martedì 3 Marzo 2026
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Gordiano I. L’imperatore che durò 21 giorni

Gordiano I, Marcus Antonius Gordianus Sempronianus Romanus Africanus, (159 d.c,  metà aprile 238 d.c) fu imperatore romano per soli 21 giorni, assieme al suo figlio Gordiano II nel 238 d.C, l’anno dei sei imperatori.

Fu il protagonista di un tentativo di usurpazione contro l’imperatore in carica Massimino il Trace e venne sconfitto dalle forze legionarie fedeli a Massimino. Dopo la morte di suo figlio, preferì il suicidio.

Famiglia e provenienza di Gordiano I 

Sappiamo poco dei primi anni di vita e della storia familiare di Gordiano I.  Secondo alcune fonti sarebbe stato imparentato con importanti senatori del suo tempo. Il suo nome “Marco Antonio” potrebbe suggerire che i suoi antenati paterni abbiano ricevuto la cittadinanza Romana grazie al triumviro Marco Antonio, figura di spicco della tarda Repubblica Romana.

Gordiano I

Il cognome Gordiano I indica che le sue origini familiari erano dell’Anatolia, odierna Turchia, e più specificatamente della Galazia o della Cappadocia.

Secondo l’Historia Augusta, sua madre era una donna romana chiamata Ulpia Gordiana mentre suo padre era Mecio Marullo.  Gli Storici moderni ritengono che il nome del padre potrebbe essere falso mentre la figura della madre è più affidabile e verosimile. 

La storia della famiglia di Gordiano I può essere compresa attraverso le iscrizioni: il nome “Semproniano”  potrebbe infatti indicare una connessione con sua madre o con sua nonna  e dal momento che vi è una iscrizione funeraria rinvenuta in Turchia con la dicitura “Sempronia Romana”,  figlia di un certo Sempronio Aquila, segretario Imperiale, è possibile che la sua famiglia avesse radici di questo tipo. 

Sempre secondo l’Historia Augusta, la moglie di Gordiano I era una donna romana di nome Fabia Orestilla,  nata intorno al 165 d.c e probabilmente discendente degli Imperatori Antonino Pio e Marco Aurelio.  Gli Storici moderni hanno tuttavia avanzato diversi dubbi.

Assieme a sua moglie, Gordiano ebbe almeno due figli: il primo, suo omonimo, e una figlia, Antonia Gordiana che fu madre del futuro Imperatore Gordiano III.  Sua Moglie morì prima del 238 d.C e gli storici hanno identificato i genitori della donna in Marco Annio Severo e Silvana, nata intorno al 140 d.C

Primi anni di Gordiano I

Gordiano entrò a far parte del Senato Romano e scalò in maniera costante la gerarchia Imperiale. La sua carriera politica iniziò relativamente tardi e i suoi primi anni vennero probabilmente spesi in studi retorici e letterari.

Come militare, Gordiano comandò la legione IV Scythica di stanza in Siria. Servì sicuramente come governatore della Britannia Romana nel 216 d.C e fu console sostituto durante il regno dell’imperatore Eliogabalo.

Le iscrizioni rinvenute nella Britannia Romana che citano il suo nome sono state parzialmente cancellate, suggerendo che nei suoi confronti potrebbe essere stata applicata una punizione.

Gordiano acquisì popolarità durante il tempo, organizzando spettacoli e giochi magnifici in qualità di edile della città di Roma. Sembra che questa importante crescita di notorietà non abbia insospettito l’imperatore Caracalla, che al contrario ricevette con piacere un lungo poema epico a lui dedicato da Gordiano intitolato “Antoninias”.

Gordiano fu in grado di mantenere intatta la sua ricchezza e la sua influenza politica durante i tempi convulsi e difficili della dinastia dei Severi, il che suggerisce che avrebbe spesso rifiutato gli intrighi di palazzo, preferendo una vita politica più tranquilla.

Gordiano godeva evidentemente dell’appoggio di alcuni letterati dal momento che Filostrato,  sofista greco del periodo Imperiale Romano, gli dedicò la sua opera “Vite dei sofisti“. 

Ascesa al potere

Durante il Regno dell’imperatore Alessandro Severo, Gordiano I,  che era ormai sulla sessantina, dopo aver svolto il suo consolato ottenne per sorteggio il controllo proconsolare della provincia dell’Africa, che assunse nel 237 d.C.

Tuttavia, prima dell’inizio della sua magistratura, Massimino il Trace uccise Alessandro Severo a Mogontiacum , nella Germania inferiore, e salì al trono.

Massimino non era un imperatore popolare e il malcontento aumentò a causa delle dure misure economiche che impose. Il culmine dell’insofferenza nei confronti di Massimino si espresse nella rivolta in Africa del 238 d.C. 

Dopo che Il curatore fiscale di Massimino venne assassinato durante una sommossa, il popolo si rivolse a Gordiano, chiedendo che accettasse il grande onere del trono imperiale. 

Gordiano si sarebbe mostrato inizialmente titubante, ricordando che era troppo vecchio per assumere la carica ma, dietro stretta insistenza della popolazione, avrebbe ceduto al clamore popolare e avrebbe assunto sia la Porpora Imperiale che il cognome “Africanus”. 

Comunque, per via della sua età avanzata, Gordiano insistette affinché suo figlio fosse associato con lui al trono. Pochi giorni dopo, Gordiano entrò nella città di Cartagine con il gran sostegno della popolazione e dei leader politici locali.

Gordiano mandò subito degli assassini per uccidere il prefetto del pretorio di Massimino il Trace, Publio Elio Vitaliano e la ribellione sembrò avere successo.

Nel frattempo Gordiano inviò un’ambasciata a Roma sotto la guida di Licinio Valeriano per ottenere l’appoggio del Senato e farsi nominare ufficialmente Imperatore. Il Senato decise di approvare la sua nomina il 2 aprile dello stesso anno: molte province si schierarono volentieri dalla parte di Gordiano.

Vi furono invece opposizioni da parte della vicina provincia della Numidia. Il suo governatore, Capeliano, fedele sostenitore di Massimino, non riuscì a trattenere il rancore contro Gordiano e invase la provincia africana con l’unica legione a sua disposizione, la III Augusta, assieme a piccoli reparti veterani.

Suo figlio Gordiano II, a capo di un esercito di miliziani non addestrati, perse subito la battaglia di Cartagine contro Capeliano e fu ucciso. Gordiano I, non riuscendo a sopportare il dolore e sentendo l’evidente peso del compito che gli era stato assegnato, decise di togliersi la vita impiccandosi con la sua cintura. 

I Gordiani regnarono solamente per 3 settimane e Gordiano fu il primo imperatore a suicidarsi dopo Otone, nel 69 d.C, durante l’anno dei Quattro Imperatori. 

L’eredità di Gordiano I

La reputazione positiva di cui codette Gordiano fu probabilmente causata del suo carattere particolarmente amabile. Si diceva che sia lui che suo figlio fossero appassionati di letteratura, pubblicando persino delle proprie opere piuttosto voluminose.

Sebbene fossero fortemente orientati alle attività intellettuali, i Gordiani non possedevano né le competenze né le risorse per essere considerati abili statisti o potenti governanti, per di più in un periodo particolarmente complesso per l’impero.

Abbracciando la causa di Gordiano, il Senato fu obbligato a sostenere la rivolta contro Massimino anche dopo la morte dei due, nominando Pupieno e Balbino come imperatori congiunti. 

Tuttavia, entro la fine del 238 d.C, il nuovo imperatore fu Gordiano III, suo nipote. 

ENEA cellulari dismessi diventano “miniere” di materie prime

Sviluppare un nuovo processo per il recupero di materiali e metalli di elevato valore da telefoni cellulari a fine vita in ottica di economia circolare. È questo l’obiettivo del progetto PORTENT, co-finanziato dalla Regione Lazio con circa 140 mila euro attraverso il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e coordinato dal Laboratorio ENEA ‘Tecnologie per il Riuso, il Riciclo, il Recupero e la valorizzazione di Rifiuti e Materiali’.

Il 2020 ha fatto registrare una significativa crescita della raccolta di questa tipologia di rifiuti: a livello nazionale ha oltrepassato le 78 mila tonnellate (+7,68% rispetto al 2019), mentre nella Regione Lazio la quota è stata di circa 6 mila tonnellate con un significativo balzo in avanti rispetto alla 2,4 mila tonnellate dell’anno precedente. Tra questi rifiuti, i telefoni cellulari sono sicuramente gli apparecchi elettronici di maggiore interesse per i materiali preziosi e strategici che contengono.

Una volta concluso il progetto, i risultati della ricerca saranno trasferiti al tessuto imprenditoriale sia per l’innovazione tecnologica dei processi industriali sia per lo sviluppo di nuove competenze professionali qualificate.

Fonte: enea.it

La donazione di Costantino. Il falso che arricchì la chiesa medievale

La donazione di Costantino è un presunto atto con cui l’imperatore Costantino concedeva a Papa Silvestro I una serie di vantaggi e privilegi su tutto il territorio dell’impero romano. Il documento ha permesso alla Chiesa medievale di rivendicare la proprietà su vasti territori e su immense ricchezze.

Dopo alcune contestazioni di carattere legale da parte di personaggi come Dante Alighieri, l’umanista Lorenzo Valla nel 1440 identificò una serie di incongruenze che dimostrarono la falsità del documento, redatto almeno quattro secoli dopo il periodo di Costantino da un anonimo Monaco a Roma o a San Denis, in Francia.

Il Trattato di Lorenzo Valla emerse in ambito protestante e venne inserito dalla Chiesa nell’indice dei libri proibiti, per poi affermare la definitiva falsità della donazione nei secoli successivi. 

L’Editto di Costantino e il contenuto della donazione di Costantino

La donazione di Costantino è un documento datato 30 marzo 315 d.C che pretende di riassumere un editto emanato direttamente dall’imperatore Costantino con cui vengono eseguite una serie di concessioni e donazioni straordinarie a Papa Silvestro I.

I punti cardine del documento sono:

  • Il primato del Papa di Roma su tutti gli altri patriarchi delle principali città mediterranee come Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme.
  • La sovranità del Papa su tutti i sacerdoti del mondo
  • La sovranità del Papa sulla Basilica del Laterano, considerata prima e vertice di tutte le chiese del mondo
  • Il potere Papale superiore a quello dell’ imperatore romano con l’autorizzazione all’utilizzo dei classici simboli dell’imperatore da parte di tutti i Papi. 

La donazione di Costantino venne sistematicamente utilizzata dalla Chiesa del tardo impero e medievale per rivendicare il diritto alla proprietà di immensi territori e ricchezze in tutta l’Europa.

Grazie alla donazione di Costantino, la Chiesa medievale rivendicò la piena giurisdizione sulla città di Roma e i suoi abitanti, grandi quantità di territori in tutta la penisola italica, diverse città, centri abitati e monumenti su tutti i territori che corrispondevano all’impero romano d’Occidente ma anche importanti città e centri religiosi dell’Oriente.

La donazione di Costantino permise alla Chiesa medievale di accumulare ricchezze per secoli e di costituire il patrimonio fondiario più grande di tutta l’umanità.

Il documento venne considerato perfettamente valido per tutto il medioevo, tanto che nel XII secolo e precisamente nel 1140, il monaco Graziano, che riunì tutte le decisioni dei concili della Chiesa in un unico documento riassuntivo, inserì la donazione di Costantino nel suo Decretum Gratiani.

Le prime contestazioni giuridiche sulla donazione di Costantino 

Le prime perplessità e contestazioni sulla validità giuridica della donazione di Costantino emersero già nella seconda metà del Duecento. Una delle più importanti contestazioni è quella di Dante Alighieri, che oltre ad essere padre della lingua italiana, era anche un fine politico e giurista.

