giovedì 5 Marzo 2026
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Roma nel V secolo e la sua debolezza

Roma, la città eterna, è stata per secoli il centro del mondo antico, la culla della civiltà e della cultura. Ma Roma era anche una città esposta a molte minacce, sia interne che esterne, che ne mettevano a rischio la stabilità e la sopravvivenza.

Tra le sfide interne, vi erano le lotte politiche tra le diverse fazioni, le rivolte popolari, le carestie, le epidemie e i saccheggi. Questi fattori rendevano Roma una città fragile e turbolenta, che doveva fare i conti con le emergenze del quinto secolo, quando l’impero romano d’Occidente entrò in crisi e fu invaso dalle popolazioni barbariche.

Tra le sfide esterne, vi era la vulnerabilità militare di Roma, che era un obiettivo ambito e facile per i nemici. Roma era una città troppo grande per essere difesa efficacemente. Le sue mura erano imponenti, ma anche troppo estese per essere presidiate da un esercito ridotto e indebolito. Inoltre, Roma non aveva una posizione strategica favorevole. Era situata in una pianura aperta, lontana dal mare e dai monti, che la rendevano accessibile da ogni direzione.

Queste caratteristiche di Roma furono ben descritte da Procopio di Cesarea, uno storico che visse nel sesto secolo e che fu testimone della guerra greco-gotica, uno dei conflitti più sanguinosi che coinvolsero Roma in epoca tardo-antica. Procopio scrisse che Roma “non può sopportare un assedio a causa della mancanza di rifornimenti, in quanto non si trova sul mare, è circondata da mura di un perimetro così vasto e, soprattutto, è situata in una pianura aperta, rendendola facilmente accessibile all’attaccante” .

Roma fu quindi assediata più volte dai Goti, che ne devastarono gli edifici e ne depredarono le ricchezze. Roma dovette anche affrontare l’attacco dei Vandali, che arrivarono dal mare e saccheggiarono la città nel 455. Questi eventi segnarono il declino di Roma come capitale dell’impero e come simbolo di potenza e splendore.

Roma rimase comunque una città importante per la storia e per l’arte. Le sue rovine testimoniano ancora oggi la sua grandezza passata e la sua influenza sulla cultura occidentale.

Quando la tranquillità delle frontiere venne minacciata, gli imperatori decisero di proteggere la città. A partire dal 271, Aureliano eresse una maestosa cinta muraria per difenderla, e successivamente venne potenziata. Massenzio, che subì due pesanti assedi, intraprese importanti lavori di consolidamento, ma rimasero incompiuti.

Dopo quasi cent’anni di pace, nel 401 i Goti invasero il Nord Italia. Come risposta a questa nuova minaccia, tra il 401 e il 403 gli imperatori Onorio, Stilicone e il prefetto urbano Longiniano fecero ristrutturare le mura. Le difese vennero rialzate, venne costruito un nuovo cammino di ronda e le porte furono trasformate e rinforzate con un sistema di porte interne. Tuttavia, le mura da sole non erano sufficienti per spaventare i nemici.

Anzi, la loro grande estensione, sguarnite e prive di guardie, metteva in evidenza le debolezze del sistema difensivo. Oltre ad una modesta guarnigione, non erano presenti truppe permanentemente dislocate per difendere la città. Questo non era previsto nell’organizzazione militare tardo-antica. Già a partire dalle riforme di Diocleziano e Costantino, l’esercito imperiale era diviso tra una grande massa di soldati schierati nelle frontiere (chiamati limitanei) e potenti unità mobili, l’esercito comitatense.

In caso di invasione, queste unità avrebbero affrontato il nemico in campo aperto e, grazie all’addestramento e alle armi superiori, avrebbero spesso avuto la vittoria dalla loro parte. Nel V secolo, quest’esercito mobile era lontano da Roma. Infatti, era schierato nelle immediate vicinanze dell’imperatore o nelle aree più minacciate.

In Italia, le truppe dell’esercito comitatense erano dispiegate all’interno delle città fortificate della Pianura Padana, dove avevano anche i loro magazzini e le loro basi logistiche. La loro presenza garantiva la sicurezza di Milano e Ravenna, che erano le due residenze principali della corte imperiale in quel periodo. Tuttavia, il mantenimento di queste forze armate era molto costoso e gran parte del bilancio dello Stato tardoantico era destinato alle spese militari.

Poiché gli imperatori non risiedevano più stabilmente a Roma, non era né possibile né strategico mantenere una forte presenza militare per proteggere la città. Inoltre, c’erano altre ragioni che avevano influenzato la decisione di smilitarizzare Roma. Questa scelta era stata fatta da Diocleziano, il quale aveva ridotto il personale della guardia pretoriana presente in città fin dai tempi di Augusto. Dopo la sua vittoria su Massenzio, Costantino aveva sciolto definitivamente le coorti pretorie e la cavalleria della guardia, seguendo così le orme di Diocleziano.

Costantino aveva anche colto l’occasione per punire le truppe che avevano sostenuto Massenzio fino alla fine, combattendo strenuamente tra Saxa Rubra e il Ponte Milvio. L’esempio di Massenzio e della sua resistenza aveva convinto Costantino a perseverare nella strategia di Diocleziano. Con l’imperatore lontano, la presenza di una potente aristocrazia senatoria e di una solida guarnigione militare a Roma potrebbe favorire tentativi di colpo di stato e di usurpazione. Questo era già accaduto nel III secolo, perciò si decise che sarebbe stato meglio ridurre la minaccia privando Roma della sua forza militare.

Gli effetti di questa smilitarizzazione non si fecero attendere. Durante il Sacco del 410 e quello di Genserico nel 455, la città risultò indifesa contro gli aggressori, in quanto gli eserciti di battaglia dell’Occidente erano lontani e non ci furono truppe che intervennero per rompere gli assedi o scontrarsi in campo aperto con le forze barbariche. In tal modo, la città, la sua ricca aristocrazia e le sue vaste popolazioni furono abbandonate al loro tragico destino.

Vespasiano: l’imperatore taccagno che salvò Roma dalla bancarotta

Vespasiano è stato un imperatore romano che ha regnato dal 69 al 79 d.C., fondando la dinastia flavia.

Nato in Sabina, Vespasiano intraprese la carriera militare e politica, distinguendosi nell’invasione della Britannia sotto Claudio e nel governo dell’Africa proconsolare.

Nel 66 fu inviato in Giudea per reprimere la rivolta ebraica, ma nel 69 fu proclamato imperatore dalle legioni orientali, in opposizione a Vitellio, che era stato eletto dalla guardia pretoriana dopo la morte di Nerone.

Vespasiano sconfisse Vitellio nella seconda battaglia di Bedriaco e entrò a Roma, dove fu riconosciuto dal senato e nominato console per l’anno 70.

Vespasiano restaurò l’ordine e la stabilità nell’impero, dopo il periodo di crisi e di guerra civile seguito alla fine della dinastia giulio-claudia. Fu un imperatore attento all’amministrazione, alle finanze e alle opere pubbliche, tra cui il Colosseo, l’anfiteatro Flavio.

Fu anche tollerante verso le religioni e le culture delle province, pur mantenendo il controllo militare sui confini.

Vespasiano morì nel 79 a Aquae Cutiliae, lasciando il trono al figlio Tito, che aveva completato la conquista della Giudea e celebrato il trionfo per la distruzione di Gerusalemme. Vespasiano fu il primo imperatore ad essere deificato dal senato dopo la sua morte.

Fu considerato un buon sovrano dai suoi contemporanei e dagli storici successivi, che ne lodarono la semplicità, l’umanità e il senso dell’umorismo.

Origini familiari

Tito Flavio Vespasiano nacque il 17 novembre del 9 d.C a Vicus Phalacrinae, che corrisponde all’odierna città di Cittareale, in provincia di Rieti. Il padre, Tito Flavio Sabino, era un pubblicano, ovvero un appaltatore incaricato di esigere le imposte, molto esperto nel settore finanziario, mentre la madre, Vespasia Polla, apparteneva ad una nobile famiglia di Norcia.

Vespasiano ebbe un fratello maggiore, Tito Flavio Sabino, e la sua educazione fu molto influenzata dalla nonna paterna.

Prime esperienze militari

Divenne adulto e indossò la toga virilis all’età di 16 anni, il 17 marzo del 26 d.C, durante la festa dei Liberalia. Inizialmente avrebbe voluto dedicarsi ad una carriera prettamente politica, ma sua madre gli chiese di intraprendere la vita militare. 

Così si arruolò nelle legioni in Tracia come tribuno laticlavio per i successivi quattro anni. Divenne poi questore nella provincia di Creta e di Cirene.

La sua carriera proseguì con la candidatura all’edilità, una delle magistrature più importanti. Dopo aver fallito un primo tentativo, venne finalmente eletto nel 39 d.C, all’età di trent’anni. L’anno dopo divenne pretore, cercando di ingraziarsi in ogni modo l’allora imperatore Caligola.

Esattamente durante questi anni sposò Domitilla ed ebbe da lei due figli, Tito e Domiziano, e una figlia, Flavia Domitilla.

Dopo queste cariche, tipiche per un uomo politico romano, Vespasiano decise di dedicarsi nuovamente alla carriera militare e divenne legatus, ovvero generale, della legio II Augusta, stanziata nella Gallia Lugdunensis, grazie al favore di Narciso, un importante liberto presso l’imperatore Caligola.

Partecipò anche all’invasione romana della Britannia sotto l’imperatore Claudio; il suo ruolo fu fondamentale durante la battaglia di Medway e per la conquista dell’isola di Wight. Le fonti antiche riferiscono che durante questo periodo partecipò ad oltre 30 battaglie contro il nemico britannico, costrinse alla resa due tribù e riuscì a espugnare più di venti città fortificate.

I suoi successi in Britannia favorirono notevolmente la sua carriera politica: ottenne le insegne del trionfo e divenne governatore dell’Africa proconsolare. Tacito e Svetonio descrivono in maniera contrastante il suo governo, ma è certo che la sua fama e la sua visibilità a Roma continuavano ad aumentare.

Dopo l’Africa, Vespasiano si recò in Grecia, vicino all’imperatore Nerone. Forse per differenza di carattere, veniva sistematicamente escluso dalla vita di corte e dalle pubbliche udienze, tuttavia, sempre per i suoi successi militari, gli venne offerto il governo di una provincia e il comando di un esercito.

L’incarico di condurre la guerra in Giudea

Dopo la ribellione degli ebrei zeloti in Giudea, l’imperatore Nerone riconobbe che solo Vespasiano sarebbe stato veramente in grado di riconquistare il controllo di quei territori che erano stati strappati dai ribelli al governatore di Siria, Cestio Gallo. 

Vespasiano, oltre ad aver acquisito notevole esperienza militare, aveva pienamente pacificato la Britannia. Venne quindi scelto come comandante supremo per domare la rivolta in Giudea. Vespasiano chiese ed ottenne di poter essere accompagnato da suo figlio Tito, che si recò immediatamente in Egitto per rilevare una legione, mentre lui stesso si diresse in Siria per concentrare le forze romane.

Vespasiano si recò ad Antiochia, dove si occupò di rafforzare le legioni, in attesa dell’arrivo di Tito e dei suoi soldati. I legionari, al momento del suo arrivo, erano particolarmente insofferenti e insoddisfatti della situazione. Grazie al suo carisma di generale fu in grado di ristabilire la disciplina e rimettere in moto le legioni.

La prima grande vittoria ottenuta da Vespasiano in Giudea fu l’assedio della città di Iotapata, dove si erano asserragliati molti ribelli guidati dal loro generale, Giuseppe Flavio. 

Nonostante il valore degli assediati, Iotapata capitolò e gli ultimi giudei decisero di suicidarsi, uccidendosi a vicenda. Anche Giuseppe si sarebbe dovuto togliere la vita, ma all’ultimo si rifiutò e si presentò davanti a Vespasiano offrendogli una profezia: sarebbe diventato lui il nuovo imperatore. 

Inizialmente Vespasiano non gli diede credito, ma col tempo decise di credergli, liberarlo e trattarlo con ogni riguardo.

Nel frattempo, venne a sapere della morte di Nerone e della nomina a nuovo imperatore di Galba. Per questo motivo, mentre marciava contro Gerusalemme per infliggere l’ultima sconfitta ai ribelli ebrei, inviò suo figlio Tito a Roma per incontrare il nuovo imperatore. 

Quest’ultimo tornò immediatamente indietro a causa della morte di Galba, avvenuta dopo pochi mesi, cui era succeduta l’acclamazione di Otone. Era chiaro che a Roma era scoppiata la guerra civile, motivo per cui Vespasiano fu costretto a sospendere le operazioni militari contro i Giudei.

A questo punto, le versioni sulla vita di Vespasiano differiscono. Tacito ci racconta che Vespasiano stava considerando le proprie forze militari e stava riflettendo sulla possibilità di partecipare alla guerra civile, assieme ad uno dei suoi generali, Muciano, che, pienamente fiducioso nella forza delle legioni, lo esortava a tentare la presa del potere.

Vennero quindi convocati degli indovini per convincere Vespasiano, che era molto superstizioso, a diventare il nuovo Imperatore. 

La svolta sarebbe partita dal prefetto d’Egitto, Tiberio Alessandro, il quale avrebbe preso l’iniziativa di riconoscerlo come nuovo Imperatore. Due giorni dopo, le legioni che comandava in Giudea prestarono immediatamente giuramento e in breve tempo l’intera Siria, i re Soemio, Antioco ed Erode Agrippa II e quasi tutte le province orientali lo acclamarono come imperatore.

Giuseppe Flavio ci dà una versione leggermente diversa e con altri dettagli. Secondo quest’ultimo, Vespasiano, dopo aver devastato la regione vicina alla città di Gerusalemme, ricevette la notizia della caotica situazione a Roma.

Gli ufficiali lo incitarono immediatamente a prendere il potere e i soldati lo acclamarono come nuovo imperatore, minacciando addirittura di ucciderlo se non avesse accettato l’incarico. 

Solo a questo punto, Vespasiano avrebbe chiesto consiglio al governatore di Alessandria, Tiberio Alessandro, informandolo di essere già stato acclamato imperatore dalle proprie truppe e richiedendogli collaborazione per sostenere la sua carica. Alessandro chiese immediatamente ai suoi legionari di giurare fedeltà al nuovo imperatore ed accolse ottimamente l’iniziativa di Vespasiano.

La guerra civile contro Vitellio

Nonostante le province orientali avessero già scelto Vespasiano come imperatore, egli doveva ancora sconfiggere il suo avversario Vitellio, che si trovava a Roma. Vespasiano si trasferì immediatamente ad Antiochia di Siria per pianificare il suo viaggio verso la capitale.

Affidò dapprima un contingente di cavalleria e fanteria a Muciano, che avrebbe dovuto attraversare l’Italia via terra. Un altro suo generale, Antonio Primo, si sarebbe diretto in Italia con la legione III Gallica per affrontare le armate di Vitellio.

Le truppe dell’imperatore sconfissero l’esercito di Vitellio nella seconda battaglia di Bedriaco, avanzando inesorabili verso Roma. Mentre il figlio Tito assediava Gerusalemme nel 70 d.C, Vespasiano attraversò l’isola di Rodi e tutta la Grecia, giungendo infine in Italia, dove fu accolto dalle principali città del sud. Arrivato a Roma, ricevette un’accoglienza entusiasta, in quanto i cittadini romani ancora ricordavano le sue vittorie in Britannia.

Il Senato romano gli diede subito appoggio: l’aristocrazia romana desiderava un imperatore maturo, con grandi capacità di gestione e gloria militare per assicurare la pace ai cittadini.

Vespasiano si dedicò immediatamente a riparare i danni causati dalla guerra civile. Restaurò la disciplina nelle legioni stanziate in Italia e si mise subito al lavoro per riportare ordine nel governo, che aveva particolari problemi soprattutto sotto l’aspetto finanziario.

L’amministrazione finanziaria dell’imperatore Vespasiano 

Durante il regno di Vespasiano, l’amministrazione finanziaria fu estremamente rigorosa. Questa politica però fu necessaria, poiché il suo predecessore Nerone aveva letteralmente esaurito le risorse finanziarie dello Stato.

Il nuovo imperatore richiese il pagamento delle imposte introdotte dal suo predecessore Galba e non ancora saldate e introdusse nuove tasse ancora più pesanti, aumentando i tributi sulle province e in alcuni casi raddoppiandoli.

Secondo le fonti antiche, ci furono anche episodi di saccheggi e rapine, soprattutto nelle zone particolarmente ricche. Inoltre, durante il suo regno, fu introdotta una nuova tassa sugli orinatoi, che da allora vennero chiamati “vespasiani” in suo onore.

La Lex de imperio Vespasiani.

Oltre alla sua politica oculata, Vespasiano è noto anche per la famosa “Lex de imperio Vespasiani”. 

Questa legge, ancora oggi conservata su tavole in bronzo presso i Musei Capitolini di Roma, svincolava l’imperatore dall’approvazione giuridica del Senato Romano, rendendo la sua figura sostanzialmente indipendente e autonoma.

Alcuni storici ritengono che sia Vespasiano il vero fondatore dell’Impero Romano, almeno così come lo conosciamo. 

Vespasiano riformò anche il Senato e tutto l’ordine equestre, promuovendo gli uomini più abili ed onesti e rendendo tutti questi organismi sempre più dipendenti dalla volontà e dagli ordini dell’imperatore. 

