martedì 3 Marzo 2026
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La guerra degli ottant’anni (1568-1648): riassunto

La Guerra degli ottant’anni, nota anche come “Rivolta dei Paesi Bassi”, “Rivolta olandese” o “Rivolta antispagnola dei Paesi Bassi”, fu una rivolta portata avanti dai Paesi Bassi contro il governo del Re asburgico Filippo II di Spagna, sovrano ereditario di quelle province.

La rivolta partì per motivazioni di elevata tassazione e d’intolleranza religiosa, e si trasformò in una rivolta contro il dominio spagnolo, portando alla nascita delle “Province Unite indipendenti dei Paesi Bassi”, che si staccarono per sempre dal dominio spagnolo.

Le tensioni sulla tassazione e la repressione del protestantesimo

Quando Carlo I salì al trono di Spagna nel 1516, i Paesi Bassi si unirono alla miriade di nazioni che formavano l’impero spagnolo. Carlo aveva ereditato la carica di Duca di Borgogna da suo padre Filippo I nel 1515 che gli diede il potere sui Paesi Bassi, che oggi corrispondono a Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo e parte della Francia settentrionale.

Carlo parlava la loro lingua e aveva la loro cultura, e dunque venne accettato come loro monarca.

Ma quando Carlo abdicò al trono nel 1556, suo figlio Filippo II ereditò il trono di Spagna e il titolo di Borgogna ottenendo automaticamente il potere anche sui Paesi Bassi.

Filippo era molto più “spagnolo” rispetto a Carlo e gestiva i regni dal suo palazzo di Madrid: nella sua amministrazione i Paesi Bassi avevano poca importanza, e fu immediatamente percepito come un sovrano lontano e poco interessato al benessere della popolazione.

Gli abitanti di quelle province soffrivano anche per una elevata tassazione, imposta da Filippo per finanziare le sue guerre, così che relazioni tra il regno spagnolo e i Paesi Bassi iniziarono a deteriorarsi.

Inoltre si verificarono dei problemi di natura religiosa. Filippo introdusse l’inquisizione spagnola anche nei Paesi Bassi per sradicare gli eretici e reprimere la popolarità del protestantesimo. Ma l’inquisizione non ebbe successo, tanto che i nobili dei Paesi Bassi iniziarono a protestare.

Quella di Filippo apparve come intolleranza religiosa soprattutto perché in quei paesi avevano successo confessioni protestanti o calviniste.

Molti nobili firmarono una petizione con la quale chiedevano a Filippo di fermare la persecuzione religiosa. Nel 1559, Filippo decise allora di nominare tre nuovi arcivescovi nella speranza di creare una struttura ecclesiastica più autonoma. Ma l’aristocrazia di quelle province temeva di perdere i suoi poteri.

Così Filippo affermò il suo dominio nella regione tramite l’intolleranza e la violenza militare, diventando un sovrano dispotico.

Lo scoppio delle rivolte

Nel 1566 scoppiarono le rivolte: i ribelli distrussero chiese e numerose opere d’arte cattoliche. Filippo inviò allora il Duca d’Alba, Fernando Álvarez de Toledo, a dirigere il “Tribunale dei tumulti” per punire i ribelli coinvolti. Vennero dispensate punizioni indiscriminate senza pietà, con una serie di arresti e di pene capitali.

A questo punto, Guglielmo d’Orange, magnate e generale delle province di Olanda, Zelanda e Utrecht, arruolò tre eserciti mercenari che inviò nei Paesi Bassi nel 1568 per cacciare il Duca d’Alba. Le battaglie che ne seguirono segnarono l’inizio della guerra degli ottant’anni.

La ribellione, inizialmente, riuscì ad impossessarsi di alcune città ma venne rapidamente repressa dopo che le forze spagnole, fino a quel momento impegnate contro l’impero Ottomano, tornarono in patria.

Nel 1572, il Duca d’Alba impose una nuova tassa chiamata “Decimo centesimo”, il che portò nuovi consensi a Guglielmo d’Orange e ai ribelli. I rivoltosi tornarono a protestare e si assicurarono il controllo del nord della Borgogna.

L’esercito spagnolo venne nuovamente inviato sul territorio. Inizialmente i ribelli furono in difficoltà, ma riuscirono a ottenere nuove vittorie quando gli eserciti spagnoli furono costretti a spostarsi verso il sud della Francia, per neutralizzare le minacce provenienti dalle forze protestanti francesi, gli Ugonotti.

Così, molte importanti città dichiararono fedeltà ai ribelli, ad eccezione di Amsterdam, che rimase fedele alla Spagna.

Nel frattempo, la situazione economica della Spagna stava precipitando. Nel novembre 1576, i soldati spagnoli infuriati per i ritardi nei pagamenti, saccheggiarono brutalmente Anversa distruggendo la città e massacrando la popolazione in tre giorni di terrore.

Queste rivolte vennero conosciute come “Furia spagnola” e provocarono sdegno sia tra i cattolici che tra i protestanti.

La nascita delle Province indipendenti dei Paesi Bassi

Nel 1576, Spagna e Paesi Bassi firmarono la “Pace di Gand” che prometteva una ritirata degli eserciti spagnoli e maggiore tolleranza religiosa. La pace ottenuta da questo accordo non durò a lungo.

I calvinisti continuarono a combattere per l’indipendenza e conquistarono Amsterdam nel 1578. L’anno dopo, gli stati meridionali della Borgogna giurarono fedeltà alla Spagna.

Così, nel 1581, vennero proclamate le “Province Unite indipendenti dei Paesi Bassi”, finalmente libere dalla Spagna di Filippo II.

Nel 1584 Guglielmo d’Orange venne assassinato, ma suo figlio gli succedette come capo della rivolta. I combattimenti continuarono e la Spagna riconquistò con successo alcune parti del Nord, inclusa Anversa. Nel 1609, essendo entrambi gli eserciti esausti, venne firmata una tregua che durò 12 anni.

La guerra riprese nel 1621, ma nel corso di un decennio i Paesi Bassi avevano straordinariamente aumentato la loro potenza e importanza geopolitica. Fondarono la “Compagnia olandese delle Indie orientali” e iniziarono le esplorazioni per i mari.

Gli olandesi colonizzarono i paesi con la loro potentissima flotta: il loro potere e la loro ricchezza aumentarono a dismisura, rendendoli una forza europea formidabile.

