lunedì 2 Marzo 2026
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Settimio Severo. Vita di un imperatore soldato

Lucio Settimio Severo fu imperatore romano dall’aprile 193 d.C. al febbraio 211 d.C. Era di discendenza libica (originario di Leptis Magna) e proveniente da una famiglia punica di spicco caratterizzata da una storia di ascesa allo stato senatorio e consolare.

Ascesa di Settimio Severo al potere

La sua prima visita a Roma avvenne intorno al 163 d.C. durante il regno di Marco Aurelio e Lucio Vero. Sotto la protezione di suo cugino, Caio Settimio Severo, entrò nel Senato Romano nel 170 d.C. Quando suo cugino andò in Africa come proconsole intorno al 173-174 d.C. scelse Lucio Settimio Severo come suo legato.

A livello personale Lucio Settimio sposò prima Paccia Marciana intorno al 175 d.C., donna come lui di origine puniche. In seguito alla morte di questa, dieci anni dopo, quando era già governatore della Gallia e viveva a Lugdunum (Lione), sposò Gulia Domna da Emesa (Siria) intorno al 187 d.C., discendente di una famiglia di grandi sacerdoti di Eliogabalo.

L’ascesa a imperatore di Settimio iniziò con l’assassinio del sovrano dissoluto Commodo, l’ultimo giorno del 192 d.C. L’immediato successore di Commodo, il rispettato anche se anziano Pertinace, fu rapidamente nominato imperatore.

Le azioni di Pertinace come imperatore, tuttavia, fecero infuriare i membri della Guardia Pretoriana che non gradivano i suoi tentativi di imporre una disciplina più severa. Fu l’incapacità di Pertinace di soddisfare le richieste della Guardia relativamente a un compenso arretrato che portò alla rivolta che si concluse con l’assassinio dell’imperatore.

La Guardia Pretoriana da quel momento iniziò letteralmente a vendere all’asta il trono imperiale al miglior offerente: più si pagava, più ci si assicurava la possibilità di ascendere al trono.  Un ricco ed eminente senatore, Didio Giuliano, forse per scherzo in un primo momento, batté tutti gli altri all’asta e fu proclamato imperatore dai pretoriani per la sola ragione che promise di pagare loro una cifra più alta.

Questa vicenda causò un notevole risentimento tra la popolazione di Roma che denunciò apertamente Giuliano e il modo in cui acquisì il trono. La voce di tali disordini a Roma si diffuse nelle province e portò alla nascita di tre possibili candidati per sfidare il governo di Giuliano.

Settimio Severo, l’anno dei cinque imperatori

Il primo candidato era Clodio Albino, governatore della Gran Bretagna. Il secondo era Pescennio Nigro, governatore della Siria e il terzo era, ovviamente, Settimio Severo, che governava la provincia della Pannonia Superiore alla frontiera del Danubio.

Tutti e tre i governatori emersero come possibili candidati principalmente perché ciascuno di loro deteneva province difese ciascuna da tre legioni. Questo non solo dava a ciascun governatore una potente base militare, ma assicurava anche che le province adiacenti si sarebbero unite alla loro causa se avessero deciso di insorgere e fare un’offerta per il potere imperiale. Sia Albino che Nigro lo fecero.

Settimio, nel fare la sua proposta, aveva un vantaggio su questi due uomini non solo in termini di propaganda (Settimio aveva prestato servizio con Pertinace in precedenza e si era ritratto con successo come il “vendicatore di Pertinace“, adottando persino il nome dell’imperatore ucciso) ma anche in termini di posizione poiché la Pannonia era la più vicina di queste province all’Italia e a Roma.

Per evitare un possibile scontro con Clodio Albino in Gran Bretagna, si assicurò il suo sostegno promettendogli il titolo di Cesare e quindi un posto nella successione imperiale se Settimio avesse avuto successo.

Quindi, dopo essersi assicurato la lealtà delle sedici legioni del Reno e del Danubio alla sua causa, Settimio marciò in Italia e a 60 miglia da Roma fu riconosciuto dal Senato come imperatore. Giuliano fu giustiziato e Settimio fu accolto a Roma il 9 giugno 193 d.C. Con la sua nomina, l’anno 193 d.C. è conosciuto come “L’anno dei cinque imperatori“.

Le prime campagne di Settimio Severo come imperatore

Settimio sciolse rapidamente la Guardia pretoriana e la sostituì con una guardia del corpo molto più grande reclutata dalle legioni danubiane sotto il suo comando. Per rafforzare il suo governo in Italia, diede vita a tre nuove legioni (I-III Parthica) e pose la seconda di queste non lontano da Roma. Aumento inoltre il numero delle veglie, delle coorti urbane e di altre unità di stanza nella città di Roma allargando la guarnigione complessiva della Capitale.

Dopo essersi assicurato Roma (e, per il momento, la lealtà di Albino a ovest), Settimio organizzò una campagna per marciare verso le province orientali ed eliminare il suo rivale Nigro.

Le forze di Severo sconfissero diverse volte le sue truppe prima buttandolo fuori dalla Tracia, poi sconfiggendolo a Cizico e Nicea in Asia Minore nel 193 d.C. e infine battendolo a Isso nel 194 d.c. Mentre si trovava in Oriente, Settimio Severo spinse le sue forze contro i vassalli dei Parti che avevano sostenuto il Nigro nelle sue rivendicazioni e sottomise rapidamente i regni di Osroene e Adiabene, prendendo i titoli Parthicus Arabicus e Parthicus Adiabenicus per commemorare queste vittorie.

Per consolidare la sua reputazione e tentare di collegare la sua nuova dinastia con quella degli Antonini, si dichiarò figlio dell’ormai divinizzato ex imperatore Marco Aurelio e fratello del Commodo divinizzato. Inoltre, conferì al figlio maggiore M. Aurelio Antonino (poi imperatore Caracalla) il titolo di Cesare. Quest’ultima mossa lo portò in conflitto diretto con il suo ex alleato Clodio Albino a cui inizialmente era stato promesso questo titolo in cambio della sua lealtà.

Rendendosi conto che Severo intendeva scartarlo, Albino si ribellò e attraversò con le sue legioni la Gallia. Severo si affrettò a spostarsi a ovest per incontrare Albino a Lugdunum e lo sconfisse in una sanguinosa e combattuta battaglia nel febbraio 197 d.C. In questo modo rimase l’unico imperatore dell’Impero Romano.

Nell’estate del 197 d.C., Severo si recò di nuovo nelle province orientali dove l’Impero dei Parti aveva approfittato della sua assenza per assediare Nisibi nella Mesopotamia occupata dai romani. Dopo aver spezzato l’assedio dei Parti, iniziò a marciare lungo l’Eufrate attaccando e saccheggiando le città di Seleucia, Babilonia e infine la capitale dei Parti di Ctesifonte.

Avrebbe voluto continuare le sue campagne più in profondità nell’impero dei Parti, ma decise di rivolgersi contro la fortezza di Hatra in Iraq senza però riuscire nella conquista nonostante due tentativi di assedio. Dopo aver raggiunto un accordo salva-faccia con Hatra, Settimio dichiarò la vittoria in Oriente, prendendo il titolo di Partico. Fu durante questo periodo che organizzò le terre della Mesopotamia settentrionale, catturate dai Parti, nella nuova provincia della Mesopotamia romana che Severo sperava servisse da “baluardo per la Siria” contro qualsiasi futura invasione dei Parti.

Ritorno a Roma di Settimio Severo e visita a Leptis Magna

Severo poi si recò in Egitto nel 199 d.C., per riorganizzare la provincia. Dopo aver fatto tappa in Siria per un soggiorno di un anno (dalla fine del 200 all’inizio del 202 d.C.), Severo tornò finalmente a Roma nell’estate del 202 d.C. per celebrare i suoi decennali con dei giochi e per dare suo figlio Antonino in matrimonio alla figlia del suo confidente, il prefetto pretoriano Plautiano (poi assassinato a causa degli intrighi di Antonino). Nell’autunno dello stesso anno, Severo si recò nella sua patria d’Africa, visitando la città natale Leptis Magna, così come Utica e Cartagine.

A Leptis Magna Settimio Severo diede vita a un forte programma di costruzione di monumenti, fornendo strade colonnate, un nuovo foro, una basilica e un nuovo porto alla sua città natale. Approfitto di quel tempo per schiacciare le tribù del deserto (in particolare i Garamanti) che avevano molestato le frontiere africane di Roma. Severo ampliò e fortificò la frontiera africana, espandendo persino la presenza di Roma nel Sahara, limitando così le attività di incursione di queste tribù di confine che non potevano più attaccare impunemente le terre romane e poi fuggire.

Severo tornò in Italia nel 203 d.C. dove rimase fino al 208 d.C. organizzando i giochi secolari nel 204 d.C. Severo sostituì con il giurista Papiniano il suo prefetto pretoriano Plautiano, assassinato, dando vita a una vera e propria età dell’oro per la giurisprudenza romana.

Nel 208 d.C. alcuni combattimenti su piccola scala alla frontiera della Britannia romana diedero a Severo la scusa per lanciare una campagna che sarebbe durata fino alla sua morte nel 211 d.C. Con questa campagna, Severo sperava in un’opportunità per raggiungere la gloria militare. Motivo per il quale portò con sé i suoi figli Antonino e Geta nella speranza di fornire loro una certa esperienza amministrativa e militare, necessaria per detenere il potere imperiale. Fino a quel momento i due figli avevano passato il loro tempo a litigare violentemente tra loro oltre che comportarsi come libertini negli stabilimenti meno rinomati di Roma.

Le intenzioni di Severo in Gran Bretagna erano quasi certamente di sottomettere l’intera isola e portarla completamente sotto il dominio romano. Per fare ciò,riparò e ristrutturò molti dei forti lungo il Vallo di Adriano con l’intenzione di utilizzare il muro come base da cui lanciare una campagna per conquistare il nord dell’isola della Gran Bretagna.

Lasciando Geta a sud (presumibilmente lasciandolo responsabile dell’amministrazione civile della Gran Bretagna a sud del muro, N.d.R.), Severo e suo figlio Antonino fecero una campagna nel nord, specialmente in quella che oggi è la Scozia. Il decorso della campagna non fu propriamente soddisfacente per i romani: le tribù native della Caledonia non incontrarono le truppe in aperta battaglia e si impegnarono in tattiche di guerriglia contro di loro causandone pesanti perdite.

Nel 210 d.C., tuttavia, le tribù del nord chiesero la pace e Severo sfruttò questa opportunità per costruire una nuova base avanzata a Carpow sul fiume Tay per future campagne. Prese anche il titolo di Britannico per sé e per i suoi figli per commemorare questa vittoria.

Morte di Settimio Severo, i risultati raggiunti

Un successo che però fu di breve durata, tuttavia, poiché le tribù presto insorsero in rivolta e Severo non era in grado di continuare le sue campagne contro di loro. Era il 211 d.C. e malato di gotta morì poco dopo, il 4 febbraio dello stesso anno.

Il regno di Severo ha visto l’attuazione di riforme sia nelle province che nell’ordine militare che hanno avuto conseguenze a lungo termine.

Dopo la sconfitta dei suoi rivali, Severo decise di non rischiare e divise le province legionarie di Pannonia e Siria per scoraggiare i futuri governatori a sollevarsi in rivolta. La Pannonia venne divisa nelle nuove province di Pannonia Superiore e Pannonia Inferiore; la Siria fu divisa in Siria Coele e Siria Fenice. Anche la Gran Bretagna era divisa in due province. Britannia Superiore e Britannia Inferiore.

Severo è anche noto per le sue riforme dell’esercito. Non solo aumentò notevolmente le sue dimensioni ma per garantirne la lealtà aumentò anche la paga annuale dei soldati da 300 a 500 denari, sebbene molti avrebbero visto questo aumento di stipendio in ritardo dopo la sua morte. Storici come Erodiano hanno criticato Severo per questi aumenti salariali, principalmente perché esercitavano maggiori pressioni finanziarie sulla popolazione civile.

Severo pose fine inoltre al divieto di matrimonio che esisteva nell’esercito romano, dando ai soldati il ​​diritto di prendere moglie. Questa misura fu considerata da alcuni come una riforma positiva in quanto dava diritti legali alle mogli dei soldati, li cui rapporti prima non erano legalmente vincolanti.

Severo era così preoccupato per la lealtà dell’esercito che si dice che sul letto di morte abbia consigliato ai suoi due figli di “essere buoni gli uni con gli altri, arricchire i soldati e accidenti al resto“.

