Il dodecaedro è un mistero della storia romana: in tutto il territorio dell’impero è stato ritrovato un oggetto dalla stranissima forma, e nonostante il passare dei secoli e numerose interpretazioni, non abbiamo la minima idea sul possibile significato di questo oggetto.
La radice del problema è che non abbiamo alcuna fonte antica che ci spieghi con precisione le modalità di utilizzo di questo strumento, per cui non possiamo fare altro che continuare a procedere per ipotesi.
Il dodecaedro romano
Il dodecaedro è una struttura a dodici facce, dove ogni faccia è provvista di un buco di dimensioni variabili. A completare l’oggetto delle palline che emergono su ogni punto di congiunzione che permettono di afferrare meglio lo strumento.
Dal punto di vista della sua costruzione, alcuni ritrovamenti archeologici ci permettono di ricostruire un dodecaedro con precisione ma ancora non sappiamo quale sia la sua funzione e per ora siamo fermi alle ipotesi.
Un possibile gioco per famiglie?
Una prima ipotesi è quella che il dodecaedro fosse un gioco. I romani amavano moltissimo il gioco dei dadi: si trattava di un passatempo estremamente diffuso in tutto l’impero, sia per semplice diletto ma anche per piccole scommesse.
Il dodecaedro potrebbe quindi essere un oggetto simile ai dadi, magari per giochi con regole più complesse, per il divertimento di famiglia e amici.
Un oggetto religioso?
E’ anche possibile che il dodecaedro avesse un significato più importante: alcuni hanno infatti ipotizzato che si trattasse di uno strumento con funzioni magiche, considerato che questo strumento ha una certa simmetria nella sua costruzione.
Addirittura potrebbe essere stato un simbolo religioso. Un grande numero di dodecaedri sono stati infatti ritrovati in siti gallo-romani, zone ricche di cerimonie religiose sentite presso tutta la popolazione.
Alcuni di questi dodecaedri sono stati persino ritrovati all’interno di alcune tombe e siti funerari: un indizio che porterebbe il dodecaedro ad avere un significato ben più profondo per i suoi contemporanei.
Per realizzare proiettili?
Del dodecaedro si è ipotizzato anche un utilizzo in ambito militare. Secondo alcuni, il dodecaedro poteva essere usato per tarare i proiettili delle fionde.
Si realizzava una pallina di ferro e si lasciava cadere attraverso uno dei buchi per verificare che fosse del diametro corretto.
Per misurare le distanze?
Una teoria molto ben circostanziata, sviluppata dal Politecnico di Torino, afferma che il dodecaedro potesse essere un oggetto per calcolare le distanze.
Secondo questa interpretazione, conoscendo le dimensioni di un oggetto, per esempio il vessillo di una legione, e sapendo che tale oggetto ad un tot di metri, guardato attraverso il dodecaedro, si vedeva perfettamente centrato, si potevano calcolare le distanze.
Le applicazioni pratiche sarebbero evidenti: sul campo di battaglia sarebbe stato utile per comprendere le distanze di un nemico in avvicinamento, e tarare le armi da tiro, o la velocità di allontanamento di un manipolo.
Ma anche qui abbiamo una incognita: il dodecaedro non è stato ritrovato solo in ambito militare, ma anche in ambito civile, il che raffredda questa ipotesi.
E’ possibile che il dodecaedro potesse servire anche agli agricoltori, che nonostante fossero civili, avevano comunque bisogno di calcolare le distanze con una certa precisione.
Il dodecaedro, insomma, è un oggetto che non ci ha ancora chiarito le sue origini.
Esperti, studiosi o semplici appassionati, non possono quindi che osservare con stupore questo strano ed enigmatico strumento, continuare ad avanzare le più disparate ipotesi, e partecipare a questo vero e proprio indovinello che la Roma antica ci ha conservato, intatto, fino ad oggi.
La rivolta di Spartaco, o terza guerra servile, è una ribellione avvenuta durante la repubblica romana, capeggiata dal gladiatore trace Spartaco che mise in grave crisi l’esercito e la stabilità di Roma.
Diversi generali si susseguirono per stroncare la rivolta, fra cui Marco Licinio Crasso, che operò un inseguimento su vasta scala seguito da scontri particolarmente feroci.
La rivolta di Spartaco è un momento fondamentale della storia romana, entrata nell’immaginario collettivo e segnale di un grandissima sofferenza della condizione servile nella Roma repubblicana.
L’insoddisfazione degli schiavi nella Repubblica di Roma
La repubblica romana aveva compiuto numerose conquiste nel corso dei secoli, e aveva operato una espansione su vastissima scala. La ingente massa di popoli conquistati, avevano portato il Senato romano ad avere a disposizione una quantità di schiavi veramente considerevole.
Nei mercati venivano venduti ogni giorno decine di migliaia di schiavi con l’esempio emblematico dell’isola di Delo, dove secondo Strabone venivano venduti 15000 uomini al giorno.
Queste decine di migliaia di persone avevano tuttavia dei punti in comune: molto spesso la stessa provenienza, la stessa lingua e gli stessi Dèi.
Questo li portava naturalmente a riunirsi in gruppi coesi.
Inoltre, gli schiavi facevano tradizionalmente i lavori più umili, il che conferiva loro una forza fisica del tutto straordinaria, alla pari dei migliori soldati romani.
Gli schiavi svolgevano spesso dei compiti di pastorizia, attività che li portava a trasportare con sé delle piccole armi: alcune fonti del tempo dicono chiaramente che assomigliavano a dei soldati.
Questi elementi furono alla base della nascita di un gran numero di pericolosi rivoltosi sul piede di guerra, che dettero filo da torcere ai generali romani.
È il caso della prima guerra servile, una grande rivolta di schiavi contro i latifondisti siciliani colpevoli di sfruttarli oltre ogni misura.
La rivolta venne soffocata nel sangue, ma già con grande fatica da parte dei comandanti romani, che sottovalutarono la condizione di sofferenza che si andava accumulando nell’isola siciliana.
A riprova di ciò, a nemmeno troppa distanza temporale, Roma conobbe una seconda guerra servile. In quel caso il motivo del contendere fu la minaccia delle popolazioni germaniche dei Cimbri e dei Teutoni.
In quell’occasione al generale Caio Mario venne affidato il compito di affrontare i nemici germanici. Mario aveva bisogno di reclutare rapidamente soldati e per questo vennero chiamati alle armi anche uomini della Sicilia.
Per una serie di dinamiche di sfruttamento, come ad esempio uomini liberi che venivano resi schiavi per lavorare nei campi o per essere assoldati con la forza nell’esercito, Roma conobbe una seconda grande rivolta. Questa volta la ribellione mise quasi in discussione la presenza stessa dei romani in Sicilia.
Anche questa situazione fu risolta prevalentemente con l’utilizzo della forza, senza la comprensione del fenomeno e l’attuazione di quelle riforme necessarie per riportare la condizione degli schiavi entro livelli accettabili.
La terza guerra servile, nasce quindi nell’ambito di una continuità con queste agitazioni sociali.
La rivolta di Spartaco. La sollevazione e i primi scontri sul Vesuvio
L’origine della rivolta si verificò questa volta a Capua, in Campania. La cittadina era sede forse della migliore scuola gladiatoria di tutta la Repubblica.
Decine di gladiatori si allenavano quotidianamente: i campioni sfornati da Capua erano rinomati in tutta Italia e acclamati in ogni anfiteatro, tante le armi che usavano dal gladio romano ad affilatissime lance.
Nel 73 a.C, circa 200 gladiatori iniziarono a ribellarsi per le devastanti condizioni in cui venivano tenuti da loro padroni.
Prendendo degli attrezzi da cucina, e con una organizzazione piuttosto improvvisata, riuscirono a liberarsi, iniziando a devastare il territorio Campano.
Quasi immediatamente, i gladiatori nominarono tre capi: Crisso, Enomo e Spartaco, che si affaccia a questo punto tra le pagine della storia.
Roma compì da subito un primo errore di valutazione, considerando questo episodio poco più che un fenomeno di normale criminalità, anziché una ribellione su vasta scala, nonostante gli episodi precedenti.
Il primo generale che venne mandato per sedare la rivolta, Gaio Claudio Glabro, reclutò infatti solo tremila uomini, piuttosto raccoglitrici, senza una particolare organizzazione e addestramento.
Ritenendo di chiudere la partita in pochissimo tempo, Glabro mosse contro i gladiatori ribelli. Ma le cose andarono molto diversamente da quanto si aspettava.
I gladiatori si rifugiarono sul monte Vesuvio: assediati da Glabro con i suoi uomini, i rivoltosi dimostrarono una grande inventiva. Attraverso una serie di graticci, riuscirono a calarsi dalla parte opposta del Monte del Vesuvio, e compiendo un largo giro sorpresero gli uomini di Glabro alle spalle.
Fu un massacro.
La vittoria su Varinio e l’allargarsi della rivolta
Il primo tentativo di fermare Spartaco e i suoi era naufragato nel sangue. Ma i Romani continuarono a gestire in maniera inadeguata il pericolo. Publio Varinio, un secondo comandante inviato contro Spartaco e i suoi, compì un errore abbastanza elementare.
Varinio divise, non si sa esattamente per quale motivo, il suo esercito in due, indebolendolo notevolmente. Subì così una rapida sconfitta, il che aumentò il furore e le prospettive di successo degli schiavi e dei gladiatori.
Dopo le prime due schiaccianti vittorie, Spartaco e i suoi iniziarono a suscitare ammirazione: altri gladiatori, schiavi scontenti della loro condizione ma anche cittadini e contadini disperati, raggiunsero in poco tempo il numero preoccupante di 70000 rivoltosi, stazionati in Campania.
Come si mossero a questo punto della loro storia i ribelli?
Le fonti non sono concordi e non abbiamo resoconti dettagliati delle intenzioni di questo nuovo, improvvisato esercito.
Secondo l’interpretazione più classica, la massa di rivoltosi si divise in due principali fazioni. La prima, comandata da Crisso, voleva continuare a devastare i territori della Campania e sfruttare il territorio a loro vantaggio.
Spartaco, invece, avrebbe voluto allontanarsi quanto prima dall’Italia scappando a nord, oltrepassando le Alpi, per redistribuirsi al di fuori della penisola.
Probabilmente, la fazione di Spartaco riuscì a convincere maggiormente la massa dei rivoltosi, visto che l’esercito cerco di muoversi verso nord.
Gli scontri contro Gellio e Lentulo
Di nuovo le fonti sono contraddittorie. I movimenti dei ribelli per la penisola italica, in questa fase, sono raccontati prevalentemente da Appiano e Plutarco, che ci danno due versioni per certi versi differenti.
Secondo la versione di Appiano, Roma inviò contro Spartaco due generali, Lucio Gellio Publicola e Gneo Cornelio Lentulo Clodianocon l’obiettivo di stroncare la rivolta alla radice.
Gellio si mosse direttamente da Roma attaccando dapprima i gladiatori guidati da Crisso e ottenendo una prima vittoria. Fu in questa battaglia che Crisso perse la vita.
Dopodiché, Gellio avrebbe cominciato a inseguire Spartaco verso nord. La via di fuga sarebbe stata opportunamente sbarrata dalle legioni di Lentulo, che erano partite da Roma, con l’obiettivo di bloccare il passo di Spartaco.
Il leader dei ribelli si sarebbe così ritrovato imprigionato tra Lentulo a nord e Gellio a sud.
I movimenti di Spartaco secondo Appiano. – Gellio attacca Crisso (1), poi insegue Spartaco, Lentulo sbarra la strada (2), Spartaco forza il blocco (3) e fugge a nord (4) dove sconfigge ulteriori eserciti consolari.
Spartaco sarebbe però riuscito a forzare il blocco, scappando ulteriormente al nord e vincendo, tra l’altro, degli ulteriori eserciti consolari che erano stati inviati in soccorso.
La versione di Plutarco invece ha delle importanti differenze.
Secondo lo storico, che scrive secoli dopo gli avvenimenti, Gellio sconfisse Crisso e inseguì Spartaco, il quale sarebbe stato sempre bloccato a nord da Lentulo.
Ma non si fa menzione di alcuna vittoria di Spartaco su Gellio nè di una serie di battaglie narrate invece da Appiano.
Al contrario, Plutarco ci parla di un combattimento, di cui Appiano non fa nota, a Mutina contro il generale Gaio Cassio Longino. In questo caso Spartaco avrebbe vinto la battaglia, ma non sarebbe riuscito ad oltrepassare le Alpi come avrebbe voluto.
