martedì 23 Giugno 2026
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Monica Forte, M5S. Aiuti alle PMI lombarde per contrastare la mafia

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Monica Forte, (M5S), Presidente della Commissione antimafia in Lombardia ha un quadro chiaro: la mafia sta approfittando del momento di crisi per infiltrarsi ancora più a fondo nella Regione più produttiva d’Italia. Serve una strategia di finanziamenti e accesso al credito per allontanare proposte “alternative” fatte dalla criminalità organizzata agli imprenditori in difficoltà.

Come sei arrivata alla commissione antimafia e perché hanno eletto te?

Nella precedente legislatura avevo collaborato gratuitamente come attivista, assieme al mio compagno Giovanni Navicello anche lui attivista M5S, con l’allora portavoce regionale Silvana Carcano (che era anche commissario di Antimafia ed è stata tra le promotrici della Legge Regionale 17/15 cosiddetta Legge antimafia) su svariati temi, come il dopo Expo, le bonifiche dei terreni sui quali si era tenuta l’Esposizione universale e i rischi che tali grandi eventi portano con se in tema di possibili infiltrazioni della criminalità organizzata.

Quando con la nuova legislatura sono entrata in Consiglio regionale il mio gruppo ha deciso di proporre me alla presidenza della Commissione Antimafia, che spetta per prassi alle minoranze, in segno di continuità. In Commissione la votazione è stata unanime.

Covid e mafia: come si fa ad evitare che la malavita si approfitti della situazione?

Innanzitutto non abbassando la guardia. Di fronte alle emergenze e alle situazioni critiche naturalmente si tende a concentrare tutti gli sforzi su un unico aspetto del problema, quello ritenuto più urgente e che necessita di immediata risoluzione.

In questo caso, naturalmente, la crisi sanitaria ed economica. Ma è proprio nelle emergenze che le criminalità organizzate trovano terreno fertile per i loro affari e approfittano della contingenza per investire in ambiti vantaggiosi spesso intuendo con largo anticipo i settori più redditizi.

Basti pensare che a marzo, a poche settimane dall’inizio dell’emergenza, quando ancora ci stavamo chiedendo cosa stesse succedendo ed eravamo tutti spaesati, cittadini e istituzioni, la criminalità aveva fatto arrivare nel porto di Gioia Tauro un carico di mascherine e guanti e altri presidi sanitari, per fortuna intercettati dalle Forze dell’ordine e sequestrati.

Molti altri sequestri ci sono stati nei mesi seguenti e oggi il rischio che si inseriscano anche nel mercato dei vaccini anti-covid è altissimo. D’altro canto il furto e la vendita illegale di farmaci è già un settore di loro investimento, si tratta solo di adattarsi alle esigenze del momento e di cogliere le necessità odierne, e oggi abbiamo bisogno di vaccini e cure per il covid.

Gli strumenti per il contrasto ci sono già e forze dell’ordine e magistratura stanno facendo la loro parte. E’ bene che le istituzioni si tengano allineate sul profilo della prevenzione e del controllo con un occhio sempre attento ai livelli di rischio su questo fronte.

Solo per fare un esempio, i siti dove vengono stoccati i vaccini vanno presidiati, e teniamo presente che gli ospedali non hanno sistemi di sicurezza paragonabili a quelli del caveau di una banca, tantomeno gli studi medici.

Come dico sempre, non si può delegare solo alle FO e ai magistrati il contrasto alle mafie, ognuno deve fare la propria parte. I cittadini, ad esempio, non devono farsi tentare dalla possibilità di acquistare in tempi rapidi vaccini on line perché da un lato sono un rischio per la salute (di certo non si preoccupano dei metodi di conservazione), dall’altro hanno la certezza che stanno finanziando un mercato illecito.

La criminalità organizzata sta pressando sui piccoli imprenditori e comprando strutture turistiche, strozzando i proprietari. Come aiutarli?

Ci sono già prove evidenti dei tentativi di acquisizione da parte delle mafie di piccole e medie imprese in crisi, lo hanno sempre fatto, evidentemente lo stanno facendo adesso che la situazione emergenziale sta aggravando così tanto la nostra economia.

Un sondaggio fatto da Confcommercio in Lombardia tra i propri associati ha evidenziato come già a giugno 2020 il 10% di queste imprese avesse ricevuto offerte di acquisto non convenzionali.

A questo si aggiunge il rischio usura: la difficoltà di accesso al credito unitamente alla crisi attuale crea un terreno fertilissimo per chi può offrirti denaro senza problemi e in cambio ti chiede una percentuale di interessi oppure nemmeno quella, perché lo scopo è quello di acquisire la tua impresa.

Le mafie hanno necessità sempre maggiore di investire in economia legale, sia perché è il mezzo indispensabile per riciclare gli enormi proventi delle loro attività illegali, sia perché in questo modo ampliano il controllo del territorio.

Quello che si può fare per prevenire questi fenomeni è aiutare con sostegni finanziari le imprese a mantenersi in vita fino a quando l’economia globale non ripartirà, bisognerebbe lavorare di concerto con il sistema bancario affinché si facilitasse l’accesso al credito, e naturalmente assistere e accompagnare le vittime di estorsione o di usura alla denuncia. I cittadini devono tornare ad avere fiducia nello Stato.

Quanto è profonda l’infiltrazione mafiosa in Lombardia?

La Lombardia è il cuore pulsante dell’economia del nostro Paese e questo le mafie lo hanno capito da molti decenni. Ormai si sono radicati sul nostro territorio e hanno investito in quasi tutti i settori dell’economia legale.

Dal tradizionale ciclo del cemento alla filiera dei rifiuti, dalle attività di somministrazione alla movida, dal turismo di lago alle attività extra alberghiere, dalla sanità e farmacie fino ai servizi funerari, ecc. Non possiamo più parlare di infiltrazione, qui siamo oltre.

Cosa dovrebbe fare la Regione contro la mafia che adesso non fa?

Bisogna fare una distinzione. L’antimafia sociale e giudiziaria si è mossa già da diversi decenni, tanto che il movimento antimafia, inteso come insieme di più attori, in Lombardia è uno dei più vivaci, dei più attivi. Sono state la politica e le istituzioni, a parte qualche rara eccezione, che hanno fatto più fatica a fare un salto di qualità in termini di consapevolezza del fenomeno.

Negli ultimi dieci anni, però, sono stati fatti molti passi avanti. Basti pensare a Regione Lombardia che, dopo lo scandalo dello scambio di voti politico mafioso che portò alla caduta della giunta Formigoni, ha istituito la Commissione antimafia, si è dotata di una legge regionale in materia, ha attivato un Agenzia regionale anti-corruzione poi trasformata in Organismo regionale per le attività di controllo.

La stessa Commissione ha lavorato molto sul tema dell’ informazione e diffusione della conoscenza del fenomeno mafioso in Lombardia collaborando con le Università e gli enti locali, sul recupero dei beni confiscati, della formazione degli amministratori e dipendenti pubblici, e molto molto altro ancora.

C’è ancora tanto da fare, ma mi piace guardare il bicchiere mezzo pieno e vedere cosa è stato fatto di buono sempre con la volontà di fare meglio e di più, naturalmente.

Immagina di inviare un telegramma al Ministro Bonafede, che cosa gli diresti?

A dire il vero ho incontrato il ministro Bonafede e gli ho sottoposto alcune esigenze che si stanno aggravando come ad esempio la necessità che tutti i Tribunali siano dotati di appositi e adeguati sistemi di video collegamento che, nei casi di processi per mafia quando spesso si devono sentire le testimonianze di detenuti e collaboratori o testimoni di giustizia, sono indispensabili sia per la sicurezza che per accelerare i tempi.

Questo problema si è acutizzato con il Covid e con le necessità di rispettare i vincoli di distanziamento, cosa molto difficile in aule a volte non adeguate a processi con decine di imputati e altrettanti avvocati.

Con la Commissione abbiamo iniziato a seguire e a garantire la presenza istituzionale a tutti i processi di mafia in Lombardia, che purtroppo sono diversi, ed è proprio parlando con i pm che ci si rende conto delle enormi difficoltà con le quali si scontrano. Spesso si tratta, però, di problemi facilmente risolvibili e fa rabbia vedere che ancora poco si stia facendo.

Ho sottoposto queste e altre esigenze al Ministro e mi auguro a breve di assistere ad un cambiamento.

In generale, al di là del singolo ministro, credo molto onestamente che la politica e le istituzioni debbano trovare il tempo di confrontarsi con il mondo reale e di parlare con le persone che, in base alle diverse competenze e aree di lavoro, affrontano i problemi di tutti i giorni. Nel contrasto alle mafie non si può pensare di non confrontarsi con chi sta dedicando a questo la vita e bisogna avere l’umiltà di chiedere “Lei cosa farebbe?” Magari ci stupiremmo di quante soluzioni sono già pronte lì, solo da attuare.

Naturalmente a monte ci vuole, però, la volontà di far diventare questo tema una delle priorità dell’agenda politica. E d’altro canto, se solo si facesse lo sforzo di approfondire, si comprenderebbe che quello della lotta alle mafie non è un tema a se stante ma è trasversale a tutti gli altri perché se le criminalità organizzate investono in tutto, sanità, trasporti, ambiente, territorio, appalti pubblici, e così facendo drenano risorse e ciò si traduce in riduzione di servizi, come si può pensare di intervenire in maniera risolutiva in ognuno di questi campi se prima o quantomeno contestualmente non si recuperano le risorse sottratte dalla mafia?

E’ un discorso tanto semplice quanto difficile da sostenere politicamente. Bisogna decidere se si lavora solo per il consenso elettorale oppure per il bene del Paese, se si fanno programmi solo a 5 anni per capitalizzarne i frutti in voti alle elezioni successive, oppure se si voglia investire in progetti a lungo termine.

Io spero ancora in uno scatto di orgoglio perché il nostro Paese è troppo bello per lasciarlo in mano alle mafie.

… non è esattamente un telegramma, ma credo di avere reso il mio pensiero.

La Pax Romana. Due secoli di pace e dominio

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La Pax romana fu un periodo di relativa stabilità che caratterizzò l’impero romano per oltre 200 anni, a partire dal regno di Augusto. L’obiettivo del princeps e dei suoi successori era quello di garantire il rispetto della legge, l’ordine e la sicurezza sul territorio, anche attraverso l’intervento militare e la conquista.

Durante tutta la repubblica romana e la prima parte dell’Impero, i confini di Roma si espansero continuamente. Oltre alle prime conquiste territoriali e al controllo del Mediterraneo, ottenuto grazie alle vittorie nelle guerre puniche, Roma allargò i suoi territori nel Medio Oriente e nel Nord Africa. Grazie alle campagne di Giulio Cesare, i romani espansero i limiti ad Ovest, nelle Gallie, ma ancora in Spagna, verso il nord della Germania e persino in Britannia.

Attraverso i trionfi di Cesare, Augusto, Claudio e Marco Aurelio, Roma divenne uno dei più grandi imperi che fossero mai esistiti, più grande di quello della Persia e della Siria, sfidando addirittura quello di Alessandro Magno, che si sgretolò subito dopo la sua morte.

La gestione di un territorio così vasto causò tuttavia molte difficoltà: rivolte, ribellioni e insurrezioni dilagavano puntualmente. La soluzione a questi problemi di instabilità e di violenza arrivò sotto l’astuta guida dell’ imperatore Augusto, tramite un sistema di forza e di diplomazia, ma anche di gestione del territorio e delle aristocrazie locali chiamato “Pax romana”.

Il potere di Augusto

Alla morte del dittatore a vita Giulio Cesare, la Repubblica precipitò nel caos. I tentativi di conciliazione da parte di Marco Antonio fallirono miseramente. Ottaviano, il giovane figlio adottivo di Cesare, braccò gli assassini di suo padre e sconfisse gli altri pretendenti al comando di Roma, tra cui Marco Antonio ed Emilio Lepido, assicurandosi la guida di Roma. Augusto, il suo nuovo nome da imperatore, avrebbe inaugurato così un’età senza precedenti di prosperità e stabilità, ponendo fine a 30 anni di guerre civili.

Il Senato Romano, ormai nelle mani di Augusto, concesse al Princeps poteri quasi illimitati. Inizia così il periodo del “principato di Augusto”: egli aveva il cosiddetto Imperium maius, ovvero la suprema autorità sui governatori provinciali, oltre che l’autorità come tribuno della plebe, e la possibilità di convocare l’assemblea del popolo per emanare le leggi.

Con questi poteri del tutto nuovi, abilmente mascherati dalla fine politica di Augusto, il Princeps poteva porre il veto alle azioni dei magistrati e controllare di fatto il Senato. Augusto diede così il via ad una gestione completamente nuova dello Stato romano, fingendo di restaurare la Repubblica ma imponendo in realtà un “regime legalizzato” che faceva capo a lui soltanto.

Augusto scelse di risolvere alcuni problemi relativi alla sicurezza del territorio con delle nuove campagne militari, specialmente verso la Germania. Queste nuove province furono costrette ad affermare la loro fedeltà a Roma e a riconoscere l’autorità sui loro territori.

Ritornato vincitore anche dalla Spagna e dalle Gallie, dove era considerato un eroe, il Senato commissionò nel luglio del 13 a.C la creazione di un monumento noto come Ara Pacis, a simboleggiare la ritrovata pace e serenità del mondo romano, sotto la guida della famiglia imperiale di Augusto.

La Pax Romana di Augusto

Il nuovo imperatore era a tutti gli effetti un manager, che utilizzava appieno tutti i poteri che gli erano stati concessi per risolvere numerose controversie. Diffidando dell’indipendenza e della fedeltà dei governatori provinciali o dei proconsoli, Augusto viaggiò personalmente in tutto l’impero, comandando spesso grandi porzioni dell’esercito.

Per assicurarsi la lealtà dei vari territori, strinse accordi diretti con i rappresentanti delle aristocrazie locali, remunerati con denaro e terra, in cambio di un solenne giuramento di sostegno e protezione dell’imperatore. La collaborazione delle aristocrazie era fondamentale, in quanto i leader locali gestivano ed integravano a catena le masse e il popolo, favorendo la loro romanizzazione.

