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Perchè la chiesa medievale fu così potente?

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Dopo la caduta dell’impero romano nel V secolo d.C, la Chiesa medievale ottenne un potere enorme. In linea generale, il motivo risiede nella capacità della chiesa del Medioevo di unire popoli diversi sotto dei comuni ideali religiosi, sostituendo il potere militare dei romani con l’autorità economica e spirituale del Papa.

Il pontefice divenne, nel corso del Medioevo, talmente potente da poter influenzare da solo le sorti dell’intera Europa fino a chiamare a raccolta o disfare eserciti di altri regni con la sua sola influenza. Ma più precisamente, quali furono gli elementi che permisero alla chiesa di esercitare un potere così vasto e duraturo?

La ricchezza

La prima motivazione risiede in una straordinaria ricchezza . Nonostante l’originale messaggio cristiano predicasse la povertà, la chiesa ottenne beni e ricchezze smisurate. Persone di ogni estrazione sociale pagavano regolarmente la chiesa, sia sotto forma di donazioni spontanee, sia con una vera e propria tassa, che normalmente si aggirava attorno al 10% dei guadagni annuali compressivi.

Con questa condotta di vita, le persone ritenevano di assicurarsi un posto in paradiso. Inoltre, capitava spesso che gli aristocratici includessero la chiesa tra i beneficiari del proprio testamento per ottenere la salvezza della propria anima.

Inoltre la chiesa eseguì per secoli una efficacissima propaganda, convincendo le persone che la bellezza fosse testimonianza della gloria di Dio: per questo motivo, durante la costruzione delle chiese, artigiani da tutto il mondo donavano le loro migliori opere, contribuendo ad aumentare drasticamente le opere d’arte di proprietà del Papa.

Uno dei periodi storici durante il quale la chiesa accumulò ulteriore denaro è quello della vendita delle indulgenze: dietro pagamento, si poteva ottenere il perdono dei propri peccati. E’ esattamente con la vendita delle indulgenze che Papa Leone X riuscì a raccogliere il denaro necessario per la costruzione della Basilica di San Pietro.

L’istruzione

Gli appartenenti al clero erano dotati di una elevata istruzione. Generalmente, molti sacerdoti potevano imparare a leggere e a scrivere ed erano gli unici ad avere accesso alla letteratura del tempo, un’opportunità estremamente rara in una società fortemente agraria e analfabeta come quella medievale. 

Molto spesso, i monasteri erano dotati di scuole e di biblioteche che racchiudevano la crema della cultura umana. Così, gli appartenenti al clero riuscivano a migliorare regolarmente la loro posizione sociale e a prevalere sugli ignoranti, che invece, nella maggior parte dei casi, rimanevano relegati nella loro posizione senza conoscere un significativo miglioramento del proprio tenore di vita.

Il ruolo nella società

In una società fortemente disgregata come quella medievale, la chiesa, soprattutto a partire dal 1000 d.C, rappresentava l’unico polo di aggregazione per le persone. Le comunità si organizzavano attorno alla chiesa, la quale diventava il punto focale della vita delle persone, l’unico modo di socializzare e di fraternizzare, e un’organizzazione nella quale tutti si riconoscevano.

Frequentare gli appartenenti alla chiesa permetteva di avere dei vantaggi pratici, come l’esenzione dal lavoro durante i giorni sacri e una comunità a cui fare riferimento in caso di bisogno.

Intransigenza e potere sul destino dell’anima dopo la morte

La chiesa esigeva che tutti accettassero la sua autorità senza metterla in discussione. Il dissenso veniva trattato con particolare durezza e non solo le persone semplici ma anche gli aristocratici e i monarchi dovevano obbedire all’autorità papale. Molto spesso, il Papa era l’unico a legittimare il potere dei Re e degli imperatori di fronte ai cittadini. 

Inoltre, in caso di dispute, l’intermediazione del Papa poteva risultare decisiva: durante l’invasione Normanna dell’Inghilterra, Re Harold aveva promesso solennemente di sostenere l’esercito di Guglielmo di Normandia. Dopo aver ritrattato la sua posizione, il Papa lo scomunicò e benedisse l’invasione normanna come crociata voluta da Dio.

In generale, la scomunica rappresentava una prospettiva terribile e una preoccupante minaccia per qualsiasi regnante dell’epoca: in quanto rappresentante di Dio sulla terra, si riteneva che il Papa avesse il potere di impedire l’entrata delle anime in paradiso e la minaccia di finire all’inferno convinse più volte diversi imperatori e generali a sottostare all’autorità papale.

Il Papa aveva poi la straordinaria capacità di riunire le frammentate forze militari medievali per un’unica causa, come avvenne in occasione della prima crociata, quando Papa Urbano II, durante il Concilio di Clermont, riuscì a chiamare a raccolta i più potenti principi guerrieri tedeschi per difendere la corte di Costantinopoli e riconquistare la Terra Santa ai danni dei Turchi selgiuchidi.

Un freno all’autorità del Papa: il protestantesimo

La ricchezza e il potere della Chiesa Cattolica dominarono il medioevo, raggiungendo tuttavia dei livelli di corruzione che erano ormai diventati inaccettabili anche per i più credenti. Portavoce di questo disagio fu il teologo tedesco Martin Lutero che, con la pubblicazione delle sue famose 95 tesi, diede il via al protestantesimo, una enorme proposta di riforma che si basava sul concetto che l’anima potesse salvarsi anche senza l’intermediazione del clero.

Così, dopo aver ottenuto l’autonomia di diversi regni germanici, si creò una disputa tra Sacro Romano Impero e papato con crescenti sfide al potere della Chiesa: Enrico VIII fu il primo grande regnante europeo a separarsi marcatamente dal potere papale, sposando Anna Bolena senza il consenso del Pontefice, e rendendo la chiesa inglese separata ed autonoma rispetto a quella romana.

La violenza sulla donne e gli abusi domestici nell’antica Roma. Venivano puniti?

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Esisteva la violenza domestica e l’abuso sulle donne nel periodo della Roma antica? E come veniva eventualmente punito?

Sì, la violenza era una caratteristica tipica del mondo romano: si trattava di una società che, nonostante fosse all’avanguardia su parecchi aspetti della vita, si basava sul lavoro degli schiavi e su una società fortemente patriarcale, dove la violenza veniva spesso utilizzata per mantenere il controllo, anche all’interno delle famiglie.

Ad esempio, la seconda moglie di Nerone, Poppea Sabina, venne uccisa a calci dall’imperatore mentre aspettava suo figlio. E anche la prima moglie dell’imperatore, Ottavia, e sua madre Agrippina vennero assassinate dietro suo ordine.

Vi sono poi altri casi: Julia Maiana venne uccisa, come ci conferma il suo epitaffio, dopo 28 anni di matrimonio da suo marito. Appia Anna Regilla, una ricca donna aristocratica e moglie dello scrittore greco Erode Attico, venne assassinata, anch’essa mentre era incinta. Di violenza morirono anche Prima Florentia, annegata, e Apronia, lanciata da una finestra.

Ma nel corso del tempo vennero mai emanate alcune leggi per limitare la violenza sulle donne nella famiglia romana?

Tecnicamente, il capo della famiglia nell’antica Roma, il Pater Familias, aveva un grande potere sui suoi parenti, compreso quello di vita e di morte sui figli, anche se adulti. Lo stesso potere poteva essere esercitato sulla moglie, sui bambini e sugli schiavi, che potevano essere puniti quasi ad esclusiva discrezione del Pater Familias.

Eppure, una prima limitazione alla violenza domestica giunse dall’imperatore Augusto, che introdusse una legislazione contro l’adulterio, rendendo il tradimento e l’attività sessuale extra-coniugale un reato. Nell’ambito di questa norma, Augusto stabilì dei limiti alle circostanze in cui un padre poteva uccidere sua figlia.

E si trattò di una piccola rivoluzione: mai la legislazione romana era entrata così nel dettaglio nel regolamentare la vita familiare, di solito lasciata alla completa iniziativa degli individui.

Da annoverare, decenni più tardi, l’imperatore Adriano, che esiliò un padre per aver ucciso suo figlio per futili motivi, ma anche Traiano, che inflisse una punizione, sempre nei confronti di un Pater Familias, colpevole di maltrattare aspramente il figlio: nonostante il teorico potere che il padre poteva esercitare, Traiano giudicò il trattamento eccessivo e lo condannò per violazione della Pietas.

Altri due imperatori cercarono di intervenire, molto più tardi, per limitare gli abusi domestici: si tratta di Teodosio e di Valentiniano, secondo i quali l’abuso fisico diveniva una giusta causa di divorzio.

