giovedì 5 Marzo 2026
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Gli Etruschi. Origini, storia e cultura

Gli Etruschi formarono la nazione più potente dell’Italia preromana, sviluppando una civiltà ricca e fiorente. La loro influenza sulla primissima storia di Roma e sull’intera cultura romana è sempre più riconosciuta dagli studiosi e dagli archeologi.

Diverse prove suggeriscono che gli Etruschi insegnarono ai Romani moltissime cose, come l’alfabeto, i numeri e diversi elementi dell’architettura, dell’arte, della religione e persino dell’abbigliamento come nel caso della toga, che normalmente viene associata alla cultura romana, ma che è in realtà un’invenzione etrusca.

Origine del nome

I Greci chiamavano gli Etruschi Tyrsenoi o Tyrrhenoi, mentre i Latini si riferivano a loro come Tusci o Etrusci. Secondo lo storico greco Dionigi di Alicarnasso, gli Etruschi si chiamavano Rasenna, e questa affermazione trova conferma nella parola “Rasna“, spesso presente nelle iscrizioni etrusche.

Geografia e risorse dell’Etruria

L’Antica Etruria si trovava nell’Italia centrale ed era delimitata a nord dal fiume Arno, a est e a sud dal fiume Tevere e a ovest dal Mar Tirreno.

L’area corrisponde alle odierne zone della Toscana, del Lazio e dell’Umbria. Le principali risorse naturali, che furono fondamentali per lo sviluppo del commercio etrusco e per la crescita delle città, erano i ricchissimi giacimenti di minerali metalliferi, presenti sia nelle zone settentrionali che in quelle meridionali.

Nell’area meridionale, dove infatti sorsero le prime grandi città etrusche come Tarquinia e Cere, i monti della Tolfa fornivano regolarmente rame, ferro e stagno. Questi minerali vennero trovati anche nell’entroterra del Monte Amiata, la più alta montagna delle Toscana, oltre che nelle vicinanze della città di Chiusi.

Ma l’area più produttiva fu sicuramente la zona settentrionale, nella catena dei Monti Metalliferi, da cui si estraevano enormi quantità di rame e ferro.

Anche le foreste costituivano una importantissima risorsa naturale, fornendo legna da ardere per le operazioni metallurgiche e legname per la costruzione delle navi.

Gli Etruschi erano inoltre famosi per le loro attività marittime: dominavano regolarmente i mari sulla costa occidentale dell’Italia e avevano una temibile reputazione di pirati, temuti per tutto il Mediterraneo.

La prosperità etrusca si fondò anche su una solida ed efficiente tradizione e produzione agricola, tanto che, diversi secoli dopo, Scipione l’Africano, organizzando una spedizione contro Annibale, si rifaceva regolarmente ai raccolti etruschi per foraggiare il suo esercito.

I periodi della storia etrusca

Secondo le iscrizioni rinvenute sul luogo, la presenza del popolo etrusco nella regione dell’Etruria si attesta già nel 700 a.C.

Tuttavia, è opinione diffusa che gli etruschi fossero presenti in Italia molto prima di questa data. Tanto è vero che si identificano come antenati degli Etruschi i cosiddetti Villanoviani, che vissero in quei luoghi dal IX all’VIII secolo a.C., durante l’età del ferro.

Dal momento che nessuna opera letteraria etrusca è sopravvissuta, tutta la cronologia della storia di questo popolo è stata costruita realizzando un parallelo con quella greca.

Questo perchè gli etruschi entrarono in contatto con la cultura greca nel periodo in cui fu fondata la prima colonia ellenica in Italia, nel 775 a.C. circa, quando i greci dell’isola di Eubea si stabilirono vicino al golfo di Napoli.

A partire da questa epoca, furono mano mano importati in Etruria numerosi manufatti greci e mediorientali: così, confrontando i ritrovamenti di oggetti etruschi con i manufatti greci dello stesso periodo, è stato possibile dedurre delle date relativamente precise sullo sviluppo della civiltà etrusca.

Così, il periodo della storia etrusca viene tradizionalmente diviso in periodo orientale, risalente al VII secolo a.C.; periodo arcaico, che corrisponde al VI e alla prima metà del V secolo a.C.; periodo classico, dalla seconda metà del V al IV secolo a.C. e periodo ellenistico, dal III al I secolo a.C.

Dopodiché, la cultura etrusca venne assorbita dalla civiltà romana durante il I secolo a.C. e scomparve come entità riconoscibile.

La lingua e la scrittura etrusca

Purtroppo l’etrusco non è sopravvissuto in alcuna opera letteraria e dunque gli storici si rifanno esclusivamente alla letteratura religiosa.

Anche se le prove sono decisamente poche e frammentarie, in realtà l’etrusco venne conosciuto e studiato fino al tempo della Roma imperiale. Ad esempio, l’imperatore Claudio era un grande conoscitore della storia degli Etruschi e scrisse su di loro un’opera perduta in 20 libri, che si basava su fonti preziose ancora conservate ai suoi tempi.

La lingua etrusca continuò ad essere utilizzata, soprattutto nel contesto religioso, fino alla tarda antichità e l’ultima testimonianza dell’uso dell’etrusco si individua ai tempi dell’invasione di Roma da parte di Alarico, il capo dei Visigoti, del 410 d.C, quando alcuni sacerdoti, che conoscevano ancora la divinazione etrusca, furono convocati per evocare dei fulmini contro i barbari.

Complessivamente, vi sono più di 10.000 iscrizioni etrusche conosciute e ogni anno vengono scoperte nuove prove. Si tratta fondamentalmente di brevi descrizioni funerarie su urne cinerarie o nelle tombe o su oggetti dedicati nei santuari.

Altre iscrizioni etrusche si trovano incise sul bronzo, dove danno il nome a figure mitologiche o si riferiscono al proprietario dell’oggetto. Anche sulle ceramiche, infine, vi sono iscrizioni, utili per comprendere qualche frammento della lingua etrusca.

L’iscrizione più lunga in lingua etrusca è relativa alla cosiddetta “Mummia di Zagabria”, trovata in Egitto nel XIX secolo e trasportata in Jugoslavia da un esploratore e oggi conservata nel Museo Nazionale di Zagabria.

Si trattava di un libro realizzato in stoffa di lino che ad un certo punto venne tagliato in strisce per avvolgere una mummia. Queste strisce contengono 1300 parole, scritte in inchiostro nero sul tessuto, e rappresentano il testo etrusco più lungo ad oggi conosciuto, contenente un calendario e alcune istruzioni per il sacrificio.

Da queste informazioni abbiamo un quadro abbastanza chiaro della letteratura religiosa etrusca.

Dall’Italia giunge invece un importante testo religioso, inciso su una piastrella nell’antico sito di Capua, oltre ad un’iscrizione su una pietra a Perugia, contenente un testo di natura giuridica.

Le poche iscrizioni bilingue etrusco-latine, tutte di natura funeraria, hanno poca importanza rispetto ai ritrovamenti precedenti per la comprensione globale dell’etrusco.

Alcune targhe d’oro trovate nell’antico santuario di Pyrgi, ma anche nella città portuale di Cere, ci forniscono invece due testi, uno in etrusco e l’altro in fenicio, di circa 40 parole. Si tratta di un’iscrizione bilingue paragonabile alle stelle di Rosetta e ci offrono dati sostanziali per la comprensione dell’etrusco attraverso una lingua conosciuta come il fenicio.

In realtà, la credenza sviluppatasi nel corso del ventesimo secolo, secondo la quale la lingua etrusca sia sconosciuta, è fondamentalmente errata.

Non esiste alcun problema nel decifrare la lingua etrusca, tanto che i testi etruschi sono in gran parte perfettamente leggibili.

L’alfabeto etrusco deriva infatti da quello greco, originariamente appreso dai Fenici, e venne diffuso in Italia dalle colonie dell’isola di Eubea durante l’VIII secolo a.C., adattandosi alla fonetica etrusca.

In realtà, il vero problema con i testi etruschi risiede nella difficoltà di comprendere le forme grammaticali. Il problema principale deriva dal fatto che non esiste alcuna lingua conosciuta con una parentela stretta con l’etrusco che possa consentirci un confronto affidabile, completo e conclusivo.

L’assoluta originalità della lingua etrusca e le conseguenti difficoltà di comprensione erano un problema già noto agli antichi, e anche la linguistica moderna esegue diversi tentativi, molto spesso vani, di collegare l’etrusco a uno dei vari gruppi linguistici nel mondo mediterraneo ed eurasiatico.

Esistono alcuni paralleli con le lingue indoeuropee, in particolare con le lingue italiche, ma anche con quelle non indoeuropee dell’area occidentale del Caucaso. Questo significa che l’etrusco, in realtà, non è una lingua totalmente isolata. Le sue radici si intrecciano sicuramente con altre formazioni linguistiche all’interno di un’area geografica che si estende dall’Asia occidentale all’Europa centro-orientale e al Mediterraneo centrale, e gli ultimi sviluppi della lingua potrebbero derivare da un contatto più diretto con le lingue indoeuropee e non indoeuropee dell’Italia.

Rimane tuttavia fermo il fatto che l’etrusco non può essere classificato semplicemente come una lingua caucasica, anatolica o indoeuropea, come facciamo con il greco e con il latino, dal momento che la sua struttura ne è profondamente diversa.

Le tecniche tradizionalmente utilizzate per comprendere la lingua etrusca sono sostanzialmente l’etimologico, che si basa sul confronto delle radici delle parole e degli elementi grammaticali conosciuti con quelli di altre lingue, la tecnica combinatoria, dove si analizzano e si interpretano i testi etruschi eseguendo uno studio comparativo all’interno degli stessi testi della stessa lingua, (rimanendo quindi sempre all’interno delle forme grammaticali e delle parole etrusche), e infine la tecnica bilingue, dove si confrontano le formule rituali, votive e funerarie etrusche con delle formule analoghe di testi appartenenti al greco, latino o all’umbro.

In passato, le scuole linguistiche prediligevano una sola di queste tecniche, ma oggi, grazie ai ritrovamenti più recenti, si utilizza spesso un mix di queste procedure.

L’Urbanistica e le infrastrutture etrusche

La mancanza di una letteratura etrusca e i resoconti contraddittori da parte degli studiosi dell’antica Grecia e dell’antica Roma fanno sì che per la comprensione della storia etrusca, i ritrovamenti archeologici siano fondamentali.

I resti archeologici e i contesti nei quali questi vengono trovati rientrano in tre categorie fondamentali: funerarie, urbane e sacre.

La più grande percentuale di ritrovamenti è sicuramente di natura funeraria. Ecco perché abbiamo molte informazioni sull’idea etrusca relativa all’aldilà e sull’atteggiamento verso i defunti delle famiglie, ma anche le informazioni sugli insediamenti etruschi sono per noi di grande importanza.

Le testimonianze meglio conservate appartengono alla città etrusca di Marzabotto, vicino a Bologna. Queste rivelano che gli Etruschi furono tra i primi nel Mediterraneo a progettare delle città con un piano a griglia, impostando una strada principale da nord a sud assieme ad un’altra strada principale da est a ovest, cosa poi comune nel mondo romano.

Il rituale utilizzato per la fondazione di una città comprendeva l’innalzamento di mura, di templi e di altre aree sacre, qualcosa di noto anche ai Romani come “ritus etruscus“.

Questi piani urbanistici rigidamente organizzati si riscontrano in alcune città etrusche, ma subiscono spesso delle variazioni, soprattutto quando le città etrusche appartengono a precedenti villaggi di epoca villanoviana che hanno dovuto adattarsi all’andamento delle colline.

Sotto l’aspetto sacrale, il tempio etrusco viene costruito attraverso una precisa organizzazione, tramandando questo stesso sistema ai Romani.

A differenza dei templi greci, quelli etruschi mostravano una chiara differenza tra il fronte e il retro del tempio, con un portico anteriore dotato di un profondo colonnato e una cella. I materiali con cui venivano costruiti i templi erano spesso deperibili, come il legno e i mattoni di fango, ad eccezione delle abbondanti sculture di terracotta che adornavano puntualmente il tempio.

I templi meglio conservati sono sicuramente il Portonaccio a Veio, risalente al VI secolo a.C., dove si trovano diverse figure mitologiche.

Di natura diversa sono gli spettacolari reperti di Poggio Civitate, vicino a Siena, dove gli scavi hanno rivelato un enorme edificio del periodo arcaico con mura realizzate in terra battuta. Questo era adornato con figure di terracotta a grandezza naturale sia maschili che femminili, umane e animali.

Gli archeologi non sono perfettamente d’accordo sulla natura del sito e non hanno ancora compreso perfettamente se l’edificio fosse un palazzo, un santuario o un luogo per le assemblee civiche.

Le più comuni case etrusche presenti nei numerosi siti archeologici includono invece capanne di forma ovale, mentre altre hanno una struttura a pianta rettilinea come quelle che si trovano ad Acquarossa e a Vetulonia.

Per quanto riguarda le necropoli della zona, queste mostrano occasionalmente segni di una pianta a griglia, come quelle ad Orvieto, risalenti alla seconda metà del sesto secolo a.C. e a Cere, ma più spesso vi è una pianta irregolare.

Dal momento che gli Etruschi si impegnarono regolarmente per rendere i loro cimiteri confortevoli per i parenti defunti, questi hanno spesso una struttura simile ai quartieri che ospitavano le case.

Così, le tombe di Cere sono scavate sotto terra nel morbido tufo vulcanico e hanno non solo finestre, porte, colonne e travi, ma anche mobili scolpiti nella roccia viva.

A Tarquinia, la tradizione per la decorazione delle tombe ha portato a dipingere le pareti delle camere funerarie con alcuni affreschi che rappresentano banchetti, giochi, balli, musiche e vari spettacoli, a volte in paesaggi all’aperto.

Le scene servivano sicuramente per rallegrare l’ambiente, ma facevano probabilmente anche riferimento al tipo di aldilà che ci si aspettava per il defunto. Il concetto di un aldilà “positivo” prevalse soprattutto nel periodo Etrusco arcaico, mentre nei secoli successivi la cultura etrusca deve avere evidentemente avuto un’evoluzione, ritenendo l’aldilà un regno più oscuro, simile ai nostri Inferi.

Gli affreschi più tardi mostrano infatti il sovrano dell’Ade che indossa un berretto di pelle di lupo e siede in trono accanto a sua moglie, in una scena popolata da diversi demoni e mostri, come si vede nella Tomba dei Demoni Blu scoperta a Tarquinia. Situazione simile alla Tomba di Francois a Vulci, dove vi è una sorta di diavolo dalla pelle blu che aspetta, con il suo martello, di colpire il defunto per portarlo negli inferi.

Manifattura e produzione artigianale

Un tema continuo per il mondo etrusco è il rapporto con i modelli greci.

Il confronto con la cultura ellenistica è essenziale, soprattutto alla luce delle enormi quantità di manufatti greci, soprattutto vasi, che sono stati ritrovati in Etruria e che confermano come l’arte etrusca abbia ampiamente tratto ispirazione da quella greca, soprattutto nelle ceramiche.

Ed è certo che diversi artigiani greci si stabilirono in Etruria, come dimostrano i rapporti di Plinio il Vecchio, che cita un nobile corinzio di nome Demarato che si trasferì a Tarquinia portando con sé i suoi artisti.

Tuttavia, non è corretto dire che l’arte etrusca sia inferiore o si limiti ad imitare quella greca, mentre è più giusto considerare l’arte greca, come in altri casi della storia, come portatrice di modelli in grado di ispirare la cultura etrusca.

Oltre ai loro originali modi di progettare una città o di costruire un tempio o una tomba, si può notare un processo di produzione della ceramica unico da parte degli etruschi, noto come bucchero, dove su un fondo nero lucido sono presenti incisioni decorative, radicalmente diverse dalla concezione standard della produzione greca, che normalmente utilizzava una vernice con un contrasto di rosso di crema sul nero.

Nella metallurgia, gli specchi di bronzo, prodotti in quantità dagli etruschi, sembrano essere una sorta di “industria nazionale etrusca” che non ha paragoni nel mondo antico, dove gli specchi stessi avevano un lato riflettente convesso e un lato concavo adornato con diverse incisioni che riprendevano i temi della mitologia greca e della vita quotidiana.

Anche la moda etrusca aveva molti elementi assolutamente originali, come quello di portare una lunga treccia fino alla schiena, le scarpe a punta e un mantello con l’orlo curvo, che sarà noto ai romani come toga.

Infine, gli etruschi sembrano aver avuto un interesse nel riprodurre le fattezze dei loro parenti o dei funzionari statali più importanti, dando un grande impulso allo sviluppo della ritrattistica realistica in Italia.

Religione e mitologia etrusca

Il principio essenziale nella religione etrusca era la convinzione che la vita umana fosse immensamente piccola all’interno di un universo controllato da dei, che manifestavano regolarmente la loro natura e la loro volontà gestendo i fenomeni del mondo naturale.

Questa credenza si vede benissimo nelle arti rappresentative etrusche, dove vi sono spesso rappresentazioni di terra, mare e aria, dove l’uomo è sistematicamente integrato nell’ambiente.

Gli scrittori romani riferiscono che gli etruschi consideravano qualsiasi elemento, da un uccello ad una bacca, come una potenziale fonte di conoscenza degli dei. I loro miti spiegano che la tradizione etrusca venne comunicata dagli dei attraverso un profeta, Tages, un bambino dai poteri miracolosi ma con le fattezze di un vecchio saggio, che sbucò fuori da un solco arato nei campi di Tarquinia e che rivelò tutti gli elementi della struttura dell’universo, in un modo che i romani chiamarono più tardi “discipline etrusche”

Le fonti letterarie ed epigrafiche lasciano intravedere una cosmologia dove l’immagine del cielo si riflette in aree più piccole sulla terra, persino nelle viscere degli animali.

Così, la cupola celeste veniva divisa in 16 compartimenti, abitati da varie divinità: le divinità maggiori posizionate ad est, composte da esseri divini astrali, seguiti da esseri terrestri a sud, esseri infernali ed infausti ad ovest, mentre le divinità più potenti e misteriose, legate all’andamento del destino, abitavano il nord.

Tali divinità si manifestavano per mezzo di fenomeni naturali, principalmente i fulmini.

Questo macrocosmo si rivelava puntualmente nel microcosmo del fegato degli animali. Il più famoso esempio e conferma di ciò è un modello in bronzo di un fegato di pecora ritrovato nei pressi di Piacenza, dove vi sono incisi i nomi delle divinità, organizzati esattamente in 16 aree.

Questa concezione portò all’arte della divinazione, per la quale gli etruschi erano particolarmente famosi in tutto il mondo antico. Azioni sia pubbliche che private venivano decise solo dopo aver interrogato gli dei, e le risposte negative o minacciose richiedevano, per contro, complesse cerimonie protettive

La forma più importante di divinazione era l’aruspicina, ovvero lo studio dei dettagli dei visceri, specialmente il fegato degli animali sacrificali.

Seconda per importanza vi era l’osservazione dei fulmini e di altri fenomeni celesti, come il volo degli uccelli. Infine, vi era l’interpretazione dei prodigi, cioè gli eventi straordinari e meravigliosi osservati nel cielo e sulla terra.

Queste pratiche, che vengono esplicitamente attribuite dagli autori antichi alla religione etrusca, vennero massicciamente importate e adottate dai Romani.

Gli etruschi riconobbero più di 40 divinità, molte ad oggi sconosciute. La natura delle divinità era spesso vaga, e i riferimenti a loro sono pieni di ambiguità sia sui loro attributi che sul loro numero. Alcune furono equiparate ai principali dei greci e romani. Per quanto ne sappiamo, Tin o Tinia era equivalente a Zeus/Giove, Uni a Era/Giunone, Sethlans a Efesto/Vulcano, Turms a Hermes/Mercurio, Turan ad Afrodite/Venere e Menrva ad Atena/Minerva.

Tuttavia, le caratteristiche di questi dei erano profondamente diverse dalle controparti greche. Ad esempio, Menrva era una divinità immensamente popolare, che proteggeva il matrimonio e il parto, in contrasto con la vergine Atena, molto più interessata alla protezione dei maschi.

Molti degli dei etruschi avevano poteri di guarigione e talvolta la possibilità di lanciare fulmini. Vi erano poi divinità più simili al mondo greco-romano come Ercole e Apulu, evidentemente introdotte direttamente dalla Grecia.

Le origini degli Etruschi

Dal momento che gli Etruschi parlavano una lingua non indoeuropea, pur essendo circondati da popoli indoeuropei come i Latini o gli Umbri, gli studiosi del XIX secolo hanno spesso dibattuto in maniera anche molto aspra sulle origini di questa popolazione del tutto anomala.

La disputa è continuata fino al XXI secolo, anche se ora ha perso gran parte della sua forza. Uno dei più grandi studiosi degli Etruschi, Massimo Pallottino, ha osservato che queste discussioni sono ormai diventate sterili, dal momento che il problema è sempre stato posto in maniera errata.

È stata infatti posta troppa enfasi sulla provenienza degli Etruschi, aspettandosi una risposta semplice. In realtà, il problema è molto più complesso, e bisognerebbe invece dirigere la propria attenzione alla comprensione della formazione della popolazione etrusca.

Il dibattito sull’origine degli Etruschi cominciò già nell’antichità, con l’affermazione di Erodoto che li riteneva originari della Lidia, in Anatolia, e che identificò il loro leader in Tyrsenos, che diede il suo nome a tutta la razza.

I sostenitori di questa teoria, definita “orientale“, si basarono soprattutto su prove archeologiche che denotavano una profonda influenza orientale in tutta la cultura etrusca, come vediamo nell’architettura funeraria monumentale o nell’utilizzo di oggetti di lusso in oro, avorio e altri materiali.

Ma cronologicamente, l’arrivo di manufatti orientali avvenne quasi 500 anni troppo tardi per dare credito alla migrazione affermata da Erodoto.

Si pensò anche ad una improvvisa immigrazione di massa dall’Anatolia, il che è abbastanza spiegabile facendo riferimento alle rotte commerciali stabiliti dai Greci nell’ottavo secolo a.C.

Un documento chiave sul quale si basa questa teoria è l’iscrizione sulla stele tombale in pietra trovata sull’isola di Lemnos, vicino alla costa dell’Anatolia, che mostra notevoli somiglianze lessicali e strutturali con la lingua etrusca.

Ma questo è un documento isolato che risale al VI secolo a.C. e non può da solo costituire una prova definitiva della migrazione affermata da Erodoto dall’Anatolia.

Al contrario, viene ora proposto che l’iscrizione di Lemnos possa essere conseguenza di una colonizzazione o di uno scambio tra Etruschi e commercianti anatolici attorno al VI secolo a.C.

Una seconda teoria sulle origini etrusche venne proposta da Dionigi da Alicarnasso, che rifiutò l’interpretazione di Erodoto, sottolineando che la lingua e i costumi LIdi e quelli degli Etruschi erano molto diversi tra di loro.

Dionigi afferma che gli Etruschi erano autoctoni e quindi di origine locale italica. Ora, l’accettazione di questa teoria “autoctona” richiede che la cultura villanoviana sia considerata come una fase iniziale della civiltà etrusca.

Vero che ci sono collegamenti tra la cultura etrusca e quella dei popoli villanoviani, con le loro abitudini, ma ve ne sono anche con la cultura appenninica seminomade.

Vi sono, inoltre, prove crescenti di un periodo di transizione, dalla fine dell’età del bronzo all’inizio dell’età del ferro, in cui si sono verificati sviluppi importanti e dove vengono dimostrate minori commistioni tra gli Etruschi e la cultura villanoviana.

In questo periodo si verificò un aumento della popolazione e della ricchezza complessiva, una tendenza a stabilire insediamenti più grandi e permanenti, un’espansione delle conoscenze metallurgiche e un rafforzamento delle tecniche agricole.

Il fatto che i ritrovamenti archeologici dipingano l’età villanoviana dominata da uno sviluppo graduale, piuttosto che dal risultato di un’improvvisa invasione o grande immigrazione, sembra dare credito alla teoria degli Etruschi autoctoni.

Ma ancora una volta, il quadro è offuscato, in quanto tracce villanoviane si trovano anche in diverse aree sparse in tutta Italia, comprese delle zone che sicuramente non vennero colonizzate dagli Etruschi.

A queste due teorie antiche, si aggiunse nel XIX secolo una terza che ipotizzava la migrazione degli Etruschi in Italia dal nord via terra. Questa teoria non ha alcun supporto letterario antico e si basa sulle analogie tra le abitudini e i manufatti delle culture crematorie Villanoviane dell’età del ferro a nord delle Alpi e un dubbio confronto tra il nome dei Rasenna e quello dei Raeti, un popolo che abitava le Alpi centro-orientali nel V secolo a.C.

Attualmente, la teoria ha pochi sostenitori, sebbene l’influenza o la presenza di alcuni tipi di armi e elmetti dell’Europa centrale e forme di vasellame in Etruria non vengano negate. Tuttavia, questi elementi sono ora considerati come rappresentativi di un significativo filone nella complessa trama della cultura etrusca, che si sviluppò dall’età Villanoviana all’Orientalizzante.

Queste connessioni settentrionali in un certo senso parallele alle influenze greche nei periodi successivi, sia euboiche (VIII secolo a.C.), corinzie (VII secolo), ioniche (VI secolo) o attiche (V secolo).

Allo stesso modo, le influenze orientali possono essere facilmente riconosciute, provenienti da aree diverse come Lidia, Urartu, Siria, Assiria, Fenicia ed Egitto. Tuttavia, nessuna di queste connessioni, di per sé, offre alcuna prova convincente delle “origini” etrusche, e la ricerca attuale si concentra maggiormente sulla comprensione dell’interrelazione di queste influenze e del contesto in cui si sviluppò la civiltà in Etruria.

Espansione e dominio degli Etruschi

Le indagini archeologiche rappresentano un’importante fonte di informazioni sulla nascita delle città etrusche durante il periodo villanoviano. Quasi tutte le città etrusche di un certo rilievo storico hanno lasciato tracce di questa fase, ma è nella zona meridionale, specialmente lungo la costa, che si possono rintracciare i primi segni della transizione verso l’urbanizzazione. Si ritiene che gruppi di capanne sparse su una o più colline vicine si siano fusi in insediamenti preurbani in quel periodo. (È interessante notare come la forma plurale dei nomi di alcune di queste città, come Vulci, Tarquinii e Veio, sembri confermare questa teoria.)