La rivolta di Spartaco secondo Plutarco. Gellio attacca Crisso (1) insegue Spartaco mentre Lentulo gli sbarra la strada (2), mancano alcune battaglie. In compenso Plutarco cita Spartaco contro Longino a Mutina.
Rimane un mistero se Spartaco avesse intenzione di marciare direttamente su Roma.
Secondo la maggioranza delle fonti, la marcia su Roma sarebbe stata davvero nelle intenzioni di Spartaco, soprattutto dopo le vittorie sugli eserciti di Lentulo e di Gellio, ma sembra che per una serie di dissidi interni e una profonda incertezza, egli ci abbia rinunciato, ripiegando a Sud.
L’arrivo di Marco Licinio Crasso
Nonostante le fonti discordanti, la situazione era estremamente grave. A cambiare le carte in tavola fu l’arrivo di un nuovo generale, Marco Licinio Crasso.
Crasso si era formato sotto il dittatore Silla, si era arricchito enormemente con le liste di proscrizione e aveva convinto il Senato a prendere in pugno la situazione.
Con 6 legioni aveva a disposizione una notevole forza militare che aveva però bisogno di essere riordinata.
La “cura” di Crasso si concretizzò in un atteggiamento estremamente duro nei confronti dei suoi soldati. Numerose furono le punizioni, addirittura delle decimazioni.
Venne instaurato nell’esercito un vero regime di terrore, per cui soldati avevano più paura di deludere il loro comandante che affrontare il nemico.
Crasso prese quindi il controllo di un ingente quantitativo di uomini utilizzando uno straordinario pugno di ferro. Alchè, mosse contro Spartaco.
Il suo avversario, però, non fu da meno.
Si narra che a questo punto della storia, Spartaco compì un gesto eclatante, rimasto nella storia: l’uccisione del suo cavallo. Secondo la tradizione, Spartaco affermò che se avesse vinto avrebbe avuto tutti i cavalli che voleva, ma se avesse perso non sarebbe mai fuggito. Piuttosto sarebbe morto sul campo di battaglia.
I primi scontri con Crasso e il ripiegamento a Sud.
Spartaco si trovava a questo punto nel Metaponto, odierna Basilicata.
Il suo tentativo di muoversi verso nord venne immediatamente intercettato e stroncato dalle legioni di Crasso.
Gli scontri furono durissimi, perché da un lato si trovavano decine di migliaia di disperati estremamente forti, e dall’altro dei legionari altamente motivati dalla paura del loro comandante.
Sembra, secondo le cronache del tempo, che Spartaco sia andato a cercare personalmente Crasso per un confronto diretto ma non avendolo trovato, uccise un centurione a lui molto vicino.
Crasso, ottenne comunque delle prime vittorie e costrinse l’esercito di Spartaco a ripiegare a sud, verso la Calabria. Il generale romano si mise immediatamente all’inseguimento del nemico e il teatro dello scontro si spostò definitivamente verso Reggio.
Qui, nell’estrema punta calabrese, Spartaco avrebbe ordito un accordo con i pirati cilici, che solcavano a quel tempo i mari dell’Italia del Sud: dietro il pagamento di una ingente cifra, i suoi uomini sarebbero stati imbarcati e scaricati in Sicilia, dove Spartaco avrebbe trovato manforte per rinforzare e rinnovare il suo esercito.
Il piano non funzionò come sperato: i pirati incassarono i soldi e tradirono Spartaco senza tenere fede agli impegni.
Al gladiatore, così, non rimase altro che resistere, assediato, all’assalto di Crasso, che iniziò immediatamente a costruire una serie di fortificazioni per mettere alle strette il suo nemico.
Lo scontro finale e l’arrivo di Pompeo
Spartaco capì sicuramente che era arrivato il momento di arrendersi. Secondo le cronache, inviò dei messaggeri a Crasso per trattare la pace, ma la risposta del generale romano fu di totale diniego.
Non solo Crasso inseguiva una gloria personale, ma il Senato aveva inviato il generale Pompeo, appena ritornato dalla Spagna, dove aveva sedato la rivolta di Sertorio, per dare manforte al collega.
Quest’ultimo non aveva alcuna intenzione di farsi aiutare da Pompeo né di dividere la gloria della vittoria contro Spartaco. Per questo motivo, non aveva tempo da perdere in trattative, ma voleva arrivare immediatamente ad uno scontro che gli avrebbe consegnato la vittoria definitiva.
Lo scontro tra Crasso e Spartaco riprese quindi furioso. I ribelli riuscirono a sfondare le fortificazioni create con grande fatica da Crasso, che fu costretto ad inseguire gli avversari.
In questa fase alcune schermaglie estremamente sanguinose da entrambe le parti, spossarono i rispettivi eserciti.
Spartaco riuscì comunque a muovere verso nord, dove incontrò proprio l’esercito di Pompeo in arrivo. Spartaco non ebbe altra opzione che tornare indietro e affrontare il grosso dell’esercito di Crasso.
Lo scontro fu durissimo, ma alla lunga, la professionalità dei legionari iniziò ad avere la meglio sul furore dei ribelli. Vedendo infatti l’evolversi disperato della situazione, una parte dei combattenti di Spartaco iniziò a tradire il suo comandante e a trattare autonomamente la resa con i generali romani.
Spartaco, indomabile, non si arrese mai. Secondo le fonti, morì con le armi in pugno nella battaglia finale: il suo corpo venne orribilmente mutilato dai soldati romani, o perlomeno nascosto per impedire che il suo cadavere potesse diventare un feticcio per future ribellioni. Lungo la via Appia vennero crocifissi moltissimi ribelli, ma come detto non il corpo di Spartaco che non fu più ritrovato.
L’avventura di Spartaco si concluse così, con la sconfitta e con la morte. Ma l’onore delle armi per un condottiero tanto talentuoso, si trasformò presto in leggenda.
I contrasti fra Crasso e Pompeo
Dopo la sconfitta e la morte di Spartaco, la politica Romana conobbe dei periodi piuttosto convulsi. In buona sostanza, accadde esattamente quello che Crasso voleva evitare.
Pompeo, arrivato all’ultimo momento sul campo di battaglia, si era limitato ad uccidere un gruppo residuo di rivoltosi, circa cinquemila, ma riuscì a informare il Senato dell’esito della guerra prima del collega.
Egli diede formalmente il merito a Crasso di aver sostenuto la gran parte della ribellione, ma con notevole disinvoltura, fece intendere al Senato che era stato lui a stroncare il pericolo.
Il Senato credette fermamente alla versione di Pompeo, tanto che a lui venne tributato il trionfo, la più grande celebrazione per la vittoria di un generale, mentre Crasso dovette accontentarsi di una Ovatio, un segnale di stima importante ma del tutto imparagonabile.
Questo “furto di gloria” causò l’intenso odio di Crasso verso Pompeo: i rapporti saranno ricuciti in seguito solo dall’intelligenza politica di Cesare, durante il primo Triumvirato.
Le riforme di Roma in favore degli schiavi
Non dobbiamo pensare che la rivolta servile di Spartaco sia stata stroncata totalmente nel sangue senza ulteriori conseguenze.
Roma era riuscita a neutralizzare i gladiatori, gli schiavi e tutti i ribelli, ma aveva finalmente realizzato che la condizione servile era effettivamente insopportabile.
La società romana doveva evolvere e cambiare atteggiamento nei confronti di tutto il sistema schiavistico. Nel breve periodo, vi fu un trattamento più umano nei confronti degli schiavi.
Molto spesso vennero assunte delle persone libere a lavorare nei campi, in modo da avere la stessa forza lavoro ma con la concessione di maggiori diritti rispetto a semplici schiavi coscritti.
Ma non solo: nel corso dei decenni e addirittura nei secoli successivi, imperatori come Augusto, Marco Aurelio e Antonino Pio, emanarono una complessa serie di regolamenti e leggi promulgate con l’obiettivo di migliorare la condizione degli schiavi.
Azioni come uccidere uno schiavo senza una motivazione consistente o maltrattare uno schiavo anziano, malato o debilitato iniziarono a diventare reati punibili per legge.
Roma, vinse così militarmente la terza guerra servile, ma la sua principale vittoria va ricercata nella riconsiderazione dei rapporti con gli schiavi.
Una inversione di rotta che consentì alla società romana di non implodere.
La medicina dell’antica Roma era una branca del sapere molto sviluppata. Come vedremo, non solo i romani fronteggiavano diversi tipi di malattie, ma avevano una figura professionale, quella del medico, che conobbe una importante evoluzione, oltre a possedere tecniche curative basate su erbe ed interventi chirurgici per certi versi all’avanguardia.
Le malattie fondamentali: le infezioni
Sul fronte delle malattie che dominavano il mondo romano, il problema fondamentale erano le infezioni.
Conosciamo i romani come straordinari costruttori di acquedotti e ognuna di queste strutture aveva delle vasche di decantazione che permettevano di far riposare l’acqua, per depurarla prima di proseguire nel percorso verso i centri abitati.
Ma nonostante queste tecnologie, che per il tempo erano veramente all’avanguardia, la qualità dell’acqua che arrivava alle case non era minimamente paragonabile alla nostra.
I romani bevevano puntualmente un’acqua abbastanza torbida e moderatamente contaminata.
Discorso simile per il cibo. Le vivande non venivano trattate, come oggi, attraverso la famosa “catena del freddo”: il cibo veniva conservato sotto sale o sotto olio, ma senza certamente quegli standard di igiene a cui siamo abituati e senza una adeguata disinfezione dei contenitori.
I romani avevano inoltre una passione per le vivande molto fermentate, quasi marcite, come nel caso del garum, la loro salsa di pesce: elementi con un’altissima proliferazione batterica che peggiorava l’igiene generale dei loro pasti.
Il discorso non cambia per le condizioni igieniche delle città: deiezioni, sporcizia e spazzatura dominavano le strade, per cui l’organismo del romano medio era esposto ad ogni tipo di agenti patogeni.
Questi elementi determinavano un enorme quantità di batteri a cui i romani erano costantemente esposti: ecco perché avevano come principale problema di salute tutte le conseguenze delle infezioni.
Durante i secoli, i romani patirono così la peste, il tifo, il vaiolo ma anche raffreddori o influenze molto più pesanti e croniche rispetto a quelle che conosciamo.
Carenze vitaminiche e gotta
Le altre malattie della Roma antica, dipendevano dalla propria condizione sociale: i più poveri avevano un’alimentazione abbastanza inadeguata, motivo per cui erano piuttosto diffuse le carenze alimentari o vitaminiche, con tutti i problemi e le disfunzioni che ne potevano derivare.
Un grave problema che affliggeva molto spesso gli schiavi e coloro che facevano i lavori più umili erano i danni ai tendini, alle articolazioni, le fratture e l’artrosi.
Secondo degli studi recenti, i romani convivevano abitualmente con dei dolori che oggi riterremmo insopportabili, il che ci conferma che avevano una soglia del dolore molto superiore rispetto alla nostra.
I ceti benestanti invece, avevano un’alimentazione molto viziata, con diversi nutrienti non coerenti tra di loro e per questo soffrivano spesso di malattie metaboliche. Quella principale fu certamente la gotta, che faceva soffrire molti pazienti e per la quale c’erano alcune soluzioni ma certamente non definitive.
Il saturnismo, l’avvelenamento da piombo
Un problema di salute che fu davvero trasversale in tutta la popolazione romana era il cosiddetto “saturnismo“, cioè l’avvelenamento da piombo.
Il problema è che i romani utilizzavano il piombo nelle condutture degli acquedotti e nei paioli per cucinare, a ritmo continuo: si trattava di un rilascio ininterrotto di materiale cancerogeno su tutta la popolazione romana, la quale non sospettava minimamente degli effetti negativi di questa sostanza.
Il saturnismo fu sicuramente un problema che i romani soffrirono per tutta la loro storia, ma di cui non si resero mai definitivamente conto.
Il medico nel mondo romano
Evidente punto di riferimento per tutti i malati, era la figura del medico.
In tutto il periodo monarchico e repubblicano, il medico non era una figura professionale ben definita.
Abbondavano gli autodidatti che si ispiravano alla tradizione egizia e greca che si presentavano come professionisti privati che erogavano i loro servizi ai più ricchi.
