vasta serie di riforme per riportare al funzionamento uno stato romano che risultava paralizzato. Quali furono le principali riforme di Diocleziano?
La tetrarchia
Diocleziano aveva compreso che uno dei problemi principali nella gestione dell’Impero romano era la successione Imperiale. Per questo motivo, elaborò il meccanismo della tetrarchia. L’impero era diviso in un imperatore d’Occidente e uno d’Oriente. Ognuno di loro, chiamato Augusto, doveva nominare un vice, chiamato Cesare.
Nel progetto di Diocleziano, gli Augusti, al termine della loro carriera, avrebbero dovuto ritirarsi spontaneamente a vita privata, e i rispettivi Cesari sarebbero diventati i nuovi Augusti, nominando rispettivamente due nuovi Cesari, in un meccanismo che si sarebbe costantemente rinnovato.
La scelta doveva essere compiuta esclusivamente per meritocrazia, in modo da designare i migliori governanti del tempo. Purtroppo, tale meccanismo si bloccò quasi subito, dando luogo a delle nuove guerre civili dalle quali sarebbe emersa la figura di Costantino.
La riforma dello Stato e dell’amministrazione pubblica
Diocleziano lavorò per creare una sorta di monarchia centralizzata e assoluta che mettesse a disposizione dell’ imperatore dei mezzi di azione sufficientemente efficaci. Diocleziano nominò personalmente i consoli. Esonerò i senatori dalla redazione delle leggi, svuotando il Senato di tutto il suo potere. Fece leggere diversi consiglieri Imperiali, distribuiti in diversi uffici specializzati, definendo le loro funzioni in maniera rigorosa in modo da evitare che ognuno di essi potesse accumulare troppo potere o assumere iniziative pericolose per la stabilità dello stato.
Il lavoro amministrativo crebbe a dismisura e aumentò drasticamente il numero dei burocrati. Questo rappresentò l’inizio di una burocrazia e di una tecnocrazia che alla fine avrebbe costituito le società più moderne.
Le leggi per rinvigorire le antiche virtù romane
Durante il regno di Diocleziano vennero scritti alcuni codici di comportamento, di cui ci restano solamente pochi frammenti. Sappiamo comunque che Diocleziano si preoccupava di conservare le antiche virtù proprie della società romana.
Impose l’obbligo ai figli di sfamare i genitori in età avanzata, promulgò delle nuove leggi affinché i genitori trattassero i figli con giustizia, realizzò delle nuove norme per il rispetto delle leggi e dei vincoli matrimoniali.
Regolò in maniera diversa le testimonianze dei figli contro i padri o degli schiavi contro i loro padroni durante i processi. Riformò anche la proprietà privata, modificò i diritti dei creditori nei confronti dei loro debitori, impedendo gli abusi, e rivoluzionò le clausole che si potevano inserire nei contratti. Proibì l’uso della tortura durante gli interrogatori se la verità poteva ragionevolmente essere ottenuta in altro modo.
La riforma dell’esercito
Diocleziano, che veniva dal mondo militare, modificò profondamente anche l’organizzazione dell’esercito, con l’obiettivo di riportarlo all’antica disciplina. Alcune truppe locali, che non combattevano da diverso tempo, vennero inviate alle frontiere. Aumentò l’esercito di un quarto rispetto al totale complessivo.
Allo stesso tempo però esonerò i soldati dal servizio dopo 20 anni, limitò il prezzo delle merci per ridurre il costo della vita e per aiutare l’economia delle truppe. Ridusse anche le province in unità più piccole per avvicinare i governatori a coloro che amministravano e per diminuire la forza territoriale del singolo governante.
Si impegnò anche a favorire lo sviluppo economico attraverso la ripresa dell’agricoltura e un grande programma di edilizia urbana.
Le riforme fiscali: l’editto dei prezzi e le nuove tasse
Diocleziano doveva anche risolvere una serie di problemi economici e fiscali, cosa che lo portò a delle profonde riforme in questo campo, tutt’ora ancora dibattute nella loro efficacia. Vennero istituite delle nuove tasse, in particolare sulle unità di terreno coltivabili e sulle persone fisiche.
Le tasse erano riscosse proporzionalmente, dove l’importo del contributo veniva determinato dal tipo di coltivazione e dalla produttività del terreno. Si trattava quindi di una sorta di tassazione socio economica basata sul legame tra l’uomo e la terra, in termini di proprietà o di produttività.
Ogni 5 anni, venivano eseguite delle nuove valutazioni per aggiornare i parametri di tassazione. Questo censimento degli adulti suscitò violente critiche, ma ebbe anche il risultato positivo di evitare i soprusi che si erano verificati nei decenni precedenti.
Lo scopo di Diocleziano era di ottenere dei fondi e un gettito fiscale prevedibile per gestire l’economia dell’impero. Anche l’Italia, che fino ad allora era sempre rimasta esente dalla tassazione, iniziò a dover versare le imposte.
Tali riforme furono anche accompagnate da modifiche monetarie, compreso il ripristino di una coniazione di oro e di argento, e la creazione di una nuova moneta di bronzo. Si trattava di mettere in circolazione delle nuove monete di piccolo importo per facilitare lo scambio finanziario quotidiano.
Diocleziano decise anche di chiudere alcune zecche a Roma e in Italia per aprirne delle altre nel resto dell’impero. I funzionari che lavoravano nelle zecche, infatti, si lasciavano spesso andare alla corruzione ed era necessario un rinnovamento di questa categoria di dipendenti pubblici.
Ultimo ma non meno importante provvedimento fu l’editto dei prezzi: emesso nel 301 d.C, fissava i salari e stabiliva i prezzi massimi a cui potevano essere venduti e comprati beni e servizi per prevenire l’inflazione, i profitti abusivi e le speculazioni. Vennero elencati circa 1000 articoli di prodotti con i relativi prezzi e la violazione era punibile con la morte.
Come reazione, si sviluppò immediatamente un mercato nero, dove i prodotti venivano venduti a un prezzo ancora superiore. La regolamentazione dei prezzi e dei salari non era così applicabile e l’editto, visto il suo fallimento, venne successivamente revocato.
Come morì l’imperatore Claudio? In che modo incontrò la morte uno dei più grandi imperatori della dinastia Giulio Claudia?
L’imperatore Claudio, che regnò dal 24 gennaio del 41 d.C al 13 ottobre del 54 d.C, venne molto probabilmente avvelenato dalla moglie.
