giovedì 5 Marzo 2026
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La battaglia del Lago Curzio o Lacus Curtius

La battaglia del lago Curzio rappresenta il primo scontro militare nella storia romana, svoltosi tra il regno monarchico di Roma e i Sabini, a seguito del rapimento delle donne sabine da parte dei Romani, noto come “Ratto delle Sabine”

Contesto storico

Roma fu fondata dal re Romolo sul Colle Palatino e presto prosperò, attirando numerosi nuovi cittadini e diventando progressivamente più grande e potente, diventando inevitabilmente una rivale nei confronti delle città limitrofe del Lazio.

Roma si trovava di fronte ad un serio problema sociale: la popolazione era prevalentemente composta da giovani guerrieri maschi e con pochissime donne da sposare. Secondo le fonti antiche, in particolare Tito Livio, senza donne per i giovani romani, Roma “sarebbe scomparsa nell’arco di una generazione”.

Seguendo il consiglio del Senato, Romolo inviò ambasciatori alle vicine città della regione, proponendo alleanze e chiedendo il diritto di poter contrarre matrimoni misti per la nuova comunità. Gli ambasciatori romani furono accolti sfavorevolmente ovunque: le loro proposte furono sistematicamente respinte, per via di un generale sentimento di allarme e diffidenza nei confronti di Roma.

Di fronte all’impossibilità di una soluzione pacifica, Romolo decise di ricorrere ad un inganno: annunciò una festa in onore del dio Conso, invitando i cittadini delle città vicine come Caenina, Antemnae, Crustumerium e tutta la Sabinia.

Durante i festeggiamenti, gli uomini di Romolo rapirono le ragazze presenti, in un episodio storico che sarebbe divenuto noto come “Ratto delle Sabine”, causando lo scoppio delle ostilità con tutte le città circostanti. Roma sconfisse rapidamente Caenina, Antemnae e Crustumerium. I Sabini, invece, emersero come un nemico ben più formidabile e molto più organizzato.

Romani e Sabini si prepararono al conflitto per un anno: Roma rafforzò le sue difese e ottenne rinforzi da soldati albani inviati dal re Numitore, oltre a mercenari guidati da un amico di Romolo, il comandante Lucumone. Nonostante gli ultimi tentativi di risoluzione diplomatica, l’esercito sabino attaccò Roma.

L’ingresso dei Sabini in città

Il re dei Sabini, Tito Tazio, decise di ricorrere all’astuzia, contattando la vergine vestale Tarpeia, figlia del comandante della cittadella di Roma, Spurio Tarpeio, e offrendole una grande quantità di oro e argento in cambio della sua collaborazione per permettere ai soldati sabini di entrare in città.

Secondo i cronisti Fabio Pittore e Dionigi di Alicarnasso, Tazio riuscì a convincere Tarpeia ad aprire le porte della città in cambio di braccialetti d’oro. Tarpeia accettò di tradire i suoi, consentendo così l’ingresso dell’esercito sabino nel cuore di Roma. Tuttavia, una volta dentro la città, i Sabini decisero di punire il tradimento di Tarpeia, uccidendola e schiacciandola sotto un mucchio di scudi.

Un’altra versione, riportata da Lucio Pisone, sostiene invece che Tarpeia non avesse intenzione di tradire i Romani, ma che stesse in realtà ingannando i Sabini, i quali l’avrebbero uccisa dopo essersi accorti della trappola.

Tito Livio, invece, riporta sia la versione secondo la quale la ragazza fu corrotta dall’oro dei Sabini sia la possibilità che questa fosse sempre rimasta fedele ai romani. 

Gli eserciti si radunarono nella valle tra i colli Palatino e Capitolino, in uno spazio che in futuro sarebbe diventato il Foro Romano, circondato dalle colline. I Sabini, guidati dal generale Mettio Curzio, e i Romani, comandati da Osto Ostilio, dopo alcuni scontri minori, si disposero sul campo di battaglia, dimostrando grande valore ma subendo anche ingenti perdite da entrambe le parti.

La battaglia del Lago Curzio

Il campo di battaglia fu colpito da un temporale che trasformò rapidamente il terreno in un pantano. Romolo e Lucumone stavano attaccando con successo le ali dell’esercito sabino, ma furono costretti a interrompere l’offensiva per soccorrere i loro compagni, poiché il centro della linea romana era vicino al collasso.

Di fronte all’avanzata dei Sabini, guidata dal generale Mettio Curzio, Romolo e Curzio decisero di confrontarsi direttamente in un duello. Curzio fu ferito e cadde, ma mentre Romolo stava per guidare i suoi uomini contro i rimanenti Sabini, Mettio riuscì a salvarsi all’ultimo momento, sollevandosi dal fango e tornando incolume al suo accampamento.

La battaglia prese una svolta drammatica quando Romolo fu colpito alla testa da una pietra, perdendo conoscenza. Senza la guida del loro comandante, i soldati romani vacillarono, e la situazione peggiorò ulteriormente quando un giavellotto uccise Lucumone. Romolo si riprese appena in tempo e grazie al supporto di rinforzi provenienti da Roma riuscì a contenere l’attacco dei Sabini, ristabilendo la compattezza delle linee romane. Al tramonto, i Sabini si ritirarono e i Romani cessarono il combattimento.

Il giorno seguente, Romolo si trovò nuovamente in difficoltà: i Sabini esercitavano una forte pressione sui soldati romani, ormai sull’orlo del crollo. In quel momento critico, Romolo promise solennemente a Giove che, in cambio del suo aiuto per respingere l’attacco sabino e rinvigorire il coraggio dei Romani, avrebbe costruito e dedicato un tempio in suo onore.

Con un potente grido, Romolo guidò il suo esercito contro i Sabini, mettendoli finalmente in fuga. Durante la ritirata, il generale sabino Mettio cadde nuovamente nella palude insieme al suo cavallo.

L’intervento delle donne Sabine

I Sabini opposero nuovamente resistenza, anche se ormai l’esercito romano aveva preso il sopravvento ed era sul punto di annientare l’avversario.

All’improvviso, le figlie dei Sabini, che erano state rapite l’anno prima dai Romani, si precipitarono sul campo di battaglia, ponendosi in mezzo tra i due eserciti e dividendo i combattenti. Le donne implorarono entrambe le parti di fermare quello spargimento di sangue, dicendo di non voler perdere né i loro padri né i loro mariti.

Effettivamente, le donne Sabine erano ormai rimaste incinte dei Romani, i quali si erano dimostrati ottimi mariti e padri di famiglia. Così Romolo e Tito Tazio decisero di porre fine ai combattimenti e di costituire una nuova società mista che avrebbe unito l’elemento romano con quello sabino.

Plutarco fornisce ulteriori dettagli sull’intervento delle donne Sabine, spiegando che non solo posero fine alla battaglia separando i contendenti, ma portando loro anche cibo e acqua, oltre a prendersi cura dei feriti. Per decisione sia dei Romani che dei Sabini, le donne Sabine non avrebbero avuto altro dovere che “filare la lana per i loro mariti”.

Dopo la battaglia, entrambe le parti decisero di firmare un trattato di pace che univa i due popoli, trasferendo il potere amministrativo a Roma. I cittadini di Roma divennero noti da quel momento come Quirites, dal nome della città di Cures, mentre Tito Tazio avrebbe comandato i suoi uomini in un regno congiunto con Romolo.

In onore del sacrificio del condottiero sabino Mettio Curzio, la zona dove si era svolta la battaglia fu ribattezzata Lacus Curtius.

FONTI

  • Dionigi di Alicarnasso.Libro II, capitolo 38.
  • Livio Storia romana: Libro I, capitolo 9
  • Plutarco , Vita di Romolo , capitolo 14, paragrafi 2–6
  • Eutropio . Riassunto della storia romana: Libro I , capitolo 2

La guerra civile tra Mario e Silla (88 – 82 a.C)

La guerra civile tra Mario e Silla fu un conflitto armato che sconvolse la Repubblica Romana tra l’88 e l’82 a.C. Essa vide contrapporsi due fazioni: i populares, guidati da Gaio Mario, e gli optimates, guidati da Lucio Cornelio Silla. Le due fazioni si contendevano il controllo del potere politico e l’influenza sulla politica romana.