Solamente i più abbienti potevano permettersi le cure e le consulenze di personale qualificato, mentre i più poveri si rivolgevano a degli esperti a metà tra i sacerdoti e i maghi.
A volte queste figure potevano condividere delle informazioni utili o delle buone pratiche mediche, ma spesso il loro ruolo sconfinava nella magia o in riti che in realtà erano più propiziatori che risolutivi.
Da Augusto, e per tutta l’età imperiale, la figura del medico diventa invece più professionale.
Vi erano dei luoghi, veri e propri ambulatori, dedicati all’esercizio della medicina con infermieri, sia uomini che donne, ed esperti qualificati che erogavano un servizio al pubblico.
Questi ambulatori erano disseminati sul territorio per servire la popolazione e di alcuni di questi vi sono tracce tutt’oggi. Nell’isola tiberina a Roma, vi era un tempio di grande tradizione, un centro di eccellenza conosciuto per le sue pratiche mediche (il tempio di Esculapio).
Oggi quell’area è occupata dal Fatebenefratelli, ancora oggi un presidio medico importante e all’avanguardia.
Cure e rimedi: le piante
I romani curavano la gran parte delle loro malattie attraverso l’utilizzo delle piante, da cui ricavavano i principi attivi che costituivano la base della loro medicina.
Ogni pianta aveva un effetto che nel corso del tempo i medici romani avevano collegato al trattamento di una particolare patologia. Alcuni esempi:
I fichi secchi utilizzati per curare la tonsillite
Il decotto di melograno contro le congiuntiviti, dal momento che si riteneva avesse una funzione disinfettante
Lo sterco d’asino impastato con l’aceto, certamente non molto gradevole da applicare, ma utilizzato regolarmente per le ferite.
La farina d’orzo, impiegata per accelerare la guarigione e la cicatrizzazione
Il cavolo: una sorta di panacea per tutti i mali, aveva moltissime proprietà e poteva essere combinato con diversi altri alimenti o piante. Curava dall’indigestione fino all’insonnia, dai dolori articolari alla stipsi e in generale era considerato un ricostituente per gli anziani.
I funghi: i romani avevano intuito che esistevano degli elementi in grado di sconfiggere le infezioni e probabilmente avevano immaginato la presenza di piccoli corpuscoli, i batteri, che andavano combattuti. I funghi possono essere comodamente considerati come degli antibiotici o antisettici dell’epoca.
Gli interventi chirurgici nella Roma antica
Un altro campo in cui i romani eccellevano, era quello degli interventi chirurgici: il primo fondamentale e più importante era quello di aggiustare e sistemare le ossa.
Le slogature, le fratture, anche molto gravi, erano trattate quotidianamente. E nel corso dei secoli, i medici romani hanno dimostrato una grande capacità nel curare le ossa rotte, nello steccare un braccio o una gamba e nell’eseguire aggiusti manuali.
Ancora, erano soliti curare le emorroidi, anche quello un problema abbastanza diffuso, di eseguire estrazioni dei denti, e alcune fonti ci parlano addirittura di piccoli interventi al cranio per curare le commozioni cerebrali.
Gli interventi chirurgici erano estremamente pericolosi e dolorosi, in quanto esistevano solo alcuni blandi anestetici certamente non paragonabili alle sostanze di cui disponiamo oggi.
I metodi anticoncezionali
Non si tratta di una malattia, ma è una curiosità spesso collegata: quali erano i metodi anticoncezionali?
In tutto il mondo romano il sesso era estremamente diffuso, in quanto le prostitute costavano pochissimo: esistevano persino degli appositi gettoni per acquistare una prestazione sessuale.
Una così vasta diffusione di rapporti continui necessitava di metodi anticoncezionali su vasta scala.
Gli uomini concepivano già l’utilizzo di una specie di preservativo: ai tempi veniva realizzato prevalentemente con il budello di alcuni animali, che veniva tagliato e debitamente adattato alle misure umane, con cui cercavano di prevenire l’inseminazione.
Le donne utilizzavano un meccanismo diverso: il metodo anticoncezionale femminile era basato su piccoli gomitoli di lana impregnati di grasso, in modo che non facessero passare alcun liquido, delicatamente inseriti nella loro zona intima, per evitare che gli spermatozoi potessero fecondare.
Nell’antica Roma esistevano poi gli aborti. Si praticavano con dei bagni bollenti, con dei movimenti fisici molto violenti o con dei salassi: tutte tecniche piuttosto brutali che miravano a ottenere l’interruzione di gravidanza.
Ovviamente era una pratica altamente rischiosa, che spesso provocava la morte anche della madre, per cui si può considerare un trattamento estremo e utilizzato in una ristretta cerchia di casi.
E’ stato testimoniato anche l’utilizzo del parto cesareo. Questo è oggi un metodo che si impiega in emergenza, o in altri casi per evitare stanchezza e inutile sofferenza alla madre.
In realtà i romani non adoperavano il parto cesareo per comodità: nella stragrande maggioranza dei casi questa tecnica veniva scelta quando la madre era già morta, come tentativo disperato di salvare il bambino.
La battaglia del monte Graupio è uno scontro avvenuto tra l’esercito romano guidato dal generale Gneo Giulio Agricola e i Caledoni di Calgàco nell’84 d.C in Scozia.
Si tratta di una battaglia molto interessante perché simbolo della straordinaria superiorità dell’esercito romano, non tanto in termini di numero ma soprattutto sotto l’aspetto della capacità tattica, della abilità nella gestione degli uomini e nella rapidità di reazione agli imprevisti.
I romani in Britannia
La battaglia del monte Graupio si inserisce nel contesto della presenza dei romani in Britannia. Fu sotto l’imperatore Claudio, che Roma avviò la vera e propria conquista dell’isola. Durante queste campagne militari, la naturale divisione tra le diverse tribù britanne e i continui scontri interni avevano enormemente favorito le vittorie dei legionari.
Un esempio classico della politica del “divide et impera”, che si basava sullo sfruttamento delle divisioni dell’avversario per ottimizzare le possibilità di conquista. Fu seguendo questo approccio che i romani penetrarono in Britannia e conquistarono gran parte del territorio in un tempo relativamente breve.
Il controllo del territorio da parte di Roma, non fu però sempre semplice, soprattutto per via delle continue ribellioni delle tribù, mai definitivamente domate. Nel corso dei decenni si verificarono così diversi episodi in cui l’esercito romano venne messo in grave difficoltà.
Ad un certo punto, la situazione si fece talmente instabile che venne messa in discussione la permanenza stessa dei romani nell’area.
A dare una decisiva svolta alla situazione di quegli anni, fu il generale Gneo Giulio Agricola.
Si trattava di un comandante straordinariamente capace, certamente un fuoriclasse, proveniente dalle migliori scuole del pensiero militare romano.
In una serie di campagne estremamente efficaci condotte tra gli anni 78-84 d.C, Agricola riuscì a riprendere il controllo della Britannia. Vennero infatti ripresi, tramite interventi militari fulminei, i territori che oggi appartengono all’Inghilterra e all’attuale Galles.
L’ultimo atto delle campagne di Agricola, fu la penetrazione e la pacificazione della odierna Scozia. In questa zona, Agricola si mosse con il suo esercito attraverso una doppia linea: da un lato la grande flotta romana che aveva il compito di seguire la costa terrorizzando l’avversario e garantendo manforte alle legioni .
Parallelamente la penetrazione della fanteria nel profondo della Scozia. Fu proprio qui che i romani si scontrarono con il fiero popolo dei Caledoni, guidati dal loro generale Calgàco.
Agricola comprese subito che la guerra doveva terminare al più presto e per ottenere questo risultato, decise di tagliare i rifornimenti dei viveri dei Caledoni.
In questo modo gli avversari furono obbligati a scegliere fra morire di fame o a combattere. Agricola, con questa prima mossa, riescì così a non prolungare i tempi del conflitto e a giungere quanto prima ad una battaglia campale in grado di definire la situazione.
Il discorso di Calgàco ai Caledoni
Prima di ogni battaglia, i generali di ogni epoca sono soliti pronunciare un impetuoso discorso ai loro soldati . Il discorso di Calgàco ai suoi Caledoni, è entrato nella storia come vero e proprio manifesto contro l’imperialismo romano.
E’ una critica molto forte, molto dura, a tratti molto vera, dell’imperialismo dei romani, con tutti gli eccessi a cui si abbandonarono in alcuni momenti della loro storia.
Chi ci racconta questa storia, Tacito, è uno storico critico nei confronti del governo romano del suo tempo e certamente lo storiografo utilizzò il discorso di Calgàco anche per motivi politici.
La parte principale della grande accusa di Calgàco ai romani recita:
Razziatori del mondo. Adesso che la loro sete di universale saccheggio ha reso esausta la terra vanno a cercare anche in mare. Avidi se il nemico è ricco, arroganti se è povero, gente che nè l’Oriente nè l’Occidente possono saziare. Loro bramano di possedere con uguale smania, ricchezza e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e con un falso nome lo chiamano impero. Fanno il deserto e lo chiamano pace.
La battaglia del monte Graupio. La disposizione iniziale
Il territorio in cui si svolse la battaglia è molto importante: oltre alla presenza di alcuni piccoli fiumiciattoli, l’elemento più interessante era certamente costituito da una collina abbastanza ripida che fu determinante ai fini dello scontro.
Da parte romana, la battaglia non venne combattuta dal grosso dell’esercito quanto dagli ausiliari. I legionari rimasero infatti di riserva, protetti all’interno dell’accampamento , dietro le mura.
Il nucleo della fanteria posizionata al centro era infatti composto da otto coorti di ausiliari che vennero disposti in assetto da battaglia. Sia sul lato sinistro che sul lato destro Agricola posizionò la cavalleria, seguendo una disposizione assolutamente classica.
Dall’altro lato l’esercito di Calgàco: gli uomini di fanteria schierati al centro e con la collina alle spalle vennero raggruppati in file molto serrate. Sulla sinistra e sulla destra Calgàco approntò i suoi cavalieri creando uno specchio abbastanza fedele della disposizione dei romani.
In avanscoperta, alle pendici della collina, vennero posizionati invece i classici carri da combattimento, propri della tradizione delle tribù britanne.
A fronte di una disposizione piuttosto equilibrata da entrambe le parti, i Caledoni avevano tuttavia la possibilità di potersi arroccare sulla collina, combattendo in discesa, il che costituì un primo vantaggio importante.
La battaglia
Agricola iniziò ad avanzare con i suoi ausiliari contro il nemico caledone ma mano mano che procedette si rese conto che la linea dei soldati avversari aveva una ampiezza superiore alla sua.
La sua prima decisione fu così quella di allungare la disposizione e le fila dei suoi ausiliari centrali per non correre il rischio di essere circondato. I soldati si ritrovarono ad essere più diradati rispetto alla consuetudine, ma si trattava di un rischio calcolato.
Dopo la vittoria della cavalleri romana, il fulcro dello scontro è fra i carri caledoni e i batavi alleati dei romani
L’inizio vero e proprio della battaglia fu il lancio delle rispettive cavallerie l’una contro l’altra. I romani riuscirono con relativa facilità ad avere la meglio sugli avversari e a metterli in fuga.
Calgàco utilizzò allora i suoi carri da guerra per attaccare le linee centrali del nemico. Agricola prese in questa fase una seconda decisione molto importante: staccò alcuni soldati dal gruppo principale, creando una specie di avanguardia, con il compito di affrontare direttamente i carri.
Si trattava di guerrieri batavi: erano alleati dei romani molto forti nel combattimento corpo a corpo. Talmente valorosi che, a differenza di altre popolazioni, non dovevano fornire ai romani alcun tributo, ma solamente soldati per le battaglie dall’esito più incerto.
I batavi erano armati molto bene e si rivelarono particolarmente adatti per combattere il nemico caledone. Dai carri partì dapprima un rapido lancio di pietre e di dardi per proseguire con lo scontro corpo a corpo.
I guerrieri batavi ebbero quasi subito la meglio sui carri caledoni. Non sappiamo esattamente quale tecnica abbiano utilizzato per fronteggiare l’avversario, ma probabilmente crearono dei piccoli spazi fra gli uomini dove i carri venivano fatti infilare, per poi essere circondati.
A questo punto, l’esercito caledone iniziò a sentire tutta la pressione degli avversari e a retrocedere. Tuttavia, arroccandosi sulla collina, sfruttarono la pendenza a loro vantaggio. I batavi combattevano sì efficacemente, ma trovandosi in salita stavano iniziando a stancarsi.
