lunedì 22 Giugno 2026
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Green pass: Lamorgese incontra i prefetti. Più controlli

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Il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha incontrato in videoconferenza i prefetti e i questori dei capoluoghi di regione per dare indicazioni sulla programmazione dei servizi finalizzati ai controlli sul possesso del “green pass” dopo l’entrata in vigore del decreto legge n.172/2021, che prevede nuove e più stringenti misure per contenere la diffusione del Covid-19. Alla riunione hanno partecipato, in presenza, il Capo della polizia-Direttore generale della pubblica sicurezza, Lamberto Giannini, il Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Teo Luzi, e il Vice comandante della Guardia di Finanza, Giuseppe Vicanolo.

Le indicazioni emerse nel corso dell’incontro verranno ora recepite nei piani territoriali predisposti dai prefetti sentiti i Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica.

«In questa fase ancora molto delicata per la salute pubblica, le forze di polizia e le polizie locali continueranno a dare il massimo e ad agire con responsabilità ma anche con la necessaria fermezza, effettuando controlli più serrati sulla certificazione verde con una particolare attenzione alle aree e alle fasce orarie di maggiore afflusso di persone», ha detto la responsabile del Viminale. «Ho chiesto ai prefetti di coinvolgere tutti i soggetti interessati, raccomandando loro di intensificare il confronto con i rappresentanti delle associazioni di categoria degli esercenti anche al fine di sviluppare una capillare opera di sensibilizzazione dei propri aderenti», ha aggiunto il ministro.

In base alla nuova normativa, ai prefetti è stato chiesto di mettere a punto dispositivi dedicati per i controlli sugli utenti del trasporto pubblico locale con modalità condivise con le aziende di servizio nell’ambito dei Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica.

In vista dei nuovi obblighi sul “green pass”, che scatteranno il prossimo 6 dicembre, il ministro ha anticipato la convocazione di una nuova riunione con prefetti dei capoluoghi di regione per una ulteriore valutazione dei piani messi a punto, con particolare riguardo al trasporto pubblico locale.

Il legionario romano del tardo impero: armi ed equipaggiamento

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Il legionario romano del tardo Impero, soprattutto nel IV e V secolo d.C, è dotato di un equipaggiamento di base che, pur sempre costituito da un’armatura, un elmo, uno scudo e una spada, conosce delle importanti evoluzioni rispetto al periodo repubblicano e alto Imperiale.

I cambiamenti e le nuove tendenze nell’equipaggiamento del legionario del tardo Impero includono: indumenti più caldi, la scomparsa di armature e armi tipiche dei periodi repubblicani e alto Imperiali, l’adozione da parte della fanteria di equipaggiamenti che erano stati  precedentemente utilizzati dalla cavalleria, e una cavalleria pesantemente corazzata.

Inoltre, mentre i legionari repubblicani combattevano in formazioni serrate sul campo di battaglia, corpo a corpo e in spazi ristretti, il legionario tardo imperiale utilizza delle armi che aumentano notevolmente le distanze con l’avversario, per via di scontri più mobili e più veloci rispetto al passato.

L’abbigliamento del legionario romano nel tardo impero

Se nel I e nel II secolo d.C l’abbigliamento di un legionario romano consisteva in una tunica a maniche corte, il cui orlo arrivava alle ginocchia e in speciali sandali chiamati caligae, il legionario del tardo Impero deve necessariamente aggiornare il suo abbigliamento. 

I vestiti indossati nelle epoche precedenti lasciavano sistematicamente scoperte le braccia e le gambe, ma i legionari del tardo impero sono sempre più costretti a combattere in territori Nord europei, con temperature decisamente inferiori.

Tunica tardo impero

Per il legionario tardo Imperiale diventa quindi la regola indossare una tunica a maniche lunghe, dei pantaloni chiamate “Bracae”, e delle calze indossate all’interno dei sandali chiodati, chiamati “Caligae” oltre a stivali allacciati fino all’altezza del polpaccio. 

L’abbigliamento tardo romano era spesso riccamente decorato tramite strisce intrecciate o ricamate, oltre che tondi circolari o pannelli quadrati aggiunti direttamente sopra la tunica. Questi elementi decorativi erano di solito basati su motivi geometrici o vegetali stilizzati, ma spesso potevano includere anche figure umane o animali. 

L’elemento dell’abbigliamento che distingueva un soldato semplice da un ufficiale era solitamente un cappello rotondo senza tesa noto “Berretto pannonico.”

L’armatura del legionario del tardo impero

I legionari avevano sempre indossato tre tipi di loriche: la Lorica Hamata, composta fondamentalmente da una cotta di maglia, la Lorica segmentata, realizzata con più strati di metallo, e la Lorica squamata, un armatura a scaglie che imitava la pelle di un pesce. 

Soprattutto la Lorica Segmentata era stata utilizzata dai legionari per contrastare le grandi cariche della cavalleria germanica o le frecce tipiche degli eserciti orientali, ma si trattava di un armatura particolarmente pesante da indossare , costosa da produrre e difficile da mantenere. 

Già nel III secolo  d.C sappiamo che la Lorica Segmentata cadde in disuso e le truppe vengono raffigurate sui bassorilievi senza armatura. 

Armatura tardo impero antica roma

Su questo punto vi è una fonte abbastanza controversa: lo storico romano Vegezio riferisce che già nel 390 d.C i soldati non indossavano più le armature.

“Dalla fondazione di Roma fino al regno dell’imperatore Graziano i legionari portavano corazze ed elmi. Ma la negligenza e l’accidia avevano gradualmente introdotto un totale abbandono della disciplina, tanto che i soldati cominciarono a pensare che le loro armature fossero troppo pesanti e infatti raramente indossavano. 

Chiesero mano mano all’imperatore il permesso di abbandonare prima l’uso della corazza e poi dell’elmo. Per questo le nostre truppe, in combattimento contro i Goti, furono spesso sopraffatte dalla loro pioggia di frecce. Malgrado tali ripetute sconfitte, non si ritenne di introdurre l’obbligo delle corazze e degli Elmi, il che portò alla distruzione di tante grandi città. 

Le truppe, indifese ed esposte a tutte le armi del nemico, non volevano più combattere. Cosa ci si può aspettare da un arciere a piedi senza corazza né elmo, che non è capace di impugnare l’arco e lo scudo? I Fanti ormai trovavano intollerabile il peso di una corazza o di un elmo. Ormai questo equipaggiamento è così in disuso che raramente viene indossato.”

Questa descrizione di Vegezio è però abbastanza inattendibile, e deriva forse da  una errata interpretazione delle informazioni da parte dello storico romano: effettivamente risulta piuttosto difficile credere che durante le guerre gotiche i legionari fossero completamente sprovvisti di corazze, tanto più che esistono altre prove  archeologiche che le armature continuarono ad essere indossate per tutto il periodo tardo antico.

La documentazione artistica mostra infatti che la maggior parte dei soldati romani del tardo Impero indossavano ancora armature di metallo. Ad esempio, nelle illustrazioni della “Notitia dignitatum”, una fonte fondamentali sul tardo Impero redatta dopo il regno dell’ imperatore Graziano, si spiega chiaramente che le fabbriche di armi dell’esercito romano producevano armature di maglia ancora alla fine del quarto secolo d.C. 

Anche un manoscritto Vaticano del V secolo d.C e il bassorilievi sulla colonna di Arcadio, mostrano soldati con l’armatura.

Per questo motivo, è probabile che le corazze del legionario del tardo impero  fossero in realtà costituite in metallo, con una linea che seguiva  la forma dei muscoli del petto e degli addominali, e fossero accompagnate da strisce di cuoio come protezione per le spalle. 

A differenza di quanto si otteneva con la Segmentata a piastre, che non offriva alcuna protezione per le braccia o sotto i fianchi, alcune rappresentazioni pittoriche o scultoree di soldati tardo Imperiali dimostrano chiaramente l’esistenza di armature di maglia o a scaglie che offrono una protezione più ampia. Spesso, la corazza era talmente lunga da proteggere addirittura le cosce.

La descrizione di truppe tardoantiche da parte di Ammiano Marcellino, conferma che una moda  diffusa presso molti soldati era quella di utilizzare dei segmenti metallici curvi e sovrapposti per la protezione degli arti. Si trattava di sottili cerchi di lastre di ferro, adattati alle forme del corpo, che coprivano completamente le braccia e le gambe.

L’elmo del legionario del tardo impero

Mentre gli elmi del periodo repubblicano (come il Montefortino) coprivano la testa quasi come un berretto e proteggevano abbastanza sommariamente le guance, già durante il terzo secolo d.C gli elmi assunsero delle caratteristiche più protettive, che seguivano con maggiore precisione il contorno del cranio e del collo.  Vennero aggiunte Inoltre delle sbordature a protezione delle orecchie e della parte alta delle spalle.

Già alla fine del III secolo si verificò una completa rottura con il precedente design dell’elmo romano. L’elmo dei legionari tardo Imperiali abbandonò Infatti il modello celtico, e si ispirò fortemente alla struttura dei caschi dell’impero orientale sasanide. 

I nuovi elmi erano infatti caratterizzati da una protezione per il cranio costruita con più elementi uniti da una cresta centrale e per questo chiamati “Elmi a cresta “. 

Questi si dividevano in due sottogruppi: “Intercisa” e “Berkasovo “.

Il modello Intercisa era costituito da un teschio formato da due pezzi, che lasciava libero il viso e aveva dei fori per le orecchie con dei piccoli paraguance.  Essendo molto più semplice ed economico da fabbricare era probabilmente l’elmo più comune, ma era strutturalmente più debole e offriva una protezione meno efficace.

Ben più solido il tipo Berkasovo, un elmo a cresta più robusto e protettivo. Questo tipo di elmo si basava su una protezione del cranio garantita da più elementi messi insieme, una protezione nasale centrale, una protezione sulla fronte rivettata all’interno e un’ampia copertura per le guance.

Nonostante gli elmi del tardo Impero fossero di fabbricazione relativamente semplice, la maggior parte dei campioni arrivati fino a noi sono riccamente decorati, compreso il più semplice modello Intercisa.  

Alcuni studiosi ritengono che gli elmi fossero parte integrante della paga del legionario, e per questo motivo fossero particolarmente abbelliti, mentre altri esperti e rievocatori ritengono che gli elmi che sono giunti fino a noi sono decorati semplicemente perché appartenenti quasi esclusivamente ad ufficiali.

Lo scudo del legionario nel tardo impero

Nel terzo secolo d.C scomparve il classico scudo del legionario, di forma rettangolare e convessa. Nel tardo Impero tutte le truppe, tranne gli arcieri, adottavano ormai degli scudi più grandi e larghi di forma ovoidale o rotonda.  

Venivano costruiti con delle assi verticali incollate e rivestite internamente ed esternamente con del cuoio o della pelle. I bordi dello scudo erano rilegati con una pelle grezza cucita che durante l’asciugatura si restringeva, migliorando la coesione strutturale.