Anche se un imperatore successivo, Giustiniano, revocò la norma, lo stesso si interessò di singoli casi giuridici di omicidio domestico, anche se il suo giudizio dipendeva di volta in volta dallo stato sociale e dai suoi rapporti con gli imputati .

Così, anche se siamo lontanissimi dalle moderne norme per la protezione della vita della donna e della sua incolumità in famiglia, i romani, forse unico popolo nel mondo antico, iniziarono a mettere dei paletti alla violenza che poteva essere esercitata tra le mura domestiche, cercando di mantenere il caposaldo della libera iniziativa in famiglia all’interno di limiti accettabili. 

Gli scioperi nella storia. Sono mai realmente serviti?

Siamo abituati a pensare agli scioperi come a qualcosa di relativamente moderno, soprattutto nel corso del Novecento. E invece l’azione di scioperare è antichissima, quasi connaturata al concetto stesso di lavoro.

Già i greci lo conoscevano: nel III secolo a.C, infatti, si formarono delle associazioni di “Musicisti di Dioniso”, con lo scopo di protestare per le buste paghe. Ma diversi scioperi o ritirate nel mondo greco riguardarono la guerra. Secondo il poema epico dell’Iliade, Achille, il migliore dei combattenti Greci, si ritirò dalla battaglia contro i troiani perché privato del suo bottino di guerra, la concubina Briseide.

E di scioperi nell’esercito ve ne furono più di uno: all’inizio del IV secolo a.C, l’esercito greco comandato da Ciro il Giovane, nella sua guerra contro il fratello Artaserse II, pretese un aumento della paga, minacciando di ritirarsi in massa dal servizio militare anche in funzione del fatto che la guerra contro un contendente al trono di Persia sarebbe stata particolarmente pericolosa. 

Persino un condottiero come Alessandro Magno, nel 326 a.C, giunto presso il fiume Hyphasis nell’Hindu Kush si trovò in grave difficoltà quando i suoi soldati si rifiutarono di attraversarlo, tanto da indurre forse il più grande generale di tutti i tempi a rinunciare alla conquista delle Indie. Lo scrittore Ariano, biografo di Alessandro, ci riferisce che questa fu la sua unica sconfitta.

Anche le donne nell’antica Grecia scioperarono: nella commedia di Aristofane, “Lisistrata“, datata 411 a.C, le ragazze greche operarono uno sciopero sessuale per costringere i mariti a fare la pace. E propria a Lisistrata, l’omonima protagonista, venne chiesto di trovare un accordo tra le città greche per porre fine allo sciopero. Nell’opera, Spartani e Ateniesi fanno pace, memori del reciproco aiuto che si erano dati per combattere contro i Persiani.

Non solo il mondo greco, comunque. Anche in Egitto, nel ventinovesimo anno del regno del faraone Ramesse III, 1153 a.C, i costruttori delle tombe reali protestavano per il mancato pagamento del salario. A quel tempo gli operai si pagavano con sacchi di orzo e grano, che costituiva una vera e propria moneta.

Ma le consegne, parecchio in ritardo, erano diventate la norma, tanto che uno scriba si era occupato di tenere un registro degli arretrati. Dopo un primo reclamo, che non venne risolto adeguatamente, un gruppo dirigente di tre uomini, che potremmo paragonare ai nostri capo sindacati, guidarono uno sciopero di 8 giorni, e gli operai scesero nelle strade urlando “Abbiamo fame!” di fronte ai templi sacri, organizzando infine una grande manifestazione con le torce, chiedendo a gran voce che gli venisse pagato almeno un mese di arretrato.

Il nuovo Visir, To, riuscì a raccogliere un anticipo per calmare gli operai, ma il capo delle proteste, Khons, voleva raggiungere tutti i funzionari locali porta a porta: fu solo il suo collega Amunnakht, lo scriba che aveva registrato gli arretrati, a fermarlo.

Non sappiamo esattamente come finì quell’episodio, ma nel corso della storia egizia più volte gli scioperi indicarono una instabilità regionale, soprattutto nella città di Luxor, che soffrì ripetutamente di inflazione, incursioni di tribù nomadi e rapine di tombe.

Gli scioperi in epoca contemporanea: sono serviti realmente?

I primi importanti scioperi in epoca contemporanea sono soprattutto quelli dei minatori di carbone britannici degli anni ’20 e degli anni ’70. Ma le loro iniziative, in realtà, erano costose per gli scioperanti stessi e per le loro famiglie. I sindacati potevano offrire solo un sostegno temporaneo, ma ben presto le loro casse rimanevano vuote. 

Così, divisioni all’interno del sindacato e attriti con altre organizzazioni vanificavano l’effetto degli scioperi. 

Con l’esperienza, i sindacati impararono a concentrare gli scioperi per periodi limitati e soprattutto cercando di ottenere l’appoggio dei cittadini. Un caso emblematico è lo sciopero del porto di Londra del 1889: inizialmente le persone mostrarono vicinanza con gli scioperanti, fino a quando non vennero interrotti i servizi pubblici, il cosiddetto “inverno del malcontento” del 1978. A quel punto, gli scioperanti iniziarono a divenire impopolari.

L’unica situazione in cui i sindacalisti ottenevano dei risultati, si verificava quando il governo aveva un reale motivo di risolvere la controversia, ad esempio durante la prima guerra mondiale, quando era essenziale mantenere alto il livello della produzione militare.

C’è da dire che lo sciopero di massa dei lavoratori non è sempre stata l’unica forma di protesta. I sindacati di alcune categorie professionali, come gli ingegneri o i tipografi, svilupparono lo “Sciopero al dettaglio”, durante il quale utilizzavano i fondi di disoccupazione per sostenere economicamente i dipendenti e permettergli di licenziarsi da aziende prestabilite, così da colpire i singoli datori di lavoro con grande precisione.

Un’altra tecnica, diametralmente opposta, era quella di organizzarsi per portare volontariamente avanti i lavori quando un’azienda era in difficoltà. E’ il caso dei dipendenti dei cantieri navali scozzesi del 1971, che continuarono a lavorare ad oltranza, rifiutandosi di accettare la chiusura degli impianti, ottenendo il plauso dell’opinione pubblica per la loro intraprendenza.

Un paese che ha sempre avuto a che fare con gli scioperi, a volte sanguinosi, è la Cina. Un caso emblematico è quello dell’operaio Gu Zhenghong.

Il memoriale di Gu Zhenghong, l’operaio morto nel 1925 da cui nacque il movimento antimperialista cinese

Nel maggio del 1925, gli operai di una fabbrica tessile di Shanghai erano in sciopero contro la proprietà, guidata da alcuni imprenditori giapponesi, in un periodo in cui il Giappone aveva semi-colonizzato la Cina.

Durante alcuni scontri, Zhenghong venne ucciso a colpi di pistola da un caposquadra. Di lì a poco i lavoratori, indignati per la morte del collega e protestando più in generale contro l’imperialismo giapponese, innescarono un vero e proprio movimento, che raggiunse l’apice della violenza durante alcuni scontri con la polizia britannica, che aprì il fuoco contro di loro, provocando la morte di più di 10 manifestanti.

Si verificò allora uno sciopero generale, dove i principali partiti nazionalisti e comunisti, la Camera di Commercio Generale, gli studenti e i commercianti incrociarono le braccia. Gli scioperi vennero anche accompagnati dal boicottaggio di merci straniere e da scontri violenti e ripetuti con le autorità. Le richieste, in quell’episodio storico, non si limitavano a concessioni sul lavoro ma miravano alla fine del dominio giapponese in Cina. 

Tuttavia, qualche mese dopo, i commercianti erano stanchi delle perdite finanziarie e così gli organizzatori degli scioperi dovettero venire a patti con gli imprenditori e industriali giapponesi.

I contemporanei fecero fatica a giudicare la bontà di quello sciopero: le richieste iniziali dei protestanti erano state sensibilmente ridotte e non tutte erano state soddisfatte. Vennero fondati altri sindacati, ma alcuni di loro vennero chiusi dalle autorità e gli organizzatori furono costretti a lavorare in clandestinità. 

Ma il principale vincitore di quelle tensioni fu il Partito Comunista Cinese, che venne riconosciuto da tutti come il leader della difesa dei diritti dei lavoratori. Così, ci si avviava verso la fine dell’imperialismo e la lotta tra il Partito Comunista Cinese e il Kuomintang, che sarebbe sfociato in una vera e propria guerra civile.

