Lo “Scutum” o scudo romano era il principale strumento di difesa nell’equipaggiamento del legionario dell’antica Roma, che veniva utilizzato sia per parare i colpi degli avversari ma anche come arma d’attacco contundente, oltre ad essere un segno distintivo della legione o dell’unità, utile ad orientarsi sul campo di battaglia.
I primi scudi, adottati durante l’epoca monarchica, riprendevano la tradizione militare greca ed erano fondamentalmente rotondi come il Clipeus e l’Oplon.
In epoca alto repubblicana, a seguito degli scontri contro i Sabini e i Sanniti, i romani aggiornano il loro equipaggiamento e lo scudo diventa ovale, molto più alto e grande, e convesso, rimanendo di queste dimensioni, con poche variazioni, fino alla seconda metà del I secolo a.C.
In epoca imperiale, per via dell’esigenza di utilizzare delle formazioni difensive come la famosa testuggine, lo scudo evolve diventando rettangolare a tegola, con alcune variazioni nelle grandezze e nella misura, come gli scudi esagonali. In questa fase della storia romana gli scudi raggiungono il maggior livello di qualità costruttiva, sia nella struttura che negli elementi costitutivi.
Nel corso del tardo Impero, invece, gli scudi romani, sia per motivazioni economiche che produttive, ritornano ad essere dei grandi scudi tondi che proteggono la maggior parte del corpo.
Lo scudo romano in epoca monarchica
Nel periodo monarchico, i legionari romani prendono esempio dalla grande tradizione militare dei Greci. Le città della Magna Grecia, situate nell’Italia del Sud, attraverso la mediazione culturale degli Etruschi, esportano presso i romani il loro tipico scudo rotondo. Come ci conferma Plutarco, [Vita di Romolo – 21,1], i legionari utilizzano lo scudo tondo, nella misura più piccola, chiamata Clipeus e nella misura più grande, che copre quasi tutto il corpo, l’Oplon.
Lo scudo greco rotondo con doppio punto di presa
Si tratta di scudi piuttosto forti e robusti, realizzati prevalentemente in bronzo o in ferro, che sono tuttavia poco maneggevoli e pesanti. Infatti, lo scudo necessita nella sua parte interna di ben due punti di presa per essere utilizzato correttamente: una guida di legno chiamata “Porpax“, destinata all’avambraccio, ed un’altra corda chiamata “Antilabè“, che deve essere afferrata con la mano.
Lo scudo romano in epoca repubblicana
Lo scudo romano d‘epoca alto repubblicana conosce un’importante evoluzione: come ci conferma Tito Livio, [Ab Urbe Condita IV – 59-60], il legionario romano alto repubblicano inizia a percepire un regolare stipendio o rimborso spese per il suo equipaggiamento militare. Grazie ad una maggiore disponibilità economica, i legionari iniziano a potersi permettere degli scudi più adatti ai combattimenti di mischia.
Determinante per l’evoluzione dello scudo, sono anche le guerre condotte contro i Sabini ma soprattutto i Sanniti, una popolazione dell’Italia centro-meridionale, particolarmente aggressiva ed abile a combattere nel territorio brullo dei rilievi appenninici.
Tradizionalmente, i Sanniti ispirano i romani ad adottare il loro stesso scudo.
Un tipico scudo di epoca romana repubblicana
Si tratta di un ovale convesso e curvato, alto circa 120 cm e largo 75 cm, con un peso che varia dai 5 ai 10 kg.
Secondo Polibio, [Storie VI, 23,5] che ci racconta dettagliatamente le fasi della costruzione di uno scudo repubblicano, lo scudo è composto da due strati sovrapposti di tavolette di legno. Polibio non cita le tipologie di legno utilizzate, ma un indizio arriva da Plinio il Vecchio, Nella sua opera Naturalis Historia, sebbene questo testo sia di epoca imperiale. I legni indicati per la costruzione dello scudo sono la Vite, il Salice, il Tiglio, e il Pioppo.
Questi due strati vengono incollati tra di loro con un fissante di origine naturale, composto fondamentalmente da cuoio di toro. Nella parte interna, lo scudo viene rinforzato e isolato da uno strato di lino, mentre sulla parte esterna viene applicata una pelle di vitello.
Scudi repubblicani con la “Spina” centrale visibile
Osservando lo scudo, si nota inoltre un rinforzo di legno che corre dalla sommità alla base della struttura: il suo nome è “Spina“, ed ha la funzione di conferire maggiore forza alla struttura e di impedire che lo scudo possa essere rotto da un fendente laterale. Si nota la presenza sul margine superiore ed inferiore di una bordatura di ferro.
Al centro dello scudo è presente invece l’Umbone, una sporgenza metallica che aveva la funzione di deviare i colpi in arrivo ma anche di fungere da oggetto contundente contro l’avversario. La forma dell’Umbone è anch’essa ad ovale allungato, e segue la forma della Spina centrale.
Lo scudo del legionario romano repubblicano utilizza questa struttura per gran parte della sua storia, con poche variazioni. Probabilmente, questo scudo è quello normalmente in dotazione alla fanteria, mentre la cavalleria continua ad utilizzare prevalentemente degli scudi tondi per non essere intralciata durante la cavalcata.
Lo scudo del legionario romano in epoca imperiale
A partire dalla seconda metà del I secolo a.C, e nei decenni successivi, i legionari romani hanno bisogno di utilizzare spesso delle formazioni serrate e difensive, come per esempio la famosa testuggine. Questo potrebbe essere uno dei motivi di un ulteriore evoluzione dello scudo che diventa di forma perfettamente rettangolare, con i bordi più o meno arrotondati, ed ancora più incurvato fino ad assumere una forma a tegola.
Scudo alto imperiale, rettangolare e a tegola
Nella sua parte interna, lo scudo è composto da listelli di legno di platano larghi dai 3 agli 8 cm e spessi circa 2 mm, incollati fra loro per raggiungere uno spessore massimo di 6 mm. In questo modo si formano dai due ai tre strati che vengono incollati insieme.
Nella parte interna, scompare il foglio di lino, che viene sostituito da un telaio di legno rettangolare, che rinforza la struttura in corrispondenza dell’impugnatura e che sporge verso l’interno. Sulla parte esterna, non abbiamo fonti che ci confermano la presenza del pelle di vitello, ed è probabile che lo scudo venisse verniciato direttamente sul legno.
Osservandolo notiamo la scomparsa della Spina, dovuta al fatto che, con una maggiore ed ulteriore curvatura dello Scudo, non è più necessaria la presenza di una guida di legno. La presenza o meno della Spina costituisce il principale elemento distintivo tra uno scudo Imperiale ed uno repubblicano.
Sull’esterno la bordatura prende ora tutto lo scudo, ed è composta da bronzo o, in assenza di esso, da cuoio. L’umbone, che non ha più la necessità di seguire la presenza della Spina verticale, diventa completamente tondo, seguendo una moda prettamente germanica.
Lo scudo rettangolare a tegola è tipico del I secolo d.C, ma notiamo che già a partire dal II secolo si assiste ad un ritorno ad uno scudo più ovale, oltre ad altre variazioni, come lo scudo esagonale, che dipendono da una molteplicità di fattori: le disponibilità economiche del singolo legionario, le esigenze relative ai tipi di combattimento da affrontare, ma anche delle semplici mode del momento.
Lo scudo del legionario tardo Imperiale
A partire dal IV secolo d.C, la situazione militare dell’impero conosce degli importanti cambiamenti. Dai ritrovamenti archeologici si nota una tendenza prevalente al ritorno di un grande scudo rotondo: questo è costituito sempre in legno, con una bordatura di bronzo o di cuoio. Lo scudo è grande e copre pienamente dalla spalla al ginocchio. È presente sempre l’Umbone di concezione germanica, completamente rotondo.
Nella parte interna, l’impugnatura smette di essere sporgente ed è invece rientrante, sfruttando lo spazio offerto internamente dall’Umbone.
Scudo di epoca romana tardo-imperiale
Non conosciamo esattamente le motivazioni del declino del classico scudo romano per un ritorno alle origini, per cui possiamo procedere solamente per ipotesi.
Una delle motivazioni potrebbe richiedere nel cambiamento delle modalità della guerra: benché esistano ancora le battaglie campali di fanteria, si registra un decisivo aumento degli scontri sparsi di cavalleria. Sappiamo per certo che questo nuovo tipo di combattimenti provoca un allungamento della spada, e forse le nuove condizioni potrebbero aver influito anche sugli scudi, che nella loro forma rotonda sono certamente più adatti ad essere portati a cavallo.
Siamo invece sufficientemente sicuri del fatto che le officine produttive conoscono un importante declino e dunque vi è un generale abbassamento della qualità delle armi, il che potrebbe spiegare il ritorno allo scudo rotondo, generalmente più facile da produrre rispetto ad uno ovale o rettangolare adeguatamente curvato.
Un’altra ipotesi, potrebbe essere lo sviluppo di una nuova forma difensiva di natura germanica chiamata Fulkon: gli uomini si riunivano gli uni vicino agli altri, alzando i loro scudi e formando una rudimentale testuggine per proteggersi dalle frecce. In questo caso, la presenza degli scudi tondi avrebbe favorito la costituzione di questa formazione anche a fronte di soldati molto meno preparati e sincronizzati rispetto ai legionari del periodo Imperiale.
L’utilizzo e la funzione degli scudi nell’esercito romano
La prima evidente funzione degli scudi è ovviamente di natura protettiva: lo scudo rappresentava lo strumento principale con cui si paravano i lanci di giavellotto, l’arrivo delle frecce e i fendenti delle spade nemiche. Ma lo scudo non veniva considerato solamente come uno strumento difensivo.
Questo, spinto con forza in avanti, poteva anche diventare un’arma d’attacco per sbilanciare l’avversario. Anche l’Umbone, adeguatamente utilizzato, costituiva una sorta di oggetto contundente da utilizzare durante il combattimento. Inoltre, utilizzando delle mosse repentine, il bordo superiore poteva servire per colpire il volto del nemico, mentre quello inferiore poteva essere utilizzato per tagliare i piedi dell’avversario.
Gli scudi, che nella loro parte esterna venivano regolarmente dipinti con i simboli e i segni distintivi della legione, costituivano anche uno dei pochi elementi utili all’identificazione del legionario e della sua Coorte, un elemento fondamentale durante la mischia del combattimento per distinguere i propri commilitoni dagli avversari. Fondamentalmente, gli scudi, assieme alle insegne, erano gli unici elementi visivi di distinzione.
Il principale nemico dello scudo del legionario romano era, oltre i colpi degli avversari, l’acqua e l’umidità. L’acqua causava inevitabilmente l’eccessiva curvatura degli strati di legno, rendendo lo scudo inutilizzabile, un difetto che in falegnameria viene identificato con il termine “Imbarcatura “.
Per questo motivo, gli scudi venivano riposti regolarmente all’interno di una custodia di cuoio chiamata Tègimen. Su di esso, poteva essere cucita l’insegna o lo stemma della legione, la “Tabula Ansata”.
L’influenza è tornata quest’anno in Europa a un ritmo più veloce del previsto dopo essere quasi scomparsa l’anno scorso, sollevando preoccupazioni per un prolungato “accoppiamento” con il COVID-19 ci sono inoltre alcuni dubbi sull’efficacia dei vaccini antinfluenzali .
I blocchi, l’uso della mascherina e il distanziamento sociale che sono diventati la norma in Europa durante la pandemia di COVID-19 hanno eliminato l’influenza lo scorso inverno, sradicando temporaneamente un virus che uccide nel mondo circa 650.000 persone all’anno, secondo i dati dell’UE.
Ma ora le cose sono cambiate poiché i vari Paesi adottano misure meno rigide per combattere il COVID-19 come conseguenza della vaccinazione.
Da metà dicembre, i virus influenzali circolano in Europa a un tasso superiore al previsto, secondo quanto riferito questo mese dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC).
A dicembre, il numero di casi di influenza nelle unità di terapia intensiva (ICU) europee è aumentato costantemente fino a raggiungere il picco di 43 nell’ultima settimana dell’anno, secondo i dati dell’ECDC e dell’Organizzazione mondiale della sanità.
Questo è ben al di sotto dei livelli pre-pandemia, con i casi di influenza settimanale nelle unità di terapia intensiva che raggiungevano un picco di oltre 400 nello stesso periodo nel 2018, ad esempio.
Ma è un grande aumento rispetto allo scorso anno, quando c’è stato un solo caso di influenza in una terapia intensiva per tutto dicembre, secondo i dati.
Il ritorno del virus potrebbe essere l’inizio di una stagione influenzale insolitamente lunga che potrebbe protrarsi fino all’estate, ha detto a Reuters il massimo esperto di influenza dell’ECDC, Pasi Penttinen.
“Se iniziamo a revocare tutte le misure, la mia grande preoccupazione per l’influenza è che, poiché abbiamo avuto per così tanto tempo quasi nessuna circolazione nella popolazione europea, forse ci allontaneremo dai normali modelli stagionali“, ha affermato.
Ha affermato che lo smantellamento delle misure restrittive in primavera potrebbe prolungare la circolazione dell’influenza ben oltre la normale fine della stagione europea a maggio.
Un “twindemic” potrebbe esercitare una pressione eccessiva sui sistemi sanitari già sovraccaricati, ha affermato l’ECDC nel suo rapporto.