La spada del legionario del tardo impero

La classica spada del legionario repubblicano e alto imperiale, il gladio Hispaniensis o Mainz, venne gradualmente soppiantato durante il III secolo. La fanteria adottò infatti la “Spatha”,  una spada che aveva una lunghezza media di 70 cm, che nei secoli precedenti veniva utilizzata solamente dalla cavalleria. A volte la fanteria poteva utilizzare, come ci racconta Vegezio, una spada un po’ più corta, chiamata “Semispatha”.  

La spada del legionario del tardo impero

Oltre ad allungare la propria spada, la fanteria si era dotata anche di una lancia, che divenne la principale arma da combattimento, in sostituzione del gladio. Queste armi dimostrano come l’esercito romano tardo imperiale non affrontasse più il nemico in un corpo a corpo in spazi ridotti, ma privilegiava una lotta a distanza.

Nel IV secolo d.C non abbiamo più ulteriori evidenze archeologiche o artistiche del classico pugio, il pugnale militare romano.  Solamente in alcune tombe vi sono dei coltelli che assomigliano al Pugio, ma utilizzati come semplici accessori per le cinture.

I giavellotti del legionario del tardo impero

Oltre alla lancia, i Fanti portavano il cosiddetto “Spiculum”: si trattava di un giavellotto molto più corto rispetto al periodo repubblicano. 

Ma i Fanti tardo romani portavano prevalentemente una mezza dozzina di dardi da lancio foderati in piombo chiamati “plumbata”, che avevano una gittata di circa 30 metri, ben oltre quella dei giavellotti repubblicani. 

Questi dardi si agganciavano alla parte posteriore dello scudo o venivano portati in apposite faretre: il fante tardo repubblicano, quindi, aveva molti più missili a disposizione dei classici due giavellotti dei loro predecessori repubblicani.

Il relitto della nave romana dell’isola di Mal di Ventre

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Se si fa una visita all’interno del museo civico Giovanni Marongiu di Cabras, oltre ad ammirare alcune delle enormi e meravigliose statue preistoriche dei Giganti di Mont’è Prama, oppure i resti del tofet fenicio punico di Tharros, si possono vedere i reperti di una nave romana, precisamente un mercantile, naufragato in epoca repubblicana nelle coste sarde, nei pressi dell’isola di Mal di Ventre.

museo civico Giovanni Marongiu di Cabras
Museo civico Giovanni Marongiu di Cabras

Va precisato che il nome dell’isola, come per molti elementi della toponomastica Sarda, è una traduzione errata, perché il nome originale era “Malu entu”, che tradotto dal sardo significa “cattivo vento”, associato molto probabilmente al fatto che in quel tratto di mare a causa del vento di maestrale si formano delle tempeste notevoli; ciò nonostante venne tradotto erroneamente in italiano con mal di ventre.

La nave romana che affondò nei pressi di quest’isola, o meglio i suoi resti, vennero trovati per casualità da un subacqueo che nel 1988 faceva un’immersione nelle acque cristalline della penisola del Sinis, trovando ad una profondità di 30 metri il relitto.

Gli scavi subacquei, fatti tra il 1989 e il 1996 per conto della Sovraintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano, riportarono alla luce una nave mercantile di epoca repubblicana che era affondata ipoteticamente l’89 e il 50 a.C.

Questa datazione viene ipotizzata grazie ad una moneta e allo studio dei materiali trovati al suo interno, ossia dei lingotti di piombo che portano il marchio di due fabbri ispanici che li produssero, Caio e Marco della famiglia dei Pontilieni. In tutto sono stati riportati alla luce più di mille lingotti dalla forma trapezoidale e dal peso di circa 33 kl ciascuno.

Lingotti dell'Isola di Mal di Ventre
Lingotti dell’Isola di Mal di Ventre

Ci sono però altri lingotti che portano i nomi di altri produttori ispanici, tra cui Quinto Appio e Lucio Carulio Hispalo. Ci sono diverse ipotesi sulla causa del naufragio, si pensa infatti ad un attacco di pirati, un incendio o uno scontro con gli scogli, ma l’ipotesi più plausibile trova la causa nei numerosi lingotti; è molto più probabile infatti che a causa di una forte tempesta causata dai venti di maestrale, il carico si sia spostato verso sbilanciando il peso della nave e facendola colare a picco nelle profondità del mar di Sardegna.

Bisogna tener presente che oltre al carico, che fa dedurre come questa fosse un mercantile, sono stati rinvenuti diversi oggetti che fanno comprendere come poteva essere la vita di bordo dei marinai romani.

Sono state rinvenute infatti numerose anfore che contenevano le riserve alimentari e i liquidi utili alla sopravvivenza del personale marittimo durante la tratta navale; analizzando le anfore rinvenute, gli studiosi hanno compreso che queste contenevano acqua, vino ma anche la famosa salsa con cui i romani condivano ogni cibo, il garum.

Anfore del relitto di Mal di Ventre
Anfore del relitto di Mal di Ventre

Un’anfora è stata analizzata e al suo interno sono stati trovati i resti delle lische di pesci che erano l’ingrediente base per la creazione di questa salsa con la quale i romani accompagnavano qualsiasi cibo. Oltre alle anfore utili a contenere i liquidi indispensabili ai marinai per la sopravvivenza durante il viaggio, sono stati trovati utensili di ceramica utili alla vita di bordo, come il pentolame o le ciotole per poter contenere il cibo.

Oltre a questi oggetti, sono state riportate in superfice quattro ancore di piombo con decorazioni a forma di delfino, una macina, una lucerna, una daga di ferro, numerosi proiettili di piombo, degli ancorotti, quattro astragali contrapposti e un’infinità di chiodi che costituivano lo scafo ma anche la riserva per le eventuali riparazioni.

Mentre questi oggetti hanno visto la luce e sono custoditi nel museo, lo scafo ligneo giace nelle profondità del mare, dicendoci che proveniva dalla provincia ispanica, senza però svelarci la sua destinazione alla quale non è mai giunto.

Roma conquista la Sardegna

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La conquista romana della Sardegna è un processo particolarmente lungo, durante il quale Roma ha imposto il proprio controllo su una delle più importanti Isole del Mediterraneo, ma al costo di continue e ripetute ribellioni ed insurrezioni, mantenendo per sempre un rapporto conflittuale con gli indigeni.

La situazione cambiò durante la prima guerra punica: nonostante esistessero degli accordi che garantivano a Cartagine il controllo sull’isola, l’aristocrazia romana cambiò radicalmente la sua politica.

Con un totale disprezzo degli accordi stabiliti, e approfittando della guerra mercenaria che aveva messo in crisi Cartagine, Roma riuscì ad annettere la Sardegna con la forza. Nel 238 a.C, la Sardegna divenne così una provincia romana e sarebbe rimasta tale per i successivi 694 anni.

La Sardegna romana e le continue insurrezioni

Le popolazioni sarde si ribellarono quasi immediatamente ai dominatori romani e i governatori della Sardegna furono costretti ad intervenire più volte per domare la ribellione: i generali Manlio Torquato nel 235, Carvilio Massimo Ruga nel 233 e Pompilo nel 232 furono infatti costretti ad intervenire militarmente.

Nel 231 a.C, alla luce delle continue insurrezioni da parte dei Sardi, venne inviato un intero esercito consolare per riportare la pace sull’isola. 

Il comandante Papirio Maso ebbe l’incarico di domare gli abitanti dell’isola di Corsica, mentre Pomponio Mato  avrebbe dovuto sottomettere definitivamente i sardi. I Consoli non riuscirono tuttavia a portare a termine le loro campagne e la situazione rimase gravemente instabile. 

Un altro momento di crisi si verificò nel bel mezzo della seconda guerra punica e in particolare nel 216 a.C, quando il proprietario terriero e aristocratico proveniente dalla città di Cornus, Amsicora, guidò una massiccia ribellione contro il dominio romano: un esercito composto da indigeni e da cartaginesi alleati  (15.000 fanti e 1500 Cavalieri) mise seriamente in pericolo il dominio romano sull’isola. 

I romani affrontarono i ribelli nella battaglia di Decimomannu, riuscendo a prevalere, nonostante la strenua resistenza delle popolazioni locali. La ribellione terminò con il suicidio di Amsicora e con il sacco della città di Cornus, che venne messa a ferro e a fuoco per ordine del generale Manlio Torquato.

Anche il II secolo a.C fu particolarmente turbolento per la provincia di Sardegna. Nel 181 le tribù nel sud della Corsica e nel nord-est della Sardegna si ribellarono nuovamente: la rivolta venne fermata da Pinario Posca, che uccise 2000 ribelli e ridusse i restanti in schiavitù. 

Nel 177 e 176 il Senato inviò il console Tiberio Sempronio Gracco per sedare la rivolta delle tribù dei Balares e degli Ilienses, con due legioni: negli scontri turbolenti che ne seguirono morirono circa 27.000 sardi. Per punire gli abitanti dell’ennesima rivolta, il Senato decretò il raddoppio del carico fiscale e Gracco ottenne il trionfo. 

Tiberio Sempronio Gracco
Tiberio Sempronio Gracco

Tito Livio riporta un’iscrizione apposta sul tempio della dea Mater Matuta, nel centro di Roma, che recita: 

“Sotto il comando e gli uffici del console Tiberio Sempronio Gracco, la legione e l’esercito del popolo romano soggiogarono la Sardegna. Più di 80.000 nemici vennero uccisi o catturati. Conducendo la guerra nel modo più felice per lo stato romano, liberando gli amici, restituendo il bottino, riportò sano e salvo l’esercito. Per la seconda volta entrò trionfante a Roma. In ricordo di questi eventi, dedicò questa tavola a Giove.”

Nel 174 scoppiò l’ennesima rivolta in Sardegna, che venne nuovamente domata da Tito Manlio Torquato: 80.000 sardi morirono sul campo di battaglia. L’anno successivo la Sardegna si ribellò nuovamente, e questa volta il pretore dell’isola Atilio Servato venne sconfitto e fu costretto a rifugiarsi in un’altra isola. Atilio inviò messaggeri per chiedere rinforzi a Roma, che vennero immediatamente forniti dal generale Gaio Cicerio. Cicerio riportò una vittoria, uccidendo 7000 sardi e riducendone altri 1700 in schiavitù.

Nel 163 a.C, Marco Thalna fu in grado di sedare un’ulteriore ribellione: le fonti antiche narrano che il Senato romano, dopo essere stato informato della vittoria in Sardegna, annunciò delle pubbliche preghiere in onore di Thalna ed egli provò un senso di gratitudine e un’emozione così forte da morire di crepacuore. 

Al di là del racconto tradizionale, la vittoria di quest’ultimo deve essere stata effimera, dal momento che di lì a poco il generale Scipione Nasica fu inviato per domare delle nuove insurrezioni.

