mercoledì 24 Giugno 2026
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La battaglia di Alesia. Giulio Cesare sottomette le Gallie

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La battaglia di Alesia è uno scontro avvenuto tra le legioni romane di Giulio Cesare nelle campagne galliche, e le tribù guidate dal Re degli Arverni, Vercingetorige.

Rappresenta una delle più grandi vittorie di Giulio Cesare: un avvenimento che consegnò definitivamente la Gallia nella mani di Roma e che cambiò per sempre il destino dell’Europa.

Le campagne in Gallia e l’arrivo di Vercingetorige

Quando Giulio Cesare decise di conquistare la Gallia, perseguì una campagna puramente imperialistica e fece coincidere all’espansione di Roma anche il suo tornaconto politico ed economico.

Nel corso delle campagne galliche, Cesare compì una serie di operazioni militari straordinarie ricordate ancora oggi come uno dei momenti più alti dell’organizzazione bellica di Roma.

Uno degli elementi fondamentali che gli garantirono il successo, fu il fatto che le tribù galliche, notoriamente divise tra di loro, non furono quasi mai in grado di organizzarsi a dovere, alleandosi talvolta con Roma e sostenendola dal punto di vista degli approvvigionamenti.

La conquista della Gallia sembrava un processo quasi concluso, almeno fino al 52 a.C quando avvenne un colpo di coda proprio nel momento in cui sembrava che tutte le tribù fossero state sottomesse: Vercingetorige, capo degli Arverni, riescì nell’intento di unire tutte le tribù galliche contro il nemico comune.

Vercingetorige utilizzò la tattica della terra bruciata, tagliando i rifornimenti alle truppe romane, anche se questo aveva un grosso costo per le stesse tribù galliche che dovevano bruciare i loro raccolti.

Fino al momento in cui ebbe un primo scontro con Cesare, a Gergovia, una zona molto ben fortificata e capitale della tribù degli Arverni.

Nonostante un assedio ben congegnato, Cesare subì uno smacco e fu costretto a ritirarsi, in quella che viene ricordata come la prima grande sconfitta di Cesare in Gallia.

In realtà, Vercingetorige avrebbe voluto continuare una guerra di logoramento, ma le instabili tribù galliche premevano per un confronto diretto, il che modificò pesantemente la strategia adottata fino a quel momento.

Allo stesso tempo, con la sua ben nota velocità, Cesare attaccò il cuore della rivolta gallica. Il campo di battaglia si spostò così verso Alesia, dove Vercingetorige si era bloccato e barricato con le sue truppe.

A questo punto, Cesare diede il via a uno dei più importanti assedi della sua carriera militare facendo costruire un’enorme serie di fortificazioni attorno alla rocca, la circonvallazione: strutture estremamente complesse che ancora oggi sono considerate un capolavoro d’ingegneria.

Vercingetorige tentò d’inviare contingenti di cavalleria per cercare di spezzare le linee romane, ottenendo solo una pesante sconfitta: resosi conto di aver bisogno di aiuto, inviò i suoi cavalieri a chiedere soccorso e milizie a tutte le altre tribù galliche.

Una vera e propria chiamata alle armi su vastissima scala.

Cesare capì che la situazione si era fatta molto particolare: mentre il suo esercito stava assediando Vercingetorige, tutte le tribù della Gallia stavano convergendo ad Alesia per colpirlo alle spalle.

Per questo motivo, decise di costruire un’altra serie di immani fortificazioni, stavolta per difendersi da un attacco esterno, chiamata controvallazione, per resistere all’orda barbarica che stava accorrendo in aiuto di Vercingetorige.

La doppia fortificazione non era un’idea di Cesare: era già stata utilizzata nell’assedio di Siracusa, diversi secoli prima. Ma nel caso di Alesia possiamo certamente dire che questa tecnica venne portata al suo massimo.

Una brutta pagina di storia merita di essere ricordata per ciò che concerne Alesia. Dopo le prime settimane di assedio, le donne e i bambini che si trovavano in città vennero cacciati fuori dalla roccaforte da Vercingetorige perché colpevoli di consumare cibo e acqua.

Cesare, per non correre rischi, decise di non accoglierli e una piccola massa umana rimase intrappolata in una zona franca fra i due eserciti.

Uno stallo che portò centinaia di persone a morire di fame tra le urla e la disperazione, davanti agli occhi impietosi di entrambi gli schieramenti.

Alesia. L’attacco di cavalleria

primo giorno battaglia alesia

Sono tre gli attacchi dei Galli che vennero scagliati ad Alesia: il primo avvenne di giorno e fu portato avanti prevalentemente dalla cavalleria.

Le truppe di Vercingetorige vennero schierate a occidente: la cavalleria fu intervallata dalla fanteria e dagli arcieri che insieme costituirono una linea di attacco importante e pericolosa.

Cesare rispose a questa linea di assedio con la sua cavalleria ingaggiando una battaglia feroce dove per tutta la giornata le forze si equivalsero in quanto a potenza d’attacco.

Il condottiero gallico fece partire allo stesso tempo un attacco dall’interno di Alesia verso l’esterno, ma l’iniziativa non ottenne i risultati sperati, giungendo in ritardo in battaglia.

Fu la cavalleria germanica, la più forte in assoluto tra le fila romane, a risolvere la situazione attaccando sul fianco le truppe galliche e costringendole alla ritirata.

Alesia. L’attacco notturno

secondo giorno battaglia alesia

La seconda battaglia sul campo di Alesia avvenne invece di notte: i galli aspettarono il favore delle tenebre per attaccare, proponendo essenzialmente lo stesso schieramento del primo “round”.

In questo caso, l’immenso attacco venne ammortizzato con difficoltà dai romani che si trovarono a dover difendere con tutte le proprie forze le fortificazioni.

Per tentare di distruggere questa barriera romana i galli utilizzarono di tutto: frecce, sassi, giavellotti. I soldati di Vercingetorige compirono molteplici attacchi simultanei in più punti, scatenando una risposta altrettanto forte da parte dei romani che risposero al fuoco utilizzando anche la loro temibile artiglieria.

Erano armi davvero micidiali: studi recenti hanno evidenziato come le biglie di ferro lanciate dalle fionde romane erano tranquillamente paragonabili a pallottole di una 44 magnum.

Anche nel corso di questa seconda giornata di battaglia, Vercingetorige cercò di attaccare dall’interno, ma di nuovo sbagliò i tempi: a rivelarsi ottimo alleato di Cesare, in una battaglia dove la crudeltà e la fierezza di entrambi i popoli la fecero da padrona, fu il sorgere del sole.

La luce permise ai romani di calibrare con maggiore precisione i propri colpi, costringendo i Galli a ritirarsi nuovamente.

L’attacco dal monte Rea

terzo giorno battaglia alesia

Il terzo e ultimo giorno di battaglia ad Alesia vide cambiare la situazione in campo: tutti, soprattutto le tribù galliche, si giocarono il tutto e per tutto.

Impegnandosi in un’attenta ricognizione delle fortificazioni romane, i Galli si accorsero che esisteva un punto debole finora non sfruttato: in corrispondenza del monte Rea, a nord delle fortificazioni romane.

Si trattava di un’altura così imponente e così alta, intervallata da fiumi, da non consentire il completamento della struttura di difesa nella zona settentrionale.

I capi galli decisero quindi di selezionare 60 mila tra i loro soldati più forti e coraggiosi e li posizionarono, nascosti, dietro il monte Rea per attaccare nel momento giusto.

Al terzo giorno di scontri si verificò un attacco multiplo: il primo avvenne, come sempre, ad occidente e frontale alle fortificazioni, il secondo da settentrione, dal Monte Rea, e proprio nel punto più debole della barriera romana.