Uno dei punti che creava maggiori tensioni tra le autorità locali e Roma era sicuramente la pressione fiscale. Per risolvere questo problema, Augusto ordinò un censimento completo delle risorse a disposizione in tutte le province e tra i suoi cittadini, creando un nuovo quadro fiscale per l’imposizione delle tasse.

L’obiettivo era quello di mantenere l’ordine interno e di ottenere un gettito fiscale costante. Per salvaguardare i proventi delle tasse ed impedire che cadessero nelle mani di funzionari e intermediari corrotti, Augusto accentrò il tesoro di Roma in Campidoglio, sotto la sua stretta sorveglianza.

La gestione capillare delle città e delle province, tutte attraverso dei rappresentanti della famiglia imperiale di Augusto, ebbe come effetto una stabilità e una nuova calma nella gestione dei territori.

Anche i mari furono ripuliti dai pirati, consentendo l’espansione del commercio e il miglioramento delle attività produttive. Inoltre la creazione di nuove strade, più di 50000 miglia durante il suo regno, rese più facile la comunicazione e il commercio, stimolando l’economia.

Uno dei luoghi che beneficiarono maggiormente della Pace romana fu la stessa città di Roma. Tra le sue numerose riforme, Augusto fornì protezione contro possibili incendi, un grave problema della città, con la fondazione di nuovi corpi di vigili dedicati.

Anche le carestie e le inondazioni del Tevere, che era incline ad esondare, vennero sistemate e risolte. L’approvvigionamento di grano, di acqua, del trasporto di uomini e merci all’interno di Roma migliorò notevolmente grazie alla collaborazione di magistrati chiamati edili, che già esistevano da secoli sotto la Repubblica, ma che grazie ad Augusto vennero organizzati in maniera più efficiente.

Notevole impulso ottennero le forze di polizia locali, delle organizzazioni militari o paramilitari, che si occupavano di sedare i disordini e lottare contro la criminalità nelle zone periferiche della città.

Augusto fece addirittura alcuni tentativi per il ripristino degli antichi valori morali Romani, attraverso la ricostruzione di diversi templi in rovina e con la promulgazione di nuove leggi “moralizzatrici”, che alcuni casi tuttavia, ebbero un effetto limitato.

Quasi 200 anni di pace

Il popolo romano comprendeva e apprezzava la pace e la sicurezza che il nuovo ordine di Augusto portò nell’impero. Augusto divenne una figura politica irrinunciabile, addirittura con la nascita di un culto imperiale incentrato sulla sua persona e in generale sul ruolo dell’imperatore.

I suoi successori seguirono le politiche di pace e stabilità, cercando di ridurre e smussare i conflitti, espandendo i confini laddove necessario per garantire la sicurezza dei territori e mantenendo un controllo sulle finanze per promuovere la tranquillità sociale.

Questo modello di pace ebbe dei momenti di crisi durante il lunghissimo periodo della storia imperiale romana. Ad esempio, nel suo trattato sulla Britannia e sulla Germania dello storico Tacito, vissuto nel primo secolo dopo Cristo, si cita un famoso discorso di Calgaco, un comandante dei britanni, che denuncia le angherie delle generali romani, che trattano con estrema violenza la popolazione, pronunciando la famosa frase “I romani fanno il deserto e lo chiamano pace”.

Nonostante queste ribellioni e momenti di crisi, la Pax Romana continuò per diversi decenni, spesso nonostante l’arroganza o l’incapacità di alcuni dei successori di Augusto. L’imperatore Claudio ottenne grandi successi nell’invasione e nella provincializzazione della Britannia, mentre Vespasianio e suo figlio Tito assicurarono al dominio di Roma gran parte del Medio Oriente.

Fu invece l’imperatore Adriano a porre un termine alla continua espansione dell’impero e a ratificare dei confini settentrionali definitivi, soprattutto in Britannia, costruendo un muro e delle fortificazioni ancora oggi visibili e note come “Vallo di Adriano”.

La Pax Romana iniziò a incrinarsi nel terzo secolo dopo Cristo, quando la peste Antonina e la continua pressione dei barbari sulle frontiere settentrionali iniziarono a minare pesantemente la stabilità della società romana.

Dopo la morte di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, nel 380 dopo Cristo, la Pax Romana iniziò a disgregarsi, dopo quasi 200 anni, secondo un processo irreversibile dominato dalla mancanza di riforme fondamentali e dalla mancata comprensione delle nuove dinamiche che stavano attraversando l’Europa.

L’essenza della Pax Romana rimane comunque in una delle frasi più famose attribuite ad Augusto, che meglio di altre rappresenta il raggiungimento dei suoi obiettivi. Riferendosi a Roma, il Princeps disse: “Ho trovato una città di mattoni, va la restituisco di marmo”.

Articolo originale: Pax Romana di Donald L. Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Andrea Finzi

Il Circo Massimo a Roma. Com’era nel tempo

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Il Circo Massimo è stata la più grande pista per le corse dei carri della Roma antica. Costruito nel VI secolo a.C, il circo venne utilizzato anche per altri eventi pubblici, come i giochi e le lotte dei gladiatori, ed ha ospitato per l’ultima volta le corse delle bighe nel VI secolo d.C.

Fu parzialmente recuperato nel XX secolo e poi ristrutturato, e continua ancora oggi ad essere uno degli spazi pubblici più importanti della Roma moderna, ospitando enormi folle per concerti e raduni musicali.

Il Circo Massimo, situato nella valle tra i colli Palatino e Aventino, è lo spazio pubblico più antico e più grande di Roma. La leggenda racconta che il Circo fu originariamente progettato nel VI secolo a.C. dai primi re romani, ma la sua forma distintiva è stata definita sotto Giulio Cesare. La sua funzione principale era quella di una pista per la corse con le bighe e per i Giochi romani ( Ludi Romani ) che onoravano Giove.

Questi erano i giochi più antichi della città e si tenevano ogni settembre con 15 giorni di corse delle bighe ed esibizioni militari. A Roma si tenevano molti altri giochi durante l’anno e almeno altri 20 manifestazioni si tenevano puntualmente al Circo Massimo.

Vi era la caccia ad animali selvatici, esecuzioni pubbliche e combattimenti di gladiatori, alcuni dei quali erano spettacolari, come quando Pompeo organizzò una gara tra un gruppo di gladiatori barbari e 20 elefanti.

Circo Massimo. Le dimensioni

Al suo massimo splendore, durante il I secolo d.C., e dopo la sua ricostruzione a seguito dell’incendio del 64 d.C, il Circo aveva una capacità di 150.000 spettatori che trovavano posto su sponde larghe 30 mt e alte 28 mt.

I sedili dei due ordini inferiori erano costruiti in cemento e pietra mentre i piani superiori erano dotati di sedili in legno L’esterno del circo presentava invece un imponente fronte costituito da portici dove una miriade di negozi riuscivano a soddisfare le esigenze degli spettatori.

Lo storico e architetto romano Vitruvio descrive anche un tempio di Cerere nel Circus, decorato con statue in terracotta o in bronzo.

Il Circo Massimo aveva caratteristiche davvero impressionanti:

  • La pista, originariamente ricoperta di sabbia, misurava 540 x 80 m.
  • 12 cancelli di partenza ( carceres ) per i carri disposti ad arco all’estremità del circuito.
  • Una barriera decorata ( spina o euripus ) completa di obelischi che corrono al centro della pista.
  • Pali di svolta conici ( metae ) posti a ciascuna estremità del circuito.
  • Piccole statue che segnalavano il completamento di ciascuno dei sette circuiti di una corsa tipica.

Le corse delle bighe

I carri che concorrevano nel Circo erano rappresentati da colori (rosso, bianco, verde e blu) e potevano essere trainati da squadre di 4, 6, 8 o 12 cavalli.

Gli aurighi vittoriosi non solo si arricchirono con grandi premi in denaro, ma divennero anche i beniamini della folla, in particolare con coloro che avevano piazzato scommesse, che a volte erano enormi.

I vincitori più titolati furono Ponzio Epafrodito, Pompeo Muscloso e Diocle, ma forse il più famoso di tutti, con più di 2.000 vittorie in gara, fu Scorpus. Anche gli stessi cavalli diventavano spesso simboli di vittoria, e venivano riconosciuti e amati dal pubblico.

Famose in tutto il mondo romano, le gare al Circo Massimo furono di gran lunga le più importanti di tutto l’Impero e l’enorme prestigio di questa struttura è testimoniata dalle sue numerose rappresentazioni in mosaici, bassorilievi e monete.

Circo Massimo. Corsa di bighe

L’ultima corsa ufficiale delle bighe al Circo Massimo risale al 549 d.C. e fu tenuta da Totila, il re ostrogoto. Dopo quell’ultima grande gara, fu in gran parte abbandonato, anche se i Frangipanni lo fortificarono nel 1144 d.C.

I primi scavi di recupero furono effettuati sotto papa Sisto V nel 1587 d.C. e furono ritrovati i due obelischi che originariamente facevano parte della spina centrale.

Il primo obelisco risale addirittura al 1280 a.C e fu prelevato dai soldati di Augusto ad Eliopoli, in Egitto e portato a Roma nel 10 a:C. Si trovava all’estremità orientale della spina, ed esiste ancora: è stato trasferito in Piazza del Popolo.

Il secondo obelisco, che si trovava invece al centro della spina, risale al faraone Thutmosis II (1504-1450 a:C) e venne originariamente realizzato per il tempio di Amon a Karnak. Costantino, lo posizionò a Costantinopoli, ma dopo essere rimasto fermo al porto di Alessandria per 25 anni, Costanzo II lo portò a Roma nel 357 d.C.

Ora si trova in Piazza S.Giovanni in Laterano, sempre a Roma.

Il Circo Massimo nell’età regia

Il Circo Massimo è stato costruito sulla superficie della Valle di Murcia (Murcia Vallis), tra i colli di Roma Aventino e Palatino. Agli albori della città, la zona era una ricca terra agricola, soggetta alle inondazioni del fiume Tevere e da torrente che divideva la valle.

Il torrente venne probabilmente colmato e le prime gare si sarebbero svolte all’interno di un paesaggio agricolo, con poco più che paletti per segnare la fine di un giro, sponde dove gli spettatori potevano sedersi, e alcuni simboli sacri.

Secondo Tito Livio, fu il re etrusco di Roma, Tarquinio Prisco, a costruire una struttura sollevata, con un perimetro di legno, e dotando l’infrastruttura dei primi posti a sedere per i cittadini più influenti di Roma (i cavalieri e i patrizi ). Fu invece suo nipote, Tarquinio Superbo, ad aggiungere dei posti a sedere per i cittadini comuni.

A questo punto della sua storia è probabile che il Circo venne drenato, per evitare che le tribune e le sedute in legno marcissero. I pali di svolta, ciascuno costituito da tre pilastri di pietra, potrebbero essere state le prime strutture permanenti del Circo.

Il Circo Massimo nell’era repubblicana

Durante la Repubblica, il Circo Massimo era una struttura ormai definitiva della città di Roma. L’organizzatore dei giochi sedeva solitamente accanto alle raffigurazioni degli Dei, posizionate su una tribuna ben visibile e rialzata ( pulvinar ), anche se erano i posti sul perimetro della pista ad offrire la vista migliore e più emozionante.

Nel 494 a.C. al dittatore Manio Valerio Massimo e ai suoi discendenti fu concesso il privilegio di occupare un palco riservato nella curva sud-orientale, da cui si godeva di un ottimo punto di osservazione per le corse dei carri.

In teoria, il Circo poteva ospitare corse con 25 carri trainati ciascuno da quattro cavalli ( Quadrighe ), ma normalmente i partecipanti erano di meno, per scongiurare incidenti.

Entro la tarda epoca repubblicana o al massimo nella prima età imperiale, il Circo ospitò dodici carri leggeri, a quattro o due cavalli.

Circo Massimo

I palchi venivano assegnati agli spettatori per sorteggio e le varie scuderie erano riconoscibili dai loro colori. In genere, c’erano sette giri per gara.

Nel 33 a.C. fu aggiunto un ulteriore sistema di contagiri in bronzo a forma di delfino, posizionato ben al di sopra della barriera divisoria centrale (euripus) perchè avesse la massima visibilità.

Lo sviluppo del Circo Massimo sotto Giulio Cesare

Un grande impulso all’infrastruttura del Circo Massimo avvenne certamente grazie a Giulio Cesare. Nel 50 a.C, Cesare estese le gradinate per coprire quasi l’intero circuito della pista, escludendo i cancelli di partenza e un ingresso all’estremità semicircolare.

La pista misurava circa 621 m di lunghezza e 150 m di larghezza. Venne anche scavato un piccolo fosso tra il perimetro della pista e le sue sedute per proteggere gli spettatori e aiutare a drenare l’acqua.

Il terzo anello formava una vera e propria cavea a bordo pista. Le sue sezioni anteriori lungo il rettilineo centrale erano riservate ai senatori e quelle immediatamente dietro agli equites. I livelli esterni, i due terzi del totale, erano destinati alla plebe e ai non cittadini.

Il numero totale dei sedili è incerto, ma probabilmente raggiungeva il numero di 150.000, mentre la stima di Plinio il Vecchio, di 250.000, è improbabile.

Il Circo Massimo in età imperiale

Nel 31 a.C il Circo prende fuoco: il danno subìto fu probabilmente riparato da Augusto (successore di Cesare e primo imperatore di Roma).

Fu Augusto ad adornare la “spina” centrale della costruzione con un obelisco, prelevato dalla città egizia di Heliopolis con enormi spese, e a farlo innalzare.

Era il primo obelisco di Roma, un oggetto esotico, dal carattere sacro, un ricordo permanente della vittoria di Augusto sui suoi avversari politici e sui loro alleati egiziani nelle recenti guerre civili.