Tutti gli imperatori romani – I volti e le date

Tutti gli imperatori romani i volti e le date cornice

Dante, nel suo “De monarchia”, prende in esame la donazione di Costantino, segnalando una serie di irregolarità di carattere legale e dimostrando che la donazione non poteva essere compiuta e la Chiesa non aveva i titoli per poterla accettare.

Le affermazioni di Dante si focalizzano sulla figura dell’imperatore romano: l’imperatore veniva chiamato comunemente “Augustus” che deriva dal verbo latino “augere” e che significa “accrescere, espandere.”

Per questo motivo, il compito legale dell’imperatore era quello di allargare il più possibile i territori dell’impero. Costantino, con la sua donazione, avrebbe invece ottenuto l’effetto diametralmente opposto, riducendo in maniera drastica i possedimenti dell’impero Romano e violando il suo compito principale.

Inoltre, citando un passo del Vangelo di Matteo, Dante dimostra che le Sacre Scritture impongono alla Chiesa di non accumulare beni materiali e potere temporale. Per questo motivo la Chiesa non aveva la possibilità nè i titoli giuridici per accettare i territori donati da Costantino.

Nonostante Dante non abbia mai messo in discussione la veridicità del documento, la sua critica di carattere legale iniziò a sollevare dei dubbi sulla validità e sulla possibilità di applicazione della donazione di Costantino da parte della Chiesa. 

La contestazione di Lorenzo Valla

L’umanista Lorenzo Valla iniziò ad analizzare la donazione di Costantino nel 1435, e dopo cinque anni di studio, nel 1440, produsse un saggio intitolato “Discorso sulla donazione di Costantino, altrettanto malamente falsificata che creduta autentica”.

Lorenzo Valla
Lorenzo Valla

Valla si esprime in una serie di contestazioni sulla veridicità stessa del documento. La prima contestazione di Valla è di carattere psicologico: il carattere e la personalità di Costantino non erano compatibili con una donazione di questo tipo. 

Dopodiché Valla segnala una serie di perplessità di carattere legale, sulla falsariga di quanto aveva fatto Dante. Infine, individua degli elementi tecnici che dimostrano la falsità del documento.

Alcune delle principali contestazioni di Valla sono:

  • Il testo cita Costantinopoli, la capitale fondata da Costantino. La lingua utilizzata nel documento doveva dunque essere il latino del tempo di Costantino, ma la presenza di numerosi termini di origine barbarica non è compatibile con la data del documento.
  • Costantinopoli viene definita come “sede patriarcale”, ma la città, nella data in cui il documento sarebbe stato redatto, non era ancora stata nominata sede di alcunché.
  • La donazione di Costantino permette al Papa di utilizzare il Diadema Imperiale, tipicamente proprietà degli imperatori romani. Il diadema viene citato come un oggetto in “oro e pietre preziose”, quando il reale diadema era realizzato in semplice stoffa pregiata. Valla afferma che molto difficilmente Costantino avrebbe compiuto un errore su un simbolo così classico del potere Imperiale
  • Nel documento si indica che i “Senatori Patrizi” devono obbedire all’autorità del Papa. Ora, il termine “Patrizio” identifica semplicemente un’origine aristocratica, ma esistevano anche personaggi di origini più umili, i plebei, che potevano perfettamente diventare senatori. Dal momento che potevano esistere anche dei “plebei senatori” è difficile che Costantino non conoscesse un elemento così fondamentale del diritto romano.

Queste rivendicazioni, assieme a molte altre, portarono Valla a concludere che il documento fosse sostanzialmente un falso, redatto da una persona particolarmente ignorante in diritto romano. 

Secondo l’umanista, il documento venne scritto almeno quattro secoli dopo il tempo di Costantino e fu da lui datato come un falso del 750/850 d.C, redatto probabilmente nella città di Roma oppure da un anonimo Monaco a San Denis, in Francia. 

La lotta della chiesa per censurare il testo di Valla

Il documento scritto da Valla dimostrava in maniera inequivocabile la falsità della donazione di Costantino. Ma bisognerà attendere il 1517 quando, nell’ambito della corrente protestante, le considerazioni dell’umanista verranno diffuse anche grazie alla stampa a caratteri mobili.

La Chiesa Cattolica mise infatti al bando il Trattato nel 1559, iscrivendolo nell’indice dei libri proibiti. Ci vollero diversi secoli prima che la dimostrazione della falsità della donazione di Costantino venisse accettata in ambito accademico.

Lo studio più recente è a cura di Federico Chabod, che nel suo trattato “Lezioni di metodo storico” del 1969, riprende la donazione di Costantino dimostrandone ancora una volta l’assoluta falsità. 

La damnatio memoriae

La Damnatio Memoriae era una condanna inflitta dal Senato dell’antica Roma nei confronti di nemici di stato e traditori, che prevedeva la completa cancellazione e rimozione di tutte le tracce dell’esistenza di una persona da archivi, registri, iscrizioni pubbliche, ritratti e monete. La Damnatio Memoriae venne inflitta, nel corso della storia romana, ad una serie di personaggi, tra cui Marco Antonio, Nerone, Geta e Massenzio.

Si trattava di una delle peggiori punizioni per un cittadino, dal momento che il popolo romano viveva per la realizzazione di opere che potessero essere ricordate dai posteri, e la condanna ad essere dimenticati dopo la morte rappresentava una delle paure più grandi dell’uomo romano.

La condanna alla Damnatio Memoriae

Gli uomini romani vivevano per realizzare delle gesta e delle opere che sarebbero state ricordate dalle generazioni successive. Si dice infatti che l’uomo romano vivesse “Ut nome suum posteritati traditus sit” ovvero per realizzare delle azioni “affinché il proprio nome fosse tramandato dai posteri “. L’uomo romano teneva quindi la morte, che veniva considerata come l’annientamento definitivo di una persona, ma soprattutto l’oblìo, come ci conferma anche Seneca (Epistulae Morales 77.5).

La pena veniva inflitta prevalentemente a due categorie di persone: i nemici dello Stato, gli “Hostes”, e i traditori, e in generale a tutte quelle persone che venivano considerate un nemico pubblico. La pena veniva inflitta esclusivamente dal Senato romano il quale, dopo un rapido processo e dopo una votazione a maggioranza, dichiarava dapprima l’imputato indegno, “indignus” di essere ricordato, e poi comminava ufficialmente la Damnatio Memoriae .

Nella gran parte dei casi, questa pena venne applicata dopo la morte, ma tecnicamente poteva anche essere inflitta anche durante la vita del cittadino.

La distruzione delle raffigurazioni del condannato alla Damnatio Memoriae

Il primo effetto di una Damnatio Memoriae era la completa cancellazione di tutto quello che poteva ricordare l’esistenza in vita del condannato. Si procedeva innanzitutto all’abbattimento delle statue, che erano lo strumento principale con cui si portava all’attenzione dei cittadini l’esistenza di un personaggio. Queste venivano sistematicamente demolite o in alternativa si rimuovevano degli elementi identificativi, come la testa o alcuni simboli sul corpo, per sostituirli con le sembianze di un’altro cittadino più meritevole.

Si provvedeva poi alla cancellazione del nome dai monumenti pubblici. Uno dei metodi principali per diffondere la fama di una persona era iscrivere il nome sul marmo in monumenti che fossero continuamente esposti al pubblico. Il nome per esteso, oppure le sue iniziali, venivano quindi cancellate o modificate con iscrizioni più generiche, per impedire ai cittadini di riconoscere il nome del condannato.

Uno dei più celebri casi di cancellazione di una iscrizione da un monumento pubblico è quella ai danni dell’imperatore Commodo su una stele di marmo oggi conservata nella città di Osterburken, in Germania.

Anche la cancellazione dei ritratti faceva parte della Damnatio Memoriae. I romani eseguivano dei ritratti con colori a tempera su tavole di legno, prevalentemente rotonde, soprattutto in onore di personaggi importanti o per l’imperatore in persona. Si trattava di un metodo utilizzato per diffondere la conoscenza del personaggio, ma vi era anche un motivo legale: documenti firmati da funzionari di fronte all’immagine dell’imperatore avevano valore come se l’imperatore fosse stato presente nella stanza.

Sotto questo aspetto, uno dei ritrovamenti più significativi è certamente Il “Tondo severiano“, il solo dipinto a tempera su supporto di legno che sia arrivato fino a noi: viene ritratta la famiglia dell’imperatore Settimio Severo, con sua moglie Giulia Domna e i figli Geta e Caracalla. Nel tondo si vede con estrema chiarezza l’apposita cancellazione del volto di Geta, a seguito del suo omicidio da parte del fratello Caracalla e della relativa Damnatio Memoriae che quest’ultimo gli aveva inflitto per eliminare la memoria del suo fratello e rivale.

Occasionalmente, si procedeva anche alla cancellazione del nome delle monete. Le monete erano uno straordinario strumento di diffusione del volto degli Imperatori e delle vittorie militari. In una mostra del 2017 tenutasi presso il British Museum intitolata “Defeating the Past “, sono stati mostrati al pubblico esempi celebri di cancellazione delle effigi da monete per via di una Damnatio Memoriae.

Questa pratica era comunque abbastanza limitata, in quanto le persone temevano che la cancellazione dell’immagine impressa su una moneta potesse ridurre il valore dell’oggetto.

La cancellazione del prenome dai registri

La Damnatio Memoriae andava anche a colpire gli aspetti più intimi e personali del condannato.

Un effetto della Damnatio Memoriae era infatti la cancellazione del Praenomen. I nomi romani erano organizzati in tre parti (Tria Nomina): Il “Pranomen”, quello dato dalla famiglia e con cui si era chiamati fin da bambini, Il “Nomen”, che rappresentava più generalmente la propria Gens di appartenenza, e il “Cognomen”, che spesso si attribuiva in base ad una caratteristica fisica o ad una azione compiuta.

La Damnatio Memoriae prevedeva l’impossibilità di tramandare ai posteri il prenome, facendo in modo che l’appellativo più personale del condannato non potesse più trasmettersi durante le generazioni successive.

Inoltre, dal momento che la propria abitazione, la Domus, veniva considerata come un’estensione della personalità di chi ci abitava, la Damnatio Memoriae prevedeva anche la distruzione della casa del condannato, l’abbattimento delle stanze dove aveva vissuto e l’impossibilità di ricostruirvi alcunchè, come osserva il saggio di Bettina Bergman “La casa romana, Teatro della memoria”, 1994.

La cancellazione e l’annullamento degli atti

Chi subiva la Damnatio Memoriae era quasi sicuramente un personaggio importante, che aveva avuto una determinata influenza a livello pubblico. La Damnatio Memoriae, che poteva essere inflitta anche durante la vita del condannato, prevedeva anche la cosiddetta “Rescissio actorum”, ovvero la cancellazione e l’annullamento di tutti i provvedimenti che erano stati decisi dal condannato durante una o più cariche ricoperte.

Questo aspetto decretava sostanzialmente la morte civile del condannato, e tutti i provvedimenti presi da quest’ultimo smettevano di avere valore e dovevano eventualmente essere riconfermati da un altro magistrato.

Personaggi famosi condannati a Damnatio Memoriae

Nel corso della storia romana furono decine i personaggi condannati alla Damnatio Memoriae.

Il primo fu Marco Antonio, che durante la propaganda del vincitore Ottaviano Augusto doveva essere necessariamente dipinto come un nemico dello stato.

Anche l’imperatore Nerone, ormai completamente inviso al Senato, venne condannato alla Damnatio Memoriae, e si tentò sistematicamente di eliminare ogni traccia del suo governo. L’operazione non ebbe particolare successo, in quanto Nerone era un imperatore particolarmente amato dal popolo, tanto che fino al medioevo diversi cittadini erano soliti rendere omaggio alla sua tomba, oggi scomparsa, ma sita nel quartiere romano, ancora oggi esistente, denominato appunto ” Tomba di Nerone “.

