Home Blog Pagina 50

Assedio di Napoli del 536. Belisario stermina i napoletani

0

L’assedio di Napoli del 536 d.C. è un episodio della guerra greco-gotica, che vide contrapposti l’esercito bizantino, guidato dal generale Belisario, e gli Ostrogoti del re Teodato. 

Dopo alcune trattative iniziali, i Napoletani decisero di resistere all’esercito romano d’Oriente. Tuttavia, la città capitolò dopo 30 giorni di resistenza, e l’operazione militare si concluse con un massacro nei confronti dei Napoletani.

L’arrivo di Belisario e le trattative con Napoli

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, in Italia si era formato il regno romano-barbarico degli Ostrogoti.

A Costantinopoli, tuttavia, l’imperatore Giustiniano coltivava il sogno di riconquistare le province romane perdute in Occidente e, nonostante il parere contrario dei suoi alti consiglieri militari, incaricò il suo miglior generale, Belisario, di guidare una spedizione militare di riconquista.

Il primo obiettivo di Belisario fu la riconquista del regno dei Vandali nel Nordafrica, che vennero completamente sconfitti e ritornarono sotto il controllo dei Romani d’Oriente. 

Successivamente, Belisario sbarcò in Sicilia, riconquistò l’isola e puntò direttamente contro la città di Napoli.

In quel momento, il leader della città di Napoli era il diplomatico e aristocratico Stefano, che  si trovò di fronte alla decisione se rimanere fedele agli Ostrogoti o consegnarsi all’esercito di Belisario, accampato fuori dalle mura della città. 

Secondo le fonti antiche, Belisario si presentò come un liberatore dal dominio degli Ostrogoti e tenne un discorso che ci è stato riportato dalle fonti. Propose di accettare l’immediata liberazione, sostenendo che i napoletani avrebbero potuto evitare una guerra che li avrebbe condotti al disastro o, anche qualora avessero resistito, a una vittoria completamente inutile. 

Belisario attacca gli Ostrogoti a Roma nel 536

All’interno della città si aprì quindi un dibattito serrato: Stefano e il suo collega Antioco proponevano di arrendersi a Belisario per ottenere la benevolenza dell’imperatore di Costantinopoli, mentre altri due notabili, Pastore e Asclepiodoto, consigliavano di resistere ai Bizantini.

In un primo momento, la fazione favorevole alla resa stava avendo la meglio, tanto che Stefano riprese i contatti con Belisario per definire i termini della consegna della città. 

Ma Pastore e Asclepiodoto furono in grado di convincere i napoletani che la protezione offerta da Belisario non era sicura, che le forze militari dei Bizantini erano ben lontane dall’Italia e che gli Ostrogoti, sentendosi traditi, avrebbero certamente meditato la vendetta.

La fedeltà ai Goti, nel lungo periodo, avrebbe permesso a Napoli di mantenere un ruolo importante nella penisola italica. 

Così il parere dei napoletani cambiò e, fallite le trattative, iniziò l’assedio di Napoli. 

L’assedio di Napoli e la strage

La situazione prese immediatamente una piega drammatica per Napoli: nonostante tutti si aspettassero un concreto supporto militare da parte del re ostrogoto Teodato, quest’ultimo mancò di mandare mezzi e uomini, impegnato su altri fronti. 

Napoli rimase quindi completamente sola di fronte all’esercito di Belisario.

Per venti giorni, Belisario cercò il modo di far capitolare la città, fino a quando uno dei suoi esploratori individuò un acquedotto nei pressi della città, dove, dietro un grande masso, si intravedeva una piccola apertura, sufficiente al passaggio di un solo uomo. 

Informato immediatamente, Belisario scelse di dare un’ultima possibilità ai napoletani riprendendo i contatti con Stefano, dicendo che se non si fosse arreso, gli uomini sarebbero stati uccisi, le donne brutalmente stuprate e tutti i figli resi schiavi, proponendo nuovamente una resa onorevole. 

Di fronte al rifiuto di Stefano, vi fu l’assalto finale. 

Quattrocento uomini guidati dai centurioni di Belisario, Magno ed Enne, si introdussero nell’acquedotto e, seguendo il percorso sotterraneo, sbucarono all’improvviso all’interno dell’abitazione di una povera donna di Napoli. I soldati uccisero subito le prime sentinelle e, con uno squillo di tromba, avvertirono i loro commilitoni.

I napoletani furono presto invasi, e nonostante abbiano cercato di resistere con tutte le loro forze, furono rapidamente sopraffatti. Alcuni ebrei napoletani, sperando di calmare la furia dei bizantini, decisero di aprire le porte di Napoli e il resto dell’esercito di Belisario iniziò il saccheggio.

Le violenze vennero compiute in particolare dai contingenti Unni, al servizio di Belisario come mercenari. Questi si diedero ad un indiscriminato massacro e persino le chiese vennero spogliate dei loro averi. 

Pastore, vedendo la città distrutta per colpa sua, venne colto da un ictus, stramazzando al suolo. Stefano gridò per le strade di Napoli cercando di giustificarsi e ripetendo che se avessero vinto i Goti, i napoletani sarebbero stati salvi.

Asclepiodoto venne accusato di cambiare parere per puro opportunismo e che il suo animo non era fedele ma cambiava con le circostanze. Per questo motivo, i napoletani, colti dal furore, lo uccisero e lo fecero a pezzi. 

Il rimprovero di Papa Silverio

Belisario era riuscito a conquistare Napoli, segnando un punto molto importante nell’ambito della guerra contro gli Ostrogoti. 