La battaglia giunse così ad un punto critico: tentando di approfittare della situazione, Calgàco prelevò un contingente di cavalleria che aveva conservato nelle retrovie e lo lanciò dalla sommità della collina con l’obiettivo di aggirare i romani sul loro fianco sinistro.
Qui, la lungimiranza del generale Agricola fece la differenza: due squadroni di cavalleria, che anche Agricola aveva pensato di conservare, fecero la loro comparsa, con l’ordine di assalire il contingente avversario e neutralizzare la pericolosa minaccia di un aggiramento.
Il tentativo di accerchiamento di Calgàco viene neutralizzato da una mossa doppia della cavalleria di Agricola
I nemici vennero rapidamente annientati e, al contrario dei piani di Calgàco, furono gli uomini di Agricola a convergere sul fianco dell’avversario, sgretolandolo completamente. Probabilmente fu in questa fase che Calgàco si unì alla lotta, morendo sul campo.
I Caledoni si dispersero nei boschi circostanti. Secondo alcune fonti, cercarono, come estremo atto ostile, di circondare i cavalieri romani che stavano inseguendo i fuggiaschi ma diverse unità distaccate da Agricola scongiurarono il pericolo.
La dominazione romana in Britannia
La battaglia del monte Graupio fu una straordinaria vittoria romana. Dopo questo confronto, non ci furono ulteriori resistenze importanti da parte dei britanni e il territorio venne pacificato.
D’altra parte, però, i britanni rimasero un popolo fiero e combattivo, che causò costantemente problemi all’esercito romano.
Il simbolo principale del continuo stato di agitazione, fu soprattutto la costruzione di un grande muro, il vallo di Adriano.
Una gigantesca opera realizzata dagli imperatori successivi alle imprese di Agricola, concepita per porre un confine definitivo tra il mondo romano e il mondo non romano in Britannia, necessario per pacificare la zona e risparmiare uno stato di continua guerriglia ai soldati di Roma.
L’assedio della fortezza di Masada, tra la fine del 72 d.C e il 73 d.C, nella antica Giudea sud-orientale, è l’ultimo atto della prima guerra giudaica, dove il comandante Lucio Flavio Silva sconfisse, in un memorabile assedio, il capo della fazione estremista degli ebrei, i sicarii, Eleazar Ben Yair.
E’ indubbiamente uno dei momenti più epici di tutta la storia romana, in cui l’esercito di Roma diede prova di capacità che vanno oltre ogni limite dell’immaginazione.
Roma ottenne una vittoria schiacciante ed eseguì un’operazione che è rimasta nei secoli. Ma, come vedremo, anche l’avversario dimostrerà tanto onore e un implacabile orgoglio.
I rapporti tra i romani e gli ebrei
I rapporti tra i romani e gli ebrei iniziarono in maniera consistente, all’epoca di Pompeo Magno, che mosse guerra nel 66 a.C. contro Mitridate VI, il Re del Ponto, una zona nordorientale dell’Asia Minore, oggi in Turchia.
Pompeo ottenne una serie di vittorie militari, fino allo scontro con la popolazione degli ebrei sulla quale ebbe facilmente la meglio.
Pompeo riuscì persino a conquistare la loro capitale, Gerusalemme, ma in quell’occasione, anche ammirato dalla bellezza della città e riuscendo a percepire la sacralità di quel luogo, decise di non distruggerla.
Anzi, il generale romano dimostrò di avere rispetto e si limitò, una volta ritiratosi, a fondare la nuova provincia di Siria.
La zona diventò dapprima uno stato cliente di Roma, poi un protettorato, fino a che, all’epoca di Augusto, divenne ufficialmente una provincia sotto il completo controllo romano.
I rapporti tra i romani e gli ebrei furono, in questo primo periodo, abbastanza buoni. Sia sotto Augusto che sotto Tiberio non vi furono gravi problemi.
Ma la situazione, negli anni successivi, conobbe dei gravi cambiamenti. Si tratta di episodi che incrinarono fortemente i rapporti: uno di questi fu compiuto dall’imperatore Caligola, che dispose di creare una enorme statua che lo raffigurava come un Dio, con l’ordine di posizionarla direttamente nel tempio di Gerusalemme.
Questo atto fu un’offesa gravissima, soprattutto perché gli ebrei erano esclusivamente monoteisti. L’entrata nel loro tempio di un Dio estraneo era totalmente inconcepibile.
Si trattò di un primo episodio che incrinò sensibilmente il rapporto tra i romani e gli ebrei. Ma il caso si chiuse spontaneamente con la morte di Caligola.
Il più profondo motivo della rivolta, va probabilmente identificato nel malgoverno citato da alcune fonti da parte dei governatori romani.
Ad esempio il governatore Gessio Floro, decise di prelevare 17 talenti d’oro, sempre dal tempio di Gerusalemme. Anche questa apparve come una inaccettabile violazione di un luogo sacro.
Un atto che suscitò negli ebrei, e soprattutto nella fazione degli zeloti che da sempre cospiravano contro la dominazione romana, uno sgomento enorme. Fu la miccia di una ribellione importante.
Così si accesero spontaneamente una serie di guerriglie e di agguati tra i romani e gli ebrei e nel corso degli anni si sviluppò una dinamica molto importante per la comprensione di questo periodo storico.
Gli ebrei avevano una religione molto antica: erano soliti consultare continuamente le sacre scritture e in particolare il libro di Daniele.
Interpretando le parole dei profeti, gli ebrei sentivano di appartenere ad un periodo della storia detto di “tribolazione“, in cui avrebbero subìto delle terribili ingiustizie da parte dell’impero romano, che venne visto come l’incarnazione del male.
Nel momento in cui gli ebrei avrebbero resistito all’invasore, superando le tribolazioni, sarebbe arrivato un periodo santo, un periodo d’oro, con la comparsa di un messia.
Nacque così in questo popolo, un accanito fanatismo religioso che portò gli ebrei a scatenare una guerra totale, senza esclusione di colpi, senza possibilità di mediazione e senza alcuna apertura nei confronti dell’avversario.
Fu così che questa guerra assunse rapidamente dei contorni estremamente feroci.
Vespasiano, Tito e la presa di Gerusalemme
L’allora imperatore Nerone, incaricò Vespasiano, il suo miglior generale, di combattere la prima guerra giudaica.
Vespasiano ottenne una prima importante vittoria, conquistando Iotapata, una città molto ben fortificata e strategica nella guerra contro gli ebrei.
Ma fu suo figlio Tito, nel 70 d.C, a compiere l’assalto, l’assedio e la conquista di Gerusalemme, della capitale. Fu un assedio molto duro, estremamente feroce, che si protrasse per diversi giorni.
Anche oltre le intenzioni di Tito, i soldati romani, esacerbati dalla crudeltà del combattimento, si lasceranno andare a notevole ferocia. Gerusalemme venne totalmente rasa al suolo, assieme al suo tempio.
Il simbolo principale della distruzione di Gerusalemme è certamente quello dei soldati romani che trafugano il candelabro a sette bracci, sacro per gli ebrei, fuori dal tempio, come un trofeo.
Il dettaglio venne riprodotto con precisione nel bassorilievo dell’arco di trionfo di Tito, eretto proprio in occasione della sua vittoria.
Il dettaglio dell’arco di Tito con il furto da parte dei romani del sacro candelabro a sette bracci degli ebrei
L’arrivo dei Sicarii
La guerra si era conclusa, ma la situazione non era ancora totalmente risolta.
Soprattutto perché gli ebrei diedero luogo a una guerriglia, ad uno stato di agitazione costante, che sottopose l’esercito romano ad uno sforzo tremendo, un dispendio di tempo, di denaro e di soldati davvero ingente.
Con un paziente e costoso lavoro di sottomissione da parte dei romani, la situazione sembrò comunque andare verso una pacificazione. Ed è proprio in questa fase che un gruppo di ebrei estremisti, i sicarii, emersero alla ribalta.
I Sicarii erano una frangia estremista che combatteva sia i romani, sia gli ebrei che dimostravano di accettare la loro presenza. Il capo di questo gruppo, Eleazar Ben Yair, decise, con i suoi uomini, di arroccarsi a Masada, una enorme fortezza che si affacciava sul Mar Nero, straordinariamente difficile da raggiungere e da espugnare.
Eleazar, con i suoi soldati e con i suoi fedelissimi, avrebbero combattuto fino al loro ultimo respiro. Senza resa.
La fortezza di Masada
Masada si trova nell’odierno Israele. Ancora oggi la zona è visibile in tutto il suo splendore: si riesce a capire, nonostante il passare del tempo, quale straordinaria fortezza doveva essere.
Era un grande altopiano, con pareti di roccia alte centinaia di metri. Erano immensamente ripide e assolutamente impossibili da superare o da scalare, anche per il più moderno e provetto degli alpinisti.
Il Re Erode il Grande, diversi decenni prima, aveva fatto scavare una serie di cisterne che permettevano di raccogliere l’acqua piovana il che rendeva Masada totalmente autosufficiente.
E non solo: Erode aveva radunato una grande quantità di cibo e di armi, diligentemente stipate e organizzate. Quando il capo dei sicarii si trovò di fronte questo spettacolo, capì di poter opporre ai romani una resistenza difficile da spezzare.
Quali sono gli unici punti di accesso di Masada?
Il primo lo troviamo a est: è il famoso “sentiero del serpente“. Si chiama così perché si dipana, proprio come un serpente, ed era estremamente ripido e stretto.
Era veramente molto difficile da attraversare e alla fine, chi fosse riuscito a percorrere questo sentiero, sarebbe arrivato in prossimità della porta orientale. Rigidamente controllata.
L’unico altro punto di accesso, era una via posizionata più a occidente. Questa era però dominata da una grande torre, che sempre Erode aveva fatto costruire. La torre impediva l’accesso, con un tiro dall’alto, ad ogni tipo di avversario.
Masada era veramente qualcosa di straordinario e di inespugnabile: così i romani si trovarono di fronte ad una delle più grandi sfide dell’arte dell’assedio che siano si siano mai verificate nella storia umana.
L’idea della rampa
Come fecero i romani a risolvere una situazione così enigmatica?
Tutto nacque dalla capacità di osservazione degli esploratori. Il loro generale, Silva, inviò degli esperti per capire quale poteva essere un punto debole da cui tentare una scalata.
Dopo qualche giorno di ricognizione, i soldati romani si resero conto che esisteva nella zona occidentale uno spuntone di roccia che veniva chiamato, secondo Flavio Giuseppe, “Bianca“. Questo spuntone era già una ottima base di partenza per colmare il dislivello e per arrivare fino alla sommità di Masada.
I romani spostarono tutte le loro forze in prossimità di “Bianca” e decisero di costruire un enorme terrapieno: spostarono a mano o con piccoli strumenti una quantità gigantesca di terra, sabbia, pietre e massi.
Attraverso un lavoro quasi disumano, il terrapieno prendeva forma e andava a colmare ulteriormente il dislivello: a mano a mano, i soldati romani riuscirono a salire verso la sommità di Masada e ad intravedere l’obiettivo.
Nonostante sia già un atto straordinario, questo non bastava ancora. C’era ulteriore spazio da completare e dal momento che il terrapieno non permetteva il posizionamento di armi d’assedio, i romani proseguirono ulteriormente, prelevando e posizionando dei grandi blocchi di pietra, che sono più stabili, innalzando ulteriormente il livello della loro costruzione.
I resti della rampa di assedio di Masada
Dopo altri giorni di sfiancante lavoro, i romani erano arrivati ad una ventina di metri dalle mura. Su questo terzo livello, molto più stabile, i legionari potevano ora muovere delle costruzioni d’assedio. Sempre su ordine di Silva, costruirono e cominciarono a movimentare una enorme torre ricoperta di ferro.
Nonostante tutti i disturbi possibili da parte degli avversari, la gigantesca torre d’assedio riescì a toccare le mura e finalmente a superare la sommità di Masada.
Raggiunti i loro nemici, i romani cominciano a tirare con gli archi, balestre e scorpioni ogni genere di dardi contro i loro avversari.
Silva decise anche di sfondare il muro di protezione con un classico ariete. Ma gli ebrei ebbero la brillante idea di costruire un secondo muro più interno, abbastanza morbido, in grado di attutire i colpi, neutralizzando il tentativo romano.