Così, apparve sempre più chiaro che la Spagna non avrebbe più riconquistato le regioni del nord. Nel 1639, la Spagna tentò infatti d’inviare un’armata nelle Fiandre ma queste furono ricacciate con decisione.

Così, la Spagna riconobbe definitivamente l’indipendenza della Repubblica olandese nel 1648.

Erasmo da Rotterdam. Teologo e filosofo olandese

Desiderius Erasmus Roterodamus,  noto come Erasmo da Rotterdam o Erasmus, 28 ottobre 1466 – 12 luglio 1536, fu un filosofo olandese e un teologo cattolico universalmente considerato come uno dei principali studiosi dell’alto Rinascimento

Si dedicò immediatamente alla teologia, diventando sacerdote cattolico e ottenendo una borsa di studio classica con una tesi scritta in puro stile latino. Divenne ben presto uno dei più grandi umanisti del suo tempo, meritandosi il soprannome di “Principe degli umanisti” e “Coronamento degli umanisti cristiani”

Utilizzò delle tecniche, imparate soprattutto dagli umanisti italiani, per una più aderente traduzione dei testi antichi e una critica degli stessi, redigendo delle nuove fondamentali edizioni in latino e in greco del Nuovo Testamento

Le traduzioni di Erasmo da Rotterdam, che contraddicevano le versioni del tempo in parecchi punti e sotto molteplici aspetti, sollevarono diverse questioni teologiche che avrebbero avuto grande influenza sia nella riforma protestante che nella Controriforma Cattolica. 

Scrisse anche una serie di opere come: “Adagio”  “Libero antibarbaro”,  “De libero arbitrio”,  “Sulla riparazione della concordia”, “Educazione di un principe cristiano”, “Manuale di un cavaliere cristiano”, “Hyperaspistes”, “Giulio escluso dal cielo”, “Elogio della follia” e  “Pace”.

Erasmo fu protagonista della crescente riforma religiosa dell’Europa. Rimase membro della chiesa cattolica per tutta la vita, impegnandosi profondamente per abolire gli abusi della Chiesa e riformare l’operato dei chierici. 

Erasmo sostenne con forza la dottrina del “Sinergismo“, per cui vi deve essere una sorta di collaborazione tra la Grazia Divina e la libertà umana per raggiungere la salvezza dell’uomo. Questa sua posizione fu apertamente criticata dai riformatori calvinisti, che sostenevano invece l’opposta dottrina del “Monergismo“, secondo cui lo Spirito Santo realizza la salvezza dell’individuo indipendentemente dalla sua cooperazione. 

A volte il suo metodo di studio trovò critiche presso gli studiosi del tempo. Nonostante questo, Erasmo da Rotterdam fu una figura luminosa e indiscutibilmente fondamentale del Rinascimento. 

Erasmo da Rotterdam morì improvvisamente a Basilea nel 1536 mentre si preparava a tornare nel Brabante e venne sepolto nella cattedrale di Basilea, la più antica della città.

Come finì la campagna di Russia di Napoleone?

La campagna di Russia (24 giu 1812 – 14 dic 1812), nota anche come invasione francese della Russia, seconda guerra polacca o guerra patriottica del 1812, fu una campagna militare voluta da Napoleone Bonaparte nell’ambito del suo progetto di allargamento dell’impero francese e di ridimensionamento dell’influenza russa.

L’invasione della Russia da parte di Napoleone è una delle campagne militari più studiate ed è inserita nell’elenco delle operazioni militari con più morti nella storia dell’umanità.

Il 24 giugno del 1812, l’esercito della Grande Armée, attraversò il fiume Niemen, in Russia. Napoleone, attraverso una serie di marce forzate, mosse rapidamente i suoi uomini, che ammontavano a quasi mezzo milione di soldati, attraverso le regioni della Russia occidentale, l’attuale Bielorussia, nel tentativo di attaccare e battere gli eserciti russi dei comandanti Barclay de Tolly e Pyotr Bagration.

Entro 6 settimane dalla partenza, Napoleone perse metà dei suoi uomini a causa delle condizioni meteorologiche estreme, delle malattie che colpirono i soldati e della fame, riuscendo a vincere solamente la battaglia di Smolensk.

Nel frattempo, l’esercito russo, guidato dal nuovo Comandante in capo Mikhail Kutuzov, utilizzò una guerra di logoramento contro Napoleone, ritirandosi appositamente per costringere gli invasori ad allungare le linee di rifornimento.

Nel pieno della campagna di Russia, si tenne la battaglia di Borodino, a circa 110 km a ovest di Mosca, che fu una vittoria francese e che costrinse il generale russo al ritiro. Il 14 settembre, Napoleone, assieme a un esercito di circa 100 mila uomini, occupò la città di Mosca, trovandola abbandonata: la città fu data alle fiamme.

Napoleone rimase nella capitale russa per cinque settimane, aspettando un’offerta di pace che non arrivò mai. Dal momento che il tempo sembrava migliorare, partì, sperando di raggiungere il generale Smolensk con una serie di deviazioni e di scorciatoie. Ma sconfitto nella battaglia di Maloyaroslavets, fu costretto a tornare indietro.

L’esercito di Napoleone ormai mancava di cibo e di vestiti invernali, oltre che di foraggio per i cavalli. Inoltre, la guerriglia da parte dei contadini e dei cosacchi russi aumentò le perdite dell’esercito francese

Più della metà dei rimanenti uomini di Napoleone morì durante la marcia per esaurimento, tifo e per via del rigidissimo clima continentale.

Napoleone iniziò ad abbandonare l’artiglieria e i carichi pesanti. All’inizio di novembre iniziò a nevicare, il che complicò la ritirata dei Francesi. Nella battaglia di Krasnoi, Napoleone riuscì a evitare una sconfitta completa.

Nel frattempo, rimasto quasi senza cavalleria e artiglieria, utilizzò per la prima volta la “Vecchia guardia”,  una serie di veterani delle sue precedenti campagne militari.

Raggiunto il fiume Berezina, Napoleone aveva ormai solo 49mila soldati e 40mila ausiliari di scarso valore militare. La “Grande Armèe” si era trasformata in una folla disorganizzata.

Il 5 dicembre, Napoleone lasciò l’esercito e tornò a Parigi. Nel giro di pochi giorni, altri 20.000 soldati morirono a causa del freddo e delle malattie trasmesse dai pidocchi. I nuovi comandanti, Murat e Ney, abbandonarono più di 20000 uomini negli ospedali di Vilnius.

