martedì 23 Giugno 2026
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Body cam: ok dal Garante privacy, ma no al riconoscimento facciale

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Con due distinti pareri [doc. web 9690691 e n. 9690902] il Garante per la privacy ha dato via libera al Ministero dell’interno – Dipartimento della pubblica sicurezza e al Comando generale dell’Arma dei Carabinieri all’uso delle body cam per documentare situazioni critiche di ordine pubblico in occasione di eventi o manifestazioni. Le due Forze di Polizia dovranno comunque recepire alcune indicazioni dell’Autorità relative all’implementazione delle misure di sicurezza e al tracciamento degli accessi ai dati per rendere i trattamenti pienamente conformi alla normativa sulla protezione dei dati personali trattati a fini di prevenzione e accertamento dei reati (Decreto legislativo n. 51/2018).

L’Autorità ha chiesto, in particolare, al Ministero di specificare che il sistema che intende utilizzare non consente l’identificazione univoca o il riconoscimento facciale della persona (facial recognition), come già precisato nella documentazione trasmessa dall’Arma. I due sistemi, sottoposti al Garante autonomamente, presentano notevoli analogie, non solo per quanto riguarda le finalità perseguite, ma anche dal punto di vista strutturale, ad eccezione delle differenze imputabili alle specifiche strutture organizzative delle due Forze di Polizia. Le videocamere indossabili in uso al personale dei reparti mobili incaricato potranno essere attivate solo in presenza di concrete e reali situazioni di pericolo di turbamento dell’ordine pubblico o di fatti di reato. Non è ammessa la registrazione continua delle immagini e tantomeno quella di episodi non critici. I dati raccolti riguardano audio, video e foto delle persone riprese, data, ora della registrazione e coordinate Gps, che una volta scaricati dalle videocamere sono disponibili, con diversi livelli di accessibilità e sicurezza, per le successive attività di accertamento.

I due pareri resi dal Garante sulle due valutazioni di impatto presentate dal Ministero e dall’Arma tengono conto degli approfondimenti effettuati dagli uffici dell’Autorità.

A differenza di quanto sostenuto dal Ministero e dall’Arma, che pur avendo presentato la Dpia non ritenevano necessaria la consultazione preventiva dell’Autorità, il Garante ha affermato che in base al Decreto tale consultazione è dovuta, in quanto i rischi per le persone riprese possono essere anche molto elevati, spaziando dalla discriminazione alla sostituzione d’identità, al pregiudizio per la reputazione, all’ingiusta privazione di diritti e libertà. E l’utilizzo delle body cam nel corso di manifestazioni pubbliche rende estremamente probabile il trattamento di dati che rivelino le opinioni politiche, sindacali, religiose o l’orientamento sessuale dei partecipanti.

Il Garante ha ritenuto tra l’altro ragionevole il periodo di sei mesi di conservazione dei dati e rispettato il principio di privacy by default, essendo prevista la loro cancellazione automatica trascorso tale termine.

L’Autorità infine ha raccomandato alle Amministrazioni di valutare la possibilità di condividere i documenti originali con tutti i soggetti autorizzati da remoto, senza il ricorso alla produzione di copie.

Fonte: Garante per la Privacy

Gaio Mario: vita e biografia del generale romano

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Gaio Mario, anche chiamato Caio Mario per via di un errore nella trascrizione delle epigrafi latine, 157 a.C -13 gennaio 86 a.C, è stato un generale, politico e statista nell’antica Roma. Vincitore della guerra contro Giugurta e vittorioso contro l’invasione dei Cimbri e dei Teutoni, ricoprì il ruolo del consolato per sette volte durante la sua carriera.

Fu anche il protagonista della più importante riforma dell’esercito romano di tutti i tempi: grazie al suo intervento, l’esercito divenne un gruppo di soldati professionisti. Fu coinvolto nella guerra civile contro Lucio Cornelio Silla, morendo a poche settimane dalla sua settima elezione a console.

Le origini e i primi incarichi di Gaio Mario

Gaio Mario nacque nel 157 a.C ad Arpino, una piccola città posizionata a 60 miglia a sud-est di Roma, nel Lazio meridionale. I residenti del Municipio di Arpino avevano ottenuto la cittadinanza Romana nel 188 a.C.

Non sappiamo esattamente quanto fosse importante la famiglia di Mario al momento della sua nascita: secondo Plutarco suo padre era di umili origini, e lavorava come operaio o come manovale, ma questo è molto improbabile, dal momento che altre fonti citano dei forti legami con la classe aristocratica di Roma.

Caio Mario, inoltre, iniziò da subito a frequentare le nobildonne aristocratiche del suo Municipio: è quindi molto più probabile che la famiglia di Caio Mario fosse piuttosto di rango equestre, una classe sociale immediatamente inferiore ai Patrizi.

Mario crebbe senza ottenere una particolare educazione: non era molto ferrato in storia, non imparò mai il greco, che era la lingua dei colti, e mantenne sempre una cultura tutto sommato bassa e provinciale. Tuttavia era un vero generale, dotato di uno straordinario carisma sul campo di battaglia: sapeva farsi amare dai soldati e dal popolo con grande facilità.

Caio Mario dimostrò una grande ambizione fin dalla più giovane età e fu notato per la prima volta per le sue capacità di comando mentre prestava servizio durante l’assedio della città spagnola di Numanzia, nel 134 a.C

Secondo Plutarco, durante una cena fu chiesto al generale in comando, Scipione Emiliano, chi sarebbe stato un degno successore: la tradizione racconta che Emiliano si sarebbe avvicinato a Caio Mario, gli avrebbe dato una amichevole pacca sulla spalla e avrebbe detto: “Forse questo è l’uomo giusto”.

L’inizio della carriera politica

Poco dopo aver completato il suo servizio militare a Numanzia, Mario rivolse la propria attenzione alla politica romana. Si candidò subito per diverse importanti magistrature, quella di tribuno militare, che era il primo gradino di qualsiasi carriera politica, e quella di questore, entrambi riconoscimenti ottenuti.

Nel 120 a.C venne eletto tribuno della plebe, dimostrando in maniera palese il suo attaccamento alla fazione dei Populares: proprio in questo periodo, strinse un’alleanza politica con Quinto Cecilio Metello, il rappresentante di una delle famiglie più potenti e influenti di Roma, che contribuì notevolmente a promuovere la popolarità e la carriera di Mario.

Come tribuno della plebe promosse un disegno di legge che limitava la capacità degli aristocratici di influenzare le elezioni. Normalmente, durante il momento del voto, gli aristocratici erano soliti inviare le loro guardie del corpo per minacciare i votanti e influenzare in maniera illegale l’esito delle votazioni.

Mario fece approvare una legge per cui il votante doveva passare attraverso una stretta passerella, scrivere il suo voto su una tavoletta di cera nella più assoluta segretezza e depositarle in un’urna, senza la possibilità di essere influenzato da nessuno.

Nonostante l’opposizione dei due Consoli in quel momento in carica, il disegno di legge fu approvato con grande gioia della cittadinanza. Tuttavia, questa legge incrinò i suoi rapporti con Metello, dal momento che quest’ultimo era rappresentante della classe aristocratica danneggiata dal provvedimento.

Il venir meno dell’appoggio di Metello ebbe delle conseguenze negative per la carriera politica di Caio Mario. Si candidò infatti alla carica di edile, ma non fu eletto. Venne però nominato con successo pretore nel 116 a.C: gli aristocratici lo accusarono immediatamente di aver ottenuto la carica tramite i brogli elettorali, ma sottoposto a processo fu considerato innocente.

La sua attività di pretore non fu particolarmente degna di nota, dal momento che le fonti non ci raccontano nulla di importante.

Tuttavia, nel 114 a.C, Mario venne nominato governatore della Provincia di Hispania Ulterior. Durante l’incarico, Plutarco ci conferma come l’impegno di Caio Mario si concentrò sulla liberazione del territorio da ladri e briganti, con una campagna militare di particolare efficacia.

Proprio in questo periodo, Mario si arricchì notevolmente sia raccogliendo il bottino sottratto ai guerriglieri che mano mano andava vincendo, sia investendo in vantaggiose operazioni minerarie in tutta la provincia. Nei due anni prima di tornare a Roma, la ricchezza di Mario aumentò notevolmente. 

Poco dopo il suo ritorno a Roma, Mario decise di sposarsi con la rampolla di un’importante famiglia patrizia: si trattava di Giulia, la zia di Giulio Cesare.

Il matrimonio aveva una valenza certamente politica: dal momento che le origini di Caio Mario erano particolarmente umili, un’unione di questo tipo lo accreditava notevolmente agli occhi dell’aristocrazia senatoria.

Il consolato e la guerra contro Giugurta

Nel 108 a.C Mario decise che i tempi erano maturi per puntare alla carica del consolato. Mario e Metello avevano migliorato i loro rapporti, ma Metello consigliò a Mario di non affrettare i tempi e di concorrere piuttosto accanto a suo figlio.

Mario decise di proseguire ugualmente con la sua candidatura. La sua scelta fu assolutamente azzeccata: nel 107 fu eletto console per la prima volta, nonostante i pronostici gli fossero avversi.

Il segreto della sua nomina fu probabilmente nella popolarità che godeva presso i militari e nella reputazione di uomo operoso ed integerrimo.

Ben presto fu chiamato nella campagna militare in Numidia contro il Re Giugurta, comandata proprio da Cecilio Metello. Metello scelse di nominare Mario come suo legato nel conflitto, riconoscendo la sua capacità come generale, che ritenne evidentemente più importante dei loro dissapori politici.

Giugurta stava utilizzando efficacemente delle tattiche di guerriglia che Metello non era in grado di contrastare efficacemente.  Mario cominciò a rilasciare una serie di dichiarazioni pubbliche, destinazione il Senato, con lo scopo di far passare Metello come un incompetente, e promettendo che sarebbe stato in grado di porre fine al conflitto più rapidamente se fosse stato messo al comando al suo posto.

Il Senato si convinse facilmente e affidò a Mario il comando delle operazioni, il che non fece altro che inasprire una volta per tutte i rapporti con Metello.

 Nonostante le affermazioni ottimistiche di Mario, in realtà, la campagna contro Giugurta era particolarmente difficile. Divenne presto chiaro che la guerra non sarebbe stata vinta così facilmente come Mario l’aveva dipinta in Senato.

Per questo motivo, il generale fu costretto a reclutare un enorme numero di truppe per contrastare l’avversario, e per la prima volta reclutò degli uomini dalle classi più povere di Roma, addirittura incorporando dei nullatenenti al suo esercito. Si trattava di una grandissima novità, dal momento che l’esercito era sempre stato reclutato per censo.