Il reale momento in cui tutto si decise fu quando i romani usarono il fuoco verso i palazzi di Masada. Al’inizio il vento fu loro contrario, ma di lì a poche ore il vento cambiò direzione iniziando a spirare verso sud.
Il fuoco iniziò dapprima a lambire e poi ad incendiare la rocca di Masada.
Il suicidio di massa
I romani riuscirono ad avere decisamente la meglio sui loro avversari ma non attaccarono immediatamente. Decisero di aspettare il mattino dopo, consapevoli che la situazione era in pugno.
Quando Eleazar, si rese conto che i romani erano riusciti ad espugnare persino Masada e che non c’era davvero più niente da fare, immaginò che cosa i soldati avrebbero fatto alle loro mogli, ai loro figli e alle loro famiglie.
Decise di togliersi la vita: ma per “salvare” i suoi fratelli, concepì un gigantesco e tragico suicidio di massa.
Secondo le cronache, alcuni furono immediatamente dalla sua parte, volenterosi di togliersi la vita pur di non finire nelle mani dei romani. Altri furono dapprima titubanti, ma alla fine tutti si lasciano convincere. Prima che i romani attaccassero di nuovo, i sicarii avviarono, coscientemente, un tragico auto-sterminio.
Gli uomini cominciarono ad abbracciare piangenti le proprie mogli e i propri figli, poco prima di ucciderli. Decine e decine di persone si tolsero la vita a catena: alcuni tagliarono la gola ai loro amici, altri preferirono conficcarsi la spada nell’addome, fino a che, ora dopo ora, rimasero solamente dieci uomini.
L’ultimo fra loro, estratto a sorte, tolse la vita gli altri nove. Infine, si guardò attonito intorno, controllò che nessuno fosse più vivo, e si gettò nel fuoco, anche lui trafiggendosi con la spada.
Quando il giorno dopo i romani salirono sulla loro costruzione per completare la presa di Masada non incontrarono alcuna resistenza.
Stupiti e sospettosi, temendo una trappola e particolarmente guardinghi, iniziarono ad aggirarsi nei dintorni di Masada osservando sgomenti degli orrendi mucchi di cadaveri.
Solamente due donne sopravvissero: una ragazzina e un’anziana scappate per tempo nei bassifondi della rocca. Furono loro a raccontare ai romani quello che era successo.
E i romani vennero presi da grande stupore e ammirazione: questo gesto nell’antichità, veniva ritenuto un atto d’onore. Fu così che i sicarii negarono per sempre ai legionari, la soddisfazione di catturarli.
Una guerra ad alta quota
La presa di Masada entra nella storia per la straordinaria capacità dei romani di compiere l’impossibile per vincere la guerra e per portare a termine il conflitto.
Quello di Roma, è certamente un esercito del tutto irresistibile. Rimane nella storia la potenza romana, senza appelli. Rimane, tuttavia, anche il sacrificio degli ebrei e il loro elevatissimo senso dell’onore.
La società romana era sconvolta da 30 anni di guerre civili.
La riforma dello stato romano di Ottaviano Augusto è dunque una enorme ristrutturazione delle assemblee dell’antica Roma, e come vedremo, l’instaurazione di una specie di regime “legalizzato” da parte dell’imperatore, che assicurò pace e prosperità per i secoli successivi.
Una struttura, quella imperiale, entro cui si dipanerà tutta la storia politica romana successiva, almeno fino alla caduta dell’Impero d’Occidente.
La crisi del sistema repubblicano
Il tradizionale sistema repubblicano romano era costituito da una serie di assemblee.
Alcune eleggevano le magistrature inferiori, dedicate alla gestione delle città o alla rappresentanza dei cittadini meno abbienti, mentre le altre si occupavano di nominare le magistrature superiori, che guidavano di fatto le Repubblica.
Si trattava di un sistema di pesi e contrappesi che aveva funzionato perfettamente per secoli e che aveva garantito a Roma una grande stabilità e capacità di espansione.
Ma con l’evolversi del tempo, questi meccanismi si erano dapprima incrinati e quindi irrimediabilmente compromessi: la corruzione dilagante e la continua compravendita di cariche pubbliche, avevano inficiato profondamente questa struttura.
Un’altra causa profonda della crisi della Repubblica era stata, paradossalmente, la riforma dell’esercito romano attuata da Caio Mario.
Questa revisione delle forze armate aveva reso l’esercito estremamente potente ed efficace, ma in breve tempo emerse una controindicazione importante: i soldati erano ora più fedeli al generale che garantiva loro il bottino e le terre alla fine del servizio militare, piuttosto che allo Stato.
Le legioni erano diventate così il vero e proprio braccio armato della lotta politica, al servizio del comandante di turno, che poteva usare i soldati per il proprio tornaconto personale.
Ottaviano si trovò così di fronte ad una enorme sfida politica: il ripensamento radicale di un apparato statale ormai irrecuperabile.
L’incarico da parte del Senato
Per prima cosa, Ottaviano Augusto non avrebbe potuto agire come un Re, un comandante o un monarca che riformava a suo piacimento le istituzioni.
Attraverso una serie di amici e alleati all’interno del Senato, Ottaviano finse di voler fare un passo indietro, di abbandonare il suo ruolo di vincitore dell’ultima guerra civile e di ridare pieni poteri al Senato di Roma.
Il Senato stesso, di comune accordo, si oppose, chiese ed insistette nell’affidare l’incarico ad Ottaviano per garantire la pace e il funzionamento dello Stato.
L’opera di Ottaviano apparve dunque non come una imposizione del singolo, ma come un incarico richiesto e perfettamente autorizzato dal Senato romano.
Questo primissimo passo è fondamentale per comprendere l’opera di Ottaviano, che è costantemente tesa alla legalizzazione e alla autorizzazione formale del suo potere e delle sue cariche.
Assicuratosi di non apparire come un dittatore ma come un “incaricato”, Ottaviano avviò un enorme aggiornamento delle strutture romane.
Il controllo politico
Il primo obiettivo di Augusto era ottenere il controllo politico della situazione.
Per fare questo, egli si pose come un magistrato supremo, investito del potere militare, l’Imperator, NON con il compito di smantellare la Repubblica, ma l’esatto opposto.
Rappresentare, difendere e proteggere il funzionamento della Repubblica stessa. Egli era, formalmente, il più alto garante dello Stato Romano.
L’imperatore aveva poi una ristretta cerchia di senatori e politici influenti, e fedelissimi, con cui si consultava continuamente e dove venivano prese, confidenzialmente, le decisioni più importanti.
Si trattava del Consilium Principis, ed era il reale fulcro della politica romana. Tutte le decisioni ponderate e decise in questo esclusivo crocchio di potenti, venivano poi rese effettive, sempre con discrezione, nel Senato.
Lo stesso Senato romano venne revisionato ad immagine e somiglianza del Princeps.
I senatori che non erano in linea con la politica dell’imperatore, dovevano essere neutralizzati. Ma non si trattò di una operazione violenta, palese, alla luce del sole, come delle liste di proscrizione, quanto di una attività lenta e strisciante.
I dissidenti, iniziarono ad essere gradualmente esclusi dalle cariche e a vedersi la carriera politica bloccata o pesantemente rallentata.
Al contrario, coloro che volevano consolidare e aumentare la loro influenza, erano giocoforza quelli che condividevano e attuavano le politiche definite dal Princeps e dal suo Consilium.
In questo modo, con una fine attività politica, Ottaviano si garantì l’appoggio del Senato e mantenne saldamente il potere politico nelle sue mani.
Sempre con quella parvenza di legalità che era necessaria e fondamentale per non compromettere la sua opera.
Il controllo militare
Durante la sua ascesa verso il potere, Ottaviano aveva afferrato perfettamente l’importanza del controllo militare.
Per questo, Ottaviano iniziò a distribuire sul territorio, a Roma e nella penisola italica soprattutto, alcune unità di Pretoriani. Dei soldati scelti fra tutto l’esercito, con il compito di salvaguardare e proteggere la vita e la funzione dell’imperatore.
Una sorta di guardia del corpo che gli consentiva di avere alle sue dipendenze un nucleo scelto di militari pronti ad intervenire.
Ma la vera novità, fu quella della divisione delle province in imperiali e senatoriali.
In Rosso le province Imperiali, in Rosa quelle Senatoriali
Anteponendo formalmente il bene, la protezione e la sicurezza dei territori, Ottaviano definì alcune province come strettamente e direttamente dipendenti dall’Imperatore.
In queste zone, tuttavia, erano dislocate, e non era certo un caso, le legioni più importanti, addestrate e significative per mantenere il controllo militare dell’impero.
In questo modo, sempre senza violare alcuna norma, Ottaviano ebbe il comando supremo dell’apparato militare.
Le altre province, quelle Senatoriali, erano le zone più tranquille e sicure di tutto l’impero, dove i legionari di stanza, anche se coalizzati, non avrebbero potuto costituire un significativo pericolo.
Questa divisione si riflette anche nella tassazioni. I proventi derivanti dalle province imperiali, confluirono da quel momento nel “Fisco“, una cassa privata del princeps.
Mentre le tasse delle province senatoriali venivano radunate nell'”Erario“, la cui gestione era condivisa con tutti i membri del Senato.
Un passaggio importante per riportare l’ordine militare fu anche quello, come spiegato prima, di evitare che i comandanti utilizzassero le legioni per i loro scopi personali.
La soluzione adottata da Augusto fu quella di istituire l’Erario militare. Una parte della cassa dello stato interamente dedicata al pagamento dell’esercito e supervisionata da tre magistrati.
Con questa semplice azione, il Princeps riuscì finalmente a riportare le attività delle legioni sotto il controllo statale, recuperando voce in capitolo sulle forze armate.
La propaganda di Ottaviano Augusto
Non meno importante, per il buon funzionamento del suo regime, era il rapporto tra l’imperatore e le masse cittadine. I romani avevano subìto 30 anni di dilanianti guerre civili e chiedevano nient’altro che la pace.
Il primo elemento con cui Augusto gestì le masse fu la Religione. Esperto e conoscitore dell’Mos Maiorum degli antenati, Ottaviano diffuse la seguente “giustificazione” al suo potere agli occhi del pubblico.
Roma aveva fino a quel momento avuto un patto con gli Dei. I romani osservavano le leggi divine, chiedevano continuamente segnali e auspici, e organizzavano la loro vita in accordo con il volere delle entità sovrannaturali.
Durante il tempo, tuttavia, i romani avevano rivelato pubblicamente il nome segreto di Roma (probabilmente AMOR, ovvero il nome di ROMA letto al contrario).
La diffusione di questo intimo segreto, aveva adirato gli Dei, i quali avevano rotto il patto con Roma, e da lì, senza la loro protezione, la città eterna aveva conosciuto l’estenuante susseguirsi delle guerre civili.
Augusto si pose volutamente come l’intermediario, in grado di ricostituire l’intimo accordo con gli Dei. Un vero e proprio “uomo di mezzo” che era riuscito nell’intento di riconciliare il popolo romano con i suoi tradizionali protettori.
Questo significava non solo che la figura di Augusto era sacra e inviolabile, ma che tutti i generali e comandanti da lui nominati godevano della sua protezione.
Ma questo non bastava. Augusto concepì quella che venne definita politica del “panem et circenses“.
Durante la sua giovinezza, Ottaviano aveva scoperto in prima persona cosa significava affrontare il popolo inferocito per la fame e la carestia. Dopo un esclusivo banchetto dove aveva interpretato il dio Apollo, era stato quasi linciato dalla folla affamata, salvato in quella occasione da Marco Antonio.
Per cui la fornitura di derrate alimentari gratuite fu una misura fondamentale per mantenere la tranquillità della popolazione.
A questo si aggiungevano i “circenses“, ovvero i giochi.
I giochi, le festività e le ricorrenze erano fondamentali per convogliare l’insoddisfazione e la rabbia della popolazione, per comunicare efficacemente la sua propaganda e per distrarre le masse dal delicato intreccio politico che stava tessendo.
Il simbolo del potere augusteo. L’Ara Pacis Augustae
Per la propaganda di Augusto, la cultura ebbe un rilievo fondamentale.
Sotto di lui e il suo amico e collega Mecenate, vennero incoraggiate le arti. L'”Eneide”, composta da Publio Virgilio Marone, era una immensa opera che ripercorreva la nascita di Roma e mirava a stabilire la famiglia di Augusto come prediletta dagli Dei.