Sebbene le stime varino, l’esercito di Napoleone aveva iniziato la campagna con più di 450mila uomini, più di 150mila cavalli, 25000 carri e più di 1250 pezzi di artiglieria.

Sopravvissero solo 120mila uomini, e 380mila morirono. La campagna di Russia rappresentò la fine della reputazione d’invincibilità di Napoleone.

Il concilio di Trento (1545-1563), che conseguenze ebbe?

Il Concilio di Trento, che fu convocato da Papa Paolo III e si tenne tra il 1545-1563 a Trento, fu il XIX concilio ecumenico della chiesa cattolica. 

Il Concilio si riunì in 25 sessioni tra il 13 dicembre 1545 e il 4 dicembre 1563: Papa Paolo III, che convocò il Concilio, supervisionò le prime otto sessioni, mentre dalla dodicesima alla sedicesima sessione vi fu la supervisione di Papa Giulio III e dalla diciassettesima alla 25esima, Papa Pio IV

Deciso a seguito del dilagare della riforma Protestante, il Concilio di Trento incarnò in pieno lo spirito della cosiddetta “Controriforma”. 

Il Concilio decise anzitutto una serie di condanne per eresia nei confronti dei sostenitori del protestantesimo, ma definì anche dei chiarimenti nella dottrina e negli insegnamenti della chiesa cattolica, tra cui il canone biblico, il peccato originale, la salvezza, i sacramenti, la messa e la venerazione dei Santi. 

Le conseguenze del Concilio ebbero risultati significativi che riguardarono la liturgia e le pratiche utilizzate dalla Chiesa Cattolica. Il Concilio, fece anche della vulgata Latina il testo biblico ufficiale della Chiesa romana. Benché rimasero validi anche i testi originali in ebraico e in greco, da quel momento venne privilegiata la lingua latina per la traduzione della Bibbia,  soprattutto per risolvere i problemi di traduzione che spesso venivano utilizzati dagli eretici per proporre delle interpretazioni alternative ai Testi Sacri.

Il Concilio affermò ufficialmente anche il tradizionale canone cattolico dei libri biblici. 

Gli obiettivi e i risultati complessivi del Concilio di Trento furono:

–  La condanna dei principi e delle dottrine del protestantesimo, assieme al chiarimento delle dottrine ufficiali della Chiesa Cattolica su diversi punti controversi.

–  La riforma della disciplina, per la lotta alla corruzione nell’amministrazione della chiesa e in particolare all’interno dei comitati o delle congregazioni.

–  La definizione della Chiesa come ultimo interprete delle Sacre Scritture

–  La definizione del rapporto tra la Fede e le opere di salvezza,  in risposta alla controversia iniziata da Martin Lutero

–  La definizione e la conferma di pratiche cattoliche ampiamente criticate come le indulgenze, i pellegrinaggi, la venerazione dei Santi, delle reliquie e delle immagini della Vergine Maria

Nel 1565, un  anno dopo la conclusione dei lavori del Concilio, Papa Pio IV emanò il “Credo tridentino” mentre il suo successore, Pio V, emanò il catechismo Romano, assieme ad alcune revisioni del breviario e del messale.  Queste disposizioni portarono alla codifica della cosiddetta “Messa Tridentina“, che rappresentò la forma primaria del rito della messa della chiesa cattolica per i successivi 400 anni.

Cavalieri templari, chi erano?

I Cavalieri Templari, o membri dei Poveri compagni d’armi di Cristo e del tempio di Salomone, un ordine cavalleresco militare religioso istituito all’epoca delle Crociate che divenne modello e ispirazione per altri ordini militari.

Originariamente fondato per proteggere i pellegrini cristiani in Terra Santa, l’ordine assunse maggiori incarichi militari nel corso del XII secolo. La sua importanza e la crescente ricchezza, tuttavia, provocarono l’opposizione degli ordini rivali. Falsamente accusato di blasfemia e accusato dei fallimenti dei crociati in Terra Santa, l’ordine fu disciolto dal re Filippo IV di Francia.

Dopo il successo della prima crociata (1095–99), un certo numero di stati crociati furono creati in Terra Santa, ma questi regni mancavano della forza militare necessaria per mantenere non più di una tenue presa sui loro territori. La maggior parte dei crociati tornò a casa dopo aver adempiuto ai propri voti e i pellegrini cristiani diretti a Gerusalemme subirono attacchi da parte di predoni musulmani.

A causa della difficile situazione di questi cristiani, otto o nove cavalieri francesi guidati da Hugh de Payns giurarono alla fine del 1119 o all’inizio del 1120 di dedicarsi alla protezione dei pellegrini e di formare una comunità religiosa a tale scopo. Baldovino II, re di Gerusalemme, diede loro alloggio in un’ala del palazzo reale nell’area dell’ex Tempio di Salomone, e da questo derivò il loro nome.

Sebbene i Templari fossero osteggiati da coloro che rifiutavano l’idea di un ordine militare religioso e successivamente da coloro che ne criticavano la ricchezza e l’influenza, furono sostenuti da molti leader laici e religiosi. A partire dal 1127, Hugh de Payns intraprese un tour dell’Europa e fu ben accolto da molti nobili, che fecero importanti donazioni ai cavalieri. I Templari ottennero un’ulteriore aiuto al Concilio di Troyes nel 1128, richiesto da Bernardo di Chiaravalle. Bernardo ha scritto anche In Lode del Nuovo Cavalierato ( c. 1136), che difese l’ordine dalle critiche e contribuì alla sua crescita. Nel 1139 papa Innocenzo II emise una bolla che concedeva all’ordine privilegi speciali: i Templari potevano costruire i propri oratori e non erano tenuti a pagare la decima; erano anche esenti dalla giurisdizione episcopale, essendo soggetti al solo papa.

Cavaliere templare

La regola dell’ordine è stata modellata sulla regola benedettina, soprattutto come intesa e attuata dai cistercensi. I Cavalieri Templari giurarono povertà, castità e obbedienza e rinunciarono al mondo, proprio come facevano i Cistercensi e altri monaci. Come i monaci, i Templari seguivano l’ufficio divino durante ciascuna delle ore canoniche del giorno e dovevano onorare i digiuni e le veglie del calendario monastico.

