Il Concilio di Trento, che fu convocato da Papa Paolo III e si tenne tra il 1545-1563 a Trento, fu il XIX concilio ecumenico della chiesa cattolica.
Il Concilio si riunì in 25 sessioni tra il 13 dicembre 1545 e il 4 dicembre 1563: Papa Paolo III, che convocò il Concilio, supervisionò le prime otto sessioni, mentre dalla dodicesima alla sedicesima sessione vi fu la supervisione di Papa Giulio III e dalla diciassettesima alla 25esima, Papa Pio IV.
Deciso a seguito del dilagare della riforma Protestante, il Concilio di Trento incarnò in pieno lo spirito della cosiddetta “Controriforma”.
Il Concilio decise anzitutto una serie di condanne per eresia nei confronti dei sostenitori del protestantesimo, ma definì anche dei chiarimenti nella dottrina e negli insegnamenti della chiesa cattolica, tra cui il canone biblico, il peccato originale, la salvezza, i sacramenti, la messa e la venerazione dei Santi.
Le conseguenze del Concilio ebbero risultati significativi che riguardarono la liturgia e le pratiche utilizzate dalla Chiesa Cattolica. Il Concilio, fece anche della vulgata Latina il testo biblico ufficiale della Chiesa romana. Benché rimasero validi anche i testi originali in ebraico e in greco, da quel momento venne privilegiata la lingua latina per la traduzione della Bibbia, soprattutto per risolvere i problemi di traduzione che spesso venivano utilizzati dagli eretici per proporre delle interpretazioni alternative ai Testi Sacri.
Il Concilio affermò ufficialmente anche il tradizionale canone cattolico dei libri biblici.
Gli obiettivi e i risultati complessivi del Concilio di Trento furono:
– La condanna dei principi e delle dottrine del protestantesimo, assieme al chiarimento delle dottrine ufficiali della Chiesa Cattolica su diversi punti controversi.
– La riforma della disciplina, per la lotta alla corruzione nell’amministrazione della chiesa e in particolare all’interno dei comitati o delle congregazioni.
– La definizione della Chiesa come ultimo interprete delle Sacre Scritture
– La definizione del rapporto tra la Fede e le opere di salvezza, in risposta alla controversia iniziata da Martin Lutero
– La definizione e la conferma di pratiche cattoliche ampiamente criticate come le indulgenze, i pellegrinaggi, la venerazione dei Santi, delle reliquie e delle immagini della Vergine Maria
Nel 1565, un anno dopo la conclusione dei lavori del Concilio, Papa Pio IV emanò il “Credo tridentino” mentre il suo successore, Pio V, emanò il catechismo Romano, assieme ad alcune revisioni del breviario e del messale. Queste disposizioni portarono alla codifica della cosiddetta “Messa Tridentina“, che rappresentò la forma primaria del rito della messa della chiesa cattolica per i successivi 400 anni.
I Cavalieri Templari, o membri dei Poveri compagni d’armi di Cristo e del tempio di Salomone, un ordine cavalleresco militare religioso istituito all’epoca delle Crociate che divenne modello e ispirazione per altri ordini militari.
Originariamente fondato per proteggere i pellegrini cristiani in Terra Santa, l’ordine assunse maggiori incarichi militari nel corso del XII secolo. La sua importanza e la crescente ricchezza, tuttavia, provocarono l’opposizione degli ordini rivali. Falsamente accusato di blasfemia e accusato dei fallimenti dei crociati in Terra Santa, l’ordine fu disciolto dal re Filippo IV di Francia.
Dopo il successo della prima crociata (1095–99), un certo numero di stati crociati furono creati in Terra Santa, ma questi regni mancavano della forza militare necessaria per mantenere non più di una tenue presa sui loro territori. La maggior parte dei crociati tornò a casa dopo aver adempiuto ai propri voti e i pellegrini cristiani diretti a Gerusalemme subirono attacchi da parte di predoni musulmani.
A causa della difficile situazione di questi cristiani, otto o nove cavalieri francesi guidati da Hugh de Payns giurarono alla fine del 1119 o all’inizio del 1120 di dedicarsi alla protezione dei pellegrini e di formare una comunità religiosa a tale scopo. Baldovino II, re di Gerusalemme, diede loro alloggio in un’ala del palazzo reale nell’area dell’ex Tempio di Salomone, e da questo derivò il loro nome.
Sebbene i Templari fossero osteggiati da coloro che rifiutavano l’idea di un ordine militare religioso e successivamente da coloro che ne criticavano la ricchezza e l’influenza, furono sostenuti da molti leader laici e religiosi. A partire dal 1127, Hugh de Payns intraprese un tour dell’Europa e fu ben accolto da molti nobili, che fecero importanti donazioni ai cavalieri. I Templari ottennero un’ulteriore aiuto al Concilio di Troyes nel 1128, richiesto da Bernardo di Chiaravalle. Bernardo ha scritto anche In Lode del Nuovo Cavalierato ( c. 1136), che difese l’ordine dalle critiche e contribuì alla sua crescita. Nel 1139 papa Innocenzo II emise una bolla che concedeva all’ordine privilegi speciali: i Templari potevano costruire i propri oratori e non erano tenuti a pagare la decima; erano anche esenti dalla giurisdizione episcopale, essendo soggetti al solo papa.
La regola dell’ordine è stata modellata sulla regola benedettina, soprattutto come intesa e attuata dai cistercensi. I Cavalieri Templari giurarono povertà, castità e obbedienza e rinunciarono al mondo, proprio come facevano i Cistercensi e altri monaci. Come i monaci, i Templari seguivano l’ufficio divino durante ciascuna delle ore canoniche del giorno e dovevano onorare i digiuni e le veglie del calendario monastico.
Si trovavano spesso in preghiera ed esprimevano particolare venerazione alla Vergine Maria. Non potevano giocare d’azzardo, imprecare o ubriacarsi e dovevano vivere in comunità, dormire in un dormitorio comune e mangiare insieme. Non erano, tuttavia, rigorosamente di clausura, come lo erano i monaci, né ci si aspettava che eseguissero letture devozionali, la maggior parte dei Templari infatti era ignorante e incapace di leggere il latino. Il compito principale dei cavalieri era combattere. I Templari ampliarono gradualmente i loro doveri dalla protezione dei pellegrini ad una più ampia difesa degli stati crociati in Terra Santa. Costruirono castelli, presidiarono importanti città e parteciparono a battaglie, schierando contingenti significativi contro gli eserciti musulmani fino alla caduta di Acri, l’ultima roccaforte crociata rimasta in Terra Santa, nel 1291.
Durante la metà del XII secolo furono stabilite la costituzione dell’ordine e la sua struttura di base. Era guidato da un gran maestro, che veniva eletto a vita e prestava servizio a Gerusalemme. I territori dei Templari erano divisi in province, le quali erano governate da comandanti provinciali, e ogni singolo casale, chiamata precettoria, era guidata da un precettore. Si tennero riunioni del capitolo generale di tutti i membri dell’ordine per affrontare questioni importanti che riguardavano i Templari e per eleggere un nuovo maestro quando necessario. Analoghi incontri si sono svolti a livello provinciale e con cadenza settimanale in ciascuna precettoria.
I Templari erano originariamente divisi in due classi: cavalieri e sergenti. I fratelli-cavalieri provenivano dall’aristocrazia militare e furono formati nelle arti della guerra. Assunsero posizioni di comando d’élite nell’ordine e prestarono servizio presso le corti reali e papali. Solo i cavalieri indossavano le insegne distintive dei Templari, una sopravveste bianca contrassegnata da una croce rossa. I sergenti, o fratelli in servizio, che di solito provenivano da classi sociali inferiori, costituivano la maggioranza dei membri. Si vestivano di abiti neri e servivano sia come guerrieri che come servitori. I Templari alla fine aggiunsero una terza classe, i cappellani, che erano responsabili dello svolgimento delle funzioni religiose, dell’amministrazione dei sacramenti e dei bisogni spirituali degli altri membri. Sebbene alle donne non fosse permesso unirsi all’ordine, sembra che ci fosse almeno un convento di suore templari.
I Templari acquisirono grandi ricchezze. I re e i grandi nobili di Spagna, Francia e Inghilterra diedero all’ordine signorie, castelli e possedimenti, così che verso la metà del XII secolo i Templari possedevano proprietà sparse nell’Europa occidentale, nel Mediterraneo e in Terra Santa. La forza militare dei Templari consentiva loro di raccogliere, immagazzinare e trasportare in sicurezza lingotti da e verso l’Europa e la Terra Santa, e la loro rete di depositi di tesori e la loro efficiente organizzazione di trasporto li rendevano attraenti come banchieri per i re e per i pellegrini in Terra Santa.
