venerdì 10 Luglio 2026
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Lucio Cornelio Silla. Uno spietato protagonista

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Lucio Cornelio Silla (138-78 a.C) è stato un generale, uomo politico, statista e dittatore romano, che si distinse nelle guerre contro Mitridate e nella guerra sociale.

La sua acerrima rivalità con l’altro grande generale della Repubblica, Caio Mario, avrebbe dato luogo ad una serie di conflitti che sarebbero sfociati in una vera e propria guerra civile, che si sarebbe conclusa solamente con la morte di Mario.

Silla ottenne il totale controllo della Repubblica, si autoproclamò dittatore dopo aver eliminato i suoi nemici tramite le famigerate liste di proscrizione e iniziò una serie di monumentali riforme.

Dopo aver pesantemente ridisegnato lo Stato Romano, si ritirò a vita privata nel 79 a.C, ma la sua opera venne rapidamente surclassata da nuove figure emergenti come Pompeo e Cesare.

L’ascesa al potere, Mitridate e i germani

Lucio Cornelio Silla nacque a Roma nel 138 a.C. da una vecchia famiglia patrizia, abbastanza addentro alla politica romana ma non particolarmente rinomata.

Il suo unico antenato di una certa importanza era stato espulso dal Senato di Roma e sfortunatamente la morte di sua madre, quando era ancora giovane, lo lasciò nella più profonda povertà.

Silla, dal carattere profondamente determinato, proseguì con costanza il suo cursus honorum nella politica romana e riuscì a guadagnarsi una buona stima come comandante militare.

Arrivò rapidamente alla carica di questore e di pretore dimostrando una particolare energia. Molti storici hanno detto che “Silla sembrava andare di fretta“, tanto fu fulminea la sua ascesa politica. Ma il vero salto di qualità nel suo percorso si ebbe quando fu scelto dal comandante e console Gaio Mario come suo braccio destro.

Mario e Silla furono quindi dapprima alleati, soprattutto nella Guerra numidica (112-105 a.C). Il re africano Giugurta aveva più volte attaccato i possedimenti romani, ma ancora più grave, era riuscito a corrompere sistematicamente gli amministratori e i generali inviati contro di lui.

Sfruttando le debolezze del sistema romano, Giugurta teneva la Repubblica sotto scacco.

Mario affrontò con decisione l’esercito di Giugurta, ma fu Silla a garantire la cattura e la resa del grande Re con la sola forza della diplomazia, in particolare portando dalla propria parte il genero di Giugurta, Bocco di Mauretania.

Con la resa di Giugurta e la fine della guerra, Mario tornò a Roma, dove celebrò il trionfo militare. Venne eletto console consecutivamente dal 104 al 101 a.C, un risultato davvero senza precedenti.

Ma dopo una breve serie di festeggiamenti, Mario fu costretto a marciare con il suo esercito verso nord, assieme a Silla, per affrontare le tribù germaniche dei Cimbri e dei Teutoni, che minacciavano di invadere la penisola italica, e che vennero sconfitte nelle battaglie di Aix-en-provence, 102 a.C, e Vercelli 101 a.C.

Mario vincitore dei Cimbri

Nonostante le comuni vittorie su Giugurta e sulle tribù germaniche, Mario e Silla cominciarono a nutrire antipatie reciproche, probabilmente a causa della gelosia da parte di Mario nei confronti di un alleato così talentuoso e allo stesso tempo appartenente ad una fazione politica avversa.

Lo storico Plutarco, nelle sue “Vite Parallele”, parla esplicitamente di questa gelosia e di come l’astro nascente di Silla disturbava Caio Mario.

“Per questo motivo trionfò Mario, ma la gloria dell’impresa, per invidia della gente, fu attribuita a Silla, il che lo fece notevolmente arrabbiare. D’altra parte, Silla stesso era per natura un vanaglorioso, dal momento che era la prima volta che da una condizione così bassa qualcuno era tanto salito all’onore delle cronache.”

Plutarco, Vita di Silla

Attraverso una serie di corruzioni, Silla continuò la sua scalata politica raggiungendo la posizione di pretore urbano nel 97 a.C e successivamente diventando governatore in Cilicia, dove sarebbe rimasto fino al 92 a.C.

La guerra sociale e la rivalità con Caio Mario

I rapporti tra Mario e Silla peggiorarono ulteriormente, soprattutto in occasione della guerra sociale o guerra degli alleati (91-88 a.C). Roma dovette affrontare una rivolta degli alleati italici, che partecipavano regolarmente alle guerre e pagavano le imposte, i quali chiedevano uguali diritti, la cittadinanza romana e la possibilità di partecipare alle tribù elettorali.

La guerra, che sconvolse la penisola italica, si sarebbe conclusa solo con l’accettazione da parte del Senato romano della maggior parte delle richieste degli alleati.

Fattosi sul campo una reputazione di spietatezza e brutalità in guerra, soprattutto in occasione dell’assedio di Pompei, Silla divenne il più abile e temuto generale di Roma, superando in potere e reputazione Mario.

Sempre Plutarco ci descrive un aneddoto accaduto prima della partenza di Silla per combattere nella Guerra sociale. Gli indovini avrebbero predetto che un uomo di grandi qualità avrebbe preso il governo in mano e risolto i problemi della città. Silla si convinse di essere quell’uomo.

“Dopo la guerra, Mario non fu in grado di fornire alcun grande servizio e dimostrò che l’eccellenza militare era nelle mani di Silla. Quest’ultimo fece molte cose memorabili e ottenne la reputazione di un grande comandante tra i suoi concittadini, tra i suoi amici e anche quello del più fortunato tra i suoi nemici.

Plutarco, Vita di Silla

Dopo aver abilmente servito Roma, Silla venne ricompensato con il suo primo Consolato nell’88 a.C, il quale riuscì a nominare il suo figlio adottivo, Pompeo Rufo, come console assieme a lui.

Il pericolo di Mitridate e la marcia su Roma

Nel frattempo, nelle province orientali Mitridate Eupatore, Re del Ponto, stava causando gravi problemi ai possedimenti romani. Nel 104 a.C aveva invaso le province di Galizia e Paflagonia.

Dopo aver invaso la vicina Bitinia, Mitridate si era ritirato nei suoi territori a seguito di un avvertimento da parte del Senato Romano, che gli imponeva l’immediata cessazione delle ostilità. Molto presto, Mitridate ignorò le condizioni di pace e attaccò le tre legioni inviate contro di lui.

Fece confiscare tutte le proprietà dei residenti italici e ordinò di uccidere tutti i coloni romani. Il risultato finale fu un caos economico nelle province orientali e un vero e proprio genocidio di 80.000 persone. Silla ricevette così da Roma il comando supremo delle forze armate, per affrontare Mitridate.

Tuttavia, il tribuno Publio Sulpicio Rufo si oppose all’ordine del Senato, che dava a Silla il controllo della missione, e richiamò l’anziano Mario, assegnandogli il comando.

Molti credevano che i due uomini avessero stretto un accordo, ma in realtà Silla venne arrestato del tutto illegalmente, mentre Mario, che all’epoca aveva quasi 70 anni, rientrò alla ribalta della politica in cerca di riscatto e vendetta contro l’odiato avversario.

Silla era furioso: non solo la vittoria gli era stata rubata, ma anche il bottino di guerra. Dopo essersi reso conto di avere dalla sua parte il sostegno dell’esercito, circa 6 legioni o 30.000 uomini, Silla prese una decisione gravissima. Marciare su Roma.

Di nuovo Plutarco ci parla del momento in cui Silla, con una vera e propria operazione di polizia, prese il controllo della capitale.

“Silla ordinò di dare fuoco alle case e afferrò una torcia ardente, fece strada lui stesso e ordinò ai suoi arcieri di mirare ai tetti. Questo non fu il frutto di un calcolo razionale, ma della sua rabbia. Fece il suo ingresso a Roma con l’aiuto delle armi senza fare distinzione tra colpevoli e innocenti.”

Plutarco, Vita di Silla

Ottenuto il comando militare, il primo atto di Silla fu quello di far uccidere Rufo. Mario preferì fuggire in Africa. Ma sfortunatamente per Silla, i suoi ufficiali lo abbandonarono presto, resisi conto della enorme gravità della situazione. La fortuna di Silla, almeno in questa fase, non poteva durare.

Per via dei combattimenti scoppiati nelle strade di Roma e constatato il risentimento del Senato contro di lui, Silla capì che la migliore strategia era quella di ritirarsi ad Est. Fuggì dalla città con le sue sei legioni e decise di marciare contro Mitridate di sua iniziativa.

Silla nemico dello Stato

Mario fece ritorno a Roma, dando inizio a cinque giorni di crudele saccheggio alla ricerca dei sillani. Il Senato, nel tentativo di calmare i mariani, dichiarò Mario nuovamente console, ma egli morì poco dopo nell’86 a.C. Molti dei sostenitori di Silla furono comunque giustiziati.

Silla si rifiutò di obbedire ad una convocazione del Senato per affrontare un processo a suo carico. Così, su richiesta del console Cinna, il Senato lo dichiarò nemico dello Stato e lo condannò a morte. Ignorando completamente gli ordini di Cinna e del Senato, Silla proseguì verso est e non solo sconfisse Mitridate, ma represse una grande ribellione in Grecia.

Ad Atene, Silla si guadagnò di nuovo la reputazione di generale spietato, concedendo ai suoi uomini il permesso di saccheggiare e uccidere quando lo ritenevano opportuno.

In quegli scontri vennero distrutti addirittura i famosi boschi in cui i grandi filosofi Platone e Aristotele avevano riflettuto sulla condizione umana. Anche l’antico simbolo di Atene, l’Acropoli, fu saccheggiata. La violenta campagna in Oriente di Silla sarebbe durata cinque anni.

Al suo ritorno a Roma, nel 83 a.C. Silla fu accolto dai comandanti Cecilio Metello Pio, Licinio Crasso e Gneo Pompeo Magno. Insieme sarebbero risultati vittoriosi sugli ultimi fedeli del defunto Mario. In uno scontro finale, Silla sconfisse l’opposizione nella battaglia di Porta Collina 82 a.C.

3000 uomini furono fatti prigionieri, mentre altri 3000 si arrendevano ai sillani. Furono tutti imprigionati nel Campo Marzio e giustiziati. I loro corpi gettati senza alcuna pietà nel Tevere. Si diceva che il fiume fosse “disseminato” di corpi: probabilmente morirono circa 10.000 romani.

La riforma dello Stato di Silla

Il Senato, completamente in ostaggio, riconobbe le vittorie di Silla in Oriente e lo nominò dittatore, garantendogli l’immunità per le sue azioni passate.

La prima azione di Silla fu quella di riesumare le ceneri di Mario e gettarle provocatoriamente nel Tevere. Allo stesso modo, tutti i sostenitori dell’ex console furono giustiziati: in totale 80 senatori e 2600 equites vennero uccisi o esiliati.