Tuttavia, il suo trattamento nei confronti della città era stato estremamente duro, non tanto per sua diretta volontà, quanto per la presenza di truppe mercenarie che si erano lasciate andare ad una incontrollabile violenza. 

Di lì a poco, Papa Silverio da Roma rimproverò aspramente Belisario per il comportamento tenuto durante l’assedio. Belisario dovette quindi chiedere perdono, e riparare al danno che aveva compiuto, guidando il ripopolamento di Napoli, ormai ridotta a città fantasma, attraverso lo spostamento di cittadini da Cuma, da Pozzuoli, da Chiaiano, da Trocchia e da Somma. 

Napoli, benchè sfinita e distrutta, era comunque ritornata nelle mani dei Bizantini e la regione della Campania, messa al sicuro, costituì la base per la successiva operazione militare di Belisario: l’assedio di Roma.

Roma. Scoperta sul Palatino villa romana tardo repubblicana

Una antica domus romana, scoperta tra il colle Palatino e il Foro Romano di Roma, è tornata alla luce nei giorni scorsi.

Gli archeologi sostengono che l'antica struttura, che risale alla tarda epoca repubblicana, sia stata costruita in almeno tre fasi tra la seconda metà del II secolo a.C. e la fine del I secolo a.C.

La domus si trova nell'area del complesso di magazzini Horrea Agrippiana lungo il Vicus Tuscus, una strada commerciale che collegava il Foro Romano al porto fluviale sul Tevere.

La scoperta della casa antica è venuta alla luce nell'ambito di. . .

iscriviti per continuare a leggere

Questo articolo è disponibile solo per i membri della community.
Iscriviti grauitamente a Scripta Manent.
Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana.

Spalato. Trovate le terme dell’Imperatore Diocleziano

Durante i lavori di installazione di un ascensore e del restauro del piano terra del Museo della Città di Spalato, gli archeologi hanno fatto una scoperta sorprendente: sotto la reception dell'edificio sono emersi i resti ben conservati di antiche terme romane.

Queste terme, che includono una piscina e pavimenti a mosaico, si ritiene fossero parte del Palazzo di Diocleziano, costruito alla fine del III secolo per ospitare l'imperatore romano in congedo. Il grande forte, che un tempo occupava metà della Città Vecchia di Spalato, include parti ancora oggi riconosciute come siti del Patrimonio Mondiale dell'UNESCO.

La scoperta. . .

iscriviti per continuare a leggere

Questo articolo è disponibile solo per i membri della community.
Iscriviti grauitamente a Scripta Manent.
Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana.

Studio Cambridge. Le città romane durarono molto più del previsto

0

Un team di archeologi dell'Università di Cambridge ha potuto accertare la notevole capacità di adattamento di una città romana, Interamna Lirenas, sfidando il luogo comune della decadenza che avrebbe imperversato in tutta Italia durante gli ultimi anni dell'Impero Romano.

Questa scoperta, frutto di oltre tredici anni di ricerca meticolosa e pubblicata in "Urbanistica Romana in Italia", svela una città che prosperò, contro ogni previsione, fino al III secolo d.C.

La città, situata nel Sud del Lazio, era inizialmente considerata dagli archeologi un luogo insignificante senza segni visibili della sua antica gloria, se non rari frammenti di ceramica. . .

iscriviti per continuare a leggere

Questo articolo è disponibile solo per i membri della community.
Iscriviti grauitamente a Scripta Manent.
Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana.

Studio DNA: poco mescolamento fra coloni romani e indigeni nei Balcani

0

Coloni romani e abitanti dei Balcani si "frequentavano" poco. E' il risultato di uno studio del DNA condotto da un gruppo internazionale di ricercatori, tra cui Iñigo Olalde dell'Università dei Paesi Baschi e David Reich dell'Università di Harvard, che ha esaminato campioni di DNA provenienti da 136 individui i cui resti sono stati recuperati da 20 siti archeologici diversi nell'attuale Serbia e Croazia.

Questi siti archeologici fra cui colonie, fortezze militari e cimiteri risalenti all'Alto Medioevo, erano situati lungo i confini dell'Impero Romano. I risultati dell'analisi del DNA sono stati successivamente combinati con informazioni. . .

iscriviti per continuare a leggere

Questo articolo è disponibile solo per i membri della community.
Iscriviti grauitamente a Scripta Manent.
Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana.

Pompei. Scoperto panificio-galera dove gli schiavi erano brutalmente sfruttati

Scoperta sorprendente a Pompei: un angusto panificio con le finestre sbarrate è stato riportato alla luce tra le rovine di Pompei, in quello che è stato descritto come il più "scioccante esempio di schiavitù".

Questo luogo, in cui gli schiavi erano imprigionati e sfruttati per produrre pane, faceva parte di una villa più ampia già emersa durante gli scavi nella Regio IX del parco archeologico di Pompei.

La scoperta fornisce ulteriori prove sulla vita quotidiana degli schiavi di Pompei, spesso dimenticati dalle fonti storiche ma che costituivano la maggior parte della popolazione e il cui duro lavoro sosteneva l'economia. . .

iscriviti per continuare a leggere

Questo articolo è disponibile solo per i membri della community.
Iscriviti grauitamente a Scripta Manent.
Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana.

Napoleone e la Battaglia di Lodi: inizio di un mito

Napoleone Bonaparte, un nome che risuona attraverso i secoli come simbolo di potere, genialità militare e ambizione. La sua figura storica rimane avvolta in un alone di mito e leggenda, particolarmente evidenziato nella Battaglia di Lodi. Questo scontro, avvenuto il 10 maggio 1796, segna un punto cruciale nella Prima Campagna d’Italia e nella costruzione del mito napoleonico.