I Templari non erano privi di nemici, tuttavia. Erano da tempo impegnati in un’aspra rivalità con l’altro grande ordine militare d’Europa, gli Ospitalieri e, alla fine del XIII secolo, furono avanzate proposte per unire i due ordini in uno solo. La caduta di Acri in mano ai musulmani nel 1291 rimosse gran parte della ragione d’essere dei Templari e la loro grande ricchezza, le vaste proprietà terriere in Europa e il potere ispirarono verso di loro risentimento. Sebbene un ex Templare avesse accusato l’ordine di blasfemia e immoralità già nel 1304, fu solo più tardi, dopo che Filippo IV ordinò l’arresto, il 13 ottobre 1307, di tutti i Templari in Francia e sequestrò tutte le Proprietà dei Templari nel paese, che la maggior parte della popolazione europea venne a conoscenza dell’entità dei presunti crimini dell’ordine.
Filippo accusò i Templari di eresia e immoralità; altre accuse contro di loro includevano il culto degli idoli, di una testa maschile barbuta che si dice avesse grandi poteri, il culto di un gatto, l’omosessualità e numerosi altre violazioni di fede e di pratica.
Al rito segreto di iniziazione dell’ordine, si sostenne, il nuovo membro doveva rinnegare Cristo tre volte, sputare sul crocifisso e baciarlo alla base della spina dorsale, sull’ombelico e sulla bocca dal cavaliere che presiedeva la cerimonia. Le accuse, ora riconosciute infondate, erano fatte appositamente per alimentare i timori sugli eretici, streghe e demoni ed erano simili alle accuse che Filippo aveva usato contro papa Bonifacio VIII.
Le ragioni per cui Filippo ha cercato di distruggere i Templari non sono chiare; potrebbe aver sinceramente temuto il loro potere ed essere stato motivato dalla sua stessa devozione a distruggere un gruppo eretico, oppure potrebbe aver semplicemente visto un’opportunità per raccogliere la loro immensa ricchezza, essendo lui stesso cronicamente a corto di soldi. In ogni caso, Filippo perseguì senza pietà l’ordine e fece torturare molti dei suoi membri per ottenere false confessioni.
Sebbene papa Clemente V, anch’egli francese, ordinò l’arresto di tutti i Templari nel novembre 1307, un consiglio ecclesiastico nel 1311 votò a stragrande maggioranza contro la soppressione e i Templari in paesi diversi dalla Francia furono dichiarati innocenti dalle accuse. Clemente, tuttavia, sotto la forte pressione di Filippo, soppresse l’ordine il 22 marzo 1312 e le proprietà dei Templari in tutta Europa furono trasferite agli Ospitalieri o confiscate dai governanti. I cavalieri che si confessavano e si riconciliavano con la chiesa furono mandati in pensione nelle ex case dell’ordine o nei monasteri, ma coloro che non si confessarono furono processati. Tra i giudicati colpevoli c’era l’ultimo gran maestro dell’ordine, Jacques de Molay. Portati davanti a una commissione istituita dal papa, de Molay e altri leader furono giudicati eretici e condannati all’ergastolo. Il maestro protestò e ripudiò la sua confessione e fu bruciato sul rogo, ultima vittima di una persecuzione ingiusta e opportunistica.
Al momento del suo scioglimento, l’ordine era un’istituzione importante sia in Europa che in Terra Santa e già oggetto di miti e leggende. I Templari erano associati alla leggenda del Graal e furono identificati come difensori del castello del Graal per tutto il Medioevo. Nel 18° secolo i massoni affermarono di aver ricevuto in una linea di successione la conoscenza esoterica che i Templari avevano posseduto. In seguito gli ordini fraterni invocarono in modo simile il nome Templare per rafforzare le affermazioni di saggezza antica o rivelata. I Templari furono anche identificati come gnostici e furono accusati di essere coinvolti in una serie di cospirazioni, inclusa quella che sarebbe stata alla base della Rivoluzione francese. Un resoconto spesso citato ma probabilmente apocrifo riferisce che, dopo l’esecuzione di Luigi XVI, un massone francese intinse un panno nel sangue del re ucciso e gridò: “Jacques de Molay, sei vendicato!”.
Nel XX secolo l’immagine del Cristo sulla Sindone di Torino è stata identificata come la testa presumibilmente venerata dai Templari. Resuscitando una vena di pseudostoria e leggende del Graal, autori nel 20° secolo, affermando di ricostruire fatti storici ma scrivendo ciò che la maggior parte degli studiosi considera fantasia, hanno coinvolto i Templari in una vasta cospirazione dedicata a preservare la linea di sangue di Gesù. Simili teorie della cospirazione occulta furono utilizzate anche dagli scrittori di narrativa nel XX e XXI secolo.
Xi Jinping ha proposto una nuova “Iniziativa di sicurezza globale” alla conferenza annuale del Forum Boao per l’Asia in Cina il 21 aprile, definendo la mentalità della Guerra Fredda, l’egemonismo e la politica di potere come questioni che potrebbero “mettere in pericolo la pace mondiale” e “aggravare le sfide alla sicurezza in il 21° secolo”.
Nel mondo dell’informazione ci sono tantissime “interpretazioni” del comunicato del segretario generale del Partito Comunista Cinese, opinioni ovviamente tutte legittime ma come Scripta Manent vogliamo invece proporvi il comunicato originale cinese. Una fonte da cui partire per le successive considerazioni.
Xi Jinping pronuncia un discorso alla cerimonia di apertura della Conferenza annuale 2022 del Forum Boao per l’Asia
La mattina del 21 aprile, il presidente Xi Jinping ha pronunciato tramite collegamento video un discorso programmatico intitolato “Arrivare alle sfide e costruire un futuro luminoso attraverso la cooperazione” alla cerimonia di apertura della Conferenza annuale 2022 del Forum Boao per l’Asia tenutasi a Boao, nella provincia di Hainan.
Il presidente Xi ha sottolineato che in questo momento i cambiamenti del mondo, dei nostri tempi e della storia si stanno svolgendo in modi mai visti prima. Questi cambiamenti stanno ponendo sfide che devono essere prese sul serio dall’umanità. La storia umana mostra che più le cose diventano difficili, maggiore è la necessità di mantenere la fiducia. Nessuna difficoltà potrà mai fermare la ruota della storia. Di fronte alle tante sfide, non dobbiamo perdere la fiducia, esitare o sussultare. Invece, dobbiamo rafforzare la fiducia e andare avanti contro ogni previsione.
Il presidente Xi ha sottolineato che per superare la nebbia e abbracciare un futuro luminoso, la forza più grande viene dalla cooperazione e il modo più efficace è attraverso la solidarietà. Negli ultimi due anni e più, la comunità internazionale ha lavorato duramente per rispondere alla sfida del COVID-19 e promuovere la ripresa e lo sviluppo globali. Le difficoltà e le sfide sono ancora un altro promemoria del fatto che l’umanità è una comunità con un futuro condiviso in cui tutte le persone crescono e cadono insieme e che tutti i paesi devono seguire la tendenza dei tempi caratterizzati da pace, sviluppo e cooperazione vantaggiosa per tutti, muoversi nel direzione di costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità e affrontare le sfide e costruire un futuro luminoso attraverso la cooperazione.
— Dobbiamo lavorare insieme per difendere la vita e la salute delle persone. Affinché l’umanità ottenga una vittoria finale contro la pandemia di COVID-19, sono necessari sforzi più duri. È essenziale che i paesi si sostengano a vicenda, coordinino meglio le misure di risposta e migliorino la governance globale della salute pubblica, in modo da formare una forte sinergia internazionale contro la pandemia. Dobbiamo mantenere i vaccini COVID un bene pubblico globale e garantire la loro accessibilità e convenienza nei paesi in via di sviluppo. La Cina ha fornito oltre 2,1 miliardi di dosi di vaccini a più di 120 paesi e organizzazioni internazionali e seguirà la donazione promessa di 600 milioni e 150 milioni di dosi di vaccini rispettivamente all’Africa e ai paesi dell’ASEAN, come parte del nostro sforzo per chiudere l’immunizzazione spacco.
— Dobbiamo lavorare insieme per promuovere la ripresa economica. Dovremmo continuare a impegnarci a costruire un’economia mondiale aperta, aumentare il coordinamento delle politiche macro, mantenere stabili le catene industriali e di approvvigionamento globali, il tutto nel tentativo di promuovere uno sviluppo globale equilibrato, coordinato e inclusivo. Dovremmo seguire un approccio centrato sulle persone e mettere lo sviluppo e il benessere delle persone in cima all’agenda. Dovremmo promuovere la cooperazione pratica in settori chiave come la riduzione della povertà, la sicurezza alimentare, il finanziamento dello sviluppo e l’industrializzazione, nel tentativo di affrontare lo sviluppo irregolare e inadeguato e promuovere una solida attuazione dell’Iniziativa di sviluppo globale.
