Le insegne militari romane erano un elemento fondamentale per ogni legione.
Le insegne militari rappresentavano il popolo romano sul territorio, fungevano da punto di riferimento durante la battaglia, ma aveva anche un profondo significato religioso, cosa che portò ad avviare delle intere campagne militari per il recupero dei simboli perduti o rubati dai nemici.
Le insegne militari romane
Le insegne militari erano costituite da un gagliardetto, una piccola bandiera o uno stendardo attaccato sulla sommità di un lungo bastone o palo, che identificava una legione romana di fanteria o di cavalleria.
L’oggetto posizionato più in alto nelle insegne era di norma un simbolo. Solitamente era quello di un animale, come il serpente, il cinghiale, il lupo, il cavallo o il Minotauro, anche se il più famoso, specialmente dopo la riforma di Caio Mario, era certamente l’aquila.
Ma oltre ad un animale poteva anche essere rappresentata l’immagine dell’imperatore, oppure una mano aperta, che simboleggiava la lealtà dei soldati e la fiducia che avevano nei confronti del loro comandante.
Molto spesso, immediatamente al di sotto del simbolo vi era la scritta “Senatus Populus Que Romanus”, ovvero “Il Senato e il Popolo di Roma”. Si trattava di un elemento non secondario.
Rappresentava il concetto secondo il quale i legionari non combattevano solamente per loro stessi, ma in quel momento erano la personificazione dell’intero popolo di Roma che stava esportando la civiltà e la romanizzazione in un nuovo territorio del mondo.
Altri elementi posizionati immediatamente al di sotto del simbolo, aiutavano a comprendere il tipo di unità (Legione o Coorte) alla quale apparteneva quella specifica unità di uomini. Questo permetteva ai legionari di riconoscere i rispettivi reparti, ma anche ai generali, di comprendere il posizionamento e il dispiego della legione sul territorio con notevole rapidità, tramite la sola osservazione delle insegne visibili.
La funzione delle insegne durante la battaglia
Le insegne militari svolgevano una funzione fondamentale anche durante la battaglia e il combattimento contro il nemico. In una situazione estremamente caotica, piena di grida, di attacchi ripetuti, e di fendenti che in ogni momento potevano colpire il legionario, le insegne militari rappresentavano un insostituibile punto di riferimento per ricompattarsi con i propri commilitoni e non perdere la coordinazione.
Quando ad esempio era necessario che gli uomini ritrovassero compattezza, si era soliti procedere ad uno squillo di tromba ben codificato. Tutti i legionari cercavano con gli occhi lo stendardo della propria unità per ritornare il più velocemente possibile in posizione e non rimanere frastagliati ed isolati.
Anche lo stesso movimento dello stendardo era una preziosa indicazione per i soldati: spingere le insegne in avanti o da un lato o all’indietro, corrispondeva ad ordinare un eguale movimento degli uomini, ed era un metodo efficacissimo per trasmettere un’informazione ad un grande numero di legionari in pochissimi secondi.
Sempre attraverso un movimento dello stendardo, si poteva anche indicare ai soldati di cambiare la propria formazione o addirittura la tattica da utilizzare in quel momento. Si trattava probabilmente del più efficace metodo di comunicazione in un caotico campo di battaglia.
Va da sé che il portatore di insegne era un soldato di notevole abilità e di importanza che doveva certamente rimanere in prima linea, dove tutti i legionari potevano vederlo, ma che allo stesso tempo era strenuamente difeso, proprio per la sua funzione fondamentale durante lo scontro.
Il significato religioso delle insegne militari romane
Non trascurabile è anche il significato spirituale e religioso che le insegne militari rappresentavano per i legionari. I romani non eseguivano niente che non fosse in accordo con gli Dèi. Per la società romana era normale stringere continuamente dei patti con le divinità superiori, qualsiasi cosa si dovesse fare: dalla fondazione di una città, al raccolto, alla celebrazione di un matrimonio o di un processo.
Naturalmente, anche e soprattutto una campagna militare doveva essere portata avanti in accordo con gli Dei. Le insegne militari romane venivano infatti considerate come “pervase” dallo spirito del Dio che stava accompagnando i legionari. Si trattava quindi di un elemento “vivo”, fondamentale per la sopravvivenza della legione. Lo stendardo rappresentava la divinità protettrice sul campo di battaglia e andava difeso a costo della vita.
Ecco perché perdere le insegne era considerato uno smacco gravissimo, che condannava la legione ad una sicura sfortuna, giustificando addirittura intere campagne militari successive per il solo recupero delle insegne militari perdute.
Recuperare le insegne perdute: le missioni di Germanico e di Augusto
Forse la più grande spedizione militare per il recupero di insegne perdute durante una sconfitta è quella affidata al generale Giulio Cesare Germanico. Nel 9 d.C il generale romano Publio Quintilio Varo fu assegnato alla Germania.
Il generale, più un burocrate che un comandante militare, infilò una serie di errori tattici madornali e sottovalutò degli evidenti segnali di un’imboscata organizzata dal leader della tribù dei cherusci, Arminio.
Fu così che Varo, nella battaglia di Teutoburgo, perse la vita, assieme a tre legioni, completamente annientate.
Durante lo scontro, le insegne vennero rubate dai ribelli e abilmente nascoste, mentre la disfatta segnò una pesante battuta di arresto nell’espansione di Roma nella provincia di Germania.
Ebbene, quando nel 16 d.C il generale Germanico guidò le sue truppe in Germania per vendicare quella sconfitta e ripristinare l’orgoglio di Roma, uno degli obiettivi primari era esattamente il recupero degli stendardi persi diversi anni prima.
Attraverso delle campagne militari ben organizzate e spedizioni punitive estremamente violente, Germanico massacrò il maggior numero possibile di tribù come punizione per la sconfitta romana, riuscendo a farsi indicare la posizione e dunque a recuperare due dei tre stendardi persi a Teutoburgo.
La terza insegna, venne invece recuperata attraverso un’intensa attività di “intelligence” ai tempi dell’imperatore Claudio, alcuni decenni dopo, a dimostrazione di quanto fosse importante recuperare un insegna perduta, anche a notevole distanza di tempo.
Un’analoga dimostrazione può essere anche il recupero delle insegne da parte dell’ imperatore Augusto. Si trattava degli stendardi che erano stati sottratti al generale Licinio Crasso a seguito della sconfitta di Carre nel cuore della Partia, odierno Iran.
Augusto portò avanti una serie di abilissime trattative con l’impero partico per stabilizzare i confini orientali. Di nuovo, parte integrante di questo successo diplomatico fu la riconsegna degli stendardi, il che, per il popolo romano, equivalse in tutto e per tutto ad una grande vittoria militare.
Mentre a Roma il popolo si appresta a dedicarsi ai riti in onore dell’apertura del nuovo anno con il mese di marzo dedicato a Marte che segna anche l’inizio della stagione delle campagne militari, alle cerimonie di purificazione delle armi (Armilustrium) e delle trombe di guerra (Tubilustrium), qualcuno è già immerso in piena guerra e con lui il suo esercito.
Questo qualcuno è il console Marco Claudio Marcello, impegnato con il suo esercito contro le popolazioni celtiche degli Insubri.
Siamo nel mese di marzo dell’anno 222 a.C., probabilmente alle calende del mese (1 marzo) quando si svolge la battaglia di CLASTIDIVM (oggi Casteggio, nell’Oltrepò Pavese), diventando una delle più celebri battaglie della storia romana, quella che avrebbe aperto la strada alla conquista dell’Italia settentrionale.
Roma dopo la prima guerra punica e gli scontri con i celti
Uscita vincitrice dalla oltre ventennale prima guerra punica, Roma, dopo aver occupato le isole della Sicilia, Sardegna e Corsica, volge le sue forze a assicurare i propri confini.
Sulla scia delle nuove conquiste e sotto il crescente sviluppo demografico Gaio Flaminio Nepote (il Flaminio che in qualità di censore dette inizio alla costruzione della Via Flaminia, lo stesso Flaminio che cadrà contro Annibale nella battaglia del Trasimeno nel 217 a.C.), in qualità di Homo Novus porta avanti un’energica politica di riorganizzazione dei territori.
Distribuisce terre da coltivare alla fasce più debole della popolazione che aveva patito i sacrifici delle passate guerre e stanzia cittadini romani in nuove colonie al di là nei territori sottratti ai Senoni tra Ancona, Rimini e Ravenna.
Le popolazioni celtiche, tra cui Boi, Longoni, Insubri, sono ormai consapevoli delle intenzioni dell’Urbe che mira, tra l’altro a minare i rapporti tra i vari popoli del Settentrione, arrivando a concludere accordi con i Veneti e i celti Cenomani, tradizionalmente avversari degli Insubri.
E la stessa Cartagine, non piegata nella sua volontà di non lasciare a Roma il dominio del Mediterraneo, non perde l’occasione di fomentare gli animi celtici, promettendo aiuti in caso di una nuova guerra.
I Quiriti passano subito alle trattative diplomatiche con la città punica, arrivando a stipulare nel 226 a.C.il cosiddetto “trattato dell’Ebro“, con cui Roma, impegnata con i Celti, non interviene nel consolidamento del dominio nella penisola iberica a sud del fiume da parte di Cartagine che in questo modo si sarebbe disinteressata del teatro italico.
Alla vigilia della seconda guerra punica Romani e Celti, Boi e Insubri che risiedono rispettivamente a sud e a nord del Po, e a cui si uniscono i Taurini e un consistente contingente di mercenari proveniente dalla valle del Rodano, i Gesati, si scontrano nella pianura padana e nel 225 a.C. la coalizione celtica subisce una cocente sconfitta a Talamone (località Campo Regio nella frazione di Fonteblanda del comune di Orbetello, in provincia di Grosseto), scongiurando la più grave invasione dei territori italici e romani.
La politica romana fra Claudio Marcello e Fabio Massimo
Euforici per la vittoria i Romani si convincono di poter cacciare i Celti dalla pianura del Po e così si addentrano in territorio nemico. Dal 223 a.C. l’obiettivo è di penetrare e conquistare la zona transpadana e Caio Flaminio riesce a battere gli Insubri sul fiume Oglio.
Tuttavia, avversato dal Senato, tra l’altro per la sua innata avversione a trarre e rispettare gli auspici, così cari ai Romani, non riceve il trionfo e anzi viene costretto a dimettersi dalla carica di console insieme al suo collega.
L’interrex, il magistrato incaricato a subentrare è Quinto Fabio Massimo Verrucoso (che passerà alla storia come il Temporeggiatore, Cuncactor, per la sua politica attendista nel frenare le manovre di Annibale in Italia dopo le disastrose sconfitte del Trebbia , Ticino, Trasimeno, Canne) che nomina nuovo console Marco Claudio Marcello, inaugurando una lunga e proficua collaborazione volta a arginare il pericolo punico, nonché quello celtico.
Fabio Massimo e Claudio Marcello, due personalità diverse l’una dall’altra, ma sempre insieme, anche nei momenti più difficili: prudente, fermo e costante il primo, irruente, “fisicamente robusto, pronto alla mano e battagliero per natura” (Plutarco, Marcello, 9) il secondo.
Proveniente da una famiglia di origine plebea, non del tutta nuova alla gestione del potere, Claudio Marcello, nato intorno al 270 a.C, è un condottiero e un uomo d’armi da sempre, che non si è mai tirato indietro davanti a un duello e a tal fine continuamente allenato, tanto da poter vantare nessuna sconfitta nelle sfide con gli avversari.
E’ lui a spingere per la prosecuzione della guerra contro gli Insubri ostacolando i grandi latifondisti del Senato che vogliono accettare le condizioni di pace dei Celti per non dare ulteriori concessioni di terre ai piccoli agricoltori.
Con la rottura delle trattative gli Insubri arruolano 30.000 Gesati, mentre i due consoli in carica, Claudio Marcello e Gneo Cornelio Scipione Calvo (zio del futuro Scipione Africano) muovono l’assedio di Acerrae (odierna Pizzighettone, in provincia di Cremona), lungo l’Adda, piazzaforte romana caduta in mano dei Celti.
