martedì 23 Giugno 2026
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Spartaco. La rivolta che fece tremare Roma

Spartaco è stato uno dei personaggi più famosi e controversi della storia antica. Nato in Tracia, una regione dei Balcani orientali, intorno al 109 a.C., fu schiavizzato dai Romani dopo aver disertato l’esercito o essere stato catturato in guerra. Venduto come gladiatore, riuscì a fuggire dalla scuola di Capua insieme ad altri 80 compagni di sventura e a dare inizio a una rivolta di schiavi che mise in ginocchio la Repubblica romana per tre anni.

Primi anni

Di Spartaco si conosce poco della sua giovinezza. Secondo alcune fonti antiche, era di origine nobile e apparteneva alla tribù dei besi, dedita al culto di Dioniso. Si arruolò nell’esercito romano come ausiliario, ma non sopportò la ferrea disciplina e disertò. Altre fonti sostengono invece che fosse un prigioniero di guerra, alleato di Mitridate VI del Ponto contro Roma. In ogni caso, fu condannato alla schiavitù e venduto come gladiatore a Lentulo Batiato, un lanista che possedeva una scuola a Capua. Qui si allenò duramente per combattere nell’arena per il divertimento dei romani. Sposato con una sacerdotessa della sua stessa tribù, ebbe un sogno premonitore in cui un serpente gli si attorcigliava intorno al viso, simbolo di una grande fortuna o sventura.

La ribellione

Nel 73 a.C., Spartaco e altri 80 gladiatori riuscirono a evadere dalla scuola di Capua, armati di coltelli da cucina e di bastoni. Si rifugiarono sulle pendici del Vesuvio, dove reclutarono altri schiavi fuggiti dalle campagne o dalle miniere. Tra questi si distinsero Crisso ed Enomao, che divennero i suoi principali luogotenenti. Spartaco organizzò il suo esercito seguendo le tecniche militari romane e lo dotò di armi e armature sottratte ai nemici sconfitti. Il suo obiettivo era quello di liberare tutti gli schiavi oppressi da Roma e di raggiungere le Alpi per tornare nella sua terra.

La rivolta di Spartaco fu la più grande e pericolosa delle tre guerre servili che Roma dovette affrontare nel corso della sua storia. Inizialmente sottovalutata dalle autorità romane, che inviarono contro gli schiavi ribelli solo piccole forze militari, la rivolta si trasformò presto in una vera e propria guerra civile che coinvolse gran parte dell’Italia meridionale e centrale. Spartaco e i suoi seguaci vinsero numerose battaglie contro i pretori Claudio Glabro e Publio Varinio, che tentarono invano di bloccarli sul Vesuvio. Poi si spostarono verso nord, sconfiggendo il proconsole Gellio Publicola e il console Lucio Gellio Poplicola nei pressi di Modena.

L’intervento di Crasso

La situazione era ormai critica per Roma, che decise di affidare il comando delle operazioni al ricco e ambizioso Marco Licinio Crasso, il quale assunse il comando di otto legioni (circa 40.000 uomini) e si mise sulle tracce degli schiavi ribelli. Crasso riuscì a fermare l’avanzata di Spartaco verso le Alpi e lo costrinse a ritirarsi verso sud. Lungo la via Appia, Crasso fece costruire una fossa profonda 4 metri e lunga 60 km per impedire agli schiavi di attraversare lo stretto di Messina, dove li aspettavano dei pirati cilici che avevano promesso di trasportarli in Sicilia. Spartaco tentò di corrompere i pirati, ma questi lo tradirono e lo abbandonarono.

La sconfitta

Spartaco si trovò così intrappolato in una situazione disperata. Il suo esercito era ormai ridotto a circa 50.000 uomini, stremati dalla fame e dal freddo. Inoltre, si erano create delle tensioni interne tra i vari gruppi etnici che componevano la rivolta. Spartaco decise allora di sfidare Crasso in una battaglia campale nella valle del fiume Sele, vicino alla città di Petelia (oggi Strongoli, in Calabria). La battaglia fu cruenta e sanguinosa. Gli schiavi combatterono con coraggio e disperazione, ma non poterono nulla contro la superiorità numerica e organizzativa dei romani. Spartaco cadde in battaglia, insieme alla maggior parte dei suoi uomini.

La morte di Spartaco

La morte di Spartaco è avvolta nel mistero. Secondo alcune fonti antiche, egli cercò di aprirsi un varco tra le linee nemiche per raggiungere e uccidere Crasso, ma fu ferito da una lancia e poi finito da un centurione. Altre fonti sostengono invece che egli morì combattendo valorosamente fino all’ultimo, circondato dai suoi fedeli compagni. Il suo corpo non fu mai ritrovato tra i cadaveri, forse perché sepolto segretamente dai suoi seguaci o perché portato via dai romani.

Leggende sulla morte di Spartaco

La figura di Spartaco ha ispirato nel corso dei secoli diverse leggende e interpretazioni. Alcuni lo hanno visto come un eroe della libertà e della giustizia, altri come un pericoloso ribelle e un nemico dell’ordine. Alcune leggende sostengono che egli non sia mai morto, ma sia riuscito a fuggire e a rifugiarsi in qualche luogo segreto. Altre leggende lo vogliono invece

sopravvissuto alla battaglia e catturato dai romani, che lo avrebbero crocifisso lungo la via Appia insieme ai suoi compagni.

Fine della rivolta servile

La rivolta di Spartaco fu definitivamente soppressa da Crasso, che fece crocifiggere lungo la via Appia circa 6.000 prigionieri schiavi come monito per il futuro. Altri schiavi fuggiti furono catturati e uccisi dalle truppe di Pompeo Magno, che tornava dalla Spagna dopo aver sconfitto i seguaci di Sertorio. Pompeo rivendicò per sé il merito della vittoria su Spartaco, suscitando l’invidia e il risentimento di Crasso. I due rivali si allearono poi con Giulio Cesare per formare il primo triumvirato, dando inizio a una nuova fase della storia romana.

Popolarità dopo la morte

Spartaco divenne presto un simbolo per tutti coloro che si opponevano alla tirannia e all’oppressione di Roma. La sua storia fu raccontata da storici antichi come Plutarco, Appiano e Floro, che ne diedero però un’immagine negativa o ambigua. Nel Medioevo e nel Rinascimento, la sua figura fu dimenticata o confusa con quella di altri personaggi storici o leggendari. Fu solo a partire dal XVIII secolo che Spartaco fu rivalutato come un eroe della libertà e dell’uguaglianza, soprattutto da parte dei movimenti rivoluzionari e socialisti. La sua storia ispirò opere letterarie, musicali, cinematografiche e televisive, che ne enfatizzarono gli aspetti più drammatici ed epici.

Domande e risposte su Spartaco

1. Chi era Spartaco?
Spartaco era uno schiavo originario della Tracia, una vasta regione dei Balcani orientali, impiegato come gladiatore in Campania nel 1° secolo a.C. La sua rivolta contro Roma, iniziata nel 73 a.C., è diventata il simbolo della lotta degli oppressi contro gli oppressori.

2. Qual era l’origine di Spartaco?
Spartaco nacque in Tracia presso un non ben specificato luogo sulle rive del fiume Strimone (l’odierno fiume Struma, in Bulgaria), tra il 111 ed il 109 a.C. circa, in una famiglia d’aristocratici facente parte della tribù dei besi.

3. Qual era la professione di Spartaco prima di diventare un gladiatore?
Spartaco militò nelle file dell’esercito romano, con cui combatté in Macedonia, come ausiliario. In seguito disertò e tentò la fuga, ma fu catturato e condannato alla schiavitù.

4. Come è diventato un gladiatore Spartaco?
Spartaco fu venduto a Lentulo Batiato, un lanista che possedeva una scuola di gladiatori a Capua. Qui fu addestrato come gladiatore del tipo trace, armato di scudo ovale e spada corta.

5. In che modo Spartaco è diventato il leader della rivolta dei gladiatori?
Spartaco organizzò una fuga dalla scuola di gladiatori insieme ad altri 70 compagni, tra cui Crixo ed Enomao. Riuscirono a sottrarre dei coltelli da cucina e a raggiungere il Vesuvio, dove si rifugiarono e si armarono con bastoni e ferri di cavallo. Qui Spartaco fu eletto capo della banda per le sue doti di combattente e di stratega.

6. Dove ebbe inizio la rivolta di Spartaco?
La rivolta di Spartaco ebbe inizio a Capua, dove si trovava la scuola di gladiatori da cui fuggirono lui e i suoi compagni nel 73 a.C.

7. Quanti gladiatori si unirono alla rivolta di Spartaco?
Inizialmente erano circa 70, ma presto il loro numero crebbe grazie all’adesione di altri schiavi fuggitivi, pastori e contadini poveri che si aggregarono al movimento. Si stima che alla fine fossero circa 120.000.

8. Come riuscì Spartaco a organizzare la rivolta?
Spartaco divise i suoi seguaci in due gruppi: uno guidato da lui stesso e l’altro da Crixo. Assegnò a ciascuno un compito specifico: procurarsi armi e viveri, reclutare nuovi adepti, difendersi dagli attacchi romani. Inoltre stabilì delle regole di disciplina e di eguaglianza tra i ribelli, abolendo le differenze di origine e di condizione¹.

9. Qual era l’obiettivo principale di Spartaco durante la rivolta?
L’obiettivo principale di Spartaco era quello di liberare se stesso e i suoi compagni dalla schiavitù e dalla tirannia romana. Per questo progettò di attraversare l’Italia e raggiungere le Alpi o il mare, per poi tornare nelle loro terre d’origine o cercare rifugio presso qualche popolo amico.

10. Come si diffuse la notizia della rivolta di Spartaco in tutto l’Impero Romano?
La notizia della rivolta di Spartaco si diffuse rapidamente grazie alle voci dei mercanti, dei viaggiatori e dei messaggeri che percorrevano le strade dell’Italia. Inoltre, la ribellione attirò l’attenzione dei romani perché minacciava la sicurezza e la stabilità della penisola, oltre che il prestigio e l’autorità della Repubblica.

Ecco le risposte alle altre domande sulla vita di Spartaco.

11. Quali furono le principali battaglie combattute da Spartaco e i suoi seguaci?
Le principali battaglie combattute da Spartaco e i suoi seguaci furono:

  • La battaglia del Vesuvio (73 a.C.), in cui sconfissero il pretore Gaio Claudio Glabro e i suoi 3.000 miliziani².
  • La battaglia del Picentino (73 a.C.), in cui sconfissero il pretore Publio Varinio e i suoi 2.000 legionari
  • La battaglia del monte Gargano (72 a.C.), in cui Crixo e i suoi 30.000 ribelli furono annientati dal proconsole Gneo Cornelio Lentulo Clodiano
  • La battaglia di Mutina (72 a.C.), in cui Spartaco e i suoi 70.000 ribelli sconfissero i consoli Lucio Gellio Publicola e Gaio Cassio Longino
  • La battaglia di Piceno (72 a.C.), in cui Spartaco e i suoi 60.000 ribelli sconfissero il proconsole Gneo Manlio².
  • La battaglia di Camalatrum (71 a.C.), in cui Spartaco e i suoi 50.000 ribelli furono respinti dal proconsole Marco Licinio Crasso
  • La battaglia della Sila (71 a.C.), in cui Spartaco e i suoi 40.000 ribelli furono sconfitti da Crasso e da Lucio Quinzio, luogotenente di Gneo Pompeo Magno
  • La battaglia del fiume Silaro (71 a.C.), in cui Spartaco e i suoi 30.000 ribelli furono definitivamente sconfitti e uccisi da Crasso

12. Qual era la strategia militare di Spartaco?
La strategia militare di Spartaco era basata sull’uso della mobilità, della sorpresa, della guerriglia e dell’adattamento alle circostanze. Spartaco sfruttava la conoscenza del territorio, la rapidità dei movimenti, l’abilità nel combattimento corpo a corpo e la capacità di approfittare delle debolezze e degli errori dei comandanti romani. Spartaco cercava di evitare gli scontri diretti con le legioni romane, preferendo attaccare le postazioni isolate, le retrovie, i convogli di rifornimento e le città indifese. Spartaco si dimostrò anche un abile organizzatore e un carismatico leader, capace di tenere uniti e motivati i suoi seguaci

13. Quanto tempo durò la rivolta di Spartaco?
La rivolta di Spartaco durò circa due anni, dal 73 al 71 a.C.

14. Quali furono le conseguenze della rivolta di Spartaco per Roma?
Le conseguenze della rivolta di Spartaco per Roma furono molteplici:

  • Roma dovette affrontare una grave minaccia alla sua sicurezza interna, che mise in evidenza le fragilità del suo sistema politico, sociale ed economico
  • Roma dovette impiegare ingenti risorse militari per reprimere la rivolta, che distolsero l’attenzione dalle altre questioni esterne, come le guerre contro Mitridate VI del Ponto e contro Sertorio in Spagna¹.
  • Roma dovette subire una serie di umiliazioni militari da parte dei ribelli, che danneggiarono il suo prestigio e la sua autorità sia all’interno che all’esterno dei suoi confini
  • Roma dovette affrontare le rivalità tra i comandanti romani che combatterono contro la rivolta, in particolare tra Crasso e Pompeo, che si contesero il merito della vittoria finale e che contribuirono ad acuire le tensioni politiche nella Repubblica

15. Come terminò la rivolta di Spartaco?
La rivolta di Spartaco terminò con la battaglia del fiume Silaro, combattuta nel 71 a.C. tra l’esercito di Spartaco e quello di Crasso. I ribelli, ormai ridotti a 30.000, furono schiacciati dalle forze superiori dei romani, che ne uccisero la maggior parte. Spartaco morì combattendo valorosamente, cercando di raggiungere Crasso per ucciderlo. I pochi superstiti furono catturati e crocifissi lungo la via Appia, come monito per gli altri schiavi

16. Cosa accadde a Spartaco dopo la sconfitta della rivolta?
Spartaco morì in battaglia contro Crasso, e il suo corpo non fu mai ritrovato. Secondo una leggenda, il suo anello fu recuperato da un soldato romano e portato a Crasso, che lo gettò nel fiume Silaro, dicendo che era l’unico tributo che meritava.

17. Quali furono le fonti storiche principali sulla vita di Spartaco?
Le fonti storiche principali sulla vita di Spartaco furono:

  • Plutarco, biografo e filosofo greco del I-II secolo d.C., che scrisse le Vite parallele di Crasso e Pompeo, in cui raccontò la rivolta di Spartaco
  • Appiano di Alessandria, storico greco del II secolo d.C., che scrisse la Storia romana, in cui dedicò un libro alla guerra servile
  • Floro, storico romano del II secolo d.C., che scrisse gli Epitomi delle storie romane di Tito Livio, in cui riassunse la guerra servile
  • Orosio, storico cristiano del V secolo d.C., che scrisse le Storie contro i pagani, in cui citò la guerra servile

18. Quali furono le opinioni dei contemporanei di Spartaco su di lui?
Le opinioni dei contemporanei di Spartaco su di lui furono contrastanti:

  • Per i romani, Spartaco era un nemico pubblico, un traditore, un ribelle, un barbaro, un bandito, un assassino e un incendiario. Lo consideravano una minaccia per la loro società e per il loro ordine. Lo disprezzavano per la sua origine servile e per la sua sfida all’autorità romana
  • Per i suoi seguaci, Spartaco era un eroe, un liberatore, un capo, un guerriero, un profeta e un martire. Lo ammiravano per il suo coraggio, la sua abilità, la sua generosità e la sua giustizia. Lo seguivano con fedeltà e devozione, sperando nella sua vittoria e nella loro libertà.

19. Quale ruolo ebbero le donne durante la rivolta di Spartaco?
Le donne ebbero un ruolo importante durante la rivolta di Spartaco:

  • Alcune donne parteciparono attivamente alla rivolta come combattenti o come ausiliarie. Tra queste vi era la moglie di Spartaco, una sacerdotessa trace che lo accompagnò nella fuga dalla scuola di gladiatori e che lo sostenne con le sue profezie
  • Altre donne contribuirono alla rivolta come spie o come messaggere. Tra queste vi era una donna chiamata Flora o Flavia (il nome varia a seconda delle fonti), che si infiltrò tra i soldati romani per portare informazioni a Spartaco
  • Molte donne seguirono i ribelli come mogli o come compagne. Tra queste vi erano alcune schiave liberate o fuggite dai loro padroni, altre erano contadine o pastorelle povere che si unirono al movimento per sfuggire alla miseria o alla violenza dei romani

20. Quali furono le conseguenze politiche della rivolta di Spartaco? Le conseguenze politiche della rivolta di Spartaco furono:

  • La rivolta di Spartaco contribuì ad aumentare il potere e l’influenza dei due principali leader politici dell’epoca: Crasso e Pompeo. Entrambi rivendicarono il merito della vittoria finale e ottennero il trionfo a Roma. In seguito, si allearono con Giulio Cesare per formare il primo triumvirato, che dominò la scena politica romana per diversi anni
  • La rivolta di Spartaco contribuì a esacerbare le tensioni sociali e le divisioni politiche nella Repubblica romana. Da una parte, la fazione aristocratica degli optimates cercò di difendere i propri privilegi e interessi, opponendosi a ogni riforma sociale o politica. Dall’altra, la fazione popolare dei populares cercò di sostenere le richieste delle classi più povere e disagiate, proponendo misure di redistribuzione della terra e del grano.
  • La rivolta di Spartaco contribuì a stimolare il dibattito filosofico e morale sulla schiavitù e sulla libertà. Alcuni pensatori romani, come Cicerone e Seneca, criticarono la crudeltà e l’ingiustizia della schiavitù, sostenendo la dignità e i diritti degli schiavi. Altri pensatori romani, come Varrone e Catone il Vecchio, difesero la schiavitù come una necessità economica e una tradizione romana.