In Francia, tre regioni – inclusa la regione di Parigi – stanno affrontando un’epidemia di influenza, secondo i dati pubblicati dal ministero della Salute francese la scorsa settimana. Altri sono in una fase pre-epidemica.
In questa stagione, la Francia ha finora registrato 72 casi gravi di influenza, con sei decessi.
A complicare ulteriormente le cose, il ceppo influenzale dominante che circola quest’anno sembra essere finora il virus H3 del virus A, che di solito causa i casi più gravi tra gli anziani.
Penttinen ha affermato che era troppo presto per fare una valutazione finale dei vaccini antinfluenzali perché era necessario un numero maggiore di pazienti malati per le analisi del mondo reale. Ma i test di laboratorio mostrano che i vaccini disponibili quest’anno “non saranno ottimali” contro l’H3.
Ciò è in gran parte dovuto al fatto che il virus circolava pochissimo o nessun virus quando la composizione dei vaccini è stata decisa l’anno scorso, rendendo più difficile per i produttori di vaccini prevedere quale ceppo sarebbe stato dominante nella prossima stagione influenzale.
Vaccines Europe, che rappresenta i principali produttori di vaccini nella regione, ha riconosciuto che la selezione del ceppo è stata resa più difficile dalla circolazione influenzale molto bassa lo scorso anno, ma ha aggiunto che non ci sono ancora dati sufficienti per valutare l’efficacia dei vaccini di questa stagione.
I vaccini antinfluenzali vengono adattati ogni anno per renderli il più efficaci possibile contro i virus influenzali in continua evoluzione. La loro composizione viene decisa sei mesi prima dell’inizio della stagione influenzale, in base alla circolazione dei virus nell’emisfero opposto. Questo dà tempo ai produttori di farmaci per sviluppare e realizzare i colpi.
Non sono ancora disponibili dati a livello europeo sull’adozione del vaccino antinfluenzale.
Le autorità hanno prorogato di un mese il periodo di vaccinazione fino alla fine di febbraio per aumentare le vaccinazioni. Secondo i dati diffusi la scorsa settimana, finora sono state vaccinate 12 milioni di persone, circa il 45% della popolazione coinvolta.
“C’è ancora un ampio margine di miglioramento per limitare l’impatto dell’epidemia di influenza“, ha affermato il ministero della salute in una dichiarazione dell’11 gennaio. L’obiettivo di quest’anno è vaccinare il 75% delle persone a rischio.
Vaccines Europe ha affermato che le case farmaceutiche hanno fornito un gran numero di vaccini antinfluenzali, nonostante la pressione sugli impianti di produzione causata dalla pandemia.
Il primo ministro britannico Boris Johnson è nell’occhio del ciclone dopo che è emerso che il suo segretario privato ha invitato oltre 100 persone a una festa “portati da bere” nel giardino di Downing Street durante il primo blocco del coronavirus.
Johnson, che ha vinto alle elezioni del 2019, è stato sottoposto a un intenso controllo nell’ultimo mese dopo che è emerso un video che mostrava il suo staff ridere e scherzare durante una festa a Downing Street durante il lockdown di Natale del 2020.
Il governo dovrà affrontare una domanda urgente in parlamento sugli ultimi rapporti anche se lo stesso Johnson non sarà lì per rispondere.
L’opposizione ha raccolto la derisione popolare e attirato critiche dal leader del partito laburista Keir Starmer, che ha affermato che Johnson non aveva l’autorità morale per guidare il paese.
Johnson e la sua partner Carrie erano tra coloro che si sono riuniti con circa 40 dipendenti nel giardino di Downing Street il 20 maggio 2020, dopo che il principale segretario privato del Primo Ministro Martin Reynolds ha inviato un invito via e-mail.
“Dopo quello che è stato un periodo incredibilmente intenso, abbiamo pensato che sarebbe stato bello sfruttare al massimo il bel tempo e bere qualcosa nel giardino del n.10”, ha scritto Reynolds nell’e-mail.
“Per favore, unisciti a noi dalle 18:00 e porta da bere”
Al momento del raduno, le scuole erano chiuse e la maggior parte degli alunni e i pub e i ristoranti erano chiusi, con severi controlli sugli assembramenti. Alle persone è stato impedito di dire addio ai parenti morenti.
La polizia ha perseguito le persone per aver organizzato feste, ha eretto posti di blocco casuali in alcune aree e nel Derbyshire, nell’Inghilterra centrale, ha utilizzato droni per monitorare piazze e parchi.
Il bilancio delle vittime del Regno Unito a causa della pandemia di COVID-19 è di 150.154, il settimo peggior bilancio ufficiale di COVID al mondo dopo Stati Uniti, Brasile, India, Russia, Messico e Perù.
L’ufficio di Johnson ha rifiutato di commentare l’accaduto. Un alto funzionario del governo, Sue Gray, sta attualmente indagando sulle accuse di almeno cinque partiti tenuti nei dipartimenti governativi lo scorso anno durante le restrizioni.
La vice leader del partito laburista dell’opposizione Angela Rayner chiederà a Johnson di fare una dichiarazione in parlamento sugli eventi del 20 maggio 2020. Michael Ellis, ministro del governo risponderà a suo nome. I parlamentari discuteranno poi la questione.
“Spero davvero che Boris Johnson colga questa opportunità per rispondere alle domande. Abbiamo tutti sacrificato così tanto. Abbiamo il diritto di sapere“, ha detto Rayner.
Alle domande dei partiti Johnson ha risposto al parlamento che tutte le linee guida COVID erano state seguite, nessuna regola era stata infranta e che non c’era stata nessuna festa a Downing Street.
Gli oppositori politici hanno affermato che se Johnson avesse partecipato a una festa durante un lockdown, la sua posizione sarebbe stata pericolosa in quanto tale baldoria mostrerebbe disprezzo per le regole.
“Sembra che faccia parte del carattere del primo ministro, ovvero: pensa di poter farla franca e sta inviando il messaggio a tutto il suo governo che le regole non si applicano a noi, si applicano solo agli altri“, ha detto Ed Miliband, un ex leader del Partito Laburista.
La polizia di Londra, che in precedenza aveva rifiutato di indagare sulle indiscrezioni delle riunioni dei funzionari governativi, ha dichiarato di essere stata in contatto con l’ufficio del gabinetto per le presunte violazioni delle leggi sulla protezione della salute a Downing Street.
La caduta della repubblica romana è un periodo storico dell’antica Roma durante il quale la forma di governo, basata su una serie di assemblee che votavano le leggi ed eleggevano le magistrature minori e superiori, entrò in crisi e fu scossa da una serie di guerre civili, fino al suo tramonto dopo la battaglia di Azio del 31 d.C.
La repubblica romana era iniziata al termine del periodo della monarchia, momento storico tradizionalmente datato al 509 a.C: anche se un piccolo numero di famiglie aristocratiche monopolizzava l’elezione delle principali magistrature, e la politica era di fatto guidata dai più ricchi, la repubblica romana è considerata universalmente uno dei primi e più funzionanti esempi di oligarchia repubblicana.
Durante la sua vita, la Repubblica conobbe una lunga serie di crisi sociali e politiche, ma più volte la politica Romana era riuscita ad adattarsi alle diverse difficoltà, anche ricorrendo alla creazione di nuove figure politiche come quella dei promagistrati. Più tardi, le vaste conquiste territoriali della Repubblica sconvolsero la sua società: l’immenso afflusso di schiavi arricchì notevolmente l’aristocrazia ma rovinò le condizioni sociali dei contadini e degli operai urbani.
Per affrontare questo problema, diversi politici proposero delle riforme, soprattutto leggi agrarie, ma questi vennero sistematicamente uccisi come accadde con i fratelli Gracchi, Saturnino o Claudio Pulcro, fortemente osteggiati dalla fazione aristocratica degli ottimati, che non voleva perdere i propri privilegi.
In questo contesto, gli ultimi decenni della Repubblica furono segnati dall’ascesa di grandi generali, che sfruttarono le loro conquiste militari per ottenere il controllo del sistema politico, violando le tradizionali regole della Repubblica.
Caio Mario e Cornelio Silla furono i protagonisti della prima guerra civile, che sconvolse la Repubblica, ed entrambi utilizzarono i loro poteri straordinari per eliminare fisicamente i loro avversari.
Successivamente, una nuova guerra si scatenò tra Pompeo, generale supportato dall’ aristocrazia senatoria, ed un emergente Giulio Cesare, all’indomani delle sue conquiste nelle Gallie. Diventato dittatore a vita, Cesare non ebbe il tempo di riformare la Repubblica, in quanto ucciso nelle famosi idi di marzo del 44 a.C da una congiura di aristocratici guidati da Bruto e Cassio, che non accettava il suo potere assoluto.
L’erede di Cesare, Ottaviano, e il principale luogotenente di Cesare, Marco Antonio, sconfissero gli assassini di Cesare nel 42 a.C ma successivamente iniziarono una guerra civile tra di loro. La sconfitta finale di Marco Antonio nella battaglia di Azio del 31 a.C, assieme alla regina d’Egitto Cleopatra, segna tradizionalmente la fine della repubblica romana, con la concessione da parte del Senato di poteri straordinari ad Ottaviano.
Ottaviano, diventato Augusto nel 27 a.C, finse di restaurare il funzionamento della Repubblica, ma instaurò in realtà una nuova forma di governo, che aveva nella figura dell’imperatore il proprio punto di riferimento, un regime noto come Impero Romano.
Prima fase della caduta della Repubblica Romana: lo scontro tra ottimati e tribuni della plebe
La Repubblica aveva funzionato efficacemente per secoli, garantendo l’espansione di Roma in tutta l’Europa. Tuttavia , le grandi conquiste avevano portato un enorme afflusso di bottino, nuovi territori e schiavi. Queste nuove ricchezze erano diventate appannaggio solamente della parte aristocratica, ma avevano causato la rovina economica della fascia più debole della popolazione, i plebei, i quali , dopo aver prestato servizio militare per anni, avevano visto le loro attività economiche completamente rovinate.
I rappresentanti della plebe, il tribuni della plebe, miravano ad ottenere la redistribuzione delle terre in favore dei veterani delle legioni e dei contadini più poveri, anche sfruttando il loro potere e la loro posizione per bloccare sistematicamente tutte le altre attività del Senato Romano.
L’aristocrazia senatoria reagì sia politicamente, sia più tardi tramite azioni di violenza: Tiberio e Sempronio Gracco, i due tribuni della plebe più rappresentativi della fazione dei popolari, vennero infatti uccisi dalla folla inferocita fomentata dai partigiani dei senatori.
Con il ricorso alla violenza nei confronti di figure tradizionalmente intoccabili come i tribuni della plebe, la repubblica romana inizia ufficialmente il suo periodo di profonda crisi.
Seconda fase della caduta della Repubblica Romana: la nascita degli eserciti privati e la guerra civile tra Mario e Silla
Per buona parte della storia repubblicana, i legionari erano sempre rimasti fedeli al Senato, la massima autorità che aveva potere sull’esercito. Ma dal momento che i senatori non erano in grado di soddisfare le prospettive economiche dei soldati congedati, e grazie alla riforma dell’esercito di Caio Mario, che aveva consentito anche ai nullatenenti di arruolarsi, i soldati iniziarono ad essere più fedeli ai generali che potevano garantirgli il bottino e le terre alla fine della loro leva, piuttosto che allo stato Romano.
Questo grave problema militare portò alla creazione di eserciti privati, che rispondevano direttamente al volere di uno specifico generale. In particolare, Caio Mario , rappresentante della fazione dei popolari, e Lucio Cornelio Silla, appoggiato dagli aristocratici , avviarono degli scontri armati che sfociarono nella prima guerra civile della Repubblica Romana.
La guerra proseguì con fasi alterne, caratterizzate da altissima violenza, ma il trionfatore ultimo fu Cornelio Silla, il quale ottenne il totale controllo della Repubblica. Silla produsse una serie di riforme che avevano lo scopo di riabilitare il funzionamento dello Stato Romano e limitare le irregolarità nelle elezioni dei magistrati, ma queste, poco dopo la sua morte, vennero ignorate .
Terza fase della caduta della Repubblica Romana: il primo triumvirato
Nel 53 a.C i tre principali leader politici, Gneo Pompeo Magno , Marco Licinio Crasso ed un giovane Giulio Cesare, realizzarono un accordo privato per prendere il potere a Roma ed ottenere il controllo della politica. Nonostante le proteste di difensori della Repubblica come Cicerone, I tre uomini sovvertirono completamente il funzionamento della Repubblica ed utilizzarono le leggi in vigore a loro completo piacimento.
Crasso ottenne una serie di agevolazioni per consolidare il suo enorme patrimonio finanziario ed immobiliare, Pompeo ottenne la redistribuzione delle terre ai veterani delle sue legioni che avevano combattuto in Spagna ed in Oriente contro Mitridate VI, Re del Ponto, e Cesare divenne nel 59 a.C il nuovo console, facendosi garante che le riforme a beneficio dei primi due fossero effettivamente realizzate.
L’accordo fra i tre uomini più potenti di Roma, tuttavia, non durò a lungo: Crasso venne ucciso mentre combatteva una campagna militare avviata per sua iniziativa ed in particolare durante la battaglia di Carre nel 53 a.C, contro i Parti, in Mesopotamia.
