A Tell Kom Aziza, nel governatorato di Beheira, in Egitto, le recenti e meticolose indagini archeologiche hanno portato alla luce un vasto complesso funerario risalente storicamente ai periodi greco e romano. La campagna di scavi, tempestivamente portata all’attenzione della comunità scientifica internazionale dalle pagine della testata Ahram Online e confermata in veste ufficiale dal Ministero del Turismo e delle Antichità Egiziano in data 8 Giugno 2026, si inserisce in un tessuto stratigrafico di inestimabile valore accademico. Le antiche sepolture poggiano infatti in modo diretto sulle fondamenta di un insediamento preesistente, le cui lontane origini si disperdono nelle nebbie cronologiche dell’Antico Regno, un’epoca arcaica databile a circa quattromila anni or sono.
Secondo quanto formalmente e autorevolmente dichiarato da Sherif Fathy, massima carica ministeriale per il settore in questione, l’architettura funeraria di questo specifico sito manifesta una straordinaria eterogeneità di soluzioni strutturali e progettuali. Le inumazioni analizzate con perizia dagli archeologi spaziano da modestissime fosse terragne, all’interno delle quali le spoglie mortali venivano pietosamente deposte a nudo e diretto contatto con il suolo, fino a giungere a ben più complessi e sofisticati sepolcri finemente rivestiti in mattoni di fango essiccato. Tra i reperti di innegabile pregio artistico ed elevato spessore artigianale emergono numerosi sarcofagi impreziositi da intonaco dipinto e caratteristiche bare in terracotta dalla singolare sagoma a botte, manufatti che gli esperti fanno risalire inequivocabilmente al florido periodo tolemaico.
La disposizione spaziale e planimetrica delle salme rivela agli studiosi una notevole molteplicità di antiche pratiche rituali, ampiamente testimoniata dagli orientamenti intenzionalmente differenziati lungo i punti cardinali, con una chiara e sistematica predilezione per i vettori direzionali nord-sud ed est-ovest. Anche la postura fisica assegnata ai defunti appare grandemente variabile e costantemente oggetto di studio teologico: i resti umani presentano infatti le braccia metodicamente incrociate sul bacino oppure solennemente ripiegate sul petto, in un atteggiamento di perpetuo e ieratico riposo. Accanto a tali corpi incorrotti dal tempo, gli instancabili escavatori hanno recuperato un corredo materiale particolarmente prospero e variegato, comprendente vasi finemente intagliati in pietra e forgiati in terracotta, antichi stampi in ceramica per la panificazione, strumenti operativi di uso quotidiano e persino strutture in laterizio impiegate originariamente come fornaci. A completare tale affascinante scenario di vita materiale, domestica e cultuale, sono stati rigorosamente catalogati innumerevoli frammenti ossei appartenenti alla fauna locale, tra cui spiccano evidenti resti di avifauna, fauna ittica e molteplici mammiferi.
Tuttavia, il tassello di indubbio fascino e di profondo interesse filologico è rappresentato dal fortuito rinvenimento di inumazioni del tutto atipiche, contenenti le spoglie perfettamente intatte di cinghiali selvatici. L’accurata esegesi di tali presenze suggerisce agli accademici una connessione ineludibile con la complessa e criptica sfera del sacro. Nella consolidata e radicata mitologia di questo antico bacino culturale, infatti, la figura del suino era intimamente ed esotericamente legata al culto di Seth, la formidabile e iraconda divinità tutelare del caos, delle turbolenze atmosferiche e dell’implacabile mondo naturale incontaminato. Questa superba scoperta offre pertanto una preziosa e insostituibile chiave di lettura per decodificare le dinamiche sincretiche che animarono le credenze escatologiche di quell’area geografica, evidenziando come persino i rappresentanti della fauna selvaggia assumessero una inequivocabile pregnanza religiosa nelle cerimonie di sepoltura di quelle remote ere.
La redazione della rivista Archaeology Magazine, prestigiosa e longeva pubblicazione promulgata sotto l’alta egida dell’Archaeological Institute of America, si fa portavoce di questi meritevoli traguardi intellettuali, sottolineando il dialogo inesauribile tra i reperti emersi dalle viscere della terra e la complessa storiografia delle civiltà del nostro passato. Le recenti e complesse indagini condotte con infaticabile rigore metodologico lungo le coste settentrionali del suolo egiziano testimoniano la persistente e indomabile vocazione alla ricerca che onora e contraddistingue l’evoluzione scientifica del XXI secolo. Al fine di ampliare i confini della propria conoscenza in merito alla vertiginosa complessità dei riti funerari di matrice greco-romana, la medesima rivista specialistica raccomanda caldamente ai lettori più esigenti di consultare l’approfondimento testuale intitolato «Speaking in Golden Tongues», afferente alle inumazioni portate alla luce nella celebre necropoli di Ossirinco. Si ricorda, a tal proposito, l’eccezionale rito di dotare i trapassati di lingue in lamina d’oro, una pratica esoterica volta unicamente a concedere loro il mistico dono del λόγος per poter interloquire in eterno con le divinità dell’oltretomba. L’intricata trama di architetture, corredi funerari e testimonianze faunistiche restituisce all’umanità contemporanea uno spaccato incredibilmente vivido e pulsante di un mondo arcaico in cui la vita quotidiana, il sentimento religioso e l’accettazione della morte si intrecciavano indissolubilmente.