21. Quali furono le cause della rivolta di Spartaco?
Le cause della rivolta di Spartaco furono:

  • La condizione di schiavitù e di oppressione subita da Spartaco e dagli altri gladiatori nella scuola di Capua, dove erano costretti a combattere per il divertimento dei romani e a vivere in condizioni disumane¹.
  • Il desiderio di libertà e di dignità di Spartaco e degli altri schiavi, che aspiravano a fuggire dalla schiavitù e a tornare nelle loro terre d’origine o a trovare un rifugio sicuro¹.
  • Il malcontento e la ribellione di molti schiavi in Italia, che erano sfruttati nelle grandi proprietà terriere, nelle miniere, nelle fabbriche e nelle città, e che subivano violenze e ingiustizie da parte dei loro padroni¹.
  • La crisi politica e sociale della Repubblica romana, che era divisa tra le fazioni degli optimates e dei populares, e che era impegnata in varie guerre all’estero, trascurando la sicurezza e il benessere dell’Italia.

22. Quali furono gli obiettivi della rivolta di Spartaco?
Gli obiettivi della rivolta di Spartaco furono:

  • Liberare se stesso e gli altri gladiatori dalla schiavitù e dalla scuola di Capua.
  • Liberare altri schiavi lungo il cammino e aumentare il numero dei ribelli.
  • Sconfiggere le forze romane che tentavano di fermarli o di catturarli.
  • Attraversare le Alpi e raggiungere la Gallia o la Tracia, le terre d’origine di molti ribelli.
  • Creare una società più giusta ed egualitaria, basata sulla libertà, sulla fratellanza e sulla solidarietà tra gli schiavi.

Ecco le risposte alle altre domande sulla vita di Spartaco.

23. Quali furono le cause della rivolta di Spartaco?
Le cause della rivolta di Spartaco furono:

  • La condizione di schiavitù e di oppressione subita da Spartaco e dagli altri gladiatori nella scuola di Capua, dove erano costretti a combattere per il divertimento dei romani e a vivere in condizioni disumane.
  • Il desiderio di libertà e di dignità di Spartaco e degli altri schiavi, che aspiravano a fuggire dalla schiavitù e a tornare nelle loro terre d’origine o a trovare un rifugio sicuro.
  • Il malcontento e la ribellione di molti schiavi in Italia, che erano sfruttati nelle grandi proprietà terriere, nelle miniere, nelle fabbriche e nelle città, e che subivano violenze e ingiustizie da parte dei loro padroni.
  • La crisi politica e sociale della Repubblica romana, che era divisa tra le fazioni degli optimates e dei populares, e che era impegnata in varie guerre all’estero, trascurando la sicurezza e il benessere dell’Italia.

24. Quali furono gli obiettivi della rivolta di Spartaco?
Gli obiettivi della rivolta di Spartaco furono:

  • Liberare se stesso e gli altri gladiatori dalla schiavitù e dalla scuola di Capua.
  • Liberare altri schiavi lungo il cammino e aumentare il numero dei ribelli.
  • Sconfiggere le forze romane che tentavano di fermarli o di catturarli.
  • Attraversare le Alpi e raggiungere la Gallia o la Tracia, le terre d’origine di molti ribelli.
  • Creare una società più giusta ed egualitaria, basata sulla libertà, sulla fratellanza e sulla solidarietà tra gli schiavi.

25. Quali furono le difficoltà e i problemi interni che dovette affrontare Spartaco durante la rivolta?
Le difficoltà e i problemi interni che dovette affrontare Spartaco durante la rivolta furono:

  • La mancanza di una strategia comune e di un obiettivo chiaro tra i ribelli. Molti di loro volevano solo fuggire o saccheggiare, altri volevano continuare a combattere o a liberare altri schiavi¹.
  • La divisione e la rivalità tra i vari capi e gruppi dei ribelli. Alcuni di loro, come Crixo, si separarono da Spartaco e agirono in modo autonomo o ostile¹.
  • La scarsità di risorse e di approvvigionamenti per i ribelli. Molti di loro soffrivano di fame, sete, freddo, malattie e ferite¹.
  • La diserzione e la tradimento di alcuni ribelli. Alcuni di loro abbandonarono la rivolta o passarono dalla parte dei romani in cambio di cibo, denaro o perdono¹.

26. Qual era il ruolo della religione nella vita di Spartaco?
Il ruolo della religione nella vita di Spartaco era importante e significativo. Spartaco era devoto al culto di Dioniso, il dio greco del vino, della fertilità e dell’estasi. Spartaco era sposato con una sacerdotessa di Dioniso, che lo accompagnò nella sua rivolta e che lo sostenne con le sue profezie. Spartaco credeva di essere protetto e guidato da Dioniso, che gli inviava dei segni e dei presagi. Spartaco celebrava dei riti e dei sacrifici in onore di Dioniso, per ringraziarlo o per chiedergli aiuto¹.

27. Quali furono le fonti di ispirazione e di imitazione per Spartaco?
Le fonti di ispirazione e di imitazione per Spartaco furono:

  • La tradizione guerriera e ribelle della sua terra d’origine, la Tracia, dove i suoi antenati avevano combattuto contro i persiani, i macedoni e i romani.
  • La figura di Alessandro Magno, il grande condottiero macedone che aveva conquistato un vasto impero con le sue imprese militari e che era venerato come un eroe dai traci.
  • La figura di Annibale, il grande generale cartaginese che aveva invaso l’Italia con i suoi elefanti e che aveva inflitto gravi sconfitte ai romani nella seconda guerra punica.
  • La figura di Eumene di Cardia, il fedele generale di Alessandro Magno che aveva guidato le sue truppe dopo la sua morte e che era riuscito a sfuggire alla cattura dei romani grazie a una finta resa.

La scuola nell’antica Roma. Come studiavano i ragazzi romani?

L’educazione nell’antica Roma è stata un processo storico che ha subito diverse trasformazioni a seconda delle epoche e delle influenze culturali. Inizialmente affidata alla famiglia, si è poi sviluppata con la creazione di scuole pubbliche e private che miravano a formare i cittadini romani nelle arti del discorso, della letteratura e della politica.

L’educazione in famiglia

Nella prima fase della storia romana, l’educazione dei bambini era affidata ai genitori, in particolare al padre, che era il capo della famiglia (pater familias) e aveva il diritto di vita e di morte sui figli. Il padre si occupava di insegnare ai figli maschi la lettura, la scrittura, il calcolo e le leggi dello stato, oltre a trasmettere loro i valori morali e religiosi della tradizione romana.

La madre invece si occupava di educare le figlie femmine ai buoni sentimenti e ai lavori domestici, preparandole al matrimonio e alla maternità. L’educazione familiare era basata sul rispetto dell’autorità paterna, sulla disciplina, sull’onore e sul senso del dovere verso la patria.

L’incontro con la civiltà greca e la nascita della scuola pubblica

Con le conquiste territoriali e il contatto con le culture dei popoli sottomessi, i romani iniziarono ad apprezzare e ad assimilare gli elementi della civiltà greca, considerata più raffinata e colta. I romani acquisirono la lingua greca, la letteratura, la filosofia, le arti e le scienze dei greci, integrandole con la propria cultura.

Si favorì allora in Roma la fondazione di scuole che permettessero una formazione culturale simile a quella dei greci che, poiché permetteva l’ascesa al potere politico tramite l’eloquenza, che dominava le assemblee, si volle limitare alla classe più elevata.

Le scuole pubbliche erano aperte a tutti i cittadini liberi, ma erano frequentate soprattutto dai poveri, dagli immigrati e dagli schiavi semi-liberi. Le scuole private invece erano riservate ai ricchi che potevano pagare un insegnante privato o mandare i propri figli nelle migliori scuole della città.

Gli strumenti per studiare nell’antica Roma

Per studiare, i romani usavano diversi strumenti, a seconda del livello di istruzione e del tipo di materia. Per la lettura e la scrittura, gli strumenti più comuni erano:

Il trittico consisteva in tre tavolette di legno ricoperte di cera, collegate tra loro da una cordicella. Per scrivere, si utilizzava una punta di metallo chiamata “stilus”, che incideva le lettere sulla cera e si cancellava con la parte piatta dello stilus o con il calore della mano. Questo strumento era principalmente impiegato nella scuola elementare e per gli esercizi quotidiani.

Il volumen, invece, era un lungo rotolo di papiro o pergamena, di solito lungo fino a 10 metri. Si scriveva su di esso con un pennello e inchiostro nero o rosso. Il volumen veniva utilizzato soprattutto nelle scuole medie e superiori, contenendo i testi dei classici da leggere e commentare. Per consultarlo, si teneva con una mano e si svolgeva con l’altra, utilizzando bacchette di legno o avorio attaccate alle estremità, chiamate “umbilici”.

Infine, il codex era un libro formato da fogli di papiro o pergamena piegati a metà e cuciti insieme. Questo formato era ampiamente utilizzato durante l’epoca imperiale e offriva il vantaggio di essere più pratico e resistente rispetto al volumen. Si poteva scrivere su entrambi i lati dei fogli (recto e verso) e consultarne il contenuto aprendolo alla pagina desiderata.

Per il calcolo, gli strumenti più usati erano:

L’abaco era un dispositivo costituito da una tavola di legno o metallo con delle scanalature in cui si muovevano delle palline o dei gettoni chiamati “calculi”. Questo strumento veniva utilizzato per eseguire operazioni aritmetiche utilizzando il sistema numerico romano basato sulle lettere dell’alfabeto (I, V, X, L, C, D, M).

La tabula, invece, era una lavagna di legno o metallo su cui si scriveva utilizzando gesso o carbone. Questo strumento veniva impiegato per eseguire operazioni algebriche utilizzando il sistema numerico greco basato sulle lettere dell’alfabeto (α, β, γ, δ, ε, ζ, η, θ…).

Per la musica, gli strumenti più usati erano:

La lira, uno strumento musicale a corde con una cassa armonica realizzata in legno o tartaruga, dotata di una traversa da cui partivano da 4 a 10 corde che venivano pizzicate con le dita o un plettro. Questo strumento era principalmente utilizzato per accompagnare la poesia lirica e il canto.

Il flauto era invece uno strumento musicale a fiato con un tubo realizzato in canna o metallo, dotato di fori che venivano coperti con le dita per produrre i suoni desiderati. Il flauto veniva principalmente utilizzato per accompagnare la poesia epica e la tragedia.

Per la geografia e l’astronomia, gli strumenti più usati erano:

La mappa, un’illustrazione visiva della superficie terrestre su un supporto di papiro o pergamena. Essa aveva lo scopo di mostrare i confini dei territori, la posizione delle città, il percorso dei fiumi e le caratteristiche del paesaggio.

Il globo, una sfera realizzata in metallo o terracotta su cui erano raffigurati i continenti e i mari della Terra (globo terrestre) o le costellazioni e i pianeti del cielo (globo celeste). Il suo utilizzo era finalizzato a illustrare la forma e il movimento della Terra e del cielo.

Il ludus litterarius, il primo ciclo di studi

Il primo livello di istruzione era il ludus litterarius (scuola elementare), dove i bambini entravano all’età di 6 o 7 anni. La scuola durava 8 mesi all’anno e iniziava a marzo, in coincidenza con l’inizio della stagione bellica. Le lezioni si svolgevano ogni giorno per 6 ore, con una breve pausa per il pranzo.

Gli alunni imparavano a leggere, scrivere e fare i calcoli in latino e in greco, usando come supporto delle tavolette di cera unite tra loro (trittico) che costituivano il libro. Gli alunni dovevano anche memorizzare brani di poesia e di prosa dei classici latini e greci.

Il maestro era spesso uno schiavo istruito o un liberto che esercitava la sua professione in una stanza affittata o in un luogo pubblico. Il maestro era poco pagato e poco rispettato, e usava metodi severi e punitivi per mantenere l’ordine e la disciplina. Gli alunni indisciplinati venivano puniti con la verga o la frusta di cuoio.

Il ludus grammaticus, il secondo ciclo di studi

Il secondo livello di istruzione era il ludus grammaticus (scuola media), dove i ragazzi passavano all’età di 12 anni.

La scuola durava 4 o 5 anni e approfondiva lo studio della lingua e della letteratura latina e greca, della storia, della geografia, della fisica e dell’astronomia. Gli alunni leggevano e commentavano i testi dei grandi autori classici, come Omero, Esiodo, Virgilio, Orazio, Cicerone e altri.

Il maestro era chiamato grammatico ed era spesso un greco o un orientale che aveva ricevuto una buona formazione culturale. Il grammatico era più stimato e pagato del maestro elementare, ma non aveva una posizione sociale elevata.

Il grammatico usava come supporto dei rotoli di papiro o di pergamena (volumina) che contenevano i testi da studiare. Gli alunni dovevano anche esercitarsi nella composizione di versi e di prose in latino e in greco.

La Schola Rhetoris: la figura del retore, gli insegnamenti

Il terzo livello di istruzione era la schola rhetoris (scuola superiore), dove i giovani entravano all’età di 17 anni. La scuola durava 2 o 3 anni e si concentrava sullo studio della retorica, cioè l’arte del discorso persuasivo.

Gli alunni imparavano le regole e le tecniche per comporre e pronunciare discorsi efficaci in vista della carriera politica o giuridica. Il maestro era chiamato retore ed era spesso un greco o un orientale che aveva una grande esperienza nell’oratoria. Il retore era molto apprezzato e pagato dai suoi allievi, che erano i figli delle famiglie più ricche e potenti di Roma.

Il retore usava come modelli i grandi oratori greci e latini, come Demostene, Isocrate, Cicerone e Quintiliano. Gli alunni dovevano anche esercitarsi nella declamazione di discorsi su temi storici o immaginari, sia in latino che in greco.

Le tecniche di insegnamento del retore si basavano su tre fasi principali:

La fase della prelectio prevedeva l’analisi di un testo scritto da un famoso oratore, in cui si mettevano in risalto le caratteristiche stilistiche, le figure retoriche, la struttura argomentativa e le strategie persuasive.


Nella imitatio, gli studenti dovevano riprodurre il testo letto, adattandone lo stile e il contenuto a situazioni o pubblici diversi. Questa imitazione poteva essere stretta (paraphrasis) o libera (declamatio).


L’emendatio consisteva nella revisione del testo prodotto dagli studenti, valutandone i punti di forza e di debolezza, suggerendo le opportune modifiche e confrontandolo con il modello originale.

Queste tecniche servivano a formare l’abilità dell’allievo nel trovare gli argomenti più adatti al caso (inventio), nel disporli in modo ordinato e coerente (dispositio), nel scegliere le parole più appropriate ed evocative per persuadere l’uditorio (elocutio), e infine nel presentare il discorso in modo eloquente e coinvolgente (pronuntiatio).

In questo modo, la scuola superiore di retorica mirava a sviluppare le abilità dei giovani nell’arte dell’oratoria e della persuasione. La conoscenza delle regole retoriche e l’abilità di creare discorsi persuasivi erano considerate fondamentali per coloro che aspiravano a ruoli politici o giuridici di rilievo.

Attraverso lo studio e l’analisi dei grandi oratori dell’antichità, i ragazzi imparavano ad affinare la loro capacità di argomentare, di strutturare il discorso in modo convincente e di utilizzare le figure retoriche per suscitare emozioni e influenzare l’opinione degli ascoltatori.

La scuola superiore di retorica, con il suo approccio pratico e mirato all’arte dell’eloquenza, svolgeva un ruolo cruciale nella formazione dei futuri leader e influenzava profondamente la società romana dell’epoca.

Così, il terzo livello di istruzione, la schola rhetoris, rappresentava l’ultimo tassello nella formazione dei giovani romani, preparandoli per intraprendere ruoli di responsabilità e leadership nella vita pubblica dell’antica Roma.

I viaggi studio ad Atene, Rodi e Alessandria

Per completare la loro formazione culturale, i giovani romani più dotati e ambiziosi si recavano nelle città più importanti del mondo antico per frequentare le scuole dei maestri più famosi di filosofia, geografia, astronomia e fisica. Le mete preferite erano Atene, Rodi e Alessandria, città in cui si trovavano prestigiose accademie filosofiche, ricche biblioteche e avanzati osservatori astronomici. I viaggi studio, che duravano alcuni mesi o alcuni anni, permettevano ai giovani romani di ampliare i loro orizzonti culturali, confrontarsi con altre realtà e acquisire una maggiore autorità intellettuale.

Ad Atene, si approfondiva lo studio delle diverse correnti della filosofia greca, come il platonismo, l’aristotelismo, lo stoicismo, l’epicureismo e lo scetticismo. Le scuole fondate dai discepoli dei grandi filosofi, come l’Accademia di Platone, il Liceo di Aristotele, il Portico di Zenone e il Giardino di Epicuro, offrivano lezioni tenute da celebri maestri come Carneade, Antioco di Ascalona e Filone di Larissa. Inoltre, si partecipava attivamente ai dibattiti filosofici svolti nell’Agorà e nel Pritaneo, luoghi pubblici della città.

A Rodi, invece, lo studio era focalizzato principalmente sulla retorica e la geografia. Le scuole dei maestri di eloquenza, che avevano ereditato la tradizione della sofistica e della retorica attica, insegnavano le tecniche per comporre e pronunciare discorsi persuasivi sia in greco che in latino.

Si prendevano esempio dagli oratori più famosi del passato, come Demostene e Cicerone, e si esercitavano nella declamazione di discorsi su temi storici o immaginari. Inoltre, si approfondiva lo studio delle opere dei geografi, come Eratostene ed Eudosso, che avevano descritto il mondo conosciuto dai greci e dai romani.

