mercoledì 24 Giugno 2026
Home Blog Pagina 77

Il Re Servio Tullio e la grande riforma di Roma

0

Servio Tullio fu senza dubbio uno dei migliori Re della storia di Roma, autore di una delle più importanti riforme della società del tempo e regnante dall’atteggiamento serio ed equilibrato.

La morte di Tarquinio Prisco e il piano di Tanaquilla

Come diventa Re questo uomo, il cui nome “servio” ci indica la provenienza da una famiglia non patrizia?

Bisogna partire da Tarquinio Prisco e sua moglie Tanaquilla: un re etrusco che aveva regnato con saggezza, affiancato da una donna intelligente anche a livello politico.

Servio Tullio era probabilmente figlio di una schiava: cresciuto alla corte reale aveva dimostrato più volte di possedere grande intelligenza e grande equilibrio.

Tanaquilla lo prese sotto la sua protezione fino al momento in cui i figli del re Anco Marzio, con una congiura, uccisero Tarquinio Prisco, per prendere il potere.

La donna si mosse con grande astuzia per deviare la scelta del successore sul prediletto Tullio.

Tanaquilla fece sapere al popolo romano che Tarquinio Prisco in realtà non era stato ucciso: decise di nascondere la verità, sostenendo che fosse stato semplicemente ferito e che non poteva svolgere i suoi compiti.

Servio Tullio, per volere della “regina”, divenne il suo facente funzioni: uno stratagemma che permise ai romani di abituarsi alla figura del giovane fino al momento in cui, una volta conquistati i cittadini, sarebbe stato possibile dare la notizia della morte del Re e far salire definitivamente al trono Servio Tullio.

Interessanti “indizi” storici forniti dall’imperatore romano Claudio, grande etruscologo, ci rivelano che Servio Tullio era conosciuto anche con il nome di Mastarna, un nome tipico del mondo dell’Etruria.

Di certo anche questo è un indizio importante di come Roma abbia subito una forte influenza etrusca nel corso del suo periodo monarchico.

Il censimento e la grande riforma di Roma

Servio Tullio si trovò di fronte una enorme sfida sociale che dovette affrontare con una altrettanto articolata riforma.

La società romana era cresciuta in maniera estremamente rapida in un tempo relativamente breve: le persone erano aumentate drasticamente e la popolazione si era stratificata in ricchi, benestanti e poveri assoluti.

Il motivo principale delle tensioni sociali stava nel fatto che le vecchie classi dirigenti non volevano dividere il potere e l’influenza politica con i nuovi immigrati. Nè era accettabile per loro, che il voto dei nuovi arrivati contasse esattamente come il loro.

Servio Tullio operò anzitutto un censimento che fotografò la società romana e che rese possibile dividere le circa 80 mila persone che abitavano i territori della capitale per censo.

Una scelta che divise le persone per ricchezza, provenienza, lavoro e prestigio. Furono sei le classi formate che dovevano contribuire al governo della città in base a uno schema ben preciso basato sul reddito annuale.

  • I classe – 100 mila assi: 80 centurie fanti, 2 di fabbri + 18 di cavalieri
  • II classe – 75 mila assi: 20 centurie
  • III classe – 50 mila assi: 20 centurie
  • IV classe – 20 mila assi: 20 centurie
  • V classe – 11 mila assi: 30 centurie + 2 di suonatori
  • VI classe – Capite Censi – 1 centuria

In poche parole, a seconda della loro ricchezza, i cittadini romani dovevano fornire il corrispondente di soldati dell’esercito che, in questo modo, diventa molto più numeroso, molto più forte e organizzato, nonostante le palesi differenze che intercorrevano tra i soldati a seconda della provenienza, sia in termine di armature che in termine di preparazione.

Questo ovviamente differiva dall’idea di esercito romano che si ha di solito: si parla di truppe modellate sulla falange oplitica e quindi su modello greco.

Ma è importante cogliere anche l’importanza politica di questa suddivisione.

Maggiore era il numero delle centurie con le quali si partecipava all’esercito e maggiore era il potere politico e i voti da esprimere sulle leggi all’interno dei comizi centuriati.

Il risultato fu che in linea teorica tutti potevano dare il loro voto, ma i pochi patrizi, che fornivano 100 centurie all’esercito e avevano cento voti, detenevano molto più potere dei tantissimi poveri, che erano ben più numerosi, ma fornivano una sola centuria all’esercito, e dunque avevano un solo voto a disposizione.

La società romana era così organizzata in una timocrazia, dove il potere politico è nelle mani dei più ricchi.

In questo modo, grazie a questa riforma, Servio Tullio riuscì a calmare la società e a regolare i rapporti di una popolazione complessa e stratificata.

Servio Tullio merita però di essere ricordato anche per le campagne militari vinte che gli consentirono di allargare il pomerium, cioè quella linea che delimitava Roma, che ora include, tra gli altri colli, anche il Viminale e l’Esquilino.

La morte di Servio Tullio

La fine di Servio Tullio purtroppo è una delle più tragiche della storia romana.

Tullio morì perché ucciso barbaramente da una congiura i cui protagonisti furono la figlia minore e il suo secondo marito, conosciuto sotto il nome di Tarquinio il Superbo.

Secondo la tradizione, Tarquinio attaccò Servio Tullio buttandolo giù dalle scale della Curia dove si radunava il consiglio del re, ovvero il Senato: quelle scale esistono ancora, e sono ricordate come “Vicus Sceleratus”.

Agonizzante, Tullio verrà finito proprio dalla figlia minore, che gli passò sopra con un carro.

Tarquinio Prisco. Il Re Etrusco di Roma

0

Tarquinio Prisco è il primo re di Roma di origine etrusca: fu un regnante influente per la società e la storia romana ed è particolarmente interessante parlare della sua elezione.

Il Re venuto da lontano

La storia di Tarquinio Prisco non iniziò a Roma ma a Tarquinia, capitale del regno etrusco. Figlio di madre etrusca e di padre greco (il suo nome era Demarato di Corinto) la sua famiglia non faceva parte dell’élite e questo non gli consentì di accedere a cariche pubbliche.

Sua moglie, Tanaquilla, gli suggerì di trasferirsi a Roma, città che a livello sociale offriva molte più possibilità d’inclusione, fattore che ha sempre attirato abitanti verso le sue mura.  

Tarquinio decise di dare retta alla consorte e si trasferì a Roma riuscendo a fare fortuna grazie al suo comportamento buono e virtuoso che gli consentì di attirare le simpatie della popolazione e delle classi dirigenti romane.

A lui è legato anche un piccolo mito: appena arrivato a Roma, un uccello gli avrebbe rubato il copricapo per poi restituirglielo e farglielo ricadere esattamente in testa. Un segno, secondo la moglie, esperta in divinazione, che Tarquinio Prisco sarebbe stato destinato a diventare un grande regnante.