Dopo due ulteriori rivolte scoppiate rispettivamente nel 126 e nel 122,  entrambe sedate da Lucio Aurelio, si arrivò all’ultima grande rivolta del 111 a.C repressa dal console Marco Cecilio Metello, che riuscì a sconfiggere gli eserciti dei Sardi, sia quelli che stazionavano sulla costa sia quelli che vivevano negli altopiani della Sardegna. 

Da quel momento, i sardi che risiedevano nelle zone costiere e nella pianura cessarono di ribellarsi alla potenza romana, ma rimasero relativamente indipendenti e costantemente bellicose le tribù che abitavano negli altopiani e nelle zone più interne dell’isola, tanto che vennero citati nei documenti romani come “Civitates barbariae”.

La Sardegna nel periodo tardo repubblicano e imperiale

Nella tarda Repubblica la Sardegna venne utilizzata come zona di rifornimento e reclutametno per le guerre civili: Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla Felice stabilirono infatti i loro veterani in Corsica e in Sardegna, utilizzando le scorte di grano per sostenere i loro sforzi bellici.

Giulio Cesare fece catturare la Sardegna, strappandola al dominio di Pompeo, e ottenendo il controllo della fornitura di grano. La Sardegna contribuì così al sostentamento delle legioni di Cesare durante la guerra civile del 49. Più tardi, durante il secondo triumvirato, la Sardegna fu assegnata all’area della repubblica sotto responsabilità di Ottaviano ed egli utilizzò nuovamente le scorte di grano sarde per nutrire i suoi eserciti che andavano a combattere contro Bruto e Cassio.

Tra il 40 e il 38 a.C, Sesto Pompeo, il figlio di Pompeo sconfitto a Farsalo, occupò la Corsica e terrorizzò la Sardegna, la Sicilia e tutte le coste meridionali della penisola italiana con la sua flotta di pirati.

In particolare la flotta di Sesto Pompeo era composta da migliaia di schiavi che avevano diverse roccaforti in Sardegna e in Corsica. Sesto riuscì ad imporre un blocco dei rifornimenti verso Roma talmente grave che Ottaviano, pure in netta superiorità militare, fu costretto a scendere a patti con lui.  

Nel patto di Miseno, 39 a.C, Sesto Pompeo divenne ufficialmente il governatore della Corsica e della Sardegna oltre che della Sicilia e della Acaia in cambio dell’interruzione del blocco dei rifornimenti e di una neutralità nel conflitto imminente tra Ottaviano e Marco Antonio. 

Non soddisfatto di quanto aveva ottenuto, e ritenendo che Sesto Pompeo non potesse continuare a tenere in scacco Roma, Ottaviano radunò una flotta che sconfisse Sesto Pompeo nella battaglia di Nauloco, grazie alla guida dell’ammiraglio Vipsanio Agrippa.

Una volta ottenuto il potere e diventato Augusto, la Sardegna e la Corsica divennero una provincia senatoria. Erano amministrate da un proconsole con il grado di pretore, e rispondevano tecnicamente al Senato.

Nel 6 d.C, la Sardegna divenne invece di esclusiva proprietà di Augusto: l’isola venne tenuta sotto controllo grazie alla presenza costante delle legioni e amministrata come una provincia personale dell’imperatore. 

Dopo il 69 d.C, sembra che la Sardegna fosse controllata da un procuratore, e così fu fino al periodo del tardo Impero. Diocleziano, nel 292 d.C, incluse le province di Corsica e di Sardegna in una delle sue diocesi d’Italia, insieme alla Sicilia e a Malta.

La funzione della Sardegna per Roma

La Corsica e la Sardegna rimasero sempre in uno stato poco urbanizzato e vennero perlopiù utilizzate come luoghi di esilio per i nemici politici. Ad esempio, fu esiliato in Sardegna Gaio Cassio Longino, accusato di una congiura ai danni dell’ imperatore Nerone, così come Anicetus, l’assassino della anziana Agrippina. Sotto il periodo di Tiberio vennero esiliati diversi ebrei e cristiani, questi ultimi soprattutto per lavorare nelle ricche miniere dell’isola.

Sebbene abbastanza trascurata, la Sardegna finì per svolgere un ruolo significativo negli avvenimenti dell’impero. L’isola forniva a Roma gran parte dell’approvvigionamento di grano durante i tempi della repubblica e questo ruolo rimase immutato fino alla conquista definitiva dell’Egitto da parte di Augusto.

Inoltre, la Sardegna forniva a Roma il maggior numero di marinai per le sue flotte militari e fu uno dei principali produttori di metallo grazie alle sue ricche miniere di argento, piombo e rame. 

La società Sarda rimase sempre diffidente nei confronti dei romani e pochi furono gli abitanti dell’isola che ottennero dei posti di rilievo nella politica. Si ha memoria solo di Marco Erennio Severo che divenne legato della Provincia di Giudea e ottenne il grado di pretore durante la metà del II secolo d.C. 

Infine alcuni senatori di origine Sarda, come Ampelius, vennero accusati, nel tardo Impero, di essersi schierati contro l’imperatore Teodosio.

L’opinione dei romani sui sardi e sulla Sardegna

Roma mantenne un rapporto abbastanza freddo con la provincia. Le regioni costiere dell’isola vennero colonizzate e adottarono lingua e cultura latina, ma le aree interne resistettero pervicacemente e si può dire che non vennero mai definitivamente conquistate, soprattutto per un calcolo di costi-benefici che indusse i romani a non insistere oltre.

Si verificarono diverse rivolte ed insurrezioni e i romani, anche per la presenza di aree densamente boscose, evitarono appositamente alcuni territori che vennero definiti come “Terra di barbari.”

I romani consideravano la Sardegna come un territorio di gente arretrata e malsana e abbinavano molto spesso l’Isola alla presenza della malaria. Uno studio del 2017, effettivamente, ha dimostrato che la malaria era endemica oltre 2000 anni fa, come dimostra la presenza di beta talassemia nel Dna di un individuo rinvenuto nella necropoli Punica di Caralis.

I prigionieri sardi inondarono i mercati degli schiavi tanto che i romani coniarono il proverbio “Sardi a buon mercato ” un’espressione che divenne comune nella lingua latina per indicare qualcosa di poco valore, come ci riporta Tito Livio.

Cicerone disprezzava fermamente i Sardi: si riferiva a loro definendoli “maldisposti verso il prossimo e avversi come nessun altro nei confronti del popolo romano”. Criticò fortemente i ribelli che abitavano gli altopiani e che continuavano a combattere i romani utilizzando la tecnica della guerriglia. Spesso li chiamava “ladri dai mantelli di lana ruvida.”

Cicerone inoltre paragonava molto spesso i sardi ai punici, i quali avevano altrettanto una cattiva reputazione.

I punici venivano identificati come dei traditori, dediti al sotterfugio e al tradimento e molto spesso Cicerone paragonò i sardi agli antichi berberi del nordafrica, spiegando che il loro sangue si era mescolato con quello nord-africano.

Questo abbinamento, poco onorevole per la cultura romana, si ritrova negli stessi scritti di Cicerone che utilizzava spesso il nome “Africus” o “Nord-africano” e “Sardus” o “Sardo” come sinonimi, per dimostrare la comune natura malevola dei Sardi, ereditata dagli infidi progenitori cartaginesi.

Varrone, proseguendo la tradizione iniziata da Cicerone, era solito paragonare la tribù dei Sardi a quella dei Getuli affermando che si trattava di due tribù barbare che usavano vestirsi con pelli di capra, e affermando che nessuna città Sarda era mai stata amica dei romani.

Nelle fonti antiche si ritrovano diversi stereotipi negativi che alimentarono una profonda ostilità dei Sardi nei confronti di Roma. Strabone ricorda ancora che le popolazioni che risiedevano sulle montagne non erano del tutto pacificate e che molto spesso vivevano ricorrendo al saccheggio, sia nei confronti di altre popolazioni sarde sia con atti di pirateria contro le coste dell’Etruria, e in particolare dell’odierna Pisa.

Vi sono solo alcuni casi isolati che vedono i romani avere un’opinione positiva dei Sardi. È il caso di Giulio Cesare che realizzò l’orazione “Pro Sardis”, e che divenne amico personale del Cantore sardo Tigellius.

La città di Caralis, la capitale della Sardegna nel periodo romano, fu infatti sostenitrice di Cesare e della fazione dei Populares, fornendogli alcune truppe in vista della battaglia di Tapso.

La battaglia dei Campi Magni. Tattica e svolgimento

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La battaglia dei campi Magni o battaglia della Bagrada è uno scontro combattuto nel 203 a.C tra il generale romano Scipione l’Africano contro il Re dei numidi Siface e il generale cartaginese Asdrubale Giscone. Scipione ottenne una decisiva vittoria tramite un utilizzo innovativo delle linee di fanteria romane, sbaragliando il nemico.

Il preludio alla battaglia e l’incendio agli accampamenti di Siface ed Asdrubale

La seconda guerra punica era stata caratterizzata dalla discesa di Annibale in Italia e da una serie di schiaccianti vittorie ottenute dal comandante cartaginese. Soprattutto nella battaglia di Canne, Annibale aveva inflitto ai romani forse la peggiore sconfitta della storia, mettendo in serio rischio la sopravvivenza stessa di Roma e del suo esercito.

Battaglia dei campi Magni

La guerra aveva conosciuto un nuovo corso con l’intervento di Scipione, che attaccando i possedimenti dei cartaginesi in Spagna aveva ottenuto delle prime importanti vittorie come quella di Baecula e Ilipa.  Durante queste battaglie, Scipione aveva dimostrato di aver compreso le lezioni inflitte da Annibale e di fare un utilizzo completamente nuovo delle linee di Fanteria romane.

Dopo le vittorie in Spagna, Scipione intendeva portare la guerra direttamente in Africa per attaccare Cartagine, la capitale nemica, e mettere definitivamente fine alla guerra. Il Senato, e soprattutto le famiglie opposte alla fazione degli Scipioni, erano però molto restie ad affidargli nuovi incarichi militari.

Il Senato adottò allora una soluzione di comodo: diede il permesso a Scipione di organizzare la guerra a suo piacimento, ma egli avrebbe dovuto reclutare uomini con le sue sole forze, senza ulteriori contributi economici da parte del Senato.

Scipione, accompagnato dal suo ammiraglio Gaio Lelio, dal generale Porcio Catone e dall’alleato Massinissa sbarcò ad Utica nel 204 a.C con 400 navi da carico e 40 navi da guerra.

Il principale obiettivo di Scipione era la conquista della città di Utica, posizionata in un luogo altamente strategico. Non essendoci immediatamente riuscito, stabilì i suoi accampamenti in una zona conosciuta come “Castra Cornelia “.

Si presentarono allora a Scipione due generali: Il primo era Siface, il Re dei numidi, e il secondo era Asdrubale Giscone, generale cartaginese, da non confondere con Asdrubale fratello di Annibale.

