mercoledì 24 Giugno 2026
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Genova contro Venezia. Chi fu davvero più potente?

Era il 1379. Le navi genovesi avevano appena sfondato le difese veneziane e occupato Chioggia, il porto naturale alle porte della laguna. Venezia era circondata: Francesco da Carrara, signore di Padova, stringeva d’assedio la terraferma, mentre la flotta di Luciano Doria aveva appena demolito quella veneziana a Pola. La Serenissima chiese di trattare la pace. La risposta dell’ammiraglio genovese Pietro Doria rimase nella storia: «Voglio prima mettere le briglie ai cavalli di San Marco».

Non era arroganza gratuita. Era la voce di una città che si credeva, in quel momento, a un passo dalla vittoria definitiva su una rivale con cui si combatteva da oltre un secolo. Eppure Venezia avrebbe ribaltato tutto, e Genova non si sarebbe più ripresa come potenza politica e navale. Come fu possibile? E soprattutto: guardando all’intera storia di queste due repubbliche, chi fu davvero la più potente?

Venezia: uno stato coeso e guerriero

Dittico medievale che contrappone i due modelli di potere di Venezia e Genova: a sinistra, l'Arsenale di Venezia con operai che costruiscono galee medievali, bandiera con il Leone di San Marco e il campanile di Piazza San Marco sullo sfondo; a destra, mercanti genovesi che scrivono registri contabili e contano monete d'oro in un portico affacciato sul porto, con mappe nautiche, bilance e la Croce di San Giorgio sul panno bianco appeso alle colonne

Per rispondere bisogna capire che Venezia e Genova costruirono il loro dominio in modo radicalmente diverso — e che questa differenza ne determinò i destini.

Venezia funzionava come uno Stato coeso: governo centralizzato, istituzioni stabili, una macchina militare e commerciale che rispondeva a un unico centro di potere, il Palazzo Ducale. La sua forza era la flotta pubblica, l’Arsenale, e la capacità di trasformare il commercio in politica estera. Genova, al contrario, era una potenza di reti e capitali privati: grande espansione commerciale, straordinaria capacità finanziaria delle famiglie mercantili, ma cronica instabilità politica interna, lacerate da lotte di fazione tra i grandi casati.

AspettoVeneziaGenova
Area principaleAdriatico, Egeo, Levante, Creta, CiproMediterraneo occidentale, Corsica, rotte iberiche
Tipo di potereStato territoriale con flotta pubblicaRete di famiglie mercantili e banchieri privati
Coesione internaForte stabilità istituzionaleLotte di fazione tra grandi casati
Strumento chiaveArsenale di Stato e flotta da guerraBanco di San Giorgio e fiere di cambio
Proiezione finaleGrande potenza politico-militare fino al XVI sec.Capitale finanziario dominante in Europa nel XVI-XVII sec.

Nessun’altra città dell’Europa medievale e moderna aveva qualcosa di paragonabile all’Arsenale di Venezia. Nato nell’area di Castello, fu progressivamente ampliato nei secoli fino a coprire una superficie enorme, diventando il più grande complesso produttivo navale del mondo per tutto il Medioevo e il Rinascimento.

Al suo apice, l’Arsenale impiegava oltre 3.000 artigiani — gli “arsenalotti” — organizzati in una vera catena di montaggio ante litteram: era capace di produrre fino a sei galere al mese, e in momenti di crisi si potevano assemblare dieci galere in poche ore. Nel XV secolo Venezia disponeva di una marina che contava circa 3.000 navi mercantili con 35.000-40.000 marinai, più una flotta da guerra articolata in 45 galere con 11.000 uomini. Numeri senza rivali. Pietro Mocenigo, doge a inizio Quattrocento, poteva già descrivere una macchina militare che nessun principe italiano avrebbe potuto sfidare da solo.

A metà del XVI secolo l’Arsenale era in grado di produrre cento imbarcazioni efficienti l’anno, di cui venticinque sempre pronte a prendere il mare in tempi brevissimi. Dante Alighieri stesso, visitandolo, trasse ispirazione per una delle scene più vivide dell’Inferno: il ribollire delle peci calde era l’immagine più potente di attività industriale che il poeta avesse mai visto.

Il sistema genovese: commercio, credito e potere invisibile

Genova non aveva un Arsenale. Non ne aveva bisogno nello stesso modo: la sua forza non era il numero di galere schierate, ma la capacità delle sue grandi famiglie di muovere denaro dove nessun altro arrivava. Sin dal XII secolo, i mercanti genovesi avevano costruito una rete di basi commerciali capillare nel Mediterraneo e nel Mar Nero — da Caffa in Crimea a Pera di Costantinopoli, dai fondachi del Levante ai porti iberici.

La vera rivoluzione arrivò però con la finanza. Nel 1407, appena uscita devastata dall’ultima guerra con Venezia, Genova fondò il Banco di San Giorgio: considerato da molti storici la prima vera banca pubblica moderna d’Europa, capace non solo di raccogliere risparmi ma di emettere carta moneta, gestire il debito pubblico e riscuotere le tasse per conto dello Stato. Nacque per ragioni di necessità — riorganizzare una situazione di quasi bancarotta dopo Chioggia — ma si trasformò in uno strumento di potere finanziario straordinario.

Nel Cinquecento, i banchieri genovesi divennero i principali creditori della monarchia spagnola. Filippo II di Spagna, nonostante tutto l’oro che arrivava dall’America, si trovò in endemica crisi finanziaria a causa delle guerre continue: dichiarò bancarotta nel 1557, poi di nuovo nel 1596, ogni volta tornando a inginocchiarsi dai creditori genovesi. Le grandi famiglie — Grimaldi, Doria, Spinola, Centurione — prestavano somme favolose alla Corona e ricevevano in cambio appalti su dazi e gabelle, feudi in Spagna, influenza politica diretta. Ottavio Centurione arrivò ad anticipare al re spagnolo, in una sola operazione, la somma di 10 milioni di scudi.

Il momento del destino: la guerra di Chioggia (1378–1381)

Illustrazione della battaglia navale della Guerra di Chioggia (1378-1381): scontro frontale tra galee veneziane, con la bandiera del Leone di San Marco su sfondo rosso, e galee genovesi con vele bianche recanti la Croce di San Giorgio, soldati in cotta di maglia con elmi medievali e scudi, armati di lance e spade, su acque agitate in un porto medievale con torri e fumo sullo sfondo

Le rivalità tra le due repubbliche erano iniziate secoli prima. Si potrebbe far risalire la prima grande scintilla alla disputa di San Saba (1255–1256), quando i quartieri veneziano e genovese ad Acri — nel regno crociato di Gerusalemme — si scontrarono per il controllo di un monastero strategicamente posizionato tra i due settori: fu l’inizio di una lunga catena di guerre commerciali e navali che si sarebbe trascinata per oltre un secolo.

La guerra di Chioggia fu il loro ultimo, definitivo scontro. Il casus belli scoppiò nell’agosto del 1372 durante l’incoronazione di Pietro II di Cipro: una rissa tra consoli veneziani e genovesi degenerò in una crisi diplomatica che portò Genova a conquistare militarmente Famagosta nel 1373, privando Venezia di una delle sue basi orientali più preziose. Il conflitto aperto esplose nel 1378.

Nei mesi successivi, la situazione per Venezia precipitò. La flotta veneziana fu sconfitta a Pola da Luciano Doria nel 1379; l’ammiraglio Vettor Pisani fu imprigionato dai suoi stessi concittadini come capro espiatorio. I genovesi occuparono Chioggia e assediarono la laguna via mare, mentre Francesco da Carrara la stringeva da terra. Venezia non era mai stata così vicina alla fine.

Poi accadde qualcosa che i genovesi non avevano previsto: i veneziani liberarono Pisani dal carcere, lo rifecero capitano generale per acclamazione popolare, e richiamarono dall’Oriente la flotta di Carlo Zen. Il 24 giugno 1380 la battaglia decisiva si combatté proprio nella laguna di Chioggia: i veneziani vinsero, catturando 19 galere e 4.170 prigionieri. I genovesi furono assediati a loro volta e costretti alla resa.

La Pace di Torino dell’8 agosto 1381 chiuse formalmente il conflitto. Venezia cedeva la Dalmazia all’Ungheria e Treviso agli Asburgo — perdite non trascurabili — ma manteneva l’indipendenza, il monopolio commerciale sull’alto Adriatico e la sua identità come potenza. E, soprattutto, non si vide più alcuna nave genovese nell’Adriatico dopo Chioggia.

Dopo Chioggia: destini divergenti

Dittico che illustra i destini divergenti di Venezia e Genova dopo la Guerra di Chioggia: a sinistra, nobili veneziani in sontuose vesti rosse e dorate consultano mappe nautiche e un mappamondo sul Canal Grande, con galee della Serenissima e la bandiera del Leone di San Marco sullo sfondo; a destra, mercanti genovesi firmano documenti commerciali e contano monete su un molo affollato di merci, con navi e la Croce di San Giorgio nel porto di Genova

L’esito della guerra di Chioggia fu un paradosso: entrambe le repubbliche uscirono economicamente devastate, ma le conseguenze politiche furono asimmetriche e decisive.

Venezia sfruttò la vittoria per costruire qualcosa di nuovo e più solido. A partire dal 1404, in soli diciotto mesi, la Serenissima creò un vasto Stato di Terraferma: Vicenza, Verona, Padova, poi Brescia, Bergamo, Cremona, fino ai confini con l’Adda e al Friuli. Non era più soltanto una città-porto: era uno Stato territoriale tra i più estesi d’Italia, con entrate fiscali enormi, un esercito di professionisti, una diplomazia sofisticata e la marina da guerra più forte dell’Europa meridionale. Per tutto il Quattrocento e buona parte del Cinquecento, Venezia fu talmente potente da far temere ai principi italiani che volesse imporsi su tutta la Penisola.

Genova, al contrario, sembrò aver esaurito in quel grande sforzo tutta la sua energia politica. Dilaniata dalle lotte di fazione, si sottomise più volte alla Francia e al Ducato di Milano; perse le sue colonie nel Mar Nero, come la ricca Caffa, caduta in mano ottomana nel 1475. Il paradosso genovese è però straordinario: la decadenza politica e militare non si accompagnò a una decadenza economica. Al contrario: come se la mancanza dello Stato avesse liberato le energie private, i mercanti-banchieri genovesi si proiettarono verso nuovi mercati con ancora più audacia.