Il terzo, dall’interno e portato avanti dallo stesso Vercingetorige e questa volta perfettamente sincronizzato.

Fu in questo momento che le difese romane iniziarono a scricchiolare seriamente.

Ma avvenne qualcosa d’incredibile che portò un esercito attaccato in tre punti e bisognoso di approvvigionamenti alla vittoria.

Giulio Cesare, che si trovava nella parte meridionale del territorio attorno ad Alesia, scese direttamente in campo.

Percorse tutta quanta la linea di fortificazioni di Alesia, incoraggiando, dando ordini ai centurioni e spronando i soldati fino ad arrivare proprio nella zona più calda dei combattimenti, davanti al monte Rea.

Il suo intervento personale fu decisivo: grazie anche alle truppe che lo accompagnavano e a quelle giunte sul campo ai comandi del suo braccio destro, Tito Labieno, Cesare riuscì a ribaltare la situazione, attaccando le fanterie scelte dei galli e costringendoli alla resa.

La resa di Vercingetorige e il trionfo di Cesare

Vercingetorige, secondo la tradizione, dopo aver indossato la sua corazza più bella, uscì con il suo cavallo e percorse solennemente un piccolo sentiero, avvicinandosi alle truppe romane che lo osservavano con estrema attenzione.

Il generale gallico, entrò nell’accampamento romano, compì tre giri attorno a Cesare, seduto vicino alla sua tenda. Poi, posizionatosi davanti al suo nemico esclamò: “Hai vinto un uomo forte, o uomo fortissimo”.

E gettò a terra le armi, rimanendo muto e accettando la sconfitta.

Il destino fu molto duro con Vercingetorige. Vide il suo popolo arrendersi ai romani, e rimase carcerato fino al ritorno di Cesare a Roma, quando, durante il trionfo, venne strangolato pubblicamente.

Il popolo gallico entrò negli anni successivi nell’orbita romana senza più la capacità di opporre una serie resistenza alle legioni romane.

Ma bisogna tributare a Vercingetorige il più grande onore delle armi, per essere stato uno dei nemici più forti che si contesero un posto nella storia con il grande Giulio Cesare.

Il Limes romano. Un confine psicologico e politico

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Tra i concetti più importanti e allo stesso tempo equivocati della storia romana vi è il cosiddetto “Limes”: il confine tra l’impero romano e il mondo dei barbari è molto di più che una semplice barriera fisica o geografica.

Siamo abituati a considerare il limes come ad un confine difensivo, creato dai romani per proteggersi dalle tribù oltre il muro. Ma in realtà, la sua funzione era molto più articolata.

Differenza tra Limes Romano e muri moderni

Il concetto moderno di muro è rappresentato da una costruzione che divide una zona in maniera netta: basta prendere ad esempio il muro di Berlino, che divideva fisicamente la Germania in due blocchi profondamente diversi.

In quel caso esisteva la parte occidentale e quella orientale, con differenti legislazioni e soprattutto con due organizzazioni politiche diverse.

Un altro muro “moderno” è quello che si trova al confine tra gli Stati Uniti e il Messico: qualcosa, anche in questo caso, che crea una separazione netta tra due società.

In realtà, il Limes romano aveva una funzione più profonda e costituiva un confine molto meno netto rispetto alla sua concezione moderna.

Un confine economico e psicologico

Il Limes Romano innanzitutto differiva per struttura: era formato da una serie di fortificazioni che nel corso dei decenni vennero aumentate di numero e furono collegate le une alle altre, e non da un unico muro di separazione.

La sua importanza non era legata al suo aspetto materiale ma al messaggio che era in grado di dare agli avversari di Roma.

Il Limes Romano era il confine oltre il quale le legioni romane decidevano deliberatamente di non spingersi. Un approccio che non dipendeva dalla impossibilità o incapacità dovuta ad avversari troppo forti o dalla paura di spingersi all’interno di zone inesplorate.

Si trattava puramente di una decisione pratica: quello era il limite oltre il quale inviare delle legioni sarebbe stato troppo costoso. E la sicurezza dei confini poteva essere ottenuta con altri metodi più economici, diversi dal dispiegamento fisico dei soldati.

Pur senza l’invio dei legionari, l’influenza dell’Impero non si esauriva con la mancanza di presenza fisica, ma continuava a farsi sentire attraverso la politica e la forza psicologica.

Il primo strumento era senza dubbio quello degli stati cuscinetto: territori nei quali gli avversari di Roma sapevano che non sarebbe stato conveniente attaccare nè transitare, pena l’intervento dell’esercito romano con spedizioni punitive.

Non bisogna poi dimenticare che vi erano interi regni e tribù governati da persone gradite al Senato e all’amministrazione romana, i classici “protettorati” che pur non essendo parte dell’Impero, ne rendevano possibile un’espansione “psicologica” nei confronti dei nemici.

Un ulteriore strumento era quello della cosiddetta “politica del terrore”, un approccio con cui si influenzano le dinamiche dei popoli esterni attraverso la paura o la minaccia che le truppe dell’impero intervengano per proteggere le tribù amiche.

Dei confini molto più vasti

Roma si espandeva politicamente e psicologicamente ben oltre il suo Limes fisico, grazie agli stati cuscinetto, con i protettorati e più generalmente con la cosiddetta deterrenza psicologica: mezzi molto più economici e sostenibili rispetto a continue guerre di conquista o di riaffermazione del controllo militare.

Il Limes era quindi un confine poroso che risultava essere più comodo e funzionale rispetto a un muro che avrebbe necessitato di un’importante manutenzione e una difesa che avrebbe richiesto l’intervento di troppe forze, con conseguenti perdite economiche per l’Impero.

Il Limes Romano non era quel “muro” oltre il quale Roma non esisteva più: l’Urbe riusciva ad estendersi ben oltre quelli che erano i suoi avamposti più distanti.

E lo faceva con uno strumento “misto”, molto più comodo per i romani rispetto ad esempio alla Muraglia Cinese, che al contrario, necessitava di un dispiego di forze imponenti e aveva alti costi di gestione.

I giochi gladiatori dell’antica Roma. Che senso avevano?

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Una delle cose per le quali Roma e il suo Impero sono conosciuti in tutto il mondo sono certamente i giochi gladiatori: si tratta di una manifestazione della cultura romana tra le più riconoscibili, anche grazie alle numerose rappresentazioni moderne di film e serie televisive.

Il senso dei giochi gladiatori

Per scoprire i più famosi e influenti gladiatori basta cercare sui libri di storia, ma quel che è interessante è approfondire il senso dei giochi gladiatori per i romani.

Considerarli come un semplice esempio d’intrattenimento è riduttivo: non bisogna dimenticare che i Romani sono stati un popolo civile e straordinariamente avanzato rispetto ai loro tempi.

Spesso gli storici si sono chiesti come è possibile che una civiltà per certi versi così raffinata, si sia abbandonata a degli spettacoli così truculenti, pieni di sangue e di morte, dando spazio ad un mondo così “carnale” e animalesco.

La risposta a questa curiosità può essere estrapolata direttamente dalla storia romana e dall’organizzazione della sua società.

Sono quattro i principali motivi alla base dell’organizzazione dei giochi gladiatori.

I giochi gladiatori come mezzo d’informazione

Il primo motivo era legato alla necessità di informare la popolazione sui fatti storici: ai tempi dei romani, spiegare al grande pubblico gli avvenimenti più salienti, come lo svolgimento di una campagna militare, l’andamento di una battaglia o il racconto di una spedizione, non era semplicissimo.