Si trovavano spesso in preghiera ed esprimevano particolare venerazione alla Vergine Maria. Non potevano giocare d’azzardo, imprecare o ubriacarsi e dovevano vivere in comunità, dormire in un dormitorio comune e mangiare insieme. Non erano, tuttavia, rigorosamente di clausura, come lo erano i monaci, né ci si aspettava che eseguissero letture devozionali, la maggior parte dei Templari infatti era ignorante e incapace di leggere il latino. Il compito principale dei cavalieri era combattere. I Templari ampliarono gradualmente i loro doveri dalla protezione dei pellegrini ad una più ampia difesa degli stati crociati in Terra Santa. Costruirono castelli, presidiarono importanti città e parteciparono a battaglie, schierando contingenti significativi contro gli eserciti musulmani fino alla caduta di Acri, l’ultima roccaforte crociata rimasta in Terra Santa, nel 1291.

Durante la metà del XII secolo furono stabilite la costituzione dell’ordine e la sua struttura di base. Era guidato da un gran maestro, che veniva eletto a vita e prestava servizio a Gerusalemme. I territori dei Templari erano divisi in province, le quali erano governate da comandanti provinciali, e ogni singolo casale, chiamata precettoria, era guidata da un precettore. Si tennero riunioni del capitolo generale di tutti i membri dell’ordine per affrontare questioni importanti che riguardavano i Templari e per eleggere un nuovo maestro quando necessario. Analoghi incontri si sono svolti a livello provinciale e con cadenza settimanale in ciascuna precettoria.

I Templari erano originariamente divisi in due classi: cavalieri e sergenti. I fratelli-cavalieri provenivano dall’aristocrazia militare e furono formati nelle arti della guerra. Assunsero posizioni di comando d’élite nell’ordine e prestarono servizio presso le corti reali e papali. Solo i cavalieri indossavano le insegne distintive dei Templari, una sopravveste bianca contrassegnata da una croce rossa. I sergenti, o fratelli in servizio, che di solito provenivano da classi sociali inferiori, costituivano la maggioranza dei membri. Si vestivano di abiti neri e servivano sia come guerrieri che come servitori. I Templari alla fine aggiunsero una terza classe, i cappellani, che erano responsabili dello svolgimento delle funzioni religiose, dell’amministrazione dei sacramenti e dei bisogni spirituali degli altri membri. Sebbene alle donne non fosse permesso unirsi all’ordine, sembra che ci fosse almeno un convento di suore templari.

I Templari acquisirono grandi ricchezze. I re e i grandi nobili di Spagna, Francia e Inghilterra diedero all’ordine signorie, castelli e possedimenti, così che verso la metà del XII secolo i Templari possedevano proprietà sparse nell’Europa occidentale, nel Mediterraneo e in Terra Santa. La forza militare dei Templari consentiva loro di raccogliere, immagazzinare e trasportare in sicurezza lingotti da e verso l’Europa e la Terra Santa, e la loro rete di depositi di tesori e la loro efficiente organizzazione di trasporto li rendevano attraenti come banchieri per i re e per i pellegrini in Terra Santa.

Castello dei templari

I Templari non erano privi di nemici, tuttavia. Erano da tempo impegnati in un’aspra rivalità con l’altro grande ordine militare d’Europa, gli Ospitalieri e, alla fine del XIII secolo, furono avanzate proposte per unire i due ordini in uno solo. La caduta di Acri in mano ai musulmani nel 1291 rimosse gran parte della ragione d’essere dei Templari e la loro grande ricchezza, le vaste proprietà terriere in Europa e il potere ispirarono verso di loro risentimento. Sebbene un ex Templare avesse accusato l’ordine di blasfemia e immoralità già nel 1304, fu solo più tardi, dopo che Filippo IV ordinò l’arresto, il 13 ottobre 1307, di tutti i Templari in Francia e sequestrò tutte le Proprietà dei Templari nel paese, che la maggior parte della popolazione europea venne a conoscenza dell’entità dei presunti crimini dell’ordine.

Filippo accusò i Templari di eresia e immoralità; altre accuse contro di loro includevano il culto degli idoli, di una testa maschile barbuta che si dice avesse grandi poteri, il culto di un gatto, l’omosessualità e numerosi altre violazioni di fede e di pratica.

Al rito segreto di iniziazione dell’ordine, si sostenne, il nuovo membro doveva rinnegare Cristo tre volte, sputare sul crocifisso e baciarlo alla base della spina dorsale, sull’ombelico e sulla bocca dal cavaliere che presiedeva la cerimonia. Le accuse, ora riconosciute infondate, erano fatte appositamente per alimentare i timori sugli eretici, streghe e demoni ed erano simili alle accuse che Filippo aveva usato contro papa Bonifacio VIII.

Le ragioni per cui Filippo ha cercato di distruggere i Templari non sono chiare; potrebbe aver sinceramente temuto il loro potere ed essere stato motivato dalla sua stessa devozione a distruggere un gruppo eretico, oppure potrebbe aver semplicemente visto un’opportunità per raccogliere la loro immensa ricchezza, essendo lui stesso cronicamente a corto di soldi. In ogni caso, Filippo perseguì senza pietà l’ordine e fece torturare molti dei suoi membri per ottenere false confessioni.

Sebbene papa Clemente V, anch’egli francese, ordinò l’arresto di tutti i Templari nel novembre 1307, un consiglio ecclesiastico nel 1311 votò a stragrande maggioranza contro la soppressione e i Templari in paesi diversi dalla Francia furono dichiarati innocenti dalle accuse. Clemente, tuttavia, sotto la forte pressione di Filippo, soppresse l’ordine il 22 marzo 1312 e le proprietà dei Templari in tutta Europa furono trasferite agli Ospitalieri o confiscate dai governanti. I cavalieri che si confessavano e si riconciliavano con la chiesa furono mandati in pensione nelle ex case dell’ordine o nei monasteri, ma coloro che non si confessarono furono processati. Tra i giudicati colpevoli c’era l’ultimo gran maestro dell’ordine, Jacques de Molay. Portati davanti a una commissione istituita dal papa, de Molay e altri leader furono giudicati eretici e condannati all’ergastolo. Il maestro protestò e ripudiò la sua confessione e fu bruciato sul rogo, ultima vittima di una persecuzione ingiusta e opportunistica.