Altro importante condannato alla Damnatio Memoriae fu Geta, il fratello dell’imperatore Caracalla. I due si odiavano profondamente fin dall’inizio del loro regno congiunto, tanto da evitarsi persino nelle stanze del palazzo imperiale.

Dopo l’omicidio di Geta da parte di Caracalla, quest’ultimo ordinò la sua Damnatio Memoriae, per eliminare ogni traccia del fratello rivale. Nel tondo severiano l’immagine di Geta venne cancellata, ma la Damnatio Memoriae che Caracalla inflisse era così dura che anche pronunciare pubblicamente il nome di Geta era un reato per qualsiasi cittadino.

Anche l’imperatore romano Eliogabalo e sua madre Giulia Soemia vennero condannati alla Damnatio Memoriae. Eliogabalo era un giovane ragazzo di origine siriana, che, diventato imperatore per via di una serie di intrighi di Palazzo, si dedicò solamente al culto del Dio Elagabal e ad una serie di passioni sfrenate: rapidamente preso in antipatia dai pretoriani, venne ucciso assieme alla madre.

Verso il tardo Impero, anche il nome di Massenzio, pretendente al trono dell’Impero romano d’Occidente sconfitto da Costantino nella battaglia di Ponte Milvio (28 ottobre 312 d.C), venne condannato alla Damnatio Memoriae.

Costantino aveva la necessità di diffondere la sua propaganda, anche in vista di una riappacificazione con la comunità cristiana, tanto da dover applicare la Damnatio Memoriae all’avversario Massenzio. Anche alcuni riferimenti a Massenzio, che sono presenti nello stesso arco di Costantino, vennero cancellati per ordine dell’imperatore.

La conquista romana della Sicilia

La Sicilia è stata la prima provincia acquisita dalla Repubblica romana. La dominazione di Roma si diffuse però gradualmente: la parte occidentale passò sotto il controllo romano nel 241 a.C, alla conclusione della prima guerra punica contro Cartagine.

Ma il potente regno di Siracusa, sotto il suo tiranno Gerone II, rimase un alleato di Roma indipendente, almeno fino alla sua sconfitta nel 212, durante la seconda guerra punica.

Una volta passata interamente sotto il dominio romano, la Provincia di Sicilia comprendeva l’isola stessa oltre a Malta e alle isole minori fra cui le Egadi, le isole Lipari, Ustica e Pantelleria.

Durante il periodo repubblicano l’isola era la principale fonte di grano per la città di Roma. Il suo sfruttamento fu pesante, provocando più volte delle sommosse armate note come prima e seconda guerra servile.

Dopo che le guerre civili posero fine alla Repubblica romana, la Sicilia fu temporaneamente controllata da Sesto Pompeo, che si oppose al secondo triumvirato. Passata definitivamente sotto il controllo di Augusto nel 36 a.C venne profondamente riorganizzata.

Per gran parte del periodo Imperiale la Sicilia fu un pacifico territorio di coltivazione: venne raramente menzionata nelle fonti, dal momento che si trattava di una provincia collaborativa e pacifica. Le comunità siciliane vennero organizzate in modo simile ad altre città dell’impero ed erano in gran parte autonome.

Le lingue principali furono il greco e il latino, ma si parlava ancora punico ed ebraico, per via del grande passaggio di uomini da tutte le provenienze.

La Sicilia cadde brevemente sotto il controllo dei Vandali poco prima del crollo dell’Impero romano d’Occidente nel 476, ma fu presto restituita, assieme al resto dell’Italia, al controllo dell’imperatore d’Oriente, cui sarebbe rimasta legata fino al IX secolo d.C

La Sicilia durante la prima guerra punica

Agatocle, il tiranno di Siracusa dal 317 e poi Re di Sicilia dal 307 morì nel 289 a.C. All’interno della città erano presenti dei mercenari di origine Campana, i Mamertini, ai quali fu offerto del denaro per abbandonare Siracusa. Così i Mamertini presero il controllo di Messina, uccidendo gli uomini e riducendo in schiavitù le donne.

Così, il generale siracusano Gerone,  che precedentemente aveva ottenuto dei successi militari contro il brigantaggio, iniziò ad avanzare su Messina per liberarla. I cartaginesi, che erano da sempre desiderosi di sfruttare le naturali divisioni tra i popoli siciliani per espandere la loro influenza sull’isola, offrirono il loro aiuto ai Mamertini.

Gerone  scelse quindi di ritornare momentaneamente a Siracusa dove assunse il titolo di Re. Nonostante il loro aiuto, i Mamertini tradirono i cartaginesi, espellendo la loro guarnigione e cercando invece l’aiuto dei romani.

A Roma si discusse con fervore sull’opportunità di prestare il proprio aiuto ai Mamertini. Roma era precedentemente intervenuta contro quei Mercenari campani, soprattutto quando questi avevano preso il controllo di Reggio. Inoltre era chiaro che un intervento romano in Sicilia avrebbe portato ad un inevitabile conflitto con Cartagine.

Secondo il racconto di Filino di Agrigento, esisteva persino un trattato tra Roma e Cartagine che definiva con precisione le rispettive sfere di influenza e che assegnava definitivamente la Sicilia ai cartaginesi. Questo trattato non è mai giunto fino a noi, ma lo conosciamo attraverso una citazione di Polibio. 

Lo stesso Polibio sostiene che i romani, nonostante non ne avessero alcun diritto, vennero spinti ad intervenire per motivazioni economiche, attirati dalla ricchezza della Sicilia.

Il Senato, infine, decise di aiutare i Mamertini. Sebbene non fosse una formale dichiarazione di guerra contro Cartagine l’evidente presa di posizione portò inevitabilmente allo scoppio della prima guerra punica (264 – 241 a.C).

Prima guerra Punica

Per i romani era la prima volta che una campagna militare portava la loro influenza al di fuori della penisola italiana. Gerone, alleato di Cartagine contro i Mamertini, dovette affrontare le legioni guidate dal generale Valerio Messalla. I romani furono in grado di cacciare rapidamente sia i siracusani che i cartaginesi da Messina. 

Constatando la forza romana, nel 263 Gerone cambiò schieramento, stipulando un trattato di pace con i romani in cambio del pagamento di 100 Talenti  e della promessa che avrebbe sempre mantenuto il suo trono su Siracusa.

Gerone si sarebbe dimostrato un fedelissimo alleato dei romani fino alla sua morte, nel 215 a.C, fornendo grano e armi ai legionari. La collaborazione di Gerone fu essenziale in diverse situazioni ma soprattutto durante la conquista della base cartaginese di Agrigento nel 262 a.C

Alla fine della prima guerra punica, Roma aveva conquistato la maggior parte della Sicilia, ad eccezione di Siracusa, che conservava un’ampia autonomia, sebbene la sua politica fosse influenzata in maniera determinante da Roma. Oltre a Siracusa, al regno di Gerone vennero concessi numerosi centri nella parte orientale tra cui Leontini , Megara , Eloro , Netum e Tauromenium.

Non abbiamo informazioni precise sulle condizioni della Sicilia alla fine della prima guerra punica, ma confrontando una serie di fonti antiche,  sappiamo che il territorio aveva subito degli effetti disastrosi. 

Sia Roma che Cartagine avevano compiuto diversi atrocità sulla popolazione: 250.000 abitanti di Agrigento erano stati venduti come schiavi e 7 anni dopo i cartaginesi avevano demolito le mura della città e le avevano incendiate. Nel 258 a.C la conquista romana di Camarina portò alla vendita della maggior parte degli abitanti come schiavi e anche 27 mila cittadini di Panormus subirono la stessa sorte. 

Nel 253, Selinunte fu rasa al suolo e non venne più abitata fino alla tarda antichità. Lilibeo fu invece costretta a resistere all’assedio dei romani per 10 anni, fino alla sua capitolazione dopo la battaglia delle Isole Egadi.

La Sicilia come provincia romana

La vittoria romana aveva portato la Sicilia sotto il pieno dominio di Roma. Normalmente i territori conquistati dai romani venivano organizzati tramite dei trattati in cui Roma, come potenza egemone, aveva una posizione di dominanza. 

Veniva riconosciuta una sostanziale autonomia interna agli alleati, e molto spesso il diritto si regolava secondo le consuetudini locali, ma gli alleati erano tenuti, senza poter rifiutare, a fornire truppe militari quando richiesto.  Per quanto riguarda la riscossione dei tributi, questa dipendeva dal comportamento che i singoli centri cittadini avevano mantenuto durante la guerra. Chi aveva collaborato era spesso esente dalle tasse, mentre chi aveva resistito doveva pagare dei regolari tributi.

La Sicilia, probabilmente a causa delle tante etnie che la popolavano e forse anche per recuperare le ingenti spese sostenute durante la guerra, venne regolata in maniera diversa,  ma sul metodo di governo abbiamo ancora parecchi dubbi.

Sappiamo che la provincia veniva governata prevalentemente da un pretore, assistito per le questioni finanziarie da due questori, uno con sede a Lilibeo e uno di stanza a Siracusa.  

Sicilia provincia romana

Secondo alcuni studiosi, come Filippo Coarelli, il governo della Sicilia veniva affidato a  cittadini privati con potere militare, ovvero ad aristocratici  che non avevano un incarico ufficiale e che detenevano il comando militare solamente a titolo personale, inviati annualmente sul posto con competenze amministrative e giudiziarie.

Non riusciamo però a spiegarci la presenza di due questori, quando normalmente ogni provincia ne aveva uno: secondo lo studioso Antonino Pinzone, questa originalità si spiega con il fatto che la Sicilia passò sotto il controllo dei romani in due tempi e dunque le cariche avrebbero seguito questa dinamica.

Successivamente, nel 227 a.C, vennero nominati due nuovi pretori: uno, Gaio Flaminio, venne inviato in Sicilia mentre l’altro, Valerio levino, alla nuova provincia di Corsica e Sardegna. Sappiamo inoltre che nel 227 a.C venne Imposto un tributo annuale di grano a tutte le comunità siciliane, attraverso una apposita legge. 

A quel tempo il tributo consisteva in un decimo del raccolto ed è possibile che questo sistema derivi dal metodo applicato nel regno siracusano. Sembra che questa legge non abbia avuto degli effetti eccessivamente gravosi per la città né per i piccoli proprietari italici residenti nell’isola.

La Sicilia durante la seconda guerra punica

La seconda guerra punica, che durò dal 212 al 202 a.C,  fu iniziata dal cartaginesi Annibale: il generale punico, consapevole dell’importanza degli alleati per Roma, decise di attaccare i romani sul proprio territorio, passando attraverso la Gallia, valicando le Alpi e scendendo direttamente in Italia. Il suo obiettivo era quello di liberare i soci dal governo di Roma e farli passare dalla propria parte.

Annibale inflisse ai romani una serie di devastanti sconfitte, dalla battaglia del Ticino, alla Battaglia della Trebbia, alla sconfitta del Lago Trasimeno fino alla devastante battaglia di Canne del 216 a.C.

L’anno dopo, morì Gerone II, lo storico alleato di Roma. Il suo successore fu il quindicenne nipote Geronimo, che decise di passare dalla parte cartaginese. All’interno della città di Siracusa si scatenò così il conflitto tra la fazione degli aristocratici filoromani e la fazione più democratica e filo cartaginese. 

Annibale, approfittando delle divisioni all’interno della città, aveva inviato due fratelli di stirpe siracusana, Ippocrate ed Epicide, per far insorgere il popolo contro i romani.