Attraverso i giochi gladiatori si poteva ricostruire un avvenimento storico che sarebbe stato recepito da migliaia di persone in un solo momento.

Non potendo contare sui mass media, i romani puntavano sulla ricostruzione di grandi avvenimenti all’interno di un anfiteatro: la necessità di informare e raccontare era certamente la prima ragione della presenza di questi giochi.

Un modo per rassicurare il popolo

Il secondo motivo dell’esistenza dei giochi gladiatori è da legare al bisogno di rassicurare la popolazione.

Noi oggi conosciamo le caratteristiche di tutto il nostro globo: i continenti, i mari, i deserti, i popoli.

I romani, invece, avevano sì conquistato enormi porzioni del Mediterraneo, ma vivevano in una zona della terra fortemente circoscritta.

Intuivano la presenza di altri continenti, ma non ne conoscevano l’esatta estensione nè le caratteristiche. E da questo scaturivano diverse paure, legate ad animali sconosciuti, a popoli agguerriti e terribili, che potevano mettere a rischio la sicurezza dell’impero.

I giochi gladiatori servivano così a dimostrare la potenza di Roma, a spiegare quanto Roma fosse forte e stabile e quanto fosse in grado di difendersi da pericoli sconosciuti.

Ci può sembrare strano, ma in realtà, anche noi, oggi, viviamo lo stesso sentimento e abbiamo bisogno delle stesse rassicurazioni.

Abbiamo esplorato tutto il mondo ma non conosciamo fino in fondo l’universo: riusciamo ad osservare il nostro sistema solare e le galassie, ma non sappiamo esattamente fin dove si spinga il cosmo e cosa vi si trova.

E abbiamo paura degli alieni.

Da questa paura e dalla necessità di rassicurazione, nascono i film nei quali gli alieni invadono la Terra e l’umanità, grazie all’intelligenza, con l’arguzia e con la capacità di collaborare e di superare le divisioni, sconfigge il pericolo.

Basandosi sullo stesso concetto, i giochi gladiatori servivano ad esorcizzare la paura dell’ignoto.

L’espressione dei valori

ragioni dietro giochi gladiatori

La terza ragione che spiega l’esistenza di questo fenomeno, a prescindere dalla sua truculenza, è la volontà di condivisione di valori. Attraverso i combattimenti venivano tramandati i valori di coraggio, forza e resistenza, di cui i gladiatori erano straordinari esempi.

E quei valori, quegli esempi, erano poi di ispirazione per la vita di tutti i giorni.

Cosa avrebbe potuto dire una madre prima di mettere a letto suo figlio piccolo? “Sii coraggioso come lo è stato Spartaco nell’arena, che non ha avuto timore e ha vinto, non avere paura del buio!”

I gladiatori nell’antica Roma erano così delle vere e proprie celebrità ed esempi valorosi per la popolazione. Entravano facilmente nell’immaginario collettivo che si affezionava a loro come ad idoli.

La condivisione del potere e la distrazione delle masse

Il quarto e ultimo motivo alla base dell’esistenza dei giochi gladiatori era quello della condivisione del potere: una ragione molto valida perché sfruttando la visibilità dei giochi, sia l’imperatore che i governatori delle Province potevano farsi vedere dal popolo e creare un rapporto di fedeltà basato sulla condivisione.

Quando l’imperatore o il governatore chiedevano alla folla che cosa dovevano fare, se lasciare in vita oppure lasciar morire un gladiatore sconfitto, facevano sentire alle persone che avevano voce in capitolo, che venivano ascoltate e che contavano nella società.

I giochi gladiatori e le dinamiche che si instauravano con il pubblico si rivelavano così uno degli strumenti di consenso più facili da sfruttare.

Ma non solo: i giochi gladiatori erano anche un importante strumento di controllo del popolo.

Come capì perfettamente Ottaviano Augusto, con la sua politica del “Panem ed Circenses” (Cibo e giochi), l’organizzazione di spettacoli serviva a deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle attività politiche.

Era un enorme mezzo di distrazione delle masse, o, in momenti particolarmente difficile, un metodo per convogliare lo scontento e il furore del popolo, in modo tale da abbassare il pericolo di rivolte e contestazioni.

L’antica Roma e la guerra giusta, il Iustum Bellum

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Uno dei concetti più importanti e significativi del pensiero romano è certamente quello della “guerra giusta” o “Iustum bellum”.

Nel corso della storia, vi sono state guerre condotte per puro imperialismo, mentre altre, come quella che ha portato alla liberazione dal regime nazifascista, considerate guerre assolutamente necessarie e corrette.

Quale valore aveva questo concetto per i romani?

Una decisione ponderata

Roma credeva nella guerra giusta, ma per comprenderne a fondo le ragioni bisogna osservare le cose con la loro mentalità e immergendosi nel loro tempo.

Per prima cosa doveva esistere un concreto e verificabile pericolo per il popolo romano: altrimenti, scatenare una guerra non avrebbe avuto senso, tenendo conto del fatto che vi doveva essere il via libera del Senato.

Inoltre, i romani ritenevano fondamentale evitare, quando possibile, il conflitto e il primo passo era quello di avviare delle trattative: il potenziale nemico doveva avere la possibilità  di arrendersi o accettare un accordo equilibrato.

In questo senso, l’inviolabilità degli ambasciatori era riconosciuta come parte integrante del diritto di guerra, e arrecare danno ad un emissario era considerato un atto di gravissima viltà e scorrettezza.

Inoltre, anche in caso di ferrea determinazione ad avviare una guerra, i romani stabilivano di attendere almeno 30 giorni per essere certi che non si trattasse di una “reazione” che nasceva dal furore del momento o da rabbia e concitazione.

La guerra doveva essere una decisione fredda e ragionata, e realizzata in accordo con gli Dei, il che presupponeva da parte dei romani anche tutta una serie di riti.

Soprattutto in quella che è stata la prima parte della storia romana, vi erano una serie di adempimenti religiosi da seguire e una delle tradizioni più famose e rispettate era quella di scagliare, simbolicamente, una lancia nel territorio nemico.

Un codice di onore

Regole e tradizioni dovevano essere rispettate anche nel corso della guerra stessa: ad esempio, dopo una battaglia ci si poteva accordare con il nemico per la restituzione dei rispettivi ostaggi.

E se una delle due parti aveva più ostaggi dell’altra, era previsto un pagamento in denaro per compensare la differenza degli uomini.

Caso emblematico, la conquista di una città: prima dell’assedio bisognava dare al nemico la possibilità di arrendersi e di contrattare, attraverso ambasciatori, sempre intoccabili.

Inoltre, solo quando l’ariete toccava per la prima volta la porta o le mura gli attaccanti erano autorizzati, conquistata la città, a compiere violenza.

Quando i romani conquistavano una cittadina, al pari di altri popoli, non facevano mancare razzie, stupri ed omicidi, che erano concepiti per eliminare le ultime sacche di resistenza e per sfogare il grandissimo carico di violenza accumulata nei soldati.

Ma una volta fatta propria la città, non vi era un ladrocinio indiscriminato delle ricchezze, ma una raccolta e una distribuzione regolata del bottino secondo il merito e i gradi oltre a precise punizioni, per chi non si era comportato valorosamente.

Il popolo romano, nonostante la sua brutalità, cercava così di regolarizzare e legalizzare la guerra.

L’avanguardi del pensiero romano

Ecco quindi che la guerra era giusta per i cittadini di Roma quando si seguivano le regole: si trattava di un atteggiamento che nel mondo antico era presente solamente presso i romani.

