sabato 27 Giugno 2026
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Giordania. A Jerash identificato il batterio della Peste di Giustiniano, la più antica pandemia della storia

A Jerash, in Giordania, un’équipe internazionale di ricercatori ha finalmente fornito una svolta fondamentale nella comprensione della più antica pandemia documentata dall’umanità: la Peste di Giustiniano. Questa epidemia, che imperversò tra il 541 e il 750 dopo Cristo, provocò la morte di un numero di persone compreso tra 25 e 100 milioni, cambiando per sempre il volto della civiltà mediterranea e mediorientale. Le ipotesi sulle cause e sull’origine della pandemia sono rimbalzate per secoli tra le pagine delle cronache antiche. Ora, grazie a uno studio interdisciplinare condotto da scienziati della University of South Florida e varie istituzioni internazionali, per la prima volta è stato possibile identificare con certezza l’agente patogeno responsabile: il batterio Yersinia pestis.

L’analisi si è basata sull’esame di materiale genetico estratto da otto denti umani, appartenenti ad altrettanti individui sepolti in una fossa comune di epoca bizantina, situata sotto l’antico ippodromo romano di Jerash. La datazione dei resti colloca la morte di queste persone tra la metà del VI e l’inizio del VII secolo. Il sito di Jerash dista soltanto circa 320 chilometri da Pelusium, in Egitto, area da cui gli storici antichi ritenevano fosse partita la devastante epidemia. Fino ad oggi, la connessione tra i racconti antichi e le prove scientifiche era rimasta un mistero: la ricerca genomica ha ora colmato questa lacuna, offrendo una lettura inedita e dettagliata degli eventi.

L’indagine, pubblicata su una rivista scientifica internazionale, ha individuato nei resti di Jerash le tracce genetiche dello stesso ceppo di Yersinia pestis, batterio già tristemente famoso per essere stato responsabile anche della Peste Nera che decimò l’Europa nel XIV secolo. I campioni, sorprendentemente omogenei, testimoniano la presenza del microrganismo nel cuore dell’Impero Bizantino tra il 550 e il 660 dopo Cristo. Grazie alle tecniche di sequenziamento avanzato, è stato possibile ricostruire dettagliatamente il profilo genetico del patogeno, confermando che la popolazione fu colpita da un’epidemia causata dallo stesso agente infettivo che, secoli dopo, avrebbe devastato il continente europeo.

Lo studio è considerato rivoluzionario perché mette fine a decenni di dibattiti sulla vera natura della pandemia di Giustiniano. Le fonti letterarie, sia occidentali sia orientali, descrivevano scene apocalittiche di città deserte, raccolti dimenticati nei campi e un panico che attraversava i territori dalla sponda africana a quella europea ed asiatica del Mediterraneo. Ma fino ad ora mancava una prova biologica concreta che collegasse in modo scientifico il cataclisma alla Yersinia pestis.

Gli autori dello studio evidenziano come il loro contributo fornisca per la prima volta una chiara finestra sulla dinamica di diffusione della malattia, proprio all’interno del cuore dell’Impero Bizantino, in un periodo storico di grande vulnerabilità. Il team internazionale ha utilizzato una combinazione di metodi archeologici, paleogenomici e storici per restituire una cornice dettagliata dell’evento pandemico. Il ritrovamento delle ossa nella fossa comune sotto l’ippodromo, una necropoli realizzata in emergenza per far fronte al numero imponente di vittime, è stato l’elemento chiave che ha permesso di isolare e sequenziare il DNA del batterio direttamente dalle vittime dell’epidemia.

Uno degli aspetti più significativi dello studio riguarda le implicazioni sulle rotte di diffusione del contagio. Le fonti storiche facevano già ipotizzare una partenza della pandemia dall’area nilotica, con una successiva propagazione lungo le rotte commerciali e di pellegrinaggio che toccavano l’Egitto e la Palestina. La scoperta di Jerash sembra confermare il passaggio della peste tra le due sponde del Mediterraneo attraverso un intricato tessuto di scambi e contatti.

Gli stessi ricercatori sottolineano come questa indagine non chiuda il campo della ricerca, ma piuttosto apra la via a nuove domande sull’impatto avuto dalla malattia in altre aree del vasto impero. Il collegamento tra i ceppi di Yersinia pestis individuati nel sito di Jerash e quelli ritrovati in epoche e località diverse invita a un riesame delle grandi pandemie che hanno falcidiato l’umanità, spingendo la scienza ad affilare ulteriormente i suoi strumenti.

Il lavoro dimostra in modo lampante quanto le tecnologie moderne, unite a una paziente attività di scavo archeologico e alla sinergia fra diverse discipline, siano fondamentali per gettare nuova luce sulle grandi epidemie del passato. Il sito di Jerash, da oggi, acquisisce un valore ancora maggiore come punto cruciale per lo studio delle origini delle grandi crisi sanitarie della storia umana.

Medici, maghi e ciarlatani: incredibili rimedi nella Roma imperiale

Di notte, sui vicoli silenziosi della Suburra, tra ombre danzanti di fiaccole e miasmi che serpeggiano dagli acquitrini, un malato tenta il tutto per tutto rivolgendosi prima a un medico, poi si fa tentare dai sussurri di un mago e infine cede alle promesse di un ciarlatano. La scena non è inventata: nella Roma imperiale, il confine tra cura, superstizione e inganno era tanto labile quanto la speranza di sopravvivere a una febbre improvvisa o a una ferita infetta. In questa città che fu crocevia di popoli e idee, la ricerca della salute si colorava di rimedi straordinari, spesso assurdi, in un continuo confronto tra scienza, magia e truffa.

La medicina a Roma nacque tra i campi e le tradizioni orali della gens, affidata ai capifamiglia e alle donne che, con ricette tramandate di madre in figlia, tentavano di domare i malanni ordinari. Prima dell’arrivo della scienza ellenistica, domandare la guarigione era proprio della religione: a comandare era il favore delle divinità come Salus, Carna e Febris, e negli altari domestici si depositavano offerte e preghiere, invocando la sospensione del dolore. La medicina primitiva si affidava ai riti, ai filtri, ai bagni purificatori, alle parole incomprensibili sussurrate nel buio—un universo dove la guarigione si confondeva con l’esorcismo.

Le testimonianze di Catone il Vecchio sono un compendio di questi saperi arcaici. Nel suo manuale pratico per il buon paterfamilias, il “De Agri Cultura”, raccomanda la foglia di cavolo pestata per lenire i dolori delle articolazioni, la radice di melograno cotta nel vino per scacciare i vermi intestinali, infusi di finocchio contro il mal di testa e, soprattutto, celebra la supremazia dell’autocura rispetto ai medici stranieri. È una fiducia quasi religiosa nelle virtù contadine, che però mostra presto i suoi limiti davanti alle malattie più gravi e misteriose.

Proprio nel corso del I secolo a.C., con la conquista di territori e la fusione di culture, la città eterna vide un rapido fiorire della medicina scientifica greca. Personaggi come Asclepiade di Bitinia, Aulo Cornelio Celso e, più tardi, Galeno, portarono a Roma la pratica della diagnosi ragionata, della dissezione e della classificazione delle terapie. Celso, nel suo celebre “De Medicina”, codifica terapie razionali e innovative, come l’uso del salasso, dell’alimentazione bilanciata, del movimento come prevenzione e di interventi chirurgici efficaci; eppure perfino lui non rigetta del tutto l’uso di talismani e amuleti, la recitazione di formule di buon auspicio e l’invocazione degli déi durante le operazioni.

Eppure, anche nei momenti di massimo splendore della scienza, la città pullula di ciarlatani. Nei crocicchi e nei vicoli, soprattutto tra le classi popolari, prosperano improvvisati guaritori—barbieri, flebotomi, venditori di pomate e sanguisughe—e, come scrive Cicerone, “ad ogni ora del giorno esibiscono unguenti e pozioni urlando promesse di guarigione”. Gli amuleti abbondano: mani di corallo, occhi di vetro, falli in miniatura, ghiande d’argento da appendere al collo dei neonati per scacciare il malocchio; in casi più gravi si consultano maghi stranieri, specializzati in incantesimi di protezione, filtri d’amore e maledizioni scritte su lamine di piombo che vengono poi seppellite nei cimiteri per allontanare il male.

I rimedi usati dai ciarlatani romani sono un catalogo incredibile di bizzarrie: impacchi di sterco fresco mischiato al vino per le infezioni cutanee, impiastri a base di ceneri di topi arrostiti contro la calvizie, somministrazione di urina umana per depurare lo stomaco e placare le infiammazioni più ostinate. La bile di vipera veniva consigliata come rimedio portentoso per le affezioni oculari, mentre le ferite si cospargevano con miele e polvere di ossa carbonizzate. L’uso del latte d’asina era visto come panacea per febbri e convalescenza, e la saliva di cane, raccolta e spalmata sulle piaghe, era venduta come efficace cura anti-infiammatoria.