Il Cristianesimo non sarebbe mai decollato, se non fosse arrivato lui: Paolo di Tarso

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Dopo la morte di Gesù nel 33 d.C, il cristianesimo era una religione nuova e fragile, tanto che gli autori del Nuovo Testamento, come l’evangelista Luca, raccontano dei terribili supplizi, come quello di Santo Stefano, e delle difficoltà che i credenti incontrarono per diffondere la religione cristiana.

E allora come è riuscita una fede inizialmente debolissima a diventare il credo per 2,2 miliardi di persone ad oggi?

L’uomo chiave sarebbe Paolo di Tarso, che ebbe un ruolo fondamentale nella diffusione del Cristianesimo primitivo.

Eppure, la sua storia inizia da ebreo e da cittadino romano, tenace avversario e persecutore del cristianesimo. Dopo aver assistito alla scena del martirio di Santo Stefano, si convinse che la nuova religione andasse perseguitata ad ogni costo, collaborando con le autorità per far arrestare uomini e donne cristiane, costringendo i credenti a negare la loro fede per riottenere la libertà.

Paolo di Tarso ottenne addirittura il permesso dal sommo sacerdote di Gerusalemme di inseguire ed arrestare tutti i cristiani in fuga. Ma proprio durante il suo viaggio a Damasco, in Siria, venne fulminato da una luce celeste.

Dopo essere caduto a terra, avrebbe udito la voce di Gesù risorto che gli diceva: “Paolo, perché mi perseguiti ?”. Così, Paolo si trasformò radicalmente da persecutore in seguace del Cristianesimo, dedicando il resto della sua vita alla missione apostolica.

Capitale fondamentale, verso la quale i cristiani perseguitati stavano fuggendo, era l’antichissima città di Antiochia, centro nevralgico della Siria Romana. Paolo, assieme all’apostolo Barnaba, trascorse in quella città un anno, diffondendo i valori della chiesa. Proprio lì sarebbe stato coniato il termine “cristiani“, nel senso di “seguaci di Cristo”.

Facendo base ad Antiochia, Paolo intraprese tre viaggi, i cui dettagli ci sono raccontati dagli Atti degli Apostoli, per un totale di oltre 10mila miglia, tra il 46 d.C e il 57 d.C.  

Copia medievale delle lettere di Paolo di Tarso

Durante le sue peregrinazioni, Paolo avrebbe toccato Israele, Siria, Turchia e Grecia, affrontando anche momenti difficili, compiendo miracoli straordinari e guarendo diversi malati. Arrivò addirittura, sull’isola di Cipro, a battezzare un console romano, Paolo Sergio, a dimostrazione di quanto la sua predicazione fosse straordinariamente efficace. Fu anche il fondatore di chiese in diversi territori dell’impero romano, aiutando le piccole comunità cristiane nella nomina di sacerdoti e di vescovi.

Il suo viaggio venne tormentato dagli ebrei, che lo consideravano un eretico e che gli inflissero arresti e percosse per la predicazione del Vangelo. Soprattutto ad Atene, Paolo sarebbe stato perseguitato e accerchiato dalla folla inferocita, in quanto predicatore di una religione basata su un Dio invisibile: i tradizionalisti criticavano aspramente l’esistenza di un Dio che non si poteva vedere, addirittura creatore del cielo e della terra. 

Ma Paolo, dopo le provocazioni iniziali, sarebbe riuscito a convertire, uno per uno, i contestatori che lo avevano circondato.

Gli Atti ancora ricordano i molteplici arresti da parte dei Romani contro Paolo. Il primo episodio, avvenuto tra il 60 e il 62 d.C, si verificò con l’accusa di aver provocato una rivolta nel tempio ebraico a Gerusalemme. Rinchiuso in una casa privata e sorvegliato da guardie, gli Atti degli Apostoli dicono sia riuscito a convertire i suoi controllori.

Un nuovo arresto avvenne nel 67 d.C, quando venne rinchiuso nel carcere Mamertino. Di lì a poco, il suo martirio. Non sappiamo i dettagli della sua fine, ma le fonti più attendibili riferiscono di una condanna per ordine di Nerone, che lo annoverò tra i colpevoli del grande incendio di Roma del 64.

Paolo, il vero fondatore del Cristianesimo?

Anche se molti altri apostoli e missionari cercarono di diffondere il messaggio cristiano contemporaneamente a Paolo, diversi resoconti biblici mostrano Paolo di Tarso non come un semplice “ambasciatore del messaggio di Cristo” ma abile politico e quasi stratega, in grado di individuare degli elementi fondamentali per attirare nuovi seguaci. Uno stile di conversione unico, che gli avrebbe dato un notevole vantaggio rispetto ad altri predicatori.

Il primo, la disponibilità a battezzare chiunque: che fosse ebreo o non ebreo, i cosiddetti “Gentili”.

Il secondo, una maggiore libertà personale a seguito della conversione. Per abbracciare il messaggio di Cristo, molti altri predicatori pretendevano che si entrasse nella comunità degli ebrei. Per la maggior parte di loro, la fede cristiana non poteva essere separata dal ruolo di Gesù come rabbino ebreo. 

Ma Paolo adottò una strategia differente: riuscì infatti a convertire al cristianesimo persone che, pur credendo nel messaggio del Cristo, non volevano adottare le rigide usanze ebraiche. Così, la sua predicazione,  senza pretendere l’allontanamento dei convertiti dagli usi e costumi dei rispettivi popoli, otteneva un numero di adesioni drasticamente superiore.

La visione particolare, e a tratti rivoluzionaria, del Cristianesimo di Paolo, si può evincere dalle numerose lettere scritte nel corso della sua vita. Proprio in quei carteggi si trovano le idee fondamentali, che divennero poi le basi, della chiesa cattolica. 

Paolo di Tarso ad Atene

Ad esempio, nella “Lettera ai Romani”, Paolo affermò che la fede in Cristo era più forte delle leggi ebraiche, che ogni comunità doveva essere governata dall’amore e che la fede nel Dio Cristiano conteneva in sé la promessa di una vita eterna. Così le 13 epistole, sette delle quali sono sicuramente sue, non solo lo rendono lo scrittore più prolifico della Bibbia, ma costituiscono anche la fonte principale per la comprensione dei futuri ideali della chiesa.

In altre parole, Paolo può essere considerato il fondatore del messaggio del “Regno di Dio”: le sue innovative tecniche di convincimento e di predicazione facevano presa su gran parte della popolazione, che riusciva a comprendere e meglio accettare il messaggio cristiano, unendosi in gran numero ad un culto che diventava ogni giorno più forte, proprio per la sua semplicità nella vita quotidiana.

Probabilmente, senza le innovazioni di Paolo di Tarso, il mondo greco-romano sarebbe stato ben più restìo ad accettare gli insegnamenti cristiani, e forse il cristianesimo avrebbe corso il rischio di estinguersi come un altro culto a lui simile, quello di Mitra, che proprio per il suo carattere strettamente riservato e “settario”, non conobbe lo stesso successo.

Una terza bomba atomica sul Giappone? Gli USA l’avevano ed erano pronti

Le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, sganciate rispettivamente il 6 e il 9 agosto del 1945, sono universalmente considerate come l’ultimo atroce atto della Seconda Guerra Mondiale. Eppure, sembra che gli americani avessero in serbo una possibile terza bomba atomica, nel caso in cui Giappone non si fosse arreso.

Dopo Hiroshima, l’alto comando giapponese si riunì, il 9 agosto, per prendere decisioni fondamentali sull’andamento  della guerra: il tema del giorno, in realtà, era concentrato sulla recente dichiarazione di guerra da parte dell’Unione Sovietica e la conseguente invasione della Manciuria.

Fu esattamente in quelle ore che i giapponesi vennero a conoscenza del secondo attacco su Nagasaki. Era la prova che l’ordigno di Hiroshima non era l’unico in possesso degli Stati Uniti, e che il potenziale bellico americano era ben più alto delle previsioni.

Ma nemmeno la “tenaglia” Stati Uniti – Unione Sovietica aveva convinto gli alti comandi giapponesi alla resa incondizionata. L’imperatore giapponese Hirohito e i suoi si misero infatti al lavoro sulla bozza di una resa “condizionata” agli americani, con lo scopo di preservare l’autonomia della nazione.

Nel frattempo, negli USA regnava l’incertezza. L’offerta da parte del Giappone di una resa a metà, arrivata il 10 agosto, venne esaminata con attenzione dal presidente Truman e dal suo gabinetto. Nel frattempo, però, il Gen. Leslie Grooves, responsabile del “Progetto Manhattan” per lo sviluppo delle bombe atomiche, inviò una lettera al Gen. George Marshall, capo del Gabinetto, avvisandolo che una terza bomba nucleare sarebbe stata pronta molto prima del previsto.