Ovviamente in alcuni casi le norme sono state “stiracchiate”o aggirate per consentire ad una battaglia di conquista di rientrare in parametri accettabili: qualcosa che accadde in particolare durante il periodo di imperialismo romano, che intercorse dalla guerra contro Pirro fino a Teutoburgo.

Ma eccetto una porzione di tempo relativamente circoscritta, il concetto di Iustum Bellum è un motivo ricorrente che è possibile incontrare per la stragrande maggioranza degli undici secoli della storia di Roma.

E’ qui che si può trovare la differenza tra il pensiero romano e quello dei barbari o di altri popoli: questi non si ponevano nessun particolare problema morale.

In altre parole, gli altri popoli antichi, non si chiedevano se la guerra che stavano facendo fosse “giusta” e se vi fosse una motivazione legittima per combattere rispetto ad una semplice volontà di saccheggio.

Essenzialmente, il barbaro faceva quello che risultava più conveniente.

Ciò che distingueva i romani dagli altri era questa necessità di legalizzare qualsiasi azione, anche se si trattava di attuare qualcosa d’immorale.

Era questo atteggiamento a costituire la base del pensiero romano e a generare il vastissimo ed articolato diritto che ancora oggi conosciamo.

Il razzismo nell’antica Roma. C’erano neri nell’esercito romano?

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Un articolo sulla cultura dell’antica Roma fece discutere qualche tempo fa: Mary Beard, una delle più conosciute esperte globali della materia, scrisse che la società romana era con molta probabilità mista più di quanto si credesse e che all’interno dell’esercito romano vi fossero delle persone di colore.

Un dibattito delicato

Una posizione che le costò a suo tempo un vero e proprio linciaggio su Twitter. Nello specifico la classicista di Cambridge parlava di famiglie di origine africana e sub sahariana, difendendo un cartoon andato in onda sulla BBC nel quale veniva rappresentata in Britannia la presenza di soldati e centurioni di colore.

Nel suo esporre, Mary Beard sostenne che non era data sapere la percentuale di questi uomini, ma che era da considerare come scontata, dato il principio di assimilazione tipico dei romani.

Una posizione, quella dell’esperta, che è stata ovviamente sfruttata e strumentalizzata sia da chi nell’Inghilterra della Brexit era anti-immigrazione, sia da chi sosteneva il principio opposto.

È necessaria quindi una spiegazione tecnica storica e bilanciata.

La capacità di assimilazione della cultura romana

Potevano esserci dei neri tra le fila dell’esercito romano? La risposta è assolutamente si: i romani non erano affatto razzisti e non avevano nessun preconcetto razzista.

Un detto dell’antica Roma, legato alla fondazione della città recitava così: “Romolo ebbe per suoi concittadini coloro che fino a poco tempo fa erano suoi nemici”.

Un proverbio che illustra con semplicità come il romano sia in grado di superare le differenze e integrare.

Partendo da un punto di vista puramente storico, Roma è stata fin dalla sua nascita l’unione di tre tribù diverse e non ha avuto nessun problema a integrare popoli differenti in tutta la sua storia, eccetto un periodo di chiusura di circa 150 anni basato su motivazioni politiche e non razziali.

Roma ebbe addirittura un imperatore libico, Settimio Severo, e uno arabo a mille anni dalla sua fondazione, Filippo l’arabo: segno questo di un popolo che non era assolutamente razzista, sebbene potesse avere pregiudizi iniziali su coloro che non erano parte dell’Impero.

Quello del razzismo era un problema che sostanzialmente non si ponevano: le loro divisioni si sono sempre basate sul censo, sul comportamento, sul peso politico e altre differenze di stampo sociale, mai di tipo razziale.

Ecco quindi che non ci sarebbe stato nessun tipo di problema ad avere un soldato nero nell’esercito: bisogna riconoscere ancora una volta ai romani il fatto di essere enormemente avanti sotto anche questo aspetto rispetto alla società attuale.

Legionari di colore? Pochi per motivi demografici

È importante però non eccedere nemmeno in senso opposto: è difficile infatti storicamente asserire che vi fossero decine e decine di centurioni o soldati di colore fino in Britannia, per il semplice fatto che i neri provenienti dal ceppo subsahariano, che i romani definivano etiopi, erano molto pochi rispetto al resto della popolazione romana.

I romani infatti si sono espansi in Africa solo sulla costa settentrionale sebbene abbiano avuto contatti con i popoli del Sahara: con i Garamanti in particolare combatterono per un certo periodo di tempo prima di rinunciare alla conquista per evitare dispendio di risorse e di uomini.

I legionari romani di colore quindi, furono pochi per ragioni logistiche e demografiche, ma ci furono.

Come al solito la realtà sta nel mezzo: i romani non erano razzisti e non ci sarebbe stato nessun tipo di problema ma la presenza di legionari neri all’interno dell’esercito sarà sicuramente stata molto esigua.

Roma, i Galli di Brenno e il soldato galleggiante

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Si tramanda una storia curiosa dai tempi antichi, ovvero quella di un romano che attraversò il Tevere in maniera innovativa: si trattava di Ponzio Cominio e che divenne, nel vero senso della parola, un soldato galleggiante

Il sacco di Roma del 390 a.C.

Quest’uomo può essere definito uno straordinario inventore, soprattutto se si pensa all’epoca storica nel quale è vissuto, ovvero intorno al 390 a.C. .

Quell’anno i Galli senoni, guidati da Brenno, scesero in Italia partendo dall’odierna Francia e misero a ferro e fuoco ogni citta italica incontrata sul loro percorso.

I romani in tale situazione peccarono di superbia, pensando di poter vincere Brenno senza particolari problemi: addirittura un paio di ambasciatori si incontrarono con il comandante gallico prima dell’attacco.

Gli emissari avevano un atteggiamento tracotante, prepotente: lo presero addirittura in giro pensando di poterlo battere facilmente.

Lo scontro arrivò velocemente tra le due parti e i romani, che pensarono di poter vincere a mani basse, inviarono due legioni di soldati la cui organizzazione, non adeguata, si basava ancora sull’antico modello greco: ecco quindi che i Galli di Brenno, potenti, alti e forzuti travolsero gli avversari romani, ancora molto immaturi nell’arte della guerra.

Questo diede modo a Brenno di assediare Roma, arrivando addirittura a imporre agli abitanti di pagargli un peso in oro enorme per poter liberare la città.

Come riuscirono i romani a liberarsi dei galli invasori?

L’Intervento di Furio Camillo e il soldato galleggiante

A cambiare le carte in tavola fu l’intervento di Furio Camillo, già protagonista della presa di Veio, città vicino Roma: un grande stratega e uomo potente che era stato cacciato dall’Urbe perché divenuto troppo ricco e popolare.

“Non con l’oro ma con la spada si riscatta la propria patria” sarebbe stata la frase di Camillo, passata alla storia, cui seguì un sanguinoso scontro fuori dalle mura di Roma, che convinse i galli ad abbandonare il Lazio.

Questo è contesto storico in cui si verifica la storia curiosa e simpatica di Ponzio Cominio. Nel corso dei combattimenti tra romani e galli, a un certo punto, un soldato romano ricevette l’incarico di consegnare un messaggio al suo comandante.

Per farlo doveva attraversare il Tevere, un fiume ai tempi grande e ghiacciato, caratterizzato da acque insicure e difficile da passare a nuoto. Soprattutto con un’armatura di ben 11 kg a protezione della quale non ci si può disfare senza sottoporsi a un eccessivo pericolo.

Non è dato sapere se gli sia stato suggerito o sia stato lui stesso a idearlo, ma Ponzio Cominio mise a punto e indossò una copertura posticcia ma efficace: una sorta di gilet completamente fatto di sughero, da indossare sotto l’armatura.