Ad Alessandria, infine, si dedicavano particolare attenzione all’astronomia e alla fisica. Le scuole dei maestri di scienza, che avevano fondato la tradizione della matematica e dell’astronomia ellenistica, insegnavano le teorie e i metodi per calcolare le distanze e i movimenti dei corpi celesti.

Gli studenti seguivano gli esempi dei grandi scienziati del passato, come Euclide e Archimede, e si esercitavano nell’osservazione del cielo utilizzando strumenti sofisticati dell’epoca, come l’astrolabio e il sesto. Inoltre, si studiavano le opere dei fisici che avevano spiegato i fenomeni naturali con principi razionali, come Aristarco ed Erone.

I maestri dei più importanti personaggi romani

Tra i maestri di retorica che hanno avuto una grande influenza sulla formazione degli oratori romani possiamo ricordare:

Apollonio figlio di Molone o semplicemente Molone: fu un retore e grammatico greco originario di Alabanda, una città della Caria, nella moderna Turchia. Insegnò a Rodi e poi a Roma, dove ebbe come allievi Cicerone e Cesare. Fu famoso per la sua eloquenza e per la sua erudizione. Scrisse opere di grammatica, di critica letteraria e di retorica, tra cui un trattato sulle figure retoriche attribuitogli da alcuni studiosi ma non sicuramente autentico.


Marco Antonio figlio di Gneo o semplicemente Gnifone: fu un retore latino originario di Gallia Narbonense. Insegnò a Roma sotto il principato di Augusto e fu il primo a introdurre la retorica latina nelle scuole. Fu maestro di Marco Velleio Patercolo e di Lucio Anneo Seneca il Vecchio. Scrisse opere di retorica, tra cui un trattato sulle parti del discorso andato perduto.


Marco Fabio Quintiliano: fu un retore latino originario della Spagna. Insegnò a Roma sotto i principi Vespasiano e Tito. Fu maestro di Plinio il Giovane e di Tacito. Scrisse l’Institutio oratoria, un’opera in dodici libri che contiene una completa esposizione dei principi e dei metodi della retorica classica.

L’Esarcato di Ravenna o Esarcato d’Italia

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L’Esarcato di Ravenna (in latino: Exarchatus Ravennatis; in greco: Εξαρχάτον τής Ραβέννας), noto anche come Esarcato d’Italia, fu un dominio dell’Impero Romano d’Oriente (Impero Bizantino) in Italia, dal 584 al 751, quando l’ultimo esarca fu ucciso dai Longobardi. Fu uno dei due esarcati istituiti dopo le riconquiste occidentali sotto l’imperatore Giustiniano, per amministrare in modo più efficace i territori, insieme all’Esarcato d’Africa.

Ravenna la capitale

Ravenna divenne la capitale dell’Impero Romano d’Occidente nel 402 sotto Onorio, grazie al suo magnifico porto con accesso all’Adriatico e alla sua posizione difensiva ideale tra paludi impenetrabili. La città rimase la capitale dell’Impero fino al 476, quando divenne la capitale di Odoacre, e poi degli Ostrogoti sotto Teodorico il Grande.

Rimase la capitale del Regno Ostrogoto, ma nel 540 durante la Guerra Gotica (535-554), Ravenna fu occupata dal generale bizantino Belisario. Dopo questa riconquista divenne la sede del governatore provinciale. In quel periodo, la struttura amministrativa dell’Italia seguiva, con alcune modifiche, il vecchio sistema stabilito dall’imperatore Diocleziano e mantenuto da Odoacre e dai Goti.

L’arrivo dei Longobardi

Nel 568, i Longobardi sotto il re Alboino, insieme ad altri alleati germanici, invasero l’Italia settentrionale. L’area era stata pacificata solo pochi anni prima e aveva sofferto molto durante la lunga Guerra Gotica. Le deboli forze bizantine locali, dopo aver preso diverse città, nel 569 conquistarono Milano. Presero Pavia dopo un assedio di tre anni nel 572 e la resero la loro capitale. Negli anni successivi, presero la Toscana. Altri, sotto Faroaldo e Zotto, si infiltrarono nell’Italia centrale e meridionale, dove stabilirono i ducati di Spoleto e Benevento. Tuttavia, dopo l’assassinio di Alboino nel 573, i Longobardi si frammentarono in diversi ducati autonomi (la “Regola dei Duchi”).

L’imperatore Giustino II cercò di approfittarne: nel 576 inviò in Italia suo genero Baduario. Tuttavia, fu sconfitto e ucciso in battaglia, e le continue crisi nei Balcani e in Oriente impedirono un altro sforzo imperiale di riconquista. A causa delle incursioni longobarde, le proprietà romane si erano frammentate in diversi territori isolati. Nel 580, l’imperatore Tiberio II li riorganizzò in cinque eparchie provinciali: Annonaria nell’Italia settentrionale attorno a Ravenna, Calabria, Campania, Emilia e Liguria, e Urbicaria attorno alla città di Roma (Urbs). Alla fine del VI secolo, il nuovo ordine di poteri si era stabilizzato in un modello stabile. Ravenna, governata dal suo esarca, che deteneva autorità civile e militare oltre al suo ufficio ecclesiastico, era confinata alla città, al suo porto e ai suoi dintorni fino a nord del Po (territorio di confine del duca di Venezia, nominalmente al servizio imperiale) e a sud fino al fiume Marecchia, oltre il quale si trovava il Ducato di Pentapoli sull’Adriatico, anch’esso sotto un duca che rappresentava nominalmente l’Imperatore d’Oriente.

Organizzazione dell’esarcato

L’esarcato era organizzato in un gruppo di ducati (Roma, Venetia, Calabria, Napoli, Perugia, Pentapoli, Lucania, ecc.) che erano principalmente le città costiere nella penisola italiana, poiché i Longobardi avevano il vantaggio nell’entroterra.

Il capo civile e militare di queste proprietà imperiali, l’esarca stesso, era il rappresentante a Ravenna dell’imperatore di Costantinopoli. Il territorio circostante si estendeva dal fiume Po, che serviva da confine con Venezia a nord, alla Pentapoli a Rimini a sud, al confine delle “cinque città” nelle Marche lungo la costa adriatica, e raggiungeva anche città non sulla costa, come Forlì. Tutto questo territorio, che si trovava sul fianco orientale degli Appennini, era sotto la diretta amministrazione dell’esarca e costituiva l’Esarcato nel senso più stretto. I territori circostanti erano governati da duchi e magistri militium (“comandanti delle truppe”), più o meno soggetti alla sua autorità. Dal punto di vista di Costantinopoli, l’Esarcato consisteva nella provincia d’Italia.

L’Esarcato di Ravenna non era l’unica provincia bizantina in Italia. La Sicilia bizantina costituiva un governo separato, e la Corsica e la Sardegna, sebbene rimanessero bizantine, appartenevano all’Esarcato d’Africa.

I Longobardi avevano la loro capitale a Pavia e controllavano la grande valle del Po. La spinta dei Longobardi in Italia si estese verso sud, e stabilirono ducati a Spoleto e Benevento; controllavano l’entroterra, mentre i governatori bizantini controllavano più o meno le coste.

Il Piemonte, la Lombardia, l’entroterra di Venetia, la Toscana e l’entroterra di Campania appartenevano ai Longobardi, e pian piano il rappresentante imperiale in Italia perse ogni vero potere, sebbene formalmente controllasse aree come la Liguria (completamente persa nel 640 ai Longobardi), o Napoli e Calabria (sovraffollate dal ducato longobardo di Benevento). A Roma, il vero padrone era il papa.

Alla fine, nel 740, l’Esarcato consisteva in Istria, Venetia, Ferrara, Ravenna (l’esarca nel senso limitato), con la Pentapoli e Perugia.

Questi frammenti della provincia d’Italia, come lo erano quando furono riconquistati per Giustiniano, furono quasi tutti persi, sia ai Longobardi, che conquistarono Ravenna stessa nel 751, sia per la rivolta del papa, che si separò infine dall’Impero a causa delle riforme iconoclaste.

Il Papa e l’Esarca

La relazione tra il Papa a Roma e l’Esarca a Ravenna era una dinamica che poteva danneggiare o aiutare l’impero. Il papato poteva essere un veicolo per il malcontento locale. La vecchia aristocrazia senatoriale romana non gradiva essere governata da un esarca considerato da molti un straniero intromettente. Così l’esarca doveva affrontare minacce sia dall’esterno che dall’interno, ostacolando così ogni reale progresso e sviluppo.

Nella sua storia interna, l’esarcato fu soggetto alle influenze frammentanti che portarono alla suddivisione della sovranità e all’instaurazione del feudalesimo in tutta Europa. Passo dopo passo, nonostante gli sforzi degli imperatori di Costantinopoli, i grandi funzionari imperiali divennero proprietari terrieri locali, i piccoli proprietari terrieri erano sempre più parenti o almeno associati a questi funzionari, e nuove alleanze intrussero nella sfera dell’amministrazione imperiale. Nel frattempo, la necessità di difendere i territori imperiali dai Longobardi portò alla formazione di milizie locali, che inizialmente erano collegate ai reggimenti imperiali, ma gradualmente divennero indipendenti, reclutate interamente a livello locale. Questi uomini armati formarono l’exercitus romanae militiae, precursori dei liberi borghesi armati delle città italiane del Medioevo. Anche altre città dell’esarcato erano organizzate sullo stesso modello.

Durante il VI e VII secolo, la crescente minaccia dei Longobardi e dei Franchi, così come la divisione tra l’Oriente e l’Occidente cristiano ispirata sia dagli imperatori iconoclasti che dagli sviluppi medievali nella teologia latina e culminanti nella acrimoniosa rivalità tra il Papa di Roma e il Patriarca di Costantinopoli, resero la posizione dell’esarca sempre più insostenibile. Ravenna rimase la sede dell’esarca fino alla rivolta del 727 sull’iconoclastia. Eutichio, l’ultimo esarca di Ravenna, fu ucciso dai Longobardi nel 751.

Ducato di Pentapoli

Nel 752, la porzione nordorientale dell’Esarcato nota come Ducato di Pentapoli fu conquistata dal re Aistulfo dei Longobardi. Quattro anni dopo, dopo che i Franchi scacciarono i Longobardi, il Papa Stefano II rivendicò il territorio. L’alleato del Papa nell’azione militare contro i Longobardi, Pipino il Breve, re dei Franchi, donò quindi le terre conquistate al Papato. Questa donazione, confermata da Carlo Magno nel 774, segnò l’inizio del potere temporale dei papi come Patrimonio di San Pietro. Le arcidiocesi all’interno dell’ex esarcato, tuttavia, avevano sviluppato tradizioni di potere secolare locale e indipendenza, che contribuirono alla frammentazione della localizzazione dei poteri. Tre secoli dopo, questa indipendenza alimentò l’ascesa dei comuni indipendenti.

Le porzioni meridionali dell’esarcato, comprese le proprietà imperiali a Napoli, Calabria e Puglia, furono riorganizzate come il Catapanato d’Italia con sede a Bari. Questi territori furono in ultima analisi persi dai Berberi saraceni nel 847, ma recuperati nel 871. Successivamente, dopo che la Sicilia fu conquistata dagli Arabi, i resti furono inseriti nelle nuove temi militari/amministrativi di Calabria e Langobardia. L’Istria all’estremità dell’Adriatico fu annessa alla Dalmazia.

Ottaviano Augusto. La vita del primo imperatore di Roma

Ottaviano Augusto (in latino: Gaius Iulius Caesar Augustus) è stato il primo imperatore romano dal 27 a.C. al 14 d.C.

Nato come Gaio Ottavio Turino, fu adottato da Giulio Cesare, suo prozio materno, che lo nominò suo erede testamentario. Dopo l’assassinio di Cesare nel 44 a.C., Ottaviano si scontrò con Marco Antonio, il suo principale rivale politico e militare, per il controllo della Repubblica romana.

Riproduzione in resina bronzata dell’Imperatore Augusto

Dopo aver formato il secondo triumvirato con Antonio e Lepido, sconfisse i cesaricidi Bruto e Cassio a Filippi nel 42 a.C. e poi si divise l’impero con i suoi alleati.

Nel 36 a.C., eliminò Lepido e Sesto Pompeo, il figlio del nemico di Cesare, e nel 31 a.C., sconfisse definitivamente Antonio e Cleopatra ad Azio, divenendo il padrone assoluto di Roma e dell’Egitto. Nel 27 a.C., rinunciò formalmente al potere dittatoriale e si fece conferire dal Senato il titolo di Augusto, che significava “venerabile” o “sacro”.

Da allora in poi, governò come princeps, cioè il primo tra i cittadini, instaurando un regime noto come principato, che manteneva le forme della repubblica ma nascondeva una monarchia assoluta.

Durante il suo lungo regno, Ottaviano Augusto riformò l’amministrazione dello stato, l’esercito, la monetazione, la religione e la cultura romana. Promosse la pace interna e la prosperità economica, espandendo i confini dell’impero fino al Reno, al Danubio e all’Eufrate.

Fu anche un grande mecenate delle arti e delle lettere, favorendo lo sviluppo di una corrente artistica nota come classicismo augusteo. Morì a Nola nel 14 d.C., all’età di 75 anni, dopo aver adottato e designato come suo successore Tiberio, il figlio della sua terza moglie Livia Drusilla. Fu sepolto nel suo mausoleo a Roma e fu divinizzato dal Senato.

Le origini e l’incontro con Cesare in Spagna

Ottaviano Augusto nacque a Roma il 23 settembre del 63 a.C., con il nome di Gaio Ottavio Turino. Era figlio di Gaio Ottavio, un ricco cavaliere originario di Velitrae (l’attuale Velletri), e di Azia maggiore, nipote di Giulia minore, sorella di Giulio Cesare.

Aveva anche una sorella minore, Ottavia minore, che sposò in seconde nozze Marco Antonio. La sua famiglia apparteneva all’ordine equestre ma non aveva una grande tradizione politica. Il padre morì quando Ottaviano aveva solo quattro anni e la madre si risposò con Lucio Marcio Filippo, un influente senatore che lo introdusse alla vita pubblica. Nel 47 a.C., Ottaviano accompagnò il patrigno in Spagna, dove Filippo era governatore propretore.

Lì ebbe l’occasione di incontrare per la prima volta Giulio Cesare, che stava conducendo la guerra civile contro Pompeo e i suoi sostenitori. Cesare rimase colpito dal giovane Ottaviano e lo invitò a seguirlo nella sua campagna militare. Tuttavia, Ottaviano dovette tornare a Roma per motivi di salute e poi partì per l’Illiria (l’attuale Albania), dove si recò ad Apollonia per completare la sua educazione con lo studio della filosofia e della retorica.

Erede di Cesare e lotta contro Marco Antonio

Nel marzo del 44 a.C., mentre Ottaviano era ancora ad Apollonia, ricevette la notizia dell’assassinio di Giulio Cesare avvenuto a Roma il giorno delle Idi (15 marzo). Scoprì anche che Cesare lo aveva adottato nel suo testamento e lo aveva nominato suo erede universale. Decise quindi di tornare subito nella capitale per reclamare la sua eredità e vendicare la morte del suo padre adottivo.

A Roma trovò una situazione politica molto confusa e pericolosa. I cesaricidi guidati da Bruto e Cassio si erano rifugiati in Grecia, mentre Marco Antonio, il braccio destro di Cesare e console in carica, cercava di assumere il controllo della situazione approfittando del prestigio e delle ricchezze del defunto dittatore. Antonio si oppose alla richiesta di Ottaviano di ricevere l’eredità di Cesare e cercò di screditarlo agli occhi del popolo romano, presentandolo come un ragazzo arrogante e ambizioso.

Ottaviano reagì con abilità politica e militare. Si alleò con i veterani cesariani che lo seguirono fedelmente e si guadagnò il favore del Senato grazie all’appoggio di Cicerone, il più grande oratore romano che vedeva in lui un possibile strumento per restaurare la repubblica.

Nel novembre del 44 a.C., Ottaviano entrò in conflitto aperto con Antonio, che aveva tentato di occupare illegalmente le province della Gallia Cisalpina e della Gallia Narbonense. Iniziò così una guerra civile tra i due contendenti, che si affrontarono in due battaglie decisive nella primavera del 43 a.C.

La prima fu la battaglia di Forum Gallorum (presso l’attuale Castelfranco Emilia), dove Antonio fu sconfitto dalle forze senatoriali guidate dai consoli Irzio e Pansa. La seconda fu la battaglia di Mutina (l’odierna Modena), dove Antonio fu assediato dalle truppe combinate di Ottaviano e dell’altro console dell’anno, Gaio Vibio Pansa. Antonio riuscì a sfondare le linee nemiche ma dovette ritirarsi verso sud, inseguito da Ottaviano.

Entrambi i consoli morirono durante le battaglie, così che Ottaviano rimase l’unico comandante dell’esercito senatoriale e rivendicò per sé il consolato vacante. Il Senato glielo concesse con riluttanza, sostanzialmente obbligato dall’esercito di Ottaviano che stava marciando su Roma, nominandolo come il più giovane console della storia romana, a soli vent’anni.

Il secondo triumvirato e la battaglia di Filippi

La posizione di Ottaviano non era tuttavia sufficientemente sicura: i cesaricidi si erano rifugiati in Oriente con il sostegno di alcune province e di re alleati e Marco Antonio, fuggito in Gallia, aveva ancora il comando su un numero considerevole di legioni.

Per questo motivo decise di riavvicinarsi a Marco Antonio, che si era ritirato in Gallia con l’aiuto di Lepido. I tre si incontrarono a Bononia (l’attuale Bologna) nel novembre del 43 a.C. e formarono il secondo triumvirato, un organo collegiale che si attribuì pieni poteri legislativi ed esecutivi per cinque anni.