Napoleone a Lodi: La tattica rivoluzionaria

La Battaglia di Lodi rappresenta un momento fondamentale nella carriera di Napoleone. Con audacia e intelligenza tattica, Napoleone attraversò il fiume Po, sorprendendo gli austriaci con un attacco fulmineo. La sua capacità di leggere il campo di battaglia e di sfruttare le debolezze del nemico fu rivoluzionaria per quel tempo.

L’Influenza della Battaglia sulle Campagne Napoleoniche
La vittoria a Lodi non fu solo un successo militare, ma anche un trampolino di lancio per le future conquiste di Napoleone. Questa battaglia dimostrò la sua abilità nel guidare uomini in situazioni estreme e nel motivarli verso la vittoria. Fu dopo Lodi che iniziò a emergere l’immagine di Napoleone come un leader carismatico e invincibile.

I passi verso la battaglia

Nel cuore delle vicissitudini belliche del 1796, Napoleone Bonaparte, dopo aver sottomesso il Regno di Sardegna con la sua trionfante battaglia a Mondovì, mirava ora a annientare le forze del Beaulieu, supremo comandante dell’esercito austriaco in Italia. Bonaparte, dopo aver concesso un momentaneo riposo alle sue truppe, convocò con urgenza i generali Garnier e Macquard dal Colle di Tenda, pronti a inaugurare le manovre belliche.

La necessità di agire con celerità era imperativa, poiché le vie di comunicazione francesi rimanevano in uno stato di precaria sicurezza fino alla ratifica di un trattato di pace con il Piemonte con il trattato di Parigi, sancito il 15 maggio 1796. Inoltre, la minaccia di una ritorsione austriaca persisteva, nonostante Beaulieu avesse informato Vienna della sua situazione di fragilità, optando per una ritirata oltre il fiume Po. Bonaparte, determinato a ostacolare questa manovra, intraprese il primo passo inviando il suo subalterno Laharpe verso Acqui Terme, quartier generale di Beaulieu, il 28 aprile. Tuttavia, un tumulto tra le truppe, causato dalla scarsità di provviste, ne procrastinò l’arrivo fino al 30 aprile, tempo in cui gran parte dell’esercito austriaco aveva già trovato rifugio.

Dopo il mancato raggiungimento del loro scopo, Napoleone e i suoi 39.600 soldati si disposero tra Tortona, Alessandria e Valenza, meditando su un’astuzia per guadare il Po di fronte all’esercito di Beaulieu, con l’intento di costringerlo a uno scontro in campo aperto. Sfruttando l’assenza temporanea del generale austriaco a Valeggio, Napoleone optò per attraversare il Po in un luogo più remoto, presso Piacenza. Napoleone incaricò i generali Sérurier e Masséna di eseguire manovre diversive, per deviare l’attenzione austriaca dal generale Claude Dallemagne, il quale guidava un’élite di 3.600 granatieri e 2.500 cavalleggeri, preparati specificamente per valicare il Po a Piacenza; questa squadra d’élite sarebbe stata prontamente seguita dalle truppe di Laharpe e Augereau.

All’aurora del sabato 7 maggio, Dallemagne partì da Stradella, raggiungendo Piacenza intorno alle 9. Qui, sequestrò un traghetto, iniziando senza indugio le operazioni di attraversamento del fiume. Nel pomeriggio, anche la divisione di Laharpe aveva raggiunto l’opposta sponda, giusto in tempo per opporsi al generale austriaco Lipthay, arrivato con una divisione di fanteria e alcuni squadroni di cavalleria. Dal 4 maggio, Lipthay era stato attivo nell’occupare i ponti vicino a Pavia e nel monitorare i guadi ad est, seguendo gli ordini di Beaulieu. Quest’ultimo era rapidamente accorso in soccorso di Lipthay con 4.500 soldati di Vukassovich, che il 7 maggio stesso respinsero i francesi da Guardamiglio.

Mentre Augereau valicava il fiume Po nella zona più occidentale, presso Veratto, il giorno successivo, ovvero domenica 8 maggio, le forze francesi comandate da Dallemagne si impadronirono di Guardamiglio e Fombio, sconfiggendo e costringendo alla ritirata verso nord le truppe austriache di Lipthay verso Pizzighettone. Durante la loro avanzata, i soldati di Laharpe raggiunsero Codogno, dove, in una notte confusa, entrarono in conflitto con le forze di Beaulieu, convergenti in quella zona. A causa della disorganizzazione, Laharpe e 15 dei suoi granatieri furono tragicamente uccisi dai fuochi amici. Questo evento lasciò le truppe senza un leader, attenuando il loro impeto. La situazione fu salvata dall’intervento di Louis Alexandre Berthier, Capo di Stato Maggiore di Napoleone, e dai suoi subordini, i quali riuscirono a ribaltare le sorti dello scontro a favore dei francesi. Questi scontri indussero Beaulieu a ordinare una ritirata generale il 9 maggio verso Lodi, lungo le rive dell’Adda, permettendo così a Bonaparte di completare indisturbato l’attraversamento del Po, tra Piacenza e San Rocco al Porto, e di riorganizzare l’armata d’Italia.

La battaglia di Lodi

L’avanguardia francese raggiunse la retroguardia austriaca di Josef Vukassovich verso le 9 del mattino del 10 maggio e dopo uno scontro li seguì verso Lodi. Vukassovich fu presto sostituito dalle forze di copertura di Gerhard Rosselmini vicino alla città. Le difese della città non erano forti, i difensori erano pochi e i francesi riuscirono ad entrare e farsi strada verso il ponte. La campata era difesa dalla sponda opposta da nove battaglioni di fanteria disposti su due linee e quattordici cannoni.

