sabato 27 Giugno 2026
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Roma e le fake news: storia della propaganda antica

Roma non ha solo costruito imperi e monumenti: ha inventato un modo di dominare il pensiero collettivo, di manipolare le coscienze, di piegare la realtà alle esigenze del potere. Pensare che la fake news sia una creatura recente è un errore; il suo vero battesimo arriva quando la città eterna comincia a tessere miti, favole e racconti falsati con Nobel artigianato. Dall’incendio di Roma, che molti attribuirono a Nerone, fino al testamento mai ritrovato di Marco Antonio, ogni epoca romana ha saputo plasmarne altri. Mani esperte hanno fatto della menzogna uno strumento per dominare uomini e popoli. Roma ha davvero inventato le fake news, insegnando a tutto il mondo antico che la verità è labile e si piega facilmente al racconto.

La narrazione della propria nascita fu uno dei primi atti di propaganda che Roma mise in scena. Nello straordinario racconto di Virgilio, l’eroe troiano Enea approda sulle rive del Tevere, dirige la sua discendenza verso la fondazione della città, suggellando così il destino di Roma come erede della piú antica nobiltà mediterranea. La Eneide non fu solo poesia, ma una scrittura sistematica del mito, servita per conferire legittimità e autorità alla nuova nobiltà augustea. Ab urbe condita di Tito Livio prosegue su questa linea, cucendo insieme genealogie, oracoli e prodigi che fanno di Roma la città prescelta dagli dèi. Non conta se la verità sia tutta leggenda: la mitologia offre giustificazioni alle conquiste e alle espansioni, celebra le origini divine della città e presenta Roma come l’unica legittima erede del mondo antico. In questi racconti le fake news non sono un accidente, ma un meccanismo lucido e consapevole di legittimazione.

Entrati nella Repubblica, il bisogno di consenso si trasforma in lotta politica. Quest’epoca si distingue per l’uso delle voci e delle dicerie come strumenti di potere. Cicerone, con le sue epistole e i discorsi in Senato, è maestro nel seminare rumor e calunnie, tanto che le opinioni cambiano più rapidamente della sorte dei generali. Le lettere a Attico e i resoconti del Bellum Catilinae di Sallustio dimostrano quanto fosse facile manipolare la realtà: le reti sociali di allora erano fatte di portici e fori, dove le notizie false venivano trasmesse da persona a persona, generando crisi politiche e condannando avversari prima ancora che si potesse provare il contrario. Il caso della congiura di Catilina mostra come la narrazione fosse deliberatamente plasmata per incutere timore tra il popolo e sostegno agli optimates, con Sallustio stesso a dichiarare apertamente che la reputazione, non la verità, era la chiave del successo.

La transizione verso la età imperiale coincide con l’apoteosi della propaganda. L’ambizione di Ottaviano, che diventa Augusto, si regge su una colossale opera di manipolazione collettiva. Il potere non si conquista solo sui campi di battaglia, ma nella costruzione di una nuova immagine: monete, leggi, monumenti e iscrizioni celebrano la pace e la prosperità. Res Gestae Divi Augusti, l’autobiografia che l’imperatore fece incidere su pietra e diffondere ovunque, elenca trionfi e azioni benevole, costruendo una biografia pubblica fatta solo di successi. Le imprese militari vengono filtrate, le sconfitte occultate, le alleanze presentate come frutto di saggezza e altruismo. In realtà Augusto attua una vasta campagna di disinformazione, dove le fonti ufficiali contraddicono spesso la realtà dei fatti, ma la narrazione rimane dominante.

La guerra civile che oppone Ottaviano a Marco Antonio è un esempio di come la fake news possa orientare il destino di un’intera civiltà. La diffusione sistematica di lettere, diari e presunti testamenti viene posta al centro dello scontro politico. Il caso del testamento di Marco Antonio, che secondo Dione Cassio e Appiano sarebbe stato letto in pubblico, è emblematico: il documento, probabilmente contraffatto, presenta Antonio come traditore e succube di Cleopatra, abbattendo la sua reputazione e spingendo l’opinione pubblica contro di lui. Qui la menzogna non è solo un effetto collaterale, ma lo strumento fondante della vittoria politica.

La propaganda non si trasmette soltanto con le parole, ma anche con le immagini e le opere d’arte. Le monete di Augusto, che circolano in tutto l’Impero, portano effigi tranquille e motti celebrativi. Nelle iscrizioni, un linguaggio codificato trasforma l’imperatore nel restauratore del mos maiorum, nel difensore della tradizione: la verità diventa ciò che conviene, e chi la controlla la impone per generazioni. I monumenti come l’Ara Pacis e la statua equestre di Marco Aurelio celebrano la pace, la pietà e la magnanimità, occultando timori, repressioni e inganni. Non c’è atto pubblico che sfugga alla manipolazione: perfino le date e gli eventi vengono riscritti per legittimare il potere e colpire gli oppositori.

La falsificazione della verità diventa prassi nell’uso delle fonti ufficiali. Lettere imperiali e decreti sono spesso riprodotti o inventati da funzionari locali per ottenere privilegi o favori. In diversi casi, documenti apocrifi vengono esposti pubblicamente come segni di prestigio e vicinanza all’imperatore. Tacito racconta come le comunità usassero testi fittizi per dimostrare rapporti inesistenti: la letteratura diventa fake news istituzionale, supportata dalle autorità.

Nel periodo dei successori di Augusto, la propaganda raggiunge livelli altissimi di perfezionamento e diffusione. Il caso di Nerone, dipinto come colpevole dell’incendio del 64 d.C. nelle Annales di Tacito, svela una sistematica campagna per rovinare la sua reputazione. Fonti successive come Suetonio e Dione Cassio riprendono la narrazione, amplificandola, spesso basandosi su rumors e racconti popolari, senza riscontri effettivi. Nerone diventa il simbolo della demagogia e della violenza, mentre in realtà le prove della sua colpevolezza sono deboli o assenti. Il mito della sua crudeltà è una fake news che attraversa i secoli, alimentata dalla necessità collettiva di attribuire al potere un volto mostruoso.

La propaganda agisce anche nel costruire l’immagine degli eroi: Giulio Cesare, nelle sue Commentarii de Bello Gallico, presenta le popolazioni galli e germaniche come selvagge e disumane, giustificando così le campagne militari e le stragi. Lo stile narrativo di Cesare è lucido, strategicamente costruito per mostrare le sue imprese come necessarie per la salvezza della civiltà romana. La sua capacità di giocare con i numeri, esagerare le difficoltà e ridurre al minimo le sconfitte è la dimostrazione che la storia è ciò che viene scritto dal vincitore. In questa continua revisione dei fatti, l’Impero impone la propria verità sugli avvenimenti, sancendo un modello di narrazione che altri seguiranno.

Anche nella satira e nella letteratura, la manipolazione della realtà trova spazio. Giovenale, con le sue Satire, disegna una società corrotta, dove il potere si esercita attraverso menzogne e illusioni. Il popolo romano viene dipinto come vittima consapevole, inserito in un gioco che conosce bene: la strategia del rumor e della calunnia diventa la costante quotidiana. Perfino i poeti come Ovidio e Marziale, nelle loro opere, ironizzano sull’arte di esagerare e distorcere i fatti per ottenere favori o evitare punizioni. La società romana vive nel costante sospetto che ogni verità sia travisata; la cultura delle fake news diviene parte strutturale del vivere comune.

Il meccanismo della propaganda attraversa ogni strato sociale. I consoli, per mantenere il favore popolare, propagano notizie false sulle vittorie militari; i senatori diffondono storie inventate sugli avversari politici per screditarli. Gli avvenimenti pubblici vengono presentati al popolo con una retorica studiata, capace di far apparire le sconfitte come successi. Le commemorazioni ufficiali, le festività, le dediche su templi e statue celebrano eventi spesso modificati a tavolino, in modo che la narrazione resti sempre favorevole ai ceti dominanti. Il ricorso alle fonti letterarie e orali, controllate da pochi, garantisce la diffusione della versione dei fatti preferita dal potere.

