giovedì 25 Giugno 2026
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Siria. Milioni di civili senza aiuto se Stati Uniti e Russia non trovano accordo

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Parti della Siria settentrionale affronteranno rapidamente una crisi umanitaria massiccia se il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non riuscirà questa settimana a votare una risoluzione che consente alle Nazioni Unite di fornire aiuti attraverso il confine turco-siriano.

La risoluzione, che consente alle Nazioni Unite di coordinare le spedizioni di aiuti alla Siria attraverso un solo valico di frontiera, scadrà sabato. Milioni di siriani dipendenti dai soccorsi guidati dalle Nazioni Unite sarebbero immediatamente messi a rischio se decade.

La Russia ha promesso per quasi un anno di porre il veto a qualsiasi risoluzione che consenta di continuare gli aiuti transfrontalieri, considerando la sua distribuzione nelle aree detenute dagli oppositori del presidente Bashar al-Assad, alleato di Mosca, come una violazione della sovranità della Siria. L’amministrazione Biden è favorevole all’espansione degli aiuti transfrontalieri alla Siria e il dibattito sulla risoluzione è emerso come un test di alto profilo per stabilire se Stati Uniti e Russia, in un momento di crescenti tensioni, possano identificare questioni su cui creare un terreno comune.

Funzionari dell’amministrazione dal presidente Biden hanno descritto la questione degli aiuti come un esempio del tipo di cooperazione che desiderano dalla Russia mentre cercano un percorso verso accordi strategici a lungo termine su questioni di cyber e non proliferazione.

Sebbene Putin non abbia preso alcun impegno, il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Jake Sullivan ha dichiarato: “Crediamo che ci sia spazio per gli Stati Uniti e la Russia per lavorare insieme su un risultato positivo in modo che la risoluzione venga approvata, che l’attraversamento venga sostenuto e che altre misure per alleviare le sofferenze del popolo siriano sono adottati anche con gli Stati Uniti e la Russia che lavorano insieme”.

Martedì, al valico di Bab al-Hawa, i siriani che si preparano a tornare a casa dalla Turchia hanno descritto la schiacciante dipendenza dei parenti dagli aiuti umanitari. “Non c’è lavoro” nella provincia settentrionale di Idlib, in Siria, ha detto un uomo di 31 anni, riparandosi dal sole sotto un albero lungo un spartitraffico mentre un convoglio di veicoli delle Nazioni Unite passava veloce.

I suoi parenti a Idlib, sfollati da un’offensiva del governo siriano su larga scala, hanno ricevuto “tutto” dalle agenzie di aiuto, ha detto, inclusi contanti, cibo, detersivi e vestiti. “L’aiuto delle Nazioni Unite, dalla Turchia, è il motivo per cui le persone sono vive”, ha detto l’uomo, che ha parlato a condizione di anonimato per evitare di attirare l’attenzione delle autorità su entrambi i lati del confine.

“Sono una persona che fornisce assistenza a 26 persone”, ha detto l’uomo, che lavorava nell’edilizia in Turchia. “Non posso provvedere a questo numero di persone”.

Con circa 1.000 camion che trasportano aiuti al mese, l’operazione delle Nazioni Unite attraverso Bab al-Hawa “è una delle più grandi operazioni di aiuto in tutto il mondo”, ha affermato Cutts. Se la risoluzione scade sabato, “molte persone ne soffriranno. Si perderanno delle vite”.

Secondo Mahmoud Daher, capo della squadra di emergenza dell’Organizzazione mondiale della sanità con sede a Gaziantep, in Turchia, il sistema sanitario nel nord-ovest della Siria faceva affidamento sulle Nazioni Unite per circa il 40% dei suoi servizi. L’OMS, come altre agenzie delle Nazioni Unite, sta preposizionando le forniture nel nord-ovest della Siria, inclusi kit di emergenza per interventi chirurgici e forniture per focolai di coronavirus , scorte che potrebbero durare da quattro a sei mesi.

Ma non sarebbero sufficienti se le esigenze mediche nella provincia aumentassero, ha detto.

Afghanistan, Talebani mettono in fuga i soldati

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Oltre mille soldati dell’esercito afghano sono fuggiti nel vicino Tagikistan per mettersi in salvo dopo uno scontro armato con i talebani nel nord.

Il Comitato per la sicurezza nazionale di Dushanbe ha fatto sapere che “1.037” soldati delle forze armate governative afghane hanno varcato il confine “per salvare le loro vite” dopo combattimenti notturni con i talebani, che hanno intensificato la loro offensiva nel nord e nel resto dell’Afghanistan contestualmente al ritiro delle truppe americane e straniere dopo 20 anni di guerra.

I talebani avrebbero preso il controllo di sei distretti della provincia afghana del Badekhshan, che confina con il Tagikistan, dove, dallo scorso maggio, quando i ribelli jihadisti hanno iniziato la loro offensiva, hanno varcato il confine già diverse decine di militari afghani.


    Intanto, le forze governative afghane stanno pianificando una controffensiva nelle province settentrionali del Paese dopo aver perso terreno nei confronti dei talebani. Il consigliere per la sicurezza nazionale Hamdullah Mohib ha detto che le forze governative non si aspettavano l’offensiva talebana, assicurando che avrebbero “assolutamente e sicuramente” contrattaccato.


    La marcia dei talebani attraverso il nord dell’Afghanistan ha acquisito slancio durante la notte con la cattura di diversi distretti dalle forze afghane in fuga. I talebani ora controllano circa un terzo di tutti i 421 distretti e centri distrettuali in Afghanistan. 

Coronavirus nel mondo, nuovo record di casi nel Regno Unito

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Nuovo record di contagi Covid nel Regno Unito, alimentati dalla variante Delta (ex indiana): nelle ultime 24 ore, secondo i dati del governo, ne sono stati registrati 32.548, picco da metà gennaio, su circa un milione di tamponi.

Resta invece in proporzione per ora nettamente inferiore – grazie all’effetto delle vaccinazioni – il totale dei ricoveri negli ospedali (salito poco oltre quota 2.400), mentre i morti giornalieri calano addirittura leggermente: 33 contro 37 di ieri. I vaccini somministrati sfiorano intanto 80 milioni di dosi, con oltre il 64,6 per cento degli over 18 interamente immunizzati sull’isola e l’86,4 per cento coperti da una dose.


Il governo britannico è “fiducioso” di poter tenere a bada il rischio di un focolaio di contagi Covid alimentato dalla variante Delta nell’ambito delle semifinali degli Europei di calcio (che stasera vedono protagonista l’Inghilterra) e della finale di domenica, ma non può “garantire” il rischio zero.