Durante la guerra si verificarono degli episodi passati alla storia come la marcia di Cornelio Silla su Roma. Dopo le campagne militari in Oriente di Silla per combattere contro Mitridate, sillani e mariani si scontrarono sul territorio italico.

Silla trionfò nella decisiva battaglia di Porta Collina dell’82 a.C e fu libero di organizzare una grande riforma dello stato romano.

Le origini della guerra civile tra Mario e Silla

L’origine della guerra civile tra Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla risiede nella lotta tra la fazione aristocratica degli optimates e quella dei populares, che voleva difendere i diritti della plebe.

La società romana si trovava in serie difficoltà, soprattutto per via di un’emergenza sociale qual era la presenza di una grande massa di ex legionari, che avevano prestato servizio come soldati durante la seconda guerra punica, ma che ritornati nelle loro terre erano economicamente rovinati.

Lo scontro politico era diventato ormai insanaile e la violenza era stata sdoganata sin dall’omicidio dei fratelli Tiberio e Caio Gracco, entrambi tribuni della plebe che avevano cercato di far approvare delle leggi per la ridistribuzione delle terre, pesantemente osteggiati dalla fazione aristocratica.

Nel 132 a.C, Tiberio Gracco venne ucciso dai partigiani degli aristocratici nel cuore di Roma. Di lì a poco, nel 121 a.C, anche Caio Gracco si fece uccidere da uno schiavo per non cadere nelle mani dei nemici politici.

L’ascesa di Gaio Mario, leader dei populares

Gaio Mario, nato ad Arpino nel 157 a.C, era un “Homo Novus”, ovvero un personaggio la cui famiglia non aveva ricoperto cariche politiche rilevanti.

Si distinse durante l’assedio di Numanzia in Spagna e ottenne il favore di Publio Cornelio Scipione Emiliano, il quale appoggiò la sua elezione a tribuno militare.

Mario parteggiò immediatamente per la fazione dei populares, cercando di far approvare delle leggi contro la corruzione e i brogli elettorali. Si impegnò anche agli ordini di Quinto Cecilio Metello per combattere contro Giugurta, il re di Numidia, che si era ribellato all’autorità romana in Nord Africa.

Gaio Mario ottenne delle importanti vittorie contro Giugurta, facendolo retrocedere nelle sue roccaforti, anche se fu il suo pretore, Lucio Cornelio Silla, a convincere Bocco, re di Mauretania, a tradire Giugurta e a consegnarlo ai Romani.

Nonostante la maggior parte della popolazione romana aveva dato merito a Mario per quella vittoria, era stato Silla il vero risolutore della situazione e fu in quel momento storico che nacque la loro rivalità.

Il momento di maggior gloria di Gaio Mario furono certamente le campagne militari per contrastare le invasioni dei Cimbri e Teutoni, due grandi tribù germaniche che erano migrate dai loro territori di origine e si erano scontrate contro i generali romani.

Dopo le prime disastrose sconfitte romane avvenute a Noreia, Agen ed Arausio, Gaio Mario sconfisse i Teutoni nella battaglia di Acque Sextiae (102 a.C) e i Cimbri a Vercelli (101 a.C), nei pressi dei Campi Raudii, salvando Roma da una sicura invasione.

Gaio Mario, diventato l’uomo più popolare di Roma, fu anche l’autore di una fondamentale riforma dell’esercito che, avendo sempre maggior bisogno di nuove reclute, apriva le sue porte anche ai cittadini nullatenenti, trasformandoli in soldati di professione. 

Nonostante la sua riforma risolse completamente il problema dell’arruolamento, rendendo l’esercito romano una macchina quasi perfetta, i soldati iniziarono ad essere più fedeli al generale che poteva garantire loro bottino e terre che al Senato romano. 

Senza che Mario potesse sospettarlo, la sua riforma aveva trasformato l’esercito romano nel braccio armato della guerra civile.

L’ascesa di Lucio Cornelio Silla, leader degli Optimates

Lucio Cornelio Silla nacque nel 138 a.C a Roma. Fu presente al comando di Quinto Cecilio Metello, a fianco di Gaio Mario, nella guerra contro Giugurta, ottenendo la consegna di quest’ultimo alle autorità romane.

Servì come generale, sempre assieme a Gaio Mario e Lutazio Catulo, anche nella già citata battaglia di Vercelli contro i Cimbri.

Silla fu anche protagonista di un incontro diplomatico con i Parti; i Romani e l’Impero dei Parti avevano avuto delle prime relazioni amichevoli, ma c’era bisogno di ratificare in maniera ufficiale il confine tra le due grandi potenze. 

Silla venne messo a capo della spedizione diplomatica che doveva stabilire sul fiume Eufrate il confine. In quell’occasione, Silla si incontrò con Orobazo, ambasciatore del re dei Parti, e con Ariobarzane, re di Cappadocia, stabilendo la propria autorità sui territori.

Ma il vero trionfo di Lucio Cornelio Silla avvenne in occasione della “Guerra sociale” (91 – 88 a.C), quando gli alleati italici, che collaboravano con la potenza di Roma ma non avevano sufficienti diritti né potevano votare, si ribellarono, causando una guerra su tutto il territorio italico.

Silla, posto dagli ottimati a capo degli eserciti, si dimostrò il miglior generale sul campo, in grado non solo di superare e vincere le forze dei soldati italici, ma oscurando le capacità e la gloria di Gaio Mario.

La lotta per la missione contro Mitridate

I rapporti tra Gaio Mario e Cornelio Silla erano ormai sempre più tesi ed ognuna delle due fazioni, gli ottimati e i popolari, si aspettava che il loro leader eliminasse l’altro. 

L’occasione del primo scontro tra i due avvenne per colpa di un grave problema che affliggeva le province orientali della repubblica. L’elevata ed eccessiva tassazione dei romani in oriente aveva provocato un forte malcontento nella popolazione.

Di questa situazione di debolezza aveva approfittato Mitridate VI, il Re del Ponto, che sognava di ricostruire la gloria del suo antico impero. Mitridate iniziò ad attaccare i possedimenti romani e il suo esercito in poco tempo fece partire una vera e propria caccia all’uomo: tutti i cittadini romani, i loro alleati e anche coloro che parlavano vagamente latino vennero massacrati. 

80.000 persone vennero brutalmente trucidate in quelli che sono passati alla storia come “Vespri asiatici”. 

Roma non poteva rimanere ferma ed era necessario organizzare al più presto una campagna militare per sconfiggere Mitridate VI.

In quel momento Silla era console e dunque legittimo incaricato della campagna. Ma Mario non poteva accettare che il suo principale nemico politico potesse conquistare tanta gloria e convinse il tribuno della plebe, Sulpicio Rufo, a far approvare una serie di leggi in favore dei populares. 

Uno degli effetti di queste nuove leggi sarebbe stata una votazione che avrebbe certamente assegnato il comando della missione militare contro Mitridate a Mario piuttosto che a Silla, il quale si trovava già a Nola ad organizzare la spedizione. 

Due tribuni vennero incaricati di presentarsi di fronte all’esercito di Silla per imporgli il ritorno a Roma. Ma questi vennero uccisi e Silla si ritrovò nella condizione di dover forzare la mano. 

Consapevole degli effetti della riforma di Mario, parlò ai suoi soldati, facendogli capire che era necessario marciare su Roma e riprendere il controllo politico. Solamente gli ufficiali si rifiutarono di eseguire un ordine tanto spericolato, mentre i legionari, ai quali Silla poteva garantire il futuro, decisero di seguirlo. 

La marcia su Roma di Silla

Con sei legioni, Silla si mosse contro Roma, compiendo un’azione che passò alla storia. Egli oltrepassò il confine sacro del pomerium, che nessuno poteva superare in armi.

Il Senato, paralizzato dalla paura, inviò dei messaggeri per cercare di comprendere le reali intenzioni di Silla. Questi rispose che si stava semplicemente occupando di “liberare la città dai tiranni”, definendo la sua marcia un intervento di “ordine pubblico”.

Silla occupò Roma mentre i cittadini, osservando quell’azione con estrema preoccupazione, lanciavano oggetti contro i soldati che perlustravano la città.

Il primo provvedimento di Silla fu quello di rimuovere Mario dal comando della missione militare in Asia, annullando le leggi del tribuno della plebe Sulpicio Rufo.