Le urne funerarie a forma di capanna con tetti di paglia ritrovate nella zona forniscono un’idea di come fossero fatte le case dei cittadini, mentre la parità dei corredi funerari per uomini e donne suggerisce l’esistenza di una società sostanzialmente egualitaria, almeno nelle prime fasi. La cremazione con deposizione delle ceneri in un vaso biconico era una pratica comune già nel periodo proto-villanoviano, ma con il passare del tempo l’inumazione divenne il rito prevalente, tranne che nell’Etruria settentrionale, dove la cremazione resistette fino al primo secolo a.C.

Dopo il contatto con i Greci e i Fenici, l’Etruria conobbe l’arrivo di nuove idee, materiali e tecnologie. Nel periodo orientalizzante, la scrittura, il tornio da vasaio e l’architettura funeraria monumentale accompagnarono l’aumento della produzione di beni di lusso in oro, avorio e di oggetti commerciali esotici come uova di struzzo, conchiglie di tridacna e maioliche.

La tomba Regolini-Galassi a Caere, scoperta nel 1836 in uno stato intatto, rappresenta uno dei massimi esempi del periodo orientalizzante. La camera principale della tomba apparteneva a una signora estremamente ricca, inumata insieme al suo servizio da tavola e a una vasta gamma di gioielli realizzati con granulazione e repoussé. La parola Larthia sui suoi oggetti funerari potrebbe indicare il suo nome. Nonostante Caere non avesse una monarchia a quel tempo (cosa che invece era accaduta a Roma o sarebbe accaduta a Caere nel V secolo), era chiaro che la società era diventata nettamente differenziata, non solo in termini di ricchezza, ma anche nella divisione del lavoro.

Molti studiosi ipotizzano l’esistenza di una potente classe aristocratica, mentre artigiani, mercanti e marinai costituivano una classe media. È probabilmente in questo periodo che gli Etruschi iniziarono a utilizzare schiavi “eleganti”, per i quali erano noti. (Diversi autori greci e romani riportano come gli schiavi etruschi vestissero bene e come spesso possedessero le loro case. Si liberavano facilmente e rapidamente salivano di status una volta liberati.)

La rapida crescita della civiltà etrusca e la sua influenza nel settimo secolo si riflettono nelle cosiddette tombe “principesche“, molto simili alla tomba Regolini-Galassi, che sono state scoperte non solo in Etruria a Tarquinia, Vetulonia e Populonia, ma anche lungo il fiume Arno (come a Quinto Fiorentino), nel sud a Praeneste nel Lazio, a Capua e a Pontecagnano in Campania.

Le fonti letterarie ci informano che, alla fine del settimo secolo, Roma stessa cadde sotto il dominio dei re etruschi. Livio ci racconta dell’arrivo di Tarquinio Prisco, il futuro re, e della sua moglie Tanaquil, ambiziosa e colta, provenienti da Tarquinia. Tanaquil è stata descritta come una figura altrettanto importante quanto la regina Larzia di Caere. Esistono anche prove archeologiche dell’espansione etrusca verso nord nella pianura padana nel sesto secolo.

I precedenti sviluppi hanno portato alla vera urbanizzazione, con la nascita di città-stato dotate di mura fortificate e di altre opere pubbliche, sia in Etruria che nelle sue zone di influenza. La Roma dei re etruschi, descritta dettagliatamente da Livio e documentata dagli scavi archeologici, aveva mura di cinta, un foro lastricato, un sistema di drenaggio principale (la Cloaca Maxima), uno stadio pubblico (il Circo Massimo) e un imponente tempio in stile etrusco dedicato a Giove Optimus Maximus.

Nel tardo sesto secolo si hanno le prime tracce di una pianificazione urbanistica nelle città e nei cimiteri citati in precedenza. Le abitazioni e le tombe, spaziose ma sorprendentemente uniformi, suggeriscono un maggiore controllo e cooperazione, e forse segnano un cambiamento nel governo. Le città etrusche, come Roma stessa, potrebbero aver cominciato a rimuovere i propri re in questo periodo, operando sotto un sistema oligarchico con funzionari eletti dalle famiglie nobili.

L’affermazione di Catone, l’oratore romano, secondo cui “quasi tutta l’Italia era un tempo sotto il controllo etrusco”, è particolarmente applicabile a questo periodo. Senza dubbio, la potenza marittima e il commercio etrusco hanno giocato un ruolo centrale in questa dominazione.

Gli oggetti etruschi esportati di questo periodo sono stati trovati in Nord Africa, Grecia, Egeo, Anatolia, Jugoslavia, Francia e Spagna, e in seguito hanno raggiunto persino il Mar Nero. Anche le rotte terrestri erano ben controllate, soprattutto nel corridoio che attraversava Roma e il Lazio fino a Capua e alle altre città etrusche della Campania.

Nel nord Italia, Bologna (Felsina) era la città principale, e le colonie di Marzabotto, Adria e Spina lungo la costa dell’Adriatico rappresentavano importanti snodi lungo la rete commerciale settentrionale.

Fin dai primi tempi, gli Etruschi si trovavano a dover competere con i Greci, che avevano fondato numerose colonie nell’Italia meridionale a partire dalla fondazione di Pithekoussai e Cuma, e con i Fenici, che avevano stabilito Cartagine intorno all’800 a.C.

I Cartaginesi rivendicavano parti della Sicilia, della Corsica e della Sardegna come zone di influenza e dominavano i mari ad ovest di queste isole fino alla Spagna. Le relazioni commerciali solitamente pacifiche tra queste tre nazioni e l’equilibrio di potere furono sconvolti, tuttavia, durante il periodo arcaico, quando arrivarono nuove ondate di coloni greci.

I Focei greci fondarono una colonia in Corsica ad Alalia (oggi Aleria), che minacciò sia gli Etruschi a Caere che i Cartaginesi e portò ad una coalizione navale tra di loro. La battaglia che seguì nei mari al largo della Corsica (circa 535 a.C.) ebbe conseguenze disastrose per i Focei, che sebbene avessero vinto, persero così tante navi che dovettero abbandonare la loro colonia e trasferirsi nell’Italia meridionale. I Cartaginesi e gli Etruschi riaffermarono il loro controllo sulla Corsica, e la potenza etrusca rimase salda per altri venticinque anni.

Organizzazione delle città etrusche

A partire dal VI secolo a.C., l’organizzazione territoriale e l’iniziativa politica ed economica si concentravano in un numero limitato di grandi città-stato situate in Etruria stessa.

Queste città-stato, simili alle poleis greche, consistevano in un centro urbano e in un territorio di dimensioni variabili. Numerose fonti fanno riferimento ad una lega dei “Dodici Popoli” dell’Etruria, creata per scopi religiosi ma con qualche funzione politica; si incontravano annualmente presso il principale santuario degli Etruschi, il Fanum Voltumnae o santuario di Voltumna, situato vicino a Volsinii.

La posizione precisa del santuario è sconosciuta, ma potrebbe essere stato in una zona vicino alla moderna Orvieto (che molti credono essere l’antica Volsinii). Per quanto riguarda i Dodici Popoli, non è sopravvissuto un elenco preciso di questi (in effetti, sembrano essere variati nel corso degli anni), ma è probabile che provengano dai seguenti principali siti: Caere, Tarquinii, Vulci, Rusellae, Vetulonia, Populonia – tutti situati vicino alla costa – e Veio, Volsinii, Clusium, Perusia (Perugia), Cortona, Arretium (Arezzo), Faesulae (Fiesole) e Volaterrae (Volterra) – tutti nell’entroterra.

Ci sono anche notizie di leghe etrusche corrispondenti in Campania e nel nord Italia, ma è molto più difficile stabilire un elenco di colonie etrusche o città etrusche dalla struttura e organizzazione simili.

Nella lega e nelle singole città, sono noti i nomi di alcune magistrature come lauchme, zilath, maru e purth, anche se c’è poca certezza sui loro precisi compiti. Lauchme (equivalente all’italiano “lucumone”) era il titolo del re etrusco. Il titolo di zilath… rasnal, che in latino sarebbe tradotto come “pretore dell’Etruria” e che indicava qualcosa come la “giustizia dell’Etruria”, era evidentemente applicato all’individuo che presiedeva la lega.

Gli uomini che ricoprivano queste magistrature appartenevano all’aristocrazia, la cui posizione sociale derivava dalla continuità della famiglia. Le formule onomastiche mostrano che le persone libere avevano normalmente due nomi.

Il primo era un nome individuale, o praenomen (nei maschi, nomi come Larth, Avle, Arnth e Vel erano comuni, mentre nelle femmine si trovavano nomi come Larthia, Thanchvil, Ramtha e Thana); seguiva un nome di famiglia, o nomen, derivato da un nome personale o forse dal nome di un dio o di un luogo.

Questo sistema era in uso dalla seconda metà del 7 ° secolo, sostituendo l’uso di un singolo nome (come in “Romolo” e “Remo”) e riflettendo la nuova complessità delle relazioni che si sviluppavano con l’urbanizzazione. Gli Etruschi usavano raramente il cognomen (soprannome di famiglia) impiegato dai Romani, ma spesso le iscrizioni includono sia il nome del padre (patronimico) che quello della madre (matronimo).

Nell’antica Etruria, le donne avevano uno status elevato e una libertà senza precedenti rispetto alle loro controparti a Roma e in Grecia. Erano libere di possedere e mostrare pubblicamente oggetti di lusso e abiti costosi, partecipare liberamente alla vita pubblica, partecipare a feste e spettacoli teatrali, ballare, bere e riposare a stretto contatto fisico con i loro mariti sui divani dei banchetti.

Quest’ultima pratica, in particolare, era considerata scioccante dai Greci e dai Romani.

Inoltre, molte donne etrusche erano istruite e alcune erano persino alfabetizzate, come si può dedurre dalle iscrizioni sui loro specchi. Livio descrive anche Tanaquil, moglie di Tarquinio Prisco, come un’esperta nella previsione del futuro.

La famiglia aristocratica etrusca riconosceva l’importanza delle donne all’interno del nucleo familiare, una caratteristica che sembra aver contribuito alla stabilità e alla durata della società etrusca.

Crisi e declino

Il periodo tra la fine del 6° e l’inizio del 5° secolo rappresentò una svolta per la civiltà etrusca. Durante questo tempo, gli Etruschi attraversarono diverse crisi dalle quali non si ripresero mai del tutto.

In effetti, queste furono solo le prime di numerose sconfitte che avrebbero subito nei secoli successivi. L’espulsione dei Tarquini da Roma nel 509 A.C. li privò del controllo su una posizione strategica sul Tevere e interruppe la loro via terrestre verso la Campania.

Poco dopo, la loro supremazia navale crollò quando la flotta dell’ambizioso Gerone I di Siracusa inflisse una sconfitta devastante alle loro navi al largo di Cuma nel 474 A.C. Inoltre, completamente separati dalle città etrusche della Campania, gli Etruschi non furono in grado di impedire che le tribù umbro-sabelliche, che si spostavano dall’interno verso la costa, conquistassero quest’area.

Tutte queste sconfitte portarono a una forte depressione economica e a un’interruzione del commercio per le città costiere e del sud, causando una redirezione del commercio verso il porto adriatico di Spina. La situazione nel sud peggiorò ulteriormente quando Veio entrò periodicamente in conflitto con Roma, la sua vicina più prossima, e divenne il primo stato etrusco a cadere sotto il potere in crescita di questa città nel centro Italia (nel 396 a.C.).

Una certa prosperità era giunta alla valle del Po e alle città adriatiche, ma anche questa vitalità etrusca nel nord fu di breve durata. La progressiva pressione dei Celti, che erano penetrati nei territori e si erano insediati nella pianura del Po, alla fine soffocarono e sconfissero le fiorenti comunità urbane etrusche, distruggendo quasi completamente la loro civiltà entro la metà del IV secolo a.C. e riportando così gran parte del nord Italia a uno stadio proto-storico della cultura.

Nel frattempo, i Galli Senoni occuparono saldamente il distretto del Picenum sul Mar Adriatico e le incursioni celtiche raggiunsero, da un lato l’Etruria tirrenica e Roma (catturata e bruciata circa nel 390 a.C.), e dall’altro la Puglia.

Nel IV secolo a.C., l’Italia antica era stata profondamente trasformata. I popoli italici orientali di ceppo umbro-sabellico si diffusero sulla maggior parte della penisola; l’impero siracusano e infine la crescente potenza di Roma avevano sostituito gli Etruschi (e le colonie greche del sud Italia) come forza dominante. Il mondo etrusco era stato ridotto a una sfera circoscritta e regionale, isolata nei suoi valori tradizionali; questa situazione determinò il suo progressivo passaggio nel sistema politico di Roma.

In questo contesto, l’Etruria conobbe una ripresa economica e un rilancio dell’aristocrazia. I gruppi di tombe contenevano nuovamente ricchezze e la sequenza di tombe dipinte a Tarquinia, interrotta nel V secolo, riprese. Tuttavia, c’era una nuova atmosfera in queste tombe: ora si trovavano immagini di un aldilà tetro, rappresentato come un mondo sotterraneo pieno di demoni e sovrastato da nuvole scure.

Nonostante la rinnovata opposizione al potere romano sul Tevere, questa si rivelò inutile, come dimostrano le testimonianze storiche di numerosi trionfi e vittorie romane sulle città etrusche, soprattutto a sud.

Tarquinio chiese la pace nel 351 A.C. e Caere ottenne una tregua nel 353. Successivamente, si registrarono i trionfi su Rusellae nel 302 e su Volaterrae nel 298, con la sconfitta definitiva di Rusellae nel 294. Anche Volsinii fu attaccata nello stesso anno e subì la devastazione dei suoi campi.

Nel frattempo, la società etrusca era tormentata da conflitti di classe che causarono la nascita di una cospicua classe di liberti, soprattutto nell’Etruria settentrionale, dove si insediarono numerosi piccoli villaggi sui colli. In alcune città, l’aristocrazia chiese l’aiuto di Roma per porre fine alla turbolenta rivolta degli schiavi. Ad esempio, la famiglia nobile dei Cilnii ad Arretium chiese l’aiuto di Roma durante la rivolta delle classi inferiori nel 302 A.C. A Volsinii, la situazione degenerò talmente tanto che i Romani dovettero marciare e distruggere la città nel 265 A.C., reinsediando i suoi abitanti a Volsinii Novi, oggi Bolsena.

Entro la metà del terzo secolo a.C., sembra che tutta l’Etruria fosse stata pacificata e saldamente sotto l’egemonia romana. In molti casi, le città etrusche e i loro territori mantenevano una forma di autonomia come stati indipendenti con propri magistrati. Il secondo secolo a.C. fu un periodo tranquillo per l’Etruria, con poche fonti storiche che riportano eventi significativi.

Il momento più triste della storia etrusca arrivò nel primo secolo a.C. Nel 90 A.C., Roma concesse la cittadinanza a tutti i popoli italici, un atto che di fatto sancì la completa unificazione politica dello stato italico-romano e mise fine alle ultime pretese di autonomia delle città-stato etrusche.

Inoltre, l’Etruria settentrionale subì una devastazione finale a causa della guerra civile tra Mario e Silla, che si svolse proprio sui suoi territori. Molti etruschi si schierarono con Mario e furono puniti duramente quando Silla trionfò nel 80-79 A.C.

A Faesulae, Arretium, Volaterrae e Clusium, il dittatore confiscò e distribuì terre ai soldati delle sue 23 legioni vittoriose. I nuovi coloni maltrattarono brutalmente i vecchi abitanti e, allo stesso tempo, sperperarono le loro ricompense militari, finendo inesorabilmente nei debiti. Ci furono rivolte e rappresaglie, ma il processo di romanizzazione non fu completato fino al regno di Augusto (31 A.C.-14 D.C.), che portò una nuova stabilità economica e una riconciliazione duratura.

In quel periodo, il latino aveva sostituito quasi completamente la lingua etrusca.


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Alboino. Re dei Longobardi

Alboino fu il re dei Longobardi dal 560 al 572 circa. Durante il suo regno i Longobardi terminarono le loro migrazioni stabilendosi in Italia, Alboino conquistò la parte settentrionale della penisola tra il 569 e il 572. Si stabilì in modo duraturo su Italia e Bacino Pannonico, la prima invasione segnò l’inizio di secoli di dominio longobardo, e la seconda e la sua partenza dalla Pannonia pose fine al predominio dei popoli germanici.

Il periodo del regno di Alboino come re in Pannonia dopo la morte di suo padre, Audoin, fu un periodo di confronto e conflitto tra i Longobardi e i loro principali vicini, i Gepidi. I Gepidi presero inizialmente il sopravvento, ma nel 567, grazie alla sua alleanza con gli Avari, Alboino inflisse una sconfitta decisiva ai suoi nemici, le cui terre furono successivamente occupate dagli Avari. Il crescente potere dei suoi nuovi vicini causò tuttavia un certo disagio ad Alboino, che decise quindi di lasciare la Pannonia per l’Italia, sperando di approfittare della vulnerabilità dell’Impero bizantino nella difesa del proprio territorio sulla scia della guerra gotica.

Dopo aver raccolto una numerosa coalizione di popoli, Alboino nel 568 attraversò le Alpi Giulie, entrando in un’Italia quasi indifesa. Prese rapidamente il controllo di gran parte del Veneto e della Liguria. Nel 569, incontrastato, conquistò la principale città del nord Italia, Milano. Pavia oppose però una dura resistenza e fu presa solo dopo un assedio durato tre anni. Durante quel periodo Alboin rivolse la sua attenzione alla Toscana, ma iniziarono a manifestarsi sempre più segni di ribellione tra i suoi sostenitori e il controllo di Alboino sul suo esercito iniziò a diminuire.

Alboino fu assassinato il 28 giugno 572, in un colpo di stato istigato dai bizantini. Fu organizzato dal fratello adottivo del re, Helmichis, con il sostegno della moglie di Alboino, Rosamunda, figlia del re Gepide che Alboino aveva ucciso alcuni anni prima. Il colpo di stato fallì di fronte all’opposizione della maggioranza dei Longobardi, che elesse Clefi come successore di Alboino, costringendo il nobile Elmichi e Rosamunda a fuggire a Ravenna sotto la protezione imperiale. La morte di Alboino privò i Longobardi dell’unico condottiero che avrebbe potuto tenere unita la neonata entità germanica, l’ultimo della stirpe di re-eroi che avevano guidato i Longobardi nelle loro migrazioni dalla valle dell’Elba per l’Italia. Per molti secoli dopo la sua morte l’eroismo di Alboino e il suo successo in battaglia furono celebrati nella poesia epica sassone e bavarese.

La salita di Alboino

I Longobardi sotto il re Vacone emigrarono verso l’est della Pannonia, approfittando delle difficoltà in cui versava il Regno Ostrogoto in Italia in seguito alla morte del suo fondatore, Teodorico, nel 526. La morte di Vacone nel 540 circa portò al trono suo figlio Walthari, ma, poiché quest’ultimo era ancora minorenne, il regno fu guidato in sua vece dal padre di Alboino, Audoino, del clan Gausiano. Sette anni dopo Walthari morì, dando ad Audoino l’opportunità di incoronarsi e rovesciare i Letingi.

Alboino nacque probabilmente nel 530 in Pannonia, figlio di Audoino e di sua moglie Rodelinda. Come suo padre, Alboino fu allevato come pagano, anche se Audoino a un certo punto aveva tentato di ottenere il sostegno bizantino contro i suoi vicini professandosi cristiano. Alboino prese come prima moglie la cristiana Clodosvinta, figlia del re franco Clotario. Questo matrimonio, che ebbe luogo subito dopo la morte del sovrano franco, questo pare sia dovuto alla decisione di Audoino di prendere le distanze dai Bizantini, tradizionali alleati dei Longobardi, che erano stati tiepidi quando si trattava di sostenere Audoino contro i Gepidi. La nuova alleanza franca era importante a causa della nota ostilità dei Franchi nei confronti dell’impero bizantino, fornendo ai Longobardi più di un’opzione. Tuttavia, la Prosopografia del Tardo Impero Romano interpreta eventi e fonti in modo diverso, ritenendo che Alboino sposò Clodosvinta quando era già re nel 561 o poco prima, anno della morte di Clotario.

Alboino si distinse per la prima volta sul campo di battaglia in uno scontro con i Gepidi. Nella battaglia di Asfeld (552), uccise Turismod, figlio del re Gepide Thurisind , in una vittoria che portò all’intervento dell’imperatore Giustiniano per mantenere l’equilibrio tra le potenze regionali rivali. Dopo la battaglia, secondo una tradizione riportata da Paolo Diacono, per avere il diritto di sedere alla tavola del padre, Alboino dovette chiedere l’ospitalità di un re straniero e donare le sue armi, come era consuetudine. Per questa iniziazione si recò alla corte di Turisindo. Walter Goffart ritiene probabile che in questa narrazione Paolo stesse facendo uso di una tradizione orale, ed è scettico sul fatto che possa essere liquidato semplicemente come un tipico topos di un poema epico.

Il regno di Alboino in Pannonia

Alboino salì al trono dopo la morte del padre, tra il 560 e il 565. Come era consuetudine tra i Longobardi, Alboino prese la corona dopo un’elezione da parte degli uomini liberi della tribù, che tradizionalmente sceglievano il re dal clan del sovrano defunto. Poco dopo, nel 565, scoppiò una nuova guerra con i Gepidi, ora guidati da Cunimundo, figlio di Thurisind. La causa del conflitto è incerta, poiché le fonti sono divise, il longobardo Paolo Diacono accusa i Gepidi, mentre lo storico bizantino Menandro Protettore attribuisce la colpa ad Alboino, interpretazione favorita dallo storico Walter Pohl.

Un resoconto della guerra del bizantino Teofilatto Simocatta sentimentalizza le ragioni del conflitto, sostenendo che ebbe origine dal vano corteggiamento di Alboino e dal successivo rapimento della figlia di Cunimundo, Rosamunda, che Alboino sposò. Il racconto è trattato con scetticismo da Walter Goffart, il quale osserva che è in conflitto con l’Origo Gentis Langobardorum, dove si indica che fu catturata solo dopo la morte del padre. I Gepidi ottennero il sostegno dell’Imperatore in cambio della promessa di cedergli la regione di Sirmio, sede dei re Gepidi. Così nel 565 o 566 il successore di Giustiniano Giustino II inviò suo genero Baduario come magister militum (comandante sul campo) per guidare un esercito bizantino contro Alboino a sostegno di Cunimundo, portando alla completa sconfitta dei Longobardi.

Di fronte alla possibilità dell’annientamento, Alboino strinse un’alleanza nel 566 con gli Avari sotto Bayan I, dovendo accettare alcune dure condizioni: gli Avari pretesero un decimo del bestiame dei Longobardi, metà del bottino di guerra e alla fine della guerra tutte le terre detenute dai Gepidi. I Longobardi giocarono sulla preesistente ostilità tra Avari e Bizantini, sostenendo che questi ultimi fossero alleati dei Gepidi. Cunimundo, d’altra parte, incontrò ostilità quando chiese ancora una volta l’assistenza militare all’imperatore, poiché i bizantini erano stati irritati dal fallimento dei Gepidi nel cedere loro Sirmio, come era stato concordato. Inoltre, Giustino II si stava allontanando dalla politica estera di Giustiniano e credeva di trattare in modo più rigoroso con stati e popoli confinanti. I tentativi di placare Giustino II con i tributi fallirono e, di conseguenza, i bizantini si mantennero neutrali se non addirittura favorevoli agli Avari.

Nel 567 gli alleati fecero la loro mossa finale contro Cunimudo, mentre Alboino invadeva le terre dei Gepidi da nord-ovest, Bayan attaccava da nord-est. Cunimundo tentò di impedire ai due eserciti di unirsi muovendosi contro i Longobardi e scontrandosi con Alboino vicino i fiumi Tibisco e Danubio. I Gepidi furono sconfitti nella battaglia che ne seguì, il loro re ucciso da Alboino e la figlia di Cunimundo, Rosamunda presa prigioniera, secondo quanto riportato nell’Origo. La completa distruzione del regno dei Gepidi fu completata dagli Avari, che sconfissero i Gepidi a est. Di conseguenza, i Gepidi cessarono di esistere come popolo indipendente e furono in parte assorbiti dai Longobardi e dagli Avari.

Qualche tempo prima del 568, la prima moglie di Alboino, Clodosvinta, morì e, dopo la sua vittoria contro Cunimundo, Alboino sposò Rosamunda, per stabilire un legame con i restanti Gepidi. La guerra segnò anche uno spartiacque nella storia geopolitica della regione, in quanto, insieme alla migrazione longobarda dell’anno successivo, segnò la fine di sei secoli di dominio germanico nel bacino pannonico.

La marcia verso la Pannonia

Nonostante il suo successo contro i Gepidi, Alboino non era riuscito ad aumentare il suo potere, e ora si trovava di fronte a una minaccia molto più forte da parte degli Avari. Gli storici considerano questo il fattore decisivo che avrebbe convinto Alboino a intraprendere una migrazione, anche se vi sono indicazioni che prima della guerra con i Gepidi stesse maturando la decisione di partire per l’Italia, paese che migliaia di Longobardi avevano visto negli anni Cinquanta quando vennero assoldati dai bizantini per combattere nella guerra gotica. Inoltre, i Longobardi avrebbero saputo della debolezza dell’Italia bizantina, che aveva sopportato una serie di problemi dopo essere stata riconquistata dai Goti. In particolare la cosiddetta Peste di Giustiniano aveva devastato la regione e il conflitto rimase endemico. Tuttavia, i Longobardi vedevano l’Italia come una terra ricca che prometteva grandi bottini, beni di cui Alboino si serviva per radunare un’orda che comprendeva non solo Longobardi ma molti altri popoli della regione, tra cui Eruli, Suebi, Gepidi, Turingi, Bulgari, Sarmati, i restanti romani e alcuni Ostrogoti. Ma il gruppo più importante, oltre ai Longobardi, erano i Sassoni, di cui 20.000 guerrieri maschi con le loro famiglie parteciparono al viaggio.