I romani, immaginando l’intervento di Annibale e constatando il voltafaccia di Geronimo, inviarono delle truppe alle porte di Siracusa. Lo stesso fecero anche i cartaginesi, che contesero ai romani il controllo dell’isola. 

Si scatenò una serie di guerre, ma la conquista di Siracusa nel 212 a.C da parte delle forze romane del Console Marcello fu un momento decisivo per le sorti di tutta la seconda guerra punica. La conquista di Siracusa fu difficilissima: la città era difesa in maniera mirabile, con delle possenti mura a strapiombo sul mare e ben difesa dalle mirabolanti macchine ideate dal più grande genio dell’antichità, Archimede, che aveva costruito delle fortificazioni quasi avveniristiche.

Marco Claudio Marcello
Marco Claudio Marcello

Dopo aver espugnato Siracusa, Marcello inviò a Roma una grandissima quantità di bottino, comprese alcune opere prelevate direttamente dai templi e dagli edifici pubblici. Secondo Tito Livio, fu proprio l’arrivo di questo meraviglioso bottino a suscitare per la prima volta l’ammirazione dei romani nei confronti dell’arte greca e siracusana. 

I romani ritennero però di sostituire Marcello, che era eccessivamente odiato dai siracusani, con il più neutrale generale Valerio Levino. In seguito a questi eventi, Siracusa fu incorporata all’interno della Provincia di Sicilia, divenendo la sua capitale e sede del suo governatore.

In questa fase, tutta la Sicilia era in mano romana, ad eccezione di Agrigento, che resistette fino al 210 a.C, quando venne tradita da alcuni mercenari ed ammutinati.

Nell’estate di quello stesso anno si tennero delle assemblee legislative a Roma per eleggere i nuovi Consoli. Il compito di organizzare le elezioni doveva spettare a Marcello, in qualità di console anziano, ma egli,  che era impegnato sul campo di battaglia contro Annibale, inviò una lettera al Senato dichiarando che sarebbe stato troppo pericoloso per la Repubblica perdere tempo nelle elezioni e lasciare Annibale sul territorio Italico. 

Quando il Senato ricevette la richiesta di Marcello, si aprì una discussione per capire se fosse meglio richiamare Il Console dalla campagna militare o annullare le elezioni del 209 a.C. 

Alla fine, il Senato decise di lasciare il comando militare a Marcello e di richiamare piuttosto  Valerio Levino dalla Sicilia: Levino  affidò il controllo della provincia e il comando dell’esercito al pretore Lucio Alimento, quindi inviò il comandante della flotta, Valerio Messalla, in Africa per indagare su presunti preparativi da parte dei cartaginesi per razziare il territorio siciliano.

Tornato a Roma, Levino  informò il Senato che nell’isola non vi erano più soldati cartaginesi e che i lavori nei campi erano ripresi regolarmente.

Il resoconto era probabilmente esagerato, in quanto l’agricoltura siciliana era stata pesantemente piegata dalla guerra e le condizioni dei contadini erano molto peggiori di quanto si raccontasse in Senato.

Comunque, alla fine della seconda guerra punica, l’indipendenza della Sicilia terminò definitivamente e la maggior parte delle produzioni e delle attività commerciali furono dirottate verso l’Italia. Per mantenere la pace sociale, tuttavia, nel 210 a.C il Senato decise di restituire autonomia a Siracusa, che conservava il potere su un vasto entroterra.

La provincia di Sicilia durante la tarda Repubblica

Nella tarda Repubblica, la Sicilia era una delle province romane più prospere e pacifiche, sebbene sia stata turbata da due gravi ribellioni. La prima è conosciuta come “Prima guerra servile ” (138-132 a.C)  e fu guidata dal Re Antioco Eunus,  che stabilì la sua capitale ad Enna e conquistò anche Tauromenium. Eunus sconfisse più volte l’esercito romano, ma nel 133 fu sopraffatto dal console Publio Rutilio presso Messina. La guerra terminò con la ripresa da parte dei romani delle città perdute: in quella occasione 20.000 schiavi ribelli furono crocifissi.

La seconda guerra servile (104-101) fu invece guidata da Athenio e si verificò nella parte occidentale dell’isola. Questa seconda rivolta fu soppressa da Manio Aquilio.  

Entrambe le guerre sono descritte nei particolari da Diodoro Siculo, che ci fa capire perfettamente come un enorme numero di schiavi provenienti da tutte le parti del Mediterraneo convergessero in Sicilia, circa 200 mila all’anno, con significative implicazioni economiche e sociali per tutta l’isola.

Alla fine della guerra civile tra Mario e Silla, nel 82 a.C, il giovane generale Pompeo fu inviato in Sicilia direttamente dal dittatore per recuperare il controllo sull’Isola,  liberarla dai sostenitori dell’avversario politico Caio Mario e garantire la fornitura di grano per la città di Roma.

Pompeo sconfisse efficacemente tutti gli avversari politici: si narra anche di un episodio durante il quale gli ambasciatori di alcune città siciliane si recarono da Pompeo per lamentarsi delle dure condizioni imposte all’isola. Secondo Plutarco, Pompeo rispose: “Perché continui a lodare le leggi davanti a me quando indosso una spada?”

Pompeo scacciò tutti i suoi nemici dalla Sicilia, mettendo addirittura a morte il Console Papirio Carbone.

Dal 73 al 71 a.C, il pretore della provincia fu Gaio Verre, che fu denunciato dai siciliani per estorsioni, furti e rapine aggravate e fu perseguitato a Roma da Cicerone, che scrisse dei famosissimi discorsi contro di lui conosciuti come “Verrine”. 

In questi discorsi troviamo le principali accuse al governo di Verre: Cicerone sottolineava l’applicazione molto dura della tassa sul grano, che venne Imposta per suo profitto personale piuttosto che per quello della Repubblica, oltre al furto di opere d’arte, compresi oggetti sacri. Verre credeva che i suoi potenti amici aristocratici e la corruzione dei giudici potessero garantirgli l’assoluzione, ma dopo il primo discorso di Cicerone, estremamente convincente, preferì fuggire in esilio.

Nel 70 a.C Il pretore Cecilio Metello affrontò con successo i pirati che infestavano i mari intorno alla Sicilia e alla Campania e che avevano saccheggiato Gaeta e Ostia. Nella guerra contro i pirati, il mare intorno alla Sicilia fu assegnato al comando dell’ammiraglio Plozio Varo.

La Sicilia durante la caduta della Repubblica romana

Dopo Verre, la Sicilia si riprese rapidamente, anche se le popolazioni non vennero mai risarcite per le rapine dell’ex pretore. 

Durante la guerra civile tra Giulio Cesare e Pompeo, Cesare si rese conto dell’importanza strategica della Sicilia: l’isola poteva Infatti essere utilizzata come base per attaccare le coste del Nord Africa o, al contrario, per difendersi da un attacco da esse. Per questo, dopo aver attraversato il Rubicone, inviò il suo generale Asinio Pollione per prendere il controllo dell’isola e rimuovere il governatore Catone.

I cesariani furono quindi in grado di imbarcarsi dal porto di Lilibeo per attaccare i sostenitori di Pompeo nel nord Africa.

La situazione cambiò con la morte di Cesare nel 44 a.C.  Nel 42 Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, fu nominato comandante della flotta romana  radunata a Messalia dal Senato. Sesto entrò in conflitto con il secondo triumvirato, composto da Ottaviano, Marco Antonio e Lepido: Sesto venne quindi condannato per aver compiuto atti di pirateria contro le coste del Sud Italia. 

Sesto Pompeo Magno Pio
Sesto Pompeo Magno Pio

Sesto operò allora una serie di attacchi e di razzie contro le città di Mylae, Tindari e Messana,  prendendo il controllo della Sicilia.

Ottaviano, che aveva la responsabilità dell’Italia, cercò di neutralizzarlo inviando il suo generale Salvidieno Rufo che venne sconfitto in una battaglia navale al largo di Reggio Calabria nel 40 a.C. Sesto Pompeo riuscì quindi ad impedire la fornitura di grano a Roma dalla Sicilia mettendo Ottaviano in seria difficoltà.

Nel 39 a.C, il secondo triumvirato fu costretto a scendere a patti con Sesto Pompeo nel cosiddetto “Patto di Miseno” che riconosceva a Sesto Pompeo il controllo della Sicilia, della Sardegna e della Corsica e concedeva la libertà agli schiavi in sua custodia. In cambio, Sesto avrebbe dovuto interrompere il blocco dei rifornimenti verso Roma e non raccogliere ulteriori schiavi alle sue dipendenze.

L’accordo non durò a lungo: i triumviri dovettero ben presto intervenire militarmente in Sicilia. Il conflitto coinvolse complessivamente quasi 200 mila uomini e 1000 navi da guerra, provocando grandi devastazioni in tutta l’isola. Il territorio di Tindari e di Messina venne più volte danneggiato. 

Un nuovo tentativo di sconfiggere Sesto Pompeo, guidato direttamente da Ottaviano, si risolse nella sconfitta di Messina del 37 a.C e di nuovo nell’agosto dell’anno successivo.

Ottaviano era quasi disperato, e per questo motivo richiamò il suo amico personale e generale Vipsanio Agrippa, in quel momento impegnato nelle Gallie, per affrontare Sesto Pompeo.

Agrippa, generale e ammiraglio dotato di grande carisma ed eccellenti qualità militari, fece utilizzo di navi piccole e rapide note come liburne, infliggendo una pesantissima sconfitta a Sesto Pompeo nella battaglia di Nauloco, nel settembre del 36 a.C. 

Ottaviano fu in grado così di imporre alla Sicilia una pesante sanzione di 1600 talenti, oltre a gravi punizioni nei confronti delle città che avevano collaborato con Sesto Pompeo. 

30.000 schiavi al servizio di Sesto vennero catturati: la maggior parte di loro venne restituita ai loro padroni ma circa 6 mila, che non avevano alcun padrone, vennero impalati. 

Dopo la battaglia di Azio del 31 a.C, quando Ottaviano e Agrippa furono in grado di sconfiggere Marco Antonio e Cleopatra, la Sicilia passò sotto il potere esclusivo della repubblica romana e sotto la diretta responsabilità di Augusto.

Alla fine del conflitto tra i triumviri e Sesto Pompeo la Sicilia era completamente devastata: città e campagne erano state gravemente danneggiate dalla guerra e molte terre erano rimaste incolte perché i proprietari erano morti o fuggiti. 

Una parte della Sicilia rimase di proprietà Imperiale, mentre vaste aree, probabilmente la Piana di Catania, vennero assegnate a Vipsanio Agrippa.

Alla morte di quest’ultimo, anche queste terre divennero proprietà di Augusto.

La riorganizzazione della Sicilia di Augusto

Augusto eseguì una riorganizzazione amministrativa dell’intero impero e in particolare della provincia di Sicilia. Vennero fondate alcune colonie di veterani, anche se non conosciamo l’esatta cronologia di questo fenomeno.

Augusto visitò personalmente la Sicilia nel 22 o nel 21 a.C ed eseguì poco dopo delle altre riforme che incidevano sul territorio: vennero istituite sei nuove colonie: Siracusa, Tauromenium, Panormus, Catania, Tyndaris e Thermae Himerenses.

L’afflusso di nuovi veterani italici compensò il crollo demografico derivante dalla guerra contro Sesto Pompeo. Non è chiaro che fine abbiano fatto gli insediamenti Greci preesistenti, ma certamente l’arrivo di nuovi veterani italici svolse un ruolo decisivo nella diffusione della lingua latina in Sicilia e nella generale ripresa delle condizioni socio-economiche. 

Messina, Lipara e Agrigento vennero trasformate in municipia, uno status significativamente inferiore rispetto a quello di Colonia. Centuripa, Notum e Segesta vennero convertite in città “latine” mentre i restanti insediamenti conservarono lo stesso status che detenevano sin dal terzo secolo a.C, ovvero quello di comunità straniere sotto il dominio di Roma.