Silla pubblicò anche le famigerate “liste di proscrizione“, un elenco pubblico di cittadini ritenuti fuorilegge le cui proprietà sarebbero state confiscate e il cui omicidio ritenuto del tutto legittimo.

Con il pieno potere di emanare o abrogare le leggi, Silla attuò una serie di riforme considerate una restaurazione del potere senatoriale volto a spazzare il disordine. Nonostante la sua brutalità, Silla dimostrò la sincera volontà di restaurare il funzionamento della Repubblica.

Una delle misure più drastiche fu quella di ridurre enormemente i poteri dei tribuni della plebe, limitando il loro diritto di veto. Aumentò il numero di questori e pretori, ampliò i membri del Senato introducendo diversi membri appartenenti all’ordine dei cavalieri e instaurò controlli più severi sui generali che detenevano potere militare fuori dall’Italia.

Oltre a queste e altre riforme, istituì dei nuovi tribunali permanenti e ricostruì sia l’edificio del Senato che il tempio di Giove, che era stato colpito da un fulmine. Silla promise ai cittadini che non avrebbe toccato i diritti delle varie classi sociali.

Persino il giovane e scettico Cicerone arrivò ad approvare il disegno generale di Silla, sebbene non concordasse con le modalità. Dopo aver concesso terre in Campania e in Etruria ai veterani del suo esercito, Silla si ritirò a sorpresa nella sua villa sul Golfo di Napoli, nel 79 a.C, dove morì l’anno dopo.

Il suo epitaffio, secondo le precise volontà di Silla, recitava:

“Nessun amico mi ha reso servigio, nessun nemico mi ha recato offesa, che io non abbia ripagati in pieno”.

L’eredità di Silla

Silla è universalmente dipinto dalla storiografia successiva come un arrogante e uno spietato, sebbene personalmente non avesse cercato a tutti i costi la Tirannia.

Sfruttando la stessa riforma Mariana, per la quale i soldati erano diventati più fedeli al generale che gli garantiva il soldo piuttosto che la Repubblica, prese il comando su Roma con un’azione di gravità inaudita. Comunque, le sue campagne contro Mitridate furono brillanti ed efficaci e riportarono l’ordine in Oriente.

La sua dittatura fu certamente spietata, ma Silla dimostrò in più occasioni la sincera volontà di restaurare il funzionamento della Repubblica, dimostrato dal fatto che per ben due volte si ritirò dalla massima carica per consentire nuove e libere elezioni.

Le riforme da lui avviate purtroppo non potevano salvare Roma dal suo futuro: i nuovi astri nascenti della politica come Pompeo e Crasso, insieme a Cesare, avrebbero portato ad una nuova serie di guerre civili e al completo disfacimento della Repubblica, che morirà lentamente.

Roma rinascerà e continuerà come potenza prevalente, grazie al principato di Augusto, per altri cinque secoli. Ma in una forma ben diversa da quella prevista da Silla.

Original article: Sulla by Donald Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), translated by Federico Gueli.

Fonti

  • Appiano, Guerre mitridatiche
  • Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXX-XXXV
  • Plutarco, Vita di Silla
  • Sallustio, Bellum Iugurthinum
  • Baker, S. Ancient Rome. BBC Books, 2006.
  • Beard, M. SPQR. Liveright, 2016.

Il console romano. La massima carica della Repubblica

Il Console è una delle cariche romane più note, una figura rivoluzionaria per il suo tempo, che ebbe un ruolo determinante nel periodo della Repubblica Romana.

Nel 509 a.C. con la cacciata dell’ultimo re Etrusco, Tarquinio il Superbo, il popolo romano ebbe un’opportunità unica che avrebbe avuto un impatto immenso sul resto dell’Europa per i secoli a venire: la possibilità di creare un nuovo governo, una Repubblica.

Nonostante la maggior parte dei diritti fossero limitati alla classe patrizia, questo nuovo governo avrebbe avuto tre rami: i comizi centuriati, il Senato, che aveva una funzione puramente consultiva, e due massimi magistrati chiamati “consoli“.

Anche se tutto questo non rappresentava una vera forma di democrazia per come la conosciamo oggi, la repubblica romana appariva assolutamente rivoluzionaria rispetto all’ordinamento politico degli altri popoli coevi.

L’elezione e le funzioni dei consoli

Eletto dell’assemblea tramite una adunata speciale, ogni console doveva avere almeno 42 anni e inizialmente era scelto solamente fra i patrizi.

Un console aveva il potere di un Re, ma il suo mandato era limitato alla durata temporale di un anno, e supervisionato dall’autorità dell’altro console eletto assieme a lui.

Vestito di una toga di lana leggera con un bordo viola, indicazione del suo rango, il console era sempre accompagnato e preceduto da 12 assistenti che portavano il simbolo del suo potere, i fasci littori, con il compito di aprirgli la strada mentre camminava per le vie di Roma.

Fondamentalmente, un console serviva sia da magistrato civile che militare con un potere esecutivo chiamato “Imperium”, quasi illimitato.

All’interno della città di Roma esercitava l'”imperium Domi”, ovvero il potere di far rispettare l’ordine e l’obbedienza ai suoi ordini, anche se questo potere non era assoluto.

Qualsiasi individuo aveva infatti il diritto di “provocatio ad populum” ovvero un appello alla decisione del console, rivolto direttamente alle assemblee legislative.

Di solito questo appello si verificava solo se la decisione del console riguardava la vita o la morte o se la vittima credeva di essere stata presa di mira dal console per motivazioni politiche o personali.

Al di fuori della città, il Console aveva un potere illimitato sul campo militare, che gli consentiva di usare qualsiasi forza avesse ritenuto necessaria per la difesa di Roma.

Una volta esaurito il mandato di un anno, non avrebbe più potuto concorrere per i mandati successivi.

I romani redassero un lungo e dettagliato elenco dei consoli eletti, e una cronaca ufficiale di ogni mandato chiamato “fasti consolari“. Persino il calendario romano era datato attraverso il nome del console al potere in quel periodo.

La posizione di console era spesso il punto culminante della carriera di un politico romano. Dopo aver lasciato l’incarico, ogni console rimaneva membro del Senato e molto spesso era premiato per il suo servizio e nominato governatore di una delle province romane in qualità di proconsole.

La lotta per un console plebeo

Sin dal tempo degli Etruschi vi erano due distinte classi di persone nella città di Roma: le famiglie aristocratiche o Patrizi, che possedevano la maggior parte della terra, e i Plebei, che costituivano il resto della popolazione, dedicata ai lavori più umili.

I plebei furono inizialmente esclusi dalla partecipazione al governo: nessun diritto di voto e nessuna possibilità di appartenere ad alcun assemblea né tantomeno di entrare in Senato o diventare consoli.

Nel corso del tempo, mano mano che Roma cresceva, i plebei iniziarono a stancarsi di essere considerati solo cittadini di seconda classe, si ribellarono e protestarono fino a sospendere completamente ogni attività, come accadde nella famosa “Secessione dell’Aventino“, quando una parte della popolazione proclamò lo sciopero totale contro le restrizioni dalla partecipazione al governo.

I Patrizi non avevano altra scelta che scendere a compromessi. Per questo motivo, i plebei ottennero il permesso di creare una propria assemblea chiamata “Concilium Plebis” o consiglio della plebe. I consigli della plebe chiamarono i loro magistrati “tribuni”, ed ebbero il potere di limitare le proposte di legge lesive della loro libertà, grazie alla figura inviolabile del tribuno della plebe.

Comprendendo la necessità di cooperare con i plebei, i Patrizi iniziarono gradualmente a riconoscere alcuni diritti.

Tuttavia, senza alcun codice di leggi scritte, i plebei continuavano a temere possibili abusi, per cui pretesero la formulazione di una serie di norme definitive, che vennero redatte in una serie di dodici tavole promulgate nel 450 a.C.

Nel 367 a.C fu finalmente approvata una nuova legge che consentiva l’elezione di un console plebeo e nel 366 a.C venne nominato il primo console, Lucio Sestio, che derivava da questa classe sociale.

I plebei ottennero nuovi successi sociali l’anno successivo, quando venne stabilito per legge che almeno uno dei due consoli doveva essere plebeo. Nel 287 a.C fu approvata addirittura la Lex Hortensia, che rendeva le leggi promulgate dall’assemblea dei plebei, vincolanti per tutti i cittadini romani.

Che fosse un plebeo o un patrizio, i poteri di un console rimasero comunque gli stessi. Dovevano presiedere il Senato, proporre delle leggi e comandare l’esercito.

Se un console fosse morto o si fosse dimesso durante il mandato, il collega avrebbe tenuto una elezione speciale per la nomina di un console sostitutivo o “suffetto“, che avrebbe garantito il resto del mandato.

A poco a poco, molti poteri del console furono assegnati ad altre cariche: il censore, che era responsabile del censimento della popolazione, il pretòre, l’unico altro magistrato con poteri di Imperium, che si occupava di dispensare la giustizia sia a Roma che nelle province, il questore, che gestiva gli affari finanziari, e l’edile che gestiva i giochi pubblici, l’approvvigionamento idrico delle città e la tenuta delle strade.

Spesso ciascuno di questi uffici serviva come tappa per giungere al consolato.

Purtroppo alla fine della repubblica e con l’ascesa dell’impero sotto Augusto, il potere del console terminò.

Le varie assemblee avevano perso la loro autonomia e la oggettiva capacità di emanare delle leggi e quindi di nominare i consoli. Anche se formalmente il titolo di console rimaneva, molto spesso l’Imperatore si autoassegnava quel ruolo, svuotando di reale potere e significato la carica.

Original article: Consul by Donald Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), translated by Federico Gueli.

Fonti

  • Baker, S. Ancient Rome. BBC Books, 2007.
  • Gwynn, D.M. The Roman Republic. Oxford University Press, 2012.
  • Hill, D. Ancient Rome. Parragon, 2007
  • Hornblower, S. The Oxford Classical Dictionary. Oxford University Press, 2012.
  • Rodgers, N. Roman Empire. 2008

Architettura romana. Caratteristiche ed esempi

L’architettura romana ha raccolto felicemente l’eredità del mondo greco, rispettando le tradizioni e le misure degli ordini architettonici precedenti, in particolare lo stile corinzio, la cui presenza è evidente in molti dei grandi edifici pubblici.

Tuttavia, il popolo romano fu anche un grande innovatore e adottò rapidamente delle rivoluzionarie tecniche di costruzione, utilizzando dei nuovi materiali e combinando in maniera unica le tecniche esistenti con una visione creativa differente, per produrre un’intera gamma di nuove strutture architettoniche come la basilica, l’arco di Trionfo, gli acquedotti monumentali, l’anfiteatro e interi quartieri residenziali.

