venerdì 26 Giugno 2026
Home Blog Pagina 68

Carbone: il bluff degli accordi per l’ambiente

0

A parole tutti quanti vogliono superare l’uso del carbone ma nei fatti le cose stanno in modo molto diverso.

Le richieste e i prezzi sono in rialzo continuo e sono arrivati a battere record su record.

I grandi gruppi estrattivi e di commercio del carbone stanno facendo ultimamente affari d’oro. La più grande di tutte, Glencore, estrarrà nel 2021 ben 125 milioni di tonnellate di carbone.

Glencore, unica multinazionale mineraria che promette la neutralità climatica nel 2050, si impegna a tagliare entro il 2035 le emissioni di CO2 del 50% e a ridurle del 15% già entro il 2026.

Altre aziende che lavorano con miniere di carbone termico utilizzano ancora uno degli impianti estrattivi tra i più grandi del mondo, più una rete ferroviaria dedicata, e questo è nel nordest della Colombia. Ma anche il Sudafrica ovviamente non vuole essere da meno con quantità estrattive impressionanti.

Il carbone, responsabile di quasi un terzo delle emissioni globali di CO2, è in forte richiesta. E non solo in Cina. Negli Usa, investiti da un’ondata di caldo torrido, questo mese i consumi nelle centrali elettriche superano i volumi non solo del 2020 ma anche del 2019, tanto che il carbone si è riguadagnato una quota del 24% nel mix energetico americano.

La Germania, tra i Paesi europei è quella che richiede sempre più carbone e nell’ultimo trimestre l’uso globale tedesco è cresciuto del 35% rispetto ad un anno fa.

A che gioco giochiamo

E’ evidente che nessuno ha veramente voglia di smettere di utilizzare questo tipo di energia sporca. Né chi la produce, sulle spalle dei lavoratori che ogni giorno scendono nelle miniere, né gli Stati che parlano in continuazione di buoni propositi ma alla fine tornano sempre all’ovile.

D’altronde bisogna sempre guardare ad un dato: i soldi.
125 dollari per tonnellata fanno gola e sempre di più si cerca con artifici tecnici di “compensare” le emissioni dannose, come se il Mondo fosse un grande registro contabile dove basta pagare per mettere a tacere il clima.

Purtroppo la natura non capisce la partita doppia e nemmeno sa apprezzare il denaro al posto dell’aria pulita. Nelle grandi teorie degli accordi internazionali bisogna poi arrivare a dei dati di fatto, che al momento non esistono. Il carbone c’è e non molla la presa.

Luce e gas. Aumenti in arrivo

0

“La ripresa dell’economia europea incontra un primo ostacolo nell’impennata dei prezzi dell’energia che per l’Italia porta una stangata sulle bollette di elettricità e gas dal primo luglio 2021”. Lo stima Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, in vista dell’aggiornamento trimestrale che farà l’Arera nei prossimi giorni per le tariffe dal primo luglio.

“In base ai dati preliminari è possibile stimare per l’elettricità un aumento intorno al 12% e per il gas oltre il 21%, entrambi balzi record mai visti in passato”, spiega Tabarelli: “ciò spinge a prevedere un tasso di inflazione in forte accelerazione nei prossimi mesi”.  

Via le mascherine all’aperto. Ma con limiti

0

Italia tutta in zona bianca anche l’ultima regione che mancava, la Valle d’Aosta è bianca e senza più l’obbligo di mascherine all’aperto (se c’è la distanza; vanno comunque portate con sé): una rivoluzione rispetto agli ultimi 7 mesi.

Con l’incognita della variante Delta – quadruplicati i casi a giugno rispetto a maggio -, che potrebbe imporre nuove zone rosse limitate, le riaperture saranno completate entro il 10 luglio dalle discoteche sotto le stelle.

E il commissario all’emergenza Francesco Figliuolo lancia un appello ai giovani: “Devono poter tornare in discoteca con atteggiamento responsabile e con il green pass”.

L’immunità di gregge in Italia, ha detto il commissario per l’emergenza, “è all’80% dei 54 milioni della platea di vaccinabili, e sono assolutamente convinto che raggiungeremo questo obiettivo a fine settembre. Ma bisogna andarsi a vaccinare, come dimostra anche l’esperienza di altri Paesi a un certo punto si fa fatica a trovare i vaccinandi. Ma di vaccini a Rna (Pfizer e Moderna) ne abbiamo a sufficienza , a luglio solo poco meno di giugno. Ora usiamo AstraZeneca solo per la seconda dose agli over 60 e Johnson per le persone difficili da individuare o per categorie particolarmente mobili”.

Il generale elogia il comportamento degli italiani e fa mea culpa su AstraZeneca un po’ a nome di tutte le autorità.

“Nonostante tutto i nostri concittadini hanno dimostrato di essere migliori di questa confusione che si è creata. Su AstraZeneca ci sono state più di 10 indicazioni diverse nel tempo, ma questo è figlio di un virus nuovo e sconosciuto e dei progressi della farmacovigilanza. Ci sono state delle motivazioni da parte della gente. In un’altra condizione si utilizzava tutto quello che avevamo per far calare la curva dei contagi, ora invece possiamo usare altri vaccini per l’eterologa con la seconda dose” di Astrazeneca. Così il commissario Francesco Figliuolo a Domenica In, secondo il quale “forse si poteva comunicare meglio”.

La terza guerra punica. Roma annienta Cartagine per sempre

0

La terza guerra punica fu un conflitto combattuto tra Roma e Cartagine dal 149 al 146 avanti Cristo. Dopo aver perso le prime due guerre puniche contro Roma, Cartagine si era riorganizzata militarmente e aveva compiuto un assalto al vicino Regno di Numidia, violando i patti con i romani e scatenando un nuovo intervento militare. Questa volta la guerra fu di annientamento totale: i cartaginesi vennero completamente distrutti e la loro capitale fu assediata e rasa al suolo. A seguito di questi eventi, il cosiddetto Impero cartaginese ebbe definitivamente fine.

Le sconfitte e le condizioni di pace

Dopo aver perso la prima guerra punica, che si tenne dal 264 al 241 avanti Cristo, Cartagine dovette lasciare ai romani il controllo della Sicilia e della Sardegna. E ancora, dopo la sconfitta nella seconda guerra punica (218-201 a.C), con il tramonto del grande progetto di Annibale e la rinuncia al dominio sulla Spagna, Cartagine era stata ormai ridotta ad un’ombra della potenza che rappresentava nel passato. I romani avevano imposto delle condizioni di pace durissime: Cartagine doveva pagare dei tributi regolari, non poteva utilizzare un proprio esercito senza il permesso di Roma e ogni decisione politica necessitava dell’approvazione del Senato.

Isolata di fatto in una specie di città-stato, Cartagine era definitivamente con le spalle al muro.

Dopo la seconda guerra punica, tuttavia, i cartaginesi furono abili ad investire nello scambio di beni commerciali in tutto il Mediterraneo e soprattutto nella zona dei Balcani. La tradizione secolare nel commercio marittimo, permise ai Cartaginesi di rinvigorire rapidamente la loro economia. Anzi, Cartagine divenne persino fornitrice di grano e di orzo per Roma, ottenendo commesse commerciali importanti e redditizie. In pochi anni Cartagine riuscì a pagare il tributo che doveva a Roma, ristabilendo le casse dello Stato e ripresentandosi al mondo come città importante per il Mediterraneo.

In questa coraggiosa politica di rinascita, Cartagine mal sopportava le condizioni imposte dai romani, ma anche la presenza di un regno nord africano che da sempre si contendeva il controllo del territorio: era il regno di Numidia, guidato dal Re Massinissa, alleato storico dei romani. I numidi avevano ampliato nel corso del tempo la loro influenza a tutto danno di Cartagine.

Nel 150 a.C, Massinissa sconfinò in una zona molto vicina ai possedimenti dei cartaginesi e precisamente nella città di Horoscopos: Cartagine, senza richiedere il permesso dei romani, mise insieme in pochi mesi un esercito di 30.000 uomini che fu inviato a contrastare Massinissa.

L’esito per Cartagine fu assolutamente disastroso: non solo Massinissa vinse la battaglia, ma avendo violato palesemente i trattati con Roma, ed intervenendo militarmente senza il loro consenso, il Senato romano reagì con estrema durezza. Tutti gli aristocratici di Roma erano decisi per una punizione esemplare, ma soprattutto un politico romano di vecchia data, Marco Porcio Catone, detto Catone il vecchio. Catone, durante una recente missione da ambasciatore, aveva potuto constatare la ripresa di Cartagine che considerava un gravissimo pericolo per la sopravvivenza di Roma. Catone non esitava a concludere tutti i suoi discorsi in Senato, anche urlando, con la frase “Cartagine deve essere distrutta!“.

La situazione era gravissima: i cartaginesi tentano di inviare degli ambasciatori a Roma, spiegando che il loro intervento militare era stato necessario per arginare i soldati di Massinissa e che non vi era stato semplicemente tempo per avvisare i romani. Ma le loro spiegazioni non convinsero minimamente il Senato, che non ricevette nemmeno i diplomatici.

Inoltre per i romani si presentò una ghiotta occasione di attaccare Cartagine: la città nordafricana di Utica, che era sempre stata alleata dei cartaginesi, decise di passare nettamente a favore di Roma, intravedendo evidentemente il tragico destino che si profilava per Cartagine. I Romani avrebbero dunque avuto dalla loro parte un’ottima base per un attacco diretto alla città.

Il Senato Romano dapprima chiese una nuova serie di tributi per lo sgarbo ricevuto oltre alla consegna di 300 ostaggi cartaginesi che dovevano risiedere a Roma, ma di lì a poco preparò un nuovo esercito composto da 80.000 fanti e 4.000 cavalieri, che venne rapidamente inviato in Nord Africa con il compito di annientare Cartagine definitivamente.

La resistenza Cartaginese

Con l’esercito alle porte, gli ambasciatori romani si presentarono di fronte alla controparte cartaginese: le condizioni che volevano imporre erano straordinariamente dure. Cartagine doveva pagare a Roma un tributo altissimo, non poteva più avere nemmeno un uomo in armi, ma soprattutto fu imposto ai cartaginesi di lasciare la città per stabilirsi In una zona a pochi chilometri dalla costa, sotto stretta sorveglianza dell’esercito romano. Queste condizioni erano troppo per qualsiasi sconfitto.

I cartaginesi scelsero di dare battaglia, per cercare di salvare un minimo di indipendenza. Mettendo insieme un esercito regolare ma anche chiamando a raccolta tutti gli schiavi di cui disponevano, 30.000 soldati e 200.000 abitanti si prepararono a difendersi ad oltranza. Cominciò così l’assedio di Roma: l’ultimo atto delle tre guerre puniche.

I romani iniziarono l’assedio di Cartagine: i legionari erano al comando dei Consoli Marcio Censorino e Manio Manilio. I due generali romani si trovano di fronte una sfida importante, in quanto Cartagine era ben rifornita di uomini, acqua e cibo, aveva circa 34 km di mura difensive organizzate in una tripla linea e una grande serie di palizzate e fossati che complicavano un eventuale attacco via terra. Inoltre Cartagine aveva a disposizione il porto più potente del Mediterraneo e, data la sua grandezza, nonostante la flotta romana attivò immediatamente un blocco navale era sempre possibile far arrivare dei nuovi rifornimenti.

I cartaginesi, oltre a resistere, compivano delle regolari sortite con cui attaccavano i romani: nel corso di parecchi mesi, i cartaginesi decimarono i legionari, incendiarono la flotta romana, distrussero gran parte delle macchine d’assedio.

Nel frattempo emissari di Cartagine cercarono degli alleati attraverso le campagne: grazie ad una fitta rete di contatti, uomini cartaginesi riuscirono a strappare l’alleanza della città di Ippacra. Inoltre il nuovo re dei numidi, Bithyas, stavolta filo cartaginese, decise di inviare un contingente di soldati per aiutare i fratelli africani.

La straordinaria resistenza di Cartagine costituì un grave problema per i romani, che si trovavano di fronte ad una situazione ben più grave di quella che avevano previsto.

L’intervento di Scipione Emiliano

La situazione iniziò a volgere a favore dei romani con Publio Cornelio Scipione Emiliano, un giovane generale che era nipote adottivo di quello Scipione che aveva vinto Annibale decenni prima. Emiliano prese il comando della situazione e diede ordine di costruire un enorme muro d’assedio intorno a Cartagine, con particolare attenzione al porto, che doveva essere bloccato a tutti i costi.

Nonostante le continue sortite dei cartaginesi, le enormi costruzioni romane furono finalmente in grado di bloccare il porto. Scipione Emiliano continuò a rafforzare le fortificazioni, bloccando Cartagine anche via terra. Ora la situazione per i punici diventava drammatica.

Per cercare di strappare Cartagine all’assedio, un esercito punico raccogliticcio si riunì a 25 km a sud dalla capitale, nella città di Neferis, con l’intento di attaccare le linee romane dal retro. Ma la sproporzione di forze era evidente ed Emiliano, già nel 146 a.C, lasciò un contingente di soldati a proseguire l’assedio di Cartagine, ormai quasi totalmente incapace di reagire, e attaccò il distaccamento di soldati, eliminando l’ultimo possibile aiuto che poteva giungere alla città africana.

Scipione Emiliano, dopo tre anni di assedio, era sul punto di sferrare l’attacco finale.

L’attacco finale a Cartagine e la distruzione della città

I Romani attaccarono Cartagine in un solo momento e da ogni punto. La gran parte delle forze romane fu concentrata sull’area del Porto e fu quella zona la prima a cedere alla furia romana. I soldati riuscirono a raggiungere e a superare le mura di Cartagine, avanzando strada per strada, quartiere per quartiere, e annientando tutti coloro che si paravano davanti. Dopo sette giorni di combattimenti e diversi saccheggi, di Cartagine rimaneva solamente un gruppo di soldati e cittadini valorosi asserragliati nella cittadella, la parte più antica.

Fra loro il comandante Asdrubale e 900 uomini, che si rifugiarono nel tempio di Eshmun: i Romani si avvicinavano inesorabilmente ed era assolutamente chiaro che non avrebbero avuto alcuna pietà per nessun superstite. Asdrubale però non riuscì a togliersi la vita e si arrese ai Romani. Sua moglie invece, per la vergogna del gesto del marito e per non finire schiava dell’eterno nemico, preferì suicidarsi assieme ai due figli, gettandosi da una pira funeraria, assieme agli ultimi fedelissimi soldati.

Cartagine era definitivamente caduta e con essa un impero che era durato 600 anni.

Gli abitanti furono ridotti completamente in schiavitù e la città venne totalmente distrutta. E’ necessario però sfatare un luogo comune, che vuole i romani cospargere di sale la città nemica. Il sale si utilizzava per la conservazione degli alimenti ed era straordinariamente raro e prezioso: i romani non avrebbero mai consumato una quantità così immane di un prodotto tanto prezioso. Questo dettaglio è infatti un racconto aggiunto della storiografia successiva, pensato per aggiungere tragicità a questo momento storico.

E’ vero invece che i sacerdoti Romani maledirono per sempre l’area e in particolare chiunque avesse tentato di edificare una nuova città.

La nuova provincia romana d’Africa

Il Nord Africa divenne definitivamente una provincia romana e il territorio venne riorganizzato. Il nuovo Re di Mauretania si era immediatamente arreso ai Romani e città importanti come Utica, che avevano dimostrato fedeltà a Roma, costituirono, dietro esenzioni fiscali, degli avamposti militari preziosi per il controllo romano sul territorio.

Cartagine rimase disabitata per decenni e sprofondò in una depressione economica permanente. Ma Cartagine conoscerà, proprio con i romani, una rinascita. Giulio Cesare, resosi conto dell’importanza strategica di questa antichissima città, la rifondò con il consenso del Senato e dei sacerdoti e la sua opera fu proseguita da Augusto, che diede un nuovo impulso a quello che era un importante centro economico.

Articolo originale: Third_Punic_War by Mark Cartwright (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), translated by Roberto Trizio.

Iran. Ebrahim Raisi: linea dura sull’accordo nucleare

0

Il neoeletto presidente iraniano ha comunicato che il suo governo adotterà una linea più dura con i negoziati sull’accordo nucleare del 2015 firmato da Teheran con le potenze mondiali dopo che la sua vittoria alle urne ha consegnato agli estremisti il ​​pieno controllo dello stato. 

Ebrahim Raisi, un religioso conservatore e capo della magistratura iraniana, ha detto ai giornalisti che il suo governo non avrebbe “negoziato per il bene dei negoziati in se” e ha escluso qualsiasi incontro con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

“La nostra politica estera non inizia con il JCPOA e non finisce con il JCPOA”, ha detto Raisi ai giornalisti durante la sua prima conferenza stampa dopo la sua schiacciante vittoria. “Sosterremo qualsiasi negoziato che soddisfi i nostri interessi nazionali. Ma non legheremo la situazione economica ei mezzi di sussistenza delle persone a questi colloqui. Non lasceremo che i colloqui si prolunghino”.

Tuttavia, ha suggerito che il suo governo, che entrerà in carica ad agosto, si sarebbe impegnato nell’accordo. Gli analisti affermano che la riduzione delle sanzioni sarà fondamentale per le speranze di Raisi di allentare la pressione economica sugli iraniani. 

La sua vittoria è stata segnata dalla più bassa affluenza alle urne presidenziali dalla rivoluzione del 1979, poiché più della metà degli elettori è rimasta a casa. 

Biden ha detto che si porterà avanti l’accordo, che l’amministrazione Trump ha abbandonato unilateralmente nel 2018, se l’Iran tornerà a confrontarsi dopo aver drasticamente aumentato la sua attività nucleare negli ultimi due anni. Il regime islamico ha insistito sul fatto che tutte le sanzioni statunitensi debbano essere prima revocate – e verificata la loro rimozione – prima di tornare agli impegni presi.

“Sono stati gli Stati Uniti a violare il JCPOA”, ha detto Raisi. “Insisto con gli Stati Uniti, siete voi che vi siete impegnati a rimuovere le sanzioni e non l’avete fatto”.

Il governo uscente del presidente Hassan Rouhani, artefice dell’accordo, ha da mesi colloqui con i restanti firmatari dell’accordo – Regno Unito, Francia, Germania, Cina e Russia – per aprire la strada al ritorno degli Stati Uniti e alla revoca delle sanzioni. Gli Stati Uniti sono stati osservatori ai colloqui, ma non direttamente coinvolti. 

Quando gli è stato chiesto se il suo governo sarebbe stato disposto a intrattenere negoziati diretti con l’amministrazione Biden, Raisi non ha dato una risposta esplicita, dicendo invece: “il mio serio suggerimento agli Stati Uniti è di mostrare onestà revocando le sanzioni”.

L’economia iraniana è precipitata in una profonda recessione dopo che Trump si è ritirato dall’accordo e ha imposto ondate di sanzioni alla repubblica islamica. Le misure punitive hanno paralizzato la capacità di esportare petrolio, la principale fonte di valuta forte dello stato, e hanno spinto l’inflazione sopra il 46 per cento quando il rial è crollato. La recessione è stata aggravata dalla crisi del coronavirus.

Raisi, che è ampiamente percepito come sostenuto dall’Ayatollah Ali Khamenei, il leader supremo, ha insistito sul fatto che il sostegno dell’Iran ai gruppi militanti in tutta la regione e lo sviluppo del suo programma missilistico sono “non negoziabili”.

L’amministrazione Biden subisce pressioni negli Stati Uniti e da Israele e dai suoi partner arabi, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, per espandere qualsiasi accordo con l’Iran per includere questi problemi. Dicono che Teheran destabilizza la regione e minaccia la sicurezza. L’Iran ribatte che il suo sostegno alle milizie e al suo arsenale missilistico sono deterrenti vitali. Qualsiasi decisione sulle principali questioni di politica estera è determinata da Khamenei. 

Le accuse sulla violazione di diritti umani a carico del presidente entrante rischiano di complicare ulteriormente le relazioni dell’Iran con l’occidente. “Come giurista, ho sempre difeso i diritti delle persone”, ha detto. “I diritti umani sono stati fondamentali per le mie responsabilità”.

Francia al voto. Le Pen vuole il sud

0

Due scenari si possono avverare dopo le elezioni regionali francesi: Marine Le Pen non riessce ad affermarsi in alcuna regione, tutto resta immutato o quasi, e la sua vittoria nella corsa all’Eliseo della primavera 2022 rimane come sempre possibile, ma non probabile; oppure, il Rassemblement national riesce — per la prima volta — a imporsi con almeno un suo presidente di Regione, magari Thierry Mariani nella cosiddetta PACA (Provence-Alpes-Côte d’Azur), e allora lo scenario politico cambia. Lo slancio delle Regionali potrebbe dare a Marine Le Pen la tanto desiderata e a quel punto definitiva normalizzazione, e una vera, solida chance di conquistare poi anche la presidenza della Repubblica.

La posta in gioco quindi è molto alta, per elezioni che si svolgono in un momento così particolare: la Francia è appena uscita da nove mesi di coprifuoco, il Paese vive un’euforia da ritorno alla vita quasi normale e anche una sorta di sospensione dell’attività politica. Tutta l’attenzione si concentra da tempo su pandemia, mascherine, qualità, tempi e modi dei vaccini, e molti non sanno neppure che oggi si vota. Secondo i sondaggi l’astensione potrebbe arrivare al 60 per cento. Le elezioni locali sono spesso considerate, in tutto il mondo, un test per gli equilibri nazionali, più importanti, Stavolta è particolarmente vero perché si tratta di verificare se il Rassemblement national può aspirare davvero a un ruolo istituzionale.

Publio Ventidio Basso, il vendicatore di Crasso, trionfatore sui Parti

0

Publio Ventidio Basso fu politico e generale della Repubblica di Roma: originario della zona del Piceno fu uno dei principali generali agli ordini di Marco Antonio e sfoderò delle qualità militari di primissimo livello, sia durante la guerra civile contro Ottaviano in occasione della guerra di Modena ma soprattutto durante la campagna contro l’impero dei Parti che si tenne dal 39 al 38 a.C.

Nel corso di questa campagna Publio Ventidio fu in grado di infliggere una pesante sconfitta ai Parti che andò a vendicare la disfatta di Carrè del 53 a.C. : la vendetta cadde esattamente nell’anniversario della sconfitta, costituendo una delle più importanti e significative rivincite dell’Impero Romano in Oriente.

Publio Ventidio Basso era originario della zona del Piceno: un cittadino di Ascoli che nacque con la cittadinanza romana e fu figlio della comandante omonimo Publio Ventidio Basso. Le sue origini sono piuttosto modeste e oscure: alcuni suoi antenati potrebbero risalire addirittura ai tempi della guerra sociale.

Secondo le fonti latine venne catturato dopo la distruzione da parte dei romani di Ascoli Piceno e dovette subire l’umiliazione di sfilare assieme alla madre durante il trionfo di Pompeo Strabone nell’89 a.C.: la sua infanzia e la sua giovinezza furono dominate dalla povertà e dall’impossibilità di accedere ad una serie di studi, che gli consentirono di raggiungere quindi una educazione appena sufficente.

Fece diversi lavori, come quello del mulattiere nelle stalle, e si dedicò ad attività di fatica per gran parte della sua adolescenza: tuttavia con impegno e determinazione Ventidio Basso riuscì a raggiungere una buona stabilità economica. La sua fortuna fu certamente rappresentata dall’amicizia con Giulio Cesare il quale, nella sua ascesa politica, aveva grande bisogno di giovani e promettenti politici e generali.

Cesare prese in simpatia Ventidio e lo arruolò nell’esercito che condusse durante la conquista della Gallia: l’uomo giorno dopo giorno fu in grado di guadagnarsi l’ammirazione di Cesare come comandante sul campo di battaglia e rimase fedele al suo generale anche durante le guerre civili contro Pompeo.

Durante questo periodo e dopo la vittoria di Cesare fu in grado di arrivare al rango senatorio: un obiettivo che sembrava impensabile per la sua famiglia. Fu anche nominato tribuno della plebe e quindi personaggio importante e inviolabile secondo le leggi romane: secondo Aulo Gellio fu in grado di compiere rapidamente il cursus honorum, raggiungendo la carica di pretore, di pontefice e infine di console.

Certamente il ricordo delle sue umili origini fu utilizzato dagli avversari politici nel corso di tutta la sua carriera: soprattutto Cicerone, avversario politico, lo apostrofo più volte come mulattiere militare addetto ai rifornimenti e anche una parte del popolo romano non accettava di buon grado il fatto che un magistrato così importante derivasse da un passato così poco nobile. Spesso si registravano delle scritte sui muri che lo prendevano in giro.

Dopo la morte di Giulio Cesare, Marco Antonio lo tenne in buona considerazione, nominandolo console suffetto o sostitutivo nel 43 a.C. ma una volta che Antonio partì per l’Egitto nel 41 a.C. per gestire le province orientali che gli erano state assegnate, Ventidio non si dimostrò particolarmente riconoscente: e infatti non partecipò ai tentativi del fratello di Marco Antonio, Lucio Antonio e di sua moglie Fulvia di mettere in difficoltà Ottaviano, l’avversario politico di Antonio durante tutta la seconda guerra civile.

Marco Antonio però dimostrò di non avere particolari recriminazioni nei confronti di Ventidio tanto che nel 39 a.C, mentre era impegnato in grandi campagne militari in Oriente, lo chiamò per affrontare i Parti. Ventidio si mise subito in marcia verso l’Oriente per affrontare sia i nemici politici di Marco Antonio che la popolazione orientale dei Parti: percorse rapidamente l’Asia romana e riuscì a battere presso il Monte Tauro sia l’avversario Quinto Labieno che un primo contingente di Parti, dimostrando di aver capito perfettamente come sconfiggere quella popolazione orientale.

Dopo aver ottenuto un primo successo, Ventidio Basso inviò il suo comandante di cavalleria Pomponio Osidio fino al passo del Mons Amanus, una zona che separava le province di Cilicia dalla Siria per una ricognizione e soprattutto per attaccare un contingente nemico.

Ma i Parti, guidati in quell’occasione dal Generale frana Pat e agli ordini di Pacoro Primo si accorsero della presenza della Cavalleria romana e la misero rapidamente in difficoltà:  Ventidio fu costretto ad intervenire il più rapidamente possibile per evitare una strage totale.

L’intervento di Ventidio fu risolutivo in quanto fu perfettamente in grado di sconfiggere i Parti. Negli anni successivi riuscì a ottenere il controllo della Siria e della Palestina: due zone di importanza strategica che erano recentemente state sottratte ai Romani dalle incursioni dei Parti.

Nonostante questo, soprattutto per i nemici politici che continuavano ad inneggiare contro di lui, non riuscì ad ottenere un riconoscimento ufficiale da parte del Senato e non gli fu tributato il trionfo come avrebbe invece meritato. Il culmine della carriera politica di Ventidio Basso si ebbe tuttavia con la battaglia del Monte Tindaro: l’uomo si trovò faccia a faccia con l’esercito dei Parti guidati da Pagoro Primo nella zona del Gindara, 50 km ad est dell’antica città di Antiochia.

Ventidio dimostrò una grande intelligenza militare: si accampò sulle pendici del Monte Gindaro, dando l’impressione di trovarsi in una situazione di debolezza e permise all’esercito avversario di superare indisturbato il fiume Eufrate: Pacoro credette di essere in superiorità numerica e disse i suoi arcieri a cavallo di percorrere in salita la collina per attaccare i legionari romani, i quali contrattaccarono con particolare efficacia e riuscirono a metterli in fuga.

Ventidio richiamò al momento giusto I legionari e mandò avanti i frombolieri che, con i loro strumenti, misero sotto tiro di frecce, giavellotti e pietre l’esercito catafratto avversario, infliggendogli gravissime perdite e ferendo in maniera importante Pacoro nella sortita finale. I legionari di Ventidio furono in grado di annientare la resistenza dei parti fino ad uccidere Pacoro: gli avversari furono costretti a ritirarsi oltre il fiume Eufrate e dovettero rinunciare definitivamente al controllo delle sponde del mar Mediterraneo.

Questa volta Roma celebrò meritatamente il trionfo di Ventidio, soddisfatta sia per le ripetute vittorie ma soprattutto per la vendetta che si era consumata straordinariamente il 9 giugno del 38 a.C. esattamente il giorno dell’anniversario della sconfitta di Carre, avvenuta nel 53 a.C.

Sia per una sua evidente carenza politica ma probabilmente anche per il peso della vecchiaia, Ventidio scelse di ritirarsi a vita privata senza cercare ulteriore gloria. La sua morte, avvenuta in un giorno che non è stato possibile ricostruire con certezza, venne accolta da tutta la popolazione romana con grande dolore e venne istituito un funerale pubblico.

Il principale studioso di Ventidio Basso, Sebastiano Andrea Antonelli, conclude le sue opere con l’immagine suggestiva di Ventidio che trionfa proprio in quella Roma che da piccolino lo aveva schiavizzato e incatenato e umiliato: un esempio perfetto di integrazione romana ma soprattutto della possibilità di riscattare la propria condizione sociale e di ottenere la gloria tramite vittoriose campagne militari.

Il ricordo di Ventidio Basso è presente nella sua città natale, Ascoli Piceno, dove esisteva una sua statua con iscrizioni a lui dedicate e dove oggi l’amministrazione comunale gli ha intitolato un teatro e una piazza nel centro storico.

Alitalia: Altavilla nuovo presidente esecutivo di Ita

 “Il ministero dell’Economia e delle Finanze indica Alfredo Altavilla quale nuovo presidente esecutivo di Italia Trasporto Aereo (Ita). Altavilla, in virtù della rilevante esperienza manageriale e delle riconosciute capacità professionali, garantirà un prezioso apporto esecutivo allo sviluppo della società, con particolare riferimento alla strategia, alla finanza ed alle risorse umane” .

Lo annuncia il Mef in una nota aggiungendo che “conferma piena fiducia nell’amministratore delegato, Fabio Lazzerini, che proseguirà il notevole lavoro svolto per il lancio della società e la definizione del modello operativo e di business” ed “esprime un sentito ringraziamento al presidente uscente, Francesco Caio, al quale augura ogni successo nel suo incarico di amministratore delegato di Saipem”.

La peste di Cipriano: la pandemia che annientò l’impero romano

0

La peste di Cipriano fu una pandemia che sconvolse l’Impero romano dal 249 al 262 d.C. Non abbiamo informazioni precise sulla nascita del morbo, ma sappiamo che decimò pesantemente la popolazione romana in un periodo già difficile, nel pieno della crisi del III secolo, causando una diffusa carenza di manodopera e riducendo pesantemente i ranghi dell’esercito romano, indebolendo ulteriormente un impero già in crisi.

La peste di Cipriano: le origini e i sintomi devastanti

Non abbiamo certezza sulle origini e sullo sviluppo del morbo. Le fonti antiche iniziano a parlarne a partire da 249 d.C: secondo la “Historia Augusta“, la pandemia si scatenò durante il regno di Antiochiano e di Orfito, quando si registrarono i primi casi di questa nuova sconosciuta malattia. In queste fonti si parla di un grande raduno di tribù barbariche vicino alla città di Haemimontum (odierna Bulgaria) particolarmente colpiti da carestia e pestilenza, tanto che i generali romani non erano più intenzionati a conquistarli per paura di contrarre il morbo.

Sono state registrate nello stesso periodo alcune incursioni degli Sciiti, che tentarono di saccheggiare le città di Creta e di Cipro, ma anche i loro eserciti risultavano colpiti dalla pestilenza e per questo ridotti allo stremo, tanto da essere facilmente sconfitti.

Ma la principale fonte di questa epidemia fu San Cipriano, vescovo di Cartagine, uno scrittore paleocristiano che fu testimone diretto e descrisse in maniera quanto più accurata possibile i sintomi del morbo:

Le viscere, rilassate in un flusso costante, scaricano le forze corporee; un fuoco originato nel midollo fermenta nelle ferite delle fauci; gli intestini sono scossi da un continuo vomito; gli occhi sono in fiamme per il sangue iniettato; in alcuni casi i piedi o alcune parti degli arti vengono staccati dal contagio della putrefazione malata; dalla debolezza derivante dalla mutilazione e dalla perdita del corpo, o l’andatura è indebolita, o l’udito è ostruito, o la vista è oscurata

La peste ha assunto il suo nome in quanto fonte principale di quegli accadimenti.

Gli odierni medici non sono in grado di stabilire quale fosse esattamente il morbo: secondo lo storico Kyle Harper, i sintomi attribuiti dalle fonti antiche alla peste di Cipriano corrispondono meglio a una malattia virale che causa una febbre emorragica, come l’ebola, mentre per Kyle Harper si trattava del vaiolo, una malattia per sua natura pandemica.

Le micidiali conseguenze sull’impero romano

Nel bel mezzo dell’epidemia, dal 250 al 262 d.C, lo scrittore Ponzio di Cartagine raccontava che a Roma morivano circa 5000 persone al giorno e anche la stessa Cartagine era pesantemente colpita. Il popolo era distrutto e ogni giorno morivano diverse persone, ciascuno nella propria casa. Tutti avevano paura, fuggivano nelle campagne e cercavano di evitare il contagio in ogni modo. La città era disseminata di corpi: tutti pensavano a salvare la propria vita e nessuno aveva pietà per l’altro.

La peste di Cipriano fu devastante per la popolazione europea, che non aveva avuto alcuna precedente esposizione ad un morbo simile e risultava totalmente sprovvista di anticorpi.

Secondo alcuni studi, soprattutto quelli di Kylie Harper, la peste portò l’impero romano sull’orlo del collasso definitivo: la mancanza di manodopera nei campi, di soldati nell’esercito ma anche di funzionari nella burocrazia, minò alle fondamenta la stabilità dell’impero. Roma si salvò solamente grazie all’ intervento di alcuni imperatori che, con delle violente campagne militari, riuscirono a ricostituire una sommaria unità territoriale e riattivarono un certo gettito fiscale.

La peste di Cipro ebbe anche un grosso risvolto psicologico: si sviluppò in molti, soprattutto tra i membri del clero cristiano, la convinzione di essere di fronte alla fine del mondo. Migliaia di persone, proprio in quel periodo, iniziarono a convertirsi al cristianesimo, quella nuova religione che annunciava, dopo una vita di sofferenza, una salvezza nel regno dei cieli.

La prima guerra macedonica. La Macedonia di Filippo V contro Roma

0

La prima guerra macedonica fu un conflitto svoltosi nel territorio dei Balcani, tra la Repubblica romana, alleata alla Lega Etolica e al Re Attalo I di Pergamo, contro Filippo V di Macedonia.

Filippo V tentò di estendere il suo potere nel Mediterraneo occidentale approfittando della sanguinosa guerra che Roma stava conducendo contro Annibale. La guerra si protrasse per diversi anni e giunse ad una situazione di stallo terminando con una pace generale.

Roma non ottenne conquiste territoriali, ma grazie ad un gioco di alleanze, e sfruttando le naturali divisioni fra i i popoli greci, i romani riuscirono a scongiurare il pericolosissimo scenario di una coalizione fra Cartaginesi e Macedoni.

Lo scoppio della guerra

 

Il Re Filippo V di Macedonia, seppur formalmente allo stesso livello delle altre città-Stato e nazioni greche, deteneva di fatto il controllo della situazione nei Balcani e rappresentava il garante della pace nel territorio.

Preoccupato per le sorti della guerra di Roma contro Cartagine, Filippo colse l’opportunità per tentare di estendere il suo potere verso la parte occidentale del Mediterraneo. Come ci riporta lo storico greco Polibio, un fattore importante che contribuì alla decisione di Filippo fu l’influenza di un certo Demetrio di Faro, precedentemente sconfitto ed esiliato dai romani, che riuscì ad infiammare il giovane governante e a prospettargli il governo universale sul mondo.

Filippo apprese mano mano delle vittorie di Annibale in Italia, e specialmente di quella ottenuta al lago Trasimeno, nel giugno del 217 a.C. Su consiglio di Demetrio, Filippo si mosse per fare pace con gli Etoli, un bellicoso popolo del sud della Grecia, per poter rivolgere con maggiore tranquillità le sue mire verso l’Illiria, odierna Croazia, e l’Italia. Filippo iniziò subito le trattative e riuscì a concludere con loro una pace che era fondamentale per il suo progetto.

Nell’inverno del 217 a.C, il Re macedone iniziò a costruire una flotta di 100 navi da guerra, addestrando gli uomini a governare delle imbarcazioni corazzate. Secondo Polibio si trattava di un operazione che nessun re macedone aveva mai fatto prima, il che dimostrava la grande ambizione di Filippo.

Sicuramente la Macedonia non aveva le risorse e le competenze per eguagliare le flotte dei romani, soprattutto per la mancanza di esperienza e di addestramento. Nonostante questo, Filippo scelse di continuare il suo progetto, costruendo delle piccole imbarcazioni sul modello dei pirati illirici.

In questo modo Filippo sperava di poter eludere le navi da combattimento romane o perlomeno di recare disturbo alla flotta nemica. Nel frattempo, Filippo ampliò i suoi territori ad ovest, lungo le valli dei fiumi Apso e Genusus, fino a giungere ai confini dell’Illiria. Filippo meditava di conquistare prima le coste illiriche e utilizzare il nuovo collegamento terrestre per muoversi contro Roma.

All’inizio dell’estate di quell’anno, Filippo e la sua flotta lasciarono la Macedonia, attraversarono lo stretto di Euripus e superarono capo Malea, arrivando al largo delle isole di Cefalonia e Leukas.

Mentre la flotta macedone si stava ancora schierando, giunsero notizie di alcune quinqueremi romane che erano state avvistate nei pressi di Apollonia.

Filippo si convinse che l’intera flotta romana aveva scoperto i suoi movimenti e si fosse mossa per catturarlo. Preso dalla paura, ordinò di ritornare immediatamente a Cefalonia, nel suo quartier generale.

Si trattò di una ritirata piuttosto disordinata, guidata certamente da un panico immotivato. In effetti i romani avevano inviato solamente uno squadrone di dieci navi in ricognizione, e non valutavano ancora Filippo come un autentico pericolo.

In questo modo il re macedone perse la sua migliore occasione per raggiungere i suoi obiettivi in Illiria. Tornato in Macedonia, il suo esercito non aveva perso nemmeno un uomo, ma la sua reputazione aveva subito un duro colpo.

Il trattato con Annibale

 

Mentre Filippo ragionava sul da farsi, giunse la notizia della vittoria di Annibale a Canne nel 216 a.C. Filippo intuì che il suo migliore alleato poteva essere il condottiero cartaginese e inviò immediatamente degli ambasciatori per negoziare un’alleanza. Nel 215 a.C venne concluso un trattato il cui testo ci è stato tramandato da Polibio.

L’accordo prevedeva sostegno e difesa reciproci. In caso di vittoria, Annibale aveva il diritto di fare pace con Roma, ma questa avrebbe dovuto includere anche Filippo. Roma avrebbe dovuto rinunciare al controllo di regioni fondamentali come Corcira, Apollonia, Faro e Atintania, e avrebbe dovuto restituire a Demetrio di Faro tutti i suoi possedimenti.

A onor del vero, nell’accordo non si fa menzione di un eventuale invasione dell’Italia da parte di Filippo, che probabilmente mirava a spartirsi i territori aldilà della penisola italica, a seguito di un ipotetica vittoria dei cartaginesi.

Gli emissari di Filippo, con in mano il trattato firmato da Annibale, vennero tuttavia intercettati dal comandante della flotta romana, Publio Valerio Flacco, il quale pattugliava la costa meridionale della Puglia.

I termini dell’accordo furono scoperti e Roma comprese di avere un altro terribile pericolo ad est.

La reazione romana

Il Senato Romano equipaggiò immediatamente 25 navi da guerra, che vennero posizionate a Taranto, con l’ordine di sorvegliare la costa adriatica italiana per cercare di capire le intenzioni di Filippo, pronte a sbarcare per un attacco direttamente in Macedonia.

Nell’estate del 214 a.C, Filippo tentò nuovamente di invadere la zona illirica via mare: con una flotta di 120 navi riuscì a catturare la città di Oricum e a risalire il fiume Aous, assediando Apollonia. Nel frattempo però i romani avevano spostato la loro flotta da Taranto a Brindisi per continuare a vigilare sui movimenti di Filippo, al comando di Marco Valerio Levino.

Dopo essere stato informato dei movimenti di Filippo in Illiria, Levino fece sbarcare il suo esercito e riuscì a riprendere la città di Apollonia con poco sforzo.

Filippo non poteva fare altrimenti: l’Illiria era fondamentale per il suo progetto, e il re macedone trascorse i due anni successivi cercando di conquistare la zona via terra, tenendosi lontano dalla costa, dove poteva essere avvistato dalle navi romane e cercando continuamente alleati che potessero essere utili alla sua causa.

Filippo riuscì a conquistare la città di Lisso, un importante porto sull’Adriatico, ma nel corso della guerra perse la sua flotta: questo significava che tutti i movimenti via mare dei Macedoni dipendevano esclusivamente da Cartagine, rendendo la prospettiva di un invasione dell’Italia piuttosto difficile e pericolosa.

La contromossa dei romani: l’alleanza con gli Etoli

La contromossa dei romani per arginare le mire espansionistiche di Filippo si basava sull’utilizzo di alleati in Grecia. Levino iniziò ad esplorare la possibilità di stringere accordi con la lega etolica, una popolazione di montanari piuttosto bellicosi e da sempre ostili ai macedoni.

In realtà gli Etoli avevano fatto pace con Filippo V a Naupatto nel 217 a.C, ma da tempo stavano considerando l’ipotesi di riprendere le armi contro il tradizionale nemico macedone.

Nel 211 a.C, fu convocata un’assemblea etolica per organizzare i primi colloqui con Roma: nel corso del concilio, Levino fu abile a sottolineare come la recente riconquista delle città italiche di Siracusa e Capua, strappate ad Annibale, fossero il segno che la guerra contro Cartagine stava andando a favore dei romani e che era conveniente allearsi con loro piuttosto che con i macedoni.

Così fu firmato un trattato in base al quale gli Etoli avrebbero condotto le operazioni militari di terra, mentre i romani avrebbero dispiegato le loro forze in mare. Una volta ottenuta la vittoria, i romani avrebbero tenuto per loro tutti gli schiavi conquistati mentre gli Etoli avrebbero ricevuto il controllo di qualsiasi territorio fossero riusciti a strappare a Filippo V.

La strategia di Filippo contro l’allenza Roma-Etolia

 

Appena venne a conoscenza dell’alleanza stretta tra i romani e gli Etoli, Filippo fu costretto a proteggere i suoi confini settentrionali: conquistò una serie di città dalla posizione strategica come Oricum e Apollonia, marciò attraverso la Pelagonia e mosse verso la Tracia, lasciando continui presidi militari nei principali punti di passaggio.

A questo punto del conflitto, Filippo ricevette una urgente richiesta di aiuto da alcuni suoi alleati, gli Acarnani. Secondo le informazioni dei loro esploratori, il capo degli Etoli aveva mobilitato tutto l’esercito e si stava preparando ad invadere il loro territorio.

Gli acarnani erano disperati ma determinati a resistere, tanto che tutti i maschi in grado di combattere giurarono solennemente e pubblicamente di lottare fino alla morte, invocando una terribile maledizione che avrebbe colpito tutti i concittadini che non si fossero prestati al servizio militare.

Gli Etoli, venuti a sapere della straordinaria resistenza e volontà degli Acarnani e del supporto militare che Filippo V gli stava accordando, abbandonarono l’idea di invadere il territorio.

La coalizione schierata contro Filippo e guidata dai Romani e dagli Etoli continuava però a crescere: le potenti città di Pergamo, Elis e Messenia e addirittura Sparta accettarono di unirsi all’alleanza contro la Macedonia.

La strategia romana di imbottigliare Filippo in una guerra di Greci contro Greci stava riuscendo alla perfezione.

La reazione di Filippo e gli Etoli in difficoltà

 

Filippo V non si arrese: nonostante le vedette degli etoli e degli spartani continuassero a monitorare i suoi spostamenti e a tallonarlo, il Re macedone ottenne dei nuovi successi militari: la conquista della città di Echino, catturata attraverso l’utilizzo di vaste opere d’assedio, e la presa di Falara, una città portuale.

Nella primavera del 209 a.C, Filippo ricevette una nuova richiesta di aiuto da uno dei suoi alleati: la lega degli Achei del Peloponneso, che era stata attaccata da Sparta e dagli Etoli.

Filippo, intuendo la possibilità di spezzare la coalizione nemica, marciò immediatamente a sud per conquistarsi la fiducia di un popolo, quello degli Achei, particolarmente efficace in battaglia. Filippo vinse due battaglie a Lamia, infliggendo pesanti perdite alle truppe avversarie.

Gli Etoli e i loro alleati furono addirittura costretti a ritirarsi all’interno delle mura delle loro città, dove decisero di non concedere ulteriori battaglie campali all’avversario.

Filippo, grazie alla collaborazione del generale acheo Cicliadas, organizzò un attacco congiunto alla città di Elide, che costituiva la principale base operativa degli Etoli. Ma il generale romano Sulpicio riuscì ad intervenire con 4000 soldati, salvando gli Etoli da disfatta sicura.

Durante lo scontro, Filippo V cadde addirittura da cavallo, continuò il combattimento in piedi e divenne oggetto di un feroce tafferuglio sul campo. Per un pelo, Filippo riuscì a montare su un altro cavallo e a salvarsi dagli inseguitori.

Instancabile, già il giorno successivo Filippo fu in grado di conquistare la fortezza di Pirrico, catturando 4000 prigionieri e 20.000 animali da tiro.

Filippo all’inseguimento dei capi nemici

 

La continua guerra, che sembrava protrarsi senza prospettive di uscita, stava preoccupando tutti. Attalo, il Re degli Etoli e il generale romano Sulpicio avviarono dei contatti diplomatici con rappresentanti dell’Egitto e dell’isola di Rodi, i quali ambivano alla pace, in quanto il conflitto stava compromettendo gli interessi commerciali in tutto il Mediterraneo Orientale.

Venuto a sapere della conferenza di pace e della presenza nello stesso luogo sia di Sulpicio che di Attalo, Filippo marciò rapidamente verso sud, nel tentativo di interrompere i trattati e catturare i leader nemici, ma fatalmente arrivò troppo tardi.

Il Re macedone fece un nuovo tentativo: intercettando i loro movimenti, Filippo piombò sugli eserciti avversari. Attalo, colto di sorpresa, riuscì a malapena a fuggire verso le sue navi e fu costretto a tornare a Pergamo

Tutte le principali potenze commerciali che erano rimaste ancora neutrali al conflitto stavano cercando di organizzare una pace.

Rendendosi conto che la guerra si stava protraendo da troppo tempo, Filippo acconsentì ad incontrare i rappresentanti di Egitto e di Rodi, ma le prime trattative furono infruttuose.

Nella primavera successiva, fu organizzata una nuova e grande conferenza per la pace, a cui parteciparono anche rappresentanti di Bisanzio, Chio, Mitilene e forse della stessa Atene.

Durante i trattati, Filippo era consapevole di trovarsi di fronte ad una formidabile coalizione di avversari, ma d’altro canto, il re macedone risultava quasi sempre il vincitore degli scontri più importanti, e ciò gli permise di dettare le condizioni di pace.

Gli Etoli furono messi alle strette: i loro guerrieri erano sfiniti, e Filippo aveva gravemente compromesso i loro territori. Roma era lontana, e l’alleanza dei generali italici non sembrava convincere più i capi militari etolici.

Nel 206 a.C, e senza il consenso di Roma, anche gli Etoli accettarono la pace alle condizioni imposte da Filippo, violando la loro alleanza con i romani.

Una sconfitta vincente

La guerra era stata tecnicamente vinta da Filippo V, tanto che la pace era stata conclusa alle sue condizioni, e il lavoro diplomatico romano, con il tradimento degli Etoli, era stato definitivamente smantellato.

Roma compì un ultimo tentativo di recuperare l’appoggio degli Etoli.

La primavera successiva, i romani inviarono il generale Publio Sempronio Tuditano con 35 navi e 11000 uomini a Durazzo, in Illiria. Filippo, informato dei fatti, preparò il suo esercito ad una difesa.

In quella occasione, Sempronio tentò nuovamente di convincere gli Etoli a rompere la pace con Filippo e a unirsi nuovamente a Roma contro il nemico comune.

Ma il consiglio degli Etoli scelse nuovamente di sbilanciarsi a favore della Macedonia.

Nonostante non avessero più alleati in Grecia, i romani avevano però raggiunto l’obiettivo di impedire a Filippo V di allearsi pericolosamente con Annibale.

Dopo alcune considerazioni del Senato, gli stessi romani si dichiararono pronti a firmare una pace per disinnescare un possibile nuovo conflitto con la Macedonia. La tregua generale fu stabilita nel 205 a.C, con la firma della cosiddetta “Pace di Fenice“, dal nome della città che ospitò i trattati.

Una decisione che pose ufficialmente fine alla prima guerra macedonica.