Severo poteva essere spietato verso i suoi nemici. Quando sconfisse Nigro a est, non solo attaccò molte delle città in quella regione che sostennero il suo rivale, ma divenne noto per aver tolto lo status di metropoli dalla città di Antiochia dandolo alla sua principale rivale, la città di Laodicaea.

Dopo aver sconfitto Albino nella battaglia di Lugdunum, Severo liberò poi la sua ira contro il Senato romano, in particolare sui membri che avevano dato un supporto silenzioso o aperto ad Albino. Severo, dopo aver dichiarato le sue intenzioni di epurare il Senato in un discorso nel 197 d.C., procedette a giustiziare ben ventinove senatori.

Nonostante sia uscito vittorioso da un periodo di guerra civile e abbia portato stabilità all’impero sembra che Severo non fosse soddisfatto del suo operato, sentimento che esternò anche prima di morire.

Articolo originale: Septimius Severus di Patrick Hurley (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli

Le riforme di Tiberio e Gaio Gracco

Le riforme di Tiberio e Caio Gracco, furono una serie di provvedimenti che i due fratelli della fazione politica dei Populares, cercarono di far approvare dal Senato per redistribuire le terre ai cittadini romani, e porre delle soluzioni definitive a una situazione sociale particolarmente problematica e alla scarsità di rendite agricole.

Le loro riforme andarono tuttavia a toccare forti interessi terrieri, ed entrambi i fratelli furono assassinati dalla violenza dilagante nella politica romana di quel tempo, che già aveva in sé i germi della guerra civile.

Vita e carriera di Tiberio Gracco

Tiberio Gracco, nipote di quello Scipione Africano che aveva vinto Annibale a Zama e figlio del Gracco “Senior” che aveva conquistato i guerrieri spagnoli Celtiberi, aveva prestato servizio come questore e si era più volte impegnato in importanti azioni diplomatiche.

In particolare aveva servito nell’esercito di Gaio Ostilio Mancino e aveva contrattato, grazie al prestigio del suo nome, una pace con il nemico. Ma quando il Senato, su mozione di suo cugino Scipione Emiliano, rinunciò alla pace, Tiberio comprese di essere stato messo politicamente in minoranza e si unì a un gruppo di anziani senatori ostili al programma di governo di Emiliano e alle sue riforme.

Eletto tribuno nel 133, in assenza di Scipione Emiliano perché impegnato in campagne militari, Tiberio tentò di trovare una soluzione alla crisi sociale e militare.

Tiberio non aveva intenzione di abolire la proprietà privata, ma mirava semplicemente a far rispettare un limite legale all’occupazione dei terreni pubblici, che già esisteva ed era fissato a 500 iugera, (309 Acri), ma che fino a quel momento era stato ampiamente ignorato.

In questo modo, Tiberio mirava a recuperare una grande quantità di terreni da redistribuire a nuovi cittadini, che avrebbero avuto la possibilità di condurre una vita migliore e di far ripartire il settore agrario della società romana.

La guerra e la rivolta degli schiavi in Sicilia, che da diversi anni imperversava e minacciava di estendersi in tutta la penisola italica, aveva già sottolineato quanto fosse pericoloso impiegare una gran numero di schiavi sul territorio e aveva già ampiamente dimostrato la necessità di una riforma e di un aumento della manodopera qualificata.

La proposta di Tiberio incontrò, tuttavia, una forte opposizione nel Senato, composto prevalentemente da grandi proprietari terrieri che non volevano rinunciare a una parte dei loro possedimenti.

Consigliato da alcuni suoi sostenitori, Tiberio “saltò” il Senato e propose la sua legge direttamente alle assemblee popolari. Una mossa che gli fece trovare rapidamente un ampio sostegno presso le fasce più deboli della popolazione.

La reazione dei suoi avversari politici e dei proprietari terrieri fu però quella di utilizzare un altro tribuno, Marco Ottavio, per porre il veto al disegno di legge di Tiberio, e bloccare l’approvazione del provvedimento.

Tiberio lanciò così un appello al Senato per dirimere la questione, ma i senatori non erano disposti a intervenire né Ottavio a rinegoziare il suo veto. Nonostante questo ostruzionismo fosse tecnicamente permesso dalle leggi romane, a livello politico si trattava di una violenza che sfiorava l’incostituzionalità.

Tiberio fu quindi costretto a far approvare un disegno di legge decisamente ridimensionato rispetto alla proposta iniziale, ma nonostante ciò, era riuscito a istituire una commissione per la redistribuzione dei terreni agricoli.

Prevedendo il tentativo di boicottaggio da parte dei suoi avversari politici, Tiberio fece nominare se stesso, suo suocero e suo fratello Gaio, come membri della Commissione, con il potere di determinare i confini del suolo pubblico, confiscare i terreni in eccesso e dividerli in lotti inalienabili tra i cittadini.

Anche se pesantemente ridimensionata dagli avversari, la riforma di Tiberio sembrava procedere di buon passo. Ma un fatto inaspettato complicò la situazione.

Alcuni messaggeri avvisarono il Senato romano che Attalo III, re del regno di Pergamo, era morto e, da disposizioni testamentarie, aveva donato il suo regno al popolo romano. Questa decisione derivava dal fatto che Attalo apparteneva alle clientele di Tiberio, e i suoi avversari politici approfittarono dell’occasione per accusare Tiberio di mirare a una tirannia personale.

Tiberio venne dipinto come un aspirante monarca ellenistico, che desiderava conquistare un potere al di fuori dalle leggi, per ottenere terreni nelle province e per scavalcare le istituzioni repubblicane.

Le accuse si fecero ogni giorno più pesanti, e Tiberio, temendo di essere messo sotto processo non appena fosse terminata la sua carica di tribuno, ricorse all’appello di un secondo tribunale speciale, un atto senza precedenti, che rafforzò inevitabilmente i timori di tirannia da parte di una importante fetta dei senatori. Ora, la gran parte della politica romana era ostile a Tiberio.

Il tragico epilogo si consumò durante le successive elezioni per scegliere i futuri magistrati: Tiberio si candidò nuovamente al tribunato della plebe, ma, tacciato sistematicamente dell’accusa di tirannia, fu circondato da una folla di violenti.

Quando il pontefice massimo, Publio Scipione Nasica, guidò un certo numero di sostenitori e dei loro clienti nel foro di Roma, Tiberio fu coinvolto in una rissa, dove perse la vita.

Si tratta di uno dei momenti più tragici della storia politica Romana. L’omicidio politico e il martirio di una figura inviolabile come il tribuno della plebe, furono sdoganati ufficialmente.

Nonostante la morte di Tiberio, la commissione fondiaria per la redistribuzione delle terre fu autorizzata a continuare il suo lavoro. Nel 129 a.C, la terra detenuta dai cittadini Romani iniziò a scarseggiare seriamente e la legge di Tiberio Gracco fu sfruttata per l’esproprio di alcuni terreni pubblici, i quali erano detenuti da comunità d’italici.

Quando i cittadini italici cominciarono a protestare, il Senato accolse, su mozione di Scipione Emiliano, l’eterno nemico di Tiberio, la proposta di trasferire dalla Commissione direttamente al console le decisioni riguardanti l’assegnazione di terreni sul territorio.

Questa mossa, esautorò pesantemente le attività della commissione voluta da Tiberio, minando alle fondamenta l’intero progetto.

Un ultimo tentativo di far funzionare la riforma di Tiberio appartiene al presidente della commissione e console del 125, Marco Fulvio Flacco, che cercò di trovare un compromesso con gli italici, offrendogli la cittadinanza romana in cambio della consegna dei loro possedimenti, secondo la legge di Tiberio Gracco. Allarmati dalla mediazione di Flacco, che stava facendo ripartire le attività della commissione, i senatori lo incaricarono di condurre una guerra nel sud dell’attuale Francia, togliendo di mezzo un pericoloso avversario politico.

Fu così che il disegno di legge di Tiberio Gracco si concluse in un nulla di fatto, attraverso l’ostruzionismo politico e la violenza organizzata.

Le riforme di Caio Gracco

Un secondo tentativo di recuperare e ampliare le riforme di Tiberio, venne portato avanti dal fratello minore, Gaio Gracco.

Gaio aveva lavorato nella commissione fondiaria ideata dal fratello e aveva sostenuto il piano di Flacco. Nel 123, Gaio riuscì a diventare tribuno della plebe con un buon numero di voti ed ebbe una seconda occasione per riformare la proprietà terriera.

Le riforme si basavano su due capisaldi principali. Il primo era quello di aumentare il gettito fiscale in maniera più equa per la popolazione.

Gaio prevedeva di posizionare i cosiddetti pubblicani, dei funzionari incaricati alla riscossione delle tasse, nei territori dell’Asia e in particolare nelle terre donate a Roma da Attalo, il che avrebbe permesso un sensibile aumento del gettito fiscale senza gravare sui cittadini italici.

La seconda misura mirava a fornire maggiori diritti al ceto degli Equites, i piccoli imprenditori romani, elevandoli a una posizione dalla quale, anche se non prendevano concretamente parte all’emanazione delle leggi, avrebbero potuto esercitare un controllo sull’amministrazione dei senatori.

Per ridurre la corruzione e aumentare l’efficienza dei senatori, Gaio aveva in mente di attribuire il potere a personaggi eminenti della classe dei Cavalieri di mettere sotto esame i membri del Senato che avevano dimostrato inefficienza. Questi sarebbero stati giudicati da dei Tribunali, i quali avrebbero potuto comminare delle multe salate.

Immediatamente le riforme di Gaio Gracco vennero osteggiate dai nemici politici e nel corso del 122 i cittadini Romani vennero convinti da una feroce propaganda senatoria, che le riforme di Gaio avrebbero danneggiato i loro interessi. Questa campagna elettorale diffamatoria nei confronti del tribuno impedì a Gaio di essere rieletto l’anno successivo.

Nonostante l’iniziativa di Gaio e di Flacco di agire da privati cittadini per opporsi alla cancellazione della legge di Tiberio e per rilanciare le loro misure, nel 121 a.C, dei facinorosi assoldati dai senatori scatenarono nuove risse, durante le quali anche Gaio perse la vita.

Durante gli anni successivi, ulteriori misure a favore della popolazione vennero sistematicamente abolite, mentre i privilegi dei senatori non vennero più toccati da alcuna altra proposta di legge.

In altre parole, la società romana fallì nell’eseguire una serie di riforme che erano invece fondamentali per far ripartire il settore agrario e tutta l’economia romana.

Gli unici, attraverso l’uso della forza, a poter nuovamente mettere mano alla produzione agraria, saranno, molto più tardi, Giulio Cesare e Ottaviano Augusto.

Articolo originale: The Brothers Gracchi: The Tribunates of Tiberius & Gaius Gracchus di (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Andrea Finzi

Il questore nell’antica Roma. Funzioni e storia

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Il questore era un magistrato di rango più basso attivo per tutta la storia di Roma, con funzioni e compiti che si modificarono e variarono nel corso del tempo.

Il questore durante la repubblica romana

Sebbene le prime notizie del Questore appaiano per la prima volta nel periodo monarchico, come procuratore nei casi di omicidio o come vero e proprio ispettore di polizia, la carica divenne ufficiale durante la giovanissima Repubblica Romana, nata attorno al 509 a.C.

In particolare, ognuno dei due Consoli nominava un questore, con il compito di controllare le finanze pubbliche, il cosiddetto “Aerarium“.

Dopo l’episodio della “Secessione dell’Aventino“, la rivolta della parte più povera della popolazione e la conseguente promulgazione della legge delle XII tavole, (450 a.C), anche i plebei divennero idonei a ricoprire la carica, e il numero dei questori venne aumentato a quattro.

La carica di questore divenne così ampiamente ricercata da molti giovani rampolli romani che desideravano fare carriera politica. Dopo il 440 a.C, i questori non furono più nominati direttamente dai Consoli ma scelti dall’assemblea, i cosiddetti “Comizi tributi“.

Con la vittoria di Roma nella prima guerra punica e l’annessione di nuovi territori, specialmente Sicilia, Corsica e Sardegna, il numero dei questori dovette necessariamente aumentare, per fare fronte alle crescenti esigenze burocratiche.

Anche la funzione del Questore cambiò nel corso degli anni.

