martedì 30 Giugno 2026
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Un maestoso tempio di stile ellenico riemerge dall’antica città illirica di Bassania

A BUSHAT, nel nord dell’Albania, la terra d’Illiria ha restituito un monumento di straordinario valore scientifico, capace di ridisegnare le coordinate storiche dell’influenza culturale ellenica nel bacino adriatico. Nel corso della recente campagna di scavo conclusasi presso il sito archeologico che domina la località a circa dieci chilometri a sud di Scutari, un’équipe internazionale di ricercatori ha identificato e interamente documentato i resti di una imponente costruzione templare. Le indagini sul campo, condotte in sinergia dagli archeologi dell’Università di Varsavia e dell’Università di Tirana, hanno permesso di esporre le fondamenta in pietra di un edificio a pianta rettangolare. La struttura presenta dimensioni pari a tredici metri e sessanta centimetri di lunghezza per nove metri e sessanta centimetri di larghezza, proporzioni metriche che ricalcano fedelmente i canoni geometrici e costruttivi dei templi classici della Grecia antica.

Il rinvenimento assume una rilevanza epocale per la storiografia dell’Europa sud-orientale, poiché costituisce in assoluto la prima struttura di culto illirica di questa tipologia identificata nella regione settentrionale del paese balcanico. Il complesso monumentale si inserisce nel quadro delle fortunate ricerche intraprese in quest’area a partire dall’anno 2018, quando gli specialisti individuarono l’insediamento, oggi ascritto alla rara categoria archeologica delle città perdute, ovvero quei centri urbani che nel corso dei secoli sono sbiaditi non soltanto dalle carte geografiche, ma persino dalla memoria collettiva delle popolazioni successive. Il raffronto tra i dati topografici raccolti sul terreno e le preziose descrizioni tramandate dalle fonti letterarie classiche ha indotto gli studiosi a proporre l’identificazione del sito di Bushat con l’antica Bassania, gloriosa città illirica la cui esatta collocazione geografica era rimasta avvolta nell’incertezza per secoli.

Secondo quanto illustrato dal professor Piotr Dyczek, direttore del Centro di Ricerca sull’Antichità dell’Europa Sud-Orientale dell’Università di Varsavia, l’ubicazione del tempio sulla sommità della collina e il suo perfetto orientamento rispetto ai punti cardinali confermano in modo inequivocabile la funzione religiosa dell’edificio. La monumentale struttura fungeva da fulcro visivo e spirituale dell’acropoli urbana tra il IV e il II secolo a.C., profilandosi come un maestoso simbolo del potere e dell’identità della comunità illirica, visibile da grandissima distanza. Nel corso delle operazioni di scavo, gli archeologi hanno parzialmente individuato anche una robusta cinta muraria difensiva che cingeva l’altura, adempiendo simultaneamente alla funzione sacra di temenos, il recinto consacrato che delimitava lo spazio rituale e le attività connesse al culto.

Le testimonianze materiali attestano che la città venne definitivamente abbandonata durante il periodo ellenistico. Ciononostante, nel corso del III secolo d.C., le legioni di Roma eressero una struttura di dimensioni ridotte a ridosso delle rovine dell’antico santuario. Questo plesso romano rimase in uso per circa un secolo e viene interpretato dagli scienziati come un avamposto strategico di osservazione, idoneo a controllare militarmente un vasto quadrante territoriale che spaziava da Scutari fino all’antica Lissos e alla costa del Mar Adriatico. La scoperta odierna offre quindi l’eccezionale opportunità di analizzare i complessi rapporti di osmosi culturale tra il mondo greco e le popolazioni locali, svelando come gli Illiri abbiano assimilato e rielaborato l’architettura ellenica prima che i mutamenti geopolitici trasformassero l’antico luogo sacro in un presidio di sorveglianza imperiale.

Una ciotola cipriota. Vista in un’asta online, riportata a casa dopo 4000 anni

A NICOSIA, capitale della Repubblica di Cipro, il Dipartimento delle Antichità di Cipro ha annunciato con soddisfazione il rimpatrio di un reperto ceramico di straordinario valore storico e simbolico: una ciotola emisferica a superficie brunita e decorazione incisa, classificabile nell’ambito della produzione nota come Black Polished Ware, databile attorno al 1900 a.C. e appartenente dunque al pieno fiorire dell’età del Bronzo nell’area mediterranea orientale.

La vicenda, resa nota dal quotidiano Cyprus Mail il 9 giugno 2026, si snoda attraverso un’indagine della durata di circa un anno, condotta con pazienza e metodo dai funzionari del Dipartimento delle Antichità di Cipro, il cui personale specializzato è impegnato nel monitoraggio sistematico delle piattaforme di aste e dei mercati digitali dove il commercio illecito di antichità trova spesso terreno fertile e difficilmente controllabile. È stato proprio tale presidio digitale a consentire l’identificazione del manufatto, comparso in vendita su una piattaforma online e riconosciuto come bene di probabile provenienza cipriota.

Il reperto si trovava in possesso di un collezionista privato residente in Canada, il quale — a seguito dei contatti avviati dalle autorità di Nicosia — ha scelto liberamente e senza alcuna coercizione giudiziaria di procedere alla restituzione volontaria dell’oggetto. Questo atto di responsabilità individuale merita di essere sottolineato con attenzione, poiché si discosta dal consueto iter burocratico e contenziosi legali che caratterizzano la stragrande maggioranza dei casi di rimpatrio di antichità trafugate o disperse nel mercato internazionale. La collaborazione spontanea del detentore privato ha consentito di abbreviare notevolmente i tempi di recupero e di evitare procedure diplomatiche che avrebbero potuto protrarsi per anni.

Dal punto di vista tipologico e storico-culturale, la ciotola appartiene a una classe di manufatti ceramici ben documentata nell’archeologia cipriota del II millennio a.C. La Black Polished Ware rappresenta una delle tradizioni artigianali più caratteristiche e longeve della produzione vascolare cipriota, contraddistinta da superfici levigate e lucide ottenute attraverso accurate tecniche di brunitura ante cottura, e da decorazioni incise che rivelano un senso estetico raffinato e una padronanza tecnica di alto livello. Le forme emisferiche, come quella del reperto in questione, erano destinate con ogni probabilità a contesti cerimoniali o di prestigio, inserendosi in un panorama sociale in cui Cipro stava già emergendo come crocevia fondamentale del commercio mediterraneo del rame — il metallo che alla stessa isola avrebbe poi dato, secondo la tradizione etimologica, il proprio nome latino Cuprum.

Il periodo storico cui appartiene l’oggetto coincide con una fase di intensa vitalità culturale e commerciale per Cipro: siamo nel pieno dell’età del Bronzo Medio, in una stagione in cui l’isola intratteneva relazioni con le civiltà del Levante, dell’Egitto, dell’Egeo e dell’Anatolia, fungendo da nodo di scambio di materie prime, tecnologie e modelli culturali. Recuperare un manufatto di questo periodo equivale a restituire alla memoria collettiva un frammento tangibile di un’epoca di straordinaria interconnessione tra i popoli del Mediterraneo antico.

Il rimpatrio si inserisce nel quadro più ampio delle politiche internazionali di tutela del patrimonio culturale, rafforzate negli ultimi decenni da convenzioni multilaterali e da una crescente sensibilità dell’opinione pubblica globale. Il caso cipriota dimostra come la sorveglianza attiva dei canali digitali di compravendita possa costituire uno strumento efficace di contrasto alla dispersione dei beni culturali, integrando le più tradizionali vie diplomatiche e giudiziarie. La restituzione volontaria da parte di un privato cittadino canadese conferisce all’episodio una dimensione etica che trascende la mera procedura amministrativa, ponendosi come esempio virtuoso in un settore in cui la collaborazione tra istituzioni e individui rimane ancora troppo rara.

Il manufatto è ora affidato alla custodia del Dipartimento delle Antichità di Cipro, dove sarà studiato, catalogato e, auspicabilmente, messo a disposizione del pubblico nell’ambito delle strutture museali dell’isola.

Il vino degli imperatori: il DNA antico svela le radici della viticoltura toscana

«A CETAMURA DEL CHIANTI, in Toscana, l’archeologia molecolare ha dischiuso un capitolo inedito e sorprendente nella storia della viticoltura mediterranea. Un’équipe di scienziati ha analizzato i vinaccioli risalenti a duemila anni fa, recuperati dalle profondità di antichi pozzi situati nell’insediamento collinare toscano, mappando la più estesa storia genetica di viti antiche mai recuperata da un singolo sito archeologico.

I risultati di questa straordinaria ricerca, pubblicati nel Journal of Archaeological Science, dimostrano che i vigneti dell’antichità facevano parte della sofisticata rete agricola dell’Impero Romano, la quale ha gettato le fondamenta della moderna produzione vinicola. La scoperta è avvenuta in un arco temporale compreso tra il 300 a.C. e il 300 d.C., un’epoca in cui i residenti locali gettarono i semi d’uva all’interno di profondi pozzi, dove il fango privo di ossigeno ne ha permesso una perfetta conservazione nei secoli.

La dottoressa Oya Inanli, che ha condotto lo studio nell’ambito del suo dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Archeologia della University of York, ha spiegato come il sequenziamento del patrimonio genetico di ottanta semi abbia rivelato una notevole storia di continuità. La stragrande maggioranza dei campioni esaminati apparteneva a una singola e identica varietà di vite, tramandata direttamente dagli Etruschi ai Romani e preservata fedelmente per generazioni. Le indagini molecolari hanno permesso di fare un ulteriore e decisivo passo avanti, determinando il colore delle antiche uve attraverso specifici marcatori genetici, i quali hanno rivelato che questo clone dominante produceva bacche bianche.

La prevalenza schiacciante di uve bianche in un antico vigneto del Chianti ha suscitato grande sorpresa tra gli studiosi, poiché la regione è celebre a livello globale, nell’epoca contemporanea, per i suoi ricchi vini rossi a base di Sangiovese, sebbene alcune varietà a bacca bianca siano ancora coltivate nell’area. La professoressa Nancy De Grummond, esponente della Florida State University, ha sottolineato come la ricerca aggiunga un resoconto fondamentale alla storia della viticoltura locale, palesando che l’odierno nettare rosso fu preceduto da una raffinata produzione di vino bianco, curata e mantenuta per secoli.

Successivamente alla conquista romana dell’insediamento, interamente nuove varietà di vite apparvero a Cetamura, suggerendo l’introduzione di varietà pregiate provenienti dai territori in espansione dell’impero. Inoltre, il gruppo di ricerca ha riscontrato tracce della raccolta di uve selvatiche grazie a un metodo che esamina la morfologia dei vinaccioli. I test genetici hanno rivelato che il clone dominante di Cetamura era strettamente imparentato con due antichi semi d’uva precedentemente analizzati nella Francia meridionale. Questo dato fornisce una prova biologica dell’esistenza di una vasta rete commerciale e agricola sviluppata dai Romani per standardizzare la produzione del vino.

Il team ha inoltre rinvenuto un altro antico vinacciolo che appartiene a una famiglia di uve ancora coltivata oggi nell’Europa centrale e orientale. Sebbene il suo parente moderno più prossimo sia una rara varietà di uva rinvenuta in Ungheria, denominata Baratcsuha szurke, la scoperta collega direttamente questo antico seme a una leggendaria vite di quattrocento anni che cresce a Maribor, in Slovenia. Questa celebre pianta è ufficialmente riconosciuta come la vite vivente più antica del mondo che ancora produce frutti.