Infatti, gli scienziati impegnati a Los Alamos, nel Nuovo Messico, stavano approntando gli ultimi componenti per la terza bomba atomica, che sarebbe stata pronta per lo sgancio in circa una settimana.  

Il cuore della terza bomba atomica, pronta ad essere lanciata contro Tokyo nell’agosto 1945.

Quando il presidente Truman lo venne a sapere, la sua presa di posizione fu chiara: il terzo ordigno atomico sarebbe stato sganciato solo dietro un suo ordine diretto. Vietata l’iniziativa degli alti comandi militari.

Per quale motivo Truman, che aveva definito l’attacco di Hiroshima come “il più grande risultato della storia militare” non approfittò della situazione? 

Una possibile interpretazione risiede nella considerazione che un terzo ordigno avrebbe potuto accelerare piuttosto che fermare la guerra, dal momento che i giapponesi, vedendosi sull’orlo della distruzione, avrebbero potuto mobilitare tutte le loro forze. 

Altri storici ritengono invece che Truman volesse evitare un ulteriore spargimento di sangue. Nel diario di Henry Wallace, il suo segretario del commercio ed ex vicepresidente, viene indicato a chiare lettere che “Truman ordinò lo stop alla terza bomba atomica in quanto l’idea di uccidere altre 100.000 persone era raccapricciante“.

A questo punto, il destino del conflitto era nelle mani dei giapponesi. La disponibilità di Hirohito alle trattative faceva ben sperare, ma il Presidente americano poteva accettare solamente una resa senza condizioni: tale fu la risposta recapitata dagli USA al Giappone.

Così, dal 10 al 14 agosto, si rimase in ansiosa attesa.

Harry Truman e il suo gabinetto, il 10 agosto 1945

Il giornalismo e gli opinionisti americani ritenevano che l’unico modo di ottenere quanto volevano dai giapponesi fosse l’impiego di un nuovo ordigno atomico. Così andava l’opinione pubblica.

A Los Alamos, gli scienziati stavano intanto apportando gli ultimi ritocchi: in particolare, la nuova arma avrebbe innescato un’implosione composita di plutonio e di uranio arricchito, aumentando drasticamente il numero di morti e di danni. 

Nonostante la frenata di Truman, anche i generali dell’Aeronautica USA erano convinti, e pronti, all’utilizzo di un terzo ordigno. Lo conferma un telegramma del 10 agosto del Gen. Spaatz inviato al Gen. Nordstad, dove si raccomandava fortemente per l’impiego di una nuova atomica, sulla città di Tokyo. 

L’effetto psicologico di un attacco del genere sul governo giapponese sarebbe stato, nella sua valutazione, molto più importante dei danni inflitti alla popolazione. E per tutta risposta, Spaatz venne a sapere che la sua proposta era tenuta in alta considerazione da diversi suoi colleghi. 

La decisione finale sarebbe stata presa solo nelle 48 ore successive.

Il 14 agosto, Spaatz sollecitò nuovamente l’utilizzo della bomba, spiegando che “vi era estrema urgenza di trasferire l’ordigno nei pressi di Tinian per poi procedere contro Tokyo”. Ancora una volta, Truman lo fece aspettare, con la promessa che la decisione finale sarebbe arrivata il giorno successivo.

In quelle drammatiche ore, l’ultimo confronto avvenne tra Truman e l’ambasciatore britannico, che si dimostrò anch’esso preoccupato e sfiduciato: l’imperatore Hirohito e i suoi consiglieri non sembravano disposti ad arrendersi incondizionatamente e forse la bomba atomica lanciata su Tokyo appariva, minuto dopo minuto, l’ipotesi più plausibile. 

Qualora Truman avesse dato l’ordine, lo sgancio sarebbe avvenuto nell’arco di 24 ore. 

Per fortuna, il 14 agosto 1945, il Giappone, intuendo la disponibilità di ulteriori armi atomiche a disposizione dell’arsenale americano, accettò di stipulare una resa incondizionata. 

Ancora oggi si discute sul motivo che portò l’imperatore e i suoi ad accettare le richieste americane, una vera e propria decisione dell’ultimo minuto. Probabilmente, la determinazione di Truman, la dichiarazione di guerra Sovietica e i crescenti dubbi nelle forze interne al Giappone influirono, in diversa misura, sulla decisione che, di fatto, pose fine alla seconda guerra mondiale.

Se la guerra fosse continuata? molto probabilmente, anzi quasi certamente, una terza bomba sarebbe stata utilizzata e il capolinea del conflitto si sarebbe spostato di mesi, forse di anni. 

L’unica certezza è che l’impiego di una terza bomba atomica su Tokyo fu un’ipotesi molto più che plausibile, in quelle convulse giornate dell’agosto 1945.

Il bombardamento di Dresda: il crimine di guerra degli Alleati?

Il nazifascismo ha compiuto i peggiori crimini di guerra che l’essere umano possa immaginare, e nulla potrà mai cambiare questa realtà.

Tuttavia, il bombardamento di Dresda si candida, nelle valutazioni a posteriori degli storici, ad essere classificato come il “crimine di guerra” degli alleati: nel febbraio del 1945, centinaia di aerei, prima britannici e poi americani, operarono un’ecatombe con 20.000 morti su una città molto lontana dalle linea del fronte e nei confronti di una Germania quasi completamente al collasso.

La storia è sufficientemente chiara: su richiesta di Stalin, impegnato sul fronte orientale contro i tedeschi, e con la piena partecipazione e appoggio del primo ministro britannico Winston Churchill, gli americani guidati da Roosevelt, fino a quel momento restii ad utilizzare bombardamenti d’area, accettano di impiegare il cosiddetto “bombardamento strategico“. Come teorizzato dall’italiano Douhet, il bombardamento strategico mira alla distruzione delle industrie belliche nemiche, migliaia di civili inclusi.

Quell’episodio provocò già nei mesi immediatamente successivi un’ondata di sdegno. Se consideriamo come evidentemente di parte la posizione del ministro della propaganda nazista, Joseph Goebbels, che gridò all’ingiustificata distruzione di una “indifesa città d’arte e di ospedali“, lo stesso comportamento di Churchill, all’indomani del bombardamento, conferma un suo parziale passo indietro.

Rimane infatti nella storia il suo telegramma dove afferma che è “giunto il momento di rivedere quello che abbiamo chiamato “bombardamento d’area” delle città tedesche dal punto di vista dei nostri interessi”, un messaggio che in realtà costituisce una versione riveduta e corretta di una prima dichiarazione, mai diramata ufficialmente, ma ancora più chiara: “Mi sembra giunto il momento di rivedere la questione del bombardamento delle città tedesche al solo scopo di seminare terrore, sebbene con altri pretesti.”

15km inceneriti, 20.000 morti. Il bilancio del bombardamento di Dresda nel febbraio 1945

Il dibattito odierno non si è placato. Come sempre, l’opinione degli storici e degli analisti tende a dividersi in due grandi correnti: la prima che considera il bombardamento di Dresda come un effettivo crimine di guerra, un’azione del tutto inutile in una Germania già prossima alla resa.

Fondamentalmente, secondo questa interpretazione, nonostante la presenza di alcune ferrovie e complessi di caserme, come ad Albertstadt o a Nickern, Dresda non aveva quella massa di armamenti o quella capacità di produzione bellica tale da poterla considerare un legittimo obiettivo militare, tantomeno così strategico da meritarsi un bombardamento a tappeto e indiscriminato.

Inoltre, nel febbraio del ’45 l’esercito tedesco si sarebbe potuto considerare già in completa ritirata, se non in rotta, il che fa del bombardamento di Dresda una pura azione terroristica, volta più che altro a fiaccare il morale dei tedeschi e ad accelerare la pressione dell’opinione pubblica, elemento determinante per la caduta del regime di Hitler, secondo la teoria di Clausewitz.

Questa interpretazione, supportata da storici di fama e notevolmente attendibili come Stanton, Grass e Beevor, costituisce dunque una sorta di “mea culpa” con cui gli alleati sono costretti a fare i conti, soprattutto negli ultimi mesi del conflitto. Non solo, il bombardamento di Dresda può essere considerato come il punto di partenza di una profonda riflessione, che si tradurrà, effettivamente, nella definizione di azioni di aeronautica militare non giustificabili, se non in casi estremi.