Mario fu costretto a fuggire per la sua salvezza e si rifugiò dapprima nella città di Minturnae, dove alcuni, ritenendolo finito sia militarmente che politicamente, decisero di affidare a un guerriero dei Cimbri il compito di ucciderlo. Per sua fortuna, il guerriero Cimbro non ebbe la forza di uccidere un uomo così carismatico e Mario venne aiutato dalla popolazione di Minturnae a scappare in Africa.

Nonostante la sua azione violenta e fuorilegge, Silla decise di rispettare le istituzioni della Repubblica, dando il via a delle libere elezioni per la nomina di nuovi consoli, che vennero vinte da Cornelio Cinna, leader dei Populares e braccio destro di Gaio Mario, e da Gneo Ottavio, che si era dimostrato imparziale.

Dopodiché, riconsegnò Roma al governo del Senato e, con i suoi soldati, si diresse in Oriente per combattere contro Mitridate.

Silla in Oriente e le violenze dei Populares a Roma

Silla dimostrò la potenza del suo esercito contro Mitridate ottenendo straordinarie vittorie. Innanzitutto, attaccò la città di Atene, colpevole di essersi schierata dalla parte di Mitridate e di avergli fornito supporto militare.

L’azione di Silla contro Atene fu eccezionalmente violenta: la città fu quasi completamente distrutta insieme al Pireo, il suo porto. Successivamente, il suo esercito ottenne una grande vittoria nelle battaglie di Cheronea e di Orcomeno (entrambe combattute nell’86 a.C), sgominando i principali generali di Mitridate, fra cui Archelao, che fu costretto a rinunciare per sempre ai suoi sogni di dominio sull’Oriente romano.

Nel frattempo, a Roma, i Populares ritornarono al potere. Cinna organizzò un esercito in Campania e Mario ritornò dall’Africa assieme al suo contingente militare. Ottavio, che in seguito si schierò dalla parte dei sostenitori di Silla, divenne il principale nemico di Cinna, ma risultò sostanzialmente impotente di fronte alla sua superiorità militare. 

Ne seguirono violente repressioni anti-sillane: tutti i principali leader della fazione di Silla vennero brutalmente uccisi e trascinati per le strade di Roma, che si riempì di violenza e conobbe momenti estremamente atroci, mentre la popolazione viveva nel terrore.

La situazione subì però una svolta con la morte di Gaio Mario, ormai 71enne, nell’86 a.C. Cinna rimase console per i due anni successivi, ma una volta che Silla terminò le proprie campagne militari in Oriente, fu pronto a ritornare a Roma. 

E la guerra civile si intensificò più che mai.

Lo sbarco di Silla in Apulia

Lucio Cornelio Cinna e Papirio Carbone, i due generali che guidavano l’esercito dei Populares, radunarono i loro uomini nei pressi della città di Ancona. Non conosciamo esattamente le motivazioni, ma Cinna stabilì evidentemente un cattivo rapporto con i soldati tanto da essere ucciso dai suoi stessi legionari, mentre Carbone fu costretto a scappare.

Nel frattempo Silla si dimostrò molto più organizzato. Partì dalla città di Efeso con il suo esercito e raggiunse in pochi giorni il Pireo, il porto della città di Atene, spostandosi poi ad Atene stessa nell’arco delle poche settimane successive. 

Eseguì un efficiente arruolamento di nuovi soldati fino ad costituire cinque legioni a pieni ranghi: si recò così presso la città di Durazzo da dove salpò verso Brindisi con 1200 navi da guerra.

La situazione strategica degli ottimati e dei popolari era molto diversa. Mentre a Roma, il cui Senato era dominato ancora dai mariani, Silla era stato dichiarato nemico pubblico, le fonti antiche riferiscono che i popolari potevano contare su 15 generali e 450 coorti pronti a combattere.

Tuttavia questi contingenti erano abbastanza disorganizzati e molto spesso guidati da generali che avevano opinioni contrastanti. Comunque, il quartier generale dei popolari venne attestato presso la città di Rimini.

Nel frattempo Silla era sbarcato a Brindisi con i suoi 40.000 soldati. Da un lato si trattava di uomini veterani che lo avrebbero seguito con estrema fiducia, dall’altro il suo percorso nel territorio italico sarebbe stato particolarmente pericoloso: gli italici avrebbero quasi certamente appoggiato i popolari che potevano garantirgli la cittadinanza, mentre Silla, intransigente aristocratico, sarebbe stato visto con sospetto.

Complice la loro disorganizzazione, le forze popolari non posizionarono nè inviarono nessun contingente per la protezione della Puglia, che venne conquistata da Silla senza nemmeno combattere.

Il leader degli ottimati decise quindi di muoversi verso la Campania, mandando messaggi per rassicurare gli italici e garantendogli che gli avrebbe fornito non solo vicinanza e appoggio politico, ma che gli avrebbe concesso la cittadinanza a cui agognavano da tempo.

L’accorta marcia di Silla ottenne i primi successi: diversi generali decisero di unirsi al suo esercito, tra cui Metello Pio, che veniva dalla Liguria, Marco Licinio Crasso dall’Africa, diversi generali mariani che decisero di cambiare schieramento e soprattutto il giovane generale Gneo Pompeo che, originario del Piceno, reclutò da solo tre legioni a pieni ranghi, sconfisse il generale popolare Damasippo e si presentò trionfante a Silla.

Le battaglie del Monte Tifata e di Teano

Gli scontri decisivi della prima fase delle guerre civili tra Mario e Silla si verificarono nella regione della Campania. La prima battaglia, quella del Monte Tifata (83 a.C), avvenne tra le forze di Silla e quelle del generale popolare Norbano. Silla si dimostrò nettamente superiore rispetto all’avversario, costringendo Norbano a scappare e a rifugiarsi nella città di Capua, che venne immediatamente posta sotto assedio dai Sillani.

Diversa fu la situazione vicino a Teano (83 a.C). Silla dovette affrontare Cornelio Scipione, altro generale popolare. Silla decise di intavolare delle trattative per risolvere il conflitto senza l’utilizzo della forza. Durante i delicati incontri diplomatici, però, i legionari Mariani e Sillani iniziarono a fraternizzare, fino a che Silla riuscì a convincere quasi tutte le forze di Scipione a cambiare schieramento e ad unirsi alle sue file. 

Scipione fu costretto a scappare e Silla aveva vinto senza nemmeno combattere.

Gli scontri finali e la battaglia di Porta Collina

Nonostante le due vittorie, Silla era consapevole che i popolari avevano ancora un grande quantitativo di forze militari.

Silla decise allora di dividere il suo esercito in due linee di attacco: la prima, guidata da Metello Pio e Gneo Pompeo si sarebbe diretta verso nord per conquistare l’Etruria e la Gallia Cisalpina, nelle mani delle forze popolari.

Silla in persona avrebbe marciato attraverso la Campania per attaccare Roma da sud.

La risposta dei popolari fu quella di dividere l’esercito. Papirio Carbone cercò di intercettare l’esercito sillano guidato da Pompeo nella zona dell’Etruria, ma inferiore, sia numericamente che come capacità sul campo di battaglia, preferì rinchiudersi nella città etrusca di Chiusi, dove venne immediatamente assediato.

Anche Mario il Giovane, figlio di Gaio Mario, cercò di intercettare la marcia di Silla, ma anche lui fu costretto a rinchiudersi presso la città di Preneste, a sud-est di Roma, assediato dai sillani.

Le forze popolari avevano quindi compiuto il loro più grande errore: quello di dividere i contingenti militari.

Carbone e Mario Giovane cercarono di aiutarsi l’un l’altro, ma le forze sillane furono in grado di intercettare i loro movimenti.

Dopo una serie di vittorie sillane si giunse allo scontro decisivo che avvenne il 1 novembre dell’82 a.C. Protagonista di questo scontro, tuttavia, non fu né Carbone né Mario Giovane, ma un capo della popolazione dei Sanniti, che sin dai tempi della guerra sociale desiderava l’indipendenza da Roma e vedeva in Silla il peggiore nemico.

Si chiamava Ponzio Telesino, al comando di un esercito misto Lucano-Sannita.

Inizialmente Telesino cercò di liberare la città di Preneste dalle forze sillane ma, sconfitto, decise di cambiare la sua strategia. Abbandonò i combattimenti per Preneste e decise di attaccare direttamente Roma attraverso la via latina, che congiungeva Capua alla capitale, la quale era rimasta con pochissime forze sillane a difenderla.