Il sughero è un legno leggero, capace di galleggiare bene sull’acqua senza pesare ulteriormente.

Questa straordinaria trovata, permise al legionario di galleggiare come se indossasse un salvagente, consentendogli di attraversare il Tevere con facilità e portare il messaggio al suo comandante.

Una trovata geniale che è giusto che venga tramandata ancora dopo duemila anni, grazie al racconto di Plutarco che cita Ponzio Cominio nelle sue “Vite Parallele”, un’opera ricca di interessanti episodi della storia romana.

La battaglia di Adrianopoli – 378 d.C – Il collasso di Roma

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La battaglia di Adrianopoli è stata una tappa fondamentale della storia romana: segna infatti il momento in cui l’impero romano d’occidente non è più in grado di difendersi militarmente e non riesce più a imporre un processo di romanizzazione graduale, che era sempre stata la chiave per gestire con successo le diverse popolazioni.

I goti chiedono di entrare nell’Impero Romano

Nel 376 d.C.  gli Unni, spostandosi dall’attuale Ungheria verso l’Europa, spinsero i Goti fuori dal loro territorio originario, fino a portarli ai confini dell’Impero Romano d’Oriente.

La popolazione gota collaborava e commerciava con i romani da decenni: ecco perché, spinti dagli Unni fino al Danubio, considerato da sempre un limite naturale tra barbari e romani, i goti chiesero all’imperatore Valente di poter entrare nel territorio dell’impero.

Valente accettò, pensando che l’entrata dei Goti nel territorio romano avrebbe risolto due problemi allo stesso tempo: quello della pressione sulle frontiere, che si sarebbe dissolta, e quello della mancanza di forza lavoro e di nuove reclute per l’esercito, garantite dagli stessi Goti.

La prassi romana consentiva l’entrata di nuovi popoli all’interno dei confini, con delle condizioni: Valente pretese dai Goti l’abbandono delle proprie armi e la conversione al Cristianesimo, religione ufficiale.

Per poter coadiuvare queste operazioni l’imperatore Valente investì un primo ingente capitale e diede compito ai generali romani di offrire ai migranti un primo sostentamento, lasciando loro il compito di gestire l’approvvigionamento.

Ma i comandanti romani dapprima intascarono tutti i soldi stanziati da Valente e in secondo momento iniziarono ad estorcere altro denaro ai Goti, obbligandoli a consegnare i propri averi. La situazione si fece così disperata che i Goti arrivarono a vendere i loro figli come schiavi per pagare e ottenere quel minimo necessario per sopravvivere.

I barbari vennero così portati alla disperazione, e non vennero nè disarmati nè registrati: quella che doveva essere una immigrazione controllata si trasformò in un esodo incontrollato e ingestibile a causa della corruzione dei generali romani.

Iniziarono a esserci le prime tensioni e i primi conflitti.

Vi sarebbe ancora la possibilità di trovare un accordo: a tal ragione si organizzò un incontro tra i generali romani, tra cui spiccava Lupicino che era il comandante in capo di quella zona e i Goti capeggiati da Fritigerno. Nel corso del banchetto però i romani tentarono di avvelenare quest’ultimo senza riuscirci e da qui la situazione degenerò inesorabilmente.

La devastazione dei Goti

Inizia lo scontro: i Goti, che a questo punto erano una vera e propria massa umana in termini numerici, iniziarono a devastare tutto quello che trovarono davanti a loro, saccheggiando le città di confine. Lupicino cercò di fermarli dapprima a Marcianopoli (odierna Bulgaria) ma venne sonoramente sconfitto sul campo.

I Romani si barricarono allora sulle montagne dei Balcani, cercando di tenere i Goti bloccati nella pianura e di sfiancarne la resistenza, complice l’imminente arrivo dell’inverno.

Ma l’incapacità dei diversi comandanti di coordinarsi, seguendo una strategia unica, costrinse i romani ad arretrare, soprattutto nel momento in cui ai barbari si aggiunse anche la popolazione degli Alani, originari dell’Iran, conosciuti per essere particolarmente bellicosi e guerrafondai.

L’ultimo baluardo di resistenza, fu l’intervento personale dell’imperatore Valente, che si mosse con un esercito abbastanza imponente e affrontò i goti ad Adrianopoli, odierna Turchia.

Battaglia di Adrianopoli: lo schieramento

La battaglia di Adrianopoli nel 378 d.C. vede scendere in campo direttamente l’imperatore Valente con ulteriori forze militari in un disperato tentativo di sconfiggere i Goti. Il reggente, che potrebbe decidere di attendere gli aiuti da parte dell’imperatore d’occidente Graziano decide invece di attaccare da solo.

Le motivazione sono duplici: da un lato l’emergenza in atto, dall’altro la volontà di non condividere la gloria nè il potere con il collega d’occidente.

La battaglia di Adrianopoli dal punto di vista tattico non è molto complicata da comprendere.

Ciò che appare abbastanza chiaro è che i maggiori nemici dei romani furono la mancanza di coordinamento, unita a una forte mancanza di disciplina e a una inferiorità numerica sensibile.

Lo schieramento dell’imperatore Valente nello scontro vide la fanteria posta al centro del campo di battaglia con la cavalleria disposta sia a destra che a sinistra.

Fritigerno, il capo dei Goti, posizionò anch’esso la sua fanteria al centro ma circondandola, come prevedeva la tradizione gota, da carri. In questo modo il cuore del suo esercito era coperto da una efficace cortina di protezione rendendo possibile lo schieramento della cavalleria di sinistra nonostante quella di destra fosse fuori posizione perché ancora a caccia di approvvigionamenti.

Cercando di prendere tempo per consentire il rientro di parte della cavalleria, Fritigerno mandò degli emissari a conferire con l’imperatore Valente.

Battaglia di Adrianopoli: lo scontro

Ma accadde un fatto del tutto imprevisto, e dovuto alla poca coesione dell’esercito. La cavalleria del lato destro dei romani, convinta di avere un’occasione propizia per bucare lo schieramento nemico, decise di sua iniziativa di attaccare la controparte gota.

È così che ha inizio la battaglia di Adrianopoli. Fin da subito i romani ebbero la peggio: l’ala destra della cavalleria pesante, che pensava di poter essere vincente, venne subito costretta ad arretrare.

Una situazione simile accadeva sull’ala sinistra, dove i cavalieri romani scelsero di attaccare i carri centrali a protezione della fanteria gota, fallendo quasi subito nel loro intento.

Il ritorno della parte di cavalleria gota in ricognizione, colse i loro avversari in contropiede.

Con il totale fallimento della battaglia sui lati di cavalleria, la fanteria romana, disposta al centro, si trovò così totalmente scoperta sui fianchi: fu facile per i goti accerchiarla e dare inizio a un vero e proprio massacro.

È importante ricordare in tal senso che le truppe romane del tardo Impero sono molto simili per struttura ed equipaggiamento a quelle medievali: niente di comparabile con la leggerezza e la potenza che aveva sempre contraddistinto l’esercito di Roma.

Valente fu gravemente ferito e trasportato d’urgenza nella sua tenda da campo. Ma, secondo le fonti, i Goti, ignari della presenza dell’imperatore, appiccarono il fuoco, uccidendolo.

Le conseguenze

La battaglia di Adrianopoli è una delle peggiori sconfitte di Roma, non solo dal punto di vista bellico.

Come il collega Alessandro Barbero ha fatto notare, la più importante conseguenza di questo conflitto riguarda uno stacco netto che viene a crearsi.