Dresda dopo il bombardamento. Considerato il primo caso di utilizzo strategico delle bombe, al fine di fiaccare la capacità industriale e morale del nemico.

Un dibattito che si ripresenta, con rinnovato vigore, in occasione dello sgancio delle bombe atomiche.

Per amore di equilibrio, merita però una citazione anche la frangia che tende, se non a difendere quantomeno a ridimensionare, l’azione di britannici e americani.

Secondo questa “parrocchia”, e come si legge nel rapporto americano intitolato “Historical Analysis of the 14-15 february 1945 bombings of Dresden”, a cura della USAF Historical Division, Dresda, seppure non certo centro nevralgico della produzione bellica tedesca, aveva impianti per la produzione di gas, di armi di contraerea e di mitragliatori, in misura sufficiente a considerarlo un obiettivo militare legittimo.

Vi è anche la giustificazione in un possibile spostamento di massa dell’esercito tedesco: 42 divisioni, quasi mezzo milione di uomini, che avrebbe a breve iniziato una marcia verso est, per raggiungere il fronte orientale contro i russi, un pericolo micidiale che si sarebbe scongiurato con la voluta creazione, seppur drammatico a dirlo, di un gran numero di profughi, che sarebbero scappati in direzione opposta, inceppando i movimenti tedeschi.

Inoltre, poggiando i piedi sul concetto per cui non si può giudicare un fatto storico con i parametri di oggi, diversi opinionisti fanno notare, e anche gli americani si difesero così, come al tempo non vi fossero trattati in vigore che limitassero in qualche modo i bombardamenti sulle città nemiche.

Quello stesso iter, poi, venne seguito più volte per altre città, sia nella stessa Germania sia, precedentemente e al contrario, da parte della Luftwaffe nei confronti dei centri urbani britannici, come nel caso Coventry.

Così, vige ancora oggi un intenso dibattito, sempre venato di dubbi e di pericoli, rispettivamente di simpatia o di nostalgia per il nazifascismo qualora si voglia sottolineare la violenza di Dresda, o di un patetico americanismo per chi cerca di comprendere o addirittura di approvare le decisioni del “triumvirato” Stalin-Churchill-Roosevelt.

Una cosa è certa: in quei giorni, e dopo quelle tonnellate di bombe, gli alleati sembrarono perdere quella superiorità etica e morale che avevano sempre rinfacciato al nemico. L’esercito dei liberatori si rese conto che le macerie di Dresda avrebbero costituito uno scheletro nell’armadio, o un terribile incidente di percorso, con il quale, ancora oggi, si è costretti a fare i conti, nonostante la vittoria.

I soviet. Cos’erano e come sono nati

Il soviet, era la principale unità di governo nell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche e svolgeva ufficialmente funzioni sia legislative che esecutive a livello di sindacati, repubblica, provincia, città, distretto e villaggio.

Etimologia di Soviet

“Soviet” deriva da una parola russa che significa consiglio, assemblea, armonia o concordia, e tutto deriva in definitiva dalla radice verbale proto-slava di *vět-iti “informare”, correlata allo slavo “věst”.

La parola “sovietnik” significa consigliere.

Un certo numero di organizzazioni in russo erano chiamate “consiglio”. Ad esempio, nella Russia imperiale, il Consiglio di Stato, che ha funzionato dal 1810 al 1917, era indicato come Consiglio dei ministri.

Il primo Soviet

Il soviet apparve per la prima volta durante i disordini di San Pietroburgo del 1905, quando i rappresentanti dei lavoratori in sciopero che agivano sotto la guida socialista formarono il soviet dei deputati dei lavoratori per coordinare le attività rivoluzionarie. Poco prima dell’abdicazione dello zar Nicola II nel marzo 1917 e della creazione di un governo provvisorio, i leader socialisti istituirono il Soviet di Pietrogrado dei deputati operai e soldati, composto da un deputato ogni 1.000 operai e uno per ogni compagnia militare.

La maggioranza dei 2.500 deputati erano membri del Partito Socialista Rivoluzionario, che affermavano di rappresentare gli interessi contadini. Questo Soviet di Pietrogrado si ergeva come un “secondo governo” di fronte al governo provvisorio e spesso sfidava l’autorità di quest’ultimo. I soviet sorsero in città e paesi in tutto l’impero russo. Gran parte della loro autorità e della legittimità agli occhi del pubblico provenivano dal ruolo dei soviet come accurati riflettori della volontà popolare. I delegati non avevano termini di mandato prestabiliti e le frequenti elezioni suppletive offrivano ampie opportunità per un rapido esercizio di influenza da parte degli elettori.

Il congresso dei Soviet

Nel giugno 1917 il primo Congresso panrusso dei Soviet, composto da delegazioni dei soviet locali, si riunì a Pietrogrado (ora San Pietroburgo). Elesse un comitato esecutivo centrale in sessione permanente, con il presidium di questo comitato a capo del congresso. Il secondo congresso si riunì subito dopo che la fazione radicale bolscevica del Soviet di Pietrogrado, avendo ottenuto la maggioranza in questo corpo, aveva architettato il rovesciamento del governo provvisorio da parte delle guardie rosse e di alcune truppe di supporto. Per protestare contro questo colpo di stato, la rivoluzione russa dell’ottobre 1917, la maggior parte dei membri non bolscevichi del congresso se ne andò, lasciando il controllo ai bolscevichi. Fu istituito un Consiglio dei commissari del popolo tutto bolscevico. I soviet di tutto l’impero assunsero il potere locale, anche se i bolscevichi impiegarono del tempo per raggiungere una posizione dominante in ogni soviet.

Al quinto Congresso panrusso dei Soviet, nel 1918, fu redatta una costituzione che istituiva il soviet come unità formale del governo locale e regionale ed eleggeva il Congresso panrusso dei Soviet come il più alto organo dello stato. Successivamente, la costituzione del 1936 prevedeva l’elezione diretta di un Soviet Supremo bicamerale, il Soviet dell’Unione, in cui l’appartenenza era basata sulla popolazione locale, e il Soviet delle Nazionalità, in cui i membri erano eletti su base regionale. Nominalmente, i deputati e i presidenti dei soviet a tutti i livelli erano eletti dalla cittadinanza, ma in queste elezioni c’era un solo candidato per ogni carica e la selezione dei candidati era controllata dal Partito Comunista.

Ismail al-Jazari: l’inventore dei robot… nel medioevo

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Non è molto conosciuto né citato, ma l’inventore musulmano dell’XII secolo, Ismail al-Jazari, potrebbe essere ampiamente paragonato ad altre grandi menti, come Leonardo da Vinci.

Alcune delle sue invenzioni furono riservate ai ricchi aristocratici islamici, ma nel corso della sua vita, al-Jazari realizzò una serie di macchine che vanno da fontane programmate per accendersi e spegnersi autonomamente ad alcuni strumenti per permettere ai contadini di trasportare l’acqua fino a, forse, un prototipo di quello che oggi conosciamo come robot.

Ismail al-Jazari: un genio dell’ingegneria medievale

Badi al-Zaman Abu al-Izz Ismail ibn al-Razzaz al-Jazari nacque nell’odierna Turchia centro-meridionale nel 1136: era figlio di un umile artigiano e il suo periodo storico fu caratterizzato da pesanti lotte dinastiche e da contese territoriali, influenzate anche dai risultati sociali e politici provocati dalle Crociate.

Forse sull’esempio del padre, al-Jazari lavorò come ingegnere per i governanti regionali: prima servitore della dinastia degli Artuqidi, divenne poi impiegato per gli Zangid, fino a fare carriera e servire i successori del più grande eroe musulmano: Saladino.

In realtà, la vita di Ismail al-Jazari fu relativamente tranquilla e la sua esistenza fu dedicata a progettare ingegnosi dispositivi.

Uno dei motivi fondamentali per i quali conosciamo le sue macchine risiede nel fatto che tanti inventori musulmani hanno ideato apparecchi, ma quasi nessuno come lui ha lasciato testimonianze scritte del suo lavoro, frutto di una grande passione non solo per l’ingegneria ma anche per la realizzazione di manuali. La sua principale produzione, il “Libro della conoscenza dei dispositivi meccanici ingegnosi” è ricco non solo di spiegazioni ma anche di coloratissime illustrazioni per dimostrare come dovevano essere incastrati i pezzi dei suoi marchingegni per poter funzionare.

Leggendo il libro della conoscenza, l’unica fonte che abbiamo su di lui e sulle sue scoperte, sappiamo che al-Jazari attinse a piene mani dalle innovazioni eseguite nei secoli precedenti, rilevando intuizioni dell’antica cultura greca, indiana, persiana e cinese.