Pompeo venne immediatamente avvicinato dall’aristocrazia senatoria, la quale voleva utilizzare la sua influenza per contenere la figura di Giulio Cesare, il quale, grazie alle sue campagne militari nelle Gallie, aveva ora un grosso esercito al suo comando.
I rapporti tra Pompeo e Cesare si deteriorarono definitivamente fino al superamento da parte di quest’ultimo del confine del fiume Rubicone, che segnò ufficialmente inizio della seconda guerra civile. I due generali si affrontarono con i loro eserciti per tutta l’Europa, e si incontrarono nella battaglia decisiva di Farsalo, dove Cesare ottenne una vittoria storica e divenne l’unico signore di Roma.
Quarta fase della caduta della Repubblica romana: la dittatura di Giulio Cesare
Dopo aver sconfitto tutti i suoi nemici, Cesare ottenne una dittatura di 10 anni con lo scopo formale di restaurare il funzionamento della Repubblica. Non abbiamo ben chiare le sue intenzioni, visto che riuscirà a governare da dittatore per poco più di un anno, ma Cesare non diede luogo a quelle riforme che l’aristocrazia senatoria si aspettava da lui.
Cesare, nei suoi comportamenti, pur evitando l’utilizzo della parola ” Re ” che era odiata dai cittadini romani, si comportò di fatto da monarca assoluto.
Dimostrò inoltre parecchio disprezzo per le classiche figure di garanzia della Repubblica romana, tra cui il tribuno della plebe, che arrivò ad osteggiare. Alla fine, Cesare ottenne la dittatura a vita e divenne contemporaneamente console, pontefice massimo e tribuno della plebe.
I cittadini romani avevano il dovere civico di sopprimere qualsiasi tentativo di tirannia, anche attraverso l’assassinio politico e potevano farlo senza avere conseguenze legali.
Per questo, mentre tutta la popolazione romana era intenta a tributare a Cesare il massimo degli onori, una gruppo di politici e di aristocratici guidati da Bruto e Cassio organizzò una congiura per assassinarlo.
Cesare venne ucciso nella curia di Pompeo, nel foro di Roma, alle Idi di marzo, il 15 del mese, del 44 a.C
Quinta fase della caduta della Repubblica romana: la guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio
Alla morte di Cesare, tutti si aspettavano che il suo legittimo successore sarebbe stato Marco Antonio, che lo aveva accompagnato durante le campagne militari nelle Gallie ed era stato a lui fedele durante la guerra civile contro Pompeo.
Tuttavia, all’apertura del suo testamento, Cesare aveva nominato come suo legittimo successore il nipote Ottaviano. Marco Antonio e Ottaviano entrarono immediatamente in contrasto per ottenere l’eredità di Cesare, sia sotto il profilo delle sue enormi ricchezze, ma soprattutto per il comando di Roma.
I due decisero di concordare una tregua per affrontare la battaglia contro Bruto e Cassio, che erano nel frattempo fuggiti in Oriente per preparare degli eserciti da opporre ai due. Nella battaglia di Filippi, Ottaviano ma soprattutto Marco Antonio riuscirono a sconfiggere gli avversari, gli ultimi rappresentanti dell’ideale repubblicano, e divennero, assieme a Lepido, gli assoluti signori di Roma in un nuovo accordo pubblico noto come “Secondo triumvirato “.
I rapporti tra Ottaviano e Marco Antonio, tuttavia, peggiorarono ulteriormente fino allo scoppio di una terza guerra civile. Lo scontro decisivo fra due, Ottaviano in rappresentanza del Senato e Marco Antonio con il supporto della regina d’Egitto Cleopatra, avvenne presso il promontorio di Azio nel 31 d.C
Marco Antonio e Cleopatra vennero sconfitti e si suicidarono poco dopo: Ottaviano divenne l’unico padrone di Roma e a lui venne affidato il compito di restaurare la Repubblica. In realtà, Ottaviano finse di ripristinare il funzionamento della Repubblica, ed invece istituì la nuova figura dell’imperatore, il quale concentrava su di sé una lunga serie di cariche e deteneva di fatto il controllo dello Stato romano.
Con la battaglia di Azio e con le riforme di Ottaviano Augusto, si considera tradizionalmente concluso il periodo della Repubblica romana.
La rabbia scatenata dall’aumento del prezzo del gas nella nazione dell’Asia centrale più ricca di risorse è aumentata nonostante le concessioni del governo e un rigoroso stato di emergenza.
Migliaia di persone sono in piazza in tutto il Kazakistan per le manifestazioni guidate dall’indignazione per l’aumento dei prezzi del gas, nella più grande ondata di proteste nel paese più ricco di petrolio da decenni.
I manifestanti hanno preso d’assalto gli edifici del governo e hanno catturato veicoli e poliziotti nonostante un rigoroso stato di emergenza e i tentativi del governo di accettare alcune loro richieste, anche licenziando il governo e annunciando il possibile scioglimento del Parlamento, che porterebbe a nuove elezioni. Kazakhtelecom, la più grande compagnia di telecomunicazioni del paese, ha bloccato l’accesso a Internet in tutto il paese mercoledì pomeriggio.
La rabbia cresce da quando i kazaki hanno iniziato a protestare dopo che il governo ha revocato i massimali sui prezzi del gas di petrolio liquefatto – GPL – e il costo del carburante è raddoppiato.
Molte persone nel paese hanno trovato l’aumento dei prezzi particolarmente irritante perché il Kazakistan è un esportatore di petrolio e gas. Si è aggiunto alla miseria economica in un paese in cui la pandemia di coronavirus ha esacerbato la grave disuguaglianza di reddito.
Da allora, i manifestanti hanno chiesto le dimissioni del governo che ha attuato politiche autoritarie che hanno guidato il paese senza alcuna opposizione sostanziale da quando ha ottenuto l’indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1991.
Gli sviluppi hanno fatto precipitare il Kazakistan, che era considerato politicamente ed economicamente stabile ed è al centro di quella che il presidente Vladimir Putin vede come la sfera di influenza del Cremlino, nel caos e nello sconvolgimento.
Licenziato il primo ministro
Il presidente del Kazakistan, Kassym-Jomart Tokayev, ha annunciato mercoledì che avrebbe licenziato il primo ministro e il suo intero gabinetto e imposto un rigoroso stato di emergenza di due settimane in gran parte del Paese.
, Kassym-Jomart Tokayev
Dopo che queste misure non sono riuscite a placare i manifestanti, Tokayev ha fatto un altro discorso televisivo, annunciando la sua decisione di assumere tutte le leve formali del potere e promettendo di “agire con la massima tenacia”.
Tokayev ha detto che ora guida il Consiglio di sicurezza del paese, ruolo precedentemente occupato da Nursultan Nazarbayev, leader di lunga data del Kazakistan, che ha scelto Tokayev come suo successore.
Nazarbayev è formalmente riconosciuto come “leader della nazione” e la capitale del paese è stata ribattezzata in suo onore nel 2019 in “Nur Sultan”. È stato considerato da molti come il leader ombra del Kazakistan nonostante una formale transizione del potere a Tokayev.
Tokayev ha licenziato Samat Abish, nipote di Nazarbayev, dalla carica di primo vice capo del servizio di sicurezza nazionale del paese.
Parlando dei disordini, Tokayev ha affermato che le proteste sono state “altamente organizzate” come parte di un “piano meticolosamente studiato di cospiratori, motivati finanziariamente“. Ha detto che le persone erano state “uccise e ferite” e che “folle di banditi hanno picchiato e deriso i militari, li hanno portati nudi per le strade, hanno abusato delle donne e hanno derubato i negozi”.
E’ stato imposto lo stato di emergenza compreso il coprifuoco notturno; restrizioni alla circolazione, compresi i limiti all’ingresso e all’uscita da Almaty, la città più grande del paese; e il divieto di assembramenti.
Il governo ha bloccato i siti di social network e le app di chat tra cui Facebook, WhatsApp, Telegram e, per la prima volta, l’app cinese WeChat. Tutte le proteste pubbliche senza permesso erano già illegali.
La disuguaglianza in Kazakistan
La pandemia di coronavirus ha esacerbato la disuguaglianza, con prezzi in rapido aumento che colpiscono più duramente i poveri, ha affermato. Il problema principale, tuttavia, era più fondamentale: il governo kazako, ha affermato, “ha rimosso tutti i modi legali di partecipare alla politica”.
“Le persone non hanno intermediari politici che risolvano i problemi che esistono nel paese”, ha detto in un’intervista telefonica da Aktau. “Il Kazakistan è ricco, ma le sue risorse naturali non funzionano nell’interesse di tutti: funzionano nell’interesse di un piccolo gruppo di persone”.
La disparità di reddito è stata particolarmente pungente durante le festività natalizie, ha affermato. Sebbene alcuni kazaki siano andati in vacanza a Dubai, ha detto, la maggior parte ha dovuto capire come sopravvivere con stipendi esigui.
Lo stipendio medio in Kazakistan è l’equivalente di 570 euro al mese, secondo l’autorità di statistica locale. La maggior parte delle persone guadagna solo una frazione di tale importo.
Mentre le proteste si sono sviluppate, le richieste dei manifestanti si sono ampliate per includere una più ampia liberalizzazione politica. Tra i cambiamenti che cercano c’è l’elezione diretta dei leader regionali del Kazakistan da parte degli elettori; nel sistema attuale, sono nominati direttamente dal presidente.
La seconda guerra punica che durò dal 218 al 201 a. C, fu la seconda delle tre guerre combattute tra Cartagine e Roma, le due principali potenze del Mediterraneo Occidentale nel mondo antico. Per 17 anni le due nazioni lottarono per la supremazia del Mediterraneo: gli scontri si concentrarono prevalentemente nella penisola italica, in Spagna, nelle isole di Sicilia e Sardegna, nella zona della Grecia e nella parte finale della guerra, in Nord Africa.
Nel 219 a. C Annibale assediò, catturò e saccheggiò la città filoromana di Sagunto, il che equivalse ad una dichiarazione di guerra contro Roma. Annibale sorprese i romani compiendo una traversata con il suo esercito per tutta l’Europa, superando le Gallie e valicando le Alpi fino alla provincia della Gallia Cisalpina. In una prima fase, Annibale ottenne delle schiaccianti vittorie nella battaglia del Ticino, del fiume Trebbia e del Lago Trasimeno. Arrivato fino all’Italia meridionale, Annibale sconfisse nella battaglia di Canne il più grande esercito che Roma fu mai in grado di schierare.
Dopo la morte e la cattura di oltre 120 mila truppe romane in meno di 2 anni, molti degli alleati italici di Roma, in particolare la potente città di Capua, disertarono in favore di Cartagine, concedendo ad Annibale il controllo su gran parte dell’Italia meridionale.
Il conflitto si allargò e divenne ancora più grave per Roma quando Siracusa e la Macedonia si unirono alla guerra dalla parte dei cartaginesi, sull’onda della vittoria annibalica a Canne.
I romani presero dei provvedimenti drastici per arruolare delle nuove legioni, arrivando ad utilizzare anche schiavi e criminali di guerra, aumentando in maniera straordinaria il numero di uomini sotto le armi. Per tutto il decennio successivo, Roma proseguì con la guerra nell’Italia meridionale, ottenendo delle graduali rivincite e riconquistando uno dopo l’altro i principali centri abitati del territorio. Nel 211 a. C, i romani passarono alla controffensiva combattendo in Spagna: nel 209 a. C, il nuovo comandante romano, Publio Cornelio Scipione, fu in grado di conquistare Cartago Nova, la capitale dei cartaginesi in Spagna.
Nel 208 a. C Scipione affrontò Asdrubale, il fratello di Annibale, in Spagna, nella battaglia di Ilipa: dopo essere stato sconfitto, Asdrubale sfuggì alle truppe di Scipione e, percorrendo lo stesso tratto di Annibale, raggiunse l’Italia, cercando di congiungersi con il fratello e marciare insieme su Roma. L’esercito di Asdrubale venne tuttavia intercettato e annientato nella battaglia del Metauro.
Con la vittoria di Ilipa nel 206, Scipione pose fine alla presenza cartaginese in Spagna. Su iniziativa personale dello stesso Scipione, la guerra venne portata nell’Africa del Nord costringendo il Senato cartaginese a richiamare l’esercito di Annibale dall’Italia. Lo scontro finale tra Scipione e Annibale si tenne nella battaglia di Zama nel 202 a. C e, nonostante una battaglia magistrale da parte di Annibale, lo scontro si concluse con la piena vittoria romana.
Roma impose un trattato di pace ai cartaginesi che li privava di tutti i loro territori d’Oltremare e di alcuni vasti possedimenti nell’Africa. Cartagine venne costretta a pagare un’indennità di diecimila talenti di argento che doveva essere versata nel corso dei successivi 50 anni. A Cartagine era proibito dichiarare guerra al di fuori dell’Africa senza l’espresso consenso di Roma.
Da allora, Cartagine rimase come una modesta potenza regionale, che non avrebbe mai più raggiunto il potere che aveva accumulato nei secoli precedenti.
Le fonti primarie sulla seconda guerra punica
La principale fonte da cui attingiamo per quasi ogni aspetto relativo alle guerre puniche è lo storico Polibio, un greco inviato a Roma nel 167 a. C come ostaggio: tutte le sue opere includono un manuale ormai perduto sulle tattiche militari e le storie. L’opera di Polibio viene considerata ampiamente oggettiva e largamente neutrale sia dal punto di vista cartaginese che romano. Polibio era un ottimo storico, dotato di elevate capacità di analisi che, laddove possibile, intervistava personalmente i testimoni oculari e che scriveva con particolare precisione.