Il suo comportamento lo portò a essere gradito anche al re di allora, Anco Marzio, che prima della sua morte lo scelse come suo successore.

Tarquinio Prisco fu sostanzialmente un uomo venuto da lontano, da fuori Roma, che riuscì a fare fortuna e che grazie alla sua virtù si impose all’attenzione della popolazione romana.

La sua attività fu molto importante: dopo la morte di Anco Marzio vi erano molte cose su cui lavorare, a partire dal settore militare fino alla riforma della società.

Le riforme sociali e politiche

Non bisogna dimenticare che Roma si trovava a vivere una situazione di guerra endemica nel Lazio che necessitava di formare forze in grado di difendere la città e contemporaneamente ampliarla.

Tarquinio Prisco si trovò di fronte a tante sfide e tante città che lo combatterono, sfruttando alleanze strategiche.  Battaglie talvolta epiche che lo portarono alla vittoria e a spostare il baricentro del potere sempre più verso Roma.

L’avversario più temibile erano proprio gli etruschi, ma grazie a Tarquinio Prisco i romani ottennero una vittoria decisiva, spingendoli a riconoscere la potenza di Roma nel Lazio e ad accettare di rimanere all’interno dei loro confini.

Tarquinio diede vita anche a un importante riforma dello stato: Roma era una città in grande espansione, la società era sempre più numerosa, sempre più imponente e importante.

Per fare fronte a questi cambiamenti sociali, Prisco aumentò il numero dei senatori per meglio rappresentare le varie parti della popolazione: così aumentò il numero delle famiglie che partecipavano alle elezioni e che decidevano sulle nuove leggi.

Un segno di come la società si stava espandendo. Tarquinio Prisco aumentò anche il numero dei cavalieri che partecipavano all’esercito: altro simbolo dell’espansione della società.

I simboli etruschi

Tarquinio Prisco, influì notevolmente sulla società romana, anche a livello culturale.

Il Re sdoganò infatti a Roma una serie di simboli propri del mondo etrusco: un esempio ne è la divinazione, con tutti i vari metodi correlati di previsione del futuro e interpretazione dei segni propizi e nefasti.

Anche i mantelli che portavano i magistrati o che portavano i soldati e i generali erano tutti dei segni codificati dalla tradizione etrusca che vengono esportati a Roma. O ancora gli anelli e la sedia curule, a forma di stella, che ha rappresentato per secoli l’autorità del magistrato romano.

Un altro esempio importante, considerato ora controverso è rappresentato dai fasci littori. Nella Roma di Tarquinio Prisco e nell’impero successivamente erano considerai un simbolo di potere: si tratta di una serie di bastoni uniti tra di loro a formare un fascio tenuti insieme da una cinghia di cuoio e affiancati da un’ascia. Erano un simbolo importante, la dimostrazione che il re aveva potere di vita e di morte sui suoi cittadini.

Un simbolo di origine etrusca, rovinato dall’uso fatto dal totalitarismo italiano di inizio ventesimo secolo.

Tarquinio Prisco si occupò anche di urbanistica: Roma era una città in grandissima espansione e quindi bisognosa di nuove infrastrutture. Fu lui a costruire il Circo Massimo, dove dar vita a una sua importante istituzione: i Ludi Romani. Fino a quel momento a Roma i giochi venivano organizzati da privati in maniera abbastanza disorganizzata.

Ancora più importante però, e mantenne questo suo status nel corso dei secoli, è stata la costruzione della Cloaca massima, ovvero la struttura fognaria principale di Roma, in grado di gestire e allontanare dalla città le deiezioni di migliaia di persone.

La morte di Tarquinio Prisco

Come si conclude la parabola di Tarquinio Prisco? Purtroppo a causa di un complotto ordito, secondo la leggenda, da uno dei figli maggiori del predecessore Anco Marzio che lo uccide per prenderne il posto. Anche in questo caso furono basilari il comportamento e l’intelligenza della moglie Tanaquilla che riuscì a far eleggere Servio Tullio.

Alla base di questo assassinio, comunque, vi fu uno stato di alta tensione vissuto dalla società di Roma che il successore avrebbe dovuto affrontare con una monumentale riforma.

La testuggine romana. Come si faceva?

0

Non è difficile pensare che sia stato questo animale presente sulla terra a dare l’ispirazione ai romani per una delle loro formazioni militari più note.

Parliamo ovviamente della testuggine, che in entrambi i casi ha mostrato di essere indistruttibile e dominatrice.

La testuggine romana era una formazione difensiva militare dai molti pregi che ha fatto la storia di Roma e come molte battaglie hanno potuto comprovare, si trattava di qualcosa perfetto da utilizzare quando l’esercito romano si trovava in una situazione di stallo contro i suoi avversari.

Si è rivelato spesso l’unico metodo utilizzato per uscire da situazioni di blocco.

La formazione a testuggine è certamente una delle più riconoscibili e impressionanti della storia romana. Tra l’altro secondo diverse fonti sarebbe stata utilizzata fin dagli albori della storia dell’esercito: senza dubbio si tratta di un esempio lampante della capacità romana e della disciplina dei soldati.

Come veniva formata la testuggine

Come si formava una testuggine? Quale era l’organizzazione degli uomini in grado di interfacciarsi unirsi e avvicinarsi in pochissimo tempo e con grande ordine a tal punto di riuscire a creare un muro di scudi davanti, sui fianchi e in alto con una precisione veramente encomiabile?

I romani riuscivano, coordinandosi al meglio, ad avvicinarsi per formare un quadrato o un rettangolo particolarmente fitto. 

Alchè, gli uomini della prima fila frontale tenevano lo scudo normalmente, mentre i soldati che si trovavano sul bordo sinistro e sul bordo destro spostavano lo scudo verso l’esterno. Nel frattempo, gli uomini al centro alzavano lo scudo per coprire loro stessi e il soldato che gli stava davanti,accorciando leggermente le distanze.

Così semplicemente si creava una formazione impenetrabile e protetta davanti, sui lati e in alto. L’unica parte che rimaneva scoperta era la parte finale della testuggine, quella posteriore, che di solito non era soggetta ad attacchi diretti.

Come ogni formazione, la testuggine romana ovviamente aveva dei punti di forza e contemporaneamente di debolezza e per poter essere vincente doveva essere utilizzata in un determinato modo.

I punti di forza di questa formazione erano rappresentati dalla potenza, dalla compattezza e dalla sicurezza che provvedeva ai soldati. Facendo inginocchiare o meno i soldati, questa poteva essere bassa o alta a seconda delle necessità.

Una formazione militare straordinariamente versatile caratterizzata da una resistenza incredibile a tal punto che sopra di essa poteva camminare una persona ma potevano essere posizionate anche delle piccole macchine d’assedio.

Sono diverse le fonti che riportano come per esercitarsi i legionari facevano poggiare addirittura dei carri per vedere se riuscivano a sopportarli.