Claudio era particolarmente sfortunato nella scelta delle compagne: già nel 48 d.C la sua terza moglie, Valeria Messalina, lo tradiva ripetutamente e aveva organizzato un matrimonio alternativo con il suo ultimo amante, Gaio Silio. I due tentarono di ordire anche un colpo di stato per prendere il potere, ma furono scoperti dai funzionari di Claudio. Messalina venne inseguita dai pretoriani e uccisa mentre cercava di scappare negli orti di Sallustio, e anche Silio fu giustiziato dagli emissari dell’imperatore.
Dopo quella esperienza, Claudio disse scherzosamente ai suoi pretoriani di picchiarlo sulla testa se avesse deciso di risposarsi. Ma di lì a poco, nel giro di pochi mesi, prese come quarta moglie un’altra donna dalla grande bellezza, particolarmente seducente e molto più giovane di lui, ma senza scrupoli. Si trattava di sua nipote Agrippina minore, la sorella del defunto imperatore Caligola.
Agrippina aveva 33 anni, contro i 58 di Claudio e da un matrimonio precedente aveva avuto un figlio, al tempo dodicenne, Lucio Domizio Enobarbo, che sarà conosciuto con il nome di Nerone.
Il Senato fu costretto ad approvare un decreto speciale per permettere quella unione che, in altre circostanze, sarebbe stato un incesto. Agrippina era determinata a portare se stessa e il suo giovane figlio Nerone al potere, succedendo a Claudio e scavalcando il figlio naturale di quest’ultimo, Britannico, di nove anni.
Riuscì a convincere Claudio ad adottare Nerone come figlio, come tutore di Britannico, e lo fece inoltre sposare con Ottavia, altra figlia di Claudio.
Il piano di Agrippina procedeva lentamente, ma verso l’ottobre del 54 d.C si concretizzò nell’omicidio di Claudio.
La morte dell’imperatore Claudio: la dinamica
Il 13 ottobre di quell’anno, l’imperatore 64enne stava partecipando a un banchetto in Campidoglio per festeggiare il Dio Fons, accompagnato dal suo assaggiatore ufficiale, l’eunuco Halotus.
Secondo Tacito, Agrippina convinse Halotus a somministrare a Claudio dei funghi avvelenati, probabilmente del genere Amanita Falloide, che entrarono immediatamente in circolo. Altre fonti antiche dicono che fu la stessa Agrippina a presentare al marito il piatto avvelenato.
L’imperatore, che nel frattempo era ubriaco, si sarebbe addormentato. Al suo risveglio avrebbe iniziato a vomitare, e allora gli sarebbe stata somministrata una zuppa che gli venne offerta per calmare la nausea, ma che in realtà era piena di ulteriore veleno.
Secondo una versione di Svetonio leggermente diversa, il suo medico personale avrebbe utilizzato una piuma per farlo vomitare, la quale sarebbe stata anch’essa intrisa di veleno.
Alcune fonti dicono che l’imperatore morì dopo una sofferenza prolungata, altre riferiscono che ebbe un lieve miglioramento per peggiorare subito dopo.
Altri ancora, come Seneca il giovane, attribuiscono la morte dell’imperatore a cause naturali, citando i diversi difetti e malanni fisici cui era afflitto sin dalla nascita. Mentre Giuseppe Flavio parla solamente di alcune voci non confermate sul suo avvelenamento.
Barbara Levick, forse la principale studiosa moderna sull’imperatore Claudio, e che ha confrontato tutte le fonti sulla sua morte, tende a dare maggior credito all’ipotesi dell’avvelenamento.
Comunque sia andata, Claudio venne cremato dopo pochi giorni, e le sue ceneri vennero sepolte nel Mausoleo di Augusto il 24 ottobre del 54 d.C, dopo un funerale simile a quello di Augusto, celebrato 40 anni prima.
Fonti: – Svetonio. Claudio, 43, 44. – Tacito. Annales, XII 64, 66-67 – Giuseppe Flavio,XX 148, 151. – Dione Cassio, Storia romana. 61 34. – Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXIII 92, XI LXXIII 189, XXII 92
Quanti legionari schierò Roma complessivamente nel corso della sua storia? Dalla prima formazione di età monarchica, ideata addirittura dal fondatore Romolo, la legione romana si modificò nel corso del periodo repubblicano, anche a seconda dei nemici che doveva affrontare, per subire ulteriori ottimizzazioni nel periodo Imperiale e tardo Imperiale.
Quanti legionari schierò Roma in periodo monarchico?
Dopo la fondazione di Roma, la leggenda racconta che il fondatore e primo Re, Romolo, formò le legioni romane con 3000 soldati di fanteria e 300 cavalieri. Dopo aver prima combattuto e poi stipulato una pace con la tribù dei Sabini, venne formata una nuova legione ad affiancare la prima, per un esercito romano monarchico che contava in totale 6000 Fanti e 600 Cavalieri.
Al tempo del Re Servio Tullio, il numero dei legionari all’interno di una legione aumentò ulteriormente, toccando probabilmente quota 17.000 fanti e 1.800 cavalieri.
Quanti legionari schierò Roma in età repubblicana?
Come spiegato, le legioni romane di età repubblicana modificarono il numero degli uomini impiegati anche a seconda della situazione contingente in cui si trovavano.
Al tempo della guerra Latina venivano arruolati due eserciti, composti da due legioni di 4.200–5.000 fanti e 300 cavalieri ciascuna, per una forza armata totale di 16.800–20.000 fanti e 1.200 cavalieri.
Per affrontare Pirro, l’esercito romano aumentò ulteriormente i suoi effettivi, componendosi di quattro eserciti: ognuno di essi conteneva due legioni di cittadini romani e due unità di alleati, ma questi ultimi avevano un numero di cavalleria tre volte superiore rispetto alle unità romane.
Ogni legione era composta da 4.200-5.000 fanti e 300 cavalieri, mentre le unità alleate avevano sempre 4.200-5.000 fanti ma tre volte più cavalleria (900 cavalieri per unità). Il totale, quindi, ammontava a circa 80.000 fanti e 10.000 cavalieri.