Così come la storia di Roma redatta da Tito Livio, che partì dalla fondazione e si concluse con i funerali di Druso, uno dei figli di Augusto.
A livello scultoreo alcune statue, come “L’Augusto di Prima Porta” rappresentano ancora perfettamente gli ideali augustei.
Ara Pacis Augustae: il simbolo della riforma augustea
Ma il vero capolavoro e simbolo, è senza dubbio l”‘Ara Pacis Augustae“.
Si tratta di una costruzione meravigliosa, completamente in marmo, dove dei bassorilievi ripercorrono la storia di Roma. Oltre ad essere utilizzata al suo interno per delle piccole cerimonie, questa struttura rappresenta la conferma che era giunto un periodo di pace e di prosperità per il popolo romano.
L’unica pecca: la successione
L’immensa opera riformatrice di Augusto ebbe risultati concreti. Il nuovo sistema diede stabilità (anche se con alcuni momenti di crisi) all’impero per i secoli successivi.
L’unico vero problema, irrisolto persino dallo stesso Augusto, fu il meccanismo della successione. Lo stesso Ottaviano, ancora in vita, si rese conto di quanto delicato fosse il problema.
Il meccanismo elaborato dal Princeps fu quello di selezionare all’interno della famiglia dell’imperatore il successore via via più meritevole. I pretoriani avevano il compito di proteggerlo, ma anche e addirittura di ucciderlo, qualora si fosse dimostrato incapace o fuori controllo.
Una continua scelta all’interno della famiglia imperiale che avrebbe dovuto rinnovare la guida dello stato romano.
In alcuni casi tutto questo funzionò: Tiberio, il suo successore, fu un buon regnante, così come anche Claudio, fu imperatore illuminato. Ma con la morte di Nerone senza eredi, si aprì ad esempio il famoso “Anno dei quattro imperatori”.
Un anno di conflitti militari per determinare la famiglia imperiale successiva: la dimostrazione che il nodo della successione non era stato totalmente risolto e che in caso di incertezza, la presa delle armi era sempre dietro l’angolo.
L’eredità di Augusto
“Quale politico più grande di lui?” ebbe a dire lo storico Theodor Mommsen?
Probabilmente nessuno, o pochissimi. La portata della mente politica di Augusto è quasi del tutto inarrivabile. Con una serietà e un lucido calcolo, quasi disumano, Ottaviano aveva recuperato e reinterpretato un sistema statale ormai logoro, trasformandolo in una nuova entità.
Con la sua opera, si aprì infatti il periodo della “Pax Romana“, una condizione di notevole prosperità e assenza di conflitti significativi, in tutto lo sterminato impero.
La battaglia di Harzhorn è uno scontro armato fra le legioni guidate dall’imperatore Massimino il Trace e i guerrieri germanici nel 235 d.C, nella odierna Bassa Sassonia, in Germania.
La battaglia vide i romani trionfare grazie ad una migliore disposizione tattica e all’uso dell’artiglieria.
Si tratta di uno episodio importante perchè dimostrativo della capacità dell’esercito romano di penetrare in Germania anche ben dopo la famigerata disfatta di Teutoburgo.
I romani in Germania: le prime guerre
Sotto il principato di Augusto, Roma aveva avviato una serie di battaglie in Germania, con i generali Tiberio e Druso, per sconfiggere le tribù e mettere in sicurezza i confini settentrionali dell’impero.
Si trattò di campagne vincenti, che portarono i confini di Roma fino al fiume Elba, e all’avvio della romanizzazione della Germania, considerata ormai una nuova provincia che si avviava ad essere inglobata nell’orbita romana.
Purtroppo, una visione strategica errata, portò Augusto a considerare la provincia “assicurata”, quando invece il processo non era ancora concluso.
Per questo, il suo generale Quintilio Varo venne tradito e sconfitto nell’imboscata di Teutoburgo, nel 9 d.C assieme a tre legioni XVII, la XVIII e la XIX, che vennero totalmente annientate.
Questa disfatta, importante, mise in seria discussione la presenza romana in Germania e compromise il processo di romanizzazione che era stato intrapreso negli anni.
La rivincita e il confine sul Reno
Sotto l’imperatore successivo ad Augusto, Tiberio, il giovane e valente generale Giulio Cesare Germanico venne incaricato di tornare in Germania per vendicare l’onta di Teutoburgo ed impedire che una coalizione germanica potesse minacciare la sicurezza dell’impero.
La spedizione ebbe successo: Germanico, e il suo vice Cecina, individuarono e si scontrarono con lo stesso generale di Teutoburgo, Arminio, e con gli stessi uomini, ottenendo una schiacciante vittoria ad Idistaviso e sul Vallo Angrivariano (16 d.C).
Lo spettro di una invasione germanica era stato scongiurato, ma ripartire con l’opera di romanizzazione della Germania venne considerato uno sforzo del tutto esagerato, e Tiberio preferì riportare il confine fra le due realtà, sul fiume Reno.
Si trattà di un limite naturale e politico che sarebbe durato per i successivi 400 anni.
Da questo momento, l’opinione comune tende a credere che i romani non si avventurarono più in Germania, disinteressati o addirittura impauriti.
Una convizione errata, di cui la battaglia di Harzhorn è un esempio straordinario.
La spedizione di Massimino il Trace in Germania
I romani compirono delle spedizioni in Germania per parecchi secoli successivamente a Teutoburgo. La motivazione era perlopiù di costringere delle intere tribù di giovani guerrieri ad entrare nell’impero e servire nell’esercito, o lavorare nei campi.
Sotto la dinastia Flavia, venne inoltre conquistata una nuova regione della Germania, gli Agri Decumates, che furono governati dai romani fino al loro spontaneo ritiro nel tardo impero.
Tra il 193 e il 235, Roma venne governata dalla dinastia degli imperatori soldato dei Severi, che assicurarono una certa stabilità.
Ma successivamente, una serie di fattori concomitanti aprirono la famosa “crisi del III secolo”, dove l’impero dovette fronteggiare problemi militari, economici e organizzativi piuttosto importanti.
In questo periodo, assunse la carica imperiale Massimino, un soldato della Tracia dalle origini piuttosto umili, ma che con la sua straordinaria possenza fisica e capacità militare, arrivò al comando dell’impero.
Nel 235 d.C, Massimino era in ricognizione nel profondo della Germania, assieme alle sue legioni, fra cui molto probabilmente la IIII Flavia Felix con le truppe ausiliarie.
Dopo aver compiuto un giro piuttosto lungo, toccando il fiume Elba, i legionari stavano rientrando verso Mogontiacum (l’attuale Magonza), per ricongiugersi con l’accampamento base, quando nei pressi delle colline di Harzhorn vennero bloccati da un ingente numero di guerrieri germanici.
Il campo di battaglia
La zona di Harzhorn era dominata da una serie di colline piuttosto ripide e scoscese e dunque difficilmente praticabili. L’unica via che permetteva di attraversarle da nord a sud era una antica strada, ora corrispondente all’autostrada Bundesautobahn 7 .
I guerrieri germanici tesero una imboscata ai legionari, che si ritrovarono da soli e senza possibilità di ottenere aiuti, e dovettero fronteggiare rapidamente il nemico germanico.
Purtroppo non disponiamo di fonti antiche che ci possano raccontare nel dettaglio la posizione degli schieramenti nè lo svolgimento preciso della battaglia.
Le uniche informazioni ci provengono dai ritrovamenti archeologici (per fortuna molto ben conservati) e dalle monete, che ci consentono di inquadrare storicamente la battaglia.
Quello che è certo è che le forze si equivalevano numericamente, che lo scontro fu duro e provocò perdite da entrambe le parti e che i germani disponevano di strumenti e di armature simili a quelle dei romani.
In più, i germani erano particolarmente abili nelle imboscate, il che conferì ai guerrieri del nord un iniziale vantaggio.
La battaglia di Harzhorn
Dai ritrovamenti gli studiosi sono riusciti ad evincere due fatti importanti. Il primo è che i romani guidati da Massimino riuscirono a compiere un attacco dai due lati, compiendo una specie di contro-imboscata, dimostrando un movimento tattico superiore e sfruttando al meglio il territorio a loro disposizione.
Il secondo è che i romani riuscirono certamente a prevalere grazie alla superiore artiglieria. In particolare gli strumenti che gli garantirono la vittoria furono due.
Lo scorpione: una struttura in legno che consentiva, tramite un sistema di corde e di gomene, di inserire una freccia o un piccolo giavellotto all’interno di un “corridoio di tiro” e di scagliare con incredibile violenza e gittata il dardo contro il nemico.
Un singolo tiro di scorpione era perfettamente in grado di impalare più uomini, anche se dotati di corazze e protezioni.
I romani prevalsero ad Harzhorn grazie alla superiore artiglieria, dallo Scorpione alle Cheiroballistra
La Cheiroballistra: una versione più leggera dello scorpione, realizzata meno in legno e con molte più parti metalliche. La gittata era superiore rispetto allo scorpione, ma soprattutto, la cheiroballistra era straordinariamente leggera e trasportabile, il che consentiva una agilità sul campo di battaglia che si dimostrò decisiva.
Dopo lo scontro, l’esercito di Massimino riuscì certamente a disimpegnarsi e a riprendere in sicurezza il percorso fino a Mogontiacum, ricongiungendosi con l’accampamento base.
La presenza Romana in Germania
Sempre più fonti e ritrovamenti, ci confermano come la presenza romana in Germania continuò anche molti secoli dopo Teutoburgo, ponendo il confine sul Reno non come un limite invalicabile per ragioni di impotenza militare, ma come un limite naturale oltre il quale i romani preferivano spingersi solo dietro una specifica necessità.
La lettera del legionario Asinio Polione è uno dei ritrovamenti archeologici più sensazionali e suggestivi dell’intera storia romana.
Si tratta di autentica lettera di un antico legionario romano che scrive a casa: un gesto meraviglioso, un atto molto personale e decisamente intimo, che dopo secoli possiamo riscoprire, per sentirci idealmente vicini a quel soldato.
Il luogo e il tempo della lettera
Aurelio Polione era un legionario, di giovane età, di stanza in Pannonia, una regione che corrisponde all’odierna Ungheria, una parte dell’Austria e della Croazia.
Si trattava di una regione molto importante per l’impero romano, una zona di confine. Il periodo in cui la lettera è stata redatta è molto probabilmente attorno al III secolo dopo Cristo.
Lo capiamo sia perché il nome Aurelio era molto diffuso durante quegli anni, sia perché l’organizzazione amministrativa della Pannonia, per come viene citata nella lettera, è molto probabilmente quella del III secolo.
E’ un periodo di crisi per l’impero romano: vi sono delle tensioni sociali importanti, l’esercito affronta dei momenti di grande difficoltà e in questo contesto, Aurelio Polione, solo e frustrato, scrive una lettera alla sua famiglia.
Si sente rifiutato, ha bisogno di avere aggiornamenti dai suoi cari e, come vedremo, ha degli importanti problemi con i suoi congiunti.
Nel suo nucleo familiare c’è qualcosa di irrisolto e questo giovane legionario sente il bisogno di scrivere una lettera nel tentativo accorato di riappacificarsi con i genitori e i fratelli.
La lettera deve raggiungere l’Egitto: deve fare tantissima strada per arrivare a destinazione e la missiva venne affidata al suo Centurione, perché venisse inoltrata quanto prima all’efficiente sistema di posta dell’antica Roma.
La scoperta e la traduzione
Nel 1899, proprio in Egitto, venne ritrovato un papiro contenente la lettera scritta da nostro legionario: la straordinaria possibilità di leggere le precise parole scritte da quel ragazzo.
Il testo è in greco, ma si tratta di un greco molto influenzato dal latino. Probabile quindi che gli ordini militari impartiti nella lingua originaria dei romani, abbiano influenzato lo stile di scrittura del legionario.
Possiamo capire abbastanza facilmente che il livello di istruzione del ragazzo fosse relativamente elevato.
La lettera non è completa in tutte le sue parti: purtroppo diverse parole o frasi sono saltate, per cui possiamo solo leggere nell’insieme per capire il senso generale del discorso.
Aurelio Polione
AURELIUS POLION, SOLDATO DELLA LEGIO II AUDITRIX, A SUO FRATELLO HERON, ALLA SORELLA PLOUTOU, ALLA MADRE SEINOUPHIS LA PANETTIERA E SIGNORA (?), TANTI CARI SALUTI.