Nelle farmacie dell’epoca, il termine pharmakon abbracciava senza distinzione farmaci, veleni e amuleti. Numerose preparazioni mescolavano ingredienti animali, vegetali e minerali: infusi di aglio contro i dolori, roietto (papavero selvatico) e mandragora come anestetici durante gli interventi chirurgici, grasso d’oca per i disturbi uterini, carne e interiora di animali vari per curare ogni male noto. Plinio il Vecchio, nella sua “Historia Naturalis”, suggerisce il consumo di broccoli crudi prima dei banchetti per proteggere lo stomaco, e narra dell’abitudine diffusa tra le matrone di usare infusi di alloro, camomilla e calendula sia come rimedio per molti disturbi che come prodotti di bellezza.

Accanto a queste pratiche più o meno accettate, prosperava la magia come risorsa estrema e misteriosa. I Papiri Magici Greci conservano decine di formule, in latino e in greco, rivolte sia alla guarigione sia all’autodifesa magica. Alcuni suggeriscono di raccogliere erbe “al levare della luna nuova” e di pronunciare invocazioni a Ecate o a Ermes per ottenere la remissione dei sintomi. Non erano rari i rituali di trasmigrazione del male: una malattia ostinata veniva “trasferita” a un oggetto, una statuina o persino a un animale sacrificato. In altri casi si seppellivano tavolette magiche presso le tombe sperando di sigillare con esse la mala sorte.

In questa atmosfera di eterna incertezza, nemmeno il più colto dei medici poteva sempre permettersi di snobbare del tutto la superstizione. Galeno, autore universalmente celebrato, afferma che spesso si era costretti, per non perdere la fiducia dei malati, ad associare alle cure razionali il ricorso ad amuleti o formule ereditate dalla tradizione popolare. La suggestione psicologica, per quanto incompresa, trovava così pieno utilizzo in un contesto dove la fiducia nel mistero spesso superava quella nella scienza.

Quanto alla chirurgia, Pompei e Ercolano hanno restituito strumenti straordinari: bisturi a doppio taglio, scalpelli, aghi, trapani e persino dispositivi destinati alla riduzione dei traumi cranici, come il meningofilo, studiato per limitare i rischi di danno cerebrale. Ma la componente magica non era mai totalmente esclusa: alla vigilia di un’operazione, si bruciavano incensi, si gettavano preghiere alle divinità e si recitavano parole rituali perché i ferri “non mordessero la carne”.

Più singolari ancora sono i rimedi per le malattie mentali o gli “spiriti ossessivi”: si prescrivono inalazioni di fumi prodotti dalla combustione di ingredienti esotici, bagni in acqua consacrata, ingestione di polvere di ossa di civetta, o l’uso di “parole di potere” scritte su minuscole lamine d’oro da maghi orientali. Alcune fonti raccontano che per sconfiggere l’epilessia si faceva bere al malato il sangue caldo di un gladiatore appena caduto nell’arena, convinti che l’anima del forte, trasferita attraverso il sangue, potesse scacciare il demone del male.

Non erano immuni da superstizione neanche i prodotti tradizionali: gran parte delle cure domestiche erano accompagnate da esorcismi e scongiuri. Le donne mescolavano composti di erbe e recitavano silenziose preghiere alle divinità della notte affinché la febbre abbandonasse il corpo dei bambini. Gli uomini più prudenti costruivano amuleti con pigne di pino, noci, semi d’origano o denti di lupo, appesi al collo per respingere la sfortuna. L’antica credenza che “il simile guarisca il simile” portava ad assumere polvere di corno di cervo contro i dolori alle ossa, o a portare addosso frammenti di pietre color sangue per placare le emorragie.

In tutto l’impero, la figura più temuta e rispettata era però quella del mago, spesso straniero o proveniente dalle province orientali del Mediterraneo. I maghi erano esperti non solo in incantesimi di guarigione, ma anche in filtri d’amore e maledizioni: gli imperatori stessi, come Augusto e Nerone, consultavano astrologi e aruspici per difendere la salute e prevenire ogni rischio di avvelenamento. Quando una cura falliva, la ricerca del colpevole si trasformava in caccia alle streghe o ai maghi “malevoli”—un tema ricorrente nella satira di Giovenale.

L’economia del prodigio e del mistero permeava anche l’attività quotidiana dei medici più famosi: Dioscoride, nel suo trattato di botanicoterapia, documenta l’impiego di ogni possibile fonte vegetale per la cura delle infermità. Plinio, invece, racconta di ricette raccolte in Persia, Egitto, Gallia e nelle province africane, acclimatando a Roma radici, estratti e unguenti esotici di ogni genere. L’incontro e lo scontro tra saperi produce così una stratificazione affascinante, dove nessuno sa veramente distinguere—né nei vicoli né fra i colonnati del foro—il limite tra la cura e l’incantesimo.

Il popolo romano, nella sua intramontabile capacità di adattamento, accoglie tutto ciò che promette guarigione: un amuleto contro la malaria, una pozione per l’impotenza, una polvere trasportata da lontano per le convulsioni infantili. Eppure, la medicina vera cerca sempre di farsi largo: la costruzione delle terme, degli acquedotti e delle latrine pubbliche mostra una crescente attenzione per l’igiene e la prevenzione, mentre i medici di scuola greca introdurranno ben presto la visita medica, il polso, la dieta controllata e le prime, rudimentali, statistiche cliniche.

Nonostante ciò, i ciarlatani continueranno a trionfare soprattutto perché sanno offrire consolazione e speranza, anche laddove la scienza tace. Si cammina così, tra le macerie di Pompei o sui colli di Roma, sospesi fra la possibilità della guarigione e l’incubo della menzogna, osservando uno scenario che non smette mai di sorprendere chi ancora oggi si chiede dove finisca la cura e dove cominci la magia.

La storia dei rimedi più assurdi nella Roma imperiale è dunque la storia della fragile divinità che abita ogni uomo: la fede in qualcosa che possa salvare, perché nulla è più urgente del tentativo di sfuggire alla morte. Tra il bisturi affilato di un medico, il sortilegio sussurrato dal mago e la vendita ingannevole del ciarlatano, si specchia la faticosa crescita della conoscenza umana, mai immune dalla seduzione dell’enigma.

Oggi, chi varca le soglie delle antiche rovine rischia ancora di udire, portato dal vento tra le pietre, il mormorio di una formula magica o la voce rauca di un venditore di filtri. Perché nel desiderio di guarire, Roma non fu mai del tutto diversa da noi.

Fonti antiche utilizzate:

  • Aulo Cornelio Celso, “De Medicina” (tr. ufficiale inglese)
  • Plinio il Vecchio, “Historia Naturalis” (tr. ufficiale inglese)
  • Papiri Magici Greci, traduzione inglese a cura di Hans Dieter Betz
  • Catone il Vecchio, “De Agri Cultura” (tr. inglese)
  • Ovidio, “Fasti” e “Metamorfosi” (tr. inglese)
  • Seneca, Lettere e Satire (tr. inglese)
  • Giovenale, Satire (tr. inglese)
  • Dioscoride, “De Materia Medica” (tr. inglese)
  • Columella, “De Re Rustica” (tr. inglese)
  • Apuleio, “Apologia” (tr. inglese)

Grecia. Archeologi scavano la zona dove Aristotele educò Alessandro Magno

Mieza, in Grecia settentrionale, è tornata recentemente al centro delle ricerche archeologiche grazie a una campagna di scavi che ha riacceso i riflettori su uno dei siti più emblematici dell’antichità. In questo luogo, attorno al 343 a.C., Aristotele avrebbe istruito il giovane Alessandro, futuro grande re di Macedonia, secondo quanto tramandato dagli storici greci. Gli ultimi lavori sono stati concentrati su un’indagine approfondita e sulla conservazione del monumentale ginnasio, una struttura pensata per offrire agli allievi un ambiente ideale sia per l’addestramento fisico che per lo studio intellettuale.

Questa grande struttura, la cui datazione aggiornata colloca la costruzione a metà del IV secolo a.C., si componeva di ben 14 acri suddivisi su tre terrazze scavate nella roccia. Il cuore del complesso era rappresentato dallo xystos, un portico dorico a due piani che si estendeva per ben 200 metri, concepito per permettere agli allievi di esercitarsi al riparo dalle intemperie. Lo xystos era affiancato da locali dedicati alla palestra, aree in cui si praticavano discipline atletiche, e da ambienti riservati all’insegnamento e allo studio della filosofia e delle arti, in perfetto spirito greco.