Nel complesso, Roma fu in grado di schierare, soprattutto in età repubblicana, una quantità complessiva di soldati davvero impressionante: nel III secolo a.C l’esercito romano contemplava due legioni di 4.200 fanti e 300 cavalieri ciascuna, due eserciti consolari (entrambi composti da due legioni rinforzate di circa 5.200 fanti e 300 cavalieri ciascuno) e circa 30.000 soldati alleati (di cui 2.000 cavalieri) in servizio permanentemente attivo, con altri 90.000 di riserva, pronti a intervenire in caso di necessità e composti da 50.000 Etruschi e Sabini, di cui 4.000 cavalieri, 20.000 Umbri e Sarsiniani oltre a 20.000 Veneti e Cenomani.
L’esercito nel suo complesso avrebbe quindi toccato i 150.000 soldati, di cui solamente 30mila cittadini romani.
Durante la guerra contro Annibale, l’esercito romano arrivò a schierare 23 legioni posizionate in Italia, Illirico, Sicilia, Sardegna, Gallia Cisalpina e ai confini della Macedonia. Queste contavano circa 115.000 fanti e 13.000 cavalieri.
Invece, nel corso delle guerre civili e in particolare alla morte di Giulio Cesare, vi erano 37 legioni, di cui sei in Macedonia, tre in Africa e dieci nelle province orientali.
Quanti legionari schierò Roma in età imperiale?
Al tempo dell’imperatore Tiberio, le forze legionarie avrebbero raggiunto la cifra di 125.000 uomini, divisi in 25 legioni, aiutate da ulteriori forze ausiliarie, per un totale di 250.000 soldati, di cui circa 30.000 appartenevano alla cavalleria. Oltre a questi, vi erano 10.000 soldati a protezione della capitale, tra cui la guardia pretoriana, le coorti urbane, i vigiles, gli equites singulares Augusti e 40.000 legionari di marina.
Sotto Traiano, le legioni arrivarono a 30, per circa 165.000 legionari in servizio, mentre gli ausiliari toccarono quota 200.000-220.000, di cui 70.000 cavalieri: l’esercito toccò una complessivo di 360.000-380.000 soldati.
Al tempo dell’imperatore Settimio Severo, l’esercito romano raggiunse in totale addirittura i 500.000 soldati, con 33 legioni (182.000 legionari) e più di 400.000 ausiliari. Nel corso della crisi del III secolo, le legioni raggiunsero le 36 unità – equivalenti a 200.000 legionari – per cui, contando gli ausiliari, più di 500.000 uomini erano sotto le armi.
Con l’istituzione della Tetrarchia da parte di Diocleziano, il numero totale delle legioni raggiunse, nel 300 d.C, il numero di 53–56. La guarnigione di Roma subì un’importante espansione. C’erano infatti 10 coorti pretoriane di 1.000 uomini ciascuna e 1.000 equites singulares , per un totale di 24.000 uomini. La flotta in questo periodo dovrebbe aver raggiunto i 45.500 uomini. Sotto Diocleziano dunque l’esercito romano poteva contare su circa 580.000 – 590.000 uomini.
L’ascesa al trono di Costantino e la rinascita della sua monarchia dinastica videro il numero delle legioni romane aumentare, per l’ultima volta, toccando quota 64–67. Le stime arrivano a un totale, compresi i barbari federati, di 645.000 soldati.
Fonti
G. Cascarino, L’esercito romano. Armamento e organizzazione, Vol. I – Dalle origini alla fine della repubblica, Rimini 2007.
G. Cascarino, L’esercito romano. Armamento e organizzazione, Vol. II – Da Augusto ai Severi, Rimini 2008.
Y. Le Bohec, L’esercito romano da Augusto alla fine del III secolo, Roma 1992, VII ristampa 2008.
Y. Le Bohec, Armi e guerrieri di Roma antica. Da Diocleziano alla caduta dell’impero, Roma 2008.
Per anni, ci hanno raccontato come il Bitcoin fosse una moneta libera dalle banche e completamente anonima nel suo uso e nella sua registrazione. Inoltre molti aspettavano un momento particolare per vedere quando questa moneta sarebbe diventata veramente forte e indispensabile il suo uso.
Si aspettava l’inflazione per riparare i propri risparmi in un asset digitale stabile che non avrebbe perso il suo valore. Anche l’occasione di una guerra che avrebbe portato a sequestrare beni e imporre controlli sui capitali dei cittadini, sarebbe stata l’occasione per l’esplosione della cripto moneta. Tantissime le occasioni che venivano snocciolate dai più esperti per indicare il valore ancora non espresso delle cripto monete.
Il Bitcoin, tra gli altri, è stato visto da molti come una sorta di assicurazione del giorno del giudizio, una forma di “oro digitale” che sarebbe stata una fonte di stabilità man mano che il mondo diventava più caotico e imprevedibile.
Purtroppo la situazione è degenerata e la guerra in Ucraina ha dato occasione di provare se tutte queste teorie fossero esatte.
Negli Stati Uniti, l’inflazione sta aumentando al ritmo più veloce degli ultimi decenni e il VIX, il cosiddetto indice della paura utilizzato da Wall Street per misurare la volatilità attesa nel mercato azionario, è aumentato di oltre l’80% quest’anno. Il mese scorso, il governo canadese ha risposto agli attacchi della protesta dei camionisti anti-vaccino minacciando di congelare i loro conti bancari, attirando così richieste per un tipo di denaro che non è soggetto a sequestri governativi. L’invasione russa dell’Ucraina è stata accompagnata da dure sanzioni per la Russia che hanno affossato il rublo e devastato l’economia russa, e molte società statunitensi ed europee si sono ritirate dalla Russia, rendendo quasi impossibile per i suoi cittadini accedere ai propri conti bancari, utilizzare carte di credito o persino postare su social media.
In altre parole, questa è una tempesta perfetta di eventi economici e geopolitici che, in teoria, dovrebbero essere ottimi per Bitcoin e le altre valute.
Ma questo non è successo. In effetti, anche se gli analisti di Wall Street contemplano la possibilità di un Armageddon nucleare, i prezzi delle criptovalute sono diminuiti costantemente. I prezzi dei Bitcoin sono scesi del 10% nell’ultimo mese e Ether, la seconda criptovaluta più popolare, è scesa di circa il 15%.
Anche l’utilizzo quotidiano delle cripto valute non sta riprendendo. Il volume degli scambi di Bitcoin è aumentato dopo che la Russia ha invaso l’Ucraina, ma da allora è rimasto relativamente piatto, questo suggerisce che le persone non si stanno affrettando a scambiare rubli e grivna con valute digitali. Anche gli oligarchi russi non sembrano utilizzare le cripto valute per eludere le sanzioni.