E’ ragionevole presumere che tutte le colonie siciliane fossero tenute al pagamento del tributo: la classica decima del grano venne però sostituita dallo “Stipendium”, una tassa sulla proprietà: è possibile che Augusto abbia introdotto questa nuova forma di tassazione a seguito della conquista definitiva dell’Egitto, che divenne la nuova fonte di approvvigionamento di grano.

La Sicilia come provincia Imperiale 

Abbiamo poca documentazione sulla storia siciliana tra il regno di Augusto e Diocleziano. Nel 68 d.C sappiamo che vi furono disordini sull’isola, probabilmente dovuti alla rivolta di Lucio Clodio Macer in Nordafrica. Sappiamo che l’imperatore Vespasiano stabilì veterani e liberti a Panormos e Segesta.

In questo periodo la struttura economica della Sicilia si basava sul latifondi, grandi tenute private specializzate nell’agricoltura destinata all’esportazione prevalentemente di grano, olio di oliva e vino.

Durante i primi due secoli d.C, la Sicilia subì tuttavia una forte depressione economica e un decadimento della vita urbana: le campagne divennero deserte e i ricchi proprietari spostarono altrove le loro abitazioni, come testimoniato anche da ritrovamenti archeologici. Inoltre, il governo Romano trascurò sensibilmente il benessere del territorio, che divenne in poco tempo luogo di esilio e di rifugio per schiavi e briganti.

Secondo l’Historia Augusta, un testo del IV secolo d.C abbastanza inaffidabile, vi fu una rivolta di schiavi in Sicilia sotto il regno dell’imperatore Gallieno (253-268).

Historia Augusta

La Sicilia conobbe però, di lì a poco, un nuovo periodo di splendore.

Nuovi insediamenti commerciali e villaggi agricoli raggiunsero rapidamente l’apice dell’attività e dell’espansione. Le ragioni sembrano essere molteplici: innanzitutto vennero ampliati o rinnovati i collegamenti commerciali con il Nord Africa per le forniture di grano all’Italia.

Inoltre, la produzione dell’Egitto, che fino ad allora aveva soddisfatto i bisogni di Roma più della Sicilia, venne dirottata verso la nuova capitale di Costantinopoli nel 330 d.C. La Sicilia riacquistò così il ruolo centrale per le rotte commerciali tra i due continenti e per la fornitura di cibo per l’Italia.

Inoltre, senatori ed appartenenti al rango equestre iniziarono ad abbandonare la vita urbana per sfuggire alle tasse sempre crescenti, ritirandosi nelle loro tenute in campagna. Le loro terre non erano più coltivate dagli schiavi ma da coloni: si trattava di persone che avevano l’usufrutto del terreno in cambio di alcune prestazioni da eseguire direttamente al proprietario.

Nel IV secolo, la Sicilia non fu solamente il granaio di Roma, ma divenne anche la residenza preferita dalle famiglie dell’alta aristocrazia Romana: numerosi i resti archeologici che lo confermano come la Villa Romana del Casale, La Villa Romana del Tellaro e la villa romana di Patti. 

La Sicilia alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente 

Il quinto secolo d.C, con le sue migrazioni e invasioni di massa, fu un periodo di grave crisi per tutto l’impero romano. Nel 410 d.C, i Visigoti di Alarico saccheggiarono Roma. Nel 476 il generale Odoacre depose l’ultimo imperatore d’Occidente, Romolo Augustolo. 

In un periodo tanto turbolento, la relativa tranquillità della Sicilia attirò molte personalità. Diverse famiglie senatoriali acquistarono possedimenti di terra fertile e vi si trasferirono con le loro ville e residenze. Tanti funzionari, sia cristiani che pagani, si recavano in Sicilia per dedicarsi allo studio, alla caccia e al divertimento.

Sappiamo che Flaviano il Giovane ebbe una tenuta nei pressi di Enna, dove produsse un’edizione riveduta e corretta dei primi 10 libri di storia romana redatti da Tito Livio ai tempi di Augusto.

Alarico tentò di attaccare la Sicilia e si spinse fino alla città di Reggio, ma la sua flotta venne distrutta da una tempesta nello Stretto di Messina e il Re abbandonò il progetto.

Genserico, Re dei Vandali, occupò la Provincia d’Africa nel 430 ed iniziò a praticare la pirateria, razziando le coste siciliane. Poi, dopo aver sequestrato parte della flotta romana d’occidente, approdò a Cartagine, che conquistò nell’ottobre del 430.

Da lì i Vandali organizzarono attacchi in tutto il Mediterraneo, soprattutto in Sicilia e in Sardegna ma anche in Corsica e nelle isole Baleari.

Nel 441, poiché la flotta romana d’occidente si era dimostrata incapace di sconfiggere i vandali, Teodosio II inviò una spedizione del tutto inconcludente e fu costretto a richiamare i suoi uomini a causa di nuovi attacchi sul fronte settentrionale ed orientale da parte rispettivamente dei Persiani e degli Unni.

L’impero romano d’Occidente continuò a difendere strenuamente la Sicilia grazie all’intervento del generale Ricimero. Un panegirico del 468 d.C, redatto da Sidonio Apollinare, testimonia che persino in questo periodo la Sicilia veniva ancora considerata parte dell’Impero Romano d’Occidente.

Nel 468 d.C, l’isola cadde in mano al Re vandalo Genserico, ma fu riunita all’Italia nel 476, sotto Odoacre. 

Le guerre marcomanniche

Le guerre marcomanniche  sono state una serie di conflitti e di guerre durate dal 166 d.C fino al 180 d.C che hanno visto contrapporsi l’impero romano guidato dell’imperatore Marco Aurelio e una coalizione di tribù germaniche formate principalmente da marcomanni, Quadi e Iazigi Sarmati.

Durante le guerre marcomanniche le tribù superarono più volte il confine nord orientale dell’Impero romano, causando invasioni e devastazioni in città importanti come Aquileia ed Atene, e l’esercito dell’imperatore Marco Aurelio dovette condurre una serie di interventi militari su vasta scala per ristabilire la sicurezza del territorio, oltre a compiere delle incursioni nel profondo delle terre germaniche.

Le prime invasioni dei marcomanni

Durante il Regno dell’Imperatore Marco Aurelio, nel 161 d.C, la pressione delle tribù germaniche lungo la frontiera romana settentrionale aveva raggiunto un punto critico. Le tribù nordiche erano a loro volta spinte da migrazioni di massa, e l’impero romano, con la sua ricchezza e il suo benessere, rappresentava un territorio sicuro.

Le popolazioni dei Catti e dei Cauci superarono già nel 162 i confini romani, invadendo le province della Rezia e della Germania superiore, e furono immediatamente respinte dagli eserciti di frontiera. Alla fine del 166 una forza di 6000 Longobardi invase la Pannonia. L’invasione fu sconfitta dalle legioni locali, prevalentemente la legio I Adiutrix comandata dal generale Candidus e l’Ala Ulpia Contariorum, guidata da Vindex.

Prima guerra marcomannica
Mappa Prima guerra marcomannica

In seguito il governatore militare della Pannonia, Marco Iallio Basso,  avvio trattative con 11 tribù per ristabilire la sicurezza del territorio. I negoziati vennero condotti dagli ambasciatori romani con l’intermediazione del Re Marcomannico Ballomar.  Venne così concordata una tregua: le tribù si ritirarono spontaneamente dal territorio romano ma non venne raggiunto un accordo permanente. 

Nello stesso anno, i Vandali (Astingi e Lacringi) oltre ai Sarmati Iazigi,  invasero la Dacia uccidendo il governatore della provincia Calpurnio Proculo.  Per contrastarli venne immediatamente inviata la Legio V Macedonica,  ma la situazione era estremamente grave.

L’imperatore Marco Aurelio venne a sapere degli strani e pericolosi movimenti delle tribù Barbariche e, nonostante la peste Antonina stesse devastando l’impero, partì da Roma nella Primavera del 168 assieme al fratello adottivo Lucio Vero, imperatore assieme a lui, stabilendo la propria sede ad Aquileia, nel nord-est dell’Italia.

I due imperatori supervisionarono personalmente la riorganizzazione delle difese dell’Italia creando due nuove legioni, la legio II Italica e la legio III Italica, attraversando le Alpi e giungendo in Pannonia. I Marcomanni e i Victuali  avevano già attraversato il Danubio ma, secondo la Historia Augusta,  il solo avvicinamento dell’esercito Imperiale presso la fortezza di Carnuntum  fu sufficiente per convincerli a ritirarsi e a chiedere la pace a Roma.

I due imperatori svernarono ad Aquileia ma durante il tragitto di ritorno verso Roma, Lucio Vero morì improvvisamente per un colpo apoplettico, nel gennaio del 169. Marco Aurelio tornò così a Roma da solo per sovrintendere ai funerali del suo co-imperatore.

L’invasione germanica dell’Italia

Nell’autunno 369, Marco Aurelio partì da Roma assieme al suo miglior generale, Claudio Pompeiano. I romani avevano già raccolto delle forze militari per sottomettere le tribù che vivevano tra il Danubio e la provincia romana della Dacia.

Nel frattempo, gli Iazigi  avevano sconfitto e ucciso Marco Claudio Frontone, il governatore romano della bassa Mesia. L’esercito romano, impegnato nell’organizzazione e negli spostamenti, fu colto di sorpresa da diverse tribù, che attraversarono la frontiera e iniziarono a razziare il territorio.

Ad est i Costoboci attraversarono il Danubio, devastando la Tracia e scendendo fin nei Balcani raggiungendo addirittura la città di Eleusi,  vicino ad Atene, dove compirono il gravissimo atto della distruzione del Tempio dei misteri eleusini.

Ma l’invasione più pericolosa fu quella dei Marcomanni all’occidente: il loro capo, Ballomar,  era riuscito a formare una coalizione di tribù germaniche che, valicando il fiume Danubio, ottennero una vittoria decisiva su una forza di 20.000 soldati romani vicino alla Roccaforte di Carnuntum. Ballomar condusse poi la maggior parte del suo esercito a sud, verso l’Italia, mentre una parte del suo contingente devastava la regione del Norico. 

I Marcomanni rasero al suolo  la città di Oderzo,  e poi procedettero all’assedio di Aquileia. Questa era la prima volta che tribù germaniche entravano nell’Italia del nord dal 101 a.C, quando Gaio Mario aveva sconfitto i Cimbri. L’esercito del prefetto del Pretorio Tito Vittorino tentò di liberare la città, ma fu rapidamente sconfitto e forse ucciso durante la battaglia.

La controffensiva romana e la sconfitta dei Marcomanni

Il disastro di Aquileia costrinse Marco Aurelio a mobilitare tutte le forze dell’impero: dalle varie frontiere vennero radunati legionari per marciare contro Ballomar,  guidati dal generale Claudio Pompeiano e dal futuro imperatore Pertinace. Venne subito istituito un nuovo comando militare per salvaguardare le vie di comunicazioni in Italia e fu rafforzata la flotta danubiana.

Finalmente, nel 171 d.C, Aquileia venne liberata e i barbari allontanati dal territorio romano. Seguì un’intensa attività diplomatica poiché i romani  avevano bisogno di nuove leve per l’esercito e per la produzione agricola depressa dalla peste Antonina: i Quadi e gli Iazigi  firmarono un trattato di pace mentre le tribù dei Vandali Asdingi e Lacringi  divennero ufficialmente alleati dei romani.

Nel 172 i romani scatenarono una controffensiva nel pieno del territorio Marcomannico. Non abbiamo molti dettagli su questa spedizione militare, ma sappiamo che i romani ottennero delle vittorie, soggiogando i Marcomanni e i loro principali alleati fra cui Varisti, Naristi e Cotini. 

