lunedì 2 Marzo 2026
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Marco Claudio Marcello, il console romano che fermò Annibale

Marco Claudio Marcello è una delle figure più gloriose della Repubblica Romana:  eletto cinque volte console e leader militare insostituibile durante la guerra contro Annibale, fu uno dei pochissimi personaggi romani a potersi fregiare del titolo di conquistatore della Spolia Opima, un trofeo costituito dalla conquista dell’armatura di un capo militare nemico, battuto in un duello corpo a corpo.

Marcello, il conquistatore della città di Siracusa, fu personaggio di spicco del suo periodo e morì con le armi in pugno.

Giovinezza e primi incarichi

Non abbiamo molte informazioni sulla giovinezza e sull’adolescenza di Marco Claudio Marcello, in quanto scarseggiano fonti antiche: basandosi sui calcoli relativi alle elezioni e ai suoi primi consolati, dovrebbe essere nato prima del 268 a.C. e dovrebbe essere stato il primo della sua famiglia ad assumere il cognome di Marcello. Una deduzione derivante dalle fonti più attendibili sulla sua vita costituite sicuramente dalla “Vita di Marcello” di Plutarco, opera scritta diversi secoli dopo.

Marcello era un abile combattente e venne educato per la carriera militare fin dalla più tenera età: immediatamente si distinse come guerriero coraggioso e comandante ambizioso che preferiva spesso affrontare il nemico corpo a corpo. Sempre Plutarco racconta di un intervento di Marcello per salvare la vita al fratello Otacilio. I suoi superiori si accorsero rapidamente delle sue capacità: lo promossero sul campo e gli conferirono incarichi prestigiosi.

Già nel 226 a.C. fu eletto alla carica di edile: si trattava di un incarico piuttosto prestigioso per un uomo dell’età di Marcello e durante questo periodo il suo compito si concentrò sulla sovrintendenza e la manutenzione degli edifici pubblici e la tutela dell’ordine. Nello stesso periodo, Marcello divenne anche un augure, un importante sacerdote dedicato all’interpretazione dei presagi e delle risposte degli Dei.

All’età di 40 anni, Marcello era già un soldato di carriera, un’abile funzionario e un rispettabile aristocratico: nel 222 a.C. venne eletto console, la più alta carica prevista dall’antica Roma repubblicana.

Le battaglie contro i galli e la conquista della Spolia Opima

Marcello ebbe un ruolo primario nella Prima Guerra Punica tra Roma e i Cartaginesi, ma il suo impegno principale fu certamente contro i Galli, che dichiararono guerra a Roma nel 225 a.C.: Marcello e Scipione Calvo, in qualità di consoli, respinsero gli Insubri, una delle principali tribù galliche avversarie di Roma, facendoli indietreggiare fino al fiume Po.

Gli avversari proposero una pace, che Scipione era pronto a concedere, ma Marcello convinse il collega a non accettare e a proseguire la guerra per ottenere una vittoria definitiva. Gli insubri radunarono allora 30.000 guerrieri, chiamando a raccolta diversi alleati dalle altre tribù, tra cui i temibili Gesati, per combattere i romani in una battaglia decisiva.

Marcello sconfisse gli avversari, sbaragliando ripetutamente l’esercito gallico: i Galli inviarono allora diecimila uomini attraverso il fiume Po e attaccarono la piccola cittadina di Clastidium, una roccaforte romana, con l’obiettivo di deviare gli attacchi dell’esercito romano e far riprendere fiato ai propri soldati. Fu su questo campo di battaglia che si verificò la prodezza più nota di Marcello: un duello personale contro il re gallico Viridomaro.

Plutarco racconta alcuni dettagli di ciò che accadde prima della battaglia: Viridomaro avrebbe individuato il generale avversario con le insegne e gli sarebbe andato incontro sfidandolo. Anche Marcello avrebbe scorto l’armatura dell’avversario che cavalcava verso di lui per affrontarlo e gli si sarebbe fatto incontro.

I due si batterono spietatamente e Marcello, grazie ad un colpo di lancia che trafisse la corazza dell’avversario, riuscì a sbalzare Viridomaro giù dal cavallo, finendolo con altri due colpi. Fu così che Marcello riuscì a conquistare l’armatura del suo avversario, la Spolia Opima: si trattava di un bottino di straordinario valore.

Marcello è entrato così nella storia romana, diventando uno dei pochissimi generali a potersi fregiare di questo titolo.

Dopo lo scontro, i romani, che si trovavano comunque in inferiorità numerica, riuscirono a rompere l’assedio dei Galli a Clastidium e a vincere la battaglia respingendo l’avversario fino al loro quartier generale, la città di Mediolanum: qui i romani sconfissero definitivamente i Galli, che preferirono inviare degli ambasciatori per trattare la pace.

Marcello nella Seconda Guerra Punica: la sfida contro Annibale

Dopo questo periodo di combattimenti e di gloria, le fonti non citano ulteriori imprese di Marcello, che scompare dalla storia fino al 216 a.C. : gli storiografi romani ricominciamo a parlare di Marco Claudio Marcello in occasione della Seconda Guerra Punica . Nel corso del terzo anno della guerra contro Annibale, Marcello fu eletto pretore e fu inviato a gestire gli affari romani in Sicilia.

Mentre stava preparando i suoi uomini per affrontare le unità cartaginesi, Roma subì però la devastante sconfitta di Canne ad opera di Annibale:  Marcello fu costretto a inviare a Roma 1500 dei suoi uomini migliori per proteggere la Capitale dopo la sconfitta.

Con quello che rimaneva dei suoi uomini e con i soldati sopravvissuti alla disfatta di Canne, Marcello si accampò vicino a Suessula, una città della Campania: di lì a poche settimane l’esercito cartaginese guidato da Annibale puntò verso la città di Nola, posta in una posizione strategica. 

Marcello intuì il pericolo e riuscì a respingere gli attacchi dei Cartaginesi e a difenderla dalla conquista da parte di Annibale: nonostante la battaglia di Nola fu piuttosto irrilevante per le sorti finali della Seconda Guerra Punica, un generale romano in grado di resistere agli attacchi di Annibale rappresentò uno straordinario esempio per tutto l’esercito.

Difatti Claudio Marcello fu il primo generale, eccetto Scipione l’Africano, ad aver tenuto testa a quello che era considerato un comandante invincibile.