Il triumvirato fu ratificato dal Senato con la lex Titia, che conferì ai triumviri l’imperium maius, cioè il potere supremo su tutte le province e le legioni romane. Il triumvirato si pose come obiettivo principale quello di vendicare Cesare contro i suoi assassini, ma anche di eliminare i loro oppositori politici.

A tal fine, stilò una lista di proscrizione, nella quale furono inseriti i nomi di circa 300 senatori e 2000 cavalieri da condannare a morte senza processo. Tra le vittime illustri ci furono Cicerone, il grande oratore che aveva sostenuto Ottaviano contro Antonio, e il fratello Quinto; Lucio Giulio Cesare, cugino del dittatore; e Marco Tullio Cicerone minore, figlio del celebre oratore. Le confische dei beni dei proscritti servirono a finanziare la guerra contro i cesaricidi.

Nel 42 a.C., i triumviri mossero verso l’Oriente con un esercito di circa 100.000 uomini e 33.000 cavalieri. I cesaricidi Bruto e Cassio avevano raccolto un esercito simile, di circa 100.000 uomini e 17.000 cavalieri, grazie al reclutamento nelle province orientali e al contributo dei re dell’Asia Minore. I due schieramenti si scontrarono nei pressi di Filippi, una città della Macedonia situata lungo la via Egnazia. La battaglia si svolse in due fasi, separate da un intervallo di venti giorni.

La prima fase ebbe luogo il 3 ottobre del 42 a.C. e vide lo scontro tra le ali destre dei due eserciti: da una parte Antonio attaccò Cassio, dall’altra Bruto attaccò Ottaviano. Antonio ebbe la meglio su Cassio, che fu costretto a ritirarsi sulle colline circostanti; Bruto invece riuscì a sfondare le linee di Ottaviano e a occupare il suo accampamento. Cassio, ignaro del successo di Bruto e credendo perduta la battaglia, si fece uccidere da uno dei suoi liberti. Bruto cercò di riorganizzare le sue forze e di resistere agli attacchi di Antonio.

La seconda fase ebbe luogo il 23 ottobre del 42 a.C. e vide lo scontro tra le ali sinistre dei due eserciti: da una parte Bruto attaccò Antonio, dall’altra Ottaviano attaccò i sostenitori di Cassio. La battaglia fu molto accanita e sanguinosa, ma alla fine prevalse l’abilità militare di Antonio, che riuscì a respingere Bruto e a circondarlo con le sue legioni. Bruto capì che non c’era più speranza e si suicidò con la sua spada. Con la sua morte terminò la resistenza dei cesaricidi e dei repubblicani.

La battaglia di Filippi fu una vittoria decisiva per i triumviri, che si spartirono il dominio dell’impero romano: Antonio ebbe l’Oriente, Ottaviano ebbe l’Occidente e Lepido ebbe l’Africa.

La guerra di Perugia, la resa dei conti con Antonio e la battaglia di Azio

Ottaviano dovette affrontare una sfida importante: i veterani delle legioni reclamavano terre in Italia e lui, in qualità di triumviro, fu chiamato a risolvere delle gravi contese territoriali. Il tutto fu aggravato dall’azione di Lucio Antonio, il fratello minore di Marco Antonio, che si era alleato con la moglie di quest’ultimo, Fulvia, per ostacolarlo.

La sfida si risolse nella guerra di Perugia nel 40 a.C., dopo che Lucio Antonio si era ribellato al potere di Ottaviano in Italia e si era rifugiato nella città di Perugia, dove fu assediato dalle truppe di Ottaviano per diversi mesi. La città resistette fino a quando la fame e la pestilenza non la costrinsero a capitolare. Ottaviano fece giustiziare molti dei difensori e confiscò le loro proprietà. Lucio Antonio fu perdonato e inviato in Spagna come governatore. Fulvia morì poco dopo, forse per una malattia o per il dispiacere

Il secondo triumvirato non durò a lungo, poiché i rapporti tra i suoi membri si deteriorarono rapidamente. Lepido fu escluso dal potere nel 36 a.C., dopo aver tentato di usurpare la Sicilia da Sesto Pompeo, il figlio di Pompeo Magno. Antonio si dedicò alla sua relazione con Cleopatra, la regina d’Egitto, con la quale ebbe tre figli e a cui donò molti territori orientali.

Inoltre, rinnegò il suo matrimonio con Ottavia minore, la sorella di Ottaviano, che aveva sposato nel 40 a.C. per suggellare la loro alleanza. Queste azioni suscitarono lo sdegno di Ottaviano, che lo accusò di tradire gli interessi di Roma e di voler instaurare una dinastia egiziana. Ottaviano ottenne dal Senato la dichiarazione di guerra contro Cleopatra, presentando il conflitto come una difesa della romanità contro il dispotismo straniero.

La guerra si decise nel 31 a.C., con una grande battaglia navale al largo del promontorio di Azio, sulla costa dell’Epiro. Le forze di Ottaviano erano comandate dal suo fedele generale Marco Vipsanio Agrippa, che disponeva di circa 400 navi e 80.000 soldati. Le forze di Antonio e Cleopatra erano composte da circa 480 navi, di cui 300 egiziane, e 84.000 soldati, in parte egiziani.

La battaglia fu vinta dalla flotta di Ottaviano, che si dimostrò più agile e manovrabile di quella avversaria, grazie anche all’uso dell’arpagone, un dispositivo per arpionare e abbordare le navi nemiche. Antonio e Cleopatra riuscirono a fuggire con una parte delle loro navi verso l’Egitto, ma furono inseguiti da Ottaviano.

Ottaviano entrò trionfalmente ad Alessandria nel 30 a.C., dopo aver sconfitto le ultime resistenze delle forze di Antonio e Cleopatra. I due amanti si suicidarono per evitare la cattura e l’umiliazione. L’Egitto fu annesso all’impero romano come provincia personale di Ottaviano, che ne controllava le immense ricchezze.

Con la morte di Antonio e Cleopatra terminò la guerra civile e Ottaviano rimase l’unico padrone dell’impero romano. Tuttavia, egli non si proclamò mai apertamente re o dittatore, ma preferì mantenere le forme della repubblica e governare come princeps, cioè il primo tra i cittadini. Questa forma di governo è nota come principato o monarchia repubblicana.

Il principato di Augusto

Il principato si basava su un complesso sistema di poteri e titoli che conferivano ad Ottaviano un’autorità superiore a quella degli altri magistrati repubblicani. Tra questi poteri spiccavano:

  • L’imperium proconsolare maius: il comando supremo su tutte le province e le legioni dell’impero, che permetteva ad Ottaviano di intervenire militarmente dove riteneva opportuno.
  • La tribunicia potestas: il potere dei tribuni della plebe, che garantiva ad Ottaviano l’inviolabilità personale, il diritto di veto sulle decisioni del Senato e dei magistrati, e l’iniziativa legislativa.
  • Il pontificato massimo: la carica religiosa più alta, che dava ad Ottaviano il controllo del culto pubblico e delle cerimonie sacre.
  • Il titolo di Augusto: un appellativo onorifico che significava “venerabile” o “sacro”, che esprimeva il prestigio e il consenso popolare di cui godeva Ottaviano.
  • Il titolo di imperator: un titolo militare che indicava il capo vittorioso delle legioni romane.
  • Il titolo di pater patriae: un titolo conferito dal Senato nel 2 a.C., che riconosceva ad Ottaviano il ruolo di protettore e benefattore della patria romana.

Ottaviano esercitava il suo potere in modo moderato e prudente, rispettando le istituzioni repubblicane e coinvolgendo il Senato e i magistrati nelle decisioni politiche. Egli si presentava come il restauratore della pace e dell’ordine dopo le guerre civili e come il promotore della prosperità e della grandezza dell’impero romano.

Riproduzione in resina bronzata dell’Imperatore Augusto

La riforma delle province

Augusto si rese conto che l’impero romano era troppo vasto e complesso per essere governato con il vecchio sistema delle province, che erano affidate a magistrati eletti dal Senato per un anno. Questo sistema era inefficiente e favoriva gli abusi e le estorsioni da parte dei governatori, che cercavano di arricchirsi il più possibile a spese delle popolazioni locali. Inoltre, alcune province erano più esposte alle minacce esterne e richiedevano una maggiore presenza militare e una maggiore attenzione politica.

Per questi motivi, Augusto decise di dividere le province in due categorie: le province senatorie e le province imperiali. Le prime erano quelle più antiche e pacificate, che non richiedevano una forte guarnigione militare. Queste province continuarono a essere governate da magistrati eletti dal Senato, che avevano il titolo di proconsoli o propretori.

Le seconde erano quelle più turbolente o minacciate da invasioni, che richiedevano una forte presenza militare e una maggiore attenzione politica. Queste province furono poste sotto il diretto controllo di Augusto, che ne nominava i governatori tra i suoi fedeli collaboratori. Questi avevano il titolo di legati imperiali e dipendevano direttamente dal princeps.

Augusto si riservò anche il controllo diretto dell’Egitto, la provincia più ricca e strategica dell’impero. L’Egitto era infatti il principale fornitore di grano per Roma e per le altre province. Inoltre, l’Egitto era la chiave per il controllo del Mediterraneo orientale e dei suoi traffici commerciali. Augusto governava l’Egitto come un suo possesso personale, senza concedere la cittadinanza romana ai suoi abitanti. I governatori dell’Egitto avevano il titolo di prefetti d’Egitto e dovevano essere di rango equestre, per evitare che potessero aspirare al potere imperiale.

La riforma delle province fu una delle più importanti opere di Augusto, perché permise di stabilizzare l’impero e di garantire una migliore amministrazione e una maggiore sicurezza alle popolazioni provinciali.

La riforma dell’esercito

Augusto si rese conto che l’esercito romano aveva bisogno di una profonda riforma, per renderlo più efficiente, più fedele e più disciplinato. L’esercito romano era infatti composto da troppe legioni, che erano state create durante le guerre civili e che erano spesso legate ai singoli generali piuttosto che allo stato. Inoltre, l’esercito romano era spesso coinvolto in rivolte e in richieste di aumenti salariali o di concessioni di terre.

Per questi motivi, Augusto decise di ridurre il numero delle legioni da 60 a 28 e di distribuirle lungo i confini dell’impero. Le legioni erano composte da soldati professionisti, reclutati tra i cittadini romani o tra gli alleati italici. Ogni legione aveva un numero fisso di 5.000 uomini, divisi in 10 coorti. Ogni coorte era composta da 6 centurie di 80 uomini ciascuna. Ogni legione aveva anche un contingente ausiliario di cavalleria e di fanteria leggera, reclutato tra i provinciali non cittadini.

Augusto stabilì anche che i soldati dovessero prestare servizio per 20 anni e poi ricevere una pensione o un appezzamento di terra. Per finanziare queste ricompense, Augusto creò un fondo speciale, chiamato aerarium militare, alimentato dalle tasse sulle vendite e dalle confische dei beni dei proscritti.

Augusto creò anche un corpo di guardia personale, i pretoriani, che avevano il compito di proteggere il princeps e la sua famiglia. I pretoriani erano composti da nove coorti di 1.000 uomini ciascuna, reclutati tra i migliori soldati delle legioni. I pretoriani erano al comando di un prefetto del pretorio, che era uno dei più fidati collaboratori di Augusto.

Augusto creò anche una flotta permanente, che aveva il compito di controllare il Mediterraneo e i suoi traffici commerciali. La flotta era divisa in due squadre principali: la classis Misenensis, con base a Miseno nel golfo di Napoli; e la classis Ravennatis, con base a Ravenna nell’Adriatico. Ogni squadra aveva circa 200 navi da guerra, chiamate liburne.

La riforma dell’esercito fu una delle più importanti opere di Augusto, perché permise di rendere l’esercito più efficiente, più fedele e più disciplinato. Inoltre, permise ad Augusto di consolidare il suo potere personale e di difendere l’impero dalle minacce esterne.

La riforma della monetazione

Augusto si rese conto che il sistema monetario romano aveva bisogno di una profonda riforma, per garantire una maggiore stabilità e uniformità delle monete in circolazione. Il sistema monetario romano era infatti basato su tre tipi di metalli: il bronzo, l’argento e l’oro. Il bronzo era usato per le monete di minor valore, come l’asse e i suoi sottomultipli. L’argento era usato per il denario, la moneta più diffusa e usata per i pagamenti ordinari. L’oro era usato per l’aureo, la moneta più preziosa e usata per le grandi transazioni.

La riforma monetaria di Augusto del 15 a.C. prevedeva che la coniazione delle monete in oro ed argento fosse controllata direttamente dall’imperatore, mentre il senato controllava la coniazione dei valori minori in bronzo. In questo modo, Augusto si assicurava il monopolio della produzione delle monete più importanti e influenti, che poteva usare anche come strumento di propaganda politica e di legittimazione del suo potere. Il senato, invece, manteneva una certa autonomia nella gestione delle monete di bronzo, che avevano un valore più basso e una circolazione più limitata.

La riforma monetaria di Augusto stabilì anche il rapporto fisso tra i diversi tipi di monete e i loro pesi. Un aureo d’oro pesava 8 grammi ed era equivalente a 25 denari d’argento. Un denario d’argento pesava 3,9 grammi ed era equivalente a 16 assi di bronzo. Un asse di bronzo pesava 11,4 grammi ed era equivalente a 12 once di bronzo.

La riforma monetaria di Augusto fu una delle più importanti opere di Augusto, perché permise di garantire una maggiore stabilità e uniformità delle monete in circolazione. Inoltre, permise ad Augusto di esercitare un maggiore controllo sulla produzione e sulla distribuzione delle monete più importanti e influenti.

La riforma della religione

La religione romana aveva bisogno di una profonda riforma, per rafforzare il legame tra i cittadini e gli dei e per garantire l’ordine e la prosperità dell’impero. La religione romana era infatti basata sul rispetto dei mos maiorum, le tradizioni degli antenati, e sul culto degli dei che presiedevano a ogni aspetto della vita pubblica e privata.

Tuttavia, con l’espansione dell’impero e il contatto con altre culture, la religione romana aveva subito un processo di sincretismo e di decadenza morale. Molti romani erano attratti dalle religioni orientali, come quella egiziana o quella misterica, che promettevano una salvezza personale e una vita ultraterrena. Altri romani erano influenzati dalla filosofia greca, che metteva in discussione l’esistenza e la potenza degli dei.

La riforma della religione di Augusto prevedeva il restauro del culto tradizionale romano, basato sul rispetto degli dei e degli antenati. Augusto fece ricostruire molti templi antichi e ne fece erigere di nuovi, come il Pantheon, dedicato a tutti gli dei. Favorì anche il culto imperiale, cioè la venerazione della sua persona e della sua famiglia come divinità protettrici dell’impero. Inoltre, cercò di contrastare le religioni orientali, che riteneva pericolose per l’ordine pubblico e per la moralità romana.

La riforma della religione di Augusto fu una delle più importanti opere di Augusto, perché permise di rafforzare il legame tra i cittadini e gli dei e di garantire l’ordine e la prosperità dell’impero. Inoltre, permise ad Augusto di esercitare un maggiore controllo sulla religione come strumento di propaganda politica e di legittimazione del suo potere.

Le leggi moralizzatrici

Il Princeps lavorò di pari passo per rafforzare i valori morali della società romana, basati sulla famiglia, sul matrimonio, sulla fedeltà coniugale e sulla procreazione. La morale romana era infatti minata dal lusso, dalla corruzione, dall’adulterio e dalla sterilità che caratterizzavano le classi più ricche e influenti. Molti romani erano attratti dalle mode e dai costumi orientali, che promuovevano una vita dissoluta e licenziosa.

La riforma della morale di Augusto prevedeva l’emanazione di leggi che premiavano i cittadini che si sposavano e avevano figli e che punivano quelli che rimanevano celibi o adulteri. Queste leggi erano chiamate leges Iuliae e includevano la lex Iulia de maritandis ordinibus (18 a.C.), che stabiliva dei privilegi per i coniugi con figli e delle sanzioni per i celibi; la lex Iulia de adulteriis coercendis (17 a.C.), che puniva severamente l’adulterio e il concubinato; la lex Papia Poppaea (9 d.C.), che estendeva le disposizioni delle leggi precedenti anche ai liberti e ai non cittadini.

La riforma della morale di Augusto prevedeva anche di limitare il lusso e la corruzione tra le classi più ricche e di incentivare la beneficenza e la filantropia tra i cittadini più abbienti. Augusto diede l’esempio personale, vivendo in modo sobrio e modesto, donando parte delle sue ricchezze al popolo e alle province, promuovendo opere pubbliche di utilità sociale.

La politica estera di Augusto

Augusto non si limitò a riformare l’impero romano dal punto di vista interno, ma si occupò anche di consolidare e ampliare i suoi confini dal punto di vista esterno. La politica estera di Augusto fu caratterizzata da una combinazione di diplomazia e forza militare, che gli permise di mantenere la pace e la stabilità all’interno dell’impero romano.