Punti deboli della testuggine romana

La testuggine romana aveva però anche dei punti deboli. Una delle debolezze più grandi era rappresentata dalla difficoltà di mantenere una grandissima coordinazione tra gli uomini: non era semplicissimo far apprendere ai soldati come muoversi in modo sufficientemente veloce senza rallentare l’attacco. Le manovre dovevano essere precise e veloci.

Altro problema era rappresentato dalla velocità: gli uomini non potevano correre ammassati così come erano, motivo per il quale questa formazione era utilizzata maggiormente in caso di assedio.

In questo modo infatti gli uomini potevano attaccare ma soprattutto potevano resistere alle migliaia di proiettili che venivano lanciati contro di loro: riuscivano in questo modo a rimanere in vita a lungo e raggiungere e colpire in relativa sicurezza fino all’arrivo alle mura.

In quel caso gli uomini potevano anche disporsi come una “scaletta” per rendere possibile il passaggio dall’altra parte di altri soldati e di piccole macchine da guerra.

Vi era poi un ultimo uso della testuggine romana, che veniva impiegato però come ultima spiaggia: quello della difesa più pura.

Quando il numero di avversari era troppo grande, ci si poteva chiudere in questo modo per una difesa estrema, tenendo conto però che non si avrebbe avuto modo di muovere le braccia né di utilizzare il gladio.

I pretoriani. Il corpo di guardia dell’imperatore di Roma

0

I pretoriani furono un corpo scelto dell’esercito romano dedicato alla protezione e alla salvaguardia dell’imperatore.

Ma non solo: formidabile strumento di potere, il corpo dei pretoriani arrivò a fare e disfare gli imperatori a loro piacimento, arrivando a detenere un grande potere nella successione alla guida dell’impero.

Le prime guardie del corpo

Senza dubbio la guardia pretoriana è una figura della storia romana che ha travalicato i secoli ed è conosciuta praticamente da tutti, anche da quelli che magari non hanno studiato la storia o non hanno interesse nel farlo. Se si pensa però che la troviamo addirittura in Star Wars dove viene “ricreata”, è facile capire come si tratti in realtà di un simbolo universale.

I pretoriani o soldati della Guardia pretoriana sono in pratica il servizio di protezione dell’imperatore: sebbene non istituiti ufficialmente con questo nome, corpi militari dal simile scopo sono già presenti ai tempi di Romolo.

Anche il primo Re di Roma infatti poté contare su delle guardie del corpo personali, così come durante la storia della Repubblica i principali magistrati e le cariche più importanti avevano delle guardie del corpo che li seguivano, che li accompagnavano e che li proteggevano specie quando vi erano problemi lungo le strade della città.

Cesare, per fare un altro esempio, aveva la sua Decima Legione a proteggerlo ma confidava anche nelle guardie del corpo germaniche che dimostrarono tutta la loro importanza quando evitarono la sua morte durante la battaglia di Durazzo.

Augusto e Tiberio. La nascita dei pretoriani

Chi creò uno stabile corpo di guardia pretoriana fu Augusto, il fondatore dell’impero. Una scelta dettata dalla necessità di proteggere se stesso e la sua carica permettendo il funzionamento corretto del Senato e di tutte quelle strutture politiche che permettevano la gestione dello Stato.

L’imperatore era la persona che possedeva il massimo potere militare e che doveva garantire il funzionamento dello Stato, una figura potente che doveva essere adeguatamente protetta. Nella guardia pretoriana entravano solo i migliori e si racconta, interpretando le fonti giunte fino a noi, che all’interno vi fossero anche gli speculatores, l’equivalente dei nostri agenti segreti.

Fu però Tiberio, il successore di Augusto, a renderli una entità militare definitiva ed istituzionale, richiamando le truppe sparse nella penisola italica e riunendole nei Castra Praetoria, la sede ufficiale, nei pressi di Roma. Il loro simbolo divenne quello dello Scorpione.

I pretoriani durante l’impero

Il corpo dei soldati pretoriani svolse un compito molto importante per tutta la dinastia giulio-claudia: difese gli imperatori, ma ne eliminò anche diversi quando questi mostravano di non essere più adatti a ricoprire il loro ruolo. Due esempi in tal senso: Caligola e poi Nerone.

I pretoriani quindi protessero, ma fecero e disfecero della politica romana in base al bisogno.

Il loro ruolo crebbe e si modificò sostanzialmente dopo Nerone che morì senza avere un successore: l’anno della sua morte viene tutt’ora ricordato come l’anno dei quattro imperatori: Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano, si contesero militarmente il trono.

Fu solo con Vespasiano e la stabilizzazione dell’Impero che il potere dei pretoriani scemò in parte portando all’instaurazione di un periodo di pace, almeno fino a Marco Aurelio, della dinastia degli Antonini.

Marco Aurelio fu un grandissimo imperatore, ma tutti gli storici gli rimproverano di aver interrotto il meccanismo di adozione di un successore capace.

Marco Aurelio nominò suo figlio Commodo. Un capo non adeguato per Roma che dopo un iniziale appoggio venne ucciso dai pretoriani.

Il successivo momento di svolta nella storia dei pretoriani arriva con l’imperatore soldato Settimio Severio, originario dell’Africa del Nord, che sostituì i pretoriani, fino a quel momento prevalentemente italici, aprendo ai provinciali e accettando soldati provenienti dal Danubio, dalla Spagna e dall’Africa.

La fine dei pretoriani con Costantino

Nella prima metà del 200 d.C. I pretoriani trasformano l’elezione dell’imperatore in un vero e proprio business, che portò al periodo conosciuto come anarchia militare.

I pretoriani selezionavano un nuovo imperatore, il quale elargiva dei cospicui donativi in denaro e proprietà terriere, per assicurarsi il loro appoggio. Una volta ottenuti tutti i benefici, i pretoriani uccidevano il loro imperatore e ne cercavano immediatamente un altro per ottenere nuovi privilegi.

Le cose iniziano a cambiare con Diocleziano, che grazie ad una profonda revisione dello Stato romano, riuscì a riportare una certa stabilità.

La fine della guardia pretoriana si deve all’imperatore Costantino. Egli fu in realtà supportato dalle legioni di stanza in Britannia e dovette combattere contro il suo principale avversario, Massenzio nella decisiva battaglia di Ponte Milvio.

I pretoriani di entrambi i contendenti si affrontarono nel cuore di Roma, quando quelli di Massenzio ebbero la peggio, crollando da un ponte e annegando nel Tevere.

Il nuovo imperatore, conscio della pericolosità e di un corpo militare così potente, decise di sciogliere per sempre i pretoriani e istituire un tipo di protezione differente, le Scholae Palatinae, delle unità a cavallo, più adatte al modo di combattere di quei tempi e con meno potere sulla figura dell’imperatore.

Un corpo di elìte

Ma come erano organizzati i pretoriani? Come erano vestiti? Le fonti a riguardo non sono tantissime, ma quel che raccontano è che si trattava di soldati molto simili ai normali legionari: niente oro o porpora.