— Dobbiamo lavorare insieme per mantenere la pace e la stabilità nel mondo. La mentalità della Guerra Fredda distruggerebbe solo il quadro della pace globale, l’egemonismo e la politica di potere metterebbero solo in pericolo la pace nel mondo e il confronto dei blocchi non farebbe che esacerbare le sfide alla sicurezza nel 21° secolo.
La Cina vorrebbe proporre un’iniziativa di sicurezza globale, ovvero rimanere impegnata nella visione di una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile e lavorare insieme per mantenere la pace e la sicurezza nel mondo; rimanere impegnati a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i paesi, sostenere la non interferenza negli affari interni e rispettare le scelte indipendenti dei percorsi di sviluppo e dei sistemi sociali fatte dalle persone nei diversi paesi; rimanere impegnati a rispettare gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite, rifiutare la mentalità della Guerra Fredda, opporsi all’unilateralismo e dire no alla politica di gruppo e al confronto di blocco;
impegnarsi a prendere sul serio le legittime preoccupazioni in materia di sicurezza di tutti i paesi, sostenere il principio della sicurezza indivisibile, costruire un’architettura di sicurezza equilibrata, efficace e sostenibile, e opporsi al perseguimento della propria sicurezza a scapito della sicurezza altrui;
rimanere impegnato a risolvere pacificamente le divergenze e le controversie tra paesi attraverso il dialogo e la consultazione, sostenere tutti gli sforzi volti alla soluzione pacifica delle crisi, respingere i doppi standard e opporsi all’uso sfrenato di sanzioni unilaterali e giurisdizione a braccio lungo;
impegnarsi a mantenere la sicurezza in entrambi i domini tradizionali e non tradizionali e lavorare insieme su controversie regionali e sfide globali come il terrorismo, i cambiamenti climatici, la sicurezza informatica e la biosicurezza. respingere i doppi standard e opporsi all’uso sfrenato di sanzioni unilaterali;
— Dobbiamo lavorare insieme per affrontare le sfide della governance globale. I paesi di tutto il mondo sono come passeggeri a bordo della stessa nave che condividono lo stesso destino. Affinché la nave possa navigare nella tempesta e salpare verso un futuro radioso, tutti i passeggeri devono unirsi. Il pensiero di gettare qualcuno in mare è semplicemente inaccettabile. Al giorno d’oggi, la comunità internazionale si è evoluta così tanto da diventare un apparato sofisticato e integrato. Agire per asportare qualsiasi singola parte causerà seri problemi al suo funzionamento.
Quando ciò accadrà, sia le vittime che gli iniziatori di tali atti perderanno. Dobbiamo abbracciare una filosofia di governance globale che enfatizzi un’ampia consultazione, il contributo congiunto e i benefici condivisi, promuova i valori comuni dell’umanità, e sostenere gli scambi e l’apprendimento reciproco tra le civiltà. Dobbiamo sostenere un vero multilateralismo e salvaguardare fermamente il sistema internazionale con l’ONU al centro e l’ordine internazionale sostenuto dal diritto internazionale. È particolarmente importante che i principali paesi diano l’esempio nel rispetto dell’uguaglianza, della cooperazione, della buona fede e dello stato di diritto e agiscano in modo adeguato al loro status.
Il presidente Xi ha sottolineato che negli ultimi decenni l’Asia ha goduto di una stabilità generale e ha sostenuto una rapida crescita, rendendo possibile il miracolo asiatico. Quando l’Asia se la cava bene, il mondo intero ne beneficia. Pertanto, dobbiamo continuare a sviluppare e rafforzare l’Asia, dimostrare la resilienza, la saggezza e la forza dell’Asia e fare dell’Asia un’ancora per la pace mondiale, una centrale elettrica per la crescita globale e un nuovo passo avanti per la cooperazione internazionale.
In primo luogo, dobbiamo salvaguardare risolutamente la pace in Asia. I cinque principi della pacifica convivenza e dello spirito di Bandung, sostenuti per la prima volta dall’Asia, sono oggi tanto più rilevanti. Dovremmo onorare principi come il rispetto reciproco, l’uguaglianza, il vantaggio reciproco e la convivenza pacifica, seguire una politica di buon vicinato e amicizia e assicurarci di mantenere sempre il nostro futuro nelle nostre mani.
In secondo luogo, dovremmo promuovere con vigore la cooperazione asiatica. L’entrata in vigore del Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) e l’apertura al traffico della ferrovia Cina-Laos hanno efficacemente potenziato la connettività istituzionale e fisica nella nostra regione. Dovremmo cogliere queste opportunità per promuovere un mercato asiatico più aperto e fare nuovi passi avanti nella cooperazione reciprocamente vantaggiosa.
Terzo, dovremmo promuovere congiuntamente l’unità asiatica. Dovremmo consolidare la centralità dell’ASEAN nell’architettura regionale e sostenere un ordine regionale che equilibri le aspirazioni e soddisfi gli interessi di tutte le parti. I paesi, indipendentemente dalle loro dimensioni e forza, sia all’interno che all’esterno della regione, dovrebbero tutti aggiungere splendore piuttosto che problemi all’Asia. Tutti dovrebbero seguire la via della pace e dello sviluppo, cercare una cooperazione vantaggiosa per tutti e contribuire insieme a una famiglia asiatica di unità e progresso.
Il presidente Xi ha osservato che i fondamenti dell’economia cinese – la sua forte resilienza, l’enorme potenziale, l’ampio spazio di manovra e la sostenibilità a lungo termine – rimangono invariati. Forniranno grande dinamismo per la stabilità e la ripresa dell’economia mondiale e più ampie opportunità di mercato per tutti i paesi. La Cina applicherà pienamente la sua nuova filosofia di sviluppo, accelererà l’istituzione di un nuovo paradigma di sviluppo e raddoppierà gli sforzi per uno sviluppo di alta qualità.
Non importa come cambierà il mondo, la fiducia della Cina e il suo impegno per le riforme e l’apertura non vacilleranno. La Cina seguirà fermamente la via dello sviluppo pacifico e sarà sempre un costruttore di pace mondiale, un contributore allo sviluppo globale e un difensore dell’ordine internazionale.
Xi ha concluso il suo discorso con un vecchio detto cinese: “Continua a camminare e non sarai scoraggiato per mille miglia; fai sforzi costanti e non sarai intimidito da mille compiti”. Ha osservato che finché uniremo le nostre mani e non rallenteremo mai gli sforzi, saremo in grado di costruire una grande sinergia attraverso una cooperazione vantaggiosa per tutti, superare le varie sfide lungo la strada e inaugurare un futuro più luminoso e migliore per l’umanità.
Si svela al mondo poco a poco la storia misteriosa dei Giganti di Mont’è Prama, il suggestivo gruppo scultoreo di colossali figure pre-romane scoperte nel 1974 nella Sardegna occidentale, grazie all’ultima campagna di scavi avviata dalla Soprintendenza archeologica di Cagliari e Oristano solo il 4 aprile scorso e che ha riportato alla luce altre due unità dalla necropoli nuragica.
“Siamo particolarmente soddisfatti dei primi esiti dell’intervento di scavo archeologico che, per l’unicità del sito in Sardegna e nel Mediterraneo, ha richiesto un intenso lavoro di preparazione scientifica e tecnica”. Esordisce così l’ing. Monica Stochino, Soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna commentando oggi il ritrovamento di torsi e altri frammenti di due statue, identificate come “pugilatori”, del tutto simili e riconducibili alle due sculture note come i Giganti di Mont’e Prama, rinvenute nel Sinis nel 2014 ed oggi conosciute in tutto il mondo ed esposte nel Museo civico di Cabras.
“La ricerca è stata indirizzata su due principali obiettivi – ha spiegato la sovrintendente Stochino – da un lato indagare alcuni gruppi di sepolture della fase più antica, nuragiche, e successive punico-romane, per reperire le informazioni scientifiche indispensabili ad una ricostruzione del mondo in cui si svilupparono i fenomeni culturali che portarono alla creazione del sito; dall’altro estendere gli scavi a sud delle aree già indagate, nell’intento di confermare l’estensione della sistemazione monumentale dell’area con la definizione della strada funeraria e la creazione del complesso scultoreo formato da statue, modelli di nuraghe e betili”.
“L’emozione e l’entusiasmo di tutti noi è grande anche per la conferma che il metodo proposto di esplorazione progressiva per sondaggi preliminari e indagine sistematica, affiancata da conseguenti interventi di restauro e coordinati progetti allestitivi, è certamente vincente ed in grado di rendere fruibile in tempi ragionevoli un patrimonio unico che la Fondazione Mont’e Prama saprà valorizzare per le finalità culturali e per promozione di un territorio di eccellenza anche sotto il profilo ambientale”. “Si è trattato di un lavoro di squadra – ha sottolineato la sovrintendente – che ha visto coinvolta una équipe multidisciplinare di esperti, tutti funzionari del Ministero della cultura: gli archeologi Alessandro Usai e Maura Vargiu, l’antropologa Francesca Candilio, Georgia Toreno, restauratrice, ed Elena Romoli, architetto e direttore dei lavori” ha concluso.