L’accuratezza del resoconto di Polibio è stata molto dibattuta negli ultimi anni, ma la gran parte del mondo accademico accetta il contenuto del racconto e i dettagli della guerra. Gran parte del resoconto di Polibio relativo alla seconda guerra punica è in realtà inesistente o sopravvive solamente in forma frammentaria. Sappiamo quindi molto della seconda guerra punica facendo affidamento sullo storico romano Tito Livio, che attingeva regolarmente alle opere originali di Polibio.
Eccetto Polibio e Tito Livio, le altre fonti sulla seconda guerra punica sono il greco Diodoro Siculo e successivi storici romani Plutarco, Appiano e Dione Cassio, che tuttavia scrivono parecchi secoli dopo gli avvenimenti.
La situazione Geopolitica allo scoppio della guerra
La repubblica romana si stava espandendo molto velocemente nella penisola italica arrivando a conquistare tutta l’Italia peninsulare a sud del fiume Arno. Dopo aver ottenuto la vittoria contro le città greche dell’Italia meridionale alleate di Pirro, gli interessi di Roma andarono inevitabilmente a collidere con quelli di Cartagine, la quale dominava la Spagna meridionale, gran parte delle regioni costiere del Nordafrica, le isole Baleari, la Corsica, la Sardegna e la metà occidentale della Sicilia.
In realtà i rapporti tra Roma e Cartagine erano stati molto buoni, dal momento che nei secoli precedenti erano stati stipulati più volte dei trattati di non belligeranza e di reciproco aiuto. Secondo diversi storici, il motivo fondamentale dello scoppio della guerra tra Roma e Cartagine è da ricercarsi in un cambiamento di politica estera da parte dei romani, i quali assunsero un atteggiamento tipicamente espansionistico dopo aver ottenuto il controllo sull’Italia meridionale.
Fu la città indipendente di Messina ad offrire il casus belli per lo scoppio della guerra: la città aveva chiesto aiuto sia ai cartaginesi che ai romani per combattere le scorribande dei Mamertini, dei briganti di origine Campana, e il Mediterraneo era stato scosso dalla prima guerra punica, un conflitto durato 23 anni che terminò nel 241 a. C con la piena sconfitta dei cartaginesi.
Roma conquistò la Sicilia, che divenne la prima provincia ufficiale, e poi fu in grado, approfittando di una serie di ribellioni che avevano coinvolto Cartagine, di conquistare anche la Sardegna cartaginese e la Corsica nel 238 a. C
L’espansionismo cartaginese in Spagna e l’assedio di Sagunto.
In quel periodo il generale più influente di Cartagine era Amilcare Barca: Amilcare capì che Cartagine aveva bisogno di rafforzare la sua base economica e militare per affrontare nuovamente Roma. Per questo motivo, avviò una lunga serie di campagne militari per creare uno Stato autonomo, quasi monarchico, nella Spagna meridionale ed orientale.
Grazie al controllo di miniere d’argento, di una notevole ricchezza agricola e dell’abbondante manodopera ispanica, Cartagine fu rapidamente in grado di risollevarsi dalla sconfitta nella prima guerra punica e di consolidare una base nell’Europa continentale.
I romani si accorsero dell’espansionismo di Cartagine tanto che nel 226 a. C venne concordato tra Roma e Cartagine il cosiddetto ” trattato dell’Ebro ” che impegnava i cartaginesi a non superare in armi il fiume Ebro, stabilendo un confine settentrionale che fungeva da limite alla sfera di influenza cartaginese.
A margine del trattato, i romani conclusero un accordo con la città di Sagunto, situata molto più a sud rispetto al fiume Ebro, che venne tuttavia dichiarata ” amica del popolo romano “. Probabilmente, i romani strinsero questo accordo per avere un avamposto all’interno dei possedimenti cartaginesi.
Nel 219 a. C, Annibale, figlio di Amilcare, dopo aver compiuto un solenne giuramento di vendetta nei confronti di Roma, assediò, catturò e saccheggiò la città di Sagunto, come esplicita dichiarazione di guerra nei confronti di Roma. In teoria i romani non avrebbero avuto la possibilità di reclamare alcun diritto su Sagunto, proprio in virtù del trattato che avevano firmato precedentemente, ma la provocazione di Annibale aveva un significato politico inequivocabile.
I romani si prepararono alla guerra: i generali di Roma credevano che la seconda guerra punica sarebbe stata una sorta di riedizione della prima e che lo scontro si sarebbe concentrato prevalentemente in mare. Ma Annibale, comprendendo che questo approccio l’avrebbe portato quasi certamente alla sconfitta, concepì una delle operazioni militari più rischiose e leggendarie della storia.
La traversata delle Alpi da parte di Annibale
Nel 218 a. C vi furono alcune scaramucce navali nelle acque intorno alla Sicilia. I romani furono in grado di respingere un attacco cartaginese e di conquistare l’isola di Malta.
Nel frattempo, nella Gallia Cisalpina, l’odierna Italia settentrionale, le principali tribù galliche attaccarono le colonie romane costringendo gli abitanti a fuggire e ad asserragliarsi presso l’odierna Modena, dove furono assediati. I romani inviarono un esercito di soccorso per spezzare l’assedio, ma i legionari caddero in una imboscata e furono assediati a loro volta. Il Senato romano impiegò quindi una legione a pieni ranghi, che venne inviata nel nord Italia per risolvere la situazione.
La raccolta di nuove truppe per sostituire i soldati che erano andati a combattere nel nord Italia ritardò i preparativi per la guerra. I romani tuttavia giudicarono la situazione gestibile, dal momento che non si aspettavano le mosse di Annibale.
Quest’ultimo radunò l’esercito cartaginese presso la città di nuova Cartagine, l’odierna Cartagena, e lo condusse verso nord, lungo la costa iberica, attorno al mese di maggio o giugno 218 a.C. Entrò in Gallia e prese una via Interna per evitare gli alleati romani, sconfiggendo nel frattempo la tribù gallica dei Volci che cercava di sbarrargli la strada.
Nel frattempo, una flotta romana che trasportava l’esercito iberico sbarcò a Marsiglia, alla foce del Rodano ma Annibale fu in grado di sfuggire alla loro vista, tanto che i soldati continuarono verso la Spagna.
Annibale riuscì a proseguire indisturbato la sua traversata, raggiungendo i piedi delle Alpi nel tardo autunno: con il suo esercito riuscì ad attraversare la catena montuosa, superando le enormi difficoltà del clima e del terreno, oltre a sopportare alcuni attacchi di guerriglia da parte delle tribù indigene. Dopo uno sforzo sovrumano, che entrò nella storia, Annibale sbucò con 20.000 fanti, 6.000 Cavalieri e un numero non meglio precisato di elefanti nella Gallia Cisalpina, odierno nord Italia.
In quel momento i romani erano ancora accampati nei loro quartieri invernali e il suo ingresso a sorpresa nella parte settentrionale della penisola italiana portò alla cancellazione della campagna pianificata da Roma per l’anno successivo.
Le prime vittorie di Annibale in Italia: Ticino, Trebbia e Lago Trasimeno
I cartaginesi conquistarono immediatamente il capoluogo dei taurini, l’odierna Torino, e il loro esercito sconfisse la cavalleria e la fanteria leggera dei romani che diedero una prima battaglia all’avversario cartaginese presso il fiume Ticino, alla fine di novembre. La maggior parte delle tribù galliche, che da tempo combattevano contro i romani e mal sopportavano la loro presenza fin nel nord Italia, si dichiararono immediatamente a favore della causa cartaginese e l’esercito di Annibale si accrebbe fino a superare i 40 mila uomini.
Il Senato romano diede immediatamente ordine al console Sempronio Longo di riportare il suo esercito dalla Sicilia, dove si stava preparando per l’invasione dell’Africa, per raggiungere il nord Italia e affrontare direttamente Annibale. I soldati sfilarono per la città di Roma, rassicurando la popolazione promettendo che avrebbero ottenuto una vittoria decisiva.
Sempronio Longo, venne affiancato da Publio Cornelio Scipione, l’omonimo padre di quello che sarà Scipione l’Africano: la loro visione dell’avversario era radicalmente diversa. Mentre Cornelio Scipione, che aveva già combattuto contro Annibale al Ticino, riteneva l’avversario estremamente pericoloso, Longo riteneva di poter vincere con la sua semplice superiorità numerica.
Si giunse così alla Battaglia della Trebbia: i cartaginesi, con una manovra magistrale oltre che con un’imboscata di cui i romani non avevano minimamente sospettato l’esistenza, circondarono gli avversari e solo 10.000 dei 42.000 legionari riuscirono a farsi strada verso la salvezza.
In questo modo Annibale divenne padrone dell’Italia settentrionale e fece svernare le sue truppe con la collaborazione delle tribù galliche. Il suo esercito, che attirava sempre più alleati, arrivò a sessantamila uomini.
Quando la notizia della sconfitta subita alla Trebbia raggiunse Roma, si scatenò il panico tra la popolazione. Ma Sempronio, una volta giunto in città, riuscì a calmare gli animi e ad avviare le elezioni per i consoli dell’anno successivo. I consoli eletti rifiutarono ulteriori legioni, sfruttando sia i cittadini romani che i latini alleati.
La Sardegna e la Sicilia vennero dotate di nuovi contingenti per prevenire possibili incursioni o invasioni cartaginesi via Mare, e anche la strategica città di Taranto venne rafforzata con presidi militari. I romani costruirono una flotta di 60 quinqueremi, per mantenere il controllo del mare, e stabilirono depositi di rifornimenti presso le città di Rimini ed Arezzo, in preparazione di una marcia verso nord nel corso dello stesso anno.
Vennero così costituiti due eserciti formati da quattro legioni ciascuno, con abbondanti contingenti di cavalleria. Il primo esercito era di stanza ad Arezzo, mentre l’altro fu posizionato sulla Costa Adriatica: l’obiettivo dei due eserciti era quello di bloccare la possibilità avanzata di Annibale verso l’Italia centrale, isolando il nemico nella Gallia Cisalpina per poi batterlo sul campo.
All’inizio della Primavera del 217 a. C, i cartaginesi, nonostante le contromisure romane, furono in grado di attraversare l’Appennino, seguendo dei percorsi difficili ma incustoditi. Annibale tentò immediatamente di trascinare il principale esercito romano, questa volta sotto il controllo del generale Gaio Flaminio, in una nuova battaglia campale, devastando l’area e colpendo la popolazione per stimolare l’avversario a reagire.
Annibale iniziò poi a superare gli avamposti romani a scappare verso la parte più centrale dell’Italia, il che portò Flaminio ad un frettoloso inseguimento, senza procedere ad un’adeguata ricognizione del territorio.
Annibale tese all’avversario la peggiore imboscata della storia e nella battaglia del Lago Trasimeno devastò completamente l’esercito romano, uccidendo quindicimila uomini, incluso Gaio Flaminio, che morì sul campo di battaglia.
Annibale fu in grado anche di catturare 10.000 prigionieri. Anche una residua forza di cavalleria, composta da 4.000 unità, fu annientata dal generale cartaginese.
Particolare fu il trattamento che Annibale decise di riservare ai catturati: se si trattava di romani, questi venivano maltrattati. Mentre gli alleati Latini furono trattati con dei buoni riguardi, spesso liberati e rimandati nelle loro città di origine, per diffondere la convinzione che i cartaginesi erano imbattibili sul campo di battaglia, ma anche molto più benevoli rispetto ai romani.
La strategia di Annibale si basava sulla convinzione che i diversi municipi romani si sarebbero smarcati dall’alleanza con Roma e sarebbero passati regolarmente dalla parte dei cartaginesi, continuando ad ingrandire il suo esercito.
I cartaginesi, al massimo della loro potenza, marciarono attraverso l’Etruria e l’Umbria fino a raggiungere la costa Adriatica: dopodiché Annibale scelse di svoltare a Sud, in Puglia, nella speranza di conquistare le ricche città stato di formazione greca ed Italica dell’Italia meridionale.
La battaglia di Canne: la più grande sconfitta romana
La notizia della sconfitta causò il panico completo a Roma. Come non avveniva da diversi anni, venne eletto un dittatore, Quinto Fabio Massimo e la strategia romana, dopo essere stata particolarmente aggressiva, cambiò radicalmente.
La “Strategia Fabiana ” consisteva nell’evitare le battaglie campali, che i romani ora sapevano di non poter vincere, e di affidarsi ad una guerra di logoramento, dove Annibale sarebbe stato puntualmente inseguito e i suoi rifornimenti tagliati. Almeno fino a quando Roma non sarebbe stata in grado di mettere insieme un nuovo potente esercito.
Così, Annibale fu lasciato libero di devastare la Puglia e di raccogliere i raccolti per l’anno successivo. Questa tecnica faceva particolarmente arrabbiare ed infuriare i romani, tanto più che il suo promotore, Fabio Massimo, non era particolarmente popolare tra i soldati né tra l’aristocrazia romana.
Nella concezione dell’antica Roma, evitare la battaglia e permettere che il nemico devastasse i territori era quantomeno inaccettabile. Annibale marciò indisturbato attraverso le più ricche province del Sud Italia, sperando che anche Fabio Massimo decidesse di attaccarlo, ma quest’ultimo si rifiutò.