Lo ha detto oggi a radio Lbc il ministro dell’e Attività Produttive, Kwasi Kwarteng, interpellato sui 60 mila spettatori ammessi per queste ultime partite di Euro2020 allo stadio di Wembley e sull’impatto di raduni e festeggiamenti per le strade di Londra.

L’Oms: almeno quattro milioni di morti per Covid


Almeno quattro milioni di persone sono morte per l’epidemia di Covid 19 in tutto mondo. Lo ha annunciato l’Organizzazione mondiale della Sanità. Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, durante una conferenza stampa per fare il punto sull’epidemia di Covid-19, è tornato a sottolineare l’importanza dei vaccini: – “Ho chiesto ai ministri dell’Economia che si riuniranno per il G20 un impegno affinché il 10% delle persone in tutti i Paesi venga vaccinato entro settembre e che tale cifra salga al 40% entro la fine del 2021. Questo ci metterebbe sulla strada per immunizzare il 70% delle persone in tutti i Paesi entro la metà del 2022”, ha spiegato.

Haiti cerca di risollevarsi

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Un’Haiti già in difficoltà si sta riprendendo dall’assassinio del presidente Jovenel Moïse seguito da uno scontro a fuoco in cui la polizia ha ucciso quattro dei sospettati di omicidio, ne ha arrestati altri due e liberato tre ufficiali tenuti in ostaggio.

I funzionari si sono impegnati a trovare tutti i responsabili dell’irruzione nella casa di Moïse prima dell’alba di mercoledì in cui è stato colpito a morte e sua moglie, Martine Moïse, gravemente ferita. È stata portata in aereo a Miami per le cure.

Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza di due settimane per aiutarlo a dare la caccia agli assassini.

Il primo ministro ad interim, Claude Joseph, ha dichiarato alla televisione: “Chiedo calma. È tutto sotto controllo. Questo atto barbaro non resterà impunito».

Léon Charles, il direttore della polizia nazionale di Haiti, descrivendo l’uccisione e l’arresto dei sospetti ha detto: “Li abbiamo bloccati lungo il percorso mentre lasciavano la scena del crimine… Da allora, abbiamo combattuto con loro. Verranno uccisi o catturati. L’inseguimento dei mercenari continua. Il loro destino è fissato. Cadranno nei combattimenti o verranno arrestati”.

Moïse, un ex uomo d’affari di 53 anni è entrato in carica nel 2017.

Secondo nuovi dettagli emersi nei rapporti locali, gli aggressori hanno legato il personale mentre uno dei tre figli di Moïse è sopravvissuto nascondendosi nella camera da letto di suo fratello.

Moïse è stato colpito almeno una dozzina di volte ed è morto sul colpo, secondo Carl Henry Destin, un funzionario giudiziario, che ha affermato che l’ufficio e la camera da letto del presidente sono stati saccheggiati ed è stato trovato disteso sulla schiena, coperto di sangue.

Giorgetti firma decreto attuativo su bonus rottamazione Tv

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Il ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha firmato il decreto attuativo che rende operativo il bonus rottamazione Tv, che sostiene i cittadini nell’acquisto di televisori compatibili con i nuovi standard tecnologici di trasmissione del digitale terrestre Dvbt-2/Hevc Main 10. La nuova tecnologia consentirà di migliorare la qualità del segnale e di dare spazio alle trasmissioni in alta definizione.

L’agevolazione consiste in uno sconto del 20% sul prezzo d’acquisto, fino a un massimo di 100 euro, che si può ottenere rottamando un televisore acquistato prima del 22 dicembre 2018. Il bonus rottamazione Tv ha, infatti, l’obiettivo di favorire la sostituzione di apparecchi televisivi che non saranno più idonei ai nuovi standard  tecnologici, al fine di garantire la tutela ambientale e la promozione dell’economia circolare attraverso un loro corretto smaltimento.

A differenza del precedente incentivo, che resta comunque in vigore ed è pertanto cumulabile per coloro che sono in possesso di tutti i requisiti, il bonus rottamazione Tv si rivolge a tutti i cittadini in quanto non prevede limiti di ISEE. In particolare, verrà riconosciuto un bonus per l’acquisto di un televisore per ogni nucleo familiare fino al 31 dicembre 2022. Le risorse destinate alla misura sono complessivamente 250 milioni di euro.

Il provvedimento individua tre requisiti per beneficiare dell’incentivo: residenza in Italia, rottamazione di un televisore e il pagamento del canone di abbonamento al servizio di radiodiffusione. A tal riguardo è previsto che potranno accedere all’agevolazione anche i cittadini, di età pari o superiore a settantacinque anni, che sono esonerati dal pagamento del suddetto canone.

La rottamazione potrà essere effettuata in sede di acquisto del nuovo televisore, consegnando al rivenditore quello vecchio, che si occuperà poi dello smaltimento dell’apparecchio e di ottenere un credito fiscale pari allo sconto riconosciuto al cliente al momento dell’acquisto del nuovo apparecchio. Un’altra modalità per rottamare la vecchia tv è consegnarla direttamente in una isola ecologica autorizzata. In questo caso un modulo certificherà l’avvenuta consegna dell’apparecchio, con la relativa documentazione per richiedere lo sconto sul prezzo di acquisto.

In vista del passaggio agli standard di trasmissione del digitale terrestre di nuova generazione Dvbt-2/Hevc Main 10 i cittadini possono verificare la compatibilità dei televisori in proprio possesso e gli elenchi delle apparecchiature idonee seguendo le informazioni e le procedure indicate sul sito nuovatvdigitale.mise.gov.it.

Il decreto, controfirmato dal ministro dell’economia e delle finanze, è stato inviato alla Corte dei Conti per la registrazione.

Antitrust: istruttoria su Tim e Dazn sui diritti Tv della serie A

L’Antitrust ha avviato un’istruttoria su alcune clausole dell’accordo fra Tim e Dazn per la distribuzione e il supporto tecnologico relativo ai contenuti dei Pacchetti 1 e 3 dei diritti per la visione delle partite del Campionato di calcio di Serie A nel triennio 2021-2024.In particolare, il procedimento è volto ad accertare se esista una possibile intesa restrittiva della concorrenza per le clausole che limitano commercialmente DAZN nell’offerta di servizi televisivi a pagamento, con l’effetto, fra l’altro, di ridurre la sua capacità di proporre sconti agli utenti finali e di ostacolare altri operatori di telecomunicazioni. 