Fu questa, difatti, la bozza di quella riforma militare che avrebbe portato il suo nome.

La guerra contro Giugurta andò avanti, ma un ruolo determinante fu giocato dall’allora questore Lucio Cornelio Silla. Se Mario riuscì a sconfiggere i soldati di Giugurta sul campo, fu effettivamente Silla a mettersi d’accordo con il Re Bocco di Mauretania, il quale tradì Giugurta e lo consegnò ai Romani.

Mario aveva vinto militarmente, ma era stato Silla a catturare il nemico. Comunque fosse, la guerra giugurtina venne dichiarata conclusa nel 105 a.C.

Per la sua vittoria, Mario ottenne il trionfo. Giugurta fu costretto a sfilare nelle strade di Roma, in catene, come un trofeo. Mario venne onorato come un vero eroe, ma nel suo privato era fortemente amareggiato dal fatto che fosse stato Silla ad aver ottenuto la cattura di Giugurta e non lui.

Le capacità di Silla, sia come generale che come diplomatico, non erano passate inosservate, e Mario iniziò a nutrire nei confronti del collega una sincera antipatia.

La riforma dell’esercito di Gaio Mario

Durante il mandato come console del 107 a.C, Caio Mario apportò importanti cambiamenti all’esercito di Roma, che avrebbero avuto un impatto decisamente duraturo. A causa dell’imminente minaccia che si stagliava sulla frontiera settentrionale, Mario fu costretto a rafforzare ed aumentare il numero dei soldati presenti nell’esercito.

Per fare questo, Mario allentò notevolmente i requisiti necessari per arruolarsi. Da questo momento, chiunque, indipendentemente dalla sua ricchezza, dalla classe sociale e della importanza politica, aveva la possibilità di arruolarsi come soldato professionista.

Le riforme di Mario fecero sì che moltissimi disperati e nullatenenti dedicassero la loro vita all’esercito, vedendo la carriera militare come un’opportunità per affrancarsi da una vita di disagio. La promessa di un bottino e della paga erano particolarmente apprezzabili per dei nullatenenti che non avevano più futuro.

Mario aveva così aumentato con successo le dimensioni dell’esercito, e la sensazione era che il contingente di legionari che aveva organizzato, sarebbe stato in grado di vincere qualunque nemico. 

La lotta contro i Cimbri e i Teutoni

Mario fu eletto console per la seconda volta nel 104 a.C. violando palesemente una legge che imponeva uno spazio di 10 anni tra una nomina a console e l’altra.

È probabile che Mario sia stato in grado di aggirare queste leggi a causa dell’ imminente invasione delle tribù germaniche dei Cimbri e dei Teutoni, che avevano recentemente creato una confederazione ed erano stati in grado di sconfiggere una serie di eserciti romani, in particolare quelli sotto il comando di Giunio Silano e Cassio Longino, nel 105 a.C.

Roma necessitava di un generale forte e capace e Mario era il candidato perfetto.

La guerra contro Cimbri e Teutoni si trascinò per alcuni anni, e Mario fu eletto ripetutamente console per rinnovare il suo comando militare. Finalmente Mario riuscì a sconfiggere i Teutoni nella battaglia di Aquae Sextiae, nel 102 a.C e i Cimbri nel 101 a.C, a Vercelli.

Durante questa guerra, 350.000 barbari persero la vita e altri 150.000 vennero fatti prigionieri e venduti come schiavi nei mercati di Roma. Questa vittoria consolidò definitivamente la figura di Mario come leggendaria. Gli venne tributato un nuovo trionfo e fu eletto console ancora nell’anno 100 a.C.

Mario aveva decisamente raggiunto l’apice della sua carriera militare e politica.  Anche se nelle sue memorie Mario si prendeva tutto il merito di aver vinto le tribù barbariche, gli scritti di Silla suggeriscono che quest’ultimo potrebbe aver avuto un ruolo cruciale nella vittoria di Roma.

Questo inasprì ulteriormente i rapporti tra Mario e Silla, ma ufficialmente fu Mario ad ottenere un altro trionfo per le sue straordinarie azioni.

Il sesto consolato di Gaio Mario

Nel 100 a.C, Mario stava ricoprendo il suo sesto consolato e iniziò a sostenere delle riforme proposte dal suo alleato politico Saturnino, che fungeva da tribuno della plebe.

Il costo di molti tipi di alimenti furono abbassati e venne decisa una ingente redistribuzione di terre tra i suoi soldati veterani. Il disegno di legge venne approvato attraverso alcune attività illegali, ma Mario aveva l’assoluta necessità di accontentare i suoi uomini.

In realtà Mario aveva pesantemente corrotto alcuni senatori, e Metello, ormai nemico giurato, si oppose al disegno di legge. Metello utilizzò tutti i suoi importanti poteri politici per bloccare Mario in ogni occasione prima di lasciare Roma per raggiungere la Grecia.

Mario, con l’aiuto di alcuni alleati, iniziò allora ad utilizzare lo strumento dell’esilio per colpire i suoi avversari politici. Tuttavia, alcuni stavano iniziando a dubitare della buona fede di Mario, e la sequenza dei consolati, l’uno dopo l’altro, come mai nessuno prima di lui, stava cominciando a preoccupare i senatori.

Dopo che uno dei nemici di Mario venne assassinato durante la sua candidatura alle elezioni, scoppiarono diversi disordini in tutta Roma. Il Senato ordinò a Mario di porre fine allo spargimento di sangue.

Mario tuttavia, ebbe un comportamento piuttosto bieco: si dedicò a proteggere soprattutto i suoi alleati, tra cui Saturnino, senza preoccuparsi dell’ordine pubblico.

La situazione precipitò: la folla assaltò l’edificio del Senato in un momento di isteria generale. I rivoltosi non riuscirono a sfondare le porte, ma scalarono i muri e salirono sul tetto. Strapparono le tegole una ad una fino a quando non riuscirono a lanciare sassi e proiettili contro i senatori. Mario riuscì a sedare la rivolta, ma la sua reputazione era stata offuscata dalla sua partigianeria, e della sua poca equità in una situazione di crisi politica.

Dopo la fine del suo sesto consolato, Mario si recò in Oriente per convincere il Re Mitridate VI del Ponto a desistere dalla sua intenzione di muovere guerra contro Roma.  Nel frattempo, Mario, nonostante si trovasse in Oriente, fu eletto nel collegio degli auguri sacerdotali nel 98 a.C, ma rifiutò di candidarsi alla carica di censore l’anno successivo, per non alimentare dei sospetti.

Gaio Mario durante la guerra sociale

Mentre Mario si trovava in Oriente, Roma conobbe una relativa pace, ma questa non sarebbe durata a lungo.

Da anni si era infatti verificata una situazione di grande tensione sociale: il Senato non voleva includere gli alleati italici nella classe dirigente, e questi, che invece fornivano regolarmente soldi e soldati per le cause di Roma, pretendevano di avere una maggiore rappresentanza politica.

Nel 95 a.C, il Senato emanò la legge Licinia Mucia, che stabiliva che tutti i non cittadini dovevano lasciare Roma.

Come risposta un tribuno della plebe, Marco Livio Druso, propose di concedere la cittadinanza a tutti gli uomini, eccetto gli schiavi, che risiedevano in Italia. La sua idea aveva come scopo quella di rappresentare al meglio gli alleati italici, che avevano pesantemente aiutato Roma ma che non erano adeguatamente rappresentati nelle tribù elettorali.

Per tutta risposta, Druso venne assassinato: un’azione nefasta che scatenò rivolte e ribellioni in tutta la penisola italica, che si era ufficialmente ribellata al potere di Roma.

Nota come guerra sociale, questo conflitto sarebbe durato dal 91 all’ 88 a.C: Mario vide in questa guerra l’opportunità di ottenere delle nuove vittorie e di guidare le forze di Roma contro le città ribelli.

Durante la guerra sociale Mario servì come console sotto Publio Rutilio Lupo, ma quest’ultimo morì nella fase iniziale della guerra e Mario, rimasto il principale generale per la causa dei romani, ottenne molte vittorie, soprattutto nel nord Italia.

Il coinvolgimento di Caio Mario, tuttavia, non durò a lungo, dal momento che già nel 89 a.C fu costretto a ritirarsi per problemi di salute. Alcune fonti parlano di un ictus, mentre altre attribuiscono il suo ritiro ai nemici politici, che non volevano concedere al generale ulteriore potere militare.

La marcia di Silla su Roma

E’ evidente che nel corso della guerra sociale fu Cornelio Silla ad avere la meglio. Fu il generale con il maggior numero di vittorie, a scapito di Mario, la cui figura di comandante uscì decisamente appannata. La guerra sociale terminò con la sostanziale vittoria della causa degli italici, che gradualmente vennero accettati nelle tribune elettorali.

Ma la fine della guerra sociale non portò ad una pace duratura.

Il Re Mitridate VI del Ponto attaccò nuovamente le province orientali di Roma nel 88 a.C, e Mario, dopo essersi ripreso dalla sua malattia, si propose come generale per guidare gli eserciti di Roma contro il nemico. Ma nello stesso anno in cui Mitridate avviò le operazioni di guerra, venne eletto come console Silla.

Mario organizzò una cordata di Senatori, che orientò le elezioni e consegnò a lui il comando delle operazioni.

Silla era furioso per il tradimento del Senato: la campagna, affidata a Mario, avrebbe probabilmente significato il suo tramonto politico. Per questo motivo, Silla prese con sé sei legioni e gli chiese di giurare fedeltà a lui, in prima persona, piuttosto che al Senato, promettendo gli dei ricchi bottini.

L’operazione andò in porto e Silla mosse con il suo esercito direttamente contro Roma, un’azione del tutto illegale e pericolosa. Silla fu di fatto il primo romano a guidare un esercito in armi contro la città di Roma, varcando il confine sacro del pomerium, e operando un’azione che sconvolse la cittadinanza.

Mario cercò di organizzare in fretta e furia un esercito di fortuna, reclutando anche schiavi e gladiatori, ma la sua forza militare non era minimamente all’altezza di quella addestrata ed equipaggiata dei soldati professionisti di Silla.

I soldati professionisti che erano stati creati da Caio Mario, gli si stavano ribellando.

Mario fu costretto a fuggire in esilio. Silla, che deteneva ormai il controllo di Roma, eseguì alcune operazioni di ordine cittadino, indisse delle nuove elezioni e partì per l’Oriente, per condurre la campagna contro Mitridate.