Telesino si accampò a pochi chilometri a nord-est di Roma presso Porta Collina. Roma precipitò nel terrore: Telesino aveva promesso che l’avrebbe rasa letteralmente al suolo, dicendo, riportano le fonti antiche, che era necessario “stanare dai boschi i lupi romani” per riconquistare l’indipendenza dei popoli italici.

Silla dovette immediatamente abbandonare Preneste per correre in soccorso di Roma, costringendo i suoi soldati a delle estenuanti marce. Contrariamente ai consigli dei suoi generali, che gli suggerivano di far ripostare gli uomini, Silla decise di attaccare subito Telesino.

Fuori dalle mura della capitale si tenne l’ultimo grande scontro tra Ponzio Telesino e Lucio Cornelio Silla.

Inizialmente la battaglia stava volgendo a favore di Telesino, che stava per sfondare il lato sinistro dell’esercito sillano. Comandando personalmente i soldati, Telesino era capace di infondere in loro una grande forza e vitalità.

Ad alcune ore dall’inizio della battaglia, il lato sinistro sillano stava per essere annientato quando Silla, incoraggiando e anche minacciando i suoi uomini, decise di far chiudere le porte di Roma per dimostrare ai suoi legionari che non avrebbero avuto via di scampo.

Così, Silla riuscì a salvare le sorti del lato sinistro dello schieramento che si ricomposero e ripresero il combattimento in maniera ordinata. Nel frattempo, sul lato destro, Licinio Crasso ottenne una netta vittoria contro i Sanniti, costretti a scappare nella vicina città di Antemnae.

La vittoria di Silla nella guerra civile

Lucio Cornelio Silla aveva vinto la guerra civile ed era diventato l’assoluto dominatore di Roma.

Pochi giorni dopo convocò i senatori nel campo di Marte, dove cercò di spiegare i motivi che lo avevano portato ad agire con la forza. Proprio durante quel discorso, lì vicino, si iniziarono ad udire delle orribili grida. Si trattava di 3.000 prigionieri sanniti che venivano orribilmente uccisi per ordine di Silla. Di fronte allo sguardo attonito dei senatori, Silla disse che si trattava semplicemente di criminali che venivano puniti e che non bisognava preoccuparsi più di tanto.

Famose e passate alla storia sono le liste di proscrizione sillane, un elenco di nemici politici, tutti populares, che potevano essere liberamente uccisi da chiunque. In questo caso l’assassino non solo non avrebbe avuto ripercussioni penali ma avrebbe anche intascato la metà dei beni patrimoniali del proscritto, mentre l’altra metà sarebbe finita nelle casse del Senato.

Silla fu autore di una importante riforma dello Stato che aumentò il numero dei senatori da 300 a 600 e concentrò tutti i poteri nelle mani del Senato.

Silla tolse effettivo potere al ruolo dei tribuni della plebe, la cui elezione doveva essere puntualmente approvata dai senatori, svuotando di ogni significato quella carica.

Inoltre, nel tentativo di evitare che il potere potesse essere accentrato nelle mani delle stesse persone, fece promulgare delle nuove leggi per cui qualsiasi magistrato avrebbe dovuto aspettare almeno dieci anni prima di poter ricoprire la stessa carica pubblica.

Statuetta in argilla raffigurante Mercurio scoperta in Gran Bretagna

Una statuetta in argilla definita dagli archeologi come “molto rara” raffigurante il dio Mercurio è stata scoperta in un insediamento romano precedentemente sconosciuto che un tempo si trovava vicino a un porto molto importante, ma che ora si trova a 16 chilometri dal mare.

Il sito dell’insediamento, nel moderno villaggio di Small Hythe, vicino a Tenterden nel Kent, un tempo era un importante collegamento nella rete di importazioni e infrastrutture dell’impero romano nell’Inghilterra meridionale e nella Manica.

La costa in questa parte del Kent è cambiata radicalmente dall’epoca romana, grazie al drenaggio e alla bonifica su larga scala e all’insabbiamento di un estuario del fiume un tempo ampio. Negli anni ’90 gli archeologi hanno scavato il sito di un cantiere navale medievale a Small Hythe.

La scoperta che il sito non fosse solo medievale ma anche un insediamento romano, insieme ai manufatti lì rinvenuti, è stata “estremamente emozionante”, ha riferito Nathalie Cohen, un’archeologa del National Trust.

L’insediamento era di piccole dimensioni e di importanza minore, ha detto Cohen. “Non è la Londinium romana, non è Cirencester. È un piccolo insediamento vicino a un porto. Detto questo, “fu sicuramente vitale nella catena logistica per l’esportazione di legname e ferro dal sud-est dell’Inghilterra e l’importazione di materiali dal continente”.

Altri reperti rinvenuti nel sito includono una piastrella con impresso il marchio della Classis Britannica, la flotta romana in Gran Bretagna, che sottolinea l’importanza del sito in riva al mare.

L’indubbio protagonista del ritrovamento è però la figura di Mercurio – dio delle belle arti, del commercio e del successo finanziario – di cui rimane solo la testa, con indosso il suo caratteristico copricapo alato. Mentre raffigurazioni del dio Mercurio sono più comuni in metallo, “incontrare una testa di una statuetta di Mercurio in argilla è incredibilmente raro“, ha detto ancora Cohen.

Le figurine erano fatte di argille locali nelle aree della moderna Francia e Germania e venivano importate, ma la maggior parte trovate in Gran Bretagna sono divinità femminili, di solito Venere.

Gli esperti ritengono che la statuetta probabilmente avrà avuto un uso modesto, non presente in templi o ambiti ufficiali. “Le figurine erano usate principalmente dai cittadini per la pratica religiosa privata nei santuari domestici e occasionalmente nei templi e nelle tombe di bambini spesso malati“, ha detto Matthew Fittock, un esperto di manufatti di ceramica nella Britannia romana.

Sembra che sia stato deliberatamente rotto, forse questa azione ha un significato rituale. “Piuttosto che pezzi scartati perché rotti, ci sono prove che suggeriscono che rompere deliberatamente alcune teste di statuette fosse un’importante pratica rituale, mentre raffigurazioni intere si trovano solitamente nelle tombe.

Evandro, il mitico eroe

Evandro: eroe culturale tra mitologia e fondazione di Roma

La mitologia romana, ricca di narrazioni che intrecciano gli dei, gli eroi e le origini delle città, offre una figura particolarmente affascinante in Evandro, un eroe culturale dell’Arcadia. La sua storia, che si snoda tra la mitologia greca e la fondazione di Roma, incarna i valori di saggezza, ospitalità e giustizia, riflettendo il profondo intreccio tra le culture greca e romana.

Evandro, il cui nome in greco, Εὔανδρος, evoca l’immagine di un “uomo buono” o “uomo forte”, rappresenta un ponte culturale tra la Grecia e l’Italia antica. Figlio di Hermes, il messaggero degli dei, e di una ninfa arcadica di nome Themis, o Carmenta come la chiamavano i romani, Evandro eredita un linaggio divino che lo predispone alla sua futura missione civilizzatrice. La madre, divinizzata e ribattezzata Carmenta dai Romani, è un simbolo della profonda venerazione che Evandro porterà con sé nella penisola italiana.

La fondazione di Pallanzio e l’introduzione della cultura greca

La migrazione di Evandro dall’Arcadia alla futura Roma si inserisce in un contesto di turbolenze e di ricerca di nuovi inizi. Sebbene le ragioni della sua partenza dall’Arcadia rimangano avvolte nel mistero, vari autori antichi offrono spiegazioni che vanno dal disordine civile all’esilio forzato. Indipendentemente dalle cause, la sua fondazione di Pallanzio sul Colle Palatino segna l’inizio di una nuova era per l’Italia antica. Evandro non solo trasferisce il pantheon e le leggi greche ma introduce anche l’alfabeto, dimostrando il suo ruolo di mediatore tra due mondi e culture. Tuttavia, va specificato che il ruolo nell’introduzione dell’alfabeto a Roma non è universalmente accettata nelle fonti classiche. Più generalmente, si riconosce che l’alfabeto latino derivi da quello greco, attraverso gli Etruschi, ma i dettagli su chi esattamente lo abbia introdotto e come variano nelle diverse tradizioni.