PREGO GIORNO E NOTTE CHE VOI GODIATE DI BUONA SALUTE, E OMAGGIO SEMPRE TUTTI GLI DEI DA PARTE VOSTRA. IO NON SMETTO DI SCRIVERVI, MA VOI NON PENSATE MAI A ME.
MA IO FACCIO LA MIA PARTE SCRIVENDOVI SEMPRE E NON SMETTENDO MAI DI STARE VICINO A VOI CON LA MENTE E CON IL CUORE. EPPURE NON MI SCRIVETE MAI PER DIRMI DELLA VOSTRA SALUTE E DI COME VE LA CAVATE.
SONO PREOCCUPATO PER VOI, PERCHÉ SEBBENE RICEVIATE SPESSO LETTERE DA ME, NON AVETE MAI RISPOSTO, COSÌ NON POSSO SAPERE COME VOI …
MENTRE ERO IN PANNONIA VI HO SPEDITO (DELLE LETTERE), MA MI AVETE TRATTATO COME UN ESTRANEO … SONO PARTITO … E VOI SIETE FELICI CHE (?) … L’ESERCITO. IO NON HO … VOI … PER L’ESERCITO, MA IO … SONO ANDATO VIA DA VOI.
VI HO MANDATO SEI LETTERE … PROVERÒ A OTTENERE UN PERMESSO DAL COMANDANTE E VERRÒ DA TE IN MODO CHE TU POSSA CAPIRE CHE SONO TUO FRATELLO…
HO CHIESTO (?) NIENTE A VOI PER L’ESERCITO, MA VI HO DELUSI PERCHÉ SEBBENE VI ABBIA SCRITTO, NESSUNO DI VOI (?) … HA CONSIDERAZIONE. SENTITE, VOSTRO (?) VICINO … SONO TUO FRATELLO. ANCHE VOI, RISPONDETEMI … SCRIVETEMI. CHIUNQUE DI VOI …, INVIATE IL SUO … A ME.
SALUTATE MIO PADRE APHRODISIOS E MIO (?) ZIO (?) ATESIOS … SUA FIGLIA … SUO MARITO E ORSINOUPHIS E I FIGLI DELLA SORELLA DI SUA MADRE, XENPHON E OUENOPHIS CONOSCIUTO ANCHE COME PROTAS … GLI AURELII … LA LETTERA …
Non sappiamo, e non sapremo mai se la missiva raggiunse la sua destinazione, così come non ci sarà mai possibile capire se Aurelio trovò pace con i suoi cari.
La legione romana in Cina è una interessante teoria avanzata nel 1955 dallo storico Homer Dubs: alcuni legionari romani sopravvissuti alla sconfitta di Carre, avrebbero fondato una città nel profondo della Cina, e alcuni abitanti di oggi, dai tratti misti occidentali, sarebbero i loro discendenti.
La missione di Crasso
La storia inizia nella tarda repubblica romana e dal personaggio di Marco Licinio Crasso.
Si tratta dell’uomo di gran lunga più ricco di Roma, ma anche di uno dei più potenti, grazie all’accordo privato con Pompeo Magno (adorato dall’esercito) e Giulio Cesare (astro nascente della politica romana), noto come “Primo triumvirato”.
I racconti delle conquiste di Cesare in Gallia, impressionano profondamente Crasso, che vuole avere la sua parte di gloria e decide di partire in missione per la Partia, una vasta e ricca zona che corrisponde all’attuale Iran-Iraq.
Un sogno per ogni romano: conquistare l’Oriente, come fece Alessandro Magno.
La spedizione però è fortemente ostacolata dai suoi nemici politici: il tribuno della Plebe Ateio riesce addirittura a farlo arrestare mentre sta uscendo da Roma vestito da generale.
Ma Crasso ha un potere ed una influenza spropositata, e riesce a liberarsi di lì a poco. Ad Ateio non rimane altro che maledirlo, e visto l’esito della missione di Crasso, i romani considereranno Ateio uno iettatore potentissimo, fino alla fine dei suoi giorni.
Crasso si dimostra un generale poco capace. I suoi discorsi alle truppe non hanno presa sugli uomini. Molto spesso è costretto ad aggiustare o ritrattare quello che dice, vedendo che i soldati sono perplessi o spaventati.
Non solo: i romani attribuivano una enorme importanza ai segnali premonitori e agli auspici. Tenendo in mano le viscere di un animale per predire l’esito della missione, Crasso si lascia scivolare le budella: un segnale più che nefasto.
“Non mi sfuggirà la spada!” dice Crasso per cercare di “rattoppare” la situazione, ma l’esercito è già in preda ad un cattivissimo presentimento.
Crasso prosegue, convinto della sua missione: recluta soldati nel sud Italia e organizza delle navi per attraversare l’Adriatico e raggiungere i Balcani: da lì passerà per l’Anatolia (odierna Turchia).
Sceglie il momento sbagliato, e una parte della navi cola a picco: non tutti gli uomini arrivano dall’altra parte della costa. Non si tratta solo di sfortuna, ma proprio di incapacità.
I consiglieri di Crasso, tra cui Cassio, quello che anni dopo ucciderà Giulio Cesare, gli danno un consiglio tattico importantissimo.
E’ bene proseguire seguendo la costa, per sfruttare il costante rifornimento delle navi che supportano l’esercito. Ma Crasso fa di testa sua.
Sceglie di procedere all’interno del deserto, in linea retta, senza supporto e nel cuore del territorio nemico. Un errore madornale, a cui si aggiunge la sua scarsa capacità di valutare gli uomini.
Si fida ciecamente di Arimane, una guida araba, che lo accompagna con 6mila cavalieri: al momento buono, Arimane tradisce Crasso, si unisce all’avversario e abbandona il comandante romano al suo destino.
Inizia così, la battaglia di Carre.
La battaglia di Carre: 9 giugno 53 a.C
Crasso è in balìa dell’avversario. Il generale dei Parti, Surena, dà ordine ai suoi soldati di circondare i romani e bersagliarli con una quantità spropositata di frecce.
L’arco dei parti riesce a scagliare un dardo a 400 metri, contro i 100 dei romani. E’ un’arma di straordinaria potenza a cui i legionari non sanno resistere.
Per tutta risposta, Crasso fa disporre i suoi uomini a formazione quadrata, con gli scudi alzati a testuggine e gli dà ordine di aspettare. E aspetta decisamente troppo.
Diventati dei bersagli immobili, le frecce partiche massacrano i soldati, trasformando la battaglia in una orribile carneficina.
Il figlio di Crasso, Publio, si decide ad una manovra estrema. Con 1000 cavalieri, si getta contro gli arcieri per interrompere quel supplizio. Non faranno in tempo ad entrare in contatto con i nemici che le frecce li avranno già crivellati.
Crasso vede suo figlio, armi in pugno, circondato su una collinetta, morire eroico sul campo di battaglia.
Nei giorni successivi, allo sfortunato ed incapace generale romano, non rimane altra soluzione che barricarsi nel suo accampamento. Iniziano delle trattative con Surena: quest’ultimo si dimostra magnanimo, disposto a lasciarlo libero.
Crasso esce dall’accampamento, fidandosi della parola di Surena, che al momento buono, lo fa uccidere. I suoi soldati gli staccano la testa.
E’ una umiliante sconfitta.
A sopravvivere pochi uomini. Fra cui, una parte della disperata carica di Publio: sono ufficialmente dei prigionieri, trasferiti dai Parti più ad Oriente, in una zona che corrisponde all’attuale Turkmenistan, per lottare contro gli Unni.
E di loro, per diversi secoli, si perdono le tracce.
La conferenza di Homer Dubs
Le sorti di quei legionari romani si perdono nelle pieghe della storia, fino ad un anno preciso.
Nel 1955, Homer Dubs, uno storico specializzato in studi asiatici, organizza una conferenza dal titolo stranissimo: “I Legionari Romani in Cina“.
Dubs rivela di aver letto gli annali e i registri della dinastia di imperatori cinesi Han e che in questi resoconti era presente un episodio particolare.
Durante la battaglia per strappare ai generali della dinastia avversaria, quella Hun, la città di ZhiZhi, i soldati avevano creato una palizzata di tronchi appuntiti e conficcati nel terreno.
Inoltre per difendere le mura, gli uomini si erano disposti in una strana formazione detta a “spina di pesce“. Sia le palizzate che la disposizione dei soldati erano estranee al mondo cinese, mentre erano consuetudine dei romani.
Da qui la conclusione di Dubs: si trattava di quei legionari, eredi della tragica carica di Publio.
I legionari, sconfitti a ZhiZhi, sarebbero stati deportati dai Cinesi ancora più ad oriente, nella città di Liqian, con il compito di difendere i contadini dalle incursioni dei tibetani.
Gli indizi a favore della teoria
Possiamo credere ad una legione romana insediata nella città di Liqian?
A favore di questa tesi ci sono diversi indizi.
In primo luogo, il nome: Li-qian non è una parola cinese. E’ piuttosto strano che l’impero asiatico chiami una città con un nome straniero. Non solo: Liqian è il termine con cui la Cina identifica Roma, o al massimo la città di Alessandria: comunque, un luogo occidentale.
Inoltre, anche a livello onomatopeico, “Liqian” assomiglia a “Legione“, il che potrebbe provare una origine romana del luogo.
Secondo: alcuni scavi archeologici svolti nel 1993, hanno portato alla luce in quella piccola città, dei resti di pali appuntiti. Di nuovo, una tecnica di costruzione del tutto estranea al mondo cinese, e invece normale per i romani.
C’è poi nella zona una insolita passione per la tauromachia, la lotta contro i tori, praticata come “sport estremo”. Si tratta nuovamente di una tradizione tipica per l’impero romano, e invece del tutto anomala per la Cina.
Infine, i tratti somatici. Come testimoniano le foto, gli abitanti di Liqian hanno capelli biondi, occhi azzurri, e caratteristiche stranamente occidentali, di tipo caucasico. Solo loro, in tutta la Cina.
Sono indizi concreti, che confermano buona parte di quanto affermato da Dubs nel 1955.
Gli indizi contrari
Le autorità cinesi, tuttavia, esprimono perplessità, e diversi esperti si sono sforzati di smentire la leggenda.
Innanzitutto, Liqian sorge in una zona abbastanza vicina alla famosa via della seta, dove uomini di diverse etnie hanno girovagato per secoli. Non è detto che le anormalità genetiche siano collegate ai romani.
Inoltre, secondo Yang Gongle, professore della Beijing Normal University , Liqian sarebbe stata fondata nel 104 a.C, ovvero diversi anni prima della battaglia di Carre, il che escluderebbe la fondazione da parte di eredi dei romani.
Le prove del DNA finora raccolte sono ancora discutibili e non danno una riposta definitiva, tenuto conto che l’esercito romano era di per se stesso piuttosto variegato a livello etnico.
Il risultato è che la legione romana in Cina si appresta ad essere probabilmente uno di quegli enigmi che non avranno mai una risposta certa.
Dobbiamo considerare anche il fatto che il Governo Cinese, fortemente nazionalista, è abbastanza prevenuto sull’argomento e non ama che i suoi cittadini siano fieri di discendere da un impero straniero.
Quello che è certo è che nella cittadina di Liqian, oggi, parecchi rievocatori cinesi si vestono da romani, sono fieri di portare il gladio e si proclamano, a metà tra il serio e il faceto, eredi dei gloriosi legionari.
A prova del fatto che, in un modo o nell’altro, Roma ha lasciato il segno anche qui.
Giulio Valerio Maggioriano, (420 d.C – 461 d.C) fu probabilmente l’ultimo grande imperatore dell’Impero Romano d’Occidente, prima della sua caduta.
Autore della difesa dell’Italia, riconquista delle Gallie e della Spagna ai danni dei Visigoti, si avvicinò a sconfiggere il regno dei Vandali di Genserìco nel Nord Africa, ed attua delle importanti riforme per rendere più giuste ed eque le tasse della società romana.
Venne infine tradito e ucciso dal generale barbaro Ricimero, prima di poter completare la sua opera
La crescita come generale e l’elezione ad imperatore
Maggioriano fa parte dell’alta aristocrazia militare: il nonno, omonimo, era il Magister Equitum, capo della cavalleria, e braccio destro dell’imperatore Teodosio I. La sua giovinezza passò così attraverso una rigida ed efficace educazione strategica e militare.