Per cercare di distogliere forze romane dalle posizioni strategiche della città precedentemente conquistate e ancora tenute con tenacia, parte dell’esercito degli Insubri, congiuntamente a un terzo dei mercenari Gesiti, al comando del re Virdomaro, si sgancia da Acerrae per scorazzare, razziando e devastando, nei territori circostanti.
La battaglia di Clastidium
I due consoli non abboccano all’amo, e, subodorando la provocazione avversaria, decidono di non togliere l’assedio ad Acerrae e seguire con tutto l’esercito gli Insubri.
Solo una parte della cavalleria e la fanteria leggera si lancia all’inseguimento dell’avversario, giunto nei pressi di Clastidium (odierna Casteggio, in provincia di Pavia), importante località degli Anamari (o Marici), popolazione ligure che, probabilmente per timore dei vicini Insubri bellicosi, già l’anno prima avevano accettato l’alleanza con Roma.
Claudio Marcello è molto fiducioso del suo esercito, costituito da cavalieri e fanti armati alla leggera e nettamente inferiore a quello celtico, e lo sprona a marciare notte e giorno fin quando non scorgono i nemici presso Clastidium, città occupata e fortificata da Flaminio l’anno precedente.
Plutarco scrive che i Galli sottovalutarono i Romani, sia perché loro stessi erano numericamente superiori agli avversari, sia per la scarsa considerazione che si aveva per la cavalleria romana, sia perché gli stessi cavalieri galli erano tra i più temuti dell’Occidente.
In ogni caso Marcello non si fa cogliere impreparato e decide di schierare i suoi su una linea lunga e sottile per coprire più ampiamente possibile il campo di battaglia (le fonti non chiariscono se al momento della imminente battaglia Clastidium fosse caduta, come sembra indicare Plutarco, o ancora resistesse al nemico, come sembra possa desumersi da Polibio).
La carica è impetuosa e tanto è il frastuono delle armi e delle grida che lo stesso cavallo di Marcello si imbizzarisce, girandosi verso i soldati che sta guidando.
Con grande sforzo riesce a riportare la sua cavalcatura nella posizione di partenza concludendo con un atto di adorazione verso il sole e gli Dei, affinché i suoi uomini interpretano la fuga del cavallo non come un cattivo augurio ma come un rito propiziatorio.
Dopo aver validamente resistito, gli Insubri e i Gesati vengono attaccati anche sui fianchi dalla cavalleria dei Romani, compiendo continue azioni di disturbo con attacchi e fughe alternate e impegnando in tal modo la cavalleria celtica, mentre la fanteria gallica impegna quella romana quasi accerchiandola.
Squadroni di cavalieri romani tornano indietro dando manforte alle truppe appiedate e attaccando ai lati la fanteria nemica.
Il duello: Claudio Marcello contro Virdomaro
Nel susseguirsi degli scontri il console Claudio Marcello viene a trovarsi difronte il re gallo Virdomaro, “un uomo che superava gli altri galli per grandezza fisica e si distingueva per l’armatura risplendente come un lampo, adornata d’oro e d’argento e nelle tempre e nei colori di ogni tipo” (Plutarco, Marcello, 7.1).
Esperto e amante dei duelli, il romano non si tira indietro e carica a sua volta il gallo con la lancia, trapassandogli la corazza e disarcionandolo per poi finirlo a terra con altri due colpi.
L’impresa compiuta ha un grande valore, in quanto fino ad allora solo altri due romani sono riusciti a uccidere un re nemico affrontandolo personalmente in battaglia, Romolo che, da leggenda, avrebbe ucciso il re dei Ceninesi Acrone e Cornelio Cosso che aveva battuto il re etrusco Tolumnio.
Marcello tocca le armi del morto e invocando Giove Feretrio consacra al dio le sue spoglie.
Ucciso il re gallo i Romani hanno ben presto ragione del nemico. Con un contrattacco poderoso la fanteria romana con l’appoggio della cavalleria che continua a tenere impegnata i scompaginati reparti della cavalleria avversaria, spingono i Galli verso il fiume (dubbi se sia il Po oppure, un piccolo corso d’acqua locale), dove in gran numero troveranno la morte, mentre molti altri verranno uccisi dai Romani.
La conquista dei territori transpadani
Plutarco affermò che “riportarono un vittoria straordinaria e meravigliosa per genere e per natura; infatti si dice che né prima né dopo mai così pochi cavalieri abbiano riportato la vittoria su un così gran numero di cavalieri e di fanti insieme” (Plutarco, Marcello, 7.5).
Nel mentre che Claudio Marcello sgomina i Celti nel pavese, il suo collega Cornelio Scipione rompe l’assedio di Acerrae e muove le sue truppe verso la capitale degli Insubri, Milano, ma qui è costretto a fermarsi, bloccato davanti nella resistenza degli assediati e dietro dal sopraggiungere di altri Galli.
Solo l’arrivo di Claudio Marcello e la notizia che i Gesati erano stati sconfitti, inducono gli stessi a tornare nelle loro terre e gli Insubri alla resa e a trattare.
Roma riesce in tal modo a estendere il suo dominio sui territori transpadani, pur lasciando ampia autonomia agli Insubri. La battaglia di Clastidium può considerarsi quindi il preludio per la conquista romana della Gallia Cisalpina, nonché il primo tentativo di unificazione della penisola italiana.
L’Urbe decreta la vittoria e il trionfo, ma a sfilare per le vie dell’Urbe sarà solo Marco Claudio Marcello (negato invece a Cornelio Scipione, sembra, per la condotta poco esemplare delle sue legioni che patirono ingenti perdite).
Nel suo trionfo il romano porta le spolia opima, le armi dello sconfitto Virdomaro, prima di consacrarle e sistemarle nel tempio di Giove Feretrio. Dopo di lui nessun’altro comandante romano sarebbe riuscito a fregiarsi di un simile trofeo.
Lo scontro diretto tra i due comandanti avversari ispirerà una delle più antiche opere della letteratura latina, la Favula praetexta di Gneo Nevio, intitolata appunto CLASTIDIVM.
Il trionfo romano era una spettacolare parata celebrativa che si teneva nella città di Roma ed era dedicato ad un comandante militare che avesse ottenuto un’importante vittoria sul campo di battaglia.
Si trattava di una delle massime onoreficenze, concessa esclusivamente dal Senato, e consisteva in un vero e proprio spettacolo di propaganda, particolarmente sontuoso, che ricordava al popolo la gloria di Roma e la sua superiorità militare su tutte le altre nazioni del mondo.
IL TRIONFO IN ETA’ ARCAICA
Le fonti ci tramandano di alcuni trionfi durante l’epoca arcaica e monarchica. Non abbiamo particolari dettagli su queste rappresentazioni celebrative, ed è probabile che questi fenomeni siano avvolti dalla leggenda, come gran parte della storia dei primi 250 anni di Roma.
Comunque, gli storici romani descrivono i trionfi del periodo monarchico come una processione dalla natura prettamente religiosa, che prevedeva l’offerta di derrate alimentari al Dio della fertilità Liber, per garantire un buon raccolto. Questa tradizione potrebbe derivare dagli Etruschi, anche se mancano delle conferme definitive.
IL TRIONFO IN ETA’ REPUBBLICANA
Nel periodo repubblicano, abbiamo invece fonti più certe. Secondo lo storico Orosio, che visse nel V secolo d.C., vi furono 320 trionfi a Roma, fino al I secolo d.C. Esiste anche un elenco, seppur abbastanza frammentario, nei Fasti Triumphales, dove furono registrati tutti i trionfi della Repubblica e che probabilmente fu esposto al pubblico per la prima volta sull’arco di Augusto del 20 a.C, nel foro romano.
In particolare alla fine delle guerre puniche, venne stabilita una procedura generale fissa per regolamentare il trionfo concesso ad un generale.
Innanzitutto il comandante, già sul campo di battaglia, otteneva delle grida di ovazione e di approvazione direttamente dai legionari che lo chiamavano con il titolo onorifico di “Imperatore“.
Il termine “imperatore”, che siamo abituati a collegare a personaggi come Augusto, Traiano o Adriano, in epoca repubblicana poteva essere attribuito anche a più persone, ovvero a generali vittoriosi che meritavano di detenere il massimo potere militare.
A questo punto, il generale inviava un messaggero ufficiale a Roma, con una tavoletta e una corona d’alloro, il simbolo della vittoria fin dai giochi olimpici della la Grecia, direttamente al Senato romano.
Se questo confermava la vittoria ottenuta sul campo e riconosceva a questo evento una importanza sufficiente, veniva concessa la cosiddetta “Salutatio imperatoria”, una specie di prima “approvazione” da parte del Senato, che permetteva alla procedura di proseguire.
Il comandante aveva ora diritto di portare un fascio littorio, costituito da un fascio di verghe e da un’ascia, il simbolo dell’autorità del magistrato, assieme ad alcune corone di alloro.
Il generale poteva marciare assieme al suo esercito verso la capitale, ma doveva rigorosamente fermarsi appena fuori dal “Pomerium”, il confine sacro della città di Roma, che nessuno poteva superare in armi.
Il generale non aveva alcuna possibilità di recarsi fisicamente verso del Senato, ma erano piuttosto i senatori che si recavano presso di lui e lo accompagnavano nel tempio di Bellona, per ascoltare la sua richiesta ufficiale di concessione del trionfo.
A questo punto, il generale richiedeva il trionfo, per sé e per i suoi soldati, adducendo le sue motivazioni e ricordando le gesta che erano state compiute sul campo di battaglia.
A volte poteva essere necessario parecchio dibattito specie se il generale aveva degli avversari politici importanti, ma per le vittorie più schiaccianti e per i generali più acclamati, il trionfo veniva concesso quasi automaticamente.
Le cerimonie del trionfo variavano di volta in volta ma molti elementi comuni diventano evidenti nel corso del tempo. In generale il trionfo impiegava un’intera giornata. Il comandante iniziava con un discorso di buon mattino: parlava davanti al Senato, ai magistrati, al suo esercito e al pubblico che correva ad ammirarlo.
La folla aveva la possibilità di salutarlo e di ammirarlo, e venivano fatte offerte agli Dei e preghiere di ringraziamento. Il generale lodava puntualmente le sue legioni e menzionava specifici soldati che si erano distinti per coraggio, concedendogli dei premi e delle medaglie al valore.
Dopo questa fase, il vincitore indossava delle speciali vesti color porpora e offriva ulteriori sacrifici agli Dei. Era questo il momento clou.
Il corteo trionfale iniziava la sua sfilata da un punto preciso, la “Porta Trionfale”, una zona di Roma che rappresentava convenzionalmente il punto di partenza dei trionfi, per poi attraversare le vie e le piazze principali di Roma lungo un percorso scelto dal comandante.
In prima fila vi erano i consoli e i politici più eminenti della città, seguiti da un impressionante numero di prigionieri prelevati dal campo di battaglia.
Molto spesso, alcuni episodi della battaglia venivano rappresentati alla folla tramite dipinti, su pannelli di legno, o attraverso vere e proprie rappresentazioni impersonate dai prigionieri di guerra.
In caso di un trionfo per una battaglia navale, spesso si utilizzavano dei becchi di navi e attrezzature nautiche, che permettevano di ricostruire i principali movimenti accaduti sul mare.
Seguivano musicisti e portatori di fiaccole per rendere più sfarzosa la cerimonia, così come il lancio di fiori e l’esibizione di animali esotici, spesso provenienti dalla regione conquistata.
Dopo di che, veniva fatto sfilare il bottino di guerra: quintali di oro e di argento, messi in bella mostra di fronte al pubblico. Seguivano i magistrati, chiamati “littori”, che portavano dei fasci adornati di foglie di alloro e, infine, arrivava il turno del comandante vittorioso.
Protagonista dello spettacolo, il vincitore era rappresentato come un Dio, e cavalcava uno spettacolare carro a sponde alte trainato da quattro cavalli bianchi. Indossava una corona di alloro e portava un ramo, sempre di alloro, nella mano destra. Nella mano sinistra, uno scettro d’avorio con l’Aquila, simbolo del trionfo di Roma.