Il dottor Nathan Wales, anch’egli appartenente alla University of York, ha evidenziato come queste nuove scoperte dimostrino che tale specifica famiglia di uva sia antica e resiliente. Risulta incredibile pensare che i vitigni apprezzati dagli antichi Romani siano a pochissimi passi dalle varietà che versiamo oggi nei nostri calici. Degustare il vino prodotto da queste varietà reliquie significa assaporare una storia che si colloca a brevissima distanza da ciò che veniva servito sulle tavole dei banchetti romani durante il I secolo a.C. e nei secoli successivi.

Chi appoggiò le Brigate Rosse? Complici e fiancheggiatori

È la mattina del 16 marzo 1978. A Roma, in via Mario Fani, un agguato perfetto blocca la colonna dell’onorevole Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. In poco più di novanta secondi, cinque uomini della scorta vengono assassinati. Moro viene caricato su un’auto e scompare per cinquantacinque giorni nel “carcere del popolo” delle Brigate Rosse. L’Italia scopre che qualcosa di enorme si è costruito nell’ombra: un’organizzazione armata capace di pianificare per mesi un’operazione di quella precisione, di muovere uomini e risorse in una grande città senza essere intercettata, di tenere prigioniero il leader di un partito di governo per quasi due mesi.

La domanda che affiora in quei giorni — e che non ha mai smesso di affiorare — è la stessa che ancora oggi agita dibattiti storici, processi parlamentari e polemiche giornalistiche: chi li ha aiutati? Chi ha tenuto aperta una porta, guardato dall’altra parte, fornito una casa, un documento, un’arma? Chi ha armato la mano dei terroristi non con il dito sul grilletto, ma con la copertura ideologica, l’omertà sociale, la solidarietà militante?

Questo articolo non cerca risposte semplici, perché di semplici non ce ne sono. Cerca invece di distinguere — con rigore storico — i diversi livelli di “appoggio” che hanno reso possibile l’esperienza delle Brigate Rosse. Senza semplificazioni, senza caccia alle streghe retroattive, ma anche senza minimizzare.

Chi erano le Brigate Rosse e cosa volevano

Le Brigate Rosse nascono ufficialmente nel 1970, pochi mesi dopo la strage di piazza Fontana, in un’Italia sconvolta dall'”autunno caldo” del 1969: scioperi, occupazioni di fabbrica, scontri di piazza, un conflitto sociale di intensità senza precedenti nel dopoguerra. I fondatori sono Renato Curcio e Margherita Cagol, provenienti dal movimento studentesco dell’Università di Trento, Alberto Franceschini e Prospero Gallinari, ex militanti della Federazione Giovanile Comunista di Reggio Emilia, e Mario Moretti, tecnico sindacalista alla Sit-Siemens di Milano. Non sono marginali né disperati: sono giovani politicizzati, intellettualmente formati, convinti che la via parlamentare e riformista sia una trappola e che solo la “lotta armata rivoluzionaria” possa rompere l’immobilismo del sistema politico italiano.

L’ideologia è di matrice marxista-leninista con forti influssi guevaristi e riferimenti ai Tupamaros uruguaiani. La strategia si chiama “attacco al cuore dello Stato”: non colpire a caso, ma individuare i nodi del potere — magistrati, dirigenti di fabbrica, funzionari di polizia, politici — e golpeggiare con azioni rivendicate, capaci di dimostrare la “debolezza dello Stato borghese”. Nella storia delle BR, complessivamente, saranno inquisite 911 persone che a vari titoli fecero parte dell’organizzazione, e ulteriori 200-300 riconducibili a gruppi armati satellite. Le vittime accertate degli omicidi commessi tra il 1974 e il 1988 sono 86.

L’organizzazione si struttura in colonne regionali (Milano, Torino, Genova, Roma, Napoli) coordinate da una Direzione strategica, con cellule compartimentate: ogni militante conosce solo una cerchia ristretta di compagni, il che rende estremamente difficile penetrare l’organizzazione dall’esterno. È questa struttura a far capire perché avere una rete di appoggi non era un optional, ma una necessità strategica: case sicure, documenti falsi, veicoli intestati a terzi, depositi di armi erano il tessuto connettivo senza il quale l’organizzazione non avrebbe potuto sopravvivere.

Il mito del “popolo che li sosteneva”

Prima di analizzare chi li appoggiò davvero, è necessario smontare la semplificazione opposta: quella di chi, nel fuoco del dibattito politico degli anni Settanta — e qualche volta anche dopo — lasciò intendere che le Brigate Rosse rappresentassero una porzione significativa del sentimento popolare di sinistra, una sorta di “coscienza armata” del proletariato.

I dati storici smentiscono questa narrativa in modo netto. I grandi partiti e i sindacati di sinistra — PCI, PSI, CGIL — non solo non appoggiarono le BR, ma ne furono i più decisi avversari politici e ideologici. Le BR stesse, nei loro documenti interni, definivano il PCI “il principale partito controrivoluzionario” e Berlinguer un “traditore della classe operaia”: l’establishment della sinistra era un nemico, non un alleato. Non si tratta di dettaglio secondario: significa che l’intera sinistra organizzata — con i suoi milioni di iscritti, i suoi circoli, le sue fabbriche — era schierata contro le Brigate Rosse, non al loro fianco.

La “simpatia” esistette, ma fu di natura diversa e molto più limitata: si trattava di una comprensione generica per alcune istanze sociali (la critica al capitalismo, la lotta operaia, la rabbia contro lo Stato), che non si traduceva affatto in sostegno alla lotta armata. Lo storico Sabino Acquaviva stimò in circa 300.000 persone l’area di “simpatizzanti” nel senso più largo del termine, ma si trattava di persone che potevano condividere vagamente un linguaggio politico, non di fiancheggiatori operativi. Un numero enorme in termini assoluti, microscopi co rispetto al corpo sociale complessivo.

I diversi livelli di “appoggio”

Il termine “appoggio” è una parola ombrello che copre realtà radicalmente diverse. Per fare chiarezza storica, bisogna distinguere almeno quattro livelli.

Appoggio ideologico e culturale: le ambiguità del linguaggio

Fotografie segnaletiche in bianco e nero di quattro membri delle Brigate Rosse, tre uomini e una donna, ritratti in posa frontale come in un documento identificativo delle forze dell'ordine

Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, in una parte dell’intellettualità e del giornalismo italiano di sinistra si diffuse un atteggiamento di ambiguità sistematica verso la lotta armata. Non si trattava di giustificazione aperta, ma di un’incapacità — o di un rifiuto — di condannare nettamente. La formula “compagni che sbagliano” — con cui una parte della sinistra moderata etichettò i terroristi, intendendo separare le “cause giuste” dai “metodi sbagliati” — fu forse la più emblematica di questa zona grigia.

Questa ambiguità aveva radici culturali profonde: la tradizione della Resistenza armata, il mito del partigiano combattente, il lessico marxista della “lotta di classe” si prestavano, se riletti in modo distorto, a offrire una cornice narrativa in cui la violenza politica potesse apparire come una continuazione estrema di battaglie legittime. Alcune riviste di area extraparlamentare, certi ambienti universitari, una frangia di intellettuali che preferivano il silenzio alla condanna esplicita, contribuirono a creare quello che gli storici hanno chiamato il “clima” favorevole all’estremismo: non un appoggio diretto, ma un habitat culturale in cui le BR riuscivano a reclutare e a presentarsi come avanguardia rivoluzionaria.

Appoggio logistico e organizzativo: la rete reale

Questo è il livello più concreto e documentato. Le BR non erano un’organizzazione astratta: avevano bisogno di case, auto, soldi, documenti falsi, depositi di armi e di armi vere. E tutto questo venne fornito da una rete di fiancheggiatori che si estendeva ben al di là dei militanti clandestini.

Chi erano questi fiancheggiatori? Una parte veniva dall’area del movimento operaio e studentesco radicalizzato: militanti di organizzazioni extraparlamentari come Lotta Continua, Potere Operaio o Autonomia Operaia che, pur senza aderire formalmente alle BR, fornivano copertura, informazioni, connessioni. Un’altra parte era sorprendentemente insospettabile: professionisti, impiegati, persone con una vita ordinaria che mantenevano contatti con i brigatisti per convinzione politica, affetto personale o paura. Un caso particolarmente rivelatore emerse a Genova tra l’ottobre e il dicembre del 1978, quando una squadra speciale della questura individuò un gruppo di professionisti che avrebbero costituito una cellula occulta di appoggio logistico e intellettuale alle BR: i loro nomi vennero secretati e nessuno fu mai formalmente perseguito.

Il caso di Francesco Berardi all’Italsider di Genova mostra un altro aspetto: i brigatisti si infiltravano nelle fabbriche, usavano operai come “postini” per distribuire materiale propagandistico, costruivano reti capillari dentro i luoghi di lavoro. Fu proprio la denuncia di questo meccanismo da parte dell’operaio e sindacalista Guido Rossa — che segnalò Berardi ai carabinieri nel 1978 — a costare la vita a Rossa stesso: il 24 gennaio 1979 un commando BR lo uccise sotto casa a Genova.

Il PCI e i grandi partiti: chi NON appoggiò le BR

È cruciale, per la correttezza storica, ribadire con forza quanto già accennato: nessuna delle grandi forze politiche italiane appoggiò le Brigate Rosse. Al contrario, il PCI di Enrico Berlinguer fu uno dei protagonisti più attivi nella lotta al terrorismo, convinto che cedere ai ricatti delle BR avrebbe significato legittimarle come soggetto politico e indebolire la democrazia. La stessa decisione di Berlinguer di appoggiare la “linea della fermezza” durante il sequestro Moro — contro ogni trattativa — fu assunta con piena consapevolezza delle sue implicazioni politiche e umane.

Il PCI anzi promosse attivamente la vigilanza operaia contro i brigatisti nelle fabbriche, invitando gli iscritti a denunciare i sospetti. L’uccisione di Guido Rossa fu anche la risposta delle BR a questa politica: un messaggio di terrore rivolto a chiunque, anche nelle file del movimento operaio, si opponesse alla loro penetrazione. Come ha scritto lo storico Sergio Luzzatto, quella morte “annunciava la sconfitta politica delle Brigate Rosse, segnava la fine della loro illusione di conquistare il favore delle classi lavoratrici”.

Il capitolo dei “doppi giochi”: servizi segreti, piste internazionali, zone d’ombra

Questo è il terreno più scivoloso, dove è indispensabile separare con nettezza i fatti documentati dalle ipotesi storicamente plausibili e dalle speculazioni prive di riscontro.

Le BR ebbero connessioni internazionali concrete, ricostruite attraverso indagini giudiziarie e atti parlamentari. In particolare, è accertato il contatto con organizzazioni palestinesi — in primo luogo il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) — che fornirono armi e addestramento. Nel settembre 1979, un carico di armi palestinesi fu consegnato alle BR sulle spiagge di Venezia, come risulta dall’inchiesta del giudice Carlo Mastelloni. Il nodo di coordinamento internazionale passava in parte per la scuola di lingue Hyperion di Parigi, fondata nel 1977 da militanti legati all’ala dura delle BR, utilizzata come copertura per la logistica del terrorismo internazionale. Parigi fu per decenni un rifugio per i latitanti italiani, protetti da una politica francese di non estradizione.

Più complessa è la questione del rapporto tra terrorismo rosso, terrorismo nero e apparati dello Stato. La cosiddetta “strategia della tensione” — documentata per il terrorismo nero con stragi come piazza Fontana (1969), piazza della Loggia (1974) e la strage di Bologna (1980) — riguarda primariamente l’estrema destra neofascista e non le BR. Esistono tuttavia ipotesi, emerse in alcune commissioni parlamentari e inchieste giudiziarie, su possibili infiltrazioni nei gruppi armati di sinistra da parte di apparati dei servizi segreti, con finalità di controllo o provocazione. Queste ipotesi restano in parte sub judice e in parte storicamente non conclusive: vanno citate, ma senza presentarle come certezze.