L’impianto architettonico del ginnasio di Mieza offre preziose informazioni sulle abitudini educative dei Macedoni dell’epoca e, soprattutto, sul valore attribuito all’educazione dei rampolli dell’aristocrazia. I recenti scavi hanno rivelato la presenza di anfore panatenaiche—contenitori caratteristici dei giochi di Atene—che conservavano oli pregiati usati dagli atleti per cospargersi il corpo prima delle gare, segno di uno stile di vita raffinato e influenzato dalla cultura greca più avanzata. Le anfore, provenienti appunto da Atene, testimoniano il prestigio e i mezzi materiali di cui godevano i giovani aristocratici macedoni, tra cui Alessandro.

Tra i reperti più singolari emersi dalla nuova indagine figurano quattro stilografi, antichi strumenti per la scrittura che, secondo gli archeologi, potrebbero essere appartenuti agli stessi studenti che seguivano le lezioni del filosofo di Stagira. Questo ritrovamento getta una luce intima sull’attività quotidiana della scuola aristotelica e suggerisce la centralità degli esercizi di scrittura e studio in quel contesto pedagogico. La qualità dei materiali e la ricchezza delle decorazioni degli oggetti ritrovati fanno emergere un quadro vivido del livello culturale raggiunto dalla corte di Filippo II e dal suo successore.

I nuovi dati sulla cronologia del sito hanno confermato in modo più preciso il periodo di costruzione, centrato proprio negli anni frequentati da Aristotele e Alessandro. L’area coperta dal ginnasio, la cura nei dettagli costruttivi e la complessità funzionale della struttura confermano la volontà, da parte della dinastia macedone, di modellare una classe dirigente preparata sia dal punto di vista fisico sia intellettuale. Questo tipo di istruzione era considerato fondamentale per accedere alle massime responsabilità di comando e per imporsi nei complessi scenari politici e militari mediterranei del tempo.

Lo scavo di Mieza, che prosegue sotto la supervisione delle autorità archeologiche greche, si affianca ad altri cantieri nel nord della Grecia volti a ricostruire l’ambiente e la formazione della figura di Alessandro prima della sua ascesa. La sinergia tra le tracce archeologiche e le fonti scritte consente di arricchire il racconto di una stagione della storia mediterranea che ha ancora molto da raccontare. L’attenzione per la conservazione delle strutture e lo studio dei reperti minori, come i vasi e gli strumenti di scrittura, permette di restituire uno spaccato più sfumato delle dinamiche educative e sociali che hanno accompagnato la crescita del futuro conquistatore.

Il sito di Mieza continua così a rivelare nuovi dettagli sulla cultura materiale della Macedonia antica e sul peso che la riflessione filosofica e la pratica educativa ebbero nel plasmare una delle figure più carismatiche della storia. La recente campagna di indagini rafforza il legame tra lo spazio fisico del ginnasio, i protagonisti della storia ellenistica e i processi di formazione che avrebbero cambiato il destino del mondo antico.

Sorpresa in Piazza San Marco, l’icona di Venezia è una scultura cinese della dinastia Tang

Venezia – La storia della celebre scultura del leone alato che sovrasta la Piazza San Marco si arricchisce di nuovi dettagli sorprendenti, grazie a una recente ricerca coordinata dal team di Massimo Vidale, archeologo dell’Università di Padova. Ogni anno, milioni di persone attraversano il centro della città lagunare passando sotto lo sguardo vigile del Leone di Venezia, simbolo della Serenissima e della sua potenza, collocato in cima a una colonna di granito che guarda la Basilica e il Palazzo Ducale. Tuttavia, la vera origine di questa effigie millenaria è rimasta per secoli avvolta nel mistero, tra incertezze e ipotesi mai confermate da dati scientifici.

Lo studio italiano, pubblicato sulla rivista Antiquity, ha gettato nuova luce su uno degli enigmi storici più affascinanti di Venezia. Gli studiosi hanno analizzato campioni prelevati durante un restauro del 1990 attraverso il metodo degli isotopi del piombo, risalendo alle origini delle materie prime utilizzate per la fusione dell’antico bronzo. Il verdetto degli esperti è inequivocabile: il rame utilizzato per creare la scultura proviene dalla zona del fiume Yangtze, in Cina, a migliaia di chilometri dal Mediterraneo. Un dato che sposta enormemente a est l’orizzonte delle possibili origini della statua, superando le ipotesi che la volevano realizzata a Venezia nel dodicesimo secolo o in qualche fonderia dell’Anatolia, della Siria o addirittura di Costantinopoli. Proprio la colonna che sorregge il leone pare provenire da questa antica metropoli, probabilmente portata a Venezia in seguito al saccheggio del 1204, poco prima che si formasse il mito del Leone di San Marco che conosciamo oggi.

Ma il racconto riserva altri colpi di scena: secondo la ricerca, la scultura non rappresenterebbe affatto un leone europeo, ma avrebbe in realtà l’aspetto di uno “zhenmushou”, una creatura ibrida, tipica della scultura funeraria cinese della dinastia Tang, vissuta tra il 618 e il 907 dopo Cristo. Questi guardiani delle tombe avevano una funzione apotropaica e si distinguevano per alcuni tratti ornamentali ricorrenti: muso da leone, criniere a fiamma, corna che però venivano spesso rimosse, ali sollevate attaccate alle spalle, orecchie a punta e, a volte, caratteristiche facciali vagamente umane. Ancor oggi alcuni esemplari conservati nei musei cinesi mostrano una somiglianza sorprendente con il Leone di Venezia, soprattutto per il naso voluminoso e le proporzioni del volto.

Le modifiche subite dalla statua nel corso dei secoli confermano la sua lunga e complessa storia: le ali attuali sono state aggiunte in età moderna, le orecchie sono state accorciate e le corna originali eliminate, probabilmente per conformarsi alle aspettative di stile e iconografia del leone veneziano. L’unico documento storico che fa cenno diretto alla presenza della statua risale al 1293, quando già necessitava di restauri, senza fornire dettagli precisi su quando e come sia arrivata a Venezia. La teoria degli studiosi si spinge ad attribuire un ruolo decisivo al viaggio avventuroso di Niccolò e Maffeo Polo, padre e zio di Marco Polo, i quali intorno al 1265 visitarono la corte dell’imperatore mongolo Kublai Khan a Khanbaliq, la moderna Pechino. Sarebbero stati loro, commercianti d’ingegno e spirito d’intraprendenza, a trovare il manufatto in Asia orientale, magari proprio tra le vestigia di tombe o nelle collezioni imperiali, e a spedirlo poi verso la Serenissima attraverso le vie carovaniere della Via della Seta — seguendo un’intuizione di rilevante originalità, soprattutto in un’epoca in cui il leone era stato appena scelto come simbolo ufficiale della Repubblica.

Se la vicenda appare già ricca di peripezie, la storia della statua non si conclude a Venezia. Nel 1797, a seguito della sconfitta della Serenissima per mano delle truppe francesi guidate da Napoleone Bonaparte, la scultura venne trasferita a Parigi insieme ad altre opere d’arte, proseguendo così il suo viaggio attraverso l’Europa prima di fare finalmente ritorno nella città lagunare. Oggi, l’antico leone osserva silenzioso la folla di turisti e cittadini, testimone di un racconto millenario che intreccia culture, rotte commerciali e poteri imperiali lontani, restituendo a Venezia il fascino di una capitale globale ben prima che il termine fosse coniato.

La complessa storia della scultura si riflette nella sua materia stessa: la sua lega non solo porta la firma geologica della lontana Cina, ma racconta anche la capacità di Venezia di accogliere patrimoni e storie provenienti da ogni angolo del mondo. Studio, analisi e intuizione storica hanno permesso di aggiungere un tassello fondamentale alla comprensione di uno dei simboli più amati della città, che oggi si offre allo sguardo come un autentico ponte tra mondi diversi.

Come una città dei Maya resistette alla colonizzazione spagnola

Hunacti, una località situata nella regione settentrionale dello Yucatán, è al centro di una delle più affascinanti storie di resistenza culturale del periodo coloniale. Fondata dagli spagnoli nel 1552 come sito missionario rivolto alle comunità indigene, la cittadina sembra, a un primo sguardo, incarnare pienamente i canoni insediativi europei: strade tracciate secondo una severa griglia geometrica, case dallo stile architettonico europeo, una piazza centrale, e la presenza imponente di una grande chiesa. Tuttavia, lo studio recente di un équipe dell’Università di Albany ha riportato alla luce una realtà ben più complessa, fatta di sottili ma tenaci strategie di resistenza e di salvaguardia delle radici culturali dei Maya, proprio in quel periodo in cui la pressione delle autorità coloniali sembrava inesorabile.