Il generale austriaco al comando di Lodi, Sebottendorf, aveva a sua disposizione anche quattro squadroni di cavalleria napoletana, per un totale di 6.577 uomini, per la maggior parte completamente esausto dopo una frettolosa marcia forzata. Sebottendorf decise che era sconsigliabile ritirarsi alla luce del giorno e optò per difendere il valico fino al calare della notte.

Secondo il granatiere francese François Vigo-Roussillon, gli austriaci avevano degli uomini che tentavano di distruggere il ponte, ma i francesi fermarono i loro sforzi sollevando i cannoni per sparare lungo tutta la sua lunghezza. Il ponte era lungo circa 800 metri ed era costruito semplicemente con pali di legno conficcati nel letto del fiume con travi disposte per formare una carreggiata.

L’avanguardia francese non era abbastanza forte per tentare di attraversare il ponte, quindi passarono diverse ore prima che arrivassero altre forze francesi. Quel pomeriggio arrivò l’artiglieria francese e i cannoni pesanti furono posizionati per sparare attraverso il fiume. Con i cannoni pesanti in posizione, un violento cannoneggiamento iniziò a colpire le posizioni austriache dall’altra parte del fiume.

Dopo aver bombardato per diverse ore le posizioni austriache, verso le 18 i francesi si prepararono all’attacco. La cavalleria di Marc Antoine de Beaumont’ fu inviata a guadare il fiume a monte mentre il 2° battaglione di fanteria leggera d’élite fu preparato all’interno del mura della città per un assalto al ponte stesso. Vigo-Rossiglione ci racconta che l’artiglieria nemica sparò una salva mentre le truppe erano a metà del percorso, causando numerose vittime, a quel punto la colonna vacillò e si fermò. Fu allora che un certo numero di alti ufficiali francesi, tra cui André Masséna, Louis Berthier, Jean Lannes, Jean-Baptiste Cervoni, si precipitò in testa alla colonna e la condusse di nuovo avanti.

Mentre la colonna francese avanzava oltre il ponte, alcuni soldati francesi scesero dai piloni del ponte e attraversarono il fiume sparando mentre avanzavano. Le truppe austriache, già esauste per ore di marcia e combattimento senza cibo e presumibilmente demoralizzate dal cannoneggiamento francese, erano preoccupate che la cavalleria francese fosse in grado di tagliarle fuori dal principale esercito austriaco. Il morale austriaco crollò quando i francesi si precipitarono verso di loro e ne seguì una frettolosa ritirata.

I restanti soldati austriaci approfittarono dell’oscurità crescente per fuggire verso Crema anche se alcune unità mantennero un’ostinata azione di retroguardia scoraggiando così anche i francesi dall’inseguirli da vicino.

Le perdite austriache furono 21 ufficiali, 5.200 uomini e 235 cavalli uccisi, feriti o catturati. Inoltre andarono perduti 12 cannoni, 2 obici e 30 carri munizioni. I francesi subirono circa 1.000 vittime.

Gli eserciti comparati per forze in campo

TipoFrancesiAustro-Sardi
Comandante in capoGenerale Napoleone BonaparteFeldzugmeister barone Jean-Pierre de Beaulieu
Divisione/UnitàDivisione Sérurier: 14e, 45e, 46e, 100e Demi-Brigade de battailleInfanterie Regiment Hoch und Deutchmeister N. 4, Terzy N. 16, Strassoldo N. 27, Nadasdy N. 39, Belgiojoso N. 44, Thurn N. 43, Grenz-Infanterie Regiment Warasdiner, Ulhanen Regiment Mészáros N. 10, Reggimento di cavalleria Re, Regina, Principe
Numero di battaglioni12 battaglioni18 battaglioni
CavalleriaAliquote di cavalleria (circa 2 000 sciabole)Ulhanen Regiment Mészáros N. 10 (6 squadroni), Reggimento di cavalleria Re, Regina, Principe (12 squadroni in totale)
Forza totale15 500 fanti, 2 000 sciabole9 500 uomini, 14 cannoni

Conseguenze della battaglia di Lodi

La battaglia di Lodi non fu uno scontro decisivo poiché il grosso dell’esercito austriaco riuscì a fuggire. Tuttavia, l’impegno divenne un elemento centrale nella leggenda napoleonica, convincendo anche lo stesso Napoleone di essere superiore agli altri generali e di essere destinato a realizzare grandi cose.

A frenare l’entusiasmo fu un ordine proveniente dal Direttorio di Parigi in cui si comunicava la decisione di dividere il comando tra Bonaparte e Kellermann, in modo da assegnare al primo il compito di annientare il Papa e al secondo quello di mantenere il controllo della vallata del Po. Napoleone rispose in maniera decisa che non avrebbe accettato nessuna condivisione del comando. Il Direttorio per paura che Napoleone desse forfait rinunciò e permise a Napoleone di continuare da solo.

Cinque giorni dopo la battaglia di Lodi, Bonaparte entrò a Milano.

Annibale. La vita del peggiore nemico di Roma

0

Annibale nacque nel 247 a.C. a Cartagine, figlio di Amilcare Barca, un abile condottiero che aveva combattuto contro i Romani nella prima guerra punica.