“Siamo fiduciosi che a seguito del contradditorio con l’Autorità verranno chiariti tutti gli aspetti oggetto del procedimento, certi che l’accordo con Dazn ha come obiettivo quello di sviluppare la concorrenza nel mercato della pay-tv, la visione dei contenuti in streaming e accelerare il processo di digitalizzazione del Paese a beneficio di tutti clienti e degli operatori di telecomunicazioni”, Lo evidenzia in una nota Tim circa l’istruttoria avviata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.  

La tetrarchia: il governo dei quattro ideato da Diocleziano

La tetrarchia fu una forma di governo, istituita dall’imperatore romano Diocleziano nel 293 d.C.,  concepita nel tentativo di gestire l’immenso territorio dell’Impero romano dividendolo in porzioni, con una amministrazione quasi completamente autonoma, per far fronte alle urgenti riforme necessarie e ai pericoli militari del periodo tardo Imperiale.

Nonostante il sistema della tetrarchia venne studiato da Diocleziano nei minimi dettagli, il meccanismo, che diede comunque buoni frutti a livello amministrativo, si inceppò quasi immediatamente, facendo sprofondare Roma in una nuova guerra civile da cui emerse il nuovo Imperatore Costantino.

Tetrarchia, governo di quattro persone

Il termine tetrarchia significa “governo a guida di quattro persone“: in linea teorica non è un termine esclusivo dell’imperatore Diocleziano, ma identifica in linea più generale qualsiasi governo che viene diviso fra quattro reggenti.

Già molto prima di Diocleziano era esistita infatti la tetrarchia della Giudea, istituita dopo la morte di Erode il Grande: anche Plinio il Vecchio, vissuto diversi secoli prima di Diocleziano, citava regolarmente il termine tetrarchia ogni qualvolta voleva fare riferimento al governo di quattro uomini.

Tuttavia l’esempio più importante e duraturo di tetrarchia è sicuramente quella organizzata dall’imperatore Diocleziano che si ritrovò uno stato romano lacerato dalle lotte interne, orfano di riforme estremamente urgenti e fiaccato dalla sostanziale impossibilità di governare un territorio tanto vasto.

Per questo motivo, Diocleziano iniziò a concepire una forma di governo più adatta alle esigenze di un territorio tanto immenso e sterminato: in una prima fase iniziò con una diarchia, un governo di due. Oltre a lui, in qualità di imperatore, venne infatti nominato il generale Massimiano, cresciuto insieme a Diocleziano prima come Cesare, in qualità di imperatore minore o co-imperatore, e poi nel 286 d.C. come Augusto, con lo stesso ruolo e potere di Diocleziano.

In questo modo l’Impero romano fu gestito per la prima volta in maniera istituzionale da due imperatori: Diocleziano si occupava delle questioni urgenti nelle regioni orientali, quelle che nel suo periodo apparivano più problematiche, mentre Massimiano si occupava allo stesso modo delle regioni occidentali.

Nel 293 d.C. la diarchia sembrava aver dato già dei buoni risultati, tanto che Diocleziano e Massimiano erano riusciti a dare una certa stabilità al potere imperiale e ad attuare una serie di riforme, non tutte coronate da successo, ma fondamentali per interrompere la crisi dell’impero romano.

Dal momento che i problemi civili e militari erano comunque ingenti e prevedendo il problema della successione, Diocleziano, con il consenso di Massimiano, aumentò la diarchia ad una tetrarchia, nominando per ognuno dei due Augusti, due cesari (vice e futuri successori) rispettivamente Galerio e Costanzo Primo.

I quattro tetrarchi non si stabilirono a Roma ma in altre città più vicine alle frontiere che permettevano di assicurare una difesa dei confini dell’impero in particolare nella zona della Persia e contro i barbari germanici presso il fiume Reno e il Danubio. Questi centri sono conosciuti come “capitali tetrarchiche”: Roma rimase perse così per sempre la sua centralità, rimanendo solamente una capitale “morale”.

Le nuove quattro capitali erano Nicomedia, scelta per tenere sotto controllo l’Oriente ed eventuali minacce da parte dei Persiani, Treviri, nelle Gallie, per controllare le zone comprese nell’attuale Germania; Sirmio, la capitale preferita da Diocleziano, nell’attuale Serbia, e Mediolanum, vicina alle Alpi.

Tetrarchia: la propaganda e i successi militari

In termini puramente giuridici non vi era una precisa divisione tra i quattro tetrarchi, ma di fatto ogni imperatore aveva la sua zona di influenza e ogni tetrarca interveniva spesso personalmente sui campi di battaglia, mantenendo il pieno potere militare mentre, a livello amministrativo, la maggior parte del burocrazia veniva delegata al proprio prefetto del Pretorio.

Un aspetto fondamentale della tetrarchia fu la propaganda politica: sebbene il potere del sistema tetrarchico fosse diviso fra quattro persone diverse, l’immagine pubblica di quattro imperatori era gestita con cura per dare l’apparenza di un impero unito. Un fattore particolarmente importante dopo le numerose guerre civili del III secolo che avevano sconvolto il popolo romano: i tetrarchi apparivano sempre identici nelle rappresentazioni eseguite sulle monete o sui ritratti ufficiali e sulle sculture.

Il ritratto più importante della tetrarchia è certamente quello quattro tetrarchi scoperto in una scultura bizantina  nella quale i quattro governanti vengono riprodotti con identiche fattezze e lo stesso equipaggiamento militare.

Il principale successo della tetrarchia fu sicuramente di carattere militare: uno dei maggiori problemi degli imperatori durante la crisi del III secolo, era l’impossibilità di seguire contemporaneamente più fronti di guerra.

In teoria si potevano delegare alcune missioni ad altri generali, ma per un imperatore era rischioso concedere un grande potere militare ad un generale sottoposto, in quanto in quel periodo non era raro che un generale vittorioso si autoproclamasse come nuovo imperatore, sfidando l’autorità.

La tetrarchia rese istituzionale l’esistenza di quattro imperatori e comandanti militari, e questo assicurò una serie di importanti vittorie.

Dopo aver subito una sconfitta da parte dei Persiani nel 296 d.C., Galerio sconfisse Narsete nel 298 d.C. annullando una serie di battaglie perdute dai Romani nel corso del secolo precedente, catturando diversi membri della famiglia imperiale avversaria, requisendo una notevole quantità di bottino e ottenendo un trattato di pace molto favorevole ai romani che assicurò una tregua tra le due potenze per almeno una generazione.