“La ricerca programmatica dà i suoi frutti: è arrivata la conferma che il metodo funziona perché si tratta di sculture rinvenute alla luce in un tratto non ancora toccato” commenta il funzionario archeologo Alessandro Usai, direttore scientifico dello scavo nel Sinis dal 2014. “Siamo andati a colpo sicuro su un’area riprendendo vecchi scavi e ampliandoli in continuità con quella che noi conosciamo come necropoli nuragica che si sviluppa lungo una strada precisa nel tratto che stiamo indagando”. “In particolare – spiega Usai – i due torsi rinvenuti con lo scudo allungato che assume una forma un po’ avvolgente rispetto al braccio sinistro e che si appiattisce sulla pancia riconducono i ritrovamenti alla categoria dei pugilatori –e aggiunge – si tratta di sculture calcaree la cui pietra proveniva da una cava non molto distante da qui, facile da scolpire ma proprio per questo anche molto fragile”.
“La presenza capillare nel Sinis della civiltà nuragica nell’età del bronzo e del ferro è il presupposto stesso della ricerca che si fonda su una indagine sul Sinis – sottolinea Usai – nell’ambito di questo quadro questa necropoli è unica in Sardegna. Lo scavo qui è una ricerca integrata non solo delle statue ma di tutto ciò che comprende anche scavi di tombe, grazie ai quali viene fuori anche l’aspetto antropologico: ovvero la necessità di definire la cronologia natura e ruolo di queste statue”.
“L’emozione più grande? Senza dubbio vedere qualcosa prendere forma davanti ai tuoi occhi che viene fuori dalla terra. Cose che sapevi essere sepolte lì, ma soprattutto vederle e interrogarle, dalla pietra informe fino a scoprirne lo stato. Ma non solo, anche l’emozione di poterne discuterne con i colleghi in cantiere, nell’attesa di vedere tutto quello che viene fuori. Uno scavo viene vissuto tutti i giorni appassionatamente, anche se annunciato”.
Domenica 8 maggio si correrà a Roma la Race for the Cure, maratona per sostenere la lotta contro i tumori al seno promossa dall’associazione Susan G. Komen Italia e sostenuta dal Ministero della Cultura, grazie all’accordo “l’Arte per la prevenzione e la ricerca” che prevede che in 23 musei statali della Capitale, i partecipanti alla Race for the Cure potranno entrare gratuitamente.
Per accedere ai musei e ai parchi archeologici, basterà esibire all’ingresso la scheda di iscrizione alla “corsa” o la propria pettorina, oltre a un documento di riconoscimento. La visita sarà consentita negli orari ordinari di apertura al pubblico per ogni istituto.
I musei che aderiscono all’iniziativa sono: Parco Archeologico del Colosseo, Antiquarium di Lucrezia Romana, Parco Archeologico di Ostia antica, Complesso Capo di Bove, Museo Nazionale Romano (Palazzo Massimo, Crypta Balbi, Palazzo Altemps, Terme di Diocleziano), Gallerie Nazionali Barberini Corsini, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Galleria Spada, Mausoleo di Cecilia Metella – Castrum Caetani e Chiesa di San Nicola, il Vittoriano e Palazzo Venezia, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Museo delle Civiltà, Museo delle Navi di Fiumicino, Museo Nazionale degli Strumenti Musicali, Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo, Porti imperiali di Claudio e Traiano e Villa dei Quintili.
L’iniziativa, frutto del protocollo di intesa “L’Arte per la prevenzione e la ricerca” firmato tra il MiC – Direzione generale Organizzazione e Direzione generale Musei – e Komen Italia Onlus, si svolgerà anche a Bari, Napoli, Bologna, Brescia, Matera e Pescara con le stesse modalità di promozione.
Lo rende noto il Ministero della Cultura, guidato da Dario Franceschini, nel giorno di apertura del Villaggio Race for the Cure a Circo Massimo, una quattro giorni ricca di iniziative dedicate a salute, sport, benessere e solidarietà che culminerà domenica prossima con la corsa di 5 Km e la passeggiata di 2 Km.
Il muro di Berlino fu una barriera di cemento sorvegliata da militari, che divise ideologicamente e fisicamente la capitale tedesca, che fu costruito il 13 agosto del 1961 e cadde nel 1989.
In quegli anni il paese era diviso tra la Germania Ovest, sotto l’influenza atlantica, e la Germania Est, sotto l’influenza Sovietica.
Negli anni precedenti alla costruzione del muro, 3,5 milioni di tedeschi dell’area est avevano violato gli ordini del blocco orientale, che vietavano l’emigrazione della popolazione verso ovest. La repubblica democratica tedesca, diede quindi inizio alla costruzione del muro il 13 agosto del 1961.
Il muro tagliava fuori Berlino ovest della circostante Germania Est. La barriera era costituita da enormi muri di cemento intervallati da torri di guardia, costantemente sorvegliati dai militari. In totale era lungo 43 chilometri, aveva 302 torri di osservazione, 20 bunker, e 8 punti di passaggio. La costruzione era accompagnata da un’ampia area circostante, chiamata “Striscia della morte”, che conteneva letti di chiodi, trincee per impedire il passaggio dei veicoli, e altre difese.
Il blocco orientale propagandava l’utilità del muro, dichiarando che si trattava di una protezione per la popolazione dell’est da elementi fascisti dell’Ovest, che stavano cospirando per impedire al popolo di costruire uno stato socialista nella Germania dell’est.
Il muro veniva chiamato dai socialisti “Bastione di protezione antifascista“.
Il governo della città di Berlino ovest lo chiamava invece “Il muro della vergogna“, un termine coniato dal sindaco Willy Brandt, che denunciava la restrizione alla libertà di movimento dei cittadini tedeschi.
Il muro di Berlino divenne il simbolo più grande della cortina di ferro che separava l’Europa occidentale dal blocco orientale durante la guerra fredda.
Tra il 1961 e il 1989 oltre centomila persone tentarono di fuggire e 5000 riuscirono a scavalcarlo. In questi anni, tuttavia, circa 200 persone morirono nel tentativo di superarlo.
28 anni dopo la sua costruzione, il 9 novembre del 1989, il muro venne abbattuto da una sommossa popolare, quando intere famiglie poterono ricongiungersi, in uno dei momenti più emozionanti significativi del Novecento europeo.
Giovanna D’Arco, 1412 – 30 maggio 1431, è considerata un’eroina dai francesi per aver guidato la riscossa della Francia contro l’Inghilterra durante la guerra dei cent’anni: venne catturata dai burgundi e venduta agli inglesi. Fu condannata e arsa sul rogo come eretica ma fu rivalutata dagli storici successivi, fino a essere canonizzata dalla Chiesa Cattolica Romana, nel primo Novecento.
Nacque da una famiglia di contadini a Domrèmy, nel nord est della Francia. Nel 1428 si recò a Vaucouleurs e domandò di essere ricevuta da Carlo VII di Francia, affermando di avere ricevuto le visioni dell’Arcangelo Michele, di Santa Margherita Vergine e di Santa Caterina d’Alessandria che le chiedevano di sostenere il re Carlo per recuperare la libertà della Francia dal dominio inglese.
La sua richiesta venne respinta due volte, ma alla fine riuscì a convincere il Re a farsi ricevere, incontrando il sovrano presso Chinon. Dopo il colloquio, Carlo si convinse a farla partecipare all’assedio di Orlèan: arrivò in città il 29 aprile 1429 e si guadagnò rapidamente la stima dell’esercito per il suo ruolo decisivo nei combattimenti.
Dopo 9 giorni dal suo arrivo, l’assedio fu sciolto. Nel giugno dello stesso anno, Giovanna svolse un ruolo primario nella campagna della Loira, che culminò nella vittoria sugli inglesi nella decisiva battaglia di Patay.
L’esercito francese avanzò su Reims, entrando in città il 16 luglio. Il giorno successivo, Carlo fu consacrato Re della Francia nella cattedrale di Reims, mentre Giovanna era al suo fianco.
Queste vittorie rialzarono il morale dei francesi e spianarono la strada per la vittoria finale a Castillon, nel 1453, che permise al paese di vincere definitivamente la Guerra dei cent’anni.
Dopo la Consacrazione di Carlo, Giovanna, assieme a Giovanni II, Duca di Alençon, assediarono Parigi. Durante l’assalto alla città dell’ 8 settembre, Giovanna fu ferita. Così, l’esercito francese si ritirò e fu sciolto.