Fin da bambino, Annibale giurò odio eterno a Roma e seguì il padre nelle sue campagne militari in Spagna, dove apprese l’arte della guerra. Nel 221 a.C., alla morte di Amilcare, Annibale gli succedette come comandante dell’esercito cartaginese in Spagna e iniziò a espandere il suo dominio. Nel 219 a.C., attaccò la città di Sagunto, alleata di Roma, scatenando la seconda guerra punica.

Annibale concepì un audace piano per invadere l’Italia: attraversare i Pirenei e le Alpi con il suo esercito, composto da fanti, cavalieri e elefanti. Nonostante le difficoltà e le perdite, Annibale riuscì nell’impresa e scese nella pianura padana, dove sconfisse i Romani in quattro grandi battaglie: Ticino, Trebbia, Lago Trasimeno e Canne.

Quest’ultima fu la più devastante per i Romani, che persero circa 50.000 uomini. Annibale sperava di convincere gli alleati di Roma a passare dalla sua parte, ma la maggior parte di essi rimase fedele a Roma. Solo alcune città del sud Italia, come Capua, si allearono con Annibale.

Annibale continuò a combattere in Italia per oltre quindici anni, cercando di mantenere il controllo dei territori conquistati e di resistere ai contrattacchi dei Romani, guidati da Publio Cornelio Scipione, detto l’Africano. Nel 203 a.C., Scipione invase l’Africa e minacciò Cartagine, costringendo Annibale a ritirarsi dall’Italia e a tornare in patria per difenderla. Nel 202 a.C., i due generali si scontrarono nella battaglia di Zama, dove Annibale fu definitivamente sconfitto.

Cartagine dovette accettare le dure condizioni di pace imposte da Roma, che la privarono di gran parte delle sue ricchezze e del suo potere.

Dopo la guerra, Annibale si dedicò alla politica e riformò le istituzioni cartaginesi, ma fu costretto all’esilio dai Romani, che lo consideravano ancora una minaccia. Si rifugiò prima presso il re Antioco III di Siria, poi presso il re Prusia I di Bitinia, continuando a propugnare la guerra contro Roma.

Nel 183 a.C., i Romani chiesero a Prusia di consegnare Annibale, ma egli preferì suicidarsi con il veleno, piuttosto che cadere nelle loro mani.

Origini familiari e il giuramento contro Roma

Annibale Barca (247-183 a.C.) è stato uno dei più grandi generali dell’antichità, noto per le sue imprese militari contro Roma durante la seconda guerra punica.  

Annibale era il primogenito di Amilcare Barca, il comandante cartaginese che aveva combattuto nella prima guerra punica e che aveva poi conquistato la Spagna come base per una futura rivincita contro Roma. Il cognome Barca, che significa “fulmine” o “saetta” in lingua punica, era un soprannome che Amilcare aveva guadagnato per la sua audacia e che era stato poi trasmesso ai suoi discendenti.

Annibale aveva due fratelli minori, Asdrubale e Magone, che lo seguirono nelle sue campagne militari e che condivisero con lui il sogno di distruggere Roma. Fin da bambino, Annibale fu educato dal padre al culto della guerra e al profondo odio verso i Romani. Si narra che, quando aveva nove anni, Amilcare lo portò con sé in Spagna e lo fece giurare sul sacrificio di un toro di non essere mai amico di Roma.

Annibale crebbe in Spagna, dove apprese l’arte della guerra e si distinse per il suo coraggio, la sua intelligenza e la sua capacità di guadagnarsi la fedeltà dei suoi soldati. Dopo la morte di Amilcare, avvenuta nel 229 a.C., gli succedette il fratello Asdrubale, che fu assassinato nel 221 a.C. A quel punto, Annibale fu eletto comandante in capo dell’esercito cartaginese in Spagna, all’età di 26 anni.

Annibale aveva un piano ambizioso: portare la guerra in Italia, attraversando i Pirenei e le Alpi con il suo esercito e i suoi famosi elefanti da guerra. Il pretesto per scatenare il conflitto fu l’assedio di Sagunto, una città alleata di Roma, che Annibale attaccò nel 219 a.C.

L’assedio di Sagunto e lo scoppio della seconda guerra punica

Sagunto era una città iberica situata sulla costa orientale della Spagna, a sud del fiume Ebro. Era alleata di Roma fin dal 226 a.C., quando i Romani e i Cartaginesi avevano stipulato un trattato che stabiliva il limite dell’espansione cartaginese in Spagna proprio sull’Ebro.

Annibale, che aveva ereditato il comando delle forze cartaginesi in Spagna dal padre Amilcare e dal fratello Asdrubale, non riconosceva la validità di quel trattato e considerava Sagunto come un ostacolo alla sua ambizione di conquistare tutta la penisola iberica.

Nel 219 a.C., Annibale attaccò Sagunto, sostenendo di aver ricevuto delle provocazioni da parte dei Saguntini, che erano entrati in conflitto con i Turdetani, una popolazione iberica alleata di Cartagine. I Saguntini chiesero aiuto a Roma, che inviò una delegazione ad Annibale per intimargli di cessare l’assedio. Annibale ignorò l’ultimatum e proseguì le sue operazioni belliche.

L’assedio durò otto mesi, durante i quali i Saguntini opposero una strenua resistenza, nonostante la superiorità numerica e tecnologica dei Cartaginesi. Annibale dovette usare diverse macchine d’assedio, come arieti, torri e catapulte, per sfondare le mura della città, che erano rinforzate da mattoni e pietre. I difensori si difesero con frecce, pietre, fuoco e olio bollente, e fecero anche delle sortite per attaccare i nemici. I Romani, intanto, inviarono un’altra ambasciata a Cartagine, per chiedere la consegna di Annibale, ma i Cartaginesi rifiutarono e dichiararono guerra a Roma.

