«A BENI SUEF, in Egitto, un eccezionale recupero archeologico sta ridefinendo in maniera radicale la nostra comprensione delle dinamiche insediative, dei processi di riappropriazione architettonica e della stratificazione monumentale delle antiche metropoli nilotiche. Il Ministero del Turismo e delle Antichità ha recentemente annunciato alla comunità scientifica internazionale una serie di scoperte di inestimabile valore storico, avvenute presso il sito centrale di Ihnasiya al-Madina. Questo insediamento nevralgico, che assunse l’alto ruolo di capitale durante il turbolento periodo della IX dinastia e della X dinastia, è universalmente noto nella storiografia classica sotto la prestigiosa denominazione ellenistica di Heracleopolis Magna (in greco antico Ἡρακλέους πόλις). Secondo le accurate informazioni preliminarmente divulgate dal periodico telematico La Brújula Verde, i gruppi di ricerca hanno riportato alla luce, dal grembo sabbioso dell’area, un imponente blocco litico di reimpiego. La pietra si presenta finemente scolpita e reca inciso, con straordinaria precisione formale, il nome dell’illustre sovrano Senwosret III, il cui governo assoluto si inquadra cronologicamente nell’alveo della XII dinastia, in un arco temporale rigorosamente compreso tra il 1878 a.C. e il 1840 a.C..
L’importanza filologica, epigrafica e documentaria di tale reperto lapideo si rivela di assoluto rilievo per gli accademici. Il blocco reca infatti preziose iscrizioni che tramandano alle generazioni presenti i complessi titoli di nascita e i sacrali cerimoniali di incoronazione del faraone, offrendo uno squarcio inestimabile sulle formule della legittimazione regia nel Medio Regno. Ad arricchire ulteriormente questa straordinaria testimonianza epigrafica si aggiunge il contestuale ritrovamento di un elemento in pietra raffigurante un cartiglio reale, all’interno del quale è perfettamente leggibile il teonimo di Osiride Na Rief. Si tratta di una peculiare e localizzata espressione della divinità primigenia Ὄσιρις, la quale fu oggetto di una fervente e profonda venerazione cultuale nell’intera regione centro-egiziana, abbracciando una cronologia amplissima che spazia dalle fasi tarde dell’epoca faraonica sino a giungere alla complessa temperie culturale del successivo periodo tolemaico. Questa tangibile sovrapposizione di titolature regie e di specifici riferimenti teologici evidenzia in maniera del tutto incontrovertibile la millenaria persistenza del sentimento del sacro e la stratificazione continua del sito in esame.
A delineare e circoscrivere un quadro storico ancor più articolato e affascinante è prontamente intervenuto Hisham El-Leithy, eminente e stimato esponente del Consiglio Supremo delle Antichità. L’accademico ha illustrato, con puntuale rigore esegetico, le modalità con cui l’indagine stratigrafica non si sia limitata a lambire gli orizzonti egizi, bensì abbia restituito copiose testimonianze materiali appartenenti a epoche ben più recenti. Tra le maestose vestigia rinvenute negli strati superiori, spiccano le tracce inequivocabili di un tempio greco di rigoroso ordine dorico, mirabilmente associate alle poderose fondamenta di una grande basilica di epoca romana. La compenetrazione e il riuso metodico dei materiali costruttivi rappresentano, a tutti gli effetti, il nucleo concettuale ed ermeneutico di questa maestosa scoperta. Le monumentali componenti strutturali dell’originario edificio templare dorico, infatti, non furono distrutte, ma vennero successivamente recuperate, reinterpretate e inserite, nel corso del VI secolo, direttamente nel basamento della basilica stessa. Le medesime pietre vennero impiegate per la costruzione delle massicce piattaforme di fondazione, espressamente destinate a sorreggere gli imponenti pilastri della nuova navata. Tale sistematica prassi costruttiva, filologicamente identificata come spolia, costituisce una testimonianza tangibile della ineluttabile transizione urbanistica e ideologica dell’insediamento verso la nuova e trionfante sensibilità architettonica di stampo tardoantico.
Ad arricchire definitivamente questo già prodigo giacimento culturale, il sito ha offerto alla comunità scientifica e ai posteri un pregevolissimo frammento statuario di indubbio valore artistico. I ricercatori hanno recuperato la testa di una scultura in marmo purissimo raffigurante Afrodite (la dea immortale Ἀφροδίτη), divinità greca preposta alla sublimazione dell’amore e della bellezza. Questo magnifico ritrovamento attesta, con forza poetica, la vivacità degli scambi estetici e la forte penetrazione del pantheon classico nel cuore del Mediterraneo orientale. Unitamente a questo plastico capolavoro, gli archeologi hanno rinvenuto innumerevoli frammenti di statue parietali, la cui articolata iconografia è attualmente in fase di meticoloso esame tassonomico. Da ultimo, ma non per importanza storiografica, si rivelano gli aspetti legati alla storia economica del distretto: tra le maestose rovine sono clamorosamente emersi anche numerosi stampi in ceramica, originariamente utilizzati dalle maestranze locali per la coniazione di monete romane. Tale inattesa evidenza numismatica trasforma di fatto Ihnasiya al-Madina da esclusivo santuario a vivacissimo crocevia amministrativo ed economico del mondo antico.»