Queste vittorie sono ulteriormente confermate dall’adozione del titolo di  “Germanicus”  da parte di Marco Aurelio, una tradizione che si eseguiva solo in caso di pieno successo militare. Vi sono anche delle monete con l’iscrizione “Germania soggiogata ” che confermano i successi dell’offensiva.  Durante questa campagna, il generale romano Marco Valerio Massimiano fu addirittura in grado di uccidere il capo dei Naristi. 

Nella 173 i romani condussero una nuova campagna contro i Quadi, che avevano frattanto violato il trattato e aiutato altre tribù germaniche a combattere contro Roma: i Quadi  vennero stavolta sconfitti e sottomessi. 

Durante questa campagna avvenne un famoso episodio noto come “miracolo della pioggia “. 

Secondo il racconto di Dione Cassio, la Legio XII Fulminata era stata accerchiata da una forza superiore e quasi costretta ad arrendersi a causa del caldo e della sete. Ma un acquazzone improvviso, secondo alcuni invocato da un sacerdote Egizio, secondo i cristiani da alcuni legionari che pregarono Gesù, permise ai soldati di salvarsi.

Nello stesso anno, Didio Giuliano,  il comandante dei legionari stanziati sul fiume Reno fu in grado di respingere un’altra invasione dei Catti e degli Ermunduri.

L’anno successivo i romani marciarono nuovamente contro i Quadi,  dal momento che questa tribù aveva deposto il Re filoromano Furtius e avevano favorito l’ascesa al trono di Ariogaesus.  Marco Aurelio si rifiutò di riconoscere l’autorità di quest’ultimo, lo depose e lo esiliò ad Alessandria. Così, verso la fine del 174 d.C la sottomissione dei Quadi poteva considerarsi completata.

Successivamente i romani concentrarono la loro attenzione sulla tribù degli Iazigi  che vivevano nella piana del fiume Tibisco.  Dopo aver ottenuto alcune vittorie, nel 175, fu firmato un trattato di pace. Secondo i termini dell’accordo il Re Zanticus  avrebbe dovuto consegnare 100 mila prigionieri  romani e fornire 8000 cavalieri ausiliari, la maggior parte dei quali vennero inviati in Britannia.

Marco Aurelio era probabilmente sul punto di costituire e pacificare due nuove province romane: la Marcomannia e la Sarmatia,  ma qualunque fossero i suoi piani furono troncati dall’improvvisa ribellione di Avidio Cassio in Oriente.

Dopo aver represso con successo la rivolta di Cassio, Marco Aurelio ritornò a Roma, per la prima volta dopo quasi 8 anni. Il 23 dicembre del 176 d.C, insieme a suo figlio Commodo, celebrò un Trionfo per aver ottenuto la vittoria sulle tribù germaniche. In ricordo di tutto ciò, venne eretta la colonna Aureliana, ad imitazione della Colonna Traiana.

La seconda guerra Marcomannica

Purtroppo la tregua fu breve. Nel 177 i Quadi  si ribellarono nuovamente, presto seguiti da tribù vicine come quella dei Marcomanni. Marco Aurelio fu nuovamente costretto a dirigersi verso nord per iniziare la sua seconda campagna germanica. Arrivò presso Carnuntum nell’agosto del 178 e da quella base partì per sedare la ribellione, muovendosi prima contro i Marcomanni e nel 180 contro i Quadi.  

Seconda guerra marcomannica
Mappa Seconda guerra marcomannica

Sotto il comando di Valerio Massignano i romani prevalsero contro i Quadi nella decisiva battaglia di Laugaricio. 

I Quadi  vennero inseguiti verso Ovest nella profondità della grande Germania dove il prefetto del Pretorio Tarrutieno Paterno ottenne un’altra vittoria decisiva. 

Le legioni di Marco Aurelio erano riuscite a sottomettere le tribù germaniche fin nel profondo dei loro territori, ma il grande progetto di pacificazione della Germania venne interrotto dall’improvvisa morte di Marco, avvenuta il 17 marzo del 180 d.C a Vindobona, l’odierna Vienna.

Le conseguenze della guerra marcomannica

Nonostante le vittorie di Marco Aurelio e la definitiva pacificazione dei Barbari, questo periodo di guerra aveva messo in luce la debolezza della frontiera settentrionale di Roma: d’ora in poi almeno la metà delle legioni Romane, circa 16 su 33, sarebbero state distanza lungo il Danubio e il Reno. 

Numerose tribù germaniche si stabilirono comunque nelle regioni di frontiera come la Dacia, la Pannonia e la stessa Italia.

Il processo di integrazione dei germani all’interno dell’Europa non fu né rapido nè indolore. Alcuni Germani che si erano stabiliti a Ravenna, infatti, si ribellarono Improvvisamente e si impadronirono della città. Marco Aurelio fu costretto a liberarla con la forza e decise di non trasferire mai più Germani in Italia, esiliando addirittura quelli che vi erano stati precedentemente insediati. 

Le tribù germaniche vennero temporaneamente controllate ma le guerre marcomanniche furono solamente il preludio di nuove e più grandi invasioni che alla fine avrebbero causato il collasso dell’Impero romano d’Occidente.

Green pass: Lamorgese incontra i prefetti. Più controlli

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Il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha incontrato in videoconferenza i prefetti e i questori dei capoluoghi di regione per dare indicazioni sulla programmazione dei servizi finalizzati ai controlli sul possesso del “green pass” dopo l’entrata in vigore del decreto legge n.172/2021, che prevede nuove e più stringenti misure per contenere la diffusione del Covid-19. Alla riunione hanno partecipato, in presenza, il Capo della polizia-Direttore generale della pubblica sicurezza, Lamberto Giannini, il Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Teo Luzi, e il Vice comandante della Guardia di Finanza, Giuseppe Vicanolo.

Le indicazioni emerse nel corso dell’incontro verranno ora recepite nei piani territoriali predisposti dai prefetti sentiti i Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica.

«In questa fase ancora molto delicata per la salute pubblica, le forze di polizia e le polizie locali continueranno a dare il massimo e ad agire con responsabilità ma anche con la necessaria fermezza, effettuando controlli più serrati sulla certificazione verde con una particolare attenzione alle aree e alle fasce orarie di maggiore afflusso di persone», ha detto la responsabile del Viminale. «Ho chiesto ai prefetti di coinvolgere tutti i soggetti interessati, raccomandando loro di intensificare il confronto con i rappresentanti delle associazioni di categoria degli esercenti anche al fine di sviluppare una capillare opera di sensibilizzazione dei propri aderenti», ha aggiunto il ministro.

In base alla nuova normativa, ai prefetti è stato chiesto di mettere a punto dispositivi dedicati per i controlli sugli utenti del trasporto pubblico locale con modalità condivise con le aziende di servizio nell’ambito dei Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica.

In vista dei nuovi obblighi sul “green pass”, che scatteranno il prossimo 6 dicembre, il ministro ha anticipato la convocazione di una nuova riunione con prefetti dei capoluoghi di regione per una ulteriore valutazione dei piani messi a punto, con particolare riguardo al trasporto pubblico locale.

Il legionario romano del tardo impero: armi ed equipaggiamento

Il legionario romano del tardo Impero, soprattutto nel IV e V secolo d.C, è dotato di un equipaggiamento di base che, pur sempre costituito da un’armatura, un elmo, uno scudo e una spada, conosce delle importanti evoluzioni rispetto al periodo repubblicano e alto Imperiale.

I cambiamenti e le nuove tendenze nell’equipaggiamento del legionario del tardo Impero includono: indumenti più caldi, la scomparsa di armature e armi tipiche dei periodi repubblicani e alto Imperiali, l’adozione da parte della fanteria di equipaggiamenti che erano stati  precedentemente utilizzati dalla cavalleria, e una cavalleria pesantemente corazzata.

Inoltre, mentre i legionari repubblicani combattevano in formazioni serrate sul campo di battaglia, corpo a corpo e in spazi ristretti, il legionario tardo imperiale utilizza delle armi che aumentano notevolmente le distanze con l’avversario, per via di scontri più mobili e più veloci rispetto al passato.

L’abbigliamento del legionario romano nel tardo impero

Se nel I e nel II secolo d.C l’abbigliamento di un legionario romano consisteva in una tunica a maniche corte, il cui orlo arrivava alle ginocchia e in speciali sandali chiamati caligae, il legionario del tardo Impero deve necessariamente aggiornare il suo abbigliamento. 

I vestiti indossati nelle epoche precedenti lasciavano sistematicamente scoperte le braccia e le gambe, ma i legionari del tardo impero sono sempre più costretti a combattere in territori Nord europei, con temperature decisamente inferiori.

Tunica tardo impero

Per il legionario tardo Imperiale diventa quindi la regola indossare una tunica a maniche lunghe, dei pantaloni chiamate “Bracae”, e delle calze indossate all’interno dei sandali chiodati, chiamati “Caligae” oltre a stivali allacciati fino all’altezza del polpaccio. 

L’abbigliamento tardo romano era spesso riccamente decorato tramite strisce intrecciate o ricamate, oltre che tondi circolari o pannelli quadrati aggiunti direttamente sopra la tunica. Questi elementi decorativi erano di solito basati su motivi geometrici o vegetali stilizzati, ma spesso potevano includere anche figure umane o animali. 

L’elemento dell’abbigliamento che distingueva un soldato semplice da un ufficiale era solitamente un cappello rotondo senza tesa noto “Berretto pannonico.”

L’armatura del legionario del tardo impero

I legionari avevano sempre indossato tre tipi di loriche: la Lorica Hamata, composta fondamentalmente da una cotta di maglia, la Lorica segmentata, realizzata con più strati di metallo, e la Lorica squamata, un armatura a scaglie che imitava la pelle di un pesce. 

Soprattutto la Lorica Segmentata era stata utilizzata dai legionari per contrastare le grandi cariche della cavalleria germanica o le frecce tipiche degli eserciti orientali, ma si trattava di un armatura particolarmente pesante da indossare , costosa da produrre e difficile da mantenere. 

Già nel III secolo  d.C sappiamo che la Lorica Segmentata cadde in disuso e le truppe vengono raffigurate sui bassorilievi senza armatura. 

Armatura tardo impero antica roma

Su questo punto vi è una fonte abbastanza controversa: lo storico romano Vegezio riferisce che già nel 390 d.C i soldati non indossavano più le armature.

“Dalla fondazione di Roma fino al regno dell’imperatore Graziano i legionari portavano corazze ed elmi. Ma la negligenza e l’accidia avevano gradualmente introdotto un totale abbandono della disciplina, tanto che i soldati cominciarono a pensare che le loro armature fossero troppo pesanti e infatti raramente indossavano. 

Chiesero mano mano all’imperatore il permesso di abbandonare prima l’uso della corazza e poi dell’elmo. Per questo le nostre truppe, in combattimento contro i Goti, furono spesso sopraffatte dalla loro pioggia di frecce. Malgrado tali ripetute sconfitte, non si ritenne di introdurre l’obbligo delle corazze e degli Elmi, il che portò alla distruzione di tante grandi città. 

Le truppe, indifese ed esposte a tutte le armi del nemico, non volevano più combattere. Cosa ci si può aspettare da un arciere a piedi senza corazza né elmo, che non è capace di impugnare l’arco e lo scudo? I Fanti ormai trovavano intollerabile il peso di una corazza o di un elmo. Ormai questo equipaggiamento è così in disuso che raramente viene indossato.”

Questa descrizione di Vegezio è però abbastanza inattendibile, e deriva forse da  una errata interpretazione delle informazioni da parte dello storico romano: effettivamente risulta piuttosto difficile credere che durante le guerre gotiche i legionari fossero completamente sprovvisti di corazze, tanto più che esistono altre prove  archeologiche che le armature continuarono ad essere indossate per tutto il periodo tardo antico.