Inizialmente erano responsabili solamente dell’amministrazione del tesoro pubblico, ma nel corso del tempo, i loro compiti vennero ampliati, includendo la riscossione delle tasse, dei tributi e delle multe, ma anche il reclutamento di nuovi soldati per il servizio nell’esercito.

Nel corso della Repubblica Romana, ogni governatore provinciale aveva ormai un questore alle sue dipendenze, come stretto e utilissimo collaboratore.

Il numero dei questori venne nuovamente aumentato. Il dittatore Lucio Cornelio Silla li portò a venti, e Giulio Cesare, nel corso delle sue riforme, addirittura a quaranta.

Questi erano stanziati nelle città più importanti di tutto l’impero, acquisendo gradualmente delle funzioni aggiuntive come quella di dirimere occasionalmente delle piccole questioni legali o assumere brevi comandi militari.

Il questore durante l’impero romano

Con la nascita e la crescita dell’impero Romano, anche le qualifiche dei questori cominciarono ad allargarsi maggiormente. Se all’inizio un questore doveva aver compiuto perlomeno 30 anni di età e avere servito almeno 10 anni nell’esercito, l’imperatore Augusto riportò il numero complessivo dei questori  a venti, ma abbassò il requisito dell’età a soli 25 anni e affidò la loro elezione direttamente al Senato.

Durante l’Impero, però, le classiche istituzioni repubblicane si svuotarono del loro effettivo potere: la posizione del questore divenne sempre più figurativa e simbolica, diventando qualcosa di simile a un “messaggero dell’Imperatore“.

Nonostante l’imperatore Claudio avesse ripristinato temporaneamente le responsabilità finanziaria di un questore, l’imperatore Nerone ridusse la sua carica a mero supervisore dei giochi cittadini, una posizione ricoperta anche da altri funzionari governativi, fra cui edili e pretori.

Tardo impero: da figura simbolica al rilancio con Giustiniano

Verso il tardo impero, la figura del Questore divenne praticamente un titolo onorifico, senza alcuna funzione concreta, ricoperta da uomini ricchi e da giovani appartenenti alle più eminenti famiglie romane.

Fu in realtà l’imperatore Costantino a rilanciare la carica del questore, avviando un processo di rivalutazione che venne completato dall’imperatore d’Oriente Giustiniano.

Nell’ambito di un recupero dell’antico diritto romano, fu infatti Giustiniano a riportare i questori al rango di consiglieri legali dell’ imperatore, restituendogli una importante funzione che era stata persa nel corso dei secoli.

Articolo originale: Quaestor di (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Andrea Finzi

Commodo. L’imperatore gladiatore, sventura di Roma

Commodo fu imperatore romano dal 180 al 192 d.C e la sua figura, controversa e contestata, rappresenta la fine di un’era e l’inizio di un nuovo periodo.

Con la morte del padre, Marco Aurelio, avvenuta nel marzo del 180 d.C., e l’arrivo di Commodo, ebbe infatti termine quello che è conosciuto come il regno dei cinque buoni imperatori.

Gli imperatori che si susseguirono per il secolo successivo sarebbero stati infatti portatori solo di un periodo di caos e declino, incapaci di operare le riforme necessarie per stimolare un impero enorme.

Il primo di questi imperatori inetti fu proprio Commodo il quale, secondo la maggior parte degli storici, non solo fu un regnante inadeguato, ma anche un megalomane, che credeva di essere la reincarnazione del Dio greco Ercole, presentandosi spesso come combattente nell’arena del Colosseo.

La giovinezza e l’arrivo al potere

Lucio Aurelio Commodo nacque dall’unione tra Marco Aurelio e Faustina Minore a Lavinio, una città a sud-est di Roma, il 31 agosto 161 d.C.. Fu il decimo di quattordici figli e l’unico a sopravvivere: suo fratello gemello Tito Aurelio Fulvo Antonio, per citarne uno, morì all’età di quattro anni.

Sarebbe stato il primo imperatore nato mentre suo padre era ancora in carica e l’ultimo ad ereditare il trono: i precedenti cinque imperatori, incluso Marco Aurelio, avevano infatti ottenuto il trono attraverso il meccanismo dell’adozione.

Non ci volle molto perché il futuro imperatore si dimostrasse una delusione rispetto a suo padre: sebbene godesse dei benefici di un’istruzione di prim’ordine, Commodo non ereditò nulla dell’etica che ha contraddistinto il regno di Marco Aurelio.

La marcata differenza nel carattere e nel comportamento rispetto al padre, era la prova, secondo gli storici del tempo, della sua illegittimità e delle presunte relazioni extraconiugali di sua madre.

Dopo essere stato a fianco di Marco Aurelio in battaglia sulla frontiera settentrionale nel 178 e 179 d.C., Commodo tornò a Roma nel 180 d.C. e dopo la morte del padre, a soli diciotto anni, negoziò un accordo di pace sorprendentemente favorevole a Roma.

I complotti contro Commodo

Per buona parte del suo mandato lasciò le redini del potere nelle mani di un nutrito gruppo di funzionari mentre dedicava il suo tempo ai piaceri mondani. Uno dei primi ad assumere alcune delle responsabilità dell’imperatore fu Saotero, il cui rapporto con Commodo avrebbe presto suscitato sia l’ira del Senato che della casa imperiale.

Sebbene Commodo considerasse il suo regno una nuova “età dell’oro”, la sua mancanza d’interesse per le questioni politiche, insieme alla sua vita caratterizzata da paranoia e svago, portò alla nascita di quello che viene considerato comunemente un regno del terrore.

Lo storico Cassio Dione, che lo aveva soprannominato regno di “ferro e ruggine”, scrisse: “Quest’uomo non era per natura malvagio ma, al contrario, innocente come qualsiasi uomo che sia mai vissuto. La sua grande semplicità, tuttavia, insieme alla sua codardia gli fece perdere il meglio della vita, conducendolo ad abitudini lussuriose e crudeli, che presto divennero per lui una seconda natura “.

Poiché faceva affidamento sugli altri per governare al suo posto, le persone che gli gravitavano attorno si resero conto molto presto di quanto poteva essere facilmente manipolato, rendendo possibile la nascita di diverse cospirazioni per attentare alla sua vita. Una di esse è riconducibile addirittura a sua sorella maggiore Lucilla e ad alcuni senatori nel 182 d.C.

Il piano di attacco nei confronti di Commodo era abbastanza semplice: suo nipote, Quinto, doveva restare in agguato nei bassifondi del Colosseo finché l’imperatore non fosse entrato per assistere ad uno spettacolo, per pugnalarlo. Ma  Quinto perse tempo e venne prontamente fermato dalla Guardia Pretoriana.

Commodo ordinò di giustiziare tutti coloro che avevano partecipato al complotto. La sorella Lucilla venne dapprima esiliata e poi in seguito uccisa.

Il forte periodo di stress e la costante sensazione di insicurezza, minarono profondamente la solidità emotiva di Commodo, il che diede modo al comandante dei Pretoriani, Tigidio Perenne, di accentrare sempre maggiore potere ed influenza approfittandosi del vulnerabile imperatore.

Dopo il complotto ordito da sua sorella, l’imperatore si rifiutò di apparire in pubblico delegando sempre più gli affari imperiali nelle mani di Perenne che si dimostrò brutale ma anche molto efficiente: eliminò senza pietà tutti coloro che contrastavano la sua autorità, facendosi per questo molti nemici.

Mentre accumulava grandi ricchezze e Commodo si allontanava sempre più dalle responsabilità governative, Tigidio Perenne iniziò a credersi il vero imperatore di Roma, arrivando persino a complottare per uccidere Commodo e preparare i suoi figli per la successione.

Erodiano, nella sua Storia dell’Impero Romano, scrisse: “Perenne si assunse la piena responsabilità personale dell’impero, spinto dalla sua insaziabile brama di denaro, dal suo disprezzo per ciò che aveva e dal suo desiderio di ottenere ciò che non era ancora suo“.

Ma la sorte di Perenne tracollò rapidamente: l’ex schiavo e membro della famiglia imperiale, Marco Aurelio Cleandro, mentre guidava un contingente di 1500 soldati di ritorno dalla Britannia, rivelò i dettagli della congiura di Perenne per rovesciare Commodo e assumerne il potere.

L’uomo e i suoi figli furono immediatamente giustiziati.

Marco Aurelio Cleandro divenne così il nuovo braccio destro dell’imperatore, che ancora una volta delegò i suoi compiti anzichè affrontare una serie di riforme necessarie. Anche Cleandro distrusse ogni opposizione, e si dedicò ad accumulare una enorme ricchezza, spesso svendendo immense proprietà dell’impero.

Come accaduto con Perenne, anche la vita di Cleandro si concluse tragicamente: nel corso di una rivolta popolare causata dalla scarsità di cibo, il commissario del grano Papirio Dioniso diede a Cleandro la colpa, sostenendo che egli aveva comprato tutte le scorte per rivenderle a prezzo maggiorato.

Nonostante i tentativi di contenimento, la folla raggiunse la residenza dell’imperatore presso Villa dei Quintilli per protestare: Commodo, che temeva per la sua vita, decise di dare alla popolazione quello che voleva, la testa di Cleandro, che fu posta su un palo e fu mostrata per le strade di Roma.

Il regno di un megalomane

Fu quello il momento in cui Commodo, finalmente, decise di prendere direttamente le redini dell’impero. Commodo, tuttavia, si presentò al popolo come una figura mitica che incarnava Ercole rinato e si presentò in pubblico con un mantello realizzato con la pelle di un leone.

Il Senato stesso fu costretto a dichiararlo Dio vivente.

Erodiano scrisse: “Per prima cosa scartò il nome della sua famiglia e diede ordini che non si chiamasse più Commodo, figlio di Marco, ma Ercole, figlio di Zeus. Abbandonando il modo di vestire romano e imperiale, indossò la pelle di leone e portò la mazza di Ercole. [..] Eresse statue a sua immagine in tutta la città … perché desiderava che anche le sue statue ispirassero paura di lui “.

Ribattezzò i dodici mesi del calendario a suo piacimento e dopo che un incendio nel 191 d.C. distrusse gran parte della città, compreso il Tempio di Vesta e quello della Pace, ne approfittò per ricostruire completamente Roma a suo piacimento.

Poiché si considerava il nuovo fondatore, ribattezzò Roma Colonia Lucia Annia Commodiana: i romani diventarono quindi i “commodiani”.

Nel suo delirio, Commodo decise persino di prendere parte personalmente ai giochi gladiatori e alle battaglie che si svolgevano nel Colosseo.

La Morte di Commodo

Il giorno di Capodanno del 193 d.C., Commodo decise di combattere nell’arena per celebrare la rinascita della città: ad assisterlo ci sarebbe stata la sua amante Marcia (la moglie Bruttia Crispina era stata bandita e giustiziata nel 191 d.C., N.d.R) il nuovo consigliere Ecletto e Quinto Emilio Leto, nuovo comandante dei Pretoriani.

Commodo non poteva immaginare che quello sarebbe stato il giorno della sua morte. Diversi familiari e amici tentarono di dissuaderlo dall’esibirsi direttamente nell’arena, ma Commodo impose la sua volontà e minacciò di aggiungerli alla lista delle persone da giustiziare se avessero insistito.

Commodo, senza saperlo, si condannò a morte.

Dapprima Marcia gli offrì un bicchiere di vino avvelenato: ma quando il veleno tardò a fare effetto, l’allenatore di Commodo, Narcisso, lo strangolò, approfittando della sua confusione.

Pertinace, che gli succedette come imperatore, non affidò il corpo al pubblico ludibrio, ma lo fece seppellire nel Mausoleo di Adriano.

Articolo originale: Commodus di Donald L. Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli

L’assedio nell’Antica Roma: armi, tecniche e strategie

Nel mondo antico, le battaglie campali erano lo strumento principale per affrontare il nemico e decidere l’andamento delle guerre, ma a volte, quando gli avversari si asserragliavano all’interno di una città ben fortificata, l’assedio diventava una necessità, nonostante avesse un alto costo in termini di denaro, tempo e soldati.

Diversi fattori consentirono ai Romani di ottenere notevoli successi nell’arte dell’assedio: le sofisticate armi di artiglieria, le formidabili torri d’assedio, una particolare esperienza ingegneristica, una logistica superiore e il dominio dei mari.

Ma anche la determinazione: quando i legionari decidevano di compiere un assedio, questo era praticamente inarrestabile, anche a costo di impiegare settimane o mesi per espugnare la città nemica.