Lo storico Miguel Gotor e altri accademici che hanno lavorato sul caso Moro avvertono che la tendenza alla “dietrologia” — spiegare tutto con i complotti — è tanto distorsiva quanto la semplificazione opposta. La realtà storica è spesso più banale e più terrificante al tempo stesso: un’organizzazione con una struttura rigida, militanti ideologizzati, una rete di appoggi reale ma circoscritta, e uno Stato che per anni faticò a capire la minaccia.

Il caso Moro come lente di ingrandimento

Fotografia in bianco e nero di Aldo Moro prigioniero delle Brigate Rosse, seduto davanti a uno striscione con la scritta Brigate Rosse e la stella a cinque punte, durante il sequestro del 1978

Il sequestro di Aldo Moro — 16 marzo 1978, via Fani; 9 maggio 1978, ritrovamento del corpo in via Caetani — è la storia in miniatura di tutti i nodi del problema.

Da un lato, l’operazione mostra le capacità operative reali delle BR: un’organizzazione che aveva pianificato nei dettagli per mesi, che disponeva di una rete logistica efficiente in una grande città, che era riuscita a pedinare la scorta di Moro per settimane senza essere scoperta. Questo era possibile solo con una rete di appoggi funzionante e discreta.

Dall’altro, quei cinquantacinque giorni mostrano quanto profondo fosse l’isolamento politico delle BR nel Paese reale. Alla domanda di Moro di aprire una trattativa per la sua liberazione, la risposta fu un no quasi unanime: DC, PCI, governo Andreotti, presidenza della Repubblica. L’unica voce significativa a favore di una trattativa umanitaria fu quella del PSI di Bettino Craxi. Le piazze non si mossero in difesa delle BR. Il mondo operaio tacque. Le grandi chiese e i leader morali del Paese condannarono senza ambiguità. Per quanto la vicenda fosse circondata da zone d’ombra sui “mandanti politici” e sulle “mani che non si mossero” per salvare Moro, il corpo sociale italiano non si identificò mai con i suoi assassini.

La morte di Moro fu, paradossalmente, l’inizio della fine per le BR: non perché lo Stato avesse vinto sul campo, ma perché quella scelta — uccidere il simbolo del dialogo tra cattolici e comunisti — rivelò a un’ampia platea quanto le BR fossero un’organizzazione al di fuori di qualsiasi orizzonte politico riconoscibile.

Dopo gli anni di piombo: cosa rivelarono i pentiti

La sconfitta militare delle BR arrivò nei primi anni Ottanta, attraverso una combinazione di polizia scientifica più efficace, leggi sui pentiti e confessioni che spezzarono la catena del silenzio. Il primo grande pentito fu Patrizio Peci — nome di battaglia “Mauro” — arrestato a Torino nel febbraio 1980. Le sue dichiarazioni portarono alla cattura di decine di ex compagni e permisero di ricostruire la struttura gerarchica delle BR, la divisione in ruoli, le azioni compiute. Peci stesso pagò un prezzo enorme: le BR sequestrarono e uccisero il fratello Roberto, in risposta alla sua collaborazione.

Ciò che emerge dai verbali dei pentiti — Peci ma anche altri come Antonio Savasta, protagonista del sequestro del generale americano James Lee Dozier nel 1981 — è un quadro preciso della rete dei fiancheggiatori: numericamente limitata, geograficamente concentrata, motivata più dall’ideologia che dal denaro, e soprattutto composta da persone che non pensavano di essere “criminali” ma “militanti”. Questa auto-percezione è forse l’elemento più inquietante: non una criminalità organizzata che vende servizi al miglior offerente, ma una sub-cultura politica che aveva trasformato il terrorismo in un’identità.

Alla fine di questo percorso, la risposta alla domanda del titolo non può essere semplice. Ma può essere onesta.

Nessuna grande forza politica — partiti, sindacati, istituzioni — appoggiò le BR. Il PCI, che sarebbe stato il candidato più ovvio per simpatia ideologica, fu tra i loro avversari più decisi. La DC, la principale vittima politica della lotta armata, li combatté con la linea della fermezza.

Esistette una rete di fiancheggiatori reale ma ristretta: militanti radicalizzati, professionisti ideologizzati, piccoli ambienti di movimento che fornirono coperture logistiche, case, documenti, armi. Non erano “il popolo”, non erano “la sinistra”: erano una minoranza militante con una cultura politica propria e distorta. VI fu una zona grigia culturale e intellettuale più ampia, fatta di ambiguità, silenzi, condanne tardive e formule ambigue come “compagni che sbagliano”, che permisero alle BR di operare più a lungo in un habitat socialmente non del tutto ostile.

Ci furono anche connessioni internazionali documentate con organizzazioni palestinesi e reti europee di supporto al terrorismo, che fornirono armi e addestramento. Esistono, infine, zone d’ombra non completamente chiarite sulle infiltrazioni degli apparati di sicurezza, sulle informazioni che circolavano e non venivano condivise, sui “segreti di Stato” che ancora oggi coprono alcune carte di quel periodo.

La domanda “chi appoggiò le BR?” è in fondo la domanda sulla vulnerabilità di una democrazia in crisi: un Paese in cui la modernizzazione rapida aveva prodotto fratture sociali enormi, in cui il conflitto politico si era radicalizzato fino all’uso delle armi, in cui una minoranza risoluta aveva trovato la sua finestra di opportunità proprio nelle contraddizioni di quel sistema. Capire questo — non giustificarlo — è il compito della storia. L’Italia ci ha messo decenni. Non è ancora del tutto finita.

Genova contro Venezia. Chi fu davvero più potente?

Era il 1379. Le navi genovesi avevano appena sfondato le difese veneziane e occupato Chioggia, il porto naturale alle porte della laguna. Venezia era circondata: Francesco da Carrara, signore di Padova, stringeva d’assedio la terraferma, mentre la flotta di Luciano Doria aveva appena demolito quella veneziana a Pola. La Serenissima chiese di trattare la pace. La risposta dell’ammiraglio genovese Pietro Doria rimase nella storia: «Voglio prima mettere le briglie ai cavalli di San Marco».

Non era arroganza gratuita. Era la voce di una città che si credeva, in quel momento, a un passo dalla vittoria definitiva su una rivale con cui si combatteva da oltre un secolo. Eppure Venezia avrebbe ribaltato tutto, e Genova non si sarebbe più ripresa come potenza politica e navale. Come fu possibile? E soprattutto: guardando all’intera storia di queste due repubbliche, chi fu davvero la più potente?

Venezia: uno stato coeso e guerriero

Dittico medievale che contrappone i due modelli di potere di Venezia e Genova: a sinistra, l'Arsenale di Venezia con operai che costruiscono galee medievali, bandiera con il Leone di San Marco e il campanile di Piazza San Marco sullo sfondo; a destra, mercanti genovesi che scrivono registri contabili e contano monete d'oro in un portico affacciato sul porto, con mappe nautiche, bilance e la Croce di San Giorgio sul panno bianco appeso alle colonne

Per rispondere bisogna capire che Venezia e Genova costruirono il loro dominio in modo radicalmente diverso — e che questa differenza ne determinò i destini.

Venezia funzionava come uno Stato coeso: governo centralizzato, istituzioni stabili, una macchina militare e commerciale che rispondeva a un unico centro di potere, il Palazzo Ducale. La sua forza era la flotta pubblica, l’Arsenale, e la capacità di trasformare il commercio in politica estera. Genova, al contrario, era una potenza di reti e capitali privati: grande espansione commerciale, straordinaria capacità finanziaria delle famiglie mercantili, ma cronica instabilità politica interna, lacerate da lotte di fazione tra i grandi casati.

AspettoVeneziaGenova
Area principaleAdriatico, Egeo, Levante, Creta, CiproMediterraneo occidentale, Corsica, rotte iberiche
Tipo di potereStato territoriale con flotta pubblicaRete di famiglie mercantili e banchieri privati
Coesione internaForte stabilità istituzionaleLotte di fazione tra grandi casati
Strumento chiaveArsenale di Stato e flotta da guerraBanco di San Giorgio e fiere di cambio
Proiezione finaleGrande potenza politico-militare fino al XVI sec.Capitale finanziario dominante in Europa nel XVI-XVII sec.

Nessun’altra città dell’Europa medievale e moderna aveva qualcosa di paragonabile all’Arsenale di Venezia. Nato nell’area di Castello, fu progressivamente ampliato nei secoli fino a coprire una superficie enorme, diventando il più grande complesso produttivo navale del mondo per tutto il Medioevo e il Rinascimento.

Al suo apice, l’Arsenale impiegava oltre 3.000 artigiani — gli “arsenalotti” — organizzati in una vera catena di montaggio ante litteram: era capace di produrre fino a sei galere al mese, e in momenti di crisi si potevano assemblare dieci galere in poche ore. Nel XV secolo Venezia disponeva di una marina che contava circa 3.000 navi mercantili con 35.000-40.000 marinai, più una flotta da guerra articolata in 45 galere con 11.000 uomini. Numeri senza rivali. Pietro Mocenigo, doge a inizio Quattrocento, poteva già descrivere una macchina militare che nessun principe italiano avrebbe potuto sfidare da solo.

A metà del XVI secolo l’Arsenale era in grado di produrre cento imbarcazioni efficienti l’anno, di cui venticinque sempre pronte a prendere il mare in tempi brevissimi. Dante Alighieri stesso, visitandolo, trasse ispirazione per una delle scene più vivide dell’Inferno: il ribollire delle peci calde era l’immagine più potente di attività industriale che il poeta avesse mai visto.

Il sistema genovese: commercio, credito e potere invisibile

Genova non aveva un Arsenale. Non ne aveva bisogno nello stesso modo: la sua forza non era il numero di galere schierate, ma la capacità delle sue grandi famiglie di muovere denaro dove nessun altro arrivava. Sin dal XII secolo, i mercanti genovesi avevano costruito una rete di basi commerciali capillare nel Mediterraneo e nel Mar Nero — da Caffa in Crimea a Pera di Costantinopoli, dai fondachi del Levante ai porti iberici.

La vera rivoluzione arrivò però con la finanza. Nel 1407, appena uscita devastata dall’ultima guerra con Venezia, Genova fondò il Banco di San Giorgio: considerato da molti storici la prima vera banca pubblica moderna d’Europa, capace non solo di raccogliere risparmi ma di emettere carta moneta, gestire il debito pubblico e riscuotere le tasse per conto dello Stato. Nacque per ragioni di necessità — riorganizzare una situazione di quasi bancarotta dopo Chioggia — ma si trasformò in uno strumento di potere finanziario straordinario.

Nel Cinquecento, i banchieri genovesi divennero i principali creditori della monarchia spagnola. Filippo II di Spagna, nonostante tutto l’oro che arrivava dall’America, si trovò in endemica crisi finanziaria a causa delle guerre continue: dichiarò bancarotta nel 1557, poi di nuovo nel 1596, ogni volta tornando a inginocchiarsi dai creditori genovesi. Le grandi famiglie — Grimaldi, Doria, Spinola, Centurione — prestavano somme favolose alla Corona e ricevevano in cambio appalti su dazi e gabelle, feudi in Spagna, influenza politica diretta. Ottavio Centurione arrivò ad anticipare al re spagnolo, in una sola operazione, la somma di 10 milioni di scudi.