Il «Secolo dei Genovesi»: la rivincita della finanza

Tra il 1550 e il 1650 circa, i banchieri genovesi vissero quello che lo storico Fernand Braudel ha chiamato il «Secolo dei Genovesi» — un primato finanziario europeo senza precedenti, ottenuto non con le galere ma con le fiere di cambio, gli asientos (contratti di credito alla Corona spagnola) e le reti di corrispondenti in tutta Europa.

Le fiere di cambio — quattro l’anno, tenute a Besançon e poi a Piacenza — erano i luoghi dove i grandi banchieri genovesi muovevano decine di milioni di scudi senza spostare una sola moneta fisica, attraverso lettere di cambio. La loro padronanza tecnica delle operazioni bancarie era talmente avanzata che nessun’altra piazza europea poteva competere a quei livelli. La monarchia spagnola — il più grande impero del mondo in quel momento — era di fatto una creatura finanziata dai genovesi: i suoi tercios nelle Fiandre, le sue flotte nel Mediterraneo, le sue guerre di religione erano tutte sostenute dal credito delle grandi famiglie liguri.

Mentre Genova dominava le finanze europee nell’ombra, Venezia resisteva come grande potenza politica e navale. Ma anch’essa sentiva la pressione: l’espansione turca stava erodendo i suoi domini orientali (Costantinopoli era caduta nel 1453), e la scoperta delle Americhe stava spostando i baricentri del commercio verso l’Atlantico. La battaglia di Lepanto del 1571 — alla quale entrambe parteciparono, con Venezia in prima fila — fu forse l’ultimo atto di un Mediterraneo ancora in grado di determinare le sorti d’Europa.

Chi fu davvero più potente? La risposta

Non esiste una risposta semplice, e qualsiasi storico onesto lo ammetterà. Dipende da cosa si intende per “potente”.

Se si misura la potenza come capacità dello Stato di esercitare forza militare, mantenere domini territoriali e contare nella politica europea, allora il primato è veneziano, senza discussioni. La Serenissima fu una grande potenza per quasi quattro secoli — dalla fine del Duecento alla battaglia di Lepanto e oltre — con una continuità istituzionale, una stabilità interna e una proiezione militare che Genova non raggiunse mai.

Se invece si misura la potenza come capacità di influenzare le economie e le corti d’Europa attraverso il controllo del capitale, allora Genova raggiunse nel XVI-XVII secolo un livello che non ha paragoni: un’egemonia finanziaria silenziosa, esercitata non da un esercito ma da una rete di famiglie che finanziavano re e imperatori.

C’è però un’ultima chiave di lettura che forse è la più illuminante. Venezia fu la potenza che costruì uno Stato — una macchina politica, militare e diplomatica che sopravvisse a ogni crisi fino al 1797. Genova fu la potenza che costruì un sistema — una rete finanziaria globale che anticipò di secoli le logiche del capitalismo moderno. Due modelli opposti, due forme di grandezza diverse: ed è per questo che, ancora oggi, entrambe appassionano.

Infografica comparativa 'Venezia vs Genova – Numeri del Potere: Un Confronto in Cifre': tabella centrale con dati storici su flotta da guerra (Venezia ~45 galere e 300 navi grandi, Genova flotta privata inferiore), manodopera navale (Venezia ~36.000 marinai), arsenale (Venezia 3.000 artigiani, 6 galere al mese; Genova nessun equivalente), durata dell'indipendenza (Venezia 697–1797, circa 1.100 anni; Genova 1005–1797, circa 800 anni), Banco di San Giorgio (Genova, fondato 1407, prima banca pubblica d'Europa) e finanziamento della Corona Spagnola (Genova principale creditrice nel XVI-XVII secolo); sfondo con l'Arsenale di Venezia a sinistra e il Banco di San Giorgio di Genova a destra
IndicatoreVeneziaGenova
Flotta da guerra (inizio XV sec.)~45 galere + 300 navi grandiInferiore, struttura prevalentemente privata
Manodopera navale (inizio XV sec.)~36.000 marinaiNon comparabile: no Arsenale statale
Arsenale (XVI sec.)3.000 artigiani, 6 galere/meseNessun equivalente strutturato
Durata dell’indipendenza697–1797 (circa 1.100 anni)1005–1797 (circa 800 anni)
Banco di San GiorgioFondato 1407, prima banca pubblica d’Europa
Finanziamento Corona spagnolaMarginalePrincipale creditore nel XVI-XVII sec.

E se avesse vinto Genova? Una piccola ucronia

Immagina un Mediterraneo in cui Pietro Doria, invece di essere abbattuto da una palla di bombarda nel 1379 durante l’assedio di Chioggia, fosse sopravvissuto e avesse coordinato la stretta finale su Venezia. La pace genovese avrebbe probabilmente smembrato la Serenissima: nessun Stato di Terraferma, nessuna Venezia come grande potenza politica del Quattrocento. Con ogni probabilità, i Visconti avrebbero inglobato i domini veneziani nell’entroterra padano, e Genova avrebbe consolidato il controllo del Levante. Ma avrebbe anche trovato i turchi, l’espansione ottomana, la perdita di Caffa. Forse la storia finanziaria del «Secolo dei Genovesi» si sarebbe comunque realizzata — ma sarebbe rimasta l’unica forma di grandezza di una città che, per ragioni strutturali, non riuscì mai a costruire la coesione politica necessaria per durare come Stato.

I simboli del nazismo nascosti nei quadri di Erich Mercker

A MONACO DI BAVIERA, in Germania, la coltre del tempo e l’omertà della storia recente sono state squarciate grazie all’applicazione delle più moderne tecnologie di indagine visiva e materica. L’esplorazione del passato, quando condotta con il rigore metodologico tipico delle scienze esatte, riesce sovente a scardinare le narrative rassicuranti costruite a posteriori per celare le compromissioni ideologiche. Il protagonista di questa complessa indagine filologica è Erich Mercker, vissuto tra il 1891 e il 1973, un pittore di paesaggi e architetture che godette di notevole fortuna nella sua epoca e che non disdegnò di assecondare i dettami del regime. Durante gli anni più oscuri della storia europea, compresi tra il 1933 e il 1945, l’artista realizzò infatti svariate opere intrise di inequivocabile simbologia nazionalsocialista. Tra queste testimonianze spicca la tela originariamente intitolata Die Stätte des 9. November, una solenne rappresentazione del celebre monumento della Feldherrnhalle, eretto per commemorare i caduti del fallito colpo di stato perpetrato dal partito nel 1923. Terminata la catastrofe della seconda guerra mondiale, l’autore, al pari di innumerevoli colleghi inseriti nel panorama culturale dell’epoca, proseguì imperterrito la propria carriera artistica, operando una silente ma metodica censura sul proprio trascorso per riabilitarsi agli occhi del nuovo ordinamento democratico.

La riscoperta fortuita di questo peculiare manufatto si deve al produttore e regista cinematografico Thomas Schuhbauer, il quale ha rinvenuto l’opera nell’abitazione dei propri genitori, a cui il quadro era stato donato in occasione delle nozze celebrate nel 1966. A un’analisi superficiale, l’immagine presentava la rassicurante bandiera bavarese a losanghe bianche e azzurre, omettendo con cura qualsiasi traccia di soldati in armi o corone commemorative, e celandosi dietro titoli in apparenza innocui quali Feldherrnhalle oppure München am Odeonsplatz. Tuttavia, l’occhio attento ha potuto scorgere alcune incongruenze formali: la persistente visibilità della porzione superiore del sacrario, un’architettura che in realtà fu demolita immediatamente dopo la fine del conflitto, unitamente ad alcune lievi tracce di pigmento rossastro affioranti ai margini del vessillo, hanno insinuato il legittimo sospetto che la genesi del dipinto risalisse inequivocabilmente al periodo della dittatura.

Al fine di dissipare ogni incertezza documentale, Thomas Schuhbauer ha avviato una proficua collaborazione istituzionale con il centro di ricerca Helmholtz-Zentrum Berlin, affiancandosi alla dottoressa Ioanna Mantouvalou, eminente fisica in forza al gruppo di ricerca SyncLab presso la Technische Universität Berlin. L’impiego della spettroscopia di fluorescenza a raggi X ha rappresentato la chiave di volta dell’intera operazione ermeneutica. Tale sofisticato approccio metodologico non distruttivo, che consente di esaminare la composizione elementare dei pigmenti spingendosi ad alcuni millimetri di profondità sotto la superficie pittorica, ha restituito un verdetto ineluttabile. L’indagine diagnostica ha palesato in modo incontrovertibile la preesistenza di una bandiera rossa decorata con la svastica, magistralmente celata sotto il blasone bavarese. Sono emerse altresì le sagome originarie delle guardie armate, i severi festoni mortuari sul monumento e, finanche, le figure di alcuni passanti colti nell’atto di eseguire il saluto romano, tutti elementi che la mano dell’artista aveva tentato di consegnare all’oblio.

L’espediente tecnico impiegato per perpetrare tale falsificazione storica si è basato sull’utilizzo massiccio e mirato di bianco di titanio, un pigmento di recente introduzione che risulta del tutto assente nelle campiture del resto della composizione pittorica. La scoperta assume contorni ancor più definiti ed emblematici se si considera che, rovistando tra i materiali di bottega appartenuti a Erich Mercker, è stato rinvenuto proprio un tubetto di pittura a olio recante la dicitura Titanium White 10103 Schmincke. Questa circostanza comprova in via definitiva come sia stato l’artista medesimo, agendo con fretta e imperizia, a emendare la propria creazione per ripulirne la compromettente eredità politica. L’eccellente approccio multidisciplinare ha visto la partecipazione attiva dello storico dell’arte Patrick Jung e del pronipote dell’artista, Magnus Bauer, i quali hanno contribuito a trasformare una fredda indagine chimico-fisica in una profonda esplorazione sociologica delle ambiguità morali del nascente miracolo economico tedesco. A imperitura memoria di questa complessa indagine, in grado di ricordarci come l’arte possa tramutarsi in strumento di mistificazione, la tela è attualmente custodita presso le sale del Munich Documentation Centre for the History of National Socialism.