Roma esporta la tecnica della propaganda anche nei territori conquistati. Gli storici greci come Polibio e Dione Cassio raccontano come i governatori romani manipolassero la storia locale, inventando miti di origini comuni e legami dinastici tra le famiglie italiche e la nobiltà ellenistica. Perfino le genealogie mitiche degli eroi, da Ercole ad Evandro, vengono adattate e messe al servizio della romanizzazione: la storia di ogni popolo si piega all’immaginario romano, fino a diventare eco della sua superiorità.

Il controllo sulla memoria pubblica si esprime nella soppressione delle fonti concorrenti e nella distruzione di documenti scomodi. Le cronache avverse vengono censurate o fatte sparire, le testimonianze dei nemici sono sistematicamente falsificate. La memoria collettiva è diretta da una élite che detta ciò che deve essere ricordato e ciò che può essere dimenticato, in una lotta perenne per il possesso del racconto storico. Gli imperatori come Vespasiano e Domiziano controllano direttamente le fonti storiografiche, affidando la compilazione ufficiale della storia ad autori selezionati e fedeli, come Plinio il Giovane e Tacito.

La propaganda passa anche attraverso la religione. La divinizzazione degli imperatori, celebrata attraverso culti e cerimonie ufficiali, trasforma uomini comuni in semidei, legittimando il loro potere e il loro diritto a governare. Le augustea e le festività religiose servono a diffondere l’immagine di Roma come centro del mondo, depositaria di ogni virtù e origine di ogni progresso. Attraverso la costruzione del mito, la verità storica si dissolve, lasciando spazio a una narrazione che alimenta l’orgoglio e la coesione sociale.

In ambito militare, la propaganda si fa strumento concreto di comando: i resoconti delle battaglie, le strategie elencate da Frontino nei suoi Strategemata, presentano le guerre come ordalie eroiche, le sconfitte come inevitabili o minime. Ogni campagna diventa leggenda, ogni generale viene celebrato (o screditato) con notizie spesso fabbricate o manipolate secondo necessità.

La letteratura filosofica non è assente da questa dinamica: Seneca e Marco Aurelio, nei loro scritti, riflettono apertamente sulla differenza tra realtà e apparenza, sulla difficoltà di distinguere verità e menzogna in un mondo dominato dalla retorica. Nei Diari di Marco Aurelio, la necessità di mantenere il controllo sulla narrazione pubblica viene presentata come compito centrale di chi governa, in una società ricca di illusioni e falsità.

Il sistema romano di propaganda e fake news ha influenzato profondamente la cultura occidentale. La creazione di una verità strumentale, piegata ai bisogni del potere, ha fatto scuola per millenni. L’esempio di Roma viene ripreso dalla storiografia medievale, dall’epica rinascimentale e dalla politica contemporanea: la gestione delle notizie, la costruzione dei miti, l’occultamento di fatti scomodi sono pratiche che affondano le radici proprio nelle strategie romane. Il potere di inventare, riscrivere, diffondere la realtà non è mai stato più raffinato che nella Roma antica.

Chi legge attentamente le fonti primarie sa che la storia di Roma è soprattutto storia della manipolazione. Ogni biografia, ogni resoconto di guerra, ogni epistola ufficiale è carica di valorizzazioni, omissioni, enfasi e falsificazioni. Perfino i monumenti e i templi portano iscrizioni fittizie, che celebrano eventi modificati e personaggi reinventati. L’archeologia ha dimostrato come molte delle narrazioni tramandate siano creazioni artificiali, pensate per influenzare la memoria e consolidare il potere.

Il lettore moderno deve dunque rapportarsi alle fonti con spirito critico, sapendo che le fake news non sono soltanto strumenti occasionali, ma l’anima stessa della politica romana. L’eredità di Roma ci insegna che la verità, in ogni epoca, è costruita da chi la possiede: tra mito e storia, tra menzogna e racconto, tra potere e sogno. La lezione della città eterna è sempre attuale: solo chi sa raccontare vince davvero, e la verità resta la prima vittima della battaglia per il consenso.

Alla fine, ciò che resta è un’immagine potente e memorabile: Roma, città di pietra e di parole, regina delle bugie e delle verità costruite. Come un grande attore sul palcoscenico della storia, ha insegnato che il mito può dominare la realtà, che la menzogna può forgiare destini, che il racconto può sostituire l’esperienza. Le fake news non sono altro che la lunga ombra della sua eredità: ogni volta che il potere trasforma la storia, Roma vive ancora, tra le pieghe della memoria e i sussurri della propaganda.

Fonti storiche primarie antiche (traduzioni ufficiali inglesi):

  • Virgilio, “Eneide”, trad. H.R. Fairclough, Loeb Classical Library.
  • Tito Livio, “Ab Urbe Condita”, trad. B.O. Foster, Loeb Classical Library.
  • Cicerone, “Epistulae ad Atticum”, trad. E.O. Winstedt, Loeb Classical Library.
  • Sallustio, “Bellum Catilinae”, trad. J.C. Rolfe, Loeb Classical Library.
  • Giulio Cesare, “De Bello Gallico”, trad. H.J. Edwards, Loeb Classical Library.
  • Suetonio, “De Vita Caesarum”, trad. J.C. Rolfe, Loeb Classical Library.
  • Tacito, “Annales”, trad. J. Jackson, Loeb Classical Library.
  • Dio Cassio, “Roman History”, trad. E. Cary, Loeb Classical Library.
  • Appiano, “Roman History”, trad. H. White, Loeb Classical Library.
  • Plinio il Giovane, “Epistulae”, trad. W.M. Hutchinson, Loeb Classical Library.
  • Ovidio, “Metamorfosi”, trad. F.J. Miller, Loeb Classical Library.
  • Marziale, “Epigrammi”, trad. W.C. Ker, Loeb Classical Library.
  • Seneca, “Epistulae Morales ad Lucilium”, trad. R.M. Gummere, Loeb Classical Library.
  • Marco Aurelio, “Meditazioni”, trad. G. Hays, Loeb Classical Library.
  • Frontino, “Strategemata”, trad. C.E. Bennett, Loeb Classical Library.

Sindone. Spunta un manoscritto medievale: serviva a ingannare i fedeli

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Negli ultimi giorni, il mondo accademico e giornalistico internazionale è stato scosso da una notizia che potrebbe riscrivere parte della storia della Sindone di Torino, la celebre reliquia che secondo la tradizione cristiana avrebbe avvolto il corpo di Gesù dopo la crocifissione. Un’équipe di studiosi dell’Università Cattolica di Lovanio (Leuven), guidata da Nicolas Sarzeaud, ha identificato, studiato e pubblicato un antico manoscritto del XIV secolo che per la prima volta qualifica esplicitamente la Sindone come un falso, anticipando di decenni il documento finora più antico noto nell’ambito del dibattito critico su questa reliquia.

Come è emerso il manoscritto

Il nuovo documento, ora reso pubblico grazie a un saggio di Sarzeaud pubblicato sul Journal of Medieval History, è attribuito a Nicole Oresme (ca. 1320-1382), uno dei maggiori intellettuali francesi del suo tempo, noto filosofo, matematico, scienziato oltre che consigliere di Carlo V e vescovo di Lisieux. Oresme era già celebre per il suo approccio razionale e scettico verso molte superstizioni e credenze popolari dell’epoca; il testo appena riscoperto si inserisce in questa linea intellettuale.

Il manoscritto, databile agli anni Settanta del Trecento, era rimasto sinora inedito e viene oggi pubblicato e commentato specialistamente. Nel passo individuato, Oresme respinge l’autenticità della Sindone, qualificandola come “un inganno architettato dai canonici del piccolo priorato di Lirey a fini di lucro”. Egli condanna la pratica, assai diffusa nel Medioevo, di esibire oggetti presentati come reliquie autentiche per attrarre offerte e pellegrini. Il riferimento alla collegiata di Lirey, in Champagne, dove la Sindone era venerata, è diretto e inequivocabile; Oresme parla senza mezzi termini di una frode orchestrata da membri del clero per fini economici, mostrando così un atteggiamento critico e razionale già sorprendentemente moderno per l’epoca.

Un documento più antico di qualsiasi altra accusa nota

La vera portata della scoperta risiede anche nella sua cronologia. Finora, la più antica testimonianza documentaria che accusava la Sindone di essere un falso era la famosa lettera scritta dal vescovo Pierre d’Arcis nel 1389, nella quale si affermava esplicitamente che il telo era stato “abilmente dipinto” e che lo stesso autore della frode avrebbe confessato. Il testo di Oresme è di almeno vent’anni precedente a quella lettera, segnalando che già negli anni Settanta del Trecento, negli ambienti colti della Francia tardo-medievale, circolavano forti sospetti circa l’autenticità della reliquia.