Il popolo romano cominciò a deridere Fabio Massimo, chiamandolo in segno di disprezzo “Temporeggiatore ” tanto che nelle elezioni del 216 a. C, furono eletti come nuovi consoli Gaio Terenzio Varrone, che sosteneva di perseguire una strategia più aggressiva e Lucio Emilio Paolo, più moderato, che voleva posizionare la propria strategia a metà fra quella di Fabio e quella di Varrone.
Nella primavera del 216 a. C, Annibale occupò un grande deposito di rifornimenti presso Canne, nella Pianura pugliese. Il Senato romano, sbilanciandosi dalla parte di Varrone, autorizzò la formazione del più grosso esercito che Roma fu mai in grado di mettere in campo. Una forza di 86.000 uomini, venne dislocata ed attrezzata per attaccare Annibale.
Paolo e Varrone marciarono verso sud per affrontare l’avversario e si accamparono a circa 10 chilometri di distanza dal suo accampamento. Annibale accettò la battaglia in aperta pianura, in netta inferiorità numerica.
Le legioni romane si fecero strada, spingendo contro il centro dello schieramento di Annibale, che iniziò a retrocedere.
Ma la presunta debolezza e il retrocedere dei soldati di Annibale erano calcolati: in realtà i romani, continuando a spingere, si infilarono all’interno di una trappola, e al momento opportuno, due contingenti di soldati africani, che erano stati posizionati sui fianchi ed erano rimasti invisibili fino a quel momento, ruotarono su loro stessi per circondare i romani.
Nel frattempo, l’ala sinistra della cavalleria di Annibale aveva attaccato e vinto quella di Emilio Paolo, che morì sul campo di battaglia, aveva compiuto un giro, attraversando tutto il retro del campo di battaglia, prendendo alle spalle la seconda ala di cavalleria romana per poi convergere sul retro della fanteria, che si ritrovò completamente accerchiata.
La fanteria romana, senza nessuna possibilità di fuga, venne annientata. Almeno 67.000 legionari vennero uccisi o catturati.
Canne è universalmente riconosciuta come il più grande disastro militare della storia romana.
Inoltre, nel giro di poche settimane, un secondo esercito romano composto da 25000 soldati cadde in una imboscata tesa dalla tribù dei Galli Boi nel nord Italia, nella battaglia della Selva Litana, ed anch’esso fu trucidato.
La lotta fra Annibale e i romani nell’Italia Meridionale
Non abbiamo informazioni precise sulla situazione italica subito dopo la sconfitta di Canne. I libri di Polibio, la nostra principale fonte sul periodo, sono giunti fino a noi in maniera frammentaria, mentre Tito Livio ci fornisce un racconto più completo, anche se in alcuni aspetti la sua affidabilità potrebbe non essere soddisfacente.
Sappiamo comunque che diverse città-stato dell’Italia meridionale decisero di allearsi con Annibale: il principale successo del condottiero fu Indubbiamente la conquista della città di Capua, la seconda più grande d’Italia dopo Roma.
Gli abitanti di Capua, benché dotati di una fazione filoromana, avevano ricevuto la cittadinanza in maniera abbastanza limitata e buona parte dell’aristocrazia mirava a diventare la città più grande e importante al posto di Roma, il che portò il consiglio comunale di Capua alla decisione di allearsi con Annibale.
Nel 214 a. C, la maggior parte dell’Italia meridionale si era resa indipendente da Roma, passando quasi completamente dalla parte dei cartaginesi.
Ma la situazione per Roma non era del tutto disperata: innanzitutto gli alleati del centro-nord Italia erano rimasti pienamente fedeli ai patti, ed inoltre Annibale si trovò di fronte ad una situazione che non aveva minimamente previsto. I suoi piani si basavano sulla collaborazione delle città, che una volta liberate dal dominio di Roma, sarebbero dovute passare sotto il suo comando, ingrossando costantemente il suo esercito.
Le città italiche, invece , iniziarono a combattere l’una contro l’altra, o a stipulare dei trattati poco sicuri con i cartaginesi, mentre altre rimasero costantemente in dubbio sulla possibilità di tornare il prima possibile dalla parte di Roma, mantenendo continui contatti con il Senato. Vi era anche una profonda lontananza culturale tra gli invasori africani e le tradizioni locali italiche, il che complicava i rapporti e creava una situazione di incertezza generale.
L’esercito di Annibale, quindi , anziché essere costantemente rifornito di nuove leve prelevate dalle città italiche, fu costretto a lasciare regolarmente contingenti nei centri abitati che venivano conquistati, diminuendo le forze a disposizione.
Annone, uno dei generali di Annibale, riuscì a radunare delle truppe nel Sannio nel 214 a. C, ma i romani intercettarono i nuovi contingenti appena formati e li eliminarono nella battaglia di Benevento, prima che potessero congiungersi con i cartaginesi.
Annibale ottenne un successo in linea con la sua strategia solamente nel 215 a. C, quando la città Portuale di Locri disertò in favore dei cartaginesi e venne utilizzata per ricevere rifornimenti, soprattutto denaro ed elefanti da guerra, direttamente da Cartagine. Fu l’unica occasione in cui Annibale ottenne degli importanti rinforzi dalla madrepatria.
Una seconda forza, guidata dal fratello minore Magone, sarebbe dovuta a sbarcare in Italia nel 215 a.C, ma fu dirottata in Iberia dopo una sconfitta navale.
Nel frattempo i romani presero misure drastiche per reclutare nuove legioni: vennero arruolati persino schiavi e criminali di guerra, persone che normalmente non avrebbero soddisfatto gli standard richiesti. All’inizio del 215 a. C, i romani erano in grado di schierare almeno 12 legioni, mentre entro il 212 a. C, Roma fu in grado di opporre alle forze di Annibale più di centomila uomini, oltre ad un numero uguale di truppe alleate.
La maggior parte di questi contingenti erano schierati nell’Italia meridionale, in unità da 20.000 uomini ciascuna. Questo numero era insufficiente per sfidare l’esercito di Annibale in campo aperto, ma bastava per ostacolare in maniera importante i suoi movimenti sul territorio.
I romani presero quindi una serie di graduale rivincite: a 11 anni dalla sconfitta di Canne, il piano di Annibale non si era ancora concretizzato. Quando le città passavano dalla parte dei cartaginesi, i romani le riconquistavano sia con la forza militare sia attraverso i contatti con le fazioni filoromane cittadine per riottenere l’accesso al centro abitato.
Annibale sconfisse ripetutamente gli eserciti Romani, ma laddove non poteva essere presente di persona, il condottiero cartaginese perdeva terreno.
Macedonia, Sardegna e Sicilia durante la presenza di Annibale in Italia
Mentre sul territorio Italico i romani combattevano direttamente contro Annibale, un altro fondamentale scenario della guerra coinvolgeva la Macedonia e isole di Sardegna e di Sicilia.
Durante il 216 a.C, il Re macedone Filippo V promise il suo sostegno ad Annibale: secondo il progetto dei due generali, Roma doveva essere ridotta ad una piccola potenza regionale, ed i cartaginesi avrebbero dominato il Mediterraneo assieme all’alleanza dei Macedoni. Filippo V, diede così inizio alla prima guerra macedone contro Roma.
I Romani, impegnati a fronteggiare il pericolo di Annibale, non potevano correre il rischio di aprire un nuovo fronte di guerra, e così utilizzarono un gioco di alleanze, sfruttando le naturali inimicizie tra le città balcaniche e stringendo dei patti con la lega etolica, una coalizione antimacedone di città stato greche, per impegnare Filippo V ed evitare un suo diretto coinvolgimento nella guerra punica.
L’obiettivo dei romani venne completamente raggiunto: Filippo V non fu in grado di fornire un aiuto sostanziale ad Annibale, e nel corso degli anni successivi si arrivò ad una pace negoziata, che in quel momento favoriva particolarmente la delicata situazione dei romani.
La Sardegna, che mal sopportava la presenza dei romani sul territorio, si ribellò nel 213 a.C, ma fu presto domata dai Romani.
La Sicilia, l’isola più importante del Mediterraneo, rimase saldamente nelle mani dei romani che bloccarono i porti ed impedirono il raggiungimento di rifornimenti ad Annibale da Cartagine. La situazione divenne più incerta alla morte del tiranno di Siracusa, Gerone II, che per 45 anni era stato un fedelissimo alleato dei romani. Il suo successore, il nipote Geronimo, era scontento della situazione e si lasciò convincere dalle fazioni fino cartaginesi a tradire i patti con Roma.
Annibale negoziò quindi un trattato per il quale Siracusa sarebbe passata dalla parte dei cartaginesi in cambio dell’appoggio di Annibale per fare dell’intera Sicilia un possedimento siracusano. L’esercito di Siracusa non si dimostrò però all’altezza dei romani e nella primavera del 213 a. C Siracusa fu assediata dal console Marcello.
Iniziò uno dei più terribili assedi della seconda guerra punica: Siracusa si difese, anche grazie alle straordinarie macchine inventate da Archimede. In aiuto della città siciliana giunse un esercito cartaginese guidato dal generale Imilcone, che in un primo momento riuscì ad infastidire notevolmente i presidi Romani sul territorio. Ma, quando riteneva che tutto fosse perduto, il Console Marcello riuscì a condurre, nel 212 a. C, un assalto notturno a sorpresa, conquistando diversi quartieri della città di Siracusa.
Mentre si combatteva all’interno delle mura della città, gli eserciti Romano e cartaginese vennero colpiti dalla peste, ma i legionari, meglio organizzati, riuscirono a guarire prima dei loro avversari e nell’autunno del 212 a. C Siracusa venne espugnata dai Romani. Durante i combattimenti che ne seguirono, i soldati romani uccisero persino Archimede, anche se le fonti ci confermano che non era volontà del generale Marcello togliere la vita ad un così grande genio.
Cartagine, nonostante la presa di Siracusa da parte dei romani, inviò ulteriori rinforzi nel 211 a.C e passò all’offensiva. Anche Annibale inviò in Sicilia una forza di Cavalleria numida, guidata da un abile ufficiale libico-fenicio di nome Mottones, che fu in grado di infliggere pesanti perdite all’esercito romano con la tecnica del mordi e fuggi.
I romani risposero inviando un nuovo esercito per assediare l’ultima roccaforte cartaginese della Sicilia, Agrigento, che nel 210 a. C si consegnò ai Romani. Le restanti città che rimanevano sotto il controllo cartaginese si arresero, o furono conquistate con la forza o il tradimento.
Nel frattempo, continuavano gli scontri in Italia: il generale Romano Quinto Fabio Massimo, che aveva la responsabilità della conduzione della guerra contro Annibale, riuscì a sconfiggere gli alleati cartaginesi ad Arpi nel 213 a.C. Nel 212, Annibale rispose distruggendo l’esercito Romano guidato da Centenio Penula nella battaglia del Silarus, nella Lucania nord-occidentale.
Nello stesso anno, Annibale sconfisse un altro esercito romano nella battaglia di Herdonia: i romani persero 16.000 uomini sui 18 mila che avevano schierato. Nonostante queste perdite, i romani assediarono Capua, alleato chiave dei cartaginesi in Italia. Nel 211 a. C, constatando l’efficacia dell’assedio Romano, Annibale tentò di attirare gli avversari in una battaglia campale, che però non gli venne concessa. Annibale non riuscì nemmeno a togliere l’assedio di Capua, assaltando le difese degli assedianti.
Annibale cercò dunque di organizzare un diversivo: mise in scena una marcia verso Roma, sperando di spaventare i nemici e di costringere i romani ad abbandonare l’assedio di Capua per difendere la loro capitale. Nonostante scene di panico per le strade di Roma, Quinto Fabio Massimo si rese conto che la trovata di Annibale era semplicemente una messinscena, e il piano del condottiero cartaginese non funzionò. Roma non venne assediata e Capua cadde poco dopo.
Nel 210 a. C, i cartaginesi colsero di sorpresa l’esercito Romano durante l’assedio di Herdonia e sconfissero gli avversari in una battaglia campale in cui morirono 13 mila Romani. Annibale combatté poi l’inconcludente battaglia di Numistro: i romani continuavano a seguirlo, affrontandolo in un’altra battaglia, scarsamente importante dal punto di vista strategico a Canusio, nel 209 a.C.
Le campagne di Publio Scipione in Spagna
La seconda guerra punica conobbe un deciso cambio di passo con le campagne di Publio Cornelio Scipione in Spagna: Publio Scipione era un giovane generale di una famiglia aristocratica Romana, comandante durante la battaglia di Canne, il cui padre e lo zio erano stati uccisi in Spagna dagli alleati i cartaginesi.
Scipione riuscì a farsi affidare il comando di una guerra in Spagna, che aveva l’obiettivo personale di vendicare la sua famiglia, e ideò di destrutturare il regno cartaginese nell’Europa continentale.
Cornelio Scipione raggiunse con una flotta la città di Marsilia nell’autunno del 218 a.C, facendo sbarcare il suo esercito con l’obiettivo di raggiungere il nord est dell’Iberia, dove ottenne l’appoggio delle tribù locali. I cartaginesi provarono a fermare l’avanzata di Scipione verso la fine del 218 a.C, ma furono respinti nella battaglia di Cissa.