Vespasiano decise anche che i senatori potevano essere ingiuriati, ma potevano ricambiare gli insulti come diritto civile e morale. Inoltre, cambiò lo statuto della Guardia pretoriana, arruolando solamente contingenti italici per aumentarne la fedeltà. 

La riforma giudiziaria

Vespasiano, per far fronte al grande numero di contenziosi giudiziari, decise di intervenire con una riforma che prevedeva il sorteggio di alcuni giudici per risolvere le centinaia di vertenze tra i magistrati e restituire i beni trafugati durante la guerra civile. 

Inoltre, il Senato decretò che ogni donna libera che si concedeva ad uno schiavo diventava anch’essa una schiava, con l’intento di limitare l’usanza delle matrone romane di avere rapporti con schiavi o persone di ceto sociale inferiore. Dopo Augusto, si può dire che Vespasiano fu il più grande “moralizzatore” dell’epoca romana.

Le opere pubbliche

Le opere pubbliche di Vespasiano sono state un elemento fondamentale del suo regno. In qualità di magistrato della censura, si è occupato di ampliare il pomerium, il confine sacro e inviolabile della città di Roma, e ha speso molte risorse per lavori pubblici e restauri assolutamente necessari.

Tra le sue opere più importanti ci sono la ricostruzione del Campidoglio e la costruzione di un nuovo foro, oltre all’anfiteatro Flavio, noto come Colosseo.

Inoltre, organizzò regolarmente banchetti per stimolare il lavoro dei piccoli imprenditori romani, contribuendo così alla crescita economica della città.

Vespasiano ha anche fatto ampliare importanti vie come l’Appia, Salaria e Flaminia e ha restaurato una colossale statua dell’imperatore Nerone posizionata nella Domus Aurea, convertendola nella rappresentazione del dio sole.

Grazie a queste opere, Vespasiano ha lasciato un’impronta indelebile nella storia di Roma e ha contribuito allo sviluppo della città e dell’intero impero romano.

La promozione della cultura sotto Vespasiano

Vespasiano favorì una rinascita culturale di Roma stanziando centomila sesterzi all’anno per sostenere il lavoro dei retori greci e latini, aiutare i poeti e i migliori artigiani. 

Grazie ai suoi finanziamenti, ad esempio, venne restaurata la Venere di Coo, uno dei più importanti capolavori del suo tempo. Degna di nota è la figura di Marco Fabio Quintiliano, uno dei pensatori più influenti dell’epoca, che fu il primo insegnante pubblico a godere del favore imperiale.

Durante questo periodo, Plinio il Vecchio scrisse la sua opera più importante, “Naturalis Historia”, dedicata al figlio dell’imperatore Tito, che ancora oggi rappresenta una delle fonti più importanti sulla storia romana. 

Tuttavia, durante il suo regno, Vespasiano fu costretto a perseguitare alcuni maestri della filosofia, in particolare quelli appartenenti alla corrente stoica e scettica, poiché si opponevano al suo regime.

In generale, alcuni filosofi che rimpiangevano i tempi della Repubblica furono colpiti tramite il ripristino di alcune leggi penali contro questa professione, considerata ormai obsoleta e pericolosa. Uno di loro, il filosofo Prisco, fu addirittura messo a morte perché aveva insultato in modo non troppo velato l’imperatore nelle sue opere.

L’organizzazione dell’esercito sotto Vespasiano

Vespasiano aveva l’arduo compito di migliorare l’esercito romano.

Innanzitutto si concentrò sul ripristino dell’antica disciplina militare per evitare future guerre civili. Prese, quindi, decisioni importanti: sciolse quattro legioni che avevano disonorato le proprie insegne per insubordinazione e ne creò tre nuove, dando ad alcuni legionari la possibilità di fare pubblica ammenda.

Decise anche di aumentare l’impiego delle truppe ausiliarie provinciali, al fine di aumentare il numero di potenziali cittadini romani che sarebbero stati poi arruolati.

Fece ricostruire numerose fortezze legionarie in pietra, posizionate strategicamente per aumentare la capacità difensiva dei confini dell’impero, soprattutto quello settentrionale.

Promosse un allenamento costante dei legionari, consapevole che l’ozio portava i soldati più facilmente a ribellarsi contro il loro generale. Inoltre, ridusse le corti pretoriane a nove, a parte la prima corte militare con dimensioni doppie rispetto alle altre.

La politica estera di Vespasiano: l’Oriente 

Vespasiano fu il principale generale incaricato di soffocare la rivolta dei Giudei, nota come prima guerra giudaica. Suo figlio Tito, nel 70 d.C, conquistò Gerusalemme e distrusse il Tempio, ponendo fine alla guerra. 

Vespasiano decise quindi di trasferire due legioni in Cappadocia per eliminare le ultime resistenze al governo romano. Inoltre, portò a Roma i leader ebraici Simone e Giovanni, trascinandoli in catene in un trionfo.

Dopo il trionfo congiunto di Vespasiano e Tito sui Giudei, il Tempio di Giano venne chiuso e Vespasiano regnò in pace per i restanti nove anni. Gli ebrei, tuttavia, non furono perseguitati durante il regno di Vespasiano né durante quello di Tito. Furono invece costretti a pagare il cosiddetto fiscus iudaicus, una tassa necessaria per poter continuare a praticare la propria religione.

La politica di Vespasiano in Occidente

Vespasiano dovette sedare una rivolta dei Batavi e consolidare le frontiere lungo il fiume Reno. Inoltre, affrontò un’invasione delle popolazioni sarmatiche dei Roxolani, che devastarono la provincia romana di Mesia. Vespasiano inviò il generale Rubrio Gallo, che fu in grado di punire gli invasori e costruire nuove fortificazioni. 

Nel 69 d.C si verificarono nuove insurrezioni in Britannia, risolte dal governatore Quinto Petillio Ceriale. Nel frattempo, Gneo Giulio Agricola riprese la conquista dell’isola, riuscendo a sottomettere gli Ordovici nel 78 d.C.

Vespasiano intraprese anche una campagna in Germania, conquistando un nuovo territorio chiamato Agri Decumates. Il principale artefice di questa conquista pare fu il generale Cornelio Clemente, che ottenne diversi riconoscimenti per le sue imprese vittoriose in Germania. In questo periodo, vennero costruiti diversi forti romani in almeno dieci città germaniche.

Morte e successione 

Vespasiano era assolutamente certo che i suoi successori sarebbero stati i suoi figli.

Le fonti antiche riportano che Vespasiano fece un sogno con una bilancia, dove da una parte vi erano gli imperatori Claudio e Nerone, e dall’altra lui stesso con i suoi figli. Questo significava che entrambe queste famiglie avrebbero regnato per 27 anni.

Dopo la sua morte, avvenuta il 23 giugno del 79 d.C, suo figlio Tito divenne immediatamente imperatore e nominò il fratello Domiziano come suo successore.

La rivolta di Nika. Il massacro di 35mila ultrà a Costantinopoli

La rivolta di Nika è un episodio di violenza avvenuto nel 532 d.C, nella città di Costantinopoli.

Gli ultrà dell’ippodromo della squadra degli azzurri e dei verdi si erano ribellati al potere dell’imperatore Giustiniano I, ed erano dilagati in città, assaltando anche la basilica di Santa Sofia.

Giustiniano, completamente incapace di calmare la rivolta, era pronto a fuggire, ma sua moglie Teodora lo convinse a rimanere e con un trucco, assieme ai generali Narsete e Belisario, 35.000 tifosi vennero brutalmente massacrati, ponendo fine alla rivolta.

Le motivazioni della rivolta di Nika

All’alba del VI secolo dopo Cristo, Costantinopoli era la città più importante dell’intero mondo tardo antico, considerata l’erede di Roma.

Nella città le corse dei cavalli che si tenevano nell’ippodromo erano uno degli eventi sportivi più seguiti, ma in realtà la tifoseria rifletteva anche delle inclinazioni politiche.

Vi erano due squadre importanti: quella degli Azzurri e quella dei Verdi.

Gli Azzurri rappresentavano la fazione popolare della cittadinanza e appoggiavano l’imperatore in carica, Giustiniano I. Questi inoltre seguivano la dottrina religiosa del “diofisismo“, secondo la quale all’interno di Gesù Cristo convivevano serenamente sia la natura divina che quella umana.

Gli ultrà azzurri erano dei veri e propri delinquenti. Si distinguevano anche nell’abbigliamento perché portavano i capelli con un codino sulla cima, secondo la tradizione Unna, avevano baffi e barba secondo la moda persiana e giravano con grossi mantelli all’interno dei quali nascondevano pugnali e armi da taglio.

Questi si dedicavano a furti, rapine e stupri in tutta Costantinopoli. Molto spesso Giustiniano gli garantiva una sorta di impunità, dal momento che appoggiavano il suo governo.

Dall’altra parte, la fazione dei Verdi rappresentava gli aristocratici di Costantinopoli. Gli appartenti a questa tifoseria seguivano la dottrina religiosa del “monofisismo“, secondo la quale la natura umana di Cristo era stata assorbita da quella divina. Questi appoggiavano il deposto imperatore Anastasio I e i suoi nipoti. Anche loro erano dediti a delitti politici e a vendette personali.

Molto spesso Azzurri e Verdi si combattevano per le strade di Costantinopoli in una situazione di continuo pericolo e di impunità da parte dell’autorità centrale.

Nel frattempo, l’imperatore Giustiniano si era preso l’incarico di eseguire delle riforme legali importanti, ma la maggior parte dei suoi provvedimenti, soprattutto la riforma della Pubblica Amministrazione, risultava molto lenta ed inefficace. La sua era una gestione statale pessima e la strumentalizzazione degli Azzurri e dei Verdi non faceva che peggiorare la situazione.

Lo scoppio della rivolta di Nika

Lo scoppio della rivolta di Nika avvenne quando uno dei Prefetti di Giustiniano, Eudemone, fece arrestare sette ultras che si erano macchiati di omicidio, con lo scopo di dare loro una punizione esemplare.

L’11 gennaio del 532 d.C, nel sobborgo di Sika, gli ultras vennero impiccati pubblicamente. Alcuni di loro, però, riuscirono a fuggire in quanto il patibolo di legno si era rotto e si rifugiarono nella chiesa cristiana del quartiere di San Lorenzo, tallonati dai soldati di Giustiniano.

I capi degli ultras degli Azzurri e dei Verdi supplicarono Eudemone e quindi Giustiniano di salvare la vita ai sopravvissuti. Giustiniano, tuttavia, era impegnato in trattative diplomatiche con i Persiani e non dedicò abbastanza attenzione al caso, rifiutando le richieste degli ultras.

La tensione stava crescendo e il 13 gennaio del 532 l’imperatore Giustiniano e sua moglie Teodora passarono dal palazzo imperiale, immediatamente collegato con l’ippodromo, e si presentarono in tribuna di fronte alla popolazione.

Gli ultras cominciarono ad insultarli urlando “Nika! Nika!”, che significa “Vinci!”. Si trattava della classica esortazione nei confronti della propria squadra che, in quella situazione, incitò la folla ad un tumulto contro l’imperatore.

La violenza si diffuse nelle strade di tutta Costantinopoli, l’ippodromo fu invaso così come le vie circostanti e le prigioni della città. Anche la basilica di Santa Sofia, sede del Patriarca di Costantinopoli, fu invasa e danneggiata dai rivoltosi.

Il collasso della situazione

Nel bel mezzo della rivolta, Giustiniano iniziò ad ascoltare le richieste dei rivoltosi. Questi chiedevano le dimissioni di Giovanni di Cappadocia, prefetto del Pretorio e stretto collaboratore di Giustiniano, le dimissioni di Triboniano, un giurista ed alto funzionario accusato di farsi pagare il pizzo per dare giustizia ai cittadini, e del prefetto Eudemone che aveva arrestato e fatto impiccare i primi capi ultrà.

Credendo che questa mossa avrebbe calmato la popolazione, Giustiniano accettò le richieste e rimosse i tre personaggi dal loro incarico. Questo peggiorò solamente la situazione in quanto i rivoltosi capirono che vi erano sufficienti possibilità di prendere il potere.

La domenica del 18 gennaio, Giustiniano si presentò sulla tribuna dell’ippodromo con i vangeli in mano, cercando di calmare la folla, dicendo che tutto quanto era successo esclusivamente per colpa sua e che con l’aiuto di Cristo avrebbe potuto riportare la pace.

Ma i rivoltosi erano ormai fuori controllo e si recarono presso la casa di Ipazio, il nipote dell’imperatore Anastasio, proclamandolo nuovo imperatore al posto di Giustiniano. La violenza era ormai dilagata ovunque a Costantinopoli e Giustiniano fece caricare il tesoro reale sulle navi, pronto a salpare e scappare.

L’intervento di Teodora

Ed è in questo momento che entra nella storia la figura di sua moglie Teodora.

Donna di umilissime origini, era figlia di Acacio, custode dei cavalli per la squadra dei Verdi. La sua famiglia era andata in rovina ma aveva conosciuto il giovane Giustiniano e la loro era diventata una coppia molto unita.

Giustiniano aveva addirittura convinto il vecchio ex Imperatore a modificare la legge per permettere ad un uomo del suo lignaggio di sposare una donna di bassa estrazione.

Teodora pronunciò uno storico discorso nel quale si dichiarò disposta a morire come una regina nella sua città e che se non sarebbe scappata: la sua presa di posizione fece vergognare Giustiniano e i soldati della guardia reale.

Così, dopo aver rinunciato alla fuga, Giustiniano ed Teodora cambiarono strategia ed incaricarono il capo della guardia imperiale, Narsete, di cercare di calmare gli ultras della squadra degli Azzurri.

Solo, disarmato e con una borsa piena di oro, Narsete scese dal palazzo reale nell’ippodromo e si avvicinò agli azzurri, cercando di convincerli ad accettare il denaro, dicendo che Giustiniano li aveva sempre protetti e che era disposto a perdonarli se si fossero immediatamente tranquillizzati.

Ottenuta la collaborazione degli Azzurri, Narsete fece in modo che tutti gli ultras fossero nuovamente convogliati all’interno dell’ippodromo.

Proprio in quel momento, mentre Narsete resisteva nel palazzo reale con poche unità, era di ritorno dalla Persia il generale Belisario con il grosso dell’esercito.

Narsete e Belisario cinsero d’assedio l’ippodromo, irrompendo dalle quattro porte di entrata e circondando rapidamente gli ultrà, che furono colti completamente di sorpresa.

Fu una vera e propria strage di tifosi: 35.000 vittime vennero brutalmente uccise nel corso di ore di massacro.

Nella sanguinosa repressione trovò la morte anche Ipazio, che era stato eletto come nuovo imperatore dai rivoltosi. Dopo il contenimento della ribellione, Teodora si preoccupò personalmente del riassetto delle strade della città e della riparazione di Santa Sofia, che era stata gravemente danneggiata.

La strage di Nika rappresenta la più importante crisi politica di Costantinopoli nell’era dell’imperatore Giustiniano.

Le colonie romane e la loro organizzazione

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Le colonie romane erano porzioni di territorio, prevalentemente città, appena conquistate dall’esercito romano che venivano popolate da cittadini romani e che fungevano sia da avamposto per la difesa del territorio sia da punto di partenza per successive spedizioni militari di Roma.

Le colonie, il più delle volte costituite da una città e dalle campagne attorno, potevano essere sia centri urbani di nuova fondazione, organizzate sin dall’inizio secondo le tecniche della centuriazione romana, sia città appartenenti ad altri regni e recentemente conquistate che cambiavano status, diventando romane.

La fondazione di una nuova colonia, chiamata anche “Deduzione di una nuova colonia”, era caratterizzata dallo stanziamento di cittadini romani chiamati “Coloni”, secondo un processo guidato da tre magistrati, appositamente eletti.

Le colonie di diritto romano

Le colonie di diritto romano erano colonie nelle quali venivano trasferiti cittadini romani “Optimo jure”, ovvero a diritto pieno, che potevano godere di tutte le garanzie e i benefici della cittadinanza romana. Ogni capofamiglia riceveva un appezzamento di terreno da coltivare per sè e per la propria famiglia. I coloni romani stanziati in queste zone erano esentati dal servizio militare classico, ma erano tenuti a mobilitarsi per difendere personalmente la città in caso di pericolo esterno.

Queste colonie venivano gestite direttamente dal Senato romano e dai loro magistrati. Normalmente, le colonie di diritto romano erano più piccole e con meno cittadini, fondate spesso sul suolo italico e soprattutto sulle coste della penisola.

Le colonie di diritto latino

Le colonie di diritto latino erano sempre territori e città controllati da Roma ma venivano abitate da coloni che non erano cittadini romani “Optimo Jure”, e che godevano solamente di alcuni benefici relativi al matrimonio e al commercio, regolati dal diritto romano.

Queste colonie avevano una maggiore autonomia rispetto a quelle di diritto romano dal momento che disponevano di un proprio Senato e di un consiglio cittadino indipendente che eleggeva in autonomia i magistrati. Alcune colonie latine, soprattutto quelle più fedeli, potevano anche battere una propria moneta.

Ciò permetteva alle colonie di diritto latino di regolarsi e di gestirsi in maniera più rapida e indipendente rispetto a Roma. Il reale legame con Roma era rappresentato dalla fornitura, in caso di necessità, di un contingente di soldati il cui ammontare dipendeva dalla popolazione.

Le prime colonie romane e le colonie più importanti

Le prime colonie di Roma furono stabilite intorno al 752 a.C. ad Antemnae e Crustumerium, entrambe nel Lazio, secondo quanto riportato da Livio. Altre colonie furono fondate a Signia nel VI secolo a.C., Velitrae e Norba nel V secolo a.C. e Ostia, Antium e Tarracina alla fine del IV secolo a.C.