In Canada, alcuni camionisti hanno raccolto denaro attraverso donazioni in criptovalute e il governo ucraino avrebbe raccolto quasi 100 milioni di dollari in donazioni in criptovalute. Ed è ancora troppo presto per dire, con certezza, che le criptovalute non saranno utili nelle fasi successive del conflitto russo.
Ma finora il bitcoin non sembra svolgere un ruolo centrale in questo momento di grave crisi.
Perché la cripto valuta non attira?
Una possibilità è che le criptovalute siano ancora troppo confuse e troppo difficili da usare per le persone normali, specialmente durante una guerra. L’accesso a Internet è imprevedibile in molte parti dell’Ucraina e i rapporti suggeriscono che anche le élite del paese sono scettiche a convertire le proprie risorse in cripto valute.
Un’altra possibilità è che Bitcoin sia ancora troppo volatile per essere utile come copertura contro l’instabilità economica e politica.
“Le comunità di Bitcoin e criptovalute hanno venduto in tutti questi anni una falsa narrativa secondo cui Bitcoin dovrebbe essere un rifugio sicuro dai mercati finanziari tradizionali“, ha affermato Jimmy Nguyen, presidente della Bitcoin Association.
La cripta valuta e il Bitcoin in particolare è condannato perché può essere lento e costoso elaborare le transazioni, rendendolo meno utile per pagare le cose comuni.
Kevin Werbach, professore di studi legali ed etica aziendale presso la Wharton School dell’Università della Pennsylvania, ha avanzato una teoria diversa. I primi e più accesi utilizzatori di Bitcoin, ha detto, tendevano ad essere libertari e vedevano la cripto valuta come una sorta di polizza assicurativa contro l’iperinflazione e la corruzione del governo. Ma le più recenti oscillazioni dei prezzi nei mercati delle cripto valute hanno attirato un’ondata di speculatori che consideravano Bitcoin e altre cripto valute principalmente come investimenti e si preoccupavano meno delle loro implicazioni politiche.
“C’è un’enorme quantità di retorica intorno a Bitcoin, in particolare ciò che suggerisce che è un mezzo per sfuggire al sistema del governo“, ha detto. “La maggior parte dell’attività, secondo tutti gli studi che sono stati fatti, riguardano principalmente le persone che speculano“.
La possibilità che le criptovalute venissero usate per eludere i controlli governativi hanno spinto proprio i governi a entrare a gamba tesa in tutte le operazioni che venivano fatte attraverso la blockchain delle varie valute rendendo così l’utilizzo di queste monete rintracciabile come le comuni valute.
La velocità aiuta in momenti di crisi
Le cripto valute sono state usate, ha spiegato ad Alex Bornyakov, viceministro della trasformazione digitale dell’Ucraina, proprio per coordinare le donazioni arrivate in cripto valute per l’esercito ucraino. Decine di milioni di dollari in Bitcoin, Ether e altre criptovalute sono stati inviati agli indirizzi ucraini e il denaro è stato utilizzato per acquistare forniture militari.
Bornyakov ha affermato che uno dei vantaggi dell’utilizzo delle criptovalute per raccogliere fondi era la rapidità con cui i fondi potevano essere erogati.
“In una situazione come questa, in cui la banca nazionale non è pienamente operativa, le criptovalute stanno aiutando a eseguire trasferimenti veloci, a renderlo molto rapido e ottenere risultati quasi immediatamente“, ha affermato.
Perché i russi non le usano per evadere dalle sanzioni?
La ragione principale è che le cripto valute sono rintracciabili quanto e forse più di quelle normali. Molto di più del semplice contante. Manca poi la protezione dei propri fondi, cosa che durante una guerra è essenziale.
Come nella vita reale, il portafoglio deve essere protetto. Le cripto valute consentono di trasferire valore ovunque in un modo molto semplice e anche di avere il controllo del denaro. Funzionalità così straordinarie comportano anche grandi problemi di sicurezza. Bisogna adottare buone pratiche per proteggere i wallet. Una transazione in cripto valuta non può essere annullata, può essere rimborsata solo dalla persona che riceve i fondi. Ciò significa che bisogna fare affari con persone e organizzazioni che si conoscono e di cui ci si fida, e questo in un momento così grave è davvero complesso.
Le cripto valute non sono anonime
Tutte le transazioni, ad esempio con Bitcoin, sono archiviate pubblicamente e permanentemente sulla rete, il che significa che chiunque può vedere il saldo e le transazioni di qualsiasi indirizzo Bitcoin. Tuttavia, l’identità dell’utente dietro un indirizzo rimane sconosciuta fino a quando le informazioni non vengono rivelate durante un acquisto o in altre circostanze. Questo è uno dei motivi per cui gli indirizzi Bitcoin dovrebbero essere utilizzati una sola volta.
Il problema principale con Bitcoin ed altre valute è il portafoglio, dove è archiviato il denaro. I portafogli, più comunemente wallet, di cripto valuta sono generalmente pseudonimi piuttosto che anonimi. L’anonimato riguarda l’essere “senza nome” ma invece, il tuo portafoglio ti dà un nome falso, uno pseudonimo. Invece di “Mark Twain”, ottieni alcuni numeri e lettere criptati, ma l’idea è la stessa.
Molte persone hanno ritenuto che la natura codificata degli indirizzi dei loro portafogli significasse che i pagamenti non potessero essere tracciati. Ma l’indirizzo del tuo portafoglio Bitcoin può essere tracciato, e anche semplicemente: è proprio il modo in cui il sistema è impostato a renderlo semplice.
Il modo in cui si cambia la valuta sostenuta dal governo con criptovaluta, richiede una sorta di prova di identità, che si tratti di un passaporto, di una patente di guida o di un documento d’identità rilasciato dal governo. Proprio come le normali banche gli scambi devono implementare protocolli sicuri sulla identità di partenza.
Questo significa chiedere il tuo ID e magari anche una prova di reddito e simili. Come le banche i governi di tutto il mondo stanno reprimendo il riciclaggio di denaro, indipendentemente dal metodo.
Ultimamente gli Stati Uniti hanno messo a segno un maxi sequestro di moneta virtuale. Il Dipartimento di Giustizia americano ha messo le mani su una somma ingente di criptovalute, precisamente 3.6 miliardi di dollari, il più grande sequestro finanziario fino ad oggi mai realizzato.