Questo dato è fondamentale per comprendere che il dibattito non fu, come spesso si crede, un’invenzione polemica moderna o illuminista. Già nella stessa società ecclesiastica e intellettuale medievale esistevano voci scettiche che leggevano nella Sindone non un miracolo, ma il risultato di interessi concreti e pratiche devozionali molto radicate. Oresme, dunque, può essere indicato come il primo autore noto ad esprimere, e documentare con forza, questa posizione.

Oresme, la critica al sacro e la storia della percezione

Il valore del passo di Oresme emerge appieno nel commento di storici come Antonio Musarra che invita a leggerne il contenuto con serietà e metodo storico, ma senza confondere il valore testimoniale della fonte con la prova definitiva sull’origine della Sindone. Oresme, in quanto intellettuale razionale e critico, giocava un ruolo di “coscienza pubblica” della sua epoca: la sua posizione esplicita sull’inautenticità della Sindone, e sul carattere fraudolento dell’operazione ecclesiastica a Lirey, ci dice molto sia sulla cultura religiosa dell’epoca, sia sul clima di sospetto che già circondava il culto delle reliquie.notizie

Musarra ricorda che già in secoli precedenti figure come Guiberto di Nogent avevano denunciato il commercio e la moltiplicazione di reliquie di dubbia autenticità; il Concilio Lateranense IV (1215) aveva imposto norme contro l’abuso delle reliquie spurie, mentre Tommaso d’Aquino aveva ammonito contro i rischi di un culto indiscriminato degli oggetti sacri. Oresme dunque si inserisce in questa solida linea critica, portandola a un nuovo livello: nella sua lettura, la Sindone è il risultato di un intreccio tra devozione popolare, interessi economici e necessità di consolidamento del potere ecclesiastico e nobiliare locale.

Gli eventi della metà del XIV secolo — come la peste del 1348, le processioni penitenziali, la nascita di una nuova sensibilità religiosa imperniata sull’imitazione della Passione di Cristo — forniscono il contesto perfetto per l’introduzione e l’affermazione di un oggetto come la Sindone. Oresme non suggerisce necessariamente una “teoria del complotto” organizzata a tavolino, ma osserva il fenomeno con gli strumenti critici dell’intellettuale: più che una frode premeditata su larga scala, si trattò, probabilmente, di una combinazione di pratiche devozionali, patronati locali e lotte per il controllo delle offerte derivate dal culto delle reliquie.

Un giudizio sulla percezione, non una prova definitiva

Come sottolinea Musarra, il passo di Oresme va preso seriamente non come una dimostrazione né come un’analisi diretta della Sindone, bensì come una voce autorevole che attesta quanto la percezione della frode fosse, nella seconda metà del Trecento, già fondata e diffusa tra le élite intellettuali. Questo conferisce un valore storico notevole al documento: ci parla di come il lino fosse considerato e utilizzato e meno — per forza di cose — della sua effettiva genesi.

Anche per questo la polemica sulle origini della Sindone resta, ancora oggi, aperta: la datazione radiocarbonica del 1988 colloca il manufatto tra il XIII e il XIV secolo, mentre studi recenti tornano a discutere della rappresentatività dei campioni analizzati. Le analisi botaniche sui pollini suggeriscono un possibile legame con l’Oriente, ma nessuna delle ricerche finora svolte è riuscita a costruire una narrazione storiografica definitiva, accettata da tutti gli studiosi. La tecnica stessa di realizzazione dell’immagine sul telo, spesso dichiarata “non replicabile” con i mezzi noti dell’epoca, alimenta ulteriore mistero e fascino attorno alla reliquia.

Perché il ritrovamento è una svolta storica

Il manoscritto pubblicato dagli studiosi di Lovanio non fornisce la soluzione definitiva al mistero della Sindone, ma rappresenta una svolta nel modo in cui è possibile ricostruire le rappresentazioni, i conflitti e le appropriazioni simboliche di questa reliquia nel corso dei secoli. In altre parole, la voce di Oresme rafforza una narrazione già presente nella medievistica: la Sindone divenne, sin dalla sua prima comparsa pubblica, oggetto di contesa e di percezione critica, e non fu mai, neppure nel Medioevo, universalmente accettata come autentica nei circoli intellettuali più avvertiti.

Questa scoperta implica che il mestiere dello storico non può limitarsi a stabilire la verità materiale di un oggetto, ma deve indagare anche le sue funzioni culturali, la ricezione, la costruzione dei significati religiosi ed economici — e soprattutto il ruolo delle percezioni collettive, che sono spesso la chiave per capire il successo o il fallimento di un culto.

La Sindone di Torino continua ad affascinare, dividere, interrogare studiosi e credenti di tutto il mondo. L’emersione del nuovo passo di Nicole Oresme ci ricorda che il mistero, la polemica e la ricerca attorno a questa reliquia non sono patrimonio esclusivo del mondo contemporaneo, né degli scettici moderni, ma appartengono alla sua storia fin dalle origini. Se la verità storica resta ancora oggi elusiva, il valore di testimonianze come quella appena riemersa da Lovanio sta soprattutto nell’arricchire il quadro delle percezioni, dei conflitti e delle rappresentazioni attraverso cui è passato — e continua a passare — il racconto di uno dei più grandi enigmi della cristianità.

Francia. Tombe neolitiche rivelano rituali raccapriccianti contro gli invasori

Nord-est della Francia – Recenti studi archeologici hanno portato alla luce una serie di fosse funerarie neolitiche che raccontano una pagina cruda della storia dell’antichità: pratiche di guerra rituali, violenza estrema, e un ritmo sociale dominato dalla tensione e dalla mobilità forzata. Le scoperte provengono da siti situati nei pressi di Achenheim e Bergheim, in Alsazia, dove sono stati rinvenuti resti umani sepolti insieme in fosse collettive, alcuni con evidenti segni di mutilazione e altri integri.

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Gli studiosi, intenti a chiarire l’identità delle vittime e il contesto di queste sepolture, hanno analizzato chimicamente denti e ossa di 82 individui, separando coloro che avevano subito mutilazioni da coloro che erano stati sepolti in modo tradizionale. Chi era mutilato mostrava segni di provenienza diversa rispetto alla popolazione locale, con diete differenti e tracce che indicano migrazioni o appartenenza a gruppi stranieri. Questi elementi suggeriscono che si trattasse di vittime di un’azione violenta, forse invasori o predoni, puniti con mutilazioni estreme e sepolti in modo rituale come fosse parte della celebrazione di una vittoria militare. Le braccia mozzate potevano rappresentare trofei, simili a quelle documentate in altre culture neolitiche, in un quadro nel quale la violenza diventava simbolo di vittoria e controllo.

Coloro che invece erano rimasti intatti nelle sepolture avevano caratteri isotopici coerenti con gli abitanti di lungo corso del territorio. È plausibile che avessero perso la vita difendendo le loro comunità. L’intera vicenda mette in luce una società in cui la violenza poteva essere istituzionalizzata, dove gli aggressori erano deumanizzati e puniti in modo pubblico, al fine di legittimare rituali collettivi e rafforzare identità interne alla comunità. Quando il nemico era rappresentato come minaccia assoluta, infliggere mutilazioni rituali poteva diventare un modo per esorcizzare la paura e consolidare la coesione interna.

Questo tipo di celebrazione post-bellica, con caratteristiche così marcate, rappresenta uno dei primi casi ben documentati in Europa preistorica. La presenza delle fosse all’interno dell’insediamento definisce l’atto di violenza come uno spettacolo pubblico, rivolto a tutta la comunità. Comportamenti paralleli sono noti in alcune popolazioni etnografiche, dove la memoria dell’aggressore viene dissolta nel trofeo, in un processo che unisce vendetta, spettacolarizzazione e controllo.

Il periodo preso in esame, tra 4300 e 4150 a.C., coincide con fasi di grande instabilità climatica e mobilità diffusa in Europa. Le migrazioni interne, causate da cambiamenti ambientali o pressione demografica, potrebbero aver innescato conflitti tra comunità, con conseguente militarizzazione delle relazioni sociali e violenze organizzate. 