La migrazione longobarda ebbe inizio il lunedì di Pasqua, 2 aprile 568. La scelta di unire la partenza a una festa cristiana può essere compresa nel contesto della recente conversione di Alboino al cristianesimo ariano, come attestato dalla presenza di missionari goti ariani alla sua corte. È probabile che la conversione sia stata motivata principalmente da considerazioni politiche, e intesa a consolidare la coesione della migrazione, distinguendo i migranti dai romani cattolici. Inoltre collegò Alboino e il suo popolo all’eredità gotica, ottenendo così l’appoggio degli Ostrogoti che prestavano servizio nell’esercito bizantino come federati. È stato ipotizzato che la migrazione di Alboino possa essere stata in parte il risultato di una chiamata degli Ostrogoti sopravvissuti in Italia.

Fondazione del Ducato del Friuli 

I Longobardi penetrarono in Italia senza incontrare alcuna resistenza da parte delle truppe di frontiera. Le risorse militari bizantine disponibili sul posto erano scarse e di dubbia lealtà, ed è possibile che i forti di confine fossero rimasti senza equipaggio. Quello che sembra certo è che gli scavi archeologici non hanno trovato alcun segno di scontro violento nei siti che sono stati scavati. Ciò concorda con il racconto di Paolo Diacono, che parla di una conquista lombarda in Friuli “senza alcun impedimento”.

Il primo centro a cadere nelle mani dei Longobardi fu Forum Iulii (Cividale del Friuli), sede del locale magister militum. Alboino scelse questa città murata a ridosso del confine come capitale del Ducato del Friuli e nominò suo nipote e scudiero Gisulfo duca della regione, con il compito specifico di difendere i confini dagli attacchi bizantini o avari dalle est.

Conquista di Milano

Da Forum Iulii, Alboino raggiunse successivamente Aquileia, il nodo più importante del nord-est, e capitale amministrativa del Veneto. L’imminente arrivo dei Longobardi ebbe un notevole impatto sulla popolazione della città, il Patriarca di Aquileia Paolino fuggì con il suo clero e si riversò nell’isola di Grado in territorio bizantino.

Da Aquileia Alboino prese la via Postumia e attraversò il Veneto, conquistando in rapida successione Tarvisium (Treviso), Vicentia (Vicenza), Verona, Brixia ( Brescia ) e Bergomum (Bergamo). I Longobardi incontrarono difficoltà solo nella presa di Opitergium (Oderzo), che Alboino decise di evitare, così come evitò di affrontare sulla via Annia i principali centri veneti più vicini alla costa, come Altinum, Patavium (Padova), Mons Silicis (Monselice), Mantova e Cremona. L’invasione del Veneto generò un notevole livello di tumulto, spingendo ondate di profughi dall’interno controllato dai longobardi alla costa controllata dai bizantini, spesso guidati dai loro vescovi, e risultando in nuovi insediamenti come Torcello ed Heraclia.

Alboino si spostò verso ovest nella sua marcia, invadendo la regione della Liguria e raggiungendo Mediolanum ( Milano ) il 3 settembre 569, solo per trovarla già abbandonata dal vicarius Italiae, l’autorità affidata con l’amministrazione della diocesi d’Italia Annonariana. L’arcivescovo Honoratus, il suo clero e parte dei laici accompagnarono il vicarius Italiae a trovare un rifugio sicuro nel porto bizantino di Genua (Genova).

Assedio di Ticinum

Il primo caso attestato di forte resistenza alla migrazione di Alboino avvenne presso la città di Ticinum (Pavia), che iniziò ad assediare nel 569 e catturò solo dopo tre anni. La città era di importanza strategica, situata alla confluenza dei fiumi Po e Ticino e collegata da corsi d’acqua a Ravenna, capitale dell’Italia bizantina e sede della prefettura pretoriana d’Italia. La sua caduta interruppe le comunicazioni dirette tra le guarnigioni di stanza sulle Alpi Marittime e la costa adriatica.

Le storie e le leggende

Il banchetto fatale dipinto da Peter Paul Rubens nel 1615
Il banchetto fatale dipinto da Peter Paul Rubens nel 1615

Ticinum alla fine cadde in mano ai Longobardi nel maggio o nel giugno 572. Alboino aveva nel frattempo scelto Verona come sua sede, stabilendo se stesso e il suo tesoro in un palazzo reale costruito lì da Teodorico. Questa scelta potrebbe essere stata un altro tentativo di legarsi al re gotico.

Fu in questo palazzo che Alboino fu ucciso il 28 giugno 572. Nel racconto di Paolo Diacono, il racconto più dettagliato sulla morte di Alboino, storia e saga si intrecciano quasi indissolubilmente. Antecedente e più breve è la storia raccontata da Mario di Aventicum nella sua Chronica, scritta circa un decennio dopo l’assassinio di Alboino. Secondo la sua versione il re fu ucciso in una congiura da un uomo a lui vicino, chiamato Hilmegis, con la connivenza della regina. Helmichis poi sposò la vedova, ma i due furono costretti a fuggire nella Ravenna bizantina, portando con sé il tesoro reale e parte dell’esercito, il che fa pensare alla collaborazione di Bisanzio. Ruggero Collins descrive Mario come una fonte particolarmente affidabile.

Elementi presenti nel racconto di Mario trovano eco nella Historia Langobardorum di Paolo, che contiene anche tratti distintivi. Uno degli aspetti più noti non disponibili in nessun’altra fonte è quello della coppa cranica. In Paolo si svolgono a Verona le vicende che portarono alla caduta di Alboino. Durante una grande festa, Alboino si ubriaca e ordina a sua moglie Rosamunda di bere dalla sua coppa, ricavata dal cranio di suo suocero Cunimundo dopo che lo aveva ucciso nel 567 e aveva sposato Rosamunda. Alboino “la invitò a bere allegramente con suo padre”. Questo ha riacceso la determinazione della regina a vendicare suo padre.

L’episodio è letto in modo radicalmente diverso da Walter Goffart. Secondo lui tutta la vicenda assume un significato allegorico, con Paolo intento a raccontare una storia edificante della caduta dell’eroe e della sua cacciata dalla terra promessa, a causa della sua debolezza umana. In questa storia, la coppa del teschio gioca un ruolo fondamentale in quanto unisce peccato originale e barbarie. Goffart non esclude la possibilità che Paolo avesse davvero visto il teschio, ma ritiene che negli anni Quaranta del 700 fosse già stata stabilita la connessione tra peccato e barbarie, come esemplificato dalla coppa del cranio.

La morte di Alboino

La morte di Alboino ebbe un impatto importante, in quanto privò i Longobardi dell’unico condottiero di cui disponevano che avrebbe potuto tenere unita la neonata entità germanica. La sua fine rappresenta anche la morte dell’ultimo della stirpe di re-eroi che aveva guidato i Longobardi attraverso le loro migrazioni dall’Elba all’Italia. La sua fama gli è sopravvissuta per molti secoli nella poesia epica, con sassoni e bavaresi che celebravano la sua abilità in battaglia, il suo eroismo e le proprietà magiche delle sue armi.

Antioco III il Grande. Il sovrano seleucide che sfidò Roma

Antioco III il Grande ( 242 a.C. – 187 a.C.) è stato un re seleucide dell’Impero ellenistico siriano che ha governato dal 223 a.C. fino alla sua morte. È stato uno dei più grandi sovrani seleucidi e ha svolto un ruolo significativo nella storia dell’Asia occidentale del III secolo a.C.

Antioco III era il figlio del re Seleuco II e della regina Laodice. Dopo la morte di suo padre, Antioco III salì al trono nel 223 a.C. e immediatamente dovette affrontare una serie di sfide interne ed esterne. Ha ereditato un impero indebolito e diviso, ed è stato costretto a combattere contro le tribù nomadi e le ribellioni interne per consolidare il suo potere.

Tuttavia, nonostante queste difficoltà, Antioco III è stato un abile amministratore e ha effettuato importanti riforme nell’impero, tra cui una riduzione delle dimensioni delle province e l’istituzione di un culto del sovrano. Inoltre, ha migliorato le relazioni con i paesi vicini dando in sposa le sue figlie ai loro principi.

Antioco III è stato anche un grande condottiero e ha condotto numerose campagne militari. Ha sconfitto il ribelle Molone e conquistato l’Atropatene nel 220 a.C., e ha poi condotto una campagna contro il regno d’Egitto per espandere il suo territorio. Tuttavia, la sua ambizione di espandere l’impero seleucide in Europa e Asia Minore lo ha portato in conflitto con i Romani, che lo hanno sconfitto nella battaglia di Magnesia nel 190 a.C.

Dopo la sconfitta contro i Romani, Antioco III ha cercato di ricostruire l’impero seleucide, ma è morto improvvisamente nel 187 a.C. vicino a Susa, in Iran. La sua morte ha segnato la fine dell’era seleucide e l’inizio del declino dell’Impero ellenistico siriano.

Giovinezza e lotta contro Molone

Dopo aver preso il trono alla morte del fratello Seleuco III, Antioco III confermò alcuni membri dell’amministrazione precedente, tra cui Ermia come primo ministro, Acheo come governatore dell’Asia Minore e Molone e suo fratello Alessandro come governatori delle province orientali, Media e Persia.

Il suo regno fu da subito destabilizzato quando Molone si ribellò e si autoproclamò Re: Antioco decise di abbandonare la prevista campagna militare contro l’Egitto, che aveva l’obiettivo di conquistare la Siria meridionale, e marciò contro Molone, sconfiggendolo nel 220 a.C. sulla riva opposta del fiume Tigri e conquistando l’Atropatene, la parte nord-occidentale della regione della Media.

Consapevole che i suoi consiglieri avrebbero potuto tradirlo, Antioco fece uccidere Ermia e si liberò dalla maggior parte delle influenze della precedente amministrazione. Nello stesso anno, anche Acheo cercò di proclamarsi re in Asia Minore, ma un ammutinamento nel suo esercito gli impedì di muovere contro Antioco.

Le conquiste e la battaglia di Raphia

Libero dalla minaccia di altri pretendenti al trono, Antioco diede luogo alla quarta guerra siriana, che si svolse tra il 219 e il 216 a.C., Antioco ottenne il controllo degli importanti porti del Mediterraneo orientale di Seleucia in Pieria, Tiro e Tolemaide.

Nel 218, conquistò la Celesiria, che comprendeva il Libano, la Palestina e la Fenicia. Nel 217, combatté contro l’esercito del faraone Tolomeo IV Filopatore, che ammontava a 75.000 uomini, a Raphia, la città più meridionale della Siria. Le truppe di Antioco erano invece composte da 68.000 uomini.

Nonostante avesse sconfitto l’ala sinistra dell’esercito egiziano, egli inseguì il nemico dimenticandosi totalmente del resto dell’esercito, cosicché la parte destra del suo contingente, formata da fanteria pesantemente armata e disposta in ranghi ravvicinati, fu sconfitta da una falange egiziana più organizzata ed mobile.

Così, nel trattato di pace che fu costretto a firmare con l’Egitto, Antioco dovette rinunciare a tutte le sue conquiste, tranne la città di Seleucia in Pieria.

Le campagne ad Oriente e in India

Dopo la fine della guerra siriana, Antioco III si volse contro il ribelle Acheo e, con l’aiuto di Attalo I di Pergamo, lo catturò nella sua capitale, Sardi, nel 213 e lo fece giustiziare in modo brutale. Dopo aver pacificato l’Asia Minore, Antioco III intraprese la sua famosa campagna verso est (212-205), spingendosi fino all’India. Nel 212, diede in sposa sua sorella Antiochide al re Serse d’Armenia, il quale riconobbe la sua sovranità e gli pagò un tributo.

Antioco III occupò Hecatompylos, la capitale del re partico Arsace III, situata a sud-est del Mar Caspio, costringendolo a stringere un’alleanza nel 209. L’anno seguente, sconfisse Eutidemo di Battria, ma gli permise di continuare a governare e di mantenere il suo titolo reale. Nel 206, attraversò l’Hindu Kush e giunse nella valle di Kābul, dove rinnovò l’amicizia con il re indiano Sophagasenos.

Ritornando verso occidente attraverso le province iraniane di Arachosia, Drangiana e Carmania, Antioco III raggiunse la Persia nel 205, ricevendo un tributo di 500 talenti d’argento dai cittadini di Gerrha, uno stato mercantile sulla costa orientale del Golfo Persico. Avendo stabilito un eccellente sistema di stati vassalli in Oriente, Antioco adottò il titolo achemenide di “grande re” e i Greci, paragonandolo ad Alessandro Magno, lo soprannominarono “il Grande”.

Le campagne ad Occidente

Dopo la morte di Tolomeo IV, Antioco concluse un trattato segreto con Filippo V, sovrano del regno ellenistico di Macedonia, in cui i due monarchi tramarono la spartizione dell’impero tolemaico al di fuori dell’Egitto.

La parte di Antioco comprendeva la Siria meridionale, la Licia, la Cilicia e Cipro, mentre Filippo avrebbe governato l’Asia Minore occidentale e le Cicladi. Antioco invase la Siria di Coele, sconfisse il generale tolemaico Scopas a Panion, vicino alla sorgente del fiume Giordano, nel 200 A.C., ottenendo il controllo della Palestina ma concedendo diritti speciali al popolo ebraico.

Tuttavia, mentre Filippo marciava lungo i Dardanelli, fu coinvolto in una guerra con Rodi e Pergamo, che chiesero aiuto a Roma contro la Macedonia, informando Roma dell’alleanza tra i due sovrani ellenistici.

Roma intervenne in modo decisivo nel sistema degli stati ellenistici. Filippo fu sconfitto dai Romani nella seconda guerra macedone (200-196 A.C.), mentre Antioco rifiutò di aiutarlo e, approfittando del coinvolgimento dei Romani con Filippo, marciò contro l’Egitto.

Sebbene i Romani avessero inviato ambasciatori a Tolomeo V, non poterono prestargli alcun aiuto. Quando la pace fu conclusa, nel 195 A.C., Antioco entrò definitivamente in possesso della Siria meridionale – che era stata contesa per 100 anni dai Tolomei e dai Seleucidi – e dei territori egiziani in Asia Minore. Inoltre, diede in sposa sua figlia Cleopatra a Tolomeo V, e l’Egitto divenne un protettorato seleucide.

Antico III contro Roma

Nel suo continuo desiderio di espansione territoriale, Antioco occupò parti del regno di Pergamo nel 198 A.C. e, nel 197 A.C., e diverse città greche in Asia Minore. Nel 196 A.C., attraversò l’Ellesponto in Tracia, dove rivendicò la sovranità sul territorio che era stato conquistato da Seleuco I nel 281 A.C.

Ciò provocò una serie di conflitti diplomatici con Roma. In più occasioni, i Romani inviarono ambasciatori ad Antioco chiedendo che rimanesse fuori dall’Europa e liberasse tutte le comunità autonome dell’Asia Minore. Tuttavia, soddisfare queste richieste avrebbe comportato l’effettiva dissoluzione della parte occidentale dell’impero seleucide, e Antioco si rifiutò.

Le tensioni con Roma crebbero ulteriormente quando il grande generale cartaginese Annibale, che era fuggito da Cartagine dopo la sconfitta nella seconda guerra punica contro i Romani, trovò rifugio presso Antioco nel 195 A.C. e divenne uno dei suoi consiglieri.

Antioco tentò di formare un’alleanza con Filippo di Macedonia, ma l’offerta fu respinta. Successivamente, Roma si unì a Rodi, Pergamo e la Lega Achea, mentre solo gli Etoli, contrari all’influenza romana in Grecia, chiesero ad Antioco di diventare il loro leader.

Nel tentativo di guadagnarsi il sostegno degli Etoli, Antioco sbarcò a Demetria nell’autunno del 192 con una forza di soli 10.500 uomini e occupò l’Eubea. Tuttavia, incontrò una scarsa accoglienza nella Grecia centrale.

Nel 191 A.C., i Romani, con più di 20.000 soldati, lo tagliarono fuori dai suoi rinforzi in Tracia e aggirarono la sua posizione al passo delle Termopili. Antioco fuggì con il resto delle sue truppe a Calcide in Eubea, ma fu costretto ad arrendersi alle forze navali combinate di Roma, Rodi e Pergamo.

La resa dei conti con i romani avvenne a Magnesia.

La battaglia di Magnesia e la morte

L’esercito romano consisteva in 30.000 soldati romani e alleati, mentre l’esercito seleucide era composto da 70.000 soldati eterogenei, tra cui molte unità di cavalleria pesante e 48 elefanti.

La battaglia iniziò con una carica dei cavalli di Antioco, che furono respinti dalla cavalleria leggera romana. L’esercito romano avanzò con la sua fanteria e si scontrò con la fanteria seleucide. Nonostante fossero in inferiorità numerica, i Romani riuscirono a prevalere grazie alla loro migliore organizzazione e alla loro disciplina, che consentirono loro di sconfiggere la falange seleucide.

Gli elefanti seleucidi furono un’arma temibile durante la battaglia, ma furono presto messi fuori gioco dalle tattiche romane. I Romani infatti utilizzarono i loro arcieri per colpire i fantini degli elefanti, causando panico e confusione tra gli animali.

Alla fine, l’esercito romano riuscì a sconfiggere completamente l’esercito seleucide, infliggendo loro pesanti perdite e catturando molti prigionieri. Antioco riuscì a fuggire con il resto del suo esercito, ma la sua forza militare era ormai scomparsa.

Dopo la sua definitiva sconfitta, Antioco fu costretto ad abbandonare tutte le sue pretese su territori in Europa e Asia Minore occidentale, sulla base del trattato di pace di Apamea.

Inoltre, fu obbligato a pagare un’indennità di 15.000 talenti per un periodo di 12 anni, consegnare i suoi elefanti e la sua flotta e fornire ostaggi, tra cui suo figlio Antioco IV. Così, il suo regno fu limitato alla Siria, alla Mesopotamia e all’Iran occidentale.

Nel 187 A.C., Antioco fu assassinato in un tempio di Baal vicino a Susa, dove stava cercando di riscuotere tributi per le entrate del suo regno.

Isabella di Castiglia: la regina cattolica che finanziò Colombo

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Isabella di Castiglia è stata una regina spagnola vissuta tra il 1451 e il 1504, nota soprattutto per il suo matrimonio con Ferdinando II d’Aragona, che unì i regni di Castiglia e Aragona, dando origine alla Spagna moderna. Isabella fu una regina molto attenta alla politica interna del suo regno, promuovendo riforme per migliorare la giustizia, l’amministrazione, l’economia e la cultura.

Fu anche molto attiva nella politica estera, guidando la Spagna in una serie di guerre contro il Portogallo e i regni musulmani della penisola iberica. Tuttavia, la sua politica di conversione forzata degli ebrei e dei musulmani al cristianesimo, attraverso l’istituzione del Tribunale dell’Inquisizione spagnola nel 1478, è stata oggetto di diverse interpretazioni.

La figura di Isabella è stata importante per la storia della Spagna e del mondo, segnando un momento di grande espansione per il paese, ma anche un periodo di conflitto e tensione tra le diverse comunità religiose.

La famiglia di origine

Isabella di Castiglia proveniva da una famiglia di nobili spagnoli di origine castigliana. Suo padre era Giovanni II di Castiglia, figlio di Enrico III di Castiglia, mentre sua madre era Isabella del Portogallo, figlia del re Giovanni I del Portogallo.

La famiglia di Isabella aveva una lunga storia di conflitti e rivalità, soprattutto tra i membri della dinastia dei Trastámara, alla quale appartenevano sia suo padre che suo fratellastro, il re Enrico IV. In particolare, il padre di Isabella, Giovanni II, aveva avuto un’aspra rivalità con suo fratello Enrico III, il che portò a una guerra civile tra le due parti della famiglia.

Nonostante questi conflitti interni, la famiglia di Isabella era una delle più potenti e influenti di Castiglia, con vaste proprietà terriere e una grande influenza sulla politica del regno. Questo ambiente familiare instabile e turbolento avrebbe avuto un impatto significativo sulla vita di Isabella, spingendola a sviluppare una ferrea volontà di potere e una grande determinazione nel perseguire i propri obiettivi.

Gli studiosi hanno analizzato diversi aspetti della famiglia di Isabella, dalle sue origini alle sue lotte interne e alle alleanze matrimoniali che la legavano ad altre potenze europee. In particolare, l’opera di Gabriella Airaldi e Consuelo Varela sottolinea come la famiglia di Isabella fosse estremamente complessa e frammentata, ma anche capace di sopravvivere a lungo e di adattarsi alle circostanze mutevoli del tempo.

L’importanza della famiglia di Isabella di Castiglia è legata alla sua influenza sulla vita della regina stessa, ma anche alla sua influenza sulla politica e sulla cultura spagnola nel Medioevo. Infatti, la dinastia dei Trastámara, alla quale apparteneva la famiglia di Isabella, dominò la Spagna dal XIV al XVI secolo, e durante questo periodo il paese attraversò una serie di trasformazioni politiche, sociali e culturali di grande rilevanza.

La giovinezza di Isabella di Castiglia

Isabella trascorse la maggior parte della sua infanzia e giovinezza nella residenza reale di Arévalo, dove ricevette un’educazione molto rigorosa. La sua istruzione fu curata principalmente da religiose francescane, che le inculcarono una forte fede cattolica e la dotarono di una vasta conoscenza delle scritture.

Fin dalla giovane età, Isabella dimostrò un grande interesse per la politica e per il governo del regno. Si dice che leggesse con attenzione tutti i documenti che suo padre le faceva leggere, e che prendesse posizione su questioni politiche e amministrative. Isabella fu inoltre molto influenzata dalla figura di suo fratello maggiore, Enrico IV, che, nonostante le sue numerose controversie e scandali, fu un sovrano attento alle questioni di giustizia e ai problemi della popolazione.

Nel 1468, Isabella sposò Giovanni II di Portogallo, ma il matrimonio fu annullato pochi mesi dopo. Questo evento segnò la fine della giovinezza di Isabella e l’inizio del suo coinvolgimento diretto nella politica del regno.

Negli anni successivi, Isabella si trovò al centro di un complesso intrigo di alleanze matrimoniali e rivalità dinastiche, che coinvolgevano molte delle potenze europee dell’epoca. Tuttavia, Isabella riuscì a mantenere la sua indipendenza e a sviluppare una forte personalità, che sarebbe diventata una delle sue caratteristiche distintive come regina.

La guerra per la successione

La guerra di successione castigliana è stato un evento cruciale nella vita di Isabella di Castiglia, che ha visto la regina coinvolta in un complesso intrigo di alleanze e tradimenti.

La guerra ebbe origine nel 1465, quando il re Enrico IV di Castiglia, fratellastro di Isabella, nominò come erede al trono sua figlia, Giovanna la Beltraneja, anziché la sorellastra Isabella. Questa scelta provocò un forte malcontento tra i nobili del regno, che vedevano in Isabella la candidata più adatta per governare.

Nel 1468, quando Isabella sposò Giovanni II di Portogallo, molti nobili la riconobbero come legittima erede al trono di Castiglia, in opposizione a Giovanna la Beltraneja. Questo portò alla guerra di successione, che durò per diversi anni e coinvolse numerose potenze europee, tra cui il Portogallo, la Francia e l’Aragona.

Isabella si dimostrò un’abile stratega militare e diplomatica, riuscendo a ottenere il sostegno di molti nobili castigliani e aragonesi, nonché del re Ferdinando II d’Aragona, che sposò nel 1469. Nel 1474, Isabella riuscì a ottenere il riconoscimento come regina di Castiglia da parte della Santa Sede, il che consolidò la sua posizione.

La conquista del Regno di Granada

La conquista del regno di Granada rappresentò un altro importante evento nella vita di Isabella di Castiglia, che fu determinante per la fine della presenza musulmana nella Penisola Iberica.

La conquista di Granada iniziò nel 1482, quando i Re Cattolici, Isabella di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona, lanciarono una campagna militare per sottomettere il regno di Granada. Tuttavia, la conquista di Granada si rivelò molto difficile a causa della forte resistenza degli abitanti musulmani e della loro capacità di organizzare una guerriglia efficace.

I sovrani spagnoli adottarono diverse strategie per conquistare Granada. In primo luogo, cercarono di isolare il regno di Granada dal resto del mondo islamico, stringendo alleanze con i sovrani cristiani dell’Africa del Nord e del Mediterraneo orientale. In secondo luogo, tentarono di conquistare gradualmente il territorio di Granada, attaccando le città più importanti e sottomettendo i loro territori circostanti.

La conquista di Granada fu anche accompagnata da un‘importante opera di propaganda, che mirava a convincere la popolazione musulmana ad abbracciare la fede cristiana. In particolare, i sovrani spagnoli promossero la creazione di una Chiesa di rito mozárabe, che consentiva ai musulmani convertiti di praticare il cristianesimo senza abbandonare del tutto le loro tradizioni e la loro cultura.

La conquista di Granada si concluse nel 1492, quando il re Boabdil, l’ultimo sovrano musulmano di Granada, si arrese ai Re Cattolici. La caduta di Granada rappresentò un evento di grande importanza per la storia della Spagna e della Penisola Iberica, poiché sancì la fine della presenza musulmana nella regione e consolidò il potere dei Re Cattolici.

Inoltre, la conquista di Granada rappresentò un importante evento per la cristianità europea, che vedeva in questa conquista una vittoria sulla religione musulmana. Infatti, la conquista di Granada fu celebrata come una grande vittoria della fede cristiana sulla fede musulmana, e ispirò la creazione di numerose opere d’arte e letterarie che celebravano la vittoria dei Re Cattolici.

L’istituzione dell’Inquisizione in Spagna

L’introduzione dell’Inquisizione da parte di Isabella di Castiglia rappresenta uno degli episodi più controversi e discussi del suo regno. L’Inquisizione fu istituita nel 1478 con il sostegno del Papa Sisto IV, allo scopo di combattere il crescente numero di conversi (ebrei e musulmani convertiti al cristianesimo) che, secondo le autorità spagnole, continuavano a praticare le loro antiche religioni in segreto.