I due comandanti chiesero la pace a Scipione, proponendo il completo ritiro dei cartaginesi dall’Italia in cambio dell’ altrettanto ritiro dei romani dall’Africa. Scipione agì d’astuzia: finse di voler intavolare delle trattative e colse l’occasione per inviare delle ambascerie presso gli accampamenti dei comandanti nemici.

Gli emissari di Scipione erano in realtà composti da un nutrito numero di centurioni-spie, che studiando la disposizione e le caratteristiche degli accampamenti, fornirono a Scipione informazioni cruciali per organizzare un attacco a sorpresa, fra cui la presenza di materiale altamente infiammabile presso le postazioni dei nemici.

Continuando ad intessere delle trattative fittizie, Scipione decise finalmente di condurre un attacco notturno: i soldati romani incendiarono gli accampamenti nemici e i soldati che si precipitarono all’esterno per fuggire dalle fiamme vennero raggiunti e massacrati dai legionari che li aspettavano.

Nonostante la tremenda sconfitta, Siface ed Asdrubale di Giscone riuscirono a sopravvivere, e chiamarono a raccolta ogni tipo di mercenario disponibile in Nord Africa. Dimostrando una notevole capacità organizzativa, i due condottieri riuscirono a mettere insieme, in poche settimane, un nuovo esercito, composto da circa 30.000 uomini.

L’arma più pericolosa a disposizione dei cartaginesi era certamente la presenza dei guerrieri Celtiberi, di provenienza ispanica, che sebbene si trovassero in un territorio sconosciuto, erano particolarmente abili in battaglia.

Lo schieramento della battaglia dei campi Magni

Non appena Scipione venne a sapere che i nemici avevano preparato un nuovo esercito, in soli cinque giorni raggiunse la località dei Campi Magni, a circa 150 chilometri dalla costa. I due eserciti vennero posizionati come segue.

I cartaginesi posizionarono al centro un nutrito corpo di guerrieri Celtiberi in formazione quadrata, pronti al combattimento. Sulla loro destra un contingente di fanteria alleata composta da Fanti cartaginesi, mentre sulla sinistra un altro blocco di fanteria alleata costituito da Fanti numidi. Alcuni storici hanno dubitato della presenza di queste due formazioni di supporto, ma alcune fonti, come per esempio Polibio, ne fanno menzione.

Sul lato sinistro dello schieramento cartaginese la cavalleria leggera numida guidata dal generale Siface, mentre sul lato destro la cavalleria pesante cartaginese comandata da Asdrubale Giscone.

Da parte romana, Scipione posizionò la fanteria romana al centro affiancata, a sinistra e a destra, da altri due blocchi di fanti alleati. Sull’ala destra romana, la cavalleria pesante guidata da Gaio Lelio, che in questo modo avrebbe affrontato direttamente Siface. Dalla parte opposta, sull’ala sinistra romana, la Cavalleria leggera dei numidi comandata da Massinissa, che si sarebbe scontrata con la cavalleria di Asdrubale.

Svolgimento della battaglia dei Campi Magni

La battaglia iniziò con l’attacco delle cavallerie romane: il contingente guidato da Gaio Lelio e da quello di Massinissa entrarono immediatamente in contatto rispettivamente con Siface e con Asdrubale Giscone. Sembra che le due cavallerie dei cartaginesi abbiano immediatamente ripiegato, rifiutando di fatto lo scontro, e siano fuggite. Con loro, i due comandanti, che sarebbero ritornati presso le loro terre lasciando la fanteria al suo destino.

Anche i fanti ausiliari romani attaccarono la controparte cartaginese e sembra che anche questi contingenti siano quasi immediatamente fuggiti, preferendo evitare il massacro. Sul campo di battaglia rimase quindi lo schieramento dei Celtiberi, che si componeva di un quadrato estremamente compatto.

Scipione non aveva la possibilità di aspettare il ritorno delle cavallerie o della fanteria ausiliaria e si trovava di fronte ad un nutrito gruppo di guerrieri particolarmente pericolosi.  Scipione decise quindi di utilizzare un’ardita tattica basata solamente sul movimento rapido delle linee di fanteria.

Le linee di Fanteria romane erano classicamente organizzate nella formazione a triplex acies: una fila di guerrieri più giovani chiamati Hastati, una seconda fila composta da Principes, e una terza fila composta da veterani, i Triarii.

Normalmente tra un manipolo e l’altro degli uomini, vi era uno spazio che consentiva agli Hastati di ritirarsi dietro i Principes qualora la pressione del nemico fosse risultata eccessiva. Scipione decise invece di far avvicinare i manipoli l’uno all’altro, creando tre linee continue.

Mentre la prima linea di Hastati fronteggiava i Celtiberi con il massimo dell’impegno, la seconda linea di Principes ricevette l’ordine di sfilare e circondare il lato sinistro dei Celtiberi, mentre la terza linea di Triarii dovette sfilare sulla destra e circondare il lato destro dei Celtiberi.

In questo modo i Principes e i Triarii avvolsero prima i fianchi e poi anche il retro del contingente dei Celtiberi, circondandoli completamente.

Iniziò così un massacro che si concluse con il totale annientamento dei Celtiberi, dei quali non rimase alcun superstite.

Le conseguenze della battaglia dei campi Magni e il genio tattico di Scipione

La battaglia dei Campi Magni rappresenta un altro dei colpi di genio militare da parte di Scipione l’Africano.

Scipione aveva partecipato alla battaglia di Canne, dove la spinta dei romani contro un centro “molle”, che arretrava volontariamente, aveva portato i legionari ad infilarsi inconsapevolmente all’interno di una trappola, una specie di “vicolo cieco” che li aveva poi avvolti e stritolati.

Scipione aveva studiato la manovra di Canne e aveva ideato una manovra avvolgente persino superiore a quella di Annibale. La manovra di Annibale prevedeva infatti una sorta di “collaborazione” dell’esercito nemico, che doveva spingere per infilarsi all’interno della trappola organizzata dai cartaginesi.

Il metodo di Scipione invece, pur senza la spinta e dunque la partecipazione dell’avversario, permetteva di sfilare sui fianchi e di circondare completamente il nemico con un’azione completamente autonoma e molto più veloce.

Si può dire dunque, che la battaglia dei Campi Magni rappresenta una versione migliorata della tattica utilizzata a Canne.

La completa vittoria di Scipione l’Africano ai Campi Magni costituì un passo fondamentale dell’invasione romana dell’Africa.

La battaglia successiva, quella di Zama, sarebbe stata combattuta direttamente fra Scipione l’Africano e Annibale, costretto a ritirare i suoi uomini dall’Italia dopo un’invasione durata 15 anni.

La battaglia di Tagina

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La battaglia di Tagina si svolse nell’ultima fase della guerra Greco-Gotica, una volta subìta la grave sconfitta della battaglia navale di Senigallia, gli Ostrogoti persero significativamente il controllo dei mari italiani. Lo scontro militare si spostò inevitabilmente sulla terraferma e i due eserciti, quello ostrogoto e quello romano, vennero in contatto presso una località che le fonti indicano come Tagina, e che gli storici contemporanei posizionano nei dintorni di Gualdo Tadino (PG).

Prima di procedere nel descrivere le fasi militari della battaglia, è interessante esaminare i discorsi d’incitamento che i comandanti dei due eserciti, il re Totila degli Ostrogoti e l’autokrator Narsete dei Romani, tennero per spronare i propri uomini a combattere. Iniziamo dettagliando le frasi che pronunciò Totila in quella circostanza.

Battaglia di Tagina

La battaglia di Tagina. Il discorso di Totila

LA BATTAGLIA DI TAGINA – VIDEO

«Io vi ho raccolti qui, o commilitoni, per rivolgervi l’ultima esortazione poiché, a mio credere, dopo questa pugna d’altro incitamento non vi sarà d’uopo, ma tutta la guerra sarà decisa e finita in un solo giorno.» Questa prima affermazione testimonia la piena consapevolezza dell’intelligente re barbaro di trovarsi alla fine del conflitto: le forze dei due contendenti erano ormai quasi interamente concentrate a Gualdo Tadino e, chi fosse stato sconfitto, non sarebbe più riuscito a radunare strategicamente soldati a sufficienza per riprendere la campagna. Evidentemente Totila riteneva che trasmettere questo senso di definitività ai suoi militari li avrebbe motivati nel combattimento.

«Ed invero tanto noi quanto l’imperatore Giustiniano siam fiaccati ed esausti di forze pei travagli, le battaglie, gli stenti fra i quali per lunghissimo tempo abbiam vissuto , ed anche le durezze della guerra ci son venute a noia; talché, se mai superassimo in questa battaglia i nemici, mai più non potranno essi rifarsi a pugnare; se poi in questa un disastro a noi toccasse, niuna speranza rimarrebbe ai Goti di rinnovar la pugna […]»

Il secondo passaggio tradisce esplicitamente un profondo stato d’animo del re: la stanchezza. Il conflitto era iniziato nel 535 d.C. e lo scontro di Tagina si verifica nel 552, quindi sono già passati diciassette lunghi anni di ostilità, con alterne vicende. Comunicare stanchezza ai suoi fu un gesto probabilmente più istintivo che razionale da parte di Totila, con esisti più negativi che costruttivi nella psiche della truppa, ma anche la freddezza del re doveva essere compromessa da un ventennio di massacri epocali nella nostra penisola.

«[…] Siate dunque animosi e pronti all’ardire; poiché coloro la cui speranza, come ora per noi, sta sul fil d’un capello, non conviene esitino neppure un istante; ché, passato il momento propizio, riesce inutile poscia lo zelo per propizio che sia […]» Il messaggio in questo caso è chiaro: le nostre speranze sono appese ad un filo e quindi non dobbiamo risparmiarci, qualsiasi cosa accada.

Non avremo un’altra occasione per vincere. «[…] Né merita considerazione la massa dei nemici, raccolta com’è da tante nazioni le più diverse. […] Né vogliate credere che gli Unni, i Longobardi, gli Eruli comprati da essi per non so quanto denaro, mai si cimenteranno per essi fino alla morte; poiché della vita non fanno coloro così poco caso da posporla al denaro […]»

In questo passaggio Totila fa leva su quello che pensa essere – ma non è affatto così – un punto di debolezza dell’avversario: i soldati nemici sono truppe mercenarie. Siccome combattono solo per soldi, pensa il re, vedendo l’assoluta determinazione dei Goti nel difendere il proprio popolo e il territorio che considerano loro, quasi sicuramente si ritireranno e disobbediranno agli ordini dei comandanti romani. In questo passaggio è possibile intravedere un certo grado di sottovalutazione del carisma e del genio militare di Narsete, che saprà gestire magistralmente un’armata così eteroclita, nonché del senso dell’onore tra i combattenti avversari.