Molte di queste innovazioni furono una risposta alle mutevoli esigenze della società romana, e la stragrande maggioranza dei progetti furono sostenuti dai finanziamenti di un apparato statale che organizzò e diffuse in tutto il mondo romano lo sviluppo dell’architettura, garantendo, attraverso continui rifacimenti, la sopravvivenza delle strutture.

Gli ordini architettonici

Gli architetti romani seguirono le linee guida stabilite dagli ordini classici che i greci avevano inizialmente modellato: dorico, ionico e corinzio. Il corinzio era particolarmente gradito e diffuso in molti edifici romani, anche nella tarda antichità. Tuttavia, il pensiero architettonico romano aggiungeva allo stile corinzio un ulteriore livello decorativo.

I romani, ad esempio, erano soliti sovrapporre all’ordine ionico anche le decorazioni con foglie di acanto tipiche del corinzio, mescolando i due stili per ottenere un risultato più appariscente.

Altro esempio è quello della colonna Toscana, un altro adattamento dell’idea tradizionale del dorico, ma con un capitello più piccolo e una base semplificata, utilizzata specialmente nell’architettura domestica per la creazione di peristili e verande.

I romani inoltre preferivano nelle loro costruzioni l’impiego di colonne monolitiche, laddove i greci preferivano distribuire il peso su un numero superiore di colonne.

Le colonne continuarono ad essere utilizzate anche quando non erano più strutturalmente necessarie, soprattutto per dare agli edifici un aspetto tradizionale e familiare, come ad esempio nella facciata del Pantheon a Roma.

Infine, le colonne potevano diventare parte del muro stesso, le cosiddette colonne “impegnate“, e fungere da pura decorazione, come possiamo osservare nei piani superiori dell’esterno del Colosseo.

L’influenza greca è dimostrata anche dal fatto che tutte le innovazioni nell’arte architettonica romana sbocciavano dapprima nel sud Italia e in Campania, che erano geograficamente più vicine alle colonie fondate nella Magna Grecia, per poi diffondersi al resto della penisola.

Un ottimo esempio è quello del più antico edificio a cupola sopravvissuto, il frigidarium delle Terme Stabiane a Pompei, del II secolo a.C.

Come in molti altri campi, i romani partirono dalle idee greche e le spinsero al massimo delle loro possibilità: gli enormi complessi dei bagni imperiali incorporano sia archi impennati, che archi che spuntavano direttamente dai capitelli delle colonne e persino delle cupole che attraversavano delle distanze apparentemente impossibili.

Il periodo Augusteo vide un’impennata nell’attività edilizia, una innovazione nel design e nell’utilizzo del marmo: tutti sintomi di una Roma che stava cominciando a rendersi autonoma dalla tradizione greca e aveva raggiunto un determinato livello di indipendenza dalle civiltà precedenti.

Questo fu anche il periodo in cui il patrocinio e il finanziamento imperiale consentì di intraprendere progetti di costruzione sempre più grandi e impressionanti, non solo nella stessa città di Roma, ma in tutto l’impero.

Gli edifici divennero strumento di propaganda della potenza imperiale, al fine di far percepire alle province la superiorità culturale del mondo romano.

Con l’espansione dell’impero, diverse correnti artistiche e artigiani di tutto il mondo Mediterraneo si integrarono nell’industria architettonica Romana: abbiamo addirittura prove dell’influenza orientale, visibili chiaramente in elementi come le foglie di papiro nei capitelli, i piedistalli scolpiti, e le fontane ornamentali.

Materiali e tecniche

I romani raggiunsero risultati straordinari grazie ad un sapiente utilizzo dei materiali costruttivi, che costituirono il nerbo del successo dell’architettura romana e permisero anche ai più ambiziosi progetti di essere realizzati

Marmo

Il più riconoscibile materiale da costruzione romano è senza dubbio il marmo.

Il primo edificio costruito interamente in marmo fu il tempio di Giove Statore a Roma, nel 146 a.C, ma fu solo durante l’Impero che l’utilizzo del marmo divenne più diffuso e questo tipo di pietra fu scelta per i più impressionanti progetti di costruzione finanziati dallo Stato.

Il tipo di marmo più comune era quello di Carrara, proveniente dalla Toscana. Ma il marmo era prontamente disponibile anche in tutto il resto dell’impero: particolarmente apprezzati erano il marmo Pariano di Paros nelle Cicladi e il pentelico di Atene.

Del marmo esistono anche delle varietà colorate, molto apprezzate dagli architetti romani, come il marmo giallo numidiano nel nordafrica, il viola Phygian dal centro della Turchia, il porfido rosso dall’Egitto e il marmo venato verde di Eubea.

Il marmo proveniente dalle province, tuttavia, era impiegato principalmente nella costruzione delle colonne e, a causa degli alti costi di trasporto, riservato prevalentemente ai grandi progetti imperiali.

Calcare

Oltre al marmo, un altro materiale di largo utilizzo era il calcare bianco di Travertino, disponibile in ampie cave vicino a Tivoli. Era particolarmente adatto all’esecuzione di intagli precisi e aveva una resistenza portante intrinseca che lo resero un sostituto perfetto del marmo, più volte scelto dagli architetti romani del primo secolo a.C. e utilizzato soprattutto per pavimentazioni, infissi e gradini.

Calce e calcestruzzo

Non furono i romani ad inventare la malta di calce, ma gli architetti Romani furono i primi a intravedere tutte le possibilità di utilizzo di questo materiale.

Le macerie del cemento erano di solito impiegate come materiale di riempimento, ma i Romani si resero conto che questo poteva sostenere un grande peso e riuscirono ad utilizzarlo per creare una nuova serie di soluzioni architettoniche e di costruzione.

Questo materiale viene chiamato “Opus Caementicium“, un aggregato di pietra mescolato con la malta di calce. Il materiale aveva una consistenza densa e dunque poteva essere posato e non versato, come accade invece con il cemento moderno.

Nel II secolo a.C i romani scoprirono che utilizzando la pozzolana, un prodotto di sabbia vulcanica ad alto contenuto di silice, il cemento poteva essere posizionato persino sott’acqua e diventava progressivamente più forte rispetto alle soluzioni finora conosciute.

Nel I secolo a.C. l’utilizzo di questo nuovissimo materiale di costruzione sembra diffuso in fondamenta, muri e volte. Forse il miglior esempio delle sue possibilità di costruzione è rappresentato dal Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina.

Oltre alle incredibili possibilità strutturali offerte da questo tipo di calcestruzzo, il materiale era anche molto più economico della pietra solida ed era perfetto per gli stucchi e per le impallacciature del marmo, e poteva essere utilizzato assieme a mattoni realizzati a fuoco.

I mattoni delle generazioni precedenti, quelli di fango essiccati al sole, erano stati utilizzati per secoli e continuarono ad essere impiegati per i progetti più piccoli fino al primo secolo d.C.

Ma i mattoni a fuoco avevano il vantaggio della durabilità e potevano essere scolpiti proprio come la pietra per rispondere agli standard architettonici tipici dei capitelli e dei dentelli.

I mattoni avevano tipicamente una misura di 59 cm quadrati e 2,5 – 5 cm di spessore. I mattoni non tagliati venivano utilizzati per le coperture e per scaricare il peso, mentre per altri usi, dedicati alle parti più visibili, venivano solitamente tagliati in 18 triangoli. Esistevano anche dei mattoni circolari, che venivano utilizzati per le colonne.

Stucco, tufo, basalto e terracotta

Lo stucco veniva utilizzato per rendere più omogenei le pareti in mattoni e poteva essere scolpito per riprodurre le decorazioni architettoniche che precedentemente potevano essere rese solamente con la pietra. Si trattava di un mix di sabbia, gesso e persino polvere di marmo.

Il tufo vulcanico e la pietra pomice vennero invece impiegati nelle cupole, per via della loro leggerezza, come ad esempio nella grandissima volta cassettonata del Pantheon.

Per le pavimentazioni e le strade ci si affidava invece al basalto, posizionato in blocchi poligonali, mentre il granito grigio e rosa egiziano era spesso scelto per gli obelischi e le colonne.

Infine, si impiegava la terracotta per gli ornamenti degli edifici più prestigiosi e per gli abbellimenti delle case private e delle tombe.

Gli architetti romani più famosi

Nel mondo romano gli edifici venivano attribuiti e dedicati più spesso alla persona che aveva concepito e pagato il progetto, piuttosto che all’architetto che aveva supervisionato la realizzazione, che molto spesso rimaneva anonimo.

Conosciamo tuttavia l’architetto preferito di Traiano, Apollodoro di Damasco, famoso per le sue abilità nella costruzione di ponti e responsabile, tra gli altri progetti, del Foro di Traiano e dei bagni di Roma. Mentre Severo e Celere furono gli architetti responsabili della costruzione del meraviglioso tetto rotante della Domus Aurea di Nerone.

Ma l’architetto Romano più famoso è certamente Vitruvio, soprattutto per il suo “De architetura”, un’opera in 10 volumi, interamente dedicata a quest’arte e giunta intatta fino a noi.

In realtà non conosciamo molto del lavoro di Vitruvio, solamente una basilica costruita a Fano realizzata in onore di Giulio Cesare e Augusto. Ma nel De architetura, Vitruvio racconta e spiega tutti gli aspetti di questo settore, i tipi di edifici concepiti dai Romani, i consigli per aspiranti architetti e molti dettagli tecnici.

Una considerazione interessante è che secondo Vitruvio l’architetto romano ideale avrebbe dovuto possedere una vastissima gamma di abilità che oggi sarebbero affidate a diverse specializzazioni.

La principale massima di Vitruvio, riassunto del pensiero Romano è: “Tutti gli edifici devono essere eseguiti in modo da tener conto della durabilità, dell’utilità e della bellezza.”

I principali edifici romani

Acquedotti e ponti

Queste strutture a volte massicce realizzate con archi singoli, doppi e tripli, sono state progettate per trasportare acqua dolce nei centri urbani da fonti che si trovavano, in alcuni casi, a diversi chilometri di distanza.

Il primo acquedotto a Roma fu l’Aqua Appia del 312 a.C, ma l’esempio più impressionante è senza dubbio il Pont du Gard vicino a Nimes (Francia) del 14 d.c.

I Ponti Romani facevano utilizzo dell’arco per attraversare fiumi, vallate e burroni. Costruiti con una sovrastruttura in legno e con una serie di pilastri o archi in pietra definitivi, questi straordinari esempi di architettura romana sopravvivono ancora oggi.

Uno dei meglio conservati è il ponte di Tago ad Alcantara (Spagna) del 106 d.C, che presenta una serie di archi che si estendono per oltre 30 metri.

Basiliche

La basilica venne adottata stabilmente dalla chiesa cristiana, ma venne in origine concepita dai romani come luogo per ospitare grandi raduni, in primis i processi ad uno i più imputati.