L’Inquisizione fu affidata all’ordine domenicano, che doveva indagare sulle attività di eretici e conversi sospetti, utilizzando anche la tortura per ottenere confessioni. L’Inquisizione spagnola aveva anche il potere di sequestrare i beni dei sospettati e di condannarli al rogo in caso di condanna per eresia.

L’Inquisizione fu una delle politiche più critiche di Isabella di Castiglia, poiché comportò una forte limitazione della libertà religiosa e una grave violazione dei diritti umani. Tuttavia, alcuni studiosi hanno sottolineato che l’Inquisizione spagnola non fu così crudele come altre inquisizioni dell’epoca e che Isabella cercò di controllare gli abusi dei tribunali dell’Inquisizione.

Le fonti offrono un’ampia analisi dell’Inquisizione spagnola e delle controversie che ha generato. In particolare, sono state sollevate critiche sulla sua efficacia nel combattere l’eresia e sulla sua compatibilità con i principi della democrazia e dei diritti umani.

L’inquisizione istituita da Isabella di Castiglia ebbe un impatto significativo sulla società spagnola del tempo, così come sulla successiva storia europea. Tra gli effetti dell’inquisizione:

  1. Limitazione della libertà religiosa: L’Inquisizione spagnola comportò una forte limitazione della libertà religiosa, poiché tutti i conversi erano soggetti a indagini e accuse di eresia. Ciò causò un clima di intolleranza religiosa e di sospetto nei confronti di chiunque si allontanasse dalla fede cristiana.
  2. Diffusione della paura e della denuncia: L’Inquisizione spagnola creò un clima di paura e denuncia, in cui ogni sospetto di eresia o di apostasia poteva comportare l’arresto e la tortura. Questo clima di sospetto e paura colpì non solo i conversi, ma anche la popolazione cristiana che temeva di essere accusata ingiustamente.
  3. Violazione dei diritti umani: L’Inquisizione spagnola comportò una grave violazione dei diritti umani, poiché i tribunali dell’Inquisizione utilizzavano la tortura per ottenere confessioni e sequestravano i beni dei sospettati. Ciò causò gravi sofferenze e privazioni per coloro che erano accusati di eresia.
  4. Effetti sulla cultura e sulla letteratura: L’Inquisizione spagnola ebbe un impatto significativo sulla cultura e sulla letteratura dell’epoca, poiché la paura della persecuzione spingeva gli scrittori e gli artisti a evitare temi religiosi controversi. Ciò portò a una cultura molto conformista e conservatrice, che cercava di evitare qualsiasi tipo di scontro o conflitto.
  5. Effetti sulla politica: L’Inquisizione spagnola ebbe anche un impatto sulla politica dell’epoca, poiché gli inquisitori esercitavano una grande influenza sulle decisioni dei sovrani spagnoli. Ciò portò a una forte centralizzazione del potere e a una riduzione della libertà politica e civile.

Il finanziamento della spedizione di Cristoforo Colombo

Cristoforo Colombo è senza dubbio uno dei personaggi più importanti del periodo storico in cui visse Isabella di Castiglia. Esploratore, navigatore e uomo d’affari italiano, Colombo intrattenne una relazione con la regina spagnola che sarebbe stata determinante per la sua successiva impresa di scoperta delle Americhe.

Colombo propose per la prima volta il suo piano di raggiungere le Indie orientali attraversando l’oceano Atlantico alla corte di Isabella di Castiglia nel 1486, ma il progetto venne respinto. Nel 1492, tuttavia, dopo aver ottenuto il sostegno dei Re Cattolici di Spagna, Isabella e Ferdinando, Colombo partì con tre caravelle, la Pinta, la Niña e la Santa Maria, per il suo primo viaggio verso l’America.

Il ruolo di Isabella di Castiglia nell’impresa di Colombo fu fondamentale: oltre a concedere al navigatore le navi necessarie, la regina spagnola lo nominò ammiraglio e gli concesse una serie di privilegi e prerogative, tra cui la promessa di ottenere una quota sui guadagni delle future esplorazioni.

La decisione di Isabella di Castiglia di sostenere Colombo nella sua impresa di scoperta delle Americhe si rivelò un successo eccezionale, portando alla creazione di un nuovo mondo e alla fondazione dell’Impero spagnolo.

Dopo il primo viaggio di Colombo, la regina Isabella decise di finanziare ulteriori spedizioni e di inviare coloni per stabilire insediamenti nell’America. Inoltre, a Colombo fu dato l’incarico di governare le nuove terre scoperte, il che gli permise di acquisire un enorme potere e influenza nella regione.

In generale, l’incontro tra Colombo e Isabella di Castiglia rappresenta uno dei momenti più importanti della storia della navigazione e dell’esplorazione geografica, che ha avuto un impatto duraturo sulla storia dell’umanità.

La disputa con il Portogallo per i territori del nuovo mondo

La scoperta delle Americhe da parte di Cristoforo Colombo scatenò una disputa tra la Spagna e il Portogallo per il controllo dei nuovi territori. Nel 1493, il papa Alessandro VI emise la bolla pontificia Inter caetera, che stabiliva una linea di demarcazione tra le zone di influenza portoghese e spagnola, collocata a 100 leghe a ovest delle isole di Capo Verde.

Tuttavia, questa decisione non soddisfaceva completamente né la Spagna né il Portogallo, dal momento che non si conosceva ancora con precisione la posizione esatta delle terre scoperte da Colombo. Nel 1494, i due paesi firmarono il Trattato di Tordesillas, che spostò la linea di demarcazione a 370 leghe a ovest delle isole di Capo Verde.

Isabella di Castiglia e il marito Ferdinando furono determinanti nella difesa degli interessi della Spagna nelle dispute con il Portogallo sulle nuove terre scoperte da Colombo. Nel 1496, Isabella emanò una serie di leggi e regolamenti che sancivano il diritto esclusivo della Spagna sulla navigazione e il commercio delle nuove terre scoperte, dando inizio alla colonizzazione spagnola delle Americhe.

Inoltre, Isabella cercò di preservare i diritti della Spagna sui nuovi territori attraverso la nomina di nuovi governatori e la creazione di organi di governo locali, tra cui il Consiglio delle Indie. Questi provvedimenti contribuirono alla rapida espansione del potere spagnolo nel nuovo mondo e alla creazione di un vasto impero coloniale che sarebbe durato per secoli.

I matrimoni politici organizzati da Isabella di Castiglia

Isabella di Castiglia, come molte sovrane del suo tempo, utilizzò i matrimoni politici come strumento di consolidamento del potere. Tra i suoi figli e le sue figlie, Isabella cercò di trovare le alleanze matrimoniali più vantaggiose per la Corona di Castiglia.

Il primo matrimonio combinato da Isabella fu quello tra suo figlio maggiore, il principe ereditario Giovanni, e Margherita d’Austria, figlia dell’imperatore Massimiliano I, avvenuto nel 1496. Questo matrimonio fu molto importante per consolidare la posizione della Castiglia all’interno del sistema politico europeo, poiché Margherita portava con sé il sostegno della potente Casa d’Asburgo.

Il secondo figlio di Isabella, il principe Giovanni d’Aragona, sposò invece Giovanna di Castiglia, figlia dei re cattolici, nel 1496. Questo matrimonio fu importante per unire le corone di Castiglia e di Aragona e per consolidare la dinastia dei re cattolici.

Il terzo figlio di Isabella, Ferdinando, sposò Germaine de Foix, nipote del re di Francia, nel 1505. Questo matrimonio fu importante per consolidare l’alleanza tra la Castiglia e la Francia e per contrastare l’influenza del Portogallo sulla penisola iberica.

La figlia maggiore di Isabella, Isabella di Aragona, sposò il re del Portogallo, Manuele I, nel 1497. Questo matrimonio fu importante per consolidare l’alleanza tra la Castiglia e il Portogallo e per porre fine alle ostilità tra i due paesi.

La seconda figlia di Isabella, Maria di Aragona, sposò il re di Portogallo, Manuele I, nel 1500. Anche questo matrimonio fu importante per consolidare l’alleanza tra i due paesi.

Infine, la figlia più giovane di Isabella, Caterina di Aragona, sposò il re d’Inghilterra, Enrico VIII, nel 1509. Questo matrimonio fu importante per consolidare l’alleanza tra la Castiglia e l’Inghilterra e per porre fine alle ostilità tra i due paesi.

La morte di Isabella di Castiglia e la successione

Isabella di Castiglia morì il 26 novembre 1504, all’età di sessantasei anni. Le cause della sua morte non sono del tutto chiare, ma si pensa che potesse essere stata causata da un cancro dell’utero. La regina fu sepolta nella Cattedrale di Granada, accanto al marito Ferdinando.

La morte di Isabella fu un grande colpo per il regno di Castiglia e per la Corona d’Aragona, poiché aveva svolto un ruolo importante nella creazione di una Spagna unita e nella promozione dell’espansione territoriale e della cultura.

Il suo erede, il figlio maggiore Juan, morì poco dopo la madre, il che provocò una crisi di successione che sarebbe stata risolta solo dopo la morte di Ferdinando nel 1516. La mancanza di un successore chiaro portò a una lotta per il trono tra la figlia di Isabella, Giovanna la Pazza, e suo marito, il cugino Ferdinando d’Aragona, noto come Ferdinando il Cattolico.

La battaglia di Dunkerque, 1940. L’evacuazione di 338.000 soldati in fuga dai tedeschi

La battaglia di Dunkirk è stata una importante battaglia della Seconda Guerra Mondiale, combattuta nel maggio e giugno del 1940 tra le forze alleate (in gran parte costituite da truppe britanniche, francesi e belghe) e le forze tedesche. La battaglia è stata caratterizzata da un intenso combattimento terrestre, aereo e navale, che ha avuto luogo nell’area della città costiera di Dunkerque, in Francia.

Dopo la disastrosa campagna in Francia, le forze alleate furono costrette a ritirarsi verso Dunkerque e la spiaggia circostante, dove si trovarono intrappolati e circondati dalle forze tedesche. A causa della superiorità aerea e terrestre dei tedeschi, la situazione delle truppe alleate sembrava disperata.

Tuttavia, grazie all’organizzazione di una grande operazione di evacuazione, nota come “Operazione Dynamo”, le forze alleate furono in grado di evacuare circa 338.000 soldati dalla spiaggia di Dunkirk verso l’Inghilterra, attraverso una flotta di navi civili e militari.

Nonostante la battaglia di Dunkirk sia stata una sconfitta militare per le forze alleate, la loro evacuazione di successo dalla spiaggia di Dunkirk ha rappresentato un momento decisivo nella guerra, poiché ha salvato un grande numero di soldati alleati e ha permesso alla Gran Bretagna di continuare la guerra contro la Germania.

La guerra lampo e il crollo degli Alleati

Lo scenario dell’evacuazione da Dunkerque fu l’invasione tedesca dei Paesi Bassi e della Francia settentrionale nel maggio del 1940.

Il 10 maggio ebbe inizio una fulminea offensiva tedesca contro i Paesi Bassi, con la conquista di accessi strategici all’interno del paese tramite truppe paracadutiste, al fine di aprire la via alle forze mobili a terra. I soldati olandesi si ritirarono verso ovest e a mezzogiorno del 12 maggio i carri armati tedeschi erano alle porte di Rotterdam.

La regina Guglielmina e il suo governo abbandonarono il paese fuggendo verso l’Inghilterra il 13 maggio, e il giorno successivo l’esercito olandese si arrese ai tedeschi.

Anche il Belgio venne attaccato il 10 maggio, quando le truppe aviotrasportate tedesche atterrarono sulla fortezza di Eben Emael, situata di fronte a Maastricht, e sui ponti sul Canale Alberto. L’11 maggio il fronte belga fu infranto e i carri armati tedeschi avanzarono verso ovest, mentre le divisioni francesi, belghe e britanniche si ritiravano su una linea compresa tra Anversa e Namur.

L’assalto tedesco alla Francia si basò sull’azione improvvisa del generale Paul Ludwig von Kleist, che penetrò attraverso una vasta area boscosa.

Il 10 maggio i carri armati tedeschi raggiunsero il confine sud-orientale del Belgio, dopo aver attraversato il Lussemburgo, e la sera del 12 maggio i tedeschi sorpassarono la frontiera franco-belga, raggiungendo il fiume Mosa.

Il giorno successivo, varcarono il fiume e il 15 maggio superarono le linee di difesa francesi, virando verso ovest verso la Manica. In tale data, il generale Henri Giraud assunse il comando della Nona Armata francese e formulò un piano di controffensiva su una linea 25 miglia più a ovest della Mosa.

Tuttavia, il 16 maggio Giraud comprese che non vi erano forze sufficienti per tale operazione, poiché i tedeschi si erano spostati ben oltre quella linea. Di conseguenza, Giraud ordinò la ritirata sulla linea dell’Oise, situata 30 miglia più indietro, con l’intenzione di fermare i tedeschi. Ma, ancora una volta, era troppo tardi, poiché le divisioni corazzate tedesche riuscirono a superare le truppe in ritirata, oltrepassando quella barriera il 17 maggio.

Anche se i francesi avessero tentato una controffensiva, sarebbe stato difficile sconfiggere l’invasore. Il fianco meridionale di Kleist venne gradualmente rinforzato dalle sue divisioni motorizzate, a loro volta sostituite dalle truppe di fanteria che avanzavano il più rapidamente possibile.

Il 15 maggio, il comandante in capo francese Maurice Gamelin ricevette una relazione allarmante che lo informava sui movimenti tedeschi, che era già arrivati ad attraversare l’Aisne tra Rethel e Laon. Gamelin avvertì il governo che non aveva riserve in quel settore e non poteva garantire la sicurezza della capitale per più di un giorno.

Dopo l’allarme di Gamelin, il premier francese Paul Reynaud decise di trasferire la sede del governo da Parigi a Tours. In serata arrivarono notizie rassicuranti dall’Aisne e Reynaud si affrettò a rassicurare la popolazione, smentendo “le voci più assurde secondo cui il governo stava abbandonando Parigi”.

Nello stesso tempo, Reynaud pensò di sfruttare la situazione per sostituire Gamelin e convocare il generale Maxime Weygand, allora di stanza in Siria. Tuttavia, Weygand non giunse prima del 19 maggio e, pertanto, per tre giorni il Comando Supremo francese rimase senza una guida.

Nonostante i leader alleati sperassero in un attacco che avrebbe bloccato l’espansione delle forze tedesche, queste ultime avanzarono rapidamente verso la Manica e circondarono le truppe alleate in Belgio.

Gli ostacoli rimanenti, che avrebbero potuto fermare l’avanzata, non furono fortificati in tempo. Dopo aver attraversato l’Oise il 17 maggio, le truppe avanzate del generale tedesco Heinz Guderian arrivarono ad Amiens due giorni dopo.

Il 20 maggio giunsero ad Abbeville, bloccando ogni comunicazione tra nord e sud. Il giorno seguente, le divisioni motorizzate presero il controllo della linea della Somme da Péronne ad Abbeville, formando un robusto schieramento difensivo.

Il corpo di Guderian si mosse verso nord lungo la costa, diretto a Calais e Dunkerque, il 22 maggio. Il generale Georg-Hans Reinhardt si spostò verso sud, dietro la posizione britannica ad Arras, diretto verso lo stesso obiettivo: l’ultima via di fuga ancora aperta per gli inglesi.

La battaglia di Arras e la resa belga

Gli strateghi alleati avevano sperato di frenare l’avanzata tedesca presso la linea del Senna, una linea difensiva che andava da nord a sud fino alla frontiera francese a sud di Sedan, ma il 16 maggio Gamelin decise che quella posizione non poteva essere mantenuta.

Gli eserciti alleati in Belgio ritornarono indietro verso la Linea di Scheldt. Quando arrivarono, la posizione era stata indebolita dal taglio delle loro comunicazioni.

Il 19 maggio, il generale John Gort, comandante in capo della British Expeditionary Force (BEF), iniziò a considerare la necessità di evacuare le sue forze via mare e iniziò a calcolare i preparativi che un tale sforzo richiedeva.

Il giorno successivo, però, giunsero ordini dal gabinetto britannico che la BEF doveva marciare a sud verso Amiens. Gort sostenne che una tale marcia sarebbe stata impraticabile, sia tatticamente che logisticamente. La risposta che riuscì ad organizzare fu un attacco condotto da due divisioni che si erano appena schierate a sud di Arras, guidate da una brigata di carri armati di fanteria, l’unica unità corazzata che avevano a disposizione.

Quando questo attacco fu lanciato il 21 maggio, comprendeva non più di due battaglioni di carri armati sostenuti da due battaglioni di fanteria, mentre elementi di una divisione meccanizzata leggera francese coprivano i suoi fianchi.

I carri armati leggeri britannici si dimostrarono sorprendentemente efficaci contro le armi anticarro tedesche, e questo piccolo attacco scosse momentaneamente i nervi dell’Alto Comando tedesco. I generali tedeschi si resero conto che se i nemici avessero avuto a disposizione altre due o tre divisioni corazzate, sarebbero stati in grado di fermarli.

Nonostante questo breve tentativo, gli eserciti alleati a nord non avevano le forze per fuggire dalla trappola tedesca, mentre i rinforzi in arrivo da sud erano così inefficaci da risultare quasi una farsa.

La confusione imperante fu aggravata dall’arrivo di Weygand per assumere il comando supremo. Il 73enne, veterano della prima guerra mondiale, aveva idee tattiche obsolete e superate e non comprendeva affatto la realtà di un campo di battaglia in rapida evoluzione e sempre più motorizzato.

I suoi ordini, puramente teorici, non avevano possibilità di essere tradotti in termini pratici.

Mentre i governi e i comandanti si trovavano in un groviglio di opinioni e ordini divergenti, gli eserciti bloccati a nord ripiegarono su una posizione più vicina alla costa sotto la crescente pressione dell’avanzata del generale Walther von Reichenau attraverso il Belgio.

Ancora più pericoloso era l’attacco Guderian, le cui forze corazzate stavano avanzando rapidamente a nord oltre Boulogne e Calais.

Tre delle divisioni di Gort furono richiamate dal fronte e inviate verso Dunkerque per proteggere le retrovie degli Alleati.

Altre due divisioni furono destinate al rinnovato progetto di Weygand per spingere i tedeschi fuori dal Belgio. Ma quando il fianco destro dei belgi cedette sotto la pressione di Reichenau, queste divisioni furono richiamate al nord per colmare la nuova lacuna.

Tuttavia, quando arrivarono il 27 maggio, il centro belga era già compromesso e non c’erano riserve disponibili. Con il loro paese invaso e senza vie di fuga, i belgi chiesero un armistizio la sera stessa e la mattina successiva venne proclamato il cessate il fuoco.

L’operazione Dynamo e l’enorme evacuazione di Dunkerque

Dopo la sconfitta belga, il governo britannico decise di lanciare l’Operazione Dynamo, l’evacuazione della British Expeditionary Force (BEF) da Dunkerque via mare.

L’ammiragliato mobilizzò ogni tipo di imbarcazione, anche la più piccola, per aiutare a portare via le truppe, e la ritirata verso la costa divenne una corsa contro il tempo per imbarcarsi prima che le truppe tedesche chiudessero le loro tenaglie.

L’ammiraglio Bertram Ramsay assunse il comando generale dell’operazione e affidò al capitano William Tennant la supervisione tattica dell’evacuazione.

Tennant, che era stato nominato “responsabile della spiaggia”, giunse a Dunkerque il 27 maggio per scoprire che i bombardamenti aerei avevano distrutto le infrastrutture portuali. Decise quindi di utilizzare il frangiflutti orientale come molo per far salire a bordo delle navi di soccorso la maggior parte delle truppe, circa 200.000 soldati, rendendo l’evacuazione più rapida.

Tuttavia, le restanti truppe dovettero essere caricate a bordo direttamente dalla spiaggia, rendendo l’evacuazione lenta e difficile, tanto che l’operazione si protrasse dal 26 maggio al 4 giugno.

Alle 10:50 del 2 giugno, Tennant trasmise a Ramsay il trionfale messaggio via radio: “BEF evacuato”. Tennant e il comandante del I Corpo britannico, il generale Harold Alexander, visitarono poi la spiaggia e l’area portuale, usando un megafono per farsi sentire e assicurarsi che nessun soldato fosse rimasto indietro.

Alla fine, circa 198.000 soldati britannici e 140.000 soldati alleati, principalmente francesi, furono evacuati, ma gran parte dell’equipaggiamento dovette essere abbandonato.

L’evacuazione da Dunkerque dimostrò l’abilità e l’eroismo dei soldati francesi e britannici che riuscirono a trovare rifugio in Inghilterra, nonostante le difficoltà che affrontarono. Questa operazione fu resa possibile grazie ad una flotta eterogenea di navi, trasporti, mercantili, pescherecci e imbarcazioni da diporto che riuscirono a prelevare gli uomini dai pochi porti rimasti e dalle spiagge aperte, in quanto la maggior parte delle strutture portuali era stata distrutta dagli attacchi aerei tedeschi.

Nonostante la forza aerea tedesca fosse imponente, la Royal Air Force, compresi gli aerei della forza metropolitana in Inghilterra, riuscì a ottenere almeno temporaneamente la superiorità aerea, mentre la Royal Navy, con l’aiuto di coraggiose imbarcazioni navali francesi, coprì l’evacuazione e trasportò migliaia di uomini in cacciatorpedinieri sovraccarichi e altre piccole imbarcazioni con audacia e precisione.

Inizialmente, i membri dello stato maggiore imperiale britannico avevano stimato che solo il 25% del B.E.F. potesse essere salvato, ma alla fine circa 330.000 soldati francesi e britannici, insieme ad alcune forze belghe e olandesi che rifiutarono di arrendersi, furono salvati.

Le valutazioni dei generali tedeschi e lo stop di Hitler

L’evacuazione da Dunkerque fu possibile grazie alla copertura aerea fornita dagli aerei da combattimento britannici che partivano dalla costa inglese, agli sforzi instancabili delle navi e alla disciplina delle truppe.

Tuttavia, fu anche grazie alla decisione di Adolf Hitler che la fuga dei soldati fu resa possibile. Nonostante i gruppi di panzer tedeschi avessero raggiunto e superato la linea di difesa del canale vicino a Dunkerque già il 23 maggio, quando la maggior parte del British Expeditionary Force (BEF) era ancora lontana dal porto, Hitler diede l’ordine di fermarli il 24 maggio e di ritirarsi sulla linea del canale, proprio mentre Guderian si aspettava di guidarli verso Dunkerque.

Perchè questa decisione?

Nello stato maggiore tedesco vi furono diverse valutazioni contrastanti.

I generali tedeschi Kleist e Günther von Kluge espressero preoccupazione per il possibile contrattacco dei carri armati britannici ad Arras, anche perchè avevano sopravvalutato le dimensioni dei nemici, e anche il generale Gerd von Rundstedt cercò di convincere Hitler della necessità di conservare le divisioni corazzate per la fase successiva dell’offensiva.

Al contrario, il comandante della Luftwaffe, Hermann Göring insistette sul fatto che le sue forze aeree potessero dare il colpo di grazia a Dunkerque e impedire qualsiasi fuga via mare.

La decisione definitiva di Hitler fu fortemente influenzata dai suoi ricordi, risalenti alla prima guerra mondiale, delle paludose Fiandre e il Fuhrer ebbe il timore che i suoi carri armati si sarebbero impantanati se si fossero spinti più a nord.

Alcuni dei suoi generali gli suggerirono inoltre che la Gran Bretagna sarebbe stata più disposta a fare la pace se il suo orgoglio nazionale non fosse stato ferito dal vedere il suo esercito arrendersi senza condizioni.

In realtà, Walther von Brauchitsch, comandante in capo dell’esercito tedesco, convinse Hitler a ritirare il suo veto e a permettere alle forze corazzate di avanzare. Tuttavia, queste incontrarono un’opposizione più forte del previsto e quasi immediatamente Hitler le fermò di nuovo, ordinando loro di spostarsi a sud prima di attaccare la linea Somme-Aisne.

L’esercito di Reichenau lo seguì, lasciando la diciottesima armata del generale Georg von Küchler a pacificare il nord, dove più di 1.000.000 di prigionieri erano stati catturati in una campagna militare durata complessivamente appena tre settimane, al costo di 60.000 perdite tedesche.

Il significato di Dunkerque per la Seconda Guerra Mondiale

L’evacuazione di Dunkerque segnò la fine della disastrosa difesa dei Paesi Bassi e rappresentò un breve momento di gloria per gli Alleati.

Tuttavia, nonostante la grandezza dell’operazione, l’Inghilterra subì una terribile sconfitta e la propria sopravvivenza fu seriamente minacciata.

La BEF fu salvata, ma gran parte delle sue attrezzature pesanti, inclusi carri armati, artiglieria e trasporti motorizzati, furono abbandonati. Inoltre, oltre 50.000 soldati britannici rimasero intrappolati sul continente, di cui 11.000 persero la vita e la maggior parte degli altri furono catturati come prigionieri di guerra (solo una piccola parte riuscì a fuggire e a tornare in territorio alleato o neutrale).

Tra le perdite più significative ci fu la 51ª Divisione Highland, posta sotto il comando francese per supportare le difese francesi. Quando le truppe tedesche invasero Saint-Valéry-en-Caux il 12 giugno, circa 10.000 soldati della divisione furono catturati. L’Inghilterra si trovò impotente di fronte a un nemico che sembrava invincibile, a poche miglia di distanza, al di là delle acque aperte del Canale della Manica.

Nonostante l’evacuazione dal continente, gli inglesi non si scoraggiarono e iniziarono immediatamente a pianificare il loro ritorno.

Per un curioso gioco del destino, Tennant sarebbe stato nuovamente al centro della scena, di nuovo per via di un frangiflutti: quattro anni dopo l’evacuazione, supervisionò la costruzione e il funzionamento dei Mulberries, porti artificiali che si dimostrarono vitali per il successo dell’invasione della Normandia.