L’esilio di Mario e il ritorno a Roma

Mario trovò rifugio nella città di Cartagine, in nord Africa, dove venne raggiunto dal figlio, Mario il Giovane. Mario fu dichiarato fuorilegge dai suoi nemici politici, e su di lui venne addirittura istituita una taglia.

Non molto tempo dopo il suo esilio, mentre Silla era impegnato nella campagna contro Mitridate, a Roma scoppiò una guerra civile tra le due principali fazioni politiche: i sostenitori di Silla, guidati dal console Ottavio, iniziarono a combattere contro i partigiani del collega di consolato, Cinna, che era sostenitore di Mario.

Per Mario si trattava dell’unica occasione di ritornare a Roma assieme a suo figlio. Sbarcò in Etruria, e radunò delle forze militari pronte a unirsi a quelle di Cinna per riconquistare la città. Mario e Cinna riuscirono a scacciare i legionari di Silla da Roma, e ad eseguire una lunga serie di uccisioni ed epurazioni, tra cui perse la vita Ottavio.

Roma apparteneva ora alla fazione Mariana e Mario potè riorganizzare la città sulla piacimento. Mario esiliò ufficialmente Silla e lo rimosse dal comando della guerra mitridatica.

Nel 86 a.C, fu nominato console per la settima volta, assieme al collega Cinna, di fronte ad un Senato completamente intimorito ed impotente.

La morte di Mario e la sua eredità

Plutarco racconta che nell’ultima fase della sua vita, Mario era diventato paranoico, irritabile e sospettoso di tutti, e non esitava a giustiziare qualsiasi persona su cui gravasse anche solo un minimo sospetto. Sembra che Mario nutrisse odio persino nei confronti di suo nonno, Marco Antonio, e contro Publio Licinio Crasso, il padre di Marco Licinio Crasso.

Erano ormai lontani i tempi in cui Mario era il beniamino dei romani: ora si trattava di una figura temuta dal popolo. La salute di Mario iniziò a peggiorare gravemente, e spesso Mario delirava, raccontando dei suoi trionfi passati.

A poco meno di due settimane dall’inizio del suo settimo consolato, Mario morì, il 13 gennaio dell’ 86 a.C. Suo figlio Mario il giovane e il collega Cinna continuarono la lotta contro Silla, che dal suo esilio tramava vendetta contro l’avversario politico. 

La vittoria della guerra civile, andrà infine a Silla, che detenendo il potere completo, darà luogo ad una delle più grandi riforme dello stato romano.

L’eredità di Caio Mario è importante: oltre ad aver vinto sulle tribù dei Cimbri e dei Teutoni, e aver di fatto salvato la repubblica romana, Caio Mario viene ricordato come un brillante stratega militare e comandante, amato dai soldati e dal popolo. 

Sarà per sempre uno dei leader più importanti della fazione dei Populares, anche se, durante la vecchiaia, si macchiò di diversi errori e si lasciò andare ad una serie di violenze che offuscarono, a volte in maniera irrimediabile, le sue grandi vittorie.

La battaglia di Zela, 47 a.C: Veni, Vidi, Vici

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La battaglia di Zela è uno scontro che si è tenuto fra l’esercito di Giulio Cesare e quello di Farnace II, re del Ponto, nel 47 a.C. La vittoria dei romani fu totale, e passò alla storia per la straordinaria velocità con cui i legionari sconfissero il nemico e per la frase con cui Cesare diede l’annuncio in Senato: “Veni, vidi, vici”,  “Sono arrivato, ho visto, ho vinto “.

I movimenti di Cesare nel Mediterraneo

Lo scontro decisivo della guerra civile fra Cesare e Pompeo si tenne nella piana di Farsalo, in Tessaglia, Grecia.

Cesare, con una straordinaria soluzione tattica, riuscì a battere definitivamente il suo avversario, così Pompeo, che aveva visto il suo esercito scomporsi completamente, decise di fuggire verso l’Egitto, dove riteneva di poter ottenere asilo politico.

La sua scelta si rivelò completamente sbagliata: l’allora faraone, Tolomeo, scelse di ucciderlo a tradimento, immaginando di fare un favore al vittorioso Cesare, il quale, arrivato anche lui in Egitto e scoperta la testa mozzata di Pompeo, pianse lacrime amare. Nonostante Pompeo fosse stato il suo avversario, Cesare aveva molto rispetto di lui, anche per il legame che aveva avuto con sua figlia, di cui era stato il marito.

Cesare, nonostante la situazione nel Mediterraneo fosse ancora incerta, prolungò in maniera del tutto inaspettata Il suo soggiorno in Egitto. Fu esattamente in quel periodo che fece la conoscenza della regina Cleopatra: fra i due si stabilì un rapporto sia sentimentale che politico.

Cleopatra poteva sfruttare il potere di Cesare per superare la contesa dinastica a scapito del fratello Tolomeo, e Cesare avrebbe potuto utilizzare la regina per mantenere il controllo su un territorio strategicamente importante.

Del resto, l’intromissione di Cesare nella politica egizia gli si ritorse contro: gli avversari di Cleopatra sobillarono il popolo e l’esercito contro il generale romano, che rimase assediato nel palazzo reale, rischiando seriamente la vita.

Aiutato da unità di rinforzo, Cesare riuscì a capovolgere la situazione e ad uscire da quella condizione. Ma di lì a poco, si stagliò di fronte un’altra sfida militare: quella di Farnace II, Re del Ponto.

Il pericolo di Farnace II

Uno dei più strenui avversari di Roma era stato il re Mitridate VI, Re del Ponto, zona nordorientale dell’Asia Minore, attuale Turchia. Suo figlio, Farnace II, aveva progettato di recuperare tutte le terre che erano state strappate al padre, in particolar modo da Pompeo.

Così aveva reclutato un ingente esercito con il quale aveva invaso le province romane di Cappadocia e di Armenia, due territori strategicamente importanti. Il primo generale romano che cercò di contenere la furia di Farnace, Lucio Domizio, lo affrontò con il suo esercito nel dicembre del 48 a.C presso la città di Nicopolis.

Per i romani fu una disfatta. L’esercito di Farnace, più numeroso e organizzato, mise in fuga i legionari Romani. Notevolmente incoraggiato da questa prima vittoria, Farnace conquistò delle altre regioni del Ponto, oltre ad assediare ed espugnare la città di Amiso, che venne condannata al saccheggio e all’assassinio di quasi tutti i suoi abitanti.

Non solo: Farnace stava anche portando dalla sua parte una vasta serie di Re, principi locali e governanti, ingrossando notevolmente il suo esercito e costituendo un pericolo sempre maggiore per la stabilità dei territori orientali di Roma.

L’avvicinamento di Cesare a Farnace

Quando Cesare venne a sapere che il pericolo di Farnace stava diventando estremamente concreto, decise di muovere immediatamente contro il nemico. Il suo soggiorno in Egitto si era prolungato già troppo, ed era tempo di rimettersi in viaggio per avviare le operazioni in Oriente.

Cesare marciò con il suo esercito attraverso il territorio dell’Armenia, con una rapidità impressionante. Come era già accaduto durante la conquista della Gallia, la sola velocità dei legionari romani, preoccupò gravemente Farnace, che inviò immediatamente degli ambasciatori.

I messaggeri di Farnace informarono Cesare che il loro sovrano non aveva mai aiutato il suo nemico politico, Pompeo, e che non avevano intenzione di venire alle armi con i romani. Anzi, vennero proposte delle condizioni di pace.

In realtà, secondo il racconto di Dione Cassio, questi messaggi concilianti nascondevano una strategia ben più subdola. Farnace desiderava semplicemente aspettare che Cesare fosse costretto a rientrare in Italia con il suo esercito, per poi riprendere la conquista indisturbato.

Cesare sembrò capire perfettamente il piano di Farnace, ed elaborò una contromossa: fece finta di ricevere la prima e la seconda ambasceria con tutti gli onori, facendo credere di essere caduto nel tranello di Farnace e trattando con calcolata benevolenza la tregua fra i due. Nel frattempo però, il suo esercito si avvicinava continuamente, arrivando a braccare l’avversario.

Quando si trovò a ridosso del nemico, Cesare accolse la terza ambasceria con un tono completamente diverso: Cesare attribuì a Farnace un comportamento del tutto inaccettabile, e disse che al contrario, egli avrebbe dovuto appoggiare Pompeo, che gli era stato un benefattore.

Fu Cesare a non dare alcuna possibilità a Farnace di negoziare la pace. Nello stesso giorno in cui legionari romani arrivarono presso la città di Zela, oggi Zila, in Turchia orientale, iniziò il combattimento.

La battaglia di Zela: andamento

La battaglia di Zela si svolse nel 47 a.C.  Farnace, che era stato evidentemente costretto alla battaglia, si posizionò su una collina, in una posizione sicura, con tutto il suo esercito. Cesare fece altrettanto, accampandosi su una collina lì vicino, e dando i primi ordini ai suoi uomini.

La situazione cambiò improvvisamente quando Farnace diede ordine alla sua cavalleria e ai suoi temibili carri falcati, di scendere dalla propria collina, e attaccare quella su cui si trovavano i legionari. Si trattava di una mossa inaspettata, in quanto normalmente un esercito non abbandona una posizione sicura e sopraelevata per marciare contro il nemico in salita.

In questa prima fase della battaglia i legionari furono colti di sorpresa: fu in questo momento che i soldati di Cesare subirono le maggiori perdite.  Ma di lì a poco, entrò in gioco la proverbiale capacità di Cesare di gestire le situazioni di emergenza e ribaltarle a proprio favore. Cesare riuscì a riorganizzare rapidamente il suo esercito, disponendolo in una sola linea compatta.

Aveva a disposizione quattro legioni: al centro vennero posizionate la legione pontica, soldati prelevati direttamente sul luogo e la XXII Deiotariana, una legione di origine Gallica, su cui Cesare faceva molto affidamento. Sull’ala sinistra la XXXVI legione, mentre sulla destra venne schierata la VI Ferrata.

I legionari romani, opportunamente disposti, riuscirono a respingere l’attacco dei soldati di Farnace, i quali si trovavano a questo punto stretti tra la valle e la loro stessa collina. Gli avversari iniziarono dapprima a vacillare, e poi iniziarono a fuggire in maniera scomposta.

La battaglia si trasformò in un autentico massacro: le fonti antiche parlano di 50.000 morti, una cifra forse esagerata, ma che rende bene l’idea di quanto l’esercito di Farnace fu completamente annientato. In poco meno di 5 ore di battaglia, Cesare aveva totalmente neutralizzato il pericolo.