Grazie a lui, Roma si era assicurata una pace duratura e il controllo definitivo della provincia egiziana. Questa versione del Circo ci viene descritta da Dionigi di Alicarnasso come “una delle strutture più belle e ammirevoli di Roma”, con numerose “entrate e salite per gli spettatori, affinché le migliaia di persone potessero entrare e uscire senza inconvenienti”.

Successivamente, il sito rimase soggetto ad inondazioni, probabilmente attraverso i cancelli di partenza, finché l’imperatore Claudio non vi apportò dei miglioramenti tra cui, probabilmente, un terrapieno.

Nel 64 d.C. , durante il regno dell’imperatore Nerone, Roma andò quasi totalmente distrutta dalle fiamme. Nemmeno il Circo Massimo venne risparmiato dal fuoco e la parte semicircolare del Circo venne compromessa. Negli anni successivi, partì dunque, come nel resto della città, una grande opera di ricostruzione.

Memore dei danni provocati dal fuoco, alla fine del I secolo d.C., il Circo era tornato pienamente operativo, e fu dotato di una barriera divisoria centrale che comprendeva una serie di bacini d’acqua.

La ricostruzione diede la possibilità di aggiungere alla struttura templi e statue di varie divinità, ma anche fontane e ricoveri per i mestieranti che si esibivano nella caccia alle bestie, e per il recupero delle persone che perdevano la vita durante le gare.

Circo Massimo Gare

Nell’81 d.C. il Senato costruì un triplo arco in onore di Tito all’estremità semicircolare del Circo.

L’imperatore Domiziano costruì invece un nuovo palazzo a più piani sul Palatino, collegato in qualche modo al Circo; probabilmente guardava le partite dall’alto.

Il rischio di ulteriori danni dovuti agli incendi, potrebbe aver fatto decidere all’imperatore Traiano di ricostruire il Circo interamente in pietra.

Fu proprio sotto Traiano, che il Circo Massimo trovò la sua forma definitiva, che in seguito rimase invariata, salvo alcune semplici aggiunte da parte di imperatori successivi o occasionali riparazioni e rinnovamenti della struttura esistente.

Una importante riparazione avvenne sotto il regno di Diocleziano, dopo che il crollo di una sezione dei posti a sedere uccise circa 13.000 persone.

Usi successivi

Il sito è stato utilizzato per l’industria e ha ospitato persino un impianto per il gas nel 19° secolo, ma negli anni ’30 del novecento l’area fu sgomberata e trasformata in un parco, con l’intenzione di far assomigliare l’area alla forma originale del Circo.

Sempre nel 1930, il sito fu nuovamente scavato, un processo che continuò tra il 1978 e il 1988. Sono stati così rivelati i sedili originali, i cancelli di partenza e la spina. La parte principale del circo è ancora utilizzata per grandi eventi pubblici come concerti e raduni.

Il significato religioso del Circo Massimo

Il Circo Massimo non era solamente una infrastruttura per il divertimento. Molti elementi avevano un preciso significato religioso.

Nella svolta sud-orientale della pista erano posizionati due santuari. Uno, sul perimetro esterno sud-est, era dedicato alla Dea della valle Murcia, una divinità associata a Venere, rappresentata da simboli come l’ arbusto di mirto, una sorgente sacra, o un ruscello che divideva la valle e la vetta minore dell’Aventino.

L’altro santuario era posizionato nella svolta sud-orientale; dove c’era un tempio sotterraneo dedicato a Consus , un dio minore, protettore dei depositi di grano, collegato alla dea Cerere e agli inferi.

Secondo la tradizione romana, questo tempio esisteva sin dalla nascita di Roma. Romolo lo avrebbe infatti scoperto subito dopo il rito di fondazione della città, istituendo in onore del Dio la festa dei Consualia, che prevedeva, appunto, celebrazioni, corse di cavalli e sontuosi banchetti.

La posizione del tempio di Consus ricorda la collocazione dei santuari greci dedicati a Nettuno e Poseidone.

Ma l’aspetto religioso del Circo Massimo non si esprimeva solamente con i santuari. Anche i simboli usati per contare i giri di gara avevano un significato.

Uno di questi “contagiri” aveva la forma di uova, in onore di Castore e Polluce, due figli di Zeus nati proprio da un uovo.

Allo stesso modo, l’uso di contagiri a forma di delfino si riferiva al Dio Nettuno, che presiedeva i terremoti e i cavalli. Similmente, quando i romani adottarono il culto della Grande Madre Cibele, venne eretta una statua in suo onore, dalle sembianze di un leone, posizionata probabilmente sulla barriera divisoria.

Anche i culti del Sole e della Luna furono probabilmente rappresentati al Circo Massmo. La loro importanza crebbe con l’introduzione del culto romano di Apollo e del Sol Invictus. In epoca imperiale, il dio Sole era ormai il divino patrono del Circo e dei suoi giochi. Il suo obelisco sacro dominava l’arena, dalla sua posizione nella barriera centrale, vicino al traguardo.

Il tempio della Dea Luna, costruito molto prima di quello di Apollo, bruciò nel grande incendio del 64 d.C. e probabilmente non fu più ricostuito.

Il suo culto era strettamente identificato con quello di Diana, che veniva rappresentata nelle processioni che davano inizio ai giochi, e con il Sol Indiges, solitamente identificato come suo fratello.

Molti altri templi si affacciavano sul circo: i templi di Cerere e Flora erano posizionati più o meno di fronte al cancello di partenza, mentre quelli dedicati a Venere Obsequens, Mercurio e Dis (o forse Summan) si trovavano sui pendii sopra la svolta sud-est.

Sul colle Palatino, di fronte al tempio di Cerere, sorgeva infine il tempio della Magna Mater e, più o meno di fronte al tempio di Luna, quello del dio-sole Apollo .

Articolo originale: Circus Maximus di Mark Cartwright (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Marco Feder

Gen. Sandro Sandulli: “Così la ‘ndrangheta si muove in Liguria”

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Ci sono persone che dicono di combattere la mafia, e persone che lo fanno veramente. Sandro Sandulli, Generale dei Carabinieri e per parecchi anni alla guida della DIA di Genova, ci aiuta a comprendere il fenomeno mafioso nella nostra regione.

Hai cominciato a Sciacca, in Sicilia, vicino a Paolo Borsellino. Cosa ti ha insegnato Borsellino che non avresti potuto trovare in un manuale di investigazioni?

Appena arrivato in Sicilia con la direzione del Dott. Borsellino, abbiamo concluso un’operazione  relativa al contrasto delle famiglie mafiose che operavano a cavallo tra il confine agrigentino e quello trapanese.

Lui era procuratore a Marsala, quindi era deputato a seguire l’attività investigativa insieme alla Distrettuale Antimafia di Palermo e successivamente era diventato Procuratore aggiunto a Palermo, con competenza territoriale sull’agrigentino.

Cosa mi ha insegnato: principalmente la serietà dell’impegno Antimafia. Serietà dell’impegno Antimafia, che vuol dire conoscenza del fenomeno per poterlo poi contrastare con le armi migliori. 

Purtroppo – già all’epoca, ma forse poi anche negli anni successivi – ci si trova sovente di fronte a tante persone che parlano di fare antimafia, anche in ambito istituzionale, non solo nel sociale, ma questa antimafia a volte ha delle finalità secondarie, per cui si perde la genuinità della lotta alla mafia, che richiede una seria valutazione, un impegno, un sacrificio costante, una capacità di compenetrarsi nel fenomeno. Forse questo è il messaggio più lineare che mi ha mi ha trasmesso in quella breve esperienza.

Spesso si confondono i termini fra mafia, criminalità organizzata.

Molto spesso si abusa del termine “mafia”. Nel senso che si parla ad esempio di mafia albanese, di mafia nigeriana. Secondo il mio modestissimo punto di vista è un clamoroso errore, perché si va a fare poi un pastrocchio e un minestrone di tutto. Le organizzazioni mafiose hanno dei modus operandi e delle finalità, hanno una storia alle spalle e non possono essere mescolate con organizzazioni che sono semplici organizzazioni criminali, magari anche strutturate ma che nulla hanno a che fare con l’organizzazione mafiosa.

L’organizzazione mafiosa opera con un controllo del territorio – ed entrano in contatto con mondi che le altre organizzazioni criminali transnazionali non hanno -,  con il mondo imprenditoriale, il mondo della politica, il mondo dell’amministrazione. 

https://www.youtube.com/watch?v=br0-qd6TObQ

Puoi chiarire la differenza fra mafia, camorra, ‘ndrangheta?

Il punto in comune, è quello della prevaricazione. Non necessariamente caratterizzate sempre e solo dalla violenza, ma sempre basate sul prevaricare il debole, il prevaricare le strutture genuine della società. 

Direi che “Cosa nostra” ha una struttura organizzativa di tipo militare, nel senso piramidale. C’è una commissione regionale, ci sono le varie commissioni provinciali, e poi al vertice c’è un capo che adesso è Messina Denaro Matteo.

Qualcosa di simile, nel tempo, si è data la ‘ndrangheta, negli ultimi 20-30 anni: anche questa organizzazione  si è data una struttura piramidale con tre macro-aree; quindi c’è il “Mandamento tirrenico”, il “Mandamento centro” che è  quello della città e della provincia di Reggio Calabria, e poi c’è tutto la parte ionica, quindi il “Mandamento ionico”. 

All’interno dei “Mandamenti” sono collocati i “locali” di ‘ndrangheta che sono le strutture territoriali, un po’ come se fosse la stazione Carabinieri, per esemplificare, e all’interno dei “locali” si possono trovare una o più “’ndrine”. Questo è un termine che fa riferimento prevalentemente a delle strutture di tipo familiare. 

Molto diversa invece la Camorra. Nel senso che in alcuni determinati momenti storici ha avuto una specie di vertice ed un “unico responsabile”, ma di fatto sono più gruppi organizzati sul territorio e che il più delle volte sono alleati in ragione degli affari che devono essere portati  a termine e quindi alleanze che si possono anche adattare al momento, ma non c’è una struttura organizzata.

 C’è stata una parvenza di organizzazione con la “Nuova Camorra Organizzata” (NCO) di Raffaele Cutolo che ha avuto la capacità  di prevalere, ma per un periodo temporale limitato. Nel senso che arrestati i capi o disarticolata l’organizzazione si è ripresa la vecchia struttura di clan che parlano tra di loro, ma che non sono organizzati appunto in un’unica struttura.

Ci può fare una breve storia della mafia in Liguria?

In Liguria, l’organizzazione mafiosa prevalente e dominante è la ‘ndrangheta calabrese. A cavallo degli anni ’90 ci sono stati dei gruppi organizzati le cosiddette “decine” che facevano capo alla famiglia mafiosa di Caltanissetta, di Gela, di Riesi, quindi a Piddu Madonia, ma hanno avuto vita breve, circa un decennio: in quel periodo ci sono stati anche omicidi per imporsi sia nel commercio di stupefacenti, che nella gestione dei videogiochi.

Poi, sporadicamente, spuntano fuori soggetti che in qualche modo sono legati alla camorra o a “Cosa nostra”, ma non c’è un’organizzazione compartimentata e strutturata sul territorio, come invece ha la ‘ndrangheta. 

Questa organizzazione sul territorio si è evoluta, facilitata da una incapacità di comprensione di questo fenomeno, anche da parte di chi avrebbe dovuto a suo tempo contrastarla, un po’ perché all’epoca non c’erano neanche le “armi”, ricordiamo che il 416-bis è del 1982. Ma non c’era proprio la capacità di comprendere questo tipo di fenomeno criminale, che era avvertito lontano.

Questi aspetti hanno permesso ai mafiosi di crescere, inizialmente con il contrabbando di bergamotto in Francia, con cui creavano i profumi  tabacchi lavorati esteri, poi con il contrabbando di t.l.e. , per passare  progressivamente a fare i sequestri di persona, anche se non numerosi. Ma c’è stata la stagione dei sequestri di persona anche in Liguria, come nel resto del nord Italia.

E tutto ciò ha portato alla creazione di un “tesoretto” con cui  sono andati a investire nel traffico di stupefacenti, inizialmente relazionandosi con “Cosa nostra” e poi diventando autonomi nel traffico della cocaina. 

Con il traffico della cocaina c’è stato il grande salto di qualità dell’organizzazione, che si è trovata ad avere dei proventi incredibili e quindi la necessità di investire, con la trasformazione di molte famiglie mafiose in famiglie imprenditoriali, con la creazione di numerose società, l’acquisto di mezzi e da lì sono iniziati i rapporti con il mondo della politica e dell’amministrazione (pubblica). 

La ‘ndrangheta ha lavorato poi con un basso profilo: ad esempio, quando si parla di appalti, non si deve immaginare che il mafioso si metta a controllare e a coordinare la gestione dell’appalto stesso. C’è un profilo molto più basso che è quello del subappalto, del movimento terra, dove si insinuano più facilmente.

Cosa significa che la ‘ndrangheta in Liguria si è trasformata da “infiltrata” ad “integrata”?

L’infiltrazione ci dà l’idea di un qualcosa che piano piano si insinua in un corpo sano, mentre l’integrazione è un qualcosa che è diventato un tutt’uno con quel corpo. Ormai si sono creati dei rapporti, a volte anche di tipo lobbistico, tra organizzazione mafiosa, imprenditoria e politica. Diverse indagini hanno rivelato questa trasformazione,  questo salto di qualità.

Con l’emergenza del Covid per la mafia è quasi tempo di “saldi”. E’ facile avvicinare aziende in crisi e acquisirle per poco. Come si reagisce a questo pericolo?

Diciamo che questo periodo ha ulteriormente esaltato questo aspetto della operatività mafiosa. Non è che in passato non ci fosse il tentativo di andare alla ricerca di aziende decotte per poi prenderne la gestione, ma ovviamente questo periodo rischia di facilitare questo lavoro.

Credo che sia necessario agire sotto il profilo informativo. Chi è deputato a fare azione di contrasto nei confronti delle organizzazioni mafiose deve esaltare l’attività informativa che è quella base  per poter costruire le attività investigative.