Messico. Scoperto come i sovrani Maya manipolavano il cielo

A El Palmar, nello Stato di Campeche in Messico, un’équipe di archeologi ha portato alla luce quella che attualmente è considerata la più antica datazione del calendario noto come Lungo Computo mai registrata nei bassopiani d’elezione della civiltà Maya. L’iscrizione monumentale, scolpita minuziosamente sulla pietra, fa riferimento a un momento cronologico che nel nostro sistema temporale corrisponde in modo esatto al 31 agosto 180 d.C.. Questa straordinaria testimonianza epigrafica risale dunque al II secolo, schiudendo nuove prospettive ermeneutiche sulle strategie con cui i primi sovrani consolidavano la propria ascesa al trono in un’epoca così remota.

Il sistema del Lungo Computo costituiva un rigoroso impianto di datazione lineare e continuo, mediante il quale gli scribi e le supreme autorità della società Maya documentavano in ordine strettamente cronologico gli eventi cardine della loro storiografia dinastica. Incidendo letteralmente sulla roccia le tappe fondamentali della propria esistenza, quali nascite, complesse alleanze matrimoniali e vittorie militari, i governanti asserivano e legittimavano al contempo la propria inoppugnabile autorità di matrice divina. Prima di questo fondamentale e rivoluzionario ritrovamento, la più antica datazione decifrata in tale regione mesoamericana risaliva all’anno 292 d.C., nel III secolo, rendendo di fatto la nuova scoperta più vetusta di oltre un centinaio di anni rispetto alla cronologia fino a oggi stabilita dalla storiografia ufficiale.

L’ambizioso progetto di ricerca, magistralmente condotto e coordinato dallo studioso Kenichiro Tsukamoto presso l’Università della California, si è concentrato sull’analisi analitica di tre distinti monumenti lapidei, tecnicamente classificati come stele e specificamente identificati con la numerazione 20, 45 e 46. Tali inestimabili manufatti consistono in imponenti lastre verticali di pietra, o possenti pilastri, che le antiche gerarchie Maya erigevano con la funzione di veri e propri veicoli di comunicazione pubblica, strutturati come arcaici manifesti volti a istruire e suggestionare le masse. Tuttavia, l’inesorabile scorrere dei secoli e la costante usura meteorologica avevano reso le tenere superfici in pietra calcarea quasi del tutto compromesse, risultando difatti impossibili da decifrare a occhio nudo.

Soltanto attraverso la combinazione sinergica della tecnica della fotogrammetria e dell’utilizzo di uno scanner tridimensionale ad altissima risoluzione, denominato Artec Spider II, l’équipe scientifica ha potuto finalmente svelare i complessi rilievi scolpiti su questi monumenti quasi duemila anni or sono. Questo avanzato strumento tecnologico si è rivelato in grado di catturare e restituire i microscopici dettagli morfologici con un’impressionante precisione millimetrica. Oltre a tale prodigiosa scansione, i ricercatori hanno sapientemente impiegato sofisticati programmi informatici al fine di illuminare artificialmente i modelli digitali delle superfici rocciose da molteplici e variabili angolazioni, riuscendo così a delineare con assoluta nitidezza i contorni ormai quasi evanescenti dei geroglifici originari.

Come diffusamente argomentato nello studio pubblicato sulla prestigiosa rivista accademica Ancient Mesoamerica, i modelli tridimensionali hanno restituito l’evidenza inconfutabile di una datazione del Lungo Computo pari a 8.7.1.0.0, equivalente per l’appunto al 31 agosto 180 d.C.. Il dettaglio intrinseco che eleva questa scoperta a un rango di eccezionale rilevanza storiografica risiede nel fatto che la cronologia in questione non appare in forma astratta o isolata, bensì risulta intimamente legata a specifici e cruciali accadimenti storici e istituzionali. Tra questi eventi incisi a imperitura memoria, spicca in particolar modo quella che a tutti gli effetti sembra configurarsi come la solenne cerimonia di ascesa al trono di un sovrano, accompagnata con alta probabilità da un fastoso rito pubblico che vedeva come fulcro teologico l’invocazione del Dio Giaguaro dell’Oltretomba.

Tali accuratissime raffigurazioni digitali hanno permesso di leggere iscrizioni finora del tutto ignote alla comunità scientifica, le quali connettono in modo indissolubile e programmatico la successione dinastica agli ineluttabili eventi del calendario, offrendo così una chiave di lettura privilegiata sul ruolo del calendario divinatorio di 260 giorni e dello stesso Lungo Computo. Tramite simili e reiterate pratiche rituali, il monarca mirava a un incontestabile affermazione della propria autorità regia dinanzi all’intera struttura sociale.

L’indagine filologica sui reperti suggerisce pertanto, senza tema di smentita, che i primi sovrani Maya impiegassero architetture di messaggistica politica estremamente sofisticate in quest’area geografica con un anticipo temporale assai maggiore rispetto a quanto le precedenti teorie accademiche avessero audacemente ipotizzato. Ancorando in modo strutturale la propria presa di potere a un contesto cosmico profondamente sacro e a una linea del tempo di natura immutabile e ultraterrena, le supreme autorità dell’epoca riuscivano a consolidare in maniera ferrea, sistematica e inappellabile il proprio dominio assoluto sulle popolazioni a loro soggette.

Gli inglesi devono a Genova 247 anni di affitto per la loro bandiera?

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«Your Majesty, I regret to inform you that from my books it looks like you didn’t pay for the last 247 years.»

— Battuta ricorrente sui social italiani, riemersa prepotentemente la notte del 12 luglio 2021, dopo la vittoria dell’Italia agli Europei contro l’Inghilterra.

Quella notte, mentre le piazze italiane esplodevano di gioia, su Facebook, Instagram e Twitter circolava con la velocità di un meme virale una storia dal sapore antico e irresistibile: la bandiera dell’Inghilterra — quella croce rossa su fondo bianco che i tifosi inglesi avevano sventolato per tutta la competizione — non sarebbe altro che il vessillo di Genova, concesso in uso alla corona britannica nel lontano 1190, in cambio di un tributo annuale che, a un certo punto, gli inglesi avrebbero smesso di pagare. Mancano all’appello, si diceva, circa 250 anni di canoni arretrati.

La storia piace. Piace moltissimo. Ha tutto quello che una leggenda di successo deve avere: un’origine medievale, un sovrano famoso come Riccardo Cuor di Leone, un’intera nazione che deve qualcosa all’Italia, e il gusto sottile di un debito mai saldato. Ma è vera?

La risposta, come quasi sempre accade quando una storia è troppo bella, è complicata.

Il soldato che non fu mai genovese

Per capire da dove viene la croce rossa su fondo bianco, bisogna risalire molto prima di Genova, molto prima dell’Inghilterra, molto prima perfino delle crociate. Bisogna tornare in Cappadocia, nell’attuale Turchia, attorno al 280 d.C., dove secondo la tradizione cristiana nacque Giorgio da una famiglia di fede cristiana.

Giorgio si arruolò nell’esercito di Diocleziano e, secondo le agiografie, raggiunse un rango elevato nella guardia imperiale. Quando nel 303 d.C. Diocleziano emanò l’editto di persecuzione contro i cristiani, Giorgio si rifiutò di abiurare la fede. Fu arrestato, torturato e infine decapitato a Nicomedia il 23 aprile di quell’anno. Da quel giorno, la chiesa cristiana lo venerava come martire.

Fin qui, nulla che abbia a che fare con croci rosse, bandiere bianche o repubbliche marinare. La figura di San Giorgio come guerriero che uccide il drago — l’immagine che tutti conosciamo — comparve molto più tardi: il racconto della vittoria sul drago emerge solo attorno al XII secolo e conobbe una popolarità straordinaria a partire dal XIII, grazie alla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine e alla diffusione dell’iconografia cavalleresca crociata. Il santo cappadoce, martire ignoto nei secoli dell’antichità tardiva, si trasformò nel modello del cavaliere cristiano proprio nel momento in cui l’Europa aveva bisogno di eroi da esportare in Terra Santa.

Il culto di San Giorgio si diffuse in tutto il Mediterraneo orientale già nel VI secolo, con centri devozionali a Lydda in Palestina, a Gerusalemme, a Costantinopoli. Non era un santo italiano, non era un santo inglese, non era un santo di nessuna nazione in particolare: era un martire universale della chiesa, venerato da cattolici, ortodossi, anglicani, e perfino da alcune correnti dell’Islam.

Genova e la prima crociata: la nascita di un simbolo

Cavaliere crociato genovese davanti alle mura di Gerusalemme con macchine d’assedio e bandiera di San Giorgio durante la Prima Crociata

È nel crogiolo delle crociate che la croce rossa su fondo bianco si lega per la prima volta all’identità genovese. Siamo nel luglio del 1099. Gerusalemme è sotto assedio cristiano da mesi, ma i crociati sono esausti, a corto di rifornimenti, senza macchine da guerra sufficienti ad abbattere le mura. È in questo momento che arriva un personaggio destinato a diventare leggendario: Guglielmo Embriaco, detto “Testa di Maglio”, nobile genovese, comandante di due galee — l’Embriaga e la Grifona — con circa duecento uomini tra marinai, soldati e i temutissimi balestrieri.

Quando una flotta egiziana minaccia il porto di Giaffa, Embriaco prende una decisione tanto audace quanto geniale: fa smontare le proprie navi fino all’ossatura, carica il legname su carovane e percorre a piedi i sessanta chilometri che lo separano da Gerusalemme. Con quel legname costruisce torri d’assedio alte quaranta metri, le riveste di pece e pellame per renderle impermeabili al fuoco, le avvicina alle mura. Il 15 luglio 1099, i genovesi scalano per primi le mura della città santa.

Sull’architrave del Santo Sepolcro, la tradizione vuole che fosse inciso a lettere d’oro: Praepotens Genuensium Praesidium — «Grazie allo strapotere dei genovesi».