L’analisi isotopica ha permesso di comprendere molte cose, distinguendo chiaramente tra vittime locali e non locali, separando il contesto rituale dal contesto sociale. Questo approccio consente di leggere la violenza preistorica in chiave antropologica, sociale e rituale, piuttosto che esclusivamente emotiva o militare. In questo modo, emergono i contorni di comunità che facevano della celebrazione estrema, fatta di mutilazioni e sepolture collettive, un momento fondamentale della loro identità.

La scoperta illumina anche il modo in cui le società del Neolitico gestivano l’”altro”: rappresentandolo, caricandolo di irrazionalità, esponendolo, distruggendolo simbolicamente. In questo senso, la pratica rituale prendeva il posto della guerra tradizionale, trasformando il campo di battaglia in palcoscenico. Il sacrificio del corpo diveniva testimonianza pubblica della vittoria, forgiando la storia collettiva dell’insediamento.

UK. Recuperato autentico cappello da sole dell’antica Roma

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Bolton, Inghilterra – Al Bolton Museum, all’interno della sezione dedicata all’Egitto, è comparso per la prima volta un manufatto che fino a pochi mesi fa era rimasto nel deposito per oltre un secolo: un copricapo in feltro di circa duemila anni fa appartenente all’epoca romana, ora restaurato e finalmente visibile al pubblico. È una scoperta di grande valore, perché si tratta di uno dei soli tre esemplari conosciuti di questo tipo nel mondo, e il più ben conservato in assoluto.

Realizzato in lana è modellato per offrire protezione dal sole cocente, dall’aridità e dalle tempeste di sabbia del deserto egiziano. Gli archeologi ritengono che sia stato prodotto intorno al 200 d.C.

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Elementi tecnici e stilistici suggeriscono che, pur somigliando ad altri copricapi dell’Impero romano, quel modello fosse modificato specificamente per le condizioni climatiche egiziane.

Il copricapo era stato donato nel 1911 al primo museo di Bolton, chiamato Chadwick Museum, dallo stimato egittologo William Matthew Flinders Petrie. Conservato da allora nel deposito, era diventato così fragile da risultare inadatto all’esposizione. Gli anni e la natura del materiale ne avevano compromesso la stabilità: i parassiti e l’ambiente avevano provocato gravi danni alla lana, rendendolo un reperto estremamente delicato.

L’intervento di recupero è stato diretto dall’esperta Jacqui Hyman, con quasi cinquant’anni di esperienza in contesti museali e presso famiglie reali. Il copricapo è passato dalla condizione di fragile oggetto sigillato in una scatola, a reperto “tornato in vita”, mostrando di nuovo la sua forma originaria grazie a un restauro molto attento. Hyman ha utilizzato stoffe tinturate a mano simili all’originale per sostenere le aree mancanti a causa delle larve, ricostruendo con sensibilità la forma del manufatto senza alterarne l’autenticità.

Il restauro è stato reso possibile anche grazie al sostegno dell’azienda Ritherdon & Co. Ltd., con sede a Darwen, specializzata in componenti elettrici. Il contributo economico dell’azienda ha permesso di coprire i costi del restauro. 

La conservatrice Hyman ha ricordato con passione il lavoro svolto: “Ho avuto l’opportunità unica di esaminare la costruzione del capello e di conservarlo. Il trattamento era essenziale, e ricostruire la forma originale è stato come far tornare in vita un oggetto che credevamo perduto. Questo copricapo era fatto per essere indossato, e se potesse parlare, racconterebbe la storia di chi lo ha realizzato e di chi lo portava”

Il copricapo è ora in mostra all’ingresso della galleria egizia del museo, visibile al pubblico fino a settembre 2025, dopodiché sarà destinato a una collocazione permanente all’interno della collezione

Baia, NA. Scoperte le terme appartenute a Cicerone?

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Baia (Campi Flegrei, Italia) – Recentemente, nelle acque del Parco Archeologico Sommerso di Baia è riaffiorato un ambiente termale romano in condizioni eccezionalmente ben conservate, e ora gli archeologi ipotizzano che possa trattarsi delle terme della villa di Cicerone.

Gli scavi subacquei, condotti nella Zona B del Parco Subacqueo di Baia, nel cuore del complesso del Portus Iulius, hanno portato alla luce una sala termale a circa tre metri di profondità. La struttura, già identificata nel 2023, è stata ora interamente documentata grazie al lavoro dei subacquei del Parco Archeologico dei Campi Flegrei. Si tratta di un ambiente termale romano dall’ottimo stato di conservazione, che offre nuovi spunti per lo studio di questo suggestivo contesto archeologico sommerso.

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La stanza individuata è riconducibile a un ambiente caldo destinato al bagno, probabilmente un laconicum, cioè una sala simile a una sauna, come quelle presenti nei complessi termali romani. Il pavimento è rimasto nella sua posizione originaria, sostenuto dalle pilae del sistema di suspensurae, quei piccoli pilastri in laterizio che sollevavano il pavimento per creare una camera dove l’aria calda poteva circolare liberamente. Inoltre, il calore era distribuito anche attraverso tubuli inseriti nelle pareti, garantendo un riscaldamento uniforme dell’ambiente. L’insieme del sistema riscaldante testimonia l’alto livello di sofisticazione tecnica delle strutture termali dell’epoca.

Durante le operazioni sono stati recuperati numerosi reperti ceramici, attualmente oggetto di studio, che potrebbero rivelarsi fondamentali per ricostruire non solo le tecniche costruttive impiegate, ma anche le condizioni che portarono alla distruzione o all’abbandono dell’ambiente. Le analisi di questi materiali potranno delineare una cronologia precisa e una ricostruzione delle vicende che portarono il sito sotto il mare, a seguito dei fenomeni di bradisismo che abbassarono il livello del terreno rispetto al mare.

Il sospetto più intrigante è che l’ambiente termale possa far parte delle terme della celebre villa di Marco Tullio Cicerone, menzionata da fonti antiche e collocata nella zona di Baia. Se confermata, questa identificazione aggiungerà un capitolo straordinario alla storia della penisola flegrea, mettendo in luce un luogo frequentato da una delle figure più influenti della tarda Repubblica romana.

Non sfuggono indicazioni decorative che arricchiscono ulteriormente l’interesse del ritrovamento: tracce di decorazione pittorica sulle pareti emergono seppur in forma frammentaria, lasciando intuire che l’ambiente fosse originariamente ornato con apparati decorativi elaborati, coerenti con il gusto dell’epoca per gli ambienti termali riccamente adornati. Il contesto rafforza l’idea di un luogo prestigioso e raffinato, destinato al relax e alla cura del corpo.

L’autunno sarà dedicato alla fase di restauro e conservazione. In programma c’è la pulitura e il recupero del pavimento musivo, in alcune zone ricoperto da concrezioni e residui di malta. Parallelamente, si procederà al consolidamento delle superfici murarie per preservare le tracce pittoriche ancora visibili. Queste operazioni di restauro saranno essenziali per restituire leggibilità all’ambiente, mentre lo studio dei reperti ceramici contribuirà a collocare il sito in una precisa successione storica e funzionale.

L’intervento offre un’opportunità straordinaria per approfondire la conoscenza del complesso archeologico sommerso di Baia. Questo tratto di costa, un tempo protagonista del lusso e della vita élitaria romana, conserva ora sotto il mare preziose testimonianze del passato. Il ritrovamento del laconicum con pavimento musivo, riscaldamento funzionante e pitture mura­li si aggiunge alla già ricca catalogazione di opere sommerse dell’antica città: mosaici, statue, architetture monumentali.

La possibile individuazione della sala come parte delle terme di Cicerone inserisce una personalità centrale della cultura romana nel panorama sommerso di Baia, creando un ponte diretto tra l’archeologia e la dimensione umana e storica di uno dei protagonisti della vita politica e culturale di Roma.

Il recupero di questa eredità sommersa proseguirà con impegno scientifico, artefici dell’opera restano i professionisti del Parco Archeologico dei Campi Flegrei. Ogni dettaglio emerso riafferma l’importanza di Baia come punto di incontro tra ingegneria romana, rituali del benessere, decorazione artistica e storie di uomini illustri.

Studio: sotto la Sindone non c’era il corpo di Gesù ma un bassorilievo

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La Sindone non coprì il corpo di Cristo, ma un semplice bassorilievo.