La prima colonia romana al di fuori dell’Italia fu probabilmente Italica in Hispania, fondata nel 206 a.C. da Publio Cornelio Scipione durante la seconda guerra punica. Nell’Impero, le colonie divennero grandi centri per l’insediamento di veterani dell’esercito, specialmente nell’Africa nord romana, che aveva la maggiore densità di colonie romane per regione nell’Impero, e dove la popolazione italica costituiva più di un terzo della popolazione totale durante il II secolo d.C.

Alcune colonie assunsero una importanza strategico militare rilevante:

Aquileia, fondata nel 181 a.C. nel territorio dei Galli, serviva da avamposto per controllare il nord-est dell’Italia e le rotte commerciali verso il Danubio e i Balcani. Aquileia fu anche una base per le campagne militari contro i barbari e resistette a un lungo assedio degli Unni nel 452 d.C.

Cartagine, rifondata nel 122 a.C. da Gaio Tiberio Gracco come Colonia Iunonia, era la prima colonia romana fuori dall’Italia. Cartagine era situata in una posizione strategica sul Mediterraneo, vicino alle ricche province dell’Africa e della Spagna.

Londinium, fondata nel 43 d.C. dopo la conquista della Britannia da parte di Claudio, era la capitale della provincia e il principale porto commerciale dell’isola. Londinium era collegata al resto dell’impero da una rete di strade e ponti, tra cui il famoso ponte sul Tamigi.

Antiochia, fondata nel 300 a.C. da Seleuco I Nicatore, fu annessa a Roma nel 64 a.C. da Pompeo. Antiochia era la terza città più grande dell’impero, dopo Roma e Alessandria, e la capitale della provincia di Siria.

Colonia Claudia Ara Agrippinensium, fondata nel 50 d.C. da Claudio come colonia di diritto romano, era la capitale della provincia della Germania Inferiore e una delle più grandi città a nord delle Alpi. Derivava dall’antica fortezza legionaria costruita da Agrippa nel 38 a.C. e ampliata da Druso e Tiberio.

Augusta Treverorum, fondata nel 16 a.C. da Augusto come colonia di diritto latino, era la capitale della provincia della Gallia Belgica e la sede del governatore. Augusta Treverorum era situata in una posizione strategica sul fiume Mosella, vicino al confine con la Germania libera.

Mogontiacum, fondata nel 13 a.C. da Druso come accampamento militare, divenne una colonia di diritto latino nel 89 d.C. sotto Domiziano. Mogontiacum era la capitale della provincia della Germania Superiore e la sede del governatore. La città fu importante per la sua posizione strategica sul fiume Reno, punto di partenza per le campagne militari contro i Germani.

La battaglia di Gaugamela. Il trionfo di Alessandro Magno

La battaglia di Gaugamela, avvenuta nel 331 a.C, è stato il più grande trionfo di Alessandro Magno, che sul campo, grazie ad una tattica innovativa e spericolata, ha battuto il re persiano Dario III.

Dopo le prime vittorie e la conquista della regione costiera della Fenicia e dell’Egitto, Alessandro Magno attaccò il cuore dell’Impero Persiano arrivando allo scontro diretto con Dario III presso la cittadina di Gaugamela.

Pur in netta inferiorità numerica, grazie ad una saggia disposizione dei suoi uomini e ad un attacco diretto contro l’avversario, Alessandro Magno vinse lo scontro, conquistando tutta la parte occidentale dell’Impero Persiano.

L’invasione di Alessandro della Persia e le trattative con Dario III

Dopo essere dilagato nei Balcani, Alessandro Magno aveva avviato una conquista su vasta scala, battendo uno dopo l’altro i generali nemici.

La prima grande vittoria si era verificata nella battaglia del fiume Granico (334 a.C), dove Alessandro aveva sconfitto i satrapi persiani, dimostrandosi un condottiero straordinariamente capace e dotato.

Il secondo grande appuntamento si era verificato l’anno dopo, nel 333 a.C, presso la città di Isso, alle porte dell’Asia minore, dove Alessandro Magno aveva sfidato il re persiano Dario III in persona: con una straordinaria carica di cavalleria, guidata personalmente, Alessandro aveva provocato il collasso del suo avversario e umiliato i Persiani.

Dopo questa vittoria, Alessandro pareva inarrestabile: in pochi mesi, il generale macedone aveva conquistato tutta la fascia costiera della Fenicia, ottenendo la capitolazione di una città dopo l’altra, fino a conquistare Tiro, l’antica capitale dei Fenici.

Alessandro si era spinto fino in Egitto, dove si era fatto proclamare faraone.

Al termine di questa prima fase di conquista, costellata da vittorie, il generale macedone decise di muoversi verso l’interno per completare la conquista della Persia.

Secondo diverse fonti, è in questa fase del conflitto che Dario III cercò di ottenere la pace tramite la diplomazia. Sono stati riportati sostanzialmente tre tentativi di mediazione: nel primo, proprio all’indomani della battaglia di Isso, Dario III avrebbe offerto ad Alessandro, tramite i suoi emissari, un cospicuo riscatto per i prigionieri che era riuscito a catturare, chiedendogli di ritirarsi dalle sue zone e di ritornare in Macedonia.

Alessandro, all’indomani di una grande vittoria, rifiutò sdegnosamente.

Nel secondo tentativo, Dario cercò di convincere l’avversario tramite condizioni più vantaggiose: egli propose il matrimonio con una delle sue figlie e si dimostrò disposto a cedere una parte del suo regno, probabilmente tutte le zone ad ovest del fiume Halys, sperando di calmare così l’ambizione dell’avversario.

Ma ancora una volta, Alessandro Magno declinò l’invito di Dario III, deciso a proseguire la conquista dell’Impero Persiano.

Il terzo ed ultimo tentativo fu, per la sua estrema generosità, il più pericoloso per il proseguio della campagna: Dario III offrì ad Alessandro tutti i territori ad ovest del fiume Eufrate, il co-governo dell’intero impero achemenide, e rinnovò la proposta di sposare una delle sue figlie. Infine, la proposta di Dario III contemplava il pagamento di 30.000 talenti d’argento.

Le offerte di Dario III furono questa volta talmente invitanti da portare uno dei suoi generali, Parmenione, a prendere in seria considerazione l’ipotesi di accettare.

Secondo le fonti antiche, Parmenione avrebbe detto testualmente: “Se fossi Alessandro, accetterei”. E Alessandro avrebbe risposto: “Anch’io accetterei, se fossi Parmenione“.

Alcune fonti riferiscono che in occasione di questa terza offerta, Alessandro abbia contraffatto le lettere inviate da Dario III, modificandone il contenuto e il tono per renderle inaccettabili ai suoi generali e per essere sicuro che non avrebbe subito ulteriori pressioni per accettarle.

Fu così che la campagna di conquista dell’Impero Persiano da parte di Alessandro Magno proseguì senza intoppi.

Il superamento dell’Eufrate e del Tigri

Alessandro attraversò con poche difficoltà il fiume Eufrate.

Alchè si presentò per lui una scelta importante, che riguardava la direzione da imboccare: Alessandro avrebbe potuto guidare il suo esercito direttamente a sud contro la città di Babilonia, oppure scegliere un percorso più articolato, che prevedeva prima di salire a settentrione per poi costeggiare e superare delle alture e scendere successivamente verso la capitale persiana.

Il primo percorso, più diretto, era certamente più breve ma anche più difficile per i suoi soldati: il caldo micidiale che caretterizzava il territorio avrebbe messo alla prova i suoi. Inoltre, il terreno piuttosto brullo avrebbe complicato il rifornimento di cibo.

La seconda via, sebbene più lunga, sarebbe stata però più praticabile. Alessandro scelse il secondo percorso, facendo incamminare il proprio esercito verso il fiume Tigri.

Gli storici hanno notevolmente dibattuto sulla scelta di Alessandro e sul comportamento di Dario III. Secondo alcuni, il re persiano avrebbe dovuto osteggiare maggiormente il percorso del nemico, mentre secondo altri il suo comportamento fu saggio, dal momento che, lasciando che il macedone imboccasse la strada più lunga, ottenne tempo prezioso per organizzare il suo esercito.

L’unico ad opporre una certa pressione ad Alessandro fu uno dei satrapi di Dario, Mazeo. Egli fece uso della tecnica della terra bruciata, dando fuoco ai raccolti e alle città da cui i macedoni potevano rifornirsi.

Effettivamente, l’esercito di Alessandro si trovò in difficoltà, soprattutto per l’approvvigionamento.

Altro elemento sorprendente: nessun esercito si presentò per cercare di ostacolare il superamento del fiume Tigri. Anche qui, gli storici cercano di interpretare le mosse persiane.

L’ipotesi più accreditata è che i Persiani non ritenevano Alessandro in grado di guadarlo facilmente a causa delle forti correnti, e qualsiasi iniziativa per fermarne il percorso sarebbe stata presa in contropiede.

Comunque sia andata, Alessandro sorprese tutti e riuscì a presentarsi sulla sponda orientale del Tigri con pochissima difficoltà e con un esercito sostanzialmente intatto.

Fu proprio in questa fase della campagna che si sarebbe verificata un’eclissi totale di luna, che avrebbe sorpreso l’esercito di Alessandro mentre era in cammino.

Alessandro interrogò immediatamente il suo indovino preferito, Aristandro, il quale diede un’interpretazione positiva del segno celeste. Il condottiero macedone compì immediatamente sacrifici agli dei del cielo e della terra e proseguì fiducioso la campagna.

Mentre l’esercito macedone era intento a marciare sulla sponda orientale del fiume, proseguendo verso sud, una delle sue avanguardie, composta da cavalleria, si incontrò fortuitamente con unità di esplorazione persiane. Ne nacque subito uno scontro furibondo, dove i macedoni ebbero quasi subito la meglio.

I soldati persiani catturati e costretti a confessare riferirono che il loro re stava preparando un enorme esercito nei pressi della città di Gaugamela.

Nei quattro giorni successivi, le avanguardie macedoni continuarono a battere il territorio, utilizzando le informazioni estorte ai prigionieri: l’obiettivo principale era quello di comprendere la quantità di soldati a disposizione di Dario III e le unità di cui disponeva.

Alcune spie macedoni si resero rapidamente conto che l’esercito di Dario era straordinariamente superiore in numero e ritornarono all’accampamento preoccupati, innescando un consiglio di guerra carico di tensione.

Il generale Parmenione, quasi un vice di Alessandro, suggerì di eseguire un attacco notturno per cogliere il nemico di sorpresa e ridurre il numero dei soldati a sua disposizione. Alessandro però avrebbe risposto: “Non ruberò la vittoria: voglio vincere il mio avversario sul campo”, confermando la sua indole guerriera e il suo proposito di vincere Dario III in un combattimento leale.

I due eserciti si incontrarono qualche giorno dopo presso la città di Gaugamela, un territorio favorevole all’esercito di Dario.

La battaglia di Gaugamela: la disposizione dei persiani

Dario poteva contare su un esercito che andava dai 100 ai 150.000 soldati, di cui 56.000 fanti, 35.000 cavalieri, 200 carri falcati e quindici elefanti.

Inoltre, il terreno era particolarmente favorevole alle manovre della sua cavalleria, anche perchè il sovrano aveva fatto sgomberare il campo da arbusti e massi che potessero intralciare la corsa dei suoi carri.

Dario si posizionò al centro dello schieramento, com’era abitudine per i sovrani persiani. Alla sua destra e alla sua sinistra si trovavano le unità di immortali, le guardie del re, pronte a difenderlo con la vita. In una seconda linea davanti a lui, delle eterogenee unità di soldati: i cavalieri Carii, provenienti dalla Caria, una regione dell’Anatolia occidentale, dei mercenari greci e delle guardie persiane a cavallo.

In una terza fila, sempre davanti a Dario, venne disposta la cavalleria indiana. Questo costituiva il centro dell’esercito persiano.

Immediatamente sulla destra, due unità di fanteria del Caucaso: si trattava di soldati di fanteria ben addestrati ed equipaggiati, che costituivano una sorta di cerniera di collegamento tra il centro e l’ala destra dell’esercito di Dario.

L’ala destra era composta da cavalieri Medi, Parti e Siriani direttamente ai comandi del satrapo Mazeo. Davanti a loro, due ulteriori unità di cavalleria d’avanguardia composte da cappadoci e armeni.

Sull’ala sinistra, un altro contingente di cavalleria guidato dal satrapo Besso: si trattava di cavalieri Sciiti, Battriani e Persiani.

Di fronte a tutta la grande disposizione di Dario III vennero posizionate quattro unità speciali: un gruppo di carri falcati della Scizia posizionati davanti alla fanteria caucasica, altre due unità simili davanti alla cavalleria indiana e un’altra ancora che stazionava davanti ai mercenari greci, quelli più vicini a Besso.

Infine, davanti alla cavalleria indiana e fra le due unità di carri, i 15 elefanti.

La battaglia di Gaugamela: la disposizione di Alessandro

Alessandro si trovava in netta inferiorità numerica: il suo esercito contava al massimo 40.000 fanti e poco più di 7.000 cavalieri. Il condottiero macedone doveva quindi economizzare lo spazio e puntare tutto sulla tattica.

Egli decise di schierare al centro la falange macedone. Lui stesso si posizionò sull’ala destra, accompagnato sia dagli Etèri, cavalieri che costituivano la sua guardia personale, sia da altre quattro unità di cavalleria leggera.

Tra la falange centrale e l’ala di cavalleria di Alessandro furono disposti gli Ipaspisti, dei soldati di fanteria pesante.

Sulla sinistra, subito a fianco della falange, un’altra unità di cavalleria e infine, a costituire l’ala sinistra vera e propria, altre quattro unità di cavalleria, al comando di Parmenione.

Dalla disposizione macedone si evinceva subito la volontà di compensare l’inferiorità numerica. L’esercito di Dario si estendeva per ben 4 km, mentre quello di Alessandro era lungo esattamente la metà.

Dal momento che l’accerchiamento era un pericolo molto più che reale, le due cavallerie di Alessandro furono disposte a riga sfalsata, ovvero leggermente oblique, proprio per cercare di prevenire movimenti nemici sui fianchi. Inoltre, nel retro dell’esercito, Alessandro posizionò una seconda falange di riserva, da impiegare contro eventuali contingenti persiani che fossero giunti alle spalle.

La battaglia di Gaugamela: le mosse iniziali

Alessandro diede ordine alla falange centrale di muovere contro il nemico. I falangiti macedoni iniziarono quindi la loro marcia, ma il loro cammino era leggermente inclinato verso destra di 45 gradi, sia per confondere l’avversario sia per portare l’esercito di Dario in un territorio non più adatto all’utilizzo dei suoi carri.

Tutto era concepito per costringere Dario ad attaccare.

Dario diede quindi ordine agli elefanti e ai carri di caricare la falange. Ma questa, adeguatamente istruita da Alessandro, aveva elaborato un metodo innovativo per neutralizzare queste pericolose unità.

Mentre i carri e gli elefanti si avvicinavano, alcune porzioni della falange iniziarono a retrocedere volontariamente, creando dei buchi all’interno dello schieramento. Sia i cavalli che gli elefanti, piuttosto che attaccare un muro di lance, preferirono naturalmente inserirsi all’interno di questi spazi.

Una volta attirate in trappola, le unità che avevano indietreggiato eseguirono una controcarica, appoggiate da lancio di frecce e giavellotti. Intrappolati in questi varchi, sia i carri che gli elefanti vennero completamente circondati.

In questo modo Alessandro aveva trovato il metodo più efficace per disinnescare una delle armi più pericolose dell’esercito persiano.

Nel frattempo Alessandro decise di spostarsi verso destra con tutta la sua cavalleria. Il suo obiettivo era costringere il suo diretto avversario, Besso, a staccarsi dal centro dell’esercito di Dario per inoltrarsi in un territorio poco adatto alle sue unità.

Le mosse per Besso erano obbligate: non potendo permettere ad Alessandro di caricarlo sul fianco, fu costretto, proprio come voleva il nemico, a staccarsi da Dario e ad avventurarsi sempre più sulla destra. Arrivato al confine del terreno preparato prima dello scontro, Besso diede ordine ai suoi soldati di attaccare. Egli contava nuovamente sulla superiorità numerica: così Besso ed Alessandro vennero allo scontro diretto.

Sulla sinistra, la cavalleria guidata da Mazeo caricò quella avversaria: nuovamente in inferiorià numerica, la situazione di Parmenione si dimostrò da subito particolarmente complessa.

La mossa geniale di Alessandro

La situazione era in bilico: la parte centrale dell’esercito macedone era riuscita a resistere all’attacco persiano e Alessandro aveva spinto Besso esattamente dove voleva. Ma la cavalleria del macedone era pur sempre in grande inferiorità numerica e anche sulla sinistra Parmenione appariva sempre più in difficoltà.

La svolta si verificò nella parte centrale dell’esercito.

La cavalleria indiana decise di attaccare la falange centrale: i cavalieri, dopo una prima carica, videro che le sarisse avversarie erano troppo pericolose per i loro cavalli e decisero di tornare parzialmente indietro.

Alchè, la fanteria caucasica caricò la falange, sostituendosi alla cavalleria indiana, che si limitò a rimanere immediatamente dietro.

Questo movimento nella parte centrale dell’esercito impegnò tuttavia la quota principale delle forze di Dario III. Alessandro, finalmente, individuò la vulnerabilità nell’esercito avversario che cercava da tempo.