Diciamo che l’Italia nei confronti delle organizzazioni mafiose ha una legislazione preventiva che è di altissimo profilo, come nessun’altra nazione al mondo. Per cui è importante utilizzare al meglio l’attività preventiva che permette, senza avere la necessità di raggiungere l’onere della prova, ma semplicemente lavorando su un piano indiziario, di poter raggiungere obiettivi e rendere la vita difficile alle organizzazioni mafiose.  E’ necessario avere una solidità di indizi, in modo da riuscire a fare un quadro che permetta al giudice di ragionare sull’intervento di tipo preventivo. 

E’ vero che il principale Hub per il traffico di droga era il porto di Gioia Tauro e ora è quello di Genova?

La ‘ndrangheta nel narcotraffico internazionale è una delle organizzazioni principali:  per la cocaina hanno costruito solidissimi rapporti con i cartelli colombiani, tutt’ora esistenti. Ma poi si sono evoluti nel relazionarsi anche con i cartelli messicani. Ultimamente si è ripresentato anche il traffico di eroina, passando dagli ex Paesi della Cortina di ferro per arrivare poi in Europa.

In generale tutti i porti nazionali hanno sempre avuto una grande importanza. Genova ha sempre avuto un grande ruolo, come anche i porti europei, tipo Rotterdam, Anversa, piuttosto che altri porti della Germania, che sono sempre stati un punto di arrivo per il traffico della cocaina dal Sudamerica. Poi sono stati scelti altri scali, passando anche dall’Africa, per arrivare sempre e comunque in Europa con carichi importanti di stupefacente.

Il comune di Ventimiglia è salito alle cronache a settembre 2019 per un presunto inchino eseguito nei confronti di Carmelo Palamara, esponente di spicco della ‘ndrangheta ligure. Che opinione hai di questo episodio?

Su questo episodio abbiamo scoperto che l’organizzatore di questo inchino era  un imprenditore che opera in maniera stabile in Francia. Queste manifestazioni sono indicative del fatto che l’organizzazione è estremamente radicata sul territorio e in tutto questo una grave colpa c’e l’hanno molti soggetti deputati a contrastare questo fenomeno. 

Il punto è che per contrastare questo fenomeno bisogna prima conoscerlo, bisogna studiarlo. Non puoi contrastare efficacemente  il nemico se non lo conosci. Devi sapere la sua storia, come si è evoluto sul territorio.

Quando ero impegnato a contrastare l’irredentismo altoatesino, inizialmente ero stupito. Perché quando sono arrivato a Bolzano era il 1982, la Prima Guerra Mondiale era finita da un pezzo. E allora mi sono messo a studiare per capire il motivo che spingeva queste organizzazioni terroristiche ad operare.

Ti sei sicuramente trovato faccia a faccia con boss mafiosi di un certo livello. Come è stato il confronto?

E’ fondamentale il rispetto. Non il rispetto nel senso “mafioso” del termine, ovviamente, ma per la persona umana. Cito un episodio: al termine di un’udienza alcuni imputati volevano vedere le proprie mogli e i propri figli. 

Io tranquillizzo tutti,  parlo con i detenuti e dico: “Uno alla volta”. Fuori dalla gabbia, uno alla volta, a distanza, ognuno di loro ha potuto fare un saluto breve alle mogli e ai figli. Questo fu molto apprezzato: si salvò la dignità della persona e allo stesso tempo si è conservò il senso dello Stato che doveva necessariamente salvaguardare la sicurezza dell’aula.

Hai mai chiesto ad un mafioso come ha potuto scegliere una vita di tale violenza?

No. Perché questa è una scelta criminale del tutto convinta. Quello che dici tu è il punto di vista della persona per bene: hai fatto un guaio, ma perché l’hai fatto? Ma cosa ti è successo? Questi nascono, crescono, vivono, secondo i principi mafiosi, secondo una vita mafiosa. 

L’imperatore Diocleziano. Le riforme, la tetrarchia, le persecuzioni

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Diocleziano fu imperatore romano dal 284 al 305 d.C. La sua influenza e le sue riforme cambiarono in maniera importante il volto dell’impero, dando un significativo contributo da un lato, fallendo miseramente sotto altri aspetti.

Dopo la sconfitta e la morte dell’imperatore Filippo l’Arabo nel 249 d.C, l’impero romano conobbe per più di tre decenni una serie di governanti assolutamente inadeguati al loro compito.

L’epoca degli splendori di Augusto e di Traiano era ormai lontana, e l’impero, un tempo particolarmente potente, stava soffrendo sia finanziariamente che militarmente. Gli attacchi costanti lungo la frontiera del Danubio e contro le province orientali, stavano mettendo a dura prova la resistenza delle legioni sul confine. Ma nel 284 d.C. salì al trono imperiale un uomo che avrebbe cambiato completamente la situazione. Diocleziano.

Giovinezza e ascesa al potere

Diocle, che sarebbe diventato noto nella storia come Diocleziano, nacque da umili origini il 22 dicembre del 245 d.C nella provincia balcanica della Dalmazia. Arruolatosi giovanissimo nell’esercito, salì rapidamente di grado diventando un membro influente all’interno dell’esercito Illirico, odierna Croazia.

Le sue abilità furono presto riconosciute e premiate quando divenne comandante dell’esercito in Mesia, una provincia balcanica nella Dalmazia, situata appena ad ovest del Mar Nero.

Nel 288 d.C. Diocle accompagnò l’allora l’imperatore romano Caro in Persia, dove prestò servizio come guardia del corpo imperiale: una posizione di rilievo che avrebbe continuato ad occupare anche sotto il successore di caro, Numeriano.

Il regno del giovane Numeriano sarebbe stato di breve durata. Anche se alcune fonti sospettano che Diocleziano abbia avuto un ruolo nella morte di Numeriano nel 284 d.C, il principale oppositore di Numeriano fu il realtà Arrius, il capo della sua guardia pretoriana e suo suocero.

Numeriano appariva come un incompetente: Arrius sperava di assicurarsi il trono imperiale con un colpo di mano, e decise di uccidere l’imperatore a tradimento. Ma per Arrius la situazione ebbe uno sviluppo del tutto imprevisto: le sue proposte non incontrarono il favore dei legionari e fu lo stesso Diocleziano a vendicare la morte dell’imperatore precedente, uccidento Arrius davanti ai suoi commilitoni.

Folgorati della situazione e riconoscendo in Diocleziano un indiscutibile capo militare, i legionari lo proclamarono nuovo imperatore nel novembre del 284 d.C.

Il nuovo imperatore attraversò rapidamente lo stretto del Bosforo, dove riuscì ad intercettare e a sconfiggere Carino, co-imperatore e fratello di Numeriano, nella battaglia del fiume Margus. Il giovane avversario, dopo la sconfitta, fu assassinato delle sue stesse truppe.

Con questa vittoria, Diocleziano ottenne il controllo completo dell’impero, assumendo il nome di Gaio Aurelio Valerio Diocleziano e apprestandosi a scrivere le pagine di storia.

La divisione dell’impero

Diocleziano comprese che uno dei principali problemi nel governare l’impero romano era l’enorme estensione del suo territorio. Era decisamente troppo grande per essere governato da una sola persona: così una delle prime azioni del nuovo imperatore fu quella di dividere l’impero nella zona est e ovest.

Nel novembre del 285 d.C, poco dopo essersi assicurato ufficialmente il trono imperiale, Diocleziano nominò come comandante del settore Ovest un ufficiale Illirico, suo genero, di nome Massimiano.

Comprendendo che le principali emergenze erano ormai spostate sul fronte orientale, Diocleziano si concentrò sulle province ad est. L’imperatore, mantenne però una sorta di primato morale nei confronti di Massimiano, riservandosi la possibilità di porre il veto a qualsiasi decisione del collega.

A questo punto, gli storici parlano della scomparsa dell’antico sistema del “principato di Augusto” e iniziano a definire il governo dell’impero romano come “Dominato“, una forma di controllo in cui l’impero viene gestito quasi come una proprietà privata da parte dell’imperatore, il cui potere è completamente scollegato dalle istituzioni statali.

Le difficoltà che avevano oppresso l’impero negli ultimi decenni rimanevano gravi. Come tutti i suoi predecessori, Diocleziano dovette affrontare problemi di ordine militare lungo il fiume Danubio, in Mesia e in Pannonia. Per i successivi cinque anni, Diocleziano trascorse la maggior parte del tempo impegnato in violente campagne militari nella metà orientale dell’impero.

Una vittoria decisiva avvenne nel 286 d.C: un trionfo che gli consentì di riportare finalmente la pace in Oriente e fregiarsi del titolo di “Germanico Massimo”. Diocleziano dimostrò abilità simili anche in Persia, sconfiggendo i Sarmati nel 289 d.C e i Saraceni nel 292 d.C.

Il suo collega Massimiano affrontò problemi simili in occidente. Una generale di nome Carausio, al quale era stato conferito il comando per sconfiggere il ribelle Bagaudae in Gallia, si ribellò all’autorità imperiale, prendendo il controllo e sequestrando le province della Britannia e di parte della Gallia settentrionale e autoproclamandosi imperatore.

Massimiano emise una condanna a morte nei confronti del ribelle e Carausio incontrò la morte per mano di uno dei suoi ufficiali più stretti, il suo responsabile alle finanze, Alletto.

Il problema della successione: la Tetrarchia

L’idea di una impero diviso stava apparentemente funzionando. Rimaneva tuttavia un grave problema che affliggeva l’impero sin dai tempi di Augusto: quello della successione al trono. Diocleziano tentò di porre soluzione a questo problema secolare tramite l’invenzione della “Tetrarchia“.

Questa struttura era composta da due imperatori definiti “Augusti“, uno dell’est e uno dell’ovest, che avrebbero nominato nel corso della loro vita due rispettivi successori, definiti “Cesari“. In caso di morte o abdicazione di un Augusto il rispettivo Cesare gli sarebbe legalmente succeduto.

Si creava così un meccanismo di ricambio dove la scelta del successore era compiuta solo su base meritocratica. Nei piani di Diocleziano, la tetrarchia avrebbe finalmente restituito stabilità al potere imperiale.

Per ricoprire questo nuove posizioni Massimiliano adottò e poi nominò il suo comandante della Guardia pretoriana, Costanzo, come Cesare. Costanzo si era guadagnato un’ottima reputazione dopo aver condotto una serie di campagne di successo contro Carausio. Diocleziano scelse invece come suo Cesare, Galerio, che aveva servito, distinguendosi per merito, sotto gli imperatori Aureliano e Probo.

Il nuovo sistema fu presto messo alla prova dallo scoppio di problemi in Nord Africa e in Persia: una confederazione Berbera, i Quinquegentanei, invase la frontiera Imperiale. Contemporaneamente in Persia venne destituito il Re Teredate, gradito a Roma, e l’esercito invasore avanzò verso la capitale siriana di Antiochia.

Galerio si mosse immediatamente per soffocare la rivolta, ma la sua scarsa capacità di giudizio e di gestione degli uomini lo portò a subire un’imbarazzante sconfitta da parte dei Persiani.

Questa umiliazione gli costò un rimprovero pubblico da parte di Diocleziano, che gli aveva impartito ordini ben precisi. Fortunatamente, Diocleziano fu in grado di raccogliere rapidamente rinforzi e sconfiggere i Persiani e il loro Re Narsete nel cuore della Mesopotamia e al termine dei combattimenti, venne negoziato un trattato molto favorevole ai romani.

Nel frattempo, in Egitto scoppiò una nuova insurrezione, guidata stavolta da Lucio Domizio Domiziano, che si dichiarò imperatore. Lo stesso Diocleziano, che intervenne ancora personalmente nel 298 d.C. sconfisse e uccise l’aspirante imperatore vicino ad Alessandria.

Questi risultati, assieme al successo definitivo di Massimiano in Nord Africa e le vittorie di Costanzo in Occidente, che riuscì a riacquisire la Britannia, portarono di nuovo la pace dell’impero.

La riforma delle province e del sistema fiscale

Le vittorie militari permisero finalmente a Diocleziano di rivolgere la sua attenzione a delle riforme interne di cui l’impero necessitava. La più grande urgenza riguardava la risistemazione del sistema fiscale per migliorare la situazione delle province.

Per ridurre la possibilità di rivolte, specie nelle province più povere e lontane da Roma, l’imperatore raddoppiò il numero di queste da 50 a 100. Ogni provincia venne divisa in dodici “Diocesi” rette da altrettanti “Vicari” che avevano responsabilità amministrative. Per non concentrare troppo potere nelle mani di una sola persona, i vicari non avevano responsabilità militari, che venivano invece delegate ad altri comandanti.

A differenza dei precedenti imperatori, Diocleziano evitò di affidarsi ad un sistema clientelare nella scelta degli amministratori, promuovendo persone altamente qualificate e che godevano della sua personale fiducia.

Poiché l’importanza della capitale era ormai diminuita da decenni e il centro del potere si era spostato ad est, molti membri del senato di Roma persero la loro influenza sulle decisioni amministrative.

Secondo quanto riferito dalle fonti e nonostante dei progetti grandiosi come le nuove Terme Romane, Diocleziano visitò Roma solamente una volta nel corso della sua vita e appena prima della sua abdicazione.

Anche Massimiano preferiva utilizzare Mediolanum, Milano, come centro amministrativo. Per Diocleziano la capitale dell’impero era in realtà ovunque l’imperatore fosse, anche se tendenzialmente scelse la città di Nicomedia come base per le sue operazioni.

Le finanze dell’impero erano in crisi da decenni ed erano necessari molti più fondi per finanziare la riorganizzazione delle province e l’espansione militare. Per questo motivo, il sistema fiscale doveva essere profondamente riconsiderato e riformato.

Diocleziano ordinò un nuovo censimento per determinare quanti cittadini vivevano nell’impero, quanta terra possedevano e per stimare le capacità produttive di ogni territorio. Per raccogliere fondi e arginare il fenomeno dell’inflazione, Diocleziano aumentò le tasse e riformò il processo di raccolta dei tributi.