Nel 215 a.C. Marcello fu convocato a Roma dal dittatore Marco Giunio Pera per valutare insieme la futura condotta della guerra: dopo aver aggiornato le proprie strategie, Marcello ottenne il titolo di proconsole, e quando Il Console Lucio Postumio Albino venne ucciso in battaglia, Marcello fu scelto all’unanimità come suo successore.

Tuttavia sia Tito Livio che Plutarco ci raccontano di un episodio in particolare: i presagi degli Dei sarebbero stati negativi: per questo motivo Marcello si fece da parte e il suo posto fu preso da Quinto Fabio Massimo Verrucoso. Probabilmente il Senato, pretendo a pretesto i cattivi segnali degli Dei, non desiderava affidare il consolato a due plebei, ma voleva mantenere l’alternanza di un console patrizio e un console plebeo per non tradire le tradizioni.

Marcello proseguì nella sua carica di proconsole e continuò ad impegnarsi per difendere la città di Nola, ancora una volta, dalla retroguardia dell’esercito di Annibale. La difesa di Nola non era più solamente un compito militare: era diventata una specie di sfida personale tra lui e il generale cartaginese.

L’anno successivo, nel 214 a.C., Marcello fu nuovamente eletto console: questa volta assieme a Fabio Massimo.

Marcello fu in grado ancora una volta di difendere la città di Nola da Annibale e conquistò una piccola cittadina, Casilinum, strappata all’esercito cartaginese. Dopo aver ottenuto la piccola ma significativa vittoria di Casilinum, Marcello fu inviato in Sicilia, sempre per contrastare le mire di Annibale: al suo arrivo, Marcello trovò un’isola completamente in disordine e sul punto di ribellarsi ai Romani.

L’impresa di Siracusa

Geronimo, il nuovo sovrano dell’importantissima città di Siracusa, era un giovane 17enne, salito al trono dopo la morte del nonno e profondamente influenzato da due fratelli: Ippocrate ed Epicide. Si trattava di due aristocratici che tramavano da tempo per dare inizio a una nuova guerra contro Roma e che riuscirono a far “raffreddare” i rapporti fra Siracusa e Roma.

Geronimo fu però deposto a causa di una serie di intrighi di palazzo.

I nuovi capi siracusani tentarono di rinnovare i patti di amicizia con Roma, ma le macchinazioni di Ippocrate ed Epicide ebbero la meglio.

In particolare, Ippocrate ed Epicide si recarono dai Leontini, notoriamente anti-romani, e li convinsero a sollevarsi contro Roma. Marcello fu costretto ad intervenire: sconfisse nettamente gli avversari e attaccò la città, costringendo i due fratelli a scappare.

Ma Ippocrate ed Epicide furono in grado di volgere la situazione a loro vantaggio: tornati a Siracusa, si servirono di prove e testimoni falsi, e raccontarono al Senato siracusano di terribili violenze compiute dai romani contro i leontini, e convinsero i notabili siracusani che la stessa sorte sarebbe presto toccata anche a loro.

Con la loro propaganda, Ippocrate ed Epicide riuscirono raggiungere il loro obiettivo: Siracusa violò il patto con Roma, passando dalla parte dei Cartaginesi.

Marcello fu così costretto ad assediare Siracusa: si trattò di un assedio difficilissimo, in quanto la città era protetta sia dal mare che da terra da poderose fortificazioni, e aveva al suo servizio uno dei più grandi geni dell’umanità: Archimede, che oppose agli assedianti romani delle straordinarie macchine di difesa.

Furono necessari due lunghi anni di assedio per avere ragione di Siracusa.

Marcello, che dopo vari tentativi era quasi sul punto di rinunciare, aveva notato, quasi per caso, un punto debole nelle fortificazioni siracusane: approfittando di un momento di distrazione dovuto ad una tipica festa siracusana, i soldati di Marcello riuscirono a penetrare dentro il cuore di Siracusa.

Secondo la tradizione, durante gli scontri, il grande Archimede fu ucciso da un legionario: il fatto sconfortò Marcello, che non voleva togliere la vita ad uno scienziato, seppur avversario, tanto importante.

Dopo la sua vittoria a Siracusa, Marcello rimase in Sicilia, dove si impegnò a sconfiggere altre unità cartaginesi e diversi ribelli che minacciavano i possedimenti romani. Alla fine del 211 a.C, Marcello si dimise dal comando della provincia siciliana e fu sostituito da Marco Cornelio Cetego.

La battaglia di Numistro contro Annibale

Al suo ritorno a Roma, Marcello non ricevette gli onori trionfali che ci si sarebbe aspettati dopo una simile impresa: i suoi nemici politici furono particolarmente abili nel minimizzare le sue vittorie e a convincere il Senato che il suo intervento militare non era bastato per sradicare le minacce antiromane in Sicilia.

Claudio Marcello venne comunque rieletto console per la quarta volta nel 210 a.C.. L’elezione di Marcello non fu scevra da critiche: i nemici politici continuavano a sottolineare come l’intervento militare di Marcello in Sicilia fosse stato dominato da una particolare violenza nei confronti della popolazione e diversi rappresentanti delle città siciliane si presentarono al Senato Romano per lamentarsi dell’elezione di Marcello, chiedendo dei risarcimenti.

Per questo motivo, Marcello fu costretto a scambiare il controllo delle province con il suo collega ed assunse il comando dell’esercito romano in Puglia, riportando molte vittorie decisive contro i cartaginesi. Marcello conquistò così Salapia e due nuove città nella regione del Sannio.

Di lì a poco, l’esercito di Gneo Fulvio, un altro generale romano, fu completamente annientato da Annibale e Marcello ed il suo esercito si mossero immediatamente per limitare i movimenti del capo cartaginese nel sud Italia.

Marcello e Annibale arrivarono ad una battaglia campale vicino alla città di Numistro: l’esito dello scontro non è chiaro. Marcello rivendicò la vittoria contro il cartaginese, ma è più probabile che si sia trattato di una sorta di “pareggio”.

In seguito alla battaglia di Numistro, Marcello continuò a tenere sotto controllo Annibale, anche se i due eserciti non si scontrarono più in battaglie campali. Questo comportamento si presta, a distanza di secoli, a diverse interpretazioni: alcuni la vedono come una guerra di logoramento da parte di Marcello, sull’esempio del dittatore Quinto Fabio Massimo, che basava tutta la propria strategia sull’evitare le battaglie campali contro Annibale per stancare l’esercito avversario durante il tempo.