È in questo contesto che la croce di San Giorgio — la croce bianca cruxata di rosso — diventa il simbolo della Repubblica nascente. I marinai genovesi erano già venerati (e temuti) nel Mediterraneo. I loro balestrieri erano considerati i migliori al mondo. La bandiera con la croce rossa diventò il segno visibile di quella forza: un lasciapassare, una garanzia di sicurezza su tutti i mari. Bastava intravedere al largo quel vessillo perché pirati, saraceni e avversari di ogni provenienza preferissero cambiare rotta.

Riccardo e il Doge: la storia che tutti vogliono credere

Riccardo Cuor di Leone e un doge genovese su una nave crociata con bandiera di San Giorgio durante una spedizione medievale

Eccoci al cuore della leggenda. È il 1190. Riccardo I d’Inghilterra — Cuor di Leone, il re guerriero per antonomasia — si appresta a partire per la Terza Crociata. Ha bisogno di navi, di uomini e di un modo per attraversare il Mediterraneo senza diventare bersaglio di ogni corsaro e sultano che incontri lungo la rotta.

La tradizione genovese vuole che, durante la traversata, Riccardo si accorgesse di un fenomeno curioso: le galee che battevano la bandiera con la croce rossa venivano sistematicamente ignorate dai musulmani e dai pirati. Incuriosito, avrebbe chiesto spiegazioni all’ammiraglio genovese Lercari, il quale avrebbe risposto indicando il vessillo: «Chi osa attaccare un legno difeso da questa insegna incorre in morte certa». Il corpo dei balestrieri genovesi incuteva rispetto e terrore in tutti i mari.

Riccardo avrebbe allora chiesto e ottenuto il diritto di usare la bandiera genovese per le proprie navi nel Mediterraneo e nel Mar Nero, in cambio di un tributo annuale al Doge. Dopo secoli di fedele pagamento, a un certo punto — intorno al 1771, secondo la versione più diffusa — la Corona britannica avrebbe semplicemente smesso di versare il canone.

Questa storia, nella sua versione essenziale, è quella che ancora oggi circola sui social, nei dépliant turistici, negli articoli di giornale scritti in fretta prima delle partite di calcio. Ha il ritmo di un racconto medievale, la precisione apparente di un atto notarile, e il finale amaro di un credito mai riscosso. È perfetta.

È anche, nel senso tecnico del termine, una bufala.

L’anatomia di un mito: da Agostino Giustiniani all’Expo 1992

Lo storico dell’arte e divulgatore genovese Giacomo Montanari, interpellato dal quotidiano La Stampa all’indomani della finale di Euro 2020, è stato lapidario: «È una bufala storica creata ad arte nel XVI secolo. Punto».

La genesi intellettuale della leggenda risale agli Annali di Agostino Giustiniani, erudito genovese del Cinquecento impegnato nella costruzione sistematica di un pantheon di glorie patrie. Giustiniani stava ricostruendo — non senza «moltissime forzature e arbitrarie “verità”» — la grandezza di Genova per un pubblico coevo, con l’obiettivo dichiaratamente politico di celebrare la Repubblica. I suoi scritti non sono atti d’archivio: sono propaganda culturale di altissima qualità, destinata a sopravvivere nei secoli e a essere scambiata, da lettori meno accorti, per cronaca neutrale.

Per secoli la storia rimase confinata negli scaffali degli eruditi. Poi accadde qualcosa di straordinario: l’Expo di Genova del 1992, organizzato per celebrare i cinquecento anni dal viaggio di Cristoforo Colombo, divenne il trampolino di lancio involontario di questa leggenda verso il grande pubblico. Nel padiglione britannico — firmato nientemeno che da Sua Altezza Reale il Duca di Kent — comparve un testo, riportato in un libretto illustrativo realizzato dal Comune di Genova, che recitava: «La bandiera di San Giorgio, una croce rossa su fondo bianco, fu adottata dall’Inghilterra e dalla Città di Londra nel 1190 per le navi inglesi dirette verso il Mediterraneo affinché potessero essere protette dalla flotta genovese. Per questo privilegio, il Monarca inglese corrispondeva al Doge di Genova un tributo annuale».

Il testo era probabilmente tratto dallo storico contemporaneo di lingua inglese Jonathan Good, autore di The Cult of St. George in Medieval England, che a sua volta citava la tradizione della “creazione genovese” del simbolo senza disporre di documenti primari a supporto. Una catena citazionale fragile, costruita su fonti di seconda mano risalenti alla propaganda cinquecentesca del Giustiniani, ma confezionata con l’autorevolezza di un’esposizione internazionale e il sigillo reale britannico.Gli anni Duemila e i social network hanno fatto il resto. La storia, già dotata di una patina di ufficialità, è diventata uno dei contenuti virali più condivisi nella storia del web italiano, rilanciata da testate giornalistiche, pagine di curiosità storica, account Instagram e profili Facebook dedicati all'”orgoglio italiano”.

La croce che non appartiene a nessuno

Ma c’è un altro problema con la leggenda, ancora più fondamentale della mancanza di documenti: la premessa stessa è storicamente contestabile.

La croce rossa su fondo bianco non fu “inventata” da Genova. Era un simbolo cristiano condiviso, diffuso in tutto il mondo crociato, adottato da comunità diverse in contesti diversi e per ragioni diverse. Le radici iconografiche affondano nella tradizione costantiniana — il «in hoc signo vinces» con cui l’imperatore Costantino aveva trasformato la croce in simbolo militare — e nella devozione a San Giorgio diffusa fin dal VI secolo in tutto il Mediterraneo orientale.

La prova più eloquente? La croce di San Giorgio compare nell’arazzo di Bayeux come vessillo della nave ammiraglia di Guglielmo il Conquistatore — siamo nel 1066, più di trent’anni prima della prima crociata, e dunque in un’epoca in cui il presunto primato genovese del simbolo non aveva ancora senso. L’arazzo fu realizzato tra il 1070 e il 1077, ed è uno dei documenti storici più attendibili dell’XI secolo.

L’associazione esplicita e istituzionale tra l’Inghilterra e San Giorgio si consolida nel XIV secolo: nel 1348, Edoardo III fondò l’Ordine della Giarrettiera — il più antico e prestigioso ordine cavalleresco britannico — proprio in onore di San Giorgio, nominandolo patrono d’Inghilterra. La sede dell’Ordine è ancora oggi la Cappella di San Giorgio nel Castello di Windsor, e ogni anno il 23 aprile, festa del santo, i cavalieri si riuniscono in capitolo.

Questo percorso di appropriazione simbolica è parallelo a quello genovese, non derivato da esso. Tanto Genova quanto l’Inghilterra attinsero allo stesso serbatoio di iconografia cristiano-crociata. Non c’era un proprietario. C’era un simbolo comune, usato da tutti, che due diverse comunità hanno trasformato nel proprio segno identitario.

Allora perché continuiamo a raccontarla?

La risposta non è nella storia medievale, ma nella psicologia contemporanea. La leggenda della bandiera “affittata” offre qualcosa di raro e prezioso nel catalogo delle narrazioni identitarie: la sensazione che una grande potenza — l’Inghilterra, simbolo per molti italiani di arroganza imperiale e distacco europeo — debba qualcosa a un’Italia minore, periferica, dimenticata. Non una conquista militare, non una scoperta scientifica, ma una dipendenza simbolica: perfino la loro bandiera è nostra.

È anche una storia perfettamente adattata al formato digitale. È breve, verificabile in apparenza, rovescia un rapporto di forza e contiene una cifra precisa (il tributo non pagato dal 1771) che le conferisce l’aria di un dato storico accertato. Ogni qualvolta l’Italia affronta l’Inghilterra in una competizione sportiva, i social la riesumano con tempismo impeccabile. Il fatto che nessuno si chieda mai dove si trovino i documenti originali testimonia quanto, di fronte a una storia abbastanza seducente, la verifica passi istintivamente in secondo piano.

C’è poi una dimensione più sottile, quella che potremmo chiamare il marketing del patrimonio. Genova, come molte città italiane ricche di storia ma relegate ai margini del racconto nazionale, ha tutto l’interesse a costruire narrazioni che la ricolleghino al centro dell’Europa e del mondo. La storia della bandiera ha funzionato egregiamente come strumento di promozione turistica e di orgoglio civico, già nell’Expo del 1992 e ancora di più nell’era dei social. Che sia documentata o meno diventa quasi irrilevante, quando il beneficio identitario è così tangibile.

Cosa resta: la responsabilità di chi racconta

«Attualmente non esistono documenti che riconducano l’origine della bandiera inglese a una concessione di Genova, men che meno al pagamento di un tributo annuale».

La frase, arida nella sua essenzialità, è la sintesi di ogni fact-checking serio prodotto su questo tema negli ultimi anni, da Facta a Genova24, dagli studiosi dell’Archivio di Stato di Genova alle ricerche accademiche anglosassoni. Non significa che Genova non avesse una grande tradizione marinaresca, o che i balestrieri genovesi non incutessero rispetto nel Mediterraneo medievale: quelle sono realtà storiche documentate e straordinarie, che non hanno bisogno di essere abbellite con leggende senza prove.

Il problema non è la leggenda in sé — le leggende sono parte integrante della memoria collettiva e meritano di essere raccontate come tali. Il problema è quando la leggenda viene presentata come fatto storico accertato, senza segnalare al lettore dove finiscano i documenti e inizi la narrazione.

Giacomo Montanari, lo stesso storico che ha pubblicamente smontato la bufala, ha poi costruito per esperimento una versione ancora più suggestiva della leggenda, semplicemente per dimostrare quanto facilmente una storia plausibile possa diventare virale e trasformarsi in “verità” sulla rete. Il risultato fu che molti, leggendo la versione inventata da Montanari a scopo dimostrativo, la condivisero come autentica. La trappola funzionò.

Nel castello di Windsor, ogni 23 aprile, i cavalieri dell’Ordine della Giarrettiera si raccolgono nella cappella di San Giorgio per celebrare il loro patrono. A Genova, la stessa data è la festa del patrono della città, e la croce rossa su fondo bianco sventola dai palazzi del centro storico. In migliaia di chiese dell’Armenia, della Palestina, della Georgia e della Cappadocia, il nome di Giorgio — il soldato cappadoce giustiziato a Nicomedia nel 303 — risuona ancora come quello di un martire universale.