Le basiliche venivano solitamente costruite lungo un lato del Foro, il mercato della città, chiuso su tutti i lati da degli imponenti colonnati. La lunga sala e il tetto della Basilica erano sostenute da colonne e pilastri su tutti i lati. Le colonne creavano una navata centrale affiancata su tutti i lati da una navata laterale.

Una galleria correva intorno al primo piano e in seguito si trovava un abside singola o doppia, ad entrambe le estremità. Un tipico esempio di Basilica è la basilica Seppia a Leptis Magna (Libia) del 216 d.C

Bagni

I bagni dimostrano la tipica capacità romana di creare degli spazi interni meravigliosi utilizzando archi, cupole, volte e contrafforti. Il più grande di questi complessi, spesso di enormi dimensioni, veniva costruito lungo un singolo asse e comprendeva piscine, stanze fredde e calde, fontane, biblioteche, riscaldamento a pavimento e talvolta persino riscaldamento a parete, attraverso delle tubazioni in terracotta.

I loro esterni erano di solito abbastanza semplici, ma all’interno vi era un sontuoso utilizzo di colonne, statue e mosaici. Uno degli esempi migliori e meglio conservati fino ai giorni nostri, è senza dubbio quello delle Terme di Caracalla a Roma, completate nel 216 d.C

Case private

Largamente famose per le loro pareti interne riccamente decorate, per i loro affreschi e gli stucchi, le residenze private romane incantavano lo spettatore con l’atrio, i peristili, giardini e fontane, tutte ordinate in armoniosa simmetria. Un tipico esempio è quello della casa dei Vetti a Pompei, nel I secolo a.C

Ancora più innovativi erano i grandi condomini, le “insulae”, destinate ai cittadini meno abbienti. Erano complessi costruiti da mattoni, cemento e legno, dotati a volte di balconi e con ampi negozi posizionati sul fronte della strada al piano terra.

Dai resti ritrovati, sappiamo che potevano raggiungere i 12 piani di altezza, ma le restrizioni imposte dallo Stato portavano lo sviluppo medio di una insula a 4 o 5 piani. Alcuni dei pochissimi esempi sopravvissuti possono essere visti ad Ostia.

Templi

Il tempio romano era una combinazione di modelli etruschi e greci con una cella interna, posizionata nella parte posteriore dell’edificio, circondata da colonne e collocata su una piattaforma rialzata fino a 3,5 metri di altezza, con un ingresso a gradini e un portico con colonne.

I templi erano generalmente rettangolari, ma potevano assumere delle altre forme, come quella circolare o poligonale, visibile ad esempio nel tempio di Venere a Baalbek (Libano).

Teatri e anfiteatri

Il teatro romano venne ispirato dalla tradizione greca, ma la forma complessiva era realizzata a semicerchio, interamente realizzata con la pietra. I romani aggiunsero anche un palcoscenico altamente decorativo che incorporava diversi livelli di colonne, frontoni e statue, come quello che si trova nel teatro di Orange del 27 a.C.

I teatri mostrano appieno la passione romana nel racchiudere gli spazi, soprattutto in quanto potevano essere coperti da legno e da tende da sole in tela.

L’anfiteatro era una costruzione completamente chiusa, una soluzione architettonica molto gradita dai Romani. L’ esempio più grande e famoso è certamente il Colosseo, modello copiato in tutto l’impero.

Un esterno altamente decorativo, una serie di piani e delle stanze sotterranee posizionate al di sotto del pavimento dell’arena per nascondere persone, animali od oggetti di scena, che venivano issati quando necessario allo spettacolo.

Archi di trionfo

L’Arco di Trionfo, che poteva avere un ingresso singolo, doppio o triplo, non aveva altra funzione pratica se non quello di commemorare un avvenimento e celebrare delle significative vittorie militari.

I primi esempi risalgono al 196 a.C ed erano piuttosto semplificati, ma costruzioni successive raggiunsero un particolare livello di bellezza, sormontati generalmente da un carro di bronzo a 4 cavalli.

Gli archi di Trionfo divennero dei monumenti in pietra che testimoniavano perfettamente la gloria e la “vanità” romana. Il più grande esempio è certamente l’arco di Costantino a Roma del 315 d.C, forse l’ultimo grande monumento della Roma imperiale.

Mura

Elemento architettonico dalla grande importanza era quello delle mura difensive. Le mura romane avevano una larghezza estremamente variabile e uno spessore che poteva andare dai 18 cm ai 6 m.

Raramente in queste soluzioni venivano utilizzati marmi e blocchi di pietra pregiata, perché troppo costosi: si preferiva allora affidarsi a grandi blocchi quadrati di pietra di bassa qualità o all’uso di mattoni di forma triangolare, incastonati con la malta e piccole pietre che si appoggiavano ad un nucleo di calcestruzzo.

I mattoni e le pietre potevano essere disposti in vari modi

  • Opus incertum: usato per la prima volta nel III secolo a.C. utilizzava piccoli pezzi irregolari di pietra levigati da un lato
  • Opus reticulatum: del II secolo a.c. con pezzi a forma di piramide con una base quadrata di 6-12 cm e un altezza dai 8-14 cm. La pietra era incastonata con la base rivolta verso l’esterno e disposte in diagonale.
  • Opus mixtum: comune dal primo secolo d.C. era una combinazione di Opus reticulatum e uno strato di mattoni orizzontali posizionati ogni quarto livello e ai bordi.
  • Opus testaceum: comune del primo secolo d.C. e costituito da soli mattoni
  • Opus vittatum: utilizzava una combinazione alternativa di mattoni con due blocchi di tufo con lato rettangolare rivolto verso l’esterno e di dimensioni decrescenti verso la superficie interna. Divenne particolarmente popolare dal IV secolo d.c. in tutto l’impero

Nonostante l’effetto decorativo di queste varie disposizioni di pietra e mattoni, la maggior parte delle pareti erano poi coperte sia all’interno che all’esterno con uno stucco in gesso bianco per proteggere contro il calore e la pioggia e per fornire una superficie liscia adatta alla pittura.

Conclusioni

L’architettura Romana ci ha fornito delle magnifiche strutture che hanno resistito alla prova del tempo. Combinando una vasta gamma di materiali con progetti a dir poco audaci, i romani furono in grado di spingere i confini della fisica e trasformare l’architettura in una vera e propria forma d’arte.

Il risultato finale fu che l’architettura divenne uno strumento imperiale per dimostrare al mondo che Roma era culturalmente superiore, perché solo il popolo romano aveva la ricchezza, le capacità e la determinazione per produrre tali edifici.

Ancora più significativo è l’uso romano del cemento, dei mattoni, degli archi e degli edifici come l’anfiteatro e la basilica, che hanno influenzato in maniera incommensurabile tutta l’architettura occidentale, fino ai giorni nostri.

Fonti

  • Alessandro Barchiesi. Il manuale di studi romani di Oxford. Oxford University Press, 2010.
  • Amanda Claridge. Roma. Oxford University Press, 2010.
  • John Peter Oleson. Il manuale di ingegneria e tecnologia di Oxford nel mondo classico. Oxford University Press, 2009.
  • Martin Henig. Un manuale di arte romana. Cornell Univ Pr, 1983.

Articolo originale: Roman Architecture di Mark Cartwright (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Marco Feder

I disturbi mentali dei legionari romani

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I legionari romani sono sempre stati presentati dal cinema e li visualizziamo nei nostri pensieri, come guerrieri invincibili, che avanzano senza apparente emozione contro il nemico.

Ma è veramente così?

In realtà, diverse fonti ci parlano di comprensibili momenti di paura e di panico fra i legionari, come accadde a Besanzone, nelle Gallie, quando i soldati di Giulio Cesare si terrorizzarono ad ascoltare i racconti dei guerrieri Germanici, che gli venivano presentati come uomini dalla ferocia e forza sovrumana.

Nei tempi più recenti, ci si è chiesti se i legionari romani soffrivano di quello che oggi identifichiamo tecnicamente come Disturbo Post Traumatico da Stress, una condizione patologica dominata da flashback di terribili ricordi, notti insonni, agitazione, rabbia incontrollata e tendenza ad evitare tutto quello che ci ricordi un evento traumatico.

Le scuole di pensiero e i parametri

Le due principali scuole di pensiero in merito alla questione sono quella universalistica e relativistica.

La prima ritiene, semplificando, che l’essere umano sia sempre uguale, e dunque anche il soldato mostri caratteristiche comuni nel corso dei secoli.

A prescindere dal contesto storico, il soldato sarebbe esposto in maniera simile a disturbi post traumatici e a sensazioni profonde derivate dall’esperienza della guerra.

La scuola relativistica si fonda invece su un approccio differente, basato sulla considerazione che il contesto in cui si vive, il modo con cui la propria società intende la guerra e la propria psicologia personale influiscono sullo sviluppo o meno di disturbi e sofferenze post-traumatiche.

La scuola relativistica, che tende ad essere accettata dalla maggior parte degli studiosi, ha identificato alcuni parametri che possono portare allo sviluppo di un disturbo post traumatico da stress.

Vedremo dunque ognuno di questi elementi e lo confronteremo con il mondo romano, per cercare di capire se i legionari fossero particolarmente esposti a questo tipo di disturbi.

L’evento traumatico

Il primo parametro è certamente il tipo e la natura dell’evento traumatico a cui si è sottoposti.

Sotto questo aspetto la guerra romana era profondamente diversa da quella che concepiamo oggi.

Nonostante una guerra non sia mai definibile “intelligente” è evidente che i conflitti moderni sono basati sull’utilizzo di strumentazioni tecnologiche, di droni o di apparecchi estremamente sofisticati che rendono quasi “asettico” l’attacco nei confronti del proprio nemico.

Un moderno attacco missilistico o aereo è, per chi lo esegue, una operazione visibile su una mappa, così come la guerra cibernetica si sviluppa su un piano prettamente digitale.

Il mondo romano era invece dominato dagli scontri corpo a corpo, e ogni soldato non poteva esimersi dall’assistere a scene terribili: sangue, morte dell’avversario e dei propri compagni, orribili mutilazioni, grida di dolore, che derivavano da un confronto diretto sul campo.

Per questo motivo, la forza e la violenza della guerra romana, così come quella del mondo antico, non poteva che giocare a favore dell’ insorgenza di tali disturbi.

La cultura della propria società

Un altro fattore determinante è la cultura dominante nella propria società.

Una tribù africana che pratica regolarmente il cannibalismo o l’omicidio nei confronti di tribù avversarie, avrà certamente un giudizio morale diverso rispetto ad una comunità induista o buddista che dà alla vita un valore completamente differente.

Sotto questo aspetto, la società romana, sebbene non facesse differenze razziali fra gli uomini, era estremamente classista.

Si trattava di un mondo dove la vita di uno schiavo veniva normalmente considerata inferiore rispetto a quella di un cittadino, o dove una popolazione germanica con un basso grado di civilizzazione era accomunata facilmente ad un branco di animali selvaggi.