Il momento del destino: la guerra di Chioggia (1378–1381)

Illustrazione della battaglia navale della Guerra di Chioggia (1378-1381): scontro frontale tra galee veneziane, con la bandiera del Leone di San Marco su sfondo rosso, e galee genovesi con vele bianche recanti la Croce di San Giorgio, soldati in cotta di maglia con elmi medievali e scudi, armati di lance e spade, su acque agitate in un porto medievale con torri e fumo sullo sfondo

Le rivalità tra le due repubbliche erano iniziate secoli prima. Si potrebbe far risalire la prima grande scintilla alla disputa di San Saba (1255–1256), quando i quartieri veneziano e genovese ad Acri — nel regno crociato di Gerusalemme — si scontrarono per il controllo di un monastero strategicamente posizionato tra i due settori: fu l’inizio di una lunga catena di guerre commerciali e navali che si sarebbe trascinata per oltre un secolo.

La guerra di Chioggia fu il loro ultimo, definitivo scontro. Il casus belli scoppiò nell’agosto del 1372 durante l’incoronazione di Pietro II di Cipro: una rissa tra consoli veneziani e genovesi degenerò in una crisi diplomatica che portò Genova a conquistare militarmente Famagosta nel 1373, privando Venezia di una delle sue basi orientali più preziose. Il conflitto aperto esplose nel 1378.

Nei mesi successivi, la situazione per Venezia precipitò. La flotta veneziana fu sconfitta a Pola da Luciano Doria nel 1379; l’ammiraglio Vettor Pisani fu imprigionato dai suoi stessi concittadini come capro espiatorio. I genovesi occuparono Chioggia e assediarono la laguna via mare, mentre Francesco da Carrara la stringeva da terra. Venezia non era mai stata così vicina alla fine.

Poi accadde qualcosa che i genovesi non avevano previsto: i veneziani liberarono Pisani dal carcere, lo rifecero capitano generale per acclamazione popolare, e richiamarono dall’Oriente la flotta di Carlo Zen. Il 24 giugno 1380 la battaglia decisiva si combatté proprio nella laguna di Chioggia: i veneziani vinsero, catturando 19 galere e 4.170 prigionieri. I genovesi furono assediati a loro volta e costretti alla resa.

La Pace di Torino dell’8 agosto 1381 chiuse formalmente il conflitto. Venezia cedeva la Dalmazia all’Ungheria e Treviso agli Asburgo — perdite non trascurabili — ma manteneva l’indipendenza, il monopolio commerciale sull’alto Adriatico e la sua identità come potenza. E, soprattutto, non si vide più alcuna nave genovese nell’Adriatico dopo Chioggia.

Dopo Chioggia: destini divergenti

Dittico che illustra i destini divergenti di Venezia e Genova dopo la Guerra di Chioggia: a sinistra, nobili veneziani in sontuose vesti rosse e dorate consultano mappe nautiche e un mappamondo sul Canal Grande, con galee della Serenissima e la bandiera del Leone di San Marco sullo sfondo; a destra, mercanti genovesi firmano documenti commerciali e contano monete su un molo affollato di merci, con navi e la Croce di San Giorgio nel porto di Genova

L’esito della guerra di Chioggia fu un paradosso: entrambe le repubbliche uscirono economicamente devastate, ma le conseguenze politiche furono asimmetriche e decisive.

Venezia sfruttò la vittoria per costruire qualcosa di nuovo e più solido. A partire dal 1404, in soli diciotto mesi, la Serenissima creò un vasto Stato di Terraferma: Vicenza, Verona, Padova, poi Brescia, Bergamo, Cremona, fino ai confini con l’Adda e al Friuli. Non era più soltanto una città-porto: era uno Stato territoriale tra i più estesi d’Italia, con entrate fiscali enormi, un esercito di professionisti, una diplomazia sofisticata e la marina da guerra più forte dell’Europa meridionale. Per tutto il Quattrocento e buona parte del Cinquecento, Venezia fu talmente potente da far temere ai principi italiani che volesse imporsi su tutta la Penisola.

Genova, al contrario, sembrò aver esaurito in quel grande sforzo tutta la sua energia politica. Dilaniata dalle lotte di fazione, si sottomise più volte alla Francia e al Ducato di Milano; perse le sue colonie nel Mar Nero, come la ricca Caffa, caduta in mano ottomana nel 1475. Il paradosso genovese è però straordinario: la decadenza politica e militare non si accompagnò a una decadenza economica. Al contrario: come se la mancanza dello Stato avesse liberato le energie private, i mercanti-banchieri genovesi si proiettarono verso nuovi mercati con ancora più audacia.

Il «Secolo dei Genovesi»: la rivincita della finanza

Tra il 1550 e il 1650 circa, i banchieri genovesi vissero quello che lo storico Fernand Braudel ha chiamato il «Secolo dei Genovesi» — un primato finanziario europeo senza precedenti, ottenuto non con le galere ma con le fiere di cambio, gli asientos (contratti di credito alla Corona spagnola) e le reti di corrispondenti in tutta Europa.

Le fiere di cambio — quattro l’anno, tenute a Besançon e poi a Piacenza — erano i luoghi dove i grandi banchieri genovesi muovevano decine di milioni di scudi senza spostare una sola moneta fisica, attraverso lettere di cambio. La loro padronanza tecnica delle operazioni bancarie era talmente avanzata che nessun’altra piazza europea poteva competere a quei livelli. La monarchia spagnola — il più grande impero del mondo in quel momento — era di fatto una creatura finanziata dai genovesi: i suoi tercios nelle Fiandre, le sue flotte nel Mediterraneo, le sue guerre di religione erano tutte sostenute dal credito delle grandi famiglie liguri.

Mentre Genova dominava le finanze europee nell’ombra, Venezia resisteva come grande potenza politica e navale. Ma anch’essa sentiva la pressione: l’espansione turca stava erodendo i suoi domini orientali (Costantinopoli era caduta nel 1453), e la scoperta delle Americhe stava spostando i baricentri del commercio verso l’Atlantico. La battaglia di Lepanto del 1571 — alla quale entrambe parteciparono, con Venezia in prima fila — fu forse l’ultimo atto di un Mediterraneo ancora in grado di determinare le sorti d’Europa.

Chi fu davvero più potente? La risposta

Non esiste una risposta semplice, e qualsiasi storico onesto lo ammetterà. Dipende da cosa si intende per “potente”.

Se si misura la potenza come capacità dello Stato di esercitare forza militare, mantenere domini territoriali e contare nella politica europea, allora il primato è veneziano, senza discussioni. La Serenissima fu una grande potenza per quasi quattro secoli — dalla fine del Duecento alla battaglia di Lepanto e oltre — con una continuità istituzionale, una stabilità interna e una proiezione militare che Genova non raggiunse mai.

Se invece si misura la potenza come capacità di influenzare le economie e le corti d’Europa attraverso il controllo del capitale, allora Genova raggiunse nel XVI-XVII secolo un livello che non ha paragoni: un’egemonia finanziaria silenziosa, esercitata non da un esercito ma da una rete di famiglie che finanziavano re e imperatori.

C’è però un’ultima chiave di lettura che forse è la più illuminante. Venezia fu la potenza che costruì uno Stato — una macchina politica, militare e diplomatica che sopravvisse a ogni crisi fino al 1797. Genova fu la potenza che costruì un sistema — una rete finanziaria globale che anticipò di secoli le logiche del capitalismo moderno. Due modelli opposti, due forme di grandezza diverse: ed è per questo che, ancora oggi, entrambe appassionano.

Infografica comparativa 'Venezia vs Genova – Numeri del Potere: Un Confronto in Cifre': tabella centrale con dati storici su flotta da guerra (Venezia ~45 galere e 300 navi grandi, Genova flotta privata inferiore), manodopera navale (Venezia ~36.000 marinai), arsenale (Venezia 3.000 artigiani, 6 galere al mese; Genova nessun equivalente), durata dell'indipendenza (Venezia 697–1797, circa 1.100 anni; Genova 1005–1797, circa 800 anni), Banco di San Giorgio (Genova, fondato 1407, prima banca pubblica d'Europa) e finanziamento della Corona Spagnola (Genova principale creditrice nel XVI-XVII secolo); sfondo con l'Arsenale di Venezia a sinistra e il Banco di San Giorgio di Genova a destra
IndicatoreVeneziaGenova
Flotta da guerra (inizio XV sec.)~45 galere + 300 navi grandiInferiore, struttura prevalentemente privata
Manodopera navale (inizio XV sec.)~36.000 marinaiNon comparabile: no Arsenale statale
Arsenale (XVI sec.)3.000 artigiani, 6 galere/meseNessun equivalente strutturato
Durata dell’indipendenza697–1797 (circa 1.100 anni)1005–1797 (circa 800 anni)
Banco di San GiorgioFondato 1407, prima banca pubblica d’Europa
Finanziamento Corona spagnolaMarginalePrincipale creditore nel XVI-XVII sec.

E se avesse vinto Genova? Una piccola ucronia

Immagina un Mediterraneo in cui Pietro Doria, invece di essere abbattuto da una palla di bombarda nel 1379 durante l’assedio di Chioggia, fosse sopravvissuto e avesse coordinato la stretta finale su Venezia. La pace genovese avrebbe probabilmente smembrato la Serenissima: nessun Stato di Terraferma, nessuna Venezia come grande potenza politica del Quattrocento. Con ogni probabilità, i Visconti avrebbero inglobato i domini veneziani nell’entroterra padano, e Genova avrebbe consolidato il controllo del Levante. Ma avrebbe anche trovato i turchi, l’espansione ottomana, la perdita di Caffa. Forse la storia finanziaria del «Secolo dei Genovesi» si sarebbe comunque realizzata — ma sarebbe rimasta l’unica forma di grandezza di una città che, per ragioni strutturali, non riuscì mai a costruire la coesione politica necessaria per durare come Stato.

I simboli del nazismo nascosti nei quadri di Erich Mercker

A MONACO DI BAVIERA, in Germania, la coltre del tempo e l’omertà della storia recente sono state squarciate grazie all’applicazione delle più moderne tecnologie di indagine visiva e materica. L’esplorazione del passato, quando condotta con il rigore metodologico tipico delle scienze esatte, riesce sovente a scardinare le narrative rassicuranti costruite a posteriori per celare le compromissioni ideologiche. Il protagonista di questa complessa indagine filologica è Erich Mercker, vissuto tra il 1891 e il 1973, un pittore di paesaggi e architetture che godette di notevole fortuna nella sua epoca e che non disdegnò di assecondare i dettami del regime. Durante gli anni più oscuri della storia europea, compresi tra il 1933 e il 1945, l’artista realizzò infatti svariate opere intrise di inequivocabile simbologia nazionalsocialista. Tra queste testimonianze spicca la tela originariamente intitolata Die Stätte des 9. November, una solenne rappresentazione del celebre monumento della Feldherrnhalle, eretto per commemorare i caduti del fallito colpo di stato perpetrato dal partito nel 1923. Terminata la catastrofe della seconda guerra mondiale, l’autore, al pari di innumerevoli colleghi inseriti nel panorama culturale dell’epoca, proseguì imperterrito la propria carriera artistica, operando una silente ma metodica censura sul proprio trascorso per riabilitarsi agli occhi del nuovo ordinamento democratico.