La documentazione artistica mostra infatti che la maggior parte dei soldati romani del tardo Impero indossavano ancora armature di metallo. Ad esempio, nelle illustrazioni della “Notitia dignitatum”, una fonte fondamentali sul tardo Impero redatta dopo il regno dell’ imperatore Graziano, si spiega chiaramente che le fabbriche di armi dell’esercito romano producevano armature di maglia ancora alla fine del quarto secolo d.C. 

Anche un manoscritto Vaticano del V secolo d.C e il bassorilievi sulla colonna di Arcadio, mostrano soldati con l’armatura.

Per questo motivo, è probabile che le corazze del legionario del tardo impero  fossero in realtà costituite in metallo, con una linea che seguiva  la forma dei muscoli del petto e degli addominali, e fossero accompagnate da strisce di cuoio come protezione per le spalle. 

A differenza di quanto si otteneva con la Segmentata a piastre, che non offriva alcuna protezione per le braccia o sotto i fianchi, alcune rappresentazioni pittoriche o scultoree di soldati tardo Imperiali dimostrano chiaramente l’esistenza di armature di maglia o a scaglie che offrono una protezione più ampia. Spesso, la corazza era talmente lunga da proteggere addirittura le cosce.

La descrizione di truppe tardoantiche da parte di Ammiano Marcellino, conferma che una moda  diffusa presso molti soldati era quella di utilizzare dei segmenti metallici curvi e sovrapposti per la protezione degli arti. Si trattava di sottili cerchi di lastre di ferro, adattati alle forme del corpo, che coprivano completamente le braccia e le gambe.

L’elmo del legionario del tardo impero

Mentre gli elmi del periodo repubblicano (come il Montefortino) coprivano la testa quasi come un berretto e proteggevano abbastanza sommariamente le guance, già durante il terzo secolo d.C gli elmi assunsero delle caratteristiche più protettive, che seguivano con maggiore precisione il contorno del cranio e del collo.  Vennero aggiunte Inoltre delle sbordature a protezione delle orecchie e della parte alta delle spalle.

Già alla fine del III secolo si verificò una completa rottura con il precedente design dell’elmo romano. L’elmo dei legionari tardo Imperiali abbandonò Infatti il modello celtico, e si ispirò fortemente alla struttura dei caschi dell’impero orientale sasanide. 

I nuovi elmi erano infatti caratterizzati da una protezione per il cranio costruita con più elementi uniti da una cresta centrale e per questo chiamati “Elmi a cresta “. 

Questi si dividevano in due sottogruppi: “Intercisa” e “Berkasovo “.

Il modello Intercisa era costituito da un teschio formato da due pezzi, che lasciava libero il viso e aveva dei fori per le orecchie con dei piccoli paraguance.  Essendo molto più semplice ed economico da fabbricare era probabilmente l’elmo più comune, ma era strutturalmente più debole e offriva una protezione meno efficace.

Ben più solido il tipo Berkasovo, un elmo a cresta più robusto e protettivo. Questo tipo di elmo si basava su una protezione del cranio garantita da più elementi messi insieme, una protezione nasale centrale, una protezione sulla fronte rivettata all’interno e un’ampia copertura per le guance.

Nonostante gli elmi del tardo Impero fossero di fabbricazione relativamente semplice, la maggior parte dei campioni arrivati fino a noi sono riccamente decorati, compreso il più semplice modello Intercisa.  

Alcuni studiosi ritengono che gli elmi fossero parte integrante della paga del legionario, e per questo motivo fossero particolarmente abbelliti, mentre altri esperti e rievocatori ritengono che gli elmi che sono giunti fino a noi sono decorati semplicemente perché appartenenti quasi esclusivamente ad ufficiali.

Lo scudo del legionario nel tardo impero

Nel terzo secolo d.C scomparve il classico scudo del legionario, di forma rettangolare e convessa. Nel tardo Impero tutte le truppe, tranne gli arcieri, adottavano ormai degli scudi più grandi e larghi di forma ovoidale o rotonda.  

Venivano costruiti con delle assi verticali incollate e rivestite internamente ed esternamente con del cuoio o della pelle. I bordi dello scudo erano rilegati con una pelle grezza cucita che durante l’asciugatura si restringeva, migliorando la coesione strutturale.

La spada del legionario del tardo impero

La classica spada del legionario repubblicano e alto imperiale, il gladio Hispaniensis o Mainz, venne gradualmente soppiantato durante il III secolo. La fanteria adottò infatti la “Spatha”,  una spada che aveva una lunghezza media di 70 cm, che nei secoli precedenti veniva utilizzata solamente dalla cavalleria. A volte la fanteria poteva utilizzare, come ci racconta Vegezio, una spada un po’ più corta, chiamata “Semispatha”.  

La spada del legionario del tardo impero

Oltre ad allungare la propria spada, la fanteria si era dotata anche di una lancia, che divenne la principale arma da combattimento, in sostituzione del gladio. Queste armi dimostrano come l’esercito romano tardo imperiale non affrontasse più il nemico in un corpo a corpo in spazi ridotti, ma privilegiava una lotta a distanza.

Nel IV secolo d.C non abbiamo più ulteriori evidenze archeologiche o artistiche del classico pugio, il pugnale militare romano.  Solamente in alcune tombe vi sono dei coltelli che assomigliano al Pugio, ma utilizzati come semplici accessori per le cinture.

I giavellotti del legionario del tardo impero

Oltre alla lancia, i Fanti portavano il cosiddetto “Spiculum”: si trattava di un giavellotto molto più corto rispetto al periodo repubblicano. 

Ma i Fanti tardo romani portavano prevalentemente una mezza dozzina di dardi da lancio foderati in piombo chiamati “plumbata”, che avevano una gittata di circa 30 metri, ben oltre quella dei giavellotti repubblicani. 

Questi dardi si agganciavano alla parte posteriore dello scudo o venivano portati in apposite faretre: il fante tardo repubblicano, quindi, aveva molti più missili a disposizione dei classici due giavellotti dei loro predecessori repubblicani.

Il relitto della nave romana dell’isola di Mal di Ventre

Se si fa una visita all’interno del museo civico Giovanni Marongiu di Cabras, oltre ad ammirare alcune delle enormi e meravigliose statue preistoriche dei Giganti di Mont’è Prama, oppure i resti del tofet fenicio punico di Tharros, si possono vedere i reperti di una nave romana, precisamente un mercantile, naufragato in epoca repubblicana nelle coste sarde, nei pressi dell’isola di Mal di Ventre.

museo civico Giovanni Marongiu di Cabras
Museo civico Giovanni Marongiu di Cabras

Va precisato che il nome dell’isola, come per molti elementi della toponomastica Sarda, è una traduzione errata, perché il nome originale era “Malu entu”, che tradotto dal sardo significa “cattivo vento”, associato molto probabilmente al fatto che in quel tratto di mare a causa del vento di maestrale si formano delle tempeste notevoli; ciò nonostante venne tradotto erroneamente in italiano con mal di ventre.

La nave romana che affondò nei pressi di quest’isola, o meglio i suoi resti, vennero trovati per casualità da un subacqueo che nel 1988 faceva un’immersione nelle acque cristalline della penisola del Sinis, trovando ad una profondità di 30 metri il relitto.

Gli scavi subacquei, fatti tra il 1989 e il 1996 per conto della Sovraintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano, riportarono alla luce una nave mercantile di epoca repubblicana che era affondata ipoteticamente l’89 e il 50 a.C.

Questa datazione viene ipotizzata grazie ad una moneta e allo studio dei materiali trovati al suo interno, ossia dei lingotti di piombo che portano il marchio di due fabbri ispanici che li produssero, Caio e Marco della famiglia dei Pontilieni. In tutto sono stati riportati alla luce più di mille lingotti dalla forma trapezoidale e dal peso di circa 33 kl ciascuno.

Lingotti dell'Isola di Mal di Ventre
Lingotti dell’Isola di Mal di Ventre

Ci sono però altri lingotti che portano i nomi di altri produttori ispanici, tra cui Quinto Appio e Lucio Carulio Hispalo. Ci sono diverse ipotesi sulla causa del naufragio, si pensa infatti ad un attacco di pirati, un incendio o uno scontro con gli scogli, ma l’ipotesi più plausibile trova la causa nei numerosi lingotti; è molto più probabile infatti che a causa di una forte tempesta causata dai venti di maestrale, il carico si sia spostato verso sbilanciando il peso della nave e facendola colare a picco nelle profondità del mar di Sardegna.

Bisogna tener presente che oltre al carico, che fa dedurre come questa fosse un mercantile, sono stati rinvenuti diversi oggetti che fanno comprendere come poteva essere la vita di bordo dei marinai romani.

Sono state rinvenute infatti numerose anfore che contenevano le riserve alimentari e i liquidi utili alla sopravvivenza del personale marittimo durante la tratta navale; analizzando le anfore rinvenute, gli studiosi hanno compreso che queste contenevano acqua, vino ma anche la famosa salsa con cui i romani condivano ogni cibo, il garum.

Anfore del relitto di Mal di Ventre
Anfore del relitto di Mal di Ventre

Un’anfora è stata analizzata e al suo interno sono stati trovati i resti delle lische di pesci che erano l’ingrediente base per la creazione di questa salsa con la quale i romani accompagnavano qualsiasi cibo. Oltre alle anfore utili a contenere i liquidi indispensabili ai marinai per la sopravvivenza durante il viaggio, sono stati trovati utensili di ceramica utili alla vita di bordo, come il pentolame o le ciotole per poter contenere il cibo.

Oltre a questi oggetti, sono state riportate in superfice quattro ancore di piombo con decorazioni a forma di delfino, una macina, una lucerna, una daga di ferro, numerosi proiettili di piombo, degli ancorotti, quattro astragali contrapposti e un’infinità di chiodi che costituivano lo scafo ma anche la riserva per le eventuali riparazioni.

Mentre questi oggetti hanno visto la luce e sono custoditi nel museo, lo scafo ligneo giace nelle profondità del mare, dicendoci che proveniva dalla provincia ispanica, senza però svelarci la sua destinazione alla quale non è mai giunto.

Roma conquista la Sardegna

La conquista romana della Sardegna è un processo particolarmente lungo, durante il quale Roma ha imposto il proprio controllo su una delle più importanti Isole del Mediterraneo, ma al costo di continue e ripetute ribellioni ed insurrezioni, mantenendo per sempre un rapporto conflittuale con gli indigeni.

La situazione cambiò durante la prima guerra punica: nonostante esistessero degli accordi che garantivano a Cartagine il controllo sull’isola, l’aristocrazia romana cambiò radicalmente la sua politica.

Con un totale disprezzo degli accordi stabiliti, e approfittando della guerra mercenaria che aveva messo in crisi Cartagine, Roma riuscì ad annettere la Sardegna con la forza. Nel 238 a.C, la Sardegna divenne così una provincia romana e sarebbe rimasta tale per i successivi 694 anni.

La Sardegna romana e le continue insurrezioni

Le popolazioni sarde si ribellarono quasi immediatamente ai dominatori romani e i governatori della Sardegna furono costretti ad intervenire più volte per domare la ribellione: i generali Manlio Torquato nel 235, Carvilio Massimo Ruga nel 233 e Pompilo nel 232 furono infatti costretti ad intervenire militarmente.

Nel 231 a.C, alla luce delle continue insurrezioni da parte dei Sardi, venne inviato un intero esercito consolare per riportare la pace sull’isola. 

Il comandante Papirio Maso ebbe l’incarico di domare gli abitanti dell’isola di Corsica, mentre Pomponio Mato  avrebbe dovuto sottomettere definitivamente i sardi. I Consoli non riuscirono tuttavia a portare a termine le loro campagne e la situazione rimase gravemente instabile. 