Era accompagnato da uno schiavo il cui compito era tenere sopra la sua testa una corona d’oro, ma allo stesso tempo sussurrargli continuamente all’orecchio che nonostante tutta questa adorazione doveva ricordare di essere solamente un uomo, e non un Dio.
Dopo il carro del comandante, venivano fatti sfilare i suoi figli e gli ufficiali a cavallo.
Alchè, arrivavano le truppe, che di solito cantavano delle canzoni allegre per allontanare la gelosia degli Dei, ma molto spesso per prendere bonariamente in giro il loro generale.
Quando l’intera processione raggiungeva il tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio, il comandante trionfante poteva compiere un plateale gesto di magnanimità, liberando un paio di prigionieri.
Dopodiché, era l’ora del sacrificio di un toro e dell’offerta di alcuni pezzi pregiati del bottino di guerra in onore di Giove.
Infine gli ospiti più eminenti si sedevano ad un grande banchetto all’interno del tempio, che proseguiva per ore. Dal tardo periodo repubblicano in poi, il banchetto poteva essere generosamente offerto alla popolazione.
Al termine della festa, una folla di sostenitori ed entusiasti accompagnava il generale nella sua abitazione, assicurandosi che arrivasse sano e salvo a casa.
I TRIONFI PIU’ IMPORTANTI
Con il passare del tempo, ogni trionfo diventava sempre più grande e sgargiante. I principali trionfi dell’epoca repubblicana furono certamente quelli di Pompeo Magno, che ottenne tre trionfi nel 80, 71 e 61 a.C, uno più strabiliante dell’altro.
Questo maestro della propaganda commemorativa arrivò persino a costruire il primo teatro in pietra di Roma per assicurarsi che la sua gloria fosse ricordata per i secoli a venire.
Giulio Cesare fece ancora di meglio, e costruì un intero foro dedicato alle sue vittorie, finanziando i lavori di costruzione con il bottino delle sue innumerevoli battaglie. Forse nessuno trionfo fu sfarzoso come quelli dedicati a Cesare dopo le sue ultime conquiste, con interi mesi di festeggiamenti, che superarono lo spazio più inimmaginabile.
IL TRIONFO IN EPOCA IMPERIALE
Augusto, primo imperatore di Roma e politico di levatura eccezionale, ridusse drasticamente il numero dei generali che potevano ottenere il trionfo e si assicurò che solamente la famiglia imperiale potesse essere celebrata con così tanto splendore.
L’ultimo trionfo di un personaggio non appartenente alla dinastia imperiale fu quello di Cornelio Balbo, concessogli nel 19 a.C, per le sue campagne in Africa.
Ma dopo quell’ultima occasione, i trionfi non vennero più concessi se non direttamente agli imperatori. Tanto è vero che Marco Vipsanio Agrippa, braccio destro di Augusto ma estraneo alla sua famiglia, rifiutò il trionfo nel 14 a.C.
I più grandi trionfi in epoca imperiale furono certamente quelli degli imperatori Vespasiano e di suo figlio Tito nel 71 d.C, per la loro vittoria in Giudea: in quella occasione vennero esibite le ricchezze prelevate dallo sfarzoso tempio di Gerusalemme e venne addirittura innalzato un arco di trionfo in loro onore.
Ma da quel periodo in poi, i trionfi divennero mano mano eventi sempre più rari. Nei successivi 200 anni se ne verificarono meno di 20.
Probabilmente, uno degli ultimi trionfi offerti alla popolazione di Roma fu quello del 313 d.C, in onore di Diocleziano e Massimiano dopo le loro vittorie in Africa e Britannia.
Alcuni storici considerano l’ultimo grande trionfo quello di Belisario, che sconfisse i persiani e vandali, anche se in quella occasione la processione si tenne a Costantinopoli, e non più a Roma.
COSA RIMANE DEI TRIONFI ROMANI?
Oltre alle grandi parate che rimangono nell’immaginario collettivo, anche per il contributo di Hollywood, quello che ci rimane dei trionfi è una consistente produzione architettonica.
A fianco dei trionfi venivano spesso costruiti degli interi archi monumentali, che diventavano un modo efficace e duraturo per commemorare la grandezza dei governanti e l’epicità delle vittorie militari.
A distanza di 2000 anni, gli archi di trionfo, che venivano puntualmente costruiti subito dopo queste sfarzose processioni, sono i simboli principali della vanità romana, e dominano ancora il paesaggio urbano di molte città moderne.
Articolo originale: Roman Triumph di Mark Cartwright (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Andrea Finzi
Dopo i magri successi sulla penisola italica con Roma che di fatto non perde le posizioni acquisite, né tantomeno l’interesse per la Magna Grecia, il re dell’Epiro Pirro decide di rispondere alla richiesta di aiuto delle città siciliote che volevano garantirsi la libertà contro le mire espansionistiche della potenza mediterranea di Cartagine.
Giunto in Sicilia usa lo stesso modus operandi utilizzato con i tarantini, imponendo la sua rigidità e determinazione. Ma anche in Sicilia il sovrano epirota non può dirsi al sicuro dall’Urbe, poiché quest’ultima, ben pagata da Cartagine non ratifica in Senato il trattato di pace stipulato con il console Gaio Fabricio, trattato che dava a Roma la strada libera per riaffermare la sua autorità sui popoli italici dei sanniti, Bruzi e Lucani, nonché su diverse città greche quali Crotone e Locri, pur se con la simbolica presenza di guarnigioni lasciate da Pirro.
Il sovrano diventa, diciamo, un sorvegliato speciale da parte delle stesse città siciliote che lo avevano chiamato in Sicilia e nel giro di due anni in cui i risultati sono scarsi anche sull’isola e con un esercito sempre più indisciplinato e malpagato, si vede costretto a rimettere i piedi sul suolo italico nella primavera del 275 a.C.
Pirro non è più lo stesso, sempre più consapevole di un concreto fallimento dei suoi desideri di costituire in Italia un suo regno.
Aveva pensato di trovarsi ad affrontare popoli barbari, facilmente domabili e invece ebbe a scontrarsi con un popolo, i Romani, che si era mostrato tutt’altro che docile e che in un misto di doti diplomatiche, politiche, militari, strategiche era riuscito a rivaleggiare sullo stesso piano del sovrano orientale.
Ma non tutto è perduto e Pirro decide di arrivare all’ennesimo scontro con i Quiriti. Arruola in tutta fretta un esercito tra i tarantini, rinforzando i suoi 23.000 uomini, di cui circa 3.000 cavalieri, e i suoi elefanti rimasti e si sposta per trovare il nemico.
I consoli per l’anno 275 sono Lucio Cornelio Lentulo e Manio Curio Dentato (console per la terza volte, vincitore ultimo della terza guerra sannitica, fautore della fondazione della colonia di Senigallia dopo aver battuto i Galli Senoni) che ricevono il comando delle truppe impegnate rispettivamente in Lucania e nel Sannio.
Alla notizia dell’avanzata di Pirro verso il Sannio i due consoli decidono di presidiare le vie per Roma, Lentulo quella centrale, Dentato quella più orientale, presso la città di Maleventum.
A questo punto il re dell’Epiro divide le sue forze inviando un grosso distaccamento a intercettare Lentulo e impedirgli di raggiungere il collega Dentato che, di conseguenza si trova ad affrontare il resto dell’esercito epirota (nell’ordine di circa 20.000 fanti e 3.000 cavalieri) con le sue sole legioni, per un totale di 17.000 fanti e 1.200 cavalieri, pur potendo contare sulla sua posizione favorevole, trovandosi su un’altura.
Secondo Plutarco Dentato prese tempo prima di ingaggiare battaglia al fine di potersi congiungere presto con Lentulo e ciò anche perché gli auspici (sempre richiesti prima dell’inizio di un combattimento ) erano infausti e quindi non favorevoli. Ma è più probabile, considerata la sua lunga esperienza militare, che il console, più che decidere in base ai riti propiziatori, avesse deciso in base alla situazione reale che si profilava in quel momento e la posizione del suo campo gli dava ragione.
In ogni caso l’atteggiamento dei Romani spinge all’azione Pirro che non ha voglia di aspettare: contrariamente al suo grande esempio, Alessandro Magno, che odiava attaccare di notte, decide di sfruttare il buio per portarsi in prossimità del castra romano. Consapevole delle difficoltà di una marcia notturna decide di portarsi solo parte del suo esercito, i migliori e parte degli elefanti.
Il resto delle truppe avrebbero avanzato in pianura affinché fosse avvistato dai romani all’alba (come riferisce Plutarco nel suo Pirro, XXV). E il suo collega Dionigi di Alicarnasso scrive che “era inevitabile che gli opliti, gravati da elmi, corazze e scudi e facendo la marcia per colline e sentieri non battuti da uomini, ma da capre, attraverso boscaglie e dirupi, non fossero in grado di mantenere l’ordine e fossero spossati per la sete e la fatica prima ancora che spuntassero i nemici” (Antichità romane, XX).
L’avanguardia epirota finisce per camminare talmente a lungo da fare spegnere le torce: gli uomini si disperdono e il nuovo giorno li vede ancora sulle colline prima di riuscire ricompattarsi e lontani dal resto dei compagni giù nella pianura, al libero sguardo dei romani.
Dentato coglie subito l’occasione e fa uscire i suoi legionari dal campo fortificato lanciandoli in battaglia e in poco tempo ha ragione dell’avanguardia che batte in ritirata per cercare di unirsi al grosso dell’esercito. Data la conformazione del territorio dove i due contendenti si affrontarono dovette trattarsi, più di una caccia all’uomo e all’elefante che di un regolare scontro in campo aperto.
Le sorti della battaglia saranno ancora da decidere, considerato che i Romani scendendo dalle alture si trovano in pianura, probabilmente non proprio in ordine compatto, e qui vi trovano gli epiroti nella classica formazione falangitica.
Le fonti sono alquanto scarse e non permettono una ricostruzione dei fatti che portano alla vittoria di Roma, comunque sono tali da concludere che anche questo terzo scontro non vede affrontarsi la sola legione contro la sola falange.
Il fattore determinante è nuovamente l’utilizzo degli elefanti e il loro successivo comportamento. Plutarco ci dice che fra fanti epiroti e fanti romani prevalessero quest’ultimi, mentre dove erano posizionati gli elefanti, verosimilmente sulle ali dove c’era più spazio per caricare, erano questi che avanzavano costringendo i Romani a indietreggiare (Orosio, di contro, posiziona i pachidermi in retroguardia – Le storie contro i pagani, IV).
Bravura degli elefanti o ripiegamento tattico preventivato da Dentato, sta di fatto che gli epiroti si avvicinano al campo romano, affrontando sia i legionari fuori che quelli dentro il castra, finendo per subire l’intenso lancio dei pila dagli spalti. Tra le vittime designate i conducenti degli elefanti e gli uomini nelle torrette e secondo quanto scrive Orosio furono usati “ordigni incendiari avvolti di stoppa, spalmati di pece e muniti di resistenti uncini…, li incendiavano e li scagliavano sul dorso delle bestie e all’interno delle torricelle” (Orosio, Le storie contro i pagani, IV).
I pachidermi, feriti, ustionati o senza guida, finiscono per perdere il controllo e si disperdono tra le fila epirote, seminando il panico tra i soldati.
Pirro è costretto a sganciarsi dallo scontro per evitare di subire il movimento a tenaglia dei romani di Lentulo che è ormai prossimo al campo di battaglia. Due elefanti vengono uccisi e altri otto sono consegnati dalle loro stesse guide ai legionari.
Questa volta non è una mezza vittoria per uno dei due contendenti ma una vittoria completa e decisiva, tanto che Roma decide di cambiare come segno fausto il nome di Maleventum in Beneventum.
Pirro è costretto a leccarsi le ferite e ormai, preso dallo sconforto, in lui si fa strada il pensiero di lasciare l’Italia: si ritira a Taranto e da qui si imbarca verso la Macedonia, lasciando una guarnigione al comando del figlio, un gesto per salvare le apparenze con i tarantini di un successivo ritorno, ma il sovrano non avrà nessuna intenzione di riattraversare il Mediterraneo, deciso invece a conquistare la Macedonia, cosa che riesce per poi perderla in poco tempo.