E’ il risultato di una nuova ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista Archeometry, che riaccende il dibattito sulla Sacra Sindone, il celebre lenzuolo di lino custodito nel Duomo di Torino e venerato da secoli come possibile sudario di Gesù Cristo.

Lo studio, guidato dal brasiliano Cicero Moraes, propone un’ipotesi sorprendente: l’immagine impressa non sarebbe il risultato del contatto con un corpo umano, bensì di un drappeggio su una scultura in bassorilievo. Una tesi che ha suscitato reazioni contrastanti nel mondo accademico e tra gli studiosi della Sindone.

La notizia parte dalla pubblicazione, sulla rivista curata dall’Università di Oxford, Archeometry, di una ricerca guidata dal brasiliano Cicero Moraes. I risultati ottenuti hanno riacceso i riflettori su quello che sappiamo essere uno degli oggetti più simbolici della cristianità: la Sacra Sindone.

Secondo la simulazione tridimensionale realizzata da Moraes, l’immagine impressa sulla Sindone non deriverebbe dal contatto con un cadavere umano, ma dal drappeggio del tessuto su una scultura in bassorilievo. Moraes, noto a livello internazionale per le sue ricostruzioni facciali di personaggi storici, ha ideato e condotto due esperimenti paralleli. Nel primo ha adagiato virtualmente il telo su un corpo umano tridimensionale, ricostruito digitalmente; nel secondo, invece, il tessuto è stato steso su una superficie piatta scolpita in bassorilievo.

La corrispondenza tra le immagini ottenute e la Sindone reale è risultata perfetta solo nel caso della scultura. Il drappeggio su un corpo umano produce infatti, secondo Moraes, distorsioni note come “maschera di Agamennone”, che si discostano nettamente dal risultato impresso sul lenzuolo di Torino, caratterizzato invece da una figura minuta e proporzionata.

È da questa differenza che nasce la notizia: l’immagine generata con il bassorilievo si adatta in maniera impeccabile alle fotografie storiche della Sindone, mentre quella ottenuta dal drappeggio su un corpo tridimensionale restituisce una figura gonfia e sformata, totalmente incompatibile con la raffinatezza dei dettagli osservabili sull’originale.

Moraes ha dichiarato che, persino simulando la trasposizione di pigmenti con materiali riscaldati, la matrice di una scultura resta il modello di gran lunga più attendibile per spiegare la formazione dell’immagine. Secondo il ricercatore, in epoca antica sarebbero state utilizzate matrici in legno, pietra o metallo, eventualmente con pigmenti e riscaldamento localizzato nelle aree di contatto, per ottenere l’immagine caratteristica oggi visibile sulla Sindone.

La qualità del risultato ottenuto con il bassorilievo, spiega l’esperto, ridurrebbe drasticamente la plausibilità dell’ipotesi secondo cui il lenzuolo avrebbe effettivamente avvolto il corpo di Gesù Cristo subito dopo la crocifissione e la flagellazione.

Moraes sottolinea inoltre un altro aspetto: nell’Europa medievale la pratica di realizzare sculture in bassorilievo, spesso destinate a usi funerari e devozionali, era ampiamente diffusa. Questo dato storico, secondo il ricercatore, potrebbe spiegare il ricorso a tecniche simili anche per la creazione dell’immagine impressa sulla Sindone.

La ricerca ha subito suscitato l’attenzione degli studiosi del settore, i sindonologi. Tra le opinioni più autorevoli c’è quella del Prof. Andrea Nicolotti, dell’Università di Torino, storico del cristianesimo e noto per il suo approccio scettico alla Sindone. Pur riconoscendo la coerenza dei risultati con la letteratura scientifica già esistente, Nicolotti sottolinea un punto chiave: «Già da secoli il mondo accademico dubita fortemente che l’immagine sulla Sindone sia frutto del semplice contatto con un corpo umano».

Le analisi condotte negli anni ’80 sul tessuto, attraverso la datazione al radiocarbonio, hanno collocato la creazione del lino tra il 1260 e il 1390, in pieno Medioevo, un’epoca di grande fioritura di oggetti devozionali e reliquie iconiche, realizzate soprattutto in Francia e in Italia. Documenti d’archivio attestano, per esempio, la prima presenza della Sindone a Lirey, in Francia, presso la cappella di Goffredo di Charny intorno al 1353, confermando ulteriormente l’ipotesi di un’origine medievale. Già nel 1389 il vescovo di Troyes, Pierre d’Arcis, denunciava il manufatto, definendolo «opera della mano dell’uomo, capace di attrarre ricchi pellegrinaggi e offerte ingenti».

Questi risultati hanno inevitabilmente scosso sia il mondo degli studiosi che dei credenti. Voce di segno opposto quello della Prof.ssa Emanuela Marinelli, nota studiosa ed esperta della Sindone, da sempre favorevole alla sua autenticità.

“La Sindone – spiega Marinelli – è un lenzuolo di lino che presenta microtracce di vario genere, tra cui sangue e un’immagine. È certo che l’immagine si sia formata dopo il deposito del sangue: sciogliendo le crosticine ematiche, infatti, i fili sottostanti appaiono bianchi, privi di quell’ingiallimento che caratterizza l’immagine visibile sul telo. Per riprodurre fedelmente la Sindone e comprendere il meccanismo alla base della formazione dell’immagine, è dunque necessario considerare ogni elemento presente sul lenzuolo.”

Secondo la Marinelli, lo studio di Moraes non tiene conto di tutti i dati scientifici disponibili, selezionando solo quelli funzionali alle proprie conclusioni. La stoffa è simulata al computer e non realizzata fisicamente, e non viene affrontata la presenza di pollini mediorientali, di aloe, di mirra o dell’aragonite identica a quella delle grotte di Gerusalemme.

Non viene affrontata neppure la questione delle macchie di sangue, la cui autenticità viene respinta dall’autore dello studio. Eppure esistono lavori scientifici pubblicati su riviste referenziate che attestano la presenza di sangue coerente con quello di una vera crocifissione, appartenente a un uomo flagellato, crocifisso, coronato di spine e trafitto al costato con una lancia.

Ignorare questi elementi  – prosegue Marinelli – non è metodologicamente corretto.

Secondo Moraes, l’immagine della Sindone non sarebbe compatibile con un contatto diretto con un corpo umano: un lenzuolo avvolto attorno a un cadavere produrrebbe inevitabilmente una figura deformata. Ma “nessuno sostiene – dice la Marinelli – che l’immagine sia frutto di un contatto diretto. L’immagine non è costituita dal sangue, bensì da una proiezione ortogonale del corpo. Diversi studiosi parlano di un fenomeno luminoso all’origine dell’immagine, un’ipotesi che Moraes non prende in considerazione.”

“La formazione dell’immagine – precisa la Marinelli – non dipende né dal sangue né dal sudore, e questa è ormai una certezza condivisa nel mondo scientifico. L’immagine è il risultato di un ingiallimento superficiale profondo appena un quinto di millesimo di millimetro, un effetto impossibile da riprodurre con il metodo proposto da Moraes, che resta quindi puramente teorico.”

“Lo stesso autore lo ammette: – conclude la studiosa – il suo studio non affronta aspetti fisici o chimici relativi alla formazione dell’immagine, come la presenza di pigmenti, le analisi microscopiche o le proprietà dei materiali del tessuto, né prende in esame la dinamica dei fluidi corporei, come il flusso sanguigno. L’attenzione è esclusivamente metodologica, concentrata sulla modellazione digitale e sulla valutazione comparativa dei pattern di contatto osservati.”

UK. Decifrato dopo 130 anni un inquietante racconto medievale

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Cambridge, Regno Unito – In una delle biblioteche più storiche d’Europa, il paziente lavoro di due studiosi dell’Università di Cambridge ha dato luce a una delle rivelazioni più dense di fascino della letteratura inglese medievale. Il ritrovamento del frammento della leggenda perduta “Song of Wade”, custodito nei recessi della Peterhouse College Library, rappresenta oggi un punto di svolta per la comprensione della cultura, delle credenze e delle narrazioni che hanno plasmato intere generazioni dell’Inghilterra medievale.