Ma al-Jazari non si limitò a riproporre vecchie scoperte, ma cercò di perfezionare i risultati dei grandi inventori suoi predecessori. La prefazione del suo libro recita: “Ho scoperto che alcuni studiosi e saggi hanno realizzato dispositivi descrivendo precisamente ciò che avevano fatto. Non li avevamo considerati fino in fondo e non avevamo sempre seguito la strada giusta, e così le loro intuizioni scivolavano tra il vero e il falso.”

Così, al-Jazari descrisse una vasta serie di strumenti, alcuni più dedicati al divertimento, altri dall’utilità pratica, che andavano dagli orologi ad automi che distribuivano bevande. Progettò anche dispositivi per eseguire salassi, fontane particolarmente complesse, macchine per il sollevamento dell’acqua e strumenti per la misurazione.

Uno dei suoi dispositivi più famosi è sicuramente un enorme orologio ad acqua posto in groppa ad un elefante. L’orologio, eseguito sui modelli dell’antico Egitto e della Babilonia, è notevolmente perfezionato negli ingranaggi. Ogni mezz’ora, l’orologio mostra un animale diverso, dai draghi cinesi agli elefanti indiani e, sempre ogni 30 minuti, i suoi meccanismi interni portano un uccellino in cima ad una cupola a fischiare, o un uomo a far cadere una palla nella bocca di un drago o il guidatore dell’elefante a colpire l’animale in testa.

Ismail al-Jazari e il primo robot della storia

Ma l’interesse per le scoperte di Ismail al-Jazari riguarda un congegno che potrebbe essere considerato il primo robot programmabile della storia, anche se estremamente rudimentale. È un’invenzione costituita da 4 musicisti: un suonatore d’arpa, un flautista e due batteristi, interamente progettata per suonare delle piccole canzoncine ed intrattenere il suo proprietario. I meccanismi interni che animano i suonatori sono stati programmati per essere avviati a mano, e poi suonare autonomamente ritmi diversi e compatibili.

Ovviamente, si trattava di uno strumento per ricchi. Per proseguire serenamente con il suo lavoro, Ismail al-Jazari aveva bisogno di stupire i suoi committenti e la sua ideazione di gadget doveva da un lato alleggerire il peso della fatica quotidiana ma anche diventare motivo di orgoglio per i loro proprietari.

Più avanti nel libro viene descritto il funzionamento di almeno cinque macchine che facilitavano il pompaggio dell’acqua e l’irrigazione, sia nelle case che nelle piccole fattorie. Oltre a ciò, si leggono i dettagli di un albero a gomiti che convertiva il movimento da lineare a rotatorio, ma anche altri strumenti per stabilire la calibrazione delle serrature delle porte.

È notevole osservare come al-Jazari , a differenza di tanti suoi colleghi del tempo, abbia mantenuto un linguaggio estremamente semplice. Altri inventori utilizzavano parole oscure per farsi comprendere solamente da altri colleghi o da una piccola elìte, mentre al-Jazari si preoccupò di farsi capire anche dall’uomo comune. Così, tutte le scoperte di al-Jazari sono corredate da una ricca bibliografia e soprattutto da indicazioni teoriche e calcoli, tali da permetterci di paragonare la sua opera ad un meraviglioso “manuale dell’utente.”

L’eredità di al-Jazari

Al-Jazari morì nel 1206, ma oltre al suo libro, un vero e proprio manifesto all’ingegneria e alla divulgazione, le sue intuizioni saranno fondamentali per la vita civile nei diversi secoli successivi.

I suoi sistemi di approvvigionamento idrico permisero a molti contadini di irrigare i campi con maggiore facilità, ma i suoi dispositivi furono utilizzati persino per la costruzione di sistemi idraulici nelle moschee e negli ospedali di Diyarbakir e Damasco.

In alcuni casi, alcune parti dei suoi progetti sono stati in uso fino ai tempi recenti. Effettivamente, la maggior parte delle sue innovazioni erano secoli avanti, non solo rispetto al mondo musulmano, ma anche nei confronti della scienza europea. Ad esempio, le sue valvole coniche, componente fondamentale dell’ingegneria idraulica, vennero menzionate per la prima volta in Europa due secoli dopo da Leonardo da Vinci, un accanito ammiratore di al-Jazari.

E proprio così viene chiamato dagli addetti ai lavori: “Il Leonardo da Vinci d’Oriente”, anche se alcuni si azzardano ad invertire i termini: “Leonardo da Vinci, l’al-Jazari d’Occidente.”

Il Regno delle Due Sicilie. 8 dicembre l’unificazione

Il Regno delle Due Sicilie nato l’8 dicembre 1816 è stato il più antico e il più grande degli stati italiani del XIX secolo e il suo crollo nel 1860 assicurò inaspettatamente l’unificazione politica dell’Italia. Il Trattato di Casalanza restituì Ferdinando IV di Borbone al trono di Napoli e gli fu restituita l’isola di Sicilia, dove la costituzione del 1812 lo aveva praticamente depotenziato. Nel 1816 annullò la costituzione e la Sicilia fu completamente reintegrata nel nuovo stato, che ora era ufficialmente chiamato Regno delle Due Sicilie. Ferdinando IV divenne Ferdinando I.

Dopo due secoli di dominazione spagnola e poi una breve occupazione austriaca, nel 1734 il regno divenne uno stato dinastico indipendente retto da un ramo cadetto dei Borboni spagnoli. Fino al 1816 Napoli e Sicilia erano regni separati, ciascuno con proprie leggi, costumi e costituzioni. La popolazione della terraferma era di cinque milioni nel 1800, di cui quasi un milione in Sicilia.

Con mezzo milione di abitanti Napoli era la città più grande d’Italia e la terza d’Europa dopo Londra e Parigi, mentre Palermo, con i suoi 200.000 abitanti, era poco più grande di Roma alla fine del Settecento. Ma le dimensioni di queste città erano una conseguenza dei privilegi che i critici del diciottesimo secolo ritenevano contribuissero alla povertà di gran parte del resto del regno.

Mappa del Regno delle due Sicilie

I privilegi dei feudatari laici ed ecclesiastici erano più estesi che in qualsiasi altra monarchia dell’Europa occidentale, ma i tentativi dei governanti borbonici di riformare la monarchia di ancien régime incontrò una feroce resistenza.

Nel 1794 il Regno delle Due Sicilie si unì alla coalizione contro la Francia rivoluzionaria, ma i preparativi per la guerra misero a dura prova la monarchia, che crollò nel novembre 1798 quando il re Ferdinando IV fu sconfitto mentre cercava di affrontare un esercito francese che aveva allestito un governo repubblicano a Roma. Il re e la sua corte fuggirono in Sicilia sulla nave da guerra dell’ammiraglio Horatio Nelson, mentre un esercito francese stabilì una repubblica a Napoli nel gennaio 1799.

La Repubblica Napoletana è nota soprattutto per le modalità della sua caduta nel giugno 1799, quando i suoi sostenitori furono massacrati da una fanatica controrivoluzione popolare – l’Esercito Cristianissimo della Santa Fede – guidato dal cardinale Fabrizio Ruffo. Infatti, come le sue repubbliche sorelle, la Repubblica Napoletana cadde perché il Direttorio ritirò i suoi eserciti dall’Italia e perché la città fu bloccata dalle navi di Nelson. Ma la ferocia che seguì provocò repulsione in tutta Europa, e il coinvolgimento di Nelson fu in seguito descritto come una “macchia sull’onore dell’Inghilterra”.

Nel 1806 la terraferma fu nuovamente invasa da un esercito francese, e i Borboni fuggirono nuovamente in Sicilia. Il fratello di Napoleone, Giuseppe, governò a Napoli fino al 1808, quando fu trasferito in Spagna e sostituito dal cognato dell’imperatore Gioacchino Murat. I rapporti tra Napoli e Parigi divennero tesi dopo l’arrivo di Murat e misero in luce le intenzioni coloniali dell’impero napoleonico. Sebbene Murat non condividesse il destino di Luigi Bonaparte, che era stato rimosso dal trono d’Olanda nel 1810, nel 1814 disertò verso gli Alleati nella speranza di salvare il suo regno. Ma gli Alleati si rifiutarono di dare garanzie, così Murat si unì nuovamente a Napoleone dopo la fuga dall’Elba nel 1815. L’episodio napoleonico nell’Italia meridionale si concluse quando Murat fu sconfitto dagli austriaci a Tolentino.