Poiché il registro è pubblico, le autorità possono vedere chi ha acquistato quanto e quando semplicemente chiedendo allo scambio le tue informazioni.
Ci sono modi per aggirare tali salvaguardie, ovviamente, ma questi sono spesso piuttosto tecnici o semplicemente costosi, come impostare un protocollo speciale per nascondere l’origine del tuo trasferimento o ottenere un intermediario che (a pagamento) comprerà il Bitcoin per te. Ma tutto questo oltre ad essere valido per pochi non è implementabile in un momento di crisi e di guerra come quello attuale in Ucraina e Russia.
All’inizio dell’estate del 55 a.C, Giulio Cesare era entrato nel terzo anno della sua conquista delle Gallie. Il confine orientale della provincia che si andava formando era costituito dal fiume Reno, oltre il quale vivevano tribù germaniche che avevano appena lanciato delle incursioni contro le legioni romane.
Sempre oltre il fiume, viveva una sola tribù alleata dei romani, quella degli Ubii, che avevano garantito la loro collaborazione e in particolare si offrirono di consegnare delle navi a Cesare per permettere ai legionari di attraversare il Reno e attaccare le tribù germaniche.
In particolare, gli ambasciatori degli Ubii pregavano ardentemente i romani di giungere in loro aiuto, perché gravemente oppressi dal popolo degli Svevi.
La costruzione del primo ponte di Cesare sul Reno
Tuttavia, Cesare aveva bisogno di una azione dimostrativa contro i nemici: rifiutò l’offerta degli Ubii e decise di costruire un ponte sul fiume. In questo modo avrebbe fornito appoggio agli alleati ma avrebbe anche dimostrato la capacità dei romani di superare il confine del Reno tutte le volte che lo desideravano.
Cesare, affermando che la soluzione delle navi non era sufficientemente sicura e che farsi fornire delle imbarcazioni da un alleato non era degno del popolo romano, diede ordine di costruire un ponte, nonostante l’ampiezza, la velocità delle acque e la profondità del fiume rappresentavano un ostacolo particolarmente difficile.
Il punto dove Cesare scelse di costruire il ponte corrisponde alla attuale valle di Coblenza, tra Andernach e Neuwied, dove la profondità del fiume si attestava fino ai nove metri. Vennero immediatamente erette delle torri di avvistamento su entrambe le sponde per proteggere il trasporto dei pali mentre un’altra parte dei legionari costruiva delle barriere di protezione contro attacchi improvvisi o detriti trasportati dalla corrente.
Giulio Cesare, nei suoi Commentarii, descrive anche i dettagli dell’operazione: due tronchi spessi circa un metro e mezzo vennero piantati sul fondo e, finché l’acqua del fiume era in piena, vennero bloccati insieme e conficcati con delle mazze, ma non perpendicolarmente come fossero stati dei pali, ma inclinati e tesi verso la corrente del fiume.
Poi, leggermente prima di questi due tronchi si posizionavano altri due tronchi fissati allo stesso modo, perché opponessero resistenza alla corrente del fiume e fornissero una sorta di “protezione” ai pali conficcati, impedendo che la forza dell’acqua danneggiasse la costruzione.
Non sappiamo esattamente chi fosse l’ingegnere che ideò questa nuova tecnica di costruzione, rivoluzionaria anche per la tecnologia dell’epoca. Cicerone, in una delle sue lettere, fa il nome di Mumarra, ma un altro possibile ideatore del piano potrebbe essere stato Marco Vitruvio Polio.
Comunque, il ponte venne completato da 40000 soldati in soli 10 giorni: una volta terminato, Cesare fu in grado di scortare le sue truppe sull’altra sponda, dove gli Ubii aspettavano impazienti.
Gli stessi informarono Cesare che le tribù dei Sigambri e degli Svevi si erano ritirate appena venute a conoscenza dell’impresa di Cesare. Il condottiero romano non dovette quindi affrontare alcuna battaglia campale e, dopo aver distrutto alcuni villaggi per seminare terrore, decise di fare dietrofront, riattraversare il ponte e abbatterlo alle sue spalle.
Tutta l’operazione era durata 18 giorni.
La costruzione del secondo ponte di Cesare sul Reno
Due anni dopo, Cesare ripeté l’iniziativa: sempre a scopo dimostrativo, a circa due km a nord dal luogo del primo passaggio, il generale romano fece costruire un secondo ponte. Questa volta non vengono rivelati i dettagli della costruzione, che verosimilmente avranno ricalcato la tecnica impiegata la prima volta.
Cesare dice semplicemente di aver dato l’ordine di costruire un ponte leggermente più a nord rispetto al luogo dove aveva precedentemente trasportato l’esercito. Una volta conosciuto e stabilito il piano, i lavori vennero eseguiti in pochi giorni con grande sforzo dei soldati. Dopo aver lasciato una guardia sul ponte per prevenire eventuali attacchi a sorpresa, Cesare stesso guidò il resto delle forze e della cavalleria.
Esattamente come la prima volta, vedendo le operazioni svolte dall’esercito romano, gli Svevi si nascosero immediatamente nelle foreste. Cesare fece dunque ritorno nella parte meridionale delle Gallie, ma diede ordine di distruggere solamente la parte del ponte che toccava la sponda orientale, mentre vennero erette delle torri di protezione per salvaguardare il resto della costruzione, probabilmente per un uso futuro.
Cesare stesso ci informa che “per non liberare del tutto i barbari dalla paura del loro ritorno“, spezzò per una distanza di 200 piedi l’estremità del ponte che lo collegava con la sponda degli Ubii, ma rafforzò il luogo con considerevoli fortificazioni.
Grazie all’intervento di Cesare, i romani riuscirono a stabilire nella valle del Reno diversi accampamenti fortificati: Castra Vetera (odierna Xanten), Colonia, Koblenz e Mogontiacum.
Non abbiamo ulteriori dettagli sulla costruzione del ponte di Cesare sul Reno: alcuni scavi archeologici effettuati alla fine del XIX secolo nell’area hanno tuttavia trovato resti di palafitte e le analisi hanno dimostrato che questi tronchi furono abbattuti a metà del I secolo a.C. Potrebbero dunque appartenere al famosissimo ponte di Cesare, anche se l’ubicazione precisa della costruzione non è ancora stata identificata con certezza.
L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è iniziata il 24 febbraio con attacchi da terra, mare e aria in quello che è il più grande assalto militare di uno stato europeo, dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi.