Allo stesso modo, Costanzo fu in grado di sconfiggere l’usurpatore Aletto, che in Britannia minacciava il potere Imperiale: Massimiano potè invece dedicarsi alla pacificazione dei Galli, mentre Diocleziano represse efficacemente la rivolta di Domiziano in Egitto.

La successione: il punto debole della Tetrarchia

Il punto debole della tetrarchia fu la successione: Diocleziano era perfettamente consapevole che il meccanismo di successione era sempre stato uno dei problemi principali nella gestione del potere imperiale.

Per questo aveva pensato ad un sistema in cui i due Augusti, ad un certo punto della loro carriera, si sarebbero spontaneamente ritirati a vita privata. I rispettivi Cesari sotto di loro, sarebbero diventati i nuovi Augusti, e questi avrebbero subito nominato due nuovi Cesari, in un meccanismo che si sarebbe rinnovato continuamente.

Quando nel 305 d.C. Diocleziano e Massimiano abdicarono, Galerio e Costanzo furono  elevati al rango di Augusto e nominarono i due nuovi Cesari:  Massimino per Galerio e Valerio Severo per Costanzo, dando vita alla seconda tetrarchia.

Purtroppo il sistema andò rapidamente in crisi quando Costanzo morì nel 306 d.C. e Galerio promosse Severo ad Augusto mentre Costantino, il figlio di Costanzo, fu proclamato Augusto dalle truppe di suo padre.  Massenzio, il figlio di Massimino, risentito dall’essere stato lasciato fuori dai nuovi accordi, sconfisse Severo e lo costrinse ad abdicare.

Massenzio e Massimino si dichiararono entrambi Augusti,  portando nel 308 d.C. a quattro il numero dei pretendenti alla carica (Galerio, Costantino, Massimino e Massenzio) e alla presenza di un solo Cesare.

Lo stesso anno Galerio, insieme agli imperatori “in pensione” Diocleziano e Massimiano, indisse una “conferenza” imperiale a Carnuntum, sul fiume Danubio. Il consiglio convenne che Licinio sarebbe diventato Augusto in Occidente, con Costantino come suo Cesare. In Oriente, Galerio rimase Augusto e Massimino rimase il suo Cesare.

Massimiano doveva ritirarsi e Massenzio fu dichiarato usurpatore. Un accordo che si rivelò disastroso:  Massenzio era diventato de facto sovrano d’Italia e d’Africa senza alcun grado imperiale, e né Costantino né Massimino, entrambi cesari, erano disposti a tollerare la promozione dell’augusto Licinio come loro superiore.

Dopo un tentativo fallito di placare sia Costantino che Massimino con l’insignificante titolo “filius augusti” (figlio dell’augusto), entrambi dovettero essere riconosciuti come Augusti nel 309 d.C.: la situazione non faceva ben sperare per il sistema tetrarchico.

Tra il 309 d.C. e il 313 d.C. la maggior parte dei pretendenti alla carica imperiale morirono o furono uccisi in varie guerre civili: Costantino costrinse Massimiano al suicidio nel 310 d.C. e Galerio morì naturalmente nel 311 d.C.. Massenzio fu sconfitto da Costantino nella battaglia di Ponte Milvio nel 312 d.C. e successivamente ucciso, mentre Massimino si suicidò a Tarso nel 313 d.C. dopo essere stato sconfitto in battaglia da Licinio.

Nel 313, quindi, rimanevano solo due imperatori: Costantino in Occidente e Licinio in Oriente. Il sistema tetrarchico era alla fine, anche se Costantino impiegò fino al 324 d.C. per sconfiggere definitivamente Licinio, riunendo le due metà dell’Impero Romano e dichiarandosi unico Augusto.

La dinastia dei Severi. Gli imperatori soldato di Roma

La dinastia dei Severi fu una dinastia imperiale romana che governò su Roma tra il 193 d.C. e il 235 d.C.. Venne fondata dall’imperatore Settimio Severo, salito al potere dopo un periodo convulso denominato “anno dei cinque imperatori” .

Al termine della sanguinosa guerra civile, in cui diversi contendenti puntavano al governo dello Stato Romano, Settimio Severo, assieme a sua moglie Giulia Domna, riuscì ad assurgere al ruolo imperiale. Dopo regni brevi e gli omicidi dei figli Caracalla e Geta, i parenti della donna ottennero il potere, facendo nominare il diciassettenne Eliogabalo al comando dell’impero, seguito poi da Alessandro Severo.

Si trattò di una dinastia fondata sul potere dell’esercito e interrotta da diversi tentativi di usurpazione del trono, come nel caso di Macrino, ma fu anche una dinastia guidata da alcune matriarche, tra cui la stessa Giulia Domna e le sue nipoti, Giulia Soemia e Giulia Mamea.

Settimio Severo

Lucio Settimio Severo nacque da una famiglia libico-punica di rango equestre nella città di Leptis Magna, nella provincia romana di Libia. Fu protagonista di una carriera militare abbastanza brillante sotto gli imperatori della dinastia Antonina e fondamentale per la vita di Settimio Severo fu il matrimonio con la nobildonna siriana Giulia Domna, dai quali ebbe i figli Caracalla e Geta.

In un periodo in cui gli imperatori venivano continuamente proclamati sui campi di battaglia direttamente dai Legionari, nel 193 d.C. i soldati di stanza nella regione del Norico nominarono Settimio Severo come nuovo imperatore: Severo, dopo aver affrontato il rivale Clodio Albino nella battaglia di Lugdunum, rimase solo al comando.

I primi incarichi di Severo furono prettamente di ordine militare: combattè una guerra di notevole successo contro i Parti ad Oriente, ma si impegnò anche in diverse campagne per domare le incursioni barbariche nella Britannia romana,  oltre a ricostruire il Vallo di Adriano, un enorme muro che rappresentava il confine tra la provincia romana e le tribù del Nord, che era stato più volte attaccato e la cui struttura era stata compromessa da ripetute incursioni.

I rapporti di Settimio Severo con il Senato di Roma furono piuttosto scarsi, ma fu in grado di farsi benvolere dal popolo e dai soldati, anche grazie ad una serie di continui donativi. A partire dal 197 d.C., Settimio Severo si accorse che il suo prefetto del Pretorio, Gaio Fulvio Claudiano, stava conquistando un’influenza sempre maggiore e che probabilmente tramava contro di lui: scoperto in tempo, venne giustiziato nel 205 d.C.

Settimio Severo fu anche protagonista di una pesante persecuzione contro i cristiani ed ebrei in quanto questi gruppi religiosi, rifiutandosi di sacrificare agli Dei protettori dell’imperatore, venivano considerati come un pericolo per il culto ufficiale. Severo morì durante una campagna in Britannia e, come da suoi desideri, gli succedettero i figli Caracalla e Geta, che aveva elevato al rango di imperatori negli ultimi anni antecedenti la sua morte.