Questo costrinse le persone a svolgere il loro lavoro nei campi o nelle piccole attività, indipendentemente dal fatto che l’attività fosse redditizia o meno e senza considerare le loro aspirazioni personali.

La cosa importante era ottenere una stabilità nelle entrate anche a costo di “imbalsamare la società”: un artigiano avrebbe dovuto lavorare per tutta la vita alla sua bottega senza poter cambiare mansione, e anche i suoi figli dovevano raccogliere in eredità la stessa professione, senza possibilità di scelta.

Per fermare l’inflazione incontrollata, Diocleziano emanò “L’editto dei prezzi massimi”, una legislazione che fissava in maniera inequivocabile i prezzi di beni e servizi nelle varie parti dell’impero e i salari che dovevano essere pagati.

Questo editto, tuttavia, si rivelò completamente inattuabile, e fu rapidamente aggirato dallo sviluppo di un fiorente mercato nero, con prezzi ben più alti rispetto alla norma.

Diocleziano e i cristiani

Un altro aspetto fondamentale del regno di Diocleziano fu il suo rapporto con la crescita del Cristianesimo, una nuova religione che attraeva sempre più seguaci da tutti gli strati della popolazione. I cristiani, i cui primi gruppi erano stati individuati già dai tempi dell’imperatore Nerone, si stavano consolidando come nuova forza religiosa.

Quello che del cristianesimo preoccupava l’amministrazione dell’impero, era il rifiuto da parte dei credenti di sacrificare agli Dei romani oltre che al “Numen” che proteggeva l’imperatore, violando e mettendo in discussione la cosiddetta “Pax Deorum“, ovvero il rapporto di serena e civile convivenza tra romani e Dei.

Diocleziano utilizzò tendenzialmente una mano pesante nei confronti dei Cristiani: lui stesso iniziò a considerarsi un Dio vivente, pretendendo che le persone si protrassero davanti a lui e gli baciassero l’orlo della veste quando lo incontravano.

Quando ne 297 d.C chiese che tutti i soldati e i membri dell’amministrazione Imperiale offrissero un sacrificio agli Dei romani, coloro che si rifiutarono furono immediatamente costretti a dimettersi.

Nel 303 d.C ordinò persino la distruzione di tutte le chiese e dei testi cristiani. Tutti questi editti furono caldamente incoraggiati da Galerio, il Cesare di Diocleziano, che aveva sviluppato nel corso del tempo una intolleranza ancora superiore rispetto a Diocleziano.

In questo periodo, i principali membri del clero cristiano furono arrestati e condannati , come il famoso vescovo di Nicomedia che dopo essersi rifiutato di prestare giuramento fu decapitato. Il livello di violenza e di intolleranza nei confronti dei Cristiani toccò con Diocleziano e con Galerio uno dei punti più elevati dell’intera storia romana.

Diocleziano, con il senno di poi, dimostrò di non aver compreso la natura e la funzione del Cristianesimo, tentando inutilmente di sopprimere con la forza un fenomeno che stava crescendo in maniera inarrestabile e che rappresentava invece un nuovo corso per l’impero romano.

L’abdicazione e la morte

Nel 303 d.C, dopo il suo unico viaggio a Roma, Diocleziano si ammalò gravemente. Le sue condizioni di salute lo costrinsero ad abdicare al trono nel 305 d.C  e a ritirarsi nel suo enorme Palazzo fortezza a Spalato, in Croazia.

L’enorme complesso fortificato era strutturato come un accampamento militare, ma comprendeva strade colonnate, sale di ricevimento, un tempio privato, un mausoleo, dei bagni e degli ampi giardini.

Facendo rispettare il meccanismo della tetrarchia, Diocleziano convinse il suo collega a Massimiliano a dimettersi dall’incarico. Questa doppia abdicazione permise a Costanzo e a Galerio di succedere come nuovi Augusti.

I nuovi Cesari furono stati rispettivamente Massimino e Severo.
Sebbene per alcune questioni urgenti, Diocleziano riprese brevemente il controllo dell’impero nel 308 d.C, il vecchio imperatore rimase nel suo palazzo, allevando cavoli fino alla sua morte nell’ ottobre del 311 d.C.

L’eredità di Diocleziano

Sfortunatamente la visione di Diocleziano e il meccanismo della tetrarchia fallirono miseramente. Già dopo pochi anni dalla sua morte si scatenò una guerra tra i successori: in particolare il figlio di Costanzo, Costantino, radunò le legioni della Britannia e affrontò nella battaglia di Ponte Milvio del 312 d.C il suo avversario Massenzio, ottenendo una sfolgorante vittoria.

In totale contraddizione con la politica di Diocleziano, Costantino avrebbe fondato la città di Costantinopoli come nuova capitale d’Oriente e avrebbe sdoganato la religione cristiana, capendo le potenzialità di questa nuova confessione ed utilizzandola abilmente per i suoi scopi politici.

Articolo originale: Diocletian di Donald L. Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli

Monica Nolo, Manager Italia: Una nuova gestione d’impresa per uscire dalla crisi

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Lo tsunami del Covid non è solamente sanitario. La drammatica emergenza ha investito tutto il mondo produttivo italiano. Il lavoro, ormai si capisce, non sarà più come prima.

Con Monica Nolo, Presidente di Manager Italia Liguria, cerchiamo di capire come le aziende possono affrontare questo periodo e agganciare la ripresa.

Quando possiamo dire che una azienda inizia ad avere bisogno di un manager?

Più che assumere un manager, l’azienda deve avere coscienza che la direzione di un’impresa deve essere fatta con cultura manageriale. Nelle nostre piccole e microimprese questo è un aspetto poco toccato, ma ce ne rendiamo conto soprattutto nei momenti di crisi, in cui la managerialità significa riuscire a programmare, riuscire a riorientare l’azienda.

https://youtu.be/fZFuYeAM_SA

In generale anche un’azienda che abbia una piccola struttura potrebbe avere necessità di dotarsi di un manager: questo non significa dover necessariamente inserire il manager come figura stabile.

Stiamo sperimentando delle forme di inserimento di figure manageriali anche a supporto di specifici progetti, di specifici momenti. Sicuramente questa fase potrà essere la ripartenza, probabilmente per un nuovo business model delle aziende. Potrebbe essere il momento giusto, per qualunque dimensione di impresa, per chiedere una consulenza e un supporto manageriale.

Come si individua un manager adatto ai propri progetti?

In Italia la scelta del manager non passa per il classico circuito della selezione professionale, ma vive molto sul passaparola o sulle conoscenze personali: questo è talvolta uno strumento molto buono, ma talvolta uno strumento che non sempre si rivela utile o il migliore rispetto alla specifica esigenza.

Sicuramente affidarsi ad un circuito di selezione più professionale,attraverso anche dei recruiter, può rivelarsi un ottimo strumento per individuare esattamente l’esigenza dell’impresa e quindi trovare il manager giusto.

Abbiamo aperto circa quattro anni fa un canale che si chiama XLabor sul quale si trovano questi profili qualificati. Facciamo sempre una analisi di selezione per individuare quelle che sono le reali e certificate competenze del manager: diamo anche un supporto formativo perché è fondamentale per tutti, per un manager in primis, avere la formazione continua.

Chi aderisce a questo nostro canale può usufruire di una formazione continua e ha la possibilità di fare un check delle competenze, per verificare se queste sono in linea con le richieste del mercato.

Quindi sì esistono molti canali: quello che suggeriamo è di fare una riflessione più compiuta al proprio interno per capire quali sono le vere esigenze dell’azienda e in base a questo fare una selezione sulle figure professionali necessarie.

Molto spesso capita che i proprietari delle aziende abbiano quasi paura che i manager possono sostituirli nel loro ruolo di leadership. Come si fa a far collaborare proprietario e manager senza entrare in collisione?

Molto dipende da come il titolare dell’azienda vede il ruolo del manager. Laddove il proprietario riesca a comprendere che il manager è quel soggetto che dà esecuzione a tutta una serie di operatività e sgrava l’imprenditore da questi aspetti, lasciandolo libero di fare impresa, difficilmente i due soggetti andranno in rotta di collisione.

Molto spesso l’imprenditore può trarre beneficio dal confronto con un manager professionista, perché è proprio dal confronto di idee che si stabiliscono e si definiscono le strategie migliori.

Quello che rileviamo in molte delle aziende italiane tipo familiare, è che l’imprenditore ha paura di lasciare e di delegare: un problema risolvibile solo con un confronto fra i due soggetti in cui l’un l’altro riescano a definire quali siano i ruoli e gli ambiti di competenza al fine di agire nel nell’interesse dell’impresa.

I proprietari hanno paura che i manager diventino i nuovi punti di riferimento, anche per i dipendenti.

Il tema della leadership è un tema importante. Il leader normalmente è quel soggetto che riesce a trasmettere una visione ed una prospettiva, quindi l’imprenditore che ha questa visione, tipica delle grandi imprese, capisce di non poter fare tutto e quindi delega a dei professionisti con delle specifiche competenze il lavoro da fare. È questa commistione di elementi che fa sì che l’azienda sia una buona azienda.

Un leader, un capo, un imprenditore che ha questa capacità di visione non avrà mai paura che il manager lo sovrasti, al contrario di chi ha meno fiducia nelle proprie doti e crede che la leadership sia esattamente speculare alla capacità di controllo delle singole attività dell’impresa.

Come si giudica l’operato di un manager?

Usciamo da una grande era in cui il manager o quelli che si definivano tali venivano giudicati per il raggiungimento dell’obiettivo prefissato. Questo ha portato alla definizione di obiettivi di brevissimo termine trasformando le aziende in elementi vuoti: è successo nel settore bancario, è successo in grandi settori produttivi.

Grandi premi di risultato quindi, legati al raggiungimento di un utile in un certo momento, ma poi l’azienda non riesce a mantenersi nel tempo. È possibile avere un giudizio sull’operato del manager positivo se lo stesso è capace di creare reddito di lungo periodo all’impresa.

Bisogna ricominciare a pensare un po’ più sul lungo termine e un po’ meno sul brevissimo termine. Oggi più che mai ci si rende conto che l’azienda è un ecosistema in cui tutto quanto è in equilibrio, quindi ora più che mai il manager è colui che deve riuscire a creare un ambiente positivo e fare in modo che anche le persone che lavorano all’interno dell’azienda se ne sentano parte e traggano beneficio dal loro impegno.

L’impresa deve generare benefici per sé ma anche benefici per chi vi lavora.

Manager o “persone che si definiscono tali”. Come si distinguono i due?

Spesso la stampa ha individuato e definito come manager persone che non corrispondevano davvero a tale ruolo, Flavio Briatore per dirne una. Questo tipo di persona non è quelloa che noi definiamo “manager”, perché il manager opera tanto all’interno e si vede molto poco all’esterno. La figura manageriale difficilmente emerge se non nei contesti in cui opera, ed è una persona che è strettamente impegnata in azienda al di là dell’orario lavorativo. E’ colui che fa funzionare l’impresa: poco visibile ma molto operativo.

Come hanno reagito le imprese liguri ai problemi legati all’emergenza causata dal Covid-19?

Nelle aziende in cui era presente una forte managerialità si è reagito abbastanza velocemente alle restrizioni del lockdown, introducendo forme di lavoro a distanza o smart working che hanno consentito di mantenere una continuità aziendale con profili di efficienza più o meno pari al 70%-80%.

Al netto di dover gestire le emergenze e quindi la funzionalità aziendale, siamo stati tutti quanti molto impegnati nel ripensare i business model, perché ci rendiamo conto che questo periodo sta spingendo verso un cambiamento che difficilmente ci porterà ad essere esattamente uguali a quello che eravamo prima.

In alcuni casi si dovrà ripensare ai propri modelli di business in maniera importante: lo abbiamo visto per i ristoranti, lo abbiamo visto per tutte quelle imprese di servizi che effettivamente debbono pensare ora, per un domani, a riconvertire la propria attività in maniera differente.

Lo smart working fa emergere quello che era il futuro che già si tracciava per il mondo del lavoro: un tipo di occupazione in cui la presenza fisica negli uffici sarà sempre importante ma che sarà combinata anche con la capacità di lavorare a distanza.

I lavoratori saranno sempre più giudicati per il tipo di risultato che sarà ottenuto piuttosto che per la presenza fisica in azienda. Sono processi che erano già in corso, ma la costrizione ad essere distanti dal posto di lavoro ha accelerato il tutto.

Secondo un dossier pubblicato sul sito di Manager Italia, il mondo del lavoro sarà ridisegnato in ottica smart working. Non saremo mai più come prima?

Saremo in una fase di transizione, perché questi processi subiscono degli assestamenti. Quello che già vediamo è che il futuro del lavoro si baserà sull’attività di ciascuno, non tanto in relazione alla presenza fisica negli uffici, quanto sulle attività svolte.

I singoli lavoratori saranno sempre più dei micro professionisti ai quali sarà richiesto il raggiungimento di determinati risultati.

Nel mondo manageriale si stanno sperimentando forme nuove di interazione, quindi il manager dovrà essere in grado di gestire dei team che saranno formati anche da elementi esterni alle aziende.

Nel nostro caso abbiamo fatto un accordo con Manager Italia – Confcommercio per una piattaforma che si chiama White Libra e su questa piattaforma il manager sarà collegato con diversi soggetti per la creazione di team di lavoro per realizzare specifici progetti.

Un telegramma ad un piccolo imprenditore preoccupato per la situazione

Gli direi di affrontare e trasformare questa preoccupazione in una riflessione su come ripartire, come rivedere la propria azienda. E nel farlo gli consiglierei di affidarsi anche a dei professionisti in grado di tracciare con lui questa ripartenza.

La battaglia di Beth Horon: l’agguato a Roma

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Di Teresa Logozzo

Sul finire dell’anno 66 d.C. Roma deve subire lo scacco di vedersi annientare quasi totalmente una legione e perdere numerose insegne tra cui un’aquila, il simbolo sacro, l’anima stessa di una legione.