L’artiglieria negli assedi

Per quanto riguarda l’uso dell’artiglieria, i romani partirono dalle conoscenze dei greci, ma eseguirono una serie di ottimizzazioni e innovazioni importanti.

Le macchine dei romani utilizzavano ad esempio corde realizzate con i tendini degli animali al posto dei crini di cavallo, per aumentare la forza e la torsione, consentendo loro di sparare proiettili per diverse centinaia di metri. O ancora, le parti metalliche in ferro e in bronzo sostituirono rapidamente il legno dei modelli greci, per aumentarne la resistenza, la stabilità e la potenza di fuoco.

Il primo e fondamentale strumento di artiglieria per una guerra d’assedio era l’onagro, una struttura con un braccio oscillante in grado di scagliare delle pietre di grandi dimensioni. Si trattava di massi più o meno circolari che potevano arrivare a pesare fino a 80 kg, il che gli consentiva di abbattere grandi porzioni di mura difensive e distruggere le torri di fortificazione.

Un altro tipo di artiglieria, molto più preciso, era la carrobalista o catapulta, che lanciava frecce, dardi o pietre più piccole ed era costituito da due braccia, come una balestra. I dardi o le aste di legno erano rinforzate da delle punte di metallo, che erano in grado di perforare l’armatura degli assediati.

Spesso si sceglieva di utilizzare proiettili infuocati, che naturalmente costringevano gli assediati a impiegare una parte delle loro risorse per domare gli incendi.

In una legione ogni coorte era dotata di un pezzo di artiglieria, ma alcune fonti ci parlano di legioni che arrivarono a contare addirittura 55 macchine d’assedio pronte all’azione, il che significa che il comandante, in caso di bisogno, aveva la possibilità di aumentare a proprio piacimento il numero di pezzi di artiglieria disposizione.

Grande importanza rivestivano i legionari addetti alla gestione di questi strumenti. Gli “artiglieri” erano truppe speciali esentate dalle normali fatiche dell’accampamento, probabilmente perché avevano bisogno di un continuo esercizio e di dedicare parecchio sforzo alla manutenzione giornaliera delle macchine.

Inoltre, il trasporto di questi pesantissimi strumenti e delle loro munizioni necessitava dell’utilizzo di decine di carri e di muli, oltre ad una ottima conoscenza del territorio.

Macchine d’assedio

I romani furono un po’ lenti nell’adottare le macchine d’assedio o le torri che i regni ellenistici avevano invece utilizzato sin dalle prime fasi della loro storia bellica.

Uno dei primi momenti in cui romani si appoggiarono a delle autentiche macchine fu durante l’assedio di Utica da parte di Scipione Africano nel 204 a.C. In quell’occasione, Scipione adattò le torri rendendole più piccole e manovrabili.

Queste divennero però molto più utili ed efficaci quando i romani aggiunsero degli arieti per sfondare le porte, un ponticello sulla sommità per il passaggio dei legionari e alcune piattaforme che potevano trasportare via via dal basso verso l’alto della struttura degli interi pezzi di artiglieria.

Ogni torre era dotata di possenti ruote, in modo da poter essere costruita a distanza di sicurezza dalla città assediata e avvicinata quando necessario.

Un esempio particolarmente impressionante, riguarda Giulio Cesare, che impiegò con successo una torre alta 10 piani e riempita di pezzi di artiglieria durante l’assedio di Uxellodunum, in Gallia nel I secolo a.C.

Ma un altro episodio è quello degli Aduatici: i romani iniziarono a costruire a distanza di sicurezza un’enorme torre d’assedio e i galli, asserragliati all’interno della città, iniziarono a schernirli, affermando che fosse impossibile per uomini così piccoli spostare un macchinario così grosso.

Quando i legionari completarono il loro lavoro e dimostrarono di essere in grado di avvicinare la torre alle mura della città, gli aduatici si arresero immediatamente, immaginando che i legionari romani fossero guidati direttamente dagli Dei, per la loro forza sovrumana.

La tattica d’assedio

Gli assedi avevano dei significativi vantaggi rispetto alle battaglie in campo aperto in quanto consentivano di uccidere diversi nemici, terrorizzare le popolazioni e minare la loro volontà di resistere o di conquistare altre roccaforti, il tutto con un’unica operazione efficiente e con forze militari ammassate in modo sicuro.

In un tipico assedio romano, se l’attacco iniziale non riusciva a garantire la vittoria immediata, la prima priorità era circondare la città e impedire a chiunque di scappare. Il secondo passo era quello di sbarrare eventuali porti o vie di fuga che dessero sul mare.

Alchè l’esercito di terra costruiva un accampamento fortificato fuori dalla portata delle frecce della città, preferibilmente su un’altura, che forniva un buon punto di osservazione per individuare obiettivi chiave o capire da dove derivasse l’approvvigionamento idrico.

L’assedio iniziava dunque a protrarsi per diversi giorni o settimane senza alcun combattimento, nella speranza che i difensori si arrendessero per fame, per mancanza d’acqua o per una drastico calo del morale. Inoltre, gli “agenti segreti” dei romani avviavano continui tentativi di convincere dei traditori o dissidenti del nemico ad aprire un varco o spalancare improvvisamente le porte della città.

Se tutte queste misure non sortivano effetti entro un tempo ragionevole, era necessaria una strategia più aggressiva. In quel caso l’assedio veniva rinforzato con la costruzione di palizzate di legno e torri di guardia sia di fronte al nemico, sia nella parte posteriore, per evitare un attacco alle spalle da parte di eventuali unità di rinforzo.

Durante le operazioni di attacco, i legionari potevano costruire delle rampe o dei terrapieni per raggiungere e superare le mura. E dal momento che le loro operazioni venivano disturbate da un continuo lancio di frecce da parte degli assediati, gli attaccanti venivano protetti da coperture temporanee costituite da legno o vimini.

Allo stesso modo, intere batterie di artiglieria e arcieri si occupavano di neutralizzare i rispettivi avversari, permettendo ai legionari di completare il lavoro fino a issare delle scale per raggiungere la sommità delle mura.

Ovviamente gli assediati potevano cercare di costruire una seconda cinta muraria difensiva o alzare ancora di più l’altezza delle fortificazioni. Un vero e proprio gioco “al gatto e al topo” che si verificò per esempio nell’assedio di Iotapata guidato da Vespasiano nel 70 d.C o a Masada nel 74 d.C

La fase successiva prevedeva che gli attaccanti colpissero le mura o le porte con pesanti arieti. Si trattava di enormi pali sospesi in orizzontale collegati tramite una serie di catene ad un telaio in legno. I legionari tiravano indietro il palo per fargli prendere una sorta di “rincorsa” e poi rilasciare con un forte colpo in avanti una percussione sul muro.

I difensori reagivano realizzando delle pareti di sabbia in grado di attutire i colpi o tentando di dare fuoco agli arieti mentre si avvicinavano.

Nel caso in cui difensori avessero avuto il tempo di costruire dei fossati attorno alla città, questi dovevano essere necessariamente riempiti: in questo caso i legionari lanciavano nel fosso dei fasci di legno e infine coperture di pelle rinforzata.

Un’altra tecnica di attacco consisteva nello scavare dei tunnel sotterranei. Gli attaccanti li sfruttavano non tanto per sbucare improvvisamente all’interno della città, in quanto sarebbero stati avvistati facilmente, quanto per minare le fondamenta di una parte delle mura causandone il crollo.

I difensori, se riuscivano ad accorgersi di questo tentativo, potevano allagare, far crollare e persino liberare animali feroci o api all’interno dei tunnel. Ma anche gli stessi assediati, potevano costruire a loro volta dei tunnel per minare le rampe e le torri d’assedio degli attaccanti che si stavano avvicinando.

Il momento più importante e violento durante un assedio era lo sfondamento delle difese nemiche: nel momento in cui veniva fatta una breccia tra le mura difensive, i primi soldati di fanteria che riuscivano a penetrare all’interno della città si proteggevano con la famosa formazione a testuggine mentre i difensori lanciavano tutto quello che potevano: olio bollente, pezzi di legno infuocati, pietre e vasi.

Una volta penetrati all’interno della città, si svolgevano terrificanti e sanguinosi combattimenti corpo a corpo per le strade e la violenza toccava il suo massimo. Normalmente, nelle prime ore tutti gli uomini in grado di combattere venivano abbattuti, le sacche di resistenza neutralizzate, le donne stuprate e persino per i bambini c’era poca speranza.

Gli assedi romani più famosi

Uno degli assedi romani più lunghi e famosi fu l’attacco a Cartagine nel corso della terza guerra punica tra il 149 e il 146 a.C. La città era massicciamente fortificata e fu in grado di resistere fino a quando Scipione africano Minore riuscì ad abbattere le mura grazie ad un imponente dispiego di macchine d’assedio. Cartagine cadde e fu completamente distrutta.

Nel 133 fu la volta della città di Numanzia, in Spagna, dove venne costruito un enorme fossato attorno ai difensori e un muro di pietra punteggiato da torri tutto intorno all’intera città.

Ma forse l’assedio più importante della storia romana fu quello portato avanti da Giulio Cesare ad Alesia, nel cuore delle Gallie, nel 52 a.C. Cesare fece costruire una enorme palizzata di legno punteggiata da torri e protetta da un fossato di 6 metri e mezzo con bastoni appuntiti , 5 file di tronchi con punte di ferro, una serie sterminata di trappole e 23 forti. Incapace di rompere questa straordinaria morsa, il suo avversario, Vercingetorige, fu costretto ad arrendersi.

Altri esempi famosi sono certamente l’assedio di Gerusalemme, guidato da Tito nel 70 d.C, dove venne creato un muro di 7 km in soli tre giorni. Ma non solo: durante la stessa guerra si verificò anche l’assedio di Masada del 74 d.C, sempre perpetrato da Tito, quando i romani costruirono una massiccia rampa di 225 metri e alta 75, per raggiungere un apparentemente inarrivabile altura: i resti di quello straordinario sforzo bellico sono ancora visibili e visitabili dagli appassionati di tutto il mondo.

Viceversa, i romani non conobbero quasi mai l’esperienza di un assedio ai loro danni: l’unico episodio di una certa importanza fu quello di Dura Europos, in Siria, nel 256 d.C, mentre casi minori furono l’assedio del campo di Quinto Cicerone durante le guerre galliche e quello di Filippopoli nel 250 d.C, da parte del Re gotico Cniva.

Articolo originale: Roman Siege Warfare di Mark Cartwright (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Andrea Finzi

Il Gladius Hispaniensis: la spada di ordinanza dei legionari

Il Gladius Hispaniensis, o spada spagnola, è stata la principale arma in dotazione del legionario romano. Derivante dalle tribù della penisola iberica, dopo le guerre puniche fu l’arma standard per i soldati di Roma in quanto la sua lama relativamente corta e a doppio taglio rendeva tale strumento ideale per il combattimento ravvicinato e corpo a corpo, tipico degli antichi campi di battaglia.

Origini del Gladius Hispaniensis

Il Gladius Hispaniensis detto anche “Hispanicus” fu probabilmente scoperto per la prima volta dai romani durante la prima e la seconda guerra punica, nel III secolo a.C. quando venne utilizzata dalle tribù iberiche che combattevano come mercenari e alleati dei Cartaginesi.

La lama corta del Gladius Hispaniensis rendeva questo strumento un’arma ideale quando i soldati erano impegnati con il nemico e dava ad ogni legionario un netto vantaggio rispetto ad un avversario armato di una spada ingombrante e più pesante, dalla lama più lunga e con poco spazio di manovra.

Le fonti narrano che quando Scipione l’Africano conquistò la città iberica di Cartagena, la base dei cartaginesi in Spagna, richiese alla popolazione come tributo di guerra la produzione di 100.000 gladi di questo tipo: fu così che l’esercito Romano cominciò a dotarsi in maniera sistematica di tale strumento.

I romani sfruttarono appieno i vantaggi di questo gladio: sia i legionari che gli ausiliari usarono questo tipo di spada con ottimi risultati durante la conquista della Gallia, quando le tribù locali, armate di lunghe spade, potevano colpire solo con i fendenti, mentre i romani potevano sia menare dei fendenti che colpire di punta, come un pugnale.

I Legionari erano addestrati ad eseguire dei rapidi colpi di gladio, mentre si proteggevano il volto con lo scudo, piuttosto che esporre il busto e il braccio alzando di parecchi centimetri la spada sopra la testa.