E’ chiaro dunque che la guerra romana poneva sulle spalle del soldato un carico “morale” e un “senso di colpa” di gran lunga inferiore rispetto al concetto che abbiamo oggi.

Il legionario che avesse trucidato intere famiglie nell’ambito di un saccheggio non sarebbe stato tacciato da nessuno dei suoi contemporanei di “cattiveria”, eccetto condizioni estreme o in situazioni di ingiustificata spietatezza.

Sotto questo profilo, dunque, la società romana non contribuiva in maniera particolare allo sviluppo di stress post-traumatici nei soldati.

La filosofia personale

Un terzo elemento che influisce sul possibile sviluppo del disturbo è la propria psicologia e filosofia personale.

Una persona che considera la violenza come parte della natura e che crede fermamente nella “legge del più forte”, avrà ovviamente meno problemi rispetto ad una persona convinta che l’essere umano debba migliorare e lavorare nel costruire una società più giusta ed equa.

Ora, il metodo di selezione e di addestramento del legionario romano era particolarmente duro. L’aspirante legionario doveva avere una serie di caratteristiche ben precise, che venivano poi sviluppate e rafforzate nel corso di parecchi mesi.

Nessuna persona con una filosofia rivolta alla pace o alla pacifica convivenza poteva entrare nell’esercito Romano. Tutti gli uomini che si schieravano per le file di Roma erano evidentemente inclini e avvezzi alla guerra e non mostravano certamente particolari scrupoli ad affrontare un avversario.

Per questo motivo, l’altissimo livello di selezione e di professionismo che si riscontrava nelle legioni garantiva che ogni uomo non sarebbe stato incline allo sviluppo di sensi di colpa e di moralismi incompatibili con azioni di guerra.

Le fonti antiche

Un altro elemento fondamentale è la presenza di fonti antiche che possano raccontarci di legionari impazziti o con importanti disturbi.

Abbiamo alcune testimonianze: ad esempio, il medico romano Celso, ci parla di una malattia che chiamava “pazzia senza febbre”.

Il paziente soffriva di insonnia, irritabilità, improvvisi attacchi di paura o di aggressività che egli curava con delle erbe che si riteneva potessero aiutare il sistema nervoso.

Ci viene riferito invece da Plutarco lo stato di ansia, che era sfociato nell’alcolismo, del generale Caio Mario, che verso il termine della sua vita aveva certamente accumulato una grande quantità di stress da guerra e memoria di situazioni altamente pericolose.

Un terzo indizio ci viene dalla lapide del Centurione Ulpio Optato: nella prima parte dell’iscrizione funebre si ricorda la sua carriera militare e la sua efficienza come soldato, mentre nella seconda si cita una serie di attacchi di rabbia improvvisi che avevano compromesso la sua vita quotidiana.

Appiano ci parla di Cestio Macedonico: si trattava di un soldato che durante l’assedio di Perugia del 40 avanti Cristo si chiuse improvvisamente nella sua abitazione, dandogli fuoco e morendo egli stesso, senza un’apparente ragione.

Potrebbero essere questi indizi di disturbi post-traumatici da stress, ma quello che conta ai fini di una valutazione generale è che a fronte di 11 secoli di storia romana, e di una storiografia dedita al racconto di ogni aspetto della vita militare, troviamo comunque pochissimi riscontri di un disturbo così importante.

Il che potrebbe essere una conferma della scarsa presenza di situazioni simili presso l’esercito Romano.

Conclusioni

Nonostante un’analisi sia particolarmente difficile e ci si possa solamente fermare a delle ipotesi e a lontane interpretazioni, eseguendo un’analisi quanto più possibile accurata dei vari parametri, sembra che il disturbo post traumatico da stress non fosse così diffuso presso i legionari romani.

E se anche fosse stato presente, questo avrebbe avuto delle caratteristiche profondamente diverse rispetto alla malattia e alla patologia che osserviamo oggi.

Fonti

  • Post Traumatic Stress Disorder and Acute Stress Disorder in the Roman Army: Lessons for Modern Armies, Valentine John Belfiglio, Texas Woman’s University
  • CAESAR IN VIETNAM: DID ROMAN SOLDIERS SUFFER FROM POST-TRAUMATIC STRESS DISORDER? – https://www.cambridge.org/
  • Onslaught: The Centurions II, Anthony Riches, Manchester University.

Anco Marzio, il quarto Re di Roma

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Anco Marzio, quarto re di Roma, è stato un regnante molto interessante, virtuoso ed equilibrato: un uomo che ha lavorato per rendere grande Roma e riformarla dopo la dipartita di Tullo Ostilio.

L’elezione di Anco Marzio

Dopo la fondazione da parte di Romolo, Numa Pompilio, il secondo re di Roma, era stato un reggente di pace e di religione, da tutti ammirato per la sua grandezza come persona e come regnante.

Il suo successore, Tullo Ostilio, era stato invece un Re decisamente guerriero. A tal punto da essere incenerito, secondo la tradizione, da Giove in persona perché si era troppo dedicato alla guerra, tralasciando il doveroso rispetto per le divinità.

All’indomani della morte di Ostilio, i romani cercavano una persona equilibrata: Anco Marzio, per come aveva condotto la sua vita, sembrava avere tutte le carte in regola, tanto più che il suo legame di parentela con Numa Pompilio, di cui era nipote, gli garantiva ottimi presagi.

La difesa di Roma

Una volta eletto, Anco Marzio si occupò prima di tutto della guerra: ma senza quella volontà espansionistica di Tullo Ostilio, ma in senso più difensivo.

Il Lazio era in quel periodo una zona dove la guerra era endemica, e tutte le città e le popolazioni erano costantemente in lotta l’una contro l’altra, con l’aggiunta d’invasioni provenienti dall’esterno da parte di gruppi nomadi.

Anco Marzio dovette quindi difendere i confini di Roma e, grazie a un’ottima organizzazione militare, riuscì a sconfiggere diverse città liberando e annettendo alla capitale vaste zone del territorio litorale del Lazio.

Non mancarono altri problemi con i sabini, antichi alleati ma più volte avversari, e con altri popoli che non volevano accettare l’egemonia di Roma.

Storica rimase la guerra contro la città di Veio, un centro importante e combattuto per anni dai romani, e che sotto Anco Marzio avviò nuove campagne militari per recuperare una serie di territori persi negli ultimi anni.

Tutte queste battaglie non rappresentarono per Anco Marzio solo un dispendio di energie e di uomini, ma gli consentirono anche di guadagnare alcuni vantaggi: il più importante, con la deportazione dei vinti, un aumento della popolazione di Roma e in particolare dei plebei, una fascia di lavoratori dediti ai lavori più umili, che saranno la base fondamentale della società romana.

Nascita di Ostia e i progetti urbanistici

Roma guadagnò anche in spazio: Anco Marzio inglobò il colle del Gianicolo e del Celio e costruì il Foro Boario, che diventerà man mano fondamentale per i commerci,oltre alla costruzione di diverse saline per lo stoccaggio del sale.

Il sale era il principale prodotto utile a conservare i cibi ed era tanto prezioso da essere utilizzato come pagamento per i soldati: è proprio da qui che nasce la parola “salario”.

Altra opera di cui Anco Marzio si rese protagonista fu la fondazione della prima colonia fuori dalla città, quella di Ostia: posizionandola sul mare, Anco Marzio diede uno sfogo importante alla città di Roma, creando poi con la strada Ostiense un collegamento che ancora oggi è presente dopo millenni.

Il quarto re di Roma diede ampio spazio allo sviluppo dell’urbanistica: sotto il suo regno, sebbene non ne rimanga più traccia, venne costruito il ponte Sublicio, un ponte di legno che congiungeva le due rive del Tevere e che per i tempi erano una infrastruttura di importanza strategica.

Roma era così diventata una città più grande ed evoluta: non più solamente un gruppo di pastori che si uniscono, che collaborano e che combattono insieme, ma una città di grande respiro con una visione strategica per il predominio del Lazio.

Anco Marzio si occupò anche di religione, come il nonno Numa Pompilio: non fondò altri ordini ma perfezionò quello dei feziali, i sacerdoti che si occupavano della elaborazione e del rispetto delle regole da osservare prima di scatenare una guerra. 

Un gruppo di sacerdoti di grande importanza, che praticavano quello che oggi si chiamerebbe diritto di guerra e diritto internazionale.

La morte di Anco Marzio

Anco Marzio fu un re molto equilibrato e attivo a tutti i settori che avevano bisogno di sviluppo: non si sbilanciò mai verso un solo aspetto della società ma dimostrò di avere virtù proprio perché equidistante e omogeneo nei suoi interventi.

Dopo 25 anni di regno,  onorato e amato da tutti, il reggente morì tranquillamente di vecchiaia, ricordato come un’ottima guida da tutto il popolo romano.

La sua figura è importante, tra le varie ragioni, perché Anco Marzio è l’ultimo re “latino”. Il suo successore, Tarquinio Prisco, sarà infatti il primo di origine etrusca.

Il Pantheon a Roma. Storia, costruzione e segreti

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Il Pantheon, tempio di tutti gli Dei, è uno dei monumenti più importanti dell’intera storia romana.

Costruito per volere di Marco Vipsanio Agrippa, braccio destro di Ottaviano Augusto, e pesantemente restaurato dall’imperatore Adriano, è un gioiello di architettura dal profondo significato religioso.

La sua imponenza, la perfezione della costruzione e degli spazi interni, l’enorme cupola in muratura, ad oggi ancora la più grande del mondo, incantano lo spettatore e dimostrano chiaramente la grandezza eterna dell’ingegneria romana.

Il Pantheon di Agrippa

La nascita del Pantheon avviene sotto il principato di Ottaviano Augusto. A fianco dell’immensa opera di ristrutturazione dello stato romano e delle consistenti riforme, Augusto dedica attenzione anche all’aspetto architettonico di Roma, ridisegnandone il centro in maniera significativa.

Il Pantheon venne concepito inizialmente da Marco Vipsanio Agrippa, generale, ammiraglio e migliore amico di Ottaviano, come luogo dedicato al culto privato della famiglia di Augusto.

L’incarico, a livello architettonico, venne affidato a Lucio Cocceio Aucto, che ne curò la progettazione e la costruzione.

Il luogo venne scelto nel cuore del Campo Marzio, in una posizione centrale. Oggi sorge infatti fra la colonna di Marco Aurelio, ad est, le terme di Nerone, a Nord, e lo Stadio di Domiziano, oggi Piazza Navona, a Ovest.

L’orientamento, rispetto ad oggi, era verso Sud, ed era circondato da altre costruzioni come le terme di Agrippa.

Il primo Pantheon era però molto diverso e sostanzialmente più piccolo di quello che vediamo oggi. I ritrovamenti archeologici hanno riscoperto le fondamenta della prima versione di questo monumento.