La riscoperta fortuita di questo peculiare manufatto si deve al produttore e regista cinematografico Thomas Schuhbauer, il quale ha rinvenuto l’opera nell’abitazione dei propri genitori, a cui il quadro era stato donato in occasione delle nozze celebrate nel 1966. A un’analisi superficiale, l’immagine presentava la rassicurante bandiera bavarese a losanghe bianche e azzurre, omettendo con cura qualsiasi traccia di soldati in armi o corone commemorative, e celandosi dietro titoli in apparenza innocui quali Feldherrnhalle oppure München am Odeonsplatz. Tuttavia, l’occhio attento ha potuto scorgere alcune incongruenze formali: la persistente visibilità della porzione superiore del sacrario, un’architettura che in realtà fu demolita immediatamente dopo la fine del conflitto, unitamente ad alcune lievi tracce di pigmento rossastro affioranti ai margini del vessillo, hanno insinuato il legittimo sospetto che la genesi del dipinto risalisse inequivocabilmente al periodo della dittatura.

Al fine di dissipare ogni incertezza documentale, Thomas Schuhbauer ha avviato una proficua collaborazione istituzionale con il centro di ricerca Helmholtz-Zentrum Berlin, affiancandosi alla dottoressa Ioanna Mantouvalou, eminente fisica in forza al gruppo di ricerca SyncLab presso la Technische Universität Berlin. L’impiego della spettroscopia di fluorescenza a raggi X ha rappresentato la chiave di volta dell’intera operazione ermeneutica. Tale sofisticato approccio metodologico non distruttivo, che consente di esaminare la composizione elementare dei pigmenti spingendosi ad alcuni millimetri di profondità sotto la superficie pittorica, ha restituito un verdetto ineluttabile. L’indagine diagnostica ha palesato in modo incontrovertibile la preesistenza di una bandiera rossa decorata con la svastica, magistralmente celata sotto il blasone bavarese. Sono emerse altresì le sagome originarie delle guardie armate, i severi festoni mortuari sul monumento e, finanche, le figure di alcuni passanti colti nell’atto di eseguire il saluto romano, tutti elementi che la mano dell’artista aveva tentato di consegnare all’oblio.

L’espediente tecnico impiegato per perpetrare tale falsificazione storica si è basato sull’utilizzo massiccio e mirato di bianco di titanio, un pigmento di recente introduzione che risulta del tutto assente nelle campiture del resto della composizione pittorica. La scoperta assume contorni ancor più definiti ed emblematici se si considera che, rovistando tra i materiali di bottega appartenuti a Erich Mercker, è stato rinvenuto proprio un tubetto di pittura a olio recante la dicitura Titanium White 10103 Schmincke. Questa circostanza comprova in via definitiva come sia stato l’artista medesimo, agendo con fretta e imperizia, a emendare la propria creazione per ripulirne la compromettente eredità politica. L’eccellente approccio multidisciplinare ha visto la partecipazione attiva dello storico dell’arte Patrick Jung e del pronipote dell’artista, Magnus Bauer, i quali hanno contribuito a trasformare una fredda indagine chimico-fisica in una profonda esplorazione sociologica delle ambiguità morali del nascente miracolo economico tedesco. A imperitura memoria di questa complessa indagine, in grado di ricordarci come l’arte possa tramutarsi in strumento di mistificazione, la tela è attualmente custodita presso le sale del Munich Documentation Centre for the History of National Socialism.

Messico. Scoperto come i sovrani Maya manipolavano il cielo

A El Palmar, nello Stato di Campeche in Messico, un’équipe di archeologi ha portato alla luce quella che attualmente è considerata la più antica datazione del calendario noto come Lungo Computo mai registrata nei bassopiani d’elezione della civiltà Maya. L’iscrizione monumentale, scolpita minuziosamente sulla pietra, fa riferimento a un momento cronologico che nel nostro sistema temporale corrisponde in modo esatto al 31 agosto 180 d.C.. Questa straordinaria testimonianza epigrafica risale dunque al II secolo, schiudendo nuove prospettive ermeneutiche sulle strategie con cui i primi sovrani consolidavano la propria ascesa al trono in un’epoca così remota.

Il sistema del Lungo Computo costituiva un rigoroso impianto di datazione lineare e continuo, mediante il quale gli scribi e le supreme autorità della società Maya documentavano in ordine strettamente cronologico gli eventi cardine della loro storiografia dinastica. Incidendo letteralmente sulla roccia le tappe fondamentali della propria esistenza, quali nascite, complesse alleanze matrimoniali e vittorie militari, i governanti asserivano e legittimavano al contempo la propria inoppugnabile autorità di matrice divina. Prima di questo fondamentale e rivoluzionario ritrovamento, la più antica datazione decifrata in tale regione mesoamericana risaliva all’anno 292 d.C., nel III secolo, rendendo di fatto la nuova scoperta più vetusta di oltre un centinaio di anni rispetto alla cronologia fino a oggi stabilita dalla storiografia ufficiale.

L’ambizioso progetto di ricerca, magistralmente condotto e coordinato dallo studioso Kenichiro Tsukamoto presso l’Università della California, si è concentrato sull’analisi analitica di tre distinti monumenti lapidei, tecnicamente classificati come stele e specificamente identificati con la numerazione 20, 45 e 46. Tali inestimabili manufatti consistono in imponenti lastre verticali di pietra, o possenti pilastri, che le antiche gerarchie Maya erigevano con la funzione di veri e propri veicoli di comunicazione pubblica, strutturati come arcaici manifesti volti a istruire e suggestionare le masse. Tuttavia, l’inesorabile scorrere dei secoli e la costante usura meteorologica avevano reso le tenere superfici in pietra calcarea quasi del tutto compromesse, risultando difatti impossibili da decifrare a occhio nudo.

Soltanto attraverso la combinazione sinergica della tecnica della fotogrammetria e dell’utilizzo di uno scanner tridimensionale ad altissima risoluzione, denominato Artec Spider II, l’équipe scientifica ha potuto finalmente svelare i complessi rilievi scolpiti su questi monumenti quasi duemila anni or sono. Questo avanzato strumento tecnologico si è rivelato in grado di catturare e restituire i microscopici dettagli morfologici con un’impressionante precisione millimetrica. Oltre a tale prodigiosa scansione, i ricercatori hanno sapientemente impiegato sofisticati programmi informatici al fine di illuminare artificialmente i modelli digitali delle superfici rocciose da molteplici e variabili angolazioni, riuscendo così a delineare con assoluta nitidezza i contorni ormai quasi evanescenti dei geroglifici originari.

Come diffusamente argomentato nello studio pubblicato sulla prestigiosa rivista accademica Ancient Mesoamerica, i modelli tridimensionali hanno restituito l’evidenza inconfutabile di una datazione del Lungo Computo pari a 8.7.1.0.0, equivalente per l’appunto al 31 agosto 180 d.C.. Il dettaglio intrinseco che eleva questa scoperta a un rango di eccezionale rilevanza storiografica risiede nel fatto che la cronologia in questione non appare in forma astratta o isolata, bensì risulta intimamente legata a specifici e cruciali accadimenti storici e istituzionali. Tra questi eventi incisi a imperitura memoria, spicca in particolar modo quella che a tutti gli effetti sembra configurarsi come la solenne cerimonia di ascesa al trono di un sovrano, accompagnata con alta probabilità da un fastoso rito pubblico che vedeva come fulcro teologico l’invocazione del Dio Giaguaro dell’Oltretomba.

Tali accuratissime raffigurazioni digitali hanno permesso di leggere iscrizioni finora del tutto ignote alla comunità scientifica, le quali connettono in modo indissolubile e programmatico la successione dinastica agli ineluttabili eventi del calendario, offrendo così una chiave di lettura privilegiata sul ruolo del calendario divinatorio di 260 giorni e dello stesso Lungo Computo. Tramite simili e reiterate pratiche rituali, il monarca mirava a un incontestabile affermazione della propria autorità regia dinanzi all’intera struttura sociale.

L’indagine filologica sui reperti suggerisce pertanto, senza tema di smentita, che i primi sovrani Maya impiegassero architetture di messaggistica politica estremamente sofisticate in quest’area geografica con un anticipo temporale assai maggiore rispetto a quanto le precedenti teorie accademiche avessero audacemente ipotizzato. Ancorando in modo strutturale la propria presa di potere a un contesto cosmico profondamente sacro e a una linea del tempo di natura immutabile e ultraterrena, le supreme autorità dell’epoca riuscivano a consolidare in maniera ferrea, sistematica e inappellabile il proprio dominio assoluto sulle popolazioni a loro soggette.

Gli inglesi devono a Genova 247 anni di affitto per la loro bandiera?

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«Your Majesty, I regret to inform you that from my books it looks like you didn’t pay for the last 247 years.»

— Battuta ricorrente sui social italiani, riemersa prepotentemente la notte del 12 luglio 2021, dopo la vittoria dell’Italia agli Europei contro l’Inghilterra.

Quella notte, mentre le piazze italiane esplodevano di gioia, su Facebook, Instagram e Twitter circolava con la velocità di un meme virale una storia dal sapore antico e irresistibile: la bandiera dell’Inghilterra — quella croce rossa su fondo bianco che i tifosi inglesi avevano sventolato per tutta la competizione — non sarebbe altro che il vessillo di Genova, concesso in uso alla corona britannica nel lontano 1190, in cambio di un tributo annuale che, a un certo punto, gli inglesi avrebbero smesso di pagare. Mancano all’appello, si diceva, circa 250 anni di canoni arretrati.

La storia piace. Piace moltissimo. Ha tutto quello che una leggenda di successo deve avere: un’origine medievale, un sovrano famoso come Riccardo Cuor di Leone, un’intera nazione che deve qualcosa all’Italia, e il gusto sottile di un debito mai saldato. Ma è vera?

La risposta, come quasi sempre accade quando una storia è troppo bella, è complicata.

Il soldato che non fu mai genovese

Per capire da dove viene la croce rossa su fondo bianco, bisogna risalire molto prima di Genova, molto prima dell’Inghilterra, molto prima perfino delle crociate. Bisogna tornare in Cappadocia, nell’attuale Turchia, attorno al 280 d.C., dove secondo la tradizione cristiana nacque Giorgio da una famiglia di fede cristiana.

Giorgio si arruolò nell’esercito di Diocleziano e, secondo le agiografie, raggiunse un rango elevato nella guardia imperiale. Quando nel 303 d.C. Diocleziano emanò l’editto di persecuzione contro i cristiani, Giorgio si rifiutò di abiurare la fede. Fu arrestato, torturato e infine decapitato a Nicomedia il 23 aprile di quell’anno. Da quel giorno, la chiesa cristiana lo venerava come martire.

Fin qui, nulla che abbia a che fare con croci rosse, bandiere bianche o repubbliche marinare. La figura di San Giorgio come guerriero che uccide il drago — l’immagine che tutti conosciamo — comparve molto più tardi: il racconto della vittoria sul drago emerge solo attorno al XII secolo e conobbe una popolarità straordinaria a partire dal XIII, grazie alla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine e alla diffusione dell’iconografia cavalleresca crociata. Il santo cappadoce, martire ignoto nei secoli dell’antichità tardiva, si trasformò nel modello del cavaliere cristiano proprio nel momento in cui l’Europa aveva bisogno di eroi da esportare in Terra Santa.

Il culto di San Giorgio si diffuse in tutto il Mediterraneo orientale già nel VI secolo, con centri devozionali a Lydda in Palestina, a Gerusalemme, a Costantinopoli. Non era un santo italiano, non era un santo inglese, non era un santo di nessuna nazione in particolare: era un martire universale della chiesa, venerato da cattolici, ortodossi, anglicani, e perfino da alcune correnti dell’Islam.