La vittoria e la frase “Veni, Vidi, Vici”

Subito dopo aver ottenuto la vittoria, Cesare pensò di erigere un trofeo. In realtà, proprio in quella zona, era già stato eretto un trofeo simile da Mitridate VI, che aveva sconfitto qualche anno prima il generale romano Onofrio Triario.

Cesare non si permise di abbattere il trofeo dell’avversario, perchè questo era stato consacrato agli Dei della guerra, e il generale romano non voleva compiere un atto sacrilego. Pensò piuttosto di costruire, proprio a fianco di quello eretto da Mitridate, un altro trofeo ben più grande dell’avversario.

Cesare si occupò in seguito di restituire le terre che erano state strappate dai soldati di Farnace ai rispettivi proprietari. Iinfine raggiunse la città di Zela dove Compose un messaggio per infornare il Senato della vittoria. Fu esattamente in quella occasione che Cesare scelse di utilizzare una frase che sarebbe entrata nella storia romana: “Veni, Vidi, Vici”.

Il messaggio venne recapitato a Roma, al suo amico Marzio, che ne diede lettura in Senato. Si trattò di una notizia che sconvolse i senatori e gli aristocratici. Normalmente accadeva che giungesse prima la notizia dell’inizio di una guerra e poi quella del suo esito.

Nel caso di Cesare, la notizia della guerra e della vittoria giunsero contemporaneamente, con la più totale emozione del popolo romano.

Cesare, con fine calcolo politico, si preoccupò anche che tutti i cittadini sapessero di quanto era avvenuto: la sua frase venne incisa su alcune tavole di legno ed esposte durante il trionfo che si sarebbe tenuto di lì a pochi mesi.

A celebrare infine la velocissima vittoria di cui era stato capace, rimane un altro segno tangibile: un cilindro di marmo con impresso il suo “Veni, Vidi, Vici” , che fino a poco tempo era posizionato proprio nella città di Zila, nella Turchia orientale, il luogo che corrisponde allo scontro.

Secondo alcune informazioni, al momento non completamente verificate, il cilindro sarebbe tuttavia stato rubato. Ne rimane solamente un’immagine, scattata da fotografi amatoriali.

Yoshihide Suga, primo ministro giapponese rinuncia alla rielezione

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Meno di un anno dopo essere diventato primo ministro del Giappone, Yoshihide Suga ha dichiarato che non avrebbe cercato la rielezione a capo del partito di governo, aprendo la strada a un nuovo leader dopo il suo mandato storicamente impopolare.

Suga, 72 anni, ha assunto la carica di primo ministro dopo che Shinzo Abe, il primo ministro più longevo del Giappone, si è dimesso lo scorso agosto a causa di problemi di salute. Suga, figlio di un coltivatore di fragole e di una insegnante del nord rurale del paese, era stato sempre una delle seconde file del partito e ha lavroato dietro le quinte e spesso sembrava a disagio come leader di fronte al pubblico.

La sua dimissione anticipata minaccia di riportare il Giappone, nel bel mezzo della sua peggiore ondata di coronavirus, all’instabilità della leadership che ha segnato il periodo dei quasi otto anni consecutivi al potere di Abe. Durante quel periodo, il paese ha sfornato sei primi ministri in sei anni, incluso lo stesso Abe.

In una conferenza stampa convocata in fretta e furia, Suga ha affermato di voler concentrarsi sulla gestione della pandemia piuttosto che sulla campagna di rielezione. Con il concorso per la leadership del partito programmato per il 17 settembre, ha detto: “Mi sono reso conto che ho bisogno di un’enorme energia” e “Non posso fare entrambe le cose. Devo sceglierne uno“.

Nei giorni precedenti l’annuncio Suga sembrava di voler salvare la sua leadership, che era stata perseguitata dal crollo dei voti tra l’insoddisfazione pubblica per la gestione della pandemia e delle Olimpiadi da parte della sua amministrazione .

Quando un rivale, l’ex ministro degli Esteri Fumio Kishida, ha annunciato il mese scorso che si sarebbe candidato alla guida del Partito Liberal Democratico al governo, sono circolate voci secondo cui Suga avrebbe potuto sciogliere il Parlamento in anticipo e indire elezioni generali in un ultimo disperato tentativo di mantenere la sua posizione.

Alcuni ipotizzavano che avrebbe rimescolato il suo governo e altre posizioni di leadership all’interno del partito. Ma alla fine, con i casi di coronavirus che hanno raggiunto livelli record e gli ospedali che non hanno posto per i pazienti nel mezzo di un traballante campagna di vaccinazione, a quanto pare ha deciso di lasciare.

La corsa per sostituire Suga con il voto del 29 settembre per il leader dei liberaldemocratici appare relativamente aperta.

Kishida, l’ex ministro degli esteri, è per ora l’unico candidato dichiarato questa settimana, anche se un ex ministro delle comunicazioni, Sanae Takaichi – che era uno dei pochi membri donne del gabinetto di Abe – ha espresso interesse. Poche ore dopo che Suga ha fatto il suo annuncio, Taro Kono, liberale, ex ministro degli Esteri e della Difesa e più recentemente alla guida della campagna vaccini, ha detto che si stava consultando con gli alleati sull’opportunità di candidarsi.

Il vincitore della corsa alla leadership del partito molto probabilmente sarà designato primo ministro dal Parlamento e quindi condurrà il partito alle elezioni generali che devono tenersi entro la fine del mese prossimo. I liberaldemocratici hanno tenuto il potere in Giappone per quasi tutto l’intero dopoguerra e l’opposizione è stata allo sbando negli ultimi dieci anni, dopo essere stata accusata di una risposta mal gestita al disastro nucleare di Fukushima.

I liberaldemocratici, sebbene favoriti in modo schiacciante per mantenere il potere, potrebbero ancora cercare un vantaggio strategico installando un nuovo primo ministro nelle settimane prima delle elezioni generali.

L’opposizione “avrà difficoltà a correre contro qualcuno che forse si sta godendo una luna di miele e sembra un cambiamento nuovo, fresco e promettente che fa sentire le persone un po’ più ottimiste”, ha affermato Tobias Harris, un membro anziano del Center for American Progress a Washington. e specialista in politica giapponese.

Numa Pompilio e la Ninfa Egeria: l’amore tra un Re e una divinità

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La storia di Numa Pompilio e della Ninfa Egeria affonda le radici nella tradizione più antica di Roma. Numa Pompilio, secondo Re di Roma, fu il sovrano, secondo la tradizione, che pose le fondamenta della religione Romana, e che creò i principali culti che avrebbero caratterizzato il popolo romano. 

La Ninfa Egeria, che si dice abitasse sulle sponde del fiume Almone e della Valle del Tevere, sarebbe diventata la seconda moglie e la più amata consigliera di Numa Pompilio, Il loro rapporto sarebbe stato dominato da una grandissima saggezza e pietà religiosa, sino alla morte di Numa, che gettò la Ninfa nella più profonda disperazione.

Numa Pompilio parla con la ninfa Egeria riproduzione su Carta Amalfi

Numa Pompilio Egeria cornice

Numa Pompilio, il più religioso dei Re di Roma

Dopo la fondazione di Roma da parte di Romolo e la creazione delle principali istituzioni per il funzionamento della nuova città, il popolo romano aveva di fronte molte sfide. Uno dei problemi principali era che la popolazione della neonata Roma era particolarmente dedita alla guerra, estremamente bellicosa, e rischiava di non ottenere l’appoggio delle divinità: era necessario un grande sovrano, in grado di contenere lo spirito bellico romano e di stabilire un rapporto stretto ed efficace con gli Dèi.

Numa Pompilio, il secondo Re di Roma, ottemperò perfettamente a questo compito: a lui si deve la fondazione dei principali culti dei romani e l’introduzione di un nuovo calendario di 12 mesi, che inizia proprio con gennaio, dedicato al Dio Giano. Sempre da attribuirsi a Numa sarebbe l’istituzione dei culti, tra cui quello delle Vergini Vestali e tanti altri simboli religiosi che caratterizzeranno tutta la storia di Roma.

Durante il regno di Numa, caso unico, Roma non fu coinvolta in alcuna guerra, ma si concentrò in maniera diligente a crescere nel rispetto del volere degli Dèi.

L’incontro tra Numa e la Ninfa Egeria

Le fonti antiche ci tramandano l’abitudine di Numa Pompilio di passeggiare da solo per i boschi che circondavano la capitale, sempre intento a decifrare il volere delle divinità e a concepire le riforme necessarie per il suo popolo. Proprio quei luoghi sarebbero stati abitati dalla Ninfa Egeria.

Qui, Egeria si dedicava, assieme alle sue sorelle Carmenta, Antevorta e Postvorta, a rilasciare profezie attraverso canti meravigliosi, oltre a custodire i boschi, le sorgenti di acqua, proteggere il focolare domestico e le donne vicine al parto. Divinità già adorate dai primi italici, le Ninfe erano delle creature misteriose e affascinanti.

Proprio nei boschi sulle sponde del fiume Almone, e nella Valle del Tevere, si sarebbe svolto l’incontro tra il Re Numa Pompilio ed Egeria.

Egeria sarebbe stata attratta dallo spirito profondamente religioso e saggio di Numa, e sarebbe diventata prima la sua consigliera, per suggerirgli le riforme più importanti, e poi la sua sposa. Profondamente innamorata delle doti di Numa Pompilio, Egeria rappresenta un contatto tra gli uomini e gli Dèi, tipico della tradizione romana monarchica.

Egeria, piena di amore per suo marito, lo avrebbe non solo consigliato, ma sarebbe arrivata addirittura a condividere con lo sposo i profondi segreti appartenenti al mondo degli spiriti, svelandogli delle rivelazioni che non avrebbe fatto a nessun altro. Numa avrebbe trascritto gli insegnamenti tramandati dalla sua sposa su alcune tavole, che non sono mai state ritrovate, e che appartengono alla leggenda.

Il rapporto tra Numa e la Ninfa Egeria proseguì sereno fino alla morte di lui, avvenuta a 80 anni, dopo un regno di religione e di pace che non conobbe eguali nella storia romana. 

Egeria avrebbe vagato disperata per i boschi, dove era solita passeggiare assieme al suo sposo, distrutta dal dolore. Secondo la tradizione, la Ninfa si sarebbe sciolta in lacrime, dando vita alla fonte che ancora oggi porta il suo nome.

Quei luoghi così pieni di significato sono ancora oggi esistenti e visitabili: è possibile infatti percorrere il bosco sacro che si trova a Roma, al parco della Caffarella, situato vicino all’ingresso Appia Pignatelli. Vi sono tanti sentieri, molto simili a quelli che, secondo la tradizione, Numa Pompilio ed Egeria avrebbero percorso insieme.