Il contingente centrale che difendeva Dario, infatti, era rimasto completamente scoperto.

Alessandro diede ordine alla parte della falange centrale che non era impegnata contro la fanteria caucasica di attaccare la guardia speciale di Dario III. Lui stesso, sottraendo cavalieri allo scontro con Besso, caricò personalmente il re avversario, contando sul fatto che, preso dal panico, avrebbe abbandonato il campo e provocato il collasso del suo contingente.

La falange e Alessandro attaccarono Dario III, che si ritrovò rapidamente circondato. Gli immortali lo difesero a costo della vita, ma parve chiaro che la mossa di Alessandro era stata imprevista e devastante.

Secondo alcune fonti, gli immortali dissero a Dario III di “prepararsi a sfoderare la spada” per difendersi personalmente.

A questo punto non siamo certi di cosa sia successo. Secondo alcuni, Dario III si sarebbe spaventato e avrebbe deciso di abbandonare il campo di battaglia per non perdere la vita; secondo altri, furono i suoi soldati a tradirlo e a decidere di allontanarsi.

Comunque sia andata, Dario III con i suoi fedelissimi si allontanò dal campo. In questo modo, anche la falange di riserva, anziché essere impiegata contro Alessandro, preferì abbandonare lo scontro.

Il resto dell’esercito persiano venne disarticolato di conseguenza.

La parte di fanteria caucasica ancora impegnata contro la falange macedone, vedendo il ritiro dei loro, decise di lasciare il campo. Anche Besso, nonostante il vantaggio sui residui della cavalleria macedone, si allontanò.

Alessandro, chiaro vincitore era intenzionato ad inseguire Dario III per catturarlo.

Il suo proposito venne però fermato dal richiamo disperato di Parmenione, che attraverso alcuni messaggeri, fece sapere ad Alessandro che era sul punto di essere completamente annientato con i suoi soldati.

Con enorme disappunto, Alessandro fu costretto ad interrompere l’inseguimento di Dario e ad attaccare alle spalle la cavalleria di Mazeo.

Allo stesso modo, un contingente di cavalleria indiana, che era riuscito a bucare la falange macedone, aveva raggiunto il fondo del campo di battaglia e aveva attaccato l’accampamento per saccheggiarlo.

Delle rimanenti unità di Alessandro, benché con significative perdite, attaccarono la cavalleria indiana e la misero in fuga.

Le conseguenze della battaglia e la morte di Dario III

Alessandro Magno aveva vinto la battaglia di Gaugamela, superando il grande numero dell’esercito avversario con una capacità tattica straordinaria e con un movimento totalmente imprevisto che aveva fatto breccia nel morale del nemico.

Le conseguenze della battaglia di Gaugamela si possono riassumere nel completo collasso dell’Impero Persiano.

Questo era ormai diviso tra la parte occidentale, nelle mani di Alessandro, e quella orientale, difesa da Dario III. Alessandro si mise immediatamente all’inseguimento di Dario, ancora intenzionato a catturarlo personalmente.

Dario III avrebbe voluto muoversi ancora più verso Oriente, in un terreno sempre più difficile per l’esercito macedone. Forse, per organizzare un nuovo contingente da opporre all’avversario.

Tuttavia, i generali di Dario III avevano completamente perso fiducia nelle sue capacità. In particolare, Besso e un altro consigliere persiano di nome Nabarzane, organizzarono un colpo di stato per detronizzarlo.

Nonostante questi fu avvisato per tempo delle trame contro di lui, Dario sapeva che il suo destino era segnato. Besso e Nabarzane lo arrestarono e incatenarono ad un carro trainato da buoi trascinandolo per chilometri.

Dario III morì nell’ignominia e nella vergogna.

Gli storici fanno coincidere spesso la morte di Dario III con la fine dell’Impero Persiano e del glorioso regno Achemenide.

Cola di Rienzo. Il più grande condottiero della Roma medievale

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Cola di Rienzo, nato nel rione Regola, a Roma, da una famiglia modesta, dimostrò sin da giovane un’intelligenza vivace e un’attitudine per le antichità. Dopo un periodo ad Anagni, tornò a Roma come notaio e divenne ambasciatore del governo popolare dei “Tredici buoni uomini” presso il papa Clemente VI. Sotto il suo influsso, Roma cercò di sollevarsi dalla violenza dei baroni e dalla miseria, con Cola che promosse riforme e dipinse affreschi sul Campidoglio per comunicare con il popolo.

Tuttavia, Cola progressivamente cadde nell’illusione della grandezza personale e si proclamò cavaliere. Le sue azioni divennero sempre più arbitrarie, conducendo a tensioni con i nobili e un declino del sostegno popolare. Dopo una serie di conflitti, fuggì da Roma, ma alla fine decise di tornare con il sostegno del legato papale. La sua seconda volta al potere fu breve e problematica, poiché mostrò segni di instabilità mentale e indulse in eccessi.

L’entusiasmo iniziale si trasformò rapidamente in disillusione, i nobili ripresero il controllo e il popolo si allontanò da lui. Infine, Cola fu arrestato, giudicato e giustiziato nel 1354.

La sua esperienza politica rappresenta un tentativo di rinnovamento e cambiamento sociale a Roma, ma è stata segnata dalla sua ambizione personale e dalla perdita di supporto da parte del popolo. L’esperimento politico di Cola di Rienzo influenzò altre iniziative simili, ma alla fine fallì a causa di problemi interni ed esterni.

Giovinezza

Nicola, di umili origini, nacque a Roma nel 1313.

Egli sosteneva di essere figlio naturale di Enrico VII, l’Imperatore del Sacro Romano Impero, ma in realtà era figlio di una lavandaia e di un locandiere di nome Lorenzo Gabrini.

Il nome del padre di Nicola, Lorenzo, fu abbreviato in Rienzo, e il nome di Nicola fu abbreviato in Cola; da qui il nome Cola di Rienzo, o Rienzi, con cui egli è generalmente conosciuto.

Passò i suoi primi anni ad Anagni, dove si dedicò allo studio degli scrittori latini, degli storici, degli oratori e dei poeti. Dopo essersi nutrito di storie sulle glorie e il potere dell’antica Roma, decise di dedicarsi al compito di ripristinare l’antico potere della sua città natale.

Cola desiderava non solo aiutare i cittadini romani, che vivevano in una città allora degradata e miserabile ma riportare Roma alla sua grandezza originaria. Il suo zelo per questo progetto politico fu alimentato dal desiderio di vendicare suo fratello, ucciso da un nobile.

Diventò un notaio e una persona di una certa importanza nella città, e nel 1343 partecipò ad una missione diplomatica presso Papa Clemente VI ad Avignone. Nonostante le sue denunce contro lo strapotere dei governanti aristocratici e dei baroni di Roma, si guadagnò il favore e la stima del Pontefice, che gli conferì una posizione ufficiale presso la sua corte.

La presa del potere a Roma

Cola di Rienzo utilizzò affreschi per comunicare con il pubblico e rafforzare il suo messaggio politico a Roma. Dipinse scene rappresentative di Roma e delle antiche città cadute per suscitare emozioni e ottenere sostegno.

In seguito, installò un affresco contenente la lex de imperio Vespasiani, che conferiva al Senato romano il potere di nominare l’imperatore. Infine, nella chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, realizzò un affresco che ritraeva Roma in fiamme e chiese la salvezza per la città.

Cola stava parlando con un gruppo di cittadini in un monastero sull’Aventino. Parlava di come la città fosse oppressa dai baroni e della povertà che ne derivava. I cittadini furono colpiti dai suoi discorsi. Anche il vicario del papa era d’accordo. Alla fine di aprile del 1347, Cola di Rienzo salì al Campidoglio con un centinaio di uomini di scorta. Era preceduto da tre bandiere che rappresentavano:

  • La prima era rossa con lettere dorate. Rappresentava Roma seduta tra due leoni, con il mondo in una mano e la palma della vittoria nell’altra.
  • La seconda bandiera era bianca e rappresentava San Paolo con la corona della giustizia e la spada in mano.
  • La terza bandiera rappresentava San Pietro con le chiavi della concordia e della pace.

Il popolo si radunò per ascoltarlo e Cola annunciò le sue leggi per il buon governo.

Cola aveva l’obiettivo di trasformare Roma in un Comune governato dal popolo, con regole per limitare la violenza, sostenere i cittadini, stabilire nuovi rapporti politici e ridurre l’influenza dei baroni. Nonostante la realtà non rispecchiasse completamente il suo programma di governo, il popolo lo apprezzò e gli conferì la signoria del comune.

Dopo l’editto di Cola, i baroni reagirono con rabbia. Stefano Colonna, sorpreso dall’editto a Corneto, tornò a Roma minacciando di gettarlo dalle finestre del Campidoglio. Il popolo, chiamato dalle campane, respinse i baroni e il giorno seguente Cola ordinò loro di ritirarsi nei castelli fuori città, liberando i ponti che occupavano.

Il governo di Cola di Rienzo

Cola fece punire i loro uomini violenti, si autoproclamò “Tribuno del popolo romano” e i baroni tentarono una congiura fallita contro di lui. Successivamente, uno per uno, i baroni si arresero a Cola, giurando fedeltà a lui e a Roma.

Roma sperimentò un breve ma notevole periodo di crescita verso una civiltà comunale. Questo periodo fu caratterizzato da un’atmosfera di rinascita, con l’obiettivo di allontanarsi dall’antica miseria e abbracciare una nuova modernità.

Le classi come giudici, notai e mercanti, riconobbero il nuovo Comune e prestarono giuramenti di fedeltà. L’amministrazione della giustizia avveniva nel Campidoglio, con un’imparziale severità verso i baroni e i popolani che abusavano del potere.

Cola governava la città con una giustizia severa, in netto contrasto con il regno precedente caratterizzato da licenza e disordine. Cola fu accolto a San Pietro con l’inno “Veni Creator Spiritus”, mentre il poeta Petrarca, in una lettera, lo esortava a proseguire la sua grande e nobile opera, congratulandosi con lui per i successi passati e definendolo il nuovo Camillo, Bruto e Romolo.

Tutti i nobili si sottomisero, seppur con grande riluttanza; le strade furono liberate dai briganti; alcuni esempi severi di giustizia intimorirono i trasgressori; e il tribuno venne considerato da molti come il destinato restauratore di Roma e dell’Italia.

Nel mese di luglio, con un decreto solenne, proclamò la sovranità del popolo romano sull’impero, ma prima di questo si dedicò al compito di ripristinare l’autorità di Roma sulle città e province d’Italia, con l’obiettivo di far tornare la città capitale del mondo.

Scrisse lettere alle città d’Italia, chiedendo loro di inviare rappresentanti a un’assemblea che si sarebbe riunita l’1 agosto, per discutere la formazione di una grande federazione sotto la guida di Roma.

Nel giorno stabilito comparvero diversi rappresentanti, e Cola emise un editto citando Luigi IV, imperatore del Sacro Romano Impero, e il suo rivale Carlo IV così come gli elettori imperiali e tutti gli altri interessati alla disputa, intimando loro di comparire dinanzi a lui per emettere un giudizio.

Il giorno successivo si celebrò la festa dell’unità d’Italia, ma né questa né l’assemblea precedente ebbero risultati pratici. Il potere di Cola fu riconosciuto solo nel Regno di Napoli, da cui sia Giovanna I di Napoli che il suo acerrimo nemico, Luigi I d’Ungheria, chiesero protezione e aiuto; il 15 agosto, con grande festa, fu incoronato Tribuno.

La caduta, l’esilio e la morte

Cola di Rienzo iniziò tuttavia a perdere il contatto con la realtà. La sua personalità è stata descritta come una combinazione di conoscenza, eloquenza e entusiasmo, ma anche vanità, instabilità e megalomania.

Queste ultime qualità divennero evidenti e oscurarono le sue virtù. Il suo governo era costoso e doveva imporre pesanti tasse sulla popolazione. Offese il Papa e l’Imperatore con le sue pretese arroganti e la proposta di istituire un nuovo Impero Romano basato sulla volontà del popolo.

A ottobre, il Papa concesse poteri ad un proprio legato per spodestarlo e processarlo. Cola di Rienzo ottenne aiuto militare e vinse la battaglia di Porta San Lorenzo contro alcuni baroni che si erano coalizzati per scacciarlo, ma alla fine, avversato da tutti, fu costretto a scappare.

Dopo vari eventi, abdicò e fuggì da Roma, cercando rifugio prima a Napoli e poi in un monastero.

Dopo un periodo di solitudine, Cola si recò a Praga nel luglio 1350, sotto la protezione dell’Imperatore Carlo IV.

Denunciando il potere temporale del Papa, implorò l’Imperatore di liberare l’Italia, e soprattutto Roma, dai loro oppressori; ma, nonostante le sue invocazioni, Carlo lo tenne prigioniero per oltre un anno nella fortezza di Raudnitz, per poi consegnarlo a Papa Clemente.

Ad Avignone, dove comparve nell’agosto del 1352, Cola fu processato da tre cardinali e condannato a morte, ma la sentenza non fu eseguita e rimase in prigione nonostante gli appelli di Petrarca per la sua liberazione. Nel dicembre del 1352, Clemente morì e il suo successore, Papa Innocenzo VI, desideroso di colpire i signori feudali di Roma e vedendo nell’ex tribuno un ottimo strumento a tale scopo, lo graziò e lo liberò.

Tornato a Roma, Cola ebbe inizialmente il sostegno del popolo, ma ben presto si rivelò un uomo confuso e ubriacone, desideroso solamente di vendetta. Le tasse e le restrizioni imposte per sostenere il suo programma politico causarono il malcontento.

Nel 1354, fu rovesciato da una rivolta popolare e morì nel tentativo di sfuggire alla cattura.

La seconda crociata (1147-1150). I musulmani annientano gli eserciti cristiani

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La seconda crociata fu una spedizione militare cristiana lanciata nel 1145-1146 in risposta alla caduta di Edessa, una delle principali città cristiane in Oriente, nelle mani dei musulmani.

Il papa Eugenio III indisse la crociata e la predicò il monaco cistercense Bernardo di Chiaravalle. Il re Corrado III di Germania e il re Luigi VII di Francia si unirono alla crociata con grandi eserciti, ma subirono pesanti perdite durante la marcia attraverso l’Anatolia.

Nel 1148, i due sovrani raggiunsero la Terra Santa, dove decisero di attaccare Damasco, la più antica e potente città musulmana della Siria, ma fallirono miseramente dopo solo quattro giorni di assedio.

La seconda crociata causò una reciproca diffidenza tra le forze cristiane e portò alla rovina dei regni cristiani in Terra Santa. 

La caduta della Contea di Edessa

Dopo la Prima Crociata e le Crociate minori del 1101, si costituirono tre stati crociati nell’est: il Regno di Gerusalemme, il Principato di Antiochia e la Contea di Edessa.

Un quarto stato, la Contea di Tripoli, sorse nel 1109. Edessa, tra questi, si trovava più a settentrione ed era anche il più debole e meno popolato, pertanto subiva frequenti attacchi dai regni musulmani circostanti governati dagli Ortoqidi, Danishmendi e Selgiuchidi.

Joscelin II, l’erede di Joscelin I, fu costretto a stringere un’alleanza con l’Impero Bizantino, ma nel 1143 sia l’imperatore bizantino Giovanni II Comneno che il re di Gerusalemme Folco d’Angiò morirono. Nel frattempo, Zengi, atabeg di Mosul, aveva annesse Aleppo al suo dominio nel 1128, diventando il fulcro del potere in Siria, conteso tra Mosul e Damasco.

Verso la fine del 1144, Joscelin II si unì alle forze degli Ortoqidi e lasciò Edessa con la maggior parte del suo esercito per sostenere gli Ortoqidi nella battaglia contro Aleppo. Zengi, già interessato a sfruttare la morte di Folco nel 1143, si precipitò verso nord per assediare Edessa, che cadde sotto il suo controllo dopo un mese, il 24 dicembre 1144.

Joscelin II continuò a governare i resti della contea da Turbessel, ma gradualmente il resto del territorio fu conquistato dai musulmani o venduto ai Bizantini.

Zengi fu elogiato in tutto il mondo islamico come “difensore della fede” e “il re vittorioso”. Non attaccò né il territorio rimanente di Edessa né il Principato di Antiochia, come si temeva. Gli eventi a Mosul lo costrinsero a fare ritorno e focalizzarsi nuovamente su Damasco. Tuttavia, fu assassinato da uno schiavo nel 1146 e gli successe il figlio Nur ad-Din ad Aleppo.

La chiamata della seconda crociata da Papa Eugenio III

La notizia della caduta di Edessa fu riportata a pellegrini e ambasciate provenienti da altre città come Antiochia, Gerusalemme e Armenia.

Un vescovo di nome Ugo di Giabala riferì questa notizia al Papa Eugenio III, il quale emise un documento chiamato “Quantum praedecessores” il 1° dicembre dello stesso anno, chiamando alla seconda crociata.

Nonostante il Papa Eugenio non avesse un grande controllo sulla città di Roma, la Seconda Crociata doveva essere meglio organizzata rispetto alla prima: gli eserciti sarebbero stati guidati dai re più potenti d’Europa e avrebbero pianificato tutto in anticipo.

Inizialmente, non molte persone risposero all’appello del Papa per la Seconda Crociata e la bolla dovette essere pubblicato di nuovo quando solo quando divenne chiaro che il re Luigi VII di Francia avrebbe partecipato all’espedizione.