Genova e la prima crociata: la nascita di un simbolo

Cavaliere crociato genovese davanti alle mura di Gerusalemme con macchine d’assedio e bandiera di San Giorgio durante la Prima Crociata

È nel crogiolo delle crociate che la croce rossa su fondo bianco si lega per la prima volta all’identità genovese. Siamo nel luglio del 1099. Gerusalemme è sotto assedio cristiano da mesi, ma i crociati sono esausti, a corto di rifornimenti, senza macchine da guerra sufficienti ad abbattere le mura. È in questo momento che arriva un personaggio destinato a diventare leggendario: Guglielmo Embriaco, detto “Testa di Maglio”, nobile genovese, comandante di due galee — l’Embriaga e la Grifona — con circa duecento uomini tra marinai, soldati e i temutissimi balestrieri.

Quando una flotta egiziana minaccia il porto di Giaffa, Embriaco prende una decisione tanto audace quanto geniale: fa smontare le proprie navi fino all’ossatura, carica il legname su carovane e percorre a piedi i sessanta chilometri che lo separano da Gerusalemme. Con quel legname costruisce torri d’assedio alte quaranta metri, le riveste di pece e pellame per renderle impermeabili al fuoco, le avvicina alle mura. Il 15 luglio 1099, i genovesi scalano per primi le mura della città santa.

Sull’architrave del Santo Sepolcro, la tradizione vuole che fosse inciso a lettere d’oro: Praepotens Genuensium Praesidium — «Grazie allo strapotere dei genovesi».

È in questo contesto che la croce di San Giorgio — la croce bianca cruxata di rosso — diventa il simbolo della Repubblica nascente. I marinai genovesi erano già venerati (e temuti) nel Mediterraneo. I loro balestrieri erano considerati i migliori al mondo. La bandiera con la croce rossa diventò il segno visibile di quella forza: un lasciapassare, una garanzia di sicurezza su tutti i mari. Bastava intravedere al largo quel vessillo perché pirati, saraceni e avversari di ogni provenienza preferissero cambiare rotta.

Riccardo e il Doge: la storia che tutti vogliono credere

Riccardo Cuor di Leone e un doge genovese su una nave crociata con bandiera di San Giorgio durante una spedizione medievale

Eccoci al cuore della leggenda. È il 1190. Riccardo I d’Inghilterra — Cuor di Leone, il re guerriero per antonomasia — si appresta a partire per la Terza Crociata. Ha bisogno di navi, di uomini e di un modo per attraversare il Mediterraneo senza diventare bersaglio di ogni corsaro e sultano che incontri lungo la rotta.

La tradizione genovese vuole che, durante la traversata, Riccardo si accorgesse di un fenomeno curioso: le galee che battevano la bandiera con la croce rossa venivano sistematicamente ignorate dai musulmani e dai pirati. Incuriosito, avrebbe chiesto spiegazioni all’ammiraglio genovese Lercari, il quale avrebbe risposto indicando il vessillo: «Chi osa attaccare un legno difeso da questa insegna incorre in morte certa». Il corpo dei balestrieri genovesi incuteva rispetto e terrore in tutti i mari.

Riccardo avrebbe allora chiesto e ottenuto il diritto di usare la bandiera genovese per le proprie navi nel Mediterraneo e nel Mar Nero, in cambio di un tributo annuale al Doge. Dopo secoli di fedele pagamento, a un certo punto — intorno al 1771, secondo la versione più diffusa — la Corona britannica avrebbe semplicemente smesso di versare il canone.

Questa storia, nella sua versione essenziale, è quella che ancora oggi circola sui social, nei dépliant turistici, negli articoli di giornale scritti in fretta prima delle partite di calcio. Ha il ritmo di un racconto medievale, la precisione apparente di un atto notarile, e il finale amaro di un credito mai riscosso. È perfetta.

È anche, nel senso tecnico del termine, una bufala.

L’anatomia di un mito: da Agostino Giustiniani all’Expo 1992

Lo storico dell’arte e divulgatore genovese Giacomo Montanari, interpellato dal quotidiano La Stampa all’indomani della finale di Euro 2020, è stato lapidario: «È una bufala storica creata ad arte nel XVI secolo. Punto».

La genesi intellettuale della leggenda risale agli Annali di Agostino Giustiniani, erudito genovese del Cinquecento impegnato nella costruzione sistematica di un pantheon di glorie patrie. Giustiniani stava ricostruendo — non senza «moltissime forzature e arbitrarie “verità”» — la grandezza di Genova per un pubblico coevo, con l’obiettivo dichiaratamente politico di celebrare la Repubblica. I suoi scritti non sono atti d’archivio: sono propaganda culturale di altissima qualità, destinata a sopravvivere nei secoli e a essere scambiata, da lettori meno accorti, per cronaca neutrale.

Per secoli la storia rimase confinata negli scaffali degli eruditi. Poi accadde qualcosa di straordinario: l’Expo di Genova del 1992, organizzato per celebrare i cinquecento anni dal viaggio di Cristoforo Colombo, divenne il trampolino di lancio involontario di questa leggenda verso il grande pubblico. Nel padiglione britannico — firmato nientemeno che da Sua Altezza Reale il Duca di Kent — comparve un testo, riportato in un libretto illustrativo realizzato dal Comune di Genova, che recitava: «La bandiera di San Giorgio, una croce rossa su fondo bianco, fu adottata dall’Inghilterra e dalla Città di Londra nel 1190 per le navi inglesi dirette verso il Mediterraneo affinché potessero essere protette dalla flotta genovese. Per questo privilegio, il Monarca inglese corrispondeva al Doge di Genova un tributo annuale».

Il testo era probabilmente tratto dallo storico contemporaneo di lingua inglese Jonathan Good, autore di The Cult of St. George in Medieval England, che a sua volta citava la tradizione della “creazione genovese” del simbolo senza disporre di documenti primari a supporto. Una catena citazionale fragile, costruita su fonti di seconda mano risalenti alla propaganda cinquecentesca del Giustiniani, ma confezionata con l’autorevolezza di un’esposizione internazionale e il sigillo reale britannico.Gli anni Duemila e i social network hanno fatto il resto. La storia, già dotata di una patina di ufficialità, è diventata uno dei contenuti virali più condivisi nella storia del web italiano, rilanciata da testate giornalistiche, pagine di curiosità storica, account Instagram e profili Facebook dedicati all'”orgoglio italiano”.

La croce che non appartiene a nessuno

Ma c’è un altro problema con la leggenda, ancora più fondamentale della mancanza di documenti: la premessa stessa è storicamente contestabile.

La croce rossa su fondo bianco non fu “inventata” da Genova. Era un simbolo cristiano condiviso, diffuso in tutto il mondo crociato, adottato da comunità diverse in contesti diversi e per ragioni diverse. Le radici iconografiche affondano nella tradizione costantiniana — il «in hoc signo vinces» con cui l’imperatore Costantino aveva trasformato la croce in simbolo militare — e nella devozione a San Giorgio diffusa fin dal VI secolo in tutto il Mediterraneo orientale.

La prova più eloquente? La croce di San Giorgio compare nell’arazzo di Bayeux come vessillo della nave ammiraglia di Guglielmo il Conquistatore — siamo nel 1066, più di trent’anni prima della prima crociata, e dunque in un’epoca in cui il presunto primato genovese del simbolo non aveva ancora senso. L’arazzo fu realizzato tra il 1070 e il 1077, ed è uno dei documenti storici più attendibili dell’XI secolo.

L’associazione esplicita e istituzionale tra l’Inghilterra e San Giorgio si consolida nel XIV secolo: nel 1348, Edoardo III fondò l’Ordine della Giarrettiera — il più antico e prestigioso ordine cavalleresco britannico — proprio in onore di San Giorgio, nominandolo patrono d’Inghilterra. La sede dell’Ordine è ancora oggi la Cappella di San Giorgio nel Castello di Windsor, e ogni anno il 23 aprile, festa del santo, i cavalieri si riuniscono in capitolo.

Questo percorso di appropriazione simbolica è parallelo a quello genovese, non derivato da esso. Tanto Genova quanto l’Inghilterra attinsero allo stesso serbatoio di iconografia cristiano-crociata. Non c’era un proprietario. C’era un simbolo comune, usato da tutti, che due diverse comunità hanno trasformato nel proprio segno identitario.

Allora perché continuiamo a raccontarla?

La risposta non è nella storia medievale, ma nella psicologia contemporanea. La leggenda della bandiera “affittata” offre qualcosa di raro e prezioso nel catalogo delle narrazioni identitarie: la sensazione che una grande potenza — l’Inghilterra, simbolo per molti italiani di arroganza imperiale e distacco europeo — debba qualcosa a un’Italia minore, periferica, dimenticata. Non una conquista militare, non una scoperta scientifica, ma una dipendenza simbolica: perfino la loro bandiera è nostra.

È anche una storia perfettamente adattata al formato digitale. È breve, verificabile in apparenza, rovescia un rapporto di forza e contiene una cifra precisa (il tributo non pagato dal 1771) che le conferisce l’aria di un dato storico accertato. Ogni qualvolta l’Italia affronta l’Inghilterra in una competizione sportiva, i social la riesumano con tempismo impeccabile. Il fatto che nessuno si chieda mai dove si trovino i documenti originali testimonia quanto, di fronte a una storia abbastanza seducente, la verifica passi istintivamente in secondo piano.

C’è poi una dimensione più sottile, quella che potremmo chiamare il marketing del patrimonio. Genova, come molte città italiane ricche di storia ma relegate ai margini del racconto nazionale, ha tutto l’interesse a costruire narrazioni che la ricolleghino al centro dell’Europa e del mondo. La storia della bandiera ha funzionato egregiamente come strumento di promozione turistica e di orgoglio civico, già nell’Expo del 1992 e ancora di più nell’era dei social. Che sia documentata o meno diventa quasi irrilevante, quando il beneficio identitario è così tangibile.

Cosa resta: la responsabilità di chi racconta

«Attualmente non esistono documenti che riconducano l’origine della bandiera inglese a una concessione di Genova, men che meno al pagamento di un tributo annuale».

La frase, arida nella sua essenzialità, è la sintesi di ogni fact-checking serio prodotto su questo tema negli ultimi anni, da Facta a Genova24, dagli studiosi dell’Archivio di Stato di Genova alle ricerche accademiche anglosassoni. Non significa che Genova non avesse una grande tradizione marinaresca, o che i balestrieri genovesi non incutessero rispetto nel Mediterraneo medievale: quelle sono realtà storiche documentate e straordinarie, che non hanno bisogno di essere abbellite con leggende senza prove.

Il problema non è la leggenda in sé — le leggende sono parte integrante della memoria collettiva e meritano di essere raccontate come tali. Il problema è quando la leggenda viene presentata come fatto storico accertato, senza segnalare al lettore dove finiscano i documenti e inizi la narrazione.

Giacomo Montanari, lo stesso storico che ha pubblicamente smontato la bufala, ha poi costruito per esperimento una versione ancora più suggestiva della leggenda, semplicemente per dimostrare quanto facilmente una storia plausibile possa diventare virale e trasformarsi in “verità” sulla rete. Il risultato fu che molti, leggendo la versione inventata da Montanari a scopo dimostrativo, la condivisero come autentica. La trappola funzionò.

Nel castello di Windsor, ogni 23 aprile, i cavalieri dell’Ordine della Giarrettiera si raccolgono nella cappella di San Giorgio per celebrare il loro patrono. A Genova, la stessa data è la festa del patrono della città, e la croce rossa su fondo bianco sventola dai palazzi del centro storico. In migliaia di chiese dell’Armenia, della Palestina, della Georgia e della Cappadocia, il nome di Giorgio — il soldato cappadoce giustiziato a Nicomedia nel 303 — risuona ancora come quello di un martire universale.