Gabriele Albertini. Intervista al sindaco emerito di Milano

https://youtu.be/jw3YtyX7_s0

Gabriele Albertini è un nome che non ha bisogno di presentazioni: sindaco emerito di Milano, punto di riferimento per la politica della metropoli italiana, in un’esclusiva intervista a Scripta Manent ci rivela molti dettagli della politica passata presente e futura.

Scopriamo con Albertini la Milano di un tempo, con le sfide che la caratterizzavano qualche anno fa, assieme al racconto di come la sua figura di imprenditore è sfociata, quasi senza volerlo, in politica. Albertini rappresenta per Milano il modello del politico e imprenditore, che unisce la pragmaticità del lavoratore del Nord alle questioni più urgenti che interessano i cittadini di una metropoli tascabile come Milano.

Si passano in rassegna quelle che sono state le grandi sfide che ancora oggi sono attuali: il settore terziario, le prospettive di crescita di una metropoli a stretto contatto con le città europee, e anche le debolezze che devono essere superate da una città fondamentale come Milano.

Ma il discorso non si limita solamente a Milano: in maniera del tutto insospettabile, Albertini nutre una grandissima e sconfinata passione per la storia dell’antica Roma, tanto da avere un vero e proprio equipaggiamento da generale romano nel suo ufficio personale.

Dalla Roma antica alla Roma moderna, affrontiamo in questa intervista il rapporto tra la capitale “economica” e la capitale “politica”, un rapporto a volte problematico ma assolutamente indispensabile. Non mancano i consigli di un “vero Milanese” per la gestione di una città enorme e complessa come Roma, assieme ad alcuni poco noti episodi vissuti proprio da Albertini assieme a grandi sindaci romani del passato, come Veltroni.

Non può mancare una considerazione sull’attuale emergenza sanitaria che stiamo vivendo: la corsa ai vaccini, le perplessità non solo del mondo No Vax ma anche di coloro che nutrono dei dubbi sulla efficacia delle misure sanitarie intraprese, il tutto portato agli estremi da una comunicazione Social che molto spesso dà luogo a violente liti digitali, segno di un nervosismo della società di oggi ben radicato.

Punto di vista sempre autorevole nel panorama della politica, Albertini non manca di dire la sua sui temi più recenti, senza risparmiare alcune stoccate al Movimento 5 Stelle, e in generale a tutta quella politica che viene “dal basso” ma senza, secondo Albertini, una particolare preparazione e senza avere alle spalle una storia di lavoro e di impegno.

Il discorso tra Scipione e Annibale prima della battaglia di Zama

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Publio Cornelio Scipione e Annibale, poco prima della battaglia di Zama, si incontrarono. Si trovarono l’uno di fronte all’altro, come un atto diplomatico che racchiude in sé il confronto tra due culture e due mondi, che stavano per scontrarsi.

Annibale aveva compiuto una delle più grandi imprese militari di tutti i tempi: valicando le Alpi e scendendo nella penisola italica, aveva inflitto ai romani una quantità sconsiderata di sconfitte, soprattutto a Canne, universalmente riconosciuta come la peggiore disfatta dell’esercito romano di tutti i tempi. 

Scipione incontra Annibale. Riproduzione su tela

Scipione incontra Annibale riproduzione su tela

Scipione, in realtà allievo militare di Annibale, generale che lo ammira e che impara da lui, è il conquistatore della Spagna, colui che rimuove la presenza cartaginese dalla penisola iberica, e che porta la guerra in Africa, cambiando in maniera determinante le sorti del conflitto.

Più nessun romano ha concesso ad Annibale uno scontro sul campo di battaglia: solamente Scipione lo fa, consapevole che, in quella occasione, sta dimostrando ai romani, ma soprattutto a se stesso, di avere imparato dal maestro e di averlo superato.

Ma prima della battaglia di Zama, Scipione e Annibale si incontrano:  un momento memorabile della storia romana che ci viene tramandato con precisione da Polibio che nelle sue “Storie romane”, al capitolo 15.6, ci riferisce le loro parole.

L’incontro e le parole di Annibale

Scipione inviò alcuni messaggeri al generale cartaginese, informandoli che era pronto ad incontrarlo e a discutere con lui dell’andamento della guerra. Sentendo tutto ciò, Annibale trasferì i suoi accampamenti a poche centinaia di metri da quelli di Scipione e si accampò su un colle che sembrava in posizione favorevole, nonostante il rifornimento di acqua dipendesse da un torrente lontano, il che provocava notevole fatica ai suoi soldati.

Il giorno dopo, entrambi i comandanti avanzarono dai loro accampamenti, assistiti da alcuni cavalieri di guardia, e si incontrarono.

I due Generali si allontanarono dalle rispettive scorte, e, accompagnati solamente da un interprete, si avvicinarono l’un l’altro. Dopo il consueto saluto, Annibale fu il primo a parlare. 

Annibale disse che nei suoi desideri i romani non avrebbero mai dovuto volere alcun possesso al di fuori dell’Italia, e nemmeno i cartaginesi avrebbero dovuto conquistare territori fuori dalla Libia. Si trattava di due imperi nobili, destinati dalla natura a comandare. Tuttavia, le rispettive pretese sul possesso della Sicilia li avevano resi nemici, e la stessa cosa era accaduta in Spagna.

E dal momento che nessuno dei due imperi aveva imparato dalle sconfitte ricevute, la situazione si era aggravata così tanto che ognuna delle due nazioni aveva messo in pericolo lo stesso suolo della sua patria. Appunto per questo motivo, non restava che combattere al meglio per placare l’ira degli Dei e porre fine a tutti i sentimenti di ostilità. 

Annibale si dichiara pronto a combattere, perché aveva imparato per esperienza che la fortuna è la cosa più volubile del mondo, che si inclina in favore dell’uno o dell’altro al minimo pretesto, trattando gli uomini come fanciulli.

Annibale invita a questo punto Scipione a considerare bene la situazione: secondo lui, il modo migliore per gestire una avversità è scegliere il male minore. Quale uomo di buon senso, si chiede Annibale, sceglierebbe deliberatamente di correre il rischio di una sconfitta, che per Scipione è proprio davanti a lui?

“Se ci conquisti –  dice Annibale a Scipione – non aggiungerai nulla di importante alla tua gloria o a quella del tuo paese, mentre se sarai sconfitto, sarai stato tu stesso il mezzo per cancellare tutti gli onori e le glorie che hai già conquistato.”

Dove vuole arrivare Annibale con il suo discorso? La proposta è che i romani conservino tutti i paesi per i quali finora ha conteso con Cartagine, ovvero la Sicilia, la Sardegna e la Spagna. I cartaginesi, invece, si impegneranno a non fare mai la guerra a Roma per questi territori. 

Anche tutte le isole comprese tra l’Italia e la Libia apparterranno a Roma, senza che Cartagine cerchi di strappare ai romani il possesso di questi luoghi.

La risposta di Scipione

Il discorso di Annibale, uomo più grande di Scipione, il suo maestro, il suo punto di riferimento, è molto serio e organizzato logicamente. Ma arriva la risposta di Scipione.

Secondo il generale romano, nè la Sicilia nè la Spagna sono state aggredite dai romani, ma è noto come siano stati i cartaginesi ad attaccare, e nessuno lo sa meglio che lo stesso Annibale. Gli Dei sanno che le cose stanno in questo modo, e lo hanno confermato concedendo ai romani la vittoria.

Le battaglie dei romani, peraltro, non sono state un capriccio, ma solamente delle azioni di autodifesa.

Scipione afferma che è pronto, come qualunque altro uomo, a tenere conto dell’incertezza della fortuna, facendo del suo meglio per non dimenticarsi mai della debolezza e dell’infermità umana.

Ma nonostante questo, i romani sono entrati in Libia e hanno conquistato il paese. Scipione ricorda ad Annibale che i suoi connazionali sono stati tutti battuti, e quando hanno rivolto fervide preghiere di pace, sono stati stipulati dei trattati scritti, nei quali è stato previsto che i cartaginesi avrebbero restituito i prigionieri senza riscatto, avrebbero consegnato tutte le loro navi da guerra, assieme al pagamento di 5000 talenti e alla consegna di ostaggi.

Questi erano i termini che lui e i generali cartaginesi sconfitti avevano reciprocamente concordato. I romani hanno acconsentito a concedere questi termini, ottemperando alle preghiere dei cartaginesi. Il Senato si era dimostrato d’accordo e anche il popolo aveva ratificato il trattato.

Ma sebbene avessero ottenuto tutto ciò che avevano chiesto, i cartaginesi stessi avevano annullato il patto con un atto di perfidia nei confronti dei romani. Scipione chiede ad Annibale che cosa dovrebbe fare: ritirare le clausole più severe del trattato? 

Dovrebbe lui concedere questo favore ai cartaginesi? In modo tale da dare loro una specie di ricompensa per il loro tradimento? in modo da insegnargli a oltraggiare i loro benefattori? o dovrebbe concedere tutto ciò solo per avere la loro gratitudine?

Scipione ricorda che i cartaginesi avevano ottenuto tutto quello che avevano chiesto come supplici, ma non appena erano venuti a conoscenza della presenza di Annibale e credendo di avere una magra speranza di successo, avevano subito trattato i romani come nemici pubblici e li avevano odiati ferocemente. 

In queste circostanze, se alle condizioni imposte si fosse aggiunta una clausola ancora più severa, si sarebbe potuto rinviare il trattato al popolo, ma se avesse dovuto ritirare qualcuna di queste condizioni, il popolo romano non l’avrebbe mai accettato.

Qual è allora la conclusione del discorso, si chiede lo stesso Scipione?

I cartaginesi devono sottomettersi ai romani in maniera incondizionata, oppure conquistarli sul campo.

La trattativa era conclusa: i due generali si salutarono in segno di rispetto, e dopo questi discorsi si allontanarono, senza contrattare ulteriori termini di pace. 

Il mattino seguente, sarebbe iniziata la battaglia di Zama.

Publio Elio Adriano: l’imperatore esteta che lavorò alla pace

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Publio Elio Adriano è stato imperatore romano dal 117 al 138 d.C. Nato da una famiglia Italo-ispanica, guidò con mano ferma l’impero, causando molti cambiamenti soprattutto a livello di politica militare.

A differenza del suo predecessore, Traiano, che aveva portato i possedimenti di Roma alla massima espansione, Adriano adottò un brusco cambio di politica estera, consolidando, e a volte arretrando, i confini e lavorando per armonizzare i rapporti tra le varie popolazioni dell’impero.