Altri sostengono che Marcello tentò di compiere diverse incursioni contro i cartaginesi, senza però trovare mai un momento adatto per una battaglia decisiva.

I nemici politici tornarono in azione: la fazione avversa a Marcello lo dipingeva come un generale cocciuto e incapace di affrontare l’avversario e che, anzi, stava facendo perdere tempo all’esercito romano.

Marcello difese più volte la sua strategia di fronte ai senatori:  in questa fase le argomentazioni di Marcello dovettero essere più convincenti, dal momento che fu nominato console per la quinta volta nel 208 a.C..

La morte con le armi in pugno

Proprio quell’anno, Marcello rientrò in campo con le sue truppe a Minusio. E avvenne, inaspettatamente, la fine.

Durante una piccola ricognizione con il suo collega Tito Quinzio Crispino e un’unità di 220 cavalieri, cadde in un‘imboscata: i Cartaginesi massacrarono quasi completamente le forze che accompagnavano Marcello, il quale, resistendo fino all’ultimo, venne infine trafitto da una lancia e morì sul campo. Anche Crispino perse la vita per le ferite riportate nei giorni successivi.

Quando Annibale venne a sapere della morte di Marcello, il generale che cosi valorosamente gli aveva tenuto testa, decise di raggiungerlo per poterne onorare le spoglie e concesse a Marcello un onorevole funerale, riconsegnando le sue ceneri al figlio, contenute in un’urna d’argento con una corona d’oro.

Secondo Cornelio Nepote e Valerio Massimo, le ceneri non raggiunsero mai la sua famiglia, mentre altre fonti, come Plutarco, confermano che l’urna fu consegnata.

La perdita in pochi giorni di due consoli, fra cui il coraggioso ed irriducibile Marcello, furono un duro colpo per il morale dell’Esercito Romano.

Marcello rimane uno dei più grandi generali della storia romana, soprattutto per la conquista della Spolia opima: solo il mitico fondatore di Roma, Romolo, e Aulo Cornelio Cosso vennero insigniti dello stesso premio.

Marcello fu inoltre l’unico generale, eccetto Scipione, in grado di fermare Annibale sul campo, impedendogli di conquistare la città di Nola.

Per l’irriducibile fedeltà e il suo coraggio sul campo di battaglia, Marco Claudio Marcello venne soprannominato “la spada di Roma“:  la sua attività ostacolò in maniera importante i movimenti di Annibale nel sud Italia, strappandogli la conquista di città strategiche e ritardando l’espansione cartaginese in Italia, prima dell’intervento romano in Spagna, che inizierà a ribaltare le sorti della Seconda Guerra Punica.

Carbone: il bluff degli accordi per l’ambiente

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A parole tutti quanti vogliono superare l’uso del carbone ma nei fatti le cose stanno in modo molto diverso.

Le richieste e i prezzi sono in rialzo continuo e sono arrivati a battere record su record.

I grandi gruppi estrattivi e di commercio del carbone stanno facendo ultimamente affari d’oro. La più grande di tutte, Glencore, estrarrà nel 2021 ben 125 milioni di tonnellate di carbone.

Glencore, unica multinazionale mineraria che promette la neutralità climatica nel 2050, si impegna a tagliare entro il 2035 le emissioni di CO2 del 50% e a ridurle del 15% già entro il 2026.

Altre aziende che lavorano con miniere di carbone termico utilizzano ancora uno degli impianti estrattivi tra i più grandi del mondo, più una rete ferroviaria dedicata, e questo è nel nordest della Colombia. Ma anche il Sudafrica ovviamente non vuole essere da meno con quantità estrattive impressionanti.

Il carbone, responsabile di quasi un terzo delle emissioni globali di CO2, è in forte richiesta. E non solo in Cina. Negli Usa, investiti da un’ondata di caldo torrido, questo mese i consumi nelle centrali elettriche superano i volumi non solo del 2020 ma anche del 2019, tanto che il carbone si è riguadagnato una quota del 24% nel mix energetico americano.

La Germania, tra i Paesi europei è quella che richiede sempre più carbone e nell’ultimo trimestre l’uso globale tedesco è cresciuto del 35% rispetto ad un anno fa.

A che gioco giochiamo

E’ evidente che nessuno ha veramente voglia di smettere di utilizzare questo tipo di energia sporca. Né chi la produce, sulle spalle dei lavoratori che ogni giorno scendono nelle miniere, né gli Stati che parlano in continuazione di buoni propositi ma alla fine tornano sempre all’ovile.

D’altronde bisogna sempre guardare ad un dato: i soldi.
125 dollari per tonnellata fanno gola e sempre di più si cerca con artifici tecnici di “compensare” le emissioni dannose, come se il Mondo fosse un grande registro contabile dove basta pagare per mettere a tacere il clima.

Purtroppo la natura non capisce la partita doppia e nemmeno sa apprezzare il denaro al posto dell’aria pulita. Nelle grandi teorie degli accordi internazionali bisogna poi arrivare a dei dati di fatto, che al momento non esistono. Il carbone c’è e non molla la presa.

Luce e gas. Aumenti in arrivo

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“La ripresa dell’economia europea incontra un primo ostacolo nell’impennata dei prezzi dell’energia che per l’Italia porta una stangata sulle bollette di elettricità e gas dal primo luglio 2021”. Lo stima Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, in vista dell’aggiornamento trimestrale che farà l’Arera nei prossimi giorni per le tariffe dal primo luglio.

“In base ai dati preliminari è possibile stimare per l’elettricità un aumento intorno al 12% e per il gas oltre il 21%, entrambi balzi record mai visti in passato”, spiega Tabarelli: “ciò spinge a prevedere un tasso di inflazione in forte accelerazione nei prossimi mesi”.  

Via le mascherine all’aperto. Ma con limiti

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Italia tutta in zona bianca anche l’ultima regione che mancava, la Valle d’Aosta è bianca e senza più l’obbligo di mascherine all’aperto (se c’è la distanza; vanno comunque portate con sé): una rivoluzione rispetto agli ultimi 7 mesi.