Tennant stesso raccomandò la costruzione di frangiflutti artificiali costruiti utilizzando navi affondate, per proteggere le strutture vulnerabili.

I frangiflutti costruiti secondo le specifiche di Tennant, furono operativi per 10 mesi, accogliendo circa 2,5 milioni di uomini, 500.000 veicoli e quattro milioni di tonnellate di rifornimenti.

In riconoscimento del suo servizio, sia a Dunkerque che in Normandia, Tennant fu insignito del titolo di Cavaliere Commendatore dell’Ordine di Bath e Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico.

La caduta di Costantinopoli, 1453. La fine dell’impero romano

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La caduta di Costantinopoli nel 1453 fu uno degli eventi più significativi del XV secolo, segnando la fine dell’Impero Bizantino e il passaggio della città ai turchi ottomani.

L’assedio di Costantinopoli iniziò il 6 aprile 1453, quando le forze ottomane, guidate dal sultano Maometto II, circondarono la città e iniziarono a bombardarla con cannoni. Le difese della città erano obsolete e non furono in grado di resistere all’artiglieria ottomana. Nonostante ciò, gli abitanti della città si difesero con coraggio e tenacia, ma alla fine furono sopraffatti dalle forze superiori dei turchi.

Dopo cinquantaquattro giorni di assedio, le forze ottomane riuscirono a penetrare nelle mura della città, aprendo una breccia attraverso la quale i soldati turchi invasero la città. Gli abitanti di Costantinopoli cercarono di resistere disperatamente, ma alla fine furono massacrati o venduti come schiavi.

L’imperatore Costantino XI, che guidò personalmente la difesa della città, combatté con grande valore e coraggio, ma alla fine fu ucciso in combattimento. La sua morte segnò la fine dell’Impero Bizantino e la conquista di Costantinopoli da parte degli Ottomani.

La caduta di Costantinopoli ebbe un impatto significativo sulla storia europea e mondiale, poiché segnò la fine dell’Impero romano d’Oriente, che aveva avuto un ruolo cruciale nella cultura e nella storia europea per oltre un millennio.

Inoltre, la caduta di Costantinopoli fu un evento importante nella storia dell’Islam, poiché permise ai turchi ottomani di espandersi ulteriormente in Europa e di stabilire un vasto impero che durò per secoli.

La preparazione all’assedio

Quando Maometto II assunse il trono nel 1451, aveva appena compiuto diciannove anni. Molte corti europee presumevano che il nuovo sovrano ottomano non avrebbe seriamente sfidato l’egemonia cristiana nei Balcani e nell’Egeo.

Invece, Maometto agì in modo ben diverso dalle aspettative dell’Europa. Iniziò a costruire una fortezza sul lato europeo del Bosforo già all’inizio del 1452, diverse miglia a nord di Costantinopoli.

La nuova fortezza, chiamata Boğazkesen, aveva una posizione strategica importante e assicurava il controllo completo dei traffici marittimi sul Bosforo. L’obiettivo di Maometto II era di difendere la costa del Mar Nero dai possibili attacchi delle colonie genovesi a nord.

Nel frattempo, Karaca Pasha, il beylerbeyi della Rumelia, mandò uomini a preparare le strade da Adrianopoli a Costantinopoli per permette il passaggio di massicci cannoni. Nel mese di ottobre del 1452, fu poi inviata una grande guarnigione nel Peloponneso per impedire ai despoti Tommaso e Demetrio di fornire aiuto al loro fratello Costantino XI Paleologo durante l’imminente assedio di Costantinopoli.

I difficili rapporti tra Costantinopoli e il Papato

L’imperatore bizantino Costantino XI capì subito le reali intenzioni di Maometto II e chiese aiuto all’Europa occidentale. Ma le conseguenze di secoli di guerra e inimicizia tra le chiese d’oriente e d’occidente rappresentavano un ostacolo importante.

A partire dalle reciproche scomuniche del 1054, il Papa di Roma si era impegnato per riunire la chiesa orientale a quella occidentale. L’unione era stata accolta con favore dall’imperatore bizantino Michele VIII Paleologo durante il Secondo Concilio di Lione nel 1274, e alcuni imperatori della dinastia dei Paleologi furono accolti nella Chiesa latina.

Anche l’imperatore Giovanni VIII Paleologo aveva negoziato recentemente la riunione delle chiese con Papa Eugenio IV, durante il Concilio di Firenze del 1439.

Tuttavia, gli sforzi della corte bizantina per raggiungere l’unione incontrarono una forte resistenza a Costantinopoli. Infatti, gli ortodossi contrari alla pace con il Papa di Roma, operarono una forte propaganda a Costantinopoli, così che la popolazione si divise marcatamente sulla questione.

L’odio etnico tra greci e italici, derivante dal massacro dei latini del 1182 da parte dei greci e dal sacco di Costantinopoli nel 1204 dai Latini, non si era ancora sopito. Alla fine, il tentativo di unione tra le chiese di Oriente e di Occidente fallì, infastidendo non poco il papa Niccolò V e la gerarchia della chiesa romana.

La richiesta di aiuto del Papa e gli scarni aiuti dall’Europa

Nell’estate del 1452, quando la minaccia dei Turchi ottomani divenne sempre più pressante, Costantino inviò una lettera al Papa, nella quale si impegnava a realizzare l’unione tra le Chiese, che fu ufficializzata il 12 dicembre 1452 dalla corte imperiale, in cambio di supporto militare.

Tuttavia, nonostante Papa Niccolò V avesse intenzione di onorare il patto, i Bizantini sovrastimavano l’influenza del pontefice sui sovrani e i principi occidentali, alcuni dei quali erano persino scettici riguardo al crescente potere del Papa.

Inoltre, i governanti occidentali erano privi dei mezzi necessari per contribuire allo sforzo bellico: Francia e dell’Inghilterra erano esauste dopo la Guerra dei Cent’anni, l’impiego di forze militari nella Reconquista aveva sfibrato gli eserciti della Spagna, e i conflitti interni al Sacro Romano Impero si erano aggiunti alla sconfitta dell’Ungheria e della Polonia nella Battaglia di Varna del 1444.

Solo alcuni volontari occidentali si recarono a Costantinopoli per aiutare nella difesa della città. Il cardinale Isidoro, finanziato dal Papa, giunse nel 1452 con 200 arcieri.

Giovanni Giustiniani, un abile soldato genovese, arrivò nel gennaio 1453 con 400 soldati genovesi e 300 alleati provenienti dalla colonia di Chio. Specializzato nella difesa di città fortificate, Giustiniani fu subito nominato dall’imperatore comandante generale della difesa delle mura. I Bizantini lo conoscevano come “Giovanni Giustiniano”, dal nome dell’imperatore bizantino Giustiniano il Grande del VI secolo.

Nel frattempo, i capitani delle navi veneziane che si trovavano per caso in zona offrirono i loro servizi all’imperatore, salvo poi ricevere ordini contrari da parte di Venezia. Il Papa Niccolò si impegnò anche ad inviare tre navi cariche di viveri, che però non salparono prima della fine di marzo.

Intanto, a Venezia, si discuteva sul tipo di assistenza che la Repubblica avrebbe potuto prestare a Costantinopoli. Il Senato veneziano decise di inviare una flotta nel febbraio 1453, ma la partenza delle navi venne ritardata fino ad aprile, quando ormai era troppo tardi per intervenire in battaglia.

La situazione divenne inquietante: i tentativi di Costantinopoli di placare Maometto II attraverso l’invio di ricchi doni si conclusero con l’esecuzione degli ambasciatori dell’Imperatore. Era chiaro che il sovrano turco non avrebbe avuto alcuna pietà.

Le fortificazioni e le tattiche di difesa di Costantinopoli

Temendo un possibile attacco navale, l’imperatore Costantino XI diede l’ordine di posizionare una catena difensiva all’imboccatura del porto della città. Questa fortificazione era basata su tronchi d’albero galleggianti, abbastanza resistenti da impedire alle navi turche di entrare nel porto.

Poi, si procedette a fortificare le mura. Già durante l’assalto a Costantinopoli avvenuto nella Quarta Crociata, nel 1204, gli eserciti nemici avevano aggirato con successo le difese terrestri di Costantinopoli aprendo una breccia nelle mura.

Così Costantino XI decise per la fortificazione delle precedenti Mura Teodosiane. L’imperatore ritenne che fosse necessario rafforzare le fortificazioni del quartiere delle Blacherne, poiché quel tratto di mura era particolarmente esposto agli attacchi.

Le fortificazioni terrestri consistevano in un fossato largo 18 m che era fronteggiato da mura interne ed esterne merlate, intervallate da torri posizionate ogni 45-55 metri.

L’esercito che proteggeva Costantinopoli era relativamente limitato, per un totale di circa settemila uomini, di cui duemila stranieri. All’inizio dell’assedio, si stima che gli abitanti di Costantinopoli fossero meno di cinquantamila.

Poiché il numero di truppe bizantine era insufficiente per presidiare l’intera estensione delle mura, si decise di sorvegliare solo quelle esterne.

L’imperatore Costantino e le sue truppe greche erano incaricati della sorveglianza del Mesoteichion, la sezione centrale delle mura di terra, attraversate dal fiume Lico. Questa sezione era considerata il punto più debole e per questo si temeva maggiormente un attacco in questa direzione.

Un altro comandante, Giustiniani, era di stanza a nord dell’imperatore, presso la Porta di Carisio (Myriandrion); in seguito, durante l’assedio, spostò le sue truppo sul Mesoteichion per unirsi a Costantino, lasciando il Myriandrion sotto la protezione dei fratelli Bocchiardi. I veneziani guidati da Girolamo Minotto e Teodoro Caristo, i fratelli Langasco e l’arcivescovo Leonardo di Chios erano infine di stanza nel Palazzo delle Blacherne.

Alla sinistra dell’imperatore, più a sud, c’erano i comandanti Cataneo, che guidava le truppe genovesi, e Teofilo Paleologo, che sorvegliava la Porta Pegae con soldati greci. La sezione delle mura di terra dalla Porta Pegae alla Porta d’Oro (a sua volta sorvegliata da un genovese di nome Manuele) era difesa dal veneziano Filippo Contarini, mentre Demetrio Cantacuzeno aveva preso posizione sulla parte più meridionale delle mura teodosiane.

Le dighe della città erano sorvegliate da Jacobo Contarini, che si posizionò a Stoudion con una forza di difesa improvvisata costituita da monaci greci, e il principe Orhan presso il porto di Eleutherios.

Due riserve tattiche vennero disposte all’interno della città: una nel distretto di Petra, posizionata appena dietro le mura sotto il comando di Loukas Notaras e l’altra vicino alla Chiesa dei Santi Apostoli, guidata da Niceforo Paleologo.

Il veneziano Alviso Diedo comandava le navi nel porto, ma aveva un importante problema. Nonostante i bizantini disponessero dei cannoni, questi erano più piccoli di quelli degli ottomani e il rinculo tendeva a danneggiare le stesse mura della città.

Secondo lo storico David Nicolle, nonostante le condizioni sfavorevoli, l’idea che Costantinopoli fosse inevitabilmente destinata alla sconfitta è errata e l’esito dell’assedio non era così scontato come potrebbe sembrare a prima vista.

Le forze d’invasione e la disposizione degli ottomani

Maometto II comandava un grande esercito che vantava una forza militare notevole. Secondo gli archivi ottomani e le ricerche moderne, l’esercito ottomano contava circa 50.000-80.000 soldati, tra cui un contingente di 5.000-10.000 giannizzeri, un corpo d’élite di fanteria e circa 70 cannoni.

Inoltre, c’erano migliaia di truppe cristiane, tra cui 1.500 cavalieri serbi forniti dal loro signore Đurađ Branković, che era obbligato a servire il sultano ottomano ma che solo pochi mesi prima dell’assedio, aveva finanziato la ricostruzione delle mura di Costantinopoli.

Le testimonianze dei testimoni occidentali dell’epoca, sebbene inclini a esagerare la potenza militare del sultano, forniscono numeri ancora più elevati. Alcuni sostengono che l’esercito di Maometto contasse fino a 300.000 uomini, mentre altri indicano cifre tra i 160.000 e i 200.000 soldati. Tuttavia, questi numeri sono considerati esagerati dagli storici moderni.

Maometto II ordinò inoltre la costruzione di una flotta che avrebbe assistito l’assedio di Costantinopoli dal mare, impiegando anche marinai spagnoli di Gallipoli. Secondo le stime dell’epoca, la flotta ottomana contava da 110 a 430 navi, con numeri discordanti a seconda dei resoconti.

I numeri moderni suggeriscono che la flotta era composta da 110 navi, tra cui 70 grandi galee, 5 galee ordinarie, 10 galee più piccole, 25 grandi barche a remi e 75 trasporti a cavallo.

Inoltre, gli ottomani erano dotati di un notevole potere di fuoco grazie ai loro cannoni. Sebbene i difensori di Costantinopoli fossero consapevoli che gli ottomani avevano la capacità di utilizzare cannoni di medie dimensioni, la portata di alcuni dei cannoni schierati superava di gran lunga le loro aspettative.

Gli ottomani disponevano dunque di 12-62 cannoni, la maggior parte dei quali erano stati costruiti da ingegneri turchi, tra cui Saruca, che aveva creato una grande bombarda.

Almeno un cannone fu costruito da Orban, un produttore di cannoni ungherese che aveva cercato di vendere i suoi servizi ai bizantini prima di unirsi alle forze di Maometto II. Orban creò un enorme cannone lungo 8,2 m chiamato “Basilica”, che poteva sparare una palla di pietra da 270 kg a oltre un miglio di distanza.

Tuttavia, questo cannone presentava diversi inconvenienti e si dice che sia crollato sotto il suo stesso rinculo dopo sei settimane, anche se il resoconto del crollo del cannone è stato messo in discussione, dato che è stato riportato solo in alcune fonti.

Mentre si preparava per l’assalto finale, Maometto II doveva intraprendere il delicato processo di trasporto dei suoi enormi pezzi di artiglieria.

Per questo scopo, fece trascinare un treno di artiglieria di 70 pezzi di grandi dimensioni dal suo quartier generale a Edirne, tra cui l’enorme cannone di Orban. Si diceva che questo cannone fosse stato trainato da Edirne da un equipaggio di 60 buoi e oltre 400 uomini. Il carriaggio comprendeva anche un’altra grande bombarda costruita dall’ingegnere turco Saruca, che sarebbe stata utilizzata nella battaglia.

Maometto II aveva pianificato di attaccare le mura teodosiane, l’unica parte della città non circondata dall’acqua e dall’intricata serie di mura e fossati che proteggevano Costantinopoli ad ovest.

Si accampò fuori dalla città il 2 aprile 1453, il lunedì dopo Pasqua. Le truppe erano disposte lungo l’intera lunghezza delle mura, mentre il grosso dell’esercito era accampato a sud.

Maometto II stabilì la sua tenda, di colore rosso e oro, vicino al Mesoteichion, dove erano posizionati i cannoni e i reggimenti d’élite dei giannizzeri. Altre truppe erano disposte a sud del Lycus fino al Mar di Marmara, e alcune sotto Zagan Pascià furono impiegate a nord.

Gli ottomani avevano esperienza nell’assedio delle città e sapevano come prevenire le malattie, bruciando i cadaveri, smaltendo efficacemente gli escrementi e monitorando attentamente le loro fonti d’acqua.

Il primo assalto degli ottomani

All’inizio dell’assedio, Maometto II inviò alcune delle sue truppe più esperte per conquistare le ultime fortezze bizantine immediatamente fuori dalla città di Costantinopoli.

In pochi giorni, la fortezza di Therapia sul Bosforo e un piccolo castello nel villaggio di Studius, vicino al Mar di Marmara, furono occupati, così come le “Isole dei Principi”, nel Mar di Marmara, che furono rapidamente conquistate dalla flotta dell’ammiraglio Baltoghlu.

Durante l’assedio, i massicci cannoni di Maometto spararono contro le mura per settimane, ma a causa della loro imprecisione e della lenta cadenza di fuoco, i Bizantini furono in grado di riparare la maggior parte dei danni dopo ogni colpo, mitigando l’effetto dell’artiglieria avversaria.

Nonostante alcuni attacchi esplorativi, la flotta ottomana guidata da Baltoghlu non riuscì ad entrare nel cosiddetto “Corno d’Oro”, un’insenatura a forma di corno del Bosforo che conduceva nel cuore di Costantinopoli, a causa della fortificazioni bizantine, ottimamente posizionate.

Addirittura, per gli ottomani vi fu uno smacco. Il 20 aprile, una flottiglia composta da quattro navi cristiane riuscì a superare le imbarcazioni ottomane e ad entrare a Costantinopoli, portando rinforzi. Questo evento rafforzò il morale dei difensori e causò parecchio imbarazzo al sultano.

Maometto, per punizione, spogliò l’incapace generale delle sue ricchezze e proprietà e le regalò ai suoi giannizzeri, e ordinò che Baltoghlu fosse frustato 100 volte.

Maometto II ordinò allora la costruzione di una strada costituita da tronchi d’albero che avrebbe dovuto attraversare il quartiere di Galata, sul lato nord del Corno d’Oro, e utilizzò questa piattaforma di legno per trascinare le sue navi oltre la collina, disponendole direttamente di fronte al Corno d’Oro il 22 aprile, aggirando le difese bizantine.

Questa mossa minacciò gravemente il flusso di rifornimenti che partivano dalla colonia genovese di Pera verso Costantinopoli, il che demoralizzò i difensori bizantini.

La notte del 28 aprile, i soldati di Costantinopoli cercarono di distruggere le navi ottomane che andavano accumulandosi nel Corno d’Oro attraverso l’uso di navi incendiarie, ma gli ottomani costrinsero i nemici a ritirarsi subendo molte perdite.

Durante questa sortita, quaranta soldati riuscirono a sfuggire alle loro navi che affondavano e a nuotare fino alla costa settentrionale.

Su ordine di Maometto, furono impalati, affinché tutti potessero vederli. In risposta, i bizantini trascinarono i loro prigionieri ottomani, 260 in tutto, presso le mura, dove furono giustiziati uno per uno, davanti agli occhi degli ottomani.

L’esercito ottomano tentò più volte di sfondare il muro di Costantinopoli, ma tutti gli assalti si erano rivelati fallimentari. Dopo questi tentativi infruttuosi, gli ottomani decisero, attorno al 25 maggio, di costruire delle “mine“, ovvero dei tunnel sotterranei che dovevano indebolire e causare il crollo delle mura: molti dei genieri di Maometto erano anche dei provetti minatori, soprattutto quelli di origine serba inviati da Novo Brdo sotto il comando di Zagan Pasha.

Ma a Costantinopoli, un ingegnere di nome Johannes Grant fece scavare delle contromine che permisero alle truppe bizantine di intercettare i tunnel nemici e uccidere i minatori.

I bizantini riuscirono a scovare il primo tunnel nella notte del 16 maggio. I tunnel successivi furono scoperti e distrutti il 21, 23 e 25 maggio, grazie all’uso del fuoco greco e a vigorosi combattimenti.

Infine, il 23 maggio, i bizantini catturarono e torturarono due ufficiali turchi, che rivelarono la posizione di tutti i tunnel, che furono così rapidamente distrutti.

In quei giorni, Maometto II tenne una riunione conclusiva con i suoi ufficiali superiori. Durante il consiglio, riscontrò una certa opposizione da parte di uno dei suoi visir, il veterano Halil Pasha, che aveva sempre disapprovato i piani di Maometto di conquistare la città.

Halil gli consigliò di abbandonare l’assedio a causa delle recenti avversità. Zagan Pasha si oppose a Halil Pasha e insistette per un attacco immediato. Ritenendo che la difesa bizantina fosse già sufficientemente indebolita, Maometto decise di sopraffare le mura con la forza bruta e iniziò i preparativi per un’offensiva finale a tutto campo.

L’assalto finale a Costantinopoli

La sera del 26 maggio, iniziarono i preparativi per l’assalto finale, che si protrassero per tutto il giorno successivo. Per 36 ore dopo che il consiglio di guerra aveva deciso di attaccare, gli ottomani mobilitarono tutta la loro forza lavoro per l’offensiva generale.

Il 28 maggio, ai soldati furono concessi il tempo per pregare e riposare, prima di lanciare l’attacco finale.

Nel frattempo, sul fronte bizantino, una piccola flotta veneziana di 12 navi, che aveva perlustrato l’Egeo, arrivò alla capitale il 27 maggio, riferendo all’imperatore che nessuna grande flotta di soccorso veneziana era in viaggio.

Il 28 maggio, mentre l’esercito ottomano si preparava per l’assalto finale, a Costantinopoli si svolsero grandi processioni religiose. In serata, l’ultima solenne cerimonia dei Vespri ebbe luogo nella Basilica di Santa Sofia, alla quale parteciparono l’imperatore e i rappresentanti delle chiese latina e greca.

Dopo la mezzanotte di martedì 29 maggio, ebbe inizio l’offensiva. Fu l’esercito cristiano alleato dell’Impero ottomano a dare il primo assalto, seguito da successive ondate di truppe irregolari, poco addestrate ed equipaggiate, e da forze beylik turkmene, che si concentrarono su una sezione delle mura già danneggiate nella parte nord-occidentale della città.

Questa porzione delle mura, costruita nel 11° secolo, risultava molto più debole. I mercenari turkmeni riuscirono a penetrare il tratto murario e ad entrare in città, ma furono altrettanto velocemente respinti dai difensori.

Infine, l’ultima ondata, costituita dai giannizzeri d’élite, attaccò le mura cittadine. Il generale genovese responsabile della difesa a terra, Giovanni Giustiniani, subì gravi ferite durante l’attacco, e la sua evacuazione dai bastioni causò il panico tra i difensori.

Mentre le truppe genovesi di Giustiniani si arrendevano e si ritiravano, Costantino e i suoi uomini scelsero di non piegarsi di fronte all’assalto dei giannizzeri. Con animo valoroso, resistettero all’avanzata dell’esercito ottomano, combattendo senza sosta per Costantinopoli.

Nonostante il loro coraggio, però, i difensori furono sopraffatti lungo diversi punti del muro. Quando le bandiere turche sventolarono sopra la Kerkoporta, una piccola porta rimasta aperta, il panico si diffuse, e la difesa collassò.

Ma Costantino non si arrese. Abbandonò le sue insegne imperiali e scelse di guidare l’ultima carica contro gli ottomani, accanto ai suoi valorosi uomini. Nella furia del combattimento, i difensori resistettero con tutte le forze, ma la battaglia si concluse tragicamente.

Costantino perse la vita, combattendo fino all’ultimo respiro per difendere la sua città. Il suo sacrificio fu tale che si racconta come, nell’ora del crollo, egli si impiccò sulla porta di San Romano, per non cadere prigioniero dei nemici.

Dopo il primo assalto, l’armata di Maometto II si mosse lungo la via principale della città, il Mese, oltrepassando i grandi fori e la Chiesa dei Santi Apostoli, che il sultano aveva deciso di stabilire come sede per il suo patriarca per meglio controllare i suoi sudditi cristiani.

Una delle prime mosse di Maometto II fu quella di inviare un’avanguardia per proteggere questi edifici chiave.

Alcuni civili riuscirono a fuggire. Quando i veneziani si ritirarono sulle loro navi, gli ottomani avevano già conquistato le mura del Corno d’Oro. Fortunatamente per gli abitanti della città, gli ottomani non erano interessati a uccidere schiavi potenzialmente preziosi, ma piuttosto a razziare le case della città in cerca di bottino.

Il capitano veneziano diede l’ordine ai suoi uomini di aprire la porta del Corno d’Oro, permettendo ai veneziani di salpare con le loro navi cariche di soldati e rifugiati. Poco dopo, alcune navi genovesi e persino quelle dell’imperatore seguirono il loro esempio, fuggendo attraverso il Corno d’Oro.

Questa flotta riuscì a sfuggire all’ultimo momento prima che la marina ottomana assumesse il controllo del Corno d’Oro, che avvenne a mezzogiorno.

L’armata ottomana convergeva verso l’Augusteum, la vasta piazza che si affacciava sulla grande chiesa di Santa Sofia, le cui porte di bronzo erano bloccate da una folla di civili che si erano rifugiati all’interno dell’edificio, sperando nella protezione divina.

Quando le porte furono sfondate, le truppe divisero la folla in base al prezzo che avrebbero potuto ottenere vendendo i prigionieri nei mercati degli schiavi. Non si conosce il numero di perdite subite dagli ottomani, ma molti storici ritengono che furono gravi, anche a causa dei diversi attacchi falliti che l’esercito ottomano aveva tentato durante l’assedio e l’assalto finale.

Le atrocità degli ottomani a Costantinopoli

Secondo le fonti antiche, Maometto II permise un periodo iniziale di saccheggio che portò alla distruzione di numerose chiese ortodosse, ma cercò di impedire un completo saccheggio della città.

Il 2 giugno, il sultano trovò la città in gran parte desolata e distrutta; le chiese erano state oltraggiate e saccheggiate, le abitazioni non erano più abitabili e negozi e botteghe erano stati svuotati. Si dice che si sia commosso fino alle lacrime, dicendo: “Che città abbiamo consegnato al saccheggio e alla distruzione”.

Secondo David Nicolle, la popolazione fu trattata meglio dai suoi conquistatori ottomani di quanto non fecero i crociati nel 1204, affermando che solo 4.000 greci persero la vita nell’assedio, mentre secondo un rapporto del Senato veneziano, 50 nobili veneziani e oltre 500 altri civili veneziani morirono durante l’assedio.

Altre fonti parlano di depredazioni estremamente crudeli: Leonardo di Chios registrò le barbarie che seguirono la caduta di Costantinopoli dichiarando che gli invasori ottomani depredarono la città, massacrarono o ridussero in schiavitù decine di migliaia di individui e stuprarono suore, donne e bambini.

Le donne della città subirono violenze sessuali per mano delle forze ottomane. La maggioranza schiacciante dei cittadini di Costantinopoli (tra 30.000 e 50.000) furono costretti a diventare schiavi.

Lo storico bizantino Ducas riferisce che, durante il banchetto per festeggiare la vittoria, il sultano ordinò al granduca Loukas Notaras di consegnargli il figlio più giovane per stuprarlo.