Un esempio ce lo fornisce Tito Livio, che offre un resoconto molto crudo dell’efficacia del Gladius Hispaniensis, utilizzato in battaglia nel 200 a.C.

“I soldati macedoni, essendo abituati a combattere con i Greci gli Illiri, avevano visto le ferite che venivano provocate dalle lance dalle frecce. Ma ora videro i corpi mutilati dalle Gladius Hispaniensis: braccia mozzate all’altezza della spalla o teste separate dai corpi con il collo tagliato, interiora aperte e altre ferite orribili. Si scatenò un panico generale, quando gli avversari videro il tipo di arma e il tipo di uomini che avrebbero dovuto combattere”

Struttura ed efficacia

Lo standard del Gladius Hispaniensis non cambiò molto nel corso dei secoli. Era realizzato in ferro, (la maggior parte dei ritrovamenti ci parlano di un acciaio prodotto nella zona di Toledo) con una lama dritta fino a 65 cm, una punta acuminata e un doppio filo.

Polibio, esperto di arti militari, descrive la spada così: “Ha una punta eccellente e un forte tagliente su entrambi i lati poiché la sua lama è solida e affidabile.”

Il manico di legno poteva essere rivestito con bronzo o placcato in argento. Spesso il manico era dotato di tre scanalature per offrire una migliore presa alla mano. Sull’estremità si trovava un pomo, di solito di forma emisferica o trilobata, necessario per riequilibrare il peso della lama, il che offriva una ottima maneggevolezza complessiva: si potevano dare così rapidi colpi di gladio, senza troppo sforzo.

Evoluzione nella tarda repubblica e nell’impero

È importante ricordare che i soldati spesso acquistavano in prima persona le proprie armi e in molte occasioni il gladio dipendeva dalle disponibilità economiche e dal gusto personale del legionario: nel corso del tempo si svilupparono così versioni estremamente personalizzate, il che impedisce di stabilire una linea evolutiva precisa per la forma delle spade romane.

Le lame rinvenute negli scavi archeologici indicano che, generalmente, durante la tarda Repubblica la lama era più lunga, mentre nel I secolo d.C, questa divenne progressivamente più corta, più larga e con una punta più affusolata: si tratta del tipo Magonza o “Mainz”.

Più tardi, sempre nel I secolo d.C., la punta divenne ancora più corta. E’ il caso del modello “Pompeiano“.

I recenti ritrovamenti stanno mano mano ridisegnando l’idea del gladio che abbiamo avuto finora: nel periodo imperiale quest’arma, fino a poco tempo fa conosciuta quasi esclusivamente da descrizioni letterarie, è stata abitualmente spiegata come una spada corta e potente in contrasto con le lunghe lame originarie della Gallia.

Eppure, esempi reali del Gladius Hispaniensis recentemente analizzati da ritrovamenti o da collezioni museali, dimostrano che la spada non era così corta come si pensava. In realtà la sua lunghezza poteva corrispondere alle prime spathae Imperiali, recuperate in Scozia.

Inoltre, l’arma repubblicana, che finora credevamo fosse utilizzata esclusivamente di taglio, secondo Polibio poteva essere impiegata anche per sferrare dei fendenti.

Altri indizi sul Gladius Hispaniensis ci provengono dai mosaici e dai monumenti funerari. Questi indicano che la spada veniva tenuta in un fodero di metallo, di legno o di pelle e appesa ad una larga cintura chiamata cingulum, tramite quattro cerchi. Questi erano posizionati sul lato destro per i legionari, e sul lato sinistro per centurioni e ufficiali. Altri ancora appendevano la spada sulla schiena sfilandola da sopra la spalla destra al momento del bisogno.

Il tramonto del Gladius Hispaniensis

Il Gladius hispaniensis non era utilizzato da tutti i legionari: alcune fanterie utilizzavano altri tipi di spada, in particolare la Spatha, che era leggermente più lunga e arrivava fino a 70 centimetri.

La Spatha era poi certamente più comune tra la cavalleria. Sembra che dal III secolo d.C. la spada più lunga divenne il nuovo standard dell’esercito e il Gladius Hispaniensis cadde gradualmente in disgrazia.

In controtendenza, diverse popolazioni avversarie di Roma ai tempi del tardo Impero, adottarono il Gladius Hispaniensis nei loro ranghi, impiegandolo almeno fino al V secolo d.C.

Articolo originale: Gladius Hispaniensis di Mark Cartwright (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli

Il centurione romano. Armature, caratteristiche e funzioni

Il Centurione, o centurio in latino, è l’ufficiale più famoso dell’esercito romano: la sua esperienza e il suo valore sono stati un fattore cruciale per mantenere l’ordine sul campo di battaglia e garantire i più grandi successi militari a Roma nel corso dei secoli.

Al comando di una unità di circa 100 legionari, era responsabile dell’assegnazione dei compiti, dell’erogazione dei premi e delle punizioni, dell’esecuzione di compiti amministrativi che andavano dalla decisione della parola d’ordine dell’ accampamento alla gestione dei prigionieri.

Anche se i centurioni avevano la possibilità di occupare posizioni di amministrazione all’interno dell’impero, il nome del centurione sarà per sempre associato al veterano dei campi di battaglia, vicino ai suoi uomini nel momento dello scontro.

I requisiti per diventare un centurione

Tradizionalmente, i centurioni provenivano dalla classe plebea, quella più povera, ma nel I secolo a.C. il grado poteva essere occupato anche dai membri di una classe “media” chiamata equestre, così come da soldati non latini.

I centurioni potevano essere nominati direttamente dal Senato, ma nella gran parte dei casi questi venivano promossi direttamente sul campo di battaglia, come segno di gratitudine per il coraggio dimostrato o come riconoscimento delle doti di leadership espresse durante lo scontro.

Man mano che l’esercito romano diventava sempre più professionale, anche i requisiti per diventare un centurione divennero sempre più severi: oltre che una indubbia capacità sul campo di battaglia e nella gestione dei soldati, era necessaria una certa abilità negli affari amministrativi. Molto poteva contare il sostegno di un influente politico o aristocratico.

La maggior parte dei centurioni manteneva il proprio rango per tutta la carriera, ma durante l’Impero era tecnicamente possibile salire più in alto nella gerarchia diventando tribuni, prefetti e persino membri del Senato.

Ad esempio, l’imperatore Massimino il Trace era stato un centurione sotto Caracalla, così come anche il padre e il nonno dell’imperatore Vespasiano avevano ricoperto questo ruolo.

Armatura e dotazioni

I centurioni indossavano un elmo con una caratteristica cresta trasversale, composta da pelo o piumaggio di struzzo o di pavone. Gli elmi dei primi centurioni potevano avere una protezione per il viso dove erano spesso incisi dei Sileni, delle creature mitologiche di forma animale. Con il passare degli anni, i centurioni di carriera potevano aggiungere agli elmi delle insegne in argento.

L’armatura includeva degli schinieri, di solito corredati da alcune decorazioni incise, e una corazza di bronzo che riprendeva la forma dell’addome o era scolpita in modo tale da ricalcare gli addominali. In alternativa il centurione poteva indossare una corazza fatta da piccole squame di ferro.

L’armatura del torace e della schiena poteva avere delle protezioni per le spalle e delle strisce protettive per la parte superiore delle braccia e persino una protezione per il collo. Nel I secolo d.C. era comune anche tra i centurioni un piccolo giubbotto rinforzato a maniche corte.

Sotto l’armatura si indossava una tunica che per i centurioni poteva essere bianca, bianco sporco o con varie tonalità di rosso. Si poteva indossare un mantello, che era tipicamente blu o verde con un bordo giallo, e che veniva legato sul davanti attraverso una spilla. Un centurione portava anche un sottile ma robusto randello di 90 cm con cui poteva percuotere i soldati più pigri, e che distingueva il suo rango.

Lo scudo tipico nel periodo della Repubblica era il clipeo circolare o lo scudo un rettangolare. Nel periodo Imperiale il centurione portava invece degli scudi ovali, anche se il più delle volte i centurioni tendevano ad utilizzare lo stesso tipo di scudi che erano in dotazione alle truppe sotto il loro comando.

I Centurioni indossavano anche dei premi ricevuti grazie al loro valore che potevano includere delle collane pesanti, dei braccialetti e dei medaglioni che venivano attaccati al petto tramite una imbracatura di cuoio.

Le armi dei centurioni

All’inizio della Repubblica, le armi in dotazione ai centurioni variavano a seconda del loro rango e delle preferenze personali. Potevano portare una lancia e una spada, quest’ultima indossata sul lato sinistro, il che era in contrasto con i legionari che la indossavano sull’anca destra.

Vennero utilizzati tanti tipi di spade diverse, ma la principale del periodo arcaico e repubblicano era sicuramente lo Xiphos greco o la Makaira ricurva.

A partire dal II secolo a.C. la spada preferita dall’esercito romano fu invece il Gladius Hispaniensis. Aveva una lunghezza di circa 65 cm, era dotato di un pomo trilobato o semisferico per equilibrare il peso, e veniva trasportato in un fodero d’argento appeso ad una cinghia.

Completava la dotazione un pugnale di circa 25 cm, che poteva essere portato orizzontalmente sulla cintura.

I doveri e i compiti di un centurione

I Centurioni erano responsabili dell’addestramento dei legionari, dell’assegnazione dei compiti e del mantenimento della disciplina tra i ranghi. Era fondamentale che dimostrassero il loro valore in battaglia e che fossero risolutivi quando le cose non andavano bene.

I centurioni guidavano gli uomini attraverso l’esempio e ottenevano con azioni concrete il rispetto delle truppe. In un esercito estremamente rigido e gerarchico come quello romano, i centurioni dovevano spesso avere mano ferma con i loro uomini e in alcuni casi si trasformarono in veri e propri despoti.

Quando si trovavano alla fine della giornata, sovrintendevano alla costruzione dell’accampamento e delle fortificazioni, allo scavo delle trincee e alla decisione e alla comunicazione della parola d’ordine che era necessaria per entrare all’interno del campo.

Erano anche responsabili della scorta dei prigionieri, si occupavano di erigere dei piccoli monumenti dopo la vittoria, oltre ad essere direttamente coinvolti in tutte le questioni che riguardavano la logistica, come l’approvvigionamento di acqua e di provviste durante la campagna militare.

I centurioni erano anche coloro che venivano chiamati per missioni speciali, come incursioni e ricognizioni nel territorio del nemico. Nel primo secolo d.C. i centurioni ricevevano regolarmente il compito di comandare delle speciali unità di spionaggio, i cosiddetti Frumentarii, o delle sottounità di forze ausiliarie e unità di eserciti alleati.

Spesso potevano diventare aiutanti dei governatori provinciali o addestrare delle truppe che dovevano raggiungere rapidamente un certo grado di efficienza.

Anche i centurioni anziani, ormai impossibilitati a partecipare direttamente alle battaglie, venivano interpellati per i consigli di guerra e per decidere le strategie ed erano spesso coinvolti nelle trattative di pace con il nemico.

Nel periodo imperiale i centurioni servirono anche come guardia del corpo personale dell’imperatore, andando a costituire la guardia pretoriana. Dopo 16 anni di servizio, potevano essere assegnati a vari ruoli amministrativi urbani o diventare comandanti delle città, il che gli permetteva di guadagnare notevolmente.

I Centurioni venivano pagati circa 5 volte in più rispetto a un normale legionario. Ricevevano i bonus più alti del bottino di guerra, come accadde nel 64 a.C, quando Pompeo diede ad ogni centurione 1000 dracme, mentre ai legionari solamente 50.

Nel primo secolo d.C. i Centurioni ricevevano 15 volte la paga di un soldato semplice e i centurioni anziani anche di più. Spesso i centurioni facevano ricorso a delle tangenti per arrotondare la loro paga, in cambio della loro fedeltà nei confronti del generale o in alternativa ricevevano soldi dai soldati in cambio di promozioni e raccomandazioni speciali.

L’evoluzione del centurione nell’esercito romano

Secondo la tradizione romana, il grado di centurione risale ai primi eserciti di Roma nella metà del VIII secolo a.c. che, guidati dal leggendario fondatore Romolo, contavano 3000 uomini e 30 centurioni, ciascuno al comando di un gruppo di fanteria di 100 uomini noto come “manipolo”, ognuno dei quali aveva il suo simbolo.