Con l’incognita della variante Delta – quadruplicati i casi a giugno rispetto a maggio -, che potrebbe imporre nuove zone rosse limitate, le riaperture saranno completate entro il 10 luglio dalle discoteche sotto le stelle.

E il commissario all’emergenza Francesco Figliuolo lancia un appello ai giovani: “Devono poter tornare in discoteca con atteggiamento responsabile e con il green pass”.

L’immunità di gregge in Italia, ha detto il commissario per l’emergenza, “è all’80% dei 54 milioni della platea di vaccinabili, e sono assolutamente convinto che raggiungeremo questo obiettivo a fine settembre. Ma bisogna andarsi a vaccinare, come dimostra anche l’esperienza di altri Paesi a un certo punto si fa fatica a trovare i vaccinandi. Ma di vaccini a Rna (Pfizer e Moderna) ne abbiamo a sufficienza , a luglio solo poco meno di giugno. Ora usiamo AstraZeneca solo per la seconda dose agli over 60 e Johnson per le persone difficili da individuare o per categorie particolarmente mobili”.

Il generale elogia il comportamento degli italiani e fa mea culpa su AstraZeneca un po’ a nome di tutte le autorità.

“Nonostante tutto i nostri concittadini hanno dimostrato di essere migliori di questa confusione che si è creata. Su AstraZeneca ci sono state più di 10 indicazioni diverse nel tempo, ma questo è figlio di un virus nuovo e sconosciuto e dei progressi della farmacovigilanza. Ci sono state delle motivazioni da parte della gente. In un’altra condizione si utilizzava tutto quello che avevamo per far calare la curva dei contagi, ora invece possiamo usare altri vaccini per l’eterologa con la seconda dose” di Astrazeneca. Così il commissario Francesco Figliuolo a Domenica In, secondo il quale “forse si poteva comunicare meglio”.

La terza guerra punica. Roma annienta Cartagine per sempre

La terza guerra punica fu un conflitto combattuto tra Roma e Cartagine dal 149 al 146 avanti Cristo. Dopo aver perso le prime due guerre puniche contro Roma, Cartagine si era riorganizzata militarmente e aveva compiuto un assalto al vicino Regno di Numidia, violando i patti con i romani e scatenando un nuovo intervento militare. Questa volta la guerra fu di annientamento totale: i cartaginesi vennero completamente distrutti e la loro capitale fu assediata e rasa al suolo. A seguito di questi eventi, il cosiddetto Impero cartaginese ebbe definitivamente fine.

Le sconfitte e le condizioni di pace

Dopo aver perso la prima guerra punica, che si tenne dal 264 al 241 avanti Cristo, Cartagine dovette lasciare ai romani il controllo della Sicilia e della Sardegna. E ancora, dopo la sconfitta nella seconda guerra punica (218-201 a.C), con il tramonto del grande progetto di Annibale e la rinuncia al dominio sulla Spagna, Cartagine era stata ormai ridotta ad un’ombra della potenza che rappresentava nel passato. I romani avevano imposto delle condizioni di pace durissime: Cartagine doveva pagare dei tributi regolari, non poteva utilizzare un proprio esercito senza il permesso di Roma e ogni decisione politica necessitava dell’approvazione del Senato.

Isolata di fatto in una specie di città-stato, Cartagine era definitivamente con le spalle al muro.

Dopo la seconda guerra punica, tuttavia, i cartaginesi furono abili ad investire nello scambio di beni commerciali in tutto il Mediterraneo e soprattutto nella zona dei Balcani. La tradizione secolare nel commercio marittimo, permise ai Cartaginesi di rinvigorire rapidamente la loro economia. Anzi, Cartagine divenne persino fornitrice di grano e di orzo per Roma, ottenendo commesse commerciali importanti e redditizie. In pochi anni Cartagine riuscì a pagare il tributo che doveva a Roma, ristabilendo le casse dello Stato e ripresentandosi al mondo come città importante per il Mediterraneo.

In questa coraggiosa politica di rinascita, Cartagine mal sopportava le condizioni imposte dai romani, ma anche la presenza di un regno nord africano che da sempre si contendeva il controllo del territorio: era il regno di Numidia, guidato dal Re Massinissa, alleato storico dei romani. I numidi avevano ampliato nel corso del tempo la loro influenza a tutto danno di Cartagine.

Nel 150 a.C, Massinissa sconfinò in una zona molto vicina ai possedimenti dei cartaginesi e precisamente nella città di Horoscopos: Cartagine, senza richiedere il permesso dei romani, mise insieme in pochi mesi un esercito di 30.000 uomini che fu inviato a contrastare Massinissa.

L’esito per Cartagine fu assolutamente disastroso: non solo Massinissa vinse la battaglia, ma avendo violato palesemente i trattati con Roma, ed intervenendo militarmente senza il loro consenso, il Senato romano reagì con estrema durezza. Tutti gli aristocratici di Roma erano decisi per una punizione esemplare, ma soprattutto un politico romano di vecchia data, Marco Porcio Catone, detto Catone il vecchio. Catone, durante una recente missione da ambasciatore, aveva potuto constatare la ripresa di Cartagine che considerava un gravissimo pericolo per la sopravvivenza di Roma. Catone non esitava a concludere tutti i suoi discorsi in Senato, anche urlando, con la frase “Cartagine deve essere distrutta!“.

La situazione era gravissima: i cartaginesi tentano di inviare degli ambasciatori a Roma, spiegando che il loro intervento militare era stato necessario per arginare i soldati di Massinissa e che non vi era stato semplicemente tempo per avvisare i romani. Ma le loro spiegazioni non convinsero minimamente il Senato, che non ricevette nemmeno i diplomatici.

Inoltre per i romani si presentò una ghiotta occasione di attaccare Cartagine: la città nordafricana di Utica, che era sempre stata alleata dei cartaginesi, decise di passare nettamente a favore di Roma, intravedendo evidentemente il tragico destino che si profilava per Cartagine. I Romani avrebbero dunque avuto dalla loro parte un’ottima base per un attacco diretto alla città.

Il Senato Romano dapprima chiese una nuova serie di tributi per lo sgarbo ricevuto oltre alla consegna di 300 ostaggi cartaginesi che dovevano risiedere a Roma, ma di lì a poco preparò un nuovo esercito composto da 80.000 fanti e 4.000 cavalieri, che venne rapidamente inviato in Nord Africa con il compito di annientare Cartagine definitivamente.