Re Totila degli Ostrogoti

«[…] Tanto tenendo in mente, con tutto l’animo marciamo uniti contro i nemici» La battuta finale non poteva che essere un appello all’unità e alla fratellanza, di cui gli Ostrogoti avevano un disperato bisogno per affrontare quello che, nella mente di tutti, appariva essere lo scontro decisivo. All’inizo della battaglia di Tagina tra Romani e Ostrogoti, che gli storici pensano essersi svolta presso Gualdo Tadino (PG), entrambi i comandanti tennero importanti discorsi alle rispettive truppe, molto rivelatori riguardo all’atmosfera che si respirava in quel particolare momento storico e in quella delicata fase delle operazioni belliche, le ultime ormai dell’interminabile guerra Greco- Gotica.

La battaglia di Tagina. Il discorso di Narsete

Abbiamo già analizzato l’incitamento del re barbaro Totila; vediamo adesso quali furono le tesi sostenute da quello che si rivelerà essere il più temibile avversario, ossia l’autokrator romano Narsete. Questi incominciò la propria arringa con le seguenti parole: «Là dove si viene a conflitto con nemici di forza uguale può darsi sia necessario eccitare gli animi con esortazioni […]. Per voi, valenti uomini, che avete a combattere con nemici assai inferiori per valore, per numero e per ogni apparato, non credo vi sia altro da fare che mettervi con favore di Dio in questa pugna.»

Narsete dei Romani

Già nell’incipit dell’orazione si intravede il primo elemento scelto per tranquillizzare la truppa: il senso di superiorità degli imperiali sui barbari. Nonostante un ventennio di sconfitte e rovesci, Narsete non si fa scrupoli a indicare i Goti come “inferiori”, probabilmente più al fine di tranquillizzare i propri soldati che per convinzione personale. Narsete aveva già partecipato alle fasi iniziali della campagna – durante la quale s’era trovato in grande contrasto con l’altro comandante, Belisario, sulle scelte tattiche da adottare – e sapeva bene che i Goti fossero combattenti tutt’altro privi di valore; ma, nella circostanza di Gualdo Tadino, sentì la necessità di infondere ai suoi la sensazione di trovarsi di fronte ad una battaglia dall’esito scontato e che non avrebbe potuto comportare perdite significative.

Un trucco psicologico, diremmo noi oggi con un linguaggio moderno. «Implorato dunque ardentemente l’aiuto divino, procedete col massimo sprezzo a battere questi ladroni dacché, già un tempo servi dell’imperatore, resisi contumaci si elessero un tiranno dalla feccia della plebe e ladrescamente riusciron per un certo tempo a mettere a soqquadro l’Impero Romano.»

La seconda affermazione si basa interamente su un assunto tipico delle realtà statuali che vedono la ribellione interna di una parte del proprio territorio: l’illegittimità dell’avversario. Narsete apostrofa il nemico come ribelle, traditore dei patti con l’imperatore in persona e formula una gravissima accusa della maniera in cui i barbari si sarebbero scelti il proprio re, “dalla feccia della plebe”. Occorre qui ricordare che, quando gli Ostrogoti arrivarono in Italia battendo Odoacre, 59 anni prima, vennero accettati come federati da Costantinopoli ed ebbero quindi una legittimazione da parte dell’autorità imperiale, salvo poi entrare in conflitto con essa nei decenni successivi: Narsete quindi li identifica come secessionisti e ribelli (“ladroni”), quindi privi dell’identità di veri nemici come lo sarebbero stati i militari di un paese straniero. Non devono sorprendere altresì le continue invocazioni all’aiuto “divino” perché, come segnala lo storico Paolo Diacono, Narsete era profondamente religioso e questa sua attitudine si rifletteva in maniera spontanea nelle proprie esternazioni.

«[…] essi con inconsulta temerarietà son vogliosi di perire, e con pazza precipitazione osano andare incontro a morte certa, […] chiaramente da Dio stesso menati alla punizione del loro malgoverno.» L’osservazione è spietata e, senza mezzi termini, l’autokrator imperiale considera pazzi i Goti che sanno, a suo avviso, di combattere una battaglia senza speranza. Più precisamente: i barbari stanno per soccombere perché spinti in quell’avventura senza sbocco dal loro “malgoverno”, sottintendendo che, se fossero rimasti fedeli all’Impero Romano, non avrebbero mai dovuto soffrire la fine a cui stanno andando ineluttabilmente incontro; si intuisce un sottile riferimento politico in questo particolare passaggio. «[…] ben meritano di essere avuti a vile, poiché ogni vitù viene meno a coloro che non sono retti da legge e da buon governo, e da essi rimane naturalmente lontata la vittoria, che non è solita tenere via opposta a quella della virtù.»

La fase conclusiva del discorso unisce un’ulteriore, sprezzante dichiarazione di illegittimità dell’avversario con una considerazione sulla vittoria, che in genere premia chi ha ragione. Può sembrare al lettore un epilogo molto semplicistico, ma se ci si cala nella realtà di una battaglia altomedioevale si intuisce il proposito di rassicurare la truppa convincendola di trovarsi, senza eccezioni, dalla parte della ragione.

È corretto ricordare che Procopio di Cesarea, l’autore del saggio “La guerra gotica” che dettaglia questa arringa, narra dapprima il discorso di Narsete e successivamente quello di Totila, con l’intenzione neanche tanto celata di dare maggior risalto alle argomentazioni del capo barbaro, non tanto per disprezzo della figura di Narsete – nei confronti del quale il narratore mantiene un atteggiamento asettico e neutro – quanto per disaccordo politico con l’operato dell’imperatore Giustiniano che aveva deciso, dopo diciotto anni di devastanti conflitti in Italia, un’ulteriore campagna allo scopo di consolidare definitivamente l’autorità dell’Impero nella penisola.

La battaglia di Tagina

La prima battaglia terrestre che Narsete dovette combattere contro Totila, re dei Goti, dopo il vittorioso scontro navale di Senigallia, si svolse a Tagina, oggi Gualdo Tadino (PG) ed esattamente in una località che i Romani all’epoca chiamavano Busta Gallorum, perché nelle lontane epoche della Roma Repubblicana si era svolto lì un importante scontro tra il console? Camillo e i Celti del Montefeltro? e la parola “busta” in latino indicava le pire con cui i Galli stessi erano soliti cremare i cadaveri dei propri caduti. Lo schieramento di Totila includeva, oltre che soldati Ostrogoti, anche parecchi Romani disertori che all’epoca della cattiva gestione militare di Belisario avevano disertato passando dalla parte del nemico; vi era anche alcuni soldati barbari di altra origine etnica tra cui, come vedremo, dei Gepidi.

La formazione barbarica prevedeva i cavalieri davanti e i fanti alle spalle. Le forze armate di Belisario includevano, oltre che cittadini romani (importante era la componente di Isauri provenienti dall’Anatolia e romanizzati ormai da secoli) anche truppe ausiliarie come Eruli e Longobardi. Nella prima parte della mattinata i due eserciti si schierarono sul campo a breve distanza l’uno dall’altro.

Narsete aveva avuto cura di sistemare Eruli e Longobardi al centro dello schieramento, probabilmente nel timore che durante il combattimento questi reparti mostrassero poca fedeltà e al fine di scoraggiare una loro fuga qualora si fossero trovati in posizione laterale. Tuttavia, per l’intera mattina nessuna delle due schiere diede l’assalto e si arrivò all’ora di pranzo senza incidenti di rilievo. Con l’intento di evitare un attacco a sorpresa, Narsete ordinò ai suoi uomini di pranzare sul campo di battaglia senza abbandonare armi e armature, e senza rompere le righe.

Nel pomeriggio si arrivò alla battaglia vera e propria. Le fonti scritte riportano che la sorte dello scontro fu determinata da un grave errore di Totila: per motivi sconosciuti, diede l’ordine ai suoi di combattere soltanto con le lance, lasciando perdere le spade e soprattutto senza l’uso delle frecce. Ma quando la cavalleria gota assalì l’esercito romano, questi ultimi fecero proprio un uso massiccio di frecce, gettando lo scompiglio tra i barbari che non riuscirono a difendersi; molti assalitori vennero falciati e i loro impeti si risolsero tutti in un disastro.

La cavalleria ostrogota

Ad un certo punto – si era ormai vicini al tramonto – la cavalleria ostrogota sbandò e fuggì. Il panico fu tale che, essendo i cavalieri goti arrivati alla posizione arretrata della loro fanteria, non solo non riuscirono a compattarsi dietro ad essa, ma addirittura i cavallli travolsero i loro stessi fanti uccidendone diversi e gettando nello scompiglio le retrovie stesse. L’intero esercito di Totila si ritirò confusamente. Sul campo morirono seimila barbari; i prigionieri, Ostogoti o disertori Romani indistintamente, vennero successivamente tutti uccisi dagli Imperiali.

Esistono due versioni della morte di Totila: la prima afferma che durante la grade fuga un soldato gepido di nome Asbade abbia scambiato lo stesso Totila per un romano che lo inseguiva e lo abbia trafitto con la lancia; la seconda sostiene che il re sia stato colpito per errore da una freccia scagliata da uno dei suoi combattenti durante una scaramuccia coi Romani. In tutti i casi, il re morì poco dopo per le conseguenze della ferita e fu sepolto in loco.

I Romani stessi non seppero della sorte di Totila se non più tardi grazie alla testimonianza di una donna gota: trovarono il luogo della sepoltura, riconobbero il cadavere e lo riseppellirono, soddisfatti di avere la certezza della sua sorte. La morte di Totila, che aveva regnato sull’Italia per undici anni, come riportano le fonti dell’epoca fu “non degna degli atti suoi passati”, perché in effetti si era rivelato un politico accorto, un buon economista e uno stratega di prim’ordine. Ma ormai le forze armate imperiali si erano strutturate in maniera da risultare decisamente superiori sul campo rispetto agli Ostrogoti e, soprattutto, avevano trovato in Narsete una condottiero all’altezza del compito di riconquistare l’Italia.

Tavola di Esterzili

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Nel museo di Sassari si trova un importante documento di età romana, risalente al 69 d.C, noto come la “Tavola di Esterzili”, una tavola bronzea che riporta una trascrizione sulla risoluzione di una disputa tra il popolo dei Galilenses e quello dei Patulcenses, due genti che abitavano in Sardegna in epoca romana.   

Tavola di esterzili

I Galilenses erano un popolo non organizzato in maniera urbana, dunque definito dagli antichi  Romani come appartenenti alle “civitates  barbarie”, originario della Sardegna, che abitava la zona dell’Alto Flumendosa, territorio del Gerrei che  attualmente appartiene al Comune di Esterzili, luogo dal quale la tavola bronzea ritrovata prende il nome.  I Patulcenses invece, chiamati dai Romani “Gens Patulcia”, erano originari della penisola Italica, precisamente l’attuale Campania, inviati  in Sardegna come lavoratori agricoli tra il 115 e il 111 a.C dal Proconsole Marco Cecilio Metello

Quest’ultimo dopo aver trionfato sui Sardi in una campagna militare, inviò i Patulcenses segnando in maniera precisa i confini dei territori assegnati agli agricoltori stranieri in una tavola che inviò al Tabularium di Roma e in una che archiviò nel Tabularium provinciale a Carales, l’attuale Cagliari, che era il capoluogo delle Provincia romana di Sardegna e Corsica. 