La celebrazione dei Lupercalia e il culto di Ercole

Una delle eredità più durature di Evandro è l’istituzione dei Lupercalia, una festa che celebra la purificazione e la fertilità, sottolineando il suo ruolo nel modellare le tradizioni religiose romane. Ancor più significativo è il suo rapporto con Ercole, testimoniato dall’erezione del Grande Altare di Ercole nel Foro Boario. Questo gesto non solo onora l’eroismo di Ercole ma stabilisce un legame diretto tra le gesta divine e la vita quotidiana dei Romani, collegando il mitico passato alla realtà presente dell’età di Augusto.

La discendenza di Evandro rivela ulteriori strati della sua importanza culturale. Sebbene suo figlio Pallade muoia senza eredi, la gens Fabia rivendica una discendenza da Evandro attraverso Fabio, collegando così l’eroe arcadico direttamente alla nobiltà romana. Questi legami genealogici non solo rafforzano il ruolo di Evandro nella mitologia romana ma sottolineano la percezione della sua figura come fondamentale per l’identità stessa di Roma.

Evandro nell’Eneide: un alleato di Enea

La partecipazione di Evandro alla narrazione dell’Eneide di Virgilio dimostra la sua continua rilevanza nel racconto delle origini di Roma. La sua alleanza con Enea contro Turno e i Rutuli riflette non solo la sua ospitalità e saggezza ma anche l’intreccio di destini tra le figure eroiche del passato mitico e i fondatori della Roma storica. La relazione tra Evandro e Enea, basata su legami di amicizia e parentela remota, simboleggia l’unione delle eredità greca e troiana nell’alba di Roma.

La figura di Evandro nella mitologia romana è un esempio emblematico di come miti e leggende servano a costruire e a consolidare l’identità culturale di una civiltà. Attraverso la sua storia, si riflette l’importanza dei valori come la saggezza, l’ospitalità, e il coraggio, che hanno trovato espressione nella fondazione di Roma e nelle sue istituzioni. Evandro, con le sue origini divine, il suo contributo culturale e religioso, e il suo ruolo nell’Eneide, rimane una figura centrale nella narrazione delle origini di Roma, simbolo dell’intersezione tra mito e storia, tra cultura greca e romana.

Popolo pre romano seppelliva morti insieme a cani e cavalli

Alcune persone di un’antica comunità nell’attuale Nord Italia furono sepolte con animali e parti di animali come cani, cavalli e maiali. Le ragioni rimangono misteriose, ma potrebbero indicare una relazione di compagnia duratura tra questi esseri umani e animali, o pratiche sacrificali religiose.

Questi sono le teorie secondo uno studio pubblicato da Zita Laffranchi dell’Università di Berna e Stefania Zingale dell’Institute for Mummy Studies, Eurac Research Bozen, Umberto Tecchiati dell’Università degli Studi di Milano e colleghi.

Delle 161 persone sepolte nel Seminario Vescovile, un sito archeologico a Verona dal III al I secolo a.C., 16 furono sepolte con resti di animali. Alcune tombe contenevano resti di animali spesso mangiati dalle persone, tra cui molti maiali, un pollo e parte di una mucca, che potrebbero rappresentare offerte di cibo ai morti. Ma quattro delle persone sepolte nel sito furono sepolte accanto ai resti di cani e/o cavalli, che comunemente non venivano mangiati.

Per cercare modelli che potessero spiegare queste sepolture di animali, i ricercatori hanno analizzato i dati demografici, la dieta, la genetica e le condizioni di sepoltura degli esseri umani e degli animali sepolti, ma ciò non ha portato ad alcuna correlazione degna di nota. In particolare, le persone sepolte con animali non sembrano essere strettamente imparentate tra loro, il che escluderebbe che si trattasse di una pratica di una singola famiglia.

Anche le persone sepolte con cani o cavalli variavano: includono un bambino sepolto con lo scheletro completo di un cane, un giovane sepolto con parti di un cavallo, un uomo di mezza età sepolto con un cagnolino e una donna di mezza età sepolta con un cane o un cavallo. cavallo intero, molte altre parti di cavallo e un teschio di cane.

La mancanza di schemi tra queste tombe significa che rimangono possibili interpretazioni multiple di queste co-sepolture uomo-animale, dicono gli autori. Ad esempio, nelle culture antiche animali come cani e cavalli avevano spesso un simbolismo religioso, ma allo stesso tempo anche individui specifici potevano essere sepolti con i loro compagni animali.

Inoltre, notano gli autori, queste pratiche di sepoltura di uomini e animali potrebbero essere state determinate dall’interazione tra diversi tratti individuali e costumi sociali.

Aggiungono gli autori: “Questo studio, che fa parte del progetto di ricerca CELTUDALPS (cofinanziato dal Fondo Nazionale Svizzero per la Ricerca Scientifica e dalla Provincia dell’Alto Adige, e coordinato da Marco Milella dell’Università di Berna e Albert Zink dell’Istituto per la Mummy Studies, Eurac Research), esplora le sepolture di cavalli e cani insieme a esseri umani, e potrebbe suggerire rituali e credenze sconosciute durante la fine dei secoli a.C. in Italia.

Antica villa romana potrebbe essere stata la casa di Plinio il Vecchio

Il filosofo Plinio il Vecchio è noto per testi come Naturalis historia (77-79 d.C.) e per il suo ruolo di comandante navale della flotta di Miseno, una base navale romana situata vicino al Golfo di Napoli. La sua responsabilità era proteggere la costa dai pirati, e militare nell’Impero Romano.

Ora, i ricercatori hanno scoperto i resti di una considerevole villa romana che potrebbe essere stata associata al grande erudito.

Il complesso comprende 10 grandi ambienti, provenienti da varie fasi costruttive, caratterizzati da una caratteristica forma di muratura romana detta cubilia**, che utilizza mattoni a forma di diamante. Gli esperti dicono che la villa potrebbe essere stata lunga più di 90 metri. La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli ha affermato che l’ultima scoperta è di un “valore eccezionale”.

Gli esperti ritengono che la villa sia stata eretta nel I secolo d.C. È stata scoperta durante un progetto di rinnovamento urbano a Bacoli, vicino al Golfo di Napoli, su un sito precedentemente occupato da un’urbanizzazione illegale sulla spiaggia chiamata Lido Piranha, che il SABAP ha descritto in un comunicato stampa come un “ecomostro non autorizzato” che ha degradato l’area, di notevole importanza archeologica.

Foto: Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli

Il sito si trova nei pressi di Punta Saparella, sulla costa di Capo Miseno , all’estremità nord-occidentale del Golfo di Napoli. Nel sito c’era anche un importante porto romano. Plinio era a capo della flotta navale al momento della sua morte. Morì asfissiato mentre cercava di organizzare un’operazione di salvataggio durante l’eruzione del Vesuvio, che distrusse anche la vicina città di Pompei.

La posizione della villa avrebbe fornito un’ampia vista sulla costa circostante e sul golfo, rendendola la dimora ideale per il prefetto navale.

Secondo la Soprintendenza archeologia di Napoli conferma:
Tali evidenze sono probabilmente pertinenti a quello che resta di una delle terrazze della residenza del Prefetto della Flotta romana del Tirreno, la Classis Misenensis. Che delle strutture si conservassero in quella zona era già risaputo da alcune foto storiche di inizio ‘900 e da un rilievo pubblicato nel 1979 da Borriello-D’Ambrosio, il cui lavoro (Baiae-Misenum) costituisce ancora oggi la principale fonte per ricostruire la carta archeologica di Bacoli; così come lacerti di murature in opera reticolata sono tuttora visibili lungo la spiaggetta della Sarparella. Tuttavia, grazie ai lavori di bonifica – iniziati nel 2021 – è stato possibile rimuovere uno strato di terra e sabbia alto 70-80 cm misto alle macerie di risulta dalla distruzione del lido abusivo; le opere di rigenerazione urbana, poi, attualmente in via di completamento, hanno consentito una pulizia sistematica delle creste murarie ed individuare meglio l’estensione e l’articolazione degli ambienti, di fatto nascosti da oltre 50 anni.

