I simboli del nazismo nascosti nei quadri di Erich Mercker

Sotto il cielo azzurro di una pacifica tela bavarese si nascondeva l'oscura propaganda del regime. Un'équipe multidisciplinare ha riportato alla luce i simboli occultati di una pittura degli anni Trenta, dimostrando come l'arte sia stata manipolata per sfuggire al giudizio postbellico.

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Pair of impressionist cityscape paintings of a stone street with archways, shown side by side; left panel has a white inset highlight in the upper section.

A MONACO DI BAVIERA, in Germania, la coltre del tempo e l’omertà della storia recente sono state squarciate grazie all’applicazione delle più moderne tecnologie di indagine visiva e materica. L’esplorazione del passato, quando condotta con il rigore metodologico tipico delle scienze esatte, riesce sovente a scardinare le narrative rassicuranti costruite a posteriori per celare le compromissioni ideologiche. Il protagonista di questa complessa indagine filologica è Erich Mercker, vissuto tra il 1891 e il 1973, un pittore di paesaggi e architetture che godette di notevole fortuna nella sua epoca e che non disdegnò di assecondare i dettami del regime. Durante gli anni più oscuri della storia europea, compresi tra il 1933 e il 1945, l’artista realizzò infatti svariate opere intrise di inequivocabile simbologia nazionalsocialista. Tra queste testimonianze spicca la tela originariamente intitolata Die Stätte des 9. November, una solenne rappresentazione del celebre monumento della Feldherrnhalle, eretto per commemorare i caduti del fallito colpo di stato perpetrato dal partito nel 1923. Terminata la catastrofe della seconda guerra mondiale, l’autore, al pari di innumerevoli colleghi inseriti nel panorama culturale dell’epoca, proseguì imperterrito la propria carriera artistica, operando una silente ma metodica censura sul proprio trascorso per riabilitarsi agli occhi del nuovo ordinamento democratico.

La riscoperta fortuita di questo peculiare manufatto si deve al produttore e regista cinematografico Thomas Schuhbauer, il quale ha rinvenuto l’opera nell’abitazione dei propri genitori, a cui il quadro era stato donato in occasione delle nozze celebrate nel 1966. A un’analisi superficiale, l’immagine presentava la rassicurante bandiera bavarese a losanghe bianche e azzurre, omettendo con cura qualsiasi traccia di soldati in armi o corone commemorative, e celandosi dietro titoli in apparenza innocui quali Feldherrnhalle oppure München am Odeonsplatz. Tuttavia, l’occhio attento ha potuto scorgere alcune incongruenze formali: la persistente visibilità della porzione superiore del sacrario, un’architettura che in realtà fu demolita immediatamente dopo la fine del conflitto, unitamente ad alcune lievi tracce di pigmento rossastro affioranti ai margini del vessillo, hanno insinuato il legittimo sospetto che la genesi del dipinto risalisse inequivocabilmente al periodo della dittatura.

Al fine di dissipare ogni incertezza documentale, Thomas Schuhbauer ha avviato una proficua collaborazione istituzionale con il centro di ricerca Helmholtz-Zentrum Berlin, affiancandosi alla dottoressa Ioanna Mantouvalou, eminente fisica in forza al gruppo di ricerca SyncLab presso la Technische Universität Berlin. L’impiego della spettroscopia di fluorescenza a raggi X ha rappresentato la chiave di volta dell’intera operazione ermeneutica. Tale sofisticato approccio metodologico non distruttivo, che consente di esaminare la composizione elementare dei pigmenti spingendosi ad alcuni millimetri di profondità sotto la superficie pittorica, ha restituito un verdetto ineluttabile. L’indagine diagnostica ha palesato in modo incontrovertibile la preesistenza di una bandiera rossa decorata con la svastica, magistralmente celata sotto il blasone bavarese. Sono emerse altresì le sagome originarie delle guardie armate, i severi festoni mortuari sul monumento e, finanche, le figure di alcuni passanti colti nell’atto di eseguire il saluto romano, tutti elementi che la mano dell’artista aveva tentato di consegnare all’oblio.

L’espediente tecnico impiegato per perpetrare tale falsificazione storica si è basato sull’utilizzo massiccio e mirato di bianco di titanio, un pigmento di recente introduzione che risulta del tutto assente nelle campiture del resto della composizione pittorica. La scoperta assume contorni ancor più definiti ed emblematici se si considera che, rovistando tra i materiali di bottega appartenuti a Erich Mercker, è stato rinvenuto proprio un tubetto di pittura a olio recante la dicitura Titanium White 10103 Schmincke. Questa circostanza comprova in via definitiva come sia stato l’artista medesimo, agendo con fretta e imperizia, a emendare la propria creazione per ripulirne la compromettente eredità politica. L’eccellente approccio multidisciplinare ha visto la partecipazione attiva dello storico dell’arte Patrick Jung e del pronipote dell’artista, Magnus Bauer, i quali hanno contribuito a trasformare una fredda indagine chimico-fisica in una profonda esplorazione sociologica delle ambiguità morali del nascente miracolo economico tedesco. A imperitura memoria di questa complessa indagine, in grado di ricordarci come l’arte possa tramutarsi in strumento di mistificazione, la tela è attualmente custodita presso le sale del Munich Documentation Centre for the History of National Socialism.

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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.
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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.