Tra le principali azioni di politica estera di Augusto possiamo ricordare:

  • La sottomissione delle aree interne: Augusto completò la conquista della Spagna, pacificando le popolazioni del nord della penisola (Cantabri, Asturi, Baschi) tra il 20 e il 19 a.C. con l’opera di Vipsanio Agrippa. Sottomise anche le tribù alpine che controllavano i passi montani e minacciavano le comunicazioni tra l’Italia e le province transalpine (Salassi, Camuni, Venni, Taurisci, Rezi, Vindelici) tra il 25 e il 16 a.C. con l’opera di vari generali. Fondò nuove province (Alpi Marittime, Alpi Pennine, Alpi Graie, Alpi Cozie, Norico, Rezia) e nuove città (Augusta Praetoria Salassorum, Augusta Vindelicorum).
  • La frontiera danubiana: Augusto sottomise la Pannonia (tra Slovenia e Ungheria) tra il 12 e il 9 a.C. con l’opera di Tiberio e Druso maggiore. Fondò la provincia di Pannonia e stabilì il Danubio come confine naturale dell’impero. Sottomise anche la Dacia (attuale Romania) tra il 10 a.C. e il 6 d.C. con l’opera di Marco Vinicio e Marco Crasso. Uccise tre re dei Daci (Cotiso, Comosicus, Duras) e respinse le loro incursioni nel territorio romano.
  • La frontiera renana e la Germania Magna: Augusto respinse i Germani al di là del Reno tra il 12 a.C. e il 9 d.C. con l’opera di Druso maggiore e Tiberio. Sottomise diverse tribù germaniche (Sugambri, Usipeti, Tencteri, Frisi, Catti) e stabilì l’Elba come confine naturale dell’impero. Tuttavia, nel 9 d.C., una rivolta guidata da Arminio portò alla disfatta delle legioni romane nella battaglia della foresta di Teutoburgo. Augusto rinunciò al progetto di conquistare la Germania Magna e si limitò a difendere il Reno con una serie di fortificazioni.
  • La frontiera africana: Augusto sottomise le popolazioni della Mauretania (attuali Marocco e Algeria) tra il 25 e il 23 a.C. con l’opera di Gaio Cornelio Gallo. Annessa la Numidia alla provincia d’Africa nel 25 a.C., creò due nuove province: Mauretania Tingitana e Mauretania Caesariensis

Il problema della successione

Augusto si trovò a dover affrontare il problema della successione durante quasi tutto il suo principato. La sua prima preoccupazione era di evitare che alla sua morte il Senato nominasse qualche esponente della nobiltà nostalgico della repubblica. Augusto cercò costantemente, nel corso degli anni, un erede appartenente alla propria famiglia, che potesse continuare la sua opera e garantire la stabilità dell’impero.

Augusto ebbe tre mogli, ma non una discendenza diretta maschile. La sua prima moglie, Clodia Pulcra, gli diede una figlia, Giulia maggiore, che sposò in prime nozze Marco Claudio Marcello, nipote di Augusto. Marcello morì nel 23 a.C., senza lasciare figli. La seconda moglie di Augusto, Scribonia, gli diede una seconda figlia, Giulia minore, che sposò in prime nozze Lucio Emilio Paolo, figlio dell’omonimo console caduto a Canne. Paolo morì nel 14 a.C., lasciando due figli: Emilio Paolo e Cornelia Scipione. La terza moglie di Augusto, Livia Drusilla, gli portò due figliastri: Tiberio e Druso maggiore, nati dal primo matrimonio con Tiberio Claudio Nerone.

Augusto cercò di designare come successore uno dei suoi parenti più stretti, seguendo una politica dinastica che si basava sull’adozione e sul matrimonio. In un primo tempo, Augusto pensò di designare come successore Agrippa, suo fedele collaboratore e generale vittorioso. Fece sposare Agrippa con la figlia Giulia maggiore nel 21 a.C., dopo averla fatta divorziare dal secondo marito Marco Vipsanio Agrippa. Da questo matrimonio nacquero cinque figli: Gaio Cesare, Lucio Cesare, Agrippina maggiore, Agrippa Postumo e Giulia minore. Augusto adottò i due figli maschi maggiori, Gaio e Lucio Cesare, nel 17 a.C., conferendo loro il titolo di principi della gioventù e il diritto di succedergli. Tuttavia, Agrippa morì nel 12 a.C., e i due figli adottivi morirono prematuramente: Lucio nel 2 d.C. e Gaio nel 4 d.C.

In un secondo tempo, Augusto pensò di designare come successore Tiberio, il figlio maggiore di Livia. Fece sposare Tiberio con la figliastra Giulia minore nel 11 a.C., dopo averlo fatto divorziare dalla prima moglie Vipsania Agrippina (figlia di Agrippa). Da questo matrimonio non nacquero figli. Augusto adottò Tiberio nel 4 d.C., a condizione che questi adottasse a sua volta il fratello minore di Gaio e Lucio Cesare: Agrippa Postumo. Tuttavia, Agrippa Postumo morì nel 12 a.C., e i due figli adottivi morirono prematuramente: Lucio nel 2 d.C. e Gaio nel 4 d.C.

In un terzo tempo, Augusto pensò di designare come successore Germanico, il nipote di Tiberio e figlio di Druso maggiore e Antonia minore (figlia di Marco Antonio e Ottavia minore). Germanico era un generale valoroso e popolare, che aveva combattuto in Germania e in Oriente. Augusto lo fece adottare da Tiberio nel 4 d.C., conferendogli il titolo di cesare e il diritto di succedergli. Tuttavia, Germanico morì nel 19 d.C., forse avvelenato dal governatore della Siria Gneo Calpurnio Pisone.

Il problema della successione di Augusto fu uno dei più difficili da risolvere per il primo imperatore romano. Nonostante i suoi sforzi per creare una dinastia stabile e legittima, Augusto dovette affrontare la morte prematura o l’esilio dei suoi possibili eredi. Alla fine, fu Tiberio a succedergli nel 14 d.C., ma senza avere la stessa autorità e prestigio del suo predecessore.

La morte di Augusto

Augusto morì a Nola il 19 agosto del 14 d.C., verso le nove di sera, a quasi settantasei anni. Era andato a visitare il mausoleo del padre adottivo Gaio Giulio Cesare e poi si era recato nella villa di suo padre biologico Gaio Ottavio, dove si ammalò improvvisamente. Secondo Svetonio, le sue ultime parole furono: “Se la recita vi è piaciuta, allora applaudite”.

Augusto fu sepolto nel mausoleo che aveva fatto costruire per sé e per la sua famiglia sul Campo Marzio a Roma. Il Senato lo deificò e gli dedicò un tempio sul Palatino.

Il suo testamento nominava come suo erede universale Tiberio, che aveva adottato nel 4 d.C., e come eredi secondari i figli di Germanico: Nerone Cesare e Druso Cesare. Augusto lasciò anche una somma di denaro al popolo romano, ai soldati e ai pretoriani, e una raccolta di scritti in cui riassumeva le sue opere e i suoi meriti.

Augusto fu il primo e il più grande imperatore romano. Con le sue riforme politiche, amministrative, militari, religiose e culturali, trasformò la repubblica romana in un impero stabile e prospero. Con la sua politica estera, consolidò e ampliò i confini dell’impero, garantendo una lunga pace interna e esterna.

Con il suo mecenatismo, favorì lo sviluppo delle arti e delle lettere, inaugurando l’età d’oro della cultura latina. Con il suo carisma e la sua autorità, si guadagnò il rispetto e l’ammirazione dei suoi contemporanei e dei posteri.

Bibliografia

Per approfondire l’articolo, si possono consultare le seguenti fonti:

  • Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, traduzione di Domenico Musti, Milano, Mondadori, 1997.
  • Tacito, Annales, I-VI, traduzione di Giuseppe Cazzaniga, Torino, Einaudi, 1978.
  • Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XLV-LVI, traduzione di Giuseppe Stocchi e Giuseppe Ricciotti, Roma-Bari, Laterza, 1975-1976.
  • Ronald Syme, La rivoluzione romana, traduzione di Maria Grazia Ciani e Maria Teresa Schettino, Torino, Einaudi, 1993.
  • Werner Eck, Augusto e il suo tempo, traduzione di Anna Maria Biraschi e Giuseppe Zecchini, Bologna, Il Mulino, 2000.

I gradi dell’esercito romano e della legione

L’esercito romano fu una delle forze militari più potenti e longeve della storia antica. Servì l’antica Roma nella serie di campagne militari che caratterizzarono la sua espansione, dall’epoca dei sette re, alla Repubblica romana e all’epoca imperiale fino al definitivo declino.

L’esercito romano era composto da varie componenti: le legioni di cittadini romani, i federati o le truppe ausiliarie, la flotta ravennate, di Miseno oltre a quelle fluviali e le guarnigioni di Roma (guardia pretoriana, coorti urbane e corpo dei vigili).

Nel corso di una lunghissima storia, l’esercito romano conobbe una continua evoluzione strutturale che ne modificò profondamente l’organizzazione militare e la stessa costituzione. All’interno dei massimi livelli di entrambe le branche, le trasformazioni strutturali occorsero sia in conseguenza di effettive riforme militari, sia per l’emergere di naturali evoluzioni strutturali.

L’esercito romano fu la chiave del successo di Roma nel dominare il mondo antico. Grazie alla sua disciplina, al suo addestramento, alla sua tattica, alla sua logistica e alla sua innovazione tecnologica, l’esercito romano fu in grado di sconfiggere nemici più numerosi e diversificati, di conquistare vasti territori e di assicurare la pace e la sicurezza delle province.

L’esercito romano fu anche un fattore di integrazione culturale e sociale, poiché reclutava soldati dalle popolazioni sottomesse e le rendeva partecipi della cittadinanza e dei benefici dell’impero. L’esercito romano fu infine un elemento di stabilità politica e di legittimazione del potere imperiale, ma anche di crisi e di conflitto quando i suoi comandanti si ribellarono o si contendevano il trono.

In questo articolo esamineremo i principali gradi degli ufficiali militari romani e le loro funzioni. Per la spiegazione utilizzeremo solamente le fonti antiche, che poi citeremo in fondo all’articolo come elenco puntato.

I tirones: le reclute

I tirones erano i soldati novizi che si arruolavano nell’esercito romano per un periodo di 25 anni. Erano sottoposti a un duro addestramento fisico e morale, che li preparava a combattere in ordine serrato e a obbedire ai comandi. I tirones dovevano anche imparare le norme e i rituali dell’esercito, come il saluto, il giuramento, le marche, le fortificazioni, le punizioni e le ricompense. I tirones ricevevano un’equipaggiamento standard composto da elmo, corazza, scudo, spada, pugnale e pilum (un giavellotto). I tirones erano assegnati a una centuria, la più piccola unità tattica dell’esercito romano.

Il legionario romano o miles

Il legionario romano era il soldato professionista che aveva superato il periodo di prova come tirone. Era un cittadino romano che godeva di diritti e privilegi rispetto alle truppe ausiliarie. Il legionario era addestrato a combattere in formazione chiusa con gli altri membri della sua centuria e della sua coorte (dieci centurie).

Il legionario era anche abile nel combattimento individuale con la spada (gladio) e il pugnale (pugio). Il legionario era sottoposto alla disciplina ferrea del suo centurione e doveva rispettare il codice d’onore dell’esercito. Il legionario riceveva una paga regolare (stipendium) e poteva beneficiare di donativi (dona) o di bottini (praeda) in caso di vittoria. Al termine del servizio, il legionario riceveva una pensione (aerarium militare) o un appezzamento di terra (ager publicus) come ricompensa.

Gli immunes

Gli immunes erano i soldati che avevano una qualifica o una specializzazione che li esentava dai lavori faticosi o pericolosi dell’esercito. Gli immunes potevano essere artigiani (fabri), ingegneri (architecti), medici (medici), segretari (librarii), trombettieri (cornicines), portabandiera (signiferi), messaggeri (speculatores), esploratori (exploratores), interpreti (interpretes) o agenti segreti (frumentarii). Gli immunes erano al servizio del comandante della legione o della coorte e ricevevano una paga maggiore rispetto ai legionari ordinari.

I Principales

I Principales erano i sottufficiali dell’esercito romano che avevano una funzione di comando o di supervisione sulle truppe. I Principales potevano essere capicenturia (centuriones), capicoorte (praefecti cohortis), capilegione (primus pilus), capicavalleria (praefectus alae), capiflotta (praefectus classis) o capiprovincia (praeses provinciae). I Principales erano scelti tra i soldati più esperti e meritevoli e ricevevano una paga molto più alta rispetto ai legionari ordinari. I Principales godevano anche di maggior prestigio e autorità all’interno dell’esercito.

Il centurione

Il centurione era il comandante di una centuria, composta da 80 soldati. Il centurione era responsabile dell’addestramento, della disciplina, della morale e del combattimento dei suoi uomini. Il centurione era anche il rappresentante dei suoi soldati davanti ai superiori e agli altri reparti. Il centurione doveva essere un soldato valoroso, abile, leale e rispettoso delle leggi militari.

Il centurione indossava un elmo crestato trasversalmente, una corazza decorata con medaglie (phalerae), un bastone da comando (vitis) e una spada corta al fianco destro. Il centurione combatteva in prima linea con i suoi uomini e spesso decideva l’esito delle battaglie con il suo esempio.

Come dimostrano questi diversi ruoli, il termine centurione copriva una gamma di gradi diversi nei termini odierni, piuttosto che essere quello che riconosciamo come un unico ruolo.

Il centurione primipilo

Il centurione primipilo era il capo dei centurioni della prima coorte della legione, composta dalle dieci centurie più forti ed esperte. Il primipilo era il più alto grado tra i sottufficiali ed era scelto tra i centurioni più anziani e meritevoli. Il primipilo aveva il compito di guidare la prima coorte in battaglia e di consigliare il comandante della legione nelle questioni militari. Il primipilo riceveva una paga 60 volte superiore a quella dei legionari ordinari ed era considerato quasi alla pari degli ufficiali superiori.

Il tribuno angusticlavio

Il tribuno angusticlavio era uno degli ufficiali superiori dell’esercito romano che apparteneva all’ordine equestre, la seconda classe sociale dopo quella senatoria. Il tribuno angusticlavio comandava una delle sei coorti della legione ed era subordinato al tribuno laticlavio e al legato della legione.

Il tribuno angusticlavio indossava una tunica con una striscia stretta (angustus clavus) che lo distingueva dagli altri ufficiali. Il tribuno angusticlavio era normalmente un uomo di circa trent’anni che aveva già servito come prefetto di una coorte ausiliaria o di una unità di cavalleria. Il tribuno angusticlavio aveva il compito di dirigere le operazioni militari della sua coorte e di collaborare con gli altri tribuni e il legato.

Il tribuno angusticlavio riceveva una paga 40 volte superiore a quella dei legionari ordinari ed era considerato un ufficiale di carriera.

I Praefecti

I praefecti erano gli ufficiali che comandavano le unità ausiliarie dell’esercito romano, composte da soldati non cittadini reclutati dalle province. I praefecti potevano essere di due tipi: praefectus cohortis, che comandava una coorte ausiliaria di fanteria o mista di fanteria e cavalleria, e praefectus alae, che comandava un’ala di cavalleria.

I praefecti erano normalmente di rango equestre e avevano una carriera militare di circa 20 anni. I praefecti avevano il compito di addestrare, disciplinare e guidare i loro soldati in battaglia, spesso in supporto alle legioni. I praefecti ricevevano una paga 30 volte superiore a quella dei legionari ordinari ed erano rispettati come ufficiali esperti.

Il praefectus castrorum

I praefectus castrorum erano gli ufficiali che erano responsabili dell’accampamento (castrum) di una legione. I praefectus castrorum erano il terzo ufficiale nella gerarchia legionaria, dopo il legato della legione e il tribuno laticlavio. I praefectus castrorum erano normalmente soldati promossi dal centurionato, avendo già servito come primus pilus, il capo dei centurioni della prima coorte. I praefectus castrorum avevano il compito di addestrare, equipaggiare e mantenere i soldati, di costruire e difendere l’accampamento e di comandare la legione in assenza dei superiori. I praefectus castrorum ricevevano una paga 60 volte superiore a quella dei legionari ordinari ed erano premiati con donativi per i loro meriti.

Il praefectus fabrum

I praefectus fabrum erano gli ufficiali che erano responsabili degli artigiani (fabri) dell’esercito romano. I praefectus fabrum erano normalmente di rango equestre e avevano una carriera militare indipendente da quella legionaria. I praefectus fabrum avevano il compito di fornire le macchine d’assedio e da lancio, le armi, le armature, gli utensili e le opere di ingegneria necessarie all’esercito. I praefectus fabrum collaboravano con i comandanti delle legioni e delle province per le operazioni militari e le costruzioni civili. I praefectus fabrum ricevevano una paga 30 volte superiore a quella dei legionari ordinari ed erano rispettati come ufficiali tecnici.

Il tribuno laticlavio

Il tribuno laticlavio era uno degli ufficiali superiori dell’esercito romano che apparteneva all’ordine senatorio, la prima classe sociale di Roma. Il tribuno laticlavio era il secondo in comando di una legione, dopo il legato della legione. Il tribuno laticlavio indossava una tunica con una striscia larga (latus clavus) che lo distingueva dagli altri ufficiali.

Il tribuno laticlavio era normalmente un giovane senatore che aveva già ricoperto la carica di questore e che aspirava a diventare pretore e console. Il tribuno laticlavio aveva il compito di assistere il legato della legione nelle questioni militari e amministrative, di comandare una coorte della legione e di sostituire il legato in sua assenza. Il tribuno laticlavio riceveva una paga 50 volte superiore a quella dei legionari ordinari ed era considerato un ufficiale di prestigio.

Il legatus legionis

Il legatus legionis era il comandante supremo di una legione romana. Il legatus legionis era un ex console o un ex pretore che apparteneva all’ordine senatorio e che era nominato direttamente dall’imperatore.

Il legatus legionis aveva il compito di dirigere le operazioni militari della sua legione e di coordinarsi con gli altri comandanti delle province e delle armate. Il legatus legionis aveva anche la responsabilità civile della sua zona di competenza e poteva emettere editti e giudicare le cause. Il legatus legionis riceveva una paga 100 volte superiore a quella dei legionari ordinari ed era considerato il rappresentante dell’imperatore sul campo.