Luigi VII stava già considerando di andare in Terra Santa anche prima dell’appello del Papa: non è sicuro se Luigi stesse pianificando una crociata indipendente o semplicemente un pellegrinaggio perché voleva adempiere a un voto fatto dal suo defunto fratello Filippo di visitare la Terra Santa.

È probabile che Luigi abbia preso questa decisione senza nemmeno conoscere il documento “Quantum praedecessores”.

In realtà il suo consigliere, labate Suger e altri nobili non erano d’accordo con i piani di Luigi, perché sarebbe stato lontano dal regno per molti anni. Luigi chiese allora consiglio a Bernardo di Chiaravalle, che lo invitò e convinse ad accettare la proposta del Pontefice.

Eugenio III sostenne con forza la crociata di Luigi e pubblicò una nuova bolla il 1 marzo 1146 dando inoltre il permesso a Bernardo di diffondere la notizia in tutta la Francia.

La predicazione di Bernardo di Chiaravalle

La missione di Bernardo ebbe inizio a Vézelay, in Borgogna, dove il 31 marzo 1146 pronunciò un eloquente sermone davanti a una moltitudine di ascoltatori.

Il re di Francia Luigi VII, la regina Eleonora d’Aquitania e numerosi altri nobili si sottomisero al rito dell’imposizione della croce dei pellegrini, il segno distintivo del loro impegno nella Crociata. Bernardo proseguì la sua predicazione in Germania, dove le testimonianze di miracoli ad ogni sua tappa favorirono il successo della sua opera.

Il re di Germania Corrado III e il suo nipote Federico Barbarossa, destinato a diventare imperatore del Sacro Romano Impero, ricevettero la croce direttamente da Bernardo. Anche il Papa si recò personalmente in Francia per esortare all’impresa.

Nonostante il suo zelo ardente, Bernardo non fu un fanatico né un oppressore. La predicazione della Crociata provocò involontariamente aggressioni contro gli ebrei da parte di alcuni estremisti che li ritenevano avversari della fede cristiana.

Ma Bernardo e altri arcivescovi si opposero fermamente a questi atti e Bernardo intervenne personalmente per placare la folla e risolvere la situazione. Bernardo difese anche i diritti degli armeni cristiani che vivevano sotto il dominio musulmano e cercò di instaurare una buona relazione con i Nizariti, una setta ismailita nota come gli Assassini.

La Reconquista in Spagna

Seppur non fosse un obiettivo fondamentale, il papa autorizzò i cristiani della penisola iberica a partecipare alla crociata contro i musulmani che occupavano gran parte del territorio, in una campagna nota come Reconquista.

Nella primavera del 1147, un contingente di crociati provenienti dall’Inghilterra, dalla Germania e dalle Fiandre partì da Dartmouth, nel regno d’Inghilterra, con l’intenzione di raggiungere direttamente la Terra Santa.

Tuttavia, una tempesta li costrinse a fermarsi sulla costa portoghese, presso la città settentrionale di Porto, il 16 giugno 1147. Lì furono convinti a incontrare Alfonso I del Portogallo, che si era autoproclamato re del nuovo regno del Portogallo nel 1139.

I crociati accettarono di aiutare il re ad attaccare Lisbona, con un solenne accordo che offriva ai crociati il bottino dei beni mobili dei musulmani nella città e il denaro del riscatto per i prigionieri previsti.

L’assedio di Lisbona iniziò il 1° luglio. La città di Lisbona al momento dell’arrivo consisteva in sessantamila famiglie, compresi i rifugiati che erano fuggiti dall’assalto cristiano dalle città vicine di Santarém e altre.

Secondo il De expugnatione Lyxbonensi, un resoconto oculare dell’assedio, la cittadella ospitava 154.000 uomini, senza contare le donne e i bambini. I crociati costruirono mangani e altri dispositivi e bombardarono la città. I musulmani lanciarono una sortita e bruciarono le macchine d’assedio.

Da allora i combattimenti quasi cessarono, poiché i crociati si stabilirono in un blocco. Il 21 ottobre, la guarnigione accettò di arrendersi a condizione che fossero lasciati uscire liberamente.

Le porte di Lisbona furono aperte quattro giorni dopo. A causa della resa concordata, i crociati non ottennero tanto bottino. Molti crociati inglesi decisero di rimanere in Portogallo – uno di loro divenne vescovo di Lisbona – mentre i tedeschi e i fiamminghi continuarono verso la Terra Santa. Lisbona divenne la capitale del Portogallo, che ottenne il riconoscimento papale come regno indipendente.

Dopo la conquista di Lisbona, i crociati portoghesi proseguirono la loro avanzata verso sud e conquistarono Santarém, Sintra, Almada, Palmela e Setúbal nel 1147-1148. Nel frattempo, Alfonso VII, Berengario IV di Barcellona e altri nobili cristiani guidarono un grande esercito contro Almería, una delle principali città musulmane della penisola.

Con l’aiuto di una flotta genovese-pisana, conquistarono Almería nell’ottobre 1147. Berengario continuò la sua campagna e conquistò Tortosa, Fraga, Lleida e Mequinenza nel 1148-1149.

La riconquista di Lisbona fu uno dei pochi successi cristiani della seconda crociata e una svolta cruciale nella storia del Portogallo. Fu anche un esempio di cooperazione tra i diversi regni cristiani della penisola iberica e i crociati provenienti da altre parti d’Europa.

La crociata dei Tedeschi

L’esercito crociato tedesco si unì ai francesi guidati da Luigi VII a Costantinopoli, la capitale bizantina, nel settembre 1147.

L’imperatore Manuele I Comneno temeva che i crociati potessero attaccare il suo impero o allearsi con i suoi nemici, e inviò truppe bizantine per controllare i loro movimenti. Si ebbe una schermaglia tra i tedeschi e i bizantini presso il fiume Meandro, dove alcuni soldati tedeschi furono uccisi a causa di un’alluvione.

I tedeschi arrivarono infine a Costantinopoli, ma i rapporti con Manuele erano freddi e ci fu una battaglia tra i due eserciti sulle mura della città.

Corrado decise di marciare verso Konya, la capitale del Sultanato di Rum, e sottovalutò i consigli di Manuele, che gli aveva consigliato di aspettare i francesi e di seguire una rotta diversa. La divisione guidata da Corrado fu quasi completamente distrutta nella seconda battaglia di Dorylaeum il 25 ottobre 1147. I turchi utilizzarono tattiche di ritirata per attaccare la cavalleria tedesca, che si lanciò all’inseguimento senza coordinazione. Corrado subì attacchi quotidiani dai turchi lungo tutta la ritirata verso Costantinopoli, dove arrivò il 2 novembre con solo 2.000 uomini.

L’altra divisione dell’esercito tedesco, guidata dal fratellastro di Corrado, Ottone di Frisinga, venne sconfitta nei pressi del Laodicea il 6 novembre 1147. Molti crociati furono catturati come schiavi dai turchi o dai greci. Solo pochi riuscirono a raggiungere Antiochia o Gerusalemme.

La spedizione dei tedeschi nella seconda crociata fu un disastro militare e politico. Non solo fallì nel suo scopo di riconquistare Edessa o di aiutare i cristiani orientali, ma anche peggiorò le relazioni tra i crociati occidentali e i bizantini, che si accusarono reciprocamente della sconfitta.

La crociata dei Francesi

Il re Luigi VII di Francia si unì alla crociata con un grande esercito di circa 15.000 uomini, tra cui molti nobili francesi e altri eserciti provenienti dalla Lorena, Bretagna, Borgogna e Aquitania. Il suo obiettivo era di raggiungere la Terra Santa attraverso la via terrestre, passando per l’Impero bizantino.

I crociati francesi, guidati da Luigi VII, partirono da Metz nel giugno 1147. Lungo la strada si unirono ad altri contingenti provenienti da diverse regioni d’Europa. Luigi VII stabilì una buona relazione con l’imperatore bizantino Manuele I Comneno a Costantinopoli, dove arrivò nel settembre 1147.

Manuele chiese ai francesi di giurare che avrebbero consegnato alcuni territori conquistati all’Impero bizantino, come aveva fatto il re Corrado III di Germania. Luigi accettò la richiesta e ricevette il sostegno e la guida dei bizantini.

L’esercito francese si unì a quello di Corrado e seguirono l’itinerario di Ottone di Frisinga, lo zio di Corrado, che era stato sconfitto dai turchi nei pressi del Laodicea. Luigi e i francesi si batterono con successo contro i turchi nella battaglia di Efeso il 24 dicembre 1147. Tuttavia, l’esercito francese subì pesanti perdite a causa degli attacchi dei turchi durante la marcia verso Adalia, dove speravano di trovare una flotta per il trasporto verso la Terra Santa.

La flotta promessa non arrivò, e l’esercito fu quasi completamente distrutto, sia dai turchi sia dalla malattia, durante la lunga marcia ad Antiochia. Solo pochi crociati riuscirono a raggiungere la città nel marzo 1148.

L’avvicinamento a Gerusalemme

Luigi arrivò ad Antiochia il 19 marzo 1148 dopo aver ritardato il viaggio a causa delle difficoltà incontrate durante la marcia verso Adalia. Amedeo di Savoia, uno dei suoi principali alleati, era morto durante il viaggio a Cipro.

Raimondo di Poitiers, principe di Antiochia e zio di Eleonora d’Aquitania, moglie di Luigi, accolse Luigi ad Antiochia e si aspettò il suo aiuto nella difesa contro i turchi. Raimondo propose a Luigi di partecipare a una spedizione contro Aleppo, la principale città musulmana della Siria settentrionale. Luigi rifiutò di partecipare a questa impresa e proseguì verso Gerusalemme per il suo pellegrinaggio.

Eleonora fu esortata dallo zio ad ampliare i possedimenti familiari in Oriente e a divorziare da Luigi se lui non si fosse unito alla crociata. Circolarono voci su una possibile relazione tra Raimondo ed Eleonora, causando tensioni tra lei e Luigi. Luigi lasciò rapidamente Antiochia per recarsi a Tripoli, dove incontrò il re Baldovino III di Gerusalemme. Eleonora tentò di seguirlo, ma fu fermata dalle truppe del marito.

Nel frattempo, Ottone di Frisinga e le sue truppe arrivarono a Gerusalemme, seguiti da Corrado III di Germania, che si era ripreso dalle ferite subite nella battaglia di Dorylaeum. I due sovrani tedeschi decisero di unirsi alla crociata e attesero l’arrivo di Luigi. Il reggente di Damasco, Mu’in al-Din Unur, si preparò per la guerra contro i crociati, cercando aiuto dai governanti rivali di Aleppo e Mosul.

La decisione di attaccare Damasco

La nobiltà di Gerusalemme accolse le truppe europee e tenne un concilio per decidere gli obiettivi dei crociati. L’Alta corte di Gerusalemme si incontrò con i crociati a Palmarea, vicino ad Acri, la più grande assemblea di nobili nella storia di Gerusalemme.

La seconda crociata era stata proclamata per riconquistare Edessa, ma il re Baldovino III di Gerusalemme e i cavalieri templari desideravano attaccare Damasco, la più antica e potente città musulmana della Siria.

Corrado III e Luigi VII si unirono al piano di attaccare Damasco, nonostante fosse considerato folle da molti nobili di Gerusalemme, che avevano stretto alleanze con la città in passato. Damasco era strategica per la sua posizione lungo il confine orientale e per prevenire l’unione delle forze musulmane ostili contro i crociati. Inoltre, Damasco era stata recentemente minacciata dal sultano Nur ad-Din Zangi, il signore di Aleppo e Mosul, che aveva conquistato Edessa.

A luglio, gli eserciti crociati si riunirono a Tiberiade e si diressero verso Damasco.

L’assedio di Damasco

I crociati attaccarono Damasco da ovest, dove gli alberi dei frutteti avrebbero fornito loro cibo e legna. Dopo aver raggiunto le mura della città, iniziarono immediatamente l’assedio, tagliando gli alberi circostanti per costruire macchine d’assedio.

Tuttavia, i musulmani difesero strenuamente la città e respinsero i crociati con frecce e con l’utilizzo del famoso fuoco greco, una sostanza infiammabile, quasi impossibile da spegnere. I crociati si spostarono quindi verso la pianura orientale, dove le fortificazioni erano meno imponenti ma il cibo e l’acqua erano molto più scarsi.

I crociati si trovarono presto intrappolati tra le mura della città e gli eserciti musulmani che accorrevano in loro aiuto. Nur ad-Din Zangi, il sultano di Aleppo e Mosul, e suo fratello Saif ad-Din Ghazi I, il signore di Mosul, ostacolarono i crociati con attacchi a sorpresa e tattiche di guerriglia.

I signori crociati locali, come Baldovino III di Gerusalemme e Raimondo di Tripoli, decisero di abbandonare l’assedio a causa della difficile situazione e della mancanza di accordi sul destino della città in caso di conquista.

Corrado fece ritorno a Gerusalemme il 28 luglio, seguito dagli arcieri turchi lungo il percorso. Anche Luigi si ritirò poco dopo. L’assedio di Damasco durò solo quattro giorni e si concluse con una decisiva sconfitta dei crociati. La seconda crociata si disintegrò e i suoi capi tornarono in Europa più amareggiati e arrabbiati tra loro che con il nemico musulmano.

Le conseguenze della seconda crociata

La seconda crociata causò una reciproca diffidenza tra le forze cristiane e portò alla rovina dei regni cristiani in Terra Santa.

Bernardo di Chiaravalle, il monacoche aveva predicato la crociata, si sentì umiliato e inviò una lettera di scuse al Papa, in cui si attribuiva la colpa del fallimento.

In Germania, la crociata fallita fu considerata disastrosa, con molti pagamenti di riscatti per liberare i cavalieri prigionieri e altri venduti come schiavi.

In Francia, l’impatto culturale della crociata fu significativo, con l’ispirazione di temi riguardanti l’amor cortese e l’immagine di Luigi come re pellegrino sofferente.

Le relazioni tra l’impero romano d’oriente e la Francia furono compromesse, a causa delle accuse reciproche di tradimento e della mancanza di cooperazione militare.

Nella penisola iberica, le campagne di Spagna furono vittoriose per i cristiani nella Reconquista. I portoghesi conquistarono Lisbona nel 1147 con l’aiuto dei crociati inglesi, mentre i catalani presero Tarragona e Tortosa con l’aiuto dei genovesi e dei pisani.

In Terra Santa, la situazione si fece critica con la proclamazione di Saladino come sultano d’Egitto nel 1171. Saladino unificò le forze musulmane sotto il suo comando e lanciò una serie di attacchi contro i regni cristiani.

Nel 1187, Saladino sconfisse i crociati nella battaglia di Hattin e conquistò Gerusalemme. Questo evento scatenò la terza crociata, che tentò invano di riconquistare la città santa. La seconda crociata segnò l’inizio della fine dei regni cristiani in Terra Santa e del dilagare delle forze musulmane.


L’imperatore Caligola. La follia prende il potere a Roma

Caio Giulio Cesare Germanico, noto come Caligola, fu il terzo imperatore romano, figlio di Germanico e Agrippina Maggiore. Il suo soprannome, che significa “Calzatura”, gli fu dato dai legionari che lo videro crescere in un accampamento militare.

Il suo regno fu segnato da due fasi distinte: la prima, in cui si mostrò benevolo e liberale verso il popolo e il Senato, e la seconda, in cui divenne tirannico e folle a causa di una grave malattia.

Caligola si distinse per le sue opere pubbliche, le sue campagne militari inconcludenti, le sue scelte politiche e religiose assolutiste e le sue crudeltà e dissolutezze.

Fu ucciso da una congiura organizzata da alcuni pretoriani e senatori che non sopportavano più il suo comportamento. La sua figura è stata fonte di ispirazione per diverse opere letterarie e artistiche, che ne hanno esaltato o criticato gli aspetti più controversi.

Origini familiari e infanzia

Caligola era figlio di Giulio Cesare Germanico, il generale vendicatore della disfatta romana di Teutoburgo e vincitore delle battaglie di Idistaviso e del Vallo Angrivariano. Sua madre, Agrippina Maggiore, era una nobildonna romana dal forte carattere, a sua volta figlia di Marco Vipsanio Agrippa, il braccio destro di Augusto, e di Giulia Maggiore, la figlia di primo letto di Augusto.

Il 31 agosto del 12 d.C, presso la città di Anzio, nacque Gaio Giulio Cesare Germanico, che sarebbe passato alla storia con il soprannome di “Caligola.”

La sua infanzia fu certamente felice: crebbe nell’amore del bisnonno Augusto, che nutriva su di lui le più ampie aspettative, della bisnonna Livia Drusilla, che gli insegnava i valori di un cittadino romano, e della madre Agrippina Maggiore, che ebbe su di lui una profonda influenza.

L’adolescenza e la morte del padre Germanico

Il padre Giulio Cesare Germanico venne inviato in Germania per delle campagne militari punitive che durarono dal 14 al 16 d.C, proprio per vendicare la sconfitta romana di Teutoburgo. Germanico portò con sé la moglie Agrippina Maggiore e il giovanissimo figlio, che trascorsero quegli anni nell’accampamento romano di Ara Ubiorum, nell’odierna città tedesca di Colonia.

Agrippina assunse immediatamente un ruolo dominante, dando ordini agli uomini e vivendo nell’accampamento assieme ai legionari, dimostrando di avere un ruolo di primo piano durante l’organizzazione delle campagne militari. Il piccolo, che allora aveva due anni, crebbe in un ambiente prettamente militare e i legionari, guardandolo con affetto quel bambino che si vestiva come un piccolo soldato romano, gli affibbiarono il soprannome di “Caligola”, che è un diminutivo della “Caliga”, la tipica calzatura del legionario romano.