Caracalla

Caracalla, il figlio maggiore di Settimio Severo, nacque con il nome di Lucio Settimio Bassiano nelle Gallie. Il nome Caracalla gli venne affibbiato in riferimento alla tunica gallica con il cappuccio che era abituato ad indossare abitualmente, anche mentre dormiva. Pochi anni prima della morte del padre, Caracalla fu proclamato Augusto assieme al fratello minore Geta: i rapporti tra i due fratelli si rivelarono immediatamente pessimi, rendendo impossibile trovare un accordo su quasi ogni atto della gestione imperiale e la madre Giulia Domna fu costretta più volte a mediare tra di loro.

Fonti antiche tramandano addirittura che il palazzo imperiale venne diviso in due aree separate e i due fratelli si incontravano solamente in presenza della madre e di un nutrito gruppo di guardie del corpo. Con un colpo di scena, Caracalla uccise Geta in un momento in cui la sua guardia personale era distratta: una volta ottenuto il comando assoluto, Caracalla si fece subito notare per le generose tangenti che concedeva ai Legionari ma anche per una crudeltà senza precedenti.

Caracalla organizzò numerosi omicidi di nemici e rivali, alcuni reali, altri solamente sospettati. Non solo: dimostrò anche di non saper gestire l’Impero in maniera adeguata, ignorando riforme necessarie e delegando sempre di più le decisioni più importanti alla madre.

Caracalla viene ricordato però anche per alcune campagne dal discreto successo contro gli Alemanni e soprattutto per la costruzione delle omonime Terme: il monumento più duraturo di questa categoria. Emise anche un editto con cui concedeva la cittadinanza a quasi tutti gli abitanti dell’impero: si trattò di una manovra che fece discutere gli storici del suo tempo e anche quelli di oggi.

Per alcuni si tratta di un gesto universale di riconoscimento del potere di Roma, per altri fu una misura pensata per aumentare il numero dei contribuenti da tassare, che tolse alla cittadinanza romana il significato che aveva, soprattutto sul piano del diritto.

Caracalla fu assassinato durante una campagna contro i Parti da un membro della Guardia pretoriana, senza avere avuto il tempo di attuare ulteriori riforme.

Macrino

Marco Opilio Macrino nacque nel 164 d.C. a Cesarea in Mauretania (oggi Cercel in Algeria) nonostante provenisse da un ambiente umile e non imparentato dinasticamente con i Severi, fu nominato prefetto della Guardia Pretoriana sotto Caracalla per i suoi meriti militari e per il suo acume come generale.

Macrino fu coinvolto in una cospirazione per uccidere l’imperatore:  l’8 aprile del 217 d.C. Caracalla fu assassinato mentre viaggiava verso Carre. Tre giorni dopo, Macrino fu dichiarato Augusto  e, anche se non ci sono delle prove che sia stato proprio Macrino ad uccidere o a far uccidere Caracalla, la maggioranza delle fonti antiche nutre dei forti sospetti in merito.

La prima decisione più significativa di Macrino fu quella di concordare una pace con l’impero dei Parti, anche se le condizioni di resa furono piuttosto umilianti per i romani: una delle ragioni che mise subito in crisi il governo di Macrino fu però quello di non aumentare la paga alle truppe orientali,  che avevano combattuto già sotto Caracalla.

Dopo alcuni mesi di ribellioni da parte di buona parte dell’esercito in Siria, Macrino venne a sapere che le donne della famiglia dei Severi stavano organizzando la sua deposizione e la nomina del loro figlio Eliogabalo. Macrino spostò le sue truppe di fedelissimi vicino alla città di Antiochia per affrontare gli avversari: nonostante una buona prestazione da parte della sua Guardia Pretoriana, i suoi soldati furono sconfitti  e l’imperatore non riuscì a fuggire in Calcedonia.

La sua autorità era andata completamente perduta: fu tradito e giustiziato dopo un regno di soli quattordici mesi. Anche suo figlio Diadumeniano, che Macrino mirava a far diventare suo reggente e poi successore, venne individuato e giustiziato.

Eliogabalo

Eliogabalo nacque con il nome di Avito Bassiano nel 204 d.C.: il suo nome Eliogabalo o Elagabalo faceva riferimento al Dio del sole siriano e alla Dea Gabal di cui era diventato fedele e sacerdote già dalla più tenera età.  La nonna di Eliogabalo, Giulia Mesa, sorella e cognata di Giulia Domna, aveva organizzato nei minimi dettagli la successione verso il ragazzo, persuadendo in particolar modo i soldati della III Legione gallica, anche attraverso l’utilizzo di una enorme ricchezza accumulata della sua famiglia.

Eliogabalo, per intercessione della nonna e della madre, venne vestito con la porpora imperiale e incoronato imperatore direttamente dai soldati: il suo regno tuttavia non portò alcuna riforma significativa. Il ragazzo, secondo le fonti antiche, era dedito ad ogni tipo di vizio e di distrazione: alcuni dicono che durante un banchetto avrebbe inondato il tavolo di petali di rosa e che abbia sposato il suo amante, il quale venne in seguito nominato “marito dell’imperatrice.”

Si dice ancora che Eliogabalo avrebbe sposato una vergine vestale, chiamata Aquilia Severa, che per precetto non poteva certamente consumare alcun rapporto matrimoniale.

Dione Cassio suggerisce che fosse transessuale e che avrebbe offerto ingenti somme ai migliori medici del suo tempo per cercare di ottenere la mutilazione e dei nuovi genitali femminili: vedendo che il comportamento oltraggioso e senza controllo di suo nipote significava una consistente perdita di potere, la nonna Giulia Mesa persuase Eliogabalo ad accettare il suo giovane cugino, Severo Alessandro, come Cesare e quindi futuro imperatore.

Alessandro era ben più popolare tra le truppe, le quali non sopportavano il comportamento dissennato dell’imperatore. Eliogabalo, geloso di questa popolarità, rimosse il cugino dal titolo di Cesare: un atto che fece infuriare la Guardia Pretoriana, che entrò in ammutinamento e uccise l’augusto, sua madre e i consiglieri più stretti.

Alessandro Severo

Alessandro Severo fu uno dei principali imperatori della omonima dinastia: nato con il nome di Marco Bassiano Alessiano,  intorno al 208 d.C.. Venne immediatamente eguagliato all’impopolare Eliogabalo su sollecitazione della nonna Giulia Mesa il 6 marzo del 222 d.C.. 