Per oltre 130 anni, filologi e letterati sono rimasti in cerca del vero volto di questa leggenda, citata nei testi di Geoffrey Chaucer, fra i massimi poeti inglesi. Fino a pochi mesi fa, la convinzione diffusa era che il racconto fosse caratterizzato da un fitto universo di mostri, elfi e giganti: una narrazione epica dall’impianto marcatamente mitologico, che tuttavia lasciava sempre una traccia di mistero nelle sue sporadiche apparizioni nei testi classici. La svolta è arrivata dagli studi di James Wade e Seb Falk, ricercatori del Girton College, che hanno riletto con occhi nuovi gli antichi manoscritti dopo essere risaliti all’origine della confusione: un errore di trascrizione di appena tre parole inglesi, causato dalla mano tremolante e poco chiara di uno scriba del XII secolo.

Il frammento chiave della vicenda risalente a quasi 900 anni fa, citato all’interno di una predica latina nota come “Humiliamini”, era stato fino ad oggi interpretato come riferimento a creature soprannaturali: “Some are elves and some are adders; some are sprites that dwell by waters: there is no man, but Hildebrand only.” Una versione del racconto che, fino a questa nuova analisi, aveva fatto inclinare la bilancia verso una lettura magica, intrisa di influenze teutoniche, popolata di spiriti acquatici ed elfici.

Falk e Wade, invece, hanno dimostrato che la frase originaria, ripulita dagli errori di copia, cita in realtà ‘wolves’ e non ‘elves’. Ciò trasforma radicalmente la cornice emotiva e semantica della leggenda: il cuore del racconto si sposta dai reami del soprannaturale ai territori molto più umani della rivalità cavalleresca e dell’intrigo. Un dettaglio iconico, perché spiega come Chaucer — nell’inserire Wade nei suoi lavori “The Merchant’s Tale” e “Troilus and Criseyde” — abbia accennato a una saga popolare centrata su sfide tra uomini e passione cavalleresca e non su giganti e mostri. Il nuovo testo, “Some are wolves and some are adders; some are sea-snakes that dwell by the water. There is no man at all but Hildebrand”, delinea uno scenario di fierezza e lotta, elemento caro alla letteratura cortese d’occidente.

Da tempo, la leggenda di Wade aleggiava come una presenza sfuggente nel patrimonio mitologico dell’Inghilterra medievale. Chaucer ne faceva menzione con toni enigmatici, evidenziando come le avventure di Wade fossero argomento noto ai suoi lettori — tanto che non ne spiegava mai il senso, lasciandole fluttuare tra le righe come parte di una memoria collettiva. Il vero mistero, che tanto incuriosiva gli studiosi, era comprendere in che modo questa leggenda si inserisse nel panorama narrativo di corte e perché, nel tempo, le sue tracce si fossero quasi completamente dissolte. Il lavoro di Wade e Falk si è fondato proprio su questa domanda, affrontando con rigore filologico la riscrittura moderna dei frammenti superstiti e confrontandone le traduzioni con altri registri accademici dell’epoca.

La ricostruzione di questo puzzle filologico rappresenta un caso emblematico di come la micro-storia — fatta di errori di trascrizione, di ambiguità grafiche tra lettere pressoché identiche (‘y’ e ‘w’) — possa modellare, o alterare, il senso profondo di una intera tradizione narrativa. Nel caso di “Song of Wade”, bastava una differenza grafica per passare dall’immaginario delle fate e delle creature magiche a quello delle bestie e degli uomini valorosi, restituendo un rapporto con la letteratura popolare medievale più ancorato alla dimensione della vita reale.

La leggenda, ampiamente nota nella società inglese tra XII e XV secolo, raccontava le gesta dell’eroe Wade, figura più celebre di quanto oggi si possa immaginare, probabilmente ispirata a modelli epici come quelli di Gawain o Lancelot. Le fonti secondarie, appartenenti alla tradizione orale e ad altre saghe, parlano del corteggiamento di Wade per Bell, così come degli scontri fra Wade e suo padre, il gigante Hildebrand. La storia si faceva eco nell’immaginario collettivo, tanto da essere stata adoperata come riferimento in prediche popolari: per la prima volta, grazie a questo studio, emergono evidenze tangibili di un predicatore medievale che integra consapevolmente un “meme” popolare della letteratura contemporanea nella propria omelia, per catturare l’attenzione del pubblico e illustrarne i valori.

Gli studiosi hanno sottolineato come la chiave di tale scoperta sia racchiusa proprio nella natura interdisciplinare dell’indagine: la padronanza della lingua latina, la familiarità con l’iconografia manoscritta dei predicatori inglesi, l’incrocio con la storia della predicazione popolare medievale e lo studio del pensiero religioso di Alexander Neckam — l’abate e poeta che potrebbe aver redatto proprio lui quelle righe nel Sermone Humiliamini.

Gli effetti del lavoro di Wade e Falk hanno varcato i confini della filologia, illuminando aspetti poco noti della società anglonormanna, a partire dalla diffusione e fruizione del sapere popolare. Il frammento ritrovato segnala che la leggenda di Wade era così conosciuta e radicata che poteva essere evocata senza spiegazioni, con l’aspettativa che il messaggio arrivasse chiaro agli ascoltatori del tempo. Un fenomeno paragonabile ai riferimenti culturali e comici che oggi permeano media, società e pubblicità.

L’individuazione della vera natura della leggenda di Wade rivoluziona la lettura dei testi di Chaucer, improvvisamente più accessibili e calati nel concreto contesto storico-culturale del tardo medioevo inglese. Da una parte, si dissolvono le nebbioline del mito folklorico, dall’altra si afferma la centralità del romanzo cavalleresco, con il suo carico di passioni, lotte e intricate dinamiche sociali tra rivali.

Il lavoro di archivio su manoscritti antichissimi ha permesso di salvare dall’oblio una storia che, per secoli, fu parte integrante dell’identità nazionale inglese, contribuendo con una nuova consapevolezza sia agli studi medievali sia alla conoscenza popolare. Le domande che restano aperte su chi fosse realmente Wade, o quanto la leggenda abbia subito variazioni e rielaborazioni nel passaggio tra oralità e scrittura, renderanno questo campo di ricerca fertile per i prossimi anni. Ma già ora, la leggenda perduta si è fatta più nitida e ricca di significato, unendo due mondi – quello della filologia accademica e della narrazione popolare – in un affascinante dialogo tra passato e presente.

Polonia. Ritrovate enormi piramidi preistoriche allineate con il sole

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Wielkopolska, Polonia – Le campagne della regione della Wielkopolska, nel cuore occidentale della Polonia, sono il teatro di un’importante scoperta archeologica che sta attirando l’attenzione di studiosi e appassionati di storia da tutto il mondo. Recentemente, archeologi hanno portato alla luce cinque imponenti tumuli megalitici – denominati “pirámidi polacche” – risalenti a ben 5.500 anni fa. Queste strutture, rimaste nascoste tra i boschi e i campi vicino al villaggio di Wyskoć, rappresentano uno dei ritrovamenti più rilevanti dell’Europa centrale, offrendo preziose informazioni sulle più antiche civiltà agricole del continente.

Le ricerche sono state condotte da un’équipe dell’Università Adam Mickiewicz di Poznań, utilizzando tecnologie avanzate di rilevamento come la scansione aerea laser. Tale metodo ha permesso di individuare misteriose formazioni lineari nel paesaggio, successivamente confermate sul campo come giganteschi tumuli funerari dalla caratteristica forma trapezoidale. Queste tombe, costruite alla fine dell’Età della Pietra dalla cultura del bicchiere imbutiforme (Funnelbeaker Culture), sono tra le più antiche e monumentali strutture dell’Europa settentrionale.

I tumuli emergono dal terreno con dimensioni impressionanti: alcune strutture raggiungono i 200 metri di lunghezza e i 4 metri di altezza, con un fronte largo che si restringe progressivamente verso una sorta di “coda” posteriore. Questa particolare architettura richiama probabilmente il modello delle abitazioni delle antiche popolazioni contadine dell’area, che utilizzavano forme allungate e trapezoidali anche per le loro case. In parecchi casi il fronte orientale risulta essere più largo e alto rispetto al lato occidentale, suggerendo una possibile valenza rituale o simbolica nell’orientamento delle strutture.