Secondo Dionigi di Alicarnasso, il grado di centurione aveva origini etrusche e fu poi incorporato nell’esercito Romano dal Re Servio Tullio (579-534 a.C), che conferì questo grado agli uomini che si erano dimostrati più coraggiosi in battaglia.

Nel corso del tempo, l’organizzazione delle unità dell’esercito romano si è evoluta, e alla fine del VI secolo a.C. l’esercito aveva due legioni, ognuna composta da 3000 uomini di fanteria pesante oplita, 1200 di fanteria leggera e 300 cavalieri.

Nel IV secolo a.C. ulteriori riforme ridisegnarono i manipoli, trasformandoli in unità militari più flessibili, schierate in tre linee di truppe, il cosiddetto “Triplex acies“, tali che gli uomini al comando di un singolo centurione si ridussero a 30. Così nel IV secolo a.C, una legione contava 150 centurioni.

L’esercito romano si evolve ancora: Polibio ci descrive le unità dell’esercito attorno alla metà del II secolo a.C. parlandoci di circa 4000 uomini in ogni legione, inclusi degli schermagliatori leggeri.

Nella legione descritta da Polibio, una centuria è un gruppo di uomini variabile che va da 60 a 80, e due centurie formano un manipolo.

Per cui, l’esercito si attesta su 60 centurie (o 30 manipoli), ciascuna comandata da un centurione, che nominava un proprio sotto ufficiale chiamato “Optio“.

Il centurione si posizionava solitamente in prima fila rispetto ai suoi uomini, mentre l’Optio era in ultima fila, a controllare le retrovie. Di tutti i centurioni, il più anziano era chiamato “Primus pilus“, il quale aveva diritto di partecipare al consiglio militare assieme al generale e agli ufficiali più importanti.

Il centurione a cui era stato affidato il comando della centuria di destra all’interno del manipolo era noto come “Centurione anteriore“, mentre quello posizionato sulla centuria a sinistra era chiamato “Centurione posteriore“.

Nel I secolo a.C, la riforma dell’esercito portata avanti dal Generale Caio Mario, ridisegnò nuovamente la struttura dell’esercito: venne introdotta la “coorte”, una unità composta da 6 centurie di 100 uomini, per un totale di 600 soldati. Ogni legione aveva così dieci coorti: i gradi di anzianità dei centurioni e i ruoli di centurione “anteriore-posteriore” rimasero intatti.

I centurioni più famosi

Uno dei centurioni più famosi fu il leggendario Lucio Siccio Dentato, noto come “L’achille romano” che nel quinto secolo a.C. partecipò a ben 120 battaglie e ad almeno 8 duelli singoli. Più volte riconquistò da solo gli stendardi della sua legione e vantava non meno di 45 cicatrici.

Un altro esempio è quello di Spurio Ligustino, che ebbe una carriera di 22 anni attorno al II secolo a.C. durante i quali vinse 34 premi per coraggio e abilità sul campo di battaglia.

Il centurione menzionato più spesso nei racconti di Giulio Cesare nelle guerre galliche è Sestio Baculo, detto “il Bastone”, che una volta salvò la vita di Cesare sul campo di battaglia.

Articolo originale: Centurion di Mark Cartwright (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federica Angeli

Alessandro Severo. L’imperatore troppo bambino

Alessandro Severo fu imperatore romano in carica dal 222 d.C fino alla sua morte prematura nel 235. Su macchinazioni della madre, della zia e della nonna, che in quel momento detenevano di fatto il controllo dell’impero, il giovane imperatore in carica Eliogabalo aveva nominato suo cugino Alessiano, il futuro Alessandro Severo, come suo erede nell’estate del 221 d.C.

Alessandro, costantemente guidato dall’ingrombrante figura della madre, annullò i provvedimenti e i culti religiosi del predecessore e si imbarcò in una serie di spedizioni militari con poco successo.

La sua esperienza di governo non fu molto duratura, e la sua personalità venne di fatto schiacciata dalle circostanze e dalla potenza politica delle legioni.

L’ascesa al potere e l’influenza della madre

Marco Aurelio Severo Alessiano nacque nella città fenicia di Cesarea nel 208 d.C. da Ezio Marciano e da Giulia Avita Mamea, nipote di Julia Domna, seconda moglie dell’imperatore Settimio Severo.

Lo storico Erodiano scrive che Alessiano mutò rapidamente il suo nome in Alessandro, in onore del Re macedone Alessandro Magno. Come suo cugino Eliogabalo, Alessiano era sacerdote del Dio del sole Elagabal ed esercitava il suo culto per questa divinità orientale nella città siriana di Emesa.

Nell’estate del 221 d.C la nonna di Alessiano, Giulia Mesa, così come sua zia Giulia Soemia, convinsero l’imperatore Eliogabalo ad associare suo cugino al trono e a concedergli il titolo di Cesare, spiegando ad Eliogabalo che un collaboratore gli avrebbe permesso di dedicarsi maggiormente al culto del Dio Elagabal.

In realtà la famiglia era preoccupata per il tentativo del giovane Eliogabalo di sostituire la tradizionale religione romana con il culto di Elagabal. Inoltre, lo stile di vita decisamente non ortodosso di Eliogabalo, stava causando la rovina dell’intera famiglia imperiale.

Eliogabalo riuscì a comprendere queste macchinazioni e si mosse per assassinare suo cugino, ma il progetto fallì. La guardia pretoriana, che avrebbe dovuto giustiziare Alessandro, probabilmente corrotta dalla nonna e dalla madre, uccise invece Eliogabalo a tradimento.

Probabilmente la madre di Alessandro aveva impiegato uno stratagemma utilizzato più volte per portare i pretoriani dalla propria parte, ovvero rivelare che il bambino era in realtà figlio illegittimo di un ex imperatore, Caracalla.

Con la morte del cugino, Alessiano, che aveva assunto il nome di Marco Aurelio Severo Alessandro, fu nominato imperatore dal Senato Romano, diventando il più giovane imperatore di tutti i tempi, secondo solamente allo stesso Eliogabalo.

In realtà egli incarnava solamente una figura di facciata, perchè la vera autorità imperiale era, in questo periodo, nelle mani della madre e della nonna.

Il ripristino dei culti pagani e lo scontro con Ulpiano

Per annullare quanto prima la memoria e le tentate riforme di Eliogabalo, il culto del Dio Elagabal fu bandito e gli antichi Dei pagani ripristinati. La madre di Alessandro si preoccupò di far ritrarre il giovane imperatore come il tipico ragazzo romano impregnato di cultura occidentale, senza più legami con il “sospetto” Dio siriano.

Una grande pietra nera che si trovava sul Palatino, simbolo del culto di Elagabal, fu rimossa e restituita alla città di Emesa. Anche il tempio costruito per onorare Elagabal, fu ribattezzato tempio di Giove Ultore. Infine, per placare molti dei membri della vecchia aristocrazia, che avevano ormai in odio la famiglia imperiale, diversi sacerdoti siriani, che avevano occupato posizioni di rilievo, vennero esiliati o degradati.

Questa serie di cambiamenti permisero al governo di Roma di ritornare rapidamente ad una mentalità più conservatrice e tradizionale.

Sebbene l’autorità di Alessandro fosse di fatto limitata, lo storico e senatore Cassio Dione strinse un rapporto di amicizia con il ragazzo, il quale lo nominò console per due volte. Nella sua “Storia romana”, Cassio Dione scrive sul rapporto con Alessandro

“Alessandro non prestava attenzione alle voci, ma al contrario mi onorò in vari modi, specialmente nominandomi console per la seconda volta. Temeva che gli avversari politici avrebbero potuto uccidermi se mi avessero visto con le insegne consolari, e così mi disse di passare il periodo del mio consolato in Italia, da qualche parte fuori Roma.

Giulia Mamea, istituì un comitato di senatori composto da 16 membri per consigliare il giovane imperatore: un palese tentativo di riparare la spaccatura tra il trono imperiale e il Senato. Nominò anche un consigliere privato, Domizio Ulpiano, comandante della Guardia pretoriana ed avvocato.

Egli aveva il compito di consigliare Alessandro, data la sua vasta esperienza in materia militare e legale, per districare le spinose questioni governative.

Se da un lato vennero varate alcune riforme importanti, tra cui la riduzione delle tasse, e fu iniziata la costruzione di nuovi acquedotti e infrastrutture, la vecchia mentalità troppo “integralista” di Ulpiano causò diversi attriti fra lui e la guardia pretoriana. Nel 224 d.C i pretoriani diedero luogo a tre giorni di rivolte per le strade di Roma contro il loro comandante.

Morirono così i generali Giulio Flaviano e Gerinio Cresto, entrambi uccisi per ordine di Ulpiano. Alchè, la guardia pretoriana reagì violentemente, inseguendo e uccidendo Ulpiano nel palazzo imperiale.

Ricordando gli eccessi del suo predecessori e sperando di evitare future controversie, nel 227 d.C Giulia Mamea fece sposare Alessandro con una donna appartenente ad una rispettabile famiglia Patrizia. Si trattava della figlia di Sallustio Macrino, Gnea.

Ma sfortunatamente per i due, Giulia divenne presto gelosa della giovane sposa, che vedeva come una pretendente al titolo di Augusta. Gnea venne cacciata dal Palazzo Imperiale.

Suo padre accolse i due, Alessandro e Gnea, nel campo della Guardia praetoriana, ma questo atto fu interpretato come un tentativo di ribellione: così, Gnea fu esiliata nel Nord Africa e giustiziata. Alessandro non si sarebbe mai risposato.

Le guerre contro i Parti e i Germani

Mentre l’impero aveva goduto di una relativa pace durante il regno dell’Imperatore Eliogabalo, il periodo di Alessandro fu gravato da notevoli minacce militari. Nonostante i gravi disordini nell’esercito e senza l’adeguata esperienza militare, Alessandro e sua madre si spostarono ad est, per affrontare le crescenti tensioni all’interno delle provincie orientali e giungendo ad Antiochia nel 231 d.C.

Il Re persiano Artaserse aveva rovesciato il Re partico Artabano V, assumendo il potere completo: la sua aggressiva politica estera era diventata una seria minaccia per i confini orientali di Roma.

Nonostante una rivolta in Egitto e senza avere il totale sostegno del suo esercito, Alessandro Severo decise coraggiosamente di lanciare una assalto direttamente contro Artaserse.

I comandanti romani scelsero di condurre l’offensiva su tre fronti: una parte dell’esercito si spinse nel nord dell’Iran, una seconda si spostò lungo l’Eufrate e nel Golfo Persico e l’ultima puntò direttamente verso la capitale partica, Ctesifonte.

Purtroppo, l’eccessiva prudenza ed inesperienza di Alessandro e la mancanza di un attacco coordinato provocarono gravi perdite: la campagna si rivelò un fiasco. Nonostante le forze persiane non riuscirono ad avanzare ulteriormente, Alessandro tornò a Roma nel 233 d.C.

Formalmente venne celebrato il trionfo, ma in realtà il morale dell’esercito era a pezzi e Alessandro ne uscì con una reputazione gravemente danneggiata: l’imperatore veniva etichettato come “codardo” in tutti gli ambienti militari.

Con ancora meno supporto, Alessandro e sua madre decisero di attraversare il fiume Reno per combattere le tribù germaniche, che avevano attaccato e saccheggiato le fortificazioni romane nella Gallia orientale. Di nuovo Alessandro entrò in guerra senza un piano definito e senza il totale rispetto dell’esercito.

Gli insuccessi militari, i tagli alle retribuzioni dei soldati e la politica volta ad accontentare i senatori a discapito dell’esercito, spinsero i pretoriani a cercare un nuovo imperatore. Lo individuarono nella figura di Massimino il Trace, il primo di quello che gli storici chiamano “imperatori da caserma”.

Lo storico Erodiano scrive

“I soldati si risentirono amaramente di questa ridicola perdita di tempo. Secondo loro, Alessandro non aveva alcuna intenzione di perseguire la guerra e preferiva le corse dei carri e una vita agiata, quando invece avrebbe dovuto combattere i Germani per la loro insolenza.

La fine di Alessandro

Nella primavera del 235 d.C Massimino ricevette la Porpora, simbolo dell’autorità Imperiale direttamente dalle sue truppe, che si spostarono rapidamente verso l’accampamento di Alessandro.

Quando Alessandro vide ciò che era accaduto fu preso dal panico e fu completamente sbalordito dalla notizia inaspettata. Si precipitò fuori dalla tenda imperiale come un uomo devastato, piangendo, tremando e delirando compro Massimino per essergli stato infedele.