Le indagini storiche e archeologiche sulle origini di Hunacti mostrano che i primi leader che condussero la comunità in questa nuova realtà seppero, almeno inizialmente, trovare un fragile equilibrio con il potere spagnolo. Alcuni notabili locali riuscirono addirittura a ottenere privilegi eccezionali, raramente riservati alle élite maya in età coloniale, segno di una collaborazione attenta e consapevole con i conquistatori. Ma non tardarono ad arrivare tensioni e frizioni: fonti d’epoca testimoniano che numerosi capi furono perseguitati dalle autorità religiose durante una campagna mirata contro le pratiche tradizionali. La repressione colpiva chiunque continuasse a officiare i riti religiosi del popolo maya, considerati dalla Chiesa atti di ostinata resistenza al progetto di conversione.

Le recenti campagne di scavo condotte nelle cosiddette “case degli alti ranghi” e nell’area della chiesa hanno restituito manufatti la cui importanza va ben oltre il valore formale. Sono stati rinvenuti bracieri cerimoniali adornati con i volti di divinità della tradizione maya. Questi oggetti non solo attestano la volontà di conservare elementi identitari ancestrali, ma raccontano anche una quotidianità fatta di gesti e riti che sfidarono, anche all’interno degli spazi più strettamente associati al potere coloniale, la pretesa di uniformità culturale imposta dalla dominazione spagnola.

Un altro dato sorprendente riguarda l’economia materiale del villaggio. A differenza di quanto accadeva in altri centri missionari, ad Hunacti è stata ritrovata una scarsissima quantità di strumenti metallici e di beni di origine europea. Questa assenza segnala un ridottissimo coinvolgimento nelle dinamiche commerciali coloniali e lascia pensare che la comunità avesse come priorità quella di mantenere una distanza dall’universo spagnolo, anche attraverso la rinuncia ai vantaggi che il contatto avrebbe potuto portare. Un successo interpretato dagli archeologi non in termini di ricchezza o acquisizione di beni esotici, ma piuttosto come capacità di autodeterminazione e difesa dei propri valori, anche sotto la pressione di un potere trasformativo e spesso violento.

La vicenda di Hunacti si interrompe bruscamente dopo appena 15 anni. Nel 1572 una grave carestia colpisce la regione e i suoi abitanti si spostano quasi interamente verso il vicino insediamento di Tixmehuac. Il sito rimane così congelato nella storia come esempio concreto della resistenza indigena, documentata non soltanto nei documenti scritti, ma anche nel silenzio eloquente delle sue rovine e degli oggetti che vi sono conservati. Il ritrovamento dei bracieri, la distribuzione degli spazi urbani e la scarsità di oggetti europei sono tratti distintivi di una comunità che, sebbene costretta a vivere sotto nuove regole e correnti di pensiero, non rinunciò a tracciare la propria rotta, mantenendo saldo il legame con le proprie radici.

Lo studio di Hunacti offre una prospettiva inedita sulla storia coloniale nel mondo maya. Oltre la narrazione convenzionale della sopraffazione, emerge la forza di una società capace di negoziare, resistere e reinventarsi, lasciando al futuro un esempio concreto di orgoglio e autodeterminazione. L’interesse suscitato dalle ricerche condotte sul sito non si esaurisce nell’aspetto archeologico, ma invita a riflettere sul significato del successo e della resilienza in contesti di cambiamento imposto. Il caso di Hunacti ricorda che la sopravvivenza culturale è il risultato di scelte quotidiane, di piccoli e grandi atti di libertà, spesso nascosti proprio dove sembrava regnare il controllo assoluto delle potenze coloniali.

Spagna, ritrovata l’unica sepoltura di un bambino della storia romana

A León, nella comunità autonoma della Castiglia e León, nel nord-ovest della Spagna, un gruppo di ricercatori ha recentemente studiato i resti di un neonato rinvenuto nel 2006 durante scavi d’emergenza presso la sacrestia del convento Siervas de Jesus. La scoperta riveste particolare importanza per gli archeologi perché si tratta dell’unica sepoltura di bambino mai individuata in un contesto militare romano nella penisola iberica. Il luogo del ritrovamento corrisponde infatti al sito dove sorgeva l’antico forte della Legio VI Victrix, uno dei baluardi della presenza romana in quella regione.

Le leggi sulle sepolture nell’esercito romano erano rigide. Diverse normative emanate dall’imperatore Augusto tra il 27 a.C. e il 14 d.C. vietavano ai soldati di contrarre matrimonio durante il periodo di servizio. Queste regole, pensate anche per scoraggiare la presenza femminile nei campi militari, non riuscirono però sempre ad arginare le consuetudini più antiche, e così mogli e figli continuarono, almeno per un certo periodo, a gravitare intorno alle legioni e spesso, di fatto, a vivere accanto ai soldati. Il ritrovamento del piccolo scheletro sotto una soglia in corrispondenza del laboratorio delle contubernia, lo spazio delle attività dei soldati di rango inferiore, rappresenta una testimonianza concreta di queste ambiguità tra norma e prassi.

L’analisi osteologica ha permesso di stabilire che il bambino morì a poche ore o giorni dalla nascita, tra il 47 a.C. e il 61 d.C. Gli esperti hanno riscontrato che le ossa risultano non pienamente sviluppate, indizio di uno stato di debolezza, forse legato a condizioni materne sfavorevoli come malnutrizione, malattia o stress prima del parto. Il fatto che nella fortezza fosse presente un neonato suggerisce che, almeno in questa fase della romanizzazione, le proibizioni non fossero applicate in modo uniforme e che alcune tradizioni persistessero nonostante le direttive dell’impero.

Dal punto di vista archeologico, la posizione della sepoltura è di per sé significativa: il piccolo corpo è stato deposto sotto una soglia, un gesto che non si interpreta come casuale. Diversi studiosi avanzano l’ipotesi che si sia trattato di un rito di fondazione, tipico delle pratiche propiziatorie volte ad assicurare protezione divina e buona fortuna agli edifici e ai loro occupanti. Le sepolture di bambini nelle vicinanze di strutture militari non sono mai comuni, ma in questo caso il gesto potrebbe suggerire la volontà di favorire il successo della guarnigione o il benessere degli uomini di stanza nel forte.

Questi dettagli offrono una panoramica preziosa della quotidianità all’interno dei forti imperiali di frontiera. La presenza di donne e bambini contrasta con l’immagine rigorosa della legione e sottolinea la complessità dei rapporti sociali e familiari, anche in ambienti apparentemente dominati dalla disciplina militare. Il ritrovamento invita a riflettere sulle zone grigie tra leggi e consuetudini, sulle storie invisibili dei gruppi meno rappresentati nei resoconti storici, in questo caso le famiglie che gravitavano attorno ai soldati e agli edifici della guarnigione.

Sin dall’antichità, infatti, la società romana ha mostrato capacità di adattamento e di compromesso, e ciò emerge anche nell’accettazione, esplicita o implicita, di bambini e donne in contesti ufficialmente destinati al solo personale militare. Il bambino di León racconta la storia di una transizione: l’impero cerca di consolidare la propria struttura attraverso nuove leggi, ma la realtà locale continua a esprimere esigenze e sentimenti che sfuggono al controllo centrale. La sua sepoltura, interpretata dagli studiosi come rituale di fondazione, è testimonianza diretta di come la vita quotidiana e le credenze religiose si intrecciassero anche nei luoghi strategici della frontiera.

La piccola tomba sotto la soglia del laboratorio della Legio VI Victrix trasmette dunque un messaggio che va oltre il dato funerario: riflette le tensioni e le negoziazioni costanti tra potere imperiale e tradizione locale, tra ufficialità e quotidianità. L’episodio si inserisce nel quadro più ampio delle pratiche funerarie romane in Iberia, mostrando come ogni ritrovamento possa aprire nuove prospettive sulle persone che hanno abitato quegli spazi secoli fa. I ricercatori invitano a considerare non solo il valore scientifico del reperto, ma anche il suo ruolo come testimonianza di un periodo di passaggio, in cui le maglie della legge imperiale si intrecciavano alle abitudini delle comunità che vivevano nei pressi della legione. Il bambino di León diventa così emblematico del dialogo tra regole ed esperienze vissute, offrendo una chiave di lettura autentica e ricca sulle dinamiche della vita romana in Iberia.

Se i social ai tempi di Cesare: scandali e meme nell’antica Roma

Immaginate la folla vociante del Foro romano, le voci che si rincorrono sotto i portici, i mormorii nei vicoli animati dai venditori di olive e tessuti; ora sostituite quei sussurri con un flusso continuo di messaggi, commenti e immagini virali che attraversano l’Impero a velocità digitale. Se i social fossero esistiti ai tempi di Gaio Giulio Cesare, la storia, la politica e la società romana sarebbero state irrimediabilmente scosse da gossip, scandali e meme di epoca antica, strumenti potentissimi nelle mani di chi voleva alimentare o distruggere reputazioni. Ma come si sarebbe trasformata la narrazione del potere? Quali conseguenze avrebbero avuto strumenti come i nostri attuali social media – Facebook, Instagram, Twitter – all’epoca delle conquiste e dei complotti senatoriali?