Alla fine, dopo aver conquistato la rocca, la parte più alta e fortificata della città, Annibale riuscì a espugnare Sagunto. I Saguntini, disperati, preferirono uccidersi tra loro o darsi alle fiamme, piuttosto che cadere in mano ai Cartaginesi. Annibale saccheggiò la città e ne fece schiavi i pochi superstiti.

L’assedio di Sagunto è ricordato anche per una celebre frase che si attribuisce al console romano Marco Fabio Buteone, che, mentre a Roma si discuteva sul da farsi, esclamò: “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur” (“Mentre a Roma si consulta, Sagunto viene espugnata”).

La traversata delle Alpi di Annibale

Nel 218 a.C., il condottiero cartaginese Annibale iniziò la sua audace impresa di portare la guerra in Italia, attraversando i Pirenei e le Alpi con il suo esercito e i suoi elefanti da guerra.

Annibale partì da Nova Carthago, l’attuale Cartagena, in Spagna, dove aveva stabilito la sua base dopo aver conquistato gran parte della penisola iberica. Aveva con sé circa 90.000 fanti, 12.000 cavalieri e 37 elefanti. Seguì il litorale mediterraneo fino al fiume Ebro, dove si scontrò con le tribù iberiche che si opponevano al suo passaggio. Dopo averle sottomesse, proseguì verso nord, entrando nella Gallia Transalpina.

Qui dovette affrontare la resistenza dei Galli, che temevano la sua invasione. Annibale riuscì a convincere alcune tribù a schierarsi con lui, offrendo loro doni e promesse. Altre, invece, gli si opposero con le armi, come i Volci, che tentarono di bloccare il suo attraversamento del Rodano. Annibale li sconfisse in una battaglia sulle rive del fiume e poi costruì delle zattere per trasportare il suo esercito e i suoi elefanti sull’altra sponda.

Dopo aver attraversato il Rodano, Annibale si diresse verso le Alpi, la catena montuosa che separava la Gallia dall’Italia. Qui si trovò di fronte a una delle sfide più difficili e pericolose della sua marcia.

Le Alpi erano infatti coperte di neve e di ghiaccio, e i sentieri erano stretti e scoscesi. Inoltre, Annibale dovette affrontare gli attacchi dei montanari, che cercavano di approfittare della sua situazione di difficoltà. Annibale dovette combattere, negoziare e ingannare per aprirsi la strada tra le montagne.

Il punto esatto in cui Annibale valicò le Alpi è ancora oggetto di dibattito tra gli storici. Alcuni ritengono che sia passato per il Colle della Traversette, altri per il Colle del Monginevro, altri ancora per il Piccolo San Bernardo o il Gran San Bernardo.

La traversata delle Alpi fu un’impresa straordinaria, che richiese circa 15 giorni e che costò ad Annibale la perdita di gran parte del suo esercito. Si stima che solo 20.000 fanti, 6.000 cavalieri e pochi elefanti riuscirono a raggiungere l’Italia.

Le grandi vittorie in Italia: dal Ticino a Trasimeno

Dopo aver attraversato le Alpi con il suo esercito e i suoi elefanti da guerra, il condottiero cartaginese Annibale si lanciò alla conquista dell’Italia, dove sperava di sollevare i popoli italici contro Roma.

In due anni, dal 218 al 216 a.C., Annibale inflisse ai Romani quattro sconfitte memorabili, che misero in crisi la Repubblica romana e la costrinsero a cambiare strategia.

La prima battaglia si svolse sul fiume Ticino, nel novembre del 218 a.C. Annibale affrontò il console Publio Cornelio Scipione, padre dell’Africano, che era arrivato in Italia da Marsiglia. Lo scontro fu una battaglia di cavalleria, in cui i Cartaginesi ebbero la meglio grazie alla superiorità numerica e alla qualità dei loro cavalieri, soprattutto i Numidi. Scipione fu ferito e si ritirò a Piacenza, dove si ricongiunse con l’altro console, Tiberio Sempronio Longo.

La seconda battaglia ebbe luogo alla Trebbia, nel dicembre del 218 a.C. I due consoli, nonostante il parere contrario di Scipione, decisero di attaccare Annibale, che li aspettava in una posizione favorevole. I Romani dovettero attraversare il fiume gelato e furono accolti da una pioggia di frecce e giavellotti. Poi dovettero affrontare la fanteria e la cavalleria cartaginesi, che li circondarono e li massacrarono. Solo una parte dell’esercito romano riuscì a fuggire e a rifugiarsi a Piacenza.

Dopo questa vittoria, Annibale si guadagnò il sostegno di molte tribù galliche, che si ribellarono a Roma. Annibale sfruttò la sua posizione nel nord Italia per riposare le sue truppe e prepararsi alla sua marcia verso sud. Nella primavera del 217 a.C., Annibale attraversò l’Appennino superando i posti di blocco dell’esercito romano, ma dovette affrontare le difficoltà delle paludi dell’Arno, dove perse molti uomini e un occhio per le malattie e i disagi.

Nonostante questo, Annibale continuò la sua avanzata e raggiunse il lago Trasimeno, nel giugno del 217 a.C. Annibale si nascose con il suo esercito tra le colline che circondavano il lago e attese che i Romani entrassero in una stretta valle, avvolta dalla nebbia. All’improvviso, i Cartaginesi attaccarono da tre lati, mentre il lago impediva la fuga ai Romani. Flaminio fu ucciso e il suo esercito fu annientato.