Se prima le popolazioni barbare per entrare nel territorio dell’impero dovevano registrarsi, abbandonare le armi e “farsi romani”, secondo il noto processo di romanizzazione, con diritti e doveri ben precisi, dopo Adrianopoli la situazione era radicalmente cambiata.

Dopo questo “passaggio”, Roma non era più in grado di difendersi militarmente e le nuove popolazioni rimanevano estranee, non correttamente assimilate, nel territorio romano.

La corruzione, l’incapacità di gestione della popolazione da parte dei generali, lo sfruttamento massiccio, fino alla creazione di vere e proprie catastrofi umanitarie, diede modo ai barbari avviare il processo di sfaldamento della società romana dall’interno.

Gli ottimati e i popolari nella politica di Roma Antica

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Gli ottimati (Optimates) e Popolari (Populares) erano due fazioni politiche che hanno caratterizzato la storia di Roma antica, a cui sono appartenuti, alternativamente, i più grandi personaggi romani.

È semplice cadere nell’errore di categorizzare ottimati e popolari in una lotta di ricchi contro poveri: in realtà, c’è molto più di questo nel loro opporsi.

O ancora, eseguendo un parallelismo sbagliato con i giorni nostri, alcuni pensano che gli optimates possano corrispondere a partiti di “destra” come Forza Italia e o la Lega e i populares a partiti di “sinistra” come il PD o Rifondazione Comunista: una comparazione completamente errata.

Per capire bene il perché di questo rapporto burrascoso tra le parti è importante comprendere qual è la differenza fra queste due espressioni della politica romana.

È importante fare chiarezza e per riuscire bisogna abbandonare ogni riferimento alla politica attuale: quello degli ottimati e dei popolari era un mondo totalmente avulso da quello moderno.

Chi sono gli optimates

Gli ottimati sono coloro che discendono dalle famiglie che hanno fondato Roma, e che hanno una storia familiare e una tradizione politica importante.

Proprio per via del loro lignaggio hanno quindi una preparazione, una cultura e una capacità politica, almeno in linea teorica, superiore: sono in possesso di tutta una serie di strumenti e di conoscenze che permettono loro di fare politica avendo voce in capitolo.

Il loro fare politica, in teoria, rappresenta il “bene di Roma”, ovvero quelle azioni che sostengono la Repubblica e il suo benessere sul lungo termine.

Gli optimates sono coloro che lavorano per ottenere risultati duraturi ma questo non cancellava il fatto che rappresentassero un sistema oligarchico e fossero componenti delle famiglie più ricche e più potenti di Roma.

Sono gli aristocratici, il ceto dominante, e dunque quello che “merita” di guidare Roma.

Questo non toglie che un ottimate potesse avere fra le sue clientele, ovvero una rete di persone legate da vincoli commerciali o finanziari, ogni tipo di persone, anche dei poveri.

Chi sono i populares

I populares sono al contrario persone che prima di tutto non hanno “precedenti politici”.

Ci sono ovviamente delle eccezioni: Cicerone, ottimate, non aveva una storia politica precedente, ma in linea di massima il popolare è molto spesso l’“Homo Novus” ovvero una persona che non ha mai avuto una tradizione nobiliare o politica e che per la prima volta scende in campo.

I popolari non hanno una vera e propria esperienza: la loro preparazione è cresciuta attraverso la partecipazione alle assemblee cittadine.

Non sono spesso persone di cultura, non conoscono il greco e la filosofia. In linea teorica sono più “grezzi” e rappresentano il popolo: a partire dal senzatetto e dai poveri, passando per il ceto medio e arrivando a persone che sono anche ricchi commercianti o piccoli imprenditori ma che non fanno parte della nobiltà per tradizione familiare.

Cosa facevano quindi i populares? Portavano avanti le istanze e i bisogni delle masse cittadine e di tutti i “non nobili”.

L’atteggiamento “populistico” era diffuso tra di loro: attraverso misure atte ad ottenere un consenso facile, facevano presa sulle masse e utilizzavano l’opinione pubblica per farsi strada in politica.

Similmente a prima, tra i sostenitori e nelle clientele dei popolari si potevano incontrare non solo dei poveri ma anche dei ricchi. Basti pensare a Caio Gracco, straordinario leader populares, ma che tra i suoi clienti aveva addirittura il Re di Pergamo.

Chi prevalse tra ottimati e popolari?

Nella millenaria storia romana, il conflitto fra ottimati e popolari non si sedò mai del tutto.

Possiamo dire che gli ottimati dominarono la prima parte della storia repubblicana, toccando l’apice assoluto con la dittatura e le riforme di Cornelio Silla ottenute da quest’ultimo proprio grazie alla vittoria contro il leader populares, Caio Mario.

I populares ebbero però la loro rivincita con Giulio Cesare e il nipote Ottaviano Augusto. Sicuramente i popolari riuscirono a scrivere la storia della parte finale della Repubblica romana e dell’alto impero.

Le differenze si acuirono ma diversificarono nel periodo del tardo impero.

Gli ottimati si trasformarono in una casta di privilegiati del tutto incapaci di gestire la politica e preoccupati solamente del loro benessere personale, mentre i populares vennero rappresentati da alcuni imperatori che cercarono di redistribuire la ricchezza o eseguire delle riforme sociali.

La battaglia di Pidna. Emilio Paolo sconfigge Perseo

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La battaglia di Pidna è uno scontro tra le legioni romane guidate dal console Lucio Emilio Paolo e il sovrano macedone Perseo, dove le legioni romane inflissero una sonora sconfitta a loro avversario decretando il tramonto della potenza della falange macedone e la definitiva entrata di Roma in tutta la penisola balcanica.

La prima e la seconda guerra macedonica

I rapporti tra i romani e i macedoni erano cominciati diversi secoli prima, ma nei decenni precedenti si era arrivati più volte allo scontro armato. Nel corso della Prima guerra macedonica (214 – 205 a.C) Roma era impegnata nella seconda guerra punica e con la calata di Annibale nella penisola italiana.

L’ipotesi di un’alleanza tra Filippo V, Re di Macedonia e Annibale, preoccupava particolarmente lo Stato maggiore dell’esercito Romano, e dunque il Senato attivò un gioco di alleanze e contro alleanze con le diverse popolazioni greche, perennemente in lotta fra loro.

Venne intrapresa la famosa politica del “Divide et impera”: l’obiettivo principale era quello di mantenere la calma e di non aprire un nuovo fronte di guerra nel momento meno opportuno. L’operazione andò a buon fine.

Gli scontri ripresero nel corso della seconda guerra macedonica (200 – 197 a.C), quando il sovrano di Macedonia Filippo V dimostrò di avere delle mire espansionistiche importanti e andò allo scontro diretto con il popolo romano.

Se i primi generali inviati contro Filippo non ebbero particolare successo e le campagne furono inconcludenti, la storia cambiò con l’entrata in gioco di Tito Quinzio Flaminino, un generale di grandissima capacità che dimostrò di avere una profonda conoscenza dell’ecosistema della Grecia e della Macedonia.

Filippo V e Tito Quinzio Flaminino si incontrarono nella battaglia di Cinocefale, dove le legioni romane, con la loro velocità e mobilità, riuscirono a sconfiggere la terribile falange macedone: i risultati furono l’occupazione militare da parte dei romani di alcuni punti strategici della Macedonia e l’avvio di una serie di rapporti commerciali e di clientele, dove i romani erano particolarmente efficienti.

La terza guerra macedonica

Nel corso del tempo, Filippo V iniziò addirittura a collaborare con i romani, ma qualche anno dopo, suo figlio Perseo attivò una politica estera aggressiva, con l’obiettivo di riconquistare il potere militare perduto e riottenere il dominio sulla Macedonia e sui Balcani.