La vera storia non parla di affitti e canoni. Parla di un simbolo che attraversa quindici secoli, migliaia di chilometri e decine di culture, trasformandosi ogni volta in qualcosa di diverso: il segno della croce, l’emblema del guerriero, il gonfalone della repubblica, la bandiera della nazione, il meme della rivincita calcistica. Ogni comunità ci ha proiettato sopra i propri miti, le proprie ambizioni, i propri nemici.

In fondo, è proprio quello che fanno le bandiere.

Gli imperatori romani che furono anche faraoni

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Era estate — i sacerdoti del Tempio di Iside a Shanhur, in Alto Egitto, stavano ultimando i rilievi sul muro esterno occidentale. L’uomo che incidevano nella pietra indossava una corona elaborata: tre piante di giunco sulle corna di un ariete, con tre falconi in cima e tre dischi solari che rappresentavano il Sole. Stava erigendo un palo con una mezzaluna in cima, rito sacro in onore di Min, dio della fertilità. Alle sue spalle, otto officianti in doppia piuma si arrampicavano sui pali di supporto. Era l’imperatore Claudio — a Roma goffo, spesso deriso dalla corte, mai venerato come un re. Ma lì, nei geroglifici di Shanhur, i sacerdoti lo chiamavano senza esitazione «figlio di Ra, Signore delle Corone», «Re dell’Alto e del Basso Egitto, Signore delle Due Terre».

Claudio non aveva mai messo piede in Egitto. Non lo avrebbe mai fatto. Eppure era faraone.

Questa storia comincia con una domanda che sembra scontata e invece non lo è: Cleopatra fu davvero l’ultimo faraone d’Egitto?

Il luogo comune da smontare

La risposta automatica di chiunque abbia studiato storia è sì: Cleopatra VII Filopàtore, morta nel 30 a.C. dopo la battaglia di Azio, è considerata l’ultima sovrana della dinastia tolemaica e l’ultima dell’età ellenistica, la cui fine si fa coincidere proprio con la sua morte. Ma questa risposta, per quanto storicamente accurata dal punto di vista politico romano, è solo mezza storia.

L’altra metà si trova incisa nei templi sul Nilo. I sacerdoti egizi continuarono a rappresentare gli imperatori romani con iconografia faraonica, nomi in cartigli regali e titolature divine per almeno tre secoli dopo Cleopatra. La regalità faraonica, pur avendo perso la propria identità istituzionale politica e giuridica, conservava ancora la sua qualità cultuale come elemento centrale della religione templare egizia, e manteneva il suo carattere storico — attraverso i nomi e gli attributi degli imperatori romani scritti in geroglifico all’interno dei cartigli regali — fino a Costantino.

Rispondere alla domanda chi fu l’ultimo faraone, dunque, dipende dal criterio scelto: sovranità politica, oppure continuità cultuale e materiale. E scegliere il secondo criterio cambia tutto.

La conquista del 30 a.C. e la nascita della “provincia personale”

Dopo la vittoria di Azio nel 31 a.C. e la morte di Cleopatra e Marco Antonio nel 30 a.C., Ottaviano si trova ad Alessandria padrone dell’Egitto — ma in una posizione giuridica peculiare: tecnicamente non era ancora console, non aveva ancora il titolo di “Augusto” (conferito solo nel 27 a.C.) e formalmente si appoggiava ancora al quadro della Repubblica. Aveva conquistato l’Egitto non come generale dello Stato romano, ma come uomo privato con il suo esercito privato.

Questa anomalia giuridica divenne la fondazione di uno statuto eccezionale. L’Egitto non divenne una provincia normale: era proprietas personale del princeps, gestita attraverso un prefetto di rango equestre anziché senatoriale. Augusto vietò per legge a qualsiasi senatore di mettere piede in Egitto senza esplicita autorizzazione imperiale, per impedire che chiunque con sufficiente base di potere potesse contestare il controllo imperiale sulla provincia. Il motivo era chiaro: l’Egitto riforniva di grano l’intero Mediterraneo, controllarne le entrate significava controllare Roma.

Ma insieme alla provincia il nuovo padrone ereditava qualcosa di più sottile e difficile da maneggiare: tremila anni di sacralità faraonica.

L’odio romano per i re, e la necessità di un faraone sul Nilo

Roma aveva cacciato i Tarquini nel 509 a.C. e fondato la Repubblica su un principio fondamentale: nessun singolo uomo poteva essere rex. La parola “re” era diventata tabù politico; quando Giulio Cesare sembrava aspirarvi, ne pagò le conseguenze con la vita. Augusto costruì con cura il proprio potere attorno a titoli repubblicani — princeps, imperator nel senso militare originario, tribunicia potestas — evitando accuratamente qualunque termine che evocasse monarchia. La parola rex non compare mai nella titolatura ufficiale di nessun imperatore romano.

In Egitto, però, esisteva un problema di segno esattamente opposto. La teologia templare egizia richiedeva l’esistenza di un faraone: un intermediario tra l’umanità e gli dèi, garante dell’ordine cosmico (Maat), officiante dei riti stagionali senza i quali il Nilo non sarebbe esondato, i raccolti non sarebbero cresciuti, il mondo non avrebbe funzionato. Dopo tremila anni di storia era semplicemente impensabile un Egitto senza faraone.

I sacerdoti, depositari di questa tradizione millenaria, trovarono la soluzione pragmatica: qualunque fosse il nome del nuovo padrone del Nilo, andava inserito nei cartigli e rivestito degli attributi faraonici. Non lo fecero necessariamente per obbedire a Roma — lo fecero perché il loro sistema teologico non contemplava un’alternativa. «Dovevano avere un faraone», ha scritto la prof.ssa Martina Minas-Nerpel dell’Università di Swansea, «e l’unico faraone possibile sotto Ottaviano era Ottaviano».

Si trattava, in sintesi, di un compromesso tacito: Roma garantisce ordine e non interferisce nei culti tradizionali; i sacerdoti egizi vestono il nuovo sovrano con i simboli faraonici, garantendo continuità religiosa e legittimazione locale del dominio romano.

Dal cartiglio ai templi: come si costruisce un faraone romano

Cerimonia tra Roma ed Egitto con generale romano incoronato e rilievo di faraone e dio Ra con cartiglio regale e processione di dignitari

Il meccanismo è documentato con straordinaria precisione grazie alla Stele di Philae, eretta nell’aprile del 29 a.C. presso il Tempio di Iside a Philae, vicino alla prima cateratta del Nilo. La stele fu commissionata da Gaio Cornelio Gallo, il primo prefetto romano d’Egitto scelto da Ottaviano. Il testo è trilingue — geroglifici egiziani, latino e greco — e celebra la fine dei re tolemaici e la vittoria sui “re degli etiopi”.

Per decenni si era creduto che il cartiglio inciso nella pietra contenesse il nome di Gallo stesso. Una nuova ricerca guidata dalla prof.ssa Minas-Nerpel ha invece confermato che il nome all’interno del cartiglio è quello di Ottaviano Augusto. Un’ulteriore conferma viene dall’isola di Kalabsha, in Alto Egitto, dove un secondo cartiglio con il nome di Ottaviano risale al 30 a.C., anno stesso della conquista.

Il meccanismo, dunque, era attivissimo già dall’inizio: il nome dell’imperatore viene scritto con i geroglifici nel formato riservato ai faraoni — un’ellisse allungata con una barra trasversale alla base, chiamata shenou in egiziano antico, destinata a contenere esclusivamente il nome del re e a proteggerlo con il suo potere. I sacerdoti traducevano il nome latino in una trascrizione geroglifica, gli attribuivano epiteti divini — “figlio di Ra”, “Signore delle Due Terre”, “colui che vive per sempre come Ra” — e lo inserivano nelle scene di offerta, nei rituali stagionali, nelle fondazioni di templi.

Nel tempio al dio Mandulis a Kalabsha (Talmis), Augusto è raffigurato nella stessa posa che poteva essere di un Thutmosi o di un Ramesse. Tiberio, erede di Augusto (14–37 d.C.), appare sulle pareti del tempio di Kom Ombo con la stessa iconografia faraonica. La pratica, documentata da Augusto fino a Costantino, attraversa tutte le grandi dinastie imperiali romane.

Caso di studio: Claudio, il faraone che non vide mai il Nilo

Il caso più paradossale e meglio documentato è quello di Claudio (41–54 d.C.). La scena di Shanhur — scoperta durante scavi nel 2000 e registrata completamente nel 2010 — è stata pubblicata sulla rivista accademica Zeitschrift für ägyptische Sprache und Altertumskunde dalle ricercatrici Martina Minas-Nerpel (Università di Swansea) e Marleen De Meyer (KU Leuven).

Il rilievo mostra Claudio nell’atto di erigere il palo di Min, il rituale che inaugura la stagione dei raccolti. È una scena di fondazione: il sovrano legittimo compie il gesto che garantisce la fertilità della terra. La corona che porta — tre piante di giunco sulle corna di un ariete, con falconi e dischi solari — è tipica della tarda tradizione faraonica, comune dopo il 332 a.C., mai indossata al di fuori dell’Egitto. I geroglifici descrivono il dio Min come «colui che addestra i cavalli da battaglia, la paura di lui è nelle Due Terre», e Min dice a Claudio: «Ti offro le terre straniere meridionali» — probabilmente i deserti ricchi di minerali.

Un’altra scena nello stesso tempio ritrae Claudio mentre offre lattuga a Min — simbolo della fertilità del dio — con Horo bambino al centro: «Prendi la lattuga per unirla al tuo corpo», dicono i geroglifici nella voce di Claudio.

Come Minas-Nerpel e De Meyer sottolineano: «Anche se sappiamo che Claudio, come la maggior parte degli imperatori romani, non visitò mai l’Egitto, il suo comando sul Nilo e sulle regioni desertiche era legittimato attraverso il culto. Decorando l’esterno del tempio con questo rituale, Claudio in teoria aveva ricevuto le caratteristiche di Min e quindi la sua abilità a governare l’Egitto».