Nonostante le vittorie ottenute dal padre, l’imperatore Tiberio decise di interrompere le campagne militari germaniche e richiamarlo a Roma. La scelta dell’imperatore dipese da una serie di elementi: Germanico stava conquistando notevole favore presso i soldati e la moglie Agrippina sobillava continuamente il marito, cercando di convincerlo a usare le legioni a lui fedeli per spodestare Tiberio e diventare il nuovo imperatore.

Caligola fu così testimone del trionfo del padre a Roma, dove Germanico fu osannato per le vittorie che aveva ottenuto contro le tribù germaniche. Di lì a poco, Tiberio, temendo la straordinaria popolarità di Germanico, decise di allontanarlo e inviarlo in Oriente.

Le province romane ad Est dovevano essere gestite con grande attenzione, soprattutto nella scelta dei sovrani da nominare sul trono dei regni clienti.

A Germanico venne così affidato l’Imperium su tutte le province orientali. Tuttavia, Tiberio non si fidava completamente di lui e decise di affiancargli il governatore della Siria, Gneo Calpurnio Pisone, con il compito di controllarne le mosse.

Germanico e Pisone entrarono immediatamente in contrasto: l’uno annullava i provvedimenti dell’altro e le liti erano all’ordine del giorno.

Durante questo periodo, Germanico si recò anche in Egitto e, acclamato dalla popolazione, decise di sua propria iniziativa di stabilire un nuovo prezzo del grano, cosa che fece infuriare Tiberio e gli costò una furiosa reprimenda.

La situazione precipitò quando Germanico venne improvvisamente avvelenato e morì il 10 ottobre del 19 d.C ad Antiochia. Poco prima di spirare, Germanico comunicò alla moglie Agrippina di essere stato avvelenato da Pisone. Agrippina, sconvolta, giurò vendetta.

Proprio in quel momento, Caligola osservò il cadavere del padre, le sue macchie sul corpo, la bava che gli usciva dalla bocca e gli venne raccontato che il cuore era talmente intriso di veleno da non bruciare nemmeno in mezzo alle fiamme. Questo, sicuramente, rappresentò un trauma che cambiò profondamente il carattere di Caligola.

Il ritorno a Roma e la morte della madre Agrippina

Tornata a Roma, Agrippina Maggiore denunciò l’avvelenamento del marito Germanico da parte di Pisone e pretese giustizia. Agrippina nutriva forti sospetti anche sull’imperatore Tiberio, che considerava il mandante dell’omicidio.

D’altronde, Tiberio aveva sempre sospettato di Germanico e per via delle loro divergenze lo aveva sia richiamato dalla Germania sia inviato in Oriente. Viceversa, anche Tiberio sospettava di Agrippina, che da tempo era per lui una pericolosa nemica politica.

Durante il processo contro Pisone, Tiberio non si sbilanciò, prestando particolare attenzione a rimanere neutrale e a non sostenere né Pisone né Agrippina.

Per fortuna di Pisone, durante le indagini non emersero indizi in grado di dimostrare il suo coinvolgimento nell’avvelenamento di Germanico, così la prima parte del processo si risolse con una assoluzione per insufficienza di prove.

Tuttavia, Pisone era consapevole che altre gravi accuse giudiziarie erano imminenti e preferì suicidarsi prima dell’arrivo del verdetto.

La rabbia di Agrippina era al massimo: non solo Pisone non era stato punito, ma anche lo stesso Tiberio era riuscito a sfuggire a ogni sospetto. Il clima era estremamente teso, e Tiberio sapeva di doversi disfare di lei.

Durante un banchetto, Tiberio le offrì del cibo, probabilmente come trappola, ma Agrippina rifiutò sdegnosamente l’offerta dell’imperatore.

Questi ebbe dunque la scusa per accusarla di lesa maestà. Tiberio decise di esiliare Agrippina sull’isola di Ventotene, dove, strettamente controllata dai suoi uomini, la donna si lasciò morire di fame.

Caligola, all’età di 21 anni, aveva così assistito alla drammatica morte del padre e alla disfatta della madre, a causa delle macchinazioni di Tiberio e degli intrighi di palazzo.

Il soggiorno di Caligola a Capri con Tiberio

Tiberio, che non aveva mai voluto governare Roma e che era manovrato dal suo prefetto del Pretorio Seiano, decise di ritirarsi presso la sua villa di Capri gestendo gli affari di corte a distanza.

Mentre delegava la maggior parte delle decisioni al suo prefetto del Pretorio, Tiberio, che evidentemente non lo considerava pericoloso, espresse il desiderio di avere con sé il nipote Caligola.

Iniziò così una strana convivenza tra Tiberio e Caligola.

Tiberio non solo non odiava Caligola, ma addirittura lo considerava come un suo protetto che avrebbe educato affinché potesse vendicarlo con il popolo romano, che non lo apprezzava, e con coloro che complottavano contro di lui.

Caligola si dimostrò, probabilmente per salvare la sua vita, un servo rispettoso ed educato nei confronti di Tiberio.

Ma le fonti antiche ci parlano di un Caligola che, durante questi anni, inizia a mostrare segni di una sottile crudeltà: non solo era desideroso di assistere in prima persona alle esecuzioni capitali e di osservare le sofferenze inflitte ai torturati, ma si dedicava ad una serie di dissolutezze, come la regolare frequentazione di taverne e di bordelli.

Nonostante ciò, Caligola divenne gradualmente il successore designato di Tiberio.

Un possibile contendente al trono sarebbe stato in realtà Tiberio Gemello, probabile figlio naturale del prefetto del Pretorio Seiano. Tuttavia, Seiano era caduto in disgrazia dopo che Tiberio aveva scoperto le sue trame, e Tiberio Gemello fu subito escluso dalla successione.

Con il passare del tempo, i nuovi comandanti dei pretoriani, come Silano e Macrone, svilupparono un forte attaccamento a Caligola, facendolo apparire come il successore più logico e probabile di Tiberio.

Infine, il 16 marzo del 37 d.C, Tiberio, all’età di 77 anni, morì. Ci sono varie teorie sulla morte di Tiberio, alcune sostengono che sia stata naturale, altre suggeriscono che sia stato soffocato da Macrone per favorire la successione di Caligola.

Caligola accompagnò dunque il corpo del defunto imperatore durante il ritorno a Roma, e in quella occasione recuperò anche le ceneri di sua madre Agrippina per deporle nel mausoleo di Augusto.

Il popolo, quando lo vedeva, lo acclamava e lo chiamava “figlio di Roma”, dimostrando grande affetto nei suoi confronti. Dopotutto, Caligola era il figlio di Germanico, una figura ancora molto amata dal popolo romano per le sue vittorie.

Constatando l’approvazione che il popolo dimostrava per Caligola, il Senato romano decise di nominarlo imperatore. Era il 18 marzo del 37 d.C.

Il primo regno di Caligola e la malattia

Il regno di Caligola iniziò nel miglior modo possibile. Il nuovo Princeps dimostrò innanzitutto la volontà di restituire la libertà al popolo romano attraverso alcune leggi, tra cui nuove norme per combattere la corruzione.

Caligola favorì anche lo sviluppo di alcuni scritti dello storico romano Tito Labieno e di Cremuzio Cordo, che denunciavano le malversazioni dell’aristocrazia senatoria; testi che fino a pochi decenni prima erano stati censurati, soprattutto da Augusto. Inoltre, concesse un’amnistia generale per tutti i condannati e i processati, mentre dall’altro lato,  fece allontanare tutti coloro che erano sospettati di costumi sessuali scandalosi e inopportuni.

Caligola si fece amare dal popolo organizzando giochi meravigliosi e banchetti gratuiti per tutta la città, e concepì enormi costruzioni per il puro divertimento della folla, tra cui due file di navi ancorate fianco a fianco e ricoperte di terra, affinché costituissero una seconda via Appia che i romani potevano visitare, con loro immenso stupore.

Il Principato di Caligola, iniziato in un clima di festa e apparente libertà, fu tuttavia stroncato da una malattia che colpì il Princeps nell’ottobre del 37 d.C e che cambiò tutto.

Le fonti ci dicono come Caligola, sebbene generalmente in buona salute, soffrisse già in adolescenza di svenimenti improvvisi e di una stranissima mancanza di forze, sintomi che avevano convinto lo stesso Caligola di soffrire di una strana malattia al cervello.

Nell’ottobre del 37 d.C, Caligola fu colpito da una grave febbre che lo fece sprofondare in una specie di coma. Il popolo romano ne fu profondamente costernato e tutti i cittadini romani si dedicarono alla preghiera degli Dei per la salvezza della sua vita.

Dopo qualche settimana, Caligola si riprese, ma il suo carattere era completamente cambiato: irascibile, violento e facilmente soggetto ad attacchi di isteria. Cominciò così il regno di un Princeps completamente sconvolto dalla grave malattia che lo aveva colpito.

Già gli autori antichi avevano ipotizzato diverse cause per il drammatico e repentino cambio di carattere di Caligola. Svetonio e Plinio il Vecchio attribuiscono la colpa a un potente afrodisiaco che Caligola utilizzava regolarmente e che avrebbe contribuito alla sua malattia, mentre altri, come Dione Cassio e Plutarco, ritengono invece che fosse una malattia ereditata dalla madre Agrippina Maggiore, anch’essa esposta ad attacchi improvvisi di cattiveria.

Gli studiosi moderni attribuiscono alle azioni di Caligola caratteristiche simili al disturbo bipolare, al disturbo borderline o alla schizofrenia, mentre altri ipotizzano un’encefalite o il saturnismo, un avvelenamento da piombo, ipotesi probabile, dato che i romani facevano ampio uso di questo metallo senza conoscerne esattamente gli effetti a lungo termine.

Il regno di Caligola: politica interna

Caligola si dedicò innanzitutto alle opere pubbliche: fece costruire il tempio di Augusto e il Teatro di Pompeo e si dedicò alla ricostruzione di alcuni importanti templi di Siracusa che necessitavano da decenni di manutenzione.

Ordinò anche il rinnovo di alcuni porti militari e commerciali in Calabria e in Sicilia. Fece costruire due enormi navi, ancorate presso il lago di Nemi. Le imbarcazioni avevano dimensioni colossali ed erano dotate persino di un tempio e di colonne, oltre ad una grandissima quantità di pietre preziose e di rivestimenti di altissimo pregio.

Caligola fece prelevare anche un sontuoso obelisco della città egizia di Eliopoli, che venne posizionato in un nuovo circo di sua costruzione, che sarebbe poi stato completato da Nerone. Quell’obelisco è ancora oggi presente in Piazza San Pietro, a Roma. A Caligola si deve anche la ricostruzione dell’acquedotto dell’Aqua Iulia e l’edificazione del tempio di Castore e Polluce nel Foro Romano.

Se da un lato fu un buon ideatore di infrastrutture, l’amministrazione finanziaria di Caligola fu assolutamente fallimentare. L’imperatore Tiberio, che si era dimostrato un abile economo, aveva lasciato alla sua morte 2 miliardi e 700 milioni di sesterzi nelle casse dello Stato.

Caligola fu capace di dilapidarli completamente. Egli si dedicava a continue elargizioni nei confronti dell’esercito e della Guardia Pretoriana per assicurarsi il suo potere. Eseguiva inoltre continue donazioni al popolo romano, oltre alla ripetuta costruzione di infrastrutture costosissime e assurde, come le già citate navi di Nemi, ma anche di dighe e opere di dubbia utilità.

Quando le casse statali cominciarono a non sopportare le spese di Caligola, l’imperatore utilizzò ogni tipo di abuso per raccogliere nuovo denaro. Tra le pratiche vi erano modifiche illegali dei testamenti degli aristocratici, l’istituzione di aste giudiziarie che servivano a confiscare senza alcun diritto beni e proprietà, istituzione di processi tributari decisi direttamente dal Princeps di sua iniziativa, e creazione e imposizone di nuove tasse che scontentarono la maggior parte della cittadinanza romana.

Campagne militari in Occidente: Reno e Britannia

La famiglia di Caligola aveva avuto grandi generali: il nonno, Druso Maggiore, era giunto fino al fiume Elba e il padre Germanico aveva sconfitto le tribù fino al fiume Weser.

Caligola voleva dunque emulare le gesta dei grandi condottieri della sua famiglia. Per questo motivo concepì una spedizione militare sul fiume Reno e in Britannia. Istituì due nuove regioni, la quindicesima e la ventiduesima primigenia, e costeggiò il fiume Reno con i suoi soldati.

Durante questa spedizione ottenne la sottomissione di alcune tribù germaniche e uccise un governatore colpevole di avere un rapporto troppo stretto con i suoi soldati. Ma nonostante questo, la spedizione di Caligola sul Reno fu sostanzialmente inconcludente.

Decise allora di proseguire lungo la costa per solcare l’Atlantico e raggiungere la Britannia, come aveva già fatto Giulio Cesare. Tuttavia, i suoi soldati, arrivati sulla spiaggia, ricevettero l’ordine di togliersi gli elmi e di utilizzarli per raccogliere conchiglie, come se queste fossero la prova del successo militare di Caligola.

L’imperatore diede inoltre l’ordine di costruire una alta torre sulla spiaggia per celebrare la sua vittoria. 

Anche se alcuni autori antichi riportano queste testimonianze, un’analisi attenta delle fonti da parte degli storici moderni ridimensiona l’assurdità dell’accaduto. Probabilmente la spedizione di Caligola si concretizzò in una missione di ricognizione. Ad ogni modo, tutta la campagna militare di Caligola in Occidente non ebbe risultati significativi.

Le scelte di Caligola in Oriente

In Oriente, Caligola dovette nominare diversi regnanti come rappresentanti del potere romano. Infatti, i Romani avevano imparato ad utilizzare stati clienti e regnanti filoromani per gestire con minor sforzo i confini orientali. Caligola scelse i nuovi regnanti sulla base delle proprie simpatie e sensazioni personali.

Decise di installare il re Polemone II nel regno del Ponto e del Bosforo, e insediò il re Meretalce III nel regno di Tracia. In Armenia,  importantissimo stato cuscinetto con il regno dei Parti, sollevò il re Mitridate e nominò il re Antioco, il quale ricevette anche una straordinaria donazione da parte di Caligola di 100 milioni di sesterzi.

Caligola sfiorò invece un grave incidente diplomatico in terra di Giudea. I Giudei, che si erano ribellati al potere romano nella città egizia di Alessandria, vennero puniti da Caligola con l’ordine di posizionare una propria statua nel tempio di Gerusalemme.

Questa azione, che costituiva una gravissima offesa nei confronti della religione giudaica, avrebbe rapidamente condotto ad una rivolta su vasta scala. Il governatore di Siria dell’epoca, Petronio, decise di temporeggiare, inviando una serie di lettere all’imperatore chiedendogli di concedergli più tempo per convincere l’aristocrazia ebraica.

Vedendo tuttavia che i capi giudei non avrebbero mai accettato la presenza di una statua dell’imperatore nel proprio tempio, Petronio scongiurò il proprio princeps di rinunciare all’idea.

Caligola gli inviò una lettera di risposta dove non solo rifiutava la sua proposta, ma gli dava l’ordine di suicidarsi immediatamente. Per fortuna di Petronio, la lettera arrivò nove giorni dopo la morte di Caligola tanto che egli poté tranquillamente ignorare gli ordini dell’imperatore.

La vita a corte di Caligola e l’assolutismo politico-religioso

Durante il suo breve regno, Caligola dimostrò più volte un carattere cattivo e irragionevole, ai limiti della follia. 

L’imperatore umiliava ripetutamente l’aristocrazia senatoria.  Tra le sue azioni peggiori si ricordano le esecuzioni per i motivi più futili e disparati, che crearono un clima di terrore in tutto il palazzo imperiale. Caligola inoltre si divertiva ad insidiare le mogli dei senatori e a costringerle ad andare a letto con lui, per poi vantarsi pubblicamente delle sue prestazioni sessuali.

Le fonti antiche, sia Svetonio che Dione Cassio, ci parlano addirittura della proposta di nominare il suo cavallo, Incitatus, come console.

Sebbene in realtà Caligola non entrò mai realmente in Senato con il proprio cavallo, la sua proposta rappresentò un’offesa massima per tutti i senatori.

Ma aldilà dei suoi bizzarri comportamenti, Caligola accarezzò l’idea di restaurare la monarchia e cominciò a comportarsi come un monarca assoluto, imitando la forma di governo dei grandi regni orientali, soprattutto l’Egitto e il Regno Seleucide. La posizione di Caligola fu aggravata dalla sua decisione di trasferire la capitale da Roma ad Alessandria d’Egitto, dove si proclamò figlio del dio egizio Iside.

Questo assolutismo politico non poteva minimamente essere accettato dai Romani, che vedevano l’imperatore solamente come la massima carica militare per la garanzia del buon funzionamento dello Stato.

Inoltre, violando tutte le consuetudini religiose, Caligola voleva essere trattato come un Dio vivente. Anche in questo caso, i romani divinizzavano gli imperatori solo dopo la morte, mentre il concetto del Dio vivente faceva parte di una tradizione più orientale.

La figura di Caligola, dunque, non era compatibile con il suo tempo e il pessimo rapporto che aveva con il Senato favorì la nascita di più complotti per la sua morte.