Già in ottobre, Giovanna partecipò di nuovo a una operazione militare, in particolare contro Perrinet Gressart, mercenario che era stato al servizio degli inglesi e dei loro alleati francesi, i Burgundi. Dopo alcuni successi iniziali, la campagna si concluse con il tentativo di conquistare la roccaforte di Gressart, che fu un fallimento.
Comunque, alla fine del 1429, per premiare il suo decisivo contributo a favore della Francia, Giovanna e tutta la sua famiglia ricevettero da Carlo il titolo nobiliare.
All’inizio del 1430, Giovanna d’Arco organizzò un esercito di volontari per difendere la città di Compiègne, che era stata assediata dai burgundi. Venne catturata dalle truppe nemiche il 23 maggio e scambiata come ostaggio, finendo nelle mani degli inglesi. Il vescovo Pierre Cauchon, filo-inglese la accusò di eresia e la mise sotto processo. Giovanna fu dichiarata colpevole e bruciata sul rogo il 30 maggio del 1431, morendo a 19 anni.
A poca distanza dalla sua morte, Giovanna venne venerata dal popolo francese come una martire, divenendo, dopo la rivoluzione francese, il simbolo dell’unità nazionale.
Nel 1456, Papa Callisto III riaprì le indagini sul processo originale. Il verdetto fu annullato, perché viziato da diversi inganni e da errori di procedura.
Fu canonizzata nel 1924 e dichiarata patrona della Francia nel 1922.
Giovanna D’Arco rimane come figura immortale nella letteratura moderna, nella pittura, nella scultura e nella musica.
Il Medioevo è un periodo della storia dell’Europa, che parte grossomodo dal V fino al tardo XV secolo d.C. Inizia con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, e termina con il Rinascimento e l’età delle scoperte. Il medioevo si divide ulteriormente in quattro fasi: la tarda antichità, l’alto Medioevo, il Medioevo, il tardo Medioevo.
La tarda antichità: dal III all’VIII secolo d.C
La tarda antichità è il periodo di transizione dall’antichità classica, costituita dal mondo greco-romano, al Medioevo in Europa e in tutte le aree adiacenti al confine con il bacino del Mediterraneo.
La principale periodizzazione si deve allo storico Peter Brown, che identifica la tarda antichità come un periodo compreso tra il III e VIII secolo d.C. Più precisamente, la tarda antichità partirebbe dalla fine della crisi dell’impero romano del III secolo, (235-284 d.C), alle prime conquiste musulmane, (622 al 750 d.C.).
Durante la tarda antichità, l’impero romano subì notevoli cambiamenti sociali, guidati dal regno dell’Imperatore Diocleziano. La sua persecuzione dei Cristiani venne proseguita dall’imperatore Galerio, ma sotto Costantino il Grande, il cristianesimo divenne dapprima religione legale all’interno dell’Impero Romano per poi dilagare nella società, diventando la più potente religione d’Europa.
La caduta dell’Impero Romano d’Occidente e l’arrivo dei regni romano-barbarici sancisce il periodo della tarda antichità
Nella tarda antichità avvenne una profonda frattura tra l’impero romano d’Occidente e quello d’Oriente: la zona occidentale venne sconvolta da invasioni di tribù germaniche, unne e slave che culminarono in alcuni momenti storici drammatici come il Sacco di Roma da parte dei Visigoti nel 410 d.C e un successivo Sacco di Roma da parte dei Vandali nel 455 d.C, fino al crollo dell’intera parte occidentale nel 476 d.C, quando il Re germanico Odoacre depose l’ultimo imperatore d’Occidente, Romolo Augustolo.
L’impero romano d’Occidente, venne così sostituito da una serie di regni romano barbarici.
L’impero romano d’Oriente, poi chiamato volgarmente Impero bizantino, invece, continuò a prosperare con capitale Costantinopoli, affrontò le guerre bizantino-sasanidi e fu guidato da alcune figure chiave come l’imperatore Giustiniano il Grande, che tentò una riconquista delle regioni occidentali dell’antico Impero Romano.
La metà del VI secolo fu caratterizzata da eventi climatici estremi, come la piccola glaciazione tardoantica, e dalla disastrosa peste di Giustiniano nel 541. Il VII secolo fu dominato dalla guerra bizantino-sasanide, quando le campagne dei Re Cosroe II e di Eraclio facilitarono l’emergere dell’Islam nella penisola arabica.
La conquista musulmana della Persia rovesciò l’impero sasanide e strappò due terzi del territorio dall’impero bizantino, formando il califfato di Rashidun.
L’Impero Bizantino, ormai pesantemente ridimensionato rispetto ai secoli precedenti, e guidato dalla dinastia di Eraclio, assunse caratteristiche prettamente greche, allontanandosi dalle sue radici romane. Questo, insieme all’istituzione del califfato musulmano Ommayade nel Nord Africa, segna generalmente la fine della tarda antichità.
L’alto Medioevo: dal VI al X secolo d.C
L’alto Medioevo viene definito dagli storici a partire dall’inizio del VI secolo fino al X secolo d.C. La prima parte di questo periodo, si sovrappone spesso al termine di tarda antichità, per sottolineare gli elementi di continuità con l’impero romano, mentre l’alto Medioevo, nel suo termine più puro, si utilizza per definire una fase più tarda di questo periodo, caratterizzata da elementi più tipicamente medievali.
L’alto Medioevo vide la continuazione di alcune tendenze ormai evidenti nella tarda antichità classica, tra cui il declino della popolazione, un calo degli scambi e dei commerci e l’aumento delle migrazioni.
L’alto Medioevo fu dominato a Oriente dalle dinamiche dell’impero bizantino e del califfato Rashidun e nel Nord Africa e in Spagna dal califfato Ommayade.
Carlo Magno, Incoronato nell’800 d.C dal Papa in Vaticano, è uno dei protagonisti dell’alto medioevo
L’Europa occidentale fu invece dominata soprattutto dal regno dei Franchi a Nord, e da quello dei Longobardi in Italia. Il giorno di Natale dell’800 d.C, Papa Leone III incoronò in Vaticano il Re Carlo Magno come imperatore dei romani. Egli diede inizio all’Impero carolingio, che confluirà poi nel Sacro Romano Impero, agglomerato di territori abitato prevalentemente da genti germaniche ma che si consideravano diretti successori del classico Impero Romano.
L’economia dell’Europa in questo periodo era basata su un sistema di agricoltura feudale, dove la struttura della società era guidata dalle relazioni fra i proprietari terrieri e coloro che coltivavano i terreni.
Durante questo periodo si verificarono delle innovazioni come la rotazione delle colture e l’introduzione dell’aratro pesante.
Il medioevo: dal 1000 al 1300 d.C
Il medioevo, durò dal 1000 al 1300 d.C: le principali tendenze storiche includono un rapido aumento della popolazione europea, che determinò importanti cambiamenti sociali e politici rispetto alle era precedente.
Il potente Impero bizantino cedette gradualmente il posto alla Serbia e alla Bulgaria, ricostituendosi nel 1261 con la riconquista di Costantinopoli da parte degli occidentali, sebbene l’impero non recuperò mai più la grande potenza dei secoli precedenti.
A Occidente, la Chiesa Cattolica, che raggiunse l’apice del suo potere politico, dominava l’Europa, bilanciando la propria influenza con gli imperatori tedeschi dell’Europa settentrionale. In questo periodo vennero richiamati eserciti da tutta l’Europa per condurre una serie di pellegrinaggi armati noti come “Crociate” contro i turchi. Gli eserciti cristiani occuparono la terra santa e fondarono una serie di stati crociati, anche se alla lunga i musulmani riconquistarono i loro possedimenti.
Le Crociate sono uno degli elementi più identificativi del Medioevo classico
Durante questo periodo, iniziarono a costituirsi delle identità nazionali in gran parte d’Europa, mentre l’Italia fu caratterizzata dalla ascesa di grandi città stato.
Sotto l’aspetto culturale, vennero riscoperte le opere classiche di Aristotele e di altri pensatori, oltre ad una combinazione di culture giudaico islamiche che si mescolarono con la filosofia antica.
Il Nord Europa, spinto da quello che venne chiamato “Rinascimento carolingio”, conobbe un periodo di nuova attività scientifica e filosofica. Vennero fondate le prime università e, con la breve eccezione delle invasioni mongole, non vi furono ulteriori incursioni dei nomadi.
All’inizio del XIV secolo, iniziò tuttavia la crisi del medioevo.
Il tardo medioevo: dal 1250 al 1500
Il tardo medioevo viene definito dagli storici come un periodo che va dal 1250 al 1500 d.C. Intorno al 1300, secoli di prosperità e crescita dell’Europa si fermarono per via di carestie e pestilenze, tra cui la grande carestia del 1315 e la peste nera, che ridussero la popolazione a circa la metà.