Il suo ideale di impero romano si espresse con delle profonde rivoluzioni culturali, con grandi riforme amministrative e legali, e con delle iniziative architettoniche di grandissimo livello. Adriano lavorò chiaramente per portare l’impero romano ad un nuovo livello di civiltà e di consapevolezza, perseguendo con convinzione i propri ideali, e prendendo decisioni che avrebbero influito in maniera determinante sul futuro dell’impero.

Giovinezza e primi incarichi

Adriano nacque il 24 gennaio del 76 d.C, nella provincia romana della Hispania Baetica, probabilmente vicino alla città di Italica, odierna Siviglia, anche se altre fonti affermano che nacque a Roma. Suo padre, Publio Elio Adriano Afro, era senatore, mentre la madre, Domizia Paulina, apparteneva ad una importante famiglia senatoria originaria di Cadice. 

Adriano crebbe con una sorella maggiore, Elia Domizia Paulina, e fu istruito da una schiava di origine germanica, alla quale si legò con un affetto sincero e profondo.

I genitori di Adriano morirono nell’86 d.C, quando aveva solamente dieci anni. Così, lui e la sorella divennero protetti di Traiano e del suo prefetto del Pretorio, Pacilio. Traiano, primo cugino di suo padre, prese immediatamente a cuore la sorte dei due ragazzi e li crebbe nel palazzo imperiale.

Quando Adriano aveva solo quattordici anni, infatti, Traiano lo chiamò a Roma e si preoccupò di fornirgli una educazione adatta ad un giovane aristocratico romano. Adriano dimostrò immediatamente un grande entusiasmo ed interesse per la letteratura e la cultura greca, tanto che venne soprannominato “Graeculus”.

Con la protezione di Traiano, Adriano iniziò a dedicarsi alla carriera politica. Servì come tribuno militare, prima presso la legio II Adiutrix e poi con la legio V Macedonica. Evidentemente  il suo comportamento fu più che soddisfacente, tanto da ricoprire tre tribunati consecutivi, il che diede un notevole vantaggio alla sua carriera. 

Nel 101 venne eletto questore e di lì a poco svolse una funzione importante: venne nominato come ufficiale di collegamento tra l’imperatore e il Senato. Spesso si occupava di leggere i comunicati e i discorsi dell’imperatore ai senatori, e in più di una circostanza scrisse personalmente i discorsi di Traiano e dei suoi principali amici affinché venissero letti in pubblico. 

Nel frattempo, venne incaricato di avere cura dei registri del Senato, il che dimostra quanto la sua carriera stesse procedendo speditamente.

Nel 105 viene eletto tribuno della plebe e poi pretore. Servì poi come legato nella legione V Minerva e arrivò a ricoprire la carica di governatore nella provincia della Bassa Pannonia nel 107, con il compito di vigilare sul comportamento della tribù dei Sarmati. Proprio in quell’anno, ottenne la sua prima vittoria militare, sconfiggendo una invasione portata avanti della tribù degli Iazigi.

Arrivato alla soglia dei 30 anni, Adriano si recò in Grecia: il suo amore per quella cultura lo coinvolgeva profondamente, tanto che gli fu concessa la cittadinanza ateniese e fu addirittura nominato “Arconte eponimo” della città.

Non abbiamo informazioni sulla vita di Adriano negli anni successivi, ma è probabile che abbia proseguito i suoi studi e i suoi viaggi nei Balcani.

Il suo nome ritorna nelle cronache antiche qualche anno dopo, quando Traiano lo portò con sé come generale nella guerra contro i Parti: mentre il governatore della Siria venne inviato per sottomettere una rivolta in Dacia, Traiano scelse Adriano per sostituirlo, dandogli il comando indipendente di una provincia particolarmente importante e potente.

La conquista del ruolo di Imperatore

Quando Traiano si ammalò gravemente e si imbarcò per Roma, Adriano rimase in Siria come comandante generale dell’esercito romano d’Oriente. 

Traiano giunse fino alla città costiera di Selinunte, in Cilicia, e vi morì l’8 agosto. Adriano venne immediatamente considerato il suo diretto successore.

Ma l’operazione non fu semplice: Traiano non aveva ancora nominato ufficialmente un erede e si palesò il pericolo di una guerra di successione. Alcune fonti antiche riportano che Traiano, sul letto di morte, alla presenza della moglie Plotina e del suo prefetto del Pretorio, Appiano, scelse effettivamente Adriano come suo successore, ma il documento di adozione non venne firmato da Traiano in persona, ma da sua moglie, e venne datato il giorno dopo la sua morte. 

Questo rappresentava un problema, in quanto la legge romana sulle adozioni prevedeva la presenza fisica e contemporanea sia dell’adottatore che dell’adottato. Per questo motivo, si sollevarono subito dubbi e speculazioni sulle reali intenzioni di Traiano, e alcuni arrivarono a dire che l’imperatore era stato ucciso da persone vicino ad Adriano.

Secondo l’Historia Augusta, Adriano prese in mano la situazione prima che fosse troppo tardi, informando il Senato che la sua adozione era un fatto compiuto e spiegando che l’esercito aveva bisogno quanto prima di un Imperatore.  Il Senato, che aveva già stima di Adriano e ingolosito dalla promessa di ingenti donazioni, approvò la nomina.

Rimanevano comunque alcuni pretendenti al trono, e Adriano dovette agire con efferatezza e decisione: il generale Quieto, e altri tre senatori, Publilio Celso, Cornelio Palma e Avidio Nigrino, vennero accusati da Adriano di tradimento, arrestati e uccisi senza processo. Questa mossa garantì ad Adriano il potere, ma compromise in maniera irrimediabile i rapporti con il Senato, che non digerì mai questa esecuzione sommaria.

Per tutto il resto del regno di Adriano, i senatori continuarono a trattarlo con diffidenza, tanto che il neo imperatore dovette attivare una vasta rete di informatori per stanare per tempo eventuali complotti e tentativi di detronizzazione.

I viaggi di Adriano in Britannia

Adriano è forse l’imperatore che più ha viaggiato per tutti i confini dell’Impero romano. Un territorio particolarmente instabile era quello della provincia di Britannia, che si era ribellata già da alcuni anni. I soldati romani stavano subendo continue perdite per reprimere le sommosse. Adriano, arrivato sul posto, prese una decisione importante: anziché proseguire ad utilizzare la forza militare per rispondere alle continue incursioni nei territori nemici, decise di costruire un muro per separare i romani dai barbari.

Si trattò di un importantissimo cambio di politica: l’impero romano, fino a quel momento, aveva utilizzato prevalentemente l’esercito per garantire la sicurezza del territorio. Adesso, la creazione di un muro rappresentava uno stop alla politica espansionistica e un cambio di approccio. Ora l’impero romano si metteva sulla “difensiva”.

Adriano diede l’ordine di costruire il muro, ma non supervisionò  le operazioni e non vide mai il completamento dell’opera. Proseguì  invece attraverso le zone della Gallia meridionale, e si dedicò alla costruzione di una basilica dedicata alla sua patrona Plotina, moglie di Traiano che gli aveva assicurato la successione, e trascorse l’inverno del 122 d.C a Terragona, in Spagna, dove si occupò di restaurare il tempio di Augusto.

I viaggi in Africa, Partia e Anatolia

Nel 123, Adriano attraversò il Mediterraneo e sbarcò in Mauretania, in Africa del nord, dove condusse personalmente una piccola campagna per sedare delle rivolte locali. Ma la sua visita fu interrotta dalla improvvisa necessità di recarsi in Partia, contro uno storico nemico di Roma che stava nuovamente minacciando le province e i confini ad est. Adriano raggiunse rapidamente la città di Cirene, dove finanziò personalmente l’arruolamento e l’addestramento di un nuovo esercito.

Arrivato con i suoi uomini presso il fiume Eufrate, avviò degli accordi diplomatici con il Re dei Parti, Cosroe I, ispezionò le difese romane e proseguì verso Ovest, lungo la costa del Mar Nero. Svernò a Nicomedia, recentemente colpita da un terremoto, e avviò la ricostruzione della città con grande gioia della popolazione, che lo acclamò come salvatore.

Probabilmente in questa fase della sua vita, Adriano visitò la città di Claudiopoli e conobbe un giovane ragazzo di umili origini, Antinoo. Tra i due si sarebbe sviluppata una profonda relazione sentimentale, anche se non conosciamo esattamente i dettagli del loro incontro e dei rapporti che si svilupparono in seguito.

Il viaggio di Adriano in Grecia

Adriano proseguì i suoi viaggi arrivando in Grecia, nell’autunno del 124 d.C. Raggiunse la città di Atene, che già da diversi anni lo aveva nominato cittadino onorario, e su richiesta degli ateniesi operò una revisione della Costituzione e delle leggi della città, concedendo un sussidio imperiale per la fornitura del grano. Adriano elargì fondi per finanziare giochi pubblici, festival e competizioni. Durante l’inverno, si occupò di visitare tutta la zona del Peloponneso e diede avvio alla costruzione di diversi templi e statue.

Diede inizio anche al restauro del tempio di Poseidone di Mantinea e si occupò di far ricostruire gli antichi santuari di Abea e Megara. Inoltre, proprio in questo periodo, Adriano convinse un grande aristocratico Spartano, Euriclea Ercolano, ad entrare nel Senato romano, dimostrando come le due civiltà, quella romana e quella greca, potessero rappresentare le grandi potenze dell’età classica. 

Si trattò di un atto importante, che fu in grado di vincere le resistenze dell’aristocrazia romana all’entrata di una nuova classe dirigente nei centri del potere.

Il ritorno in Italia e il viaggio in Africa

Ritornato in Italia, Adriano visitò la Sicilia. Nell’isola l’imperatore eseguì una serie di provvedimenti che piacquero particolarmente alla popolazione, dal momento che vennero coniate delle monete che lo chiamano “restauratore” della Sicilia.

Tornato a Roma, si impegnò in altre opere architettoniche, come la restaurazione del Pantheon, che era stato realizzato in epoca Augustea ma rovinato da diversi incendi e terremoti, e fece costruire la sua villa personale nella città di Tivoli, tra i Colli Sabini. La villa era strutturata per ricostruire, in piccolo, tutti i territori che aveva visitato nel corso della vita e ancora oggi è uno dei più bei segni della romanità nel Lazio.

In giro per l’Italia, restaurò il santuario di Cupra e migliorò il drenaggio del Lago Fucino.