L’ipotesi, ancora da verificare, che su Punta Sarparella fosse ubicata la residenza del Prefetto della Flotta, si basa sulla circostanza che quel luogo offrisse, per la sua posizione, la massima visibilità dell’intero bacino portuale ed un’ampia veduta sul Golfo intero; sarebbe stato questo, forse, il promontorio dal quale Plinio il Vecchio, che ricopriva la carica di Praefectus classis Misenensis, avrebbe visto l’eruzione del Vesuvio, e poi sarebbe salpato alla volta di Stabiae, per soccorrere gli abitanti delle diverse città costiere, minacciate dall’eruzione vesuviana.

La scoperta è ancor più eccezionale se si considera che ignoti sono ancora tuttora l’articolazione e lo sfruttamento degli spazi all’interno e intorno al porto romano per l’assenza quasi completa di dati che chiariscano le dinamiche organizzative della base logistica, le vie di comunicazione tra il porto e il resto della cittadina e l’ubicazione stessa del centro della Colonia di Misenum. L’individuazione di tali strutture in un punto nevralgico del territorio antico, prospiciente il bacino interno del porto romano, prossima all’ingresso del teatro di Misenum e all’area che doveva ospitare il foro cittadino, aggiunge un tassello di grande importanza alla conoscenza dell’articolazione del palinsesto insediativo antico.

Cos’era una Cubilia?

Nell’architettura dell’antica Roma, la parola “cubilia” ha un significato specifico. Vediamo in dettaglio:

  1. Definizione:
  • Cubilia era un termine utilizzato per indicare le stanze o le camere private all’interno di una casa o di un edificio.
  • Queste stanze erano generalmente destinate al riposo o al sonno e potevano variare in dimensioni e funzioni.
  1. Struttura e Caratteristiche:
  • Le cubilia erano spesso piccole e accoglienti, con pareti rivestite di materiali come l’opera reticolata (un tipo di muratura a reticolo di mattoni o pietre).
  • I lati delle cubilia erano separati da un leggero strato di malta.
  • Dopo aver realizzato il paramento sulle due facce del muro, veniva colato all’interno il cementizio che ne costituiva la struttura. La costruzione procedeva quindi a strati successivi².
  1. Utilizzo:
  • Le cubilia erano parte integrante delle domus (case private) e degli edifici residenziali romani.
  • Solitamente, ciascuna cubilia ospitava un letto o una cuccetta per il riposo notturno.
  1. Esempi:
  • Nelle domus più grandi, potevano esserci diverse cubilia per i membri della famiglia o per gli ospiti.
  • Le cubilia erano spesso decorate con affreschi o tessuti per renderle più confortevoli e accoglienti.

Perché il cemento romano era così resistente?

Gli antichi romani erano maestri dell’ingegneria, costruendo vaste reti di strade, acquedotti, porti e imponenti edifici, i cui resti sono sopravvissuti per due millenni.

Molte di queste strutture furono costruite in cemento: il famoso Pantheon di Roma, che ha la cupola in cemento non rinforzato più grande del mondo e fu dedicato nel 128 d.C., è ancora intatto, e alcuni antichi acquedotti romani forniscono ancora oggi acqua a Roma. Nel frattempo, molte moderne strutture in cemento sono crollate dopo pochi decenni.

Pantheon Roma – Creative Commons Attribuzione

I ricercatori hanno trascorso decenni cercando di scoprire il segreto di questo materiale da costruzione antico e ultraresistente, in particolare in strutture che hanno resistito a condizioni particolarmente difficili, come banchine, fogne e dighe, o quelle costruite in luoghi sismicamente attivi.

Ora, un team di ricercatori del MIT, dell’Università di Harvard e di laboratori in Italia e Svizzera ha fatto progressi in questo campo, scoprendo antiche strategie di produzione del calcestruzzo che incorporavano diverse funzionalità chiave di auto-riparazione. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Science Advances, in un articolo del professore di ingegneria civile e ambientale del MIT Admir Masic, dell’ex studentessa di dottorato Linda Seymour ’14, PhD ’21 e altri quattro.

Per molti anni, i ricercatori hanno ipotizzato che la chiave della durabilità del calcestruzzo antico fosse basata su un ingrediente: materiale pozzolanico come la cenere vulcanica proveniente dalla zona di Pozzuoli, sul Golfo di Napoli. Questo specifico tipo di cenere veniva persino spedito in tutto il vasto impero romano per essere utilizzato nelle costruzioni, ed era descritto come un ingrediente chiave per il calcestruzzo nei resoconti di architetti e storici dell’epoca.

Ad un esame più attento, questi antichi campioni contengono anche piccole, distintive caratteristiche minerali bianche brillanti su scala millimetrica, che sono state a lungo riconosciute come una componente onnipresente dei cementi romani.

Questi pezzi bianchi, spesso definiti “clasti di calce”, provengono dalla calce, un altro componente chiave dell’antico impasto di cemento. “Da quando ho iniziato a lavorare con il calcestruzzo dell’antica Roma, sono sempre stato affascinato da queste caratteristiche“, afferma Masic. “Questi non si trovano nelle moderne formulazioni di calcestruzzo, quindi perché sono presenti in questi materiali antichi?

Precedentemente ignorati come mera prova di pratiche di miscelazione sciatte o di materie prime di scarsa qualità, il nuovo studio suggerisce che questi minuscoli clasti di calce conferiscano al calcestruzzo una capacità di autoriparazione precedentemente non riconosciuta.

L’idea che la presenza di questi clasti di calce fosse semplicemente attribuita a un controllo di qualità scadente mi ha sempre dato fastidio“, afferma Masic. “Se i romani si impegnavano così tanto per creare un materiale da costruzione eccezionale, seguendo tutte le ricette dettagliate che erano state ottimizzate nel corso di molti secoli, perché dovrebbero impegnarsi così poco per garantire la produzione di un prodotto finale ben miscelato? ? Ci deve essere altro in questa storia”.

Dopo un’ulteriore caratterizzazione di questi clasti di calce, utilizzando tecniche di imaging multiscala ad alta risoluzione e mappatura chimica sperimentate nel laboratorio di ricerca di Masic, i ricercatori hanno acquisito nuove informazioni sulla potenziale funzionalità di questi clasti di calce.

Storicamente, si presumeva che quando la calce veniva incorporata nel cemento romano, veniva prima combinata con l’acqua per formare un materiale pastoso altamente reattivo, in un processo noto come schiacciamento. Ma questo processo da solo non potrebbe spiegare la presenza dei clasti calcarei. Masic si chiedeva: “Era possibile che i romani avessero effettivamente utilizzato direttamente la calce nella sua forma più reattiva, conosciuta come calce viva?

Studiando campioni di questo antico calcestruzzo, lui e il suo team hanno stabilito che le inclusioni bianche erano, effettivamente, costituite da varie forme di carbonato di calcio. E l’esame spettroscopico ha fornito indizi che questi si erano formati a temperature estreme, come ci si aspetterebbe dalla reazione esotermica prodotta utilizzando calce viva al posto o in aggiunta alla calce spenta nella miscela. La miscelazione a caldo, ha ora concluso il team, era in realtà la chiave per ottenere una natura super durevole.

I vantaggi della miscelazione a caldo sono duplici“, afferma Masic. “In primo luogo, quando il calcestruzzo complessivo viene riscaldato a temperature elevate, consente sostanze chimiche che non sarebbero possibili se si utilizzasse solo calce spenta, producendo composti associati alle alte temperature che altrimenti non si formerebbero. In secondo luogo, questo aumento della temperatura riduce significativamente i tempi di indurimento e presa poiché tutte le reazioni sono accelerate, consentendo una costruzione molto più rapida”.

Una mappa elementare di vasta area (Calcio: rosso, Silicio: blu, Alluminio: verde) di un frammento di 2 cm di cemento antico romano (a destra) raccolto dal sito archeologico di Privernum, Italia (a sinistra). Nella parte inferiore dell'immagine è chiaramente visibile un clasto calcareo ricco di calcio (in rosso), responsabile delle proprietà autorigeneranti uniche di questo materiale antico. Crediti :Per gentile concessione dei ricercatori
Una mappa elementare di vasta area (Calcio: rosso, Silicio: blu, Alluminio: verde) di un frammento di 2 cm di cemento antico romano (a destra) raccolto dal sito archeologico di Privernum, Italia (a sinistra). Nella parte inferiore dell’immagine è chiaramente visibile un clasto calcareo ricco di calcio (in rosso), responsabile delle proprietà autorigeneranti uniche di questo materiale antico.
Crediti:Per gentile concessione dei ricercatori

Durante il processo di miscelazione a caldo, i clasti di calce sviluppano un’architettura nanoparticellare tipicamente fragile, creando una fonte di calcio reattiva e facilmente fratturabile che, come proposto dal team, potrebbe fornire una funzionalità critica di auto-riparazione. Non appena iniziano a formarsi piccole crepe nel calcestruzzo, queste possono spostarsi preferenzialmente attraverso i clasti calcarei ad alta superficie.