Tuttavia, nonostante un piano di battaglia iniziale che secondo i Paesi Occidentali era mirato a rovesciare rapidamente il governo di Kiev, la Russia ha finora il controllo di pochissime città ucraine.
Nelle prime ore dell’invasione sono stati ampiamente utilizzati missili da crociera e, per la prima volta, è stato fatto un uso contemporaneo e massivo di missili balistici a corto raggio (SRBM) e missili di precisione. Secondo le stime americane nel primo assalto russo sono stati lanciati più di 100 missili da terra e mare.
Vediamo quali sono nello specifico le armi più utilizzate da ambo le parti.
https://youtu.be/xIeouimVkEE
Va detto che l’Ucraina ha un livello militare nettamente più basso rispetto alla Russia, ha potuto però beneficiare dell’aiuto dei Paesi occidentali, Italia compresa, che hanno spedito – soprattutto tramite il confine con la Polonia – armamenti di ultimissima generazione.
Le armi del conflitto Russo Ucraino
Molto probabilmente la Russia ha utilizzato il suo unico tipo di SRBM (=short range balistic missile), ovvero di missile balistico a corto raggio: l’Iskander-M, un modello di ultima generazione. Possiamo formulare questa ipotesi grazie agli studi di Timothy Wright, analista di ricerca presso l’Istituto Internazionale per gli studi strategici (IIS). [fonte?]
L’Ucraina ha una fornitura limitata di missili balistici e sono molto più vecchi, come l’OTR-21 Tochka, nei primi giorni di guerra ne ha usato uno per attaccare una base aerea russa in territorio russo.
Iskander-M
L’Iskander è un sistema missilistico balistico mobile a corto raggio, prodotto e schierato dall’esercito russo. Questi sistemi missilistici sostituiranno gli obsoleti OTR-21 Tochka. L’Iskander ha diverse testate convenzionali, inclusa una testata con munizioni a grappolo, una testata esplosiva potenziata aria-carburante, o termo-barica, e una testata a frammentazione esplosiva ad alto potenziale. Il missile dell’Iskander può anche trasportare testate nucleari.
La variante Iskander-M è in uso presso le forze armate russe con due missili balistici 9M723 con portata di 415 km, ma alcuni test sono arrivati anche a 500 km. Subito dopo il lancio e all’avvicinamento al bersaglio, il missile effettua manovre intensive per eludere i missili antibalistici. Il missile corregge la sua posizione costantemente anche durante il volo.
Il veicolo che porta l’Iskander può viaggiare fuoristrada e arrivare fino a 70 km/h per 1.100 km. L’Iskander-M ha un margine di errore CEP, o “probabilità di errore circolare”, detto anche “cerchio di errore probabile”, si tratta di un valore numerico che indica la precisione dei proiettili lanciati con una certa arma o uno specifico sistema d’armi, e da cui è possibile ricavare il fattore probabile di danno causato all’obiettivo, nel caso dell’Iskander il CEP è di 5-7 metri, il che significa che metà dei proiettili sparati atterrerà in un cerchio con un raggio di quella dimensione.
OTR-21 Tochka
L’OTR-21 Tochka, fa parte di una famiglia di sistemi missilistici balistici tattici a corto raggio di fabbricazione sovietica, sviluppata negli anni Sessanta, è sostanzialmente simile all’Iskander, solo, ed è cosa non di poco conto ha un CEP di 90 metri.
Il comando militare ucraino ha dichiarato che le aree vicino alle città di Sumy, Poltava e Mariupol sono state colpite da missili da crociera 3M14 Kalibr russi, lanciati dal Mar Nero.
Il Kalibr è un missile da crociera di attacco terrestre (LACM= land attack cruise missile) con una portata stimata compresa tra 1.500 e 2.500 km. Pensato per colpi di precisione, il suo CEP è sconosciuto ma si stima che sia inferiore a 5 metri.
La guerriglia ucraina
I civili ucraini stanno sostenendo le truppe regolari mentre cercano di respingere l’avanzata russa, anche attraverso unità di protezione civile e milizie indipendenti che si sono formate in tutto il Paese.
Una delle basi della resistenza ucraina è la guerriglia urbana.
Ricorrere ad una guerra non convenzionale negli ambienti urbani è una delle principali sfide per le forze russe. Edifici e alberi in aree densamente popolate fungono da nascondiglio per i soldati ucraini.
Alla popolazione è stato chiesto di rimuovere la segnaletica stradale per rendere difficile l’orientamento ai soldati russi. Il governo ucraino sta utilizzando i Social Media per condividere istruzioni su come lanciare bombe molotov nelle aree vulnerabili dei veicoli russi. Gli ucraini hanno realizzato barricate anticarro di metallo conosciute come “ricci” o cavalli di Frisia e barriere chiodate più piccole, utili per fermare i veicoli a ruote.
Gli Stati Uniti e le nazioni europee hanno fornito all’Ucraina una grande varietà di armi, comprese armi avanzate capaci di distruggere veicoli corazzati. Questi missili possono essere particolarmente efficaci negli ambienti urbani, creando maggiori opportunità per le squadre di difesa per nascondersi in imboscate.
Tra queste armi ci sono l’NLAW, il sistema missilistico anticarro di nuova generazione sviluppato congiuntamente tra Regno Unito e Svezia, e l’FGM-148 Javelin, un sistema leggero statunitense in grado di distruggere i carri armati a diversi chilometri di distanza.
FGM-148 Javelin
L’FGM-148 Javelin è un’arma anticarro portatile, utilizzata dalle forze armate statunitensi. L’arma si serve di un sistema di guida automatica a infrarossi, che permette all’operatore di mettersi al riparo immediatamente dopo avere sparato.
Il missile può operare in due differenti modalità.
Direct Attack: con l’attacco diretto il missile colpisce con volo diretto il bersaglio a una quota massima di 60 metri rispetto al punto di lancio;
Top Attack: con l’attacco dall’alto il missile si innalza fino a 150 metri di altezza prima di colpire in picchiata.
La parte superiore dei veicoli blindati si presenta solitamente piatta e non ha i tipici profili inclinati e sfuggenti destinati a deviare i proiettili di provenienza orizzontale. Non sono quindi parimenti corazzati nella parte superiore. Con la modalità Top Attack il missile, grazie anche alla condizione di velocità raggiunta in picchiata, ricade quindi sull’obiettivo con un altissima capacità di penetrazione nella corazza.