Nella primavera del 128 d.C, nonostante si fosse ammalato, Adriano partì per visitare l’Africa. Lì, diede ordine di costruire nuove infrastrutture, ispezionò lo stato delle truppe e tornò in Italia nell’estate del 128 d.C. Ma il suo soggiorno fu breve: dopo pochi mesi, partì per un altro viaggio, che sarebbe durato tre anni.

In Grecia, Asia ed Egitto

Nel settembre del 128 d.C, Adriano si recò nuovamente in Grecia per partecipare ai misteri eleusini, dei riti religiosi che si celebravano ogni anno nel santuario di Demetra, proprio nella antica città greca di Eleusi.

Questa volta la sua visita si concentrò sulle città di Atene di Sparta. Qui Adriano concepì l’idea di organizzare le diverse città greche in una Confederazione: si trattava di un progetto particolarmente difficile, in quanto da secoli le città greche cercavano un metodo per convivere pacificamente, e riunirle tutte in una grande coalizione pacifica rappresentava un piano molto ardito.

Nel frattempo si recò in Egitto. Lì inaugurò il suo soggiorno restaurando la tomba di Pompeo Magno, che si trovava nella città di Pelusium, offrendogli sacrifici come eroe e componendo un’epigrafe per la sua tomba. Si trattava di una mossa di rispetto, ma dal valore anche politico: Pompeo era universalmente riconosciuto come responsabile dell’instaurazione del potere di Roma nelle province orientali, e questa mossa permise ad Adriano di riconfermare il controllo di Roma sulla regione.

Qui, le fonti antiche ci danno una prima testimonianza certa del rapporto con il giovane Antinoo: tennero infatti una caccia al leone nel deserto libico, e una poesia composta dal greco Pancrate conferma la presenza del giovane accanto all’imperatore.

Tuttavia, mentre Adriano e il suo giovane amante stavano navigando presso il fiume Nilo, Antinoo cadde nelle acque e annegò. Non si conoscono esattamente le circostanze della sua morte e le fonti antiche si sono espresse nelle più svariate ipotesi: l’incidente, il suicidio, l’omicidio e addirittura il sacrificio religioso.

Adriano fu comunque sconvolto dalla morte del ragazzo, tanto da cercare divinizzare la sua figura. Fondò la città di Antinopolis, il 30 ottobre del 130 d.C.

Nonostante fosse profondamente colpito a livello personale, Adriano dovette comunque riprendere il progetto di unificazione delle città greche. La sua idea era quella di creare una grande lega in cui tutti i centri urbani Greci avrebbero partecipato. I suoi messaggeri richiesero con forza l’adesione a questa nuova iniziativa, promettendo la lealtà della Roma imperiale e l’autonomia del territorio Greco.

Tuttavia, diverse evidenze epigrafiche confermano come le città erano poco attratte da questo progetto. Soprattutto i centri urbani più ricchi ed ellenizzati dell’Asia Minore erano riluttanti a partecipare all’iniziativa di Adriano, e infatti il progetto dell’imperatore non si concretizzò mai definitivamente.

La seconda guerra giudaica

Comprendendo che il suo progetto greco si stava allungando oltre le previsioni, Adriano si recò nella Giudea romana e precisamente nella città di Gerusalemme, che era ancora in rovina dopo la fine della prima guerra giudaica. Adriano avrebbe progettato di ricostruire la città, rendendola definitivamente una colonia romana, come aveva fatto Vespasiano con Cesarea Marittima.

Alcuni hanno ipotizzato che il progetto di Adriano prevedesse l’assimilazione del tempio ebraico al tradizionale culto Imperiale romano. Normalmente, questo processo, anche con altre popolazioni, aveva avuto dei buoni risultati, ma il mondo giudeo era molto più riluttante ad accettare un’integrazione. Scoppiò dunque una massiccia rivolta anti ellenistica e anti Romana, guidata da un personaggio di straordinario carisma: Simon Bar Kokhba.

Bar Kokhba si dimostrò particolarmente integralista: puniva ogni ebreo che si rifiutava di unirsi ai suoi ranghi e qualsiasi persona si dimostrasse anche vagamente filoromana. Secondo l’Historia Augusta, la goccia che fece traboccare il vaso fu la decisione di Adriano di abolire il rito della circoncisione. Ma evidentemente la provincia soffriva anche di altri problemi: un’amministrazione romana inadeguata, tensioni tra poveri senza terra e coloni romani ricchi di privilegi, e un radicalismo religioso che costituiva un pericolo costante.

Non abbiamo fonti che ci confermano l’esatto inizio della rivolta, ma probabilmente questa scoppiò tra l’estate e l’autunno del 132 d.C. Inizialmente, i romani furono sopraffatti dalla ferocia degli uomini di Bar Kokhba. Adriano chiamò in aiuto il suo generale, Giulio Severo, dalla Britannia, che condusse le sue truppe fino al Danubio.

I romani subirono inizialmente la distruzione di un’intera legione, con 4000 morti. La vendetta di Roma si scatenò con enorme ferocia: secondo lo storico antico Dione Cassio, le operazioni romane in Giudea fecero 580.000 morti, devastando 150 città fortificate e radendo al suolo 985 villaggi. Una parte consistente della popolazione venne ridotta in schiavitù.

La punizione che Adriano pensò per la provincia ribelle fu piuttosto pesante: il territorio venne ribattezzato Siria e Palestina, abolendo il nome della Giudea dalle mappe romane. Gerusalemme venne ribattezzata “Aelia Capitolina”, in onore di se stesso e di Giove Capitolino, e venne avviata la ricostruzione della città secondo lo stile architettonico greco. 

In questo modo, la sanguinosa repressione romana, oltre ad essere arrivata ai limiti del genocidio, aveva posto fine alla secolare indipendenza politica ebraica all’interno dell’ordine Imperiale romano.

Le riforme legali e sociali di Adriano

Adriano non si occupò solamente di visitare l’impero e di prendere una serie di provvedimenti militari e organizzativi. Egli fu anche autore di una vastissima serie di riforme legali e sociali.

Con la collaborazione del giurista Salvio Iuliano, Adriano eseguì il primo tentativo di codificare in maniera definitiva il diritto romano: nell’opera di revisione adrianea, le azioni legali dei pretori divennero degli statuti fissi, che non potevano più essere oggetto di interpretazione o di modifica da parte di altri magistrati, se non l’imperatore in persona.

Adriano, riprendendo una procedura avviata da Domiziano, creò anche il consultivo legale dell’imperatore, il “Consilia Principis”, un organo permanente composto da assistenti legali regolarmente stipendiati.

Questo provvedimento segnò il superamento delle tradizioni repubblicane e alto Imperiali, per cui il diritto romano era qualcosa che veniva creato al momento, al bisogno dello specifico magistrato, in un sistema giuridico completamente aperto e che si rinnovava in continuazione. La riforma apriva la strada ad una burocrazia, con funzioni amministrative fisse e con regole immodificabili.

Adriano sdoganò anche una importante divisione e discriminazione tra i cittadini: gli uomini più ricchi, quelli più influenti o dal rango più elevato, vennero conosciuti con il termine di “Honestiores”, e godettero di un vantaggio fondamentale: essere soggetti a pene più lievi in corrispondenza della gran parte dei reati. 

Le persone di basso rango, chiamate “Humiliores“,  subivano invece una sorte diversa: per gli stessi reati potevano essere soggetti a pene fisiche estreme, compreso il lavoro forzato nelle miniere, la partecipazione ai lavori pubblici o forme di servitù a tempo determinato.

Un altro esempio pratico era il reato di tradimento: per gli “Honestiores” la peggiore punizione poteva essere la decapitazione, senza torture, mentre gli “Humiliores” avrebbero potuto subire crocifissioni, condanne al rogo, o la condanna ad essere sbranati dalle bestie nelle arene.

Se prima il diritto romano applicato al cittadino era tecnicamente privo di favoritismi, la riforma di Adriano rese istituzionali delle differenze tra categorie di cittadini. Dopo la sua riforma, il prestigio, il rango, la reputazione e il valore morale di una persona, erano elementi che facevano palesemente e ufficialmente la differenza all’interno del diritto romano.

Un altro provvedimento di Adriano fu quello di chiarire le competenze di alcuni funzionari locali eletti dalla classe media, i Decurioni, che erano responsabili della gestione degli affari ordinari e quotidiani delle province. Sempre seguendo la sua riforma, i decurioni entrarono a far parte degli “Honestiores”, assieme ai soldati veterani e alle loro famiglie, mentre tutti gli altri, compresi i liberti e gli schiavi, vennero considerati come “Humiliores”.

Per quanto riguarda la schiavitù, questo era un concetto che Adriano approvava e che trovava moralmente accettabile. Nonostante ciò, l’imperatore limitò le punizioni fisiche che potevano essere subite dagli schiavi.  Ai padroni venne fatto divieto di vendere gli schiavi ad addestratori di gladiatori, e di castrarli o amputare mani e piedi.

Adriano si mostrò anche tradizionalista: una serie di provvedimenti imposero degli standard di abbigliamento, soprattutto per gli “Honestiores”, che prevedevano di indossare la toga quando si trovavano in pubblico e di mantenere in generale un atteggiamento coerente con il loro status. Vi fu anche una rigida separazione tra i sessi nei teatri e nei bagni pubblici e in altre occasioni mondane.

Il problema della successione

Adriano aveva compiuto una serie sterminata di viaggi, emanato innumerevoli provvedimenti sia di natura militare che legislativa. Ma sul far della vecchiaia, l’imperatore iniziava a sentire con urgenza il problema della successione imperiale.

Il matrimonio che aveva contratto con Sabina era stato senza figli. In cattive condizioni di salute, capì di avere poco tempo. Nel 136 d.C adottò uno dei consoli ordinari di quell’anno, Lucio Ceionio Commodo, che venne ribattezzato Lucio Elio Cesare.

Non si sa esattamente per quale motivo Adriano puntò tutta la sua attenzione su questo personaggio: secondo lo storico moderno Girolamo Carcopino, probabilmente Elio Cesare era il figlio naturale di Adriano. 

Altri ipotizzano invece che l’adozione di Elio Cesare da parte di Adriano fu solamente un tentativo di riconciliarsi con una delle più importanti famiglie senatoriali, i cui membri principali erano stati giustiziati subito dopo la successione dell’imperatore, senza un particolare interesse per quella specifica persona.  

Fatto sta che Elio Cesare, anche lui di salute cagionevole, morì improvvisamente di tubercolosi, lasciando Adriano senza la prospettiva di un successore.