Per rispondere, occorre tornare nelle vie polverose della Roma della fine della Repubblica, dove la comunicazione già rappresentava, alla sua maniera, un’arma sottile e letale, ben prima dell’invenzione della stampa o della radio. I “acta diurna”, una sorta di gazzetta manoscritta affissa nel Foro, costituiva il primo tentativo istituzionale di informazione pubblica. Tuttavia, quello che oggi chiamiamo “info-virale” traversava le domus grazie ai poeti satirici, i libelli anonimi distribuiti di soppiatto, e le famose voci di popolo, captate e amplificate da una società attenta ai dettagli salaci quanto ai fatti militari o politici. Le parole chiave che associamo oggi ai social – reputazione, notizia, viralità, crisi d’immagine – erano già ben note ai patrizî e ai tribuni della plebe.

Se immaginiamo Cesare con uno smartphone in mano, la sua capacità di dirigere l’opinione pubblica sarebbe risultata moltiplicata. Invece delle sue celebri lettere e dei Commentarii sulle guerre galliche, Cesare avrebbe forse pubblicato post quotidiani e immagini delle sue vittorie militari, con tag agli stati conquistati: “Oggi abbiamo attraversato il Rubicone. #aleaiactaest.” I suoi avversari, come Marco Tullio Cicerone o Catone l’Uticense, non avrebbero certo perso l’occasione di rilanciare meme politici e reels denigratori, utilizzando ogni errore o voce di scandalo. La satira tagliente dei poeti si sarebbe diffusa in maniera capillare, amplificando le tensioni tra le diverse fazioni: le fazioni degli Optimates contro i populares. Si sarebbero viste stories di banchetti, festini in villa, motti spiritosi su influenti matrone e meme sull’ingresso di Cesare nel Senato con la corona offerta da Marco Antonio.

Le antiche fonti, spesso caustiche e partigiane, ci restituiscono un mondo dove la reputazione era tutto. Come racconterebbe Plutarco, la voce – vera o artefatta – era in grado di distruggere intere carriere politiche: i detti scandalistici sulla presunta relazione fra Cesare e Servilia, madre di Marco Giunio Bruto, rimbalzavano già allora come tweet velenosi. Le ingiurie, le allusioni su possibili tradimenti, omosessualità, o corruzione erano materia all’ordine del giorno, come nel celebre passo dove Cicerone insinua che Cesare fosse “il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti.” Se, invece di sussurri tra i banchi del Senato o nelle corti delle matrone, questa battuta fosse stata rilanciata online, immaginiamo quanti commenti e like avrebbe ottenuto.

Un altro esempio di come i social avrebbero alimentato il gossip politico riguarda le dicerie sulle origini divine di Cesare, rilanciate dagli alleati per alimentare la sua aura di invincibilità, e dai nemici per sottolineare la sua vanità. I sostenitori avrebbero diffuso foto ritoccate del dittatore con l’aureola, i detrattori meme che lo ridicolizzavano (“Un selfie con Venere? #parenteledilusso”). Le fonti antiche ci mostrano una società, quella romana, estremamente sensibile alle voci di scandalo; il tradimento fra amici, come quello avvenuto alle Idi di marzo del 44 a.C., si sarebbe probabilmente diffuso in tempo reale: le stories di Bruto e Cassio taggate da tutto il partito senatorio, con commenti indignati o esultanti. I mezzi di diffusione avrebbero trasformato una congiura in un evento spettacolare, documentato con immagini e video manipolati, hashtag come #idiemarzo e filtri tragici applicati alle immagini del corpo di Cesare.

La natura stessa del potere, in un contesto in cui la reputazione online determina la legittimità, avrebbe costretto Cesare e gli altri protagonisti politici a dotarsi di veri e propri team di social media manager ante litteram. L’elogio funebre avrebbe avuto la stessa struttura di un post virale, la commemorazione pubblica del decesso dell’imperatore o del console sarebbe stata condivisa e commentata in diretta sulla timeline del popolo. Nel De Bello Gallico Cesare giustifica tutte le sue azioni come necessarie, positive, persino inevitabili: immaginiamo ora questi stessi testi riadattati in stories giornaliere, con infografiche delle battaglie, sondaggi tra i cittadini su chi sostenere, guerre a colpi di meme tra sostenitori degli elvezi e degli arverni. Il consenso, che nel mondo romano era simbolicamente affidato ai comizi e alle urne dei comizi centuriati, avrebbe trovato una nuova arena nella piazza virtuale.

I grandi scandali sessuali e politici della Roma antica rappresentano un altro terreno fertile. L’affare Clodia e Catullo, fatto di versi osceni e accuse reciproche, si sarebbe trasformato in un interminabile thread di commenti velenosi e post allusivi, tra emoji, GIF sarcastiche e screenshot di messaggi privati. Le fonti antiche riportano che Clodia Pulcra – identificata come Lesbia nei versi di Catullo – veniva costantemente bersagliata dai rumors per la sua vita privata, tanto quanto per le sue scelte politiche. Nei social di allora, un suo selfie avrebbe provocato una valanga di commenti tra moralisti e difensori della libertà femminile. Episodi come quello della “congiura di Catilina” sarebbero esplosi online, con leak dei piani sovversivi, ricostruzioni animate dei tentativi di assassinare i consoli, meme sui volti dei congiurati, e trending topic quotidiani su #CatilinaGate.

La storia di Cesare e della sua ascesa non è solo un susseguirsi di campagne militari, ma anche una battaglia per il controllo dell’immagine pubblica. Le fonti narrano che il generale era attentissimo alla propria apparenza, scegliendo con cura ogni parola, gesto e abito; nei social, ogni sua foto sarebbe stata filtrata, ogni suo tweet studiato da un gruppo di esperti retorici. La battaglia delle armi avrebbe sempre trovato una speculare battaglia delle opinioni, con hashtag come #PontedellaGerusalemme o #Rubicongiàfatto trending dopo ciascuna mossa chiave della sua carriera. E l’interazione tra gli utenti avrebbe potuto persino influenzare la cronaca degli eventi: le campagne militari misurate non più soltanto dai chilometri conquistati, quanto dai milioni di visualizzazioni dei video delle truppe in marcia o degli inni al dittatore pronunciati dagli oratori della causa cesariana.

I processi pubblici – come quello contro Clodio o quelli seguiti alle congiure – avrebbero trasformato i tribunali in un’arena a cielo aperto, con dirette streaming e commenti istantanei sotto le deposizioni. Gli avvocati famosi, come Cicerone stesso, avrebbero avuto profili seguitissimi, con i loro discorsi pubblicati e rielaborati in brevi video virali, taggati da seguaci e detrattori. Lo stesso Cicerone, celebre per la sua retorica e la capacità di “dirigere il popolo con la parola”, sarebbe stato re indiscusso delle dirette su Twitch o su X, costruendosi un’immagine personale in grado di influenzare i processi decisionali delle masse come nessun tribuno prima di lui.

Un altro ambito esplosivo sarebbe stato quello delle notizie false e della manipolazione: le “fake news” non sono un’invenzione moderna. Numerose fonti sottolineano come la disinformazione fosse già largamente diffusa nell’antichità, alimentata ad esempio per danneggiare i generali avversari o per distruggere la reputazione di rivali politici. I social di allora sarebbero stati terreno fertile per la creazione e la diffusione di versioni di comodo sugli eventi più sensazionali: la morte di Cesare sarebbe stata architettata sui social come atto sacro per la salvezza della repubblica o, all’opposto, demonizzata come tradimento di amici e parenti, a seconda di chi scriveva e condivideva. Gli utenti sarebbero diventati partecipi attivi nel forgiare la memoria collettiva, riempiendo le timeline di ricostruzioni alternative degli eventi più discussi.

Non bisogna però dimenticare che la cultura orale e scritta dei Romani era già per sua natura stratificata e potentemente ambigua; la capacità di leggere tra le righe – interpretare allusioni, cogliere ironie – era un requisito naturale per chi aspirava al potere o voleva semplicemente sopravvivere. Su un ipotetico social del I secolo a.C., le battute sarcastiche, i doppi sensi e i giochi di parole avrebbero attraversato la Rete con la stessa rapidità delle notizie ufficiali, impedendo a chiunque di controllare realmente la narrazione dominante. E così, ogni nuova conquista, ogni celebrazione pubblica, ogni scandalo privato avrebbero trovato una risonanza imprevedibile, sfuggente, più potente di qualsiasi decreto del Senato o arringa di tribunale.