Al momento del suo scioglimento, l’ordine era un’istituzione importante sia in Europa che in Terra Santa e già oggetto di miti e leggende. I Templari erano associati alla leggenda del Graal e furono identificati come difensori del castello del Graal per tutto il Medioevo. Nel 18° secolo i massoni affermarono di aver ricevuto in una linea di successione la conoscenza esoterica che i Templari avevano posseduto. In seguito gli ordini fraterni invocarono in modo simile il nome Templare per rafforzare le affermazioni di saggezza antica o rivelata. I Templari furono anche identificati come gnostici e furono accusati di essere coinvolti in una serie di cospirazioni, inclusa quella che sarebbe stata alla base della Rivoluzione francese. Un resoconto spesso citato ma probabilmente apocrifo riferisce che, dopo l’esecuzione di Luigi XVI, un massone francese intinse un panno nel sangue del re ucciso e gridò: “Jacques de Molay, sei vendicato!”.

Nel XX secolo l’immagine del Cristo sulla Sindone di Torino è stata identificata come la testa presumibilmente venerata dai Templari. Resuscitando una vena di pseudostoria e leggende del Graal, autori nel 20° secolo, affermando di ricostruire fatti storici ma scrivendo ciò che la maggior parte degli studiosi considera fantasia, hanno coinvolto i Templari in una vasta cospirazione dedicata a preservare la linea di sangue di Gesù. Simili teorie della cospirazione occulta furono utilizzate anche dagli scrittori di narrativa nel XX e XXI secolo.

Xi Jinping e l’iniziativa di sicurezza globale. Il Comunicato originale

Xi Jinping ha proposto una nuova “Iniziativa di sicurezza globale” alla conferenza annuale del Forum Boao per l’Asia in Cina il 21 aprile, definendo la mentalità della Guerra Fredda, l’egemonismo e la politica di potere come questioni che potrebbero “mettere in pericolo la pace mondiale” e “aggravare le sfide alla sicurezza in il 21° secolo”.

Nel mondo dell’informazione ci sono tantissime “interpretazioni” del comunicato del segretario generale del Partito Comunista Cinese, opinioni ovviamente tutte legittime ma come Scripta Manent vogliamo invece proporvi il comunicato originale cinese. Una fonte da cui partire per le successive considerazioni.

Xi Jinping pronuncia un discorso alla cerimonia di apertura della Conferenza annuale 2022 del Forum Boao per l’Asia

La mattina del 21 aprile, il presidente Xi Jinping ha pronunciato tramite collegamento video un discorso programmatico intitolato “Arrivare alle sfide e costruire un futuro luminoso attraverso la cooperazione” alla cerimonia di apertura della Conferenza annuale 2022 del Forum Boao per l’Asia tenutasi a Boao, nella provincia di Hainan.

Il presidente Xi ha sottolineato che in questo momento i cambiamenti del mondo, dei nostri tempi e della storia si stanno svolgendo in modi mai visti prima. Questi cambiamenti stanno ponendo sfide che devono essere prese sul serio dall’umanità. La storia umana mostra che più le cose diventano difficili, maggiore è la necessità di mantenere la fiducia. Nessuna difficoltà potrà mai fermare la ruota della storia. Di fronte alle tante sfide, non dobbiamo perdere la fiducia, esitare o sussultare. Invece, dobbiamo rafforzare la fiducia e andare avanti contro ogni previsione.

Il presidente Xi ha sottolineato che per superare la nebbia e abbracciare un futuro luminoso, la forza più grande viene dalla cooperazione e il modo più efficace è attraverso la solidarietà. Negli ultimi due anni e più, la comunità internazionale ha lavorato duramente per rispondere alla sfida del COVID-19 e promuovere la ripresa e lo sviluppo globali. Le difficoltà e le sfide sono ancora un altro promemoria del fatto che l’umanità è una comunità con un futuro condiviso in cui tutte le persone crescono e cadono insieme e che tutti i paesi devono seguire la tendenza dei tempi caratterizzati da pace, sviluppo e cooperazione vantaggiosa per tutti, muoversi nel direzione di costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità e affrontare le sfide e costruire un futuro luminoso attraverso la cooperazione.

Dobbiamo lavorare insieme per difendere la vita e la salute delle persone. Affinché l’umanità ottenga una vittoria finale contro la pandemia di COVID-19, sono necessari sforzi più duri. È essenziale che i paesi si sostengano a vicenda, coordinino meglio le misure di risposta e migliorino la governance globale della salute pubblica, in modo da formare una forte sinergia internazionale contro la pandemia. Dobbiamo mantenere i vaccini COVID un bene pubblico globale e garantire la loro accessibilità e convenienza nei paesi in via di sviluppo. La Cina ha fornito oltre 2,1 miliardi di dosi di vaccini a più di 120 paesi e organizzazioni internazionali e seguirà la donazione promessa di 600 milioni e 150 milioni di dosi di vaccini rispettivamente all’Africa e ai paesi dell’ASEAN, come parte del nostro sforzo per chiudere l’immunizzazione spacco.

Dobbiamo lavorare insieme per promuovere la ripresa economica. Dovremmo continuare a impegnarci a costruire un’economia mondiale aperta, aumentare il coordinamento delle politiche macro, mantenere stabili le catene industriali e di approvvigionamento globali, il tutto nel tentativo di promuovere uno sviluppo globale equilibrato, coordinato e inclusivo. Dovremmo seguire un approccio centrato sulle persone e mettere lo sviluppo e il benessere delle persone in cima all’agenda. Dovremmo promuovere la cooperazione pratica in settori chiave come la riduzione della povertà, la sicurezza alimentare, il finanziamento dello sviluppo e l’industrializzazione, nel tentativo di affrontare lo sviluppo irregolare e inadeguato e promuovere una solida attuazione dell’Iniziativa di sviluppo globale.

Dobbiamo lavorare insieme per mantenere la pace e la stabilità nel mondo. La mentalità della Guerra Fredda distruggerebbe solo il quadro della pace globale, l’egemonismo e la politica di potere metterebbero solo in pericolo la pace nel mondo e il confronto dei blocchi non farebbe che esacerbare le sfide alla sicurezza nel 21° secolo. 