Quel che era diverso erano potere e soldi: avevano infatti privilegi più imponenti, una maggiore paga e potevano contare su donazioni “private”. Potevano contare, tra le altre cose, su una buona pensione e distribuzione di terre dopo solo 16 anni di servizio rispetto ai 20-25 degli altri militari.

Erano un corpo militare privilegiato ma erano anche chiamati a intervenire in città per aiutare i vigili a sedare le rivolte.

Nota divertente: il quartier generale dei pretoriani, il Castro Pretorio, è rimasto in funzione durante i secoli e ancora oggi è la sede delle unità di logistica dell’Esercito Italiano.

I nostri soldati, dunque, possono vantare di esercitarsi nel più antico “accampamento” militare della storia.

Pompei e l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C

0

L’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C è senza dubbio uno degli avvenimenti più catastrofici del mondo antico: nel corso di pochi giorni, la forza esplosiva del vulcano incenerì le città romane di Pompei ed Ercolano, che rimasero “cristallizzate” per secoli.

Pompei città fiorente e piena di vita

L’antica Pompei venne fondata nel VIII secolo a.C dai greci, che per primi crearono degli insediamenti stabili nella zona. In poco tempo, per via della posizione geografica strategica e dei fiorenti commerci, Pompei divenne una città attiva, fiorente, bella da ogni punto di vista.

E così rimase anche sotto tutto il periodo di annessione a Roma, fino al I secolo d.C..

All’alba del 79 d.C, Pompei era una bellissima cittadina simile a quella che per noi sarebbe Napoli, mentre Ercolano, tipicamente turistica, era un centro paragonabile alla Portofino o alla Rimini degli anni ’60: il centro della movida, il luogo dove i romani benestanti andavano a riposarsi e a godere delle bellezze della costa.

Un luogo dove era possibile incontrare l’intero spaccato della società romana.

C’era il foro, dove si svolgevano le contrattazioni e i comizi politici che rappresentava il centro della vita cittadina, tanto che qualsiasi novità veniva prima discussa al suo interno e poi diffusa dovunque.

Altrettanto importante era il Tempio di Giove, in stile puramente italico e dall’ampio porticato, la cui immagine è giunta a noi grazie al dipinto scoperto in una casa patrizia, dove la gente pregava e si riuniva.

Dal Tempio di Apollo, pieno di statue e finemente decorato, conosciuto come luogo di arte, religione e cultura fino alle Terme, Pompei era una città abbastanza avanzata il cui anfiteatro, ancora oggi visibile, serviva sia per assistere a spettacoli classici sia per ospitare il mercato cittadino.

Curiosamente, proprio l’anfiteatro fu sede di uno scontro violento fra tifoserie opposte, molto simile a quelli che avvengono tuttora negli stadi, tra pompeiani e nocerini.

In quella occasione, dopo dei feroci tafferugli e decine di persone ferite che si riversarono nelle strade, l’organizzatore dei giochi venne esiliato e il Senato di Roma punì la violenza vietando giochi a Pompei per ben 10 anni.

L’esplosione del Vesuvio e la tragedia

Le prime avvisaglie della grande devastazione avvennero nel 62 d.C.:

Improvvisamente, ci furono dei rapidi terremoti che fecero crollare qualche cornicione e danneggiarono qualche casa: niente di straordinario per i romani che sapevano che la Campania era un luogo soggetto ad eventi sismici.

La tragedia avvenne ben 17 anni dopo, nel 79 d.C.. Plinio il giovane, che all’epoca aveva 17 anni e fu testimone da Capo Miseno dove risiedeva in quel momento, fece risalire il giorno della tragedia al 24 agosto, raccontandolo in una serie di lettere a Tacito trenta anni dopo.

Con molta probabilità ricordò male: scavi archeologici riportarono alla luce monete con impressa l’immagine di Tito: molto probabilmente si trattò del 24 ottobre del 79 d.C.

Il Vesuvio, che per secoli era stato totalmente silenzioso e quiescente, eruttò improvvisamente, liberando nell’aria una colonna di materiale, di fumo e di particolato di pietra pomice, a formare un gigantesco “albero di pino” (come ce lo racconta Plinio) alto 30 km, che raggiunse addirittura la stratosfera terrestre.

Nelle ore successive, questa colonna iniziò a far piovere detriti sulle località circostanti: prima del sottile pulviscolo, mano mano fino a delle pietre anche molto pesanti.

La popolazione scappò immediatamente, e la maggior parte delle persone si sarebbe potuta salvare se il disastro non avesse avuto una sorta di “pausa”, un lasso di tempo durante il quale il Vesuvio sembrò stranamente fermarsi.

I ricchi cittadini di Pompei si convinsero a tornare indietro per cercare i parenti e recuperare i gioielli, prima di allontanarsi definitivamente. Una scelta che si rivelò fatale.

Fu così che la vera tragedia colpì gli abitanti di Pompei: circa sei ore dopo l’inizio dell’attività vulcanica, all’improvviso, una bollente nube piroclastica partì dalla sommità del Vesuvio e si abbatté a 160km orari sulla città, bruciando all’istante qualsiasi cosa sulla sua strada.

La nube distrusse e carbonizzò Pompei ed Ercolano a quattro minuti dall’esplosione, uccidendo duemila persone all’istante. Alchè, nelle giornate successive, il continuo “piovere” di materiale lavico ricoprì come un velo, il resto delle abitazioni.

I primi ritrovamenti e i calchi di Pompei

popolazione scappa pompei

Le due città erano andate completamente distrutte. Nonostante l’imperatore di allora, Tito, si sia prodigato in tutti gli aiuti possibili, la totale ricostruzione delle città apparve uno sforzo inutile.

La zona fu così abbandonata a se stessa, e Pompei conservò per lungo tempo la memoria di quella tragedia.

Un nuovo capitolo nella storia di Pompei, si aprì inaspettatamente nel 1748 quando le prime spedizioni archeologiche iniziarono a trovare dei reperti.

Mano mano, la comunità archeologica si rese conto del possibile tesoro celato in quel luogo.

Ma si dovette arrivare al 1863 per scoprire, appieno, tutti i resti e il valore di Pompei.

In quel momento il direttore degli scavi era Giuseppe Fiorelli.

I suoi colleghi responsabili degli scavi, riferirono di aver trovato delle ossa in perfetto stato di conservazione all’interno di alcune zone vuote nella roccia.

Fiorelli ebbe allora una formidabile intuizione: inserire all’interno delle cavità che contenevano le ossa del gesso liquido, per ottenere dei veri e propri “calchi” dei corpi coperti dal materiale roccioso e vulcanico.

Fu così’ che nacquero i celebri calchi di Pompei e fu possibile osservare da vicino la storia dei suoi cittadini, drammaticamente cristallizzati nel momento della loro morte.