Adriano adottò allora un’altra persona: Tito Ario Antonino, il futuro imperatore Antonino Pio, che aveva servito sotto di lui come proconsole in Asia. L’adozione di Antonino ebbe però delle condizioni ben precise: nell’interesse della stabilità dinastica, Adriano comandò ad Antonino di adottare a sua volta Lucio Ceionio Commodo, figlio del defunto Elio Cesare, e un giovane ragazzo, Marco Aurelio.

Anche in questo caso, non sappiamo esattamente le motivazioni di queste scelte. Ceionio Commodo, essendo figlio di Elio Cesare, potrebbe essere una persona a cui Adriano era sentimentalmente legato, ma Marco Aurelio non aveva delle particolari motivazioni per essere scelto. Probabilmente ad unirli furono le loro origini comuni, in quanto anche Marco Aurelio proveniva dalla Spagna, o forse Adriano aveva percepito in quel ragazzo delle capacità di comando e un equilibrio interiore particolare.

Gli ultimi anni di Adriano furono segnati da conflitti e infelicità: le sue adozioni si dimostrarono impopolari, anche perché vi erano tanti altri pretendenti alla successione che avevano maggiore merito, come il cognato, Urso Serviano,  che sebbene fosse piuttosto vecchio, era tecnicamente in linea di successione sin dall’inizio del regno di Adriano. 

Nel 137 d.C venne tentato probabilmente un colpo di stato ai suoi danni: Adriano se ne accorse in tempo e ordinò che tutti i partecipanti fossero messi a morte.

Adriano, ormai malato, pregò più volte di essere aiutato a suicidarsi, ma questo atto estremo sembra gli sia stato impedito più volte dai suoi principali consiglieri. 

La morte di Adriano

Tra diverse sofferenze, Adriano morì nell’anno 138 d.C, esattamente il 10 luglio, nella sua villa a Baia, all’età di 62 anni. Dione Cassio, nella sua Historia Augusta, ci riporta i dettagli della sua salute cagionevole e delle ultime settimane di vita. Il corpo venne trattenuto a Pozzuoli, vicino a Baia, in una tenuta che a suo tempo era appartenuta a Cicerone

Poco dopo, le sue spoglie furono trasferite a Roma e sepolte nei giardini di Domizia, vicino al suo mausoleo. Quando la sua tomba venne ultimata, le sue ceneri vennero deposte dal suo successore, Antonino Pio.

Il Senato si dimostrò riluttante a concedere ad Adriano degli onori divini, dati i cattivi rapporti che erano stati sviluppati nel corso del tempo, ma Antonino Pio convinse gli aristocratici a procedere con la pratica, minacciando addirittura di rifiutare la sua posizione di imperatore e creare una crisi di stato.

Il Senato, accettò di divinizzare la figura di Adriano e conferì ad Antonino il titolo di “Pio “, in riconoscimento del suo amore nei confronti del padre adottivo e della solerzia con cui stava ottemperando alle indicazioni testamentarie di Adriano.

La congiura di Pisone. Il grande complotto per uccidere Nerone

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La congiura di Gaio Calpurnio Pisone fu un complotto ordito nel 65 d.C per uccidere l’imperatore Nerone. Nonostante le macchinazioni dei congiurati non andarono a buon fine, la cospirazione di Pisone conferma come la classe dirigente romana e gli alti rappresentanti dell’esercito mal sopportassero il governo dell’imperatore, che aveva assunto ormai un atteggiamento del tutto dispotico.

La congiura di Pisone fu un fallimento, soprattutto per ripetute fughe di informazioni che si verificarono prima dell’esecuzione, e si concluse con un totale di 41 condanne a morte.

Le motivazioni della congiura

La tradizione romana afferma che i primi cinque anni di governo di Nerone furono particolarmente illuminati, sia per l’influenza della madre, Agrippina Minore, sia per la presenza del celebre filosofo Seneca, che fungeva da mentore e consulente dell’imperatore. 

Ma una serie di elementi, fra cui la quantità di nemici politici, le grandi responsabilità e le sfide che si trovava di fronte, portarono Nerone a perdere gradualmente il controllo e ad uccidere sistematicamente una serie di familiari e di appartenenti alla sua corte, sviluppando un carattere impossibile, caratterizzato da decisioni improvvise, frutto della paranoia, che stavano minando la stabilità dell’impero.

Da diverso tempo, negli ambienti aristocratici, si meditava di uccidere Nerone e di sostituirlo con un’altra personalità, proveniente dall’aristocrazia senatoria o dagli alti comandi dell’esercito.

L’organizzazione della congiura e le rivelazioni di Epicharis

Gaio Calpurnio Pisone era un importante statista romano, attivo come oratore e letterato, e punto di riferimento di quanti stavano accumulando odio nei confronti dell’ imperatore. Secondo le fonti antiche che ci parlano della cospirazione, prevalentemente Plutarco e Tacito, Pisone intendeva far assassinare Nerone e sostituirlo come imperatore, facendosi acclamare dalla guardia pretoriana. 

Secondo altre interpretazioni, ma che hanno indizi piuttosto deboli, l’obiettivo della congiura era la restaurazione della Repubblica, la forma di governo precedente all’Impero.

La cospirazione prese corpo nel 65 d.C, ottenendo il sostegno di diversi importanti senatori, cavalieri e generali. Secondo Tacito, tra i personaggi più importanti che parteciparono alla cospirazione vi fu un tribuno di nome Sabius Flavus e un centurione di nome Sulpicio Afer, che aiutò in maniera determinante Pisone ad organizzare i dettagli della cospirazione.

Tuttavia la congiura fu messa in grave pericolo dall’imprudenza di una donna, Epicharis. La ragazza era amica, o forse amante, di Volusius Proculus, il comandante della flotta romana stanziata nella città di Miseno. Proculo si lamentava regolarmente del fatto che l’imperatore non gli volesse concedere i premi militari che gli sarebbero spettati. Capendo la posizione di Proculus, Epicharis si decise ad informarlo della congiura in corso.

La ragazza aveva fatto male i calcoli: Proculus, pensando al contrario di guadagnarsi il favore di Nerone, informò prontamente l’imperatore della cospirazione e la donna fu subito arrestata. La ragazza cercò di negare con forza le accuse, ma venne torturata brutalmente e l’imperatore, ormai, scatenò i suoi informatori. La cospirazione ebbe una grave battuta d’arresto.

 Tragico fu il destino di Epicharis : per ottenere maggiori informazioni su quanto si stava meditando contro Nerone, i soldati la stavano accompagnando in una cella per torturarla una seconda volta, ma la donna preferì suicidarsi, strangolandosi con la sua stessa cintura.

Un nuovo tentativo di congiura

I cospiratori avevano fatto un primo buco nell’acqua: nelle ore immediatamente successive alla morte di Epicharis, una parte di loro pensò di uccidere Nerone nella sua villa di Baia, ma ad un esame più attento il piano risultava troppo improvvisato e rischioso. Appunto per questo motivo, i congiurati preferirono compiere l’attentato direttamente a Roma, durante i giochi che lo stesso Imperatore aveva organizzato.

Il prefetto della guardia pretoriana Fenio Rufo, avrebbe condotto Pisone al campo pretorio, dove i soldati lo avrebbero acclamato come imperatore, mentre Nerone moriva.

Ma anche questa volta le cose andarono male: la mattina in cui si doveva svolgere il complotto dei congiurati, il 19 aprile, un Liberto di nome Milikus informò il segretario di Nerone, Epafrodito, che il suo ex padrone Scervino stava organizzando qualcosa, dal momento che aveva ricevuto l’ordine di affilare un coltello e preparare delle bende.

Scervino fu così scoperto: inizialmente riuscì a sviare i sospetti, affermando che il coltello gli serviva per ben altro e che il suo ex schiavo non aveva capito le sue istruzioni. Ma la sua versione non convinse Epafrodito: sotto la minaccia della tortura e grazie ad ulteriori prove fornite dalla moglie di Milikus, che aveva riferito di un lungo incontro tra Scervino e Antonio Natalis, un altro cospiratore, Scervino confessò.

Venne consegnato per punizione al prefetto del Pretorio Fenio Rufo, ma per evitare di essere torturato, Scervino incolpò anche lui di voler partecipare alla congiura. Nel frattempo, un altro cospiratore, Subrius Flavus, espresse apertamente il suo odio per Nerone in tribunale, forse nel tentativo di portare il popolo della sua parte, ricordando come l’Imperatore si fosse lasciato andare all’omicidio della madre, a diversi crimini cruenti e quanto fosse ridicolo quando si esibiva come auriga e attore.

La cospirazione era ormai stata del tutto scoperta: Nerone ordinò a Pisone, al filosofo Seneca, al nipote di Seneca, Lucano, e al satirico Petronio di suicidarsi. Molti furono invece uccisi dalla sua guardia pretoriana.

In totale, 41 persone vennero accusate di far parte della cospirazione, tra cui 19 senatori, 7 appartenenti alla classe degli Equites, 11 soldati e 4 donne. La gran parte dei cospiratori venne uccisa o fu costretta al suicidio. Altri vennero esiliati o subirono delle pesanti emarginazioni e l’annullamento dei loro privilegi. Pochissimi i perdonati o gli assolti.

Industria: aumento congiunturale del 3,1%

A giugno si stima che il fatturato dell’industria, al netto dei fattori stagionali, registri un aumento congiunturale del 3,1%, risultante da una crescita su entrambi i mercati (+4,7% quello estero e +2,1% quello interno). Nel secondo trimestre l’indice complessivo evidenzia un incremento del 5,2% rispetto ai tre mesi precedenti (+5,5% sul mercato interno e +4,8% su quello estero).

Con riferimento ai raggruppamenti principali di industrie, a giugno gli indici destagionalizzati del fatturato segnano aumenti congiunturali per tutti i principali settori: l’energia (+6,0%), i beni intermedi (+5,0%), i beni di consumo (+2,6%), i beni strumentali (+0,3%).

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 21 come a giugno 2020), il fatturato totale cresce in termini tendenziali del 28,4% (+30,2% sul mercato estero e +27,5% sul mercato interno).

Per quanto riguarda gli indici corretti per gli effetti di calendario riferiti ai raggruppamenti principali di industrie, si registrano marcati incrementi tendenziali per tutti i settori: +54,3% l’energia, +35,4% i beni intermedi, +31,0% i beni strumentali e +14,1% i beni di consumo (+26,4 i beni non durevoli e +11,6 quelli durevoli).

Con riferimento al comparto manifatturiero, si evidenziano aumenti tendenziali per tutti i settori di attività economica, ad eccezione dell’industria farmaceutica con una variazione pressoché nulla (-0,1%).