Le sue prime missioni furono sotto il comando del generale Flavio Ezio, colui che sconfiggerà Attila ai campi Catalaunici, assieme al suo compagno e amico di origine barbarica Ricimero.
Maggioriano sviluppa così una grande esperienza sui campi di battaglia e diventa rapidamente uno dei più valenti generali dell’Impero Romano d’Occidente.
Ad un certo punto della sua sfolgorante carriera, l’imperatore in carica Valentiniano III, che soffriva dell’influenza del generale Ezio, pensò addirittura di darlo in moglie alla sua unica figlia, per avere un uomo capace di muoversi sui campi di battaglia che sarebbe stato dalla sua parte.
Ezio, fiutando il pericolo, stroncò la carriera militare di Maggioriano, che dovette temporaneamente uscire di scena.
La situazione ebbe tuttavia un rapido cambiamento quando Valentiniano III, descritto generalmente come un codardo e inetto sui campi di battaglia, sfoderò la spada per uccidere Ezio, privando l’impero dell’unico generale in grado di proteggerlo militarmente.
Una frase che circolò presso gli storici del tempo recita:
“Uccidendo Ezio, Valentiniano III tagliò con il suo braccio sinistro il suo braccio destro”
L’azione di Valentiniano, tuttavia riportò in auge Maggioriano, il quale potè riprendere la sua carriera militare assieme a Ricimero.
I due più valenti generali dell’impero d’Occidente furono responsabili dapprima della nomina dell’imperatore Avito e di lì a poco della sua caduta, data l’incapacità di quest’ultimo di mediare tra le esigenze del Senato e dei militari.
L’impero d’occidente necessitava così di un nuovo imperatore e la persona più titolata a poterlo nominare era l’imperatore romano d’Oriente, in quel periodo Leone I.
Egli si rendeva perfettamente conto che i due nomi più adatti erano quelli di Maggioriano e di Ricimero, ma il primo, di origine più nobile e romana, era più adatto a ricoprire la carica.
Ricimero si “accontentò” così di fargli da Magister Equitum, ritenendo comunque di poter avere una ottima influenza sulle decisioni del compagno.
La difesa dell’Italia dai barbari Vandali
Nell’estate del 458 d.C un contingente di Vandali e Mauri attaccò l’Italia via mare: sbarcò in Campania e causò delle importanti devastazioni.
Maggioriano, con il suo esercito composto da diverse tribù barbare alleate di Roma, dovette intervenire personalmente. Ottenne abbastanza rapidamente una importante vittoria, riuscendo a salvare la penisola dall’invasione.
Tuttavia, nonostante quel successo militare, era necessario che la penisola italiana avesse le risorse per poter difendere sia le sue città che le coste.
Per questo motivo, Maggioriano stabilì un nuovo esercito a difesa dell’Italia composto da una serie di tribù barbare alleate con la qualifica di “Foederati” di Roma: Gepidi, Ostrogoti, Rugi, Burgundi, Unni, Bastarni, Suebi, Sciti e Alani.
Ma non solo: i Vandali erano dotati di una forza navale non indifferente e per questo ebbe l’accortezza di creare una nuova flotta a difesa della penisola, puntando sulle antiche scuole marinare di Miseno e Ravenna.
Inoltre promulgò una legge che consentì ad ogni cittadino romano di essere armato. Questo provvedimento, è una sorta di “recupero” di antiche tradizioni romane, per le quali il cittadino era anche un soldato, pronto a prendere le armi per difendere la sua terra.
In questo modo, in caso di pericolo, la penisola italiana sarebbe stata in grado di reclutare con relativa facilità un grande numero di uomini da impiegare nell’esercito.
La conquista delle Gallie
Un secondo importante obiettivo per Maggioriano era conquistare le Gallie.
Si trattava di una zona fortemente strategica che in realtà non riconosceva Maggioriano come nuovo imperatore.
Testimonianza di ciò, il fatto che la nobiltà gallo-romana, anche nelle iscrizioni del tempo, non citava il suo nome come punto di riferimento per l’intero occidente, riconoscendo solamente l’imperatore d’Oriente.
Si trattava di un grave pericolo per il suo potere e per la stabilità del sistema che voleva ricostituire.
Dopo un primo intervento del suo comandante Egidio, che finì assediato dai Visigoti, lasciò, con una buona dose di fiducia, Ricimero a gestire la situazione nella penisola italica.
Maggioriano si mosse personalmente con un esercito composto da diverse tribù verso le Gallie e attaccò direttamente i Visigoti.
Non ci furono grandi battaglie campali che risolsero la situazione, come siamo abituati a vedere nella Repubblica o nell’Alto Impero romano, ma una serie di interventi per assediare o liberare dagli assedi delle città strategiche.
In questo modo, Maggioriano si garantì un controllo militare sulle Gallie in un tempo relativamente breve, nominando Egidio governatore.
Ma non pensiamo a Maggioriano solo come ad un generale. Allo stesso tempo, egli ebbe l’accortezza di instaurare delle relazioni diplomatiche soprattutto con i grandi principi guerrieri gallici, con l’obiettivo che anche a quest’ultimi interessasse la posizione di forza e la garanzia offerta dal suo ruolo di Imperatore.
Un misto fra intervento militare e lavoro di diplomazia, che gli consentì di mettere in sicurezza il territorio, e rivolgere quanto prima la sua attenzione ad un’altra importante provincia, che andava rapidamente riconquistata.
La riconquista della Spagna
Un’altra provincia di importanza fondamentale era quella di Spagna, conquistata dai Visigoti approfittando del Sacco di Roma e del momento di debolezza dell’autorità centrale.
Maggioriano aveva bisogno di riprenderne il controllo anche per sferrare l’attacco contro i Vandali del Nord Africa.
Appunto per questo motivo, ricostituì nuovamente un esercito che dalla Liguria si mosse attraverso l’Aquitania, che corrisponde ad un tratto dell’odierna Francia del sud, e attaccò la Spagna.
Maggioriano ebbe l’accortezza di dividere il suo esercito secondo due linee di attacco: la prima verso le coste Mediterranee della Spagna e la seconda verso l’attuale Portogallo del Nord.
In questo modo, con una sapiente gestione dell’esercito e delle rotte di attacco, riuscì a prendere di sorpresa i Visigoti e infliggergli una serie di sconfitte riportando la provincia sotto il controllo Romano.
Genserìco, il re dei Vandali che avevano costituito un regno nel nordafrica dopo il sacco di Roma, si accorse della straordinaria efficacia e velocità di Maggioriano.
In un primo momento gli offrì una pace. Ma Maggioriano la rifiutò nettamente, organizzando invece il suo esercito per attaccare il regno dei vandali e mettere definitivamente in sicurezza quello che nei suoi piani doveva essere il ricostituito Impero romano d’Occidente.
La fallita conquista del regno Vandalo
Maggioriano, nell’affrontare i Vandali di Genserìco, dimostrò un sapiente uso delle informazioni e di quella che potremmo definire l’intelligence del tempo.
Secondo Procopio di Cesarea tinse i suoi proverbiali capelli biondi per impersonare un ambasciatore, e si recò direttamente da Genserìco per raccogliere informazioni sul nemico.
Non sappiamo esattamente se questo episodio sia avvenuto, ma certamente è significativo di una grande raccolta di informazioni che Maggioriano operò per comprendere le capacità militari dei Vandali e le loro tattiche.
Quando si sentì pronto a sferrare un primo attacco, nonostante i Vandali avessero cominciato a distruggere le riserve di grano in Mauretania per rendere meno appetibile la terra, accadde l’imprevisto.
La testa di ponte del suo esercito era costituita da una possente flotta al largo delle isole spagnole, ma per via del tradimento di alcuni soldati, i Vandali riuscirono ad individuarla, ad incendiarla e a rendere inutilizzabili tutte le navi, privando Maggiorano della principale forza militare con cui avrebbe dovuto attaccare.
I rischi superavano di gran lunga le possibilità di vittoria, e Maggioriano dovette, suo malgrado, rinunciare all’attacco contro il regno dei vandali.
La tentata riforma della tassazione
L’attività di Maggioriano non si concentra solamente sulla riconquista dei territori dell’Impero Romano d’Occidente e sulla sconfitta dei tradizionali nemici del suo tempo, ma anche su un grandioso tentativo di ricostituzione della società romana.
Maggioriano si rese conto che uno dei principali errori dei suoi predecessori, come per esempio Avito, era stato quello di non creare dei buoni rapporti con il Senato.
Per questo una delle priorità di Maggioriano era portare il Senato, ormai composto da gallo-romani, dalla propria parte.
Il problema era che i senatori erano ormai dediti ad ogni tipo di furto e di mancato pagamento delle tasse, e le imposte venivano quindi scaricate direttamente sulla società civile.
In particolare erano i privati cittadini, i proprietari terrieri e anche gli esattori delle tasse a pagare. Secondo la legge romana, gli esattori delle tasse dovevano anticipare le imposte allo Stato e si potevano rivalere liberamente sui cittadini.
Nel caso in cui non fossero stati in grado di farlo, sarebbero finiti in rovina.
Maggioriano doveva quindi limitare i privilegi dei senatori senza metterseli contro e riavviare il processo di tassazione in maniera più equa.
Per farlo iniziò a stabilire delle relazioni diplomatiche concedendo dei favori ai principali senatori e capifazione gallo-romani e tessendo una lenta e paziente attività di costituzione di buoni rapporti con il Senato.
Per quanto riguarda la tassazione, Maggioriano si rese conto che la stragrande maggioranza dei cittadini aveva un debito con lo Stato talmente elevato che non sarebbe mai riuscito ad appianare la propria situazione fiscale.
Per questo motivo operò un grande condono nei confronti dei contribuenti indebitati permettendogli di ripartire con una certa serenità.
Allo stesso modo, dall’altra parte, elaborò una serie di controlli che dovevano permettere una riscossione delle tasse più giusta. Mise dei limiti a quello che gli esattori potevano chiedere, impedì per certi versi l’esproprio delle terre e ricostituì alcune figure a protezione dei soprusi nei confronti dei cittadini.
Secondo la visione di Maggioriano, queste norme avrebbero avuto l’effetto di far ripartire una regolare tassazione in modo da rimpinguare le casse dello Stato e riavviare la macchina dell’impero.
Il tradimento di Ricimero e la morte
Purtroppo il progetto di Maggioriano era destinato ad essere spezzato.
Le riforme che stava attuando non potevano, pur con tutta la prudenza possibile, che andare a infrangersi contro i privilegi della casta più ricca.
Sin dal suo allontanamento dalla penisola italica per attaccare le Gallie, Ricimero era rimasto in Italia e aveva coalizzato attorno a sè tutti coloro che non ritenevano Maggioriano il legittimo imperatore.
A questi si erano evidentemente aggiunti tutti coloro che non volevano vedere toccati i propri privilegi. Il che costituì un grosso fronte avverso a Maggioriano.
Approfittando del fallimento dell’offensiva in Nord Africa contro i Vandali, e del fatto che Maggioriano aveva dovuto congedare il grosso dell’esercito in quanto non poteva pagare i soldati, Ricimero portò a termine il suo tradimento.
Maggioriano si era fermato ad Arelate, nel sud della Francia, e si stava dirigendo verso Roma per una serie di riforme.
Intercettato a Tortona, nei pressi di Piacenza, con la sua sola guardia personale, Ricimero lo arrestò, lo spogliò della porpora imperiale, lo torturò e dopo qualche giorno lo fece decapitare.
Ricimero fu straordinariamente duro nei confronti del suo ex commilitone e compagno, in quanto non gli concesse, secondo alcune fonti, nemmeno l’onore di una degna sepoltura.
Scomparve dunque l’ultimo grande imperatore d’Occidente, un generale, un riformatore e uno statista. Uomo stritolato dalla corruzione e dal totale disfacimento della società dei suoi tempi.
Tutti gli storici, tributano a Maggioriano grande ammirazione, vedendolo come un ultimo disperato tentativo di un imperatore onesto, di recuperare la grande storia di Roma.
Tra questi Edward Gibbon
«[La figura di Maggioriano] presenta la gradita scoperta di un grande ed eroico personaggio, quali talvolta appaiono, nelle epoche degenerate, per vendicare l’onore della specie umana. […] Le leggi di Maggioriano rivelano il desiderio di fornire rimedi ponderati ed efficaci al disordine della vita pubblica; le sue imprese militari gettano l’ultima effusione di gloria sulle declinanti fortune dei Romani.»
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