Nonostante questa imposizione legale, i Galilenses, vedendosi sottratta la loro terra, occuparono più volte con violenza il territorio, oltrepassando i confini segnati dal Console  Metello, di conseguenza i Patulcenses  nell’anno 66 d.C. chiesero  l’intervento del Proconsole, che  all’epoca era Gneo Cecilio Semplice. A loro volta, i Galilenses chiesero di ristabilire i confini, accusando gli stranieri di essersi impossessati della loro terra. Per risolvere tale situazione il Proconsole concesse ai Galilenses la possibilità di procurarsi a Roma, dal Tabularium Capitolino,  una copia della mappa catastale dove erano segnati i confini stabiliti decenni prima,  in caso contrario avrebbe fatto fede il documento presente a Calares.

Questa scadenza fu prorogata numerose volte, fino a quando nel 68 d.C il Proconsole  Lucio Elvio Agrippa, colui che fa incidere questa tavola,  diede un’ultima possibilità prima di risolvere definitivamente tale disputa, prorogando  di tre mesi la possibilità ai Galilenses di procurarsi nel Tabularium Princeps la copia originale fatta dal Console  Metello. I Sardi, non si sa per quale motivo, non riuscirono ad ottenerla, di conseguenza Agrippa stabilì che, in assenza della prova richiesta, faceva fede la coppia presente nel Tabularium provinciale  di Calares  e trascrisse nella sentenza la decisione che i confini validi erano quelli stabiliti dal suo predecessore Marco Cecilio  Metello, perciò i Galilenses  non avevano il permesso di superare tale confine ed occupare con violenza la terra che era stata assegnata alla Gens Patulcia.

Nella tavola bronzea, larga 61 cm, alta 45 cm e pesante circa 20 kg, oltre ad essere incisa in lingua latina questa decisione presa dal Proconsole Lucio Elvio Agrippa riguardo alla disputa, vengono riportati i nomi degli otto cavalieri, senatori e consiglieri presenti alla sentenza, insieme ai nomi degli undici testimoni e dello scriba che compilò tale documento.  

I Patulcenses,  vincitori della causa, ottennero la tavola di bronzo che molto probabilmente esibirono nel loro centro abitato, luogo nel quale fu trovata nel 1866 dal contadino Luigi Puddu Cocco nelle campagne di Cort’e Lucetta. 

Questo reperto è oggi conservato nel Museo Nazionale archeologico ed etnografico “Giovanni Antonio Sanna”  di Sassari, mentre la copia  è esposta nel Municipio di Esterzili.

Assedio di Numanzia

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L’assedio di Numanzia fu un assedio condotto dall’esercito romano nel 133 a.C, guidato dal generale Scipione Emiliano, contro la città ispanica di Numanzia, nell’ambito delle guerre Celtiberiche. Dopo un periodo fra gli 8 e i 16 mesi, Numanzia si arrese ai romani, i quali ottennero una vittoria decisiva, ponendo fine alla guerra.

Le guerre Celtiberiche e i preparativi per l’assedio

Le guerre Celtiberiche  furono tre guerre portate avanti dall’esercito romano contro la popolazione dei Celtiberi, nativi della Hispania Citeriore.  L’obiettivo dei romani era quello di sottomettere tutte le popolazioni lungo la valle del fiume Ebro. Fu un conflitto ventennale, durante il quale i romani, fino all’assedio di Numanzia, non avevano ottenuto delle vittorie decisive.

Alla fine del 135 a.C, il Senato romano, su pressione dell’opinione pubblica, nominò console Scipione Emiliano, che venne inviato in Spagna per completare quello che i generali prima di lui non erano riusciti a raggiungere. 

Assedio di Numanzia

Arrivato sul teatro di guerra, Scipione trovò che il morale delle truppe era particolarmente basso per via dei lunghi anni di conflitto senza risultati. Inoltre, dal momento che le possibilità di saccheggio erano scarne, i legionari non erano sufficientemente motivati e l’arruolamento di nuove leve procedeva a stento. 

Nonostante questo, Scipione fu in grado di radunare un esercito che contava dai 20.000 ai 40.000 uomini, soprattutto grazie all’arruolamento di truppe alleate e mercenarie, tra cui l’efficientissima cavalleria dei numidi guidata dal Re Giugurta. 

Scipione si preoccupò di addestrare nuovamente i legionari, imponendo delle condizioni particolarmente severe: gli uomini vennero sottoposti a delle marce costanti e la disciplina venne reintrodotta grazie al carattere carismatico di Scipione Emiliano. 

Quando ritenne che il suo esercito fosse pronto a combattere, Scipione marciò contro la città di Numanzia, la capitale e roccaforte dei nemici. In una prima fase, Scipione aveva pianificato di interrompere le linee di rifornimento di Numanzia per costringere gli abitanti ad arrendersi per fame, piuttosto che condurre un lungo assedio. 

Ma la resistenza dei Celtiberi costrinse Scipione Emiliano a cambiare i suoi piani.

L’assedio di Numanzia

Scipione decise di costruire delle imponenti opere d’assedio: vennero preparati due accampamenti ai due lati opposti della città.  Dopodiché fece costruire un muro, la circonvallazione, attorno a tutta Numanzia. Inoltre, ebbe l’idea di sfruttare una palude vicina per deviare l’acqua e creare un lago artificiale tra le mura della città e le fortificazioni dei suoi accampamenti.

In quella posizione, i suoi arcieri potevano colpire da sette piccole torri fortificate. 

Immaginando che alcune tribù sarebbero potute arrivare in soccorso dei numantini, fece anche costruire una controvallazione e un muro esterno per proteggere i suoi accampamenti da eventuali forze di soccorso. 

La città più vicina, che avrebbe potuto portare aiuto ai nemici, era quella di Lutia. Si presentò con una parte del suo esercito alle porte della città e costrinse gli abitanti alla sottomissione e alla consegna degli ostaggi.

Un altro centro abitato era quello del Duero: situata vicino ad un fiume, la città poteva costituire un punto di partenza per una possibile sortita. Per questo motivo, Scipione Emiliano fece installare da un lato all’altro del fiume delle lame, per impedire sia alle barche che a piccole imbarcazioni di soccorso di entrare o uscire dal centro abitato.

Il fallito contrattacco di Numanzia

I Numantini tentarono una sortita per liberarsi dell’assedio romano. Il loro miglior generale, Retogene, guidò con successo un piccolo gruppo di combattenti lungo il fiume artificiale creato da Scipione, forzando il blocco. Gli uomini si diressero prima presso gli Arevaci, chiedendo supporto militare, ma le loro richieste furono ignorate. 

Si recarono allora Lutia, dove vennero accolti dai giovani guerrieri. Ma gli anziani della tribù, consapevoli della potenza militare romana, avvertirono Scipione, che marciò immediatamente da Numanzia con un piccolo contingente, arrestando 400 giovani lutiani e mozzandogli le mani. 

Dopo il ritorno di Scipione a Numanzia, il capo dei Numantini, Avaro, decise di iniziare le trattative di pace.

La fame e la resa di Numanzia

I primi ambasciatori inviati da Numanzia offrirono di arrendersi totalmente in cambio della libertà, ma Scipione rifiutò seccamente.  

Quando questi ritornarono in città, riferendo la risposta di Scipione, la popolazione incredula li giustiziò, credendo che avessero stretto un patto segreto con i romani.

La città rifiutò di arrendersi e iniziò a soffrire la fame. La situazione degenerò durante i mesi. Ne seguirono atti orrendi di cannibalismo, fino a che alcuni iniziarono a suicidarsi assieme alle loro famiglie. La popolazione rimanente, stremata dalla fame e dal terrore, decise di dare fuoco alla città prima di arrendersi ai romani. 

Scipione entrò a Numanzia e ne fece spianare le rovine, era la tarda estate del 133 d.C

Nonostante la vittoria, diversi storiografi antichi e gli stessi romani ammirarono la resistenza dei Celtiberi contro il loro esercito, e i guerrieri di quella tribù rimasero un esempio di guerriglia che aveva seriamente messo in difficoltà la principale potenza del mondo antico.

Il pugio, pugnale romano

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Il Pugio, il pugnale degli antichi romani, era un arma corta in dotazione ai soldati e ai legionari dell’esercito romano antico. Derivava da un’arma prodotta dalla popolazione dei Celtiberi nella Spagna centrale, ed era costituita prevalentemente da una lama foliata dai 18 ai 28 cm di lunghezza e 5 cm di larghezza, che venne utilizzata fino al tardo Impero. Si attaccava alla cintura del legionario attraverso degli anelli e veniva infilata in un fodero, molto spesso riccamente decorato.

L’origine del pugnale romano

I principali produttori di pugnali, attorno al IV secolo a.C, erano i Celtiberi, popolazione della Spagna centrale che aveva una ricchissima tradizione metallurgica e di realizzazione di armi e armature.

La loro principale arma corta era il pugnale biglobulare, così chiamato perché la sua impugnatura aveva due globi, uno sull’estremità e uno alla metà, in modo che questa fosse particolarmente ergonomica. 

Il pugio romano

La lama, costituita in ferro, aveva una lunghezza dai 18 ai 28 cm e una larghezza di circa 5 cm: si trattava di una lama foliata, ovvero simile a quella di una foglia, con una costola centrale che rendeva il pugnale più resistente, tagliente e solido.

Durante le guerre Celtiberiche, e in particolare durante l’assedio di Numanzia del 133 d.C, i romani vennero a conoscenza di quest’arma, che fu quasi immediatamente adottata da tutti i legionari. 

Il pugnale romano

Il pugnale divenne l’arma corta dei soldati romani: aveva  prevalentemente una funzione di bellezza, quasi di rappresentanza, tanto è vero che i pugnali ritrovati sono sempre particolarmente arricchiti con decorazioni. Nella città di Haltern, in Germania, è stato ritrovato uno degli esemplari meglio conservati di pugnale romano.

Il pugnale ha subìto nel corso del tempo poche variazioni, a differenza di tante altre armi, ma si possono identificare tre principali varianti: la prima, quella già citata, aveva una larga lama a foglia con una semplice nervatura al centro. La seconda era dotata di una lama più stretta con due profonde scanalature, mentre la terza, più tarda, aveva una lama ancora più stretta e con i fianchi rettilinei.

Il pugnale si agganciava al fianco dei soldati: i legionari semplici lo portavano sulla sinistra mentre gli ufficiali sulla destra. Alla cintura, chiamata Cingulum, si collegavano degli anelli di sospensione e delle cinghiette di cuoio che sorreggevano il fodero, chiamato anche vagina, dove si inseriva il pugnale.

A differenza di quanto si potrebbe pensare, il pugnale non veniva utilizzato come arma da combattimento, ma più come elemento decorativo dell’intera armatura. 