I romani non potevano accettare delle nuove espansioni ai danni delle loro clientele. Se la repubblica romana, nella prima fase della terza guerra macedonica, tergiversò senza riuscire ad arrivare a scontri decisivi, la storia ebbe una nuova svolta con la comparsa del console Lucio Emilio Paolo, che fu incaricato di guidare la guerra contro Perseo.

Si tratta di uno scontro tra due modi di fare la guerra diversi. Le legioni avevano dalla loro una grandissima mobilità e velocità di spostamento e si adattavano facilmente a tutti i tipi di terreno, ma si trovavano di fronte alla famigerata falange macedone, che nonostante una mobilità minore, con la sua formazione estremamente fitta e impenetrabile di lance o “sarisse”, costituiva un pericolo micidiale per chiunque gli si fosse parato davanti.

All’alba del 22 giugno 168 a.C, nei pressi del Monte Olimpo, Perseo e Lucio Emilio Paolo arrivarono alla resa dei conti.

Battaglia di Pidna: disposizione iniziale

La disposizione iniziale della compagine romana prevedeva le legioni al centro dello schieramento. Sulla parte destra, tradizionalmente quella più forte in ogni disposizione, vennero posizionati gli alleati italici e di fronte a loro una fila di elefanti per sfondare più facilmente e velocemente l’avversario. Sulla sinistra, gli alleati greci: secondo alcune fonti le ali sarebbero state rinforzate con della cavalleria.

La disposizione di Perseo era abbastanza speculare. Al centro, direttamente contro le legioni, i 3000 uomini che corrispondevano alla falange macedone e che avevano il compito di bucare il centro dello schieramento romano.

La parte sinistra, quella più debole, era costituita dagli ausiliari mentre la parte destra era decisamente più forte. Perseo, con i suoi uomini di cavalleria e la sua guardia personale, si posizionò sul lato destro, sfruttando al meglio la visuale sul campo di battaglia.

La battaglia di Pidna: lo scontro

Nel momento in cui le due formazioni avanzarono l’una contro l’altra, gli alleati greci ed italici tentarono di disinnescare il pericolo costituito dalle sarisse macedoni, cercando di mozzare le lance con le spade o di strapparle ai loro nemici per disarmarli.

Ci furono alcuni atti eroici: alcuni legionari saltarono addosso alle lance per superare la fila delle sarisse e attaccarono direttamente il nemico. Ma questa prima offensiva Romana non ebbe successo. Quel nugolo di lance appariva impenetrabile e terribile. Lo stesso Emilio Paolo, ammise di aver provato paura di fronte ad una vista tanto terribile.

A questo punto, il Generale romano concepì una ritirata strategica: i legionari si allontanarono dal campo di battaglia per rifugiarsi verso una posizione sopraelevata, arretrando lentamente ed ordinatamente.

Perseo, cogliendo la debolezza dell’avversario, diede ordine al proprio esercito di avanzare per incalzare il nemico… e qui accadde un fatto che cambiò completamente le sorti della battaglia.

Procedendo contro i romani, il terreno su cui la falange macedone si muoveva iniziò a cambiare: non più un suolo omogeneo e compatto, ma abbastanza impervio e diseguale. La formazione macedone iniziò quindi ad allargarsi e a disgregarsi fino al formarsi di veri e propri buchi tra i reparti.

Paolo, intuendo immediatamente la vulnerabilità del nemico, diede ordine i suoi legionari di attaccare e di infilarsi negli spazi tra un gruppo e l’altro dei soldati macedoni. In questo modo, i legionari romani riuscirono a superare il nugolo di sarisse e arrivarono al combattimento corpo a corpo con gli avversari.

Il miglior equipaggiamento romano era nettamente più efficace nel combattimento ravvicinato e consentì ai romani di fare strage di nemici. Nello stesso momento, il lato destro romano riuscì a sfondare la controparte e l’esercito di Perseo cominciò a andare nel panico e a disgregarsi in maniera irreparabile.

Perseo, con la sua guardia personale, ebbe un comportamento criticato dai contemporanei. Si allontanò infatti dal campo di battaglia e venne accusato dagli uomini di fanteria di essere un codardo.

Altre fonti lo giustificano parzialmente, e riferiscono che Perseo, ferito, venne trasportato dalla sua guardia personale che voleva portarlo nella vicina città di Pidna. Il giudizio complessivo sul comportamento di Perseo è comunque negativo, soprattutto perchè, per un motivo inspiegabile ma probabilmente legato ad una cattiva gestione da parte del sovrano, circa 10.000 macedoni non parteciparono al combattimento.

I soldati romani inseguirono i macedoni per ore, facendone strage, circondando i piccoli gruppi di uomini e annientandoli senza pietà.

Conseguenze

Alla fine del combattimento alcune figure eroiche si registrano da entrambe le parti.

Per i romani certamente Scipione Emiliano, il figlio del console Lucio Emilio Paolo, che combattè con particolare fervore e valore, ma anche Marco Porcio Catone, figlio di Catone il Censore, che nella stessa battaglia si vantò di aver perso la spada e di aver avuto la forza di ritrovarla tanto aveva annientato i propri nemici.

Onore delle armi alla guardia personale di Perseo, che combattè fino alla morte e arrivò al completo annientamento.

Perseo venne catturato dai Romani, fu fatto prigioniero ed ebbe il disonore di sfilare incatenato nel corteo di trionfo del console Lucio Emilio Paolo.

La vittoria di Roma nella battaglia di Pidna segna il definitivo tramonto della falange macedone e la sconfitta dell’ultimo grande sovrano che poteva opporsi all’influenza di Roma nei Balcani.

Da questo momento, comincia un graduale presenza militare sempre più imponente in Macedonia che da lì a qualche decennio si sarebbe ufficialmente trasformata in una provincia Romana a tutti gli effetti.

La battaglia di Zama. Scipione Africano vs Annibale

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La battaglia di Zama è uno scontro tenutosi fra le truppe di Scipione Africano e Annibale che si è svolto il 19 ottobre 202 a.C. nella piana di Zama, vicino a Cartagine.

Zama ha segnato profondamente il destino dell’Europa e del mondo occidentale come lo conosciamo, tanto che lo storico Polibio scrisse che “tutti dovrebbero conoscere lo svolgimento di questa battaglia”.

Battaglia di Zama di Cornelis Cort

Ma per capire appieno cosa sia successo e perché Scipione ne sia uscito vincitore è necessario spiegare il pensiero militare che fa da sfondo alle battaglie precedenti.

Scontro fra giganti. Annibale a Canne, Scipione ai Campi Magni

Comprendere Zama necessita di risalire, in realtà, all Battaglia di Canne. In quell’epico scontro, Annibale ebbe la meglio su un esercito romano molto più numeroso puntando su una tattica sopraffina.

Annibale concepì un fronte di soldati che fece finta d’indietreggiare, ma che in realtà inglobò i soldati romani in una trappola, anche grazie ad alcune unità nascoste che attaccarono ai lati e alla cavalleria che, senza difficoltà, colpì i legionari alle spalle in un accerchiamento totale e perfetto.

Una “manovra a tenaglia” che viene ancora oggi studiata nelle accademie militari.

Scipione, considerato l’eterno rivale di Annibale, ne è allo stesso tempo “studente”:  Scipione, che partecipa alla disfatta di Canne, osserva Annibale, ne studia le tecniche e ne propone una versione molto migliorata.