Il paradosso è perfetto: a Roma, Claudio è l’imperatore che Caligola teneva nascosto dietro le tende per farne il bersaglio degli scherzi di corte. Sul Nilo è figlio di Ra, Signore delle Corone.

La “34ª Dinastia”: l’elenco dei faraoni romani

Nelle classificazioni storiografiche di settore, gli imperatori romani sono talvolta raccolti sotto la dicitura “faraoni romani” o, più raramente, “34ª Dinastia d’Egitto”. Non tutti gli imperatori sono attestati con la stessa intensità nelle iscrizioni templari — la documentazione dipende da quale tempio fu completato o decorato durante il loro regno. L’elenco seguente riassume le principali evidenze per dinastia.

ImperatorePeriodoEvidenze faraoniche principaliVisita in Egitto
Augusto30 a.C. – 14 d.C.Stele di Philae (29 a.C.); cartiglio a Kalabsha (30 a.C.); tempio di Kalabsha; iconografia faraonica in vari templiNo
Tiberio14 – 37 d.C.Pareti del Tempio di Kom OmboNo
Caligola37 – 41 d.C.Trasportò l’obelisco vaticano da Eliopoli a Roma; attestazioni templariNo
Claudio41 – 54 d.C.Tempio di Iside a Shanhur (scena di Min; scena della lattuga); Tempio di Iside a PhilaeNo
Nerone54 – 68 d.C.Iscrizioni templari; attestazioni geroglifiche con cartigliNo
Vespasiano69 – 79 d.C.Visitò Alessandria prima di salire al trono; attestazioni templari
Tito79 – 81 d.C.Attestazioni nei templi egizianiSì (come generale)
Domiziano81 – 96 d.C.Obelischi romani con geroglifici composti appositamente (Benevento, Pincio); scene templariNo
Traiano98 – 117 d.C.Decorazioni nel Tempio di Iside a Shanhur; attività costruttiva in EgittoNo
Adriano117 – 138 d.C.Visitò l’Egitto nel 130 d.C.; fece costruire obelisco per Antinoo; iscrizioni geroglifiche con elogi imperiali
Caracalla198 – 217 d.C.Attestazioni nei templi dell’Alto Egitto
fino al IV sec.La titolatura faraonica in geroglifico è attestata fino a Costantino[

Gli obelischi: l’altra faccia del doppio gioco

Illustrazione dell'antica Roma con obelischi egizi, templi monumentali, arco trionfale e folla in una piazza imperiale

Accanto alle rappresentazioni templari in Egitto, esiste un versante romano della stessa propaganda: gli obelischi. Roma è oggi la città con il maggior numero di obelischi al mondo — 13 in totale, di cui 8 di origine egizia autentica e 5 di fattura romana ma a imitazione egiziana.

Portare gli obelischi a Roma significava appropriarsi del prestigio dei faraoni e dimostrare che l’Impero era il nuovo centro del mondo. Augusto fu il primo a farlo su larga scala: fece trasportare da Eliopoli due grandi obelischi, uno per la spina del Circo Massimo e uno come gnomone del suo Solarium Augusti in Campo Marzio. Caligola spostò quello vaticano da Alessandria al suo circo privato.

Il caso di Domiziano è particolarmente rilevante: l’imperatore commissionò obelischi nuovi a imitazione di quelli egizi, facendoli ricoprire con iscrizioni geroglifiche composte appositamente per celebrare il mondo dell’Impero romano attraverso il filtro della cultura egizia. I suoi obelischi di Benevento — dedicati a Iside — non sono bottini di guerra ma atti consapevoli di appropriazione culturale. Alcuni, come l’obelisco Sallustiano, riportano geroglifici copiati con errori e capovolgimenti da modelli faraonici: Roma vuole parlare quella lingua, ma non sempre la conosce abbastanza bene.

Il quadro che emerge è quello di un doppio livello di propaganda speculare: in Egitto l’imperatore è raffigurato come faraone nei templi locali; a Roma porta gli obelischi dei faraoni per mostrare che è il loro erede.

Come si spiega, sul piano strutturale, che un sistema di potere così romano e anti-monarchico abbia accettato per secoli questo travestimento faraonico? La risposta sta nella logica del sistema templare egiziano.

I sacerdoti egizi erano l’unica casta in grado di leggere i geroglifici, ormai incomprensibili al resto della popolazione. Erano depositari di una cultura millenaria, garanti dei calendari agricoli e rituali, intermediari tra il popolo e gli dèi del Nilo. Non avevano interesse a sfidare il dominio romano — volevano continuare a officiare i culti, mantenere il controllo dei templi e dei loro patrimoni, garantire la fertilità della terra. Per farlo, avevano bisogno di un faraone.

Roma, dal canto suo, aveva tutto l’interesse a non interferire con questa macchina di legittimazione locale. Un Egitto i cui sacerdoti riconoscevano l’imperatore come faraone era un Egitto stabile, cooperativo, fiscalmente produttivo. Il prefetto imperiale governava in latino; i sacerdoti governavano in geroglifico; entrambi ci guadagnavano.

Il risultato fu una delle forme più sofisticate di adattamento culturale dell’antichità: un imperatore che a Roma era per statuto il primo tra i cittadini, in Egitto era il figlio di Ra che regge le Due Terre. Due identità, due linguaggi di potere, un solo uomo.

Chi fu davvero l’ultimo faraone?

La domanda ha due risposte legittime, a seconda dell’ottica.

Ottica politica: Cleopatra VII è l’ultima sovrana indipendente dell’Egitto, l’ultima che governò come faraone nel senso pieno — regnando in proprio, parlando egiziano (fu la prima della sua dinastia a impararlo), officiando i riti in persona. Con lei finisce la monarchia egizia come istituzione autonoma.

Ottica templare e cultuale: l’istituzione faraonica non si interrompe con Cleopatra. Continua nei templi, nelle iscrizioni, nei rilievi, nei cartigli. Gli imperatori romani sono faraoni per i sacerdoti del Nilo, faraoni nella teologia, faraoni nell’iconografia. Le ultime attestazioni certe di nomi imperiali in cartigli geroglifici con piena titolatura faraonica risalgono all’epoca di Costantino, nel IV secolo d.C. — tre secoli dopo Cleopatra.

La chiusura dei templi pagani ordinata da Teodosio nel 391 d.C. mise fine alla tradizione: non perché qualcuno decretasse la scomparsa del faraone, ma perché i sacerdoti che sapevano comporre le iscrizioni geroglifiche e officiare i riti scomparvero insieme ai templi.

Cleopatra è l’ultimo faraone che parlava egiziano. I suoi successori parlavano latino — ma per gli dèi del Nilo, fino alla fine, erano ancora faraoni.

Box: Timeline rapida

AnnoEvento
31 a.C.Battaglia di Azio: Ottaviano sconfigge Marco Antonio e Cleopatra
30 a.C.Morte di Cleopatra VII; Ottaviano annette l’Egitto come dominio personale; cartiglio di Kalabsha
29 a.C.Stele di Philae con il nome di Ottaviano in un cartiglio
27 a.C.Ottaviano riceve il titolo di “Augusto” dal Senato
10 a.C.Augusto trasporta l’Obelisco Flaminio da Eliopoli al Circo Massimo
14 d.C.Tiberio: primo erede al “trono faraonico” romano; attestazioni a Kom Ombo
41–54 d.C.Claudio: scene faraoniche a Shanhur (Min, offerta di lattuga)
81–96 d.C.Domiziano commette nuovi obelischi con geroglifici a Benevento
130 d.C.Adriano visita l’Egitto; morte di Antinoo; costruzione di obelisco commemorativo
IV sec. d.C.Ultime attestazioni di cartigli imperiali romani in geroglifico fino a Costantino
391 d.C.Editto di Teodosio: chiusura dei templi pagani; fine della tradizione templare egizia

Egitto. Scoperta necropoli del dio Seth e dei cinghiali sacri

A Tell Kom Aziza, nel governatorato di Beheira, in Egitto, le recenti e meticolose indagini archeologiche hanno portato alla luce un vasto complesso funerario risalente storicamente ai periodi greco e romano. La campagna di scavi, tempestivamente portata all’attenzione della comunità scientifica internazionale dalle pagine della testata Ahram Online e confermata in veste ufficiale dal Ministero del Turismo e delle Antichità Egiziano in data 8 Giugno 2026, si inserisce in un tessuto stratigrafico di inestimabile valore accademico. Le antiche sepolture poggiano infatti in modo diretto sulle fondamenta di un insediamento preesistente, le cui lontane origini si disperdono nelle nebbie cronologiche dell’Antico Regno, un’epoca arcaica databile a circa quattromila anni or sono.

Secondo quanto formalmente e autorevolmente dichiarato da Sherif Fathy, massima carica ministeriale per il settore in questione, l’architettura funeraria di questo specifico sito manifesta una straordinaria eterogeneità di soluzioni strutturali e progettuali. Le inumazioni analizzate con perizia dagli archeologi spaziano da modestissime fosse terragne, all’interno delle quali le spoglie mortali venivano pietosamente deposte a nudo e diretto contatto con il suolo, fino a giungere a ben più complessi e sofisticati sepolcri finemente rivestiti in mattoni di fango essiccato. Tra i reperti di innegabile pregio artistico ed elevato spessore artigianale emergono numerosi sarcofagi impreziositi da intonaco dipinto e caratteristiche bare in terracotta dalla singolare sagoma a botte, manufatti che gli esperti fanno risalire inequivocabilmente al florido periodo tolemaico.