Il Clunaculum, invece, era un pugnale dalla lama molto larga e leggera, che veniva indossato e agganciato dietro alla schiena, appoggiato sulle natiche: questo tipo di pugnale era invece un’arma secondaria da utilizzare qualora si fosse perso il gladio. Quest’arma era anche utilizzata per i sacrifici, in quanto era particolarmente adatta a tagliare la gola delle vittime.

Sappiamo che durante il periodo Imperiale, per diverse motivazioni di carattere produttivo, la resistenza dei pugnali tende a diminuire, così come la loro bellezza.

I pugnali rimasero sempre un’arma degli Ufficiali e degli alti amministratori dell’esercito ed erano particolarmente adatti per le congiure, in quanto si potevano facilmente nascondere nelle pieghe della toga.

Il pugio. Pugnali famosi

Alcuni pugnali sono entrati nella storia romana. I pugnali i più famosi sono quelli che colpirono per 23 volte Giulio Cesare, alle Idi di marzo del 44 a.C. Cicerone racconta che Cesare fu ucciso esattamente con un “Pugio”, molto probabilmente il biglobulare di origine ispanica. 

L’imperatore Vitellio, nell'”Anno dei Quattro Imperatori“, consegnò il proprio pugnale al console Primo per rassegnare le sue dimissioni, ma i pretoriani gli impedirono di lasciare il posto e trasportarono il pugnale, simbolo del potere Imperiale, nel tempio della Concordia. 

Un pugnale  non utilizzato a dovere, fu quello che avrebbe dovuto colpire l’imperatore Commodo durante la congiura portata avanti dalla sorella Galeria Lucilla. L’uomo incaricato di uccidere Commodo avrebbe infatti esclamato: “Questo è il pugnale che ti porta il Senato!”. 

In questo modo, l’uomo si scoprì, e la guardia del corpo di Commodo ebbe il tempo di intervenire.

Marco Aurelio Valerio Massenzio

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Marco Aurelio Valerio Massenzio (283 – 28 ottobre 312 d.C)  è stato un imperatore romano, il cui regno è durato dal 306 d.C fino alla sua morte avvenuta nel 312 d.C. 

Venne riconosciuto imperatore dal Senato di Roma e regnò sull’Italia e sul nord Africa, mentre altre zone dell’impero non riconobbero la sua autorità. Era figlio dell’ex imperatore Massimiano e genero dell’imperatore Galerio. 

L’ultima parte del suo regno fu afflitta da una guerra civile che dovette combattere contro Costantino e Licinio. Costantino sconfisse Massenzio nella battaglia del Ponte Milvio del 312 d.C: Massenzio, assieme al suo esercito in fuga, morì presumibilmente annegando nel fiume Tevere. 

Massenzio fu l’ultimo imperatore a risiedere stabilmente a Roma. Durante il suo breve regno, realizzò diverse opere ed infrastrutture: il Tempio del Divino Romolo, la basilica di Massenzio e il circo di Massenzio.

La giovinezza di Massenzio

Massenzio era figlio dell’imperatore Massimiano e di sua moglie Eutropia. Il padre divenne imperatore nel 285 d.C e Massenzio fu considerato il principe ereditario.

Durante la giovinezza non ricoprì incarichi di particolare rilievo, nè durante il regno di Diocleziano né durante quello di suo padre. Sappiamo  solamente che contrasse matrimonio con Valeria Maximilla, la figlia di Galerio, anche se non conosciamo esattamente la data. Ebbe due figli, Valerio Romolo e un altro, di cui non abbiamo informazioni.

In quel periodo vigeva il meccanismo della tetrarchia, inventata da Diocleziano. Il sistema prevedeva l’esistenza di un imperatore romano d’Occidente e di un imperatore romano d’Oriente, chiamati “Augusti”. I due Augusti nominavano due vice, chiamati “Cesari”. 

In un determinato momento, gli Augusti sarebbero andati spontaneamente in pensione, e i due Cesari sarebbero diventati i nuovi Augusti, nominando a loro volta due nuovi Cesari, in un meccanismo teoricamente perfetto, che avrebbe dovuto risolvere il problema della successione imperiale.

Nel 305, gli Augusti Diocleziano e Massimiano abdicarono e si ritirarono a vita privata. I loro Cesari, che si chiamavano Costanzo e Galerio, divennero i nuovi Augusti, rispettivamente dell’Impero romano d’Occidente e d’Oriente.

I due nuovi Augusti nominarono come nuovi Cesari, Severo e Massimino.  

In realtà, in qualità di figlio di uno degli ex-Augusti, Massenzio si aspettava di essere nominato tra i Cesari, ma l’autore antico Lattanzio ci fa sapere che Galerio odiava Massenzio e che utilizzò tutta la sua influenza su Diocleziano e Massimiano per convincerli ad ignorarlo nella successione. 

Forse, a prescindere dalle pressioni di Galerio, anche Diocleziano pensava che Massenzio non fosse abbastanza qualificato e non avesse ricoperto gli incarichi necessari per poter assumere l’ufficio Imperiale. Massenzio, profondamente contrariato, si ritirò in una tenuta a poche miglia da Roma.

Tuttavia, nel 306, Costanzo morì e suo figlio Costantino venne incoronato imperatore direttamente dalle truppe.  Costantino inviò una lettera a Galerio per informarlo che le circostanze lo avevano costretto ad assumere la carica Imperiale. 

Galerio, nonostante non fosse affatto contento del repentino cambiamento, che andava inoltre a contraddire le nomine imposte dalla tetrarchia,  accettò il ruolo di Costantino.  Questo fatto, tuttavia, costituì un precedente a cui Massenzio decise di appellarsi per reclamare il suo ruolo di imperatore.

Ascesa al potere di Marco Aurelio Valerio Massenzio

Galerio, per far fronte alla complessa situazione economica che gravava nell’impero, decise di sottoporre la popolazione Italica ad una pesante tassazione. L’Italia era sempre stata esente dalle imposte, per via del contributo che gli italici avevano dato alla crescita di Roma. Così, si sviluppò presto una pesante insofferenza da parte del popolo.

Quando giunse l’ulteriore notizia che gli imperatori avevano intenzione di sciogliere il corpo dei pretoriani di stanza a Roma, scoppiarono dei disordini.

Un gruppo di ufficiali, Marcelliano, Marcello e Luciano, si rivolsero a Massenzio, proponendogli di diventare il nuovo Imperatore, come era accaduto poco prima per Costantino.

Massenzio accettò, promettendo donazioni alle truppe: dopo pochi giorni, fu acclamato imperatore a Roma il 28 ottobre del 306 d.C.

Nel frattempo, alcuni aristocratici poco convinti delle qualità di Massenzio, raggiunsero l’augusto in pensione, Massimiano, nella sua tenuta in Lucania, chiedendogli di riprendere il potere, ma quest’ultimo rifiutò.

Massenzio riuscì a far valere la sua autorità di imperatore in tutta l’Italia centro-meridionale, nelle isole di Corsica, di Sardegna, di Sicilia e nelle province africane, mentre l’Italia settentrionale rimaneva sotto il controllo di Severo, che risiedeva a Milano.

Massenzio si astenne dall’utilizzare i titoli di “Augusto” o di “Cesare” e preferì autoproclamarsi “Principe imbattuto” nella speranza che l’anziano imperatore Galerio lo nominasse ufficialmente. Tuttavia Galerio, che aveva già dovuto accettare la nomina forzata di Costantino, negò il suo consenso.

Al di là dell’antipatia che Galerio dimostrava per Massenzio, la sua azione aveva probabilmente una precisa finalità politica,  ovvero quella di non sdoganare il concetto che chiunque avrebbe potuto reclamare la porpora Imperiale sfuggendo al meccanismo della tetrarchia.

Galerio prese questa decisione anche per una motivazione prettamente militare: mentre Costantino era alla testa di un numeroso esercito a lui fedele, Massenzio aveva a disposizione solamente poche truppe. Galerio stimò che la sua usurpazione sarebbe stata repressa con relativa facilità. Così, all’inizio del 307,  Severo marciò su Roma con i suoi soldati.

Tuttavia, la maggior parte dell’esercito che andava a combattere contro Massenzio aveva servito per anni sotto il padre di lui, Massimiano: quando Severo raggiunse Roma, i suoi soldati lo tradirono e si unirono alla causa di Massenzio, che concesse agli uomini ingenti donazioni.

Nello stesso anno, Massimiano decise di riprendere il potere e tornò a Roma per riassumere la carica Imperiale e sostenere suo figlio: Severo e la restante parte del suo esercito si ritirarono a Ravenna. Poco dopo, i soldati severiani si arresero a Massimiano, in cambio della vita.

Dopo la sconfitta di Severo, Massenzio prese possesso dell’Italia settentrionale fino alle Alpi e della zona dell’Istria ad est, autoproclamandosi “Augusto”, un titolo che, con la resa di Severo, era diventato vacante.

La lotta contro Galerio e gli altri pretendenti al trono

Il governo congiunto di Massimiano e Massenzio fu messo in pericolo quando lo stesso imperatore Galerio marciò in Italia, nell’estate del 307, alla guida di un grande esercito, per riuscire laddove Severo aveva fallito.

Anche in questo caso, Massenzio convinse i soldati di Galerio a tradire il loro generale, con la promessa di ingenti somme di denaro e grazie all’appoggio di Massimiano.

Vedendo che i soldati lo abbandonavano, Galerio fu costretto a ritirarsi, saccheggiando l’Italia sulla via del ritorno. Nel frattempo, Severo venne messo a morte da Massenzio, probabilmente nella città di Tres Tabernae, vicino Roma. Dopo la fallita campagna di Galerio, il regno di Massenzio in Italia e in Africa si consolidò.

Nel frattempo, Massenzio agiva anche a livello diplomatico: già nel 307 tentò di stabilire rapporti amichevoli con Costantino e nell’estate di quello stesso anno Massimiano si recò nelle Gallie, dove Costantino sposò sua figlia Fausta e dove venne riconosciuto Augusto.

Costantino accettò l’incarico, ma cercò anche di scongiurare la completa rottura con Galerio, evitando di sostenere apertamente Massenzio. 

Nel 308, Massimiano, cambiando evidentemente parere sul valore del figlio, tentò di annullare la sua autorità di fronte ad un’assemblea di soldati a Roma: sorprendentemente per lui, le truppe rimasero fedeli al figlio e Massimiano dovette fuggire da Costantino.

Su iniziativa di Galerio, che sentiva il bisogno di ristabilire l’ordine fra gli imperatori, venne indetta la conferenza di Carnuntum: Massenzio si vide nuovamente negare il riconoscimento di legittimo imperatore. Galerio nominò come nuovo Augusto il generale Licinio, a cui diede il compito di riconquistare il dominio sull’Italia.  