A seguito di alcuni intrighi di palazzo, si sparse la voce per Roma che Alessandro era stato ucciso: con molta probabilità questa voce era stata messa in giro dall’invidioso Imperatore. Alessandro era in realtà vivo e i pretoriani decisero di mettere fine alla vita di Eliogabalo proclamando Alessandro Severo come nuovo Augusto.

Il giovanissimo Alessandro Severo governò sotto la stretta influenza della madre Giulia Avita Mamea : restituì una certa parte dei poteri al Senato Romano e guidò l’Impero con una moderazione che lo distinse nettamente da Eliogabalo.

Il principale problema nel periodo di Alessandro Severo fu la crescente forza dell’impero Sasanide, il quale rappresentava in quel momento la più grande sfida per Roma, ma anche la necessità di combattere contro le incursioni delle tribù germaniche nelle Gallie stava diventando un’urgenza.

Le sue campagne, costantemente seguito dalla madre, non ottennero particolari successi militari e i soldati, rendendosi conto di non avere un comandante militare di livello, lo uccisero sul campo di battaglia.

La morte di Alessandro Severo fu l’evento epocale che diede convenzionalmente inizio al travagliato periodo denominato “Crisi del terzo secolo” dove l’impero venne scosso da una successione forsennata di imperatori militari, generali ribelli e contro-imperatori, che regnarono per brevissimo tempo in un vero e proprio caos governativo, dominato sia dalla guerra civile che da una generale instabilità e da un grande disordine economico.

In questo periodo solamente Massimino il Trace, imperatore dal 235 d.C. al 238 d.C. cerco di operare, senza riuscirci, alcune riforme necessarie: sarà solo durante il regno di Diocleziano, cinquanta anni dopo, che Roma riuscirà a ritrovare una relativa stabilità e l’esecuzione di riforme urgenti.

Marco Claudio Marcello, il console romano che fermò Annibale

Marco Claudio Marcello è una delle figure più gloriose della Repubblica Romana:  eletto cinque volte console e leader militare insostituibile durante la guerra contro Annibale, fu uno dei pochissimi personaggi romani a potersi fregiare del titolo di conquistatore della Spolia Opima, un trofeo costituito dalla conquista dell’armatura di un capo militare nemico, battuto in un duello corpo a corpo.

Marcello, il conquistatore della città di Siracusa, fu personaggio di spicco del suo periodo e morì con le armi in pugno.

Giovinezza e primi incarichi

Non abbiamo molte informazioni sulla giovinezza e sull’adolescenza di Marco Claudio Marcello, in quanto scarseggiano fonti antiche: basandosi sui calcoli relativi alle elezioni e ai suoi primi consolati, dovrebbe essere nato prima del 268 a.C. e dovrebbe essere stato il primo della sua famiglia ad assumere il cognome di Marcello. Una deduzione derivante dalle fonti più attendibili sulla sua vita costituite sicuramente dalla “Vita di Marcello” di Plutarco, opera scritta diversi secoli dopo.

Marcello era un abile combattente e venne educato per la carriera militare fin dalla più tenera età: immediatamente si distinse come guerriero coraggioso e comandante ambizioso che preferiva spesso affrontare il nemico corpo a corpo. Sempre Plutarco racconta di un intervento di Marcello per salvare la vita al fratello Otacilio. I suoi superiori si accorsero rapidamente delle sue capacità: lo promossero sul campo e gli conferirono incarichi prestigiosi.

Già nel 226 a.C. fu eletto alla carica di edile: si trattava di un incarico piuttosto prestigioso per un uomo dell’età di Marcello e durante questo periodo il suo compito si concentrò sulla sovrintendenza e la manutenzione degli edifici pubblici e la tutela dell’ordine. Nello stesso periodo, Marcello divenne anche un augure, un importante sacerdote dedicato all’interpretazione dei presagi e delle risposte degli Dei.

All’età di 40 anni, Marcello era già un soldato di carriera, un’abile funzionario e un rispettabile aristocratico: nel 222 a.C. venne eletto console, la più alta carica prevista dall’antica Roma repubblicana.

Le battaglie contro i galli e la conquista della Spolia Opima

Marcello ebbe un ruolo primario nella Prima Guerra Punica tra Roma e i Cartaginesi, ma il suo impegno principale fu certamente contro i Galli, che dichiararono guerra a Roma nel 225 a.C.: Marcello e Scipione Calvo, in qualità di consoli, respinsero gli Insubri, una delle principali tribù galliche avversarie di Roma, facendoli indietreggiare fino al fiume Po.

Gli avversari proposero una pace, che Scipione era pronto a concedere, ma Marcello convinse il collega a non accettare e a proseguire la guerra per ottenere una vittoria definitiva. Gli insubri radunarono allora 30.000 guerrieri, chiamando a raccolta diversi alleati dalle altre tribù, tra cui i temibili Gesati, per combattere i romani in una battaglia decisiva.

Marcello sconfisse gli avversari, sbaragliando ripetutamente l’esercito gallico: i Galli inviarono allora diecimila uomini attraverso il fiume Po e attaccarono la piccola cittadina di Clastidium, una roccaforte romana, con l’obiettivo di deviare gli attacchi dell’esercito romano e far riprendere fiato ai propri soldati. Fu su questo campo di battaglia che si verificò la prodezza più nota di Marcello: un duello personale contro il re gallico Viridomaro.

Plutarco racconta alcuni dettagli di ciò che accadde prima della battaglia: Viridomaro avrebbe individuato il generale avversario con le insegne e gli sarebbe andato incontro sfidandolo. Anche Marcello avrebbe scorto l’armatura dell’avversario che cavalcava verso di lui per affrontarlo e gli si sarebbe fatto incontro.

I due si batterono spietatamente e Marcello, grazie ad un colpo di lancia che trafisse la corazza dell’avversario, riuscì a sbalzare Viridomaro giù dal cavallo, finendolo con altri due colpi. Fu così che Marcello riuscì a conquistare l’armatura del suo avversario, la Spolia Opima: si trattava di un bottino di straordinario valore.

Marcello è entrato così nella storia romana, diventando uno dei pochissimi generali a potersi fregiare di questo titolo.

Dopo lo scontro, i romani, che si trovavano comunque in inferiorità numerica, riuscirono a rompere l’assedio dei Galli a Clastidium e a vincere la battaglia respingendo l’avversario fino al loro quartier generale, la città di Mediolanum: qui i romani sconfissero definitivamente i Galli, che preferirono inviare degli ambasciatori per trattare la pace.