La Cina vorrebbe proporre un’iniziativa di sicurezza globale, ovvero rimanere impegnata nella visione di una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile e lavorare insieme per mantenere la pace e la sicurezza nel mondo; rimanere impegnati a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i paesi, sostenere la non interferenza negli affari interni e rispettare le scelte indipendenti dei percorsi di sviluppo e dei sistemi sociali fatte dalle persone nei diversi paesi; rimanere impegnati a rispettare gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite, rifiutare la mentalità della Guerra Fredda, opporsi all’unilateralismo e dire no alla politica di gruppo e al confronto di blocco; 

impegnarsi a prendere sul serio le legittime preoccupazioni in materia di sicurezza di tutti i paesi, sostenere il principio della sicurezza indivisibile, costruire un’architettura di sicurezza equilibrata, efficace e sostenibile, e opporsi al perseguimento della propria sicurezza a scapito della sicurezza altrui; 

rimanere impegnato a risolvere pacificamente le divergenze e le controversie tra paesi attraverso il dialogo e la consultazione, sostenere tutti gli sforzi volti alla soluzione pacifica delle crisi, respingere i doppi standard e opporsi all’uso sfrenato di sanzioni unilaterali e giurisdizione a braccio lungo; 

impegnarsi a mantenere la sicurezza in entrambi i domini tradizionali e non tradizionali e lavorare insieme su controversie regionali e sfide globali come il terrorismo, i cambiamenti climatici, la sicurezza informatica e la biosicurezza. respingere i doppi standard e opporsi all’uso sfrenato di sanzioni unilaterali

Dobbiamo lavorare insieme per affrontare le sfide della governance globale. I paesi di tutto il mondo sono come passeggeri a bordo della stessa nave che condividono lo stesso destino. Affinché la nave possa navigare nella tempesta e salpare verso un futuro radioso, tutti i passeggeri devono unirsi. Il pensiero di gettare qualcuno in mare è semplicemente inaccettabile. Al giorno d’oggi, la comunità internazionale si è evoluta così tanto da diventare un apparato sofisticato e integrato. Agire per asportare qualsiasi singola parte causerà seri problemi al suo funzionamento. 

Quando ciò accadrà, sia le vittime che gli iniziatori di tali atti perderanno. Dobbiamo abbracciare una filosofia di governance globale che enfatizzi un’ampia consultazione, il contributo congiunto e i benefici condivisi, promuova i valori comuni dell’umanità, e sostenere gli scambi e l’apprendimento reciproco tra le civiltà. Dobbiamo sostenere un vero multilateralismo e salvaguardare fermamente il sistema internazionale con l’ONU al centro e l’ordine internazionale sostenuto dal diritto internazionale. È particolarmente importante che i principali paesi diano l’esempio nel rispetto dell’uguaglianza, della cooperazione, della buona fede e dello stato di diritto e agiscano in modo adeguato al loro status. 

Il presidente Xi ha sottolineato che negli ultimi decenni l’Asia ha goduto di una stabilità generale e ha sostenuto una rapida crescita, rendendo possibile il miracolo asiatico. Quando l’Asia se la cava bene, il mondo intero ne beneficia. Pertanto, dobbiamo continuare a sviluppare e rafforzare l’Asia, dimostrare la resilienza, la saggezza e la forza dell’Asia e fare dell’Asia un’ancora per la pace mondiale, una centrale elettrica per la crescita globale e un nuovo passo avanti per la cooperazione internazionale. 

In primo luogo, dobbiamo salvaguardare risolutamente la pace in Asia. I cinque principi della pacifica convivenza e dello spirito di Bandung, sostenuti per la prima volta dall’Asia, sono oggi tanto più rilevanti. Dovremmo onorare principi come il rispetto reciproco, l’uguaglianza, il vantaggio reciproco e la convivenza pacifica, seguire una politica di buon vicinato e amicizia e assicurarci di mantenere sempre il nostro futuro nelle nostre mani.

In secondo luogo, dovremmo promuovere con vigore la cooperazione asiatica. L’entrata in vigore del Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) e l’apertura al traffico della ferrovia Cina-Laos hanno efficacemente potenziato la connettività istituzionale e fisica nella nostra regione. Dovremmo cogliere queste opportunità per promuovere un mercato asiatico più aperto e fare nuovi passi avanti nella cooperazione reciprocamente vantaggiosa.

Terzo, dovremmo promuovere congiuntamente l’unità asiatica. Dovremmo consolidare la centralità dell’ASEAN nell’architettura regionale e sostenere un ordine regionale che equilibri le aspirazioni e soddisfi gli interessi di tutte le parti. I paesi, indipendentemente dalle loro dimensioni e forza, sia all’interno che all’esterno della regione, dovrebbero tutti aggiungere splendore piuttosto che problemi all’Asia. Tutti dovrebbero seguire la via della pace e dello sviluppo, cercare una cooperazione vantaggiosa per tutti e contribuire insieme a una famiglia asiatica di unità e progresso.

Il presidente Xi ha osservato che i fondamenti dell’economia cinese – la sua forte resilienza, l’enorme potenziale, l’ampio spazio di manovra e la sostenibilità a lungo termine – rimangono invariati. Forniranno grande dinamismo per la stabilità e la ripresa dell’economia mondiale e più ampie opportunità di mercato per tutti i paesi. La Cina applicherà pienamente la sua nuova filosofia di sviluppo, accelererà l’istituzione di un nuovo paradigma di sviluppo e raddoppierà gli sforzi per uno sviluppo di alta qualità. 

Non importa come cambierà il mondo, la fiducia della Cina e il suo impegno per le riforme e l’apertura non vacilleranno. La Cina seguirà fermamente la via dello sviluppo pacifico e sarà sempre un costruttore di pace mondiale, un contributore allo sviluppo globale e un difensore dell’ordine internazionale.

Xi ha concluso il suo discorso con un vecchio detto cinese: “Continua a camminare e non sarai scoraggiato per mille miglia; fai sforzi costanti e non sarai intimidito da mille compiti”. Ha osservato che finché uniremo le nostre mani e non rallenteremo mai gli sforzi, saremo in grado di costruire una grande sinergia attraverso una cooperazione vantaggiosa per tutti, superare le varie sfide lungo la strada e inaugurare un futuro più luminoso e migliore per l’umanità.