La resistenza Cartaginese

Con l’esercito alle porte, gli ambasciatori romani si presentarono di fronte alla controparte cartaginese: le condizioni che volevano imporre erano straordinariamente dure. Cartagine doveva pagare a Roma un tributo altissimo, non poteva più avere nemmeno un uomo in armi, ma soprattutto fu imposto ai cartaginesi di lasciare la città per stabilirsi In una zona a pochi chilometri dalla costa, sotto stretta sorveglianza dell’esercito romano. Queste condizioni erano troppo per qualsiasi sconfitto.

I cartaginesi scelsero di dare battaglia, per cercare di salvare un minimo di indipendenza. Mettendo insieme un esercito regolare ma anche chiamando a raccolta tutti gli schiavi di cui disponevano, 30.000 soldati e 200.000 abitanti si prepararono a difendersi ad oltranza. Cominciò così l’assedio di Roma: l’ultimo atto delle tre guerre puniche.

I romani iniziarono l’assedio di Cartagine: i legionari erano al comando dei Consoli Marcio Censorino e Manio Manilio. I due generali romani si trovano di fronte una sfida importante, in quanto Cartagine era ben rifornita di uomini, acqua e cibo, aveva circa 34 km di mura difensive organizzate in una tripla linea e una grande serie di palizzate e fossati che complicavano un eventuale attacco via terra. Inoltre Cartagine aveva a disposizione il porto più potente del Mediterraneo e, data la sua grandezza, nonostante la flotta romana attivò immediatamente un blocco navale era sempre possibile far arrivare dei nuovi rifornimenti.

I cartaginesi, oltre a resistere, compivano delle regolari sortite con cui attaccavano i romani: nel corso di parecchi mesi, i cartaginesi decimarono i legionari, incendiarono la flotta romana, distrussero gran parte delle macchine d’assedio.

Nel frattempo emissari di Cartagine cercarono degli alleati attraverso le campagne: grazie ad una fitta rete di contatti, uomini cartaginesi riuscirono a strappare l’alleanza della città di Ippacra. Inoltre il nuovo re dei numidi, Bithyas, stavolta filo cartaginese, decise di inviare un contingente di soldati per aiutare i fratelli africani.

La straordinaria resistenza di Cartagine costituì un grave problema per i romani, che si trovavano di fronte ad una situazione ben più grave di quella che avevano previsto.

L’intervento di Scipione Emiliano

La situazione iniziò a volgere a favore dei romani con Publio Cornelio Scipione Emiliano, un giovane generale che era nipote adottivo di quello Scipione che aveva vinto Annibale decenni prima. Emiliano prese il comando della situazione e diede ordine di costruire un enorme muro d’assedio intorno a Cartagine, con particolare attenzione al porto, che doveva essere bloccato a tutti i costi.

Nonostante le continue sortite dei cartaginesi, le enormi costruzioni romane furono finalmente in grado di bloccare il porto. Scipione Emiliano continuò a rafforzare le fortificazioni, bloccando Cartagine anche via terra. Ora la situazione per i punici diventava drammatica.

Per cercare di strappare Cartagine all’assedio, un esercito punico raccogliticcio si riunì a 25 km a sud dalla capitale, nella città di Neferis, con l’intento di attaccare le linee romane dal retro. Ma la sproporzione di forze era evidente ed Emiliano, già nel 146 a.C, lasciò un contingente di soldati a proseguire l’assedio di Cartagine, ormai quasi totalmente incapace di reagire, e attaccò il distaccamento di soldati, eliminando l’ultimo possibile aiuto che poteva giungere alla città africana.

Scipione Emiliano, dopo tre anni di assedio, era sul punto di sferrare l’attacco finale.

L’attacco finale a Cartagine e la distruzione della città

I Romani attaccarono Cartagine in un solo momento e da ogni punto. La gran parte delle forze romane fu concentrata sull’area del Porto e fu quella zona la prima a cedere alla furia romana. I soldati riuscirono a raggiungere e a superare le mura di Cartagine, avanzando strada per strada, quartiere per quartiere, e annientando tutti coloro che si paravano davanti. Dopo sette giorni di combattimenti e diversi saccheggi, di Cartagine rimaneva solamente un gruppo di soldati e cittadini valorosi asserragliati nella cittadella, la parte più antica.

Fra loro il comandante Asdrubale e 900 uomini, che si rifugiarono nel tempio di Eshmun: i Romani si avvicinavano inesorabilmente ed era assolutamente chiaro che non avrebbero avuto alcuna pietà per nessun superstite. Asdrubale però non riuscì a togliersi la vita e si arrese ai Romani. Sua moglie invece, per la vergogna del gesto del marito e per non finire schiava dell’eterno nemico, preferì suicidarsi assieme ai due figli, gettandosi da una pira funeraria, assieme agli ultimi fedelissimi soldati.

Cartagine era definitivamente caduta e con essa un impero che era durato 600 anni.

Gli abitanti furono ridotti completamente in schiavitù e la città venne totalmente distrutta. E’ necessario però sfatare un luogo comune, che vuole i romani cospargere di sale la città nemica. Il sale si utilizzava per la conservazione degli alimenti ed era straordinariamente raro e prezioso: i romani non avrebbero mai consumato una quantità così immane di un prodotto tanto prezioso. Questo dettaglio è infatti un racconto aggiunto della storiografia successiva, pensato per aggiungere tragicità a questo momento storico.

E’ vero invece che i sacerdoti Romani maledirono per sempre l’area e in particolare chiunque avesse tentato di edificare una nuova città.

La nuova provincia romana d’Africa

Il Nord Africa divenne definitivamente una provincia romana e il territorio venne riorganizzato. Il nuovo Re di Mauretania si era immediatamente arreso ai Romani e città importanti come Utica, che avevano dimostrato fedeltà a Roma, costituirono, dietro esenzioni fiscali, degli avamposti militari preziosi per il controllo romano sul territorio.

Cartagine rimase disabitata per decenni e sprofondò in una depressione economica permanente. Ma Cartagine conoscerà, proprio con i romani, una rinascita. Giulio Cesare, resosi conto dell’importanza strategica di questa antichissima città, la rifondò con il consenso del Senato e dei sacerdoti e la sua opera fu proseguita da Augusto, che diede un nuovo impulso a quello che era un importante centro economico.