Alessandro e sua madre furono assassinati e, secondo alcune fonti, i loro corpi restituiti ai familiari Roma.

Nella “Historia Augusta” si legge: “Coloro che l’hanno ucciso erano soldati, i quali lanciarono molti insulti contro di lui, trattandolo come un bambino guidato da una madre invadente, avida e gelosa. Alessandro visse tutta la sua vita secondo il consiglio della madre, che venne uccisa con lui“.

Il nuovo imperatore, Massimino il Trace, non ebbe mai tempo di mettere piede a Roma. Sfortunatamente la lotta per il titolo imperiale era arrivata a livelli di instabilità drammatici.

Dopo la morte di Alessandro, si aprì infatti “l’anno dei sei imperatori.” Sarebbero passati alcuni mesi prima che Gordiano III riuscisse a sedersi, senza opposizioni, sul trono imperiale.

Articolo originale: Alexander Severus di Donald L. Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli

Il Senato romano. Storia, funzioni, caratteristiche

Il Senato Romano era una delle più importanti espressione della politica di Roma antica.

Composto dai magistrati più esperti della città e dalla elìte della società, nonostante in teoria avesse solamente una funzione consultiva, esprimeva la posizione della parte politica dominante e più ricca di Roma, la quale era in grado di indirizzare in modo determinante le scelte della comunità.

Di fondamentale importanza e centro assoluto del potere durante il primo periodo della Repubblica, il Senato continuò ad avere una funzione anche nel periodo alto imperiale, sebbene in misura sempre minore, fino al passare dei decenni, dove il ruolo dell’esercito e la corruzione dei membri lo rese un guscio vuoto, una assemblea puramente simbolica e ormai inerte.

Il Senato della Repubblica

I romani utilizzavano il nome “Senatus” per definire la loro assemblea di governo più importante. La parola Senato deriva da “Senex“, vecchio, termine che nel mondo romano aveva un’accezione positiva di saggezza e di esperienza.

I membri venivano chiamati anche “padri” e questa non casuale scelta dei termini dimostra chiaramente che il Senato era un organo progettato per fornire una guida ragionata ed equilibrata alla politica romana e al suo popolo.

Secondo la tradizione fu addirittura il fondatore di Roma, Romolo, a creare il primo “Consiglio del Re” o Senato, formato da 100 membri: il suo ruolo era di fornire pareri utili per il sovrano. Ma si sa molto poco della sua reale funzione durante tutto il periodo monarchico.

All’inizio della Repubblica, è probabile che il Senato fosse un gruppo consultivo utile ai magistrati e che il suo potere si sia accresciuto durante il tempo, mano mano che questi, una volta terminato il loro mandato, confluivano in un gruppo che rappresentava, di fatto, i “migliori” della società.

La lista dei membri del Senato veniva compilata ogni cinque anni dai Censori, anche se in linea di massima i senatori mantenevano il loro ruolo per tutta la vita, a meno che non avessero commesso un atto disonorevole.

Si andò così delineando una nuova e potente “unità politica” che avrebbe dominato il governo Romano per tutto il periodo della Repubblica.

La funzione formale del Senato era quella di consigliare i magistrati, Consoli, Censori, Questori, Edili e così via in merito alle decisioni più delicate ed importanti.

I pareri del Senato erano particolarmente importanti in quanto espressi da senatori che erano ex magistrati, dotati di grande esperienza di governo e di influenza politica. Per questo, molto raramente i pareri del Senato, durante l’epoca repubblicana, potevano rimanere inascoltati.

L’ultima parola doveva sempre essere quella dei comizi, ovvero le assemblee legislative, ma nei più delicati momenti di guerra o di pericolo, il Senato emanò decreti di emergenza con validità immediata, necessari a proteggere lo stato.

Il Senato divenne sempre più influente su questioni militari e di ordine pubblico e nel corso dei decenni decise su questioni come la politica interna, compresi i temi finanziari e religiosi, formulando delle proposte che le assemblee popolari avrebbero potuto discutere.

Era determinante anche per la scelta della politica estera, che si concretizzava nell’ascolto degli ambasciatori stranieri, nella decisione sulla dislocazione territoriale delle legioni, nella creazione di nuove province e nella ratificazione dei loro confini.

Il Senato interveniva inoltre in tutti i casi in cui vi erano dubbi o mancanze interpretative nel diritto o qualora fossero necessarie delle riforme di ampia portata che necessitavano di una visione strategica di ampio profilo.

Questa assemblea politica aveva inoltre il potere di concedere ai generali e agli uomini più potenti di Roma alcune gratificazioni: dalla “ovazione“, ovvero il consenso ad attraversare la città con una toga e una corona riccamente decorata per ricevere i complimenti dei passanti e dei propri clienti, al “Trionfo” una celebrazione su vasta scala con giochi e festeggiamenti che si potevano protrarre per diversi giorni, dove il generale vittorioso entrava in città su una biga trainata da due cavalli bianchi.

Lo svolgimento delle sedute

Il Senato si incontrò, durante la sua lunga storia, in diversi luoghi di Roma, ma le assemblee dovevano sempre tenersi all’interno di un luogo sacro, per ottenere la benevolenza e la protezione degli Dei durante le decisioni.

Per questo, il Senato si radunava principalmente nella Curia, un piccolo edificio pubblico a Roma dedicato ai solenni compiti dei Senatori.

La prima fu la Curia Hostilia, utilizzata durante la monarchia, seguita dalla Curia Cornelia, costruita da Silla nel periodo repubblicano, e la Curia Giulia, costruita da Cesare, terminata da Augusto e utilizzata fino alla fine dell’impero. Curiosamente, le sessioni del Senato erano aperte al pubblico, che attraverso una piccola porta laterale poteva ascoltare l’evolversi del dibattito.

I senatori erano generalmente guidati dal Princeps Senatus, un personaggio di particolare rilievo considerato il membro più eminente, che aveva il diritto di aprire i dibattiti e parlare per primo, il che costituiva un importantissimo vantaggio per influenzare i colleghi.

È ampiamente dimostrato che il Senato non era composto solamente da membri della classe patrizia aristocratica, anche se costoro rappresentavano certamente la maggioranza, ma anche da alcuni uomini di origine provinciale, i quali potevano partecipare e intervenire durante le sessioni del Senato.

Ogni attività veniva puntualmente registrata negli atti che venivano poi conservati in un archivio pubblico chiamato Tabularium.

Essere un Senatore portava consentiva di godere di importanti privilegi, da benefici fiscali e legali, al diritto ai posti migliori nei festival e nei giochi pubblici, fino a simboli visibili come il permesso di vestire una toga con una striscia viola (il latus clavus), indossare un riconoscibile anello senatoriale e calzare delle scarpe speciali.

Ma vi erano anche restrizioni: un senatore non poteva lasciare l’Italia senza l’approvazione del Senato o avere ai suoi ordini un numero significativo di soldati o schiavi armati.

Nel III secolo a.C il Senato era composto da 300 membri e dopo le riforme di Silla nell’81 a.C il numero salì a circa 500 senatori. Ma la quantità aumentò ulteriormente nel periodo di Giulio Cesare, che nelle riforme portate avanti verso la metà del I secolo a.C. premiò i suoi sostenitori e clienti, anche di origine provinciale, portando il Senato di Roma allo straordinario numero di 900 partecipanti.

Fu invece Augusto, primo imperatore, a ridurre la quota a 600.

Il Senato da Augusto al Dominato

Il Principato di Ottaviano Augusto rappresentò un’importante svolta per tutto lo stato Romano e dunque anche per il ruolo del Senato.

L’imperatore era la massima autorità militare, con il compito di proteggere lo Stato e di garantire il funzionamento di tutti gli aspetti della vita politica romana, mentre il Senato avrebbe dovuto verificare e approvare il suo operato.

Ma nella realtà, Augusto creò un consiglio privato composto da amici e da senatori fedelissimi, che prendeva di fatto tutte le decisioni più importanti, mentre il resto del Senato, a cui accedevano solamente personalità in linea con il pensiero di Augusto, si limitava a ratificare quanto già deciso privatamente dal “Princeps”.

Alla morte di Augusto, si creò un nuovo equilibrio di forze tra l’imperatore, che cercava di diventare sempre più indipendente, e il Senato, che mirava a spostare su di sè l’asse del potere.

Il Senato fu ancora un organo influente almeno per tutto il periodo alto imperiale. I senatori continuavano a discutere per approvare o disapprovare le azioni dell’imperatore e controllavano questioni importanti in materia militare, fiscale e religiosa, oltre a nominare i governatori delle province che non erano sotto il diretto controllo dell’imperatore.

Per atti come corruzione, estorsione e crimini contro il popolo, inoltre, il Senato poteva decidere e i suoi decreti non potevano essere annullati.

Molti componenti delle prime dinastie di imperatori dovettero impegnarsi per ottenere la benevolenza dei senatori e spesso furono proprio congiure organizzate da loro a portare i pretoriani ad uccidere gli imperatori, come accade con Caligola, o Nerone.

Poi, con il passare dei decenni, l’asse del potere si spostò decisamente. Dal momento che la nomina dei nuovi imperatori passava attraverso la forza militare e sempre più spesso erano le legioni a scegliere i successori, il Senato iniziò mano mano a subire passivamente le scelte che venivano compiute sui campi di battaglia.

Con il tempo, il Senato divenne l’espressione “dell’opinione” dei più ricchi di Roma, ma perse il suo ruolo dominante nella politica. Molte volte incapace di controbilanciare il potere dell’imperatore o di impedirne gli eccessi, la situazione degenerò definitivamente con l’inizio del “Dominato“, che alcune scuole di pensiero fatto partire con l’arrivo di Settimio Severo e gli imperatori soldati e altre secondo cui coincide con l’elezione dell’imperatore Diocleziano.

Durante il dominato, l’impero viene spesso “acquistato” con il denaro dai nuovi imperatori, che si garantiscono l’appoggio dei pretoriani e dell’esercito, e trattato come una vera e propria proprietà privata.

Il Senato, in questa fase, diventò semplicemente un guscio vuoto, dove erano iscritti i membri più ricchi di Roma, completamente interessati alla patetica difesa dei loro privilegi e senza alcun reale intervento per il benessere dello Stato.

Il Declino del Senato di Roma

All’atto pratico, furono le riforme di Diocleziano e di Costantino a privare il Senato della sua storica funzione.

Diocleziano, resosi conto che era necessario istituire quattro nuove capitali nei punti più delicati dell’impero, abolì la centralità del Senato Romano e della stessa città di Roma, che rimase la capitale “morale” dell’impero. Inoltre iniziò a trasferire molti incarichi finora appannaggio dei senatori al rango degli equestri o dei militari, per assicurarsi una più veloce gestione della burocrazia.

Costantino, più tardi, arrivò a fondare una nuova capitale a Costantinopoli, odierna Istanbul, replicando addirittura i riti fondativi di Roma.

Il Senato Romano rimase così un’antica e simbolica assemblea che si occupava di questioni locali e che molto spesso non venne nemmeno considerata degna della presenza dell’Imperatore.

In realtà, il Senato Romano sopravvisse persino allo stesso Impero, anche dopo la caduta della parte occidentale: mano mano si avviò a diventare una specie di “club” degli aristocratici più ricchi di Roma, senza recuperare mai più il potere e il prestigio di cui aveva goduto nei secoli centrali della Repubblica.

Articolo originale: Roman Senate di Mark Cartwright (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Andrea Finzi

Tiberio. L’Imperatore abile e scontento

Tiberio fu imperatore romano dal 14 al 37 d.C. Figlio adottivo dell’imperatore Ottaviano Augusto, Tiberio non aspirava a seguire le orme del suo patrigno e la sua successione fu determinata prevalentemente dall’intervento di sua madre Livia.

Il suo regno durò complessivamente 23 anni, ma fu un percorso particolarmente difficoltoso, caratterizzato dall’inevitabile confronto con la grandezza del predecessore, dalle continue intrusioni di una madre prepotente, fino ad un esilio autoimposto dove Tiberio diresse a distanza l’impero, angustiato e depresso dagli intrighi di palazzo.

La successione di Augusto e l’odio verso la madre

Tiberio Giulio Cesare Nacque nel 42 a.c. da Tiberio Claudio Nerone e da sua moglie Livia Drusilla.