La disposizione spaziale e planimetrica delle salme rivela agli studiosi una notevole molteplicità di antiche pratiche rituali, ampiamente testimoniata dagli orientamenti intenzionalmente differenziati lungo i punti cardinali, con una chiara e sistematica predilezione per i vettori direzionali nord-sud ed est-ovest. Anche la postura fisica assegnata ai defunti appare grandemente variabile e costantemente oggetto di studio teologico: i resti umani presentano infatti le braccia metodicamente incrociate sul bacino oppure solennemente ripiegate sul petto, in un atteggiamento di perpetuo e ieratico riposo. Accanto a tali corpi incorrotti dal tempo, gli instancabili escavatori hanno recuperato un corredo materiale particolarmente prospero e variegato, comprendente vasi finemente intagliati in pietra e forgiati in terracotta, antichi stampi in ceramica per la panificazione, strumenti operativi di uso quotidiano e persino strutture in laterizio impiegate originariamente come fornaci. A completare tale affascinante scenario di vita materiale, domestica e cultuale, sono stati rigorosamente catalogati innumerevoli frammenti ossei appartenenti alla fauna locale, tra cui spiccano evidenti resti di avifauna, fauna ittica e molteplici mammiferi.

Tuttavia, il tassello di indubbio fascino e di profondo interesse filologico è rappresentato dal fortuito rinvenimento di inumazioni del tutto atipiche, contenenti le spoglie perfettamente intatte di cinghiali selvatici. L’accurata esegesi di tali presenze suggerisce agli accademici una connessione ineludibile con la complessa e criptica sfera del sacro. Nella consolidata e radicata mitologia di questo antico bacino culturale, infatti, la figura del suino era intimamente ed esotericamente legata al culto di Seth, la formidabile e iraconda divinità tutelare del caos, delle turbolenze atmosferiche e dell’implacabile mondo naturale incontaminato. Questa superba scoperta offre pertanto una preziosa e insostituibile chiave di lettura per decodificare le dinamiche sincretiche che animarono le credenze escatologiche di quell’area geografica, evidenziando come persino i rappresentanti della fauna selvaggia assumessero una inequivocabile pregnanza religiosa nelle cerimonie di sepoltura di quelle remote ere.

La redazione della rivista Archaeology Magazine, prestigiosa e longeva pubblicazione promulgata sotto l’alta egida dell’Archaeological Institute of America, si fa portavoce di questi meritevoli traguardi intellettuali, sottolineando il dialogo inesauribile tra i reperti emersi dalle viscere della terra e la complessa storiografia delle civiltà del nostro passato. Le recenti e complesse indagini condotte con infaticabile rigore metodologico lungo le coste settentrionali del suolo egiziano testimoniano la persistente e indomabile vocazione alla ricerca che onora e contraddistingue l’evoluzione scientifica del XXI secolo. Al fine di ampliare i confini della propria conoscenza in merito alla vertiginosa complessità dei riti funerari di matrice greco-romana, la medesima rivista specialistica raccomanda caldamente ai lettori più esigenti di consultare l’approfondimento testuale intitolato «Speaking in Golden Tongues», afferente alle inumazioni portate alla luce nella celebre necropoli di Ossirinco. Si ricorda, a tal proposito, l’eccezionale rito di dotare i trapassati di lingue in lamina d’oro, una pratica esoterica volta unicamente a concedere loro il mistico dono del λόγος per poter interloquire in eterno con le divinità dell’oltretomba. L’intricata trama di architetture, corredi funerari e testimonianze faunistiche restituisce all’umanità contemporanea uno spaccato incredibilmente vivido e pulsante di un mondo arcaico in cui la vita quotidiana, il sentimento religioso e l’accettazione della morte si intrecciavano indissolubilmente.

Roma. Una villa imperiale sotto il Liceo Cavour a Roma

A Roma, il tessuto urbano continua a restituire testimonianze inestimabili del proprio passato imperiale, confermando come la stratificazione storica della capitale celi ancora innumerevoli segreti sotto le fondamenta degli edifici moderni. L’ultima eccezionale scoperta ha avuto luogo negli ambienti sotterranei del Liceo Scientifico Cavour, un prestigioso istituto scolastico situato a breve distanza dal Colosseo. Come riportato dalla rivista scientifica statunitense Live Science, il ritrovamento non è stato frutto di una campagna di scavo programmata, bensì della curiosità e dell’iniziativa di un gruppo di giovani studenti. Impegnati nell’esplorazione dei tunnel sotterranei che innervano le fondamenta del loro plesso scolastico, gli allievi si sono imbattuti in strutture murarie di inequivocabile matrice antica, allertando tempestivamente il corpo docente.

La professoressa Claudia Marino, resasi immediatamente conto dell’importanza dei reperti, ha coinvolto le autorità competenti, dando il via a un esemplare sinergia tra l’istituzione scolastica e la comunità accademica. Sotto la rigorosa supervisione degli esperti, tra cui spicca l’archeologo Filippo Coarelli in forza all’Università degli Studi di Perugia, è stata avviata un’indagine approfondita degli ambienti ipogei. Gli studiosi hanno così potuto accertare che i resti appartengono a una magnifica domus di epoca romana, la cui edificazione è stata concordemente datata al II secolo dell’era cristiana.

L’esistenza di questo complesso residenziale non era del tutto ignota agli annali dell’archeologia capitolina. Già sul finire del XIX secolo, in concomitanza con i lavori di costruzione dell’edificio che avrebbe poi ospitato il liceo odierno, alcune porzioni delle fondamenta della villa erano state parzialmente svelate. In quell’occasione emerse un reperto epigrafico di fondamentale importanza: un’iscrizione che ha permesso agli storici di formulare una solida e affascinante ipotesi circa l’identità degli antichi proprietari. Gli accademici ritengono infatti che la sontuosa dimora fosse la residenza urbana di un esponente della famiglia degli Umbrius, una stirpe le cui vicende si intrecciano inestricabilmente con la complessa trama della società imperiale dell’epoca.

Le recenti operazioni di indagine e messa in sicurezza, condotte in stretta collaborazione con la Soprintendenza Speciale di Roma, hanno riportato alla luce dettagli architettonici e decorativi di straordinario valore artistico e filologico. Gli ambienti finora esplorati rivelano la magnificenza tipica delle residenze patrizie, caratterizzate da una cura maniacale per l’estetica degli spazi di rappresentanza. Nello specifico, la squadra di archeologi ha rinvenuto imponenti soffitti a volta, ancora oggi impreziositi da raffinati affreschi policromi e da intricate decorazioni in stucco che testimoniano l’elevata maestria tecnica delle maestranze operanti nella capitale imperiale.

Il percorso di studio all’interno della domus ha inoltre permesso di identificare un ulteriore ambiente di inestimabile pregio, la cui pavimentazione è costituita da un mosaico realizzato con tessere di ampie dimensioni e dalla peculiare conformazione irregolare. Le autorità governative e universitarie hanno già annunciato la pianificazione di ulteriori e più estese campagne di scavo. L’obiettivo primario di tali future indagini consisterà nel delineare l’esatta planimetria della villa sepolta, sperando di sottrarre all’oblio del tempo nuovi preziosi frammenti dello sfarzo che animava il cuore pulsante della città quasi duemila anni or sono.

Dal faraone Senwosret III a un tempio dorico: l’Egitto nascosto di Eracleopoli viene alla luce

«A BENI SUEF, in Egitto, un eccezionale recupero archeologico sta ridefinendo in maniera radicale la nostra comprensione delle dinamiche insediative, dei processi di riappropriazione architettonica e della stratificazione monumentale delle antiche metropoli nilotiche. Il Ministero del Turismo e delle Antichità ha recentemente annunciato alla comunità scientifica internazionale una serie di scoperte di inestimabile valore storico, avvenute presso il sito centrale di Ihnasiya al-Madina. Questo insediamento nevralgico, che assunse l’alto ruolo di capitale durante il turbolento periodo della IX dinastia e della X dinastia, è universalmente noto nella storiografia classica sotto la prestigiosa denominazione ellenistica di Heracleopolis Magna (in greco antico Ἡρακλέους πόλις). Secondo le accurate informazioni preliminarmente divulgate dal periodico telematico La Brújula Verde, i gruppi di ricerca hanno riportato alla luce, dal grembo sabbioso dell’area, un imponente blocco litico di reimpiego. La pietra si presenta finemente scolpita e reca inciso, con straordinaria precisione formale, il nome dell’illustre sovrano Senwosret III, il cui governo assoluto si inquadra cronologicamente nell’alveo della XII dinastia, in un arco temporale rigorosamente compreso tra il 1878 a.C. e il 1840 a.C..

L’importanza filologica, epigrafica e documentaria di tale reperto lapideo si rivela di assoluto rilievo per gli accademici. Il blocco reca infatti preziose iscrizioni che tramandano alle generazioni presenti i complessi titoli di nascita e i sacrali cerimoniali di incoronazione del faraone, offrendo uno squarcio inestimabile sulle formule della legittimazione regia nel Medio Regno. Ad arricchire ulteriormente questa straordinaria testimonianza epigrafica si aggiunge il contestuale ritrovamento di un elemento in pietra raffigurante un cartiglio reale, all’interno del quale è perfettamente leggibile il teonimo di Osiride Na Rief. Si tratta di una peculiare e localizzata espressione della divinità primigenia Ὄσιρις, la quale fu oggetto di una fervente e profonda venerazione cultuale nell’intera regione centro-egiziana, abbracciando una cronologia amplissima che spazia dalle fasi tarde dell’epoca faraonica sino a giungere alla complessa temperie culturale del successivo periodo tolemaico. Questa tangibile sovrapposizione di titolature regie e di specifici riferimenti teologici evidenzia in maniera del tutto incontrovertibile la millenaria persistenza del sentimento del sacro e la stratificazione continua del sito in esame.

A delineare e circoscrivere un quadro storico ancor più articolato e affascinante è prontamente intervenuto Hisham El-Leithy, eminente e stimato esponente del Consiglio Supremo delle Antichità. L’accademico ha illustrato, con puntuale rigore esegetico, le modalità con cui l’indagine stratigrafica non si sia limitata a lambire gli orizzonti egizi, bensì abbia restituito copiose testimonianze materiali appartenenti a epoche ben più recenti. Tra le maestose vestigia rinvenute negli strati superiori, spiccano le tracce inequivocabili di un tempio greco di rigoroso ordine dorico, mirabilmente associate alle poderose fondamenta di una grande basilica di epoca romana. La compenetrazione e il riuso metodico dei materiali costruttivi rappresentano, a tutti gli effetti, il nucleo concettuale ed ermeneutico di questa maestosa scoperta. Le monumentali componenti strutturali dell’originario edificio templare dorico, infatti, non furono distrutte, ma vennero successivamente recuperate, reinterpretate e inserite, nel corso del VI secolo, direttamente nel basamento della basilica stessa. Le medesime pietre vennero impiegate per la costruzione delle massicce piattaforme di fondazione, espressamente destinate a sorreggere gli imponenti pilastri della nuova navata. Tale sistematica prassi costruttiva, filologicamente identificata come spolia, costituisce una testimonianza tangibile della ineluttabile transizione urbanistica e ideologica dell’insediamento verso la nuova e trionfante sensibilità architettonica di stampo tardoantico.