Notaras rispose che sarebbe stato meglio morire piuttosto che consegnare suo figlio al sultano. La risposta sdegnò Maometto II, che ordinò immediatamente l’esecuzione di Notaras.

Prima della sua morte, Notaras incoraggiò i suoi figli a non temere l’ira di Maometto II e a respingere le sue avances. I figli, incoraggiati dalle parole del padre, si opposero al volere del sultano e si dice che siano stati tutti giustiziati.

Tuttavia, il ricercatore e professore americano Walter G. Andrew dubita dell’autenticità di questa storia, affermando che ha somiglianze con la precedente storia di San Pelagio e potrebbe essere più un tentativo di rappresentare i musulmani come moralmente inferiori che una testimonianza dei fatti realmente accaduti durante la conquista.

La Costantinopoli ottomana

Lo storico bizantino George Sphrantzes, che assistette alla caduta di Costantinopoli, descrisse le azioni del sultano e le sue prime decisioni.

Il terzo giorno successivo alla caduta della nostra città, il Sultano celebrò il suo trionfo con un grande e gioioso trionfo. Pubblicò un decreto: i cittadini di tutte le età che erano riusciti a scappare al rastrellamento dovevano abbandonare i loro nascondigli in tutta la città e uscire allo scoperto, poiché dovevano rimanere liberi e nessuno gli avrebbe imposto alcunchè.

Il sultano promise che le case e le proprietà di coloro che avevano lasciato la città prima dell’assedio sarebbero state restituite e se i profughi fossero tornati a casa, sarebbero stati trattati in base al loro rango e alla loro religione, come se nulla fosse cambiato.

La Basilica di Santa Sofia fu convertita in moschea, mentre la Chiesa greco-ortodossa rimase intatta. Gennadio Scolastico fu nominato patriarca di Costantinopoli.

La presa di Costantinopoli spaventò molti europei, che la considerarono un evento disastroso per la loro cultura. Molte persone temevano che altri regni cristiani europei potessero essere colpiti dalla stessa sorte di Costantinopoli.

Due furono le possibili reazioni che emersero tra gli intellettuali e i religiosi dell’epoca: la crociata o il dialogo. Mentre Papa Pio II sostenne fermamente un’altra crociata, il teologo tedesco Nicola di Cusa promosse l’idea di un dialogo con gli ottomani.

Con la conquista di Costantinopoli, Maometto II poté dare una nuova capitale al suo impero, nonostante questo fosse in declino a causa di anni di conflitto. La perdita della città fu un duro colpo per la cristianità e lasciò l’Occidente cristiano esposto ad un avversario forte e aggressivo ad est.

La battaglia di Okinawa. La strenua resistenza giapponese agli USA

La battaglia di Okinawa fu un’importante battaglia della Seconda Guerra Mondiale che si svolse sull’isola giapponese di Okinawa, dal 1° aprile al 22 giugno 1945. La battaglia vide opposti l’Impero giapponese e le forze alleate, principalmente gli Stati Uniti.

La battaglia di Okinawa fu l’ultima grande battaglia terrestre della guerra nel Pacifico e fu caratterizzata da una forte resistenza giapponese. Fu anche uno dei conflitti più sanguinosi della guerra, con un elevato numero di vittime tra le forze alleate e i civili okinawensi.

Alla fine, le forze alleate riuscirono a conquistare l’isola, ma a un costo molto elevato. La battaglia di Okinawa fu un fattore importante che portò alla decisione degli Stati Uniti di utilizzare la bomba atomica contro il Giappone per porre fine alla guerra.

Progettazione e operazioni preliminari

Mentre la spedizione su Iwo Jima si avvicinava alla fine nel marzo 1945, i comandanti statunitensi dispiegarono potenti forze terresti, aeree e navali in preparazione dell’operazione Iceberg, che prevedeva l’invasione di Okinawa.

L’isola, che misura circa 60 miglia (circa 100 km) di lunghezza e non più di 20 miglia (32 km) di larghezza nel suo punto più ampio, era stata completamente fortificata da una guarnigione giapponese di circa 100.000 uomini sotto il comando del tenente gen. Ushijima Mitsuru.

Prevedendo che la battaglia per Okinawa avrebbe molto probabilmente superato le pesanti perdite avvenute a Iwo Jima, i generali americani speravano di sopraffare i giapponesi con un massiccio bombardamento iniziale e con il più grande sbarco anfibio effettuato dagli Stati Uniti durante la Guerra del Pacifico.

I bombardamenti aerei e navali che precedettero l’invasione erano iniziati già nell’ottobre 1944 e le operazioni aeree alleate effettuate nel marzo 1945 dalla flotta di portaerei Task Force 58 sotto il comando di Marc Mitscher, avevano già distrutto centinaia di aerei giapponesi.

Sebbene queste perdite ridussero la capacità dei difensori giapponesi di confrontare gli americani nei cieli di Okinawa, i giapponesi mantennero una forza aerea sufficiente per organizzare devastanti attacchi suicidi contro le unità navali alleate.

Il 26 marzo gli americani cercarono di reagire effettuando uno sbarco sulle isole Kerama, dove erano state assemblate circa 350 piccole imbarcazioni giapponesi per eseguire attacchi suicidi. Un altro sbarco preparatorio fu effettuato su Keise, un insieme di isolotti corallini a sole 11 miglia (18 km) a sud-ovest delle principali spiagge dove sarebbe avvenuta l’invasione. Da Keise, le batterie di artiglieria americane Long Tom da 155 mm avrebbero potuto fornire supporto alle truppe di invasione.

L’invasione di Okinawa

Nei giorni finali di marzo, le avanguardie americane di demolizione subacquea e i dragamine rimossero gli ostacoli dalle spiagge per permettere lo sbarco. L’operazione venne guidata dall’Ammiraglio Chester Nimitz, comandante della quinta flotta, dall’Ammiraglio Raymond Spruance, supervisore degli sbarchi e dal Tenente. Simon Bolivar Buckner, Jr., capo delle truppe di terra statunitensi.

L’invasione iniziò il 1 aprile 1945, quando un contingente di truppe di terra statunitensi sbarcò a Hagushi, sulla costa occidentale del centro di Okinawa. Prima del tramonto, circa 50.000 uomini della 10a armata statunitense, sotto il comando di Buckner, erano sbarcati e avevano stabilito una testa di ponte lunga circa 5 miglia (8 km).

Entro il 4 aprile, le truppe e i marines dell’esercito americano avevano diviso l’isola in due. Il primo grande contrattacco giapponese avvenne il 6-7 aprile sotto forma di attacchi suicidi da parte di oltre 350 aerei kamikaze e della corazzata Yamato.

I giapponesi speravano che la Yamato potesse distruggere la flotta americana dopo che questa era stata indebolita dall’onda di kamikaze, ma, senza copertura aerea, la corazzata nipponica era facile preda degli aerei USA, che affondarono la Yamato.

L’affondamento della corazzata giapponese, avvenuto il 7 aprile, segnò definitivamente la fine dell’era delle corazzate ultra-armate della guerra navale. Complessivamente, si erano infatti rivelate ben più efficaci le armi giapponesi “Baka”, un missile da crociera pilotato, che fece il suo debutto proprio a Okinawa.

I missili Baka fecero la loro prima vittima, affondando il cacciatorpediniere USS Abele, nei mari al largo di Okinawa il 12 aprile.

I membri della decima armata si mossero lentamente verso nord e avevano pacificato quasi completamente i due terzi settentrionali dell’isola entro il 22 aprile.

Durante questo periodo, le forze statunitensi subirono probabilmente la loro più importante perdita durante la battaglia, quando il giornalista Ernie Pyle fu ucciso in azione. Pyle, che aveva documentato il conflitto in Europa e si era guadagnato la stima come uno dei corrispondenti di guerra più amati della Seconda Guerra Mondiale, aveva seguito la 77° divisione di fanteria durante un attacco a “Ie”, un’isola a ovest di Okinawa. L’18 aprile, mentre si stava dirigendo verso un centro di comando avanzato, Pyle fu mortalmente ferito dal fuoco di una mitragliatrice giapponese.

Il crollo della resistenza giapponese

Le forze della decima Armata, che erano avanzate verso sud e raggiunto i principali centri abitati di Naha e Shuri, incontrarono una resistenza estremamente feroce.

Come a Iwo Jima, i giapponesi combatterono con una grande determinazione e riuscirono a infliggere pesanti perdite agli americani. La guarnigione giapponese che difendeva l’area di Naha-Shuri contava circa 60.000 uomini e, dal 1 maggio, queste truppe furono confinate in un’area di circa 90 miglia quadrate (circa 230 km quadrati) all’estremità meridionale dell’isola.

Il combattimento in questo settore era caratterizzato da una guerra di posizione; entrambe le parti si muovevano per linee fisse e i difensori avevano il chiaro vantaggio di combattere da posizioni ben protette. I giapponesi fecero ampio uso delle grotte di Okinawa, che offrivano un ottimo riparo contro i bombardamenti americani.

Da un punto di vista tattico, gli americani si basavano molto sulla superiorità quantitativa e qualitativa del loro equipaggiamento. Di giorno, eseguivano attacchi frontali alle posizioni nemiche con il supporto di pesante artiglieria. I carri armati lanciafiamme guidavano i fanti contro le caverne giapponesi, che dovevano essere distrutte una per una.

Di notte, le attività di terra erano limitate a operazioni di pattugliamento e bombardamenti di artiglieria. Poiché i giapponesi non facevano prigionieri né generalmente si arrendevano, i combattimenti ravvicinati su Okinawa furono brutali e condotti fino alla morte.

La durezza della campagna si espresse al massimo durante i combattimenti per la conquista della “Chocolate Drop Hill”, una collina fortificata giapponese che difendeva gli accessi a Shuri.

Le truppe americane tentarono di conquistare la base di questa collina di 40 metri per tre volte in cinque giorni ma furono puntualmente respinte. In sei ore, cannoni navali e terrestri spararono 30.000 proiettili sulla collina, mentre i bombardieri la colpirono con tonnellate di esplosivi ad alto potenziale.

Tutti gli sforzi per eliminare i giapponesi furono inutili e le truppe di terra dovettero demolire ogni singola fortificazione nipponica, un’operazione noiosa, costosa e pericolosa. Solo da un lato della collina, infatti, i giapponesi avevano costruito circa 500 ingressi per le loro postazioni sotterranee e per chiudere questi accessi dovevano essere usate ogni volta diverse cariche di dinamite.

Infine, le forze statunitensi conquistarono la collina il 16 maggio.

La linea di difesa giapponese, pesantemente fortificata, si estendeva da Naha sulla costa occidentale fino a Yonabaru sulla costa orientale, passando per Shuri. Molti attacchi delle forze americane erano stati respinti, ma il 12 maggio le truppe USA riuscirono ad entrare nei sobborghi di Naha e a combattere casa per casa.

Ancora più intensa fu la battaglia per Shuri, che rappresentava una chiave importante nelle difese giapponesi. Shuri cadde il 1 giugno, e il 6 giugno gli americani conquistarono l’aeroporto di Naha.

Nonostante la rottura della principale linea difensiva giapponese, l’opposizione non accennava a diminuire e i difensori continuarono a combattere con tenacia. Tuttavia, la forza militare giapponese si stava esaurendo rapidamente e a metà giugno la maggior parte della guarnigione era stata uccisa in azione.

Le principali operazioni di combattimento si sono concluse il 21 giugno.

Analisi della battaglia di Okinawa

In ultima analisi, la caduta di Okinawa è stata determinata dal fatto che i giapponesi non avevano più caverne e postazioni da cui combattere, né uomini da impiegare. Per capire la resistenza giapponese basta guardare le date: dal 4 aprile al 26 maggio, le forze statunitensi nel sud di Okinawa avanzarono di soli 6,4 km. Ci volle quasi un mese, dal 26 maggio al 21 giugno, per coprire i restanti 16 km fino alla punta meridionale dell’isola.

Nonostante gli americani considerassero Okinawa una delle loro maggiori vittorie durante la campagna del Pacifico, il prezzo pagato da entrambe le parti fu enorme. Le vittime americane furono circa 12.000, oltre a 36.000 feriti.

Buckner, il comandante di terra degli Stati Uniti, fu ucciso in azione il 18 giugno mentre visitava un posto di osservazione avanzato. Fu l’ufficiale statunitense di grado più alto ucciso dal fuoco nemico durante la seconda guerra mondiale.

Il 22 giugno, Ushijima, il comandante giapponese, e il suo capo di stato maggiore, il tenente generale Cho Isamu, preferirono suicidarsi durante un rituale piuttosto che arrendersi agli americani.

In totale, furono uccisi circa 110.000 soldati giapponesi, mentre meno di 8.000 si arresero. La popolazione civile di Okinawa fu ridotta di un quarto; 100.000 uomini, donne e bambini di Okinawa morirono nei combattimenti o si suicidarono su ordine dell’esercito giapponese.

In alcuni casi, alle famiglie veniva fornita una bomba a mano da far esplodere quando la cattura da parte degli americani sembrava imminente.

Nel corso della battaglia di Okinawa vennero inoltre impiegati gli aerei kamikaze, che erano stati utilizzati per la prima volta nella battaglia del Golfo di Leyte.

Questi velivoli vennero utilizzati dai generali giapponesi come arma estrema per tentare di immobilizzare la flotta statunitense e impedire l’invasione del territorio. Inizialmente, i funzionari della marina degli Stati Uniti minimizzarono l’efficacia degli attacchi kamikaze.

L’ammiraglio Mitscher affermò fino al 5 giugno che gli attacchi erano poco significativi e che solo l’1% di essi aveva raggiunto l’obiettivo. Tuttavia, questa valutazione si rivelò essere davvero riduttiva.

Pur evitando pericolose esagerazioni, diversi ufficiali USA ammisero che l’uso di questa nuova arma richiedeva dei cambiamenti nelle tattiche di combattimento statunitensi e nella progettazione delle navi. Di fatto, i kamikaze furono estremamente efficaci, causando il naufragio di 26 delle 34 navi colpite nella battaglia.

Anche il numero di vittime tra il personale della marina degli Stati Uniti fu molto elevato, con 4.907 marinai uccisi su un totale di 12.281 americani morti nella campagna di Okinawa.

A seguito del blocco navale messo in atto dagli alleati, le isole giapponesi si trovarono di fatto impedite dall’importare beni dall’estero. Inoltre, l’esercito giapponese, nonostante la distruzione di molte città a seguito della campagna di bombardamenti strategici di Curtis LeMay, rifiutò di prendere in considerazione la resa.

Gli strateghi statunitensi, basandosi sull’esperienza di Okinawa, valutarono che un’ipotetica invasione del Giappone avrebbe comportato la perdita di 225.000 vite umane da parte degli Stati Uniti. Tuttavia, stime più pessimistiche fecero salire tale cifra a 1.000.000.

Così, dopo essere succeduto alla presidenza degli Stati Uniti in seguito alla morte di Franklin D. Roosevelt il 12 aprile 1945, il nuovo presidente Harry S. Truman venne a conoscenza del Progetto Manhattan, un programma top secret volto alla realizzazione della bomba atomica.

Truman confidò al suo staff di riporre molte speranze nel fatto che una bomba atomica avrebbe potuto scongiurare situazioni come quella di Okinawa su tutto il territorio giapponese. Questo, senza dubbio, ebbe un ruolo di rilievo nella sua decisione di utilizzare l’arma atomica.

Ad inizio Agosto 1945, le forze statunitensi sganciarono due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, che portarono alla resa dei giapponesi il 2 Settembre 1945.

Okinawa rimase sotto occupazione statunitense per circa 27 anni, e l’amministrazione giapponese poté riprendere il controllo dell’isola soltanto il 15 maggio 1972. Dopo il trasferimento di poteri, gli Stati Uniti decisero comunque di mantenere una presenza militare significativa a Okinawa fino al XXI secolo.

La battaglia di Hastings, 1066. I normanni conquistano l’Inghilterra

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La battaglia di Hastings fu combattuta il 14 ottobre 1066 tra l’esercito normanno di Guglielmo il Conquistatore e l’esercito anglosassone di re Harold II d’Inghilterra. La battaglia fu il culmine della conquista normanna dell’Inghilterra e avvenne a circa 11 chilometri a nord di Hastings, nella contea del Sussex.

Guglielmo il Conquistatore invase l’Inghilterra con un esercito di circa 7.000 uomini, mentre Harold II radunò un esercito di difesa per respingere l’invasione. La battaglia iniziò con l’avanzata dell’esercito anglosassone, che si scontrò con le truppe normanne. Nonostante l’iniziale successo anglosassone, Guglielmo schierò una tattica astuta, fingendo una ritirata per poi attaccare l’esercito inglese quando si era disorganizzato.

Nella fase finale della battaglia, Harold II fu ucciso e il suo esercito sconfitto. La vittoria normanna portò alla conquista dell’Inghilterra da parte di Guglielmo il Conquistatore e alla nascita del Regno normanno in Inghilterra. La battaglia di Hastings fu una delle battaglie più importanti della storia europea, in quanto portò alla fine dell’epoca anglosassone e all’inizio dell’epoca medievale in Inghilterra.

La pretesa al trono d’Inghilterra di Guglielmo il Conquistatore

Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia, pretendeva il trono d’Inghilterra poiché riteneva che gli fosse stato promesso dal re anglosassone Edoardo il Confessore, che aveva una lontana parentela con la sua famiglia. Quando Edoardo morì nel gennaio del 1066 senza un erede diretto al trono, il trono passò al re anglosassone Harold II, che si proclamò re senza il sostegno di Guglielmo o di altri nobili europei.

Guglielmo, tuttavia, non accettò la decisione e decise di invadere l’Inghilterra con un esercito di circa 7.000 uomini per reclamare ciò che riteneva fosse suo per diritto di successione.

L’esercito normanno ad Hastings. Armi ed equipaggiamento

L’esercito normanno di Guglielmo il Conquistatore era composto principalmente da cavalieri e arcieri. Gli arcieri normanni erano armati con un arco lungo, che aveva una gittata maggiore rispetto agli archi utilizzati dagli anglosassoni, e con frecce che potevano penetrare le corazze degli avversari.

Gli arcieri erano supportati da cavalieri corazzati, armati di lancia, spada e scudo, che costituivano la principale forza di attacco dell’esercito normanno. L’armatura dei cavalieri normanni era costituita da una cotta di maglia di ferro, che copriva il busto e le braccia, un elmo con una visiera, una lancia, una spada e uno scudo.

L’esercito normanno era supportato da truppe di fanteria, che fornivano supporto ai cavalieri e agli arcieri durante gli scontri. Infine, gli uomini d’arme normanni erano equipaggiati con armi da assedio come arieti e catapulte, che utilizzarono per espugnare le fortificazioni difensive degli anglosassoni.

L’esercito inglese ad Hastings. Armi ed equipaggiamento

L’esercito anglosassone guidato dal re Harold II durante la battaglia di Hastings era composto principalmente da fanteria e pochi cavalieri. I soldati anglosassoni erano generalmente armati con una spada, uno scudo e una lancia, e non potevano permettersi armature complete come i normanni.

Tuttavia, gli uomini d’arme anglosassoni potevano indossare alcune protezioni, come una cotta di maglia e un elmo con una visiera. L’elmo anglosassone era spesso decorato con figure animali o umane, e la cotta di maglia era costituita da anelli di ferro o rame intrecciati insieme.

Gli arcieri anglosassoni, invece, erano armati con archi corti, che avevano una gittata inferiore rispetto agli archi normanni, ma erano più veloci da ricaricare, ed erano dotati di una spada corta e di una picca.

Il luogo della battaglia di Hastings

La battaglia di Hastings ebbe luogo in un’area chiamata Senlac Hill, situata a circa 11 km a nord-ovest della città di Hastings, nell’attuale contea inglese dell’East Sussex.

Era un’area boscosa, dove in epoca romana sorgeva una stazione di posta per i viaggiatori tra Londra e la costa.

Il campo di battaglia si trovava su una collina che dominava la pianura circostante, che si estendeva verso il mare. La collina, nota anche come Battle Hill o Senlac Ridge, era alta circa 60 metri e aveva un’ampia cresta piatta dove si sarebbe combattuta la maggior parte della battaglia. La collina era circondata da zone paludose e boschive, che avrebbero limitato la manovrabilità delle truppe e creato difficoltà per gli eserciti che avrebbero cercato di raggiungerla.

Lo schieramento della battaglia di Hastings

Guglielmo il Conquistatore aveva pianificato con cura lo schieramento delle truppe normanne, in modo da sfruttare al meglio le capacità offensive dei cavalieri e proteggerli dagli attacchi degli arcieri anglosassoni.

La prima divisione normanna, guidata da Guglielmo il Conquistatore in persona, era composta principalmente da cavalieri, e si schierò al centro dello schieramento, con il suo stendardo che lo identificava. La seconda divisione normanna, comandata dal conte di Ponthieu, si schierò alla destra di Guglielmo. La terza divisione normanna, guidata dal conte di Boulogne, si schierò alla sinistra.

Le divisioni normanne erano anche supportate da truppe di fanteria, che si schierarono in seconda linea.

Complessivamente, l’esercito normanno contava circa 7.000-8.000 uomini, di cui circa un terzo erano cavalieri.

Lo schieramento anglosassone era invece composto principalmente da uomini della nobiltà, che combattevano a cavallo, e da truppe di fanteria, composte principalmente da contadini e uomini liberi. L’esercito anglosassone contava circa 5.000 uomini, di cui solo una piccola percentuale erano cavalieri.

Fu diviso in due ali, con il re Harold al centro.

Nonostante l’inferiorità numerica, l’esercito anglosassone poteva contare sul vantaggio tattico dato dalla disposizione sulla collina e sperava di sfruttare questa posizione sopraelevata per respingere con maggiore facilità gli attacchi dei normanni.

Per contro, lo schieramento anglosassone era meno organizzato e meno omogeneo rispetto a quello normanno, dal momento che era stato arruolato con truppe provenienti da diverse parti del paese e di diverse classi sociali.

Svolgimento della battaglia di Hastings

La battaglia iniziò all’alba del 14 ottobre 1066, quando i normanni mossero in avanti con l’arciduca normanno, Taillefer, che intonava canzoni di guerra.

La fanteria fu la prima a muoversi, seguita dalla cavalleria, ed iniziò un fitto lancio di frecce, ma l’esercito anglosassone riuscì a resistere alle prime ondate degli attacchi normanni.

Gli anglosassoni, guidati da re Harold, si erano infatti schierati creando un “muro di scudi”, mentre gli arcieri furono particolarmente efficaci nel respingere l’attacco della cavalleria nemica, dal momento che i loro archi si ricaricavano più velocemente rispetto al nemico.

I normanni utilizzarono diverse tattiche per cercare di rompere questa formazione, tra cui l’uso di frecce e lancieri. Tuttavia, gli anglosassoni resistettero, e gli scontri furono violenti e confusi.

Durante il caos generale, si diffuse la notizia che Guglielmo il Conquistatore fosse stato assassinato, il che causò ancora maggior confusione. Le truppe inglesi cominciarono a rincorrere i fuggitivi, ma Guglielmo riprese il controllo della situazione appena in tempo, cavalcando tra i suoi uomini, mostrando il suo viso e gridando che era ancora vivo.

Guglielmo, capendo che l’andamento della battaglia stava volgendo negativamente per il suo esercito e che gli inglesi si erano posizionati con grande efficacia, decise allora di modificare radicalmente la propria tattica.

La cavalleria normanna avanzò di nuovo, ma improvvisamente si ritirò, facendo credere agli anglosassoni che l’attacco fosse fallito. In questo modo, gli anglosassoni, sicuri di avere la vittoria in pugno, si lanciarono all’inseguimento della cavalleria nemica, lasciando però sguarnita la loro posizione.

Quando la cavalleria normanna si voltò contro gli anglosassoni, questi furono colti completamente di sorpresa e subirono pesanti perdite, bersagliati dalle truppe normanne che ritornarono improvvisamente al contrattacco. Questa tattica venne ripetuta diverse volte, con i normanni che sembravano battere in ritirata per poi ribaltare la situazione e colpire gli inglesi quando erano in posizione di svantaggio.

La morte di Harold e la svolta nella battaglia

Il momento di svolta nella battaglia di Hastings è tuttavia rappresentata dalla morte sul campo di Harold II. Il momento è stato narrato in modo differente da diverse fonti storiche dell’epoca.

Secondo Guglielmo di Poitiers, Harold II fu ucciso da quattro cavalieri normanni che lo colpirono contemporaneamente con le loro lance e spade. Il re cadde a terra e, mentre era in fin di vita, uno dei cavalieri gli tagliò la testa.

Amato di Montecassino narra invece che Harold II fu ferito alla testa da una freccia normanna, ma non morì subito. Continuò a combattere, infatti, fino a quando non fu colpito al cuore da un altro colpo di lancia. Solo allora il re morì.

Guglielmo di Malmesbury racconta una versione simile a quella di Amato di Montecassino, ma aggiunge alcuni dettagli. Secondo lui, dopo essere stato colpito dalla freccia, Harold II ricevette una seconda ferita alla testa che lo fece cadere a terra. Fu allora che un gruppo di cavalieri normanni gli tagliò la testa. In ogni caso, secondo Guglielmo di Malmesbury, la testa del re non fu mai ritrovata.

La fine di Harold lasciò le truppe anglosassoni senza guida, e il crollo del morale dei soldati inglesi decretò la sconfitta. Molti di loro fuggirono, ma alcuni militari anglosassoni si riunirono intorno al cadavere di Aroldo e combatterono fino alla fine

I Normanni iniziarono a inseguire i soldati in fuga, e tranne per un’azione di retroguardia in un luogo noto come “Malfosse”, la contesa era conclusa. Le dinamiche avvenute nel luogo delle Malfosse e la sua precisa collocazione rimangono ancora oggi dibattute. Sembra che i militari inglesi si siano arroccati nei pressi di una posizione fortificata e che abbiano gravemente ferito il nobile Eustacchio di Boulogne prima di essere sopraffatti dai normanni.