La battaglia di Canne

Dopo un semestre di dittatura da parte di Quinto Fabio Massimo, che evitò lo scontro diretto con Annibale, la politica romana decise che era giunto il momento di affrontare il nemico in una grande battaglia risolutiva.

Annibale, dopo aver attraversato la Puglia, si scontrò con i due consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone, che avevano raccolto il più grande esercito mai schierato da Roma, composto da circa 80.000 fanti e 6.000 cavalieri.

Annibale, pur essendo inferiore di numero, con circa 40.000 fanti e 10.000 cavalieri, adottò una geniale tattica: schierò la sua fanteria al centro in forma convessa, con i lati più deboli, e la sua cavalleria ai fianchi, con i lati più forti. Quando i Romani attaccarono il centro, Annibale ordinò ai suoi soldati di cedere gradualmente, facendo assumere alla sua formazione una forma concava.

Nel frattempo, la sua cavalleria sbaragliò quella romana e si riunì alle spalle del nemico, chiudendo la tenaglia. I Romani si trovarono così accerchiati e compressi in uno spazio sempre più ristretto, dove non potevano né combattere né scappare. Annibale li fece massacrare senza pietà, uccidendo circa 50.000 fanti e 4.000 cavalieri, tra cui lo stesso Emilio Paolo. Solo 14.000 romani riuscirono a salvarsi e a raggiungere Canusium, una città alleata

La battaglia di Canne fu una delle più grandi manovre tattiche della storia militare, il più riuscito esempio di manovra di accerchiamento compiuta da un esercito numericamente inferiore agli avversari.

Fu anche una delle più pesanti sconfitte subite da Roma, che perse gran parte dei suoi soldati, dei suoi comandanti e dei suoi alleati. Annibale, tuttavia, non sfruttò appieno il suo successo e non marciò su Roma, preferendo consolidare la sua posizione nel sud Italia e aspettare l’arrivo dei rinforzi dal fratello Asdrubale, che però non arrivarono mai.

Roma, invece, non si arrese e si riorganizzò per resistere all’invasione cartaginese, affidando il comando a Quinto Fabio Massimo, detto il Temporeggiatore, che adottò una strategia di logoramento e di evitamento dello scontro diretto con Annibale.

Guerra di posizione nel sud Italia

Dopo la sua strepitosa vittoria a Canne, nel 216 a.C., Annibale sperava di convincere i popoli italici a ribellarsi a Roma e ad allearsi con lui. Tuttavia, il suo piano non ebbe il successo sperato, poiché molti alleati di Roma rimasero fedeli, mentre altri si mostrarono esitanti o opportunisti.

Solo alcune città e regioni, come Capua, Taranto, la Lucania e il Bruzio passarono dalla parte di Annibale, che dovette affrontare la resistenza dei presidi romani e dei loro sostenitori.

Annibale cercò di consolidare la sua posizione nel sud Italia, assediando e conquistando diverse città, come Nola, Casilinum, Arpi, Herdonia, Benevento, una parte di Tarentum e Crotone. Purtroppo per lui non riuscì a espugnare le principali fortezze romane, come Napoli, Nuceria o Salerno.

Inoltre, dovette affrontare la strategia di Quinto Fabio Massimo, detto il Temporeggiatore, che seguiva il nemico senza accettare lo scontro diretto. Annibale non riuscì a provocare una battaglia decisiva, né a impedire ai Romani di recuperare terreno e alleati.

Annibale sperava anche di ricevere rinforzi e aiuti da Cartagine e dai suoi alleati esterni, come il re di Macedonia Filippo V, il re di Siria Antioco III e il re di Numidia Siface. Ma questi aiuti furono scarsi e tardivi, e non cambiarono l’esito della guerra.

Il fratello di Annibale, Asdrubale, che aveva guidato un altro esercito dalla Spagna per soccorrerlo, fu intercettato e sconfitto dal console Gaio Claudio Nerone nella battaglia del Metauro, nel 207 a.C. La testa mozzata di Asdrubale fu lanciata nel campo di Annibale, che capì di aver perso ogni speranza di vittoria.

Il ritorno in Africa e la battaglia di Zama

Annibale, dopo aver combattuto per oltre quindici anni in Italia, senza riuscire a conquistare Roma né a convincere tutti gli alleati italici a passare dalla sua parte, si trovò isolato e privo di rinforzi. Il suo esercito era ridotto a circa 20.000 fanti e 4.000 cavalieri, composti in gran parte da veterani e volontari italici. Il suo unico sostegno esterno era il re di Macedonia Filippo V, che però era impegnato in una guerra contro Roma e i suoi alleati greci, nota come prima guerra macedonica.

Nel frattempo, i Romani, dopo aver recuperato il controllo del sud Italia e conquistato la Spagna con le campagne di Scipione, decisero di portare la guerra in Africa, per costringere Cartagine a chiedere la pace.

Il compito fu affidato di nuovo a Publio Cornelio Scipione, figlio dell’omonimo console ferito da Annibale al Ticino, che si era distinto per le sue vittorie in Spagna, dove aveva cacciato i Cartaginesi e i loro alleati. Scipione, che aveva ottenuto il consolato e il comando della spedizione in Africa, sbarcò nel 204 a.C. con un esercito di circa 30.000 uomini e si alleò con il re di Numidia Massinissa, che era passato dalla parte di Roma dopo aver rotto con il re di Cartagine Siface, suo rivale in amore.

Scipione e Massinissa iniziarono a devastare il territorio cartaginese, conquistando diverse città e sconfiggendo le truppe di Siface. Cartagine, in preda al panico, inviò una richiesta di aiuto ad Annibale, ordinandogli di tornare in Africa per difendere la patria. Annibale, pur a malincuore, dovette obbedire e abbandonare l’Italia con il suo esercito, salpando da Crotone nel 203 a.C. e sbarcando a Leptis Minor.