Articolo originale: Third_Punic_War by Mark Cartwright (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), translated by Roberto Trizio.

Iran. Ebrahim Raisi: linea dura sull’accordo nucleare

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Il neoeletto presidente iraniano ha comunicato che il suo governo adotterà una linea più dura con i negoziati sull’accordo nucleare del 2015 firmato da Teheran con le potenze mondiali dopo che la sua vittoria alle urne ha consegnato agli estremisti il ​​pieno controllo dello stato. 

Ebrahim Raisi, un religioso conservatore e capo della magistratura iraniana, ha detto ai giornalisti che il suo governo non avrebbe “negoziato per il bene dei negoziati in se” e ha escluso qualsiasi incontro con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

“La nostra politica estera non inizia con il JCPOA e non finisce con il JCPOA”, ha detto Raisi ai giornalisti durante la sua prima conferenza stampa dopo la sua schiacciante vittoria. “Sosterremo qualsiasi negoziato che soddisfi i nostri interessi nazionali. Ma non legheremo la situazione economica ei mezzi di sussistenza delle persone a questi colloqui. Non lasceremo che i colloqui si prolunghino”.

Tuttavia, ha suggerito che il suo governo, che entrerà in carica ad agosto, si sarebbe impegnato nell’accordo. Gli analisti affermano che la riduzione delle sanzioni sarà fondamentale per le speranze di Raisi di allentare la pressione economica sugli iraniani. 

La sua vittoria è stata segnata dalla più bassa affluenza alle urne presidenziali dalla rivoluzione del 1979, poiché più della metà degli elettori è rimasta a casa. 

Biden ha detto che si porterà avanti l’accordo, che l’amministrazione Trump ha abbandonato unilateralmente nel 2018, se l’Iran tornerà a confrontarsi dopo aver drasticamente aumentato la sua attività nucleare negli ultimi due anni. Il regime islamico ha insistito sul fatto che tutte le sanzioni statunitensi debbano essere prima revocate – e verificata la loro rimozione – prima di tornare agli impegni presi.

“Sono stati gli Stati Uniti a violare il JCPOA”, ha detto Raisi. “Insisto con gli Stati Uniti, siete voi che vi siete impegnati a rimuovere le sanzioni e non l’avete fatto”.

Il governo uscente del presidente Hassan Rouhani, artefice dell’accordo, ha da mesi colloqui con i restanti firmatari dell’accordo – Regno Unito, Francia, Germania, Cina e Russia – per aprire la strada al ritorno degli Stati Uniti e alla revoca delle sanzioni. Gli Stati Uniti sono stati osservatori ai colloqui, ma non direttamente coinvolti. 

Quando gli è stato chiesto se il suo governo sarebbe stato disposto a intrattenere negoziati diretti con l’amministrazione Biden, Raisi non ha dato una risposta esplicita, dicendo invece: “il mio serio suggerimento agli Stati Uniti è di mostrare onestà revocando le sanzioni”.

L’economia iraniana è precipitata in una profonda recessione dopo che Trump si è ritirato dall’accordo e ha imposto ondate di sanzioni alla repubblica islamica. Le misure punitive hanno paralizzato la capacità di esportare petrolio, la principale fonte di valuta forte dello stato, e hanno spinto l’inflazione sopra il 46 per cento quando il rial è crollato. La recessione è stata aggravata dalla crisi del coronavirus.

Raisi, che è ampiamente percepito come sostenuto dall’Ayatollah Ali Khamenei, il leader supremo, ha insistito sul fatto che il sostegno dell’Iran ai gruppi militanti in tutta la regione e lo sviluppo del suo programma missilistico sono “non negoziabili”.

L’amministrazione Biden subisce pressioni negli Stati Uniti e da Israele e dai suoi partner arabi, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, per espandere qualsiasi accordo con l’Iran per includere questi problemi. Dicono che Teheran destabilizza la regione e minaccia la sicurezza. L’Iran ribatte che il suo sostegno alle milizie e al suo arsenale missilistico sono deterrenti vitali. Qualsiasi decisione sulle principali questioni di politica estera è determinata da Khamenei. 

Le accuse sulla violazione di diritti umani a carico del presidente entrante rischiano di complicare ulteriormente le relazioni dell’Iran con l’occidente. “Come giurista, ho sempre difeso i diritti delle persone”, ha detto. “I diritti umani sono stati fondamentali per le mie responsabilità”.

Francia al voto. Le Pen vuole il sud

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Due scenari si possono avverare dopo le elezioni regionali francesi: Marine Le Pen non riessce ad affermarsi in alcuna regione, tutto resta immutato o quasi, e la sua vittoria nella corsa all’Eliseo della primavera 2022 rimane come sempre possibile, ma non probabile; oppure, il Rassemblement national riesce — per la prima volta — a imporsi con almeno un suo presidente di Regione, magari Thierry Mariani nella cosiddetta PACA (Provence-Alpes-Côte d’Azur), e allora lo scenario politico cambia. Lo slancio delle Regionali potrebbe dare a Marine Le Pen la tanto desiderata e a quel punto definitiva normalizzazione, e una vera, solida chance di conquistare poi anche la presidenza della Repubblica.

La posta in gioco quindi è molto alta, per elezioni che si svolgono in un momento così particolare: la Francia è appena uscita da nove mesi di coprifuoco, il Paese vive un’euforia da ritorno alla vita quasi normale e anche una sorta di sospensione dell’attività politica. Tutta l’attenzione si concentra da tempo su pandemia, mascherine, qualità, tempi e modi dei vaccini, e molti non sanno neppure che oggi si vota. Secondo i sondaggi l’astensione potrebbe arrivare al 60 per cento. Le elezioni locali sono spesso considerate, in tutto il mondo, un test per gli equilibri nazionali, più importanti, Stavolta è particolarmente vero perché si tratta di verificare se il Rassemblement national può aspirare davvero a un ruolo istituzionale.

Publio Ventidio Basso, il vendicatore di Crasso, trionfatore sui Parti

Publio Ventidio Basso fu politico e generale della Repubblica di Roma: originario della zona del Piceno fu uno dei principali generali agli ordini di Marco Antonio e sfoderò delle qualità militari di primissimo livello, sia durante la guerra civile contro Ottaviano in occasione della guerra di Modena ma soprattutto durante la campagna contro l’impero dei Parti che si tenne dal 39 al 38 a.C.