Bayraktar TB2
Un altro strumento che è diventato importante per gli ucraini nella loro lotta è il veicolo aereo da combattimento senza pilota, il Bayraktar TB2, un drone di fabbricazione turca che può trasportare piccole armi anti-corazza, molto probabilmente si tratta delle “micro munizioni intelligenti” Roketsan MAM-L, capaci di seguire con un laser i propri bersagli, e di planare fino a 8 chilometri prima dell’impatto. Le bombe pesano solo 22 chili ma sono progettate per utilizzare una piccola carica esplosiva per perforare l’armatura e distruggere un veicolo. MAM è stato sviluppato per i veicoli aerei senza pilota (UAV= Unmanned Aerial Vehicle), velivoli da attacco leggero, aerei da combattimento e per missioni aria-terra con piattaforme aeree a bassa capacità di carico. MAM può colpire bersagli fissi e mobili con alta precisione. E’ stato usato nel conflitto della Nagorno Karabak, nella guerra civile siriana e libica.
Razzo a lancio multiplo BM-21
Il BM-21 è uno dei sistemi a razzo a lancio multiplo (MLRS= Multiple Launch Rocket System) utilizzati dall’esercito russo. Un battaglione di 18 lanciatori può sparare fino a 720 razzi in una singola raffica. I razzi non sono pilotati e hanno una precisione inferiore rispetto alla tipica artiglieria; non possono essere utilizzati in situazioni che richiedono una precisione millimetrica. Per distruggere un bersaglio questa tecnologia si basa sul gran numero di razzi che colpiscono una determinata area. Per questo viene soprannominato “Grad”, grandine. Mentre BM sta per boyevaya mashina: veicolo da combattimento.
Il BM-21 “Grad” è un lanciarazzi multiplo da 122 millimetri montato su camion. Il sistema d’arma e il razzo M-21OF furono sviluppati per la prima volta all’inizio degli anni Sessanta e furono utilizzati per la prima volta in combattimento nel marzo 1969, durante il conflitto di confine sino-sovietico., e il soprannome grad significa “grandine”. Il sistema completo con il veicolo di lancio BM-21 e il razzo M-21OF è noto come sistema missilistico da campo M-21, ma più comunemente chiamato “sistema di lanciarazzi multiplo Grad”.
Nei paesi della NATO il sistema era inizialmente noto come M1964. Diversi altri paesi hanno copiato il Grad o hanno sviluppato dei sistemi simili. Il corrispettivo russo è il 9A52-4 Tornado.
Le forze russe hanno anche schierato sistemi di armi termo-bariche in Ucraina.
Le armi termo-bariche disperdono una nuvola di miscela di carburante, che viene poi accesa un attimo dopo per creare una potente esplosione.
Quando esplode, durante una prima fase iniziale, l’ordigno disperde in atmosfera una certa quantità di idrocarburi che si miscelano con l’aria. Subito dopo, c’è la seconda fase in cui la miscela, opportunamente incendiata, brucia molto rapidamente consumando l’ossigeno atmosferico presente nell’area colpita, con l’effetto finale di creare una depressione molto forte e una violenta corrente d’aria diretta verso il centro della depressione stessa. La reazione chimica associata è una combustione rapida e violenta tra il combustibile vaporizzato in goccioline e il comburente, l’ossigeno atmosferico. Il calore generato dalla detonazione è tale da uccidere chiunque sia presente nell’area colpita, e l’onda d’urto associata, che converge verso il centro di quella che in realtà è un’implosione, è capace di distruggere tutti gli edifici circostanti.
Munizioni a grappolo
Amnesty International e Human Rights Watch sostengono che le forze russe abbiano utilizzato munizioni a grappolo, che sono ampiamente vietate.
Le bombe a grappolo, o munizioni a grappolo, sono ordigni in genere sganciati da velivoli o elicotteri talvolta con artiglierie, razzi e missili pilotati, contenenti un certo numero di sub munizioni: le bomblets, che, all’innesco dell’ordigno principale (il cluster), sono disperse a distanza, con diverse modalità.
Il tipo più comune è progettato per colpire persone e veicoli, ma ne esistono varianti specifiche per distruggere piste di atterraggio e linee elettriche, per liberare sostanze chimiche, biologiche, incendiarie e alcune hanno diversi effetti combinati.
Una bomba a grappolo di base consiste in un guscio cavo e poi da due fino a più di 2.000 sub munizioni o bombe contenute al suo interno. Alcuni tipi di guscio sono progettati per essere trattenuti dall’aereo dopo aver rilasciato le munizioni. Le munizioni stesse possono essere dotate di piccoli rallentatori con paracadute, detti anche stelle filanti, che servono appunto a rallentare la loro discesa e consentire all’aereo di sfuggire all’area dell’esplosione negli attacchi a bassa quota.
Le moderne bombe a grappolo e i gusci contenenti le sub munizioni possono essere armi multiuso con una combinazione di munizioni anti-corazza, antiuomo e anti-materiale. Le sub munizioni stesse possono anche essere multiuso, come combinare una carica sagomata , per attaccare un’armatura, con una custodia a frammentazione, per attaccare fanteria, materiale e veicoli leggeri. Possono anche avere una funzione incendiaria.
Un’altra conseguenza legata all’uso di questo tipo di arma è che molti ordigni rilasciati non esplodono e rimangono nel terreno diventando così delle vere e proprie mine, che uccidono chiunque entri nel raggio di azione. Tantissime vittime nelle guerre, tra cui quella siriana, sono state uccise da ordigni trovati successivamente da bambini, donne o militari.
Le armi utilizzate dalle forze in campo sono ovviamente di più, ma queste sono quelle che sarebbero state identificate con un certo margine di certezza dagli osservatori stranieri.
Si spera chiaramente che la guerra finisca al più presto e che gli eserciti non debbano più essere costretti ad utilizzare armi così micidiali.
Nuovo capitolo drammatico nella guerra tra la Russia e l’Ucraina: secondo fonti ucraine, l’esercito Russo avrebbe attaccato un teatro pieno di civili.
https://youtube.com/watch?v=dNXK4ak9ZZw
Cosa dice l’Ucraina
Nella giornata di ieri, l’Ucraina ha accusato le forze russe di aver bombardato volontariamente un teatro presso cui i civili si stavano rifugiando nella città meridionale di Mariupol. Il vicesindaco della città, Sergei Orlov, ha confermato alla BBC che nell’edificio si erano rifugiate tra le 1000 e le 1200 persone. Le immagini del teatro subito dopo il bombardamento, verificate dalla BBC, hanno effettivamente mostrato danni ingenti ed una colonna di fumo che si alzava dal tetto. Sembra che in attacchi aerei immediatamente precedenti al bombardamento del teatro, i russi abbiano colpito anche un ospedale, una chiesa ed alcuni condomini civili.