Questi sono i principali gradi dell’esercito romano che abbiamo esaminato in questo articolo. Come abbiamo visto, l’esercito romano era una macchina organizzata e gerarchica che richiedeva abilità, esperienza, disciplina e lealtà da parte dei suoi membri. L’esercito romano fu anche un mezzo di promozione sociale e politica per molti uomini che si distinsero per il loro valore e il loro servizio. L’esercito romano fu infine uno strumento di potere e di gloria per Roma e per i suoi imperatori.

Fonti

  • Cesare, De bello Gallico, I-VIII
  • Livio, Ab Urbe condita, I-X
  • Polibio, Storie, III-VI
  • Sallustio, Bellum Iugurthinum, 17-114
  • Tacito, Annales, I-IV
  • Vegezio, Epitoma rei militaris, I-IV

Le guerre sannitiche. Romani contro Sanniti

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Le guerre sannitiche furono tre conflitti tra la Repubblica romana e i Sanniti, una popolazione che viveva su una parte degli Appennini meridionali, tra il IV e il III secolo a.C. La prima di queste guerre fu il risultato dell’intervento di Roma per salvare la città campana di Capua, che era stata attaccata dai Sanniti.

La seconda guerra fu causata dalla fondazione di una colonia romana a Fregellae, sul fiume Liri, che minacciava il territorio sannita. La terza guerra fu scatenata dall’alleanza dei Sanniti con altri popoli italici, come gli Etruschi, gli Umbri e i Galli Senoni, contro Roma. Queste guerre furono decisive per l’espansione di Roma in Italia e per la sua trasformazione da città-stato a potenza regionale.

Tra le battaglie più importanti di queste guerre ci furono quelle di Monte Gaurio (343 a.C.), Saticula (343 a.C.), Suessula (343 a.C.), Plistica (324 a.C.), le Forche Caudine (321 a.C.), Luceria (320 a.C.), Bovianum (318 a.C.), Sentino (295 a.C.) e Aquilonia (293 a.C.).

Tra i generali romani che si distinsero ci furono Quinto Fabio Massimo Rulliano, Quinto Aulio Cerretano, Marco Valerio Corvo, Publio Decio Mure e Marco Furio Camillo. Tra i capi sanniti ci furono Gavio Ponzio, Statilio Crito e Gaio Ponzio Telesino.

La prima guerra sannitica (343-341 a.C.)

La prima guerra sannitica scoppiò nel 343 a.C., quando i Sanniti attaccarono la città di Capua, alleata di Roma. Secondo lo storico romano Livio, i Campani chiesero aiuto a Roma, che inviò due consoli con due eserciti per soccorrerli. Tuttavia, questa versione è messa in dubbio da alcuni studiosi moderni, che ritengono che Roma fosse interessata a espandersi in Campania e che avesse provocato i Sanniti con la sua presenza militare.

I Romani affrontarono i Sanniti in tre battaglie: a Monte Gaurio, a Saticula e a Suessula. In tutte e tre le occasioni, i Romani ebbero la meglio sui loro avversari, grazie alla loro superiore disciplina e organizzazione. Tra i generali romani che si distinsero ci furono Quinto Fabio Massimo Rulliano e Quinto Aulio Cerretano.

La prima guerra sannitica si concluse nel 341 a.C., con un trattato di pace tra Roma e i Sanniti. I motivi di questa rapida conclusione sono incerti, ma potrebbero essere legati alla rivolta dei Latini contro Roma, che costrinse i Romani a concentrare le loro forze su un altro fronte. Alcuni storici moderni mettono in dubbio anche l’esistenza stessa di questa guerra, ritenendola una ricostruzione artificiale basata su fonti tardive e poco affidabili.

La seconda guerra sannitica (326-304 a.C.)

La seconda guerra sannitica scoppiò nel 326 a.C., quando i Romani fondarono una colonia a Fregellae, sul fiume Liri, che controllava l’accesso alla valle del Volturno e al territorio sannita. I Sanniti reagirono assediando la città di Neapolis (l’odierna Napoli), alleata di Roma. I Romani intervennero per liberare la città e dichiararono guerra ai Sanniti.

I primi anni di guerra furono caratterizzati da una serie di operazioni militari in Campania e nel Sannio, senza risultati decisivi. I Romani riuscirono a conquistare alcune città sannite, come Allifae e Calatia, ma subirono anche delle sconfitte, come quella di Plistica nel 324 a.C.

Nel 322 a.C., i Romani subirono una grave umiliazione alle Forche Caudine, dove due consoli con due eserciti furono circondati dai Sanniti e costretti a passare sotto il giogo (un arco formato da lance) come segno di resa.

Dopo le Forche Caudine, i Romani rifiutarono di riconoscere il trattato imposto dai Sanniti e ripresero le ostilità con rinnovato vigore. Tra il 321 e il 316 a.C., i Romani ottennero diverse vittorie sui Sanniti, tra cui quelle di Luceria (320 a.C.), Saticula (319 a.C.), Bovianum (318 a.C.) e Nuceria Alfaterna (316 a.C.). Inoltre, i Romani rafforzarono il loro controllo sulla Campania con la fondazione di colonie a Cales (334 a.C.) e Suessa Aurunca (313 a.C)

Ecco un articolo sulla terza guerra sannitica, basato sulla fonte di Wikipedia.

La terza guerra sannitica (298-290 a.C.)

La terza guerra sannitica fu l’ultimo tentativo dei Sanniti di resistere alla dominazione romana in Italia. Essa scoppiò nel 298 a.C., quando i Sanniti si allearono con altri popoli italici, come gli Etruschi, gli Umbri e i Galli Senoni, contro Roma. Questa coalizione fu motivata dal desiderio di contrastare l’egemonia romana in Italia e di difendere la propria indipendenza.

La guerra ebbe inizio quando i Lucani, una popolazione che viveva nell’Italia meridionale, chiesero aiuto a Roma contro un attacco dei Sanniti. Roma intervenne e dichiarò guerra ai Sanniti. Contemporaneamente, Roma dovette affrontare anche una guerra con gli Etruschi, che erano entrati in conflitto con i Piceni, alleati di Roma. La situazione era quindi complessa per i Romani, che dovettero combattere su due fronti.

Tra il 297 e il 290 a.C., la guerra si svolse su diversi fronti: in Etruria, in Umbria, nel Piceno, nel Sannio e nell’Apulia. I Romani dovettero affrontare una situazione difficile, ma riuscirono a ottenere dei successi grazie alla loro superiorità numerica e organizzativa. Tra le battaglie più importanti di questo periodo ci furono quelle di Sentino (295 a.C.), dove i Romani sconfissero la coalizione etrusco-umbro-gallica, e di Aquilonia (293 a.C.), dove i Romani inflissero una dura sconfitta ai Sanniti.

La battaglia di Sentino fu il momento decisivo della guerra. Essa si svolse nel 295 a.C., presso l’omonima località dell’Umbria. I Romani schierarono due eserciti comandati dai consoli Publio Decio Mure e Quinto Fabio Massimo Rulliano. I loro avversari erano i Sanniti guidati da Gaio Ponzio Telesino, gli Etruschi guidati da Gneo Fulvio Massimo Centumalo, gli Umbri e i Galli Senoni.

La battaglia fu molto combattuta e vide l’eroico sacrificio del console Decio Mure, che si offrì in devotio agli dei per assicurare la vittoria ai Romani. Dopo ore di lotta, i Romani riuscirono a rompere le linee nemiche e a metterle in fuga. I nemici persero circa 25.000 uomini tra morti e prigionieri, mentre i Romani ne persero circa 8.000.

La battaglia di Aquilonia fu l’ultima grande battaglia della guerra. Essa si svolse nel 293 a.C., presso l’omonima città del Sannio. I Romani schierarono due eserciti comandati dai consoli Lucio Papirio Cursore e Spurio Carvilio Massimo. I loro avversari erano i Sanniti guidati da Statilio Crito.

La battaglia fu breve ma sanguinosa. I Romani attaccarono con forza le linee sannite e le travolsero. I Sanniti persero circa 20.000 uomini tra morti e prigionieri, mentre i Romani ne persero circa 1.200.

Le conseguenze

La terza guerra sannitica si concluse nel 290 a.C., con la resa dei Sanniti ai Romani. Questa guerra segnò la fine della resistenza dei Sanniti e la loro sottomissione a Roma. I Romani ottennero il controllo di gran parte dell’Italia centrale e meridionale, estendendo la loro influenza fino al mare Adriatico e al mare Ionio. I Romani consolidarono il loro dominio con la fondazione di colonie come Venusia (291 a.C.) e Hadria (289 a.C.).

Questa guerra fu anche importante per la formazione dell’esercito romano, che adottò alcune innovazioni tattiche e organizzative dai Sanniti, come la formazione manipolare, lo scudo ellittico e il giavellotto. Inoltre, questa guerra vide l’emergere di alcuni grandi condottieri romani, come Fabio Massimo Rulliano e Decio Mure.

Questa guerra fu anche l’ultima delle guerre sannitiche, che avevano visto Roma e i Sanniti contendersi per oltre cinquant’anni il predominio sull’Italia centrale e meridionale. Queste guerre furono decisive per la storia di Roma e dell’Italia antica, poiché determinarono l’affermazione di Roma come potenza regionale e la sua trasformazione da città-stato a repubblica imperiale.

Fonti

  • Tito Livio, Ab Urbe Condita, libri VII-X
  • Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, libri XIV-XVIII
  • Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, libri XIX-XXI
  • Polibio, Storie, libri II-III
  • Appiano di Alessandria, Storia Romana, libro I
  • Plutarco, Vite Parallele, vita di Fabio Massimo e vita di Decio Mure
  • Floro, Epitome de Tito Livio Bellorum Omnium Annorum DCC Libri Duo, libro I
  • Eutropio, Breviarium ab Urbe Condita, libro II

Pompei, trovati due scheletri nello scavo dei Casti Amanti

I lavori di scavo a Pompei non si fermano e continuano a rivelare nuovi tesori. Gli archeologi hanno recentemente scoperto i resti di due individui all’interno dell’Insula dei Casti Amanti. Dalle indagini condotte è emerso che queste due persone, presumibilmente uomini adulti di oltre 50 anni, sono morte a causa delle ferite riportate durante il terremoto che ha preceduto l’eruzione del 79 d.C.

Secondo il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, le moderne tecniche di scavo stanno contribuendo a comprender sempre meglio l’incredibile tragedia che ha completamente distrutto la città di Pompei in soli due giorni, causando la morte di molti dei suoi abitanti. Durante una discussione sul campo, mentre recuperavano i due scheletri, uno degli archeologi ha pronunciato una frase che ha colpito profondamente: “questo siamo noi”. Queste parole sintetizzano forse la storia di Pompei, in quanto gli avanzi delle tecniche moderne non ci permettono mai di dimenticare l’aspetto umano di questa tragedia, ma anzi ce lo mostrano con maggiore chiarezza.

La domus in cui sono stati trovati i resti ospitava un grande panificio industriale con un forno, aree dedicate alla preparazione del pane, magazzini, un punto vendita e una stalla. In passato erano già stati rinvenuti gli scheletri dei muli utilizzati per queste attività. La casa apparteneva a un ricco fornaio e prendeva il nome da un affresco scoperto nella sala da pranzo, raffigurante due amanti che si trovavano insieme in modo casto.

I resti sono stati scoperti durante i lavori di messa in sicurezza, rifacimento delle coperture e riprofilatura dei fronti di scavo dell’insula. I due corpi erano distesi su un lato, in un ambiente di servizio, che all’epoca era probabilmente in disuso per lavori di riparazione o ristrutturazione in corso nella casa. Si erano rifugiati lì in cerca di protezione.

Durante la rimozione delle vertebre cervicali e del cranio di uno dei due scheletri, sono state scoperte tracce di materiale organico, probabilmente un involto di stoffa. All’interno dell’involto sono state trovate cinque perle di vetro, che sembrano far parte di una collana, e sei monete. Due delle monete sono in argento e risalgono a epoche diverse: una è un denario repubblicano databile alla metà del II secolo a.C., mentre l’altra è un denario più recente, coniato durante il regno di Vespasiano. Le altre quattro monete sono in bronzo e sono anch’esse state coniate durante il principato di Vespasiano.

Nella stanza in cui giacevano i corpi sono stati trovati anche alcuni oggetti: un’anfora verticale appoggiata al muro nell’angolo vicino a uno dei corpi e una collezione di vasi, ciotole e brocche accatastata contro la parete di fondo. Sono evidenti

i danni subiti da due pareti, probabilmente a causa dei terremoti che hanno accompagnato l’eruzione. Una parte della parete sud della stanza è crollata, colpendo uno degli uomini il cui braccio alzato sembra un vano tentativo di proteggersi dalla caduta dei detriti. La parete ovest, invece, mostra la drammatica forza dei terremoti, poiché l’intera sezione superiore si è staccata e è precipitata nella stanza, seppellendo l’altro individuo.

Il ritrovamento dei resti di questi due abitanti di Pompei, avvenuto durante i lavori nell’Insula dei Casti Amanti, dimostra quanto ancora ci sia da scoprire riguardo alla terribile eruzione del 79 d.C. e sottolinea l’importanza di continuare le attività di indagine e scavo scientifico. Pompei è un immenso laboratorio archeologico che, negli ultimi anni, ha riacquistato vitalità, sorprendendo il mondo con le continue scoperte che vengono portate alla luce e mostrando l’eccellenza italiana in questo campo.

Il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, ha commentato il ritrovamento, sottolineando che esso conferma l’opportunità di proseguire con gli studi scientifici e gli scavi a Pompei. Ha inoltre annunciato la creazione di una nuova piattaforma digitale chiamata E-Journal di Pompei, disponibile sul sito ufficiale del Parco (www.pompeiisites.org), che mira a fornire informazioni e relazioni preliminari sugli scavi, le ricerche e i progetti di restauro all’interno del Parco, sia per la comunità scientifica che per il pubblico interessato.

Questi dettagli scientifici dello scavo possono essere approfonditi consultando gli articoli pubblicati sull’E-Journal di Pompei, offrendo una preziosa fonte di informazioni per coloro che desiderano conoscere meglio la storia e le scoperte legate a questa straordinaria città antica.

La battaglia di Isso. Alessandro Magno umilia i persiani di Dario III

La battaglia di Isso fu uno scontro tra la lega ellenica guidata da Alessandro Magno e l’impero achemenide guidato da Dario III. Si svolse nel sud dell’Anatolia, il 5 novembre 333 a.C., vicino alla città di Isso e alla foce del fiume Pinaro. Fu la seconda grande battaglia della conquista dell’Asia da parte di Alessandro e il primo incontro tra Dario III e Alessandro Magno.

La battaglia si concluse con la vittoria delle truppe macedoni sulle forze persiane. Dopo la battaglia, Alessandro catturò la famiglia di Dario e si impadronì del controllo del sud dell’Asia Minore. La battaglia di Isso ebbe importanti conseguenze storiche, poiché segnò il declino dell’impero achemenide e l’ascesa di Alessandro Magno come il dominatore del mondo antico.

L’invasione di Alessandro Magno dell’Asia minore e la battaglia di Granico

Alessandro Magno era il re di Macedonia e il capo della lega ellenica, una coalizione di stati greci che si opponevano all’impero achemenide. Nel 334 a.C., Alessandro attraversò l’Ellesponto con un esercito di circa 40.000 uomini e invase l’Asia Minore, la regione occidentale dell’impero persiano. Il suo obiettivo era vendicare le invasioni persiane della Grecia del V e IV secolo a.C. e liberare le città greche sotto il dominio persiano.

Il primo ostacolo che Alessandro dovette affrontare fu il fiume Granico, dove si scontrò con un esercito persiano composto da satrapi (governatori provinciali) e mercenari greci, guidati dal rodio Memnone. La battaglia del Granico si svolse nel maggio 334 a.C. e si concluse con una schiacciante vittoria di Alessandro, che riuscì a sfondare le linee nemiche con una carica di cavalleria e ad annientare le forze persiane.

I movimenti sul campo di Isso

Dopo aver appreso della sconfitta al Granico, Dario III decise di prendere il comando personale del suo esercito e di affrontare Alessandro in una battaglia decisiva. Dario radunò rinforzi da varie parti del suo impero e marciò verso l’Asia Minore con un esercito di circa 250.000-600.000 uomini (secondo le fonti antiche) o 50.000-60.000 uomini (secondo le stime moderne). Il suo piano era di sorprendere Alessandro alle spalle e tagliargli la linea di rifornimento.

Alessandro, invece, dopo aver conquistato l’Asia Minore, si diresse verso la Siria, dove sperava di incontrare Dario. Tuttavia, i due eserciti si persero di vista a causa della conformazione del terreno e delle informazioni errate dei loro esploratori. Mentre Alessandro procedeva verso sud lungo la costa mediterranea, Dario attraversò i monti Amanus e si posizionò a nord della città di Isso, bloccando la ritirata di Alessandro. Il condottiero macedone fu costretto a fare dietro-front per affrontare l’esercito persiano.

La disposizione sul campo dei persiani

Dario scelse il luogo della battaglia con cura, pur sapendo che il terreno stretto e pianeggiante tra il golfo di Isso e le montagne limitava il vantaggio numerico dei suoi uomini e favoriva la fanteria pesante macedone. Dario disponeva le sue truppe lungo la riva sinistra del fiume Pinaro, con il mare alle sue spalle e le montagne ai suoi fianchi. Il suo schieramento era il seguente:

Al centro, i 10.000 immortali, la guardia d’élite persiana, vestiti di bianco e armati di scudi, lance e archi.