Nel corso di questa campagna Publio Ventidio fu in grado di infliggere una pesante sconfitta ai Parti che andò a vendicare la disfatta di Carrè del 53 a.C. : la vendetta cadde esattamente nell’anniversario della sconfitta, costituendo una delle più importanti e significative rivincite dell’Impero Romano in Oriente.

Publio Ventidio Basso era originario della zona del Piceno: un cittadino di Ascoli che nacque con la cittadinanza romana e fu figlio della comandante omonimo Publio Ventidio Basso. Le sue origini sono piuttosto modeste e oscure: alcuni suoi antenati potrebbero risalire addirittura ai tempi della guerra sociale.

Secondo le fonti latine venne catturato dopo la distruzione da parte dei romani di Ascoli Piceno e dovette subire l’umiliazione di sfilare assieme alla madre durante il trionfo di Pompeo Strabone nell’89 a.C.: la sua infanzia e la sua giovinezza furono dominate dalla povertà e dall’impossibilità di accedere ad una serie di studi, che gli consentirono di raggiungere quindi una educazione appena sufficente.

Fece diversi lavori, come quello del mulattiere nelle stalle, e si dedicò ad attività di fatica per gran parte della sua adolescenza: tuttavia con impegno e determinazione Ventidio Basso riuscì a raggiungere una buona stabilità economica. La sua fortuna fu certamente rappresentata dall’amicizia con Giulio Cesare il quale, nella sua ascesa politica, aveva grande bisogno di giovani e promettenti politici e generali.

Cesare prese in simpatia Ventidio e lo arruolò nell’esercito che condusse durante la conquista della Gallia: l’uomo giorno dopo giorno fu in grado di guadagnarsi l’ammirazione di Cesare come comandante sul campo di battaglia e rimase fedele al suo generale anche durante le guerre civili contro Pompeo.

Durante questo periodo e dopo la vittoria di Cesare fu in grado di arrivare al rango senatorio: un obiettivo che sembrava impensabile per la sua famiglia. Fu anche nominato tribuno della plebe e quindi personaggio importante e inviolabile secondo le leggi romane: secondo Aulo Gellio fu in grado di compiere rapidamente il cursus honorum, raggiungendo la carica di pretore, di pontefice e infine di console.

Certamente il ricordo delle sue umili origini fu utilizzato dagli avversari politici nel corso di tutta la sua carriera: soprattutto Cicerone, avversario politico, lo apostrofo più volte come mulattiere militare addetto ai rifornimenti e anche una parte del popolo romano non accettava di buon grado il fatto che un magistrato così importante derivasse da un passato così poco nobile. Spesso si registravano delle scritte sui muri che lo prendevano in giro.

Dopo la morte di Giulio Cesare, Marco Antonio lo tenne in buona considerazione, nominandolo console suffetto o sostitutivo nel 43 a.C. ma una volta che Antonio partì per l’Egitto nel 41 a.C. per gestire le province orientali che gli erano state assegnate, Ventidio non si dimostrò particolarmente riconoscente: e infatti non partecipò ai tentativi del fratello di Marco Antonio, Lucio Antonio e di sua moglie Fulvia di mettere in difficoltà Ottaviano, l’avversario politico di Antonio durante tutta la seconda guerra civile.

Marco Antonio però dimostrò di non avere particolari recriminazioni nei confronti di Ventidio tanto che nel 39 a.C, mentre era impegnato in grandi campagne militari in Oriente, lo chiamò per affrontare i Parti. Ventidio si mise subito in marcia verso l’Oriente per affrontare sia i nemici politici di Marco Antonio che la popolazione orientale dei Parti: percorse rapidamente l’Asia romana e riuscì a battere presso il Monte Tauro sia l’avversario Quinto Labieno che un primo contingente di Parti, dimostrando di aver capito perfettamente come sconfiggere quella popolazione orientale.

Dopo aver ottenuto un primo successo, Ventidio Basso inviò il suo comandante di cavalleria Pomponio Osidio fino al passo del Mons Amanus, una zona che separava le province di Cilicia dalla Siria per una ricognizione e soprattutto per attaccare un contingente nemico.

Ma i Parti, guidati in quell’occasione dal Generale frana Pat e agli ordini di Pacoro Primo si accorsero della presenza della Cavalleria romana e la misero rapidamente in difficoltà:  Ventidio fu costretto ad intervenire il più rapidamente possibile per evitare una strage totale.

L’intervento di Ventidio fu risolutivo in quanto fu perfettamente in grado di sconfiggere i Parti. Negli anni successivi riuscì a ottenere il controllo della Siria e della Palestina: due zone di importanza strategica che erano recentemente state sottratte ai Romani dalle incursioni dei Parti.

Nonostante questo, soprattutto per i nemici politici che continuavano ad inneggiare contro di lui, non riuscì ad ottenere un riconoscimento ufficiale da parte del Senato e non gli fu tributato il trionfo come avrebbe invece meritato. Il culmine della carriera politica di Ventidio Basso si ebbe tuttavia con la battaglia del Monte Tindaro: l’uomo si trovò faccia a faccia con l’esercito dei Parti guidati da Pagoro Primo nella zona del Gindara, 50 km ad est dell’antica città di Antiochia.

Ventidio dimostrò una grande intelligenza militare: si accampò sulle pendici del Monte Gindaro, dando l’impressione di trovarsi in una situazione di debolezza e permise all’esercito avversario di superare indisturbato il fiume Eufrate: Pacoro credette di essere in superiorità numerica e disse i suoi arcieri a cavallo di percorrere in salita la collina per attaccare i legionari romani, i quali contrattaccarono con particolare efficacia e riuscirono a metterli in fuga.

Ventidio richiamò al momento giusto I legionari e mandò avanti i frombolieri che, con i loro strumenti, misero sotto tiro di frecce, giavellotti e pietre l’esercito catafratto avversario, infliggendogli gravissime perdite e ferendo in maniera importante Pacoro nella sortita finale. I legionari di Ventidio furono in grado di annientare la resistenza dei parti fino ad uccidere Pacoro: gli avversari furono costretti a ritirarsi oltre il fiume Eufrate e dovettero rinunciare definitivamente al controllo delle sponde del mar Mediterraneo.