Si trattava di un classico tempio a base rettangolare, dove la cella, la parte più sacra, era anch’essa rettangolare e posizionata in maniera trasversale.

All’esterno, sul lato lungo, vi era il prònao, ovvero un porticato realizzato con colonne, che dominava un piccolo spiazzo tutto intorno, delimitato da una recinzione, a separare il Pantheon dal tempio di Nettuno.

La costruzione era fortemente dominata da uno splendido marmo, che ne esaltava le linee.

Le decorazioni del Pantheon di Agrippa ci vengono riportate direttamente da Plinio il Vecchio, che ebbe modo di vedere di persona la costruzione ultimata.

Plinio ci parla di colonne ornate da capitelli in bronzo siracusano, e delle presenza di alcune cariatidi, delle statue femminili riprese dell’arte greca, e di altre statue posizionate sul fronte del tempio.

Cassio Dione aggiunge un dettaglio importante: all’interno sarebbe stata posta la statua di Cesare divinizzato, mentre all’esterno altre due statue, quella di Ottaviano sulla sinistra e quella dello stesso Agrippa a destra, a simboleggiare la loro amicizia.

Il Pantheon ebbe dura vita. Nel corso dei decenni venne infatti distrutto da un incendio nell’80 d.C, e blandamente ricostruito dall’imperatore Domiziano, e nuovamente colpito da un fulmine, e dunque di nuovo divorato dalle fiamme, nel 110 d.C, e salvato da un parziale intervento di restauro dall’imperatore Traiano.

Ma il vero autore di una nuova vita per il Pantheon, fu certamente l’imperatore Publio Elio Adriano.

Il rifacimento del Pantheon sotto Adriano

Adriano, appartenente alla dinastia degli Antonini, ebbe per Roma una grande visione religiosa e artistica.

La sua intenzione era quella di recuperare e riproporre i grandi miti della fondazione di Roma, con una pesante influenza derivata dall’arte ellenistica ed orientale.

Tutte le sue opere architettoniche prestano dunque particolare attenzione alla simbologia. Adriano, ad esempio, sta attento che la luce del sole, considerata dai romani come l’elemento maschile, cada durante il giorno e “baci” il tempio di Venere, simbolo femminile, posizionando il tempio della Dea Roma sotto di loro, come fosse il risultato della loro unione.

Naturale quindi che l’attenzione di Adriano sia ricaduta anche sul Pantheon, progettandone un grande ed articolato rifacimento. Ed è proprio la sua versione quella che oggi possiamo ammirare.

Il progetto viene attribuito dalla maggior parte degli studiosi al grandissimo architetto Apollodoro di Damasco, ma è possibile che Adriano stesso sia intervenuto, una volta entrato in contrasto ed in competizione personale con il progettista.

L’edificio venne completamente ricostruito, anche se non mancarono gli aspetti divertenti. Sembra infatti che le colonne ordinate da Adriano siano state consegnate con una misura sbagliata, e rimodellate successivamente, con grande disappunto dell’imperatore.

Il Pantheon di Adriano: il pronao

Il primo elemento totalmente ricostruito fu il pronao, il porticato frontale realizzato con due serie da 8 colonne. Il materiale di costruzione era un granito misto grigio e rosa, pensato appositamente per creare uno splendido effetto visivo.

I capitelli erano in bronzo dorato per impreziosire la visione generale e tutto il pronao era dotato di una copertura bronzea di particolare valore.

Chi oggi entra nel Pantheon, alzando la testa poco prima dell’entrata, non vedrà nulla di particolare, ma al tempo di Adriano vi erano dei meravigliosi riflessi dorati.

Il materiale venne tuttavia asportato durante il tempo: in parte per realizzare i cannoni del Gianicolo, e in parte per la costruzione del baldacchino del Vaticano, ad opera del Bernini.

Da notare come il grande “triangolo” sopra le colonne, chiamato “timpano”, rechi ancora l’iscrizione e la dedica di Marco Vipsanio Agrippa, segno che Adriano volle rendere onore al primo costruttore dell’opera.

Il Pantheon di Adriano: l’esterno della rotonda

La parte fondamentale del Pantheon di Adriano è l’enorme costruzione a forma cilindrica, chiamata rotonda. Dal punto di vista puramente estetico non ci sono particolari abbellimenti.

Il motivo sta nel fatto che il Pantheon era circondato da diversi altri edifici, che rendevano questa parte poco visibile.

Ma il vero capolavoro sta nella qualità costruttiva. Il cilindro doveva essere estremamente resistente, ma allo stesso tempo via via più leggero mano mano che si saliva.

Per questo motivo i materiali costruttivi sono sostanzialmente tre: un misto di strati di calcestruzzo alternati con scaglie di marmo travertino e tufo per la prima fascia, strati di calcestruzzo alternati con scaglie di tufo e mattoni per la seconda e strati di calcestruzzo con sole scaglie di mattoni per la terza.

Con questa mirabile diversità delle miscele, la rotonda ha una profonda stabilità e leggerezza, requisito fondamentale per la sua durata nel tempo.

Il Pantheon di Adriano: l’interno della costruzione

L’interno del Pantheon è a dir poco impressionante. Si tratta, vedendolo bidimensionalmente di un cerchio, e tridimensionalmente di un cilindro perfetto, coperto da una cupola.

L’area ha un equilibrio perfetto, dove si crea automaticamente una sensazione di perfezione e di silenzio. Il “cerchio” viene arricchito da 6 nicchie rientranti, che al tempo di Adriano ospitavano i principali Dei romani.

Data la loro posizione perfettamente circolare, nessun Dio era più importante di un altro, ma tutti contribuivano in egual misura alla sacralità del luogo.

Era ricoperto di marmi variamente colorati e il pavimento era leggermente convesso per far defluire l’acqua che poteva piovere all’interno dal foro praticato nella cupola.

Il Pantheon di Adriano: la cupola

Il vero e più grande capolavoro del Pantheon è rappresentato senza dubbio dalla cupola, una semisfera realizzata interamente in muratura.

Gli ingegneri romani costruirono una prima grande impalcatura di legno per poi aggiungere il materiale costruttivo.

Si tratta di una cosiddetta “volta cassettonata“: si osservano infatti diverse file di cassettoni quadrati che “rientrano” nel cemento e che hanno due scopi.

Il primo, puramente estetico, è quello di creare un determinato “ritmo” in tutta la cupola, e il secondo è tecnico. Rientrando nel cemento, i cassettoni tolgono parecchio materiale e dunque parecchio peso complessivo alla cupola, dandole una leggerezza formidabile.

Il numero stesso dei cassettoni non è affatto casuale. Si tratta di 5 file da 28 cassettoni. I romani consideravano il 7 come un numero magico: sette erano i colli di Roma, sette i loro Re e sette i pianeti visibili al loro tempo.

1+2+3+4+5+6+7=28. Una simbologia accuratamente calcolata.

Al centro della cupola, si vede immediatamente l’oculus, un foro di 9 metri, concepito per creare un immaginario collegamento diretto con gli Dei che abitano i cieli.

Dall’alto verso il basso si creava così una linea immaginaria che partiva dal cielo, attraversava l’oculus, toccava il terreno e proseguiva sottoterra, dove risiedevano gli Dei degli inferi.

Una domanda ricorrente: quando piove il Pantheon si bagna? Sì, si bagna. Durante i secoli è emersa la leggenda secondo cui alcune strane forze impediscano all’acqua di bagnare il pavimento.

In realtà quello che può essere accaduto è che la presenza, durante il medioevo, di un grande numero di candele per l’illuminazione, può aver nebulizzato le gocce di pioggia, ma si tratta di casi isolati.

Come confermato dagli esperti, l’acqua entra e viene efficientemente scolata dalla leggera curvatura del pavimento.

I segreti della durata del Pantheon

I turisti rimangono puntualmente esterrefatti dalla grandezza e dalla durata del Pantheon. Come è possibile, si chiedono?

Il segreto della durata del Pantheon sta innanzitutto nella scelta dei materiali costruttivi. Il materiale per eccellenza era il calcestruzzo, una miscela formata da sabbia, ghiaia o sassi, da un elemento legante come la calce e l’acqua.

Si trattava di una composizione che poteva cambiare, e che permetteva di avere di volta in volta la miscela più adatta.

I romani, riuscirono a portare l’efficienza del calcestruzzo ad un altro livello. Era a loro nota infatti la “pozzolana“, un pietrisco originario della zona di Pozzuoli, che abilmente aggiunto al calcestruzzo raggiungeva una straordinaria durezza.

Non solo: la sua resistenza rimaneva immutata durante il tempo e addirittura aumentava se bagnata. Era l’Opus Caementicium, il cemento dei romani, di cui ancora oggi non conosciamo le esatte proporzioni.

Il secondo segreto è la distribuzione del peso. Attraverso un gioco di rientranze e di pazienti ed impercettibili deviazioni, il peso della cupola non si distribuisce uniformemente su tutto il bordo del cilindro, ma viene deviato su 8 pilastri fondamentali, che aumentano la durata e la stabilità complessiva.

Il Pantheon fino ad oggi

Il Pantheon ha attraversato i secoli, e soprattutto il periodo medievale, caratterizzato a Roma da una serie di devastazioni, operate sia dai “barbari” ma spesso e volentieri da alte famiglie romane che spogliavano sistematicamente i monumenti classici del loro materiale per reimpiegarle.

La “salvezza” del Pantheon deriva dal fatto che l’imperatore romano d’Oriente, Foca, donò il monumeto a Papa Bonifacio IV, che trasformò la struttura nella chiesa di Sancta Maria ad Martyres.

La protezione ecclesiastica, salvò così il Pantheon dalla distruzione. Addirittura, nei primi dell’800, vennero costruiti due campanili in stile puramente cristiano, poi abbattuti.

Al giorno d’oggi, il Pantheon è ancora un monumento di culto cristiano, dove l’impronta religiosa è fortissima.

Sono inoltre seppelliti alcuni straordinari personaggi: vi sono infatti le tombe dei pittori Raffaello Sanzio e Annibale Carracci, ma anche i Re d’Italia, Vittorio Emanuele II e suo figlio Umberto I, onorati come padri della patria italiana.

Tarquinio il Superbo. La caduta della monarchia

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Tarquinio il Superbo è stato l’ultimo re di Roma. Un personaggio davvero controverso e meschino rispetto i suoi predecessori: un uomo crudele e interessato al potere che fu scacciato dai romani, all’alba della proclamazione della repubblica.

 Il colpo di stato di Tarquinio il Superbo

Per comprendere la figura di Tarquinio il Superbo è necessario partire dalla sua elezione che avvenne in seguito all’assassinio di Servio Tullio, suo predecessore.