Il loro matrimonio fu però difficile: la famiglia fu costretta a vivere in esilio a causa delle opinioni del padre di Tiberio, fortemente critiche nei confronti dell’imperatore Augusto.

Lo storico Svetonio scrive, nella sua vita dei dodici Cesari: “La sua infanzia e giovinezza furono afflitte da difficoltà, perché Nerone, suo padre, e Livia subivano la contrarietà di Augusto.”

Quando il giovane Tiberio aveva quasi 4 anni, i suoi genitori divorziarono. Il padre sarebbe morto 6 anni dopo, e sua madre si risposò proprio con Augusto, il nemico del suo ex marito.

Nel 39 a.C, Augusto e Livia si sposarono. Il matrimonio rappresentò un’opportunità per Tiberio di essere inserito nella linea di successione al trono imperiale, ma per la verità, in un primo momento Tiberio non era il favorito di Augusto. L’imperatore riponeva infatti tutte le sue speranze sui nipoti, Caio Cesare e Lucio Cesare, avuti dalla sua unica figlia, Giulia.

Tiberio, per cercare di aumentare la possibilità di ascesa al trono imperiale, fu costretto a divorziare, per ordine di Augusto, della sua amata moglie Vipsania Agrippa, figlia dell’ammiraglio e braccio destro di Augusto, Marco Agrippa, e a sposare la figlia di Augusto, Giulia nel 12 a.C.

Tiberio detestava la sua nuova moglie, la quale aveva un comportamento sfrontato e libertino, ma fortunatamente per lui, la reputazione di Giulia cadde talmente in basso, che lo stesso padre Augusto fu costretto ad esiliarla.

Nel 14 d.C Giulia morì, Gaio Cesare cadde in battaglia e Lucio venne meno per malattia. Questa drammatica serie di improvvisi decessi aveva messo Tiberio in una posizione di vantaggio per la successione al trono, anche se fino all’ultimo Augusto non dimostrò alcun entusiasmo per la sua figura. Al contrario, la madre Livia vedeva concretizzarsi i suoi piani, dal momento che il figlio era rimasto l’unico candidato papabile per la successione.

Nonostante ne fosse profondamente scontento, Augusto non vide altra soluzione che adottare Tiberio come suo figlio, quando quest’ultimo aveva 40 anni compiuti, e prepararlo a succedergli.

La madre di Tiberio, negli ultimi anni di vita di Augusto, continuava a coltivare i piani più complessi per assicurare il trono al figlio. Lo storico Cassio Dione scrive:

“Ai tempi di Augusto, Livia ebbe una grande influenza e andava dichiarando che era stata lei a rendere Tiberio Imperatore. Per questo, non si accontentava di governare assieme al figlio, ma desiderava avere la precedenza su di lui”

Tuttavia, l’influenza della madre non durò a lungo. Quando Tiberio accettò, con riluttanza, la carica di imperatore, Livia fu rimossa dagli affari pubblici e le fu persino vietato di organizzare un banchetto in memoria di Augusto.

Tiberio si astenne per il resto della sua vita dall’intessere nuovi rapporti con la madre. Quando Livia era in procinto di morire, all’età di 86 anni, Tiberio non le fece visita durante la malattia, nè si spese molto per organizzare il suo funerale.

Si astenne dal tenere un discorso in suo onore, se non per una breve orazione pubblica imposta dalle circostanze e dalla tradizione, e addirittura se ne andò anzitempo dal funerale con la scusa che alcuni affari importanti richiedevano la sua attenzione.

Un imperatore scontento e la rivalità con Germanico

Il fatto che Tiberio non avesse mai voluto diventare imperatore era evidente. Si era sempre tenuto al di fuori dell’arena politica, preferendo i campi di battaglia, dove era particolarmente efficiente.

Era stato un eccellente generale, prestando brillantemente servizio in Germania e ricoprendo il ruolo di governatore della Gallia.

Addirittura, quando ancora Augusto era in vita, nel 6 a.C decise di andare in esilio sull’isola di Rodi, forse per sfuggire dall’imbarazzo che le provocava la moglie Giulia, e tornò a Roma solamente nel 2 d.C, dopo aver ottenuto il permesso di Augusto.

Nonostante questo, i primi anni del regno di Tiberio furono abbastanza positivi. Evitò di accentrare su se stesso un eccessivo potere e rispettò l’autorità del Senato. Tiberio era un patrizio di buona educazione che parlava correntemente il greco, ma aveva una natura molto particolare.

Durante le varie conversazioni non si riusciva mai a capire che cosa desiderasse veramente, e molto spesso sembrava approvare decisioni sulle quali invece non era per niente d’accordo.

Alcuni lo consideravano avaro, altri modesto, e iniziò, senza terminare, diversi lavori pubblici, che saranno completati in seguito da Caligola.

Un possibile pericolo alla autorità di Tiberio come imperatore fu rappresentato da Germanico Giulio Cesare, figlio adottivo di Tiberio, su richiesta di Augusto, e generale vendicatore della disfatta di Teutoburgo, che ottenne una straordinaria vittoria nella piana di Idistaviso e sul Vallo Angrivariano contro gli stessi uomini che avevano annientato tre legioni, 14 anni prima.

Germanico avrebbe potuto seriamente mettere in crisi l’autorità di Tiberio, soprattutto perché continuamente sobillato dalla moglie Agrippina Maggiore, ma la sua ultima decisione fu quella di confermare fedeltà a Tiberio contribuendo alla stabilità dell’impero.

Nonostante la fedeltà di Germanico, Tiberio prese una decisione fondamentale: abbandonare la Germania e annullare ogni tentativo di riconquista, per stabilizzarsi, come già aveva indicato Augusto, sul Reno. A questa decisione contribuirono più fattori: il rispetto delle volontà di Augusto, la necessità della sicurezza del confine settentrionale senza spendere troppe risorse, e la probabile volontà di interrompere l’inarrestabile catena di vittorie di Germanico.

Dopo il trionfo per le vittorie in Germania, Germanico fu inviato da Tiberio in Oriente, dove morì improvvisamente dopo una breve malattia nel 18 d.C. La vedova, Agrippina Maggiore, tornò rapidamente a Roma, facendo capire che era stato Tiberio ad aver condannato il marito a morte, dando istruzioni al governatore della Siria, Gneo Piso, di ucciderlo.

L’opinione pubblica cominciò ad innervosirsi e Piso venne convocato nella capitale per essere messo sotto processo. Nonostante non ci fossero prove sufficienti per condannarlo legalmente, Piso venne costretto a suicidarsi.

Agrippina continuò ad intessere trame familiari per garantire la successione al trono imperiale ai suoi figli: Nerone Cesare, Druso Cesare e Gaio Giulio Cesare, il futuro Caligola. Ma i contendenti alla successione fecero una brutta fine: Druso venne imprigionato fino a morire di fame e Nerone fu assassinato. La stessa Agrippina, divenuta una spina nel fianco per Tiberio, venne esiliata e portata alla morte, sempre per fame.

Caligola e le sue sorelle, troppo piccoli per rappresentare un pericolo concreto agli occhi di Tiberio, crebbero invece assieme all’imperatore nella sua villa di Capri.

La morte di Germanico e la serie di intrighi che mettevano in discussione il suo potere, cambiarono profondamente la personalità di Tiberio.

Secondo Cassio Dione, Tiberio divenne sempre più crudele verso coloro che erano sospettati di complottare  e molti schiavi furono torturati per farli testimoniare contro i loro stessi i padroni e scoprire le macchinazioni contro di lui. 

Come spiega Dione, “molto spesso Tiberio fingeva di compatire coloro che venivano torturati e puniti ma in realtà manteneva un forte rancore nei loro confronti, anche dopo averli perdonati pubblicamente.

E secondo Svetonio: “Tiberio fece tante cattive azioni con il pretesto di riformare la morale pubblica, ma in realtà si trattava di un morboso piacere nel vedere la gente soffrire“.

Il Governo di Tiberio

Il governo di Tiberio fu improntato a conservare le riforme di Augusto senza particolari tendenze al rinnovamento. Consapevole dell’importanza del Senato e dei pericoli che potevano derivare da un rapporto conflittuale con i senatori, Tiberio consultò spesso colleghi eminenti prima di prendere decisioni in qualsiasi ambito e consentì ai senatori un’ampia libertà di movimento politico e di decisione per garantirsi la loro collaborazione.

Uno dei provvedimenti più interessanti ma ambigui di Tiberio fu l’approvazione della “lex de maiestate” che prevedeva la possibilità di perseguire chiunque avesse “arrecato offesa al popolo romano”.

Si trattava di una norma molto vaga che esponeva gli amministratori, i cittadini ma anche i responsabili di sconfitte militari ad un possibile condanna.

Eccellente il suo lavoro come gestore finanziario: in pochi altri casi le casse dello Stato Romano furono floride come con Tiberio. Il segreto di questo successo fu nell’affidamento del patrimonio dello Stato a funzionari di grande preparazione ed esperienza. Le leggi di Tiberio furono efficaci anche nel calmierare la crisi agraria e finanziaria che derivava da una minore circolazione della moneta.

Addirittura istituì con i propri risparmi personali un fondo di 100 milioni di sesterzi che poteva essere utilizzato dai meno abbienti per ottenere finanziamenti senza interessi fino a 3 anni, a patto che avessero da dare in garanzia dei terreni con valore doppio rispetto a quanto richiedevano.

Buoni risultati anche sul governo delle Province: Tiberio mirò a prorogare il mandato, anche oltre la norma, agli amministratori che si dimostravano abili e onesti.

Inoltre, uno dei principali problemi delle province era dato dalla tendenza dello Stato Romano ad appaltare l’esazione delle tasse al ceto dei Cavalieri, che anticipavano il denaro e si rifacevano sulle popolazioni dei provinciali. Imponendo dei tetti alle tasse che si potevano esigere nelle province, Tiberio scongiurò rivolte e contestazioni, garantendo un buon periodo di pace.

Il pericolo del prefetto del pretorio, Seiano

Con il passare degli anni, Tiberio fece sempre più affidamento sui consigli del prefetto del Pretorio, Seiano. Visto da molti come spietato e ambizioso, Seiano puntava a diventare il nuovo imperatore, ma commise un errore fatale, facendo decisamente il passo più lungo della gamba.

Il figlio di Tiberio, Giulio Cesare Druso, era sposato con una donna di nome Livillia. Seiano, che vedeva Druso come un rivale, intrecciò una relazione con Livillia e con la sua collaborazione diede la morte a Druso nel 23 d.C, somministrandogli un potente veleno.

Dopodichè, su pressanti richieste di lei, Seiano divorziò dalla propria moglie e abbandonò i suoi figli, chiedendo il permesso a Tiberio di risposarsi con Livillia. Ma Tiberio, che fiutava il complotto, negò il consenso.

Seiano, che nel frattempo aveva imbastito una considerevole forza militare di 12000 pretoriani, ritenne di poter forzare la situazione e nel 31 d.C, nonostante il divieto di Tiberio, annuncio il matrimonio con Livillia.

A questo punto, la madre di Livillia, Antonia minore, scrisse all’imperatore e lo informò del pericolo rappresentato da Seiano e confidò di temere per la vita del piccolo Caligola, ancora indifeso. Tiberio, abbandonando la sua villa di Capri, tornò in tutta fretta a Roma per partecipare alla seduta del Senato durante la quale Seiano fu accusato di complottare ai danni dell’ Imperatore.

Dopo un breve dibattito, Seiano fu giudicato colpevole e condannato a morte: fu strangolato e il suo corpo dato in pasto ai cani. Anche i suoi figli e i suoi sostenitori politici, vennero spietatamente giustiziati, mentre Livillia, fu rinchiusa e fatta morire di fame, severamente controllata dalla stessa madre.

La fine di Tiberio

Negli ultimi anni del suo regno, Tiberio divenne sempre più paranoico e avviò un numero crescente di processi per sospetto tradimento.

Si fece più solitario, rimanendo confinato nella sua villa di Capri dove morì nel 37 d.C, all’età di 77 anni, presumibilmente per mano del nuovo prefetto della guardia pretoriana, Nevio Sutorio Macor.

Dopo aver saputo della sua morte, il popolo, secondo Svetonio, urlava “Al Tevere, con Tiberio“. Laconicamente, Cassio Dione scrisse. “Così Tiberio, che possedeva un gran numero di virtù e un gran numero di vizi, morì in questo modo, il 26esimo giorno di marzo”.

Articolo originale: Tiberius di Donald L. Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Alessandro Giusti