Dal momento che il classico schieramento romano prevede tre linee di soldati che si danno il cambio, Scipione decide di usare la seconda e la terza fila per scorrere rapidamente sui lati e alle spalle del nemico, avvolgendolo con una azione attiva e volontaria, anzichè tramite la spinta dell’avversario, che collabora inconsapevolmente.

E’ quanto avviene nella battaglia dei Campi Magni, 203 a.C, dove Scipione annientò gli eserciti di Asdrubale Giscone e Siface.

Infine, il 19 ottobre del 202 a.C., Annibale e Scipione, Maestro e Studente, diedero luogo ad uno scontro diretto.

La battaglia di Zama: lo schieramento di Annibale

Prima dello scontro, Annibale sa di avere a disposizione un numero maggiore di uomini, ma dalla qualità inferiore. La maggior parte è composta infatti da mercenari assoldati all’ultimo momento, e il vero nerbo del suo esercito è composto dai veterani della campagna d’Italia.

Gli elefanti sono animali che da sempre fanno parte dell’immaginario collettivo quando si parla Annibale, ma pochi sanno che il condottiero cartaginese li utilizzò in maniera intensiva solo nella Battaglia della Trebbia.

A Zama, Annibale è ormai perfettamente consapevole che i Romani hanno imparato a gestire questo tipo di animali e non si aspetta che il loro intervento sia risolutivo. Considerandoli come una prima onda d’urto, li posiziona in primissima fila.

La sua prima fila di fanteria, è composta da un numeroso gruppo di mercenari assoldati. Annibale li utilizzerà come forza di sfondamento. Lo stesso discorso vale per i cartaginesi africani posizionati in seconda linea che, per loro natura, difficilmente combattevano direttamente per la propria patria, a differenza dei romani che ne facevano una questione d’onore.

La vera forza di Annibale era costituita in realtà dalla terza linea, quella composta dai veterani d’Italia: soldati straordinari, dall’esperienza e dalla forza quasi sovrumana, che avevano combattuto con lui per 15 anni nella Campagna d’Italia.

La principale mossa di Annibale è il posizionamento di questi ultimi. Immaginando che Scipione non operi più come i generali prima di lui, ed essendo venuto evidentemente a conoscenza della sua abitudine di circondare l’avversario, Annibale stacca i veterani di qualche centinaio di metri, a costituire una riserva tattica.

La cavalleria viene schierata classicamente ai lati: anche in questo caso per preparazione e numero le truppe a cavallo di Annibale sono inferiori.

La battaglia di Zama: lo schieramento di Scipione

Scipione si trova a dover prima di tutto neutralizzare gli elefanti e per ottenere questo fondamentale risultato, dispone i suoi soldati diversamente dalla tipica formazione romana a scacchiera.

Sceglie infatti di disporre i manipoli in colonne ordinate, per creare dei “corridoi” tra una fila e l’altra. Gli elefanti verranno dirottati in questi spazi, di modo che attraversino l’esercito sbucando sul retro dello schieramento, senza colpire la fanteria.

Per non scoprire immediatamente la sua soluzione e rendere invisibili al nemico i suoi corridoi, posiziona i velites, i soldati leggeri dedicati a tirare le prime frecce e i primi giavellotti, immediatamente davanti per non rivelare questo suo cambiamento tattico. Questo diversivo ha però un prezzo da pagare: il condottiero romano rinuncia alla tipica mobilità dei manipoli.

La fanteria ha il compito, al momento opportuno, di avviare la sua manovra avvolgente ai danni dell’esercito cartaginese.

Alla sua sinistra, Scipione schiera la cavalleria italica guidata da Lelio, suo fidatissimo, mentre sulla sua destra l’alleato Massinissa con i terribili numidi.

Lo schieramento complessivo all’inizio della battaglia era il seguente:

La battaglia di Zama: lo svolgimento

scipione vince la battaglia di zama

Inizia la battaglia e gli elefanti di Annibale attaccano con forza, ma il piano di Scipione funziona alla perfezione e i pachidermi vengono presto resi inoffensivi grazie ai velites, che dirottano gli animali nei corridoi e si occupano di tenerli impegnati lontano dal campo di battaglia.

Anche le rispettive cavallerie entrano in contatto e quelle romane presto prevalgono per preparazione e forza, costringendo l’avversario a fuggire. Lelio e Massinissa inseguono gli avversari.

Sul campo di battaglia rimangono i due contendenti in compagnia della sola fanteria.

La prima linea di Scipione composta dagli Hastati e la seconda, quella dei Princeps, combatte con estremo vigore contro l’avversario e sembra avere la meglio sulle due rispettive linee dei mercenari cartaginesi.

A questo punto, Scipione si prepara ad utilizzare la manovra avvolgente, ovvero muovere i suoi soldati delle retrovie per scorrere sui fianchi e sul retro dei nemici e circondarli.

Ma la porzione di veterani che Annibale ha staccato e posizionato più lontana renderebbe la manovra di Scipione troppo lunga e pericolosa. E questo disinnesca, a sorpresa, l’asso nella manica di Scipione.

A questo punto la battaglia ha una sorta di pausa, dove i due generali riorganizzano le loro forze.

Annibale registra una parte dei soldati mercenari in fuga, mentre altri riescono a rientrare nei ranghi. Alchè crea una sola fila di fanteria con i mercenari sui lati e i veterani al centro, che avanza compatta contro il nemico.

A Scipione, privo della sua manovra avvolgente, non rimane che allungare la fila dei suoi soldati per pareggiare quella di Annibale ed evitare un aggiramento.

Le due file hanno una differenza fondamentale: quella di Annibale ha al centro i veterani freschi e riposati, mentre quella romana ha legionari spossati dal combattimento precedente con le due file di nemici precedenti.

Si può dire che, tatticamente, Annibale gioca le sue carte meglio di Scipione.

Per quale motivo vincono i romani e non Annibale?

C’è chi lo chiama destino: in realtà è una questione d’onore. Sono gli legionari sconfitti a Canne, umiliati e senza diritti, quelli posizionati al centro della fila di Scipione.

Se avessero vinto, sarebbero diventati degli eroi. Una nuova sconfitta, avrebbe significato il disonore eterno, come già dopo Canne. Avrebbero perso tutti i diritti di cittadino romano, non avrebbero potuto più votare, nemmeno abitare nelle città. Le loro famiglie coperte di vergogna per sempre.

Fu la loro voglia di rivalsa e il desiderio di riconquistare l’onore che conferì a quei soldati una carica che Annibale non poteva prevedere. E per cui non aveva ricette.

Con la sovrumana resistenza del centro di Scipione, Annibale non riuscì a disarticolare la compagine nemica. Le cavallerie di Lelio e di Massinissa, una volta tornate sui loro passi, colsero i cartaginesi alle spalle e ne fecero massacro.

Conclusioni

La battaglia di Zama mette a confronto due fra le più grandi menti militari della storia antica e probabilmente della storia umana.

Saremmo scorretti a non riconoscere quanto Annibale abbia giocato bene, forse meglio, le sue carte sul piano tattico. Di fatti, il cartaginese rimane da solo con la sua fanteria in una posizione di vantaggio, mentre Scipione, senza l’azione avvolgente, può contare solamente sulla resistenza dei singoli legionari.

Ma la differenza la fa il soldato. La figura del cittadino-soldato è una variabile che Annibale non poteva prevedere. La tempra del legionario, la sua capacità di coesione sapientemente organizzata e gestita da une mente tattica geniale si è rivelata un ingrediente insuperabile.

In fondo, Annibale gioca meglio, ma perde. Scipione gioca bene, e non perde. Ma il vero trionfatore è il legionario romano: sporco, impolverato, esausto, vittorioso.