Le espressioni, le pose, gli ultimi affannosi abbracci tra le persone: tutto è giunto fino a noi come immagine indelebile degli ultimi istanti di vita di questi individui.

Scene strazianti che meritano rispetto, di persone uccise mentre tentavano di proteggersi a vicenda.

Tullo Ostilio, il Re Guerriero di Roma

0

Tullo Ostilio fu il terzo re di Roma e il suo mandato fu tra i più sanguinari che la città conobbe in questo suo primo periodo di esistenza.

Tullo Ostilio, il re romano della guerra

Tullo Ostilio venne scelto alla morte di Numa Pompilio dal Senato, il quale era alla ricerca di una personalità influente che fosse in grado di gestire una città come Roma in continuo sviluppo.

La scelta cadde su Tullo Ostilio perché suo nonno aveva combattuto al fianco di Romolo e la sua nomina fu accettata a furor di popolo: presentava un programma politico popolare di redistribuzione delle terre e di ampliamento dei confini che piaceva molto ai cittadini.

Ma a differenza del suo predecessore, Tullo Ostilio decise di dedicarsi completamente alla guerra e il primo è più importante conflitto è quello contro Albalonga, la città di origine di Romolo e Remo.

Il duello degli Orazi contro i Curiazi

Quelle che per anni erano state solo piccole schermaglie tra le due località, diventarono una guerra vera e propria. Ad un certo punto, dato l’enorme costo di vite che la guerra comportava, entrambe le fazioni scelsero di affidare il destino del conflitto ad una disfida fra i loro più forti combattenti.

Era lo scontro tra Orazi e Curiazi.

Di comune accordo, i romani scelsero tre combattenti, i tre fratelli Orazi, mentre gli albani gli fronteggiarono i tre fratelli Curiazi e organizzarono un duello.

Ad avere la meglio inizialmente furono i Curiazi: rimase in vita un solo combattente di Roma, che però, messo alle strette, dimostrò di essere intelligente e furbo.

L’Orazio superstite fece finta di scappare, costringendo gli albani a inseguirlo, dividendoli e riuscendo ad abbatterli singolarmente uno dopo l’altro: un esempio della forza guerriera, dell’intelligenza ma anche della brutalità romana.

Ma non solo: episodio nell’episodio, il fratello Orazio che aveva vinto, dimostrò un senso dello stato che andava oltre ogni limite.

Sua sorella, promessa sposa dell’ultimo Curiazio ucciso, non trattenne la commozione e pianse per la perdita dell’amato. Suo fratello lo considerò come un alto tradimento, a livello familiare oltre che civile, e la uccise conficcandole il gladio nel petto, pubblicamente.

Questo avvenimento rappresentò un vero e proprio problema di ordine pubblico per Tullo Ostilio che nominò due magistrati per sottoporre l’uomo a giudizio: complice l’intervento del padre dei fratelli, l’uomo non venne condannato a morte ma al giogo e al pagamento di una multa salata.

Roma vinse così su Albalonga, ma la pace non durò a lungo.

Nonostante la disfida dei Oriazi e dei Curiazi avesse definito le sorti della guerra, Fufezio, monarca degli albani, non rispettò i patti e chiese aiuto agli Etruschi per attaccare la città capitolina.

Seguirono nuovi scontri durante i quali i romani vinsero di nuovo. Fufezio, colpevole di non aver rispettato i patti, venne legato a due quadrighe trainate da cavalli, le quali, allontanandosi in sensi opposti, squartarono orribilmente il re albano.

Le conquiste e la drammatica morte

Tullo Ostilio combatté anche contro la città di Fidene e contro i Sabini, incapace di trattenere la sua voglia di conquista. La sua morte avvenne presumibilmente per via di una pestilenza che ebbe luogo in quegli anni, anche se i romani tramandarono che nel momento in cui il Re chiese aiuto a Giove per guarire, questi, indispettito dalla mancanza di sufficiente sacrificio agli dei, lo fulminò con una delle sue saette.

Il Dio non avrebbe infatti accettato che Tullo Ostilio si fosse concentrato solo sulle guerre e sulla sua sete di sangue smettendo di prestare attenzione alle esigenze delle divinità che, per questo, avevano deciso di colpire la città di Roma con una forte pestilenza.

Vi è anche un’ulteriore storia legata alla morte del terzo re di Roma: si dice infatti che Anco Marzio, quello che divenne poi il suo successore, fosse spinto da così tanto desiderio di salire al potere da assumere dei sicari per ucciderlo.

Una storia che è consigliabile considerare come uno dei “gossip” dell’antica Roma giunti fino a noi: Anco Marzio, analogamente a Numa Pompilio, fu un re pacifico, conscio che dopo Tullo Ostilio la società romana avrebbe bisogno di tranquillità e di riforme sociali che la facessero crescere davvero.

Sembra quindi strano che possa aver deciso di prendere il potere con la forza.

Tullo Ostilio lasciò al suo successore una Roma sicuramente più forte di tantissime vittorie, ma bisognosa di una ampia riorganizzazione sociale, necessaria a crescere ulteriormente e ad ampliare il proprio potere nel Lazio.

Numa Pompilio. Il secondo Re di Roma

Numa Pompilio, il secondo re, è una figura meravigliosa di cui parlare: il suo governo, così diverso da quello di Romolo, fece conoscere a Roma un lungo periodo di pace, ricchezza e tranquillità.

Numa Pompilio, il re della Pace

Romolo, al termine della sua vita terrena, ascese secondo la tradizione al cielo durante una tempesta e il Consiglio del Re, i Patres, cercarono in ogni modo di prendere in mano la gestione delle cariche pubbliche stabilendo un’oligarchia: vennero fermati dalla necessità di trovare una figura amata dal popolo che mantenesse la pace.

Trovare un nome sul quale sia i Sabini che i Romani fossero d’accordo non fu semplicissimo: i primi volevano Velesio, i secondi Proculo.

La quadra si trovò proprio con Numa Pompilio: un romano ma sposato con la figlia di Tito Tazio, re dei sabini e dunque una figura equidistante e potenzialmente in grado di mettere d’accordo tutti quanti.

E’ importante sottolineare che al momento della sua elezione a monarca Numa Pompilio possedeva già un’ottima reputazione ed era considerato un nome di prestigio da tutta la popolazione.

Cosa decise di fare Numa Pompilio? Astenersi completamente dalla guerra. Il re si rese infatti conto che la società romana necessitava di essere stabilizzata e crescere in un clima di pace e tranquillità.

Per raggiungere tale obiettivo decise di usare la religione e più precisamente il timore religioso come strumento di coesione e organizzazione.

La nascita degli ordini religiosi romani

È sotto Numa Pompilio che vengono creati i principali ordini religiosi della storia di Roma.

Il primo collegio sacerdotale creato fu quello dei Flàmini: sacerdoti dedicati a uno specifico Dio. Per ogni divinità esisteva il flamine corrispondente e i più importanti erano la Triade Capitolina, coloro che si occupavano di Giove, Marte e Quirino (Romolo).