Marcello nella Seconda Guerra Punica: la sfida contro Annibale

Dopo questo periodo di combattimenti e di gloria, le fonti non citano ulteriori imprese di Marcello, che scompare dalla storia fino al 216 a.C. : gli storiografi romani ricominciamo a parlare di Marco Claudio Marcello in occasione della Seconda Guerra Punica . Nel corso del terzo anno della guerra contro Annibale, Marcello fu eletto pretore e fu inviato a gestire gli affari romani in Sicilia.

Mentre stava preparando i suoi uomini per affrontare le unità cartaginesi, Roma subì però la devastante sconfitta di Canne ad opera di Annibale:  Marcello fu costretto a inviare a Roma 1500 dei suoi uomini migliori per proteggere la Capitale dopo la sconfitta.

Con quello che rimaneva dei suoi uomini e con i soldati sopravvissuti alla disfatta di Canne, Marcello si accampò vicino a Suessula, una città della Campania: di lì a poche settimane l’esercito cartaginese guidato da Annibale puntò verso la città di Nola, posta in una posizione strategica. 

Marcello intuì il pericolo e riuscì a respingere gli attacchi dei Cartaginesi e a difenderla dalla conquista da parte di Annibale: nonostante la battaglia di Nola fu piuttosto irrilevante per le sorti finali della Seconda Guerra Punica, un generale romano in grado di resistere agli attacchi di Annibale rappresentò uno straordinario esempio per tutto l’esercito.

Difatti Claudio Marcello fu il primo generale, eccetto Scipione l’Africano, ad aver tenuto testa a quello che era considerato un comandante invincibile.

Nel 215 a.C. Marcello fu convocato a Roma dal dittatore Marco Giunio Pera per valutare insieme la futura condotta della guerra: dopo aver aggiornato le proprie strategie, Marcello ottenne il titolo di proconsole, e quando Il Console Lucio Postumio Albino venne ucciso in battaglia, Marcello fu scelto all’unanimità come suo successore.

Tuttavia sia Tito Livio che Plutarco ci raccontano di un episodio in particolare: i presagi degli Dei sarebbero stati negativi: per questo motivo Marcello si fece da parte e il suo posto fu preso da Quinto Fabio Massimo Verrucoso. Probabilmente il Senato, pretendo a pretesto i cattivi segnali degli Dei, non desiderava affidare il consolato a due plebei, ma voleva mantenere l’alternanza di un console patrizio e un console plebeo per non tradire le tradizioni.

Marcello proseguì nella sua carica di proconsole e continuò ad impegnarsi per difendere la città di Nola, ancora una volta, dalla retroguardia dell’esercito di Annibale. La difesa di Nola non era più solamente un compito militare: era diventata una specie di sfida personale tra lui e il generale cartaginese.

L’anno successivo, nel 214 a.C., Marcello fu nuovamente eletto console: questa volta assieme a Fabio Massimo.

Marcello fu in grado ancora una volta di difendere la città di Nola da Annibale e conquistò una piccola cittadina, Casilinum, strappata all’esercito cartaginese. Dopo aver ottenuto la piccola ma significativa vittoria di Casilinum, Marcello fu inviato in Sicilia, sempre per contrastare le mire di Annibale: al suo arrivo, Marcello trovò un’isola completamente in disordine e sul punto di ribellarsi ai Romani.

L’impresa di Siracusa

Geronimo, il nuovo sovrano dell’importantissima città di Siracusa, era un giovane 17enne, salito al trono dopo la morte del nonno e profondamente influenzato da due fratelli: Ippocrate ed Epicide. Si trattava di due aristocratici che tramavano da tempo per dare inizio a una nuova guerra contro Roma e che riuscirono a far “raffreddare” i rapporti fra Siracusa e Roma.

Geronimo fu però deposto a causa di una serie di intrighi di palazzo.

I nuovi capi siracusani tentarono di rinnovare i patti di amicizia con Roma, ma le macchinazioni di Ippocrate ed Epicide ebbero la meglio.

In particolare, Ippocrate ed Epicide si recarono dai Leontini, notoriamente anti-romani, e li convinsero a sollevarsi contro Roma. Marcello fu costretto ad intervenire: sconfisse nettamente gli avversari e attaccò la città, costringendo i due fratelli a scappare.

Ma Ippocrate ed Epicide furono in grado di volgere la situazione a loro vantaggio: tornati a Siracusa, si servirono di prove e testimoni falsi, e raccontarono al Senato siracusano di terribili violenze compiute dai romani contro i leontini, e convinsero i notabili siracusani che la stessa sorte sarebbe presto toccata anche a loro.

Con la loro propaganda, Ippocrate ed Epicide riuscirono raggiungere il loro obiettivo: Siracusa violò il patto con Roma, passando dalla parte dei Cartaginesi.

Marcello fu così costretto ad assediare Siracusa: si trattò di un assedio difficilissimo, in quanto la città era protetta sia dal mare che da terra da poderose fortificazioni, e aveva al suo servizio uno dei più grandi geni dell’umanità: Archimede, che oppose agli assedianti romani delle straordinarie macchine di difesa.

Furono necessari due lunghi anni di assedio per avere ragione di Siracusa.

Marcello, che dopo vari tentativi era quasi sul punto di rinunciare, aveva notato, quasi per caso, un punto debole nelle fortificazioni siracusane: approfittando di un momento di distrazione dovuto ad una tipica festa siracusana, i soldati di Marcello riuscirono a penetrare dentro il cuore di Siracusa.

Secondo la tradizione, durante gli scontri, il grande Archimede fu ucciso da un legionario: il fatto sconfortò Marcello, che non voleva togliere la vita ad uno scienziato, seppur avversario, tanto importante.

Dopo la sua vittoria a Siracusa, Marcello rimase in Sicilia, dove si impegnò a sconfiggere altre unità cartaginesi e diversi ribelli che minacciavano i possedimenti romani. Alla fine del 211 a.C, Marcello si dimise dal comando della provincia siciliana e fu sostituito da Marco Cornelio Cetego.

La battaglia di Numistro contro Annibale

Al suo ritorno a Roma, Marcello non ricevette gli onori trionfali che ci si sarebbe aspettati dopo una simile impresa: i suoi nemici politici furono particolarmente abili nel minimizzare le sue vittorie e a convincere il Senato che il suo intervento militare non era bastato per sradicare le minacce antiromane in Sicilia.