La cause della sconfitta inglese e della vittoria normanna

La sconfitta inglese può essere attribuita a diversi fattori. Innanzitutto, la mancanza di unità tra i vari signori anglosassoni ha compromesso la loro capacità di opporsi con successo all’invasione normanna di Guglielmo. Inoltre, l’esercito inglese non era adeguatamente equipaggiato e addestrato per affrontare la tattica di cavalleria pesante dei Normanni.

Un altro fattore importante è stato il repentino cambio di approccio di Guglielmo il Conquistatore durante lo scontro: l’uso della tattica della finta ritirata ha confuso l’esercito inglese e ha compromesso la sua capacità di organizzarsi e di reagire efficacemente.

Inoltre, l’impiego della cavalleria pesante ha reso difficile per gli inglesi contrastare l’attacco normanno. Infine, la morte di Re Harold II durante la battaglia ha provocato il collasso “morale” dell’esercito inglese.

Di contro, l’esercito normanno era composto da truppe addestrate e disciplinate, con un alto grado di coesione e motivazione. Inoltre, il duca Guglielmo aveva un’esperienza militare significativa e una strategia ben pianificata per la battaglia.

Inoltre, gli arcieri normanni erano armati di archi lunghi, un’arma devastante contro i soldati inglesi, che non erano protetti da scudi o corazze. I cavalieri normanni erano anche armati con lance e spade lunghe, che consentivano loro di infliggere danni letali ai soldati inglesi.

Un altro fattore che ha contribuito alla vittoria normanna è stata l’abilità di Guglielmo nel convincere i suoi soldati a continuare a combattere, nonostante le difficoltà e le perdite subite durante la prima fase della battaglia.

Le conseguenze della battaglia di Hastings per la storia inglese

La battaglia di Hastings fu gravida di conseguenze per tutta la storia inglese e per la storia europea. Innanzitutto, la fine dell’era anglosassone: con la morte di re Harold II e l’ascesa di Guglielmo il Conquistatore, si concluse l’era anglosassone in Inghilterra e iniziò un periodo di dominio normanno sulla nazione.

Guglielmo il Conquistatore consolidò il suo potere reale e creò una monarchia forte in Inghilterra. Inoltre, i suoi successori portarono avanti il lavoro di consolidamento del potere, che portò alla creazione di un sistema giuridico unificato e alla centralizzazione del potere.

Le ripercussioni furono evidenti anche nella struttura stessa della società inglese nei secoli futuri. La vittoria normanna portò all’introduzione del sistema feudale in Inghilterra. Guglielmo distribuì terre ai suoi seguaci e in cambio richiese loro servizio militare.

Nel 1086, Guglielmo ordinò inoltre la compilazione del Domesday Book, un registro dettagliato di tutte le terre e delle proprietà in Inghilterra. Questo registro servì a stabilire la base per la tassazione e la gestione delle proprietà terriere.

Sotto l’aspetto linguistico, con l’arrivo dei Normanni, il francese divenne la lingua della corte e della nobiltà, il che portò all’assimilazione di parole francesi nella lingua inglese e alla creazione di un dialetto anglo-normanno.

La prima battaglia di El-Alamein: gli Alleati fermano l’Asse in Nord Africa

La Prima Battaglia di El-Alamein fu combattuta tra il 1° e il 27 luglio 1942 nel corso della Seconda Guerra Mondiale, nell’ambito della Campagna del Nordafrica. L’esercito britannico, sotto il comando del generale Bernard Montgomery, sconfisse l’esercito dell’Asse, guidato dal feldmaresciallo tedesco Erwin Rommel.

La prima battaglia di El-Alamein fu combattuta tra le forze dell’Asse (Germania, Italia e Giappone) e gli Alleati (Regno Unito, Commonwealth e altre nazioni alleate) durante la Seconda Guerra Mondiale.

La battaglia segnò un punto di svolta nella Campagna del Nordafrica e rappresentò una vittoria cruciale per gli Alleati, in quanto fermò l’avanzata tedesca verso il Canale di Suez e permise alle forze britanniche di prendere l’iniziativa nell’area del Mediterraneo. La battaglia è considerata uno dei momenti chiave della Seconda Guerra Mondiale.

La prima battaglia di El-Alamein, giorno per giorno

El-Alamein era una località strategica situata sulla costa del Mediterraneo in Egitto, tra Alessandria e il confine con la Libia. Il controllo di questa zona era vitale per garantire l’accesso al Canale di Suez e al Medio Oriente, dove si trovavano importanti giacimenti di petrolio.

Le forze dell’Asse, sotto il comando del generale tedesco Erwin Rommel, avevano avuto una serie di successi in Nord Africa, conquistando gran parte dell’Egitto e avanzando verso il Canale di Suez. Le forze degli Alleati, sotto il comando del generale britannico Bernard Montgomery, stavano cercando di arrestare l’avanzata dell’Asse.

1 luglio: l’inizio della battaglia

Il 1° luglio 1942 segnò l’inizio della prima battaglia di El-Alamein. Le forze dell’Asse, sotto il comando del generale Erwin Rommel, attaccarono la linea difensiva degli Alleati, che si estendeva per circa 50 chilometri, lungo una serie di colline e depressioni.

Le prime azioni si verificarono a sud di El-Alamein, dove le forze dell’Asse iniziarono a bombardare le posizioni degli Alleati. I tedeschi attaccarono con un’artiglieria pesante e la fanteria avanzò a piedi, coprendo circa 1,5 km in circa 12 ore. L’artiglieria italiana si unì all’attacco, lanciando una serie di proiettili e bombe aeree.

Le forze degli Alleati risposero con un contrattacco aereo, utilizzando la loro superiorità aerea per attaccare le forze dell’Asse, che avevano problemi di rifornimento e di comunicazione a causa della distanza dalle loro basi.

In questo primo giorno di battaglia, le forze dell’Asse riuscirono a sfondare la linea difensiva degli Alleati in alcuni punti, ma furono in grado di ottenere solo piccoli guadagni di terreno. Le forze degli Alleati riuscirono a mantenere la loro posizione principale.

Durante la notte tra il 1° e il 2 luglio, le forze dell’Asse avevano tentato di infiltrarsi nelle linee difensive degli Alleati, ma erano state respinte. Durante il giorno, le forze dell’Asse continuarono ad attaccare le posizioni degli Alleati, utilizzando l’artiglieria pesante e la fanteria.

Le forze degli Alleati risposero con il fuoco dell’artiglieria e dei carri armati, riuscendo a contenere l’avanzata dell’Asse. Gli Alleati mantennero le loro posizioni principali, ma le forze dell’Asse riuscirono a sfondare la linea difensiva in alcuni punti, guadagnando terreno.

Nella zona sud, le forze dell’Asse erano riuscite a creare una breccia nella linea difensiva degli Alleati, ma furono poi bloccati dalle truppe britanniche e sudafricane, che lanciarono un contrattacco con i carri armati. Nella zona nord, le forze dell’Asse non furono in grado di sfondare la linea difensiva degli Alleati.

2 luglio: i carri armati Grant

Il 2 luglio le forze dell’Asse, sotto il comando del generale Erwin Rommel, continuavano ad attaccare la linea difensiva degli Alleati, che si estendeva per circa 50 chilometri lungo una serie di colline e depressioni. Quel secondo giorno vide anche il primo utilizzo da parte degli Alleati del famoso carro armato “Grant”, che dimostrò la sua efficacia contro i carri armati dell’Asse.

3 luglio: l’Asse cerca di sfruttare la breccia nella linea alleata

Il terzo giorno, nella zona sud, le forze dell’Asse cercarono di sfruttare la breccia creata nella linea difensiva degli Alleati il giorno precedente, avanzando con i loro carri armati. Tuttavia, incontrarono una forte resistenza dalle truppe britanniche e sudafricane, che riuscirono a contenere l’offensiva dell’Asse e a infliggere pesanti perdite.

Nella zona centrale, le forze dell’Asse lanciarono un attacco con i loro carri armati contro le posizioni degli Alleati, ma furono respinti dalla fanteria e dalla contraerea degli Alleati. Anche in questa zona, gli Alleati inflissero pesanti perdite alle forze dell’Asse.

Nella zona nord, le forze dell’Asse continuarono ad attaccare le posizioni degli Alleati con l’artiglieria pesante, ma furono respinte dalla fanteria e dalla contraerea degli Alleati.

Durante la notte tra il 3 e il 4 luglio, le forze dell’Asse tentarono di infiltrarsi nelle linee difensive degli Alleati, ma furono respinte dalle truppe britanniche e australiane.

4 luglio: gli Alleati respingono l’Asse

Il 4 luglio, nella zona sud, le forze dell’Asse continuarono a cercare di sfruttare la breccia creata nella linea difensiva degli Alleati, attaccando con i loro carri armati e la fanteria. Tuttavia, gli Alleati erano preparati e riuscirono a respingere gli attacchi dell’Asse, infliggendo pesanti perdite.

5 luglio: l’Asse attacca a sorpresa

Il 5 luglio le forze dell’Asse tentarono di lanciare un attacco a sorpresa nella zona nord, utilizzando carri armati e fanteria, ma furono respinte dalla fanteria e dall’artiglieria degli Alleati. Le forze britanniche lanciarono anche un contrattacco a sud, catturando una serie di posizioni nemiche.

6 luglio: i tedeschi attaccano su vasta scala

Il 6 luglio, le forze dell’Asse lanciarono un attacco su vasta scala in tutta la linea difensiva degli Alleati, utilizzando carri armati e fanteria. Nonostante inizialmente sembrasse che l’Asse avesse raggiunto alcuni successi, alla fine gli Alleati riuscirono a respingere l’attacco e a infliggere pesanti perdite alle forze nemiche.

7 luglio: la resistenza alleata a Ruweisat

Il 7 luglio, le forze dell’Asse continuarono a lanciare attacchi contro le posizioni degli Alleati, ma furono costantemente respinte. In particolare, gli attacchi nell’area di Ruweisat Ridge furono particolarmente intensi, ma gli Alleati riuscirono a resistere.

8 luglio: gli Alleati resistono

L’8 luglio, le forze dell’Asse ripresero l’attacco in tutta la linea difensiva degli Alleati, utilizzando carri armati, fanteria e artiglieria. Tuttavia, gli Alleati riuscirono a resistere e a infliggere pesanti perdite alle forze nemiche.

9 luglio: il contrattacco Alleato

Il 9 luglio, le forze dell’Asse continuarono a lanciare attacchi contro le posizioni degli Alleati, ma furono respinte. In particolare, gli attacchi nell’area di Ruweisat Ridge furono particolarmente intensi, ma gli Alleati riuscirono a resistere. Durante la notte tra il 9 e il 10 luglio, gli Alleati lanciarono un contrattacco a sud, riuscendo a catturare una serie di posizioni nemiche.

10 luglio: gli Alleati conquistano il Knightsbridge Box

Il 10 luglio, gli Alleati lanciarono un contrattacco a sud, sfruttando la breccia aperta nella linea nemica. L’attacco portò alla conquista di posizioni importanti, tra cui il cosiddetto “Knightsbridge Box”. Gli attacchi delle forze dell’Asse continuarono a essere respinti, ma la situazione rimase critica per gli Alleati, a causa della scarsità di rifornimenti e della pressione costante delle forze nemiche.

11 luglio: tentativo di riconquista tedesco del Knightsbridge Box

L’11 luglio, le forze dell’Asse lanciarono un contrattacco nel tentativo di riconquistare il Knightsbridge Box, ma furono respinte dagli Alleati. Nel frattempo, gli Alleati lanciarono una serie di attacchi a sud, con l’obiettivo di espandere la loro testa di ponte.

12 luglio: l’Asse protegge la città di Ruweisat

Il 12 luglio, gli Alleati lanciarono un attacco a nord-ovest, con l’obiettivo di catturare la città di Ruweisat. L’attacco iniziale fu un successo, ma le forze dell’Asse riuscirono a organizzare una controffensiva e a respingere gli Alleati.

13 e 14 luglio: gli Alleati consolidano le posizioni

Il 13 e il 14 luglio, le forze dell’Asse lanciarono una serie di attacchi contro le posizioni degli Alleati, ma furono respinte. Nel frattempo, gli Alleati furono in grado di consolidare le loro posizioni e di respingere gli attacchi nemici. Per i due giorni successivi, gli Alleati erano ancora sotto pressione a causa della scarsità di rifornimenti e della pressione costante delle forze nemiche.

17 luglio: l’attacco alleato a nord-ovest

Il 17 luglio, gli Alleati lanciarono un attacco a nord-ovest, con l’obiettivo di catturare la città di Ruweisat. L’attacco iniziale fu un successo, ma le forze dell’Asse riuscirono a organizzare una controffensiva e a respingere gli Alleati.

I giorni successivi videro un alternarsi di attacchi e contrattacchi, che si concentrarono per lo più sul tentativo di conquistare la città di Ruweinsat.

26 e 27 luglio: i tedeschi riconoscono la sconfitta

Il 26 e il 27 luglio 1942 segnarono gli ultimi giorni della Prima Battaglia di El-Alamein. Dopo aver fermato l’offensiva della controffensiva britannica il 23 luglio, i tedeschi cercarono di riprendere l’iniziativa.

Il 26 luglio, la 21ª Divisione Panzer, rinforzata da elementi della 90ª Leggera, avanzò contro il settore di El Ruweisat, difeso dalla 22ª Brigata corazzata. La divisione britannica resistette strenuamente, ma alla fine dovette ritirarsi sotto la pressione tedesca. Tuttavia, la ritirata fu effettuata in ordine e con la copertura dell’artiglieria britannica, il che permise di mantenere intatta la linea difensiva a El Alamein.

Il 27 luglio, i tedeschi sferrarono un ultimo attacco contro il settore di Alam el Halfa, che era stato fortificato dai britannici con numerose mine e filo spinato. L’attacco fu respinto dalla 7ª Divisione corazzata britannica, che inflisse pesanti perdite ai tedeschi.

Con la sconfitta a Alam el Halfa, il feldmaresciallo Rommel si rese conto che la battaglia era persa. La sua linea difensiva era stata spezzata e non aveva più riserve disponibili per contrattaccare. Inoltre, la sua forza di combattimento era stata notevolmente ridotta dalle perdite subite.

Di conseguenza, il 27 luglio Rommel decise di ordinare la ritirata della sua armata. I tedeschi abbandonarono le loro posizioni e iniziarono a ritirarsi verso ovest, in direzione di Marsa Matruh.

La battaglia fu ufficialmente conclusa il 27 luglio, quando il generale britannico Claude Auchinleck annunciò la vittoria alle sue truppe. La Prima Battaglia di El-Alamein fu una sconfitta per l’Asse e rappresentò un punto di svolta nella campagna del Nordafrica. La vittoria britannica fermò l’avanzata tedesca verso il Canale di Suez e diede inizio alla controffensiva alleata che avrebbe alla fine portato alla sconfitta dell’Asse in Africa.

Il ruolo dei soldati italiani: il X Corpo d’Armata

Durante la prima battaglia di El Alamein, i soldati italiani erano parte dell’esercito dell’Asse guidato dal feldmaresciallo Erwin Rommel, noto come la “Volpe del deserto”.

Costituivano una porzione significativa dell’esercito dell’Asse, insieme ai tedeschi e alle truppe di altre nazioni dell’Asse, e combatterono coraggiosamente contro le forze britanniche.

Tuttavia, gli italiani erano svantaggiati dal punto di vista del supporto logistico, della tattica e delle risorse, e soffrirono pesanti perdite. Molti dei soldati italiani furono catturati durante la battaglia e internati come prigionieri di guerra.

Il X Corpo d’armata italiano fu schierato sulla linea del fronte tra il settore del mare Mediterraneo e la località di Ruweisat Ridge, una posizione chiave per il controllo del territorio. Il corpo d’armata era formato da tre divisioni di fanteria (101ª, 102ª e 185ª) e una divisione corazzata (132ª). Le divisioni italiane avevano una scarsa esperienza di combattimento e una formazione tattica obsoleta, ma disponevano di armi moderne e di personale altamente motivato.

Nel corso della battaglia, il X Corpo d’armata italiano fu impegnato in una serie di scontri contro le forze britanniche. La divisione corazzata 132ª tentò di attaccare le posizioni britanniche senza successo, subendo pesanti perdite. La 101ª divisione di fanteria fu costretta a ripiegare, mentre la 102ª e la 185ª ressero il fronte con successo, anche se subendo perdite considerevoli.

Il 23 luglio, l’esercito britannico lanciò un attacco massiccio contro le posizioni italiane, impiegando mezzi corazzati e artiglieria pesante. Il X Corpo d’armata italiano subì pesanti perdite, in particolare la divisione corazzata 132ª, che fu quasi completamente distrutta. Le divisioni di fanteria furono costrette a ripiegare, perdendo gran parte del terreno precedentemente conquistato.

Il XX Corpo d’armata motocorazzato italiano

Il XX Corpo d’armata motocorazzato italiano era una grande unità corazzata dell’esercito, composto dalla Divisione Corazzata Ariete, dalla Divisione Corazzata Littorio e dalla Divisione Motorizzata Trieste.

Il XX Corpo d’armata motocorazzato venne schierato nella parte meridionale del fronte e inizialmente tenne con successo le posizioni contro gli attacchi britannici. La Divisione Corazzata Ariete, comandata dal generale Gastone Gambara, svolse un ruolo particolarmente importante. Il 30 giugno, la divisione, insieme alla Divisione Corazzata 21 Panzer dell’Afrika Korps tedesca, attaccò le forze britanniche nella zona di Deir el Shein, infliggendo loro pesanti perdite.

Il 1º luglio, la Divisione Corazzata Ariete continuò ad avanzare, ma venne fermata dalle difese britanniche, subendo perdite notevoli. Dopo diversi giorni di scontri intensi, il XX Corpo d’armata motocorazzato italiano fu costretto a ripiegare a causa dell’avanzata delle forze britanniche.

Durante la battaglia, il XX Corpo d’armata motocorazzato italiano combatté con valore e tenacia, ma subì gravi perdite. La Divisione Corazzata Ariete, in particolare, venne quasi completamente distrutta. Nonostante i successi iniziali, l’offensiva italiana fallì e le forze dell’Asse vennero costrette a ritirarsi, ponendo fine alla campagna del Nordafrica.

Il XXI Corpo d’Armata italiano

Il XXI Corpo d’Armata italiano, guidato dal generale Enea Navarini, faceva parte delle forze dell’Asse che difendevano le posizioni a sud della linea di El-Alamein in Egitto. Il corpo d’armata era composto principalmente da divisioni corazzate e motorizzate e aveva la responsabilità di proteggere il fianco sinistro delle forze dell’Asse. Tuttavia, il corpo d’armata italiano fu sottoposto a un intenso fuoco di artiglieria e attacchi aerei da parte delle forze britanniche, il che limitò la sua capacità di combattere efficacemente.

Nella notte tra il 1° e il 2 luglio, il XXI Corpo d’Armata italiano fu attaccato dal XXX Corpo britannico, che avanzava sulla sinistra. Dopo una dura lotta, le divisioni italiane del corpo d’armata furono costrette a ritirarsi, lasciando scoperta la posizione del corpo d’armata adiacente, il XX Corpo d’Armata motocorazzato. Ciò ha contribuito a indebolire la linea dell’Asse e ha permesso alle forze britanniche di avanzare con successo.

Il XXI Corpo d’Armata italiano ha continuato a combattere per tutta la durata dello scontro, ma alla fine fu costretto a ritirarsi insieme al resto delle forze dell’Asse dopo che le forze britanniche riuscirono a sfondare le linee difensive.

La guerra del Peloponneso. Riassunto della guerra tra Atene e Sparta

La guerra del Peloponneso (431-404 a.C.),  fu un conflitto combattuto fra Atene e Sparta per l’egemonia nel mondo greco. 

Gli storici hanno tradizionalmente diviso la guerra in tre fasi. La prima, chiamata “Guerra dei dieci anni” o “Guerra Archidamica”, dal nome del re Spartano Archidamo II, si basò sull’invasione dell’Attica da parte dell’esercito spartano e dei suoi alleati appartenenti alla Lega del Peloponneso, la rete di alleanze dominata da Sparta.

Atene, adeguatamente difesa dalle cosiddette “Lunghe Mura”, rese questa strategia inefficace, mentre la flotta della lega di Delo, l’alleanza guidata da Atene, fece irruzione sulla costa del Peloponneso per innescare delle ribellioni all’interno di Sparta. 

Nel 421 a.C venne firmata la pace di Nicia che durò fino al 413 a.C. Durante questo secondo periodo, si svolsero in realtà diverse battaglie per procura, in particolare la battaglia di Mantinea del 418 a.C, vinta da Sparta contro un’alleanza composta da Elide, da Mantinea, da Argo ed Atene. L’evento principale fu tuttavia la spedizione siciliana tra i 415 e 413 a.C, durante la quale Atene perse quasi tutta la sua marina nel tentativo di catturare la città di Siracusa, alleata di Sparta.

Nella terza fase della guerra, denominata “Guerra Ionica”, l’impero persiano appoggiò Sparta per recuperare la sovranità delle città greche dell’Asia Minore, che erano state inglobate nella lega di Delo alla fine della guerra persiane. Grazie al denaro dei Persiani, Sparta costruì un enorme flotta sotto la guida del generale Lisandro, che vinse una serie di battaglie decisive nel Mar Egeo, in particolare quella di Egospotami nel 405 a.C.

Ormai indifesa, Atene si arrese l’anno successivo, perdendo tutto il suo potere.  Lisandro impose una oligarchia a tutti i membri della lega di Delo, con un regime conosciuto come “Trenta tiranni”. 

La guerra del Peloponneso venne seguita, dieci anni dopo, dalla “Guerra di Corinto” che  aiutò a tenere a riconquistare per lo meno la sua indipendenza da Sparta.

La guerra del Peloponneso ebbe profondi effetti su tutto il mondo greco. Atene, che all’inizio del conflitto era la città-stato più forte della Regione, venne ridotta in uno stato di completa soggezione a Sparta, la quale di contro si affermò come potenza trainante del territorio.

Gli enormi costi economici della guerra fecero sprofondare il Peloponneso nella povertà, e negli anni successivi Atene non riacquistò mai più la sua prosperità. La guerra apportò anche notevoli cambiamenti alla società: il conflitto tra la democrazia di Atene e  l’oligarchia di Sparta rese la guerra un evento endemico in tutto il mondo greco per i secoli successivi. 

Il mondo greco si trasformò infatti in una lotta a tutto campo tra città-stato rivali: compiendo regolari atrocità su larga scala, devastando vaste aree delle campagne, distruggendo regolarmente intere città, la guerra del Peloponneso segnò la fine dell’età d’oro della Grecia.

Il preludio alla guerra

Lo storico contemporaneo Tucidide, riassunse efficacemente i 50 anni precedenti al conflitto.

Essi erano stati contrassegnati da un continuo sviluppo da parte di Atene come grande potenza del mondo Mediterraneo. Il suo impero era iniziato con un piccolo gruppo di città stato, chiamato “Lega di Delo”, che si erano coalizzate per garantire la fine delle guerre greco-persiane. 

Dopo aver sconfitto i Persiani nella loro seconda invasione della Grecia (480 a.C.), Atene guidò la coalizione di città stato greche in ulteriori attacchi nei territori persiani nell’Egeo e nella Ionia.

Nel periodo successivo, Atene divenne sempre più il centro di un impero, conducendo un’aggressiva guerra contro la Persia e imponendo sempre più il suo controllo sulle altre città.  Nel giro di pochi anni, Atene aveva portato tutta la Grecia sotto il suo dominio, ad eccezione di Sparta e dei suoi alleati, inaugurando un periodo chiamato “Impero ateniese”. 

Entro la metà del secolo, i persiani erano stati completamente cacciati dall’Egeo e avevano dovuto cedere il controllo di vasti territori ad Atene. La città aveva accresciuto sempre più la propria potenza, costringendo gli alleati a pagare regolari tributi.

Con queste tasse, venne finanziata la costruzione di una potentissima flotta e furono eseguiti imponenti lavori pubblici per tutta la città, provocando un profondo risentimento in tutta la lega di Delo.

Nel frattempo, si era sviluppato l’attrito fra Atene e Sparta. Dopo la partenza dei Persiani della Grecia, Sparta aveva inviato ambasciatori per convincere Atene a non ricostruire le sue mura, ma la loro richiesta venne respinta. Effettivamente, senza le mura, Atene sarebbe stata completamente indifesa contro un attacco di terra e quindi soggetta al controllo spartano.

Secondo Tucidide, anche se gli Spartani non intrapresero alcuna azione militare, si sentivano profondamente addolorati.

Il conflitto conobbe un peggioramento nel 465 a.C, quando a Sparta scoppiò la “rivolta degli Iloti” ovveri dei loro schiavi. Gli Spartani convocarono tutte le forze dei loro alleati, inclusa Atene, per reprimere la ribellione. Atene inviò un considerevole contingente, circa 4000 opliti, ma al loro arrivo i soldati furono congedati dagli Spartani, mentre le unità degli altri alleati ebbero il permesso di rimanere. 

Secondo Tucidide, gli Spartani avrebbero preso questa decisione per paura che gli ateniesi cambiassero schieramento, sostenendogli gli Iloti. Gli ateniesi, profondamente offesi, ripudiarono la loro alleanza con Sparta. 

Quando infine i ribelli furono costretti ad arrendersi e fu loro concesso di evacuare Sparta, gli ateniesi  presero con loro contatti e li stabilirono nella città strategica di Naupatto,  sul Golfo di Corinto.

Nel 459 A.C era scoppiata intanto una guerra tra Megara e Corinto, entrambi alleati degli spartani. Atene approfittò della situazione per stringere un’alleanza con Megara, ottenendo un punto d’appoggio importante sull’istmo di Corinto. Ne seguì un conflitto di quindici anni, comunemente noto come “Prima guerra del Peloponneso”, in cui Atene combatté a intermittenza contro Sparta, Corinto, e altre città. 