Nel 217 a.C, 40 navi da guerra cartaginesi vennero sconfitte da 35 navi romane nella battaglia del fiume Ebro. Il passaggio dei romani tra il fiume Ebro e i Pirenei era ormai sicuro, e il generale romano poteva procedere con la conquista della Spagna.
Avendo appreso dell’arrivo di Scipione in Spagna, il Senato cartaginese ordinò al generale Asdrubale di trasferirsi in Italia per unirsi ad Annibale, e fare pressione sui Romani direttamente in patria. Asdrubale non era convinto della strategia suggerita dalla madrepatria: riteneva che le autorità cartaginesi sulle tribù iberiche fosse troppo fragile e le forze romane nell’area troppo forti per eseguire il movimento pianificato.
Nonostante i suoi dubbi, tuttavia, Asdrubale assediò una città filoromana e offrì battaglia al nemico: durante lo scontro, Asdrubale cercò di utilizzare la sua superiore cavalleria per avvolgere il centro dello schieramento nemico. I romani sfondarono però il centro della linea cartaginese e sconfissero ciascuna ala dell’esercito avversario affrontandola separatamente.
Sull’onda della Vittoria Romana, diverse tribù celtiberiche locali passarono dalla parte dei romani. I comandanti Romani riuscirono a catturare Sagunto nel 212 a. C, assoldando poi 20.000 mercenari celtiberici per rinforzare il loro esercito. Nel 210 a. C, Publio Cornelio Scipione arrivò nel cuore dell’Iberia con ulteriori rinforzi.
Anziché combattere i cartaginesi e i loro alleati iberici per tutto il territorio città per città, Scipione decise di focalizzare direttamente le sue forze contro la capitale cartaginese in Iberia, Nuova Cartagine.
Con degli abili movimenti tattici, ed approfittando persino di una marea indotta dalle fasi lunari, Scipione fu in grado di conquistare Nuova Cartagine, raccogliendo un vasto bottino d’oro e di argento. Con una lungimirante mossa diplomatica, scelse di liberare la popolazione catturata e soprattutto i figli delle principali famiglie aristocratiche iberiche, per dimostrare che il dominio Romano sarebbe stato ben più amichevole e collaborativo rispetto a quello cartaginese.
La mossa di Scipione funzionò perfettamente: le tribù della zona dichiararono la loro lealtà ai Romani, tradendo i patti con i cartaginesi. Sembra che proprio in occasione della conquista di nuova Cartagine, Scipione sia venuto a conoscenza di un particolare tipo di spada, il gladio Hispaniensis, e ne abbia ordinato la costruzione di un grande numero per tutto l’esercito Romano. Il gladio ispanico sarebbe diventata l’arma di ordinanza dei Legionari per i secoli successivi.
Dopo questa vittoria, nella primavera del 208 a.C, Asdrubale si mosse per ingaggiare battaglia contro Scipione. Lo scontro si svolse presso Baecula: i cartaginesi ne uscirono completamente sconfitti, anche perché Scipione aveva imparato le tecniche di Annibale e le aveva gradualmente adattate all’esercito Romano, migliorandole e portando le capacità belliche romane ad un altro livello.
Asdrubale venne completamente sconfitto, ma il suo esercito, per via di un acquazzone improvviso, non fu completamente sbaragliato. Le perdite si limitarono sostanzialmente ai suoi alleati iberici: così, Asdrubale si mise in marcia per guidare il suo esercito attraverso lo stesso percorso che aveva compiuto il fratello Annibale, per congiungersi con lui in Italia e assediare insieme Roma.
Scipione avrebbe potuto inseguire Asdrubale, ma la conquista della Spagna non poteva essere interrotta e valutò che gli eserciti in Italia sarebbero stati in grado di intercettare Asdrubale ed impedire il ricongiungimento con Annibale.
Scipione venne criticato per la sua scelta da alcuni contemporanei, ma la sua decisione si rivelò giusta. Asdrubale riunì alcune tribù dei Celti sotto il suo comando e discese in Italia. Tuttavia, il generale, che aveva poca conoscenza del territorio, si perse nelle odierne Marche. Alcuni suoi messaggeri, che cercavano di intercettare uomini di Annibale, vennero catturati dai romani e il suo esercito venne completamente distrutto, e lo stesso Asdrubale perse la vita, nella battaglia del Metauro.
Nel frattempo, la conquista della Spagna da parte di Scipione proseguì. Nel 206 a.C, nella battaglia di Ilipa, Scipione con 48.000 uomini, metà italici e metà iberici, sconfisse un esercito cartaginese di 54.000 uomini e 32 elefanti. Questo segnò per sempre il declino dei cartaginesi in Iberia. Seguì la presa Romana dell’importante città di Gades.
La campagna di Scipione venne ostacolata da un improvviso ammutinamento tra le truppe, con la collaborazione di alcuni capi iberici, delusi dal fatto che le forze romane fossero rimaste nella penisola dopo la cacciata dei cartaginesi, e temendo che il dominio Romano si sarebbe sostituito di fatto a quello punico.
Scipione fu costretto a reprimere la rivolta con una certa durezza ma alla fine gli uomini ritornarono al suo comando.
Nel 205 a. C venne compiuto un ultimo tentativo da Magone, il fratello minore di Annibale, per riconquistare Nuova Cartagine, sempre approfittando di malumori da parte dei Legionari romani e di una rivolta dei Principi locali, ma tutto si concluse con una completa sconfitta. Il giovane Generale lasciò l’Iberia per raggiungere l’Italia settentrionale con il rimanente delle sue forze.
La campagna d’Africa di Scipione
Di ritorno dalla sua campagna in Spagna, Publio Scipione era diventato l’eroe dei romani: con le sue vittorie aveva conquistato nuovi territori e tolto la base ai cartaginesi nell’Europa continentale. Inoltre, sotto l’aspetto militare, appariva come l’unico generale in grado di confrontarsi direttamente con Annibale.
Lo stesso Scipione decise di portare la guerra in Africa, direttamente contro la capitale Cartagine, pensando che in questo modo il Senato cartaginese sarebbe stato costretto a richiamare Annibale dall’Italia, liberando finalmente la penisola della presenza del nemico.
L’idea di Scipione era tecnicamente giusta, ma le famiglie aristocratiche a lui avverse erano preoccupate di concedere nuovamente un comando militare al generale. Il Senato adottò allora una soluzione di comodo: diede il permesso a Scipione di portare la guerra in Africa, ma avrebbe dovuto parteciparvi con le sue sole forze, in modo da poter godere della sua vittoria qualora si fosse verificata, o di vederlo declinare in caso di sconfitta.
Nel 205 a. C Scipione ricevette il comando delle legioni in Sicilia, quelle che erano state sconfitte durante la battaglia di Canne, e gli fu permesso di arruolare dei nuovi volontari per il suo piano. Scipione diede il via ad una lunga serie di preparativi, organizzando al meglio il suo esercito che raggiunse le 30 navi da guerra e i 7.000 uomini.
Durante i preparativi Scipione ragionò sulle forze cartaginesi: quello che lo preoccupava maggiormente era la presenza della cavalleria numida, superiore in numero e in esperienza, la quale sarebbe stata particolarmente pericolosa per la fanteria delle legioni Romane.
Scipione cercò di spingere all’arruolamento diverse centinaia di nobili cavalieri siciliani per creare una forza di cavalleria da opporre al nemico.
I Siciliani erano piuttosto contrari alla presenza di un occupante straniero, essendo stati dominati per diversi secoli dai cartaginesi, e protestarono vigorosamente. Scipione acconsentì ad esentarli dal servizio militare a condizione che pagassero un cavallo, un equipaggiamento e un cavaliere per ogni famiglia aristocratica siciliana. In questo modo, Scipione riuscì a creare un nucleo addestrato di cavalleria per la sua campagna d’Africa.
I preparativi di Scipione vennero ostacolati anche da uno scandalo: uno dei suoi generali, Pleminio, aveva compiuto alcuni soprusi nei confronti della città calabrese di Locri. Il Senato Romano inviò una commissione d’inchiesta per supervisionare il lavoro di Scipione. In questa commissione erano presenti anche dei tribuni della plebe, i quali avevano teoricamente il potere di arrestarlo.
In particolare alcuni membri del Senato, sostenuti da Quinto Fabio Massimo, si volevano opporre alla missione. Fabio temeva il potere di Annibale e considerava qualsiasi missione in Africa come una pericolosa distrazione dall’attività di inseguimento nei confronti del nemico nel sud Italia.
Scipione veniva anche mal visto da alcuni senatori per i suoi ideali e per i suoi interessi nell’arte e nelle filosofie di natura greca, che non venivano affatto accettate da una parte dell’aristocrazia senatoria.
Osservando tuttavia la qualità dei preparativi di Scipione, la commissione si decise per lasciargli proseguire la missione. Scipione ottenne il permesso di trasportare l’esercito dalla Sicilia all’Africa, pur senza il sostegno finanziario o militare dei senatori.
Scipione salpò nel 204 a. C e sbarcò nei pressi di Utica che assediò prontamente. Nel frattempo Cartagine si era assicurata l’amicizia e la collaborazione del re numida Siface, la cui avanzata costrinse Scipione ad abbandonare l’assedio di Utica e ad insediarsi sulle rive tra quella città e Cartagine.
Scipione veniva schiacciato dagli avversari lungo le coste del Nord Africa, e la sua posizione e soprattutto i suoi rifornimenti nel lungo periodo avrebbero cominciato a scarseggiare. Scipione finse allora di intavolare delle relazioni diplomatiche con Siface e Asdrubale Giscone, ma in realtà inviò alcune spie presso gli accampamenti avversari, per incendiarli durante la notte e massacrare i nemici che scappavano dalle fiamme.
Questo atto da parte di Scipione rappresenta una nuova visione della guerra, che non si basava più sul classico fair play utilizzato dai Romani, ma si appoggiava anche ad imboscate e ad azioni non convenzionali, come lo stesso Annibale aveva insegnato.
Siface e Asdrubale di Giscone dimostrarono una straordinaria capacità di reazione, mettendo insieme in poche settimane un nuovo esercito, composto da mercenari e dai temibili guerrieri celtiberi, di provenienza iberica, che vennero affrontati da Scipione nella battaglia dei Campi Magni. Scipione, una volta allontanate le cavallerie dal campo di battaglia, fece scorrere la seconda e la terza fila con cui comunemente si disponevano i legionari Romani, e avvolse completamente l’avversario, annientandolo.
Scipione inviò i suoi due luogotenenti, Gaio Lelio e Massinissa, per inseguire Siface. Alla fine il sovrano numida venne detronizzato e Massinissa divenne il nuovo re dei numidi, alleati di Roma. Cartagine aveva così perso i suoi principali alleati nel Nord Africa, e si ritrovava solo di fronte all’esercito di Scipione.
Abbandonata dai suoi alleati e circondata da un esercito romano ritirano ed imbattuto, Cartagine iniziò ad aprire dei canali diplomatici per negoziare. Annibale Barca, dopo 15 anni sul territorio Italico, venne richiamato in patria. Nel momento in cui Annibale si apprestò a tornare in patria, Cartagine interruppe i suoi trattati e riprese la guerra.
La battaglia di Zama
L’esercito di Annibale era composto prevalentemente dai veterani italici che erano presso di lui nell’Italia meridionale, e da poche altre truppe mercenarie che avrebbe raccolto sul suo cammino. A disposizione di Annibale vi erano circa 36 mila Fanti e 4.000 cavalieri, contro i 29.000 Fanti e i 6.000 cavalieri di Scipione: i due generali si incontrarono vicino ad Utica il 19 ottobre del 202 a. C, nella battaglia di Zama.
La battaglia di Zama rappresenta uno degli scontri tra le più grandi menti militari di tutti i tempi: Annibale organizzò la sua fanteria in tre linee, le prime due di mercenari e la terza, più staccata sul fondo del campo di battaglia, composta dai veterani italici. Dopodiché, in prima linea, gli elefanti, che avrebbero dovuto attaccare le linee romane. L’esercito di Annibale era accompagnato da poca cavalleria, guidata da lui stesso.
Scipione, consapevole della pericolosità degli elefanti, anziché disporre i suoi uomini nella struttura classica, creò degli enormi corridoi attraverso cui gli elefanti sarebbero passati senza danneggiare i legionari.
La battaglia iniziò con le cavallerie, e subito la cavalleria alleata dei romani, guidata da Lelio e da Massinissa, mise in fuga gli avversari. Le prime due file di Mercenari cartaginesi affrontarono i Romani e vennero lentamente sconfitte, iniziando a fuggire. Annibale riuscì però a ricomporre il suo esercito e a posizionare i superstiti delle prime due linee a fianco della terza, composta dai veterani italici, che non erano ancora entrati in battaglia.
In questo modo, la parte centrale dell’esercito di Annibale, perfettamente riposata, avrebbe dovuto affrontare i legionari, che avevano combattuto contro due linee di avversari. Scipione poté solamente allungare la sua fila per non essere circondato e sperare che i suoi uomini reggessero l’urto degli avversari.
I soldati che dovettero resistere alla carica dei cartaginesi erano gli stessi che erano stati sconfitti a Canne. Per questo motivo, la loro resistenza andò oltre ogni limite dell’immaginazione, fino a che le cavallerie alleati dei romani riuscirono a ritornare e a colpire gli avversari sul retro.