Questo materiale può quindi reagire con l’acqua, creando una soluzione satura di calcio, che può ricristallizzarsi come carbonato di calcio e riempire rapidamente la fessura, oppure reagire con materiali pozzolanici per rafforzare ulteriormente il materiale composito. Queste reazioni avvengono spontaneamente e quindi rimarginano automaticamente le crepe prima che si allarghino. Un precedente supporto a questa ipotesi è stato trovato attraverso l’esame di altri campioni di cemento romano che presentavano crepe piene di calcite.

Per dimostrare che questo era effettivamente il meccanismo responsabile della durabilità del calcestruzzo romano, il team ha prodotto campioni di calcestruzzo miscelato a caldo che incorporava sia formulazioni antiche che moderne, le ha deliberatamente fessurate e poi ha fatto scorrere l’acqua attraverso le fessure. Infatti, nel giro di due settimane le crepe si erano completamente rimarginate e l’acqua non poteva più scorrere.

Un pezzo identico di cemento realizzato senza calce viva non si è mai guarito e l’acqua ha continuato a scorrere attraverso il campione. A seguito del successo di questi test, il team sta lavorando per commercializzare questo materiale cementizio modificato.

È emozionante pensare a come queste formulazioni di calcestruzzo più durevoli potrebbero espandere non solo la durata di questi materiali, ma anche a come potrebbero migliorare la durabilità delle formulazioni di calcestruzzo stampate in 3D”, afferma Masic.

Attraverso l’estensione della vita utile e lo sviluppo di forme di calcestruzzo più leggere, spera che questi sforzi possano contribuire a ridurre l’impatto ambientale della produzione di cemento, che attualmente rappresenta circa l’8% delle emissioni globali di gas serra. Insieme ad altre nuove formulazioni, come il calcestruzzo che può effettivamente assorbire l’anidride carbonica dall’aria, un altro obiettivo di ricerca attuale del laboratorio Masic, questi miglioramenti potrebbero aiutare a ridurre l’impatto climatico globale del calcestruzzo.

Il gruppo di ricerca comprendeva Janille Maragh del MIT, Paolo Sabatini del DMAT in Italia, Michel Di Tommaso dell’Istituto Meccanica dei Materiali in Svizzera e James Weaver del Wyss Institute for Biologically Inspired Engineering dell’Università di Harvard. Il lavoro è stato realizzato con il contributo del Museo Archeologico di Priverno in Italia.

David L. Chandler Ufficio stampa del MIT

Ristampato con il permesso di MIT News

Ricostruito guanto medievale vicino a un castello in Svizzera

Gli archeologi che scavavano vicino al castello di Kyburg in Svizzera, un sito ricco di storia che risale a quasi un millennio, hanno trovato un raro pezzo di armatura ben conservato che è stato sepolto per circa 600 anni.

Lo scavo è stato effettuato nel 2021, quando si credeva che i lavori di demolizione vicino al castello mettessero in pericolo una vicina città medievale. Una squadra del Canton Zurigo ha organizzato una operazione per preservare i resti archeologici. Il loro scavo li ha portati in una cantina, bruciata nel XIV secolo, dove hanno trovato 50 oggetti di metallo – come martelli, pinze, chiavi e coltelli, un tempo sul sito veniva eseguita la forgiatura.

Ma la scoperta più sorprendente è stata un guanto corazzato, così completamente conservato che i suoi frammenti potevano ancora combaciare. Ora conosciuto come il guanto di Kyburg, una volta si adattava alla mano destra, con guanti a quattro dita dotati di piastre di ferro separate rivettate insieme sul lato, consentendo flessibilità. I singoli componenti venivano ulteriormente fissati all’interno su pelle o materiale tessile, che veniva cucito in un guanto per dita in tessuto. Sono state trovate anche alcune parti di un guanto di sfida sinistro.

Guanto di Kyburg

Sebbene tali guanti siano stati recuperati in passato, la maggior parte risale al XV secolo. Gli esempi del XIV secolo, inclusa la reliquia di Kyburg, sono estremamente rari. In effetti, sono stati recuperati solo altri cinque guanti corazzati dell’epoca, nessuno completo e dettagliato come la reliquia di Kyburg.

Come ha affermato in una nota Lorena Burkhardt, che ha guidato gli scavi : “La scoperta è sensazionale per la sua età e le sue condizioni“.

A causa della rarità della scoperta, gli archeologi devono ancora scoprire chi indossava il guanto (probabilmente un cavaliere). Ma credono che il design e la lavorazione artigianale del manufatto lo rendano un oggetto costoso indossato da individui di alto rango.

Quello che è certo è che i guanti erano realizzati secondo standard elevati e l’acquisto di tali pezzi di armatura era di conseguenza costoso“, ha detto Burkhardt al New York Times . “È quindi probabile che i guanti fossero destinati a un nobile o ad altra persona di alto rango.”

Una copia del guanto di Kyburg sarà esposta permanentemente al castello di Kyburg dal 29 marzo, insieme a una ricostruzione di come avrebbe potuto apparire un tempo il pezzo di armatura. Il ritrovamento originale sarà esposto in una mostra speciale di tre settimane al castello dal 7 settembre.

Anello d’oro bifronte trovato a Cracovia

Nelle ancestrali mura del castello reale di Wawel, situato nel cuore di Cracovia, un recente ritrovamento ha arricchito la narrazione della storia polacca, risvegliando l’interesse degli appassionati di archeologia e storia medievale. Si tratta di un anello d’oro, risalente all’XI o XII secolo, il cui design si distingue per la sua inusuale doppia facciata. L’anello, caratterizzato da una parte superiore espansa e appiattita, presenta un’incisione di due figure antropomorfe, raffiguranti volti che si allontanano l’un l’altro in una sorta di dialogo silenzioso, quasi a celare un mistero dimenticato nel tempo.

Questo oggetto non è soltanto un manufatto di straordinaria bellezza, ma rappresenta anche un unicum nel panorama degli studi medievali polacchi. È infatti l’unico esemplare conosciuto di anello polacco del primo medioevo ad essere decorato con rappresentazioni figurative, in particolare volti umani, un dettaglio che lo distingue nettamente dai pochi altri anelli d’oro dello stesso periodo ritrovati in Polonia, i quali sono generalmente privi di decorazioni o presentano semplici motivi geometrici.

La scoperta di tale artefatto non soltanto arricchisce il patrimonio culturale della Polonia, offrendo uno squarcio sulla complessità e raffinatezza dell’arte orafa medievale polacca, ma solleva anche interrogativi affascinanti sulla simbologia, le influenze culturali e le possibili funzioni di questo gioiello. Questo anello, dunque, si impone come una testimonianza silente ma eloquente delle tradizioni, delle credenze e dell’estetica di un’epoca lontana, invitando studiosi e curiosi a immergersi nelle profondità della storia medievale per svelarne i segreti celati.

Com’è fatto l’anello

L’anello ha uno spessore di 1,5 mm, un diametro di 4 mm con una circonferenza di 57 mm. Il fondo della fascia è rotto, ma non sembra che sia stata persa una grande quantità di oro. La forma e lo stile generale dell’anello sono tipici di questa zona della Polonia, quindi è stato probabilmente prodotto localmente per un membro d’élite della corte della dinastia Piast.

Il castello reale sulla collina di Wawel domina il centro storico di Cracovia. La prima residenza reale nel sito fu costruita da Mieszko I (r. ca. 960–992), il primo re di Polonia. Si convertì al cristianesimo nel 966 e otto anni dopo la sua morte fu costruita la prima cattedrale in Polonia accanto al castello reale sulla collina di Wawel. I re polacchi sarebbero stati incoronati e sepolti lì per secoli.