Ma il suo spirito irrequieto anela a nuove avventure e si ritrova nel Peloponneso, prima ad assaltare Sparta nel 272 a.C., su richiesta di un suo generale che aveva rivendicato il trono della città e poi si porta sulla città di Argo.
Una volta entrato in città e prima di ritirarsi, una vecchia affacciatosi dalla propria casa vede che il re sta combattendo contro il proprio figlio e staccata una tegola la lancia addosso, colpendolo alla base del collo, proprio sotto l’elmo, spezzandogli le vertebre.
Finisce così l’epoca di un condottiero, considerato in Oriente quasi alla stessa stregua del grande Alessandro.
I Romani riescono alla fine ad avere ragione di questo valente ma per certi versi inconcludente generale, ma quello che alla fine conta è che per l’Urbe è stata la proficua occasione per mettere le mani e imporre la sua influenza e autorità sulle terre del Meridione e sui popoli che vi abitano. Infatti la grande e tenace Taranto cade tre anni dopo con l’assedio portato a termine dal console Papirio Cursore il Giovane a cui è la stessa guarnigione lasciata da Pirro a consegnare la città.
Caduta Taranto l’intera Magna Grecia passa sotto Roma e le città greche sono considerate soci privilegiati. Il prestigio di Roma né esce più che rafforzato affacciandosi sul Mediterraneo come la nuova potenza da battere e presto avrebbe affrontato l’altra grande potenza dell’Occidente: Cartagine.
Siamo agli inizi dell’anno 21 d.c., sotto il principato di Tiberio, quando oltre le Alpi, scoppiò una rivolta in alcune province della Gallia, precisamente nella Gallia Belgica e Gallia Lugdunenese, oppresse da un’alta tassazione imposta dai governatori di quelle province e dalla loro crudeltà.
A capo dei rivoltosi si posero due nobili galli Giulio Floro, a capo della tribù dei Treviri e altre tribù dei Belgi e Giulio Sacroviro , alla guida degli Edui (il nome Giulio indicava una cittadinanza acquisita ai tempi di Cesare o Augusto; infatti i loro padri l’avevano ottenuta come premio per la fedeltà a Roma, servendo nelle truppe ausiliarie e ricevendo in cambio la cittadinanza romana).
Gli Edui, stanziati nell’odierna Borgogna, tra i fiumi Loira e Saône, con capitale Bibracte – in seguito Augustodunum, avevano avuto in passato rapporti amichevoli con i romani, tanto da chiederne l’aiuto contro gli Allobrogi e Arverni nel 121 a.C., e durante la guerra gallica avevano inoltre appoggiato Cesare.
Sotto l’impero divennero una civitas foederata, e ottennero, primi tra i Galli, lo ius honorum (ossia il diritto ad avere eletti dei propri senatori).
I due nobili capi, inoltre, “affermavano che tra le truppe, da quando avevano appreso la morte di Germanico (molto amato in Gallia), serpeggiava il malcontento; che era il momento opportuno per recuperare la libertà, se si considerava che il loro paese era florido mentre l’Italia era povera, imbelle la plebe dell’Urbe e solo valido nell’esercito il nerbo straniero.
Quasi non vi fu città che rimanesse indenne da quei germi di rivolta; i primi a insorgere furono gli Andecavi, poi i Turoni,…”.
L’inizio della ribellione
Con i suoi Treviri e altre tribù, Giulio Floro mise in piedi un cospicuo esercito dirigendosi verso la Silva Arduenna (l’odierna foresta delle Ardenne, tra il Belgio e e il Lussemburgo). I Romani reagirono prontamente inviando le loro legioni dalla Germania Superiore e Germania Inferiore. Alla guida di coorti della XIII Gemina, XIIII Gemina, II Augusta e XVI Gallica vi era Gaio Silio, un gallo proveniente dalla stessa città di Floro.
Silio non era più un uomo giovane, ma avendo partecipato a numerose battaglie aveva sicuramente dalla sua una notevole esperienza militare. Le truppe partirono dal castra di Vindonissa (odierna Windisch, Svizzera), giungendo in poche settimane nei pressi della Silva Arduenna, ricongiungendosi con l’esercito della Germania Superiore, comandato da Viselio Varro. I Romani circondarono ben presto i ribelli.
Floro e i suoi Galli cercarono di forzare il blocco ma furono sbaragliati dai legionari e dalla cavalleria ausiliaria. Floro riuscì a sfuggire nascondendosi, ma capito di essere in trappola si uccise, ponendo fine definitivamente alla rivolta dei Treviri e della Gallia Belgica.
Con gli Edui di Giulio Sacroviro i Romani dovettero sudare e anche parecchio.
La loro ribellione “fu più grave, poiché la popolazione era più ricca e il presidio in grado di soffocarla si trovava più lontano. Sacroviro aveva occupato la capitale Augustodunum (l’odierna Autun) con coorti armate, per aggregare i figli delle famiglie più nobili delle Gallie, che risiedevano nella città per compiere gli studi e per mezzo di essi, tenuti come ostaggi, assicurarsi l’appoggio dei genitori e dei parenti; subito distribuì ai giovani armi fabbricate segretamente.
Erano quarantamila, la quinta parte dei quali armata come i nostri legionari, gli altri con spiedi e coltelli e con le frecce usate dai cacciatori.”
I rivoltosi ebbero facilmente ragione della guarnigione ivi dislocata, aprendo la via alla razzie di provviste e di armi. Sacroviro liberò molti schiavi destinati a essere gladiatori “tutti coperti di ferro, come usa da loro. Li chiamano crupellari e non sono molto abili nel colpire, ma invulnerabili ai colpi.”.
Un esercito di ribelli e di uomini invincibili
Questi gladiatori, impiegati nelle arene della Gallia centrale, portavano una particolare armatura, simile alle loriche segmentate dei legionari, che copriva busto e spalle, ma scendeva a proteggere anche le braccia, bacino e gambe. L’elmo avvolgeva interamente la testa e ricorda gli elmi mediovali. Combattevano con spada e scudo e dovevano essere robusti, visto il peso elevato dell’equipaggiamento che indossavano.
Davanti a questa minaccia ancor più pericolosa, costituita da un forte esercito di quarantamila ribelli, capeggiati dal romano-gallo e nobile Giulio Sacroviro, Roma decise di inviare contro due legioni, la XIII Gemina e la XIIII Gemina, affiancati da numerose turmae di cavalleria.
Al comando di Gaio Silio, coprirono la distanza che li separava da Augustodunum con l’obiettivo di porla sotto assedio.
“Silio mosse alla testa di due legioni, precedute da una schiera di ausiliari; devastò i villaggi dei Sequani, che si trovavano al confine ultimo del territorio, attigui agli Edui e loro alleati in armi.
Poi si diresse su Augustodunum a marce rapide, con i signiferi in gara tra di loro; e anche i soldati semplici, frementi d’impazienza, rifiutavano il riposo consueto e le soste notturne: che guardassero in faccia i nemici e fossero visti da loro, era sufficiente per vincere.”
Arrivati nelle vicinanze della città gli speculatores riferirono al comandante romano dove gli Edui si erano disposti.
La preparazione alla battaglia
Silio decise di schierare in formazione l’esercito con la cavalleria ai lati, convinto, che pur essendo in netta inferiorità numerica (due legioni – circa 11.000 uomini – e diversi reparti di cavalleria), rispetto all’esercito avversario (sui 40.000 uomini) avrebbe prevalso per disciplina e addestramento rispetto all’accozzaglia degli avversari tra le cui fila non molti erano quelli che potevano essere considerati guerrieri e ben equipaggiati, oltre ai citati crupellarii.
Il comandante gallo, dal canto suo, schierò in prima fila per l’appunto gli impenetrabili gladiatori, con ai lati i migliori guerrieri, armati come i legionari e dietro il resto dell’esercito, armato in modo sommario. “Aveva collocato all’avanguardia gli uomini coperti di ferro, ai lati le coorti, alla retroguardia quelli semi inermi.
Egli, in mezzo ai capi, avanzava su uno splendido cavallo, rammentava le antiche glorie dei Galli e tutte le sconfitte che avevano inflitte ai Romani; quanto sarebbe stata onorevole la libertà ai vincitori, e intollerabile ai vinti subire per la seconda volta la schiavitù.
Ma non parlò a lungo…poiché si avvicinavano le legioni in formazione di battaglia e quei cittadini raccogliticci, inesperti di guerra, non avevano più né occhi per guardare né orecchie per ascoltare.
Silio al contrario, benché la speranza che si era ripromessa lo dispensasse dall’incitare i suoi, tuttavia andava gridando che era vergognoso per loro, che avevano sconfitto i Germani, marciare ora contro i Galli come se si fosse trattato di veri nemici.
Recentemente una sola coorte è stata sufficiente per vincere i ribelli Turoni, un’ala per i Treviri, e poche squadre di questo stesso esercito hanno sbaragliato i Sequani. Ora sconfiggete gli Edui, quanto più ricchi e avvezzi a gozzovigliare, tanto più imbelli, e risparmiate quelli che scappano. A queste parole si levò un grido altissimo…”.
A rompere gli indugi furono i Romani che attaccarono con la cavalleria che riuscì a portarsi dietro il nemico e la fanteria che venne a contatto con il fronte e i fianchi.
E qui entrarono in scena i Crupellarii che con le loro corazze impenetrabili fermarono i pila e i gladi dei legionari della XIII e XIIII Gemina.
I Romani non si persero d’animo e ricorsero ad armi insolite: tirati fuori dai carri dolabre, picconi e scuri attaccarono gli uomini di ferro che cominciarono a cadere sotto la furia dei legionari.
Appesantiti dalle loro stesse armature i gladiatori galli non riuscivano ad alzarsi e questa fu la loro fine, venendo calpestati dai Romani che avanzavano e uccisi dalle seconde linee.
“Gli uomini vestiti di ferro procurarono qualche indugio, perché coperti di lastre resistevano alle aste e alle spade; ma i soldati impugnarono scuri e picconi, quasi dovessero abbattere un muro e così spaccarono corazze e corpi, altri con pertiche e forconi gettavano a terra quelle moli inerti; e li lasciavano lì distesi, come cadaveri, senza che facessero il minimo sforzo per alzarsi.”.
Avuto il sopravvento sulla prima linea avversaria, formata dai gladiatori che sembravano un muro temibile e impenetrabili, e con la cavalleria che ormai aveva stretto in un fatale accerchiamento i Galli, i legionari si aprirono la strada tra le linee degli Edui.
La confusione e la paura regnò in ogni dove portando alla fuga i superstiti. Sacroviro si ritirò nelle campagne circostanti Augustodunum, ma sapendo che non vi era alcuna possibilità di fuggire o di ottenere il perdono di Roma, si tolse la vita.
La vittoria di Roma
“Sacroviro prima si rifugiò ad Augustodunum, poi, temendo la resa della città, si diresse verso una fattoria non lontana, con pochi fedelissimi. Qui si tolse la vita e gli altri si uccisero a vicenda; la casa, incendiata dal tetto, fu il loro rogo.
Allora finalmente Tiberio comunicò al Senato per lettera che la guerra era incominciata e conclusa. Non tolse né aggiunse nulla alla verità, ma disse che la vittoria si doveva al merito dei legati, fedeli e valorosi, e alle sue direttive.
Spiegò poi per quale ragione non si erano recati sul posto delle operazioni né lui né Druso; magnificò la grandezza dell’impero, tale che non sarebbe stato dignitoso per i principi partire per la sollevazione di uno o due popoli e lasciare la città dalla quale si dipartiva il governo del mondo.
Ora che non si poteva attribuire a paura, sarebbe partito per controllare personalmente la situazione e ristabilire l’ordine. I senatori decretarono voti per il suo ritorno, rendimenti di grazie ed altre cerimonie.
Solo Cornelio Dolabella, per superare gli altri, si spinse a un’adulazione forsennata: propose che, al ritorno di Tiberio dalla Campania, fosse accolto con l’ovazione.