Nel frattempo, gli stati medievali entrarono in crisi e in guerra. Francia e Inghilterra subirono gravi rivolte contadine, e si scatenarono guerre anche molto lunghe, come la Guerra dei cent’anni, proprio fra queste due nazioni. Inoltre l’unità della Chiesa cattolica venne temporaneamente messa in crisi dallo scisma d’occidente.
La peste nera del Trecento caratterizzò il tardo medioevo. Poi, la scoperta di nuovi territori e il Rinascimento culturale posero fine al periodo
Sotto l’aspetto culturale, vi fu però una grande avanzamento: venne rinnovato l’interesse per i testi antichi greci e romani, e le nuove idee classiche, spinte soprattutto dal Rinascimento italiano, vennero ulteriormente incentivate dall’ invenzione della stampa a caratteri mobili, che facilitò enormemente la diffusione delle conoscenze e l’apprendimento.
Il periodo venne caratterizzato anche dalla Riforma Protestante guidata da Martin Lutero, che mise profondamente in crisi l’identità e lo strapotere della Chiesa di Roma.
Verso la fine del periodo, si avviò l’era della scoperta. L’espansione dell’impero Ottomano aveva infatti interrotto le possibilità commerciali con l’Oriente e gli europei furono costretti a cercare delle nuove rotte commerciali. Con la spedizione spagnola guidata dall’italiano Cristoforo Colombo nel 1492 e il viaggio di Vasco da Gama in Africa e in India nel 1498, le nazioni europee trovarono una nuova economia.
In questo periodo cade la fine di tutto il medioevo, anche se gli storici sono divisi nell’identificare l’esatto avvenimento che può essere definito come fine del periodo. La gran parte di essi, identifica comunque la scoperta dell’America nel 1492, come il termine del Medioevo e l’inizio della epoca moderna.
Le Crociate furono una serie di guerre religiose tra cristiani e musulmani per assicurarsi il controllo della Terra Santa, che era considerata sacra da entrambe le religioni. Dal 1096 al 1291 si verificarono otto grandi crociate, anche se gli storici portano occasionalmente il numero a nove.
L’Europa al tempo delle Crociate
Alla fine dell’XI secolo, l’Europa occidentale era una potenza mondiale, sebbene fosse ancora indietro rispetto ad altre civiltà del Mediterraneo come l’Impero Bizantino, l’ex Impero romano d’Oriente e l’impero islamico, che occupava il Medio Oriente e il Nord Africa.
Dopo anni di caos e di guerre civili, il generale Alessio Comneno conquistò il trono bizantino nel 1081 e consolidò il controllo della restante parte dell’Impero sotto il nome di Alessio I.
Nel 1095, incalzato dalla minaccia dei Turchi, Alessio inviò delle richieste di aiuto a Papa Urbano II, chiedendo delle truppe mercenarie in soccorso. I rapporti tra i cristiani dell’Oriente e dell’Occidente erano stati compromessi da secoli, ma la richiesta di Alessio giunse in un momento di relativa tregua, tanto che nel novembre del 1095, il Papa, a seguito del Concilio di Clermont, tenutosi nel sud della Francia, decise d’inviare dei mercenari cristiani occidentali per aiutare i Bizantini a riconquistare la Terra Santa dalla minaccia musulmana.
Questa decisione segnò l’inizio delle Crociate.
La chiamata alle armi di Papa Urbano II venne recepita con grandissimo entusiasmo sia dai cittadini che dalla Élite militare. Coloro che si univano al “pellegrinaggio armato” indossarono il simbolo della chiesa, la croce.
Le crociate posero le basi per la costituzione di diversi ordini militari cavallereschi religiosi tra cui i famosi cavalieri Templari, ma anche i cavalieri Teutonici e gli Ospitalieri. Questi ordini di soldati si proponevano di difendere la Terra Santa, e proteggere i pellegrini in viaggio.
La prima crociata: 1096-1099 e la conquista di Gerusalemme
La prima crociata fu portata avanti da quattro eserciti europei guidati da Raimondo di Saint-Gilles, Goffredo di Buglione, Ugo di Vermandois e Boemondo di Taranto, che partirono nell’agosto del 1096. A loro sì unì una banda mista di cavalieri e di popolani conosciuti come “Crociati del Popolo“, sotto il comando di Pietro l’Eremita.
In realtà, Alessio I aveva suggerito a Pietro di aspettare l’arrivo del resto degli eserciti dei crociati, ma egli ignorò il suggerimento e raggiunse il Bosforo già all’inizio di agosto. Nel primo grande scontro tra crociati e musulmani, le forze turche furono così in grado di schiacciare gli invasori europei nella battaglia di Cibotus.
Nel frattempo, nel 1906, altri crociati guidati dal Conte Emicho, si lasciarono andare a una serie di orribili massacri di ebrei in varie città della zona della Renania, suscitando un profondo sdegno e provocando una gravissima crisi nei rapporti tra gli ebrei e i cristiani.
Quando i quattro principali eserciti di crociati giunsero a Costantinopoli, Alessio insistette affinché i capi giurassero fedeltà e riconoscessero la sua autorità su qualsiasi terra che avrebbero strappato ai turchi, così come su qualsiasi altro territorio che sarebbero riusciti a conquistare. Tutti giurarono, a eccezione di Boemondo.
Nel maggio del 1097, i crociati e i loro alleati Bizantini attaccarono Nicea: la città si arrese alla fine di giugno.
Successivamente, nonostante fossero emerse alcune tensioni tra i crociati e i Bizantini, la loro forza combinata proseguì la marcia attraverso l’Anatolia, catturando l’antichissima e grande città siriana di Antiochia, nel giugno del 1098.
Dopo diverse lotte interne per il controllo della città, i crociati cominciarono la loro marcia verso Gerusalemme, poi occupata dagli egizi.
Nel giugno del 1099, accampati davanti a Gerusalemme con i loro eserciti, i cristiani costrinsero il governatore della città assediata ad arrendersi. Nonostante la promessa di protezione e di avere salva la vita, i crociati si lanciarono all’assalto e massacrarono centinaia di uomini, donne bambini nel loro vittorioso ingresso a Gerusalemme.
Seconda crociata (1147-1149): gli Stati Crociati
Avendo raggiunto la conquista di Gerusalemme prima delle aspettative, gran parte dei crociati cristiani decisero di tornare in Europa. A governare il territorio conquistato rimasero alcuni leader militari che costituirono dei veri e propri “Stati crociati”, a Gerusalemme, Edessa, Antiochia e Tripoli.
Gli stati crociati, protetti da formidabili castelli, mantennero il controllo della regione fino al 1130, quando le forze musulmane iniziarono a riguadagnare terreno con la Guerra Santa, la Jihad, contro i cristiani.
Nel 1144, il generale musulmano Zangi, governatore di Mosul, riuscì a riconquistare Edessa, portando alla perdita dello Stato crociato più settentrionale.
La notizia della caduta di Edessa sbalordì l’Europa, e la cosa portò le autorità cristiane in Occidente a organizzare un’altra crociata. Questa fu guidata da due grandi sovrani, il Re Luigi VII di Francia e il Re Corrado III di Germania, che diedero il via alla seconda crociata nel 1147.
Già nel ottobre di quell’anno, le forze di Corrado vennero annientate a Dorylaeum, un luogo dove si era tenuta una grande vittoria Cristiana all’epoca della prima crociata.
Luigi e Corrado riuscirono però a radunare i loro eserciti a Gerusalemme, e decisero di attaccare la roccaforte siriana di Damasco con un contingente di circa 50.000 uomini, il più grande esercito crociato mai visto.
Il sovrano di Damasco fu costretto allora a chiedere aiuto a Nur al-Din, il successore di Zangi a Mosul. Le forze musulmane, combinate, inflissero un’umiliante sconfitta ai cristiani, ponendo violentemente fine alla seconda crociata.
Terza Crociata (1187-1192)
Dopo numerosi tentativi da parte dei crociati di Gerusalemme di catturare l’Egitto, le forze di Nur al-Din, guidate dal generale Shirkuh e da suo nipote Saladino, conquistarono il Cairo nel 1169 e costrinsero l’esercito cristiano a evacuare.
Alla morte di Shirkuh, Saladino assunse il controllo delle truppe e iniziò una grande campagna di conquiste. Nel 1187, attaccò il regno crociato di Gerusalemme: le sue truppe distrussero l’esercito Cristiano nella battaglia di Hattin, riconquistando la più importante della città mediorientali insieme a una vasta porzione di territorio.
L’umiliazione provocata da queste sconfitte ispirò la terza crociata, guidata dall’anziano imperatore tedesco Federico Barbarossa, dal Re Filippo II di Francia e dal Re Riccardo I d’Inghilterra, noto come Riccardo Cuor di Leone.