Alla sinistra, i 10.000 mercenari greci comandati da Atizye, un satrapo persiano. Erano i soldati più addestrati e disciplinati dell’esercito persiano, armati di scudi, elmi, corazze, spade e lance lunghe. Il loro compito era di contrastare la falange macedone, la formazione più temibile di Alessandro.

Alla destra, l’ala destra della cavalleria, composta da 11.000 cavalieri provenienti da varie regioni dell’impero persiano: Medi, Uzi, Cadusi, Siraci, Ircani, Battriani, Sogdiani, Aracosi e Parti. Erano guidati da Besso, un nobile persiano che aveva il comando supremo della cavalleria. Il loro obiettivo era di aggirare il fianco sinistro di Alessandro.

Davanti all’ala destra della cavalleria, una schiera di fanteria leggera, formata da lanciatori di giavellotti, frombolieri e arcieri provenienti da Babilonia e dalla Ionia. Erano armati di scudi di vimini e lance corte e avevano il compito di disturbare l’avanzata della cavalleria macedone con le loro armi da lancio.

Dario si posizionò al centro dello schieramento, su un carro dorato, circondato dai suoi guardaspalle e dai suoi consiglieri. Era vestito con una tunica porpora ricamata d’oro e indossava una tiara con una fascia bianca, il simbolo della sua autorità reale. Teneva in mano uno scettro e una mazza d’oro, gli attributi del suo potere. Era determinato a dimostrare il suo valore in battaglia e a sconfiggere Alessandro una volta per tutte.

La disposizione sul campo dei macedoni

Alessandro arrivò sul campo di battaglia con un esercito inferiore in numero a quello di Dario, ma superiore in qualità e coesione. Aveva circa 37.000 uomini, di cui 24.000 di fanteria pesante e 5.100 di cavalleria pesante. Il suo schieramento era il seguente:

Al centro, la falange macedone, formata da 9.000 falangiti, soldati armati di scudi rotondi e lunghissime lance chiamate sarisse. Erano divisi in sei battaglioni (taxeis), ognuno comandato da un generale (taxiarco). Dietro la falange, 3.000 ipaspisti, la guardia personale di Alessandro, armati come i falangiti ma più agili e versatili.

Alla sinistra della falange, 7.000 opliti alleati , provenienti dai vari stati greci che facevano parte della lega ellenica.

Alla destra della falange, 5.000 opliti mercenari, reclutati da Alessandro tra i greci che avevano combattuto per i persiani al Granico. Erano armati come gli opliti alleati, ma erano meno motivati e fedeli. Il loro ruolo era di rinforzare il fianco destro di Alessandro e di tenere a bada la fanteria leggera persiana.

Davanti alla falange e agli opliti, una schiera di fanteria leggera, formata da 7.000 traci e illiri, guerrieri barbari che combattevano con scudi di cuoio, spade corte e asce.

All’estrema destra, l’ala destra della cavalleria, composta da 1.800 cavalieri macedoni, l’élite della cavalleria di Alessandro, armati di lance lunghe e spade. Erano guidati dallo stesso Alessandro, che indossava un elmo con una cresta di leone e una corazza d’argento. Il suo obiettivo era di sfondare l’ala sinistra persiana e raggiungere Dario.

All’estrema sinistra, l’ala sinistra della cavalleria, composta da 1.800 cavalieri tessali, i migliori cavalieri della Grecia, armati di lance corte e spade. Erano guidati da Parmenione, il generale più anziano e saggio di Alessandro. Il suo compito era di resistere alla carica della cavalleria persiana e di proteggere la retroguardia macedone.

Lo svolgimento della battaglia di Isso

La battaglia iniziò nel pomeriggio del 5 novembre 333 a.C.

I cavalieri persiani caricarono i cavalieri tessali e greci, cercando di aprirsi un varco verso il retroguardo macedone. Parmenione resistette con coraggio e abilità, ma fu costretto a chiedere aiuto ad Alessandro tramite un messaggero.

Alessandro nel frattempo ordinò alla sua falange di avanzare verso il fiume Pinaro. La fanteria leggera macedone attraversò per prima il fiume, seguita dalla falange e dagli opliti. La cavalleria macedone rimase sulla riva destra del fiume, in attesa del momento opportuno per attaccare.

I persiani reagirono lanciando una pioggia di frecce, giavellotti e pietre contro i macedoni che guadavano il fiume. La fanteria leggera persiana si scontrò con la fanteria leggera macedone in una scaramuccia confusa e sanguinosa. Gli immortali persiani si prepararono a ricevere la carica della falange macedone, mentre i mercenari greci si schierarono in una formazione compatta per resistere agli opliti macedoni e alleati.

Con una manovra audace e rischiosa, Alessandro si lanciò in avanti con i suoi cavalieri macedoni, seguito dai cavalieri leggeri, e attaccò il fianco sinistro dei fanti persiani, che erano schierati di fronte a Parmenione. Il violento impatto mise in rotta i persiani, che si ritirarono verso le montagne. Alessandro li inseguì e li massacrò senza pietà.

Nel frattempo, Parmenione dovette affrontare la pressione dell’ala destra persiana, che era superiore in numero e qualità alla sua ala sinistra.

Alessandro ricevette il messaggio di Parmenione mentre stava per raggiungere Dario al centro dello schieramento persiano. Dovette scegliere tra inseguire il re persiano o soccorrere il suo generale. Scelse la seconda opzione e tornò indietro con i suoi cavalieri macedoni, lasciando i cavalieri leggeri a continuare la persecuzione dei persiani in fuga.

Alessandro arrivò in tempo per salvare Parmenione e respingere i cavalieri persiani. Poi si diresse verso il centro della battaglia, dove la falange macedone e gli opliti alleati e mercenari stavano combattendo contro gli immortali e i mercenari greci persiani.

La falange macedone aveva avuto la meglio sugli immortali, che non erano abituati a combattere contro le lunghe lance dei falangiti.

La battaglia si decise quando Alessandro arrivò al centro con i suoi cavalieri macedoni e caricò il retro delle truppe persiane. Questa mossa sorprese e spaventò Dario, che vide il suo nemico avvicinarsi minaccioso. Dario perse il coraggio e fuggì dal campo di battaglia sul suo carro dorato, abbandonando i suoi soldati al loro destino.

La fuga di Dario provocò il panico tra le truppe persiane, che si dispersero in tutte le direzioni. I mercenari greci persiani furono circondati dai macedoni e si arresero chiedendo la clemenza. Alessandro li trattò con rispetto e li incorporò nel suo esercito.

La battaglia di Isso si concluse con una vittoria schiacciante di Alessandro, che perse solo 452 uomini contro i 20.000-40.000 dei persiani. Alessandro catturò il campo di Dario, dove trovò un enorme bottino di oro, argento, gioielli e vesti preziose. Trovò anche la famiglia di Dario: sua madre Sisigambi, sua moglie Statira, sue figlie Statira e Barsine e suo figlio Oco. Alessandro trattò la famiglia reale con gentilezza e generosità, promettendogli di restituirgliela quando avrebbe sconfitto definitivamente Dario.

La clemenza di Alessandro Magno con la famiglia di Dario

Alessandro mostrò un grande rispetto e una grande magnanimità verso la famiglia di Dario, che era composta da donne e bambini. Non solo non le maltrattò né le umiliò, ma le trattò come se fossero della sua stessa famiglia. Alessandro si presentò davanti a loro con modestia e cortesia, e si inchinò davanti a Sisigambi, la madre di Dario.

Alessandro assicurò a Sisigambi che avrebbe rispettato la sua dignità di regina madre e che avrebbe provveduto al suo benessere e a quello dei suoi nipoti. Le disse anche che avrebbe trattato Statira, la moglie di Dario, come se fosse la sua sorella e che avrebbe sposato una delle sue figlie, Statira o Barsine. Alessandro mantenne le sue promesse e si comportò sempre con onore e gentilezza verso la famiglia di Dario.

Alessandro dimostrò così di essere non solo un grande condottiero, ma anche un grande uomo, capace di superare l’odio e la vendetta e di mostrare clemenza e generosità verso i suoi nemici sconfitti.

Le conseguenze e l’importanza storica della battaglia

La battaglia di Isso ebbe delle conseguenze decisive per il destino dell’impero persiano e per la storia del mondo antico. Con questa vittoria, Alessandro si assicurò il controllo del sud dell’Asia Minore e della Siria, dove conquistò le importanti città di Damasco, Sidone e Tiro. Si aprì anche la strada verso l’Egitto, dove fu accolto come un liberatore dal popolo egizio e dove fondò la città di Alessandria.

Dario, invece, fuggì verso l’est dell’impero persiano, dove cercò di radunare nuove forze per affrontare ancora Alessandro. Tuttavia, il suo prestigio e la sua autorità erano gravemente compromessi dalla sua sconfitta e dalla sua fuga. Molti dei suoi satrapi e dei suoi nobili lo abbandonarono o lo tradirono, passando dalla parte di Alessandro o ribellandosi al suo potere.

La battaglia di Isso segnò il punto di non ritorno nella guerra tra Alessandro e Dario. Da quel momento in poi, Alessandro fu sempre in vantaggio e non si fermò fino a conquistare tutto l’impero persiano. Dario fu ucciso da uno dei suoi generali, Besso, nel 330 a.C., mentre cercava di fuggire da Alessandro.

La battaglia di Isso fu anche un evento storico di grande rilevanza culturale e simbolica. Fu lo scontro tra due mondi diversi: quello greco-macedone, basato sulla libertà, sulla democrazia, sulla razionalità e sull’individualismo; e quello persiano-orientale, basato sulla tirannia, sul dispotismo, sulla superstizione e sul collettivismo.

Fu anche lo scontro tra due visioni diverse della vita: quella eroica e avventurosa di Alessandro, che aspirava alla gloria e alla conoscenza; e quella conservatrice e timorosa di Dario, che si aggrappava al suo potere e alla sua ricchezza.

La battaglia di Isso fu quindi un momento cruciale nella storia dell’umanità, poiché aprì la strada alla diffusione della cultura greca nel mondo.

Matrimoni omosessuali nell’antica Roma. Esistevano davvero?

Esistevano i matrimoni gay nell’antica Roma? Questa domanda ha suscitato molte discussioni e dibattiti tra gli storici e i sostenitori dei diritti LGBT. Alcuni hanno sostenuto che i romani fossero tolleranti e aperti verso le relazioni omosessuali, e che ci fossero esempi di unioni legali tra persone dello stesso sesso.

Altri hanno invece negato questa possibilità, sottolineando le differenze culturali e giuridiche tra il mondo antico e il nostro. In questo articolo cercheremo di fare chiarezza su questo argomento, analizzando le fonti storiche e le testimonianze disponibili.

La sessualità dei romani e il ruolo dell’uomo nel rapporto

Per capire la questione dei matrimoni gay nell’antica Roma, bisogna innanzitutto comprendere come i romani concepissero la sessualità e il ruolo dell’uomo nel rapporto. La sessualità romana era caratterizzata da una forte polarizzazione tra attivo e passivo, tra dominante e dominato, tra virile e effeminato .

L’uomo romano doveva essere attivo, dominante e virile, sia nei rapporti eterosessuali che omosessuali. Il partner passivo, invece, doveva essere sottomesso, dominato ed effeminato, e poteva essere una donna, uno schiavo, un prostituto o un ragazzo giovane. Questa distinzione non era basata sul genere o sull’orientamento sessuale, ma sullo status sociale e sull’età.

L’uomo romano poteva avere rapporti omosessuali senza perdere la sua reputazione, purché fosse sempre il partner attivo. Al contrario, il partner passivo era considerato degradato e disonorato, a prescindere dal suo status sociale o dal suo genere.

Questa visione della sessualità influenzava anche la concezione del matrimonio nell’antica Roma. Il matrimonio era un’istituzione giuridica e religiosa che aveva lo scopo di garantire la continuità della famiglia e della gens, cioè il gruppo di parentela patrilineare.

Il matrimonio era quindi basato sulla differenza di genere e sulla complementarità dei ruoli tra marito e moglie. Il marito era il capo della famiglia (pater familias) e aveva il potere (potestas) sui suoi familiari, compresa la moglie. La moglie era la compagna del marito (uxor) e aveva il compito di generare figli legittimi (liberi) e di occuparsi della casa (domus). Il matrimonio era anche un atto religioso che coinvolgeva gli dei della famiglia (lares) e richiedeva una cerimonia pubblica (nuptiae) con riti specifici.

I matrimoni gay nell’antica Roma: i casi di Nerone

Data questa premessa, possiamo ora esaminare alcuni esempi storici di matrimoni gay nell’antica Roma. Il caso più noto è quello di Nerone, l’imperatore che regnò dal 54 al 68 d.C. Secondo le fonti antiche, Nerone sposò due uomini: prima Pitagora, un liberto di origine greca, con il quale assunse il ruolo di sposa; poi Sporo, un ragazzo eunuco che assomigliava alla sua defunta moglie Poppea Sabina, con il quale assunse il ruolo di sposo. In entrambi i casi, Nerone celebrò delle cerimonie pubbliche con abiti nuziali, anelli, pronuba (la matrona che accompagnava la sposa), folla di invitati e banchetti.

Il caso di Eliogabalo

Nerone non fu l’unico imperatore a sposare uomini. Anche Elagabalo, che regnò dal 218 al 222 d.C., celebrò quattro matrimoni con uomini, tra cui un auriga di nome Ierocle e un atleta di nome Zotico .

Elagabalo era un sacerdote del dio solare orientale El-Gabal, e cercò di imporre il suo culto a Roma. Le sue nozze omosessuali erano parte della sua politica religiosa, che mirava a creare una nuova divinità androgina che unisse il maschile e il femminile . Tuttavia, le sue riforme incontrarono l’opposizione del senato e dell’esercito, che lo uccisero insieme alla madre Giulia Soemia.

Un altro esempio di matrimonio gay nell’antica Roma è quello di Sergio Orata e Publio Cornelio Scipione Emiliano Africano Minore, due personaggi storici del II secolo a.C. Sergio Orata era un inventore e un imprenditore, famoso per aver introdotto le ostriche coltivate nel lago Lucrino.

Publio Cornelio Scipione Emiliano Africano Minore era un generale e un politico, nipote adottivo di Publio Cornelio Scipione Africano Maggiore, il vincitore di Annibale nella seconda guerra punica. Secondo Valerio Massimo, i due si sposarono con una cerimonia privata, in cui Sergio Orata assunse il ruolo di sposa e Publio Cornelio Scipione Emiliano Africano Minore quello di sposo . Il loro matrimonio fu però segreto e non riconosciuto legalmente.

Questi esempi mostrano che i matrimoni gay nell’antica Roma non erano previsti dal diritto romano né accettati dalla società. Si trattava di casi eccezionali e scandalosi, che violavano le norme della moralità romana e del diritto romano.

I matrimoni gay nell’antica Roma non erano paragonabili ai matrimoni tra persone dello stesso sesso nella società contemporanea, che si basano sul principio dell’eguaglianza e del consenso tra i partner. Pertanto, è errato confrontare le due realtà senza tener conto delle differenze storiche e culturali.

Roma medievale. Storia di Roma nel Medioevo

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La storia di Roma medievale è caratterizzata da una serie di trasformazioni politiche, sociali, economiche e culturali che segnano il passaggio dall’antichità al medioevo.

Tra il V e il VI secolo, la città subisce la caduta dell’impero romano d’occidente, l’invasione di Odoacre e degli Ostrogoti, la conquista bizantina e le guerre gotiche. La popolazione diminuisce drasticamente e l’urbanistica si ridimensiona.

Il ruolo di Roma si sposta dalla sfera politica a quella religiosa, con il rafforzamento del potere del papa e della Chiesa. Tra il VII e il IX secolo, la città deve affrontare le invasioni dei Longobardi, cui segue l’intervento dei Franchi di Pipino il Breve e Carlo Magno, la nascita del Sacro Romano Impero e lo scisma con Costantinopoli.

Il papa diventa il signore temporale di Roma e dei territori circostanti, ma deve confrontarsi con le aspirazioni del popolo romano, che nel XII secolo fonda il Comune. Tra il XII e il XIV secolo, la città è teatro di lotte tra papato e impero, tra famiglie nobili romane, tra fazioni guelfe e ghibelline.

Il papa si trasferisce ad Avignone per circa settant’anni, lasciando Roma in una situazione di anarchia e decadenza. Il ritorno del papa a Roma segna l’inizio di una nuova fase di ricostruzione e rinascita della città.

La caduta dell’impero romano d’occidente e l’arrivo di Odoacre

La caduta dell’impero romano d’occidente è un processo graduale che si compie tra il III e il V secolo, a causa di crisi interne (politiche, economiche, sociali, militari) e di pressioni esterne (invasioni barbariche). Nel 395, alla morte di Teodosio I, l’impero viene diviso definitivamente tra i suoi due figli: Onorio riceve l’occidente con capitale Ravenna, Arcadio riceve l’oriente con capitale Costantinopoli.

Nel 410, Alarico, re dei Visigoti, saccheggia Roma per la prima volta dopo otto secoli. Nel 455, un altro sacco viene compiuto dai Vandali guidati da Genserico. Nel 476, Odoacre, capo degli Eruli, depone l’ultimo imperatore d’occidente Romolo Augustolo e invia le insegne imperiali a Zenone, imperatore d’oriente. Odoacre si proclama re d’Italia e stabilisce un regno barbarico che rispetta le istituzioni romane e riconosce la sovranità formale di Costantinopoli.