Questa volta Roma celebrò meritatamente il trionfo di Ventidio, soddisfatta sia per le ripetute vittorie ma soprattutto per la vendetta che si era consumata straordinariamente il 9 giugno del 38 a.C. esattamente il giorno dell’anniversario della sconfitta di Carre, avvenuta nel 53 a.C.

Sia per una sua evidente carenza politica ma probabilmente anche per il peso della vecchiaia, Ventidio scelse di ritirarsi a vita privata senza cercare ulteriore gloria. La sua morte, avvenuta in un giorno che non è stato possibile ricostruire con certezza, venne accolta da tutta la popolazione romana con grande dolore e venne istituito un funerale pubblico.

Il principale studioso di Ventidio Basso, Sebastiano Andrea Antonelli, conclude le sue opere con l’immagine suggestiva di Ventidio che trionfa proprio in quella Roma che da piccolino lo aveva schiavizzato e incatenato e umiliato: un esempio perfetto di integrazione romana ma soprattutto della possibilità di riscattare la propria condizione sociale e di ottenere la gloria tramite vittoriose campagne militari.

Il ricordo di Ventidio Basso è presente nella sua città natale, Ascoli Piceno, dove esisteva una sua statua con iscrizioni a lui dedicate e dove oggi l’amministrazione comunale gli ha intitolato un teatro e una piazza nel centro storico.

Alitalia: Altavilla nuovo presidente esecutivo di Ita

 “Il ministero dell’Economia e delle Finanze indica Alfredo Altavilla quale nuovo presidente esecutivo di Italia Trasporto Aereo (Ita). Altavilla, in virtù della rilevante esperienza manageriale e delle riconosciute capacità professionali, garantirà un prezioso apporto esecutivo allo sviluppo della società, con particolare riferimento alla strategia, alla finanza ed alle risorse umane” .

Lo annuncia il Mef in una nota aggiungendo che “conferma piena fiducia nell’amministratore delegato, Fabio Lazzerini, che proseguirà il notevole lavoro svolto per il lancio della società e la definizione del modello operativo e di business” ed “esprime un sentito ringraziamento al presidente uscente, Francesco Caio, al quale augura ogni successo nel suo incarico di amministratore delegato di Saipem”.

La peste di Cipriano: la pandemia che annientò l’impero romano

La peste di Cipriano fu una pandemia che sconvolse l’Impero romano dal 249 al 262 d.C. Non abbiamo informazioni precise sulla nascita del morbo, ma sappiamo che decimò pesantemente la popolazione romana in un periodo già difficile, nel pieno della crisi del III secolo, causando una diffusa carenza di manodopera e riducendo pesantemente i ranghi dell’esercito romano, indebolendo ulteriormente un impero già in crisi.

La peste di Cipriano: le origini e i sintomi devastanti

Non abbiamo certezza sulle origini e sullo sviluppo del morbo. Le fonti antiche iniziano a parlarne a partire da 249 d.C: secondo la “Historia Augusta“, la pandemia si scatenò durante il regno di Antiochiano e di Orfito, quando si registrarono i primi casi di questa nuova sconosciuta malattia. In queste fonti si parla di un grande raduno di tribù barbariche vicino alla città di Haemimontum (odierna Bulgaria) particolarmente colpiti da carestia e pestilenza, tanto che i generali romani non erano più intenzionati a conquistarli per paura di contrarre il morbo.

Sono state registrate nello stesso periodo alcune incursioni degli Sciiti, che tentarono di saccheggiare le città di Creta e di Cipro, ma anche i loro eserciti risultavano colpiti dalla pestilenza e per questo ridotti allo stremo, tanto da essere facilmente sconfitti.

Ma la principale fonte di questa epidemia fu San Cipriano, vescovo di Cartagine, uno scrittore paleocristiano che fu testimone diretto e descrisse in maniera quanto più accurata possibile i sintomi del morbo:

Le viscere, rilassate in un flusso costante, scaricano le forze corporee; un fuoco originato nel midollo fermenta nelle ferite delle fauci; gli intestini sono scossi da un continuo vomito; gli occhi sono in fiamme per il sangue iniettato; in alcuni casi i piedi o alcune parti degli arti vengono staccati dal contagio della putrefazione malata; dalla debolezza derivante dalla mutilazione e dalla perdita del corpo, o l’andatura è indebolita, o l’udito è ostruito, o la vista è oscurata

La peste ha assunto il suo nome in quanto fonte principale di quegli accadimenti.

Gli odierni medici non sono in grado di stabilire quale fosse esattamente il morbo: secondo lo storico Kyle Harper, i sintomi attribuiti dalle fonti antiche alla peste di Cipriano corrispondono meglio a una malattia virale che causa una febbre emorragica, come l’ebola, mentre per Kyle Harper si trattava del vaiolo, una malattia per sua natura pandemica.

Le micidiali conseguenze sull’impero romano

Nel bel mezzo dell’epidemia, dal 250 al 262 d.C, lo scrittore Ponzio di Cartagine raccontava che a Roma morivano circa 5000 persone al giorno e anche la stessa Cartagine era pesantemente colpita. Il popolo era distrutto e ogni giorno morivano diverse persone, ciascuno nella propria casa. Tutti avevano paura, fuggivano nelle campagne e cercavano di evitare il contagio in ogni modo. La città era disseminata di corpi: tutti pensavano a salvare la propria vita e nessuno aveva pietà per l’altro.

La peste di Cipriano fu devastante per la popolazione europea, che non aveva avuto alcuna precedente esposizione ad un morbo simile e risultava totalmente sprovvista di anticorpi.

Secondo alcuni studi, soprattutto quelli di Kylie Harper, la peste portò l’impero romano sull’orlo del collasso definitivo: la mancanza di manodopera nei campi, di soldati nell’esercito ma anche di funzionari nella burocrazia, minò alle fondamenta la stabilità dell’impero. Roma si salvò solamente grazie all’ intervento di alcuni imperatori che, con delle violente campagne militari, riuscirono a ricostituire una sommaria unità territoriale e riattivarono un certo gettito fiscale.

La peste di Cipro ebbe anche un grosso risvolto psicologico: si sviluppò in molti, soprattutto tra i membri del clero cristiano, la convinzione di essere di fronte alla fine del mondo. Migliaia di persone, proprio in quel periodo, iniziarono a convertirsi al cristianesimo, quella nuova religione che annunciava, dopo una vita di sofferenza, una salvezza nel regno dei cieli.