Arrivò subito una seconda lettera di Tiberio nella quale dichiarava che, dopo aver soggiogato in gioventù genti ferocissime e aver accettato e rifiutato tanti trionfi, non si riteneva così sprovvisto di gloria da aver bisogno, ora che era vecchio, del futile premio d’una passeggiata nei dintorni di Roma.”
Della presenza di particolari gladiatori in Gallia chiamati Crupellarii ci parla Tacito nei suoi Annales.
Probabilmente anche tra i Celti d’oltrealpe erano in voga i giochi (munera per I Romani) o duelli tra combattenti – schiavi o uomini liberi -. Dalla conquista delle Gallie, ufficialmente conclusa nel 50 a.C. a opera di Giulio Cesare, erano passati 70 anni, forse pochi per affermare con assoluta certezza che la c.d. romanizzazione fosse giunta a tal punto da penetrare nelle tradizioni dei popoli d’Oltralpe, portandosi dietro, tra l’altro, la pratica dei giochi dei gladiatori.
Pertanto si potrebbe supporre che i Crupellarii fossero già presenti nella cultura celtica già prima della conquista da parte di Roma, tenendo pure in conto che nella cultura celtica i duelli rituali hanno sempre avuto un certo rilievo. Tacito ci dice che erano “uomini vestiti di ferro”.
Grazie a una statuetta in bronzo trovata a Versigny, in Francia, è possibile ricostruire l’aspetto del Crupellarius: il torace è protetto da una armature di piastre, come protezione a braccia e cosce vi sono delle segmentate articolate che permettono la mobilità degli arti, e infine una coppia di schinieri.
L’elmo ricorda quello che con cui vengono solitamente raffigurati i Templari, con l’aggiunta di una “protuberanza” simile ad un naso. Non conosciamo però le sue armi, o il suo modo di combattere gli avversari.
La cavalleria Romana era un importante elemento tattico da impiegare durante una battaglia.
Nonostante l’esercito romano avesse nella fanteria il suo pilastro, la cavalleria era in grado di fornire una copertura estremamente utile sui fianchi degli eserciti e poteva essere utilizzata come tattica d’urto per scompaginare la fanteria avversaria, per compiere accerchiamenti o inseguire il nemico durante la confusione della ritirata.
Per questo motivo, molte delle battaglie dell’epoca romana furono vinte o perse a seconda delle prestazioni dei soldati a cavallo. Sempre più impiegati nel corso dei secoli, i cavalieri si diversificarono e si svilupparono diversi tipi di cavalleria.
Breve storia della cavalleria romana
La primissima unità di cavalleria romana fu costituita da figure simil-leggendarie chiamate “trossoli“. Si trattava di un corpo di cavalieri formato da 300 uomini, costituiti direttamente dai Re di Roma nelle primissime legioni cittadine.
Il loro numero aumentò progressivamente fino a 600. Erano dotati di lance e i cavalli erano decorati e protetti da dischi di argento chiamati “Falere”.
Il Sesto Re di Roma, Servio Tullio (578 -535 a.C.), aumentò ulteriormente il corpo di cavalleria portandolo a 1800 membri.
Si trattava di soldati scelti che avevano diritto di voto nelle assemblee cittadine. Il loro cavallo e l’equipaggiamento erano forniti direttamente dallo Stato e godevano di uno status civico piuttosto elevato.
Intorno al 400 a.C, la cavalleria fu ulteriormente ampliata grazie a cavalieri che acquistavano il cavallo di tasca propria, si chiamavano “Equites Privati”, anche se non godevano degli stessi privilegi degli equites più anziani.
Nonostante questo, i membri della cavalleria ricevevano mediamente una retribuzione più alta rispetto alla fanteria. Sebbene il corpo degli equites fosse fondamentale per l’esercito, nel II secolo a.C la cavalleria italica fu gradualmente sostituita da ausiliari stranieri.
Nel I secolo a.C, ormai, erano prevalentemente gli alleati a fornire forze di cavalleria quando necessario.
Erano classificati come “Auxilia“, e formavano le cosiddette “Ali di cavalleria”. Erano fondamentalmente di due dimensioni: La “Quigenaria“, con 512 uomini, e la “Miliaria” con 768 membri.
Una truppa di cavalleria, la cosiddetta “Turma“, era composta da 30 uomini con due ufficiali e comandata da un “Decurio” ma esistevano anche coorti miste di fanteria e cavalleria chiamate “Coorti Equitate”.
In realtà, le turme di cavalleria potevano essere modificate a seconda delle esigenze, del nemico e del terreno dello scontro. Conosciamo ad esempio una Turma posizionata in Siria nel III secolo d.C che era composta da alcuni membri di cavalleria e altri cavalieri a cammello.
Il comando di queste unità rimase quasi sempre nelle mani degli ufficiali romani, con il titolo di “Praefecti“, ma nel corso dei secoli la differenza tra ausiliari e legionari regolari divenne sempre meno marcata.
La cavalleria aumentò progressivamente di importanza addentrandosi nei secoli. Specialmente nel tardo impero, quando divenne necessario pattugliare con efficacia i popoli di frontiera, sempre più irrequieti, con una maggiore mobilità delle truppe.
Dai tempi del regno di Diocleziano in poi, la cavalleria costituiva forse un terzo dell’esercito romano, ed era organizzata in unità di 500 cavalieri noti come “Vexillationes“, che controllavano le frontiere settentrionali. Tuttavia, dal V secolo d.C., il dominio militare romano iniziò a incrinarsi e l’impero subì diversi attacchi particolarmente dannosi.
In questa fase della sua storia, i romani subivano l’effetto degli arcieri di cavalleria armati alla leggera degli Unni che permisero al loro capo, Attila, di saccheggiare diverse città romane. L’uso della cavalleria sopravvisse tuttavia alla caduta dell’Impero romano, e divenne un elemento importante degli eserciti Bizantini e medievali.
Il cavallo
I romani ereditarono la conoscenza dei cavalli dai greci, ma ben presto elaborarono una serie di competenze nuove nella gestione della cavalleria, con più efficaci metodi di addestramento e attrezzature più resistenti, oltre a pratiche veterinarie che consentivano di allungare la vita degli animali.
I più apprezzati stalloni provenivano dalla Partia, Persia, Armenia, Cappadocia, Spagna e Libia. I cavalli erano selezionati dagli esperti non solo in base alla loro grandezza e prestanza fisica, ma anche a seconda del loro temperamento, alla resistenza agli ambienti estremi e alla capacità di sopportare la fame.
Venivano nutriti generalmente con l’orzo: secondo Polibio, un cavallo ne mangiava circa 1kg e mezzo al giorno.
Cavalli e cavalieri si addestravano insieme, in recinti appositamente costruiti e abbastanza lontani dai centri abitati. Si passava a lunghe marce e all’insegnamento di manovre come cariche e contro-cariche, su una vasta gamma di terreni diversi. Vi erano addirittura dei tornei, che permettevano ai cavalieri di divertirsi e di perfezionare le abilità alla guida.
L’addestramento assicurava che i cavalli fossero in grado di raggrupparsi facilmente, di non essere spaventati dall’utilizzo delle armi e dai rumori della battaglia e nemmeno dalla presenza di altri animali come gli elefanti, che il nemico avrebbe potuto schierare.
Per controllare meglio il cavallo, i cavalieri utilizzavano dei morsi che erano posti direttamente nella bocca del cavallo e collegati attraverso delle redini alle mani del cavaliere.
In questo modo, bastavano dei piccoli strattoni per ottenere una risposta immediata dell’animale, e vi sono ampie prove archeologiche che i cavalieri indossassero degli speroni per incitare l’andamento del cavallo.
I cavalli potevano essere muniti di una piccola museruola per evitare che si mordessero l’uno con l’altro quando erano in formazione ravvicinata. La sella romana, invece, era costituita da legno rivestito in pelle e aveva due corna anteriori e due posteriori, per mantenere il cavaliere in posizione, elemento particolarmente importante in un mondo in cui non erano state ancora inventate le staffe.
All’occorrenza, a questi corni si potevano appendere parti dell’equipaggiamento di un cavaliere, alleggerendolo notevolmente.
Nonostante le cure a cui erano sottoposti, i cavalli incorrevano spesso in problemi di salute: la più comune era certamente la zoppìa, in gran parte dovuta al fatto che i cavalli non erano ferrati, come accade invece ai giorni nostri.
Ma forse più dei colpi delle armi, erano pericolose le infezioni, che facevano ammalare l’animale in maniera, il più delle volte, irrimediabile.
Armi e armature del cavaliere romano
Sebbene le armi potessero dipendere da tanti fattori diversi e cambiare a seconda delle circostanze, la cavalleria romana standard indossava armature di maglia o a scaglie e portava uno scudo esagonale, piatto o curvo, ovale, rotondo o anche allungato, impreziosito da piccoli disegni beneauguranti.
I cavalieri indossavano un elmo simile a quello della fanteria, ma normalmente questi erano dotati di una protezione extra per le orecchie ed erano più decorati.
Le armi includevano una spada lunga, detta “Spatha” che poteva arrivare fino a 90 cm, o lance corte. I cavalieri potevano anche trasportare delle armi aggiuntive, come asce e mazze chiodate.
La dotazione della cavalleria tuttavia, poteva variare notevolmente. Alcuni potevano essere dotati di una lunga lancia che poteva essere scagliata all’occorrenza, mentre altri indossavano una armatura più leggera e bersagliavano il nemico con arco e frecce.
Diversa era la cavalleria pesante, costituita dai cosiddetti “catafratti”: sia il cavaliere che il cavallo indossavano armature metalliche utilizzate specialmente nelle province orientali.
Dal II al V secolo d.C., l’armatura era composta da un doppio strato di lino con scaglie di rame o ferro cucito. Il cavallo era così protetto sia sui fianchi che sul collo, ma anche la testa, il petto e le gambe erano ricoperti da una armatura in metallo o in pelle.
Il Cavaliere indossava un’armatura articolata per proteggere la schiena e il torace e spesso una maschera di metallo e protezioni ulteriori per le cosce e gli stinchi. La sua arma era il “Contus“, una lancia pesante di 3 metri e mezzo di lunghezza che richiedeva addirittura due mani per essere impugnata efficacemente.
Si trattava di una dotazione estremamente pesante, tanto che i cavalieri corazzati si guadagnarono il soprannome di “Clibanarii” che significa “uomini da forno”, facendo riferimento all’enorme calore che dovevano sopportare.
L’utilizzo della cavalleria In battaglia
I Romani impararono dall’esperienza greca, ma spesso furono surclassati da altri popoli, specialmente nel primo periodo della Repubblica e in particolare dai cartaginesi.
Ad esempio, la cavalleria numidica di Annibale contribuì ad infliggere una clamorosa sconfitta ai romani nella Battaglia della Trebbia nel 218 a.C e di nuovo al lago Trasimeno nel 219 a.C.
Asdrubale, al comando di 10.000 cavalieri celtici assieme ai 40.000 di Annibale affrontò i 6000 cavalieri e gli 80.000 fanti di Roma nella battaglia di Canne nel 216 a.C, e ottenne un successo incredibile.
Secondo Polibio, a Canne la forza di cavalleria romana fu ridotta a soli 370 sopravvissuti.
I Romani, però, migliorarono enormemente l’utilizzo della cavalleria, tanto da vincere contro lo stesso Annibale nella battaglia di Zama nel 202 a.C, anche se in quell’occasione l’utilizzo della cavalleria numidica dell’alleato Massinissa si rivelò fondamentale.
Nonostante la sconfitta subita da Marco Licinio Crasso per mano dell’abile cavalleria dei parti a Carre nel 53 a.C, la cavalleria continuò a svolgere un importante ruolo come parte dell’esercito di Giulio Cesare nelle guerre galliche.
Cesare reclutò cavalieri da ogni luogo, persino dalle stesse tribù galliche che erano passate dalla sua parte. Migliorò anche le armi, adottando delle lance con una punta su ciascuna estremità e aumentando la dimensione degli scudi dei suoi cavalieri.