Un altro momento di crisi si verificò nel bel mezzo della seconda guerra punica e in particolare nel 216 a.C, quando il proprietario terriero e aristocratico proveniente dalla città di Cornus, Amsicora, guidò una massiccia ribellione contro il dominio romano: un esercito composto da indigeni e da cartaginesi alleati  (15.000 fanti e 1500 Cavalieri) mise seriamente in pericolo il dominio romano sull’isola. 

I romani affrontarono i ribelli nella battaglia di Decimomannu, riuscendo a prevalere, nonostante la strenua resistenza delle popolazioni locali. La ribellione terminò con il suicidio di Amsicora e con il sacco della città di Cornus, che venne messa a ferro e a fuoco per ordine del generale Manlio Torquato.

Anche il II secolo a.C fu particolarmente turbolento per la provincia di Sardegna. Nel 181 le tribù nel sud della Corsica e nel nord-est della Sardegna si ribellarono nuovamente: la rivolta venne fermata da Pinario Posca, che uccise 2000 ribelli e ridusse i restanti in schiavitù. 

Nel 177 e 176 il Senato inviò il console Tiberio Sempronio Gracco per sedare la rivolta delle tribù dei Balares e degli Ilienses, con due legioni: negli scontri turbolenti che ne seguirono morirono circa 27.000 sardi. Per punire gli abitanti dell’ennesima rivolta, il Senato decretò il raddoppio del carico fiscale e Gracco ottenne il trionfo. 

Tiberio Sempronio Gracco
Tiberio Sempronio Gracco

Tito Livio riporta un’iscrizione apposta sul tempio della dea Mater Matuta, nel centro di Roma, che recita: 

“Sotto il comando e gli uffici del console Tiberio Sempronio Gracco, la legione e l’esercito del popolo romano soggiogarono la Sardegna. Più di 80.000 nemici vennero uccisi o catturati. Conducendo la guerra nel modo più felice per lo stato romano, liberando gli amici, restituendo il bottino, riportò sano e salvo l’esercito. Per la seconda volta entrò trionfante a Roma. In ricordo di questi eventi, dedicò questa tavola a Giove.”

Nel 174 scoppiò l’ennesima rivolta in Sardegna, che venne nuovamente domata da Tito Manlio Torquato: 80.000 sardi morirono sul campo di battaglia. L’anno successivo la Sardegna si ribellò nuovamente, e questa volta il pretore dell’isola Atilio Servato venne sconfitto e fu costretto a rifugiarsi in un’altra isola. Atilio inviò messaggeri per chiedere rinforzi a Roma, che vennero immediatamente forniti dal generale Gaio Cicerio. Cicerio riportò una vittoria, uccidendo 7000 sardi e riducendone altri 1700 in schiavitù.

Nel 163 a.C, Marco Thalna fu in grado di sedare un’ulteriore ribellione: le fonti antiche narrano che il Senato romano, dopo essere stato informato della vittoria in Sardegna, annunciò delle pubbliche preghiere in onore di Thalna ed egli provò un senso di gratitudine e un’emozione così forte da morire di crepacuore. 

Al di là del racconto tradizionale, la vittoria di quest’ultimo deve essere stata effimera, dal momento che di lì a poco il generale Scipione Nasica fu inviato per domare delle nuove insurrezioni.

Dopo due ulteriori rivolte scoppiate rispettivamente nel 126 e nel 122,  entrambe sedate da Lucio Aurelio, si arrivò all’ultima grande rivolta del 111 a.C repressa dal console Marco Cecilio Metello, che riuscì a sconfiggere gli eserciti dei Sardi, sia quelli che stazionavano sulla costa sia quelli che vivevano negli altopiani della Sardegna. 

Da quel momento, i sardi che risiedevano nelle zone costiere e nella pianura cessarono di ribellarsi alla potenza romana, ma rimasero relativamente indipendenti e costantemente bellicose le tribù che abitavano negli altopiani e nelle zone più interne dell’isola, tanto che vennero citati nei documenti romani come “Civitates barbariae”.

La Sardegna nel periodo tardo repubblicano e imperiale

Nella tarda Repubblica la Sardegna venne utilizzata come zona di rifornimento e reclutametno per le guerre civili: Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla Felice stabilirono infatti i loro veterani in Corsica e in Sardegna, utilizzando le scorte di grano per sostenere i loro sforzi bellici.

Giulio Cesare fece catturare la Sardegna, strappandola al dominio di Pompeo, e ottenendo il controllo della fornitura di grano. La Sardegna contribuì così al sostentamento delle legioni di Cesare durante la guerra civile del 49. Più tardi, durante il secondo triumvirato, la Sardegna fu assegnata all’area della repubblica sotto responsabilità di Ottaviano ed egli utilizzò nuovamente le scorte di grano sarde per nutrire i suoi eserciti che andavano a combattere contro Bruto e Cassio.

Tra il 40 e il 38 a.C, Sesto Pompeo, il figlio di Pompeo sconfitto a Farsalo, occupò la Corsica e terrorizzò la Sardegna, la Sicilia e tutte le coste meridionali della penisola italiana con la sua flotta di pirati.

In particolare la flotta di Sesto Pompeo era composta da migliaia di schiavi che avevano diverse roccaforti in Sardegna e in Corsica. Sesto riuscì ad imporre un blocco dei rifornimenti verso Roma talmente grave che Ottaviano, pure in netta superiorità militare, fu costretto a scendere a patti con lui.  

Nel patto di Miseno, 39 a.C, Sesto Pompeo divenne ufficialmente il governatore della Corsica e della Sardegna oltre che della Sicilia e della Acaia in cambio dell’interruzione del blocco dei rifornimenti e di una neutralità nel conflitto imminente tra Ottaviano e Marco Antonio. 

Non soddisfatto di quanto aveva ottenuto, e ritenendo che Sesto Pompeo non potesse continuare a tenere in scacco Roma, Ottaviano radunò una flotta che sconfisse Sesto Pompeo nella battaglia di Nauloco, grazie alla guida dell’ammiraglio Vipsanio Agrippa.

Una volta ottenuto il potere e diventato Augusto, la Sardegna e la Corsica divennero una provincia senatoria. Erano amministrate da un proconsole con il grado di pretore, e rispondevano tecnicamente al Senato.

Nel 6 d.C, la Sardegna divenne invece di esclusiva proprietà di Augusto: l’isola venne tenuta sotto controllo grazie alla presenza costante delle legioni e amministrata come una provincia personale dell’imperatore. 

Dopo il 69 d.C, sembra che la Sardegna fosse controllata da un procuratore, e così fu fino al periodo del tardo Impero. Diocleziano, nel 292 d.C, incluse le province di Corsica e di Sardegna in una delle sue diocesi d’Italia, insieme alla Sicilia e a Malta.

La funzione della Sardegna per Roma

La Corsica e la Sardegna rimasero sempre in uno stato poco urbanizzato e vennero perlopiù utilizzate come luoghi di esilio per i nemici politici. Ad esempio, fu esiliato in Sardegna Gaio Cassio Longino, accusato di una congiura ai danni dell’ imperatore Nerone, così come Anicetus, l’assassino della anziana Agrippina. Sotto il periodo di Tiberio vennero esiliati diversi ebrei e cristiani, questi ultimi soprattutto per lavorare nelle ricche miniere dell’isola.

Sebbene abbastanza trascurata, la Sardegna finì per svolgere un ruolo significativo negli avvenimenti dell’impero. L’isola forniva a Roma gran parte dell’approvvigionamento di grano durante i tempi della repubblica e questo ruolo rimase immutato fino alla conquista definitiva dell’Egitto da parte di Augusto.

Inoltre, la Sardegna forniva a Roma il maggior numero di marinai per le sue flotte militari e fu uno dei principali produttori di metallo grazie alle sue ricche miniere di argento, piombo e rame. 

La società Sarda rimase sempre diffidente nei confronti dei romani e pochi furono gli abitanti dell’isola che ottennero dei posti di rilievo nella politica. Si ha memoria solo di Marco Erennio Severo che divenne legato della Provincia di Giudea e ottenne il grado di pretore durante la metà del II secolo d.C. 

Infine alcuni senatori di origine Sarda, come Ampelius, vennero accusati, nel tardo Impero, di essersi schierati contro l’imperatore Teodosio.

L’opinione dei romani sui sardi e sulla Sardegna

Roma mantenne un rapporto abbastanza freddo con la provincia. Le regioni costiere dell’isola vennero colonizzate e adottarono lingua e cultura latina, ma le aree interne resistettero pervicacemente e si può dire che non vennero mai definitivamente conquistate, soprattutto per un calcolo di costi-benefici che indusse i romani a non insistere oltre.

Si verificarono diverse rivolte ed insurrezioni e i romani, anche per la presenza di aree densamente boscose, evitarono appositamente alcuni territori che vennero definiti come “Terra di barbari.”

I romani consideravano la Sardegna come un territorio di gente arretrata e malsana e abbinavano molto spesso l’Isola alla presenza della malaria. Uno studio del 2017, effettivamente, ha dimostrato che la malaria era endemica oltre 2000 anni fa, come dimostra la presenza di beta talassemia nel Dna di un individuo rinvenuto nella necropoli Punica di Caralis.

I prigionieri sardi inondarono i mercati degli schiavi tanto che i romani coniarono il proverbio “Sardi a buon mercato ” un’espressione che divenne comune nella lingua latina per indicare qualcosa di poco valore, come ci riporta Tito Livio.

Cicerone disprezzava fermamente i Sardi: si riferiva a loro definendoli “maldisposti verso il prossimo e avversi come nessun altro nei confronti del popolo romano”. Criticò fortemente i ribelli che abitavano gli altopiani e che continuavano a combattere i romani utilizzando la tecnica della guerriglia. Spesso li chiamava “ladri dai mantelli di lana ruvida.”

Cicerone inoltre paragonava molto spesso i sardi ai punici, i quali avevano altrettanto una cattiva reputazione.

I punici venivano identificati come dei traditori, dediti al sotterfugio e al tradimento e molto spesso Cicerone paragonò i sardi agli antichi berberi del nordafrica, spiegando che il loro sangue si era mescolato con quello nord-africano.

Questo abbinamento, poco onorevole per la cultura romana, si ritrova negli stessi scritti di Cicerone che utilizzava spesso il nome “Africus” o “Nord-africano” e “Sardus” o “Sardo” come sinonimi, per dimostrare la comune natura malevola dei Sardi, ereditata dagli infidi progenitori cartaginesi.

Varrone, proseguendo la tradizione iniziata da Cicerone, era solito paragonare la tribù dei Sardi a quella dei Getuli affermando che si trattava di due tribù barbare che usavano vestirsi con pelli di capra, e affermando che nessuna città Sarda era mai stata amica dei romani.

Nelle fonti antiche si ritrovano diversi stereotipi negativi che alimentarono una profonda ostilità dei Sardi nei confronti di Roma. Strabone ricorda ancora che le popolazioni che risiedevano sulle montagne non erano del tutto pacificate e che molto spesso vivevano ricorrendo al saccheggio, sia nei confronti di altre popolazioni sarde sia con atti di pirateria contro le coste dell’Etruria, e in particolare dell’odierna Pisa.

Vi sono solo alcuni casi isolati che vedono i romani avere un’opinione positiva dei Sardi. È il caso di Giulio Cesare che realizzò l’orazione “Pro Sardis”, e che divenne amico personale del Cantore sardo Tigellius.

La città di Caralis, la capitale della Sardegna nel periodo romano, fu infatti sostenitrice di Cesare e della fazione dei Populares, fornendogli alcune truppe in vista della battaglia di Tapso.