Ad arricchire definitivamente questo già prodigo giacimento culturale, il sito ha offerto alla comunità scientifica e ai posteri un pregevolissimo frammento statuario di indubbio valore artistico. I ricercatori hanno recuperato la testa di una scultura in marmo purissimo raffigurante Afrodite (la dea immortale Ἀφροδίτη), divinità greca preposta alla sublimazione dell’amore e della bellezza. Questo magnifico ritrovamento attesta, con forza poetica, la vivacità degli scambi estetici e la forte penetrazione del pantheon classico nel cuore del Mediterraneo orientale. Unitamente a questo plastico capolavoro, gli archeologi hanno rinvenuto innumerevoli frammenti di statue parietali, la cui articolata iconografia è attualmente in fase di meticoloso esame tassonomico. Da ultimo, ma non per importanza storiografica, si rivelano gli aspetti legati alla storia economica del distretto: tra le maestose rovine sono clamorosamente emersi anche numerosi stampi in ceramica, originariamente utilizzati dalle maestranze locali per la coniazione di monete romane. Tale inattesa evidenza numismatica trasforma di fatto Ihnasiya al-Madina da esclusivo santuario a vivacissimo crocevia amministrativo ed economico del mondo antico.»

43 elmi “sbagliati” cambiano la storia militare del Mediterraneo

A BENICARLÓ, nelle placide eppure insidiose acque che bagnano il sito archeologico sommerso di Piedras de la Barbada, ha a lungo riposato un enigma storiografico capace di fuorviare la comunità accademica per oltre un trentennio. Recuperato in maniera del tutto fortuita nell’anno 1990, quando alcuni pescatori locali impigliarono inavvertitamente le proprie reti in pesanti blocchi metallici tenacemente compattati dalla corrosione marina, uno straordinario arsenale composto da quarantatré elmi in ferro venne frettolosamente ed erroneamente ascritto all’orizzonte cronologico dell’epoca romana. Oggi, un meticoloso lavoro di revisione filologica e scientifica, orchestrato dai ricercatori dell’Università di Alicante in stretta sinergia con l’Università di Salerno, ha definitivamente decostruito questa persistente fallacia attributiva. I risultati inoppugnabili delle recenti analisi collocano infatti la manifattura di questi strumenti di difesa in un preciso segmento temporale, inquadrabile tra la fine del XIV secolo e i primordi del XV secolo.

La complessa indagine, i cui esiti sono stati affidati alle pagine della prestigiosa rivista accademica Antiquity, edita dalla Cambridge University Press, è stata magistralmente condotta da Manuel Frallicciardi, promettente dottorando impegnato in un percorso di ricerca congiunto. Le sue deduzioni restituiscono alla storia il più imponente tesoro di elmi medievali sino ad ora riportato alla luce nell’intero bacino del Mediterraneo occidentale. L’importanza di tale agglomerato trascende la straordinarietà del reperto in sé, configurandosi come un formidabile strumento di decodifica per le intricate reti militari e commerciali che solcavano le rotte marittime del tardo Medioevo. Come argomenta con cristallina lucidità il professor Raimon Graells, docente presso il medesimo ateneo iberico e codirettore dell’ambizioso progetto di ricerca, la fenomenale portata del ritrovamento ci pone di fronte a prove inconfutabili: «Ci troviamo di fronte all’evidenza diretta di un commercio d’armi su larga scala. Questa scoperta rivela una rete di scambi e comunicazioni ben più complessa di quanto si ritenesse in passato». L’indagine traccia in modo inequivocabile le direttrici di un incessante flusso di equipaggiamento bellico che congiungeva le coste del litorale valenciano ai pulsanti epicentri mercantili del Nord Italia, con particolare riferimento a Genova, indiscussa superpotenza mercantile di quell’epoca.

Il percorso di identificazione ha tuttavia posto innumerevoli ostacoli di natura interpretativa. Lo stesso Manuel Frallicciardi annota: «All’inizio, è stato difficile collocarli in un’epoca specifica poiché presentavano tratti che richiamavano sia i modelli tardo-romani sia potenziali pezzi medievali ispirati alle tradizioni classiche». La svolta metodologica si è concretizzata mediante l’applicazione di un protocollo analitico d’avanguardia sviluppato nei laboratori dell’Università di Alicante. La carenza di paralleli morfologici ha spinto il ricercatore a compulsare le fonti iconografiche d’Oltremanica risalenti al XIV secolo, constatando come questi elmi incarnassero una fase di transizione tecnologica del tutto orfana di successive evoluzioni.

Il miracoloso stato di conservazione degli elmi deve la sua genesi alla provvidenziale azione sinergica di concrezioni marine e depositi sedimentari. Questa corazza naturale ha sigillato i frammenti tessili che foderavano l’interno delle calotte, forgiando micro-ambienti stabili che hanno inibito il disfacimento della materia organica. Proprio la datazione al radiocarbonio di tali lacerti tessili ha fornito le inconfutabili coordinate cronologiche dell’intero deposito. Il quadro storico che fa da sfondo a questo naufragio, occorso presumibilmente durante le delicate fasi di carico o scarico a soli sei metri di profondità, è intriso di tensioni geopolitiche. Verso la metà del XIV secolo, l’endemica espansione della pirateria di matrice islamica lungo le coste del Regno di Valencia impose una drastica militarizzazione del litorale. È pertanto storicamente fondato ipotizzare che il carico perduto fosse specificamente destinato all’approvvigionamento delle milizie autoctone incaricate di pattugliare la vulnerabile frontiera marittima.

Porcellane cinesi e cristalli a 600 metri di profondità: riemerge il relitto fantasma

Al largo di OSLO, nelle acque profonde del mare norvegese, i ricercatori del Norsk Maritimt Museum hanno portato alla luce una delle scoperte di archeologia subacquea più straordinarie degli ultimi anni: un relitto del XVIII secolo rinvenuto a quasi seicento metri di profondità, in uno stato di conservazione eccezionale, con l’intero carico sostanzialmente integro sul fondale marino. Piatti di porcellana cinese impilati con ordine geometrico, lampadari di cristallo, vasellame in vetro soffiato e casse sigillate: un inventario che restituisce con vivida immediatezza l’immagine di una nave mercantile colta di sorpresa dal destino nel pieno della sua rotta commerciale.

«Rinveniamo spesso carichi e merci», ha dichiarato Sven Ahrens del Norsk Maritimt Museum, «ma di norma si tratta di materiali frantumati o ricoperti da incrostazioni marine. Qui, invece, piatti interi giacevano impilati sul fondale»: una testimonianza della straordinaria capacità conservativa delle acque profonde e fredde del mare settentrionale, dove la quasi totale assenza di correnti, la bassa temperatura e la scarsità di ossigeno creano condizioni di anaerobiosi che rallentano drasticamente i processi di degrado organico e inorganico.

Il relitto è stato individuato grazie all’impiego di tecnologie di telerilevamento avanzate, che hanno permesso di costruire un modello tridimensionale del sito e una cartografia dettagliata dell’area del naufragio. Il recupero degli artefatti è avvenuto mediante un remotely operated vehicle — un veicolo subacqueo a controllo remoto — dotato di braccio robotico equipaggiato con ventose ad aspirazione, strumento che consente di estrarre oggetti fragili dal fondale senza comprometterne l’integrità. Circa quaranta pezzi sono stati portati in superficie, offrendo ai ricercatori un campione sufficientemente ampio per avviare le prime analisi storico-tipologiche.

La provenienza della porcellana è inequivocabilmente cinese: si tratta di manifatture dell’epoca della dinastia Qing, prodotte specificamente per il mercato europeo nell’ambito di quel florido commercio intercontinentale che, nel corso del XVII e del XVIII secolo, aveva trasformato la ceramica orientale in uno degli articoli di lusso più ambiti dalle élites del Vecchio Continente. Le principali compagnie delle Indie orientali — olandese, danese, svedese e britannica — importavano ogni anno milioni di pezzi attraverso i grandi empori commerciali dell’Europa settentrionale. Secondo le ipotesi avanzate dal gruppo di ricerca, il piccolo cargo potrebbe aver caricato la sua preziosa merce a Göteborg, a Copenaghen o ad Amsterdam, tre dei principali nodi di distribuzione della porcellana chinoiserie nel mercato nordeuropeo del XVIII secolo.

«Questi ritrovamenti non sono soltanto belli, esteticamente impressionanti e di grande valore», ha sottolineato l’archeologo marino Ivar Aarrestad: «svolgeranno anche un ruolo importante nel migliorare la nostra comprensione della storia economica». L’affermazione non è priva di peso scientifico. Ogni relitto commerciale ben conservato costituisce, per gli storici dell’economia, una fonte di primaria importanza: il manifesto di carico materialmente incarnato in oggetti reali, capace di documentare rotte, volumi, tipologie merceologiche e reti di scambio con una concretezza che nessun documento d’archivio potrebbe eguagliare. Nel caso specifico, la presenza simultanea di porcellane cinesi, cristallerie e lampadari suggerisce un carico destinato a una clientela aristocratica o alto-borghese, presumibilmente in uno dei porti mercantili della Scandinavia o del Baltico.

Le indagini proseguiranno nei prossimi mesi con l’obiettivo di identificare con maggiore certezza l’origine, la nazionalità e il nome dell’imbarcazione, nonché di ricostruire le circostanze del naufragio. La scoperta si inserisce in una stagione particolarmente feconda per l’archeologia subacquea nordeuropea, che grazie alle nuove tecnologie robotiche sta riportando alla luce un patrimonio sommerso di straordinaria ricchezza storica e culturale.