Durante il breve periodo della dominazione francese la monarchia napoletana fu completamente riorganizzata. Il feudalesimo fu abolito, il governo centrale e locale fu riorganizzato secondo le linee francesi, fu introdotto il Codice napoleonico e i debiti dell’antica monarchia furono riscattati attraverso la soppressione di oltre 1.300 case religiose. Ma l’ostilità nei confronti dell’imperialismo francese diede luogo anche a rivendicazioni di governo costituzionale negli ultimi anni del regno di Murat, che trovarono una base organizzativa nelle società segrete, in particolare nella Carboneria.

Quando i Borboni tornarono a Napoli nel 1815 non solo mantennero tutte le riforme introdotte dai francesi, tranne solo per il divorzio civile, ma nel 1816 le estesero anche alla Sicilia, che perse la sua secolare autonomia. Per riconoscere l’unione il re cambiò il suo titolo in Ferdinando I, ma il risentimento dei siciliani e le continue pressioni per una costituzione furono le principali cause delle rivoluzioni che iniziarono nell’esercito borbonico nel luglio 1820. Le principali richieste erano per una maggiore autonomia locale e libertà politica, ma dopo nove mesi di governo costituzionale il Regno delle Due Sicilie fu nuovamente invaso da un esercito austriaco nel marzo 1821. Seguì un’epurazione sistematica di tutti i sospetti liberali, nonché misure per proteggere l’economia del regno. Le sue finanze erano andate in bancarotta a causa della rivoluzione e nel 1822 i suoi debiti furono acquisiti dalla banca Rothschild. Furono adottate tariffe protettive elevate per ridurre la dipendenza dalle importazioni estere, ma ciò portò a una guerra commerciale con la Gran Bretagna che culminò nel 1840 quando le cannoniere britanniche entrarono nel Golfo di Napoli e costrinsero il governo a sottomettersi.

Dopo il regno reazionario di Francesco I (1825-1830), l’adesione di Ferdinando II (nipote di Luigi Filippo, monarca costituzionale francese) nel 1830 suscitò speranze di cambiamento politico che non si concretizzarono mai. Con il deteriorarsi delle condizioni economiche nei primi anni Quaranta dell’Ottocento crebbe il malcontento popolare, soprattutto nelle zone rurali, ma un tentativo dei fratelli veneziani Attilio ed Emilio Bandiera di scatenare una rivolta in Calabria fu rapidamente soppresso. Quattro anni dopo, però, nel gennaio 1848, a Palermo iniziarono le rivoluzioni europee. Nel tentativo di contenere le proteste Ferdinando II di Napoli fu il primo sovrano italiano a concedere il governo costituzionale, ma il 15 maggio fu anche il primo a mettere in scena una vittoriosa controrivoluzione.

Come nel 1820, Palermo adottò la causa separatista che la portò a scontrarsi con i liberali napoletani e con molte altre città siciliane. Ma a differenza del 1820, l’esercito rimase fedele alla monarchia. L’ordine fu rapidamente ristabilito nelle province di terraferma, e in ottobre la marina borbonica bombardò Messina, che valse a re Ferdinando il titolo di “re Bomba”. Palermo resistette fino al maggio 1849.

I Borboni napoletani furono gli unici governanti italiani a rovesciare le rivoluzioni senza assistenza esterna, ma la loro vittoria li lasciò isolati diplomaticamente. Il Piemonte era ormai una monarchia costituzionale mentre in tutta Europa re Bomba era la personificazione della reazione, una reputazione che si rafforzò quando il politico liberale inglese William Gladstone protestò contro il trattamento dei prigionieri politici napoletani e denunciò la monarchia borbonica come “la negazione di Dio istituita come sistema di governo”.

Il pericolo maggiore per i Borboni napoletani fu rappresentato dal declino del potere austriaco e la sconfitta dell’Austria nel 1859 lasciò il regno senza alleati. Le conseguenze divennero evidenti quando lo sbarco di Garibaldi a Marsala nel maggio 1860 scatenò la terza e vittoriosa rivolta separatista siciliana. Ormai la monarchia aveva perso anche l’appoggio dei latifondisti di terraferma, e sebbene l’esercito rimanesse leale, non seppe fronteggiare né le camicie rosse di Garibaldi né l’esercito piemontese che nell’ottobre 1860 invase il regno con il pretesto di proteggere il papa. Scampato per un pelo a un bombardamento di artiglieria a Gaeta in flagrante violazione dell’armistizio, l’ultimo re delle Due Sicilie, Francesco II, che era succeduto al padre appena un anno prima, fu portato a Roma ed esiliato su una nave da guerra britannica.

Plebisciti frettolosamente organizzati in terraferma e in Sicilia in ottobre e novembre sancirono l’annessione al Piemonte e quindi la fine del regno. In molte parti del sud, tuttavia, l’unificazione fu vissuta come un’occupazione militare. Un gran numero di ex soldati borbonici morirono di malattie e maltrattamenti nelle carceri, mentre gli oppositori della monarchia piemontese furono esclusi dalle cariche pubbliche.

Nel giro di un anno gran parte del sud e della Sicilia erano in aperta rivolta, una situazione che il governo indicò come “brigantaggio”. Ma tra il 1861 e il 1864 furono impegnati più uomini nelle operazioni contro presunti briganti che in tutte le precedenti guerre di indipendenza, e nel 1866 la marina dovette essere impiegata per reprimere un’altra rivolta separatista a Palermo.
Al momento dell’unificazione le differenze tra nord e sud erano molto inferiori a quelle che sarebbero state entro la fine del secolo. Ma l’estensione delle misure di libero scambio piemontesi nel 1861 provocò il crollo delle industrie meridionali, che comprendevano le più grandi fabbriche di ingegneria e cantieristica d’Italia. I settori più avanzati delle economie meridionali saranno devastati dalla crisi agricola che colpirà l’intera Europa negli anni Ottanta dell’Ottocento, ma il Mezzogiorno soffrirà più in generale di incuria, sovrattassazione e mancanza di investimenti.

Ho Chi Minh, biografia e politica

Ho Chi Minh, nome originale Nguyen Sinh Cung, nasce il 19 maggio 1890 nel villaggio di Hoang Tru, nella provincia di Nghe An, nel Vietnam del Nord. Suo padre, Nguyễn Sinh Sắc, era un funzionario imperiale e sua madre, Nguyen Thi Ho, era una contadina.
Fu il fondatore della Partito Comunista Indocinese. In qualità di leader del movimento nazionalista vietnamita per quasi tre decenni, Ho è stato uno dei primi promotori del movimento anticoloniale in Asia del secondo dopoguerra e uno dei leader comunisti più influenti del XX secolo.

Ho Chi Minh, i primi anni di vita

Figlio di uno studioso di campagna, Nguyen Sinh Huy, Ho Chi Minh è cresciuto nel villaggio di Kim Lien. Ha avuto un’infanzia infelice, ma tra i 14 ei 18 anni ha potuto studiare in un liceo a Hue. Successivamente è noto per essere stato un maestro di scuola a Phan Thiet e poi è stato apprendista presso un istituto tecnico a Saigon.

Nel 1911, sotto il nome di Ba, trovò lavoro come cuoco su un piroscafo francese. Fu marinaio per più di tre anni, visitando vari porti africani e le città americane di Boston e New York. Dopo aver vissuto a Londra dal 1915 al 1917, si trasferì in Francia, dove lavorò, a sua volta, come giardiniere, spazzino, cameriere.

Durante i sei anni trascorsi in Francia (1917-1923), divenne un socialista attivo sotto il nome di Nguyen Ai Quoc. Organizzò un gruppo di vietnamiti residenti in Francia e nel 1919 indirizzò una petizione in otto punti ai rappresentanti delle grandi potenze alla Conferenza di pace di Versailles che concluse la prima guerra mondiale. Nella petizione, Ho Chi Minh chiese che il potere coloniale francese garantisse ai suoi sudditi in Indocina pari diritti con i governanti. Questo atto non ha avuto alcuna risposta da parte degli operatori di pace, ma lo ha reso un eroe per molti vietnamiti politicamente attivi. L’anno seguente, ispirata dal successo della rivoluzione comunista in Russia e da quella di Vladimir Lenin, Ho si unì ai comunisti francesi quando si ritirarono dal Partito socialista nel dicembre 1920.