Concludendo questa immaginaria immersione nel passato, è possibile affermare che i social media sarebbero stati un moltiplicatore delle dinamiche già connaturate nella società romana: amore per il pettegolezzo, attenzione maniacale all’onore pubblico e privato, ossessione per la propria immagine. La differenza sostanziale sarebbe stata la velocità con cui ogni notizia, ogni voce, ogni meme sarebbero diventati patrimonio di tutti, con conseguenze potenzialmente esplosive per chiunque, dal generale vittorioso al semplice cittadino. Forse, alla fine, la vera lezione che i grandi di Roma avrebbero imparato dai nostri social sarebbe semplice ma rivoluzionaria: il potere dell’opinione pubblica non si domina mai davvero, neppure con la spada o l’oro. Resta solo, nell’immaginazione, l’immagine eterna di Cesare che, prima di varcare la fatidica soglia del Rubicone, controlla ancora una volta le notifiche: “Stai attento, ditano le notifiche, le Idi sono vicine…”

Fonti storiche primarie:

  • “De Bello Gallico”, Gaio Giulio Cesare (tr. ufficiale inglese, Loeb Classical Library)
  • “Vite Parallele: Cesare”, Plutarco (tr. inglese, Loeb Classical Library)
  • “De Officiis”, Marco Tullio Cicerone (tr. inglese, Loeb)
  • “Carmina”, Gaio Valerio Catullo (tr. inglese, Loeb Classical Library)
  • “Ad Atticum”, Marco Tullio Cicerone (tr. inglese, Loeb)
  • “Ab urbe condita”, Tito Livio (tr. inglese, Loeb Classical Library)
  • “Historiae”, Svetonio (tr. inglese, Loeb Classical Library)

Dzudzuana. Scoperte tracce di colore blu usato dagli uomini del Paleolitico.

Nella regione caucasica della Georgia, la grotta di Dzudzuana rivela nuove testimonianze sulla sofisticata relazione tra Homo sapiens e le piante, risalente a circa 34.000 anni fa. È qui che un’équipe internazionale guidata dall’Università Ca’ Foscari di Venezia ha identificato tracce di indigotina, un composto colorante blu, su strumenti litici paleolitici. Questa sostanza, prodotta dalle foglie di Isatis tinctoria, meglio nota come guado, rappresenta il primo ritrovamento del genere su reperti così antichi e testimonia una sorprendente padronanza nella trasformazione delle risorse vegetali tra i nostri antenati.

Lo studio, pubblicato su una rivista scientifica, getta nuova luce sulle pratiche quotidiane delle popolazioni del Paleolitico superiore: le piante non erano considerate semplicemente risorse alimentari, ma venivano lavorate in modo complesso per ricavarne sostanze utili e funzionali alla vita di comunità. La guado, da sempre utilizzata sia come colorante sia con finalità terapeutiche, offre qui la prova tangibile di una consapevolezza avanzata sulle proprietà delle specie vegetali presenti nel territorio.

Le analisi delle pietre sono state condotte presso il Museo Nazionale Georgiano a Tbilisi da Laura Longo, archeologa di Ca’ Foscari, insieme alla scienziata Elena Badetti, e hanno richiesto un protocollo rigoroso di campionamento, seguito da Ana Tetruashvili dell’Università Europea di Tbilisi. I reperti archeologici provenivano da uno strato della grotta datato attorno ai 34.000 anni fa, scavato e studiato dal team internazionale diretto da Ofer Bar-Yosef (Harvard), Tengiz Meshveliani, Nino Jakeli e Anna Belfer-Cohen.

I primi esami si sono concentrati sulle tracce di usura degli utensili, rivelando una lavorazione meccanica di materiali soffici e umidi, probabilmente foglie. Con tecniche di microscopia ottica e confocale, sono stati scoperti inattesi residui blu, talvolta anche di natura fibrosa, spesso accompagnati da granuli di amido. Tali tracce sono localizzate proprio nelle aree degli utensili che mostrano maggiore deterioramento, sintomo di un uso intenso durante la lavorazione.

Per identificare la natura chimica dei residui blu, i ricercatori hanno impiegato la spettroscopia Raman e la spettroscopia infrarossa FTIR presso l’Università di Padova, sfruttando le infrastrutture del centro di ricerca per i beni culturali CIBA. Gli strumenti hanno confermato la presenza della molecola di indigotina, cromoforo responsabile della colorazione blu, concretizzando l’ipotesi che le popolazioni di Dzudzuana sapessero estrarre e manipolare la guado già decine di migliaia di anni fa.

Ma come si sono conservati questi residui sulla superficie degli strumenti? Gli studiosi hanno indagato la porosità delle pietre, individuando volumi capaci di trattenere minuscole tracce biogeniche. Utilizzando la radiazione di sincrotrone presso Elettra Sincrotrone Trieste, i ricercatori hanno sottoposto a microtomografia campioni archeologici e repliche moderne, confermando che la struttura porosa dei ciottoli poteva custodire i pigmenti per millenni.

Per approfondire le modalità di lavorazione, il team ha eseguito una serie di esperimenti replicativi: sono stati raccolti ciottoli simili da un fiume vicino alla grotta e, nelle estati successive durante la stagione di raccolta del guado, sono state riprodotte le tecniche di lavorazione delle piante presso Corte Badin di Marano di Valpolicella, grazie alla collaborazione con Giorgio Bonazzi. Attraverso questi esperimenti controllati, gli scienziati hanno costruito una collezione di riferimenti che ha permesso di riconoscere con sicurezza le tracce di usura e i residui vegetali rinvenuti sugli strumenti della grotta georgiana.

L’importanza della scoperta va ben oltre la mera identificazione chimica di un pigmento preistorico. Essa apre nuove prospettive sulla cultura materiale e la conoscenza botanica dei gruppi umani paleolitici, evidenziando come la trasformazione delle risorse vegetali fosse già parte integrante delle pratiche quotidiane. La presenza del guado e della sua indigotina su utensili litici suggerisce lavorazioni finalizzate alla colorazione di materiali e probabilmente anche usi medicamentosi, già attestate in epoche storiche successive.

La ricerca invita a ripensare il rapporto tra i primi Sapiens e l’ambiente, delineando una comunità capace di sfruttare in modo mirato le piante non solo per la sopravvivenza alimentare, ma per rispondere a esigenze simboliche, tecniche e curative. Lo studio sottolinea la necessità di integrare l’analisi dei residui vegetali nell’indagine archeologica, per cogliere la piena complessità delle scelte, delle conoscenze e delle pratiche sviluppate dai primi esseri umani. La grotta di Dzudzuana, con il suo patrimonio di strumenti colorati dal guado, aggiunge un nuovo tassello alla ricostruzione della storia evolutiva e culturale delle comunità paleolitiche, suggerendo un mondo sorprendentemente ricco di possibilità e innovazioni.

Come gli indigeni usano la tecnologia per salvare l’arte di KAKADU.

Nella regione australiana del Parco Nazionale di Kakadu, uno dei paesaggi culturali più apprezzati del paese, prende corpo una iniziativa che sta rivoluzionando il modo in cui le comunità indigene gestiscono, proteggono e tramandano il loro patrimonio. Kakadu, inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dal 1981, attira migliaia di visitatori ogni anno, soprattutto durante la stagione secca. Molti di loro desiderano ammirare le straordinarie pitture rupestri conosciute come “gunwardebim” nella lingua locale Kunwinjku, testimonianze di una storia millenaria che continua a vivere fra le rocce di Ubirr.

I dipinti di Ubirr, raggiungenti fino a diciottomila anni di età, narrano storie che vanno dagli antichi megafauna estinti alle prime esperienze delle popolazioni aborigene con gli europei. Questi manufatti rappresentano parte integrante di un paesaggio culturale vivente, in cui passato e presente si intrecciano attraverso tradizioni orali e rituali tramandati da generazioni. Gli Aboriginali, definiti Bininj dalla lingua Kunwinjku, mantengono una responsabilità culturale profonda nei confronti di questo patrimonio: come sottolinea Alfred Nayinggul, uno dei principali proprietari tradizionali, “questi dipinti sono nostri. Ce ne prendiamo cura”.

Negli ultimi anni sono aumentate le preoccupazioni legate alla conservazione di questi siti unici. Il crescente flusso turistico e i cambiamenti climatici hanno reso più fragili i delicati equilibri dell’area. Alcuni visitatori ignorano i percorsi segnalati, abbandonano rifiuti o, in casi rari, danneggiano volontariamente luoghi sacri. La stagione delle piogge, da novembre a marzo, è caratterizzata da cicloni che allagano e minacciano i siti, mentre fra agosto e ottobre gli incendi incontrollati rischiano di alterare la composizione della pietra e dei pigmenti delle pitture rupestri.