Nel settembre del 1191, le forze di Riccardo sconfissero Saladino nella battaglia di Arsuf, che fu l’unica vera vittoria cristiana nella terza crociata.
Dopo aver riconquistato Giaffa, Riccardo ristabilì il controllo cristiano su parte della regione, avvicinandosi a Gerusalemme ma evitando di assediare direttamente la città.
Nel settembre del 1192, Riccardo e Saladino firmarono un trattato di pace che ristabiliva il regno Cristiano di Gerusalemme a eccezione della città, ponendo fine alla terza crociata.
Quarta crociata, la caduta di Costantinopoli
Sebbene Papa Innocenzo III avesse chiesto una nuova crociata nel 1198, le lotte di potere tra la Chiesa di Roma e Bisanzio spinsero i crociati cristiani a sospendere gli attacchi contro i musulmani, per rovesciare invece l’imperatore bizantino, Alessio III, a favore di suo nipote, che divenne Alessio IV alla metà del 1203.
Il nuovo imperatore tentò di sottomettere la chiesa Bizantina al controllo di Roma, ma incontrò una durissima resistenza interna, tanto che venne strangolato durante un colpo di stato all’inizio del 1204.
Così, i crociati dichiararono guerra a Costantinopoli e la quarta crociata si concluse con la sanguinosa conquista, saccheggio e quasi totale distruzione della magnifica capitale Bizantina.
Dalla quinta alla nona crociata (1208-1271)
Per tutto il resto del XIII secolo, le ultime crociate mirarono non tanto a rovesciare le forze musulmane in Terra santa, ma a combattere tutti i nemici della fede Cristiana. Ad esempio, la “Crociata albigese” mirava a sradicare la setta eretica dei Catari, mentre le “Crociate baltiche” puntarono a sottomettere i pagani della Transilvania.
Nel 1212, si verificò anche la cosiddetta “Crociata dei bambini”, quando migliaia di bambini fecero voto di marciare verso Gerusalemme. Sebbene nelle fonti antiche sia stata nominata come “Crociata”, gli storici non la ritengono tale e molti si chiedono se questo esercito fosse davvero composto da soli bambini.
Il movimento, comunque, non raggiunse mai la terra santa.
Nella quinta crociata, avviata da papa Innocenzo III poco prima della sua morte, i crociati attaccarono l’Egitto sia dalla terra che dal mare, ma vennero costretti ad arrendersi dai difensori musulmani guidati dal nipote di Saladino, Al-Malik al-Kamil, nel 1221.
Nel 1229, in quella che divenne nota come la sesta crociata, l’imperatore Federico II ottenne il controllo sulla città di Gerusalemme senza violenza, ma grazie a negoziati diplomatici con al-Kamil. Il Trattato di pace, tuttavia, durò solamente 10 anni, dopo i quali i musulmani ripresero facilmente il controllo di Gerusalemme.
Dal 1248 al 1254, Luigi IX di Francia organizzò un’altra crociata contro l’Egitto: questa campagna, conosciuta come la settima crociata, fu tuttavia un fallimento totale.
Dopo questi avvenimenti, una nuova dinastia, nota come Mamelucchi, che discendevano dagli schiavi dell’impero islamico, prese il potere in Egitto. Nel 1260, le forze mamelucche in Palestina riuscirono a fermare l’avanzata dei Mongoli guidati da Gengis Khan e dai suoi discendenti.
I mamelucchi demolirono Antiochia nel 1268. In risposta, Luigi IX organizzò l’ottava crociata nel 1270. L’obiettivo iniziale era aiutare i restanti stati cristiani in Siria, ma la missione venne reindirizzata a Tunisi, dove si concluse improvvisamente con la morte di Luigi.
Edoardo I d’Inghilterra intraprese un’altra spedizione nel 1271. Questa campagna viene da alcuni accorpata all’ottava crociata, da altri definita come “Nona Crociata”: tuttavia, non ebbe risultati significativi e fu considerata come l’ultima spedizione cristiana verso la Terra santa.
La battaglia di Poitiers, o battaglia di Tours, (Battaglia del lastricato dei martiri nelle fonti arabe) è uno scontro avvenuto il 10 ottobre del 732 d.C, tra l’esercito del generale dei Franchi, Carlo Martello, e l’esercito arabo guidato da ʿAbd al-Raḥmān al servizio del califfato Ommayade.
La battaglia, che vide il pieno trionfo dei Franchi di Martello, fermò l’avanzata araba in Europa. Nonostante vi siano delle recenti discussioni, la battaglia di Poitiers è considerata una delle più importanti battaglie della storia del mondo.
La conquista araba dell’Europa: Spagna e Gallia
Nell’ottavo secolo d.C, la dinastia dei califfi Omayyadi, che aveva base in Nord Africa, aveva avviato la conquista dell’Europa. Tra il 711 e il 718 d.C, gli eserciti musulmani avevano già conquistato l’intera penisola iberica, sbaragliando i soldati cristiani che stavano rapidamente retrocedendo, soprattutto di fronte alla terribile cavalleria araba.
Di lì a poco, gli arabi puntarono verso la regione della Gallia, odierna Francia. Nel 719 d.C, conquistarono la città di Narbonne, nonostante la fiera resistenza degli abitanti Visigoti. Poi, nel 720 d.C, si spostarono verso la regione dell’Aquitania, e nonostante la sconfitta del 721 nella battaglia di Tolosa, ripresero ad attaccare l’esercito del Granducato di Aquitania, ottenendo nel 732 una importante vittoria a Bordeaux.
Gli eserciti cristiani vennero messi in fuga, e il Duca della marca di Aquitania, Oddone, si rese conto di non essere in grado di fermare l’avanzata musulmana. Per questo motivo, nonostante gli fosse stato fino a quel momento nemico, Oddone richiese l’aiuto di Carlo Martello.
Egli era il funzionario di Palazzo dei regni dei Franchi Merovingi di Austrasia, Burgundia (Borgogna) e Neustria. La sua principale attività era quella di guidare l’amministrazione dei regni, esercitando un potere quasi simile a quello del Re. Ma Martello era anche un eccellente generale e, prevedendo che l’invasione araba avrebbe presto toccato anche il regno dei Franchi, accettò di aiutare militarmente Oddone, pretendendo però, prima di fornire aiuto, un formale atto di sottomissione da parte di quest’ultimo.
Battaglia di Poitiers, 732. L’esercito di Carlo Martello
Carlo Martello era un valente generale, che aveva a disposizione un esercito di primo ordine. Mentre per gran parte dell’epoca medievale gli eserciti venivano assoldati e reclutati a seconda delle esigenze, gli uomini agli ordini di Carlo Martello facevano parte di una leva permanente.
Martello ottenne anche un finanziamento dal Papa per proteggere l’Europa cristiana dall’ invasione islamica, riuscendo a disporre di tutte le somme di denaro necessarie per organizzare la resistenza contro gli arabi.
L’esercito di Martello era composto da veterani e soldati di carriera, particolarmente esperti, che combattevano per lui da almeno 10 anni. Il legame di fiducia con il loro generale era assoluto, e per questo motivo Carlo Martello disponeva di una grande quantità di uomini che avrebbero obbedito a qualsiasi suo ordine, con piena fiducia.
I soldati avevano un equipaggiamento pesante che gli permetteva di sopportare bene i rigori dell’inverno, e gli uomini erano dotati di armi di prima categoria, come grosse spade, lance, giavellotti e asce.
La cronaca mozarabica, redatta da un anonimo cronista cristiano che visse esattamente al tempo del dominio Ommayade della Spagna, elenca con buona precisione le tribù che facevano parte dell’esercito di Carlo Martello.
I primi erano i soldati Franchi, germanici occidentali particolarmente abili nella guerra. C’erano poi i Gallo-Latini, popolazione che derivava dalla fusione tra gli antichi romani e le tribù celtiche della zona. Figuravano anche i Borgognoni, abitanti dell’odierna regione storica della Borgogna, in Francia.
Vennero menzionati anche gli Alemanni, delle tribù germaniche occidentali che fin dai tempi dell’Impero romano costituivano guerrieri temibili. Vi erano i Bavari, altri Germani originali della Boemia, oltre alle “Genti della foresta nera“, agguerritissimi soldati che provenivano dalle fitte foreste germaniche sud-occidentali, che erano abituati a combattere nelle situazioni più estreme. Martello aveva anche a disposizione una cospicua cavalleria leggera visigota, che sarebbe stata perfetta per gli accerchiamenti.
Con questo esercito, nel 732 d.C, Carlo Martello iniziò la sua marcia contro gli arabi
Battaglia di Poitiers, 732. Carlo Martello insegue gli arabi
Carlo iniziò la sua manovra di avvicinamento all’esercito arabo. Il generale Franco scelse di evitare le principali strade romane, che avrebbero potuto esporlo a imboscate, ma preferì individuare e percorrere scorciatoie e strade secondarie per cogliere il nemico di sorpresa.