Anello bifacciale trovato a Cracovia

Il castello altomedievale fu notevolmente ampliato e modernizzato in uno splendido palazzo rinascimentale dai re della dinastia Jagellonica (Alessandro I, Sigismondo I il Vecchio e Sigismondo II Augusto) del XVI secolo. La corte fu trasferita da Cracovia a Varsavia nel 1609 e il castello di Wawel cadde in un lento declino che fu violentemente accelerato quando fu saccheggiato dalle truppe svedesi durante le campagne del Diluvio (1648-1667). Dopo la spartizione della Polonia alla fine del XVIII secolo, il castello devastato fu riconvertito a caserma per le truppe austriache. La Polonia lo riconquistò con la propria indipendenza nel 1918 quando servì sia come residenza del capo di stato che come museo.

L’anello d’oro è stato scoperto durante uno scavo archeologico sotto la Torre Danese, una torre residenziale sull’ala est del castello costruita alla fine del XIV secolo, ma l’anello è anteriore alla costruzione della torre. Si trovava nello strato archeologico sopra i resti di una struttura in pietra più antica che potrebbe essere stata un bastione difensivo.

L’anello sarà ora sottoposto ad analisi dei metalli che potrebbero fornire ulteriori dati sulla composizione e l’origine dell’oro. Una volta completata la ricerca scientifica, l’anello verrà esposto.

Gaio Muzio Scevola e il leggendario sacrificio della mano destra

Gaio Muzio Cordo, noto come Scevola, fu un leggendario personaggio romano, avversario del re Lars Porsenna durante l’assedio di Roma, che con uno straordinario atto di coraggio, bruciò la sua mano destra a dimostrazione della sua determinazione. Il suo gesto, che sconvolse Porsenna, convinse gli etruschi a ritirare l’assedio dalla città, colpiti dalla forza che risiedeva nell’animo dei giovani romani.

Il contesto storico

Roma aveva appena rovesciato la monarchia tramite la cacciata dell’ultimo re, Tarquinio il Superbo. Giunio Bruto e Tarquinio Collatino avevano appena proclamato la Repubblica, una nuova forma di governo che rappresentava in maniera più efficiente e meno dittatoriale i diritti dei cittadini romani. 

Tuttavia, Tarquinio il Superbo, generale e leader di straordinario carisma, non si era dato per vinto e aveva stretto alleanza con gli eserciti delle città etrusche di Tarquinia e di Veio, che vedevano Roma come un pericolo crescente e che furono ben liete di accogliere Tarquinio fra i loro alleati.

Gli eserciti etruschi, guidati dallo stesso Tarquinio, affrontarono i romani nella battaglia della Selva Arsia del 509 a.C, uno dei momenti più cruenti della primissima Repubblica Romana. Lo scontro fu estremamente sanguinoso e incerto per tutta la durata della battaglia. Secondo le fonti antiche, che riportano fatti più leggendari che storici, una misteriosa voce sovrannaturale, durante la notte, avrebbe affermato che i romani “avevano perso un uomo in meno rispetto ai loro avversari etruschi“: così gli dei avrebbero approvato la vittoria dei romani.

Gli eserciti di Tarquinia e di Veio, intimoriti, ritornarono sui loro passi, sconfitti di misura.

L’assedio di Lars Porsenna

Nonostante la vittoria romana, Tarquinio prese contatti con un altro personaggio determinante: si trattava del Re della città etrusca di Chiusi, il lucumone Lars Porsenna, proponendogli di unire le forze per la conquista di Roma. Plinio il Vecchio si riferisce a Porsenna addirittura come “re di tutta l’Etruria”, dimostrando come gli etruschi avessero mobilitato tutte le loro forze per sradicare definitivamente l’influenza dei romani nel Lazio.

Gli eserciti combinati di Lars Porsenna e di Tarquinio il Superbo iniziarono un combattimento sul campo e, subito dopo, un duro assedio presso le porte di Roma. La situazione era grave, in quanto l’esercito romano era in netta difficoltà e la città sul punto di cadere.

In una situazione di pericolo e di angoscia che attanagliava i cittadini romani, un giovane aristocratico, Gaio Muzio Cordo, maturò l’idea di uccidere direttamente Porsenna per costringere il suo esercito a levare l’assedio. Inizialmente, il ragazzo avrebbe voluto agire da solo, di propria iniziativa, ma ritenne che le sentinelle romane avrebbero potuto equivocare i suoi movimenti ed arrestarlo. 

Per questo motivo, chiese ufficialmente al Senato Romano il permesso di compiere un’azione assai coraggiosa: uccidere Porsenna infiltrandosi nell’accampamento nemico. Il Senato diede approvazione al giovane Muzio, il quale, parlando fluentemente etrusco, era particolarmente adatto ad infiltrarsi presso le linee nemiche e raggiungere personalmente Porsenna. 

Il sacrificio di Muzio Scevola

Muzio si avvicinò all’accampamento etrusco senza destare sospetti, fino a quando arrivò di fronte al re. Il problema è che in quel momento il sovrano stava distribuendo la paga ai propri soldati e accanto a lui vi era un altro personaggio con un vestito ed un equipaggiamento molto simile. 

Muzio si trovò subito in difficoltà, non riuscendo ad identificare esattamente la sua vittima. Alla fine, decise di pugnalare uno dei due personaggi che, tuttavia, si rivelò lo scriba di Porsenna, il quale sopravvisse del tutto indenne all’attentato. 

Porsenna fece immediatamente arrestare Muzio e lo sottopose ad uno spietato interrogatorio per capire le sue mosse. Muzio, dimostrando uno straordinario coraggio, rispose con la storica frase “Civis Romanus sum”, rivendicando la sua appartenenza a Roma. Disse chiaramente che aveva intenzione di ucciderlo e assicurò al re etrusco che, dopo di lui, ci sarebbero stati tanti altri giovani romani disposti a tentare l’impresa per eliminarlo.

Porsenna, impaurito e offeso, diede immediatamente ordine di bruciare il giovane Muzio, se non avesse rivelato immediatamente ulteriori dettagli sul complotto in atto contro di lui. Fu esattamente in quel momento, secondo la tradizione romana, che Muzio dimostrò un coraggio sovrannaturale.

Decise infatti di propria iniziativa di appoggiare la sua mano destra su un braciere posizionato lì vicino, dimostrando al sovrano e generale etrusco quanto poco contasse la sua salvezza personale e quale sprezzo del pericolo e del dolore avesse, pur di raggiungere il suo obiettivo. 

Porsenna, completamente sconvolto dal gesto del giovane romano, saltò giù dal suo trono e decise immediatamente di liberarlo, ammirando sinceramente il suo valore. 

Muzio, come ringraziamento, rivelò ulteriori dettagli sul piano contro Porsenna, spiegando che altri 300 giovani aristocratici romani si stavano preparando per compiere un’azione analoga, e assicurandogli che uno di loro ci sarebbe riuscito. 

Il ritiro di Porsenna, il trionfo di Muzio Scevola

Porsenna, sorpreso dalla inverosimile determinazione dei romani, fu costretto a rivedere i suoi piani. Furono soprattutto i suoi consiglieri militari a fargli capire che la situazione si stava aggravando. Il suo ruolo per il destino di tutta l’Etruria era troppo importante e rischiare la vita per una piccola città come Roma avrebbe significato correre un rischio sconsiderato. E gli suggerirono di venire a patti con i romani.

Finalmente, Porsenna e i romani trovarono un accordo. Il re etrusco avrebbe immediatamente levato l’assedio alla città, mentre i romani avrebbero consegnato degli ostaggi a dimostrazione della loro intenzione di non riprendere le ostilità, oltre a riconsegnare alcune terre che erano state precedentemente strappate alla città etrusca di Veio. 

Il futuro di Roma fu salvo. I soldati etruschi, radunatisi presso il colle Gianicolo, si ritirarono ordinatamente e senza provocare ulteriori danni alla città. Da quel momento, Muzio divenne il beniamino di tutti i romani e fu soprannominato “Scevola“, il Mancino, proprio per ricordare il suo incredibile sacrificio della mano destra. Le dita bruciate vennero mostrare orgogliosamente ai cittadini romani, che lo accolsero con un tripudio generale.

A Muzio vennero anche donate delle terre sulla riva destra del Tevere, che presero il nome di “Prata Mucia”. 

La figura di Muzio Scevola rimane quindi come uno dei principali emblemi del coraggio romano in tempo di guerra.