Nonostante un’apparente omogeneità sociale, la cultura del bicchiere imbutiforme sembra aver scelto pochi individui di particolare rilevanza – leader, sacerdoti o sciamani – cui destinare queste sepolture monumentali. All’interno di ciascun tumulo veniva deposto un singolo individuo, generalmente disposto in posizione supina con le gambe rivolte verso est, circondato da oggetti di prestigio come vasi di ceramica, asce di pietra e – in alcuni casi – ornamenti in rame. Secondo gli esperti, questi corredi funebri testimoniano un’articolata ritualità e una concezione della morte fortemente legata all’identità collettiva della comunità.

Il processo di costruzione di queste tombe richiedeva una straordinaria capacità organizzativa. Alcuni massi utilizzati per la copertura pesavano fino a 10 tonnellate e dovevano essere trasportati per chilometri senza l’uso di ruote o mezzi meccanici, sfruttando probabilmente rulli, leve e una vasta forza lavoro radunata dall’intera tribù. Le tombe venivano quindi coperte da cumuli di terra e pietre, in modo da renderle visibili a grande distanza e trasformarle in veri e propri monumenti territoriali duraturi, ancora percepibili oggi nonostante le trasformazioni del paesaggio.

L’analisi della disposizione dei tumuli lascia emergere una sofisticata conoscenza delle nozioni astronomiche. Le tombe sono spesso perfettamente allineate ai punti cardinali o orientate in direzione del sorgere del sole. Questo dettaglio suggerisce che le popolazioni neolitiche attribuivano grande importanza ai cicli naturali e al rapporto tra la morte, la rinascita e il movimento degli astri.

Durante le prime esplorazioni di due tumuli, gli archeologi hanno trovato resti ossei estremamente fragili o addirittura assenti, complici il tempo e le condizioni del suolo. Tuttavia, si spera che ulteriori scavi consentano il ritrovamento di offerte funerarie e di resti umani in migliori condizioni, che potrebbero fornire dati preziosi sull’aspetto, la salute e le abitudini alimentari di queste antiche genti. I materiali raccolti contribuiranno anche all’analisi del DNA e delle pratiche funerarie, gettando luce sulle origini e sulle migrazioni delle popolazioni paleoeuropee.

La funzione di questi monumenti, oltre alla sepoltura dei defunti, era probabilmente connessa anche a un ruolo sociale e rituale: i tumuli fungevano da catalizzatori per la memoria collettiva e da luoghi di coesione per la comunità, in cui si celebravano riti, si trasmettevano tradizioni e si riaffermava l’identità del gruppo. Dalle fonti archeologiche emerge inoltre un’attività costante di riutilizzo di pietre e materiali nei secoli successivi, segno che la presenza dei tumuli è rimasta visibile e significativa fino in epoca storica.

È interessante osservare come la scoperta sia avvenuta grazie alla collaborazione tra diverse discipline: archeologia, geografia, tecnologia digitale e conservazione del paesaggio hanno lavorato in sinergia, dimostrando ancora una volta l’importanza della ricerca multidisciplinare per la conoscenza del passato. Le autorità locali, guidate dal Complesso dei Parchi Paesaggistici della Voivodina della Grande Polonia, hanno espresso l’intenzione di valorizzare il sito archeologico e di integrarlo nei percorsi naturalistici e culturali della regione, aprendo così nuove prospettive per il turismo sostenibile e la divulgazione scientifica.

La scoperta delle piramidi polacche si colloca nel solco di altri importanti ritrovamenti megalitici europei, come le tombe di Stonehenge o i tumuli della Scandinavia. Ogni nuovo scavo contribuisce a ricostruire una mappa sempre più dettagliata della diffusione della civiltà neolitica nel Vecchio Continente, sottolineando la ricchezza e la complessità delle antiche società agricole, spesso sottovalutate rispetto ai grandi imperi successivi.

Gli archeologi sottolineano il valore eccezionale di questi tumuli, che rappresentano una testimonianza unica della visione del mondo delle popolazioni preistoriche polacche. Il sito di Wyskoć custodisce ancora molti segreti e le ricerche sono solo all’inizio. Ogni dettaglio aggiunto dai ritrovamenti aiuterà a comprendere come si sono evolute le prime forme di organizzazione sociale, la spiritualità e la tecnologia in Europa.

Questi monumenti, sopravvissuti a millenni di mutamenti, ci parlano ancora oggi di uomini e donne capaci di lasciare un segno profondo nell’ambiente e nella memoria collettiva. Le piramidi polacche sono destinate a diventare uno dei punti di riferimento più affascinanti per chiunque voglia ripercorrere le origini della civiltà europea, tra ricerca scientifica e suggestione del mistero che ancora avvolge le società più antiche.

La medicina medievale: più evoluta del previsto e con rimedi social

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Un recente progetto internazionale, al quale hanno partecipato studiosi della Binghamton University ha messo in luce come le pratiche mediche dell’alto Medioevo fossero in realtà frutto di attenta osservazione, curiosità scientifica e volontà di migliorare la salute con i mezzi a disposizione in quel periodo. Gli studiosi hanno raccolto inediti manoscritti medici anteriori all’XI secolo, scoprendo un insieme di conoscenze che si avvicina a molte delle attuali tendenze del benessere, tra cui alcuni rimedi in perfetto stile “how to” su TikTok.

Un nuovo catalogo, noto come Corpus of Early Medieval Latin Medicine (CEMLM), ha raddoppiato il numero dei manoscritti medici conosciuti rispetto ai repertori precedenti. Questo ampliamento offre agli storici l’opportunità di esplorare un panorama più ricco e autentico delle pratiche mediche adottate in un’epoca a lungo considerata dominata dalla superstizione, a scapito della scienza.

La professoressa Meg Leja, studiosa di storia politica e culturale dell’Europa tardoantica e medievale, sottolinea come le persone fossero «profondamente interessate alla salute del corpo». In un tempo spesso descritto come immerso nell’ignoranza, le popolazioni annotavano intuizioni e ricette su ogni genere di manoscritto: grammatiche, testi teologici, poesie e trattati filosofici. Questo testimonia un interesse diffuso per la medicina e un desiderio costante di raccogliere, trasmettere e sperimentare conoscenze utili.

Scorrendo le pagine di questi manoscritti emergono soluzioni molto simili alle tendenze attuali. Un caso emblematico è il rimedio per il mal di testa: si schiacciava un nocciolo di pesca, lo si mescolava con olio di rosa e si applicava il composto sulla fronte. Oggi, la scienza riconosce le proprietà lenitive dell’olio di rosa contro le emicranie, confermando la validità di alcune intuizioni medievali.

Altrettanto curioso è lo “shampoo di lucertola”, che prevedeva l’uso di pezzi di lucertola per nutrire i capelli rendendoli più folti, oppure, al contrario, per rimuoverli. Questa pratica richiama i moderni trattamenti di depilazione chimica, il waxing e i rimedi naturali promossi online. La continuità non si limita agli ingredienti, ma riguarda anche l’approccio sperimentale al corpo e il desiderio di migliorarne l’aspetto e il benessere.

Uno degli aspetti più affascinanti di questa scoperta riguarda la circolazione delle conoscenze. Contrariamente all’idea che la medicina fosse dominio esclusivo di pochi eruditi in grado di leggere Ippocrate o Galeno, molti testi del CEMLM raccolgono appunti pratici, annotazioni, rimedi condivisi tra popolani, guaritori, monaci e studiosi. Un sapere diffuso, nato dall’osservazione della natura, da esperimenti empirici e da scambi quotidiani sul tema della salute.

Il progetto ha previsto una sistematica catalogazione e digitalizzazione di manoscritti europei, che oggi costituiscono una risorsa preziosa per la ricerca storica e per la didattica. Per la professoressa Leja, rileggere questi testi fuori dai canoni accademici tradizionali significa restituire voce a una pluralità di attori sociali — uomini e donne — impegnati a interpretare i segnali del corpo e a migliorare le proprie condizioni di vita.

Colpisce il parallelo con la cultura contemporanea dei “life hack” e dei rimedi fai-da-te che circolano sui social. Molte delle soluzioni proposte nei manoscritti medievali anticipano, in forma embrionale, strategie oggi rilanciate da influencer e content creator. Non è raro, ancora oggi, imbattersi in consigli su impacchi, infusi, cure detox e usi insoliti di ingredienti naturali. L’uomo medievale, con la sua sperimentazione, sembra quindi meno lontano dall’uomo digitale di quanto si pensi.