La congiura e la morte di Caligola

La situazione non poteva andare avanti a lungo e i senatori complottarono per uccidere il proprio imperatore. Il complotto si basò sull’iniziativa di tre persone in particolare: il tribuno Cassio Cherea, regolarmente umiliato da Caligola che lo canzonava per la sua voce acuta e metteva continuamente in dubbio la sua virilità; il consigliere imperiale Callisto, consapevole che la follia di Caligola avrebbe messo a rischio lo stato; e il prefetto del pretorio Macrone, concorde nell’uccidere Caligola.

L’occasione si presentò il 24 gennaio del 41 d.C, durante i festeggiamenti dei Ludi palatini. Caligola si recò nello splendido teatro per assistere ai giochi, e verso la fine delle manifestazioni si alzò e attraversò il criptoportico, un lungo corridoio che lo collegava direttamente al palazzo imperiale.

Caligola si fermò a parlare con alcuni attori di origine asiatica che si sarebbero esibiti poco dopo. In quel momento, un gruppo di pretoriani attaccò l’imperatore e la guardia germanica che lo difendeva.

Durante la violenta colluttazione, Caligola venne colpito con oltre 30 coltellate. Il suo corpo venne immediatamente trasportato negli Horti Lamiani. Dopo un primo tentativo di bruciare il suo cadavere, venne scavata una buca di emergenza e fu seppellito grossolanamente.

In seguito, i pretoriani raggiunsero sua moglie Milonia Cesonia, che venne pugnalata a morte, e giustiziarono orribilmente anche sua figlia piccola, Giulia Drusilla, che venne scaraventata contro un muro e morì all’istante.

Alla notizia della morte dell’imperatore Caligola, il popolo romano inizialmente non reagì. Si pensava infatti che si trattasse di uno scherzo organizzato dall’imperatore per capire chi era realmente dalla sua parte.

Tuttavia, una volta ottenuta la conferma che Caligola era realmente morto, i pretoriani cercarono immediatamente il suo successore, identificato in Claudio, un membro della famiglia Giulio Claudia che fino a quel momento era quasi totalmente ignorato, ma che sembrava facilmente manovrabile e controllabile.

La figura di Caligola è entrata nella storia per la sua follia e gli intrighi di palazzo. Sicuramente il suo regno può essere diviso in due parti: i primi mesi, nei quali Caligola, nel pieno delle sue facoltà mentali, offriva al popolo romano una politica libertaria e di rinnovamento e il secondo, successivo alla malattia, che tirò fuori il peggio del suo carattere, dominato da decisioni impulsive e poco utili per lo sviluppo dello Stato romano, oltre che da campagne militari quasi totalmente irrilevanti.

La battaglia di Eraclea (280 a.C): la vittoria di Pirro

La battaglia di Eraclea fu uno scontro tra i Romani e i Greci, che si allearono con il re Pirro d’Epiro. La battaglia avvenne nel 280 a.C. vicino alla città di Eraclea, in Basilicata.

I Romani, guidati dal console Publio Valerio Levino, volevano espandere il loro dominio sull’Italia meridionale e contrastare l’influenza greca. I Greci, guidati da Pirro, volevano difendere le loro colonie e resistere all’aggressione romana. Pirro aveva portato con sé un esercito di 25.000 opliti, 3.000 cavalieri, 2.000 arcieri, 500 frombolieri e 20 elefanti da guerra. I Romani avevano circa 20.000 fanti e 2.400 cavalieri.

La battaglia fu molto combattuta e durò tutto il giorno. I Romani attaccarono con vigore e respinsero i Greci fino al fiume Siris. Pirro allora mandò in campo gli elefanti, che spaventarono i cavalli romani e crearono il panico tra le file nemiche. I Romani furono costretti a ritirarsi, lasciando sul campo 7.000 morti e 1.800 prigionieri. I Greci persero 4.000 uomini.

La battaglia fu una vittoria di Pirro, ma a un costo elevato. Il re epirota disse: “Ancora una vittoria come questa e sarò perduto”. Da questa frase deriva l’espressione “vittoria di Pirro“, che indica una vittoria ottenuta con gravi perdite. La guerra tra Romani e Greci continuò per altri cinque anni, finché Pirro non abbandonò l’Italia dopo la battaglia di Benevento nel 275 a.C.

La situazione in Italia allo scoppio della guerra contro Pirro

A partire dalla seconda metà del IV secolo a.C., le città della Magna Grecia in Italia stavano conoscendo un lento declino, soprattutto per gli attacchi delle popolazioni dei Bruzi e dei Lucani. Solamente Taranto, la capitale della Magna Grecia, manteneva una posizione geopolitica di rilievo, grazie al commercio con l’entroterra e la Grecia.

Per contrastare le minacce militari, Taranto iniziò ad assoldare dei mercenari spartani, come Archidamo III, con il compito di difendere la città dagli attacchi dei Lucani. Ma non solo, i Tarantini ricorrevano regolarmente a mercenari provenienti dall’Epiro, come Alessandro il Molosso. Nel frattempo, Roma guardava con interesse l’evoluzione della situazione geopolitica nell’Italia meridionale, tanto da stipulare nel 325 a.C. un trattato che definiva l’area di navigazione delle navi romane e di quelle tarantine, fissando il promontorio Lacinio, l’attuale Capo Colonna, come confine.

Roma continuava però ad espandersi, con grande preoccupazione dei tarantini. Nel 327 a.C. si era infatti alleata con Napoli e nel 314 aveva fondato la colonia romana di Lucera. 

All’alba del 303 a.C. i Lucani avevano eseguito dei nuovi attacchi, probabilmente sobillati dai Romani, che avevano costretto Taranto a chiedere nuovamente aiuto a dei mercenari spartani, ingaggiando il generale Cleonimo di Sparta, che venne tuttavia sconfitto dagli eserciti italici.

I tarantini si affidarono allora al tiranno di Siracusa, il potente Agatocle, che ottenne una decisiva vittoria contro i Bruzi. Ma nonostante questo successo militare, le piccole Poleis dell’Italia meridionale e Taranto stessa continuavano a sentirsi seriamente in pericolo.

Roma, consapevole della debolezza del territorio, decise di approfittare della situazione, alleandosi con i Lucani. La mossa strategica preoccupò enormemente Taranto, tanto più che nel corso della battaglia del Sentino nemmeno una coalizione di Sanniti, Etruschi e Galli era riuscita a fermare la potenza militare romana.

Nel 289 a.C. Agatocle di Siracusa morì, lasciando una delle città più potenti del Mediterraneo nella completa incertezza. Così, prive della alleanza con i siracusani, la città di Turi, seguita a breve distanza da Reggio, Locri e Crotone chiese di essere posta sotto la protezione di Roma, i cui interessi si proiettavano ormai chiaramente verso il meridione d’Italia.

I Tarantini si opposero immediatamente, soprattutto per bocca degli aristocratici Filocare e Ainesias, che volevano salvaguardare l’indipendenza della loro città e opporsi alle mire espansionistiche di Roma. 

Roma pareva effettivamente inarrestabile. La regolare fondazione di colonie di diritto latino, la deduzione di colonie romane, oltre alla costruzione della via Appia, dimostravano in maniera chiara la strategia politica e militare di Roma. La spinta espansionistica proveniva dalla classe aristocratica romana e in particolar modo dalla Gens Claudia, motivata da interessi commerciali e militari.

In particolare, Roma riusciva a rompere con grande efficacia i rapporti di solidarietà che esistevano tra le città del sud Italia, avanzando inesorabilmente.

Il casus belli: navi romane nel golfo di Taranto e l’incidente con Filonide

Il casus belli si verificò nell’autunno del 282 a.C. Taranto era impegnata a celebrare il dio Dioniso con grandi festeggiamenti. Improvvisamente, i Tarantini videro entrare nel golfo dieci navi da osservazione romane al comando del generale Publio Cornelio Dolabella o, secondo altre fonti, dell’ammiraglio Lucio Valerio. I romani dichiararono che si trattava di una semplice cortesia: le navi romane stavano infatti scortando delle navi tarantine che avevano perso la rotta.

Ma i Tarantini ritennero questa intrusione una gravissima violazione del trattato con Roma, che consideravano ancora in vigore. Così, decisero di muovere la propria flotta, attaccando le navi romane. Durante lo scontro navale che ne seguì, quattro navi romane furono affondate e un’altra venne catturata. 

Mossi dalla rabbia, i Tarantini decisero di attaccare, attraverso il proprio esercito di terra, la vicina città di Turi, cacciando gli aristocratici filoromani e riportando la fazione democratica al potere. La guarnigione romana di stanza nella città fu presto sopraffatta e allontanata con la forza.

Appena ricevuta la notizia di quanto successo, i romani organizzarono una missione diplomatica, guidata da Postumio, per cercare di definire la situazione. Ma una volta di fronte al senato di Taranto, gli ambasciatori romani furono derisi e oltraggiati dalla popolazione.

In un clima di nervosismo generale, Postumio chiese la liberazione dei prigionieri, il ritorno dei cittadini espulsi da Turi e il risarcimento dei danni subiti, oltre all’immediato arresto degli autori dei crimini contro i romani. Le sue richieste però vennero immediatamente respinte.

In quella situazione, Postumio venne talmente deriso che un ubriaco si permise di urinare sulla sua toga. Postumio, sconcertato e furioso, rispose: “Laverete questa toga con il sangue!”. 

Così, fallita la missione diplomatica, Roma si sentì in pieno diritto di dichiarare guerra a Taranto.

I Tarantini, perfettamente consapevoli della forza militare di Roma, decisero di utilizzare la strategia che avevano già impiegato, chiedendo aiuto ad un generale straniero, e in particolare a Pirro, il re dell’Epiro.

L’arrivo di Pirro in Italia

Nel 281 a.C. le legioni romane, guidate da Lucio Emilio Barbula, entrarono a Taranto conquistandola rapidamente, nonostante la resistenza dei Tarantini ai quali si erano uniti contingenti di alleati Sanniti e Messapi.

I Tarantini riponevano però tutte le loro speranze nel condottiero Pirro: egli aveva infatti deciso di aiutare Taranto per poi dirigersi in Sicilia e attaccare Cartagine, seguendo un piano che lo avrebbe portato alla costruzione di un grande impero personale, sulle orme di Alessandro Magno.

Pirro era un abile generale, che aveva ottenuto in breve tempo degli aiuti militari da Antioco I di Siria, Antigono II Gonata, dal re di Macedonia Tolomeo Cerauno e dal re dell’Egitto Tolomeo II. Reclutando un grande numero di forze mercenarie, tra cui anche cavalieri della Tessaglia e frombolieri di Rodi, Pirro era salpato verso le coste italiche con un esercito molto eterogeneo e pericoloso.

In realtà una tempesta aveva parzialmente danneggiato le sue navi durante la traversata via mare, costringendo le truppe a sbarcare nei pressi di Brindisi. Nonostante questo, Pirro guidava una forza di 25.000 uomini e di 20 elefanti, animali che i Romani non avevano mai visto.

Pirro proseguì via terra verso Taranto, dove posizionò i suoi accampamenti, informato e protetto dagli alleati Messapi. Dopo l’arrivo delle restanti navi, Pirro lasciò a Taranto un presidio di 3.000 uomini guidati da Cinea. Il condottiero si spostò poi verso sud, accampandosi nei pressi della città di Eraclea.

I Romani, che avevano previsto l’arrivo di Pirro, decisero di mobilitare ben otto legioni, ovvero 80.000 soldati, divisi in quattro armate.

La prima, guidata da Barbula, si era stanziata presso Venosa per impedire a Sanniti e Lucani di unirsi alle truppe di Pirro. La seconda si era schierata a protezione di Roma nel caso in cui Pirro avesse deciso di sferrare un attacco diretto contro la capitale.

La terza armata, guidata dal console Tiberio Coruncanio, aveva attaccato gli Etruschi per impedire un’alleanza con Pirro, mentre la quarta, guidata da Publio Valerio Levino, era impegnata ad attaccare Taranto e invadere la Lucania.

Levino invase la Lucania, intercettando Pirro nei pressi della città di Eraclea, per bloccare la sua avanzata verso sud e impedire un’alleanza con le colonie greche della Calabria.

L’arrivo di Pirro in Italia

Nel 281 a.C., le legioni romane guidate da Lucio Emilio Barbula entrarono a Taranto e la presero d’assalto, nonostante i rinforzi dei Sanniti e dei Messapi. Dopo la battaglia, i Greci chiesero una breve tregua e la possibilità di avviare trattative con i Romani.

Tuttavia, i negoziati vennero interrotti bruscamente dall’arrivo a Taranto dell’ambasciatore Cinea, che precedeva (o accompagnava) 3.000 soldati, una forza d’avanguardia inviata da Pirro sotto il comando del generale Milone di Taranto. Il piano di Pirro prevedeva di aiutare Taranto e poi dirigersi in Sicilia per attaccare Cartagine, come avvenne nel 278 a.C.

Dopo aver lasciato l’Epiro, Pirro ottenne supporto militare da Antioco I di Siria, Antigono II Gonata, re di Macedonia Tolomeo Cerauno e re d’Egitto Tolomeo II. Arruolò anche altre truppe mercenarie, tra cui cavalieri tessali e frombolieri rodiesi. Nel 280 a.C., Pirro salpò verso le coste italiane, ma durante la traversata fu colto da una tempesta che danneggiò le navi e lo costrinse a sbarcare le truppe, probabilmente vicino a Brindisi. Guidava un contingente di 25.500 uomini armati e 20 elefanti. Da lì si diresse a Taranto, dove si stabilì con l’aiuto dei Messapi.

Dopo aver atteso l’arrivo delle restanti navi, Pirro lasciò a Taranto una guarnigione di 3.000 uomini guidata dal suo fidato ambasciatore Cinea e si mosse verso sud, accampandosi nei pressi di Eraclea. I Romani avevano previsto l’imminente arrivo di Pirro e mobilitarono otto legioni, costituite da circa 80.000 soldati e divise in quattro armate:

  • La prima armata, comandata da Barbula, si schierò a Venosa per impedire ai Sanniti e ai Lucani di unirsi alle truppe di Pirro.
  • La seconda armata fu posta a protezione di Roma, nel caso in cui Pirro tentasse di attaccarla.
  • La terza armata, guidata dal console Tiberio Coruncanio, aveva il compito di affrontare gli Etruschi per evitare che si alleassero con Pirro.
  • La quarta armata, comandata dal console Publio Valerio Levino, avrebbe dovuto attaccare Taranto e invadere la Lucania.

In effetti, Levino invase la Lucania e intercettò Pirro nei pressi di Eraclea, città alleata dei Tarantini, con l’obiettivo di bloccare la sua avanzata verso sud e prevenire un’alleanza con le colonie greche in Calabria.
Pirro inviò il suo ambasciatore Cinea a Roma per proporre la pace, ma i Romani rifiutarono l’offerta.

Forze in campo

Le informazioni a nostra disposizione sull’esercito della Repubblica Romana sono piuttosto scarse. L’unica fonte attendibile è infatti Tito Livio, il quale però, nella sua opera, ha un notevole buco storico che coinvolge proprio questo periodo.

Potendo procedere solamente per supposizioni, gli storici ritengono che il comandante Valerio Levino abbia potuto contare su 20.000 armati divisi in due legioni di cittadini romani e due ali di alleati italici, composte ciascuna da 5.000 fanti, per un totale di 20.000 uomini. A questi si sarebbero aggiunti 600 cavalieri legionari e 1.800 alleati, per una forza a cavallo di 2.400 soldati complessivi.

Le informazioni che abbiamo sull’esercito di Pirro sono invece molto più precise.

  • 3.000 psiloi Etoli, Acarnani e Atamani, sotto il comando di Milone a Taranto
  • 3.000 cavalieri: “Amici del Re”, Epiroti, mercenari dell’Ellade e alleati d’Italia
  • 14.000 fanti Epiroti e Macedoni disposti a falange
  • 3.000 opliti “scudi bianchi” di Taranto
  • 2.000 arcieri
  • 500 frombolieri
  • 3.000 peltasti mercenari Messapi
  • 20 elefanti da guerra

L’attraversamento del fiume Sinni e il duello tra Pirro e Volsinio

Dopo i primi scontri tra le avanguardie, il grosso dei due eserciti venne a contatto. Gli opliti di Pirro, disposti nella classica formazione a falange, effettuarono sette cariche nel tentativo di sopraffare i legionari romani. Nonostante fossero riusciti a sfondare le prime linee del nemico, non furono in grado di avanzare ulteriormente e soprattutto non riuscirono a rompere la formazione romana, esponendosi così ai micidiali e precisi colpi dei gladi che li costrinsero a rimanere nella loro posizione.

Durante la battaglia, alcuni soldati romani continuavano a cercare Pirro sul campo per attaccarlo direttamente. Dopo qualche tempo, un cavaliere romano di nome Destro pensò finalmente di aver avvistato Pirro, assalendo in realtà Megacle e uccidendolo. Ma, sempre convinto di aver abbattuto Pirro, Destro lo spogliò del suo equipaggiamento e annunciò al resto del contingente romano di aver ucciso il generale nemico.

La voce giunse direttamente al console Levino e ai suoi uomini che, galvanizzati dalla presunta morte di Pirro, sferrarono un deciso contrattacco, mentre i Greci iniziavano a perdere terreno ed erano sul punto di andare nel panico.

Pirro, vedendo la pericolosa piega che stava prendendo la battaglia, fu così costretto a cavalcare a volto scoperto per il campo per farsi riconoscere dai suoi soldati. Per riprendere il controllo della battaglia, Pirro decise di scatenare gli elefanti da guerra, il suo vero e proprio asso nella manica.