La lotta tra Odoacre e gli Ostrogoti

Il regno di Odoacre dura fino al 493, quando viene sconfitto e ucciso da Teodorico il Grande, re degli Ostrogoti. Teodorico era stato inviato in Italia da Zenone per eliminare Odoacre e restaurare l’autorità imperiale. Tuttavia, Teodorico si comporta come un sovrano indipendente e fonda un regno ostrogoto che si estende dall’Italia alla Provenza. Teodorico cerca di conciliare le due componenti della popolazione: i Romani e i Goti. Mantiene in vigore le leggi romane per i Romani e le leggi gotiche per i Goti. Favorisce la cultura classica e cristiana (di fede ariana) e protegge le arti e le lettere.

La guerra greco-gotica

Il regno degli Ostrogoti tuttavia non poteva durare a lungo, e di lì a breve scoppiò la cosiddetta “Guerra greco-gotica”. La guerra fu il risultato della politica dell’imperatore bizantino Giustiniano I, già messa in atto precedentemente con la riconquista dell’Africa contro i Vandali, mirante a riconquistare all’impero le province italiane e altre regioni limitrofe conquistate da Odoacre alcuni decenni prima e a quel momento dominate dagli Ostrogoti (Goti orientali) di Teodato.

Il conflitto ebbe inizio nel 535 con lo sbarco in Sicilia di un esercito bizantino guidato dal generale Belisario. Risalendo la penisola le forze di Belisario sconfissero le truppe gote dei re Teodato prima e Vitige poi, riconquistando molte importanti città tra cui le stesse Roma e Ravenna.

L’ascesa al trono goto di Totila ed il richiamo di Belisario a Costantinopoli portarono alla riconquista da parte dei Goti di molte delle posizioni perdute. Solo con l’arrivo di una nuova armata sotto il generale Narsete le forze imperiali poterono riprendersi, e dopo la morte in battaglia di Totila e del suo successore Teia la guerra si concluse nel 553 con una completa vittoria per i Bizantini.

L’esarcato bizantino in Italia e il ruolo di Roma

Al termine della guerra greco-gotica, la popolazione dei Longobardi cala in Italia, conquistando i territori settentrionali e ponendo la loro capitale a Pavia. Nel sud Italia si formano invece i ducati di Spoleto e di Benevento, sempre amministrati da aristocratici longobardi. I territori rimanenti, tra cui Roma, appartengono ancora ai bizantini, con il loro cosiddetto “esarcato”.

L’esarcato bizantino in Italia è il nome dato al governatorato militare che riuniva i territori dell’impero bizantino situati in Italia, a causa della continua pressione dei Longobardi. L’esarcato fu istituito alla fine del VI secolo e durò fino alla metà dell’VIII secolo. Il capo dell’esarcato era l’esarca, che risiedeva a Ravenna e aveva il compito di difendere e amministrare le province bizantine. L’esarca dipendeva formalmente dall’imperatore di Costantinopoli, ma godeva di una certa autonomia e talvolta entrava in conflitto con il papa.

Il ruolo di Roma durante questo periodo fu ambiguo e contrastato. Da un lato, la città era fedele all’impero bizantino e riconosceva l’autorità dell’esarca. Dall’altro, la città era il centro della Chiesa cattolica e sede del papa, che rivendicava una maggiore indipendenza dal potere imperiale.

La questione iconoclasta e lo scisma di Roma con Costantinopoli

La questione iconoclasta è il nome dato alla controversia religiosa che scoppiò nell’impero bizantino tra il VIII e il IX secolo, riguardante il culto delle immagini sacre (icone). L’iconoclastia (dal greco “rottura delle immagini”) era la dottrina che condannava il culto delle icone come idolatria e ne ordinava la distruzione. L’iconodulia (dal greco “servizio delle immagini”) era la dottrina che difendeva il culto delle icone come mezzo di venerazione e di mediazione tra i fedeli e i santi rappresentati.

L’iconoclastia fu promossa dagli imperatori bizantini Leone III (717-741) e Costantino V (741-775), che la imposero con editto nel 726 e con un concilio a Costantinopoli nel 754. Essi si basavano su argomenti biblici, teologici e politici, sostenendo che le icone erano contrarie al secondo comandamento, che offendevano la maestà divina, che favorivano l’eresia e che erano causa della debolezza militare dell’impero.

L’iconodulia fu sostenuta dai papi di Roma e dai patriarchi di Costantinopoli Germano I (715-730) e Giovanni VII (837-843), che la difesero con lettere, opere e sinodi. Essi si basavano su argomenti tradizionali, storici e spirituali, affermando che le icone erano conformi alla dottrina dell’incarnazione, che erano testimonianze della fede dei padri, che erano fonti di grazia e di miracoli.

La questione iconoclasta provocò uno scisma tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, che si accentuò quando il papa Gregorio II (715-731) scomunicò l’imperatore Leone III e quando il papa Gregorio III (731-741) convocò un concilio a Roma nel 731 per condannare l’iconoclastia. Lo scisma fu sanato temporaneamente quando l’imperatrice Irene (797-802) convocò il VII Concilio ecumenico a Nicea nel 787, che ristabilì il culto delle icone.

Tuttavia, l’iconoclastia fu ripresa dall’imperatore Leone V (813-820) e dai suoi successori fino al 842, quando l’imperatrice Teodora (842-855) restaurò definitivamente l’iconodulia con una solenne cerimonia a Costantinopoli il primo marzo, giorno ancora oggi celebrato come festa dell’ortodossia.

Il Papa chiama Pipino il Breve contro i Longobardi

A seguito della questione iconoclasta, Roma era in pericolo fra i bizantini, che sequestravano regolarmente i territori papali come punizione per la ribellione alle politiche iconoclaste, e i Longobardi, che dimostravano l’intenzione di conquistare la città.

Nel 751, il re longobardo Astolfo conquistò Ravenna, la capitale dell’esarcato bizantino in Italia, e minacciò di invadere i territori del patrimonio di San Pietro, che erano sotto la protezione del papa. Il papa Zaccaria (741-752) e il suo successore Stefano II (III) (752-757) chiesero aiuto all’imperatore bizantino Costantino V (741-775), ma non ottennero alcuna risposta. Allora si rivolsero al re dei Franchi Pipino il Breve (751-768), che era stato consacrato da Zaccaria come re legittimo al posto dell’ultimo merovingio Childerico III (743-751).

Nel 753, papa Stefano II partì per la Francia e riuscì a convincere Pipino il Breve ad agire contro i Longobardi, cui i Franchi erano fino ad allora rimasti alleati. Pipino li sconfisse nel 754 e poi ancora nel 756. Dopo questo successo, il re franco impose ai vinti di consegnare al papa i territori dell’ex esarcato di Ravenna e di altre città dell’Italia centrale, che costituirono la cosiddetta donazione di Pipino. Questa donazione fu il primo atto di riconoscimento del potere temporale del papa e della nascita dello stato della Chiesa. In cambio, il papa confermò a Pipino e ai suoi figli Carlo (Carlo Magno) e Carlomanno il titolo di re dei Franchi e di patrizi romani, cioè difensori della Chiesa e dell’impero.

Il Papa chiama Carlo Magno contro i Longobardi

Nel 771, alla morte del fratello Carlomanno, Carlo Magno (768-814) divenne l’unico re dei Franchi. Nel 772, il papa Adriano I (772-795) gli chiese nuovamente aiuto contro i Longobardi, che avevano ripreso le ostilità contro i territori pontifici. Carlo Magno accettò la richiesta e invase l’Italia nel 773. Dopo un lungo assedio, conquistò Pavia, la capitale longobarda, e catturò il re Desiderio e la sua famiglia. Nel 774, si fece incoronare a Pavia re dei Franchi e dei Longobardi e confermò al papa la donazione di Pipino.

Tuttavia, la resistenza longobarda non fu completamente domata. Nel 776, una rivolta scoppiò nel Friuli, guidata dal duca Rotgaudo. Carlo Magno intervenne prontamente e represse la ribellione. Destituì una serie di duchi longobardi e li sostituì con conti franchi. Inoltre, favorì la diffusione del cristianesimo cattolico tra i Longobardi, che erano in gran parte ariani. Nel 781, associò al trono il figlio Pipino come re d’Italia e lo fece battezzare a Roma dal papa.

Carlo Magno mantenne buoni rapporti con i papi successivi, Leone III (795-816) e Stefano IV (V) (816-817). Il primo lo incoronò imperatore a Roma nel giorno di Natale dell’anno 800, riconoscendogli il titolo di protettore della Chiesa e dell’impero romano d’Occidente. Il secondo lo consacrò nuovamente imperatore a Reims nel 816. Carlo Magno si impegnò a difendere i territori della Chiesa dalle minacce esterne e interne, ma esercitò anche una certa influenza sulle questioni ecclesiastiche, come la riforma del clero e la promozione della cultura cristiana.

La nascita del Sacro Romano Impero

La nascita del Sacro Romano Impero è il nome dato all’evento storico che segnò la trasformazione del regno dei Franchi in una realtà politica che si richiamava all’antico impero romano e alla sua universalità. Questo evento avvenne il 25 dicembre dell’anno 800, quando il papa Leone III (795-816) incoronò a Roma Carlo Magno (768-814) come imperatore dei Romani.

L’incoronazione imperiale di Carlo Magno fu il risultato di una convergenza di interessi tra il papa e il re franco. Il papa voleva rafforzare la sua autorità spirituale e temporale, minacciata dai Bizantini e dai Longobardi, e voleva anche riconoscere i meriti di Carlo Magno come difensore della fede cristiana e della civiltà romana. Il re franco voleva ottenere un titolo che esprimesse la sua supremazia sui suoi rivali e che gli consentisse di intervenire nelle questioni ecclesiastiche e politiche dell’Europa. Inoltre, entrambi volevano rinnovare l’idea di un impero universale, fondato sulla comunione tra Chiesa e Stato, tra potere spirituale e potere temporale.

L’incoronazione imperiale di Carlo Magno fu però anche fonte di problemi e di contrasti. In primo luogo, essa suscitò le proteste dell’imperatore bizantino Irene (797-802), che si considerava l’unica legittima erede dell’impero romano d’Oriente e d’Occidente. In secondo luogo, essa creò delle difficoltà nella successione dinastica dei Franchi, che doveva essere regolata secondo il principio dell’elettività e della partizione tra i figli del defunto sovrano.

In terzo luogo, essa mise in evidenza le differenze culturali e linguistiche tra le varie regioni del vasto impero carolingio, che rendevano difficile la sua unità e la sua amministrazione. Infine, essa aprì la questione del rapporto tra il papa e l’imperatore, che dovevano definire i rispettivi ambiti di competenza e di influenza.

La lotta per le investiture

La lotta per le investiture fu il conflitto che oppose il papato e l’imperatore tra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII secolo, riguardo al diritto di nominare e investire i vescovi e gli abati. Il papato, guidato da Gregorio VII (1073-1085), rivendicava la sua indipendenza e la sua supremazia spirituale sull’impero, guidato da Enrico IV (1056-1106), che invece pretendeva di mantenere il controllo sui benefici ecclesiastici e di influenzare le elezioni papali. La lotta si manifestò con scomuniche, deposizioni, ribellioni, guerre e concili, che coinvolsero anche i principi e i comuni italiani.

Il conflitto si concluse con il concordato di Worms (1122), che stabilì un compromesso: il papa riconobbe all’imperatore il diritto di partecipare alle elezioni dei vescovi e degli abati con il suo placet, ma solo in quanto laici; l’imperatore rinunciò al diritto di investire i prelati con gli anelli e il pastorale, simboli della loro autorità spirituale.

Il papa contro Federico Barbarossa e la battaglia di Legnano

Nonostante il concordato di Worms, la lotta tra Papa e Imperatore continuava. L’imperatore Federico I detto Barbarossa (1152-1190) aveva il progetto di restaurare l’autorità imperiale in Italia, dove i comuni si erano emancipati dal potere feudale e avevano formato delle leghe per difendere i loro interessi. Il papato, guidato da Alessandro III (1159-1181), si oppose a questo tentativo, appoggiando i comuni e scomunicando l’imperatore.

Federico scese in Italia per cinque volte, cercando di sottomettere i comuni ribelli e di imporre un antipapa, ma non riuscì a realizzare il suo disegno. La svolta si ebbe nel 1176, quando l’esercito imperiale fu sconfitto dalla lega lombarda nella battaglia di Legnano. Federico dovette riconoscere Alessandro III come legittimo papa e concedere ai comuni italiani una certa autonomia con la pace di Costanza (1183).

Le lotte fra le famiglie baronali romane

Oltre ai contrasti tra Papa e Imperatore, Roma venne scossa dalle lotte fra le famiglie baronali romane, conflitti che opposero le principali casate nobiliari della città tra il XII e il XIV secolo.

Queste famiglie erano discendenti dei grandi feudatari che avevano ricevuto dai papi o dagli imperatori dei territori e dei castelli nel Lazio. Essi avevano anche acquisito delle case-torri a Roma, dove esercitavano il loro potere politico ed economico.

Le famiglie baronali si dividevano in due fazioni: i guelfi, fedeli al papa, e i ghibellini, sostenitori dell’impero. Tra le famiglie più importanti vi erano i Colonna, i Frangipane, i Pierleoni, gli Orsini, i Savelli, gli Annibaldi, i Caetani. Le lotte fra le famiglie baronali furono spesso violente e sanguinose, provocando devastazioni e incendi nella città. Esse furono anche influenzate dagli avvenimenti politici esterni, come la cattività avignonese dei papi o l’elezione di Cola di Rienzo a tribuno del popolo.

La cattività avignonese

La cattività avignonese fu il periodo in cui i papi risiedettero ad Avignone, in Francia, dal 1309 al 1377, a causa delle pressioni politiche del re di Francia Filippo il Bello. Questo periodo fu caratterizzato da una perdita di prestigio e di autorità del papato, che si trovava lontano dalla sua sede naturale e dipendente dal potere francese.

Il trasferimento dei papi ad Avignone fu favorito dalla morte di Benedetto XI (1304-1305), che aveva cercato di resistere alle ingerenze di Filippo il Bello nella Chiesa e dal sequestro di Papa Bonifacio VIII.

Il conclave che seguì la sua morte fu lungo e travagliato, e si concluse con l’elezione di un papa francese, Bertrando del Got, che assunse il nome di Clemente V (1305-1314).

Clemente V non si recò mai a Roma, ma stabilì la sua residenza ad Avignone, una città situata nel sud della Francia ma appartenente al regno di Napoli. Qui lo seguirono i suoi successori: Giovanni XXII (1316-1334), Benedetto XII (1334-1342), Clemente VI (1342-1352), Innocenzo VI (1352-1362), Urbano V (1362-1370) e Gregorio XI (1370-1378). I papi avignonesi cercarono di mantenere il controllo sulla Chiesa universale e di riformare gli abusi del clero, ma dovettero affrontare le difficoltà causate dalla guerra dei cent’anni tra Francia e Inghilterra, dalla peste nera del 1348, dalle eresie dei fraticelli e dei valdesi, dalle rivolte popolari in Italia e in Francia.

Essi furono anche accusati di nepotismo, di simonia, di lusso e di corruzione. La loro assenza da Roma provocò il degrado della città e la ribellione dei romani, che elessero un tribuno del popolo, Cola di Rienzo, nel 1347. Molti intellettuali e religiosi sollecitarono il ritorno dei papi a Roma, tra cui Francesco Petrarca, Caterina da Siena e Bridgetta di Svezia. Fu Gregorio XI a decidere di tornare a Roma nel 1376, spinto anche dalla minaccia degli eserciti mercenari chiamati compagnie di ventura. Il suo ritorno segnò la fine della cattività avignonese, ma non la fine dei problemi del papato.

Il ritorno del papa a Roma

Il ritorno del papa a Roma fu l’evento che segnò la fine della cattività avignonese e il ripristino della sede pontificia nella città eterna. Gregorio XI (1370-1378) fu l’ultimo papa ad aver risieduto ad Avignone per quasi tutto il suo pontificato.

Gregorio XI era un papa pacifico e riformatore, ma dovette affrontare le conseguenze della guerra dei cent’anni tra Francia e Inghilterra, che aveva diviso la cristianità in due fazioni opposte. Egli cercò anche di riportare l’ordine nella Chiesa, condannando le eresie dei fraticelli e dei valdesi e riformando gli ordini mendicanti. Tuttavia, il suo principale problema era quello della situazione italiana, dove i comuni si erano ribellati al dominio pontificio e dove le compagnie di ventura saccheggiavano le campagne. Gregorio XI decise quindi di ritornare a Roma.

Il ritorno del papa a Roma ebbe conseguenze positive e negative per la città. Da un lato, stimolò un rinnovamento artistico e culturale, con la costruzione o il restauro di chiese, palazzi, monumenti e opere d’arte. Tra i principali esempi si possono citare: la basilica di San Pietro in Vaticano, la basilica di Santa Maria Maggiore, il Palazzo Apostolico, il Castel Sant’Angelo, il Ponte Sant’Angelo, il Colosseo, il Campidoglio. Tra gli artisti che operarono a Roma in questo periodo si ricordano: Giotto, Arnolfo di Cambio, Pietro Cavallini, Simone Martini, Filippo Brunelleschi.

Dall’altro lato, il ritorno del papa a Roma accentuò i contrasti tra il potere temporale della Chiesa e le aspirazioni autonomistiche della nobiltà e del popolo romani. Questi conflitti sfociarono spesso in rivolte e violenze, che resero instabile e insicura la vita cittadina. Tra gli episodi più drammatici si ricorda l’assalto al Palazzo Apostolico da parte dei romani nel 1378, che costrinse Urbano VI a fuggire da Roma.

Il ritorno del papa a Roma dopo la cattività avignonese fu un evento cruciale per la storia di Roma medievale, che ne determinò lo sviluppo e le trasformazioni nei secoli successivi.