Per un periodo di questo conflitto, Atene controllò non solo Megara ma anche tutta la Beozia. Ma alla fine, una massiccia invasione spartana dell’Attica costrinse Atene a cedere le terre che aveva conquistato sulla terraferma. Atene e Sparta riconobbero il  reciproco diritto di controllare  i propri alleati, senza l’interferenza l’uno dell’altro. 

La guerra fu conclusa con la “Pace dei trent’anni”, firmata nell’inverno del 446 a.C.

La rottura della pace dei trent’anni

La pace dei trent’anni venne messa a dura prova nel 440 a.C, quando Samo, dapprima alleata di Atene, si ribellò contro di loro.

I ribelli si assicurarono il sostegno di un Satrapo persiano e Atene fu sul punto di dover affrontare una serie di rivolte in tutto il suo impero. Gli Spartani, il cui intervento sarebbe stato utile ad innescare una massiccia guerra all’interno del territorio atenese, convocarono un congresso dei loro alleati per discutere la possibilità di una guerra su vasta scala.

Corinto, potente alleata di Sparta, era contraria all’intervento e il congresso votò contro la guerra con Atene. Gli ateniesi repressero la rivolta e la pace si mantenne. 

Gli eventi successivi portarono ad una guerra tra Atene e Corinto. Una delle colonie di Corinto, Corcyra, si ribellò e sconfisse i corinzi in battaglia. Corinto iniziò allora a costruire una forza navale. Allarmata, la colonia di Corcyra cercò un’alleanza con Atene. Atene discusse sia con Corcyra che con Corinto e decise infine di stringere un’alleanza difensiva con Corcyra.

Nella battaglia di Sibota, un piccolo contingente di navi ateniesi impedì a una flotta Corinzia di catturare Corcyra. Tuttavia, per non vanificare la pace dei trent’anni, ai generali ateniesi fu ordinato di non intervenire nella battaglia a meno che non fosse chiaro che Corinto avrebbe invaso Corcyra.

Tuttavia, le navi ateniesi decisero di partecipare attivamente alla battaglia, e sull’orlo della sconfitta furono salvate solo dall’arrivo di ulteriori triremi ateniesi, il che convinse i Corinzi a non sfruttare la vittoria e lasciare scappare la flotta ateniese in rotta.

Umiliata dai corinzi, Atene ordinò alla città di Potidea, alleata tributaria di Atene ma colonia di Corinto, di abbattere le sue mura, inviare degli ostaggi ad Atene, licenziare tutti i suoi magistrati Corinzi e rifiutare i magistrati che Corinto avrebbe inviato in futuro. 

Indignati, i Corinzi incoraggiarono Potidea, e gli assicurarono che se si fossero ribellati ad Atene avrebbero potuto contare sulla loro alleanza. Così fu: e durante la successiva battaglia tra Potidea ed Atene, i Corinzi aiutarono ufficiosamente Potidea, introducendo di nascosto degli uomini durante l’assedio della città da parte degli ateniesi. 

Questo violava apertamente la pace dei trent’anni, che stabiliva che la lega di Delo e la lega del Peloponneso avrebbero rispettato l’autonomia e gli affari reciproci. 

Arrivati a questa fase, Atene decise di compiere una aperta provocazione contro gli Spartani. Nel 433 a.C impose delle sanzioni commerciali ai cittadini di Megara: queste sanzioni, note come “decreto megalese”, non vengono riportate da Tucidide, ma alcuni storici moderni ritengono che vietare a Megara di commerciare con il prospero Impero atenese sarebbe stato per loro disastroso. Gli storici attribuiscono la responsabilità della guerra a questa specifica decisione di Atene.

Così, su richiesta di Corinto, gli Spartani convocarono in città tutti i membri della Lega del Peloponneso, in particolare quelli che avevano rancori con Atene, per presentare le loro lamentele all’assemblea. A questo dibattito partecipò anche una delegazione di Atene, seppur non fosse stata formalmente invitata, che chiese di parlare. 

Tucidide riferisce che i Corinzi condannarono l’inattività di Sparta fino a quel momento, avvisando che se Sparta fosse rimasta passiva, sarebbe presto rimasta senza alleati. In risposta, gli ateniesi ricordarono agli Spartani i successi militari che Atene aveva ottenuto contro la Persia, e li avvertirono che affrontare una città così potente sarebbe stato per loro pericoloso, incoraggiando piuttosto Sparta a mantenere fede alla pace dei trent’anni. 

Il re Spartano Archidamo II parlò contro la guerra, ma nell’assemblea spartana prevalsero le argomentazioni di chi voleva il conflitto. Infine, l’assemblea spartana deliberò che gli ateniesi avevano rotto la pace di trent’anni, dichiarandogli essenzialmente guerra.

La fase Archidamica: l’invasione dell’Attica da parte di Sparta

La prima fase della guerra del Peloponneso è nota come “Fase Archidamica”,  dal nome del re di Sparta, Archidamo II. 

Sparta e i suoi alleati, eccetto Corinto, avevano forze quasi esclusivamente terrestri, in grado di assemblare degli eserciti di fanteria quasi imbattibili, grazie alle leggendarie forze spartane. 

L’impero ateniese, sebbene dominasse la penisola dell’Attica, si estendeva attraverso le Isole del Mar Egeo e traeva la sua immensa ricchezza dai tributi pagati dagli alleati. La sua forza era prevalentemente navale, pertanto le due potenze, viste le loro differenze militari, erano incapaci di combattere battaglie decisive. 

La strategia spartana fu quella di invadere i territori coltivabili intorno ad Atene. Questa invasione privò gli ateniesi di gran parte delle aree fertili intorno alla loro città, ma Atene, mantenendo i suoi rifornimenti via mare, non ne soffrì eccessivamente. Molti cittadini dell’Attica abbandonarono le loro fattorie e si trasferirono all’interno delle lunghe Mura della città, che collegavano Atene al suo porto, il Pireo.

Gli Spartani occuparono l’Attica per periodi relativamente brevi, non più di tre settimane alla volta: nella tradizione della guerra oplita, infatti, i soldati dovevano tornare a casa per partecipare al raccolto. Inoltre, gli schiavi spartani dovevano continuamente essere tenuti sotto controllo e non potevano essere lasciati incustoditi a lungo. Tanto è vero che la più lunga invasione spartana durò appena 40 giorni.

Nel frattempo, la strategia ateniese, guidata dal loro generale Pericle, si basava sull’evitare la battaglia aperta contro degli opliti spartani molto più numerosi e meglio addestrati, affidandosi invece alla propria flotta navale. Le navi ateniesi passarono così all’offensiva, vincendo una prima battaglia a Naupatto.

Nel 430 a.C, ad Atene, la convivenza forzata di decine di migliaia di persone all’interno di un perimetro relativamente ristretto,  provocò lo scoppio di una pesante pestilenza. Oltre 30.000 cittadini, marinai e soldati, tra cui Pericle e i suoi figli, morirono. 

La manodopera ateniese venne drasticamente ridotta e persino i mercenari stranieri si rifiutarono di combattere per una città piena di malati. La paura della peste si diffuse così tanto che gli stessi spartani decisero di rinunciare all’invasione dell’Attica, dal momento che le truppe non erano disposte a rischiare il contatto con il nemico.

Con la morte di Pericle, gli ateniesi decisero di cambiare la loro strategia attendista e puntarono ad un approccio più aggressivo contro Sparta ai suoi alleati. Nella democrazia ateniese si fece avanti il nome del politico Cleone, mentre il nuovo leader militare era Demostene, che grazie ad una serie di incursioni navali nel Peloponneso segnò alcuni punti a favore di Atene. 

La città estese le sue attività militari in Beozia ed Etolia, represse la rivolta di Mitilene e iniziò a fortificare nuove postazioni intorno al Peloponneso. Una di queste nuove postazioni si trovava sull’isola di Sfacteria, dove un primo combattimento si risolse a favore di Atene. 

Particolare importanza ebbe l’avamposto ateniese di Pilo, che iniziò ad attrarre schiavi spartani fuggiaschi. Il timore di una rivolta di Iloti, sobillata dai vicini ateniesi, convinse gli Spartani ad attaccare. Demostene sconfisse gli Spartani nella battaglia di Pilo del 425 a.C ma, settimane dopo il primo risultato, si dimostrò incapace di  ottenere una vittoria risolutiva.

Nel frattempo, Cleone annunciò all’assemblea ateniese di poter porre fine alla guerra con una grande battaglia: si giunse così alla battaglia di Sfacteria,  che segnò un momento importante per tutta la storia militare greca. Trecento opliti spartani, completamente circondati dalle forze ateniesi, si arresero. Per la prima volta, il mito dell’invincibilità spartana era stato incrinato.

Gli ateniesi imprigionarono gli ostaggi e minacciarono di giustiziare tutti gli Spartani catturati nel caso in cui un nuovo esercito dal Peloponneso avesse  invaso l’Attica. 

Gli Spartani avevano però dalla loro parte un nuovo intraprendente generale, Brasida, che riuscì in poco tempo ad organizzare un esercito di alleati e di iloti, marciando per tutta la Grecia fino alla colonia ateniese di Anfipoli, in Tracia. 

Anfipoli controllava diverse miniere d’argento che fornivano gran parte dei fondi necessari alla guerra ateniese. Una forza militare guidata da Tucidide venne subito inviata per contrastare gli avversari, ma egli arrivò troppo tardi per impedire a Brasida di catturare la città. Seguirono una serie di violenti combattimenti, con i quali gli ateniesi cercarono di riconquistare Anfipoli,  e proprio durante questi scontri sia a Cleone che Brasida trovarono la morte.

Con la scomparsa dei due leader che più spingevano per la guerra, spartani ed ateniesi accettarono di scambiarsi i reciproci ostaggi e firmarono una tregua.

Dalla pace di Nicia alla battaglia di Mantinea

L’accordo tra Spartani ed ateniesi, noto come “Pace di Nicia”, durò sei anni. 

Tuttavia continue scaramucce minarono la pace nel Peloponneso. Mentre gli Spartani si astenevano effettivamente dall’intraprendere azioni militari,  alcuni dei loro alleati iniziarono a parlare di rivolta. 

Gli ateniesi pensarono di sfruttare la situazione, e decisero di offrire il loro supporto alla città di Argo, potente stato del Peloponneso. Con il supporto esterno ateniese, gli argivi formarono una nuova coalizione di stati democratici del Peloponneso alternativa a quella guidata da Sparta, alleanza che comprendeva anche i potenti stati di Mantinea ed Elide

Gli argivi e i loro alleati, con il sostegno di una piccola forza ateniese guidata dal generale Alcibiade, si mossero per impadronirsi della città di Tegea, vicino a Sparta.

Si arrivò così ad uno dei più grandi scontri terrestri di tutta la guerra del Peloponneso, la battaglia di Mantinea.  

Sparta e i suoi alleati dovettero combattere contro una coalizione composta dai soldati di Argo, Atene e Mantinea.  Inizialmente, lo scontro fu a favore degli ateniesi e dei loro alleati, ma non riuscendo a capitalizzare i primi successi le più efficienti forze spartane riuscirono infine a sconfiggere gli avversari. Gli Spartani ottennero una vittoria finale definitiva , salvando Sparta. 

L’alleanza democratica fu sciolta e la maggior parte dei suoi membri venne reincorporata nella lega del Peloponneso. Con la vittoria di Mantinea, Sparta evitò la totale sconfitta e riconfermò la sua piena egemonia in tutta la regione.

La spedizione in Sicilia e il tradimento di Alcibiade

Nel 17mo anno di guerra, giunse ad Atene la notizia che Segesta, città siciliana alleata, era sotto attacco da Siracusa. Gli ateniesi decisero di aiutare i loro alleati, concretizzando il grande progetto di conquista dell’intera isola. 

Siracusa era potente ma battibile, e la conquista della Sicilia avrebbe portato ad Atene delle immense risorse. Venne così organizzata una spedizione militare in grande stile, ma durante gli ultimi preparativi per la partenza, le statue religiose che raffiguravano il dio Ermes, disseminate in tutta Atene, vennero orribilmente mutilate da ignoti,  in uno scandalo noto come “Scandalo delle Erme”. 

Alcibiade venne immediatamente accusato di crimini religiosi, evidentemente dai suoi avversari politici. Egli chiese immediatamente di avere un regolare processo per potersi difendere prima di partire per la spedizione. Tuttavia, gli ateniesi permisero ad Alcibiade di partire immediatamente. 

Arrivato in Sicilia, però, Alcibiade fu richiamato ad Atene per testimoniare. Temendo di essere condannato ingiustamente, Alcibiade disertò, passando dalla parte degli spartani e l’incarico della spedizione siciliana passò al generale ateniese Nicia.

Alcibiade, approdato al servizio del nemico, spiegò agli Spartani che gli ateniesi intendevano utilizzare l’isola come trampolino di lancio per la conquista di tutta l’Italia, fino a Cartagine e che il dominio sulle risorse siciliane avrebbe permesso agli ateniesi di finanziare la guerra fino a conquistare tutto il Peloponneso.

Nonostante la defezione di Alcibiade, la forza ateniese era composta da 100 navi da guerra e cinquemila fanti, oltre a diverse truppe corazzate leggere. La cavalleria, invece, era limitata a sole 30 unità, che non erano minimamente all’altezza della grande e addestrata cavalleria siracusana. 

Dopo lo sbarco in Sicilia, diverse città si unirono immediatamente alla causa degli ateniesi. Ma invece di attaccare il nemico, Nicia preferì rimandare le operazioni all’anno 415 a.C, infliggendo a Siracusa solo lievissimi danni. Con l’avvicinarsi dell’inverno, gli ateniesi si ritirarono nei loro accampamenti e trascorsero l’inverno chiamando a raccolta alleati dai territori circostanti.

Il ritardo si dimostrò un grave errore tattico, in quanto permise a Siracusa di chiedere aiuto direttamente a Sparta, che inviò immediatamente il proprio generale Gilippo con dei rinforzi. Gilippo radunò forze militari da diverse città siciliane e andò subito in soccorso di Siracusa.

Preso il comando delle truppe siracusane, sconfisse le forze ateniesi in una serie di battaglie e gli impedì di invadere la città. Nicia mandò quindi un messaggio ad Atene, chiedendo ulteriori rinforzi. 

Per aiutarlo, venne scelto il generale Demostene, che si mise alla guida di una nuova flotta che raggiunse la Sicilia, unendo le sue forze a quelle di Nicia. 

A seguito di altre battaglie, i siracusani e i loro alleati sconfissero nuovamente gli ateniesi. Demostene, comprendendo la situazione, fu il primo a sostenere la necessità di ritirarsi ad Atene, ma Nicia rifiutò. Dopo ulteriori battute d’arresto, dovute sostanzialmente ad incomprensioni sul campo di battaglia e a diverse interpretazioni della guerra, Nicia sembrò finalmente accettare la ritirata.

Questa tuttavia venne ritardata da un cattivo presagio, un’eclissi lunare che sorprese i soldati ateniesi mentre si preparavano per l’imbarco. Di nuovo, il ritardo fu estremamente negativo per gli ateniesi che, sopresi dai siracusani e dagli Spartani, furono costretti ad una battaglia navale nel porto grande di Siracusa. 

Nello scontro, gli ateniesi vennero completamente sconfitti. Nicia e Demostene furono costretti a guidare le loro residue forze rimanenti nell’entroterra siciliano alla disperata  ricerca di alleati. Ma la cavalleria siracusana li attaccò senza pietà, uccidendo gran parte dei soldati e riducendo i sopravvissuti in schiavitù.

Il contrattacco Spartano in Attica

Dopo la sconfitta ateniese, gli Spartani, su consiglio di Alcibiade, decisero di attaccare nuovamente l’Attica. Il loro primo obiettivo era la fortezza di Decelea, un luogo vicino ad Atene, da cui partivano regolarmente i rifornimenti di cibo per gli ateniesi. L’occupazione della fortezza impedì ai viveri di raggiungere Atene, che fu costretta a ottenere nuovi rifornimenti esclusivamente via mare e a spese maggiori.

Ma il danno peggiore fu la conquista da parte degli spartani delle miniere d’argento della zona del Laurio, che privarono Atene della loro tradizionale ricchezza.

Con pesanti difficoltà di approvvigionamento e avendo a disposizione solamente una riserva di emergenza di mille talenti, gli ateniesi furono costretti ad alzare drasticamente i tributi richiesti ai loro alleati, aumentando ulteriormente le tensioni con le altre città dell’Attica.

Nel frattempo, Corinto, Sparta e altri della Lega del Peloponneso mandarono rinforzi a Siracusa per scacciare definitivamente gli ateniesi, ma anziché ritirarsi, questi inviarono in Sicilia altre 300 navi e cinquemila soldati. 

I Siracusani, guidati sempre da Gilippo, sconfissero di nuovo gli ateniesi  in alcune battaglie campali e lo stesso Gilippo incoraggiò i siracusani a costruire una propria flotta, in grado di sconfiggere quella ateniese durante le operazioni di ritiro. 

Gli ateniesi,  in grave difficoltà, cercarono di trovare una via di fuga attraverso città siciliane alleate, ma l’esercito si frammentò in gruppi minori e sconfitto a più riprese. Per gli ateniesi fu una drammatica disfatta: la flotta fu distrutta e l’intero esercito venduto come schiavi.

Si diffuse presso tutta la Grecia l’idea che l’impero ateniese fosse vicino alla fine. Le finanze della città erano quasi vuote, i rapporti commerciali compromessi e molti giovani ateniesi erano morti o prigionieri in Terra straniera.

Il recupero di Atene e la riscossa di Alcibiade

Circondata da ogni parte, il colpo di grazia di Atene venne organizzato dagli Spartani, dai siracusani e persino dagli storici nemici degli ateniesi, i persiani. Tutti erano coalizzati contro di loro, sia direttamente, con l’invio di contingenti militari, che indirettamente, incitando le città stato della regione a ribellarsi contro l’odiato padrone. 

Ma Atene si salvò.

Innanzitutto perché i loro nemici mancavano di iniziativa. Sia Corinto che Siracusa furono lente a trasportare le loro flotte presso il Mar Egeo, e anche gli alleati di Sparta mossero con eccessiva lentezza le truppe. Persino i Persiani furono tardivi nell’inviare i fondi e le navi da guerra promesse, deprimendo i piani di battaglia.

Nel frattempo, già dall’inizio della guerra, gli ateniesi avevano messo da parte del denaro e 100 navi che dovevano essere utilizzate solo come ultima risorsa. Queste navi costituirono il nucleo della flotta degli ateniesi per tutto il resto della guerra. 

In questo periodo, ad Atene si verificò una rivoluzione oligarchica, in cui un gruppo di quattrocento aristocratici prese il potere e abolì la democrazia. Questa nuova oligarchia iniziò a lavorare per ottenere una pace con Sparta, ma la flotta ateniese, che faceva base sull’isola di Samo, rifiutò ogni compromesso.

Nel 411 a.C, la flotta, di propria iniziativa, ingaggiò gli Spartani nella battaglia di Syme. La flotta nominò Alcibiade come proprio capo e continuò la guerra in nome di Atene. Così, il comportamento autonomo della flotta militare portò al ripristino di un governo democratico ad Atene in poco meno di due anni.

Alcibiade, sebbene fosse stato condannato come traditore, aveva ancora un grosso peso, a cui si aggiunse un suo capolavoro politico: egli impedì alla flotta ateniese,  che si considerava tradita dalla madrepatria, di attaccare la propria città, contribuendo invece al ripristino della democrazia attraverso fini manovre diplomatiche. 

Infine, Alcibiade convinse la flotta ad attaccare gli Spartani nella battaglia di Cizico. Durante lo scontro gli ateniesi distrussero completamente la flotta spartana e riuscirono a ristabilire le basi finanziarie su cui si fondava l’impero ateniese. 

Tra il 410 e 406 a.C, Atene aveva ottenuto una serie di nuove vittorie, recuperato ampie porzioni del proprio impero ed aveva evitato la disfatta. E tutto ciò era merito di Alcibiade.

La coalizione tra Spartani e Persiani e la rovina di Alcibiade

Un elemento fondamentale per comprendere la guerra del Peloponneso è il ruolo della Persia, o impero achemenide.

Sin dal 414 a.C, Dario II, sovrano dell’impero achemenide, era risentito dal crescente potere ateniese nella zona dell’Egeo. Egli strinse allora alleanza con Sparta contro Atene attraverso il suo Satrapo, Tissaferne,  che entrò in contatto con Alcibiade ai tempi in cui era alleato degli spartani. Questo portò alla riconquista persiana della maggior parte della Ionia. 

Tissaferne contribuì anche a finanziare la flotta del Peloponneso. Di fronte alla rinascita di Atene, nel 408 a.C, Dario II decise di continuare la guerra contro Atene e aumentare il sostegno agli Spartani. Inviò allora suo figlio, Ciro il Giovane, in Asia minore con il comando assoluto delle truppe persiane. Ciro si alleò allora con il generale Spartano Lisandro.

I due avevano interessi comuni: Ciro sapeva che alla morte di suo padre Dario avrebbe dovuto contendersi il potere in Persia con il fratello Artaserse II, e l’apporto degli spartani guidati da Lisandro gli sarebbe stato utilissimo. Lisandro, attraverso i finanziamenti di Dario, avrebbe invece potuto condurre la guerra contro gli ateniesi e diventare signore assoluto della Lega del Peloponneso.

Grazie a questo utilissimo accordo, Lisandro ottenne una prima vittoria nella battaglia navale di Nozio del 406 a.C. Il suo risultato arrivò sia grazie alle personali capacità di comando, ma anche per colpa di una straordinaria leggerezza da parte di Alcibiade. 

Egli lasciò il controllo di una parte importante della flotta al suo aiutante Antioco, con il preciso ordine di non attaccare battaglia. Egli, credendo di trovarsi di fronte ad un’occasione fortunata, decise invece di attaccare gli Spartani, ottenendo una netta sconfitta. Seppure questa disfatta non fosse fondamentale ai fini della guerra, permise alla fazione politica ostile ad Alcibiade di screditarlo. 

Alcibiade non fu rieletto generale dagli ateniesi e fu costretto all’esilio.

Con un ultimo sforzo, Atene affrontò nuovamente la flotta spartana presso la battaglia di Arginuse. Gli Spartani, guidati questa volta da Callicratìda, persero 70 navi mentre gli ateniesi solo 25. Ma a causa del maltempo, gli ateniesi non furono in grado di salvare i loro equipaggi naufragati né di annientare definitivamente la flotta spartana.

Così, nonostante una sostanziale vittoria, Atene fu sconvolta da un’ondata di indignazione per l’incapacità dei suoi generali e nacque un controverso processo, durante il quale furono condannati a morte sei dei massimi comandanti, in un clima di lotte intestine e di generale violazione delle normali procedure legali. La supremazia navale di Atene venne alla fine messa in crisi dalla mancanza dei suoi più abili capi militari e da una marina demoralizzata.

La sconfitta definitiva di Atene e il regime dei trenta tiranni

Lisandro, capì perfettamente che doveva approfittare della situazione. Atene era in gravissima difficoltà, e i buoni rapporti personali e l’alleanza con il principe persiano Ciro il giovane, gli avrebbero permesso di diventare signore assoluto del Peloponneso. 

La flotta spartana salpò immediatamente verso i Dardanelli, la zona in cui veniva coltivata la maggior parte del grano che riforniva Atene. Gravemente minacciata, la flotta ateniese non ebbe altra scelta che affrontare l’avversario, seppur in una situazione di incomprensioni e di crisi. 

Attraverso un’abile strategia, Lisandro sconfisse totalmente la flotta ateniese nel 405 a.C nella battaglia di Egospotami, distruggendo 168 navi. Solo dodici navi ateniesi si salvarono, fuggendo a Cipro. 

Lisandro invase l’Attica e mise sotto assedio Atene, che di fronte alla fame e alle malattie si arrese nel 404 a.C. Presto tutti i suoi alleati capitolarono di fronte agli Spartani. 

Solo gli alleati di Samo, fedeli fino all’ultimo, resistettero qualche mese fino a che vennero autorizzati a fuggire dagli stessi spartani. 

La resa costrinse Atene a condizioni di pace durissime: doveva distruggere le proprie lunghe mura, gli fu fatto divieto di ricostruire la flotta e dovette rinunciare a tutti i suoi possedimenti d’oltremare. 

Corinto e Tebe chiesero che Atene fosse rasa al suolo e che tutti i suoi cittadini fossero ridotti in schiavitù. Tuttavia, gli Spartani rifiutarono di distruggere una città che, nonostante nemica, aveva difeso tutta la zona della Grecia di fronte al pericolo persiano nei decenni precedenti. 

Atene, secondo gli autori antichi “doveva avere gli stessi amici e nemici di Sparta.”

Le conseguenze della guerra del Peloponneso

L’effetto finale della guerra del Peloponneso fu la sostituzione dell’impero ateniese con l’impero spartano. Sparta rilevò tutti i territori che appartenevano gli ateniesi e mantennero le entrate e i tributi. Tuttavia, gli alleati di Sparta, che avevano fatto i maggiori sacrifici nel corso di tutta la guerra, non ottennero alcuna concessione. 

Per un breve periodo, Atene venne governata dai 30 tiranni, un regime autoritario istituito da Sparta e governato dal severissimo Crizia. Atene, nonostante fosse un’ombra del suo passato, non poteva accettare la sua condizione, e nel 403 a.C gli oligarchi vennero rovesciati da una ribellione guidata da Trasibulo, fino alla restaurazione della democrazia. 

Così, anche se la sua egemonia era ormai un ricordo, Atene recuperò la sua autonomia nel corso della guerra di Corinto, continuando a svolgere un ruolo attivo nella politica greca. 

Sparta fu successivamente sconfitta da Tebe nella battaglia di Leuttra del 371 a.C. 

Pochi decenni dopo, la rivalità tra Atene e Sparta terminò quando la Macedonia divenne l’entità più potente della Grecia tramite l’azione di Filippo II, che unificò tutto il mondo greco, tranne Sparta, la quale fu poi soggiogata dal figlio di Filippo, Alessandro Magno nel 331 a.C. 

Atene e Sparta hanno firmato un simbolico trattato di pace, 2500 anni dopo la fine della guerra, il 12 marzo 1996.