A sfidare i Quiriti non sono tribù celtiche o germane, né tantomeno il potente regno dei Parti, da sempre, a fasi alterne, impegnato nella lotta per il dominio dei territori dell’Asia minore, crocevia economico da e verso il misterioso Oriente.

Ad alzare la voce e le armi sono la Giudea e la Galilea che occupano il settore meridionale della provincia romana della Siria. I loro abitanti, gelosi della loro identità e della loro religione hanno sempre mal tollerato le ingerenze esterne, prima dei Greci – Macedoni che con Alessandro Magno avevano ellenizzato l’Asia Minore e poi dei Romani.

I rapporti con quest’ultimi sono stati dettati spesso da incomprensioni, spesso dovuti al diverso modo di concepire il peso che l’aspetto religioso aveva nella gestione del potere politico presso i Giudei.

I vari governatori della Siria e i procuratori della Giudea non sempre hanno saputo esercitare la loro autorità in modo da non scontentare la massima istituzione politica-religiosa di Gerusalemme, il Sinedrio.

Gli ultimi decenni sono stati, in particolare, caratterizzati dalla presenza di rappresentanti di Roma, dediti più a rafforzare il proprio potere personale ed economico che ad agire nell’ambito dell’incarico ricevuto.

E’ così ha governato il sopruso, le ruberie, le vessazioni e le angherie nei confronti della popolazione, sempre più scontenta e sull’orlo della ribellione.

La rivolta contro Roma

L’ultimo procuratore Gessio Floro, nominato nel 64, era ritenuto dai Giudei, crudele, sprezzante “per i diritti della nazione, e come boia arrivato per giustiziare dei condannati a morte, non si astenne da alcuna forma di ruberia e di vessazione.

Nei casi pietosi era di una ferocia inaudita, nelle turpitudini il più sfrontato; nessuno più di lui gettò discredito sulla verità, né escogitò metodi più insidiosi nel commettere delitti.

A lui sembrò piccolo guadagno quello che si poteva ricavare da un solo individuo, e perciò si diede a spogliare intere città e a taglieggiare popolazioni intere, e per poco non arrivò a bandire nel paese che tutti potevano fare i briganti purché a lui toccasse una parte del bottino.

La sua cupidigia gettò la desolazione nelle città e fece sì che molti, abbandonando le avite dimore,si rifugiassero in paesi stranieri

(Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, Libro II, 277-279).

Per nascondere i suoi misfatti, evitando di essere chiamato a risponderne davanti all’imperatore intende provocare ulteriormente la popolazione con nuove sofferenze fino a spingerla a una aperta rivolta. In tal modo, avrebbe coperto o almeno fatto dimenticare le sue colpe con le reazioni violente altrui.

Il suo diretto superiore il Legatus Augusti pro praetore di Siria, Caio Cestio Gallo è troppo lontano e quelle che gli giungono sono solo accuse generiche, non supportate da convincenti prove, tali da giustificare una sua più duratura e energica presenza a Gerusalemme, all’indomani di quella che i Giudei chiamano Pasqua, la festa degli Azzimi, un periodo di celebrazioni in memoria della liberazione del popolo ebraico e il suo esodo verso la Terra Promessa.

Gli animi giudei sono ormai esacerbati e si verificano i primi disordini. La violenta reazione di Floro, dopo la sottrazione dalle casse del Tempio di una ingente somma di denaro con il pretesto che non è stato ancora pagato il tributo a Cesare, si traduce nell’entrare a Gerusalemme deciso a eliminare i rivoltosi, dandosi al massacro e alla razzia, nel maggio del 66.

E’ la scintilla che fa scoppiare la rivolta dei Giudei che passerà alla storia come la prima guerra giudaica a cui sarà posta fine nel 70 d.C. con la presa di Gerusalemme e l’incendio del Grande Tempio (con ultimi strascichi nel 73 con la presa della fortezza di Masada a opera della X Fretensis al comando di Lucio Flavio Silva).

La rivolta si espande

Floro ha ormai innescato la miccia della rivolta e fa di tutto per distogliere l’attenzione sia dei Giudei che dei Romani dalle sue colpe. Addirittura “per dare un’altra spinta verso la guerra, Floro scrisse a Cestio accusando falsamente i Giudei di ribellione, attribuendo a loro l’inizio delle ostilità e affermando che erano stati essi a fare quanto in realtà avevano subito” (Flavio Giuseppe, La guerra giudaica, Libro II, 333).

Ma lo stesso governatore riceve notizie di tenore opposto da Erode Agrippa II, re cliente di Roma e da sua sorella Berenice che lo informano delle iniquità commesse dall’alto funzionario romano.

Lo stesso Agrippa aveva tenuto un’accorato discorso al fine di riportare alla ragione la popolazione di Gerusalemme e indurla a piegarsi alla supremazia, anche militare, dei Romani, perché impossibilitati a sostenere una guerra, che avrebbe, tra l’altro, comportato il trascurare tutte le cerimonie e i riti del culto del loro Dio.

Il re, alleato dei Romani, non venne ascoltato e fu costretto a lasciare Gerusalemme, mentre Floro aveva già trovato riparo a Cesarea Marittima. I ribelli, ben presto, occupano l’altura di Masada dove Erode il Grande vi aveva edificato una sontuosa residenza, e Macheronte.

Ben presto una dopo l’altro i capisaldi con cui i Romani controllano la provincia, cadono in mano dei rivoltosi. Inevitabilmente cade anche la guarnigione romana a Gerusalemme nel settembre del 66 d.c., finendo massacrata dopo che i rivoltosi hanno pattuito un salvacondotto per fare lasciare i Romani incolumi la città.

Cestio Gallo organizza i legionari

Gaio Cestio Gallo, governatore della Siria, non può più attendere gli eventi e decide di passare all’azione. Raduna un numeroso esercito, costituito dalla legione XII Fulminata, tre vessillazioni, ognuna di duemila uomini delle altre legioni siriache, la Legio VI Ferrata, la Legio III Gallica e la Legio IIII Scythica, sei coorti di fanteria ausiliaria e quattro ali di cavalleria, oltre reparti inviati dai re clienti, Antioco IV da Commagene, Erode Agrippa II e Soemo di Emesa per un totale di oltre trentacinquemila uomini.

Con tale esercito Cestio Gallo varca i confini della Giudea, dopo aver reso sicura da eventuali sortite dei ribelli la Galilea, portandosi presto fin sotto le mura di Gerusalemme.

I Romani entrano nella Città Santa da settentrione e senza incontrare alcuna resistenza da parte degli abitanti occupano i quartieri della Città Nuova e della Piazza delle Travi, dandoli alle fiamme e giunta la sera si fermano presso il palazzo reale.

Nei successivi giorni gli scontri con i Giudei sono ripetuti e cruenti senza che però i Romani riescano ad avvicinarsi al simbolo stesso della città, il Tempio.

La resistenza è accanita ma quando sembra che i rivoltosi stiano per cedere, inaspettatamente Gallo da l’ordine di ritirarsi oltre le mura della città.

Cosa abbia spinto il generale romano a tale gesto non è dato saperlo: mancanza di rifornimenti, viveri e acqua, anche se avrebbero potuti averli dentro la città stessa, la mancanza di fiducia di Gallo nelle proprie truppe che credeva prive di disciplina e indolenti?

Flavio Giuseppe si limitò a dire: “…Cestio, non accorgendosi né della disperazione degli assediati, né della favorevole disposizione del popolo, all’improvviso richiamò i soldati e, rinunciando nel modo più assurdo ai suoi piani senza aver subito alcuna sconfitta, sloggiò dalla città.”
(Guerra giudaica, Libro II, 540).

L’inseguimento dei ribelli

Raccolto l’esercito il comandante romano si accinge a ripercorrere la stessa strada che da Cesarea Marittima lo aveva portato a Gerusalemme, inseguito dai ribelli che prendono a bersagliare la retroguardia.

Il primo giorno di ritirata, è continuamente disturbato dalle scorrerie nemiche sui fianchi con i rivoltesi armati alla leggera e i legionari equipaggiati pesantemente, i quali temendo di dover fronteggiare un gran numero di nemici rimangono serrati per non consentire che i Giudei si possano insinuare tra le fila.

A sera trovano riparo nell’accampamento presso Gabaon, costruito nell’andata, avendo subito un elevato numero di morti e feriti, tra cui la morte del legato della VI Ferrata.

Gallo, incerto sul da farsi, con il nemico davanti, dietro e sui fianchi decide di stare rinchiuso per due giorni nel campo, fin quando, comprendendo che indugiare avrebbe significato permettere al nemico di ricevere rinforzi, ordina di ripartire, riprendendo quella che a tutti gli effetti è una fuga in piena regola.

Comanda di disfarsi di tutto ciò che non serve e rallenta la marcia, di uccidere i muli, gli asini e tutte le altre bestie, ad eccezione di quelle che traianano i carri che trasportano le armi, incluse le macchine d’assedio e artiglieria che, per mancanza di tempo, non vengono distrutte per non farle cadere in mano nemica.

L’agguato di Beth Horon

Con tali premesse la colonna romana si accinge a percorrere il passo di Beth Horon. All’improvviso scariche di frecce e proietti provenienti dall’alto dei fianchi della colonna si infrangono sui legionari e nugoli di ribelli giudei a più riprese si riversano dai pendii aridi delle colline infrangendosi sugli scudi e gladi dei legionari e cavalieri romani.

I Romani resistono riuscendo anche lentamente ad avanzare, ma continuano a perdere molti uomini. Ben presto Cestio Gallo e il suo stato maggiore si rendono conto di essere caduti a tutti gli effetti in una ben congegnata trappola da cui sarebbe impossibile uscirne, bloccati davanti e dietro, sotto l’incensante tiro dei frombolieri e arcieri, appostati sulle cime.

Il passo si affaccia da un lato su un precipizio dove molti soldati vi incontrano una morte orribile, precipitando, dall’altro è chiuso da alture ripide e scoscese.

La cavalleria, rimasta ai fianchi dei fanti, non essendo stata inviata da Gallo in avanscoperta sulle alture del passo per tenere impegnati i Giudei, non riesce a lanciarsi contro i rivoltosi per alleggerire la pressione sulla fanteria. Gallo può solo sperare nel favore della notte per tentare di sganciarsi.

Nella mischia i soldati comprendono quale sarà l’esito e molti di loro si lasciano trafiggere senza resistere, ma molti più sono coloro che vendono a caro prezzo la pelle, portandosi nella loro morte la vita di tanti nemici.

Finalmente giunge la sera e con essa il sospirato buio della notte. I superstiti romani, lasciandosi dietro migliaia di caduti dietro di loro, afflitti e disorientati, si rifugiano a Bethhoron, accerchiati dai Giudei che vegliano affinché non tentino la fuga.

E tutti sanno ormai che la Legio XII Fulminata ha perso la sua più importante insegna: l’aquila.

In un guizzo di determinazione, mancata fino ad allora, il governatore della Siria Cestio Gallo realizza un diversivo per cercare di rompere l’accerchiamento e riparare ad Antipatride: quasi una coorte formata da quattrocento uomini su base volontaria si sacrificherà rimanendo nell’accampamento, mentre nel buio della notte il resto delle truppe si sarà allontanato.

I soldati rimasti inscenano perfettamente la commedia loro ordinata: gridare in ogni angolo del campo la parola d’ordine, suonare le buccine e i corni, fare rumore come se ci sia l’intero esercito dentro.

Il diversivo riesce in pieno e i Romani riescono a mettere tra loro e il campo assediato una distanza di oltre 5 Km (30 stadi cita Flavio Giuseppe), quando i ribelli si accorgono del tranello.

La reazione di quest’ultimi è crudele: massacrano i valorosi soldati rimasti e si apprestano a inseguire Cestio Gallo.

“Costui, che durante la notte si era non poco avvantaggiato, di giorno accelerò la fuga, sì che i soldati per lo sgomento e la paura abbandonarono anche le artiglierie d’assedio e le catapulte e la maggior parte delle altre macchine, che allora i giudei catturarono e poi usarono contro chi se n’era disfatto. Inseguendo i romani arrivarono sino ad Antipatride.

Di poi, non riuscendo a raggiungerli, tornarono sui loro passi prendendo seco le macchine e spogliando i cadaveri; quindi raccolsero il bottino che avevano lasciato indietro e fra canti di trionfo rientrarono nella città. Le loro perdite erano state addirittura irrilevanti, mentre dei romani e loro alleati ne avevano ucciso cinquemila e quattrocento fanti e quattrocentottanta cavalieri. Questi i fatti del giorno 8 del mese di Dios (ottobre), nel dodicesimo anno del regno di Nerone (66 d.c.)”

(Flavio Giuseppe, Guerra Giudaica, Libro II, 553 – 555).

A miglia di distanza da Antipatride i vincitori si muovono tra i cadaveri, spogliandoli di tutto e raccogliendo una grande quantità di armi. E quei vincitori non sono Romani.

La notizia della tragica disfatta di Gallo con il quasi annientamento di una legione, la perdita di un’aquila legionaria e il conseguente rafforzamento del potere dei Giudei, giunge all’imperatore Nerone che deve, suo malgrado, richiamare in servizio l’ultimo suo valido generale, Tito Flavio Vespasiano, spedendolo a reprimere la ribellione giudea.

Poco dopo il suo ritorno in Siria, Gallo muore (probabilmente nella primavera del 67 d.C.) e gli succede nella carica Gaio Licinio Muciano.

Le insegne militari romane. Gli stendardi dei legionari

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Le insegne militari romane erano un elemento fondamentale per ogni legione.

Le insegne militari rappresentavano il popolo romano sul territorio, fungevano da punto di riferimento durante la battaglia, ma aveva anche un profondo significato religioso, cosa che portò ad avviare delle intere campagne militari per il recupero dei simboli perduti o rubati dai nemici.

Le insegne militari romane

Le insegne militari erano costituite da un gagliardetto, una piccola bandiera o uno stendardo attaccato sulla sommità di un lungo bastone o palo, che identificava una legione romana di fanteria o di cavalleria.