Questa situazione ha spinto i Bininj, insieme a ricercatori di quattro università australiane, a sviluppare un piano di gestione per la conservazione dei siti culturali di Ubirr. L’idea ha preso avvio nel 2019 su iniziativa degli anziani delle comunità Mirrar Erre e Manilakarr. Nel marzo 2021 si è tenuto un workshop sul territorio, coinvolgendo custodi della tradizione, ranger Njanjma e quelli del parco, con l’obiettivo di raccogliere conoscenze ancestrali, preoccupazioni e desideri legati all’area di Ubirr.

Al centro della metodologia adottata si trova il “mappaggio dei valori culturali”, concetto che supera il semplice rilievo degli elementi fisici per includere le storie, le connessioni spirituali e il significato culturale attribuito ai luoghi dai proprietari tradizionali. Il processo ha visto gli anziani disegnare su grandi immagini satellitari, sovrapponendo fogli trasparenti per creare mappe stratificate e profondamente personali. Sono stati così segnati siti sacri, aree di vita tradizionale, zone di raccolta delle risorse e soprattutto aree minacciate da turismo, incendi o altri danni ambientali.

Attraverso sessioni ripetute di mappatura, diversi custodi della conoscenza hanno prodotto veri e propri archivi spaziali del proprio territorio. Le informazioni raccolte ora orientano le strategie di gestione, aiutando i ranger di Kakadu ad intervenire con maggiore precisione. Le storie sono state registrate sia in Kunwinjku che in italiano e racchiuse in un breve film documentario che racconta il valore culturale di Ubirr per i Bininj.

Durante le attività sul campo, la squadra delle ranger donne dell’East Alligator ha assunto un ruolo di rilievo. Questo momento ha offerto alle giovani la possibilità di apprendere direttamente dalle anziane, consolidando uno scambio generazionale fondamentale per la continuità culturale. Le fotografie raccolte in questa occasione rappresentano oggi la base di riferimento per il monitoraggio annuale delle pitture rupestri.

La documentazione dei siti artistici ha permesso la creazione di modelli tridimensionali dei luoghi più significativi. Tali rappresentazioni si pongono come valido strumento educativo e accessibile anche a chi, per varie ragioni, non può raggiungere fisicamente il territorio. Tuttavia, alcuni membri del progetto hanno espresso dubbi sulla possibilità che la digitalizzazione portasse al rischio di ridurre i siti culturali a semplici dati, privati del contesto che ne esprime la ricchezza.

Per superare questa criticità, si è scelto di usare un avanzato software di generazione virtuale per costruire ambienti interattivi capaci di riprodurre nel dettaglio acqua, clima, vegetazione e suoni raccolti direttamente sul posto. Il risultato è una rappresentazione digitale vivente delle zone umide di Kakadu, in cui le pitture mantengono il loro legame profondo con la terra.

Il progetto si presenta come modello replicabile per la gestione di territori e patrimoni culturali anche in altre aree protette australiane. Dimostra come le tecnologie digitali, se adattate alle esigenze e ai protocolli autoctoni, possono produrre risultati scientificamente rigorosi, senza tradire la sensibilità culturale e la visione del mondo indigena. Questa esperienza contribuisce in modo significativo al panorama degli strumenti dedicati alla tutela culturale, puntando a uno sviluppo rispettoso, partecipativo e sempre attento al valore spirituale dei luoghi.

COSA MANGIAVANO I LEGIONARI ROMANI: DIETA REALE E SEGRETI NUTRIZIONALI

La tenda è bassa, il sole brucia ancora sulle pietre e il clangore delle armature si confonde con le voci dei soldati. Nei pressi di Vindobona, nell’odierna Vienna, un manipolo di legionari si prepara alla cena dopo una marcia interminabile. Non ci sono arrosti sontuosi né vino da banchetto; l’odore che sale dalle vie dell’accampamento richiama piuttosto quello del pane rustico, del grasso di maiale conservato e della posca aspra che taglia la sete. Ciò che si mangia tra le fila dell’esercito romano è preciso, severo e sorprendentemente equilibrato: lo si scopre nei resoconti dei grandi storici, testimoni dei giorni in cui Roma si faceva impero anche a tavola.

La dieta giornaliera di un legionario era calibrata per affrontare le fatiche del campo e della battaglia, come dimostra il Libro VI delle “Storie” di Polibio e il Codice Teodosiano. Al centro c’era il grano, quasi sempre frumento che ogni soldato riceveva in quantità precise: le idee divergono fra le fonti, ma si parla di una razione giornaliera fra gli 850 grammi e il chilogrammo e mezzo per soldato. Il grano, schiacciato a mano nel molino manuale della contubernium, diventava pane, “panis militaris”, o più spesso una densa polenta chiamata “puls”. Questa base forniva la parte più consistente del fabbisogno energetico quotidiano, ricca di carboidrati a lento rilascio, essenziali per sostenere marce di trenta o più chilometri al giorno.

Nel pane si chiedeva la resistenza, nella “puls” la forza che non tradisce. Le analisi delle fonti riportano che il consumo di questo cereale era almeno il 70% delle calorie totali giornaliere di un legionario, un vero carburante per il corpo. La preparazione era spesso spartana: il grano veniva cotto in acqua o vino acetoso – la “posca” – oppure impastato e cotto al fuoco come biscotti durissimi, i famosi “buccellatum” menzionati dal Codice Teodosiano. È questa la visione che Vegetio, nel suo trattato “De re militari”, ci consegna immortale: “il soldato deve avere grano, vino, aceto e sale in ogni stagione”. Di carne, nelle grandi campagne, ben poca.

La carne, e in particolare il grasso di maiale, rappresentava la vera ricompensa alimentare, non il piatto quotidiano. A documentarlo sono gli scritti di Plinio il Vecchio e di Cicerone, nonché gli archivi militari e i resti rinvenuti negli accampamenti. C’era il lardum, ossia il lardo salato e stagionato, che si inseriva nelle razioni come fonte di grassi e calorie per affrontare i climi più freddi o le marce più lunghe. Mentre le carni fresche erano una rarità, lo stesso grasso di maiale forniva il necessario per l’assorbimento delle vitamine liposolubili e un surplus energetico ben superiore al solo pane. Occasionalmente, soprattutto dopo vittorie o durante le festività, i legionari ricevevano carne fresca di maiale, manzo, pecora o selvaggina locale, come testimonia Ammiano Marcellino nelle sue “Storie”. Tuttavia, la base della loro nutrizione rimaneva profondamente legata ai prodotti vegetali.

Altre fonti proteiche provenivano dagli alimenti più umili, ma di straordinaria importanza. Sono Orazio e Columella, nella loro trattazione sulle pratiche agricole, che narrano del consumo assiduo di legumi: lenticchie, ceci, fave, piselli. Questi alimenti erano la principale fonte di proteine per il legionario comune e permettevano, insieme al grano, di avere un profilo nutritivo sorprendentemente bilanciato. Le lenticchie, ad esempio, contenevano circa 9 grammi di proteine ogni 100 grammi secondo le analisi mediche moderne applicate ai dati delle fonti antiche, mentre i ceci salivano a 7 grammi e le fave a 8 grammi, garantendo non solo forza ma anche la prevenzione di malattie da carenza, come l’anemia.

Non mancavano, comunque, i prodotti caseari. Il caseus viene menzionato più volte da Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis Historia”. Il formaggio, spesso morbido e acido, era preparato con latte di pecora o capra, raramente con quello di mucca, e serviva nelle razioni a integrare la quota proteica giornaliera. Oltre all’apporto di proteine – circa 5 grammi per 100 grammi nei formaggi freschi – il caseus era fonte di grassi essenziali e calcio, particolarmente utile per la salute delle ossa dei giovani legionari.

A rendere il tutto meno monotono erano la frutta e le verdure, che comparivano sulla mensa non tanto per piacere, quanto per necessità. Dalle “Georgiche” di Virgilio e dai resoconti archeobotanici dei siti militari risulta che legionari consumavano cipolle, aglio, cavoli, mele, pere, fichi, uva e, nei momenti di fortuna, melograni e prugne. La frutta serviva non solo per variare il gusto del pasto, ma soprattutto come fonte fondamentale di vitamine, sali minerali e zuccheri semplici. I fichi, ad esempio, offrivano carboidrati rapidamente assimilabili, mentre le mele e le pere fornivano fibre e un apporto energetico gentile e costante. Questi frutti, oltre al gusto, erano anche strategici: aumentavano la resistenza immunitaria dei soldati, aiutando a fronteggiare le malattie che flagellavano i campi e le province più remote.