La fine della seconda guerra punica
Con la Vittoria a Zama, Scipione aveva definitivamente decretato la vittoria di Roma contro Annibale. Il Trattato di pace che i romani imposero ai cartaginesi li privava di tutti i loro territori d’Oltremare, e di alcuni possedimenti nel Nord Africa. Venne stabilito il pagamento di un’indennità di diecimila Talenti d’argento i quali dovevano essere pagati nel corso dei successivi 50 anni.
Vennero presi migliaia di ostaggi, appartenenti alle principali famiglie guerriere ed aristocratiche cartaginesi. A Cartagine era proibito possedere elefanti da guerra, e la sua flotta era limitata a 10 navi. Non potevano condurre guerre al di fuori dell’ Africa senza l’esplicito permesso di Roma.
Molti cartaginesi volevano rifiutare delle condizioni di pace così pesanti, ma Annibale riuscì a convincere il Senato cartaginese ad accettare: il trattato di pace fu ratificato nella primavera del 201 a. C.
D’allora in poi, fu chiaro che Cartagine era politicamente e definitivamente subordinata a Roma. Scipione fu premiato con un grandissimo trionfo e ricevette il soprannome di “Africano”.
L’alleato africano di Roma, il Re Massinissa di Numidia, sfruttò il divieto di guerra di Cartagine per razziare ripetutamente il territorio impunemente. Nei 149 a. C, 50 anni dopo la fine della seconda guerra punica, Cartagine avrebbe inviato un esercito, guidato da Asdrubale, contro Massinissa, nonostante i divieti imposti da Roma.
La campagna militare si sarebbe conclusa con un disastro e le fazioni anti-cartaginesi di Roma utilizzarono questo pretesto per preparare una spedizione punitiva, nota come terza guerra punica: un grande esercito romano sarebbe sbarcato nel nord Africa, avrebbe assediato Cartagine e l’avrebbe definitivamente distrutta, annientando la città e uccidendone gli abitanti.
50.000 sopravvissuti sarebbero stati venduti come schiavi e sarebbe passato un secolo prima che il sito fosse ricostruito come città romana.
Gordiano I, Marcus Antonius Gordianus Sempronianus Romanus Africanus, (159 d.c, metà aprile 238 d.c) fu imperatore romano per soli 21 giorni, assieme al suo figlio Gordiano II nel 238 d.C, l’anno dei sei imperatori.
Fu il protagonista di un tentativo di usurpazione contro l’imperatore in carica Massimino il Trace e venne sconfitto dalle forze legionarie fedeli a Massimino. Dopo la morte di suo figlio, preferì il suicidio.
Famiglia e provenienza di Gordiano I
Sappiamo poco dei primi anni di vita e della storia familiare di Gordiano I. Secondo alcune fonti sarebbe stato imparentato con importanti senatori del suo tempo. Il suo nome “Marco Antonio” potrebbe suggerire che i suoi antenati paterni abbiano ricevuto la cittadinanza Romana grazie al triumviro Marco Antonio, figura di spicco della tarda Repubblica Romana.
Il cognome Gordiano I indica che le sue origini familiari erano dell’Anatolia, odierna Turchia, e più specificatamente della Galazia o della Cappadocia.
Secondo l’Historia Augusta, sua madre era una donna romana chiamata Ulpia Gordiana mentre suo padre era Mecio Marullo. Gli Storici moderni ritengono che il nome del padre potrebbe essere falso mentre la figura della madre è più affidabile e verosimile.
La storia della famiglia di Gordiano I può essere compresa attraverso le iscrizioni: il nome “Semproniano” potrebbe infatti indicare una connessione con sua madre o con sua nonna e dal momento che vi è una iscrizione funeraria rinvenuta in Turchia con la dicitura “Sempronia Romana”, figlia di un certo Sempronio Aquila, segretario Imperiale, è possibile che la sua famiglia avesse radici di questo tipo.
Sempre secondo l’Historia Augusta, la moglie di Gordiano I era una donna romana di nome Fabia Orestilla, nata intorno al 165 d.c e probabilmente discendente degli Imperatori Antonino Pio e Marco Aurelio. Gli Storici moderni hanno tuttavia avanzato diversi dubbi.
Assieme a sua moglie, Gordiano ebbe almeno due figli: il primo, suo omonimo, e una figlia, Antonia Gordiana che fu madre del futuro Imperatore Gordiano III. Sua Moglie morì prima del 238 d.C e gli storici hanno identificato i genitori della donna in Marco Annio Severo e Silvana, nata intorno al 140 d.C
Primi anni di Gordiano I
Gordiano entrò a far parte del Senato Romano e scalò in maniera costante la gerarchia Imperiale. La sua carriera politica iniziò relativamente tardi e i suoi primi anni vennero probabilmente spesi in studi retorici e letterari.
Come militare, Gordiano comandò la legione IV Scythica di stanza in Siria. Servì sicuramente come governatore della Britannia Romana nel 216 d.C e fu console sostituto durante il regno dell’imperatore Eliogabalo.
Le iscrizioni rinvenute nella Britannia Romana che citano il suo nome sono state parzialmente cancellate, suggerendo che nei suoi confronti potrebbe essere stata applicata una punizione.
Gordiano acquisì popolarità durante il tempo, organizzando spettacoli e giochi magnifici in qualità di edile della città di Roma. Sembra che questa importante crescita di notorietà non abbia insospettito l’imperatore Caracalla, che al contrario ricevette con piacere un lungo poema epico a lui dedicato da Gordiano intitolato “Antoninias”.
Gordiano fu in grado di mantenere intatta la sua ricchezza e la sua influenza politica durante i tempi convulsi e difficili della dinastia dei Severi, il che suggerisce che avrebbe spesso rifiutato gli intrighi di palazzo, preferendo una vita politica più tranquilla.
Gordiano godeva evidentemente dell’appoggio di alcuni letterati dal momento che Filostrato, sofista greco del periodo Imperiale Romano, gli dedicò la sua opera “Vite dei sofisti“.
Ascesa al potere
Durante il Regno dell’imperatore Alessandro Severo, Gordiano I, che era ormai sulla sessantina, dopo aver svolto il suo consolato ottenne per sorteggio il controllo proconsolare della provincia dell’Africa, che assunse nel 237 d.C.
Tuttavia, prima dell’inizio della sua magistratura, Massimino il Trace uccise Alessandro Severo a Mogontiacum , nella Germania inferiore, e salì al trono.
Massimino non era un imperatore popolare e il malcontento aumentò a causa delle dure misure economiche che impose. Il culmine dell’insofferenza nei confronti di Massimino si espresse nella rivolta in Africa del 238 d.C.
Dopo che Il curatore fiscale di Massimino venne assassinato durante una sommossa, il popolo si rivolse a Gordiano, chiedendo che accettasse il grande onere del trono imperiale.
Gordiano si sarebbe mostrato inizialmente titubante, ricordando che era troppo vecchio per assumere la carica ma, dietro stretta insistenza della popolazione, avrebbe ceduto al clamore popolare e avrebbe assunto sia la Porpora Imperiale che il cognome “Africanus”.
Comunque, per via della sua età avanzata, Gordiano insistette affinché suo figlio fosse associato con lui al trono. Pochi giorni dopo, Gordiano entrò nella città di Cartagine con il gran sostegno della popolazione e dei leader politici locali.
Gordiano mandò subito degli assassini per uccidere il prefetto del pretorio di Massimino il Trace, Publio Elio Vitaliano e la ribellione sembrò avere successo.
Nel frattempo Gordiano inviò un’ambasciata a Roma sotto la guida di Licinio Valeriano per ottenere l’appoggio del Senato e farsi nominare ufficialmente Imperatore. Il Senato decise di approvare la sua nomina il 2 aprile dello stesso anno: molte province si schierarono volentieri dalla parte di Gordiano.
Vi furono invece opposizioni da parte della vicina provincia della Numidia. Il suo governatore, Capeliano, fedele sostenitore di Massimino, non riuscì a trattenere il rancore contro Gordiano e invase la provincia africana con l’unica legione a sua disposizione, la III Augusta, assieme a piccoli reparti veterani.
Suo figlio Gordiano II, a capo di un esercito di miliziani non addestrati, perse subito la battaglia di Cartagine contro Capeliano e fu ucciso. Gordiano I, non riuscendo a sopportare il dolore e sentendo l’evidente peso del compito che gli era stato assegnato, decise di togliersi la vita impiccandosi con la sua cintura.
I Gordiani regnarono solamente per 3 settimane e Gordiano fu il primo imperatore a suicidarsi dopo Otone, nel 69 d.C, durante l’anno dei Quattro Imperatori.
L’eredità di Gordiano I
La reputazione positiva di cui codette Gordiano fu probabilmente causata del suo carattere particolarmente amabile. Si diceva che sia lui che suo figlio fossero appassionati di letteratura, pubblicando persino delle proprie opere piuttosto voluminose.
Sebbene fossero fortemente orientati alle attività intellettuali, i Gordiani non possedevano né le competenze né le risorse per essere considerati abili statisti o potenti governanti, per di più in un periodo particolarmente complesso per l’impero.
Abbracciando la causa di Gordiano, il Senato fu obbligato a sostenere la rivolta contro Massimino anche dopo la morte dei due, nominando Pupieno e Balbino come imperatori congiunti.
Tuttavia, entro la fine del 238 d.C, il nuovo imperatore fu Gordiano III, suo nipote.
Sviluppare un nuovo processo per il recupero di materiali e metalli di elevato valore da telefoni cellulari a fine vita in ottica di economia circolare. È questo l’obiettivo del progetto PORTENT, co-finanziato dalla Regione Lazio con circa 140 mila euro attraverso il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e coordinato dal Laboratorio ENEA ‘Tecnologie per il Riuso, il Riciclo, il Recupero e la valorizzazione di Rifiuti e Materiali’.
Il 2020 ha fatto registrare una significativa crescita della raccolta di questa tipologia di rifiuti: a livello nazionale ha oltrepassato le 78 mila tonnellate (+7,68% rispetto al 2019), mentre nella Regione Lazio la quota è stata di circa 6 mila tonnellate con un significativo balzo in avanti rispetto alla 2,4 mila tonnellate dell’anno precedente. Tra questi rifiuti, i telefoni cellulari sono sicuramente gli apparecchi elettronici di maggiore interesse per i materiali preziosi e strategici che contengono.
Una volta concluso il progetto, i risultati della ricerca saranno trasferiti al tessuto imprenditoriale sia per l’innovazione tecnologica dei processi industriali sia per lo sviluppo di nuove competenze professionali qualificate.
La donazione di Costantino è un presunto atto con cui l’imperatore Costantino concedeva a Papa Silvestro I una serie di vantaggi e privilegi su tutto il territorio dell’impero romano. Il documento ha permesso alla Chiesa medievale di rivendicare la proprietà su vasti territori e su immense ricchezze.
Dopo alcune contestazioni di carattere legale da parte di personaggi come Dante Alighieri, l’umanista Lorenzo Valla nel 1440 identificò una serie di incongruenze che dimostrarono la falsità del documento, redatto almeno quattro secoli dopo il periodo di Costantino da un anonimo Monaco a Roma o a San Denis, in Francia.
Il Trattato di Lorenzo Valla emerse in ambito protestante e venne inserito dalla Chiesa nell’indice dei libri proibiti, per poi affermare la definitiva falsità della donazione nei secoli successivi.
L’Editto di Costantino e il contenuto della donazione di Costantino
La donazione di Costantino è un documento datato 30 marzo 315 d.C che pretende di riassumere un editto emanato direttamente dall’imperatore Costantino con cui vengono eseguite una serie di concessioni e donazioni straordinarie a Papa Silvestro I.
I punti cardine del documento sono:
Il primato del Papa di Roma su tutti gli altri patriarchi delle principali città mediterranee come Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme.
La sovranità del Papa su tutti i sacerdoti del mondo
La sovranità del Papa sulla Basilica del Laterano, considerata prima e vertice di tutte le chiese del mondo
Il potere Papale superiore a quello dell’ imperatore romano con l’autorizzazione all’utilizzo dei classici simboli dell’imperatore da parte di tutti i Papi.
La donazione di Costantino venne sistematicamente utilizzata dalla Chiesa del tardo impero e medievale per rivendicare il diritto alla proprietà di immensi territori e ricchezze in tutta l’Europa.
Grazie alla donazione di Costantino, la Chiesa medievale rivendicò la piena giurisdizione sulla città di Roma e i suoi abitanti, grandi quantità di territori in tutta la penisola italica, diverse città, centri abitati e monumenti su tutti i territori che corrispondevano all’impero romano d’Occidente ma anche importanti città e centri religiosi dell’Oriente.
La donazione di Costantino permise alla Chiesa medievale di accumulare ricchezze per secoli e di costituire il patrimonio fondiario più grande di tutta l’umanità.
Il documento venne considerato perfettamente valido per tutto il medioevo, tanto che nel XII secolo e precisamente nel 1140, il monaco Graziano, che riunì tutte le decisioni dei concili della Chiesa in un unico documento riassuntivo, inserì la donazione di Costantino nel suo Decretum Gratiani.
Le prime contestazioni giuridiche sulla donazione di Costantino
Le prime perplessità e contestazioni sulla validità giuridica della donazione di Costantino emersero già nella seconda metà del Duecento. Una delle più importanti contestazioni è quella di Dante Alighieri, che oltre ad essere padre della lingua italiana, era anche un fine politico e giurista.