Archeologia: MiC, il parere degli esperti sui due nuovi Giganti di Mont’e Prama

Si svela al mondo poco a poco la storia misteriosa dei Giganti di Mont’è Prama, il suggestivo gruppo scultoreo di colossali figure pre-romane scoperte nel 1974 nella Sardegna occidentale, grazie all’ultima campagna di scavi avviata dalla Soprintendenza archeologica di Cagliari e Oristano solo il 4 aprile scorso e che ha riportato alla luce altre due unità dalla necropoli nuragica. 


“Siamo particolarmente soddisfatti dei primi esiti dell’intervento di scavo archeologico che, per l’unicità del sito in Sardegna e nel Mediterraneo, ha richiesto un intenso lavoro di preparazione scientifica e tecnica”. Esordisce così l’ing. Monica Stochino, Soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna commentando oggi il ritrovamento di torsi e altri frammenti di due statue, identificate come “pugilatori”, del tutto simili e riconducibili alle due sculture note come i Giganti di Mont’e Prama, rinvenute nel Sinis nel 2014 ed oggi conosciute in tutto il mondo ed esposte nel Museo civico di Cabras.


“La  ricerca è stata indirizzata su due principali obiettivi – ha spiegato la sovrintendente Stochino – da un lato indagare alcuni gruppi di sepolture della fase più antica, nuragiche, e successive punico-romane, per reperire le informazioni scientifiche indispensabili ad una ricostruzione del mondo in cui si svilupparono i fenomeni culturali che portarono alla creazione del sito; dall’altro estendere gli scavi a sud delle aree già indagate, nell’intento di confermare l’estensione della sistemazione monumentale dell’area con la definizione della strada funeraria e la creazione del complesso scultoreo formato da statue, modelli di nuraghe e betili”.


“L’emozione e l’entusiasmo di tutti noi è grande anche per la conferma che il metodo proposto di esplorazione progressiva per sondaggi preliminari e indagine sistematica, affiancata da conseguenti interventi di restauro e coordinati progetti allestitivi, è certamente vincente ed in grado di rendere fruibile in tempi ragionevoli un patrimonio unico che la Fondazione Mont’e Prama saprà valorizzare per le finalità culturali e per  promozione di un territorio di eccellenza anche sotto il profilo ambientale”.
“Si è trattato di un lavoro di squadra – ha sottolineato la sovrintendente –  che ha visto coinvolta una équipe multidisciplinare di esperti, tutti funzionari del Ministero della cultura: gli archeologi Alessandro Usai e Maura Vargiu, l’antropologa Francesca Candilio, Georgia Toreno, restauratrice, ed Elena Romoli, architetto e direttore dei lavori” ha concluso. 


“La ricerca programmatica dà i suoi frutti: è arrivata la conferma che il metodo funziona perché si tratta di sculture rinvenute alla luce in un tratto non ancora toccato” commenta il funzionario archeologo Alessandro Usai, direttore scientifico dello scavo nel Sinis dal 2014. “Siamo andati a colpo sicuro su un’area riprendendo vecchi scavi e ampliandoli in continuità con quella che noi conosciamo come necropoli nuragica che si sviluppa lungo una strada precisa nel tratto che stiamo indagando”. “In particolare – spiega Usai –  i due torsi rinvenuti con lo scudo allungato che assume una forma un po’ avvolgente rispetto al braccio sinistro e che si appiattisce sulla pancia riconducono i ritrovamenti alla categoria dei pugilatori –e aggiunge – si tratta di sculture calcaree la cui pietra proveniva da una cava non molto distante da qui, facile da scolpire ma proprio per questo anche molto fragile”. 


“La presenza capillare nel Sinis della civiltà nuragica nell’età del bronzo e del ferro è il presupposto stesso della ricerca che si fonda su una indagine sul Sinis – sottolinea Usai –  nell’ambito di questo quadro questa necropoli è unica in Sardegna. Lo scavo qui è una ricerca integrata non solo delle statue ma di tutto ciò che comprende anche scavi di tombe, grazie ai quali viene fuori anche l’aspetto antropologico: ovvero la necessità di definire la cronologia natura e ruolo di queste statue”.


“L’emozione più grande? Senza dubbio vedere qualcosa prendere forma davanti ai tuoi occhi che viene fuori dalla terra. Cose che sapevi essere sepolte lì, ma soprattutto vederle e interrogarle, dalla pietra informe fino a scoprirne lo stato. Ma non solo, anche l’emozione di poterne discuterne con i colleghi in cantiere, nell’attesa di vedere tutto quello che viene fuori. Uno scavo viene vissuto tutti i giorni appassionatamente, anche se annunciato”.

Cultura Mic: 23 musei statali gratuiti per iscritti a Race for the Cure di Roma

Domenica 8 maggio si correrà a Roma la Race for the Cure, maratona per sostenere la lotta contro i tumori al seno promossa dall’associazione Susan G. Komen Italia e sostenuta dal Ministero della Cultura, grazie all’accordo “l’Arte per la prevenzione e la ricerca” che prevede che in 23 musei statali della Capitale, i partecipanti alla Race for the Cure potranno entrare gratuitamente.

Per accedere ai musei e ai parchi archeologici, basterà esibire all’ingresso la scheda di iscrizione alla “corsa” o la propria pettorina, oltre a un documento di riconoscimento. La visita sarà consentita negli orari ordinari di apertura al pubblico per ogni istituto.

I musei che aderiscono all’iniziativa sono: Parco Archeologico del Colosseo, Antiquarium di Lucrezia Romana, Parco Archeologico di Ostia antica, Complesso Capo di Bove, Museo Nazionale Romano (Palazzo Massimo, Crypta Balbi, Palazzo Altemps, Terme di Diocleziano),  Gallerie Nazionali Barberini Corsini, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Galleria Spada, Mausoleo di Cecilia Metella – Castrum Caetani e Chiesa di San Nicola, il Vittoriano e Palazzo Venezia, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Museo delle Civiltà, Museo delle Navi di Fiumicino, Museo Nazionale degli Strumenti Musicali, Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo, Porti imperiali di Claudio e Traiano e Villa dei Quintili.

L’iniziativa, frutto del protocollo di intesa “L’Arte per la prevenzione e la ricerca” firmato tra il MiC – Direzione generale Organizzazione e Direzione generale Musei – e Komen Italia Onlus, si svolgerà anche a Bari, Napoli, Bologna, Brescia, Matera e Pescara con le stesse modalità di promozione.