Claudio Marcello venne comunque rieletto console per la quarta volta nel 210 a.C.. L’elezione di Marcello non fu scevra da critiche: i nemici politici continuavano a sottolineare come l’intervento militare di Marcello in Sicilia fosse stato dominato da una particolare violenza nei confronti della popolazione e diversi rappresentanti delle città siciliane si presentarono al Senato Romano per lamentarsi dell’elezione di Marcello, chiedendo dei risarcimenti.

Per questo motivo, Marcello fu costretto a scambiare il controllo delle province con il suo collega ed assunse il comando dell’esercito romano in Puglia, riportando molte vittorie decisive contro i cartaginesi. Marcello conquistò così Salapia e due nuove città nella regione del Sannio.

Di lì a poco, l’esercito di Gneo Fulvio, un altro generale romano, fu completamente annientato da Annibale e Marcello ed il suo esercito si mossero immediatamente per limitare i movimenti del capo cartaginese nel sud Italia.

Marcello e Annibale arrivarono ad una battaglia campale vicino alla città di Numistro: l’esito dello scontro non è chiaro. Marcello rivendicò la vittoria contro il cartaginese, ma è più probabile che si sia trattato di una sorta di “pareggio”.

In seguito alla battaglia di Numistro, Marcello continuò a tenere sotto controllo Annibale, anche se i due eserciti non si scontrarono più in battaglie campali. Questo comportamento si presta, a distanza di secoli, a diverse interpretazioni: alcuni la vedono come una guerra di logoramento da parte di Marcello, sull’esempio del dittatore Quinto Fabio Massimo, che basava tutta la propria strategia sull’evitare le battaglie campali contro Annibale per stancare l’esercito avversario durante il tempo.

Altri sostengono che Marcello tentò di compiere diverse incursioni contro i cartaginesi, senza però trovare mai un momento adatto per una battaglia decisiva.

I nemici politici tornarono in azione: la fazione avversa a Marcello lo dipingeva come un generale cocciuto e incapace di affrontare l’avversario e che, anzi, stava facendo perdere tempo all’esercito romano.

Marcello difese più volte la sua strategia di fronte ai senatori:  in questa fase le argomentazioni di Marcello dovettero essere più convincenti, dal momento che fu nominato console per la quinta volta nel 208 a.C..

La morte con le armi in pugno

Proprio quell’anno, Marcello rientrò in campo con le sue truppe a Minusio. E avvenne, inaspettatamente, la fine.

Durante una piccola ricognizione con il suo collega Tito Quinzio Crispino e un’unità di 220 cavalieri, cadde in un‘imboscata: i Cartaginesi massacrarono quasi completamente le forze che accompagnavano Marcello, il quale, resistendo fino all’ultimo, venne infine trafitto da una lancia e morì sul campo. Anche Crispino perse la vita per le ferite riportate nei giorni successivi.

Quando Annibale venne a sapere della morte di Marcello, il generale che cosi valorosamente gli aveva tenuto testa, decise di raggiungerlo per poterne onorare le spoglie e concesse a Marcello un onorevole funerale, riconsegnando le sue ceneri al figlio, contenute in un’urna d’argento con una corona d’oro.

Secondo Cornelio Nepote e Valerio Massimo, le ceneri non raggiunsero mai la sua famiglia, mentre altre fonti, come Plutarco, confermano che l’urna fu consegnata.

La perdita in pochi giorni di due consoli, fra cui il coraggioso ed irriducibile Marcello, furono un duro colpo per il morale dell’Esercito Romano.

Marcello rimane uno dei più grandi generali della storia romana, soprattutto per la conquista della Spolia opima: solo il mitico fondatore di Roma, Romolo, e Aulo Cornelio Cosso vennero insigniti dello stesso premio.

Marcello fu inoltre l’unico generale, eccetto Scipione, in grado di fermare Annibale sul campo, impedendogli di conquistare la città di Nola.

Per l’irriducibile fedeltà e il suo coraggio sul campo di battaglia, Marco Claudio Marcello venne soprannominato “la spada di Roma“:  la sua attività ostacolò in maniera importante i movimenti di Annibale nel sud Italia, strappandogli la conquista di città strategiche e ritardando l’espansione cartaginese in Italia, prima dell’intervento romano in Spagna, che inizierà a ribaltare le sorti della Seconda Guerra Punica.

Carbone: il bluff degli accordi per l’ambiente

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A parole tutti quanti vogliono superare l’uso del carbone ma nei fatti le cose stanno in modo molto diverso.

Le richieste e i prezzi sono in rialzo continuo e sono arrivati a battere record su record.

I grandi gruppi estrattivi e di commercio del carbone stanno facendo ultimamente affari d’oro. La più grande di tutte, Glencore, estrarrà nel 2021 ben 125 milioni di tonnellate di carbone.

Glencore, unica multinazionale mineraria che promette la neutralità climatica nel 2050, si impegna a tagliare entro il 2035 le emissioni di CO2 del 50% e a ridurle del 15% già entro il 2026.

Altre aziende che lavorano con miniere di carbone termico utilizzano ancora uno degli impianti estrattivi tra i più grandi del mondo, più una rete ferroviaria dedicata, e questo è nel nordest della Colombia. Ma anche il Sudafrica ovviamente non vuole essere da meno con quantità estrattive impressionanti.

Il carbone, responsabile di quasi un terzo delle emissioni globali di CO2, è in forte richiesta. E non solo in Cina. Negli Usa, investiti da un’ondata di caldo torrido, questo mese i consumi nelle centrali elettriche superano i volumi non solo del 2020 ma anche del 2019, tanto che il carbone si è riguadagnato una quota del 24% nel mix energetico americano.

La Germania, tra i Paesi europei è quella che richiede sempre più carbone e nell’ultimo trimestre l’uso globale tedesco è cresciuto del 35% rispetto ad un anno fa.

A che gioco giochiamo

E’ evidente che nessuno ha veramente voglia di smettere di utilizzare questo tipo di energia sporca. Né chi la produce, sulle spalle dei lavoratori che ogni giorno scendono nelle miniere, né gli Stati che parlano in continuazione di buoni propositi ma alla fine tornano sempre all’ovile.

D’altronde bisogna sempre guardare ad un dato: i soldi.
125 dollari per tonnellata fanno gola e sempre di più si cerca con artifici tecnici di “compensare” le emissioni dannose, come se il Mondo fosse un grande registro contabile dove basta pagare per mettere a tacere il clima.

Purtroppo la natura non capisce la partita doppia e nemmeno sa apprezzare il denaro al posto dell’aria pulita. Nelle grandi teorie degli accordi internazionali bisogna poi arrivare a dei dati di fatto, che al momento non esistono. Il carbone c’è e non molla la presa.