La vera storia non parla di affitti e canoni. Parla di un simbolo che attraversa quindici secoli, migliaia di chilometri e decine di culture, trasformandosi ogni volta in qualcosa di diverso: il segno della croce, l’emblema del guerriero, il gonfalone della repubblica, la bandiera della nazione, il meme della rivincita calcistica. Ogni comunità ci ha proiettato sopra i propri miti, le proprie ambizioni, i propri nemici.

In fondo, è proprio quello che fanno le bandiere.

Gli imperatori romani che furono anche faraoni

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Era estate — i sacerdoti del Tempio di Iside a Shanhur, in Alto Egitto, stavano ultimando i rilievi sul muro esterno occidentale. L’uomo che incidevano nella pietra indossava una corona elaborata: tre piante di giunco sulle corna di un ariete, con tre falconi in cima e tre dischi solari che rappresentavano il Sole. Stava erigendo un palo con una mezzaluna in cima, rito sacro in onore di Min, dio della fertilità. Alle sue spalle, otto officianti in doppia piuma si arrampicavano sui pali di supporto. Era l’imperatore Claudio — a Roma goffo, spesso deriso dalla corte, mai venerato come un re. Ma lì, nei geroglifici di Shanhur, i sacerdoti lo chiamavano senza esitazione «figlio di Ra, Signore delle Corone», «Re dell’Alto e del Basso Egitto, Signore delle Due Terre».

Claudio non aveva mai messo piede in Egitto. Non lo avrebbe mai fatto. Eppure era faraone.

Questa storia comincia con una domanda che sembra scontata e invece non lo è: Cleopatra fu davvero l’ultimo faraone d’Egitto?

Il luogo comune da smontare

La risposta automatica di chiunque abbia studiato storia è sì: Cleopatra VII Filopàtore, morta nel 30 a.C. dopo la battaglia di Azio, è considerata l’ultima sovrana della dinastia tolemaica e l’ultima dell’età ellenistica, la cui fine si fa coincidere proprio con la sua morte. Ma questa risposta, per quanto storicamente accurata dal punto di vista politico romano, è solo mezza storia.

L’altra metà si trova incisa nei templi sul Nilo. I sacerdoti egizi continuarono a rappresentare gli imperatori romani con iconografia faraonica, nomi in cartigli regali e titolature divine per almeno tre secoli dopo Cleopatra. La regalità faraonica, pur avendo perso la propria identità istituzionale politica e giuridica, conservava ancora la sua qualità cultuale come elemento centrale della religione templare egizia, e manteneva il suo carattere storico — attraverso i nomi e gli attributi degli imperatori romani scritti in geroglifico all’interno dei cartigli regali — fino a Costantino.

Rispondere alla domanda chi fu l’ultimo faraone, dunque, dipende dal criterio scelto: sovranità politica, oppure continuità cultuale e materiale. E scegliere il secondo criterio cambia tutto.

La conquista del 30 a.C. e la nascita della “provincia personale”

Dopo la vittoria di Azio nel 31 a.C. e la morte di Cleopatra e Marco Antonio nel 30 a.C., Ottaviano si trova ad Alessandria padrone dell’Egitto — ma in una posizione giuridica peculiare: tecnicamente non era ancora console, non aveva ancora il titolo di “Augusto” (conferito solo nel 27 a.C.) e formalmente si appoggiava ancora al quadro della Repubblica. Aveva conquistato l’Egitto non come generale dello Stato romano, ma come uomo privato con il suo esercito privato.

Questa anomalia giuridica divenne la fondazione di uno statuto eccezionale. L’Egitto non divenne una provincia normale: era proprietas personale del princeps, gestita attraverso un prefetto di rango equestre anziché senatoriale. Augusto vietò per legge a qualsiasi senatore di mettere piede in Egitto senza esplicita autorizzazione imperiale, per impedire che chiunque con sufficiente base di potere potesse contestare il controllo imperiale sulla provincia. Il motivo era chiaro: l’Egitto riforniva di grano l’intero Mediterraneo, controllarne le entrate significava controllare Roma.

Ma insieme alla provincia il nuovo padrone ereditava qualcosa di più sottile e difficile da maneggiare: tremila anni di sacralità faraonica.

L’odio romano per i re, e la necessità di un faraone sul Nilo

Roma aveva cacciato i Tarquini nel 509 a.C. e fondato la Repubblica su un principio fondamentale: nessun singolo uomo poteva essere rex. La parola “re” era diventata tabù politico; quando Giulio Cesare sembrava aspirarvi, ne pagò le conseguenze con la vita. Augusto costruì con cura il proprio potere attorno a titoli repubblicani — princeps, imperator nel senso militare originario, tribunicia potestas — evitando accuratamente qualunque termine che evocasse monarchia. La parola rex non compare mai nella titolatura ufficiale di nessun imperatore romano.

In Egitto, però, esisteva un problema di segno esattamente opposto. La teologia templare egizia richiedeva l’esistenza di un faraone: un intermediario tra l’umanità e gli dèi, garante dell’ordine cosmico (Maat), officiante dei riti stagionali senza i quali il Nilo non sarebbe esondato, i raccolti non sarebbero cresciuti, il mondo non avrebbe funzionato. Dopo tremila anni di storia era semplicemente impensabile un Egitto senza faraone.

I sacerdoti, depositari di questa tradizione millenaria, trovarono la soluzione pragmatica: qualunque fosse il nome del nuovo padrone del Nilo, andava inserito nei cartigli e rivestito degli attributi faraonici. Non lo fecero necessariamente per obbedire a Roma — lo fecero perché il loro sistema teologico non contemplava un’alternativa. «Dovevano avere un faraone», ha scritto la prof.ssa Martina Minas-Nerpel dell’Università di Swansea, «e l’unico faraone possibile sotto Ottaviano era Ottaviano».

Si trattava, in sintesi, di un compromesso tacito: Roma garantisce ordine e non interferisce nei culti tradizionali; i sacerdoti egizi vestono il nuovo sovrano con i simboli faraonici, garantendo continuità religiosa e legittimazione locale del dominio romano.

Dal cartiglio ai templi: come si costruisce un faraone romano

Cerimonia tra Roma ed Egitto con generale romano incoronato e rilievo di faraone e dio Ra con cartiglio regale e processione di dignitari

Il meccanismo è documentato con straordinaria precisione grazie alla Stele di Philae, eretta nell’aprile del 29 a.C. presso il Tempio di Iside a Philae, vicino alla prima cateratta del Nilo. La stele fu commissionata da Gaio Cornelio Gallo, il primo prefetto romano d’Egitto scelto da Ottaviano. Il testo è trilingue — geroglifici egiziani, latino e greco — e celebra la fine dei re tolemaici e la vittoria sui “re degli etiopi”.

Per decenni si era creduto che il cartiglio inciso nella pietra contenesse il nome di Gallo stesso. Una nuova ricerca guidata dalla prof.ssa Minas-Nerpel ha invece confermato che il nome all’interno del cartiglio è quello di Ottaviano Augusto. Un’ulteriore conferma viene dall’isola di Kalabsha, in Alto Egitto, dove un secondo cartiglio con il nome di Ottaviano risale al 30 a.C., anno stesso della conquista.

Il meccanismo, dunque, era attivissimo già dall’inizio: il nome dell’imperatore viene scritto con i geroglifici nel formato riservato ai faraoni — un’ellisse allungata con una barra trasversale alla base, chiamata shenou in egiziano antico, destinata a contenere esclusivamente il nome del re e a proteggerlo con il suo potere. I sacerdoti traducevano il nome latino in una trascrizione geroglifica, gli attribuivano epiteti divini — “figlio di Ra”, “Signore delle Due Terre”, “colui che vive per sempre come Ra” — e lo inserivano nelle scene di offerta, nei rituali stagionali, nelle fondazioni di templi.

Nel tempio al dio Mandulis a Kalabsha (Talmis), Augusto è raffigurato nella stessa posa che poteva essere di un Thutmosi o di un Ramesse. Tiberio, erede di Augusto (14–37 d.C.), appare sulle pareti del tempio di Kom Ombo con la stessa iconografia faraonica. La pratica, documentata da Augusto fino a Costantino, attraversa tutte le grandi dinastie imperiali romane.

Caso di studio: Claudio, il faraone che non vide mai il Nilo

Il caso più paradossale e meglio documentato è quello di Claudio (41–54 d.C.). La scena di Shanhur — scoperta durante scavi nel 2000 e registrata completamente nel 2010 — è stata pubblicata sulla rivista accademica Zeitschrift für ägyptische Sprache und Altertumskunde dalle ricercatrici Martina Minas-Nerpel (Università di Swansea) e Marleen De Meyer (KU Leuven).

Il rilievo mostra Claudio nell’atto di erigere il palo di Min, il rituale che inaugura la stagione dei raccolti. È una scena di fondazione: il sovrano legittimo compie il gesto che garantisce la fertilità della terra. La corona che porta — tre piante di giunco sulle corna di un ariete, con falconi e dischi solari — è tipica della tarda tradizione faraonica, comune dopo il 332 a.C., mai indossata al di fuori dell’Egitto. I geroglifici descrivono il dio Min come «colui che addestra i cavalli da battaglia, la paura di lui è nelle Due Terre», e Min dice a Claudio: «Ti offro le terre straniere meridionali» — probabilmente i deserti ricchi di minerali.

Un’altra scena nello stesso tempio ritrae Claudio mentre offre lattuga a Min — simbolo della fertilità del dio — con Horo bambino al centro: «Prendi la lattuga per unirla al tuo corpo», dicono i geroglifici nella voce di Claudio.

Come Minas-Nerpel e De Meyer sottolineano: «Anche se sappiamo che Claudio, come la maggior parte degli imperatori romani, non visitò mai l’Egitto, il suo comando sul Nilo e sulle regioni desertiche era legittimato attraverso il culto. Decorando l’esterno del tempio con questo rituale, Claudio in teoria aveva ricevuto le caratteristiche di Min e quindi la sua abilità a governare l’Egitto».

Il paradosso è perfetto: a Roma, Claudio è l’imperatore che Caligola teneva nascosto dietro le tende per farne il bersaglio degli scherzi di corte. Sul Nilo è figlio di Ra, Signore delle Corone.

La “34ª Dinastia”: l’elenco dei faraoni romani

Nelle classificazioni storiografiche di settore, gli imperatori romani sono talvolta raccolti sotto la dicitura “faraoni romani” o, più raramente, “34ª Dinastia d’Egitto”. Non tutti gli imperatori sono attestati con la stessa intensità nelle iscrizioni templari — la documentazione dipende da quale tempio fu completato o decorato durante il loro regno. L’elenco seguente riassume le principali evidenze per dinastia.