Maggiore era l’importanza del flamine più alte erano le sue restrizioni: ecco che quello dedicato a Giove possedeva il potere più grande ma non aveva pressoché libertà nei movimenti a differenza di quella progressiva degli altri due componenti della Triade Capitolina.

Numa istituì anche 12 flàmini minori, sempre importanti ma meno prestigiosi. Creò anche il collegio sacerdotale delle Vergini Vestali: esse ebbero un ruolo vitale per Roma, con il compito di tenerne acceso il fuoco sacro. Queste sacerdotesse erano legate alla Dea Vesta, dovevano rimanere vergini e preparare i cibi che sarebbero stati usati nelle cerimonie religiose.

Si trattava di un ruolo importante e che portava grandi privilegi, come quello di poter fare testamento, ma queste donne speciali non potevano far spegnere il fuoco o avere relazioni sessuali: in entrambi i casi era prevista la morte.

Fu istituito, sempre durante il regno di Numa Pompilio, anche l’ordine degli Auguri, sacerdoti dedicati a interpretare i segni degli Dei senza i quali i romani non prendevano decisioni.

Erano chiamati a interpretare i segni del cielo (tuoni, fulmini, nuvole e qualsiasi altra manifestazione) e i segni degli animali, partendo dai rettili fino ad arrivare ai polli, sfruttati quando si aveva bisogno di responsi veloci.

vergini vestali dea vesta

I Salii, altro ordine fondato dal secondo Re di Roma, erano coloro che decidevano quando era tempo di stare in pace e quando bisognava fare la guerra e in base al loro responso i cittadini seguivano ordini e tradizioni differenti. Erano in grado di decidere se gli uomini dovessero considerarsi cittadini o soldati.

I Feziali erano invece dei sacerdoti che dovevano controllare che venisse rispettato il diritto internazionale o il diritto di guerra. Prima di attaccare una popolazione vicina bisognava infatti rispettare delle dinamiche ben precise: ad esempio i feziali erano coloro che prendevano l’asta e lanciavano simbolicamente nel territorio nemico per dichiarare guerra, tradizione romana durata per moltissimi secoli.

Infine ma non per importanza, vi erano i Pontefici, chiamati a far andare d’accordo i vari sacerdoti tra di loro.

La morte di Numa Pompilio

Numa Pompilio, a differenza di molte figure importanti romane, morì di vecchiaia dopo un lungo regno di pace e prosperità e merita di essere ricordato anche per l’istituzione del calendario di 12 mesi che tutt’oggi utilizziamo: inizialmente infatti per i romani un anno era composto da 10 mesi, con inizio a marzo.

Al suo interno vennero istituiti sia i giorni fasti, favorevoli a qualsiasi attività e quelli nefasti, nei quali diverse azioni erano sconsigliate.

Come avveniva la crocifissione: la micidiale pena di morte

La crocifissione è un supplizio proprio del mondo antico. Uno dei metodi più rozzi, barbari e dolorosi di condannare a morte un essere umano.

Anche nell’antica Roma, la crocifissione faceva parte delle pene che potevano essere comminate da un tribunale, con alcune varianti che dipendevano dalla colpa.

Origini e condanna alla croce

La crocifissione è una pratica che trova le sue origini molto prima dei romani. Ne abbiamo alcune testimonianze già nel mondo babilonese.

Ma secondo i più autorevoli studi papirologici, sarebbero stati i Cartaginesi a formalizzare i dettagli della crocifissione e ad utilizzarla in maniera sistematica come condanna penale.

I romani, così, importano da Cartagine questo micidiale tipo di supplizio e lo includono nell’ordinamento giuridico. Nel 247 a.C, Tito Livio ci parla per la prima volta di 25 schiavi condannati alla crocifissione: la più antica conferma di questa pratica presso i romani.

La sofferenza e l’umiliazione propria di questa pena capitale era tale che secondo le leggi romane, non poteva essere applicata ai cittadini e nemmeno ai soldati, ma solamente agli schiavi, ai ribelli e ai sediziosi.

La condanna e la flagellazione

A deliberare una condanna alla crocifissione provvedeva un giudice, il più delle volte un pretore, ma anche un altro magistrato o carica con autorità penale.

Al termine del giudizio, si pronunciavano le parole: “Sia crocifisso!” e si emetteva il “Titulus“, ovvero la motivazione della condanna che sarebbe stata scritta su un cartello, apposto sopra la croce.

Il primo atto era la comparsa di due esecutori, o tortores, che provvedevano a spogliare completamente il condannato e a legarlo ad un palo o ad una colonna, per poi fustigarlo alla presenza del giudice.

Si utilizzava in quel caso una frusta a due o tre lembi di cuoio, dove ogni striscia era dotata di pezzi di osso, metallo o legno per acuire il dolore e le lacerazioni inflitte.

Il suppliziato veniva così colpito circa 20 volte, ferendolo in maniera orribile ma senza compromettere la sua integrità fisica, in modo che fosse abbastanza in forze per proseguire con la procedura di crocifissione.

Rivestito e scortato dai soldati, il condannato veniva portato all’esterno ed era costretto a portare sulle spalle, con le braccia legate, il palo orizzontale che sarebbe stato utilizzato per la sua crocifissione.

Iniziava così una vera processione per tutta la città: molto spesso la gente insultava, malediva e lanciava piccoli oggetti al condannato, mortificandolo in ogni maniera, e umiliandolo pubblicamente.

Il suo percorso sarebbe inevitabilmente finito fuori dalle mura della città, dal momento che per legge nessuna crocifissione poteva essere eseguita entro il perimetro cittadino.

La crocifissione

Accompagnato in una zona deserta, il condannato trovava quasi sempre i pali verticali già saldamente impiantati.

I suoi aguzzini lo spogliavano e potevano sequestare e dividersi a loro piacimento gli abiti e i suoi ultimi averi, prima di inchiodarlo.

Si iniziava ad inchiodare le mani: il chiodo veniva fissato nei palmi o più spesso nei polsi, per avere maggiore resistenza, il condannato veniva poi issato sulla croce e si terminava con un ulteriore chiodo fissato nei due piedi accavallati uno sull’altro.

In realtà, se il suppliziato si fosse sorretto solamente sulle mani e sui piedi sarebbe presto caduto dalla croce: per questo era previsto che sotto le sue gambe si trovasse una piccola sporgenza, tale da farlo sedere a cavalcioni e permettergli di rimanere in posizione.

Iniziava così, una devastante agonia che, secondo le fonti, poteva durare anche alcuni giorni.

L’agonia sulla croce

Il principale problema del suppliziato, oltre all’iniziale terribile dolore per l’inserimento dei chiodi, era il peso della gabbia toracica che in quella posizione veniva fortemente compressa e gli impediva di respirare.