La situazione per Massenzio peggiorò ulteriormente di lì a poco: il generale Alessandro Domizio venne infatti proclamato Imperatore a Cartagine dalle truppe africane. Così, le province d’Africa si affrancarono dal dominio di Massenzio. 

Altre tragedie colpirono Massenzio a livello familiare: nel 309 morì il figlio Valerio Romolo. Massenzio lo fece divinizzare e seppellire nel suo mausoleo sulla via Appia. Nelle vicinanze, Massenzio diede ordine di costruire il circo che avrebbe portato il suo nome, il circo di Massenzio. Nel 309 o nel 310, mancò anche il padre.

Nel frattempo, i rapporti con Costantino peggiorarono rapidamente. Massenzio decise allora di allearsi con Massimino per contrastare l’alleanza tra Costantino e Licinio.

Il piano di guerra di Massenzio prevedeva l’invasione della Provincia di Rezia, a nord delle Alpi, per dividere le forze di Costantino e Licinio, come ci racconta lo storico antico Zosimo. Tuttavia l’esercito di Costantino si mosse più velocemente, vanificando il progetto di Massenzio. 

Nel 310, Licinio perse il controllo sull’Istria e non potè continuare la campagna. L’intervento di Galerio sarebbe stato fondamentale, ma alla metà delle 310 il vecchio imperatore era troppo malato per potersi occupare della politica Imperiale e morì poco dopo il 30 aprile del 311 d.C. 

Piranesi Ponte Milvio con cornice
Ponte Milvio di Giovanni Battista Piranesi

La morte di Galerio destabilizzò quanto rimaneva del sistema della tetrarchia. Massimino si mobilitò contro Licinio e conquistò l’Asia minore per poi incontrarlo al fine di concordare delle condizioni di pace. Nel frattempo, Massenzio si dedico a fortificare l’Italia settentrionale contro potenziali invasioni e inviò un piccolo esercito nell’africa del Nord sotto il comando del suo prefetto del Pretorio Rufio Volusiano, che sconfisse e giustiziò l’usurpatore Domizio Alessandro.

Massenzio colse l’occasione per impadronirsi delle ricchezze dell’Africa del nord, portando grandi quantità di grano a Roma. Inoltre, rendendosi conto dell’importanza del Cristianesimo, rafforzò il suo sostegno alla comunità cristiana permettendo loro di leggere il nuovo vescovo di Roma, Eusebio.

Nonostante gli ultimi successi, il consenso nei confronti di Massenzio non era dei migliori. Massenzio non era riuscito a far presa sulla popolazione Italica e le sue capacità di comando e di gestione venivano messe continuamente in dubbio. 

La situazione peggiorò nel momento in cui, senza sufficienti entrate fiscali, Massenzio fu costretto a recuperare il progetto di Galerio di sottoporre i popoli italici a tassazione per sostenere il suo esercito e i suoi progetti di costruzione di infrastrutture a Roma.

Anche il permesso accordato ai cristiani di eleggere il vescovo di Roma non contribuì a migliorare la sua reputazione: la precedente persecuzione di Diocleziano aveva diviso la chiesa in fazioni in competizione, soprattutto sulla questione della apostasia, ovvero la possibilità da parte di un individuo di rinnegare la sua precedente religione per abbracciare il cristianesimo.

I cristiani italici ritenevano che Massenzio non fosse in grado e non avesse l’autorità per aiutarli a dirimere queste spinose questioni religiose, mentre guardavano con maggiore interesse a Costantino.

La guerra di Marco Aurelio Valerio Massenzio contro Costantino

Nell’estate del 311, Massenzio approfittò del fatto che Licinio era occupato con i suoi affari in Oriente per mobilitare il suo esercito contro Costantino,  dichiarandogli guerra.

La reazione di Costantino si concretizzò soprattutto a livello diplomatico: per evitare che Massenzio e Licinio potessero allearsi contro di lui, cercò di portare Licinio dalla sua parte già nell’inverno del 312, offrendogli sua sorella Costanza in matrimonio.

Massimino considerò l’accordo fra Costantino e Licinio un affronto alla sua autorità. Così, inviò degli ambasciatori a Roma offrendosi di riconoscere l’autorità Imperiale di Massenzio in cambio di sostegno militare. 

Si formarono allora due alleanze: Massimino e Massenzio contro Costantino e Licinio.

Massenzio si aspettava un attacco lungo il fianco orientale e decise di stazionare con il suo esercito a Verona. Unendo le forze prelevate dall’Africa alla sua guardia pretoriana e alle truppe che aveva ottenuto da Severo, Massenzio poteva contare su un esercito di circa 100.000 soldati.

Costantino, per contro, poteva contare solamente su un contingente fra i 25.000 e i 40.000 uomini. La maggior parte delle sue truppe, inoltre, non poteva essere ritirata dalle frontiere del Reno senza esporre il confine settentrionale dell’impero alle incursioni delle tribù Barbariche. 

Contro le raccomandazioni dei suoi consiglieri e generali, Costantino decise che l’unica mossa realmente valida era quella di agire con tutto il suo esercito e con rapidità, cogliendo Massenzio di sorpresa.

Non appena il tempo lo permise, nella tarda primavera del 312, Costantino attraversò le Alpi Cozie presso il passo del Moncenisio e raggiunse Susa, una città fortificata che gli chiuse le porte. Costantino operò un assedio e conquistò rapidamente Susa, risparmiandole però il saccheggio.

Mentre marciava verso Ovest alla conquista di Torino, Costantino si scontrò con una poderosa forza di cavalleria pesante fedele a Massenzio, costituita prevalentemente da Clibanarii e Catafratti.

Costantino fu costretto ad affrontarli: nella battaglia che si scatenò qualche giorno dopo, Costantino permise alla cavalleria nemica di attaccare ed infiltrarsi al centro dei suoi manipoli. Operò poi un rapido accerchiamento dell’avversario, e la sua stessa cavalleria caricò i catafratti di Massenzio sui lati, colpendoli con mazze ferrate. 

Costantino diede poi ordine alla sua fanteria di avanzare contro il nucleo dell’esercito nemico: gli avversari iniziarono a fuggire e la cavalleria di Costantino potè inseguirli per sterminarli.

La città di Torino decise di  appoggiare Costantino e di sbarrare le porte ai fuggiaschi dell’esercito di Massenzio. Altre città della pianura padana, riconoscendo le vittorie di Costantino e ammirando la sua clemenza, inviarono ambasciatori per congratularsi dei suoi successi. 

Costantino si trasferì così a Milano, dove venne accolto dalla popolazione con gioia.

La battaglia di Ponte Milvio

Massenzio avrebbe potuto utilizzare la stessa strategia impiegata contro Severo e Galerio, cioè quella di rimanere a Roma e sfruttare le fortificazioni della città per costringere Costantino ad un assedio che, alla lunga, avrebbe stremato il suo esercito. Ma cambiò idea.

Battaglia Ponte Milvio

Le fonti antiche riferiscono che Massenzio consultò degli indovini, in particolare i Libri Sibillini, che gli preannunciarono la vittoria. Incoraggiato dai presagi favorevoli e dal fatto che il giorno della battaglia sarebbe stato anche l’anniversario della sua ascesa al trono, Massenzio decise di cambiare strategia e affrontare l’avversario in campo aperto.

Gli eserciti di Massenzio e di Costantino si incontrarono presso il Ponte Milvio, il 28 ottobre del 312 d.C.

La tradizione cristiana, riportata prevalentemente da Lattanzio e da Eusebio Di Cesarea, sostiene che Costantino ebbe una visione celeste caratterizzata dallo Scudo del Cristo e dalla scritta: “In hoc signo vinces “, “Con questo segno vincerai!”.

Il miracolo avrebbe convinto Costantino a far combattere i suoi uomini sotto le insegne di Gesù Cristo,  in modo che lo stesso Dio dei Cristiani avrebbe protetto il suo esercito. Ovviamente, si tratta di un racconto posteriore alla battaglia, che è stato probabilmente inventato dai suoi biografi ufficiali.

Del reale andamento tattico della battaglia di Ponte Milvio non abbiamo molte informazioni: sappiamo che le forze di Costantino sconfissero nettamente le truppe di Massenzio, le quali si ritirarono verso il fiume Tevere, e nel caos del suo esercito in fuga, che tentava disperatamente di attraversare un ponte, Massenzio sarebbe caduto in acqua, annegando.

Il suo corpo venne ritrovato il giorno successivo e fu fatto sfilare per la città di Roma, prima di essere inviato in Africa come prova della sua morte.

L’eredità di Marco Aurelio Valerio Massenzio

Dopo la vittoria di Costantino, la figura di Massenzio venne sistematicamente diffamata e il generale venne presentato come un tiranno crudele, sanguinario e altamente incompetente. 

Sebbene Massenzio non abbia eseguito persecuzioni nei confronti dei Cristiani, ma anzi abbia tentato di collaborare con loro, la propaganda Costantiniana successiva lo dipinse come ostile alla nuova religione. 

Questa immagine negativa, di cui troviamo tracce in tutti i racconti antichi, ha dominato la visione di Massenzio almeno fino al ventesimo secolo, quando un’analisi più estesa delle fonti, che ha preso in considerazione non solo gli scritti ma anche le monete e le iscrizioni, ci ha riportato un’immagine più equilibrata del personaggio. 

Massenzio non era certamente un genio politico, ma non eseguì mai persecuzioni nei confronti dei Cristiani. Inoltre, molti edifici di Roma che sono stati attribuiti a Costantino, furono invece fatti innalzare da Massenzio, come la grande Basilica del Foro romano.

Una delle principali considerazioni sviluppate a posteriori dagli studiosi e dagli appassionati di storia romana, si fonda sull’ipotesi che Massenzio, contrariamente a Costantino, non avrebbe mai fondato una nuova capitale ma si sarebbe impegnato per dare nuova gloria e potere a Roma. 

Nel dicembre del 2006, archeologi italiani hanno rinvenuto in un santuario vicino al Colle Palatino, diversi oggetti di fattura Imperiale. Gli oggetti erano avvolti in bende di lino e includono tre lance, quattro giavellotti e un bastone che sembra essere una base per uno stendardo, oltre a tre sfere composte da vetro e calcedonio. 

Il ritrovamento più importante fu però uno scettro che regge un globo blu e verde, che si ritiene sia appartenuto allo stesso imperatore

Queste sono le uniche insegne imperiali mai ritrovate fino a questo momento, oggetti che rappresentano il potere dell’imperatore di cui, fino al 2006, erano visibili solamente in rappresentazioni su monete o in sculture.

Clementina Panella, l’archeologa autrice della scoperta, affermò che i manufatti appartenevano chiaramente all’imperatore Massenzio, e in particolare lo scettro, per via della sua pregiata fattura. Secondo la teoria di Panella, le insegne furono nascoste dai sostenitori di Massenzio per preservare la memoria dell’imperatore dopo la sconfitta nella battaglia di Ponte Milvio. 

Gli oggetti sono stati restaurati e sono attualmente in mostra presso il Museo nazionale romano.