Annibale si accampò a Zama Regia, a circa 160 km da Cartagine, dove si preparò ad affrontare Scipione. I due generali si incontrarono per negoziare una pace, ma non riuscirono a trovare un accordo. Si diedero quindi appuntamento per la battaglia decisiva, che si svolse nel 202 a.C. e che vide la vittoria di Scipione e la sconfitta definitiva di Annibale

L’esilio e la morte

Dopo la sua sconfitta nella battaglia di Zama, nel 202 a.C., che pose fine alla seconda guerra punica, Annibale tornò a Cartagine, dove cercò di riformare lo stato e la politica.

Fu eletto suffeta, una sorta di magistrato supremo, e introdusse misure per ridurre la corruzione, il malgoverno e il debito pubblico. Tuttavia, le sue riforme gli attirarono l’ostilità di molti nobili e oligarchi, che lo accusarono di tradimento e cospirazione con Roma. Annibale, temendo per la sua vita, decise di andare in esilio nel 195 a.C. e si recò prima a Tiro, in Fenicia, poi alla corte del re seleucide Antioco III, che era in guerra contro Roma.

Annibale divenne il consigliere militare di Antioco III, sperando di poter vendicare la sua patria e di sfidare ancora una volta Roma. Tuttavia, il re seleucide non ascoltò i suoi saggi consigli e preferì seguire i suoi generali e cortigiani, che lo indussero a commettere gravi errori strategici.

Annibale gli aveva suggerito di invadere l’Italia con una grande flotta e un esercito, per sollevare i popoli italici e costringere Roma a ritirare le sue truppe dall’Asia. Invece, Antioco III si limitò a inviare una piccola spedizione in Grecia che fu sconfitta dai Romani nella battaglia di Termopili, nel 191 a.C. Poi, Antioco III si scontrò con i Romani in Asia Minore, dove fu sconfitto nella battaglia di Magnesia, nel 190 a.C.

Dopo questa disfatta, Antioco III fu costretto a firmare una pace umiliante con Roma, che gli impose di cedere gran parte dei suoi territori, di pagare un enorme tributo e di consegnare i suoi elefanti da guerra e le sue navi. Inoltre, Roma chiese la consegna di Annibale, che era considerato il nemico pubblico numero uno.

Annibale, però, riuscì a fuggire e a rifugiarsi prima presso il re di Bitinia, Prusia I.

La storia del generale cartaginese ebbe la sua conclusione in Bitinia, vicino a Libyssa (l’attuale Gebze), a 40 km a est di Bisanzio. Secondo Nepote, un rappresentante bitinico informò accidentalmente l’inviato romano Tito Quinzio Flaminino, il vincitore della seconda guerra macedonica nel 197 a.C., della presenza di Annibale in Bitinia.

Di nuovo, i Romani sembravano determinati a catturarlo e inviarono Flaminino per richiederne la consegna. Prusia accettò di consegnarlo, ma Annibale scelse di non cadere vivo nelle mani del nemico. A Libyssa, sulle coste orientali del Mar di Marmara, prese il veleno che, affermava, aveva conservato per lungo tempo.

Secondo Tito Livio, le sue ultime parole furono: “Quanto sono cambiati i Romani, soprattutto nei costumi, non hanno più nemmeno la pazienza di aspettare la morte di un vecchio. Su allora, liberiamoli da questo lungo affanno”.

E così prese il veleno. La data esatta della sua morte è oggetto di controversie. Di solito viene indicato il 182 a.C., ma, come sembra suggerire Tito Livio, potrebbe essere stato il 183 a.C., lo stesso anno della morte del suo avversario: Scipione l’Africano.

Museo americano restituisce 44 reperti rubati, anche all’Italia

Il Virginia Museum of Fine Arts (VMFA) ha recentemente restituito 44 opere d'arte antica dopo un'approfondita indagine condotta dall'Ufficio del Procuratore Distrettuale di Manhattan e dal Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti.

Il museo ha reso noti i dettagli di questa indagine e il risultato il 5 dicembre, evidenziando la sua piena collaborazione durante un'indagine che ha richiesto sei mesi di lavoro.

Tutto è iniziato nel maggio del 2023, quando il Procuratore Distrettuale ha richiesto la documentazione relativa a 28 oggetti nella collezione del VMFA, per verificarne il regolare acquisto.

In breve tempo, l. . .

iscriviti per continuare a leggere

Questo articolo è disponibile solo per i membri della community.
Iscriviti grauitamente a Scripta Manent.
Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana.

Scoperta moneta romana in Norvegia con l’immagine di Cristo

0

Una moneta d'oro antica, definita "molto rara" dagli archeologi, è stata scoperta di recente nelle montagne della Norvegia centrale.

Il ritrovamento è avvenuto a Vestre Slidre, una città rurale famosa per lo sci, nella contea dell'Innlandet, nel centro-sud della Norvegia, grazie a un cercatore con un metal detector. Tecnicamente conosciuta come "histamenon nomisma," questa moneta è stata introdotta per la prima volta intorno al 960 d.C. ed è stata utilizzata come valuta bizantina standard.

Questo significa che l'oggetto ha viaggiato per oltre 1600 miglia dal suo luogo d'origine fino al punto in cui è. . .

iscriviti per continuare a leggere

Questo articolo è disponibile solo per i membri della community.
Iscriviti grauitamente a Scripta Manent.
Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana.