martedì 23 Giugno 2026
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La battaglia di Maleventum: Pirro consegna la Magna Grecia a Roma

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di Teresa Logozzo

Dopo i magri successi sulla penisola italica con Roma che di fatto non perde le posizioni acquisite, né tantomeno l’interesse per la Magna Grecia, il re dell’Epiro Pirro decide di rispondere alla richiesta di aiuto delle città siciliote che volevano garantirsi la libertà contro le mire espansionistiche della potenza mediterranea di Cartagine.

Giunto in Sicilia usa lo stesso modus operandi utilizzato con i tarantini, imponendo la sua rigidità e determinazione. Ma anche in Sicilia il sovrano epirota non può dirsi al sicuro dall’Urbe, poiché quest’ultima, ben pagata da Cartagine non ratifica in Senato il trattato di pace stipulato con il console Gaio Fabricio, trattato che dava a Roma la strada libera per riaffermare la sua autorità sui popoli italici dei sanniti, Bruzi e Lucani, nonché su diverse città greche quali Crotone e Locri, pur se con la simbolica presenza di guarnigioni lasciate da Pirro.

Il sovrano diventa, diciamo, un sorvegliato speciale da parte delle stesse città siciliote che lo avevano chiamato in Sicilia e nel giro di due anni in cui i risultati sono scarsi anche sull’isola e con un esercito sempre più indisciplinato e malpagato, si vede costretto a rimettere i piedi sul suolo italico nella primavera del 275 a.C.

Pirro non è più lo stesso, sempre più consapevole di un concreto fallimento dei suoi desideri di costituire in Italia un suo regno.

Aveva pensato di trovarsi ad affrontare popoli barbari, facilmente domabili e invece ebbe a scontrarsi con un popolo, i Romani, che si era mostrato tutt’altro che docile e che in un misto di doti diplomatiche, politiche, militari, strategiche era riuscito a rivaleggiare sullo stesso piano del sovrano orientale.

Ma non tutto è perduto e Pirro decide di arrivare all’ennesimo scontro con i Quiriti. Arruola in tutta fretta un esercito tra i tarantini, rinforzando i suoi 23.000 uomini, di cui circa 3.000 cavalieri, e i suoi elefanti rimasti e si sposta per trovare il nemico.

I consoli per l’anno 275 sono Lucio Cornelio Lentulo e Manio Curio Dentato (console per la terza volte, vincitore ultimo della terza guerra sannitica, fautore della fondazione della colonia di Senigallia dopo aver battuto i Galli Senoni) che ricevono il comando delle truppe impegnate rispettivamente in Lucania e nel Sannio.

Alla notizia dell’avanzata di Pirro verso il Sannio i due consoli decidono di presidiare le vie per Roma, Lentulo quella centrale, Dentato quella più orientale, presso la città di Maleventum.

A questo punto il re dell’Epiro divide le sue forze inviando un grosso distaccamento a intercettare Lentulo e impedirgli di raggiungere il collega Dentato che, di conseguenza si trova ad affrontare il resto dell’esercito epirota (nell’ordine di circa 20.000 fanti e 3.000 cavalieri) con le sue sole legioni, per un totale di 17.000 fanti e 1.200 cavalieri, pur potendo contare sulla sua posizione favorevole, trovandosi su un’altura.

Secondo Plutarco Dentato prese tempo prima di ingaggiare battaglia al fine di potersi congiungere presto con Lentulo e ciò anche perché gli auspici (sempre richiesti prima dell’inizio di un combattimento ) erano infausti e quindi non favorevoli. Ma è più probabile, considerata la sua lunga esperienza militare, che il console, più che decidere in base ai riti propiziatori, avesse deciso in base alla situazione reale che si profilava in quel momento e la posizione del suo campo gli dava ragione.

In ogni caso l’atteggiamento dei Romani spinge all’azione Pirro che non ha voglia di aspettare: contrariamente al suo grande esempio, Alessandro Magno, che odiava attaccare di notte, decide di sfruttare il buio per portarsi in prossimità del castra romano. Consapevole delle difficoltà di una marcia notturna decide di portarsi solo parte del suo esercito, i migliori e parte degli elefanti.

Il resto delle truppe avrebbero avanzato in pianura affinché fosse avvistato dai romani all’alba (come riferisce Plutarco nel suo Pirro, XXV). E il suo collega Dionigi di Alicarnasso scrive che “era inevitabile che gli opliti, gravati da elmi, corazze e scudi e facendo la marcia per colline e sentieri non battuti da uomini, ma da capre, attraverso boscaglie e dirupi, non fossero in grado di mantenere l’ordine e fossero spossati per la sete e la fatica prima ancora che spuntassero i nemici” (Antichità romane, XX).

L’avanguardia epirota finisce per camminare talmente a lungo da fare spegnere le torce: gli uomini si disperdono e il nuovo giorno li vede ancora sulle colline prima di riuscire ricompattarsi e lontani dal resto dei compagni giù nella pianura, al libero sguardo dei romani.

Dentato coglie subito l’occasione e fa uscire i suoi legionari dal campo fortificato lanciandoli in battaglia e in poco tempo ha ragione dell’avanguardia che batte in ritirata per cercare di unirsi al grosso dell’esercito. Data la conformazione del territorio dove i due contendenti si affrontarono dovette trattarsi, più di una caccia all’uomo e all’elefante che di un regolare scontro in campo aperto.

Le sorti della battaglia saranno ancora da decidere, considerato che i Romani scendendo dalle alture si trovano in pianura, probabilmente non proprio in ordine compatto, e qui vi trovano gli epiroti nella classica formazione falangitica.

Le fonti sono alquanto scarse e non permettono una ricostruzione dei fatti che portano alla vittoria di Roma, comunque sono tali da concludere che anche questo terzo scontro non vede affrontarsi la sola legione contro la sola falange.

Il fattore determinante è nuovamente l’utilizzo degli elefanti e il loro successivo comportamento. Plutarco ci dice che fra fanti epiroti e fanti romani prevalessero quest’ultimi, mentre dove erano posizionati gli elefanti, verosimilmente sulle ali dove c’era più spazio per caricare, erano questi che avanzavano costringendo i Romani a indietreggiare (Orosio, di contro, posiziona i pachidermi in retroguardia – Le storie contro i pagani, IV).

Bravura degli elefanti o ripiegamento tattico preventivato da Dentato, sta di fatto che gli epiroti si avvicinano al campo romano, affrontando sia i legionari fuori che quelli dentro il castra, finendo per subire l’intenso lancio dei pila dagli spalti. Tra le vittime designate i conducenti degli elefanti e gli uomini nelle torrette e secondo quanto scrive Orosio furono usati “ordigni incendiari avvolti di stoppa, spalmati di pece e muniti di resistenti uncini…, li incendiavano e li scagliavano sul dorso delle bestie e all’interno delle torricelle” (Orosio, Le storie contro i pagani, IV).

I pachidermi, feriti, ustionati o senza guida, finiscono per perdere il controllo e si disperdono tra le fila epirote, seminando il panico tra i soldati.

Pirro è costretto a sganciarsi dallo scontro per evitare di subire il movimento a tenaglia dei romani di Lentulo che è ormai prossimo al campo di battaglia. Due elefanti vengono uccisi e altri otto sono consegnati dalle loro stesse guide ai legionari.

Questa volta non è una mezza vittoria per uno dei due contendenti ma una vittoria completa e decisiva, tanto che Roma decide di cambiare come segno fausto il nome di Maleventum in Beneventum.

Pirro è costretto a leccarsi le ferite e ormai, preso dallo sconforto, in lui si fa strada il pensiero di lasciare l’Italia: si ritira a Taranto e da qui si imbarca verso la Macedonia, lasciando una guarnigione al comando del figlio, un gesto per salvare le apparenze con i tarantini di un successivo ritorno, ma il sovrano non avrà nessuna intenzione di riattraversare il Mediterraneo, deciso invece a conquistare la Macedonia, cosa che riesce per poi perderla in poco tempo.

Ma il suo spirito irrequieto anela a nuove avventure e si ritrova nel Peloponneso, prima ad assaltare Sparta nel 272 a.C., su richiesta di un suo generale che aveva rivendicato il trono della città e poi si porta sulla città di Argo.

Una volta entrato in città e prima di ritirarsi, una vecchia affacciatosi dalla propria casa vede che il re sta combattendo contro il proprio figlio e staccata una tegola la lancia addosso, colpendolo alla base del collo, proprio sotto l’elmo, spezzandogli le vertebre.

Finisce così l’epoca di un condottiero, considerato in Oriente quasi alla stessa stregua del grande Alessandro.

I Romani riescono alla fine ad avere ragione di questo valente ma per certi versi inconcludente generale, ma quello che alla fine conta è che per l’Urbe è stata la proficua occasione per mettere le mani e imporre la sua influenza e autorità sulle terre del Meridione e sui popoli che vi abitano. Infatti la grande e tenace Taranto cade tre anni dopo con l’assedio portato a termine dal console Papirio Cursore il Giovane a cui è la stessa guarnigione lasciata da Pirro a consegnare la città.

Caduta Taranto l’intera Magna Grecia passa sotto Roma e le città greche sono considerate soci privilegiati. Il prestigio di Roma né esce più che rafforzato affacciandosi sul Mediterraneo come la nuova potenza da battere e presto avrebbe affrontato l’altra grande potenza dell’Occidente: Cartagine.

La battaglia di Augustodunum. I legionari romani contro gli uomini di ferro

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A cura di Teresa Logozzo

Siamo agli inizi dell’anno 21 d.c., sotto il principato di Tiberio, quando oltre le Alpi, scoppiò una rivolta in alcune province della Gallia, precisamente nella Gallia Belgica e Gallia Lugdunenese, oppresse da un’alta tassazione imposta dai governatori di quelle province e dalla loro crudeltà.

A capo dei rivoltosi si posero due nobili galli Giulio Floro, a capo della tribù dei Treviri e altre tribù dei Belgi e Giulio Sacroviro , alla guida degli Edui (il nome Giulio indicava una cittadinanza acquisita ai tempi di Cesare o Augusto; infatti i loro padri l’avevano ottenuta come premio per la fedeltà a Roma, servendo nelle truppe ausiliarie e ricevendo in cambio la cittadinanza romana).

Gli Edui, stanziati nell’odierna Borgogna, tra i fiumi Loira e Saône, con capitale Bibracte – in seguito Augustodunum, avevano avuto in passato rapporti amichevoli con i romani, tanto da chiederne l’aiuto contro gli Allobrogi e Arverni nel 121 a.C., e durante la guerra gallica avevano inoltre appoggiato Cesare.

Sotto l’impero divennero una civitas foederata, e ottennero, primi tra i Galli, lo ius honorum (ossia il diritto ad avere eletti dei propri senatori).

I due nobili capi, inoltre, “affermavano che tra le truppe, da quando avevano appreso la morte di Germanico (molto amato in Gallia), serpeggiava il malcontento; che era il momento opportuno per recuperare la libertà, se si considerava che il loro paese era florido mentre l’Italia era povera, imbelle la plebe dell’Urbe e solo valido nell’esercito il nerbo straniero.

Quasi non vi fu città che rimanesse indenne da quei germi di rivolta; i primi a insorgere furono gli Andecavi, poi i Turoni,…”.

L’inizio della ribellione

Con i suoi Treviri e altre tribù, Giulio Floro mise in piedi un cospicuo esercito dirigendosi verso la Silva Arduenna (l’odierna foresta delle Ardenne, tra il Belgio e e il Lussemburgo). I Romani reagirono prontamente inviando le loro legioni dalla Germania Superiore e Germania Inferiore. Alla guida di coorti della XIII Gemina, XIIII Gemina, II Augusta e XVI Gallica vi era Gaio Silio, un gallo proveniente dalla stessa città di Floro.

Silio non era più un uomo giovane, ma avendo partecipato a numerose battaglie aveva sicuramente dalla sua una notevole esperienza militare. Le truppe partirono dal castra di Vindonissa (odierna Windisch, Svizzera), giungendo in poche settimane nei pressi della Silva Arduenna, ricongiungendosi con l’esercito della Germania Superiore, comandato da Viselio Varro. I Romani circondarono ben presto i ribelli.

Floro e i suoi Galli cercarono di forzare il blocco ma furono sbaragliati dai legionari e dalla cavalleria ausiliaria. Floro riuscì a sfuggire nascondendosi, ma capito di essere in trappola si uccise, ponendo fine definitivamente alla rivolta dei Treviri e della Gallia Belgica.

Con gli Edui di Giulio Sacroviro i Romani dovettero sudare e anche parecchio.

La loro ribellione “fu più grave, poiché la popolazione era più ricca e il presidio in grado di soffocarla si trovava più lontano. Sacroviro aveva occupato la capitale Augustodunum (l’odierna Autun) con coorti armate, per aggregare i figli delle famiglie più nobili delle Gallie, che risiedevano nella città per compiere gli studi e per mezzo di essi, tenuti come ostaggi, assicurarsi l’appoggio dei genitori e dei parenti; subito distribuì ai giovani armi fabbricate segretamente.

Erano quarantamila, la quinta parte dei quali armata come i nostri legionari, gli altri con spiedi e coltelli e con le frecce usate dai cacciatori.”

I rivoltosi ebbero facilmente ragione della guarnigione ivi dislocata, aprendo la via alla razzie di provviste e di armi. Sacroviro liberò molti schiavi destinati a essere gladiatori “tutti coperti di ferro, come usa da loro. Li chiamano crupellari e non sono molto abili nel colpire, ma invulnerabili ai colpi.”.

Un esercito di ribelli e di uomini invincibili

Questi gladiatori, impiegati nelle arene della Gallia centrale, portavano una particolare armatura, simile alle loriche segmentate dei legionari, che copriva busto e spalle, ma scendeva a proteggere anche le braccia, bacino e gambe. L’elmo avvolgeva interamente la testa e ricorda gli elmi mediovali. Combattevano con spada e scudo e dovevano essere robusti, visto il peso elevato dell’equipaggiamento che indossavano.

Davanti a questa minaccia ancor più pericolosa, costituita da un forte esercito di quarantamila ribelli, capeggiati dal romano-gallo e nobile Giulio Sacroviro, Roma decise di inviare contro due legioni, la XIII Gemina e la XIIII Gemina, affiancati da numerose turmae di cavalleria.

Al comando di Gaio Silio, coprirono la distanza che li separava da Augustodunum con l’obiettivo di porla sotto assedio.

“Silio mosse alla testa di due legioni, precedute da una schiera di ausiliari; devastò i villaggi dei Sequani, che si trovavano al confine ultimo del territorio, attigui agli Edui e loro alleati in armi.

Poi si diresse su Augustodunum a marce rapide, con i signiferi in gara tra di loro; e anche i soldati semplici, frementi d’impazienza, rifiutavano il riposo consueto e le soste notturne: che guardassero in faccia i nemici e fossero visti da loro, era sufficiente per vincere.”

Arrivati nelle vicinanze della città gli speculatores riferirono al comandante romano dove gli Edui si erano disposti.

La preparazione alla battaglia

Silio decise di schierare in formazione l’esercito con la cavalleria ai lati, convinto, che pur essendo in netta inferiorità numerica (due legioni – circa 11.000 uomini – e diversi reparti di cavalleria), rispetto all’esercito avversario (sui 40.000 uomini) avrebbe prevalso per disciplina e addestramento rispetto all’accozzaglia degli avversari tra le cui fila non molti erano quelli che potevano essere considerati guerrieri e ben equipaggiati, oltre ai citati crupellarii.

Il comandante gallo, dal canto suo, schierò in prima fila per l’appunto gli impenetrabili gladiatori, con ai lati i migliori guerrieri, armati come i legionari e dietro il resto dell’esercito, armato in modo sommario. “Aveva collocato all’avanguardia gli uomini coperti di ferro, ai lati le coorti, alla retroguardia quelli semi inermi.

Egli, in mezzo ai capi, avanzava su uno splendido cavallo, rammentava le antiche glorie dei Galli e tutte le sconfitte che avevano inflitte ai Romani; quanto sarebbe stata onorevole la libertà ai vincitori, e intollerabile ai vinti subire per la seconda volta la schiavitù.

Ma non parlò a lungo…poiché si avvicinavano le legioni in formazione di battaglia e quei cittadini raccogliticci, inesperti di guerra, non avevano più né occhi per guardare né orecchie per ascoltare.

Silio al contrario, benché la speranza che si era ripromessa lo dispensasse dall’incitare i suoi, tuttavia andava gridando che era vergognoso per loro, che avevano sconfitto i Germani, marciare ora contro i Galli come se si fosse trattato di veri nemici.

Recentemente una sola coorte è stata sufficiente per vincere i ribelli Turoni, un’ala per i Treviri, e poche squadre di questo stesso esercito hanno sbaragliato i Sequani. Ora sconfiggete gli Edui, quanto più ricchi e avvezzi a gozzovigliare, tanto più imbelli, e risparmiate quelli che scappano. A queste parole si levò un grido altissimo…”.

A rompere gli indugi furono i Romani che attaccarono con la cavalleria che riuscì a portarsi dietro il nemico e la fanteria che venne a contatto con il fronte e i fianchi.

E qui entrarono in scena i Crupellarii che con le loro corazze impenetrabili fermarono i pila e i gladi dei legionari della XIII e XIIII Gemina.

I Romani non si persero d’animo e ricorsero ad armi insolite: tirati fuori dai carri dolabre, picconi e scuri attaccarono gli uomini di ferro che cominciarono a cadere sotto la furia dei legionari.

Appesantiti dalle loro stesse armature i gladiatori galli non riuscivano ad alzarsi e questa fu la loro fine, venendo calpestati dai Romani che avanzavano e uccisi dalle seconde linee.

“Gli uomini vestiti di ferro procurarono qualche indugio, perché coperti di lastre resistevano alle aste e alle spade; ma i soldati impugnarono scuri e picconi, quasi dovessero abbattere un muro e così spaccarono corazze e corpi, altri con pertiche e forconi gettavano a terra quelle moli inerti; e li lasciavano lì distesi, come cadaveri, senza che facessero il minimo sforzo per alzarsi.”.

Avuto il sopravvento sulla prima linea avversaria, formata dai gladiatori che sembravano un muro temibile e impenetrabili, e con la cavalleria che ormai aveva stretto in un fatale accerchiamento i Galli, i legionari si aprirono la strada tra le linee degli Edui.

La confusione e la paura regnò in ogni dove portando alla fuga i superstiti. Sacroviro si ritirò nelle campagne circostanti Augustodunum, ma sapendo che non vi era alcuna possibilità di fuggire o di ottenere il perdono di Roma, si tolse la vita.

La vittoria di Roma

“Sacroviro prima si rifugiò ad Augustodunum, poi, temendo la resa della città, si diresse verso una fattoria non lontana, con pochi fedelissimi. Qui si tolse la vita e gli altri si uccisero a vicenda; la casa, incendiata dal tetto, fu il loro rogo.

Allora finalmente Tiberio comunicò al Senato per lettera che la guerra era incominciata e conclusa. Non tolse né aggiunse nulla alla verità, ma disse che la vittoria si doveva al merito dei legati, fedeli e valorosi, e alle sue direttive.

Spiegò poi per quale ragione non si erano recati sul posto delle operazioni né lui né Druso; magnificò la grandezza dell’impero, tale che non sarebbe stato dignitoso per i principi partire per la sollevazione di uno o due popoli e lasciare la città dalla quale si dipartiva il governo del mondo.

Ora che non si poteva attribuire a paura, sarebbe partito per controllare personalmente la situazione e ristabilire l’ordine. I senatori decretarono voti per il suo ritorno, rendimenti di grazie ed altre cerimonie.

Solo Cornelio Dolabella, per superare gli altri, si spinse a un’adulazione forsennata: propose che, al ritorno di Tiberio dalla Campania, fosse accolto con l’ovazione.

Arrivò subito una seconda lettera di Tiberio nella quale dichiarava che, dopo aver soggiogato in gioventù genti ferocissime e aver accettato e rifiutato tanti trionfi, non si riteneva così sprovvisto di gloria da aver bisogno, ora che era vecchio, del futile premio d’una passeggiata nei dintorni di Roma.”

Della presenza di particolari gladiatori in Gallia chiamati Crupellarii ci parla Tacito nei suoi Annales.

Probabilmente anche tra i Celti d’oltrealpe erano in voga i giochi (munera per I Romani) o duelli tra combattenti – schiavi o uomini liberi -. Dalla conquista delle Gallie, ufficialmente conclusa nel 50 a.C. a opera di Giulio Cesare, erano passati 70 anni, forse pochi per affermare con assoluta certezza che la c.d. romanizzazione fosse giunta a tal punto da penetrare nelle tradizioni dei popoli d’Oltralpe, portandosi dietro, tra l’altro, la pratica dei giochi dei gladiatori.

Pertanto si potrebbe supporre che i Crupellarii fossero già presenti nella cultura celtica già prima della conquista da parte di Roma, tenendo pure in conto che nella cultura celtica i duelli rituali hanno sempre avuto un certo rilievo. Tacito ci dice che erano “uomini vestiti di ferro”.

Grazie a una statuetta in bronzo trovata a Versigny, in Francia, è possibile ricostruire l’aspetto del Crupellarius: il torace è protetto da una armature di piastre, come protezione a braccia e cosce vi sono delle segmentate articolate che permettono la mobilità degli arti, e infine una coppia di schinieri.

L’elmo ricorda quello che con cui vengono solitamente raffigurati i Templari, con l’aggiunta di una “protuberanza” simile ad un naso. Non conosciamo però le sue armi, o il suo modo di combattere gli avversari.

La cavalleria romana. I cavalieri nell’antica Roma

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La cavalleria Romana era un importante elemento tattico da impiegare durante una battaglia.

Nonostante l’esercito romano avesse nella fanteria il suo pilastro, la cavalleria era in grado di fornire una copertura estremamente utile sui fianchi degli eserciti e poteva essere utilizzata come tattica d’urto per scompaginare la fanteria avversaria, per compiere accerchiamenti o inseguire il nemico durante la confusione della ritirata.

Per questo motivo, molte delle battaglie dell’epoca romana furono vinte o perse a seconda delle prestazioni dei soldati a cavallo. Sempre più impiegati nel corso dei secoli, i cavalieri si diversificarono e si svilupparono diversi tipi di cavalleria.

Breve storia della cavalleria romana

La primissima unità di cavalleria romana fu costituita da figure simil-leggendarie chiamate “trossoli“. Si trattava di un corpo di cavalieri formato da 300 uomini, costituiti direttamente dai Re di Roma nelle primissime legioni cittadine.

Il loro numero aumentò progressivamente fino a 600. Erano dotati di lance e i cavalli erano decorati e protetti da dischi di argento chiamati “Falere”.

Il Sesto Re di Roma, Servio Tullio (578 -535 a.C.), aumentò ulteriormente il corpo di cavalleria portandolo a 1800 membri.

Si trattava di soldati scelti che avevano diritto di voto nelle assemblee cittadine. Il loro cavallo e l’equipaggiamento erano forniti direttamente dallo Stato e godevano di uno status civico piuttosto elevato.

Intorno al 400 a.C, la cavalleria fu ulteriormente ampliata grazie a cavalieri che acquistavano il cavallo di tasca propria, si chiamavano “Equites Privati”, anche se non godevano degli stessi privilegi degli equites più anziani.

Nonostante questo, i membri della cavalleria ricevevano mediamente una retribuzione più alta rispetto alla fanteria. Sebbene il corpo degli equites fosse fondamentale per l’esercito, nel II secolo a.C la cavalleria italica fu gradualmente sostituita da ausiliari stranieri.

Nel I secolo a.C, ormai, erano prevalentemente gli alleati a fornire forze di cavalleria quando necessario.

Erano classificati come “Auxilia“, e formavano le cosiddette “Ali di cavalleria”. Erano fondamentalmente di due dimensioni: La “Quigenaria“, con 512 uomini, e la “Miliaria” con 768 membri.

Una truppa di cavalleria, la cosiddetta “Turma“, era composta da 30 uomini con due ufficiali e comandata da un “Decurio” ma esistevano anche coorti miste di fanteria e cavalleria chiamate “Coorti Equitate”.

In realtà, le turme di cavalleria potevano essere modificate a seconda delle esigenze, del nemico e del terreno dello scontro. Conosciamo ad esempio una Turma posizionata in Siria nel III secolo d.C che era composta da alcuni membri di cavalleria e altri cavalieri a cammello.

Il comando di queste unità rimase quasi sempre nelle mani degli ufficiali romani, con il titolo di “Praefecti“, ma nel corso dei secoli la differenza tra ausiliari e legionari regolari divenne sempre meno marcata.

La cavalleria aumentò progressivamente di importanza addentrandosi nei secoli. Specialmente nel tardo impero, quando divenne necessario pattugliare con efficacia i popoli di frontiera, sempre più irrequieti, con una maggiore mobilità delle truppe.

Dai tempi del regno di Diocleziano in poi, la cavalleria costituiva forse un terzo dell’esercito romano, ed era organizzata in unità di 500 cavalieri noti come “Vexillationes“, che controllavano le frontiere settentrionali. Tuttavia, dal V secolo d.C., il dominio militare romano iniziò a incrinarsi e l’impero subì diversi attacchi particolarmente dannosi.


In questa fase della sua storia, i romani subivano l’effetto degli arcieri di cavalleria armati alla leggera degli Unni che permisero al loro capo, Attila, di saccheggiare diverse città romane. L’uso della cavalleria sopravvisse tuttavia alla caduta dell’Impero romano, e divenne un elemento importante degli eserciti Bizantini e medievali.

Il cavallo

I romani ereditarono la conoscenza dei cavalli dai greci, ma ben presto elaborarono una serie di competenze nuove nella gestione della cavalleria, con più efficaci metodi di addestramento e attrezzature più resistenti, oltre a pratiche veterinarie che consentivano di allungare la vita degli animali.

I più apprezzati stalloni provenivano dalla Partia, Persia, Armenia, Cappadocia, Spagna e Libia. I cavalli erano selezionati dagli esperti non solo in base alla loro grandezza e prestanza fisica, ma anche a seconda del loro temperamento, alla resistenza agli ambienti estremi e alla capacità di sopportare la fame.

Venivano nutriti generalmente con l’orzo: secondo Polibio, un cavallo ne mangiava circa 1kg e mezzo al giorno.

Cavalli e cavalieri si addestravano insieme, in recinti appositamente costruiti e abbastanza lontani dai centri abitati. Si passava a lunghe marce e all’insegnamento di manovre come cariche e contro-cariche, su una vasta gamma di terreni diversi. Vi erano addirittura dei tornei, che permettevano ai cavalieri di divertirsi e di perfezionare le abilità alla guida.

L’addestramento assicurava che i cavalli fossero in grado di raggrupparsi facilmente, di non essere spaventati dall’utilizzo delle armi e dai rumori della battaglia e nemmeno dalla presenza di altri animali come gli elefanti, che il nemico avrebbe potuto schierare.

Per controllare meglio il cavallo, i cavalieri utilizzavano dei morsi che erano posti direttamente nella bocca del cavallo e collegati attraverso delle redini alle mani del cavaliere.

In questo modo, bastavano dei piccoli strattoni per ottenere una risposta immediata dell’animale, e vi sono ampie prove archeologiche che i cavalieri indossassero degli speroni per incitare l’andamento del cavallo.



I cavalli potevano essere muniti di una piccola museruola per evitare che si mordessero l’uno con l’altro quando erano in formazione ravvicinata. La sella romana, invece, era costituita da legno rivestito in pelle e aveva due corna anteriori e due posteriori, per mantenere il cavaliere in posizione, elemento particolarmente importante in un mondo in cui non erano state ancora inventate le staffe.

All’occorrenza, a questi corni si potevano appendere parti dell’equipaggiamento di un cavaliere, alleggerendolo notevolmente.

Nonostante le cure a cui erano sottoposti, i cavalli incorrevano spesso in problemi di salute: la più comune era certamente la zoppìa, in gran parte dovuta al fatto che i cavalli non erano ferrati, come accade invece ai giorni nostri.

Ma forse più dei colpi delle armi, erano pericolose le infezioni, che facevano ammalare l’animale in maniera, il più delle volte, irrimediabile.

Armi e armature del cavaliere romano

Sebbene le armi potessero dipendere da tanti fattori diversi e cambiare a seconda delle circostanze, la cavalleria romana standard indossava armature di maglia o a scaglie e portava uno scudo esagonale, piatto o curvo, ovale, rotondo o anche allungato, impreziosito da piccoli disegni beneauguranti.

I cavalieri indossavano un elmo simile a quello della fanteria, ma normalmente questi erano dotati di una protezione extra per le orecchie ed erano più decorati.

Le armi includevano una spada lunga, detta “Spatha” che poteva arrivare fino a 90 cm, o lance corte. I cavalieri potevano anche trasportare delle armi aggiuntive, come asce e mazze chiodate.

La dotazione della cavalleria tuttavia, poteva variare notevolmente. Alcuni potevano essere dotati di una lunga lancia che poteva essere scagliata all’occorrenza, mentre altri indossavano una armatura più leggera e bersagliavano il nemico con arco e frecce.


Diversa era la cavalleria pesante, costituita dai cosiddetti “catafratti”: sia il cavaliere che il cavallo indossavano armature metalliche utilizzate specialmente nelle province orientali.

Dal II al V secolo d.C., l’armatura era composta da un doppio strato di lino con scaglie di rame o ferro cucito. Il cavallo era così protetto sia sui fianchi che sul collo, ma anche la testa, il petto e le gambe erano ricoperti da una armatura in metallo o in pelle.

Il Cavaliere indossava un’armatura articolata per proteggere la schiena e il torace e spesso una maschera di metallo e protezioni ulteriori per le cosce e gli stinchi. La sua arma era il “Contus“, una lancia pesante di 3 metri e mezzo di lunghezza che richiedeva addirittura due mani per essere impugnata efficacemente.

Si trattava di una dotazione estremamente pesante, tanto che i cavalieri corazzati si guadagnarono il soprannome di “Clibanarii” che significa “uomini da forno”, facendo riferimento all’enorme calore che dovevano sopportare.

L’utilizzo della cavalleria In battaglia

I Romani impararono dall’esperienza greca, ma spesso furono surclassati da altri popoli, specialmente nel primo periodo della Repubblica e in particolare dai cartaginesi.

Ad esempio, la cavalleria numidica di Annibale contribuì ad infliggere una clamorosa sconfitta ai romani nella Battaglia della Trebbia nel 218 a.C e di nuovo al lago Trasimeno nel 219 a.C.

Asdrubale, al comando di 10.000 cavalieri celtici assieme ai 40.000 di Annibale affrontò i 6000 cavalieri e gli 80.000 fanti di Roma nella battaglia di Canne nel 216 a.C, e ottenne un successo incredibile.

Secondo Polibio, a Canne la forza di cavalleria romana fu ridotta a soli 370 sopravvissuti.

I Romani, però, migliorarono enormemente l’utilizzo della cavalleria, tanto da vincere contro lo stesso Annibale nella battaglia di Zama nel 202 a.C, anche se in quell’occasione l’utilizzo della cavalleria numidica dell’alleato Massinissa si rivelò fondamentale.

Nonostante la sconfitta subita da Marco Licinio Crasso per mano dell’abile cavalleria dei parti a Carre nel 53 a.C, la cavalleria continuò a svolgere un importante ruolo come parte dell’esercito di Giulio Cesare nelle guerre galliche.

Cesare reclutò cavalieri da ogni luogo, persino dalle stesse tribù galliche che erano passate dalla sua parte. Migliorò anche le armi, adottando delle lance con una punta su ciascuna estremità e aumentando la dimensione degli scudi dei suoi cavalieri.

La cavalleria era tipicamente schierata sui fianchi, disposta nelle loro “Turme” in tre ranghi e utilizzata per proteggere e schermare i fianchi della fanteria nelle fasi iniziali della battaglia.

Solitamente era progettata per combattere direttamente contro la cavalleria dei nemici, e in caso di vittoria, i cavalieri avevano la possibilità di attaccare lo schieramento avversario sui fianchi e sul retro, causando il suo collasso.

I cavalieri, sia in posizione che durante un attacco, si disponevano in una formazione a scaglioni, dove ogni cavallo tendeva ad essere protetto dallo scudo del cavaliere di fronte.

Nelle fasi finali della battaglia la cavalleria era in grado di inseguire e annientare l’esercito nemico in ritirata. Le manovre di battaglia erano orchestrate da alfieri e trombettieri, che tramite suoni codificati, trasmettevano gli ordini del generale.

Articolo originale: Roman Cavalry di Mark Cartwright (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli.

I comizi curiati. Le assemblee che decidevano i poteri civili

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Nel mondo romano, solo i Quiriti erano capaci di difendersi o di agire secondo il diritto, perché solo loro potevano essere proprietari, come si diceva, dello iure Quiritium. Cosa vuol dire?

Che per gli antichi Romani, gli unici che avevano diritti erano i cittadini. Gli altri, chiamati “peregrini” avevano come unica difesa possibile quella di diventare clienti di un cittadino romano.

La cosa strana è che la parola “cliente”, indicava una persona non protetta dal diritto che si affidava al patrocinio di un cittadino romano e della sua gens, che lo rendeva titolare dei diritti.

Ma cosa è la gens? Un insieme di persone, che formalmente dichiarano una origine familiare (vagamente) comune, che li faceva riconoscere come titolari di diritti politici, magari esercitati collettivamente attraverso dei “comizi” (o assemblee politiche) detti curiati perché derivati dalle “curie” in cui erano divise le gentes.

Erano trecento e in origine votavano “per curias” cioè un voto per ognuna. Per questo, alla fine, votavano solo i capi delle curie. Caratterizzavano la Roma regia sicuramente nel suo periodo più arcaica, talche’ già nella riforma “serviana” furono in gran parte sostituite dai comizi “centuriati” su base militare.

I comizi curiati (nella loro forma ridotta) continuarono ad esistere a lungo esercitando quelle che consideriamo funzioni costitutive di poteri e potestà civili.

Competenza di questi comizi erano questioni di una certa rilevanza: Come si esercitava il potere politico? Come si gestiva una eredità? come si diventava liberti o definitivamente cittadini sollevandosi dalla condizione di schiavo? Come si veniva adottati? tenuto conto che questo era l’unico modo di cambiare il proprio status, per esempio da Patrizio a plebeo o viceversa?

Queste funzioni richiedevano l’intervento delle Curie, e dei loro comizi.

Queste si riunivano per decretare la “lex curiata de imperio” che conferiva il potere di comando, soprattutto militare, prima ai re e successivamente ai magistrati con imperio, che della giustizia erano i primi motori, in genere nominando i giudici effettivi.

Quando erano riuniti (comitia calata) potevano dichiarare le successioni, che in assenza di eredi diretti o testamentari passavano alla gens, e sempre in questi comizi si regolarizzavano le liberazioni dalla schiavitu’, si realizzavano le adozioni e il passaggio “sui iuris” (col quale si usciva dalla potestas del pater familias).

In pratica, davanti ai “comitia calata” si realizzavano quei passaggi che permettevano ai soggetti di diventare agenti attivi nel campo dei poteri civili.

Per permettere ai numerosi abitanti di Roma, magari non cittadini, ma agenti nell’ambito del commercio, dell’artigianato e di tutte le attività connesse, di trovare difesa giuridica, i Romani si inventarono un nuovo pretore, il praetor peregrinus, che alla presa dell’incarico dichiarava quali condizioni avrebbe protetto e secondo quali formule.

Quest’editto annuale costituì grande fonte delle discussioni giuridiche dei giurisperiti romani, ricordati e poi raccolti nel corpus iuris civilis di Giustiniano.

La battaglia di Tigranocerta e il trionfo di Lucullo

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A cura di Teresa Logozzo

Un piccolo regno, il Ponto, affacciato sul Mar Nero, nel I secolo a.C. tenta l’espansione ai danni dei regni vicinì, arrivando a scontrarsi con la grande potenza della Repubblica di Roma.

Davide contro Golia potremmo dire ma con esiti molto più diversi. Il sovrano, un tale Mitridate VI, il Grande, inizia una aggressiva politica di conquista, arrivando ad annettere anche la provincia romana dell’Asia, non mancando di stringere alleanze con i paesi vicin, tra cui l’Armenia del re Tigrane, divenuto suo prezioso alleato (gli diede, tra l’altro, la propria figlia).

I rapporti tra Roma e il Ponto: i primi scontri

I rapporti tra il Ponto e la Repubblica sono stati sempre tesi e Mitridate lo sa bene, ma questo non lo ferma dal conquistare gli stati vicini entrando ben presto in conflitto con Roma, I decenni successivi, iniziando dall’anno 89 a.c., saranno conosciuti come guerre mitridatiche con alterne e favorevoli vicende per i due contendenti contrapposti.

In poco tempo Mitridate conquista il regno della Bitinia e gran parte dell’Asia (corrispondenti alla parte settentrionale e occidentale dell’odierna Turchia), decidendo di massacrare tutti coloro, romani o non, che parlano una lingua italica.

La battaglia di Tigranocerta e il trionfo di Lucullo
La battaglia di Tigranocerta e il trionfo di Lucullo

In Oriente arriva Lucio Cornelio Silla e Mitridate deve piegarsi alle sue legioni, arrivando a un accordo con il ritiro del re del Ponto dalle regioni conquistate ma al riconoscimento di “amico di Roma”. Finisce così la prima guerra mitridatica.

Tra l’ 83 e l’81 a.c. si riaprono le ostilità con il rappresentante di Roma Lucio Licinio Murena, più per ambizione personale che per necessità tattiche o strategiche.

Murena entra in Cappadocia e i primi scontri sono a suo favore.
Mitridate ricorda al legato romano il trattato concluso con Pompeo, ma questi in dispregio fa svernare il suo esercito in Cappadocia, non ritirandosi. Murena non vuole neanche ascoltare l’inviato del Senato che lo intima a non molestare il re del Ponto.

Nell’indifferenza più assoluta Murena invade i territori di Mitriadate, costringendolo a riaprire le ostilità, convinto quest’ultimo che a rompere il trattato di pace sia stato lo stesso Senato di Roma.

Questa volta ad avere la meglio è il re del Ponto che riesce a cacciare i Romani dalla Cappadocia. Silla, credendo che non era corretto muovere guerra contro Mitridate, ritenendo di dare valore al trattato, invia un nuovo ambasciatore a Murena per farlo desistere dal riprendere gli scontri. Si conclude così la seconda guerra mitridatica.

Il sovrano del Ponto si sente potente, nella convinzione che i Romani non siano invincibili, nella speranza di poter costituire un vasto regno asiatico in grado di contrastare le pretese romane in quella regione e in generale nel Mediterraneo. Inizia, in tal modo, una nuova politica di espansione, portando i due contendenti alla terza guerra mitridatica, tra il 74 e il 63 a.C., conclusasi con la sconfitta e morte del re del Ponto.

E nel mentre Mitridate allarga i suoi confini e la sua influenza, Quinto Sertorio, governatore della Hiberia (Spagna), decide di staccarsi da Roma e forma un proprio governo con tanto di Senato.

Due suoi membri propongono un’alleanza al regno del Ponto. Mitridate valuta favorevolmente la proposta, in quanto lui da Oriente e Sertorio da Occidente, possono impegnare le legioni romane e il Senato romano su due fronti.

E in Oriente arriva il nuovo console Lucio Licinio Lucullo con una legione che si va a sommare alle quattro già presenti. Destinato a essere governatore della Gallia Cisalpina, la sua smania di gloria e ambizione lo portano a oliare gli ingranaggi giusti (corteggiando l’amante di un influente personaggio politico, di quelli che contano a Roma), riuscendo a farsi dare il governo della Cilicia, regione che di per sè non ha alcuna importanza per lui, ma sarebbe stata il trampolino ideale per ottenere il comando delle operazioni militari in Oriente

Verso lo scontro a Tigranocerta

Nel 74 a.c. Mitridate marcia contro la Paflagonia, per poi conquistare la Bitinia, divenuta da poco provincia romana, subendo già nell’anno successivo le prime sconfitte a opera di Lucullo che, lasciandosi dietro la Bitinia e la Galizia, sottomette nuovamente i territori romani sottratti da Mitridate.

Dopo tutta una serie successi, nel finire dell’anno 70 a.C. Lucullo riorganizza le province romane asiatiche e amministrare la giustizia, risollevando le popolazioni locali dalla pressione fiscale e dagli usurai che le hanno portate quasi alla schiavitù, La sua buona amministrazione finisce per condizionare anche le province vicine che chiedono di essere da lui amministrate e governate.

Dopo un tentativo infruttuoso di Lucullo di farsi consegnare dal re Tigrane d’Armenia, il suocero Mitridate, è inevitabile la ripresa delle ostilità. Mitridate e Tigrane decidono di invadere nuovamente la Cilicia fino all’Asia prima che ci sia una formale dichiarazione di guerra

Dopo aver offerto i dovuti sacrifici il governatore romano si dirige, secondo Appiano, con due legioni e 500 cavalieri contro Tigrane (si tratta invece di 12.000 fanti e poco meno di 3.000 cavalieri secondo Plutarco.

Lucullo attraversa l’ Eufrate e chiede ad alcuni sovrani del posto di fornirgli gli adeguati approvvigionamenti, se non vogliono essere attaccati o essere considerati nemici di Roma al pari del re d’Armenia. Terrorizzati dall’avanzata romana fino ai confini dell’ Armenia, nessuno dice a Tigrane dell’invasione in corso, anche perché sembra che il primo ad annunciarglielo, viene messo a morte.

Quando il re armeno è informato, decide di inviare contro un notevole contingente di fanteria e cavalleria e contemporaneamente rafforza le difese della sua capitale, Tigranocerta.

La città ha mura alte fino a 25 metri e larghe abbastanza da contenere delle stalle per cavalli. Nei suoi sobborghi, Tigrane vi aveva fatto costruire un palazzo reale e dei parchi di grandi dimensioni, con recinti per animali selvaggi e vasche per pesci.

Aveva inoltre eretto una grande torre nelle vicinanze. La città è inoltre popolata da molti greci che vi erano stati trapiantati, come altri, dalla Cilicia, oltre a barbari che avevano subito la stessa sorte. Tigrane attraversa l’intero paese per raccogliere un esercito sufficiente ad affrontare il generale romano.

Intanto Plutarco racconta:

“E mentre parte dell’esercito di Lucullo stava allestendo l’accampamento, ed una parte lo stava ancora raggiungendo, gli esploratori romani dissero che i nemici stavano sopraggiungendo per attaccarli

Temendo che il nemico volesse attaccare i suoi uomini, quando non erano tutti uniti e in disordine, gettandoli in uno stato ancor più di confusione, egli stesso decise di dare disposizioni per l’accampamento, mentre Sestilio, uno dei suoi legati, fu mandato alla testa di 1.600 cavalieri ed altrettanti legionari, con l’ordine di avvicinarsi al nemico ad aspettarlo, almeno fino a quando non avesse saputo che il corpo principale dell’armata romana era accampata in modo sicuro.

Ebbene, questo era ciò che Sestilio voleva fare, ma fu costretto a combattere contro Mitrobarzane, che audacemente lo attaccò. Seguì quindi una battaglia, nella quale lo stesso Mitrobarzane cadde combattendo, mentre il resto delle sue forze si diede alla fuga, venendo tutta massacrata, tranne pochi [che si salvarono].”

(Plutarco, Vita di Lucullo, 25, 3-4. spiega:

Lucullo, riuscito a sconfiggere l’esercito armeno, invia il suo legato Sestilio ad assediare Tigranocerta dove saccheggia il palazzo reale fuori le mura e vi costruisce un fossato tutto intorno alla città, ponendovi numerosa artiglieria che in parte sarà distrutta dalle frecce incendiarie degli Armeni. Tigrane, raccolto un imponente esercito, si avvia a entrare in contatto con le truppe di Lucullo

Mitridate gli consiglia di non avvicinarsi all’accampamento romano, ma di circondarlo e attaccarlo con la sola cavalleria, di devastare i territori intorno per ridurre I Romani alla fame.

La dea Fortuna aiuta Lucullo, rendendo Tigrane sordo ai consigli del suocero, tanto da indurlo a rispondere, nel vedere le ridotte forze romane: “Se (I Romani) sono qui come ambasciatori sono troppi. Se (sono qui) come nemici, troppo pochi” (Appiano, Guerre mitridatiche, 85; Plutarco, Vita di Lucullo, 27.4).

La battaglia di Tigranocerta

Lucullo, visto l’esercito di Tigrane avanzare, divide la sua armata in due parti: lascia al legato Murena il compito di continuare l’assedio di Tigranocerta con 6.000 fanti, mentre egli si dirige contro l’armata nemica, a capo di sole 24 coorti di fanteria pesante (pari a circa 10.000 armati) e con non più di 1.000 tra cavalieri, frombolieri ed arcieri.

Appiano ci racconta che Lucullo aveva individuato una collina, la cui posizione favorevole, alle spalle di Tigrane, gli avrebbe procurato un ottimo vantaggio tattico.

E così spinge il suo cavallo in avanti per attirare l’attenzione su di sé, malgrado quel giorno, il 6 ottobre (siamo nell’anno 69 a.c.), fosse considerato infausto dal calendario romano (nel 105 a.c. ad Arausio, odierna Orange, Francia, i Romani vengono massacrati dai Cimbri, calati dall’Europa settentrionale).

Alcuni ufficiali consigliano al generale di essere cauto in quel giorno poiché è un giorno sfortunato, un giorno infausto proprio perché è il 06 ottobre. Ma Lucullo, secondo Plutarco (Vita di Lucullo, 27.7), risponde così: “Trasformerò questo giorno in uno di quei giorni beneauguranti e fortunati

Intanto Tigrane, che non ha ancora compreso cosa stia accadendo veramente, è indotto a rompere il suo schieramento, credendo i Romani in fuga.

Il re armeno, che aveva disposto la sua armata in ordine di battaglia, ne occupa egli stesso il centro, mentre all’ala sinistra e a quella destra aveva posto la maggior parte della cavalleria pesante.

Tigrane chiamato a sé uno dei luogotenente gli dice ridendo: “Non vedi che l’invincibile armata romana sta scappando?“, ma l’altro gli risponde: “Oh Re, mi piacerebbe che qualcosa di meravigioso potesse accadere alla tua buona sorte, ma quando questi uomini sono in marcia, essi non indossano abbigliamenti splendenti, e neppure usano scudi o elmi lucenti, poiché ora essi mettono a nudo le coperture di pelle delle loro armi“.

E mentre il suo sottoposto sta ancora parlando, giunge alla loro vista un’aquila romana, mentre Lucullo si dirige verso il fiume, con le coorti che si dispongono in manipoli, pronte alla traversata del fiume.

Poi, all’ultimo, come fosse stato inebetito dallo stupore, Tigrane grida due o tre volte “Sono i Romani ad attaccarci?” (Plutarco, Vita di Lucullo, 27, 5-6).
“…[Lucullo] chiese ai suoi uomini di essere coraggiosi, attraversò il fiume, e si aprì la strada contro il nemico di persona.

Indossava una corazza d’acciaio a scaglie scintillanti, e un mantello con nappe, e allo stesso tempo sguainò la spada dal fodero, ad indicare che i legionari dovevano immediatamente serrare i ranghi come quando si combatte contro chi lancia i dardi da lontano, e ridurre con la massima velocità, appena dato l’ordine, lo spazio in cui il tiro con l’arco sarebbe risultato efficace.

E quando vide che la cavalleria “pesante”, su cui il re armano faceva grande affidamento, era di stanza ai piedi di una notevole collina che era coronata da un ampio spazio ad un livello superiore, e che il raggiungimento di questo era solo una questione di quattro stadi di distanza, né accidentato né ripido, ordinò ai suoi cavalieri gallici e di Tracia di attaccare il nemico sul fianco, e di parare i colpi delle loro lunghe lance con le loro spade corte.” (Plutarco, Vita di Lucullo, 28, 1-2).

Secondo la versione di Appiano, Lucullo invia con grande rapidità la sua fanteria intorno alla collina di cui prende possesso, senza che il nemico quasi se ne accorga.

E quando si rende conto che il nemico esulta, come se abbia già vinto la battaglia, ormai sparso in tutte le direzioni, con i bagagli lasciati incustoditi ai piedi della collina, esclama: “Soldati, abbiamo vinto!” e si scaglia sui loro bagagli con grande rapidità.

Plutarco (Vita di Lucullo, 28,3-4) aggiunge nella sua versione: “[…] con due coorti, Lucullo si affrettò a conquistare la collina, mentre i suoi soldati lo seguivano con tutte le loro forze, perché avevano visto che il loro comandante era davanti a loro con l’armatura, sopportando come tutti la fatica di un normale fante, e salendo lungo la strada.

Arrivati in cima, osservando dall’alto del luogo raggiunto, gridò a gran voce, “Oggi è il nostro giorno! Oggi è nostro, miei compagni!” Con queste parole, condusse i suoi uomini contro i cavalieri catafratti [armeni], ordinando loro di non lanciare i pila ancora, ma prendendo in consegna ciascun uomo, e colpendo il nemico alle gambe o alle cosce, che erano le uniche parti senza protezione di questi cavalieri catafratti.

Tuttavia, non ci fu bisogno di questo accorgimento nel combattere, poiché il nemico non si aspettava l’arrivo dei Romani, ma al contrario, con alte grida e nella maggior parte con una fuga vergognosa, si lanciarono insieme ai loro cavalli al galoppo con tutto il loro peso, oltre le file della propria fanteria, prima ancora di aver cercato anche solamente di resistere combattendo, e così 10.000 armati nemici [armeni] furono sconfitti senza aver inflitto una sola ferita o un benché minimo spargimento di sangue.”

La confusione tra le fila armene è ormai generale, con la fanteria che si trova schierata contro la sua stessa cavalleria e viceversa, generando infine una rotta completa.

Lo stesso Tigrane si dà quasi subito alla fuga, consegnando la sua corona al figlio che non volendo indossarla la diede a uno schiavo che verrà catturato e portato davanti a Lucullo, insieme al diadema che diventerà parte del bottino.

Lucullo: un generale fenomenale

Appiano racconta che nessuno dei Romani, inizialmente, si ferma a saccheggiare poiché Lucullo lo aveva proibito con minacce di severe punizioni, poi inizia il saccheggio con il permesso di Lucullo. Plutarco aggiunge che 100.000 furono i morti tra gli Armeni, quasi tutti fanti, solo cinque tra i Romani e un centinaio rimasti feriti.

E sembra che lo stesso Tito Livio abbia ammesso che mai prima d’ora i Romani erano risultati vincitori con forze pari a solo un ventesimo dei nemici, elogiando così le grandi doti tattiche di Lucullo, che era riuscito con Mitridate a sconfiggerlo “temporeggiando”, ed invece con Tigrane a batterlo grazie alla rapidità. Due doti apparentemente in antitesi, che Lucullo seppe utilizzare a seconda del nemico affrontato.

La terza guerra mitridatica si conclude anni dopo con le operazioni militari passate a Pompeo Magno. Dopo aver combattuto Roma per quasi trenta anni Mitridate VI muore nel 63 a.C., consegnando il regno al figlio Farnace, riconosciuto re da Pompeo Magn

Lucio Licinio Lucullo: si racconta di lui che, alla partenza per l’Oriente, non sapesse nulla di tattica militare, portandosi dietro dei libri per imparare e imparò presto e bene.

Aiutato da una memoria prodigiosa e da un’intelligenza evidentemente acuta, si dimostrò un ottimo comandante militare, riuscendo a convertire le proprie conoscenze teoriche (apprese in pochissimi giorni), in numerose vittorie sul campo.

Non ebbe molta fortuna, politicamente parlando, e anche i suoi modi di comunicazione con le sue truppe non lo aiutarono: impose ai soldati una ferrea disciplina militare, negò loro quasi sempre il piacere del saccheggio.

Non aveva il senso di cameratismo di Mario, o la semplicità conviviale di Pompeo, o gli slanci camerateschi di Cesare e pur avendo a cuore la vita dei soldati, non riuscì a farsi amare da loro, come non riuscì a instaurare un rapporto di armonia neppure con i suoi pari, che riteneva indegni di lui.

Ostacolato dai molti si ritirò nelle sue lussuose dimore, usando la grande fortuna che aveva accumulato durante le sue guerre in Oriente per trascorrere una vita nello sfarzo più sfrenato.

Divenne così celebre per i suoi banchetti, tanto che ancora oggi esiste in lingua italiana l’aggettivo «luculliano» per indicare un pasto particolarmente abbondante e delizioso.

Gli edili nell’antica Roma. Chi erano, cosa facevano

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L’Edile era un funzionario della Repubblica Romana che aveva il compito della manutenzione delle strade, dell’approvvigionamento di acqua e di grano della città, e dell’organizzazione di giochi legati alle festività.

Inizialmente gli edili erano scelti fra la classe più umile, quella dei plebei, e venivano eletti ogni anno dal Concilium Plebis  o Consiglio della Plebe, ma dal 367 a.C vennero nominati altri due edili dalla classe dei Patrizi.

Il ruolo degli edili si è evoluto e si è notevolmente ampliato durante la Repubblica Romana: la carica di edile era parte integrante della carriera politica nota come “cursus honorum”, rappresentando un passo fondamentale nel percorso per diventare console.

Con il Principato di Augusto la carica di edile venne accorpata nel ruolo di Imperatore, e con l’ascesa dell’Impero Romano, questo ruolo scomparve lentamente.

Gli edili nel periodo della Repubblica

Con la caduta della monarchia, il popolo romano si era appena liberato dal dominio dei Re etruschi e aveva ideato una forma di governo altamente innovativa per il periodo: la repubblica.

Le famiglie aristocratiche – i patrizi – guidavano la politica romana, attraverso tre strumenti: le assemblee chiamate “Comizi centuriati“, il Senato e due magistrati con il supremo potere decisionale chiamati consoli.

I consoli erano eletti dall’assemblea e, pur mantenendo il loro mandato per un solo anno, avevano il potere di un Re.

Tuttavia, la crescita della città e l’onere di amministrare le province di nuova acquisizione lungo il Mar Mediterraneo, richiesero la nomina di ulteriori magistrati per assorbire alcuni dei poteri dei consoli.

Tra questi nuovi funzionari vi era il pretore che dispensava giustizia, il questore che si occupava degli affari finanziari e proprio l’edile che (tra gli altri compiti) assicurava la manutenzione delle strade, supervisionava l’approvvigionamento idrico e di grano e organizzava i giochi.

LE MAGISTRATURE REPUBBLICANE

Gli edili – inizialmente due e nominati dalla classe plebea – venivano eletti ogni anno dal Concilium Plebis o Consiglio della Plebe anche se nel 367 a.C, proprio per quel bisogno dei romani di ottenere un continuo equilibrio fra le cariche, vennero aggiunti due ulteriori edili scelti dal patriziato.

I compiti degli edili erano quelli della manutenzione delle strade, dell’approvvigionamento di acqua e di grano della città, e dell’organizzazione di giochi legati alle festività.

Un passo utile alla carriera politica

Sebbene si trattasse di una carica minore, l’ufficio dell’edile era spesso visto come parte integrante della carriera politica romana, e considerato un passo chiave nel percorso per diventare un console.

Normalmente, infatti, un cittadino iniziava il suo percorso come tribuno militare, arrivava alla carica di questore e poi, se era plebeo, aveva la possibilità di diventare o un tribuno della plebe o un edile, mentre se era un patrizio, poteva diventare direttamente edile, subito dopo la questura.

Svolgendo in maniera convincente il ruolo di edile, il politico romano poteva mirare a diventare un pretore, l’unico altro magistrato oltre al console dotato di potere giudiziario. Infine, con un misto di merito e di buone conoscenze, era possibile candidarsi al consolato, l’apice della carriera di un politico nel periodo repubblicano.

Anche se un edile riceveva una indennità governativa per svolgere le sue funzioni, lo “stipendio” statale non era sempre sufficiente, soprattutto se intendeva diventare console. Spesso, un edile doveva investire denaro personale o ottenere generosi prestiti per ingraziarsi i membri dell’assemblea e del senato romano, oltre che del popolo, organizzando elaborate gare di gladiatori e di giochi pubblici. 

Giulio Cesare come Edile

Uno dei più importanti edili della storia romana, fu il futuro dittatore ed eroe delle guerre galliche: il 35enne Giulio Cesare. Pochi nella Repubblica Romana potevano eguagliare la sua determinazione e ambizione nell’ottenere il consolato.

Dal momento che proveniva da una famiglia patrizia, Cesare ebbe la possibilità di candidarsi direttamente alla carica: nel 65 a.C, nominato edile assieme a Bibulo, si occupò dalle riparazioni stradali, della manutenzione dei templi, del contrasto alla criminalità urbana e alla distribuzione di grano e acqua, ma il suo miglior servizio a Roma fu quello dell’organizzazione di fantastici giochi pubblici. 

Prendendo in prestito denaro dal collega Bibulo e indebitandosi pesantemente, Cesare organizzò una massiccia celebrazione in onore del Dio romano Giove. Vennero organizzati sontuosi banchetti pubblici, gare con bestie selvagge, raffinate produzioni teatrali e stravaganti gare di gladiatori. Addirittura, Cesare fece arrivare a Roma da ogni parte delle province ben 320 coppie di gladiatori.

Questo suo atteggiamento mirava a conquistare la benevolenza del Popolo Romano, ma non solo. Si trattava di una mossa politica, ovvero della dichiarazione della sua intenzione di arrivare alle massime cariche della Repubblica oltre che di una presa di posizione netta dalla parte dei Populares.

Questo sfoggio di potere, infatti, preoccupò il Senato, che comprese perfettamente il “velato” messaggio di Cesare. Come ci racconta Svetonio:

“Cesare … aveva raccolto una truppa di combattenti così immensa che i suoi oppositori politici si affrettarono a presentare un disegno di legge, limitando il numero di gladiatori che chiunque poteva tenere a Roma …”

Nonostante le preoccupazioni del Senato, Cesare raggiunse il suo scopo: il pubblico lo amava e presto si sarebbe guadagnato la carica di pretore e più tardi quella di console.

La scomparsa dell’Edile

Purtroppo, l’ufficio dell’Edile scomparve sotto il dominio dell’imperatore Augusto e in generale durante l’impero. 

Augusto assunse infatti su di sè molti dei compiti che erano propri dell’edile e nel corso dei decenni successivi le funzioni che erano state storicamente appannaggio di questo funzionario, vennero definitivamente accorpate all’imperatore.

Un lampante esempio di tutto questo sta nel famoso incendio che nel 64 d.C sconvolse Roma. Nerone, allora imperatore, non appiccò certamente il fuoco, come racconta un falso mito comune, ma in qualità di edile di Roma era responsabile della sua manutenzione, e molto presto si addensarono dubbi sulla bontà della sua gestione della città. 

Didio Giuliano: l’effimero e sventurato imperatore

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Marco Didio Severo Giuliano, meglio noto come Didio Giuliano, è stato un imperatore romano, che regnò per pochi mesi, dal 28 marzo al primo giugno del 193 d.C.

Giuliano divenne imperatore comprando all’asta l’impero dai pretoriani, che negli ultimi decenni del secolo, ormai padroni della situazione, mettevano letteralmente in vendita il trono.

Nonostante il suo acquisto, Giuliano non riuscì a mantenere fede alle promesse fatte ai pretoriani nè a portare dalla sua parte il Senato e il popolo, terminando drammaticamente la sua esperienza di governo dopo pochissimo tempo.

Giovinezza e carriera militare

Marco Didio Giuliano nacque il 30 gennaio del 133 d.C da Quinto Petronio Didio Severo e da Emilia Clara. Per via dei suoi legami di parentela, crebbe nella casa della madre di Marco Aurelio, Domizia Lucilla.

I vantaggi educativi che ricevette in seno al suo nucleo familiare, gli permisero di scalare rapidamente i ranghi imperiali e diventare ben presto un comandante di successo in Germania.

Ad un età relativamente giovane, era già stato governatore della Germania Inferiore, e ben presto nominato senatore e console.

Purtroppo per la sua carriera politica, l’imperatore Commodo, che regnava durante la sua giovinezza, aveva richiamato diversi comandanti dai confini dell’impero e per Giuliano non ci fu spazio. Una esclusione che lo costrinse a ritirarsi temporaneamente della scena politica.

Sebbene non esistano prove certe nelle fonti antiche, alcuni studiosi ritengono che Giuliano potrebbe aver fatto parte della cospirazione ordita per assassinare Commodo. Il sospetto è oggettivamente fondato.

L’acquisto del trono di imperatore

Dopo Commodo, e il suo successore Pertinace, morto sempre per mano di pretoriani insoddisfatti, Giuliano decise di cogliere l’occasione per conquistare il potere.

Utilizzando la sua vastissima ricchezza personale, comprò letteralmente il trono di imperatore: in quel periodo i pretoriani, completamente padroni della situazione, erano soliti mettere in vendita il ruolo di imperatore al miglior offerente.

Come ci raccontano le parole del celebre storiografo Dione Cassio

“Didio Giuliano, insaziabile raccoglitore di denaro quanto sfrenato spendaccione, era sempre desideroso di conquistare il potere da quando era stato esiliato da Commodo. Quando venne a sapere della morte di Pertinace, raggiunse rapidamente Roma e già fuori dalle mura della capitale, fece una generosissima offerta ai soldati per conquistarsi il dominio.”

Secondo alcuni studiosi, Edward Gibbon in primis, la scelta di acquistare il posto di imperatore sarebbe stata fortemente suggerita a Giuliano da sua moglie e da sua figlia, che da tempo meditavano di raggiungere il potere.

Erodiano, nella sua “Storia dell’Impero Romano”, parla in maniera abbastanza dettagliata dell’accoglienza che Giuliano, appena eletto, ebbe da parte del popolo di Roma.

Nessuno gridò le congratulazioni che solitamente si sentono quando gli imperatori vengono accompagnati dalla loro scorta. Al contrario, la gente stava a distanza, lanciando maledizioni e insultando amaramente Giuliano per aver usato la sua ricchezza per acquistare il trono”

Il breve e sventurato regno di Didio Giuliano

Giuliano sapeva perfettamente di dover mantenere la parola che aveva dato alla guardia pretoriana. Ma non passò molto tempo, che il nuovo imperatore fu costretto ad ammettere di non avere abbastanza denaro per pagare i pretoriani.

A questo si sommava la sua pessima reputazione. L’acquisto così sfrontato del trono lo aveva reso impopolare sia nei confronti del Senato che della popolazione, e con la perdita del sostegno dei pretoriani, i suoi giorni erano già contati.

Sempre secondo Erodiano, anche il comportamento privato di Giuliano non era minimamente adatto alla situazione. Sembra che gli considerasse i suoi doveri nei confronti dello Stato senza particolare premura e occupava le sue giornate in una vita lussuosa e in pratiche dissolute.

Così, a pochissimi mesi dalla sua nomina a imperatore, Giuliano aveva contro di lui già tre comandanti, che avevano intenzione di levargli il trono. Tutti e tre dichiaravano che il suo predecessore, Pertinace, li aveva chiaramente indicati come legittimi successori all’impero.

Gli avversari di Giuliano al trono

Il primo a dichiararsi contro Giuliano e a reclamare per sè il trono era Gaio Pescennio Niger, governatore della Siria e personalità gradita da diversi esponenti politici a Roma.

Sebbene fosse stato già nominato imperatore dalle sue truppe, Niger scelse di aspettare ad intraprendere una vera e propria marcia su Roma, fino a quando non avrebbe raccolto maggior denaro e soprattutto maggior sostegno militare.

Con solo quattro legioni a sua disposizione, Niger non aveva ancora una forza sufficiente per tentare la scalata al potere.

Il secondo pretendente era Decimo Clodio Albino, governatore della Britannia: anche lui aveva dichiarato l’intenzione di reclamare il trono ma aveva in quel momento il sostegno di tre legioni, anch’esse una forza militare assolutamente insufficiente.

Il terzo contendente era invece Lucio Settimio Severo, governatore della Pannonia superiore, una strategica provincia posizionata sul fiume Danubio.

Severo sembrava essere indubbiamente il più papabile fra i tre candidati: con le sue 16 legioni, praticamente l’intero esercito schierato sulla frontiera Reno-Danubiana, Severo disponeva di una forza assolutamente preponderante rispetto agli altri.

La fine di Didio Giuliano

Il 9 aprile del 193 d.C, con il pieno sostegno del suo esercito, Severo si dichiarò imperatore in una celebrazione solenne che si tenne nella città di Carnuntum (Odierna Austria).

Intelligentemente, Severo entrò in contatti con Albino, ottenendo o acquistando il suo appoggio, e marciò verso sud in direzione di Roma.

In preda alla disperazione, l’imperatore Giuliano ordinò ai pretoriani di costruire delle fortificazioni per difendere la città contro l’usurpatore, ma questi si rifiutarono categoricamente.

L’ultima disperata mossa di Giuliano fu quella di chiedere al Senato di nominare Severo come console assieme lui. Un estremo tentativo di mantenere la sua posizione di potere e di trovare un accordo con il pericoloso avversario.

Ma con un Senato nettamente contrario, le sue speranze erano azzerate.

Nell’invincibile e rapido avvicinamento delle legioni pannoniche, guidate da Settimio Severo, Giuliano vide il suo inevitabile destino di fallimento.

Il primo giugno del 193 d.C, Giuliano fu condannato a morte dal Senato mentre Severo fu riconosciuto come il nuovo imperatore quando ancora non aveva messo piede a Roma.

Giuliano fu raggiunto da un sicario nella sua abitazione privata il quale, trovandolo completamente solo e indifeso, prima lo accoltellò e poi lo decapito.

Sembra che le ultime parole di Giuliano siano state: “Ma che male ho fatto. Chi ho ucciso?”

L’oblìo su Didio Giuliano

La morte di Giuliano avrebbe segnato la fine di quel periodo chiamato “Anno dei cinque imperatori.”

Sfortunatamente per Giuliano, la storiografia successiva venne pesantemente influenzata dallo sgomento per l’acquisto del trono, e gli autori successivi si astennero dal citare, se ve ne siano state, iniziative per stabilizzare il controllo dell’impero.

Per questo, Giuliano rimane, suo malgrado, nella lista di quegli effimeri imperatori succedutisi in un periodo di estrema confusione nella storia dell’impero.

Articolo originale: Didius Julianus di Donald L. Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli.

La mitologia nell’antica Roma. Dei e leggende

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Gli antichi romani ebbero una ricca mitologia che, sebbene sia derivata dai loro vicini e predecessori, i greci, prese poi una direzione autonoma e sviluppò diversi particolari originali.

Furono prevalentemente alcuni autori imperiali, come Ovidio e Virgilio, a raccogliere l’eredità mitologica dell’antico Mediterraneo e a portarla ad un nuovo livello, elaborando delle figure iconiche, fino a definire la storia degli stessi fondatori di Roma, Romolo e Remo.

Lo scopo della mitologia romana

Prima di poter approfondire lo studio della mitologia romana, dobbiamo comprendere il concetto che sta alla base del mito.

Il mito viene descritto in diverse enciclopedie come “la visione del mondo degli antichi”. Questi miti, sebbene possano apparire a prima vista come semplici storie piene di valorosi eroi o una schiera di Dei onnipotenti, in realtà avevano un significato molto più profondo.

Gli Dei greci e romani erano antropomorfi e avevano molte qualità umane, come i sentimenti, gli intrighi, gli amori e i tradimenti, e per questo motivo i romani vedevano in loro delle entità che riflettevano la società ad un livello superiore.

Molto spesso i romani imparavano dalla mitologia delle storie che venivano raccontate nelle famiglie, per confermare l’importanza di affrontare il proprio destino con forza, determinazione e nobiltà.

I miti romani riguardavano quindi il rapporto tra gli Dei e gli uomini, e i racconti popolari servivano a definire degli standard di comunicazione tra i due mondi.

Le origini greche della mitologia romana

La mitologia nasce prevalentemente in Grecia: l’Iliade e l’Odissea di Omero ma anche la Teogonia di Esiodo sono davvero i testi fondamentali sui quali nasce e si sviluppa la mitologia mediterranea.

Queste storie sono state tramandate di generazione in generazione prima attraverso la forma orale e infine per iscritto.

Quando Roma venne fondata, nel VIII secolo a.C., molte delle città-stato che la circondavano erano di cultura greca, la quale era già ben consolidata.

Soprattutto le colonie nella penisola italiana meridionale e in Sicilia costituivano dei centri culturali di grande importanza.

Nel corso delle guerre macedoni, poi, la Grecia passò sotto l’orbita del mondo romano e influenzò pesantemente la cultura della prima Repubblica.

Questo contatto continuo con il mondo greco e più specificatamente con la religione e la sua mitologia, ebbero un forte effetto su Roma e sulla sua gente.

Roma, nonostante alcune resistenze iniziali, adottò molto di quella raffinata cultura che si era sviluppata in Grecia, importando parecchi canoni nel settore dell’arte, della filosofia, della letteratura e del teatro. E’ normale quindi che anche la mitologia romana abbia risentito profondamente dell’influenza greca.

Uno dei temi fondamentali che dalla Grecia si trasferì a Roma fu certamente la lunga storia della guerra di Troia, un episodio che fu quasi un elemento fondante della mitologia Romana.

Tanto, che la leggenda sulla nascita di Romolo e Remo e addirittura la fondazione di Roma, nasce proprio dalle conseguenze di questo conflitto.

La mitologia augustea

Nonostante la mitologia romana nasca già nella prima Repubblica, e come detto, abbia risentito pesantemente dell’influenza greca, fu sotto il periodo di Augusto che diversi scrittori definirono degli standard che diventeranno “cult” nella cultura romana.

Ovidio, prima del suo esilio comminato dall’imperatore Augusto, ebbe il tempo di elaborare diverse opere letterarie importanti, in un momento prolifico per la cultura e le arti di Roma.

L’imperatore voleva ristabilire una connessione con l’antica religione della Repubblica e ripristinare il rispetto per gli Dèi. Per questo motivo, Ovidio venne incaricato di redigere diverse opere incentrate sul mito romano e sulla religione. “Le Metamorfosi” e “I fasti” sono certamente le sue pubblicazioni più note.

Nell’opera dei Fasti, ad esempio, vennero recuperate le feste che cadevano nei primi sei mesi dell’antico calendario Romano, e sempre nella stessa opera, Ovidio diede una “spiegazione” a diverse leggende che stavano alla base di rituali diffusi in tutto l’impero.

Ma soprattutto, durante questo periodo nacque e venne elaborata nella sua forma definitiva, la leggenda dei fondatori: Romolo e Remo.

L’Eneide e il mito di Enea

Un altro scrittore fondamentale per la mitologia Romana fu Virgilio, che nella sua “Eneide” raccontò l’epopea del guerriero Troiano Enea. Una figura che incarna l’espressione più completa dell’intera mitologia romana.

Secondo la storia, Enea, aiutato da sua madre, la Dea Venere, sfuggì a Troia con suo padre, Anchise, e un certo numero di commilitoni prima che la città fosse conquistata dai Greci.

Con l’aiuto di Venere, i troiani sconfitti lasciarono la città e salparono per l’Italia, dove venne predetta la fondazione di una città.

Enea e i suoi viaggiarono prima in Grecia per approdare poi nell’Africa settentrionale dove Didone, bellissima regina della città di Cartagine, strinse un rapporto amoroso molto intenso con Enea.

Ma la necessità per Enea di continuare il suo viaggio e compiere il suo destino, costrinse lui e i suoi uomini a lasciare a malincuore l’Africa e a salpare. La regina Didone, che si suicidò per la perdita del suo amato, rappresenta, sempre mitologicamente, la nascita della antichissima rivalità tra Roma e Cartagine.

L’Eneide è ricca anche di contatti con il mondo dell’oltretomba. Dopo l’approdo a Cuma, nell’oderna Campania, Enea, grazie alla Sibilla, un oracolo, venne condotto nell’oltretomba, nell’Ade, dove incontrò alcuni suoi nemici, la regina Didone, ancora disperata, ma anche suo padre Anchise, recentemente defunto, con un messaggio importante.

Fa parte del suo destino la fondazione di una grande città.

Enea, dopo aver raggiunto la Foce del Tevere, entrò in guerra con il Re dei Rutuli, Turno, e dopo un appello alla madre Venere e il coinvolgimento del Dio Vulcano, Enea affrontò, con armature e armi semi divine, il proprio avversario.

Turno, sconfitto e ucciso in duello, fuggì nell’Ade, mentre Enea e i suoi discendenti avviarono la creazione di nuove colonie. Una di queste, fondata dal figlio di Enea, Ascanio, era Alba Longa.

La leggenda di Romolo e Remo

Su Alba Longa, avrebbero regnato i discendenti di Enea per numerose generazioni. Secondo la leggenda, ad un certo punto, il trono fu occupato da Numitore.

Con un colpo di stato, il fratello di Numitore, Amulio, aveva ottenuto il potere e aveva costretto la figlia di Numitore, Rea, a unirsi alle vergini vestali, che dovevano praticare la castità, per impedire la nascita di un successore pretendente.

Ma un giorno, il Dio Marte scorse la giovane Rea nei boschi sacri e la violentò. Da quell’unione, nacquero due figli, Romolo e Remo, che per ordine del Re Amulio furono condannati a morte.

Ma il boia, incaricato dell’esecuzione, non ebbe il cuore di sopprimere i due neonati, che preferì affidare alla proverbiale cesta nel fiume Tevere. Salvati da una lupa e da un picchio, entrambi animali sacri per il Dio Marte, i ragazzi furono adottati da un pastore locale di nome Faustolo e da sua moglie, Acca Larenzia.

Gli anni passarono e i due fratelli divennero i leader della loro comunità. Tornati ad Alba Longa, Romolo e Remo deposero Amulio e restituirono a Numitore il suo trono.

Desiderosi di fondare una nuova comunità, i giovani ottennero da Numitore il permesso di fondare una nuova città, nel cuore del Lazio, che sarebbe stata Roma.

Il meccanismo della fondazione, fatto di elementi sacri, tra cui il solco realizzato con l’aratro trainato da una coppia di buoi, è ricco di immagini proverbiali.

Ma presto Romolo e Remo vennero allo scontro. Forse per il diverbio sul colle di Roma più giusto per fondare Roma, (Romolo indicava il Palatino, Remo l’Aventino), forse per l’atteggiamento di Remo, che superò il solco fatto dal fratello in segno di sfida, i due vennero al combattimento.

Romolo uccise Remo, dando una connotazione di ferocia e di violenza alla fondazione della città, e governò Roma in qualità di Primo Re.

Gli Dei e le Dee romane

La mitologia Romana, come quella greca, era ricca di Dei e Dee.

Alcuni erano di chiara derivazione greca, molto spesso “versioni” romane dell’originale greco, mentre altri Dei furono davvero creati ex novo dalla tradizione latina.

Prima della loro associazione con i greci, molti degli Dei romani erano più strettamente associati ai culti piuttosto che ai miti. Ma con l’evoluzione culturale romana questo concetto mutò notevolmente.

All’inizio dello sviluppo della mitologia romana, ad esempio, Saturno equivaleva al dio greco Crono. Il suo tempio ai piedi del Campidoglio custodiva il tesoro pubblico e in quel luogo venivano depositati i decreti del Senato Romano.

Ma al vertice delle divinità romane vi era la “Triade Capitolina” costituita da Giove, Giunone e Minerva.

Giove, il Dio del cielo, era chiaramente il corrispettivo latino del greco Zeus. Il culto di Giove coinvolgeva ogni aspetto della vita di un romano e il suo tempio sul Campidoglio era la destinazione finale dei trionfi ottenuti ai comandanti militari vittoriosi.

Sua moglie, Giunone, divenne la Dea che presiedeva ogni aspetto della vita delle donne romane, mentre Minerva proteggeva le arti e i mestieri, e ogni attività dell’ingegno.

Allo stesso modo, la Dea dell’amore greca, Afrodite, divenne per i romani Venere, nata dalla schiuma del mare.

La greca Artemide fu ribattezzata Diana, la dea della caccia, mentre Ares fu per i romani “Marte”. Originariamente un Dio agricolo associato alla primavera, divenne presto personificazione del potere militare Romano.

Gli Dei “originali” di Roma

Nonostante le pesanti influenze ricevute dal mondo greco, i romani svilupparono una serie di Dei del tutto “originali” rispetto a quelli Greci.

E’ l’esempio di Giano, il Dio bifronte custode delle porte e dei passaggi. Simile al Dio etrusco, Culsans, Giano poteva prevedere il futuro e ricordare il passato, ed era apprezzato per la sua saggezza, tanto che presiedeva l’inizio di tutti gli eventi pubblici.

Vi era anche Vesta, figlia di Saturno e Dea del focolare e della vita familiare, le cui seguaci erano chiamate vergini vestali.

I romani svilupparono anche una serie di divinità dell’acqua, di vitale importanza per i contadini, il cui lavoro e la cui vita erano legati ai fiumi e alle sorgenti. Spesso i contadini dovevano placare gli Dèi attraverso una serie di offerte per garantirsi un “patto” con il mondo sovrannaturale.

Addirittura “pittoresco” era il culto del dio Tiberio, che ogni 27 Maggio venivano onorato attraverso dei manichini di paglia gettati nel Tevere.

Ogni maggio, il 9, 11 e il 13, si celebrava invece la festa dei Lemuri, dove gli spiriti dei morti venivano onorati. Molti romani, durante le notti che cadevano in queste date, credevano di essere sorvegliati dagli spiriti dei loro antenati.

Conclusione

Anche se quando si parla di mitologia si pensa quasi automaticamente ai Greci, i romani svilupparono una loro cultura mitologica ricca e vibrante.

Attraverso questi miti, i romani spiegavano l’esistenza dei fenomeni attorno a loro, e sviluppavano con estrema efficacia un senso di orgoglio nazionale oltre che una comprensione dei valori di base, come l’onore del proprio popolo e una visione comune del destino dei romani.

Articolo originale: Roman Mythology di Donald L. Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli

Settimio Severo. Vita di un imperatore soldato

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Lucio Settimio Severo fu imperatore romano dall’aprile 193 d.C. al febbraio 211 d.C. Era di discendenza libica (originario di Leptis Magna) e proveniente da una famiglia punica di spicco caratterizzata da una storia di ascesa allo stato senatorio e consolare.

Ascesa di Settimio Severo al potere

La sua prima visita a Roma avvenne intorno al 163 d.C. durante il regno di Marco Aurelio e Lucio Vero. Sotto la protezione di suo cugino, Caio Settimio Severo, entrò nel Senato Romano nel 170 d.C. Quando suo cugino andò in Africa come proconsole intorno al 173-174 d.C. scelse Lucio Settimio Severo come suo legato.

A livello personale Lucio Settimio sposò prima Paccia Marciana intorno al 175 d.C., donna come lui di origine puniche. In seguito alla morte di questa, dieci anni dopo, quando era già governatore della Gallia e viveva a Lugdunum (Lione), sposò Gulia Domna da Emesa (Siria) intorno al 187 d.C., discendente di una famiglia di grandi sacerdoti di Eliogabalo.

L’ascesa a imperatore di Settimio iniziò con l’assassinio del sovrano dissoluto Commodo, l’ultimo giorno del 192 d.C. L’immediato successore di Commodo, il rispettato anche se anziano Pertinace, fu rapidamente nominato imperatore.

Le azioni di Pertinace come imperatore, tuttavia, fecero infuriare i membri della Guardia Pretoriana che non gradivano i suoi tentativi di imporre una disciplina più severa. Fu l’incapacità di Pertinace di soddisfare le richieste della Guardia relativamente a un compenso arretrato che portò alla rivolta che si concluse con l’assassinio dell’imperatore.

La Guardia Pretoriana da quel momento iniziò letteralmente a vendere all’asta il trono imperiale al miglior offerente: più si pagava, più ci si assicurava la possibilità di ascendere al trono.  Un ricco ed eminente senatore, Didio Giuliano, forse per scherzo in un primo momento, batté tutti gli altri all’asta e fu proclamato imperatore dai pretoriani per la sola ragione che promise di pagare loro una cifra più alta.

Questa vicenda causò un notevole risentimento tra la popolazione di Roma che denunciò apertamente Giuliano e il modo in cui acquisì il trono. La voce di tali disordini a Roma si diffuse nelle province e portò alla nascita di tre possibili candidati per sfidare il governo di Giuliano.

Settimio Severo, l’anno dei cinque imperatori

Il primo candidato era Clodio Albino, governatore della Gran Bretagna. Il secondo era Pescennio Nigro, governatore della Siria e il terzo era, ovviamente, Settimio Severo, che governava la provincia della Pannonia Superiore alla frontiera del Danubio.

Tutti e tre i governatori emersero come possibili candidati principalmente perché ciascuno di loro deteneva province difese ciascuna da tre legioni. Questo non solo dava a ciascun governatore una potente base militare, ma assicurava anche che le province adiacenti si sarebbero unite alla loro causa se avessero deciso di insorgere e fare un’offerta per il potere imperiale. Sia Albino che Nigro lo fecero.

Settimio, nel fare la sua proposta, aveva un vantaggio su questi due uomini non solo in termini di propaganda (Settimio aveva prestato servizio con Pertinace in precedenza e si era ritratto con successo come il “vendicatore di Pertinace“, adottando persino il nome dell’imperatore ucciso) ma anche in termini di posizione poiché la Pannonia era la più vicina di queste province all’Italia e a Roma.

Per evitare un possibile scontro con Clodio Albino in Gran Bretagna, si assicurò il suo sostegno promettendogli il titolo di Cesare e quindi un posto nella successione imperiale se Settimio avesse avuto successo.

Quindi, dopo essersi assicurato la lealtà delle sedici legioni del Reno e del Danubio alla sua causa, Settimio marciò in Italia e a 60 miglia da Roma fu riconosciuto dal Senato come imperatore. Giuliano fu giustiziato e Settimio fu accolto a Roma il 9 giugno 193 d.C. Con la sua nomina, l’anno 193 d.C. è conosciuto come “L’anno dei cinque imperatori“.

Le prime campagne di Settimio Severo come imperatore

Settimio sciolse rapidamente la Guardia pretoriana e la sostituì con una guardia del corpo molto più grande reclutata dalle legioni danubiane sotto il suo comando. Per rafforzare il suo governo in Italia, diede vita a tre nuove legioni (I-III Parthica) e pose la seconda di queste non lontano da Roma. Aumento inoltre il numero delle veglie, delle coorti urbane e di altre unità di stanza nella città di Roma allargando la guarnigione complessiva della Capitale.

Dopo essersi assicurato Roma (e, per il momento, la lealtà di Albino a ovest), Settimio organizzò una campagna per marciare verso le province orientali ed eliminare il suo rivale Nigro.

Le forze di Severo sconfissero diverse volte le sue truppe prima buttandolo fuori dalla Tracia, poi sconfiggendolo a Cizico e Nicea in Asia Minore nel 193 d.C. e infine battendolo a Isso nel 194 d.c. Mentre si trovava in Oriente, Settimio Severo spinse le sue forze contro i vassalli dei Parti che avevano sostenuto il Nigro nelle sue rivendicazioni e sottomise rapidamente i regni di Osroene e Adiabene, prendendo i titoli Parthicus Arabicus e Parthicus Adiabenicus per commemorare queste vittorie.

Per consolidare la sua reputazione e tentare di collegare la sua nuova dinastia con quella degli Antonini, si dichiarò figlio dell’ormai divinizzato ex imperatore Marco Aurelio e fratello del Commodo divinizzato. Inoltre, conferì al figlio maggiore M. Aurelio Antonino (poi imperatore Caracalla) il titolo di Cesare. Quest’ultima mossa lo portò in conflitto diretto con il suo ex alleato Clodio Albino a cui inizialmente era stato promesso questo titolo in cambio della sua lealtà.

Rendendosi conto che Severo intendeva scartarlo, Albino si ribellò e attraversò con le sue legioni la Gallia. Severo si affrettò a spostarsi a ovest per incontrare Albino a Lugdunum e lo sconfisse in una sanguinosa e combattuta battaglia nel febbraio 197 d.C. In questo modo rimase l’unico imperatore dell’Impero Romano.

Nell’estate del 197 d.C., Severo si recò di nuovo nelle province orientali dove l’Impero dei Parti aveva approfittato della sua assenza per assediare Nisibi nella Mesopotamia occupata dai romani. Dopo aver spezzato l’assedio dei Parti, iniziò a marciare lungo l’Eufrate attaccando e saccheggiando le città di Seleucia, Babilonia e infine la capitale dei Parti di Ctesifonte.

Avrebbe voluto continuare le sue campagne più in profondità nell’impero dei Parti, ma decise di rivolgersi contro la fortezza di Hatra in Iraq senza però riuscire nella conquista nonostante due tentativi di assedio. Dopo aver raggiunto un accordo salva-faccia con Hatra, Settimio dichiarò la vittoria in Oriente, prendendo il titolo di Partico. Fu durante questo periodo che organizzò le terre della Mesopotamia settentrionale, catturate dai Parti, nella nuova provincia della Mesopotamia romana che Severo sperava servisse da “baluardo per la Siria” contro qualsiasi futura invasione dei Parti.

Ritorno a Roma di Settimio Severo e visita a Leptis Magna

Severo poi si recò in Egitto nel 199 d.C., per riorganizzare la provincia. Dopo aver fatto tappa in Siria per un soggiorno di un anno (dalla fine del 200 all’inizio del 202 d.C.), Severo tornò finalmente a Roma nell’estate del 202 d.C. per celebrare i suoi decennali con dei giochi e per dare suo figlio Antonino in matrimonio alla figlia del suo confidente, il prefetto pretoriano Plautiano (poi assassinato a causa degli intrighi di Antonino). Nell’autunno dello stesso anno, Severo si recò nella sua patria d’Africa, visitando la città natale Leptis Magna, così come Utica e Cartagine.

A Leptis Magna Settimio Severo diede vita a un forte programma di costruzione di monumenti, fornendo strade colonnate, un nuovo foro, una basilica e un nuovo porto alla sua città natale. Approfitto di quel tempo per schiacciare le tribù del deserto (in particolare i Garamanti) che avevano molestato le frontiere africane di Roma. Severo ampliò e fortificò la frontiera africana, espandendo persino la presenza di Roma nel Sahara, limitando così le attività di incursione di queste tribù di confine che non potevano più attaccare impunemente le terre romane e poi fuggire.

Severo tornò in Italia nel 203 d.C. dove rimase fino al 208 d.C. organizzando i giochi secolari nel 204 d.C. Severo sostituì con il giurista Papiniano il suo prefetto pretoriano Plautiano, assassinato, dando vita a una vera e propria età dell’oro per la giurisprudenza romana.

Nel 208 d.C. alcuni combattimenti su piccola scala alla frontiera della Britannia romana diedero a Severo la scusa per lanciare una campagna che sarebbe durata fino alla sua morte nel 211 d.C. Con questa campagna, Severo sperava in un’opportunità per raggiungere la gloria militare. Motivo per il quale portò con sé i suoi figli Antonino e Geta nella speranza di fornire loro una certa esperienza amministrativa e militare, necessaria per detenere il potere imperiale. Fino a quel momento i due figli avevano passato il loro tempo a litigare violentemente tra loro oltre che comportarsi come libertini negli stabilimenti meno rinomati di Roma.

Le intenzioni di Severo in Gran Bretagna erano quasi certamente di sottomettere l’intera isola e portarla completamente sotto il dominio romano. Per fare ciò,riparò e ristrutturò molti dei forti lungo il Vallo di Adriano con l’intenzione di utilizzare il muro come base da cui lanciare una campagna per conquistare il nord dell’isola della Gran Bretagna.

Lasciando Geta a sud (presumibilmente lasciandolo responsabile dell’amministrazione civile della Gran Bretagna a sud del muro, N.d.R.), Severo e suo figlio Antonino fecero una campagna nel nord, specialmente in quella che oggi è la Scozia. Il decorso della campagna non fu propriamente soddisfacente per i romani: le tribù native della Caledonia non incontrarono le truppe in aperta battaglia e si impegnarono in tattiche di guerriglia contro di loro causandone pesanti perdite.

Nel 210 d.C., tuttavia, le tribù del nord chiesero la pace e Severo sfruttò questa opportunità per costruire una nuova base avanzata a Carpow sul fiume Tay per future campagne. Prese anche il titolo di Britannico per sé e per i suoi figli per commemorare questa vittoria.

Morte di Settimio Severo, i risultati raggiunti

Un successo che però fu di breve durata, tuttavia, poiché le tribù presto insorsero in rivolta e Severo non era in grado di continuare le sue campagne contro di loro. Era il 211 d.C. e malato di gotta morì poco dopo, il 4 febbraio dello stesso anno.

Il regno di Severo ha visto l’attuazione di riforme sia nelle province che nell’ordine militare che hanno avuto conseguenze a lungo termine.

Dopo la sconfitta dei suoi rivali, Severo decise di non rischiare e divise le province legionarie di Pannonia e Siria per scoraggiare i futuri governatori a sollevarsi in rivolta. La Pannonia venne divisa nelle nuove province di Pannonia Superiore e Pannonia Inferiore; la Siria fu divisa in Siria Coele e Siria Fenice. Anche la Gran Bretagna era divisa in due province. Britannia Superiore e Britannia Inferiore.

Severo è anche noto per le sue riforme dell’esercito. Non solo aumentò notevolmente le sue dimensioni ma per garantirne la lealtà aumentò anche la paga annuale dei soldati da 300 a 500 denari, sebbene molti avrebbero visto questo aumento di stipendio in ritardo dopo la sua morte. Storici come Erodiano hanno criticato Severo per questi aumenti salariali, principalmente perché esercitavano maggiori pressioni finanziarie sulla popolazione civile.

Severo pose fine inoltre al divieto di matrimonio che esisteva nell’esercito romano, dando ai soldati il ​​diritto di prendere moglie. Questa misura fu considerata da alcuni come una riforma positiva in quanto dava diritti legali alle mogli dei soldati, li cui rapporti prima non erano legalmente vincolanti.

Severo era così preoccupato per la lealtà dell’esercito che si dice che sul letto di morte abbia consigliato ai suoi due figli di “essere buoni gli uni con gli altri, arricchire i soldati e accidenti al resto“.

Severo poteva essere spietato verso i suoi nemici. Quando sconfisse Nigro a est, non solo attaccò molte delle città in quella regione che sostennero il suo rivale, ma divenne noto per aver tolto lo status di metropoli dalla città di Antiochia dandolo alla sua principale rivale, la città di Laodicaea.

Dopo aver sconfitto Albino nella battaglia di Lugdunum, Severo liberò poi la sua ira contro il Senato romano, in particolare sui membri che avevano dato un supporto silenzioso o aperto ad Albino. Severo, dopo aver dichiarato le sue intenzioni di epurare il Senato in un discorso nel 197 d.C., procedette a giustiziare ben ventinove senatori.

Nonostante sia uscito vittorioso da un periodo di guerra civile e abbia portato stabilità all’impero sembra che Severo non fosse soddisfatto del suo operato, sentimento che esternò anche prima di morire.

Articolo originale: Septimius Severus di Patrick Hurley (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli

Le riforme di Tiberio e Gaio Gracco

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Le riforme di Tiberio e Caio Gracco, furono una serie di provvedimenti che i due fratelli della fazione politica dei Populares, cercarono di far approvare dal Senato per redistribuire le terre ai cittadini romani, e porre delle soluzioni definitive a una situazione sociale particolarmente problematica e alla scarsità di rendite agricole.

Le loro riforme andarono tuttavia a toccare forti interessi terrieri, ed entrambi i fratelli furono assassinati dalla violenza dilagante nella politica romana di quel tempo, che già aveva in sé i germi della guerra civile.

Vita e carriera di Tiberio Gracco

Tiberio Gracco, nipote di quello Scipione Africano che aveva vinto Annibale a Zama e figlio del Gracco “Senior” che aveva conquistato i guerrieri spagnoli Celtiberi, aveva prestato servizio come questore e si era più volte impegnato in importanti azioni diplomatiche.

In particolare aveva servito nell’esercito di Gaio Ostilio Mancino e aveva contrattato, grazie al prestigio del suo nome, una pace con il nemico. Ma quando il Senato, su mozione di suo cugino Scipione Emiliano, rinunciò alla pace, Tiberio comprese di essere stato messo politicamente in minoranza e si unì a un gruppo di anziani senatori ostili al programma di governo di Emiliano e alle sue riforme.

Eletto tribuno nel 133, in assenza di Scipione Emiliano perché impegnato in campagne militari, Tiberio tentò di trovare una soluzione alla crisi sociale e militare.

Tiberio non aveva intenzione di abolire la proprietà privata, ma mirava semplicemente a far rispettare un limite legale all’occupazione dei terreni pubblici, che già esisteva ed era fissato a 500 iugera, (309 Acri), ma che fino a quel momento era stato ampiamente ignorato.

In questo modo, Tiberio mirava a recuperare una grande quantità di terreni da redistribuire a nuovi cittadini, che avrebbero avuto la possibilità di condurre una vita migliore e di far ripartire il settore agrario della società romana.

La guerra e la rivolta degli schiavi in Sicilia, che da diversi anni imperversava e minacciava di estendersi in tutta la penisola italica, aveva già sottolineato quanto fosse pericoloso impiegare una gran numero di schiavi sul territorio e aveva già ampiamente dimostrato la necessità di una riforma e di un aumento della manodopera qualificata.

La proposta di Tiberio incontrò, tuttavia, una forte opposizione nel Senato, composto prevalentemente da grandi proprietari terrieri che non volevano rinunciare a una parte dei loro possedimenti.

Consigliato da alcuni suoi sostenitori, Tiberio “saltò” il Senato e propose la sua legge direttamente alle assemblee popolari. Una mossa che gli fece trovare rapidamente un ampio sostegno presso le fasce più deboli della popolazione.

La reazione dei suoi avversari politici e dei proprietari terrieri fu però quella di utilizzare un altro tribuno, Marco Ottavio, per porre il veto al disegno di legge di Tiberio, e bloccare l’approvazione del provvedimento.

Tiberio lanciò così un appello al Senato per dirimere la questione, ma i senatori non erano disposti a intervenire né Ottavio a rinegoziare il suo veto. Nonostante questo ostruzionismo fosse tecnicamente permesso dalle leggi romane, a livello politico si trattava di una violenza che sfiorava l’incostituzionalità.

Tiberio fu quindi costretto a far approvare un disegno di legge decisamente ridimensionato rispetto alla proposta iniziale, ma nonostante ciò, era riuscito a istituire una commissione per la redistribuzione dei terreni agricoli.

Prevedendo il tentativo di boicottaggio da parte dei suoi avversari politici, Tiberio fece nominare se stesso, suo suocero e suo fratello Gaio, come membri della Commissione, con il potere di determinare i confini del suolo pubblico, confiscare i terreni in eccesso e dividerli in lotti inalienabili tra i cittadini.

Anche se pesantemente ridimensionata dagli avversari, la riforma di Tiberio sembrava procedere di buon passo. Ma un fatto inaspettato complicò la situazione.

Alcuni messaggeri avvisarono il Senato romano che Attalo III, re del regno di Pergamo, era morto e, da disposizioni testamentarie, aveva donato il suo regno al popolo romano. Questa decisione derivava dal fatto che Attalo apparteneva alle clientele di Tiberio, e i suoi avversari politici approfittarono dell’occasione per accusare Tiberio di mirare a una tirannia personale.

Tiberio venne dipinto come un aspirante monarca ellenistico, che desiderava conquistare un potere al di fuori dalle leggi, per ottenere terreni nelle province e per scavalcare le istituzioni repubblicane.

Le accuse si fecero ogni giorno più pesanti, e Tiberio, temendo di essere messo sotto processo non appena fosse terminata la sua carica di tribuno, ricorse all’appello di un secondo tribunale speciale, un atto senza precedenti, che rafforzò inevitabilmente i timori di tirannia da parte di una importante fetta dei senatori. Ora, la gran parte della politica romana era ostile a Tiberio.

Il tragico epilogo si consumò durante le successive elezioni per scegliere i futuri magistrati: Tiberio si candidò nuovamente al tribunato della plebe, ma, tacciato sistematicamente dell’accusa di tirannia, fu circondato da una folla di violenti.

Quando il pontefice massimo, Publio Scipione Nasica, guidò un certo numero di sostenitori e dei loro clienti nel foro di Roma, Tiberio fu coinvolto in una rissa, dove perse la vita.

Si tratta di uno dei momenti più tragici della storia politica Romana. L’omicidio politico e il martirio di una figura inviolabile come il tribuno della plebe, furono sdoganati ufficialmente.

Nonostante la morte di Tiberio, la commissione fondiaria per la redistribuzione delle terre fu autorizzata a continuare il suo lavoro. Nel 129 a.C, la terra detenuta dai cittadini Romani iniziò a scarseggiare seriamente e la legge di Tiberio Gracco fu sfruttata per l’esproprio di alcuni terreni pubblici, i quali erano detenuti da comunità d’italici.

Quando i cittadini italici cominciarono a protestare, il Senato accolse, su mozione di Scipione Emiliano, l’eterno nemico di Tiberio, la proposta di trasferire dalla Commissione direttamente al console le decisioni riguardanti l’assegnazione di terreni sul territorio.

Questa mossa, esautorò pesantemente le attività della commissione voluta da Tiberio, minando alle fondamenta l’intero progetto.

Un ultimo tentativo di far funzionare la riforma di Tiberio appartiene al presidente della commissione e console del 125, Marco Fulvio Flacco, che cercò di trovare un compromesso con gli italici, offrendogli la cittadinanza romana in cambio della consegna dei loro possedimenti, secondo la legge di Tiberio Gracco. Allarmati dalla mediazione di Flacco, che stava facendo ripartire le attività della commissione, i senatori lo incaricarono di condurre una guerra nel sud dell’attuale Francia, togliendo di mezzo un pericoloso avversario politico.

Fu così che il disegno di legge di Tiberio Gracco si concluse in un nulla di fatto, attraverso l’ostruzionismo politico e la violenza organizzata.

Le riforme di Caio Gracco

Un secondo tentativo di recuperare e ampliare le riforme di Tiberio, venne portato avanti dal fratello minore, Gaio Gracco.

Gaio aveva lavorato nella commissione fondiaria ideata dal fratello e aveva sostenuto il piano di Flacco. Nel 123, Gaio riuscì a diventare tribuno della plebe con un buon numero di voti ed ebbe una seconda occasione per riformare la proprietà terriera.

Le riforme si basavano su due capisaldi principali. Il primo era quello di aumentare il gettito fiscale in maniera più equa per la popolazione.

Gaio prevedeva di posizionare i cosiddetti pubblicani, dei funzionari incaricati alla riscossione delle tasse, nei territori dell’Asia e in particolare nelle terre donate a Roma da Attalo, il che avrebbe permesso un sensibile aumento del gettito fiscale senza gravare sui cittadini italici.

La seconda misura mirava a fornire maggiori diritti al ceto degli Equites, i piccoli imprenditori romani, elevandoli a una posizione dalla quale, anche se non prendevano concretamente parte all’emanazione delle leggi, avrebbero potuto esercitare un controllo sull’amministrazione dei senatori.

Per ridurre la corruzione e aumentare l’efficienza dei senatori, Gaio aveva in mente di attribuire il potere a personaggi eminenti della classe dei Cavalieri di mettere sotto esame i membri del Senato che avevano dimostrato inefficienza. Questi sarebbero stati giudicati da dei Tribunali, i quali avrebbero potuto comminare delle multe salate.

Immediatamente le riforme di Gaio Gracco vennero osteggiate dai nemici politici e nel corso del 122 i cittadini Romani vennero convinti da una feroce propaganda senatoria, che le riforme di Gaio avrebbero danneggiato i loro interessi. Questa campagna elettorale diffamatoria nei confronti del tribuno impedì a Gaio di essere rieletto l’anno successivo.

Nonostante l’iniziativa di Gaio e di Flacco di agire da privati cittadini per opporsi alla cancellazione della legge di Tiberio e per rilanciare le loro misure, nel 121 a.C, dei facinorosi assoldati dai senatori scatenarono nuove risse, durante le quali anche Gaio perse la vita.

Durante gli anni successivi, ulteriori misure a favore della popolazione vennero sistematicamente abolite, mentre i privilegi dei senatori non vennero più toccati da alcuna altra proposta di legge.

In altre parole, la società romana fallì nell’eseguire una serie di riforme che erano invece fondamentali per far ripartire il settore agrario e tutta l’economia romana.

Gli unici, attraverso l’uso della forza, a poter nuovamente mettere mano alla produzione agraria, saranno, molto più tardi, Giulio Cesare e Ottaviano Augusto.

Articolo originale: The Brothers Gracchi: The Tribunates of Tiberius & Gaius Gracchus di (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Andrea Finzi