Questi animali, con la loro enorme stazza, crearono immediatamente scompiglio tra le file romane, che non avevano mai visto i pachidermi, tanto che, in un primo momento, li avevano scambiati per dei grossi buoi, che chiamavano buoi lucani. Gli elefanti, oltre a essere degli animali terribili, capaci di annientare decine di legionari con un solo colpo di proboscide, portavano sulla loro groppa una torretta con degli arcieri che colpivano i nemici dall’alto.

Gli elefanti travolsero le legioni romane, creando panico tra gli uomini e persino tra i cavalli, i quali erano spaventati non solo dalla grandezza ma anche dall’odore degli elefanti e dai loro barriti.

Secondo il cronista antico Paolo Orosio, durante lo scontro, il primo astato della quarta legione, Gaio Minucio, riuscì a ferire alla proboscide uno di questi elefanti. Questo, inferocito e totalmente fuori controllo, si rigirò contro le truppe greche causando numerose vittime. Quest’episodio potrebbe essere stato confuso con un simile evento avvenuto nella successiva battaglia di Ascoli.

Nonostante questo elemento, la cavalleria tessala fu in grado di sbaragliare definitivamente la fanteria romana, ormai in completa ritirata. I soldati di Pirro riuscirono a conquistare il campo di battaglia, entrando addirittura nell’accampamento romano di Levino.

La presa dell’accampamento rappresentava non solo una grande disfatta, ma anche un disonore per i Romani.

I legionari sopravvissuti, seguendo probabilmente la via Nerulo- Potentia -Grumentum, si ritirarono nella vicina città di Venosa, sbarazzandosi del proprio equipaggiamento per scappare più velocemente.

Fu soprattutto il sopraggiungere della notte che permise agli uomini del console Levino di non essere completamente annientati.

Le perdite dei Romani

Le perdite per i Romani furono ingenti, ma sui caduti dell’esercito romano abbiamo diverse fonti che forniscono dati divergenti. Geronimo di Cardia riferisce 7.000 vittime tra i Romani e 4.000 tra i Greci, mentre Dionigi di Alicarnasso parla di 15.000 morti per i legionari e 13.000 tra le truppe di Pirro. Eutropio aggiunge il dettaglio che 1.800 soldati romani furono fatti prigionieri, precisando che Pirro li trattò con rispetto e si preoccupò di seppellire anche i morti avversari, ammirando il valore dei soldati romani. Paolo Orosio parla di 14.000 morti e 1.300 prigionieri per la fanteria romana, oltre a 22 insegne militari romane perse.

Tutti gli storici ritengono che, anche prendendo le cifre al ribasso di Geronimo, le perdite per Pirro furono molto pesanti. Un quinto del suo esercito era stato infatti abbattuto. Egli, a differenza di Roma, non aveva la capacità di reclutare rapidamente nuovi uomini. Inoltre, durante la battaglia, Pirro perse molti luogotenenti e amici fedeli, rischiando lui stesso più volte la vita. Nonostante la vittoria, quindi, Pirro fu preso dallo sconforto, soprattutto per il numero dei suoi soldati, che andava rimpicciolendosi sempre di più. Pirro cercò addirittura di reclutare dei prigionieri romani nel proprio esercito, ingolosendoli con denaro e promesse, ma questi rifiutarono, rimanendo fedeli a Roma.

Le conseguenze per la guerra

La sconfitta romana causò immediatamente la formazione di nuove alleanze antiromane. In particolare, Lucani, Sanniti e Bruzi si unirono all’esercito vittorioso di Pirro. Anche alcune città greche d’Italia passarono dalla sua parte, come Locri e Crotone, che decisero di scacciare le guarnigioni romane e di cambiare alleato. A Reggio Calabria, Decio Vibullio massacrò una parte degli abitanti, cacciò la guarnigione romana ribellandosi a Roma e proclamandosi reggente.

Nel frattempo, il console Levino, stanziato a Venosa, stava lavorando per riorganizzare il suo esercito, mentre Coruncanio si trovava ancora in Etruria. Pirro chiese la restituzione dei territori per i Sanniti, i Lucani, i Dauni e i Bruzi, inviando il proprio ambasciatore Cinea a Roma per proporre una pace e restituire i prigionieri. Ma Cinea si trovò di fronte ad un muro di gomma.

Appio Claudio Cieco rifiutò categoricamente le condizioni di Pirro, chiedendo il suo immediato ritiro e comunicando che aveva già arruolato due nuove legioni con numerosi volontari, immediatamente pronte a una nuova battaglia. Inoltre, gli Etruschi avevano accettato la pace, permettendo alle forze di Coruncanio di unirsi a Levino.

Pirro, sconcertato dalla determinazione romana, tentò di attaccare la città di Napoli senza successo, avanzando per Capua. L’esercito di Pirro devastò la zona del Liri, giungendo ad Anagni e forse a Preneste, ma consapevole di non poter affrontare le armate romane riunite, Pirro decise di ritirarsi in Campania e asserragliarsi in città in attesa dell’inverno.

Nel frattempo, giunse l’ambasciata romana di Gaio Fabricio Luscinio, inviato a trattare lo scambio dei prigionieri. Pirro fu impressionato dalle qualità oratorie di Luscinio e decise di affidargli i prigionieri per scortarli a Roma, in cambio di un pagamento. Ma il senato romano, nonostante l’occasione, rifiutò qualsiasi pagamento, comandando a Luscinio di riportare i prigionieri da Pirro.

La fallita invasione della Sicilia di Pirro e il ritiro

Dopo la battaglia di Eraclea e quella di Ascoli del 279 a.C., di nuovo vinta da Pirro, la situazione strategica del condottiero epirota era molto delicata. Pirro non riusciva a ottenere alleati nella regione dell’Apulia. Inoltre, venne a sapere di un’invasione celtica durante la quale suo suocero Tolomeo Cerauno, il re di Macedonia, era morto in battaglia.

Questo causò sentimenti contrastanti in lui: da una parte vi era il dolore per la perdita di un parente e di un alleato, dall’altra la possibilità di ambire al trono macedone. Mentre rifletteva se tornare in Oriente o proseguire la conquista dell’Occidente, Pirro ricevette la chiamata delle città greche della Sicilia, che chiedevano il suo aiuto militare contro le truppe cartaginesi che stavano minacciando Siracusa.

Pirro intravide allora la grande opportunità di cacciare definitivamente i Cartaginesi dalla Sicilia, sfruttando gli alleati e i contingenti dalla Magna Grecia per poi tornare in Epiro e conquistare anche il trono di Macedonia. 

Ma per realizzare il suo disegno, Pirro aveva bisogno di una pace duratura con Roma, al fine di poter concentrare tutte le sue forze contro i Cartaginesi. Peccato per Pirro, Cartagine, immaginando le sue mosse e temendo la guerra, aveva già stipulato un trattato di alleanza con il senato romano contro il comune nemico.

Cartaginesi e Romani confermarono tutti i loro precedenti accordi e aggiunsero una clausola per cui se uno dei due regni fosse stato attaccato dall’esercito di Pirro, l’altro sarebbe accorso in suo aiuto. Se necessario, i Cartaginesi avrebbero messo a disposizione di Roma navi per il trasporto, aiutando i Romani ad attraversare il mare.

Malgrado il fallimento delle trattative con Roma, Pirro reclutò un esercito di 37.000 soldati e decise di sbarcare comunque in Sicilia.

Dapprima conquistò la città filocartaginese di Erice, per poi muovere contro Segesta. L’unica città in grado di resistere a Pirro, fu Lilibeo, adeguatamente rifornita dalla flotta cartaginese. I Cartaginesi, vedendo la rapida conquista di Pirro, offrirono la pace, ma i Sicelioti convinsero il condottiero epirota a rifiutare. 

Pirro sembrava inarrestabile, ma il suo operato venne improvvisamente minato dal tradimento di alcuni alleati, che dopo mesi di assedio di Lilibeo decisero di abbandonarlo.

All’improviso, il sogno di Pirro di replicare l’impresa di Agatocle di Siracusa e di sbarcare nell’Africa settentrionale svanì per sempre.

Non solo: il controllo dell’epirota sulla Sicilia diventò sempre più precario, a causa delle continue defezioni nelle file dei Greci. Il rapporto tra Pirro e i Sicelioti continuò a peggiorare, forse per la sua malagestione delle risorse locali, forse per la sua evidente volontà di imporre una monarchia di stampo ellenistico sull’isola. 

Così Pirro, usando come pretesto una richiesta d’aiuto da parte di Taranto, decise di tornare in Italia.

Al suo rientro nell’Italia meridionale, Pirro trovò una amara sorpresa. Dopo tre anni di assenza, i Romani avevano non solo ripreso l’iniziativa, sconfiggendo Bruzi, Lucani e Sanniti, ma avevano anche stretto alleanze con Crotone e Locri.

Pirro tentò invano di raddrizzare le sorti della guerra: fu in grado solamente di riconquistare Locri, ma non riuscì a battere le due armate consolari romane riunite a Maleventum. Fu quindi costretto a ritirarsi, seppur imbattuto. 

Con le sue forze ormai logore, Pirro fu costretto a tornare in patria, lasciando solamente un presidio a Taranto, comandato dal generale Milone, che si arrenderà ai Romani già nel 272 a.C.

La terza battaglia di Nola (214 a.C). L’ultimo duello tra Claudio Marcello e Annibale

La terza battaglia di Nola rappresentò un’epica contesa tra le forze romane, guidate dal console Marco Claudio Marcello, e le truppe cartaginesi comandate da Annibale. Questo scontro ebbe luogo nel 214 a.C., nel contesto della seconda guerra punica. Nola, una città campana, resistette fedele a Roma nonostante la defezione di Capua e di altri centri italici.

La situazione storica

Dopo la catastrofica sconfitta romana nella battaglia di Canne del 216 a.C., diversi popoli italici decisero di abbandonare l’alleanza con Roma e unirsi a Annibale, il carismatico comandante cartaginese, che aveva attraversato le Alpi con i suoi elefanti e aveva inflitto pesanti perdite all’esercito romano. Capua, una delle città più grandi d’Italia dopo Roma, fu tra le prime a passare dalla parte di Annibale nel 215 a.C.

Tuttavia, non tutti i centri della Campania accettarono di seguirlo. Nola, una città ricca e popolosa, resistette con fermezza al cartaginese e mantenne la sua lealtà verso Roma. Questo perché Nola era governata da una fazione aristocratica che temeva di perdere il potere in caso di cambiamento di alleanza. Inoltre, la città aveva antichi legami di amicizia e ospitalità con Roma.

Annibale tentò invano di conquistare Nola per due volte, nel 216 e nel 215 a.C. In entrambe le occasioni, l’arrivo dell’esercito del pretore Marco Claudio Marcello, un generale esperto e coraggioso, cambiò le sorti del conflitto e costrinse Annibale a ritirarsi. Marcello era conosciuto come “la spada di Roma” per la sua abilità nel combattimento ravvicinato e il suo duello mortale con il re dei Galli Viridomaro nella battaglia di Clastidio nel 222 a.C.

Nel 215 a.C., dopo il fallimento del secondo assedio di Nola, Annibale si vendicò attaccando e saccheggiando la vicina città di Nuceria Alfaterna, che era rimasta fedele a Roma. L’anno successivo, nel 214 a.C., Annibale fece un terzo tentativo di conquistare Nola, ma questa volta si trovò di fronte a una sfida ancora più ardua.

La situazione militare nel 214 a.C.

Nel 214 a.C., i nuovi consoli romani erano Quinto Fabio Massimo Verrucoso e Marco Claudio Marcello. Fabio Massimo era noto come “il Temporeggiatore” perché aveva adottato una strategia difensiva contro Annibale, evitando scontri diretti e limitandosi a controllarne i movimenti e tagliarne le linee di rifornimento. Marcello, al contrario, era più incline all’offensiva e desiderava affrontare personalmente il cartaginese.

I due consoli informarono il Senato sulla situazione bellica e sulle forze militari disponibili. Fu deciso di condurre la guerra con un totale di 18 legioni, con l’arruolamento di sei nuove unità. Quattro legioni furono assegnate a Fabio Massimo per difendere la Campania e il Sannio da Annibale.

Allo stesso tempo, Marcello ebbe il comando di quattro legioni per operare in Sicilia contro i Cartaginesi e i loro alleati siracusani. Le restanti dieci legioni furono distribuite tra vari pretori per fronteggiare minacce provenienti dalla Sardegna, dalla Spagna, dalla Gallia Cisalpina e dall’Illiria.

Nel frattempo, gli abitanti di Capua inviarono ambasciatori ad Annibale per chiedere il suo aiuto, temendo la vendetta di Roma per la loro defezione. Annibale si diresse verso Capua e pose il campo sul Monte Tifata, una collina che dominava la città. Lasciò parte delle sue truppe, composte da Numidi e Ispanici, a difendere gli accampamenti e si portò con il resto dell’esercito al lago d’Averno, un luogo sacro e misterioso tra Cuma e Pozzuoli.

Fabio Massimo, accampato vicino a Suessula, si unì al suo esercito e inviò dispacci ai vari comandanti per informarli sugli spostamenti delle truppe nemiche. Marcello, che era in Sicilia, ricevette l’ordine di tornare in Italia con le sue quattro legioni e di sostituire il pretore Marco Valerio Levino al comando delle operazioni in Campania.

Annibale fu anche implorato dai Tarantini di recarsi nella loro città per liberarla dall’occupazione romana. Taranto, una città greca situata sul mar Ionio, aveva un’enorme importanza strategica e commerciale. Annibale accettò la richiesta dei Tarantini e decise di marciare verso la Puglia.

Tuttavia, prima di partire, volle fare un ultimo tentativo su Nola, sperando di sfruttare la ribellione della plebe locale contro i Romani.

La terza battaglia di Nola

Annibale saccheggiò il territorio di Cuma e poi si diresse verso Puteoli, una città alleata dei Romani con un importante porto sul mar Tirreno. Non riuscendo ad assaltare Puteoli, devastò le terre intorno a Neapolis, la città greca natale del poeta Virgilio.

Fu qui che ricevette notizia della ribellione della plebe di Nola contro i Romani e dell’appello per il suo aiuto. Annibale non esitò e si diresse verso Nola, sperando di conquistarla facilmente.

Marcello, arrivato in Campania con le sue quattro legioni, si accampò a Cales, una città situata tra Capua e Teano. Appena venne a conoscenza dell’avvicinamento di Annibale a Nola, si preparò ad affrontare il nemico senza esitazione. Marcello era convinto di poter sconfiggere il cartaginese in campo aperto e voleva dimostrare il suo valore al Senato e al popolo romano.

Marcello inviò il suo luogotenente Gaio Claudio Nerone con 2.000 soldati scelti e 600 cavalieri per aggirare le truppe cartaginesi e attaccarle alle spalle. Poi uscì dalla città con il resto dell’esercito e si schierò in ordine di battaglia davanti alle porte di Nola.

Non è certo se Nerone sia abbia sbagliato percorso o se sia stato scoperto dai nemici prima di raggiungere la loro retroguardia.

Tuttavia, Marcello attaccò con impeto e riuscì a rompere le linee nemiche. I Romani prevalsero sia nella fanteria che nella cavalleria, ma non poterono inseguire i fuggitivi perché la cavalleria di Nerone non arrivò in tempo. Marcello, vedendo che il nemico stava riformandosi, ordinò una ritirata, sconvolgendo il piano tattico originale.

La battaglia fu sanguinosa e costò la vita a più di 2.000 soldati cartaginesi e circa 400 romani. Nerone tornò negli accampamenti di Marcello al tramonto. Non riuscì a infliggere al nemico una sconfitta decisiva come avvenuto a Canne, e il console Marcello lo riprese severamente per il ritardo.

Il giorno seguente, i Romani si schierarono nuovamente in campo, sfidando Annibale a uscire dalle sue fortificazioni. Tuttavia, Annibale rimase rinchiuso nei suoi accampamenti, consapevole che insistere nel tentativo di conquistare la città gli avrebbe fatto perdere tempo prezioso.

Il terzo giorno, Annibale, senza speranze di conquistare Nola, decise di lasciare il campo e di dirigersi verso Taranto, sperando che la città potesse tradire i Romani.

Le conseguenze e la rinuncia di Annibale

La terza battaglia di Nola segnò l’ultima sfida tra Marcello e Annibale in Campania. Fu anche l’ultima volta che Annibale tentò di conquistare una città alleata dei Romani con la forza. Da quel momento in poi, il comandante cartaginese si concentrò sulle regioni della Puglia e della Lucania, sperando di ottenere l’appoggio dei popoli locali e di Taranto.

Marcello, d’altra parte, continuò le sue azioni belliche in Campania e in Sicilia, dove riuscì a conquistare Siracusa dopo un lungo assedio nel 212 a.C. Per questo successo, fu soprannominato “il conquistatore di Siracusa” e fu considerato uno dei migliori generali romani della seconda guerra punica.

La terza battaglia di Nola fu un episodio di notevole importanza nel conflitto tra Roma e Cartagine. Dimostrò che i Romani erano in grado di affrontare Annibale in campo aperto e di infliggere perdite significative alle sue truppe.

Questo scontro dimostrò anche che Annibale non era invincibile e che aveva dei limiti nella sua strategia militare. Inoltre, evidenziò la lealtà e il coraggio di Nola, meritevole di rispetto e gratitudine da parte dei Romani.