Lo rende noto il Ministero della Cultura, guidato da Dario Franceschini, nel giorno di apertura del Villaggio Race for the Cure a Circo Massimo, una quattro giorni ricca di iniziative dedicate a salute, sport, benessere e solidarietà che culminerà domenica prossima con la corsa di 5 Km e la passeggiata di 2 Km.

Quando fu costruito il muro di Berlino?

Il muro di Berlino fu una barriera di cemento sorvegliata da militari, che divise ideologicamente e fisicamente la capitale tedesca, che fu costruito il 13 agosto del 1961 e cadde nel 1989.

In quegli anni il paese era diviso tra la Germania Ovest, sotto l’influenza atlantica, e la Germania Est, sotto l’influenza Sovietica.

Negli anni precedenti alla costruzione del muro, 3,5 milioni di tedeschi dell’area est avevano violato gli ordini del blocco orientale, che vietavano l’emigrazione della popolazione verso ovest. La repubblica democratica tedesca, diede quindi inizio alla costruzione del muro il 13 agosto del 1961. 

Il muro tagliava fuori Berlino ovest della circostante Germania Est. La barriera era costituita da enormi muri di cemento intervallati da torri di guardia, costantemente sorvegliati dai militari. In totale era lungo 43 chilometri, aveva 302 torri di osservazione, 20 bunker, e 8 punti di passaggio. La costruzione era accompagnata da un’ampia area circostante, chiamata “Striscia della morte”, che conteneva letti di chiodi, trincee per impedire il passaggio dei veicoli, e altre difese. 

Il blocco orientale propagandava l’utilità del muro, dichiarando che si trattava di una protezione per la popolazione dell’est da elementi fascisti dell’Ovest, che stavano cospirando per impedire al popolo di costruire uno stato socialista nella Germania dell’est. 

Il muro veniva chiamato dai socialisti “Bastione di protezione antifascista“.

Il governo della città di Berlino ovest lo chiamava invece “Il muro della vergogna“, un termine coniato dal sindaco Willy Brandt, che denunciava la restrizione alla libertà di movimento dei cittadini tedeschi. 

Il muro di Berlino divenne il simbolo più grande della cortina di ferro che separava l’Europa occidentale dal blocco orientale durante la guerra fredda. 

Tra il 1961 e il 1989 oltre centomila persone tentarono di fuggire e 5000 riuscirono a scavalcarlo. In questi anni, tuttavia, circa 200 persone morirono nel tentativo di superarlo.

28 anni dopo la sua costruzione, il 9 novembre del 1989, il muro venne abbattuto da una sommossa popolare, quando intere famiglie poterono ricongiungersi, in uno dei momenti più emozionanti significativi del Novecento europeo.

Chi era Giovanna d’Arco?

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Giovanna D’Arco, 1412 – 30 maggio 1431, è considerata un’eroina dai francesi per aver guidato la riscossa della Francia contro l’Inghilterra durante la guerra dei cent’anni: venne catturata dai burgundi e venduta agli inglesi. Fu condannata e arsa sul rogo come eretica ma fu rivalutata dagli storici successivi,  fino a essere canonizzata dalla Chiesa Cattolica Romana, nel primo Novecento.

Nacque da una famiglia di contadini a Domrèmy,  nel nord est della Francia. Nel 1428 si recò a Vaucouleurs  e domandò di essere ricevuta da Carlo VII di Francia, affermando di avere ricevuto le visioni dell’Arcangelo Michele, di Santa Margherita Vergine e di Santa Caterina d’Alessandria che le chiedevano di sostenere il re Carlo per recuperare la libertà della Francia dal dominio inglese.

La sua richiesta venne respinta due volte, ma alla fine riuscì a convincere il Re a farsi ricevere, incontrando il sovrano presso Chinon.  Dopo il colloquio, Carlo  si convinse a farla partecipare all’assedio di Orlèan: arrivò in città il 29 aprile 1429 e si guadagnò rapidamente la stima dell’esercito per il suo ruolo decisivo nei combattimenti. 

Dopo 9 giorni dal suo arrivo, l’assedio fu sciolto. Nel giugno dello stesso anno, Giovanna svolse un ruolo primario nella campagna della Loira, che culminò nella vittoria sugli inglesi nella decisiva battaglia di Patay.  

L’esercito francese avanzò su Reims, entrando in città il 16 luglio. Il giorno successivo, Carlo fu consacrato Re della Francia nella cattedrale di Reims, mentre Giovanna era al suo fianco. 

Queste vittorie rialzarono il morale dei francesi e spianarono la strada per la vittoria finale a Castillon, nel 1453, che permise al paese di vincere definitivamente la Guerra dei cent’anni.

Dopo la Consacrazione di Carlo, Giovanna, assieme a Giovanni II, Duca di Alençon, assediarono Parigi. Durante l’assalto alla città dell’ 8 settembre, Giovanna fu ferita. Così, l’esercito francese si ritirò e fu sciolto. 

Già in ottobre, Giovanna partecipò di nuovo a una operazione militare, in particolare contro Perrinet Gressart, mercenario che era stato al servizio degli inglesi e dei loro alleati francesi, i Burgundi. Dopo alcuni successi iniziali, la campagna si concluse con il tentativo di conquistare la roccaforte di Gressart, che fu un fallimento. 

Comunque, alla fine del 1429,  per premiare il suo decisivo contributo a favore della Francia, Giovanna e tutta la sua famiglia ricevettero da Carlo il titolo nobiliare.

All’inizio del 1430, Giovanna d’Arco organizzò un esercito di volontari per difendere la città di Compiègne, che era stata assediata dai burgundi. Venne catturata  dalle truppe nemiche il 23 maggio e scambiata come ostaggio,  finendo nelle mani degli inglesi. Il vescovo Pierre Cauchon, filo-inglese la accusò di eresia e la mise sotto processo. Giovanna fu dichiarata colpevole e bruciata sul rogo il 30 maggio del 1431, morendo a 19 anni.

A poca distanza dalla sua morte, Giovanna venne venerata dal popolo francese come una martire, divenendo, dopo la rivoluzione francese, il simbolo dell’unità nazionale. 

Nel 1456, Papa Callisto III riaprì le indagini sul processo originale. Il verdetto fu annullato, perché viziato da diversi inganni e da errori di procedura. 

Fu canonizzata nel 1924 e dichiarata patrona della Francia nel 1922. 

Giovanna D’Arco rimane come figura immortale nella letteratura moderna, nella pittura, nella scultura e nella musica.