Dante, nel suo “De monarchia”, prende in esame la donazione di Costantino, segnalando una serie di irregolarità di carattere legale e dimostrando che la donazione non poteva essere compiuta e la Chiesa non aveva i titoli per poterla accettare.
Le affermazioni di Dante si focalizzano sulla figura dell’imperatore romano: l’imperatore veniva chiamato comunemente “Augustus” che deriva dal verbo latino “augere” e che significa “accrescere, espandere.”
Per questo motivo, il compito legale dell’imperatore era quello di allargare il più possibile i territori dell’impero. Costantino, con la sua donazione, avrebbe invece ottenuto l’effetto diametralmente opposto, riducendo in maniera drastica i possedimenti dell’impero Romano e violando il suo compito principale.
Inoltre, citando un passo del Vangelo di Matteo, Dante dimostra che le Sacre Scritture impongono alla Chiesa di non accumulare beni materiali e potere temporale. Per questo motivo la Chiesa non aveva la possibilità nè i titoli giuridici per accettare i territori donati da Costantino.
Nonostante Dante non abbia mai messo in discussione la veridicità del documento, la sua critica di carattere legale iniziò a sollevare dei dubbi sulla validità e sulla possibilità di applicazione della donazione di Costantino da parte della Chiesa.
La contestazione di Lorenzo Valla
L’umanista Lorenzo Valla iniziò ad analizzare la donazione di Costantino nel 1435, e dopo cinque anni di studio, nel 1440, produsse un saggio intitolato “Discorso sulla donazione di Costantino, altrettanto malamente falsificata che creduta autentica”.
Lorenzo Valla
Valla si esprime in una serie di contestazioni sulla veridicità stessa del documento. La prima contestazione di Valla è di carattere psicologico: il carattere e la personalità di Costantino non erano compatibili con una donazione di questo tipo.
Dopodiché Valla segnala una serie di perplessità di carattere legale, sulla falsariga di quanto aveva fatto Dante. Infine, individua degli elementi tecnici che dimostrano la falsità del documento.
Alcune delle principali contestazioni di Valla sono:
Il testo cita Costantinopoli, la capitale fondata da Costantino. La lingua utilizzata nel documento doveva dunque essere il latino del tempo di Costantino, ma la presenza di numerosi termini di origine barbarica non è compatibile con la data del documento.
Costantinopoli viene definita come “sede patriarcale”, ma la città, nella data in cui il documento sarebbe stato redatto, non era ancora stata nominata sede di alcunché.
La donazione di Costantino permette al Papa di utilizzare il Diadema Imperiale, tipicamente proprietà degli imperatori romani. Il diadema viene citato come un oggetto in “oro e pietre preziose”, quando il reale diadema era realizzato in semplice stoffa pregiata. Valla afferma che molto difficilmente Costantino avrebbe compiuto un errore su un simbolo così classico del potere Imperiale
Nel documento si indica che i “Senatori Patrizi” devono obbedire all’autorità del Papa. Ora, il termine “Patrizio” identifica semplicemente un’origine aristocratica, ma esistevano anche personaggi di origini più umili, i plebei, che potevano perfettamente diventare senatori. Dal momento che potevano esistere anche dei “plebei senatori” è difficile che Costantino non conoscesse un elemento così fondamentale del diritto romano.
Queste rivendicazioni, assieme a molte altre, portarono Valla a concludere che il documento fosse sostanzialmente un falso, redatto da una persona particolarmente ignorante in diritto romano.
Secondo l’umanista, il documento venne scritto almeno quattro secoli dopo il tempo di Costantino e fu da lui datato come un falso del 750/850 d.C, redatto probabilmente nella città di Roma oppure da un anonimo Monaco a San Denis, in Francia.
La lotta della chiesa per censurare il testo di Valla
Il documento scritto da Valla dimostrava in maniera inequivocabile la falsità della donazione di Costantino. Ma bisognerà attendere il 1517 quando, nell’ambito della corrente protestante, le considerazioni dell’umanista verranno diffuse anche grazie alla stampa a caratteri mobili.
La Chiesa Cattolica mise infatti al bando il Trattato nel 1559, iscrivendolo nell’indice dei libri proibiti. Ci vollero diversi secoli prima che la dimostrazione della falsità della donazione di Costantino venisse accettata in ambito accademico.
Lo studio più recente è a cura di Federico Chabod, che nel suo trattato “Lezioni di metodo storico” del 1969, riprende la donazione di Costantino dimostrandone ancora una volta l’assoluta falsità.
La Damnatio Memoriae era una condanna inflitta dal Senato dell’antica Roma nei confronti di nemici di stato e traditori, che prevedeva la completa cancellazione e rimozione di tutte le tracce dell’esistenza di una persona da archivi, registri, iscrizioni pubbliche, ritratti e monete. La Damnatio Memoriae venne inflitta, nel corso della storia romana, ad una serie di personaggi, tra cui Marco Antonio, Nerone, Geta e Massenzio.
Si trattava di una delle peggiori punizioni per un cittadino, dal momento che il popolo romano viveva per la realizzazione di opere che potessero essere ricordate dai posteri, e la condanna ad essere dimenticati dopo la morte rappresentava una delle paure più grandi dell’uomo romano.
La condanna alla Damnatio Memoriae
Gli uomini romani vivevano per realizzare delle gesta e delle opere che sarebbero state ricordate dalle generazioni successive. Si dice infatti che l’uomo romano vivesse “Ut nome suum posteritati traditus sit” ovvero per realizzare delle azioni “affinché il proprio nome fosse tramandato dai posteri “. L’uomo romano teneva quindi la morte, che veniva considerata come l’annientamento definitivo di una persona, ma soprattutto l’oblìo, come ci conferma anche Seneca (Epistulae Morales 77.5).
La pena veniva inflitta prevalentemente a due categorie di persone: i nemici dello Stato, gli “Hostes”, e i traditori, e in generale a tutte quelle persone che venivano considerate un nemico pubblico. La pena veniva inflitta esclusivamente dal Senato romano il quale, dopo un rapido processo e dopo una votazione a maggioranza, dichiarava dapprima l’imputato indegno, “indignus” di essere ricordato, e poi comminava ufficialmente la Damnatio Memoriae .
Nella gran parte dei casi, questa pena venne applicata dopo la morte, ma tecnicamente poteva anche essere inflitta anche durante la vita del cittadino.
La distruzione delle raffigurazioni del condannato alla Damnatio Memoriae
Il primo effetto di una Damnatio Memoriae era la completa cancellazione di tutto quello che poteva ricordare l’esistenza in vita del condannato. Si procedeva innanzitutto all’abbattimento delle statue, che erano lo strumento principale con cui si portava all’attenzione dei cittadini l’esistenza di un personaggio. Queste venivano sistematicamente demolite o in alternativa si rimuovevano degli elementi identificativi, come la testa o alcuni simboli sul corpo, per sostituirli con le sembianze di un’altro cittadino più meritevole.
Si provvedeva poi alla cancellazione del nome dai monumenti pubblici. Uno dei metodi principali per diffondere la fama di una persona era iscrivere il nome sul marmo in monumenti che fossero continuamente esposti al pubblico. Il nome per esteso, oppure le sue iniziali, venivano quindi cancellate o modificate con iscrizioni più generiche, per impedire ai cittadini di riconoscere il nome del condannato.
Uno dei più celebri casi di cancellazione di una iscrizione da un monumento pubblico è quella ai danni dell’imperatore Commodo su una stele di marmo oggi conservata nella città di Osterburken, in Germania.
Anche la cancellazione dei ritratti faceva parte della Damnatio Memoriae. I romani eseguivano dei ritratti con colori a tempera su tavole di legno, prevalentemente rotonde, soprattutto in onore di personaggi importanti o per l’imperatore in persona. Si trattava di un metodo utilizzato per diffondere la conoscenza del personaggio, ma vi era anche un motivo legale: documenti firmati da funzionari di fronte all’immagine dell’imperatore avevano valore come se l’imperatore fosse stato presente nella stanza.
Sotto questo aspetto, uno dei ritrovamenti più significativi è certamente Il “Tondo severiano“, il solo dipinto a tempera su supporto di legno che sia arrivato fino a noi: viene ritratta la famiglia dell’imperatore Settimio Severo, con sua moglie Giulia Domna e i figli Geta e Caracalla. Nel tondo si vede con estrema chiarezza l’apposita cancellazione del volto di Geta, a seguito del suo omicidio da parte del fratello Caracalla e della relativa Damnatio Memoriae che quest’ultimo gli aveva inflitto per eliminare la memoria del suo fratello e rivale.
Occasionalmente, si procedeva anche alla cancellazione del nome delle monete. Le monete erano uno straordinario strumento di diffusione del volto degli Imperatori e delle vittorie militari. In una mostra del 2017 tenutasi presso il British Museum intitolata “Defeating the Past “, sono stati mostrati al pubblico esempi celebri di cancellazione delle effigi da monete per via di una Damnatio Memoriae.
Questa pratica era comunque abbastanza limitata, in quanto le persone temevano che la cancellazione dell’immagine impressa su una moneta potesse ridurre il valore dell’oggetto.
La cancellazione del prenome dai registri
La Damnatio Memoriae andava anche a colpire gli aspetti più intimi e personali del condannato.
Un effetto della Damnatio Memoriae era infatti la cancellazione del Praenomen. I nomi romani erano organizzati in tre parti (Tria Nomina): Il “Pranomen”, quello dato dalla famiglia e con cui si era chiamati fin da bambini, Il “Nomen”, che rappresentava più generalmente la propria Gens di appartenenza, e il “Cognomen”, che spesso si attribuiva in base ad una caratteristica fisica o ad una azione compiuta.
La Damnatio Memoriae prevedeva l’impossibilità di tramandare ai posteri il prenome, facendo in modo che l’appellativo più personale del condannato non potesse più trasmettersi durante le generazioni successive.
Inoltre, dal momento che la propria abitazione, la Domus, veniva considerata come un’estensione della personalità di chi ci abitava, la Damnatio Memoriae prevedeva anche la distruzione della casa del condannato, l’abbattimento delle stanze dove aveva vissuto e l’impossibilità di ricostruirvi alcunchè, come osserva il saggio di Bettina Bergman “La casa romana, Teatro della memoria”, 1994.
La cancellazione e l’annullamento degli atti
Chi subiva la Damnatio Memoriae era quasi sicuramente un personaggio importante, che aveva avuto una determinata influenza a livello pubblico. La Damnatio Memoriae, che poteva essere inflitta anche durante la vita del condannato, prevedeva anche la cosiddetta “Rescissio actorum”, ovvero la cancellazione e l’annullamento di tutti i provvedimenti che erano stati decisi dal condannato durante una o più cariche ricoperte.
Questo aspetto decretava sostanzialmente la morte civile del condannato, e tutti i provvedimenti presi da quest’ultimo smettevano di avere valore e dovevano eventualmente essere riconfermati da un altro magistrato.
Personaggi famosi condannati a Damnatio Memoriae
Nel corso della storia romana furono decine i personaggi condannati alla Damnatio Memoriae.
Il primo fu Marco Antonio, che durante la propaganda del vincitore Ottaviano Augusto doveva essere necessariamente dipinto come un nemico dello stato.
Anche l’imperatore Nerone, ormai completamente inviso al Senato, venne condannato alla Damnatio Memoriae, e si tentò sistematicamente di eliminare ogni traccia del suo governo. L’operazione non ebbe particolare successo, in quanto Nerone era un imperatore particolarmente amato dal popolo, tanto che fino al medioevo diversi cittadini erano soliti rendere omaggio alla sua tomba, oggi scomparsa, ma sita nel quartiere romano, ancora oggi esistente, denominato appunto ” Tomba di Nerone “.
Altro importante condannato alla Damnatio Memoriae fu Geta, il fratello dell’imperatore Caracalla. I due si odiavano profondamente fin dall’inizio del loro regno congiunto, tanto da evitarsi persino nelle stanze del palazzo imperiale.
Dopo l’omicidio di Geta da parte di Caracalla, quest’ultimo ordinò la sua Damnatio Memoriae, per eliminare ogni traccia del fratello rivale. Nel tondo severiano l’immagine di Geta venne cancellata, ma la Damnatio Memoriae che Caracalla inflisse era così dura che anche pronunciare pubblicamente il nome di Geta era un reato per qualsiasi cittadino.
Anche l’imperatore romano Eliogabalo e sua madre Giulia Soemia vennero condannati alla Damnatio Memoriae. Eliogabalo era un giovane ragazzo di origine siriana, che, diventato imperatore per via di una serie di intrighi di Palazzo, si dedicò solamente al culto del Dio Elagabal e ad una serie di passioni sfrenate: rapidamente preso in antipatia dai pretoriani, venne ucciso assieme alla madre.
Verso il tardo Impero, anche il nome di Massenzio, pretendente al trono dell’Impero romano d’Occidente sconfitto da Costantino nella battaglia di Ponte Milvio (28 ottobre 312 d.C), venne condannato alla Damnatio Memoriae.
Costantino aveva la necessità di diffondere la sua propaganda, anche in vista di una riappacificazione con la comunità cristiana, tanto da dover applicare la Damnatio Memoriae all’avversario Massenzio. Anche alcuni riferimenti a Massenzio, che sono presenti nello stesso arco di Costantino, vennero cancellati per ordine dell’imperatore.
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