Per cercare di riprendere fiato, era così costretto a issarsi sulle mani ma soprattutto spingere con le gambe inchiodate, subendo un misto di senso di soffocamento e di lancinanti dolori che creavano un mix davvero micidiale.

Alcuni soldati presidiavano la zona, per evitare che parenti e amici potessero soccorrerlo: per il condannato non c’era scampo.

Nel corso del tempo, il dolore e il terrore aumentava e le energie mancavano sempre di più. Dopo una straziante agonia, il crocifisso moriva per collasso cardiocircolatorio e per dissanguamento.

Peggiorare il dolore o alleviare la sofferenza

Durante questo agghiacciante processo, esistevano dei metodi per peggiorare ulteriormente il dolore del condannato.

Attraverso alcune sostanze medicamentose che rimarginavano le ferite, ma soprattutto dei miscugli di mirra o di posca (acqua e aceto) si poteva risvegliare il suppliziato, facendogli percepire ancora di più il dolore e acuendo le sue sensazioni.

Al contrario, esistevano due metodi per dimostrare un minimo di pietà nei confronti del morituro: il primo, anche se paradossale, era quello di spezzargli le gambe. In questo modo il condannato non poteva più fare leva su di esse e il soffocamento giungeva molto prima, accorciando di alcune ore le sue pene.

Il secondo, più definitivo, era un colpo di grazia al costato, all’altezza del cuore, che lo avrebbe ucciso in pochi minuti, terminando le sue sofferenze.

L’abolizione della crocifissione

La crocifissione fu una pena capitale in vigore per tutta la storia romana, sia repubblicana che imperiale. Dobbiamo il suo termine all’imperatore Costantino.

Il primo imperatore cristiano, che traghettò l’impero romano verso la nuova confessione religiosa, fu un grandissimo riformatore. Nel 341 d.C., Costantino abolì la crocifissione dall’elenco delle pene che potevano essere inflitte da un tribunale pubblico, “per rispetto di Gesù“, che secondo la tradizione era stato giustiziato esattamente con questo terribile rito.

La crocifissione continuò ad essere praticata così solamente nel mondo orientale.

Fonti

  • CRUCIFIXION – By: Kaufmann Kohler, Emil G. Hirsch
  • Giovanna D. Merola; Amalia Franciosi, Manentibus titulis: studi di papirologia ed epigrafia giuridica, Satura Editrice, 2016
  • Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù, Mondadori, 1962

Il saluto romano. Come ci si salutava nell’antica Roma?

Il braccio alzato e la mano distesa di fronte a sè: un saluto ampiamente identificato con il nazifascismo e chiamato volgarmente “saluto romano”.

Ma i romani si salutavano veramente così? No. Studiandone le origini si può scoprire che il gesto che identifichiamo con questo nome, non è legato alla storia romana come si potrebbe pensare.

In realtà non si possiedono fonti antiche che ci confermino dettagliatamente il modo con cui i romani si salutassero.

Si deve pensare che probabilmente si abbracciassero o che si stringessero la mano o gli avambracci, perché questo significava che non avevano delle armi in pugno.

Il braccio alzato non apparteneva, per quanto sappiamo, alla vita civile, ma ad altre situazioni più codificate.

Il saluto di tipo militare

In quali occasioni allora i romani potevano alzare il braccio?

A volte poteva capitare che gli imperatori o i generali alzassero il braccio per compiere alcuni gesti sacri nei confronti dei propri uomini e del proprio esercito, come vediamo in diversi bassorilievi come la colonna traiana.

L’imperatore poteva alzare il braccio per salutare solennemente i suoi soldati, oppure nel momento in cui doveva graziare un sottoposto, il braccio veniva alzato e poi abbassato come ad “accompagnare”, per esprimere il concetto del perdono.

Ne è una dimostrazione il gesto che è possibile osservare nella statua equestre di Marco Aurelio. Insomma, il movimento di un generale e non un saluto a braccio teso.

I movimenti nell’arte oratoria

Una seconda situazione nella quale i romani avrebbero potuto alzare il braccio è legata agli oratori e all’arte oratoria: quest’ultima non comprendeva solo la capacità di parlare ma anche di gesticolare e di muovere il proprio corpo in modo tale da risultare più convincente.

Quintiliano arriva addirittura a farci conoscere delle norme a riguardo: mentre si parla il braccio non va mai sollevato oltre gli occhi perché creerebbe un fastidio alla vista e non deve essere abbassato sotto la cintura pena sembrare troppo impostati o rigidi.

In nessun caso si hanno prove del saluto romano a braccio rigido e teso.

Il chiasmo nelle statue

Molta confusione viene creata dalle statue romane giunte fino i nostri giorni: diverse mostrano il personaggio che riproducono con il braccio alzato.

Questo è un retaggio dell’arte greca a cui quella romana si ispira. Più nello specifico si parla della struttura a chiasmo, che prevede una forma generale caratterizzata da una gamba tesa (sulla quale la figura si appoggia) e braccio alzato corrispondente da un lato e gamba e braccio a riposo dall’altro. Un modo semplice per creare armonia e dinamicità nel posizionamento.

Le statue quindi hanno il braccio teso soprattutto per riprodurre la plasticità tipica del corpo umano.

Fare il saluto romano è reato?

Il saluto a braccio teso dei romani è quindi un falso storico creato nel 1914 da Gabriele D’Annunzio, per l’occasione autore e consulente del kolossal Cabiria.

E’ lui che sdogana questo tipo di saluto, poi ripreso dalla propaganda fascista e standardizzato: si racconta che all’inizio nemmeno i gerarchi fascisti volessero utilizzarlo.

Altri ne identificano l’origine in un dipinto di Jacques-Louis David del 1784 che riprende il “Giuramento degli Orazi”, con i tre eroi che alzano il braccio teso, che tuttavia fa riferimento ad un solenne giuramento militare, e non ad un saluto civile.

A livello legale è reato fare il saluto romano? Dipende dalla situazione e soprattutto dalle intenzioni.

Se il saluto romano esprime approvazione singola e personale per la storia e l’ideologia fascista, non essendoci il reato di opinione, non è considerabile illegale.

Ad esempio, se ci si trova davanti a una tomba di un gerarca fascista e si fa il ben noto gesto, secondo la Corte di Cassazione non è un reato: si tratta di un segno celebrativo e della libera espressione di una propria convinzione.

Al contrario, per la legge Scelba, il saluto romano è reato quando la sua esecuzione viene svolta soprattutto in gruppo e/o nell’ambito di una organizzazione che mostra la volontà di apologia del fascismo e la potenziale ricostituzione di un nuovo partito fascista.

È perseguibile chi, ad esempio, fa il saluto romano nell’ambito di una manifestazione politica o che lo accompagna ad altri evidenti segni (tatuaggi, bandiere, fasci littori e simboli) condivisi da un gruppo di persone.