La presenza della frutta nei resoconti delle fonti, come in Cicerone e Ovidio, si associa spesso alla stagione e alla disponibilità locale. Il legionario romano non poteva contare su una dieta ricca di frutta tutto l’anno, ma sapeva sfruttare quanto la terra offriva durante la campagna estiva, seppur in piccole dosi. Le mele fornivano circa 14 grammi di carboidrati ogni 100 grammi, mentre i fichi salivano a 19 grammi, con una quota di proteine intorno allo 0,7 grammi e 1,3 grammi rispettivamente. Non erano fonti proteiche rilevanti, ma tornavano preziose per l’immediatezza energetica e l’effetto sulla flora intestinale.

Nel contesto delle proteine animali, una menzione speciale va al pesce. Negli accampamenti vicini ai fiumi e alle coste, diversi storici, fra cui Harold W. Johnston e Wilkins & Nadeau, attestano il consumo di pesci d’acqua dolce e salata. Il pesce rappresentava una fonte estremamente ricca di proteine di alta qualità e, sorprendentemente, era accessibile anche alle classi meno abbienti. Le fonti indicano che il pesce, soprattutto quello salato importato dai porti mediterranei, era “estremamente economico” e largamente diffuso. I legionari potevano consumare aringhe, sardine, anguille, triglie, e persino ricci di mare o molluschi raccolti durante le marce. Ovidio nelle sue “Metamorfosi” menziona l’importanza del pesce nelle diete, mentre gli scavi archeologici confermano la presenza di lische, conchiglie e persino ossa di pesce nei resti delle latrine militari.

La porzione proteica del pesce era davvero rimarchevole: le sardine, ad esempio, contenevano 24 grammi di proteine ogni 100 grammi, mentre le triglie superavano i 18 grammi. Di certo il pesce non era disponibile ogni giorno, ma la sua presenza nei magazzini militari e nei mercati locali permetteva ai soldati di non patire la monotonia alimentare e di mantenere in salute i muscoli e il sistema nervoso, grazie ai sali minerali come il ferro, il fosforo e gli omega-3, già noti indirettamente dalle fonti mediche del tempo.

Centrale nella dieta non era solo il “cosa”, ma il “come”. Il contubernium – la piccola unità di otto legionari – si comportava come una famiglia allungata sull’erba, accanto ai fuochi. Non vi erano mense comuni o cucine centralizzate, ogni gruppo si arrangiava con pentole di bronzo, padelle di ferro e cibi conservati nelle borse di cuoio. Il pasto era un momento di coesione, occasione per rafforzare i legami e per condividere le fatiche del giorno. Il racconto di Polibio nel descrivere i gesti e le abitudini dei legionari attorno al fuoco ci restituisce immagini di una quotidianità che, seppur rigorosa, non era priva di calore umano.

Il vino non era riservato alle grandi occasioni: nella routine del campo aveva un ruolo quasi medicinale. Era la “posca”, il liquido acido ottenuto mescolando acqua e scarti di vino, a dissetare e proteggere dai batteri. La Naturalis Historia ci spiega che la posca veniva distribuita regolarmente, soprattutto nei periodi di grande caldo e nelle campagne in regioni sconosciute. L’effetto principale era duplice: fornire liquidi senza rischi sanitari e assicurare un minimo di apporto calorico addizionale, utile in caso di carenza di pane. Il vino vero e proprio, invece, era dosato con parsimonia e assegnato spesso come ricompensa dopo grandi vittorie o eventi speciali, come rammenta Ammiano Marcellino.

La realtà degli accampamenti romani era quella di un equilibrio nutrizionale ardito, ottenuto mescolando il rigore della logistica con le sfumature della natura circostante. I legionari imparavano ad adattarsi, sfruttando ciò che la terra e il mercato offrivano, distinguendo le stagioni in base a ciò che si poteva consumare, e gestendo crisi e abbondanze con intelligenza. Le fonti antiche parlano di una dieta che, grazie al predominio dei cereali e dei legumi, alle iniezioni proteiche periodiche di carni e pesci, agli zuccheri naturali della frutta, riusciva a evitare le grandi carenze nutrizionali che affliggevano altre popolazioni contemporanee o eserciti rivali.

Il sistema dei granari militari o “horrea”, citato da Polibio e descritto negli archivi archeologici, era il cuore logistico della sopravvivenza romana. Questi magazzini erano disseminati lungo le vie militari e le basi più importanti: conservavano grano, olio di oliva, vino, pesce salato e legumi secchi, assicurando la sopravvivenza del legionario anche in mesi di assedio o marce lontane dalle città. Ogni soldato, nel contesto della sua contubernium, imparava a gestire le risorse, trasportando e razionando il proprio grano per venti giorni, come richiesto dai regolamenti imperiali.

Questi meccanismi di conservazione e di rifornimento sono testimoniati anche dalle fonti di Aulo Gellio e dall’iscrizione del Codice Teodosiano: il soldato portava con sé il necessario per affrontare lunghe distanze e poteva contare, in caso di emergenza, su cibi estremamente resistenti come il buccellatum, di difficile masticazione ma praticamente immortale. Questo pane duro, a differenza del pane fresco, poteva essere conservato per settimane senza perdere consistenza, diventando simbolo di resilienza e di adattamento militare romano.

La monotonia del menu veniva spezzata anche dall’occasionale consumo di spezie, di semi oleosi come le noci e di erbe aromatiche, citate da Plinio e dalle fonti agricole, che aggiungevano varietà e un pizzico di piacere. Oltre a migliorare il sapore dei piatti di legumi e verdure, le spezie offrivano proprietà conservanti e medicamentose, particolarmente preziose durante le stagioni più dure.

Sul piano metabolico, lo storico Wilkins & Nadeau e le analisi comparative con la moderna dieta mediterranea suggeriscono che il legionario accumulava poche riserve di grasso corporeo, mantenendo una massa muscolare ben sviluppata grazie al movimento e alla dieta ricca di proteine vegetali, integrate sporadicamente da quelle animali. La prevalenza di legumi e pesce garantiva, di fatto, una quota proteica sufficiente a sopportare sforzi prolungati, mentre i carboidrati della frutta e del pane assicuravano resistenza e recupero rapido dopo le battaglie.

Non bisogna ricercare la magnificenza delle cene patrizie fra le tende legionarie: qui il cibo è un’arma, una medicina e, a volte, un conforto. La fame di un legionario romano non è mai la fame della povertà, ma quella della disciplina e dell’ingegno. “Un esercito marcia sullo stomaco”, dicevano i generali – e lo stomaco romano ha saputo resistere, adattarsi e conquistare.

Oggi, aggirandosi fra le rovine di un accampamento a Vindobona o fra i granari di Carnunto, ci si può quasi sentire parte di quella catena di uomini che preparavano la puls con gesti antichi, attenti a non sprecare una sola briciola di pane, un singolo chicco di farro, una nocciola condivisa. La loro forza nasceva anche dalle fibre invisibili della dieta, dal frumento macinato fra le mani sporche e dai legumi conditi con l’aceto, dal pesce essiccato acquistato con le poche monete durante la pausa fra le battaglie. In ogni pasto del legionario romano rivive la storia stessa dell’impero.

La lezione che si offre oggi è potente e trasversale: la grandezza di Roma non si misura solo nel marmo e nel ferro, ma nella sapiente gestione della fame, nell’equilibrio e nella frugalità di una cucina che ha saputo fare della necessità virtù. In quel pane duro, in quella “posca” aspra, c’è la memoria di un popolo che ha saputo marciare per secoli, sostenuto non solo dalla disciplina, ma da un’intelligenza alimentare capace di attraversare i continenti. Basta chiudere gli occhi e sentire il rumore del pane spezzato, il profumo della puls calda, l’asprezza del vino acetoso al tramonto: lì, per un momento, siamo tutti legionari.

Fonti:

  • Polibio, “Le Storie”, Libro VI (traduzione inglese ufficiale)
  • Codice Teodosiano, 7.4.11 (traduzione inglese ufficiale)
  • Plinio il Vecchio, “Naturalis Historia” (traduzione inglese ufficiale)
  • Orazio, “Epistole”, I.5 (traduzione inglese ufficiale)
  • Columella, “De re rustica”, Libro VIII (traduzione inglese ufficiale)
  • Virgilio, “Georgiche”, Libro I (traduzione inglese ufficiale)
  • Cicerone, “De Officiis” (traduzione inglese ufficiale)
  • Ovidio, “Metamorfosi” (traduzione inglese ufficiale)
  • Ammiano Marcellino, “Le Storie”, Libri XXV-XXVI (traduzione inglese ufficiale)
  • Wilkins, J., & Nadeau, R., “Food in the Ancient World” (estratti in traduzione Inglese)
  • Harold W. Johnston, “The Private Life of the Romans” (traduzione inglese ufficiale)
  • Aulo Gellio, “Noctes Atticae” (traduzione inglese ufficiale)