Naturalmente, la medicina medievale si inseriva in una visione del mondo in cui religione, pratica e magia convivevano. Ciò non impediva però la ricerca di cause naturali e la sperimentazione di rimedi attraverso l’osservazione diretta. Nei manoscritti raccolti si trovano testimonianze di un desiderio di comprendere gli effetti di piante, minerali e animali, e di cogliere i legami tra alimentazione, stile di vita e salute.

La lettura dei nuovi documenti rivela una solida cultura dell’osservazione, in cui le comunità medievali studiavano con attenzione l’ambiente circostante per adattare i propri rimedi. Questo rapporto diretto con la natura e la volontà di imparare da essa rappresentano un filo conduttore che attraversa secoli di storia medica.

Oggi questa riscoperta ha un valore che va oltre l’ambito accademico. La digitalizzazione dei manoscritti rende accessibili questi testi a studenti, ricercatori e appassionati, favorendo una comprensione più ampia del sapere antico e del suo potenziale valore nel mondo attuale. Gli studiosi del progetto stanno lavorando a nuove edizioni e traduzioni, con l’obiettivo di rendere fruibile un patrimonio capace di arricchire l’insegnamento e stimolare nuove ricerche.

Dallo studio sistematico di queste fonti emerge una nuova narrazione del legame tra medicina, cultura e società nel Medioevo. Una narrazione che mette in luce la vivacità, la curiosità e il pragmatismo degli uomini e delle donne dell’epoca. La medicina medievale si rivela così come un crocevia di saperi popolari, intuizioni geniali e pratiche interdisciplinari, tutte tese al miglioramento della vita quotidiana.

La ricerca prosegue, con nuove scoperte e traduzioni in arrivo, aprendo scenari inediti sulla storia della salute e della scienza. Grazie a queste indagini, la medicina medievale assume un nuovo ruolo: quello di specchio delle esigenze e delle aspirazioni dell’essere umano, tanto ieri quanto oggi.

Israele. Così gli asini venivano sacrificati come rito propiziatorio

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L’antica città cananea di Gath, oggi conosciuta come Tell es-Sâfi, continua a svelare tratti sorprendenti del passato grazie a nuove scoperte che permettono di comprendere meglio le pratiche culturali e i rapporti commerciali del Mediterraneo orientale di 4.500 anni fa. Recenti ricerche archeologiche hanno permesso di riportare alla luce quattro asini femmine, tutti sepolti con notevole cura sotto le fondamenta di una residenza risalente all’Età del Bronzo Antico. La particolarità non sta solo nell’eccezionale stato di conservazione, ma soprattutto nelle modalità precise e ricorrenti della sepoltura: gli animali erano giovani, nel pieno della loro forza, e i loro corpi venivano collocati in fosse poco profonde, con le zampe legate e il muso rivolto ad est.

Un dettaglio colpisce immediatamente chi osserva i resti: in uno dei casi la testa era stata staccata e poggiata sull’addome del medesimo animale, mantenendo comunque lo sguardo orientato verso oriente, in una disposizione chiaramente rituale. Gli studiosi che hanno seguito gli scavi hanno sottoposto i denti a complessi esami isotopici, analizzando elementi come carbonio, ossigeno e stronzio, capaci di tracciare la provenienza geografica e le abitudini alimentari degli animali durante la loro vita. Dalle analisi emerge in modo inequivocabile che i quattro asini provenivano dalla Valle del Nilo, in Egitto, mentre il resto di un altro asino – trovato nello stesso sito e smembrato assieme a ossa di pecore e capre – era frutto di allevamento locale ed era stato macellato per scopi alimentari.

Questo dato apre scenari ricchi di implicazioni sulle relazioni tra il Cafarnao cananeo e il potente Egitto faraonico. Se infatti i ritrovamenti di asini utilizzati come animali da lavoro o per l’alimentazione sono diffusi in tutto il Vicino Oriente antico, questa testimonianza rappresenta la prima prova concreta della presenza di animali importati, destinati a rituali di fondazione associati all’edificazione di crescite domestiche. Si tratta di pratiche apparentemente riservate a contesti di rango non elevato, segnalando che l’uso di preziose bestie egiziane non era patrimonio esclusivo dell’élite cittadina.

«Scegliere di sacrificare animali così pregiati è indice di un’enfasi sociale sulla dimostrazione di ricchezza, prestigio e connessioni internazionali,» ha spiegato la dottoressa Elizabeth Arnold, archeologa e coautrice della ricerca. Il valore attribuito a questi asini femmina, giovani e nel momento migliore per la riproduzione, era altissimo: privarsene rappresentava un gesto fortemente simbolico, probabilmente compiuto per garantire prosperità, protezione e benessere alla casa, secondo credenze ancestrali.

Il contesto della città di Gath, una delle maggiori realtà urbane della regione meridionale della Levante in quell’epoca, va tenuto in considerazione per comprendere appieno il significato del gesto rituale. Il legame tra Gath e l’Egitto, allora potenza dominante, era sostanziato da scambi commerciali regolari: importare un asino dal Nilo comportava costi e difficoltà logistiche notevoli, facendo di ogni animale una sorta di “bene di lusso”. Il sacrificio di questi animali all’interno dell’ambito domestico segnalava un atto magico-propiziatorio, oltre alla volontà di dichiarare pubblicamente lo status sociale raggiunto, con una simbolica connessione alle forze e al prestigio egiziano.

Il team di ricerca ha utilizzato la datazione radiocarbonica dei materiali organici circostanti, dato che gli scheletri degli animali stessi erano troppo degradati per fornire campioni affidabili. Non è stato possibile effettuare analisi genetiche, lasciando così irrisolto l’enigma sull’aspetto peculiare di questi asini egiziani rispetto a quelli locali. Quel che emerge, però, è che la pratica delle deposizioni rituali di asini importati era un tratto distintivo e non occasionale nella cultura di Gath: manufatti e resti analoghi sono stati rinvenuti anche nei siti di Tel Azekah e Tel Haror, pur senza la stessa portata simbolica attestata a Tell es-Sâfi.

Le domande aperte restano numerose: chi orchestrava i riti e a chi era riservato l’onore – e l’onere – di sacrificare esemplari così preziosi? Si trattava davvero di una prassi diffusa o limitata solo a certe famiglie con particolari legami di scambio con l’Egitto? L’esclusiva scelta di giovani femmine rafforzava il carattere propiziatorio del gesto, grazie al legame simbolico con la fertilità, l’abbondanza e la riproduzione?

Le fonti antiche suggeriscono che l’asino nell’immaginario vicino-orientale rivestiva un ruolo di primo piano sia come animale da lavoro sia come intermediario nei lunghi commerci carovanieri. Le carovane di asini aprirono infatti rotte fondamentali tra la Mesopotamia, la regione del Levante e l’Egitto durante tutto il Tardo III millennio a.C., contribuendo alla circolazione non solo di beni materiali, ma anche di idee, tecniche e pratiche culturali.

Lo scavo di Tell es-Sâfi si inserisce così in una più ampia cornice di studi che vedono gli animali sacrificati come veri e propri attori sociali, carichi di significato e parte integrante del tessuto di relazioni familiari e comunitarie. Le caratteristiche della sepoltura – posizione, tipo di animale, trattamento del corpo – riflettono codici di comportamento condivisi e tramandati all’interno delle società urbane del tempo.

Il fatto che le sepolture siano state trovate tutte sotto abitazioni di quartiere suggerisce che il rito avesse una stretta connessione con la protezione della casa e della comunità nucleare, intendendo la fondazione come atto carico di auspicii. Importare un asino egiziano per offrirlo in sacrificio domestico equivaleva a invocare la benevolenza divina e la fortuna e la prosperità proprie dell’Egitto stesso.

Sebbene molte domande resteranno per sempre senza risposta, questo straordinario rinvenimento conferma come le società antiche fossero profondamente segnate da una visione complessa e articolata delle relazioni tra uomini, animali e divinità, in una continua tessitura di scambi e influenze. Studi futuri, grazie anche all’avanzamento delle tecniche di analisi dei resti organici e inorganici, potranno forse diradare alcuni dei misteri che ancora circondano la vita e i rituali degli antichi abitanti di Gath.