Dopo gli anni di attività militante in Francia, dove conobbe la maggior parte dei dirigenti della classe operaia francese, Ho Chi Minh si recò a Mosca alla fine del 1923. Nel gennaio 1924, dopo la morte di Lenin, pubblicò un commovente addio al fondatore dell’Unione Sovietica pubblicato sulla Pravda. Sei mesi dopo, dal 17 giugno all’8 luglio, prese parte attiva al Quinto Congresso dell’Internazionale Comunista, durante il quale criticò il Partito Comunista Francese per non essersi opposto più vigorosamente al colonialismo. La sua dichiarazione al congresso è degna di nota perché contiene la prima formulazione della sua fede nell’importanza del ruolo rivoluzionario dei contadini oppressi.

Nel dicembre 1924, sotto il falso nome di Ly Thuy, Ho Chi Minh si recò a Canton (Guangzhou), roccaforte comunista, dove reclutò i primi quadri del movimento nazionalista vietnamita, organizzandoli nel Vietnam Thanh Nien Cach Menh Dong Chi Hoi, “Associazione giovanile rivoluzionaria vietnamita”, che divenne famosa con il nome di Thanh Nien. Quasi tutti i suoi membri erano stati esiliati dall’Indocina a causa delle loro convinzioni politiche e si erano riuniti per partecipare alla lotta contro il dominio francese sul loro paese. Così, Canton divenne la prima patria del nazionalismo indocinese.

Quando Chiang Kai-shek, allora comandante dell’esercito cinese, espulse i comunisti cinesi da Canton nell’aprile 1927, Ho Chi Minh cercò nuovamente rifugio in Unione Sovietica. Nel 1928 si recò a Bruxelles e Parigi e poi in Siam, l’attuale Thailandia, dove trascorse due anni come rappresentante dell’Internazionale Comunista, l’organizzazione mondiale dei partiti comunisti, nel sud-est asiatico. I suoi seguaci, tuttavia, rimasero nel sud della Cina.

Fondazione del Partito Comunista Indocinese

Incontrandosi a Hong Kong nel maggio 1929, i membri del Thanh Nien decisero di formare il Partito Comunista Indocinese (PCI). Altri, nelle città vietnamite di Hanoi, Hue e Saigon, iniziarono l’effettivo lavoro di organizzazione, ma alcuni dei luogotenenti di Ho Chi Minh erano riluttanti ad agire in assenza del loro capo, che godeva della fiducia di Mosca. Ho Chi Minh tornò dal Siam e il 3 febbraio 1930 presiedette alla fondazione del partito. All’inizio si chiamava Partito Comunista Vietnamita, ma, dopo l’ottobre 1930, Ho Chi Minh, agendo su consiglio sovietico, adottò il nome di Partito Comunista Indocinese.

In questa fase della sua carriera, Ho Chi Minh agì più come arbitro dei conflitti tra le varie fazioni, consentendo l’organizzazione dell’azione rivoluzionaria, piuttosto che come iniziatore. In queste azioni si possono vedere la prudenza, la sua consapevolezza di ciò che era possibile realizzare, la sua cura di non alienare Mosca e l’influenza che aveva già ottenuto tra i comunisti vietnamiti.

La creazione del PCI coincise con un violento movimento insurrezionale in Vietnam. La repressione dei francesi fu brutale; Lo stesso Ho Chi Minh fu condannato a morte in contumacia come rivoluzionario. Ha cercato rifugio a Hong Kong, dove la polizia francese ha ottenuto il permesso dagli inglesi per la sua estradizione, ma gli amici lo hanno aiutato a fuggire, ed è arrivato a Mosca via Shanghai.

Nel 1935 il VII Congresso dell’Internazionale, riunito a Mosca, al quale partecipò come capo delegato del PCI, sancì ufficialmente l’idea del Fronte popolare, un’alleanza con la sinistra non comunista contro il fascismo, una politica da tempo propugnata da Ho Chi Minh. In linea con questa politica, i comunisti in Indocina moderarono la loro posizione anticolonialista nel 1936, consentendo la cooperazione con i “colonialisti antifascisti”. La formazione del governo del Fronte popolare del premier Léon Blum in Francia nello stesso anno permise alle forze di sinistra in Indocina di operare più liberamente, sebbene a Ho Chi Minh, a causa della sua condanna nel 1930, non fu permesso di tornare dall’esilio. La repressione tornò in Indocina con la caduta del governo Blum nel 1937 e nel 1938 il Fronte popolare era morto.

Movimento per l’indipendenza 

Nel 1941, Hồ Chí Minh tornò in Vietnam per guidare il movimento indipendentista del Việt Minh. L’occupazione giapponese dell’Indocina quell’anno, il primo passo verso un’invasione del resto del sud-est asiatico, creò un’opportunità per i patrioti vietnamiti. I cosiddetti “uomini in nero” erano una forza di guerriglia di 10.000 membri che operava con il Việt Minh. Ha supervisionato molte azioni militari di successo contro la Francia di Vichy e l’occupazione giapponese del Vietnam durante la seconda guerra mondiale, sostenuto da vicino ma clandestinamente dall’Ufficio dei servizi strategici degli Stati Uniti e successivamente contro la decisione francese di rioccupare il paese.

È stato imprigionato in Cina dalle autorità locali di Chiang Kai-shek prima di essere salvato dai comunisti cinesi. Dopo il suo rilascio nel 1943, tornò in Vietnam. Fu durante questo periodo che iniziò a usare regolarmente il nome Hồ Chí Minh, un nome vietnamita che combinava un comune cognome vietnamita (Hồ,胡) con un nome proprio che significa “Spirito luminoso” o “Chiara volontà” dal sino-vietnamita 志明: Chí che significa “volontà” o “spirito” e Minh che significa “luminoso.

Nel 1946, il futuro primo ministro israeliano David Ben-Gurion e Hồ Chí Minh si conobbero quando soggiornarono nello stesso hotel a Parigi.

Nel 1946, quando viaggiò fuori dal paese, i suoi subordinati imprigionarono 2.500 nazionalisti non comunisti e ne costrinsero altri 6.000 a fuggire. Centinaia di oppositori politici furono incarcerati o esiliati nel luglio 1946, in particolare membri del Partito nazionalista del Vietnam e del Partito nazionale Dai Viet dopo un tentativo fallito di organizzare un colpo di stato contro il governo del Viet Minh.

Tutti i partiti politici rivali furono successivamente banditi e i governi locali furono epurati per ridurre al minimo l’opposizione. Tuttavia la Repubblica Democratica del Vietnam aveva più di due terzi dei suoi membri provenienti da fazioni politiche non Việt Minh, alcune senza elezioni. Il leader del Partito nazionalista del Vietnam Nguyễn Hải Thần è stato nominato vicepresidente.

Presidente del Vietnam

Nella conferenza di Ginevra, il Vietnam fu riconosciuto indipendente, ma venne diviso in due parti: sud filo-statunitense e nord comunista e, almeno inizialmente, filo-sovietico. Ho Chi Minh divenne presidente della Repubblica Democratica del Vietnam ossia il Vietnam del Nord nel 1954 dove però era già dichiarato presidente il 2 marzo 1946, ma in quell’occasione non venne riconosciuto a livello internazionale.

Tra il 1953 e il 1956, il governo del Vietnam del Nord ha introdotto varie riforme agrarie, tra cui “riduzioni degli affitti” e “riforme agrarie”, che sono state accompagnate dalla repressione politica. Tra le 10 000 e le 15 000 persone furono giustiziate durante la campagna di riforma agraria.[28][29]

Sentiero di Ho Chi Minh

L’Ho Chi Minh Trail prende il nome da Ho Chi Minh ed era una via di rifornimento militare utilizzata dal Viet Minh per inviare rifornimenti dal Vietnam del Nord attraverso Laos e Cambogia ai sostenitori nel Vietnam del Sud. Al suo apice, ogni giorno venivano inviate diverse tonnellate di rifornimenti, armi e munizioni.

L’importanza di Ho Chi Minh

Tra i rivoluzionari del XX secolo, Ho Chi Minh ha condotto la battaglia più lunga e costosa contro il sistema coloniale delle grandi potenze. Uno dei suoi effetti fu quello di provocare una grave crisi nella vita nazionale del più potente dei paesi capitalisti, gli Stati Uniti. Come marxista, Ho Chi Minh si schiera con il leader jugoslavo Tito come uno dei progenitori del “comunismo nazionale” che si sviluppò negli anni ’60 e (almeno in parte) con Mao Zedong della Cina comunista nell’enfatizzare il ruolo dei contadini nella lotta rivoluzionaria.

La maggior parte degli scritti di Ho Chi Minh è raccolta nei due volumi Selected Works, pubblicati ad Hanoi nel 1960, nella collana delle Foreign Language Editions.