L’attacco sembrerebbe ancora più grave in quanto in alcune immagini satellitari scattate lo scorso 14 marzo, e diffuse dall’agenzia di stampa americana Maxar, gli ucraini avevano scritto sul terreno la parola “bambini” in russo, per avvertire i Jet nemici di allontanarsi dall’edificio.
Il consiglio comunale di Mariupol ha affermato in una dichiarazione ufficiale che le forze russe stanno distruggendo deliberatamente e cinicamente obiettivi civili, comunicato cui fa eco il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky che accusa la Russia di avere la precisa intenzione di colpire la cittadinanza, mentre il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba ha definito l’accaduto come “crimine di guerra.”
Intanto, le condizioni generali della città di Mariupol continuano a peggiorare: le autorità locali confermano che almeno 2400 persone sono state uccise dall’inizio della guerra e il numero potrebbe essere stato approssimato per difetto. Molti dei morti vengono seppelliti in improvvisate fosse comuni. Si stima che altri 300 mila residenti siano rimasti intrappolati all’interno della città, senza gas ed elettricità. Inoltre, le scorte di cibo ed acqua stanno rapidamente terminando, dal momento che le truppe russe non hanno consentito la consegna di aiuti umanitari.
Anche il presidente del comitato internazionale della Croce Rossa, Peter Maurer, ha chiesto di poter raggiungere più facilmente i civili coinvolti nella guerra per portare loro aiuto e soccorso. Maurer, arrivato in Ucraina per una visita di 5 giorni, ha descritto la situazione in città come “un incubo ad occhi aperti.” Le autorità russe, invece, smentiscono: il Ministero della difesa russo ha categoricamente negato di aver effettuato qualsiasi attacco aereo contro il teatro, definendo le dichiarazioni del Ucraina come false e diffamatorie.
Cosa dice la Russia
Secondo la versione russa, sarebbe stato il battaglione neonazista Azov ad uccidere gli ostaggi presenti all’interno del teatro. Il generale Igor Konashenkov ha dichiarato infatti che i nazisti del Battaglione Azov tenevano i civili in ostaggio all’interno del teatro per utilizzarli come scudi umani, impiegando i piani superiori della struttura come punti di fuoco.
Konashenkov ha spiegato che la struttura, tenuto conto del potenziale pericolo per i civili, non è mai stata considerata come un obiettivo da distruggere, e che questa rappresenta una nuova sanguinosa provocazione da parte dei nazisti ucraini che hanno fatto saltare in aria l’edificio attraverso l’utilizzo di mine.
In generale, il Battaglione Azov e tutte le unità paramilitari ucraine che utilizzano i simboli nazisti della Seconda Guerra Mondiale avrebbero costituito proprio a Mariupol la loro base, proibendo ai civili di fuggire per mettersi in salvo.
Igor Konashenkov
Fonti: Cnn – Bbc – Rt.com – Tass – Corriere della Sera
Un conduttore televisivo ucraino usa la citazione di Adolf Eichmann per sostenere il genocidio dei russi e l’uccisione dei loro figli.
Citando il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann, il presentatore televisivo ucraino Fahruddin Sharafmal ha chiesto ai suoi connazionali di distruggere la nazione russa uccidendo i loro figli e ha esortato gli ucraini a “uccidere almeno un Moskal” ciascuno. Moskal è un termine dispregiativo per indicare il cittadino russo.
Il video dell’apparizione di Sharafmal in uno spettacolo mattutino di Canale 24 è diventato virale, anche se era intitolato “giorno 17 della guerra russo-ucraina”. Nel video il commentatore pare molto scosso perché un suo amico era stato ucciso, Sharafmal si lancia quindi in un appello al genocidio citando il famigerato ufficiale delle SS.
“Mi permetto di citare Adolf Eichmann, il quale diceva che per distruggere una nazione bisogna prima di tutto distruggere i suoi figli. Perché se uccidi i loro genitori, i bambini cresceranno e si vendicheranno. Uccidendo i bambini, non cresceranno mai e la nazione scomparirà“, ha detto, mentre sullo schermo è apparsa una foto di Eichmann.
Eichmann era un alto ufficiale delle SS che ha svolto un ruolo chiave nella creazione dei campi di sterminio nazisti durante la seconda guerra mondiale. Nonostante fosse fuggito in America Latina, fu catturato e processato in Israele nel 1960 e condannato a morte per i suoi crimini di guerra.
Mentre la Convenzione di Ginevra proibisce ai soldati ucraini di uccidere bambini, ha proseguito Sharafmal, lui non ne è vincolato. “E quando avrò la possibilità di eliminare i russi, lo farò sicuramente. Dal momento che mi chiami nazista, aderisco alla dottrina di Adolf Eichmann e farò tutto ciò che è in mio potere per garantire che tu e i tuoi figli non vivrai mai su questa terra“, ha aggiunto.
“Devi capire che si tratta della vittoria del popolo ucraino, non della pace. Abbiamo bisogno della vittoria. E se dobbiamo massacrare tutte le vostre famiglie, sarò uno dei primi a farlo“, ha detto Sharafmal. “E spero che non ci sarà mai più una nazione come la Russia e i russi su questa terra“.
“Se gli ucraini hanno l’opportunità, cosa che stanno praticamente facendo in questo momento, di distruggere, massacrare, uccidere, strangolare i Moskal, spero che tutti contribuiscano e uccidano almeno un Moskal“, ha concluso.
Lo sfondo dietro Sharafmal mostrava la frase “nave da guerra russa, vaffanculo”, in ucraino – le parole presumibilmente dette dalle truppe sull’isola dei serpenti che Kiev sosteneva fossero morte eroicamente, prima che tornassero però tutti vivi, dopo essersi arrese ai russi Marina Militare.
Channel 24 ha sede a Kiev, ma è di proprietà del conglomerato mediatico TRK Lux, secondo quanto riferito da Kateryna Kit-Sadova e suo marito Andrey, sindaco di Lvov nell’Ucraina occidentale.
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