L’oggetto posizionato più in alto nelle insegne era di norma un simbolo. Solitamente era quello di un animale, come il serpente, il cinghiale, il lupo, il cavallo o il Minotauro, anche se il più famoso, specialmente dopo la riforma di Caio Mario, era certamente l’aquila.

Ma oltre ad un animale poteva anche essere rappresentata l’immagine dell’imperatore, oppure una mano aperta, che simboleggiava la lealtà dei soldati e la fiducia che avevano nei confronti del loro comandante.

Molto spesso, immediatamente al di sotto del simbolo vi era la scritta “Senatus Populus Que Romanus”, ovvero “Il Senato e il Popolo di Roma”. Si trattava di un elemento non secondario.

Rappresentava il concetto secondo il quale i legionari non combattevano solamente per loro stessi, ma in quel momento erano la personificazione dell’intero popolo di Roma che stava esportando la civiltà e la romanizzazione in un nuovo territorio del mondo.

Altri elementi posizionati immediatamente al di sotto del simbolo, aiutavano a comprendere il tipo di unità (Legione o Coorte) alla quale apparteneva quella specifica unità di uomini. Questo permetteva ai legionari di riconoscere i rispettivi reparti, ma anche ai generali, di comprendere il posizionamento e il dispiego della legione sul territorio con notevole rapidità, tramite la sola osservazione delle insegne visibili.

La funzione delle insegne durante la battaglia

Le insegne militari svolgevano una funzione fondamentale anche durante la battaglia e il combattimento contro il nemico. In una situazione estremamente caotica, piena di grida, di attacchi ripetuti, e di fendenti che in ogni momento potevano colpire il legionario, le insegne militari rappresentavano un insostituibile punto di riferimento per ricompattarsi con i propri commilitoni e non perdere la coordinazione.

Quando ad esempio era necessario che gli uomini ritrovassero compattezza, si era soliti procedere ad uno squillo di tromba ben codificato. Tutti i legionari cercavano con gli occhi lo stendardo della propria unità per ritornare il più velocemente possibile in posizione e non rimanere frastagliati ed isolati.

Anche lo stesso movimento dello stendardo era una preziosa indicazione per i soldati: spingere le insegne in avanti o da un lato o all’indietro, corrispondeva ad ordinare un eguale movimento degli uomini, ed era un metodo efficacissimo per trasmettere un’informazione ad un grande numero di legionari in pochissimi secondi.

Sempre attraverso un movimento dello stendardo, si poteva anche indicare ai soldati di cambiare la propria formazione o addirittura la tattica da utilizzare in quel momento. Si trattava probabilmente del più efficace metodo di comunicazione in un caotico campo di battaglia.

Va da sé che il portatore di insegne era un soldato di notevole abilità e di importanza che doveva certamente rimanere in prima linea, dove tutti i legionari potevano vederlo, ma che allo stesso tempo era strenuamente difeso, proprio per la sua funzione fondamentale durante lo scontro.

Il significato religioso delle insegne militari romane

Non trascurabile è anche il significato spirituale e religioso che le insegne militari rappresentavano per i legionari. I romani non eseguivano niente che non fosse in accordo con gli Dèi. Per la società romana era normale stringere continuamente dei patti con le divinità superiori, qualsiasi cosa si dovesse fare: dalla fondazione di una città, al raccolto, alla celebrazione di un matrimonio o di un processo.

Naturalmente, anche e soprattutto una campagna militare doveva essere portata avanti in accordo con gli Dei. Le insegne militari romane venivano infatti considerate come “pervase” dallo spirito del Dio che stava accompagnando i legionari. Si trattava quindi di un elemento “vivo”, fondamentale per la sopravvivenza della legione. Lo stendardo rappresentava la divinità protettrice sul campo di battaglia e andava difeso a costo della vita.

Ecco perché perdere le insegne era considerato uno smacco gravissimo, che condannava la legione ad una sicura sfortuna, giustificando addirittura intere campagne militari successive per il solo recupero delle insegne militari perdute.

Recuperare le insegne perdute: le missioni di Germanico e di Augusto

Forse la più grande spedizione militare per il recupero di insegne perdute durante una sconfitta è quella affidata al generale Giulio Cesare Germanico. Nel 9 d.C il generale romano Publio Quintilio Varo fu assegnato alla Germania.

Il generale, più un burocrate che un comandante militare, infilò una serie di errori tattici madornali e sottovalutò degli evidenti segnali di un’imboscata organizzata dal leader della tribù dei cherusci, Arminio.

Fu così che Varo, nella battaglia di Teutoburgo, perse la vita, assieme a tre legioni, completamente annientate.

Durante lo scontro, le insegne vennero rubate dai ribelli e abilmente nascoste, mentre la disfatta segnò una pesante battuta di arresto nell’espansione di Roma nella provincia di Germania.

Ebbene, quando nel 16 d.C il generale Germanico guidò le sue truppe in Germania per vendicare quella sconfitta e ripristinare l’orgoglio di Roma, uno degli obiettivi primari era esattamente il recupero degli stendardi persi diversi anni prima.

Attraverso delle campagne militari ben organizzate e spedizioni punitive estremamente violente, Germanico massacrò il maggior numero possibile di tribù come punizione per la sconfitta romana, riuscendo a farsi indicare la posizione e dunque a recuperare due dei tre stendardi persi a Teutoburgo.

La terza insegna, venne invece recuperata attraverso un’intensa attività di “intelligence” ai tempi dell’imperatore Claudio, alcuni decenni dopo, a dimostrazione di quanto fosse importante recuperare un insegna perduta, anche a notevole distanza di tempo.

Un’analoga dimostrazione può essere anche il recupero delle insegne da parte dell’ imperatore Augusto. Si trattava degli stendardi che erano stati sottratti al generale Licinio Crasso a seguito della sconfitta di Carre nel cuore della Partia, odierno Iran.

Augusto portò avanti una serie di abilissime trattative con l’impero partico per stabilizzare i confini orientali. Di nuovo, parte integrante di questo successo diplomatico fu la riconsegna degli stendardi, il che, per il popolo romano, equivalse in tutto e per tutto ad una grande vittoria militare.

La battaglia di Clastidium e il duello del console Claudio Marcello

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Mentre a Roma il popolo si appresta a dedicarsi ai riti in onore dell’apertura del nuovo anno con il mese di marzo dedicato a Marte che segna anche l’inizio della stagione delle campagne militari, alle cerimonie di purificazione delle armi (Armilustrium) e delle trombe di guerra (Tubilustrium), qualcuno è già immerso in piena guerra e con lui il suo esercito.

Questo qualcuno è il console Marco Claudio Marcello, impegnato con il suo esercito contro le popolazioni celtiche degli Insubri.

Siamo nel mese di marzo dell’anno 222 a.C., probabilmente alle calende del mese (1 marzo) quando si svolge la battaglia di CLASTIDIVM (oggi Casteggio, nell’Oltrepò Pavese), diventando una delle più celebri battaglie della storia romana, quella che avrebbe aperto la strada alla conquista dell’Italia settentrionale.

Roma dopo la prima guerra punica e gli scontri con i celti

Uscita vincitrice dalla oltre ventennale prima guerra punica, Roma, dopo aver occupato le isole della Sicilia, Sardegna e Corsica, volge le sue forze a assicurare i propri confini.

Sulla scia delle nuove conquiste e sotto il crescente sviluppo demografico Gaio Flaminio Nepote (il Flaminio che in qualità di censore dette inizio alla costruzione della Via Flaminia, lo stesso Flaminio che cadrà contro Annibale nella battaglia del Trasimeno nel 217 a.C.), in qualità di Homo Novus porta avanti un’energica politica di riorganizzazione dei territori.

Distribuisce terre da coltivare alla fasce più debole della popolazione che aveva patito i sacrifici delle passate guerre e stanzia cittadini romani in nuove colonie al di là nei territori sottratti ai Senoni tra Ancona, Rimini e Ravenna.

Le popolazioni celtiche, tra cui Boi, Longoni, Insubri, sono ormai consapevoli delle intenzioni dell’Urbe che mira, tra l’altro a minare i rapporti tra i vari popoli del Settentrione, arrivando a concludere accordi con i Veneti e i celti Cenomani, tradizionalmente avversari degli Insubri.

E la stessa Cartagine, non piegata nella sua volontà di non lasciare a Roma il dominio del Mediterraneo, non perde l’occasione di fomentare gli animi celtici, promettendo aiuti in caso di una nuova guerra.

I Quiriti passano subito alle trattative diplomatiche con la città punica, arrivando a stipulare nel 226 a.C.il cosiddetto “trattato dell’Ebro“, con cui Roma, impegnata con i Celti, non interviene nel consolidamento del dominio nella penisola iberica a sud del fiume da parte di Cartagine che in questo modo si sarebbe disinteressata del teatro italico.

Alla vigilia della seconda guerra punica Romani e Celti, Boi e Insubri che risiedono rispettivamente a sud e a nord del Po, e a cui si uniscono i Taurini e un consistente contingente di mercenari proveniente dalla valle del Rodano, i Gesati, si scontrano nella pianura padana e nel 225 a.C.
la coalizione celtica subisce una cocente sconfitta a Talamone (località Campo Regio nella frazione di Fonteblanda del comune di Orbetello, in provincia di Grosseto), scongiurando la più grave invasione dei territori italici e romani.

La politica romana fra Claudio Marcello e Fabio Massimo

Euforici per la vittoria i Romani si convincono di poter cacciare i Celti dalla pianura del Po e così si addentrano in territorio nemico.
Dal 223 a.C. l’obiettivo è di penetrare e conquistare la zona transpadana e Caio Flaminio riesce a battere gli Insubri sul fiume Oglio.

Tuttavia, avversato dal Senato, tra l’altro per la sua innata avversione a trarre e rispettare gli auspici, così cari ai Romani, non riceve il trionfo e anzi viene costretto a dimettersi dalla carica di console insieme al suo collega.

L’interrex, il magistrato incaricato a subentrare è Quinto Fabio Massimo Verrucoso (che passerà alla storia come il Temporeggiatore, Cuncactor, per la sua politica attendista nel frenare le manovre di Annibale in Italia dopo le disastrose sconfitte del Trebbia , Ticino, Trasimeno, Canne) che nomina nuovo console Marco Claudio Marcello, inaugurando una lunga e proficua collaborazione volta a arginare il pericolo punico, nonché quello celtico.


Fabio Massimo e Claudio Marcello, due personalità diverse l’una dall’altra, ma sempre insieme, anche nei momenti più difficili: prudente, fermo e costante il primo, irruente, “fisicamente robusto, pronto alla mano e battagliero per natura” (Plutarco, Marcello, 9) il secondo.

Proveniente da una famiglia di origine plebea, non del tutta nuova alla gestione del potere, Claudio Marcello, nato intorno al 270 a.C, è un condottiero e un uomo d’armi da sempre, che non si è mai tirato indietro davanti a un duello e a tal fine continuamente allenato, tanto da poter vantare nessuna sconfitta nelle sfide con gli avversari.

E’ lui a spingere per la prosecuzione della guerra contro gli Insubri ostacolando i grandi latifondisti del Senato che vogliono accettare le condizioni di pace dei Celti per non dare ulteriori concessioni di terre ai piccoli agricoltori.

Con la rottura delle trattative gli Insubri arruolano 30.000 Gesati, mentre i due consoli in carica, Claudio Marcello e Gneo Cornelio Scipione Calvo (zio del futuro Scipione Africano) muovono l’assedio di Acerrae (odierna Pizzighettone, in provincia di Cremona), lungo l’Adda, piazzaforte romana caduta in mano dei Celti.

Per cercare di distogliere forze romane dalle posizioni strategiche della città precedentemente conquistate e ancora tenute con tenacia, parte dell’esercito degli Insubri, congiuntamente a un terzo dei mercenari Gesiti, al comando del re Virdomaro, si sgancia da Acerrae per scorazzare, razziando e devastando, nei territori circostanti.

La battaglia di Clastidium

I due consoli non abboccano all’amo, e, subodorando la provocazione avversaria, decidono di non togliere l’assedio ad Acerrae e seguire con tutto l’esercito gli Insubri.

Solo una parte della cavalleria e la fanteria leggera si lancia all’inseguimento dell’avversario, giunto nei pressi di Clastidium (odierna Casteggio, in provincia di Pavia), importante località degli Anamari (o Marici), popolazione ligure che, probabilmente per timore dei vicini Insubri bellicosi, già l’anno prima avevano accettato l’alleanza con Roma.

Claudio Marcello è molto fiducioso del suo esercito, costituito da cavalieri e fanti armati alla leggera e nettamente inferiore a quello celtico, e lo sprona a marciare notte e giorno fin quando non scorgono i nemici presso Clastidium, città occupata e fortificata da Flaminio l’anno precedente.

Plutarco scrive che i Galli sottovalutarono i Romani, sia perché loro stessi erano numericamente superiori agli avversari, sia per la scarsa considerazione che si aveva per la cavalleria romana, sia perché gli stessi cavalieri galli erano tra i più temuti dell’Occidente.

In ogni caso Marcello non si fa cogliere impreparato e decide di schierare i suoi su una linea lunga e sottile per coprire più ampiamente possibile il campo di battaglia (le fonti non chiariscono se al momento della imminente battaglia Clastidium fosse caduta, come sembra indicare Plutarco, o ancora resistesse al nemico, come sembra possa desumersi da Polibio).

La carica è impetuosa e tanto è il frastuono delle armi e delle grida che lo stesso cavallo di Marcello si imbizzarisce, girandosi verso i soldati che sta guidando.

Con grande sforzo riesce a riportare la sua cavalcatura nella posizione di partenza concludendo con un atto di adorazione verso il sole e gli Dei, affinché i suoi uomini interpretano la fuga del cavallo non come un cattivo augurio ma come un rito propiziatorio.

Dopo aver validamente resistito, gli Insubri e i Gesati vengono attaccati anche sui fianchi dalla cavalleria dei Romani, compiendo continue azioni di disturbo con attacchi e fughe alternate e impegnando in tal modo la cavalleria celtica, mentre la fanteria gallica impegna quella romana quasi accerchiandola.