L’esercito arabo, nel frattempo, dimostrò di sottovalutare ampiamente il pericolo dei Franchi, tanto che il loro generale ʿAbd al-Raḥmān non inviò nemmeno degli esploratori per battere le zone circostanti e individuare eventuali nemici nelle vicinanze.
Mentre l’esercito arabo viaggiava verso il fiume della Loira, una parte dei soldati si staccò per razziare i territori circostanti alla ricerca di cibo e di bottino. Questo provocò tuttavia degli scontri con le popolazioni locali, durante i quali gli arabi contarono diverse perdite. Inoltre, l’esercito musulmano si caricò di un cospicuo quantitativo di gioielli e di denaro che avrebbero ritardato gli spostamenti e complicato le battaglie successive.
Nel frattempo, la marcia del grosso dell’esercito arabo fu talmente lenta che i soldati ebbero l tempo di seminare il grano e di raccoglierlo nel corso dei mesi successivi, senza minimamente sospettare che un cospicuo contingente avversario si stava avvicinando.
Così, l’esercito di Carlo colse completamente impreparato il generale ʿAbd al-Raḥmān, che vide materializzarsi il nemico all’improvviso e fu costretto a dare battaglia quando meno se lo aspettava.
Battaglia di Poitiers, 732: disposizione sul campo
I Franchi si dispongono con la fanteria pesante al centro, la cavalleria nascosta nei boschi ai lati. Gli arabi con la fanteria leggera al centro e le cavallerie ai lati
Carlo Martello ebbe tutto il tempo per individuare il campo di battaglia più adatto ai suoi scopi e alle caratteristiche del suo esercito. In particolare, il generale Franco aveva individuato una zona sopraelevata, dove posizionò il grosso della sua fanteria pesante.
In prima fila vennero disposti i fanti armati di asce, intervallati da contingenti di cavalleria, che si sarebbero occupati di combattere contro la fanteria araba. In seconda fila furono posizionati degli altri fanti dotati stavolta di picche e di giavellotti, con il compito di tenere a debita distanza la cavalleria nemica. Ai fianchi della seconda fila di fanteria vennero posizionati altri cavalieri, per evitare ogni possibilità di accerchiamento.
Ai lati, Martello era sicuro di non poter essere accerchiato: innanzitutto per la presenza di due fiumi che confluivano, il Claine e il Vienne. Inoltre, su entrambi i lati vi erano delle colline alberate, che impedivano ogni accerchiamento e che permettevano di nascondere numerosi soldati. Ogni collina fu popolata di cavalieri, debitamente nascosti. In particolare, sul suo fianco sinistro, venne posizionata la cavalleria di Oddone.
Tali unità avrebbero potuto attaccare i fianchi degli arabi durante la loro carica, o in alternativa, avrebbero colpito il loro accampamento.
Sul fronte opposto, il generale Raḥmān posizionò al centro la fanteria leggera dotata di archi e sui lati, leggermente avanzate, due unità di cavalleria leggera. Subito dietro vennero disposti anche dei dromedari, il cui odore poteva spaventare e far imbizzarrire i cavalli. La formazione araba formò così una sorta di mezzaluna.
Raḥmān era perfettamente consapevole che Martello si trovava in vantaggio, in quanto la sua posizione era praticamente inattaccabile e il suo esercito sarebbe stato costretto a infilarsi all’interno di una trappola. Per sette giorni, gli arabi cercarono un punto debole nello schieramento avversario, senza trovarlo.
Martello sapeva però che il codice di onore degli eserciti arabi impediva al generale di evitare una battaglia e di fuggire. Raḥmān fu infatti costretto ad attaccare alle condizioni dell’avversario.
Battaglia di Poitiers, 732: lo svolgimento
Gli arabi caricarono verso il centro dello schieramento nemico, sia con la fanteria leggera che con la cavalleria, la quale investì gli avversari di un enorme quantitativo di frecce e di giavellotti. Lo scontro fu ferocissimo, ma la fanteria di Martello non si scompose minimamente.
Gli arabi tornarono indietro, adottando una classica tecnica “mordi e fuggi”: Raḥmān diede ordine ai suoi uomini di ritirarsi, cercando di far credere all’avversario che il suo esercito fosse in rotta, fino a convincerlo a lasciare le posizioni per poi contrattaccare. Ma Martello aveva dato disposizioni estremamente precise ai suoi soldati, imponendogli di combattere sul posto senza muoversi, quel tanto che serviva per difendersi dagli attacchi.
Gli arabi eseguirono una serie indeterminata di attacchi e di ritirate, nessuna delle quali ottenne lo scopo nè di sfaldare la fanteria nemica nè di farla schiodare dalle sue posizioni.
Ad un certo momento, fu Martello a prendere l’iniziativa. Durante l’ennesimo attacco degli arabi, mentre la fanteria e la cavalleria di Raḥmān era impegnata in combattimento, Carlo fece uscire dal suo fianco sinistro, dalla collina alberata, un contingente di cavalleria che attaccò l’accampamento arabo, che conservava tutto il bottino radunato nei mesi di razzie precedenti.
Visto l’accaduto, una parte della cavalleria araba, benché impegnata nel combattimento, capendo che le ricchezze erano in pericolo, lasciò la battaglia e si precipitò alla difesa del denaro: la fanteria leggera, così, si ritrovò da sola e con pochissima cavalleria a protezione dei fianchi.
Mentre le fanterie combattono, Martello fa attaccare dai cavalieri nascosti l’accampamento arabo
Proprio in quel momento, capendo il momento di debolezza, Martello diede ordine alla cavalleria di Oddone, sempre nascosta tra gli alberi, di attaccare il fianco destro, per far collassare il contingente arabo.
Così, i fanti arabi, equipaggiati e armati alla leggera, soffrirono sia per i terribili colpi delle armi pesanti dei germani, sia per l’attacco della cavalleria sul lato destro.
I cavalieri arabi corrono ad aiutare l’accampamento, lasciando la fanteria scoperta. La cavalleria di Oddone sbuca dal lato destro e attacca il fianco arabo, provocando il collasso del contingente musulmano
La loro resistenza fu presto stroncata, e i soldati arabi iniziarono a fuggire. Solo in quel momento, Martello diede ordine alla propria fanteria centrale di avanzare per inseguire il nemico.
La fuga si trasformò in una carneficina assoluta: Raḥmān venne raggiunto dal nemico e abbattuto sul campo di battaglia. Secondo alcune fonti, fu il generale Carlo Martello in persona a ucciderlo, ma probabilmente questo dettaglio fa parte della propaganda franca.
La disfatta di Poitiers arrestò in maniera sensibile l’avanzata araba in Europa, e la conquista del continente europeo subì una considerevole battuta d’arresto.
La battaglia di Poitiers, 732. Il dibattito sull’importanza della battaglia di Poitiers
La battaglia di Poitiers è stata considerata per secoli come una delle più importanti battaglie della storia Europea, che da sola pose fine all’invasione araba del continente. Diversi storici occidentali, e soprattutto la Cronaca Mozarabica composta nel 754 d.C, confermano l’enorme impatto sulla storia della vittoria Franca a Poitiers.
Anche altri storici, fra cui Gibbon, Kurt, Hans e Dellbruk, ritengono che la battaglia di Poitiers abbia influito su tutta la storia successiva.
Altri invece, tendono a considerare la battaglia di Poitiers come ampiamente sopravvalutata e ritengono di dover ridimensionare la sua importanza. Alessandro Barbero, in una conferenza del 2014, ha riportato la tesi secondo cui gli arabi volevano semplicemente razziare le ricchezze del Monastero di San Martino a Tours, senza velleità di conquistare l’intera Europa.
Anche Franco Cardini ritiene che l’importanza di Poitiers sia sostanzialmente un mito costruito nel corso dei secoli, soprattutto dalla propaganda dei Franchi e dal papato, che aveva contribuito anche economicamente all’andamento della guerra.
Presso le fonti arabe si trovano più o meno le stesse interpretazioni. Kalid Blankinship, storico americano che ha studiato attentamente le fonti arabe sulla battaglia, ha confermato che anche per i musulmani la sconfitta di Poitiers ha determinato il declino del califfato Ommayade e la fine della conquista dell’Europa.
Vi è però da considerare che un importante autore arabo del XIII secolo, Ibn Idhari al-Marrakushi, nella sua “Storia del Maghreb” cita la battaglia come “Battaglia della strada (o del lastricato) dei Martiri.”
Anche se il nome può sembrare altisonante, tante altre battaglie vennero definite come battaglie dei “Martiri “, e questo potrebbe testimoniare che per una parte del mondo musulmano, tale scontro fu considerato alla stregua di tanti altri, senza quella fondamentale importanza che gli attribuiscono gli europei.
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