ImperatorePeriodoEvidenze faraoniche principaliVisita in Egitto
Augusto30 a.C. – 14 d.C.Stele di Philae (29 a.C.); cartiglio a Kalabsha (30 a.C.); tempio di Kalabsha; iconografia faraonica in vari templiNo
Tiberio14 – 37 d.C.Pareti del Tempio di Kom OmboNo
Caligola37 – 41 d.C.Trasportò l’obelisco vaticano da Eliopoli a Roma; attestazioni templariNo
Claudio41 – 54 d.C.Tempio di Iside a Shanhur (scena di Min; scena della lattuga); Tempio di Iside a PhilaeNo
Nerone54 – 68 d.C.Iscrizioni templari; attestazioni geroglifiche con cartigliNo
Vespasiano69 – 79 d.C.Visitò Alessandria prima di salire al trono; attestazioni templari
Tito79 – 81 d.C.Attestazioni nei templi egizianiSì (come generale)
Domiziano81 – 96 d.C.Obelischi romani con geroglifici composti appositamente (Benevento, Pincio); scene templariNo
Traiano98 – 117 d.C.Decorazioni nel Tempio di Iside a Shanhur; attività costruttiva in EgittoNo
Adriano117 – 138 d.C.Visitò l’Egitto nel 130 d.C.; fece costruire obelisco per Antinoo; iscrizioni geroglifiche con elogi imperiali
Caracalla198 – 217 d.C.Attestazioni nei templi dell’Alto Egitto
fino al IV sec.La titolatura faraonica in geroglifico è attestata fino a Costantino[

Gli obelischi: l’altra faccia del doppio gioco

Illustrazione dell'antica Roma con obelischi egizi, templi monumentali, arco trionfale e folla in una piazza imperiale

Accanto alle rappresentazioni templari in Egitto, esiste un versante romano della stessa propaganda: gli obelischi. Roma è oggi la città con il maggior numero di obelischi al mondo — 13 in totale, di cui 8 di origine egizia autentica e 5 di fattura romana ma a imitazione egiziana.

Portare gli obelischi a Roma significava appropriarsi del prestigio dei faraoni e dimostrare che l’Impero era il nuovo centro del mondo. Augusto fu il primo a farlo su larga scala: fece trasportare da Eliopoli due grandi obelischi, uno per la spina del Circo Massimo e uno come gnomone del suo Solarium Augusti in Campo Marzio. Caligola spostò quello vaticano da Alessandria al suo circo privato.

Il caso di Domiziano è particolarmente rilevante: l’imperatore commissionò obelischi nuovi a imitazione di quelli egizi, facendoli ricoprire con iscrizioni geroglifiche composte appositamente per celebrare il mondo dell’Impero romano attraverso il filtro della cultura egizia. I suoi obelischi di Benevento — dedicati a Iside — non sono bottini di guerra ma atti consapevoli di appropriazione culturale. Alcuni, come l’obelisco Sallustiano, riportano geroglifici copiati con errori e capovolgimenti da modelli faraonici: Roma vuole parlare quella lingua, ma non sempre la conosce abbastanza bene.

Il quadro che emerge è quello di un doppio livello di propaganda speculare: in Egitto l’imperatore è raffigurato come faraone nei templi locali; a Roma porta gli obelischi dei faraoni per mostrare che è il loro erede.

Come si spiega, sul piano strutturale, che un sistema di potere così romano e anti-monarchico abbia accettato per secoli questo travestimento faraonico? La risposta sta nella logica del sistema templare egiziano.

I sacerdoti egizi erano l’unica casta in grado di leggere i geroglifici, ormai incomprensibili al resto della popolazione. Erano depositari di una cultura millenaria, garanti dei calendari agricoli e rituali, intermediari tra il popolo e gli dèi del Nilo. Non avevano interesse a sfidare il dominio romano — volevano continuare a officiare i culti, mantenere il controllo dei templi e dei loro patrimoni, garantire la fertilità della terra. Per farlo, avevano bisogno di un faraone.

Roma, dal canto suo, aveva tutto l’interesse a non interferire con questa macchina di legittimazione locale. Un Egitto i cui sacerdoti riconoscevano l’imperatore come faraone era un Egitto stabile, cooperativo, fiscalmente produttivo. Il prefetto imperiale governava in latino; i sacerdoti governavano in geroglifico; entrambi ci guadagnavano.

Il risultato fu una delle forme più sofisticate di adattamento culturale dell’antichità: un imperatore che a Roma era per statuto il primo tra i cittadini, in Egitto era il figlio di Ra che regge le Due Terre. Due identità, due linguaggi di potere, un solo uomo.

Chi fu davvero l’ultimo faraone?

La domanda ha due risposte legittime, a seconda dell’ottica.

Ottica politica: Cleopatra VII è l’ultima sovrana indipendente dell’Egitto, l’ultima che governò come faraone nel senso pieno — regnando in proprio, parlando egiziano (fu la prima della sua dinastia a impararlo), officiando i riti in persona. Con lei finisce la monarchia egizia come istituzione autonoma.

Ottica templare e cultuale: l’istituzione faraonica non si interrompe con Cleopatra. Continua nei templi, nelle iscrizioni, nei rilievi, nei cartigli. Gli imperatori romani sono faraoni per i sacerdoti del Nilo, faraoni nella teologia, faraoni nell’iconografia. Le ultime attestazioni certe di nomi imperiali in cartigli geroglifici con piena titolatura faraonica risalgono all’epoca di Costantino, nel IV secolo d.C. — tre secoli dopo Cleopatra.

La chiusura dei templi pagani ordinata da Teodosio nel 391 d.C. mise fine alla tradizione: non perché qualcuno decretasse la scomparsa del faraone, ma perché i sacerdoti che sapevano comporre le iscrizioni geroglifiche e officiare i riti scomparvero insieme ai templi.

Cleopatra è l’ultimo faraone che parlava egiziano. I suoi successori parlavano latino — ma per gli dèi del Nilo, fino alla fine, erano ancora faraoni.

Box: Timeline rapida

AnnoEvento
31 a.C.Battaglia di Azio: Ottaviano sconfigge Marco Antonio e Cleopatra
30 a.C.Morte di Cleopatra VII; Ottaviano annette l’Egitto come dominio personale; cartiglio di Kalabsha
29 a.C.Stele di Philae con il nome di Ottaviano in un cartiglio
27 a.C.Ottaviano riceve il titolo di “Augusto” dal Senato
10 a.C.Augusto trasporta l’Obelisco Flaminio da Eliopoli al Circo Massimo
14 d.C.Tiberio: primo erede al “trono faraonico” romano; attestazioni a Kom Ombo
41–54 d.C.Claudio: scene faraoniche a Shanhur (Min, offerta di lattuga)
81–96 d.C.Domiziano commette nuovi obelischi con geroglifici a Benevento
130 d.C.Adriano visita l’Egitto; morte di Antinoo; costruzione di obelisco commemorativo
IV sec. d.C.Ultime attestazioni di cartigli imperiali romani in geroglifico fino a Costantino
391 d.C.Editto di Teodosio: chiusura dei templi pagani; fine della tradizione templare egizia

Egitto. Scoperta necropoli del dio Seth e dei cinghiali sacri

A Tell Kom Aziza, nel governatorato di Beheira, in Egitto, le recenti e meticolose indagini archeologiche hanno portato alla luce un vasto complesso funerario risalente storicamente ai periodi greco e romano. La campagna di scavi, tempestivamente portata all’attenzione della comunità scientifica internazionale dalle pagine della testata Ahram Online e confermata in veste ufficiale dal Ministero del Turismo e delle Antichità Egiziano in data 8 Giugno 2026, si inserisce in un tessuto stratigrafico di inestimabile valore accademico. Le antiche sepolture poggiano infatti in modo diretto sulle fondamenta di un insediamento preesistente, le cui lontane origini si disperdono nelle nebbie cronologiche dell’Antico Regno, un’epoca arcaica databile a circa quattromila anni or sono.

Secondo quanto formalmente e autorevolmente dichiarato da Sherif Fathy, massima carica ministeriale per il settore in questione, l’architettura funeraria di questo specifico sito manifesta una straordinaria eterogeneità di soluzioni strutturali e progettuali. Le inumazioni analizzate con perizia dagli archeologi spaziano da modestissime fosse terragne, all’interno delle quali le spoglie mortali venivano pietosamente deposte a nudo e diretto contatto con il suolo, fino a giungere a ben più complessi e sofisticati sepolcri finemente rivestiti in mattoni di fango essiccato. Tra i reperti di innegabile pregio artistico ed elevato spessore artigianale emergono numerosi sarcofagi impreziositi da intonaco dipinto e caratteristiche bare in terracotta dalla singolare sagoma a botte, manufatti che gli esperti fanno risalire inequivocabilmente al florido periodo tolemaico.

La disposizione spaziale e planimetrica delle salme rivela agli studiosi una notevole molteplicità di antiche pratiche rituali, ampiamente testimoniata dagli orientamenti intenzionalmente differenziati lungo i punti cardinali, con una chiara e sistematica predilezione per i vettori direzionali nord-sud ed est-ovest. Anche la postura fisica assegnata ai defunti appare grandemente variabile e costantemente oggetto di studio teologico: i resti umani presentano infatti le braccia metodicamente incrociate sul bacino oppure solennemente ripiegate sul petto, in un atteggiamento di perpetuo e ieratico riposo. Accanto a tali corpi incorrotti dal tempo, gli instancabili escavatori hanno recuperato un corredo materiale particolarmente prospero e variegato, comprendente vasi finemente intagliati in pietra e forgiati in terracotta, antichi stampi in ceramica per la panificazione, strumenti operativi di uso quotidiano e persino strutture in laterizio impiegate originariamente come fornaci. A completare tale affascinante scenario di vita materiale, domestica e cultuale, sono stati rigorosamente catalogati innumerevoli frammenti ossei appartenenti alla fauna locale, tra cui spiccano evidenti resti di avifauna, fauna ittica e molteplici mammiferi.

Tuttavia, il tassello di indubbio fascino e di profondo interesse filologico è rappresentato dal fortuito rinvenimento di inumazioni del tutto atipiche, contenenti le spoglie perfettamente intatte di cinghiali selvatici. L’accurata esegesi di tali presenze suggerisce agli accademici una connessione ineludibile con la complessa e criptica sfera del sacro. Nella consolidata e radicata mitologia di questo antico bacino culturale, infatti, la figura del suino era intimamente ed esotericamente legata al culto di Seth, la formidabile e iraconda divinità tutelare del caos, delle turbolenze atmosferiche e dell’implacabile mondo naturale incontaminato. Questa superba scoperta offre pertanto una preziosa e insostituibile chiave di lettura per decodificare le dinamiche sincretiche che animarono le credenze escatologiche di quell’area geografica, evidenziando come persino i rappresentanti della fauna selvaggia assumessero una inequivocabile pregnanza religiosa nelle cerimonie di sepoltura di quelle remote ere.

La redazione della rivista Archaeology Magazine, prestigiosa e longeva pubblicazione promulgata sotto l’alta egida dell’Archaeological Institute of America, si fa portavoce di questi meritevoli traguardi intellettuali, sottolineando il dialogo inesauribile tra i reperti emersi dalle viscere della terra e la complessa storiografia delle civiltà del nostro passato. Le recenti e complesse indagini condotte con infaticabile rigore metodologico lungo le coste settentrionali del suolo egiziano testimoniano la persistente e indomabile vocazione alla ricerca che onora e contraddistingue l’evoluzione scientifica del XXI secolo. Al fine di ampliare i confini della propria conoscenza in merito alla vertiginosa complessità dei riti funerari di matrice greco-romana, la medesima rivista specialistica raccomanda caldamente ai lettori più esigenti di consultare l’approfondimento testuale intitolato «Speaking in Golden Tongues», afferente alle inumazioni portate alla luce nella celebre necropoli di Ossirinco. Si ricorda, a tal proposito, l’eccezionale rito di dotare i trapassati di lingue in lamina d’oro, una pratica esoterica volta unicamente a concedere loro il mistico dono del λόγος per poter interloquire in eterno con le divinità dell’oltretomba. L’intricata trama di architetture, corredi funerari e testimonianze faunistiche restituisce all’umanità contemporanea uno spaccato incredibilmente vivido e pulsante di un mondo arcaico in cui la vita quotidiana, il sentimento religioso e l’accettazione della morte si intrecciavano indissolubilmente.