Un atto sconsiderato di cui si macchiarono proprio le mani di Tarquinio il Superbo e di sua moglie Tullia Minore, la figlia minore del Re, sposata dall’uomo in seconde nozze. La coppia ebbe tre figli, Tito, Arrunte e Sestio.

Quello che può essere definito un vero e proprio colpo di stato avvenne in maniera tragica e terribile: Tarquinio si recò nella Curia, dove era la sede del regno, si sedette sul trono di Servio Tullio auto appuntandosi come nuovo regnante: Servio Tullio arrivò nella sala e iniziò una violenta lite tra i due.

Tarquinio aggredì fisicamente il Re e lo scaraventò per le scale della Curia: non ancora morto, Servio Tullio venne finito dalla figlia Tullia Minore che passò con un carro sopra al corpo del padre, uccidendolo e devastandolo orribilmente.

Tarquinio, addirittura, impedì la sepoltura di Servio Tullio come segno di mancanza di rispetto nei confronti del predecessore: per questo venne chiamato Tarquinio il Superbo, proprio per segnalare la crudeltà che anche dopo morto riservò al povero Servio Tullio.

Tarquinio il Superbo instaurò con la forza militare una terribile dittatura che soffocò il popolo romano, il quale si trovò ad avere a che fare con un regnante estremamente violento da cui non riusciva a liberarsi.

Opere e guerre di Tarquinio il Superbo

La dittatura di Tarquinio fu accompagnata anche da una indiscutibile capacità militare che portò Roma a conquistare altre città e ad espandersi ad un ritmo molto veloce.

Forza ma anche astuzia, come accaduto per la conquista della città di Gabi. Tarquinio il Superbo inviò il figlio Sesto all’interno della città dove, sostenendo di essere stato ripudiato dal padre, riescì a conquistare la fiducia degli abitanti e del regnante che capitolò senza nemmeno combattere.

Tarquinio il Superbo ottenne delle importanti vittorie sul campo ma fu attivo anche dal punto di vista urbanistico: fu lui a completare la Cloaca massima, l’immenso sistema fognario di Roma, fondamentale per la sopravvivenza e per il funzionamento della Capitale.

Terminò inoltre la costruzione del tempio di Giove Massimo.

Collatino e Lucio Giuno Bruto, gli autori della rivolta

Nonostante le vittorie militari e i fondamentali rifacimenti urbanistici, Tarquinio non riuscì mai ad essere accettato dal popolo che trovò il modo di ribellarsi grazie a due figure chiave: Lucio Giuno Bruto, nipote dello stesso re e Collatino.

Lucio Giunio Bruto non era solo il nipote di Tarquinio il Superbo,  ma era anche capo della sua guardia armata, che era destinata alla sua protezione.

L’uomo non vedeva di buon occhio la dittatura, ma dissimulava il suo odio per non farsi scoprire tentando di apparire il “fesso” (da qui l’epiteto bruto, N.d.R.) che non era.

Tarquinio il Superbo, che come tutti gli etruschi credeva fortemente alle visioni, ne ebbe una riguardante un serpente che usciva da un tronco: diede l’incarico ai suoi figli e anche a Lucio Giunio Bruto di raggiungere l’oracolo di Delfi per chiedere quale sarebbe stato il futuro di Roma.

L’oracolo di Delfi rispose in un modo assai ambiguo, dicendo che Roma sarebbe stata governata “da colui che fosse riuscito a baciare la madre”: un messaggio che nessuno riuscì a comprendere, tranne Bruto, che capì che l’oracolo si riferiva allegoricamente alla madre terra.

Tornando a Roma, Bruto fece finta d’inciampare mettendo le mani a terra, baciandola e mascherando il suo gesto: secondo la tradizione fu quel bacio a consegnare a Bruto il governo.

Collatino decise invece di opporsi al Superbo dopo aver visto la moglie Lucrezia morire davanti ai suoi occhi perché incapace di reagire allo stupro subìto da parte di Sestio, figlio del Superbo.

Due figure di spicco pronte a tutto per poter cacciare Tarquinio il Superbo.

Entrambi chiamarono il popolo romano alla rivolta: Bruto, in qualità di capo della Guardia del Re, era autorizzato a convocare i romani ufficialmente e con un appassionato discorso riuscì a convincere i cittadini a ribellarsi.

Tarquinio e la sua famiglia vennero esonerati ufficialmente dal loro compito di regnanti. La notizia della detronizzazione, raggiunse il Re mentre si trovava in battaglia, lontano da Roma.

Le battaglie per la libertà: Selva Arsia, Porsenna e il lago Regillo

Per nulla intenzionato a uscire sconfitto, il Superbo decise di convincere le città limitrofe a Roma ad allearsi con lui contro la Capitale: parliamo di Cerveteri e Tarquinia, due note località etrusche.

Le truppe si scontrarono in quella che è ricordata come la battaglia della Selva Arsia, sanguinosa, che i romani vinsero con fenomenale ardore, reagendo in maniera incredibilmente violenta alla visione di Tarquinio il Superbo al comando delle truppe avversarie.

Nonostante la prima sconfitta, Tarquinio il Superbo strinse una nuova alleanza con Porsenna, etrusco e re della città di Chiusi. Le lotte furono terribili e sanguinose e l’assedio a Roma lungo e terribile.

Fu in quel periodo che nacque la leggenda di Muzio Scevola, un valente soldato incaricato di uccidere Porsenna, ma che mancò il bersaglio, uccidendo piuttosto il suo scriba.

Davanti a Porsenna, Scevola si sarebbe bruciato la mano, quella che aveva fallito l’attentato. Un gesto di onore estremo, che avrebbe sconvolto il generale etrusco e lo avrebbe spinto a ritirarsi.

Storie che, vere o meno che siano, mostrano quanto le battaglie furono cruente e come nessuno si risparmiò.

Non si può ricostruire con adeguate fonti quel che successe con Porsenna, che potrebbe semplicemente aver perso interesse a conquistare Roma, dopo un breve periodo di assedio alla città.

Quel che è certo è che Tarquinio il Superbo non aveva ancora deciso di cedere: raggiunse il genero Mamilio che radunò altre città nemiche a Roma e per la terza volta partì un assedio contro la capitale, che si concluse solamente con la battaglia del Lago Regillo dove i romani combatterono ferocemente e vinsero, liberandosi definitivamente dell’influenza etrusca e di Tarquinio il Superbo.

Gli ultimi anni di Tarquinio il Superbo

Il Superbo, ormai ultranovantenne, si rifugiò dal re Aristodemo, un piccolo regnante di origine greca che lo ospitò per 12 anni, ricoprendolo di onori fino alla sua morte.

Con la cacciata di Tarquinio, Roma diventa una repubblica: Bruto e Collatino vennero infatti eletti come primi consoli della Repubblica Romana.

Ma la libertà ha un prezzo. Ci vorrà infatti un secolo prima che Roma possa riprendersi dai conflitti e ritornare alla potenza che aveva sotto l’influenza del regno etrusco.

Il Re Servio Tullio e la grande riforma di Roma

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Servio Tullio fu senza dubbio uno dei migliori Re della storia di Roma, autore di una delle più importanti riforme della società del tempo e regnante dall’atteggiamento serio ed equilibrato.

La morte di Tarquinio Prisco e il piano di Tanaquilla

Come diventa Re questo uomo, il cui nome “servio” ci indica la provenienza da una famiglia non patrizia?

Bisogna partire da Tarquinio Prisco e sua moglie Tanaquilla: un re etrusco che aveva regnato con saggezza, affiancato da una donna intelligente anche a livello politico.

Servio Tullio era probabilmente figlio di una schiava: cresciuto alla corte reale aveva dimostrato più volte di possedere grande intelligenza e grande equilibrio.

Tanaquilla lo prese sotto la sua protezione fino al momento in cui i figli del re Anco Marzio, con una congiura, uccisero Tarquinio Prisco, per prendere il potere.

La donna si mosse con grande astuzia per deviare la scelta del successore sul prediletto Tullio.

Tanaquilla fece sapere al popolo romano che Tarquinio Prisco in realtà non era stato ucciso: decise di nascondere la verità, sostenendo che fosse stato semplicemente ferito e che non poteva svolgere i suoi compiti.

Servio Tullio, per volere della “regina”, divenne il suo facente funzioni: uno stratagemma che permise ai romani di abituarsi alla figura del giovane fino al momento in cui, una volta conquistati i cittadini, sarebbe stato possibile dare la notizia della morte del Re e far salire definitivamente al trono Servio Tullio.

Interessanti “indizi” storici forniti dall’imperatore romano Claudio, grande etruscologo, ci rivelano che Servio Tullio era conosciuto anche con il nome di Mastarna, un nome tipico del mondo dell’Etruria.

Di certo anche questo è un indizio importante di come Roma abbia subito una forte influenza etrusca nel corso del suo periodo monarchico.

Il censimento e la grande riforma di Roma

Servio Tullio si trovò di fronte una enorme sfida sociale che dovette affrontare con una altrettanto articolata riforma.

La società romana era cresciuta in maniera estremamente rapida in un tempo relativamente breve: le persone erano aumentate drasticamente e la popolazione si era stratificata in ricchi, benestanti e poveri assoluti.

Il motivo principale delle tensioni sociali stava nel fatto che le vecchie classi dirigenti non volevano dividere il potere e l’influenza politica con i nuovi immigrati. Nè era accettabile per loro, che il voto dei nuovi arrivati contasse esattamente come il loro.

Servio Tullio operò anzitutto un censimento che fotografò la società romana e che rese possibile dividere le circa 80 mila persone che abitavano i territori della capitale per censo.

Una scelta che divise le persone per ricchezza, provenienza, lavoro e prestigio. Furono sei le classi formate che dovevano contribuire al governo della città in base a uno schema ben preciso basato sul reddito annuale.

  • I classe – 100 mila assi: 80 centurie fanti, 2 di fabbri + 18 di cavalieri
  • II classe – 75 mila assi: 20 centurie
  • III classe – 50 mila assi: 20 centurie
  • IV classe – 20 mila assi: 20 centurie
  • V classe – 11 mila assi: 30 centurie + 2 di suonatori
  • VI classe – Capite Censi – 1 centuria

In poche parole, a seconda della loro ricchezza, i cittadini romani dovevano fornire il corrispondente di soldati dell’esercito che, in questo modo, diventa molto più numeroso, molto più forte e organizzato, nonostante le palesi differenze che intercorrevano tra i soldati a seconda della provenienza, sia in termine di armature che in termine di preparazione.

Questo ovviamente differiva dall’idea di esercito romano che si ha di solito: si parla di truppe modellate sulla falange oplitica e quindi su modello greco.

Ma è importante cogliere anche l’importanza politica di questa suddivisione.

Maggiore era il numero delle centurie con le quali si partecipava all’esercito e maggiore era il potere politico e i voti da esprimere sulle leggi all’interno dei comizi centuriati.