La cavalleria era tipicamente schierata sui fianchi, disposta nelle loro “Turme” in tre ranghi e utilizzata per proteggere e schermare i fianchi della fanteria nelle fasi iniziali della battaglia.
Solitamente era progettata per combattere direttamente contro la cavalleria dei nemici, e in caso di vittoria, i cavalieri avevano la possibilità di attaccare lo schieramento avversario sui fianchi e sul retro, causando il suo collasso.
I cavalieri, sia in posizione che durante un attacco, si disponevano in una formazione a scaglioni, dove ogni cavallo tendeva ad essere protetto dallo scudo del cavaliere di fronte.
Nelle fasi finali della battaglia la cavalleria era in grado di inseguire e annientare l’esercito nemico in ritirata. Le manovre di battaglia erano orchestrate da alfieri e trombettieri, che tramite suoni codificati, trasmettevano gli ordini del generale.
Articolo originale: Roman Cavalry di Mark Cartwright (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli.
Nel mondo romano, solo i Quiriti erano capaci di difendersi o di agire secondo il diritto, perché solo loro potevano essere proprietari, come si diceva, dello iure Quiritium. Cosa vuol dire?
Che per gli antichi Romani, gli unici che avevano diritti erano i cittadini. Gli altri, chiamati “peregrini” avevano come unica difesa possibile quella di diventare clienti di un cittadino romano.
La cosa strana è che la parola “cliente”, indicava una persona non protetta dal diritto che si affidava al patrocinio di un cittadino romano e della sua gens, che lo rendeva titolare dei diritti.
Ma cosa è la gens? Un insieme di persone, che formalmente dichiarano una origine familiare (vagamente) comune, che li faceva riconoscere come titolari di diritti politici, magari esercitati collettivamente attraverso dei “comizi” (o assemblee politiche) detti curiati perché derivati dalle “curie” in cui erano divise le gentes.
Erano trecento e in origine votavano “per curias” cioè un voto per ognuna. Per questo, alla fine, votavano solo i capi delle curie. Caratterizzavano la Roma regia sicuramente nel suo periodo più arcaica, talche’ già nella riforma “serviana” furono in gran parte sostituite dai comizi “centuriati” su base militare.
I comizi curiati (nella loro forma ridotta) continuarono ad esistere a lungo esercitando quelle che consideriamo funzioni costitutive di poteri e potestà civili.
Competenza di questi comizi erano questioni di una certa rilevanza: Come si esercitava il potere politico? Come si gestiva una eredità? come si diventava liberti o definitivamente cittadini sollevandosi dalla condizione di schiavo? Come si veniva adottati? tenuto conto che questo era l’unico modo di cambiare il proprio status, per esempio da Patrizio a plebeo o viceversa?
Queste funzioni richiedevano l’intervento delle Curie, e dei loro comizi.
Queste si riunivano per decretare la “lex curiata de imperio” che conferiva il potere di comando, soprattutto militare, prima ai re e successivamente ai magistrati con imperio, che della giustizia erano i primi motori, in genere nominando i giudici effettivi.
Quando erano riuniti (comitia calata) potevano dichiarare le successioni, che in assenza di eredi diretti o testamentari passavano alla gens, e sempre in questi comizi si regolarizzavano le liberazioni dalla schiavitu’, si realizzavano le adozioni e il passaggio “sui iuris” (col quale si usciva dalla potestas del pater familias).
In pratica, davanti ai “comitia calata” si realizzavano quei passaggi che permettevano ai soggetti di diventare agenti attivi nel campo dei poteri civili.
Per permettere ai numerosi abitanti di Roma, magari non cittadini, ma agenti nell’ambito del commercio, dell’artigianato e di tutte le attività connesse, di trovare difesa giuridica, i Romani si inventarono un nuovo pretore, il praetor peregrinus, che alla presa dell’incarico dichiarava quali condizioni avrebbe protetto e secondo quali formule.
Quest’editto annuale costituì grande fonte delle discussioni giuridiche dei giurisperiti romani, ricordati e poi raccolti nel corpus iuris civilis di Giustiniano.
Un piccolo regno, il Ponto, affacciato sul Mar Nero, nel I secolo a.C. tenta l’espansione ai danni dei regni vicinì, arrivando a scontrarsi con la grande potenza della Repubblica di Roma.
Davide contro Golia potremmo dire ma con esiti molto più diversi. Il sovrano, un tale Mitridate VI, il Grande, inizia una aggressiva politica di conquista, arrivando ad annettere anche la provincia romana dell’Asia, non mancando di stringere alleanze con i paesi vicin, tra cui l’Armenia del re Tigrane, divenuto suo prezioso alleato (gli diede, tra l’altro, la propria figlia).
I rapporti tra Roma e il Ponto: i primi scontri
I rapporti tra il Ponto e la Repubblica sono stati sempre tesi e Mitridate lo sa bene, ma questo non lo ferma dal conquistare gli stati vicini entrando ben presto in conflitto con Roma, I decenni successivi, iniziando dall’anno 89 a.c., saranno conosciuti come guerre mitridatiche con alterne e favorevoli vicende per i due contendenti contrapposti.
In poco tempo Mitridate conquista il regno della Bitinia e gran parte dell’Asia (corrispondenti alla parte settentrionale e occidentale dell’odierna Turchia), decidendo di massacrare tutti coloro, romani o non, che parlano una lingua italica.
La battaglia di Tigranocerta e il trionfo di Lucullo
In Oriente arriva Lucio Cornelio Silla e Mitridate deve piegarsi alle sue legioni, arrivando a un accordo con il ritiro del re del Ponto dalle regioni conquistate ma al riconoscimento di “amico di Roma”. Finisce così la prima guerra mitridatica.
Tra l’ 83 e l’81 a.c. si riaprono le ostilità con il rappresentante di Roma Lucio Licinio Murena, più per ambizione personale che per necessità tattiche o strategiche.
Murena entra in Cappadocia e i primi scontri sono a suo favore. Mitridate ricorda al legato romano il trattato concluso con Pompeo, ma questi in dispregio fa svernare il suo esercito in Cappadocia, non ritirandosi. Murena non vuole neanche ascoltare l’inviato del Senato che lo intima a non molestare il re del Ponto.
Nell’indifferenza più assoluta Murena invade i territori di Mitriadate, costringendolo a riaprire le ostilità, convinto quest’ultimo che a rompere il trattato di pace sia stato lo stesso Senato di Roma.
Questa volta ad avere la meglio è il re del Ponto che riesce a cacciare i Romani dalla Cappadocia. Silla, credendo che non era corretto muovere guerra contro Mitridate, ritenendo di dare valore al trattato, invia un nuovo ambasciatore a Murena per farlo desistere dal riprendere gli scontri. Si conclude così la seconda guerra mitridatica.
Il sovrano del Ponto si sente potente, nella convinzione che i Romani non siano invincibili, nella speranza di poter costituire un vasto regno asiatico in grado di contrastare le pretese romane in quella regione e in generale nel Mediterraneo. Inizia, in tal modo, una nuova politica di espansione, portando i due contendenti alla terza guerra mitridatica, tra il 74 e il 63 a.C., conclusasi con la sconfitta e morte del re del Ponto.
E nel mentre Mitridate allarga i suoi confini e la sua influenza, Quinto Sertorio, governatore della Hiberia (Spagna), decide di staccarsi da Roma e forma un proprio governo con tanto di Senato.
Due suoi membri propongono un’alleanza al regno del Ponto. Mitridate valuta favorevolmente la proposta, in quanto lui da Oriente e Sertorio da Occidente, possono impegnare le legioni romane e il Senato romano su due fronti.
E in Oriente arriva il nuovo console Lucio Licinio Lucullo con una legione che si va a sommare alle quattro già presenti. Destinato a essere governatore della Gallia Cisalpina, la sua smania di gloria e ambizione lo portano a oliare gli ingranaggi giusti (corteggiando l’amante di un influente personaggio politico, di quelli che contano a Roma), riuscendo a farsi dare il governo della Cilicia, regione che di per sè non ha alcuna importanza per lui, ma sarebbe stata il trampolino ideale per ottenere il comando delle operazioni militari in Oriente
Verso lo scontro a Tigranocerta
Nel 74 a.c. Mitridate marcia contro la Paflagonia, per poi conquistare la Bitinia, divenuta da poco provincia romana, subendo già nell’anno successivo le prime sconfitte a opera di Lucullo che, lasciandosi dietro la Bitinia e la Galizia, sottomette nuovamente i territori romani sottratti da Mitridate.
Dopo tutta una serie successi, nel finire dell’anno 70 a.C. Lucullo riorganizza le province romane asiatiche e amministrare la giustizia, risollevando le popolazioni locali dalla pressione fiscale e dagli usurai che le hanno portate quasi alla schiavitù, La sua buona amministrazione finisce per condizionare anche le province vicine che chiedono di essere da lui amministrate e governate.
Dopo un tentativo infruttuoso di Lucullo di farsi consegnare dal re Tigrane d’Armenia, il suocero Mitridate, è inevitabile la ripresa delle ostilità. Mitridate e Tigrane decidono di invadere nuovamente la Cilicia fino all’Asia prima che ci sia una formale dichiarazione di guerra
Dopo aver offerto i dovuti sacrifici il governatore romano si dirige, secondo Appiano, con due legioni e 500 cavalieri contro Tigrane (si tratta invece di 12.000 fanti e poco meno di 3.000 cavalieri secondo Plutarco.
Lucullo attraversa l’ Eufrate e chiede ad alcuni sovrani del posto di fornirgli gli adeguati approvvigionamenti, se non vogliono essere attaccati o essere considerati nemici di Roma al pari del re d’Armenia. Terrorizzati dall’avanzata romana fino ai confini dell’ Armenia, nessuno dice a Tigrane dell’invasione in corso, anche perché sembra che il primo ad annunciarglielo, viene messo a morte.
Quando il re armeno è informato, decide di inviare contro un notevole contingente di fanteria e cavalleria e contemporaneamente rafforza le difese della sua capitale, Tigranocerta.
La città ha mura alte fino a 25 metri e larghe abbastanza da contenere delle stalle per cavalli. Nei suoi sobborghi, Tigrane vi aveva fatto costruire un palazzo reale e dei parchi di grandi dimensioni, con recinti per animali selvaggi e vasche per pesci.
Aveva inoltre eretto una grande torre nelle vicinanze. La città è inoltre popolata da molti greci che vi erano stati trapiantati, come altri, dalla Cilicia, oltre a barbari che avevano subito la stessa sorte. Tigrane attraversa l’intero paese per raccogliere un esercito sufficiente ad affrontare il generale romano.
Intanto Plutarco racconta:
“E mentre parte dell’esercito di Lucullo stava allestendo l’accampamento, ed una parte lo stava ancora raggiungendo, gli esploratori romani dissero che i nemici stavano sopraggiungendo per attaccarli
Temendo che il nemico volesse attaccare i suoi uomini, quando non erano tutti uniti e in disordine, gettandoli in uno stato ancor più di confusione, egli stesso decise di dare disposizioni per l’accampamento, mentre Sestilio, uno dei suoi legati, fu mandato alla testa di 1.600 cavalieri ed altrettanti legionari, con l’ordine di avvicinarsi al nemico ad aspettarlo, almeno fino a quando non avesse saputo che il corpo principale dell’armata romana era accampata in modo sicuro.
Ebbene, questo era ciò che Sestilio voleva fare, ma fu costretto a combattere contro Mitrobarzane, che audacemente lo attaccò. Seguì quindi una battaglia, nella quale lo stesso Mitrobarzane cadde combattendo, mentre il resto delle sue forze si diede alla fuga, venendo tutta massacrata, tranne pochi [che si salvarono].”
(Plutarco, Vita di Lucullo, 25, 3-4. spiega:
Lucullo, riuscito a sconfiggere l’esercito armeno, invia il suo legato Sestilio ad assediare Tigranocerta dove saccheggia il palazzo reale fuori le mura e vi costruisce un fossato tutto intorno alla città, ponendovi numerosa artiglieria che in parte sarà distrutta dalle frecce incendiarie degli Armeni. Tigrane, raccolto un imponente esercito, si avvia a entrare in contatto con le truppe di Lucullo
Mitridate gli consiglia di non avvicinarsi all’accampamento romano, ma di circondarlo e attaccarlo con la sola cavalleria, di devastare i territori intorno per ridurre I Romani alla fame.
La dea Fortuna aiuta Lucullo, rendendo Tigrane sordo ai consigli del suocero, tanto da indurlo a rispondere, nel vedere le ridotte forze romane: “Se (I Romani) sono qui come ambasciatori sono troppi. Se (sono qui) come nemici, troppo pochi” (Appiano, Guerre mitridatiche, 85; Plutarco, Vita di Lucullo, 27.4).
La battaglia di Tigranocerta
Lucullo, visto l’esercito di Tigrane avanzare, divide la sua armata in due parti: lascia al legato Murena il compito di continuare l’assedio di Tigranocerta con 6.000 fanti, mentre egli si dirige contro l’armata nemica, a capo di sole 24 coorti di fanteria pesante (pari a circa 10.000 armati) e con non più di 1.000 tra cavalieri, frombolieri ed arcieri.
Appiano ci racconta che Lucullo aveva individuato una collina, la cui posizione favorevole, alle spalle di Tigrane, gli avrebbe procurato un ottimo vantaggio tattico.
E così spinge il suo cavallo in avanti per attirare l’attenzione su di sé, malgrado quel giorno, il 6 ottobre (siamo nell’anno 69 a.c.), fosse considerato infausto dal calendario romano (nel 105 a.c. ad Arausio, odierna Orange, Francia, i Romani vengono massacrati dai Cimbri, calati dall’Europa settentrionale).
Alcuni ufficiali consigliano al generale di essere cauto in quel giorno poiché è un giorno sfortunato, un giorno infausto proprio perché è il 06 ottobre. Ma Lucullo, secondo Plutarco (Vita di Lucullo, 27.7), risponde così: “Trasformerò questo giorno in uno di quei giorni beneauguranti e fortunati“
Intanto Tigrane, che non ha ancora compreso cosa stia accadendo veramente, è indotto a rompere il suo schieramento, credendo i Romani in fuga.
Il re armeno, che aveva disposto la sua armata in ordine di battaglia, ne occupa egli stesso il centro, mentre all’ala sinistra e a quella destra aveva posto la maggior parte della cavalleria pesante.
Tigrane chiamato a sé uno dei luogotenente gli dice ridendo: “Non vedi che l’invincibile armata romana sta scappando?“, ma l’altro gli risponde: “Oh Re, mi piacerebbe che qualcosa di meravigioso potesse accadere alla tua buona sorte, ma quando questi uomini sono in marcia, essi non indossano abbigliamenti splendenti, e neppure usano scudi o elmi lucenti, poiché ora essi mettono a nudo le coperture di pelle delle loro armi“.
E mentre il suo sottoposto sta ancora parlando, giunge alla loro vista un’aquila romana, mentre Lucullo si dirige verso il fiume, con le coorti che si dispongono in manipoli, pronte alla traversata del fiume.
Poi, all’ultimo, come fosse stato inebetito dallo stupore, Tigrane grida due o tre volte “Sono i Romani ad attaccarci?” (Plutarco, Vita di Lucullo, 27, 5-6). “…[Lucullo] chiese ai suoi uomini di essere coraggiosi, attraversò il fiume, e si aprì la strada contro il nemico di persona.
Indossava una corazza d’acciaio a scaglie scintillanti, e un mantello con nappe, e allo stesso tempo sguainò la spada dal fodero, ad indicare che i legionari dovevano immediatamente serrare i ranghi come quando si combatte contro chi lancia i dardi da lontano, e ridurre con la massima velocità, appena dato l’ordine, lo spazio in cui il tiro con l’arco sarebbe risultato efficace.
E quando vide che la cavalleria “pesante”, su cui il re armano faceva grande affidamento, era di stanza ai piedi di una notevole collina che era coronata da un ampio spazio ad un livello superiore, e che il raggiungimento di questo era solo una questione di quattro stadi di distanza, né accidentato né ripido, ordinò ai suoi cavalieri gallici e di Tracia di attaccare il nemico sul fianco, e di parare i colpi delle loro lunghe lance con le loro spade corte.” (Plutarco, Vita di Lucullo, 28, 1-2).
Secondo la versione di Appiano, Lucullo invia con grande rapidità la sua fanteria intorno alla collina di cui prende possesso, senza che il nemico quasi se ne accorga.
E quando si rende conto che il nemico esulta, come se abbia già vinto la battaglia, ormai sparso in tutte le direzioni, con i bagagli lasciati incustoditi ai piedi della collina, esclama: “Soldati, abbiamo vinto!” e si scaglia sui loro bagagli con grande rapidità.
Plutarco (Vita di Lucullo, 28,3-4) aggiunge nella sua versione: “[…] con due coorti, Lucullo si affrettò a conquistare la collina, mentre i suoi soldati lo seguivano con tutte le loro forze, perché avevano visto che il loro comandante era davanti a loro con l’armatura, sopportando come tutti la fatica di un normale fante, e salendo lungo la strada.
Arrivati in cima, osservando dall’alto del luogo raggiunto, gridò a gran voce, “Oggi è il nostro giorno! Oggi è nostro, miei compagni!” Con queste parole, condusse i suoi uomini contro i cavalieri catafratti [armeni], ordinando loro di non lanciare i pila ancora, ma prendendo in consegna ciascun uomo, e colpendo il nemico alle gambe o alle cosce, che erano le uniche parti senza protezione di questi cavalieri catafratti.
Tuttavia, non ci fu bisogno di questo accorgimento nel combattere, poiché il nemico non si aspettava l’arrivo dei Romani, ma al contrario, con alte grida e nella maggior parte con una fuga vergognosa, si lanciarono insieme ai loro cavalli al galoppo con tutto il loro peso, oltre le file della propria fanteria, prima ancora di aver cercato anche solamente di resistere combattendo, e così 10.000 armati nemici [armeni] furono sconfitti senza aver inflitto una sola ferita o un benché minimo spargimento di sangue.”
La confusione tra le fila armene è ormai generale, con la fanteria che si trova schierata contro la sua stessa cavalleria e viceversa, generando infine una rotta completa.
Lo stesso Tigrane si dà quasi subito alla fuga, consegnando la sua corona al figlio che non volendo indossarla la diede a uno schiavo che verrà catturato e portato davanti a Lucullo, insieme al diadema che diventerà parte del bottino.
Lucullo: un generale fenomenale
Appiano racconta che nessuno dei Romani, inizialmente, si ferma a saccheggiare poiché Lucullo lo aveva proibito con minacce di severe punizioni, poi inizia il saccheggio con il permesso di Lucullo. Plutarco aggiunge che 100.000 furono i morti tra gli Armeni, quasi tutti fanti, solo cinque tra i Romani e un centinaio rimasti feriti.
E sembra che lo stesso Tito Livio abbia ammesso che mai prima d’ora i Romani erano risultati vincitori con forze pari a solo un ventesimo dei nemici, elogiando così le grandi doti tattiche di Lucullo, che era riuscito con Mitridate a sconfiggerlo “temporeggiando”, ed invece con Tigrane a batterlo grazie alla rapidità. Due doti apparentemente in antitesi, che Lucullo seppe utilizzare a seconda del nemico affrontato.
La terza guerra mitridatica si conclude anni dopo con le operazioni militari passate a Pompeo Magno. Dopo aver combattuto Roma per quasi trenta anni Mitridate VI muore nel 63 a.C., consegnando il regno al figlio Farnace, riconosciuto re da Pompeo Magn
Lucio Licinio Lucullo: si racconta di lui che, alla partenza per l’Oriente, non sapesse nulla di tattica militare, portandosi dietro dei libri per imparare e imparò presto e bene.
Aiutato da una memoria prodigiosa e da un’intelligenza evidentemente acuta, si dimostrò un ottimo comandante militare, riuscendo a convertire le proprie conoscenze teoriche (apprese in pochissimi giorni), in numerose vittorie sul campo.
Non ebbe molta fortuna, politicamente parlando, e anche i suoi modi di comunicazione con le sue truppe non lo aiutarono: impose ai soldati una ferrea disciplina militare, negò loro quasi sempre il piacere del saccheggio.
Non aveva il senso di cameratismo di Mario, o la semplicità conviviale di Pompeo, o gli slanci camerateschi di Cesare e pur avendo a cuore la vita dei soldati, non riuscì a farsi amare da loro, come non riuscì a instaurare un rapporto di armonia neppure con i suoi pari, che riteneva indegni di lui.
Ostacolato dai molti si ritirò nelle sue lussuose dimore, usando la grande fortuna che aveva accumulato durante le sue guerre in Oriente per trascorrere una vita nello sfarzo più sfrenato.
Divenne così celebre per i suoi banchetti, tanto che ancora oggi esiste in lingua italiana l’aggettivo «luculliano» per indicare un pasto particolarmente abbondante e delizioso.
L’Edile era un funzionario della Repubblica Romana che aveva il compito della manutenzione delle strade, dell’approvvigionamento di acqua e di grano della città, e dell’organizzazione di giochi legati alle festività.
Inizialmente gli edili erano scelti fra la classe più umile, quella dei plebei, e venivano eletti ogni anno dal Concilium Plebis o Consiglio della Plebe, ma dal 367 a.C vennero nominati altri due edili dalla classe dei Patrizi.
Il ruolo degli edili si è evoluto e si è notevolmente ampliato durante la Repubblica Romana: la carica di edile era parte integrante della carriera politica nota come “cursus honorum”, rappresentando un passo fondamentale nel percorso per diventare console.
Con il Principato di Augusto la carica di edile venne accorpata nel ruolo di Imperatore, e con l’ascesa dell’Impero Romano, questo ruolo scomparve lentamente.
Gli edili nel periodo della Repubblica
Con la caduta della monarchia, il popolo romano si era appena liberato dal dominio dei Re etruschi e aveva ideato una forma di governo altamente innovativa per il periodo: la repubblica.
Le famiglie aristocratiche – i patrizi – guidavano la politica romana, attraverso tre strumenti: le assemblee chiamate “Comizi centuriati“, il Senato e due magistrati con il supremo potere decisionale chiamati consoli.
I consoli erano eletti dall’assemblea e, pur mantenendo il loro mandato per un solo anno, avevano il potere di un Re.
Tuttavia, la crescita della città e l’onere di amministrare le province di nuova acquisizione lungo il Mar Mediterraneo, richiesero la nomina di ulteriori magistrati per assorbire alcuni dei poteri dei consoli.
Tra questi nuovi funzionari vi era il pretore che dispensava giustizia, il questore che si occupava degli affari finanziari e proprio l’edile che (tra gli altri compiti) assicurava la manutenzione delle strade, supervisionava l’approvvigionamento idrico e di grano e organizzava i giochi.
LE MAGISTRATURE REPUBBLICANE
Gli edili – inizialmente due e nominati dalla classe plebea – venivano eletti ogni anno dal Concilium Plebis o Consiglio della Plebe anche se nel 367 a.C, proprio per quel bisogno dei romani di ottenere un continuo equilibrio fra le cariche, vennero aggiunti due ulteriori edili scelti dal patriziato.
I compiti degli edili erano quelli della manutenzione delle strade, dell’approvvigionamento di acqua e di grano della città, e dell’organizzazione di giochi legati alle festività.
Un passo utile alla carriera politica
Sebbene si trattasse di una carica minore, l’ufficio dell’edile era spesso visto come parte integrante della carriera politica romana, e considerato un passo chiave nel percorso per diventare un console.
Normalmente, infatti, un cittadino iniziava il suo percorso come tribuno militare, arrivava alla carica di questore e poi, se era plebeo, aveva la possibilità di diventare o un tribuno della plebe o un edile, mentre se era un patrizio, poteva diventare direttamente edile, subito dopo la questura.
Svolgendo in maniera convincente il ruolo di edile, il politico romano poteva mirare a diventare un pretore, l’unico altro magistrato oltre al console dotato di potere giudiziario. Infine, con un misto di merito e di buone conoscenze, era possibile candidarsi al consolato, l’apice della carriera di un politico nel periodo repubblicano.