Squadroni di cavalieri romani tornano indietro dando manforte alle truppe appiedate e attaccando ai lati la fanteria nemica.

Il duello: Claudio Marcello contro Virdomaro

Nel susseguirsi degli scontri il console Claudio Marcello viene a trovarsi difronte il re gallo Virdomaro, “un uomo che superava gli altri galli per grandezza fisica e si distingueva per l’armatura risplendente come un lampo, adornata d’oro e d’argento e nelle tempre e nei colori di ogni tipo” (Plutarco, Marcello, 7.1).

Esperto e amante dei duelli, il romano non si tira indietro e carica a sua volta il gallo con la lancia, trapassandogli la corazza e disarcionandolo per poi finirlo a terra con altri due colpi.

L’impresa compiuta ha un grande valore, in quanto fino ad allora solo altri due romani sono riusciti a uccidere un re nemico affrontandolo personalmente in battaglia, Romolo che, da leggenda, avrebbe ucciso il re dei Ceninesi Acrone e Cornelio Cosso che aveva battuto il re etrusco Tolumnio.

Marcello tocca le armi del morto e invocando Giove Feretrio consacra al dio le sue spoglie.

Ucciso il re gallo i Romani hanno ben presto ragione del nemico.
Con un contrattacco poderoso la fanteria romana con l’appoggio della cavalleria che continua a tenere impegnata i scompaginati reparti della cavalleria avversaria, spingono i Galli verso il fiume (dubbi se sia il Po oppure, un piccolo corso d’acqua locale), dove in gran numero troveranno la morte, mentre molti altri verranno uccisi dai Romani.

La conquista dei territori transpadani

Plutarco affermò che “riportarono un vittoria straordinaria e meravigliosa per genere e per natura; infatti si dice che né prima né dopo mai così pochi cavalieri abbiano riportato la vittoria su un così gran numero di cavalieri e di fanti insieme” (Plutarco, Marcello, 7.5).

Nel mentre che Claudio Marcello sgomina i Celti nel pavese, il suo collega Cornelio Scipione rompe l’assedio di Acerrae e muove le sue truppe verso la capitale degli Insubri, Milano, ma qui è costretto a fermarsi, bloccato davanti nella resistenza degli assediati e dietro dal sopraggiungere di altri Galli.

Solo l’arrivo di Claudio Marcello e la notizia che i Gesati erano stati sconfitti, inducono gli stessi a tornare nelle loro terre e gli Insubri alla resa e a trattare.

Roma riesce in tal modo a estendere il suo dominio sui territori transpadani, pur lasciando ampia autonomia agli Insubri.
La battaglia di Clastidium può considerarsi quindi il preludio per la conquista romana della Gallia Cisalpina, nonché il primo tentativo di unificazione della penisola italiana.

L’Urbe decreta la vittoria e il trionfo, ma a sfilare per le vie dell’Urbe sarà solo Marco Claudio Marcello (negato invece a Cornelio Scipione, sembra, per la condotta poco esemplare delle sue legioni che patirono ingenti perdite).

Nel suo trionfo il romano porta le spolia opima, le armi dello sconfitto Virdomaro, prima di consacrarle e sistemarle nel tempio di Giove Feretrio.
Dopo di lui nessun’altro comandante romano sarebbe riuscito a fregiarsi di un simile trofeo.

Lo scontro diretto tra i due comandanti avversari ispirerà una delle più antiche opere della letteratura latina, la Favula praetexta di Gneo Nevio, intitolata appunto CLASTIDIVM.

Il trionfo nell’Antica Roma. Svolgimento e significato

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Il trionfo romano era una spettacolare parata celebrativa che si teneva nella città di Roma ed era dedicato ad un comandante militare che avesse ottenuto un’importante vittoria sul campo di battaglia.

Si trattava di una delle massime onoreficenze, concessa esclusivamente dal Senato, e consisteva in un vero e proprio spettacolo di propaganda, particolarmente sontuoso, che ricordava al popolo la gloria di Roma e la sua superiorità militare su tutte le altre nazioni del mondo.

IL TRIONFO IN ETA’ ARCAICA

Le fonti ci tramandano di alcuni trionfi durante l’epoca arcaica e monarchica. Non abbiamo particolari dettagli su queste rappresentazioni celebrative, ed è probabile che questi fenomeni siano avvolti dalla leggenda, come gran parte della storia dei primi 250 anni di Roma.

Comunque, gli storici romani descrivono i trionfi del periodo monarchico come una processione dalla natura prettamente religiosa, che prevedeva l’offerta di derrate alimentari al Dio della fertilità Liber, per garantire un buon raccolto. Questa tradizione potrebbe derivare dagli Etruschi, anche se mancano delle conferme definitive.

IL TRIONFO IN ETA’ REPUBBLICANA

Nel periodo repubblicano, abbiamo invece fonti più certe. Secondo lo storico Orosio, che visse nel V secolo d.C., vi furono 320 trionfi a Roma, fino al I secolo d.C. Esiste anche un elenco, seppur abbastanza frammentario, nei Fasti Triumphales, dove furono registrati tutti i trionfi della Repubblica e che probabilmente fu esposto al pubblico per la prima volta sull’arco di Augusto del 20 a.C, nel foro romano.


In particolare alla fine delle guerre puniche, venne stabilita una procedura generale fissa per regolamentare il trionfo concesso ad un generale.

Innanzitutto il comandante, già sul campo di battaglia, otteneva delle grida di ovazione e di approvazione direttamente dai legionari che lo chiamavano con il titolo onorifico di “Imperatore“.

Il termine “imperatore”, che siamo abituati a collegare a personaggi come Augusto, Traiano o Adriano, in epoca repubblicana poteva essere attribuito anche a più persone, ovvero a generali vittoriosi che meritavano di detenere il massimo potere militare.

A questo punto, il generale inviava un messaggero ufficiale a Roma, con una tavoletta e una corona d’alloro, il simbolo della vittoria fin dai giochi olimpici della la Grecia, direttamente al Senato romano.

Se questo confermava la vittoria ottenuta sul campo e riconosceva a questo evento una importanza sufficiente, veniva concessa la cosiddetta “Salutatio imperatoria”, una specie di prima “approvazione” da parte del Senato, che permetteva alla procedura di proseguire.

Il comandante aveva ora diritto di portare un fascio littorio, costituito da un fascio di verghe e da un’ascia, il simbolo dell’autorità del magistrato, assieme ad alcune corone di alloro.

Il generale poteva marciare assieme al suo esercito verso la capitale, ma doveva rigorosamente fermarsi appena fuori dal “Pomerium”, il confine sacro della città di Roma, che nessuno poteva superare in armi.

Il generale non aveva alcuna possibilità di recarsi fisicamente verso del Senato, ma erano piuttosto i senatori che si recavano presso di lui e lo accompagnavano nel tempio di Bellona, per ascoltare la sua richiesta ufficiale di concessione del trionfo.

A questo punto, il generale richiedeva il trionfo, per sé e per i suoi soldati, adducendo le sue motivazioni e ricordando le gesta che erano state compiute sul campo di battaglia.

A volte poteva essere necessario parecchio dibattito specie se il generale aveva degli avversari politici importanti, ma per le vittorie più schiaccianti e per i generali più acclamati, il trionfo veniva concesso quasi automaticamente.

Le cerimonie del trionfo variavano di volta in volta ma molti elementi comuni diventano evidenti nel corso del tempo. In generale il trionfo impiegava un’intera giornata. Il comandante iniziava con un discorso di buon mattino: parlava davanti al Senato, ai magistrati, al suo esercito e al pubblico che correva ad ammirarlo.

La folla aveva la possibilità di salutarlo e di ammirarlo, e venivano fatte offerte agli Dei e preghiere di ringraziamento. Il generale lodava puntualmente le sue legioni e menzionava specifici soldati che si erano distinti per coraggio, concedendogli dei premi e delle medaglie al valore.

Dopo questa fase, il vincitore indossava delle speciali vesti color porpora e offriva ulteriori sacrifici agli Dei. Era questo il momento clou.

Il corteo trionfale iniziava la sua sfilata da un punto preciso, la “Porta Trionfale”, una zona di Roma che rappresentava convenzionalmente il punto di partenza dei trionfi, per poi attraversare le vie e le piazze principali di Roma lungo un percorso scelto dal comandante.

In prima fila vi erano i consoli e i politici più eminenti della città, seguiti da un impressionante numero di prigionieri prelevati dal campo di battaglia.

Molto spesso, alcuni episodi della battaglia venivano rappresentati alla folla tramite dipinti, su pannelli di legno, o attraverso vere e proprie rappresentazioni impersonate dai prigionieri di guerra.

In caso di un trionfo per una battaglia navale, spesso si utilizzavano dei becchi di navi e attrezzature nautiche, che permettevano di ricostruire i principali movimenti accaduti sul mare.

Seguivano musicisti e portatori di fiaccole per rendere più sfarzosa la cerimonia, così come il lancio di fiori e l’esibizione di animali esotici, spesso provenienti dalla regione conquistata.

Dopo di che, veniva fatto sfilare il bottino di guerra: quintali di oro e di argento, messi in bella mostra di fronte al pubblico. Seguivano i magistrati, chiamati “littori”, che portavano dei fasci adornati di foglie di alloro e, infine, arrivava il turno del comandante vittorioso.

Protagonista dello spettacolo, il vincitore era rappresentato come un Dio, e cavalcava uno spettacolare carro a sponde alte trainato da quattro cavalli bianchi. Indossava una corona di alloro e portava un ramo, sempre di alloro, nella mano destra. Nella mano sinistra, uno scettro d’avorio con l’Aquila, simbolo del trionfo di Roma.

Era accompagnato da uno schiavo il cui compito era tenere sopra la sua testa una corona d’oro, ma allo stesso tempo sussurrargli continuamente all’orecchio che nonostante tutta questa adorazione doveva ricordare di essere solamente un uomo, e non un Dio.

Dopo il carro del comandante, venivano fatti sfilare i suoi figli e gli ufficiali a cavallo.

Alchè, arrivavano le truppe, che di solito cantavano delle canzoni allegre per allontanare la gelosia degli Dei, ma molto spesso per prendere bonariamente in giro il loro generale. 

Quando l’intera processione raggiungeva il tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio, il comandante trionfante poteva compiere un plateale gesto di magnanimità, liberando un paio di prigionieri.

Dopodiché, era l’ora del sacrificio di un toro e dell’offerta di alcuni pezzi pregiati del bottino di guerra in onore di Giove.

Infine gli ospiti più eminenti si sedevano ad un grande banchetto all’interno del tempio, che proseguiva per ore. Dal tardo periodo repubblicano in poi, il banchetto poteva essere generosamente offerto alla popolazione.

Al termine della festa, una folla di sostenitori ed entusiasti accompagnava il generale nella sua abitazione, assicurandosi che arrivasse sano e salvo a casa.

I TRIONFI PIU’ IMPORTANTI

Con il passare del tempo, ogni trionfo diventava sempre più grande e sgargiante. I principali trionfi dell’epoca repubblicana furono certamente quelli di Pompeo Magno, che ottenne tre trionfi nel 80, 71 e 61 a.C, uno più strabiliante dell’altro.

Questo maestro della propaganda commemorativa arrivò persino a costruire il primo teatro in pietra di Roma per assicurarsi che la sua gloria fosse ricordata per i secoli a venire.

Giulio Cesare fece ancora di meglio, e costruì un intero foro dedicato alle sue vittorie, finanziando i lavori di costruzione con il bottino delle sue innumerevoli battaglie. Forse nessuno trionfo fu sfarzoso come quelli dedicati a Cesare dopo le sue ultime conquiste, con interi mesi di festeggiamenti, che superarono lo spazio più inimmaginabile.

IL TRIONFO IN EPOCA IMPERIALE

Augusto, primo imperatore di Roma e politico di levatura eccezionale, ridusse drasticamente il numero dei generali che potevano ottenere il trionfo e si assicurò che solamente la famiglia imperiale potesse essere celebrata con così tanto splendore.

L’ultimo trionfo di un personaggio non appartenente alla dinastia imperiale fu quello di Cornelio Balbo, concessogli nel 19 a.C, per le sue campagne in Africa.

Ma dopo quell’ultima occasione, i trionfi non vennero più concessi se non direttamente agli imperatori. Tanto è vero che Marco Vipsanio Agrippa, braccio destro di Augusto ma estraneo alla sua famiglia, rifiutò il trionfo nel 14 a.C.

I più grandi trionfi in epoca imperiale furono certamente quelli degli imperatori Vespasiano e di suo figlio Tito nel 71 d.C, per la loro vittoria in Giudea: in quella occasione vennero esibite le ricchezze prelevate dallo sfarzoso tempio di Gerusalemme e venne addirittura innalzato un arco di trionfo in loro onore.

Ma da quel periodo in poi, i trionfi divennero mano mano eventi sempre più rari. Nei successivi 200 anni se ne verificarono meno di 20.

Probabilmente, uno degli ultimi trionfi offerti alla popolazione di Roma fu quello del 313 d.C, in onore di Diocleziano e Massimiano dopo le loro vittorie in Africa e Britannia.

Alcuni storici considerano l’ultimo grande trionfo quello di Belisario, che sconfisse i persiani e vandali, anche se in quella occasione la processione si tenne a Costantinopoli, e non più a Roma.

COSA RIMANE DEI TRIONFI ROMANI?

Oltre alle grandi parate che rimangono nell’immaginario collettivo, anche per il contributo di Hollywood, quello che ci rimane dei trionfi è una consistente produzione architettonica.

A fianco dei trionfi venivano spesso costruiti degli interi archi monumentali, che diventavano un modo efficace e duraturo per commemorare la grandezza dei governanti e l’epicità delle vittorie militari.

A distanza di 2000 anni, gli archi di trionfo, che venivano puntualmente costruiti subito dopo queste sfarzose processioni, sono i simboli principali della vanità romana, e dominano ancora il paesaggio urbano di molte città moderne.

Articolo originale: Roman Triumph di Mark Cartwright (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Andrea Finzi