Il risultato fu che in linea teorica tutti potevano dare il loro voto, ma i pochi patrizi, che fornivano 100 centurie all’esercito e avevano cento voti, detenevano molto più potere dei tantissimi poveri, che erano ben più numerosi, ma fornivano una sola centuria all’esercito, e dunque avevano un solo voto a disposizione.

La società romana era così organizzata in una timocrazia, dove il potere politico è nelle mani dei più ricchi.

In questo modo, grazie a questa riforma, Servio Tullio riuscì a calmare la società e a regolare i rapporti di una popolazione complessa e stratificata.

Servio Tullio merita però di essere ricordato anche per le campagne militari vinte che gli consentirono di allargare il pomerium, cioè quella linea che delimitava Roma, che ora include, tra gli altri colli, anche il Viminale e l’Esquilino.

La morte di Servio Tullio

La fine di Servio Tullio purtroppo è una delle più tragiche della storia romana.

Tullio morì perché ucciso barbaramente da una congiura i cui protagonisti furono la figlia minore e il suo secondo marito, conosciuto sotto il nome di Tarquinio il Superbo.

Secondo la tradizione, Tarquinio attaccò Servio Tullio buttandolo giù dalle scale della Curia dove si radunava il consiglio del re, ovvero il Senato: quelle scale esistono ancora, e sono ricordate come “Vicus Sceleratus”.

Agonizzante, Tullio verrà finito proprio dalla figlia minore, che gli passò sopra con un carro.

Tarquinio Prisco. Il Re Etrusco di Roma

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Tarquinio Prisco è il primo re di Roma di origine etrusca: fu un regnante influente per la società e la storia romana ed è particolarmente interessante parlare della sua elezione.

Il Re venuto da lontano

La storia di Tarquinio Prisco non iniziò a Roma ma a Tarquinia, capitale del regno etrusco. Figlio di madre etrusca e di padre greco (il suo nome era Demarato di Corinto) la sua famiglia non faceva parte dell’élite e questo non gli consentì di accedere a cariche pubbliche.

Sua moglie, Tanaquilla, gli suggerì di trasferirsi a Roma, città che a livello sociale offriva molte più possibilità d’inclusione, fattore che ha sempre attirato abitanti verso le sue mura.  

Tarquinio decise di dare retta alla consorte e si trasferì a Roma riuscendo a fare fortuna grazie al suo comportamento buono e virtuoso che gli consentì di attirare le simpatie della popolazione e delle classi dirigenti romane.

A lui è legato anche un piccolo mito: appena arrivato a Roma, un uccello gli avrebbe rubato il copricapo per poi restituirglielo e farglielo ricadere esattamente in testa. Un segno, secondo la moglie, esperta in divinazione, che Tarquinio Prisco sarebbe stato destinato a diventare un grande regnante.

Il suo comportamento lo portò a essere gradito anche al re di allora, Anco Marzio, che prima della sua morte lo scelse come suo successore.

Tarquinio Prisco fu sostanzialmente un uomo venuto da lontano, da fuori Roma, che riuscì a fare fortuna e che grazie alla sua virtù si impose all’attenzione della popolazione romana.

La sua attività fu molto importante: dopo la morte di Anco Marzio vi erano molte cose su cui lavorare, a partire dal settore militare fino alla riforma della società.

Le riforme sociali e politiche

Non bisogna dimenticare che Roma si trovava a vivere una situazione di guerra endemica nel Lazio che necessitava di formare forze in grado di difendere la città e contemporaneamente ampliarla.

Tarquinio Prisco si trovò di fronte a tante sfide e tante città che lo combatterono, sfruttando alleanze strategiche.  Battaglie talvolta epiche che lo portarono alla vittoria e a spostare il baricentro del potere sempre più verso Roma.

L’avversario più temibile erano proprio gli etruschi, ma grazie a Tarquinio Prisco i romani ottennero una vittoria decisiva, spingendoli a riconoscere la potenza di Roma nel Lazio e ad accettare di rimanere all’interno dei loro confini.

Tarquinio diede vita anche a un importante riforma dello stato: Roma era una città in grande espansione, la società era sempre più numerosa, sempre più imponente e importante.

Per fare fronte a questi cambiamenti sociali, Prisco aumentò il numero dei senatori per meglio rappresentare le varie parti della popolazione: così aumentò il numero delle famiglie che partecipavano alle elezioni e che decidevano sulle nuove leggi.

Un segno di come la società si stava espandendo. Tarquinio Prisco aumentò anche il numero dei cavalieri che partecipavano all’esercito: altro simbolo dell’espansione della società.

I simboli etruschi

Tarquinio Prisco, influì notevolmente sulla società romana, anche a livello culturale.

Il Re sdoganò infatti a Roma una serie di simboli propri del mondo etrusco: un esempio ne è la divinazione, con tutti i vari metodi correlati di previsione del futuro e interpretazione dei segni propizi e nefasti.

Anche i mantelli che portavano i magistrati o che portavano i soldati e i generali erano tutti dei segni codificati dalla tradizione etrusca che vengono esportati a Roma. O ancora gli anelli e la sedia curule, a forma di stella, che ha rappresentato per secoli l’autorità del magistrato romano.

Un altro esempio importante, considerato ora controverso è rappresentato dai fasci littori. Nella Roma di Tarquinio Prisco e nell’impero successivamente erano considerai un simbolo di potere: si tratta di una serie di bastoni uniti tra di loro a formare un fascio tenuti insieme da una cinghia di cuoio e affiancati da un’ascia. Erano un simbolo importante, la dimostrazione che il re aveva potere di vita e di morte sui suoi cittadini.

Un simbolo di origine etrusca, rovinato dall’uso fatto dal totalitarismo italiano di inizio ventesimo secolo.

Tarquinio Prisco si occupò anche di urbanistica: Roma era una città in grandissima espansione e quindi bisognosa di nuove infrastrutture. Fu lui a costruire il Circo Massimo, dove dar vita a una sua importante istituzione: i Ludi Romani. Fino a quel momento a Roma i giochi venivano organizzati da privati in maniera abbastanza disorganizzata.

Ancora più importante però, e mantenne questo suo status nel corso dei secoli, è stata la costruzione della Cloaca massima, ovvero la struttura fognaria principale di Roma, in grado di gestire e allontanare dalla città le deiezioni di migliaia di persone.

La morte di Tarquinio Prisco

Come si conclude la parabola di Tarquinio Prisco? Purtroppo a causa di un complotto ordito, secondo la leggenda, da uno dei figli maggiori del predecessore Anco Marzio che lo uccide per prenderne il posto. Anche in questo caso furono basilari il comportamento e l’intelligenza della moglie Tanaquilla che riuscì a far eleggere Servio Tullio.

Alla base di questo assassinio, comunque, vi fu uno stato di alta tensione vissuto dalla società di Roma che il successore avrebbe dovuto affrontare con una monumentale riforma.

La testuggine romana. Come si faceva?

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Non è difficile pensare che sia stato questo animale presente sulla terra a dare l’ispirazione ai romani per una delle loro formazioni militari più note.

Parliamo ovviamente della testuggine, che in entrambi i casi ha mostrato di essere indistruttibile e dominatrice.

La testuggine romana era una formazione difensiva militare dai molti pregi che ha fatto la storia di Roma e come molte battaglie hanno potuto comprovare, si trattava di qualcosa perfetto da utilizzare quando l’esercito romano si trovava in una situazione di stallo contro i suoi avversari.

Si è rivelato spesso l’unico metodo utilizzato per uscire da situazioni di blocco.

La formazione a testuggine è certamente una delle più riconoscibili e impressionanti della storia romana. Tra l’altro secondo diverse fonti sarebbe stata utilizzata fin dagli albori della storia dell’esercito: senza dubbio si tratta di un esempio lampante della capacità romana e della disciplina dei soldati.

Come veniva formata la testuggine

Come si formava una testuggine? Quale era l’organizzazione degli uomini in grado di interfacciarsi unirsi e avvicinarsi in pochissimo tempo e con grande ordine a tal punto di riuscire a creare un muro di scudi davanti, sui fianchi e in alto con una precisione veramente encomiabile?

I romani riuscivano, coordinandosi al meglio, ad avvicinarsi per formare un quadrato o un rettangolo particolarmente fitto. 

Alchè, gli uomini della prima fila frontale tenevano lo scudo normalmente, mentre i soldati che si trovavano sul bordo sinistro e sul bordo destro spostavano lo scudo verso l’esterno. Nel frattempo, gli uomini al centro alzavano lo scudo per coprire loro stessi e il soldato che gli stava davanti,accorciando leggermente le distanze.

Così semplicemente si creava una formazione impenetrabile e protetta davanti, sui lati e in alto. L’unica parte che rimaneva scoperta era la parte finale della testuggine, quella posteriore, che di solito non era soggetta ad attacchi diretti.

Come ogni formazione, la testuggine romana ovviamente aveva dei punti di forza e contemporaneamente di debolezza e per poter essere vincente doveva essere utilizzata in un determinato modo.

I punti di forza di questa formazione erano rappresentati dalla potenza, dalla compattezza e dalla sicurezza che provvedeva ai soldati. Facendo inginocchiare o meno i soldati, questa poteva essere bassa o alta a seconda delle necessità.

Una formazione militare straordinariamente versatile caratterizzata da una resistenza incredibile a tal punto che sopra di essa poteva camminare una persona ma potevano essere posizionate anche delle piccole macchine d’assedio.

Sono diverse le fonti che riportano come per esercitarsi i legionari facevano poggiare addirittura dei carri per vedere se riuscivano a sopportarli.

Punti deboli della testuggine romana

La testuggine romana aveva però anche dei punti deboli. Una delle debolezze più grandi era rappresentata dalla difficoltà di mantenere una grandissima coordinazione tra gli uomini: non era semplicissimo far apprendere ai soldati come muoversi in modo sufficientemente veloce senza rallentare l’attacco. Le manovre dovevano essere precise e veloci.

Altro problema era rappresentato dalla velocità: gli uomini non potevano correre ammassati così come erano, motivo per il quale questa formazione era utilizzata maggiormente in caso di assedio.

In questo modo infatti gli uomini potevano attaccare ma soprattutto potevano resistere alle migliaia di proiettili che venivano lanciati contro di loro: riuscivano in questo modo a rimanere in vita a lungo e raggiungere e colpire in relativa sicurezza fino all’arrivo alle mura.

In quel caso gli uomini potevano anche disporsi come una “scaletta” per rendere possibile il passaggio dall’altra parte di altri soldati e di piccole macchine da guerra.

Vi era poi un ultimo uso della testuggine romana, che veniva impiegato però come ultima spiaggia: quello della difesa più pura.

Quando il numero di avversari era troppo grande, ci si poteva chiudere in questo modo per una difesa estrema, tenendo conto però che non si avrebbe avuto modo di muovere le braccia né di utilizzare il gladio.