Anche se un edile riceveva una indennità governativa per svolgere le sue funzioni, lo “stipendio” statale non era sempre sufficiente, soprattutto se intendeva diventare console. Spesso, un edile doveva investire denaro personale o ottenere generosi prestiti per ingraziarsi i membri dell’assemblea e del senato romano, oltre che del popolo, organizzando elaborate gare di gladiatori e di giochi pubblici.
Giulio Cesare come Edile
Uno dei più importanti edili della storia romana, fu il futuro dittatore ed eroe delle guerre galliche: il 35enne Giulio Cesare. Pochi nella Repubblica Romana potevano eguagliare la sua determinazione e ambizione nell’ottenere il consolato.
Dal momento che proveniva da una famiglia patrizia, Cesare ebbe la possibilità di candidarsi direttamente alla carica: nel 65 a.C, nominato edile assieme a Bibulo, si occupò dalle riparazioni stradali, della manutenzione dei templi, del contrasto alla criminalità urbana e alla distribuzione di grano e acqua, ma il suo miglior servizio a Roma fu quello dell’organizzazione di fantastici giochi pubblici.
Prendendo in prestito denaro dal collega Bibulo e indebitandosi pesantemente, Cesare organizzò una massiccia celebrazione in onore del Dio romano Giove. Vennero organizzati sontuosi banchetti pubblici, gare con bestie selvagge, raffinate produzioni teatrali e stravaganti gare di gladiatori. Addirittura, Cesare fece arrivare a Roma da ogni parte delle province ben 320 coppie di gladiatori.
Questo suo atteggiamento mirava a conquistare la benevolenza del Popolo Romano, ma non solo. Si trattava di una mossa politica, ovvero della dichiarazione della sua intenzione di arrivare alle massime cariche della Repubblica oltre che di una presa di posizione netta dalla parte dei Populares.
Questo sfoggio di potere, infatti, preoccupò il Senato, che comprese perfettamente il “velato” messaggio di Cesare. Come ci racconta Svetonio:
“Cesare … aveva raccolto una truppa di combattenti così immensa che i suoi oppositori politici si affrettarono a presentare un disegno di legge, limitando il numero di gladiatori che chiunque poteva tenere a Roma …”
Nonostante le preoccupazioni del Senato, Cesare raggiunse il suo scopo: il pubblico lo amava e presto si sarebbe guadagnato la carica di pretore e più tardi quella di console.
La scomparsa dell’Edile
Purtroppo, l’ufficio dell’Edile scomparve sotto il dominio dell’imperatore Augusto e in generale durante l’impero.
Augusto assunse infatti su di sè molti dei compiti che erano propri dell’edile e nel corso dei decenni successivi le funzioni che erano state storicamente appannaggio di questo funzionario, vennero definitivamente accorpate all’imperatore.
Un lampante esempio di tutto questo sta nel famoso incendio che nel 64 d.C sconvolse Roma. Nerone, allora imperatore, non appiccò certamente il fuoco, come racconta un falso mito comune, ma in qualità di edile di Roma era responsabile della sua manutenzione, e molto presto si addensarono dubbi sulla bontà della sua gestione della città.
Marco Didio Severo Giuliano, meglio noto come Didio Giuliano, è stato un imperatore romano, che regnò per pochi mesi, dal 28 marzo al primo giugno del 193 d.C.
Giuliano divenne imperatore comprando all’asta l’impero dai pretoriani, che negli ultimi decenni del secolo, ormai padroni della situazione, mettevano letteralmente in vendita il trono.
Nonostante il suo acquisto, Giuliano non riuscì a mantenere fede alle promesse fatte ai pretoriani nè a portare dalla sua parte il Senato e il popolo, terminando drammaticamente la sua esperienza di governo dopo pochissimo tempo.
Giovinezza e carriera militare
Marco Didio Giuliano nacque il 30 gennaio del 133 d.C da Quinto Petronio Didio Severo e da Emilia Clara. Per via dei suoi legami di parentela, crebbe nella casa della madre di Marco Aurelio, Domizia Lucilla.
I vantaggi educativi che ricevette in seno al suo nucleo familiare, gli permisero di scalare rapidamente i ranghi imperiali e diventare ben presto un comandante di successo in Germania.
Ad un età relativamente giovane, era già stato governatore della Germania Inferiore, e ben presto nominato senatore e console.
Purtroppo per la sua carriera politica, l’imperatore Commodo, che regnava durante la sua giovinezza, aveva richiamato diversi comandanti dai confini dell’impero e per Giuliano non ci fu spazio. Una esclusione che lo costrinse a ritirarsi temporaneamente della scena politica.
Sebbene non esistano prove certe nelle fonti antiche, alcuni studiosi ritengono che Giuliano potrebbe aver fatto parte della cospirazione ordita per assassinare Commodo. Il sospetto è oggettivamente fondato.
L’acquisto del trono di imperatore
Dopo Commodo, e il suo successore Pertinace, morto sempre per mano di pretoriani insoddisfatti, Giuliano decise di cogliere l’occasione per conquistare il potere.
Utilizzando la sua vastissima ricchezza personale, comprò letteralmente il trono di imperatore: in quel periodo i pretoriani, completamente padroni della situazione, erano soliti mettere in vendita il ruolo di imperatore al miglior offerente.
Come ci raccontano le parole del celebre storiografo Dione Cassio
“Didio Giuliano, insaziabile raccoglitore di denaro quanto sfrenato spendaccione, era sempre desideroso di conquistare il potere da quando era stato esiliato da Commodo. Quando venne a sapere della morte di Pertinace, raggiunse rapidamente Roma e già fuori dalle mura della capitale, fece una generosissima offerta ai soldati per conquistarsi il dominio.”
Secondo alcuni studiosi, Edward Gibbon in primis, la scelta di acquistare il posto di imperatore sarebbe stata fortemente suggerita a Giuliano da sua moglie e da sua figlia, che da tempo meditavano di raggiungere il potere.
Erodiano, nella sua “Storia dell’Impero Romano”, parla in maniera abbastanza dettagliata dell’accoglienza che Giuliano, appena eletto, ebbe da parte del popolo di Roma.
Nessuno gridò le congratulazioni che solitamente si sentono quando gli imperatori vengono accompagnati dalla loro scorta. Al contrario, la gente stava a distanza, lanciando maledizioni e insultando amaramente Giuliano per aver usato la sua ricchezza per acquistare il trono”
Il breve e sventurato regno di Didio Giuliano
Giuliano sapeva perfettamente di dover mantenere la parola che aveva dato alla guardia pretoriana. Ma non passò molto tempo, che il nuovo imperatore fu costretto ad ammettere di non avere abbastanza denaro per pagare i pretoriani.
A questo si sommava la sua pessima reputazione. L’acquisto così sfrontato del trono lo aveva reso impopolare sia nei confronti del Senato che della popolazione, e con la perdita del sostegno dei pretoriani, i suoi giorni erano già contati.
Sempre secondo Erodiano, anche il comportamento privato di Giuliano non era minimamente adatto alla situazione. Sembra che gli considerasse i suoi doveri nei confronti dello Stato senza particolare premura e occupava le sue giornate in una vita lussuosa e in pratiche dissolute.
Così, a pochissimi mesi dalla sua nomina a imperatore, Giuliano aveva contro di lui già tre comandanti, che avevano intenzione di levargli il trono. Tutti e tre dichiaravano che il suo predecessore, Pertinace, li aveva chiaramente indicati come legittimi successori all’impero.
Gli avversari di Giuliano al trono
Il primo a dichiararsi contro Giuliano e a reclamare per sè il trono era Gaio Pescennio Niger, governatore della Siria e personalità gradita da diversi esponenti politici a Roma.
Sebbene fosse stato già nominato imperatore dalle sue truppe, Niger scelse di aspettare ad intraprendere una vera e propria marcia su Roma, fino a quando non avrebbe raccolto maggior denaro e soprattutto maggior sostegno militare.
Con solo quattro legioni a sua disposizione, Niger non aveva ancora una forza sufficiente per tentare la scalata al potere.
Il secondo pretendente era Decimo Clodio Albino, governatore della Britannia: anche lui aveva dichiarato l’intenzione di reclamare il trono ma aveva in quel momento il sostegno di tre legioni, anch’esse una forza militare assolutamente insufficiente.
Il terzo contendente era invece Lucio Settimio Severo, governatore della Pannonia superiore, una strategica provincia posizionata sul fiume Danubio.
Severo sembrava essere indubbiamente il più papabile fra i tre candidati: con le sue 16 legioni, praticamente l’intero esercito schierato sulla frontiera Reno-Danubiana, Severo disponeva di una forza assolutamente preponderante rispetto agli altri.
La fine di Didio Giuliano
Il 9 aprile del 193 d.C, con il pieno sostegno del suo esercito, Severo si dichiarò imperatore in una celebrazione solenne che si tenne nella città di Carnuntum (Odierna Austria).
Intelligentemente, Severo entrò in contatti con Albino, ottenendo o acquistando il suo appoggio, e marciò verso sud in direzione di Roma.
In preda alla disperazione, l’imperatore Giuliano ordinò ai pretoriani di costruire delle fortificazioni per difendere la città contro l’usurpatore, ma questi si rifiutarono categoricamente.
L’ultima disperata mossa di Giuliano fu quella di chiedere al Senato di nominare Severo come console assieme lui. Un estremo tentativo di mantenere la sua posizione di potere e di trovare un accordo con il pericoloso avversario.
Ma con un Senato nettamente contrario, le sue speranze erano azzerate.
Nell’invincibile e rapido avvicinamento delle legioni pannoniche, guidate da Settimio Severo, Giuliano vide il suo inevitabile destino di fallimento.
Il primo giugno del 193 d.C, Giuliano fu condannato a morte dal Senato mentre Severo fu riconosciuto come il nuovo imperatore quando ancora non aveva messo piede a Roma.
Giuliano fu raggiunto da un sicario nella sua abitazione privata il quale, trovandolo completamente solo e indifeso, prima lo accoltellò e poi lo decapito.
Sembra che le ultime parole di Giuliano siano state: “Ma che male ho fatto. Chi ho ucciso?”
L’oblìo su Didio Giuliano
La morte di Giuliano avrebbe segnato la fine di quel periodo chiamato “Anno dei cinque imperatori.”
Sfortunatamente per Giuliano, la storiografia successiva venne pesantemente influenzata dallo sgomento per l’acquisto del trono, e gli autori successivi si astennero dal citare, se ve ne siano state, iniziative per stabilizzare il controllo dell’impero.
Per questo, Giuliano rimane, suo malgrado, nella lista di quegli effimeri imperatori succedutisi in un periodo di estrema confusione nella storia dell’impero.
Articolo originale: Didius Julianus di Donald L. Wasson (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli.
"Utilizziamo i cookie per personalizzare contenuti ed annunci, per fornire funzionalità dei social media e per analizzare il nostro traffico. Condividiamo inoltre informazioni sul modo in cui utilizza il nostro sito con i nostri partner che si occupano di analisi dei dati web, pubblicità e social media, i quali potrebbero combinarle con altre informazioni che ha fornito loro o che hanno raccolto dal suo utilizzo dei loro servizi.
Cliccando su “Accetta tutti”, acconsenti all'uso di tutti i cookie. Cliccando su “Rifiuta”, continui la navigazione senza i cookie ad eccezione di quelli tecnici. Per maggiori informazioni o per personalizzare le tue preferenze, clicca su “Gestisci preferenze”."
Questo sito web utilizza i cookie.
I siti web utilizzano i cookie per migliorare le funzionalità e personalizzare la tua esperienza. Puoi gestire le tue preferenze, ma tieni presente che bloccare alcuni tipi di cookie potrebbe avere un impatto sulle prestazioni del sito e sui servizi offerti.
I cookie tecnici permettono le funzionalità di base e sono necessari per il corretto funzionamento del sito web
Name
Description
Duration
Cookie Preferences
This cookie is used to store the user's cookie consent preferences.
30 days
Per maggiori informazioni, consulta la nostra https://scriptamanentitalia.it/privacy-cookie/