La battaglia della Trebbia. Annibale sconfigge i romani

La battaglia della Trebbia (o del fiume Trebbia) è uno scontro avvenuto il 18 dicembre del 218 a.C. durante la seconda guerra punica, fra le legioni romane del console Tiberio Sempronio Longo e quelle cartaginesi guidate da Annibale.

In quella zona i Romani subirono la prima grande sconfitta della Seconda Guerra Punica un generale che dimostrò uno sconfinato talento sul campo di battaglia.

Annibale attraversa le Alpi e raggiunge l’Italia

All’alba del conflitto con Annibale, i romani credevano di dover ripetere ciò che era avvenuto nel corso della prima guerra punica: pensando di scontrarsi prevalentemente sul mare, disposero una ingente flotta e schierarono il grosso delle loro legioni in Sicilia, pronte per attaccare il Nord Africa.

Annibale li sorprese tuttavia impegnandosi nel suo celebre viaggio attraverso l’Europa e varcando le Alpi: presi totalmente alla sprovvista, i romani partirono all’inseguimento del condottiero cartaginese incontrandolo una prima volta in battaglia sul fiume Ticino, scontro nel quale partecipò il padre di quello che sarà poi noto come Scipione l’Africano.

Nonostante Annibale abbia segnato una vittoria, la Battaglia del Ticino, rimase tuttavia una schermaglia di poco conto.

Fu nella battaglia della Trebbia che Roma subì la prima grande disfatta ad opera di un generale in grado di unire ad una profonda conoscenza del territorio la psicologia del nemico.

Annibale mostrò di possedere una ampia capacità di disporre e gestire gli uomini e di prevedere i movimenti tattici dell’avversario.

Le mosse di Annibale e il tranello a Sempronio Longo

annibale stuzzica i nemici

Per comprendere come si svolse la battaglia della Trebbia è necessario prima di tutto avere una idea chiara del posizionamento delle varie componenti dei due eserciti. 

Da una parte, sulla destra nell’immagine, vi sono i Castra Scipionis e Castra Sempronis, accampamenti con soldati rispettivamente guidati da Scipione, il quale aveva già incontrato i cartaginesi nella battaglia del Ticino e Sempronio Longo, richiamato dalla Sicilia a dare manforte alle truppe romane schierate al nord.

I due comandanti non erano concordi sulla strategia da seguire: Scipione preferiva attendere e studiare il suo nemico, Sempronio voleva attaccare subito per porre fine immediatamente il conflitto.

I due generali avevano il comando dell’esercito a giorni alterni: Sempronio decise per l’attacco alla prima occasione utile, costringendo l’altro comandante a seguirlo.

Dal canto suo Annibale, all’interno del suo accampamento, posto sulla sinistra del territorio, studiò adeguatamente la zona e decise di nascondere alcuni soldati guidati dal fratello minore Magone, esperti e valorosi, nei pressi di Rivergaro, arretrati rispetto agli accampamenti romani e abilmente nascosti.

Nel frattempo, decise di giocare la sua partita anche dal punto di vista psicologico: fece infatti uscire la cavalleria dall’accampamento con il compito di andare a provocare il nemico.

Le truppe di cavalleria si avvicinarono per farsi notare dalle sentinelle dell’accampamento dei Romani, portando Sempronio a fare ciò che lui desiderava: far uscire all’attacco i Velites, coloro che erano adibiti al lancio di frecce, sassi e giavellotti insieme alla cavalleria romana.

Il continuo “mordi e fuggi” di Annibale nei confronti delle truppe romane ebbe l’effetto sperato: i velites sprecarono munizioni, la cavalleria romana si stancò, e Sempronio Longo decise di attaccare, senza preparare adeguatamente i suoi soldati.

La disposizione per la battaglia

Entrambi gli eserciti vennero mobilitati e tutti i soldati uscirono dall’accampamento, ma con una importante e sostanziale differenza: mentre i soldati di Annibale avevano riposato, avevano dormito bene, avevano fatto una robusta colazione e si erano spalmati di olio e di grasso contro il freddo, i soldati romani, che si erano precipitati direttamente fuori dall’accampamento, erano completamente a digiuno, non erano totalmente coperti dalle loro corazze, erano stati mobilitati in tutta fretta e avevano freddo.

Sempronio, per di più, prese una decisione errata: fece attraversare in queste condizioni la Trebbia ai suoi soldati, facendoli arrivare sul campo di battaglia bagnati, infreddoliti e stanchi.

La battaglia della Trebbia vide i romani schierati nella loro formazione classica con i Velites davanti, i legionari al centro e la cavalleria classicamente schierata a destra e a sinistra.

Anche Annibale schierò davanti i suoi velites, posizionando la fanteria al centro, con gli elefanti ai lati della fanteria e la cavalleria sia all’estremità sinistra che a quella destra.

La battaglia

La differenza tra lo stato di salute dei due eserciti si vide immediatamente, appena le due parti entrarono in contatto.

La battaglia si aprì con il consueto scontro fra velites, ma quelli romani dimostrarono ben presto di essere stanchi ed inefficaci e si ritirarono subito nelle retrovie.

Nel frattempo, le cavallerie si scontrarono con i propri avversari e lo stesso fece la fanteria.

La cavalleria cartaginese, più riposata e fresca, mise quasi subito in fuga quella romana.

Non appena ebbe terminato questo compito e trovandosi alle spalle dei romani, caricò sul retro la fanteria di Longo.

Proprio in quel momento, le truppe di Magone, sapientemente tenute da parte, sbucarono all’improvviso e colpirono anche loro da dietro i romani, inglobandoli in una morsa circolare e perfetta.

Nonostante il totale accerchiamento, i soldati romani riuscirono comunque a bucare le file dell’avversario, e a filtrare attraverso lo schieramento dei nemici.

I superstiti si rifugiarono nella vicina città di Piacenza, sicuramente graziati da Annibale, che pare non fosse intenzionato a compiere uno sterminio totale, non infierendo su soldati che si erano comunque dimostrati molto valorosi in campo.

ritirata romana a piacenza

Le conseguenze

La battaglia della Trebbia segnò una vittoria netta per il comandante cartaginese.

Purtroppo i romani non si resero conto della caratura del loro avversario. La sconfitta della Trebbia fu attribuita esclusivamente alla superficialità di Sempronio Longo, e il Senato provò dapprima a bloccare la discesa di Annibale braccandolo sugli Appennini, e concedendogli poi una ulteriore battaglia, quella del lago Trasimeno, e quella di Canne. Entrambe sconfitte.

Un radicale cambio di strategia avvenne solo grazie a Quinto Fabio Massimo, che pensò di seguire Annibale senza affrontarlo in campo aperto e con Publio Cornelio Scipione, che portò effettivamente la cultura militare romana ad un nuovo livello, dimostrandosi capace di affrontare le tattiche del cartaginese.

Questa battaglia è un esempio del genio di Annibale che merita rispetto: Roma è stata grande ad avere il privilegio di affrontare un nemico del genere, conquistandosi la gloria di batterlo.